Fiabe Popolari - Italia

Fanta-Ghirò, Persona Bella
Gherardo Nerucci, "Sessanta Novelle Popolari Montalesi", n.28 
(Nel Blog: Vittorio Imbriani, Novella XXXVII, da "La Novellaja Fiorentina")







A’ tempi antichi vivette un Re, che de’ figlioli maschi nun n’aveva punti, ma soltanto tre belle ragazze che si chiamavano accosì: la prima Calorina, la mezzana Assuntina e l’ultima Fanta-Ghirò, persona bella, perché lei ’gli era la più bella di tutt’a tre. Questo Re pativa d’un certo male, che nissuno ’gli era rinuscito a guarirlo, sicché, poer’omo, lui passava le su’ giornate in nella cambera, addove ci tieneva tre siede, una celeste, una nera e una rossa; e le su’ figliole, quand’andevan da lui la mattina, guardavan sempre su che sieda s’era messo il padre: se su quella celeste, voleva dire allegria; su quella nera, morte; su quella rossa, guerra. 
Un giorno le ragazze rientrano dientro in cambera e ti veggono il Re che siedeva in sulla sieda rossa. Dice la maggiore: – Signor padre, oh! che gli è intravvienuto? 
– I’ ho ricevuto – arrisponde lui – una lettera del Re al confino, e lui mi dichiara la guerra. Ma io, a questo modo ammalato, nun so addove sbacchiare il capo, perché da me nun posso andare al comando dell’esercito. Bisognerà dunque ch’i’ trovi un bon generale. 
Dice la maggiore: – Se lei me lo permette, il generale sarò io. Vedrà ch’i’ son capace a comandare i soldati. 
– Che! nun sono affari di donne, – scramò il Re. 
– Oh! la mi provi, – dice la maggiore. 
– Sì, farò a tu’ modo, – arrispose il Re; – ma con questo, che se per istrada te rammenti cose da donne, subbito ’ndreto a casa. 
Quando si furno accordati, il Re chiama il su’ fido servitore e gli comanda di montare a cavallo con la Principessa per accompagnarla alla guerra, ma che lui la rimeni al palazzo, se la Principessa rammenta cose da donne. Ugni cosa ammannita, montan dunque a cavallo que’ dua e vanno via, e ’l servitore gli steva accanto alla Principessa. Camminato che ebbano un bel pezzo, deccoteli a un bel canneto. 
Scrama la Principessa: – Oh! che belle canne! Se s’avessano a casa, quante ma’ rocche ci si farebbano. 
– A casa, a casa! – sbergolò il servitore. – Vo’ avete ricordato cose da donne. 
E ritornorno a casa. Doppo si fece allora alla presenzia del Re la mezzana, che volse in tutti modi andar lei a comandare la battaglia; ma il Re ce la mandò co’ medesimi patti della maggiore. 
La mezzana a cavallo col servitore alle costole, quando vedde il canneto stiede zitta; ma poi passorno tramezzo a una palaia, sicché lei disse: 
– Bada, Tonino, che be’ pali svelti e diritti! Se s’avessano a casa, quanti ma’ be’ fusi per filare. 
– A casa, a casa! – bociò subbito Tonino. – Vo’ avete rammentato cose da donne. E bisognò arritornare alla città del Re. Il Re, guà! s’era messo per perso. 
In nel mentre che il Re nun sapeva come rimediarla, deccoti va da lui Fanta-Ghirò e lo supprica di mandarla lei alla guerra. 
Dice il Re: – Tu sie’ troppo bambina! Nun sono rinuscite quell’altre a bene, che vo’ tu che speri ’n te? 
– Che mal ci sarà egli a provarmi, babbo? – domandò la ragazza. – Vo’ vederete ch’i’ nun vi farò disonore a mandarmi. Provate, via! 
Dunque il Re volse provare anco lei, e al servitore gli diede i medesimi comandamenti. Infrattanto Fanta-Ghirò si vestì da guerrieri, con la su’ spada, le pistole, la montura; pareva un bel dragone valoroso. Insomma, montano a cavallo e vanno via con l’esercito dreto; passano il canneto, passano la palaia e Fanta-Ghirò zitta: arrivati al confino, Fanta-Ghirò si volse abboccare con il Re nimico, che era un bel giovanotto; e lui, a male brighe che la vedde Fanta-Ghirò, subbito disse infra di sé, che lei era una donna, e la ’nvitò al su’ palazzo per parlar meglio delle ragioni della guerra prima di battagliarsi. Quando dunque questo Re fu al palazzo, lui corse da su’ madre e gli arraccontò del guerrieri che comandava l’esercito contrario, e gli disse che lui l’aveva menato con seco per
l’abboccamento. – Oh! mamma, mamma! – scramava dalla passione che si sentiva in nel core: 

Fanta-Ghirò, persona bella, 
Du’ occhi neri, dientro la su’ favella: 
Carissima madre, mi pare una donzella

Dice la madre: – Portala in nella stanza dell’armi. Se lei è una donna, non le guarderà e nun le vorrà toccare. 
Il Re fece subbito a quel modo; ma Fanta-Ghirò pigliava le spade e le provava; scaricò gli stioppi e le pistole, proprio a somiglianza d’un omo. 
Il Re torna da su’ madre: – Mamma, lei brancica l’armi com’un omo. Ma in ugni mo’: 

Fanta-Ghirò, persona bella, 
Du’ occhi neri, dientro la su’ favella: 
Carissima madre, mi pare una donzella

Dice la madre: 
– Portala giù ’n giardino. Se lei è una donna, piglierà una rosa o una viola ’n mano e poi se la metterà nel petto; ma, se ’gli è omo, vederai che si ferma al gelsumino catalogno, e doppo averlo annusato se lo metterà all’orecchio. 
Dunque il Re menò Fanta-Ghirò giù nel giardino a spasseggiare; lei bensì colse un gelsomino catalogno, l’annusò ben bene e poi se lo mettiede all’orecchio. Il Re torna da su’ ’madre: – Ha fatto com’un omo. Ma io son sempre della medesima idea: 

Fanta-Ghirò, persona bella, 
Du’ occhi neri, dientro la su’ favella: 
Carissima madre, mi pare una donzella

Dice la madre, che vedeva il su’ figliolo tanto disperato per l’amore, e a lui il core gli faceva tuppete tappete dalla gran passione: – ’Nvitala a desinare. Se lei piglia il pane e per tagliarlo l’appoggia al petto, è una donna; ma se ’n scambio lo taglia accosì per aria, allora poi ’gli è dicerto un omo e nun vale istar tanto sollevato. 
Ma anco questa prova nun fu bona, perché Fanta-Ghirò tagliò il pane insenza metterselo alla vita. Torna il Re da su’ madre: – Mamma, ’gli ha fatto tutto il contrario d’una donna. Ma i’ son sempre delia medesima idea: 

Fanta-Ghirò, persona bella, 
Du’ occhi neri, dientro la su’ favella: 
Carissima madre, mi pare una donzella.

Dice la madre: – Tu m’ha l’aria d’un matto. Ma fa’ anco questa di prove. Menala a letto con teco. Se è una ragazza, lei dirà di no. 
Il Re andiede subbito a trovare Fanta-Ghirò: – Quant’i’ sare’ contento se vo’ volessi vienire a dormir con meco. 
– Sarebbe pure il mi’ piacere, Maestà, – disse lei. – Se lei vole, stasera si dormirà assieme. 
Prima di mettersi a letto però volsano cenare, e a Fanta-Ghirò la bottiglia gliel’avevano alloppiata; ma lei furba nun ne bevve. Quando poi furno da ultimo del mangiare, dice lei: 
– S’ha da fare un brindesse ’nnanzi d’andare a letto. 
Si baciorno, si presano a braccetto, e Fanta-Ghirò cantava:

Bevi su, compagno, 
Nsennò t’ammazzerò

E il Re arrispondeva:

Nun m’ammazzar, compagno, 
Perché n’i’ beverò! 

E ’ntanto lui beveva insenz’accorrersene la bottiglia alloppiata; sicché quando fu ’n cambera si buttò nel letto e intrafinefatta s’addormì, che russava com’un animale. Allo svegliarsi della mattina il Re vedde Fanta-Ghirò bell’e ’n piedi e tutta vestita da dragone, e nun potiede sapere se lei era donna o omo. Figuratevi le disperazioni e la passione! Nun poteva più campare. Il Re torna da su’ madre, che principiò a gridarlo forte della su’ mattìa; ma lui badava a dire: 

Fanta-Ghirò, persona bella, 
Du’ occhi neri, dientro la su’ favella: 
Carissima madre, mi pare una donzella

Dice la madre: – Dunque fa’ anco questa di prove; ma sarà l’ultima. ’Nvitala Fanta- Ghirò a bagnarsi ’gnuda con teco in nella pescaia del giardino in sul mezzodì. Se lei è donna, o nun ci viene, oppuramente te n’accorgi insenza dubbio. Lui difatti fece quello ’nvito a Fanta-Ghirò, che gli disse: 
– Nun mi par vero! Anco a casa i’ sono avvezza a lavarmi ugni giorno, e ora ’gli è un pezzo che non son entra nell’acqua. Ma però il bagno s’ha da fare domattina; stamani no, ché nun posso. 
Subbito Fanta-Ghirò chiama il su’ fido servitore, che monti a cavallo e porti una lettera al Re su’ padre, e con pronta risposta: in nella risposta da mandarsi per un dragone de’ meglio ci doveva dire: “Che lui steva male in fin di vita, e che voleva rivedere Fanta-Ghirò prima di morire.” Il servitore se n’andette di carriera con l’ambasciata, e infrattanto il giorno doppo in sul mezzodì il Re ’gli aspettava giù nel giardino Fanta- Ghirò, e s’era cominciato a spogliare, quando la vedde comparire da lontano per una redola. Lesto, si leva d’addosso il rimanente de’ panni e si tuffa dientro la pescaia; lei però disse: 
– Nun mi voglio per anco bagnare; i’ ho troppo caldo e son molle di sudore. 
Ma faceva accosì, perché ’gli arrivassi ’l corrieri con la lettera, e aspetta aspetta, mezzodì ’gli era già sonato da un pezzo e nun appariva nissuno. Fanta-Ghirò moriva dalla pena, perché il Re la pintava a ’gnudarsi e buttarsi giù in nella pescaia. Dice Fanta-Ghirò: – Mi sento male. Mi vien certi gricciori per le spalle e per le gambe... Oh! ’gli è un segno cattivo; c’è qualche disgrazia per aria. 
Il Re s’impazientiva: – Nun è nulla. Spogliatevi e buttatevi giù, ché ci si sta tanto bene. Che disgrazie volete voi che ci siano? 
In quel mentre si sente un rumore, e Fanta-Ghirò scrama: – Un cavallo, un cavallo alla carriera, con uno de’ mi’ dragoni sopr’esso. Sta’, sta’! deccolo. 
A male brighe il dragone gli viense dinanzi, gli diede la lettera di su’ padre a Fanta-Ghirò, e lei fece le viste d’aprirla con gran premuria, e quando l’ebbe letta, disse al Re: – Mi rincresce, Maestà, ma ci sono delle cattive nove. Lo dicevo io, che que’ gricciori gli erano un segno cattivo! Mi’ padre è lì lì per morire e mi vole rivedere. Dunque bisogna ch’i’ me ne vadia in nel momento; sicché facciamo la pace, e se vi garba, vienite a trovarmi nel mi’ Regno. Il bagno si farà un’altra volta. 
Figuratevi se il Re ’gli era disperato davvero, perché lui propio credeva che Fanta-Ghirò fusse donna, e ci moriva su dalla passione; ma gli conviense adattarsi al su’ barbaro destino e lassarla ir via Fanta-Ghirò insenza essersi sincerato. Fanta-Ghirò dunque dapprima passò dalla su’ cambera e ’n sullo inginocchiatoio ci mettiede un foglio scritto, che diceva: 

Fanta-Ghirò 
Donna è vienuta e donna se ne va; 
Ma ’mperò cognosciuta il Re nun l’ha... 

Quando la mattina doppo il Re ’gli andette in quella cambera per isfogarsi della su’ passione, in nel girar gli occhi vedde il foglio e lo lesse; sicché rimase lì di sasso, come un baiocco, tra ’l dispiacere e l’allegrezza. Corre diviato da su’ madre: – Mamma, mamma! Vedete, s’i’ l’avevo indovino che Fanta-Ghirò era donna. Leggete, mamma, questo foglio che lei ha lassato scritto in sullo ’nginocchiatoio della cambera. 
E nun istiede ad aspettar la risposta di su’ madre, ma fatta attaccare la carrozza, si mettiede dreto a tutta carriera a Fanta-Ghirò. Infrattanto Fanta-Ghirò se ne se va alla presenzia di su’ padre e gli arraccontava le cose che gli erano intravvienute, e come a quel mo’ lei avessi vinto le battaglie: quando doppo un poco si sente un rumore in nel cortile. ’Gli era il rumore della carrozza con quel Re innamorato, che subbito volse rivedere Fanta-Ghirò. E lì tra di loro dissan tante parole, che la concrusione fu la pace tra que’ du’ Re e lo sposalizio di Fanta- Ghirò con il Re dapprima nimico. Sicché lui la menò via con seco al palazzo nel su’ Regno, e quando poi moritte il babbo di Fanta-Ghirò, lei ebbe in redagione tutto il Regno di su’ padre.

(Raccontata dalla Luisa vedova Ginanni)







La Bella Ostessina
Gherardo Nerucci, "Sessanta Novelle Popolari Montalesi", n.29
(Nel Blog: Vittorio Imbriani, Novella VI, da "La Novellaja Fiorentina")







C’era una volta, ma indove nun me n’arricordo, un’Ostessa, che era dimolto bella, e però ’gli aveva una gran nomea e tutti correvano al su’ albergo, se nun fuss’altro per la curiosità di vederla e di parlargli. Quest’Ostessa nun era sola; con lei ci steva pure una su’ figliola, che nel crescere diventò anco più bella e garbosina della mamma, e a diciott’anni nun si trovava una donna che gli si potessi mettere al paragone; e la gente, che prima andeva per discorrere con la mamma, ora invece facean capo all’albergo per la figliola, e tatti la chiamavano a un mo’ la Bell’Ostessina, accosì per nun confonderla con l’Ostessa. 
’Gli è un vizio delle donne, specialmente quando le cominciano a invecchiare, d’aver’astio alla gioventù; e questo brutto vizio s’appiccicò pur anco all’Ostessa. La figliola gli era un pruno in negli occhi e nun pativa di vedersela d’attorno; e gli crebbe tanto l’aschero e l’odio contro il su’ proprio sangue, che risolvette per insino d’ammazzare la Bell’Ostessina, addove nun gli rinuscissi di farla imbruttire. Piena di stizza l’Ostessa principiò a tiener serrata da mattina a sera la figliola, a dargli poco da mangiare e a strapazzarla in tutti i modi, perché lei cascassi giù in isfinimento: ma il come nun si sa, e pure la ragazza nun pativa nulla e cresceva tavìa in bellezze. 
La su’ cattiva mamma ’gli arebbe dato il capo per le muraglie dal dispetto; e finalmente volse cavarsi la figliola di ’ntra i piedi e addio. Che ti fa? Per nun dar sospetto alla gente lei chiama un servitore, che gli pareva di poterci contar su, e gli diede ordine di menar la Bell’Ostessina dientro a un bosco e lì ammazzarla insenza misericordia; e poi a testimonianza del fatto disse, che badasse bene di portagli le du’ mane della ragazza morta, il core e una boccetta piena del su’ sangue. A quel brutto comando il servitore restò di sasso, come an babbalucco; ma siccome lui cognosceva a fondo il naturale cattivo della padrona, e’ temé che rifiutandosi nun salvava di certo la ragazza, e che la su’ mamma crudele in un modo o in un altro l’arebbe scannata. Disse dunque d’ubbidire, e il giorno doppo ’gli andette in cammera addove era serrata la Bell’Ostessina e gli fece assapere che la mamma e’ voleva che lui la menassi un po’ a spasso in poggio per isvagarsi. La Bell’Ostessina, che aveva il core bono, nun sospettò a male; anzi, lei si persuadé che la mamma si fuss’allora pentita e rimutata: in ugni mo’ quest’idea gli era vienuta in capo con un po’ di sturbamento; ma pure, la si vestì de’ meglio panni e col servitore s’avviò al bosco del poggio vicino. 
In quel mentre che loro due camminavano, il servitore steva col broncio e come sopra a pensieri, e nun sapeva capacitarsi di dovere ammazzare come un cane quella bellissima creatura, e mulinava infra di sé un ripiego per salvare capra e cavoli. In nel frattempo giunsano in vetta al poggio nel più folto del bosco. 
Qui il servitore si buttò in ginocchioni e con dimolte lagrime si mettiede a raccontare alla Bell’Ostessina quel che la su’ mamma gli aveva comandato. Alla Bell’Ostessina, in nel sentire le parole del servitore, gli si diacciò tutto il sangue, e si dubitava che fuss’un brutto scherzo e una invenzione di lui; ma il servitore giurò che pur troppo ’gli era tutto vero il su’ dire, e che bisognava pensare al rimedio, sicché l’Ostessa nun si rifacessi con la su’ pelle, se disubbidiva e nun s’arrapinassi poi per rinvenire la figliola e finirla, caso mai lei s’accorgeva che nun l’aveva morta. La Bell’Ostessina disperata scramò: 
– Piuttosto che vivere accosì odiata dalla mamma, preferisco morire. Ammazzanti via, e eseguisci senza indugio il su’ comandamento. 
Ma il servitore gli arrispose: 
– Ma vi par egli ch’i’ sia tanto ispietato e birbone? I’ v’ho menato apposta qui per salvarvi, e vi salverò a tutti i patti.
’Gli oran lì que’ dua in sul contrastare, quando apparse un pecoraio con dimolti agnellini nati da poco. Al servitore gli nascette il pensamento di comperarne uno, scannarlo e levargli il core, e portar questo assieme col sangue all’Ostessa col dargli a intendere che fussano il core e il sangue della su’ figliola. 
– Ma le mane? – disse la ragazza. – Tagliamele, ché accosì l’averai. 
Dice il servitore: – E come volete voi campar la vita insenza le mane? 
– Ne farò con di meno. 
Insomma, lui comperò l’agnellino, e mettiede a effetto tutto quello che aveva arzigogolato: la ragazza si svestì di tutti i su’ panni e rimase con la camicia soltanto, e diede la robba al servitore, perché la riportass’a casa, e lei poi a quel modo mezza gnuda fu dibandonata in nel bosco. L’Ostessa che aspettava con gran bramosia il servitore, gongolò dall’allegrezza quando lo vedde arritornare co’ segni dell’ammazzamento commesso; ma siccome ci mancavano le mane, lei bociò con mal viso: – E le mane addove sono? 
Arrisponde il servitore: – Che volete voi, signora padrona; i’ nun ho avuto core di tagliargliele alla vostra figliola, doppo tutto il male ch’i’ ho fatto per ubbidirvi. Che nun bast’eglino questi segni? I’ ho porto insin i panni. 
Abbeneché l’Ostessa rimanessi con del sospetto, in ugni mo’ s’addimostrò contenta: e diede al servitore ordine chiaro di starsene zitto come l’olio, e poi la sparse voce che la su’ figliola ’gli era morta da un parente lontano, addove lei l’aveva mandata a passarci per isvago qualche mese. 
La Bell’Ostessina, infrattanto, lì sola per entro ’l bosco quasimente gnuda, fu chiappa dalla notte, dal freddo e dalla fame, sicché piena di paura, intirizzita e rifinita, la si sentiva morire. Deccoti tutt’a un tratto gli comparse davanti una Vecchia, che gli addomandò chi lei era e che faceva mai a quell’ora nel bosco e con la camicia soltanto addosso. La povera ragazza gli raccontò per filo e per segno la su’ mala ventura, e quando lei ’gli ebbe finito, la Vecchia gli disse: 
– Sciaurata fanciulla! Ti piglierò con meco, ma col patto che te ugni sempre m’ubbidisca. 
Alla Bell’Ostessina gli parse toccare il cielo con un dito in nel sentire quella proposta, e gli promesse alla Vecchia tutto quel che lei volse, e la Vecchia, ringarzullita, la pigliò per una mana e la menò con seco in un palazzo luccichente e incantato, addove nulla ci mancava, e la Bell’Ostessina era trattata come una Regina. La Vecchia tutti i su’ santi giorni nusciva a girandolare pe’ fatti sua e non tornava che a sera tardi; ma prima d’andarsene lei disse alla Bell’Ostessina: – Senti, dammi retta e fa’ a mi’ modo. I’ sono una Fata, ma di quelle bone, e t’avvertisco che nun ti lassi abbindolare da nimo che vienga per questi dintorni. Bada! La tu’ mamma malandrina la sta in sospetto che tu non sie’ morta, e tra poco e’ lo saperrà dicerto, e manderà anco della gente a ricercarti, perché t’ammazzino. Dunque, tieni bene gli occhi spalancati. 
E dettogli accosì, se n’andiede fora di casa. 
In quel frattempo l’Ostessa ripensava a quelle mane che il servitore nun gli aveva portate doppo morta la su’ figliola, e sempre più gli s’accresceva il sospetto che il servitore fuss’un bel bugiardo e nun avess’ubbidito a su’ comandamenti. 
Gli accadé che un giorno, lei standosene in sulla porta del su’ albergo, e’ vedde passare una Strolaga; subbito la chiamò per farsi strolagare. La Strolaga s’accosta, gli piglia la mana, e l’Ostessa gli addimanda se dientro al core lei ci pole leggere. Dice la Strolaga, doppo tutti i su’ esami: 
– Bell’Ostessa, vo’ siete in sul sospetto. Vo’ avete una figliola e la credete morta; ma nun è vero. Invece lei è viva, sta da gran signora in un palazzo d’una Fata, che gli vole dimolto bene, e nissuno la potrà mai ammazzare. 
Questa nova rinuscì ostica all’Ostessa, sicché arrabbiata mulinò qualche altro tradimento per far morire la su’ figliola, e infrattanto arrivare insino a lei; e siccome sapeva che gli garbavano i fiori, ’gli ordinò un gran mazzo e lo spargette sopra di veleno; e po’ chiamato un servitore gli disse che doveva fingersi fioraio e andarsene a gridare: “Chi vol de’ be’ fiori?” sotto il palazzo della Fata. 
Il servitore nun intese a sordo e fece a quel modo appuntino. La Bell’Ostessina al gridìo del fioraio finto dismenticò gli avvisi della bona Fata; scese giù da sé e comperò il mazzo de’ fiori: ma nun se l’era accosto a mala pena al naso, che cascò morta in sul mumento. Sicché rivienuta la Fata a casa, picchia e ripicchia all’uscio, nissuno gli apriva; e finalmente impazientita diede uno spintone al serrame e lo spalancò, e vedde in su per le scale lo spettacolo della ragazza morta stecchita. Scrama: 
– Te l’avevo detto, scapataccia, e te nun ha’ volsuto ubbidirmi? La tu’ mamma e’ l’ha lunghe le mane! Ora, i’ sare’ anco capace di lassarti stare costì e nun ricorrere alla mi’ arte per farti rinvivire. 
Ma poi, risguardando quel corpo tanto bello e ripensando a quanto la Bell’Ostessina ’gli era buona, con certi unguenti e scongiuri gli ridiede la vita alla Bell’Ostessina, che vispola e rinsanichita si levò in piedi di scatto. Allora gli disse la Vecchia: – Bada di nun cascare un’altra volta in quest’inganni, perché un’altra volta i’ nun sarò tanto pietosa. I’ voglio che te m’ubbidisca; ha’ tu ’nteso? 
La giovane glielo ’mpromesse che da lì ’nnanzi lei sarebbe stata ubbidiente. Doppo de’ giorni la Strolaga viense a ripassare dall’albergo dell’Ostessa, sicché l’Ostessa la chiamò per farsi di novo strolagare e gli porgette la mano. 
La Strolaga gliela esaminò con garbo e poi gli disse: 
– Quella vostra figliola, che sta in nel palazzo della Fata, e’ nun si pole mica ammazzare. La Fata la protegge e oggi, sappiate, che lei è viva come prima. All’Ostessa gli si risvegliò l’aschero, ma nunistante nun si perdiede d’animo a quel racconto, e volse ritentare le su’ prove. Lei cognosceva che la su’ figliola era ghiotta delle stiacciate, sicché ne ’mpastò per una cesta e l’empiette di veleno, e poi le diede a quel medesimo servitore, che in ficura di pasticciere ’gli andessi a venderle sotto il palazzo della Fata a bociare: “Chi vole le stiacciate bone?” La Bell’Ostessina, che al risico passato nun ci pensava più già, a quegli urli del pasticciere finto scendé le scale e comperò tutte le stiacciate, e poi rimonta in cammera ne mangiò quante ce n’era: ma di lì a un po’, giù di scoppio per le terre morta steccolita. Rideccoti la Fata, e picchia e ripicchia, e nissuno gli apriva. Lei sfonda l’uscio con un calcio e corre in cammera della Bell’Ostessina e te la vede in sul pavimento a braccia aperte e oramai insenza più fiato. Alla Vecchia gli girò il boccino, e quasimente voleva tienere la su’ promessa alla ragazza disubbidiente di lassarla morta; ma poi, il bon core la consigliò meglio e come l’altra volta la rinvivì, e quando la Bell’Ostessina fu in piedi, la Vecchia seria seria gli disse: – Sentimi bene, allocca, e ti fo giuro che la mi’ parola la tiengo. Se t’accade un malestro simile daccapo, per me nun ti tocco, e a rifiatare tu nun ci ritorni ma’ più. 
La Bell’Ostessina nun gli potiede negare la ragione, cercò d’abbonirla con du’ moine, e poi gli promettiede che in quegli sbagli nun ci sarebbe più ricasca. Intorno a pochi giorni doppo viense a caccia per la selva il Re d’una città vicina, e in nel passare dal palazzo della Fata vedde la Bell’Ostessina alla finestra, e se ne innamorò a bono; n’era innamorato cotto, via. ’Gli è naturale, che lui seguitando a fare quelle spasseggiate e a buttar dell’occhiatine tenere alla Bell’Ostessina, anco la ragazza si sentissi de’ balziculi dientro al core: in ugni mo’, siccome il Re nun gli aveva a lei detto mai nulla, e neppure mandato dell’ambasciate, accosì restava in nel dubbio di quello che poteva accadere. Infrattanto la Strolaga era arritornata dall’Ostessa, e gli raccontò ne’ soliti modi, che la su’ figliola steva bene, sana e viva e che garbava dimolto a un Re; e l’Ostessa incaponita di vederla morta, cognoscendola ambiziosa e credenzona, mulinò d’arrivare a ammazzarla con un altro tradimento. Fece fare de’ bellissimi vestiti alla reale e una corona d’oro piena zeppa di pietre preziose, e dappertutto ci ficcò del veleno, che soltanto a toccarlo bisognava cascar morti insenza rimedio; poi, chiamò diversi servitori, gli trasficurì con delle livree e gli diede ordine di andare al palazzo della Fata, e che cercassin della Bell’Ostessina e gli presentassino tutta quella robba da parte del Re su’ ’nnamorato. Que’ servitori feciano per l’appunto accosì; la Bell’Ostessina ci credette per davvero alle bugie, pigliò i panni e la corona, e salita nella su’ cammera si mettiede ugni cosa addosso: ma, poera disgraziata, doppo pochi mumenti cascò di stianto giù per le terre e moritte insenza accorgersene nemmanco. Eccoti che riviene a casa la vecchia Fata, e trova quella brutta tragedia; sicché imbizzita scrama:
 – Tu l’ha’ proprio volsuta, e se tu sie’ morta, peggio per te. Ora poi nun ti rinvivisco più. Ma anco per tu’ colpa questi be’ loghi tu me gli ha’ fatti vienire a noia. Dunque, tutto è finito. 
Piglia in sulle braccia la ragazza morta, fabbrica con la su’ arte un ricco catafalco in nel mezzo del salone, lo assetta all’intorno con de’ ceri accesi, sopra ci sdraia la Bell’Ostessina co’ su’ vestiti alla reale e la corona in sulla testa, e, doppo serrate le finestre del palazzo, comanda che dientro ci sia per tre anni di fila un servizio abbondante da fare a tre principi: finalmente, perché il palazzo nun lo ritrovino, trasficura con la su’ bacchetta fatata il logo della selva, e tirato a sé l’uscio se ne portò via la chiave con seco, che, vienuta in riva del mare, ce la buttò in fondo e dietro a quella gli andiede anco lei in nelle case de’ pesci. Il Re, che, se nun s’è detto si dice ora, gli era un bel giovanotto scapolo, riviense a caccia per que’ soliti loghi; ma rimanette isbalordito, perché nun gli rinusciva trovare le medesime strade e il palazzo della Bell’Ostessina: lui non si sapeva raccapezzare come mai fuss’accaduto tutto quel trasmutamento. Per su’ fortuna il Re tieneva al servizio diversi pescatori, che gli fornivano ne’ giorni di maghero il meglio pescio marino. Un Vennardì, nun si sa in che modo, del pescio nun potiedano pigliarne punto, sicché il coco fu ubbligato di cercarne alla pescheria della città; ma nun trovò che un pescio smenso, di gran costo, e bisognò che gli spenditori comprassin quello in mancanza d’altro: quando poi il coco principiò a affettarlo quel pescione, figuratevi la su’ meraviglia, in nel rinvienirgli dientro al capo una grossa chiave. Diviato la portano al Re: lui però nun sapeva che chiave era quella e che uscio apriva; ma in nel sospetto che potess’essere la chiave di qualche palazzo incantato, fece deliberazione di tienerla ugni sempre con seco attaccata al collo a una catena d’oro. Infrattanto il Re nun si deva pace e badava a ricercare il palazzo della Bell’Ostessina; lui era mezzo ammattito dalla disperazione. Che ti fa? Un giorno piglia in su’ compagnia du’ servitori fedeli, e tutti assieme con lo stioppo da caccia a armacollo nuscono a levata di sole; e cammina cammina per il paese e per delle boscaglie dimolto fitte, gli acchiappò la notte, e dal buio, addove mettevano i piedi tramezzo agli alberi e agli spini nissuno lo poteva dire. Si diedano per ismarriti; e infatti il Re lo perdette uno de’ servitori, e accosì a tentoni, sbatacchiandosi di qua e di là, que’ da’ rimasti s’arrapinavano a trovare la strada. Deccoti, a un tratto al Re gli parse di vedere lontan lontano un chiarore, sicché s’avviò a quella parte col su’ compagno, e doppo gran fatica, stracchi, strafelati e tutti intirizziti dal freddo, arrivorno alla porta di un palazzo; ma picchia e ripicchia, nissuno gli apriva. 
Dice il Re: – Oh! che nun ci sta di casa anima viva? 
In quel mentre il Re s’arricordò della chiave che tieneva ciondoloni al collo e volse provarla nella toppa, e con quella fece scattare la stanghetta e l’uscio si spalancò. Per un po’ rimanette come rincitrullito a quel miracolo; ma doppo, fattosi coraggio si mettiede dientro col su’ servitore e cominciorno a salire su per le scale, e abbeneché il palazzo apparissi tutto pieno di lumi, di genti nun ne trovorno di niussuna qualità: c’era il deserto. In nella prima sala ci veddano una bella mensa apparecchiata da signori, e sopra ci steva posato anco un gran mazzo di chiavi; in un canto della medesima sala il foco bruciava allegro dientro al camminetto. I du’ forastieri guardorno ben bene ugni cosa, fecian del chiasso con l’idea che qualcuno in nel sentire vienissi a domandare chi gli erano e a salutargli: fu però tutto inutile; sicché loro affamati a quel modo si siedettano a tavola e lì mangia pure con un appetito da lupi: e quando una pietanza era finita, subbito delle mane invisibili ne portavano un’altra sempre più bona e gustosa. Guà, il Re lo capì che quel palazzo doveva essere un palazzo incantato; e a dire il vero, ci rimaneva con della temenza, nun cognoscendo se il padrone fuss’un Genio di garbo, oppuramente un Genio maligno. In ugni mo’ quel Re del coraggio n’aveva dimolto; lui n’aveva da vendere, sicché, doppo che ebbano empiuto il corpo, disse il Re al su’ servitore: 
– Piglia un lume che s’ha da rinfrucolare il palazzo. Di certo, questo mazzo di chiavi serve per aprire i quartieri. Gnamo, e niente paura. 
Si rizzano e vanno a girare dappertutto; ma dappertutto trovorno il medesimo deserto; ugni cosa solingola; nun sapevano propio quel che si pensare in nel vedere quelle stanze accomodate alla ricca, con mobiglie e tappeti di gran lusso, e l’oro e te pietre preziose luccicavano a monti. ’Gli eran quasimente scoraggiti di scoprire i padroni in qualche cantuccio, sicché si voltorno addietro per ritornare nella sala; quando al Re gli parse di vedere una porticina mezzo niscosta, e andato in verso quella il servitore col lume, il Re ci provò diverse chiavi nella toppa, e finalmente con una gli rinuscì aprirla. Questa porticina deva entrata a un seguito di dimolte stanze, anco quelle messe alla splendida, e in fondo c’era un salone smenso; ma rimaseno di sasso il Re e il servitore, e impauriti a bono, perché lì in que’ mezzi ci veddano ritto un catafalco con de’ ceri accesi all’intorno e sopra sdraiata una donna morta. Quando lo stupore gli fu passato, il Re s’accostò al catafalco e poco ci corse che nun s’isvienissi ricognoscendo in quella donna morta la Bell’Ostessina; sicché si diede a disperarsi e il servitore badava a tirarlo via da quello spettacolo. Ma prima il Re volse pigliare un ricordo della su’ ragazza, e però adagio adagio gli cavò di dito un anello con una pietra preziosa in vetta, e in nel cavarglielo gli parse di sentire che la morta aveva smosso la mano. Guà, dal terrore al Re gli s’addrizzorno i capelli in sul capo! Dice: 
– Qui c’è qualche incanto. O i’ fo erro per la brama di questa ragazza, o lei nun è punto morta. Presto, s’ha a provare a spogliarla. 
Detto fatto, la portorno di peso sur un letto e lì gli levorno tutti i panni d’addosso e la corona di testa, sicché la Bell’Ostessina rimase gnuda come da nata; ma ’ntanto, a male brighe gnuda principiò a sciorinarsi, e si stirava e spalancava la bocca con de’ gran sbadigli, quasimente si destassi dal sonno, e finalmente soccallati gli occhi, in nel vedersi a quel mo’ in faccia a du’ omini steva mezzo tra l’ingrullita e la vergognosa, e voleva in ugni mo’ scappare e niscondersi. 
Il Re però si diede a rassicurarla e gli disse di nun aver paura di nulla, e poi gli fece il racconto di quel che era successo; e allora la Bell’Ostessina si racconsolò e si fece menare in nella su’ cammera, addove c’eran sempre i su’ vestiti di tutti i giorni e in un mumento ricomparse nel salone bell’e accomida con garbo. La vo’ far corta, ché già ci si pole anco ficurare. Que’ dua giovani lì assieme solingoli e innamorati com’erano, nun istiedan mica a dire de’ paternostri; si sposorno senza ’l prete, e addio! e siccome nel palazzo incantato nun ci mancava il campamento da principi, nun si mossan più da quel logo per du’ o tre anni, e in quel mentre gli nacquero du’ be’ figlioli masti; una delizia soltanto a vedergli. 
Ora bisogna sapere che il Re aveva sempre viva la su’ mamma, e a lei dal giorno che il Re ’gli era sortito a caccia co’ du’ servitori nun gli rinuscì scoprire addove fusse. Mandò a cercarlo dappertutto, ma fu tutto inutile, sicché finì col crederlo bell’e morto, e doppo del tempo rimesse l’animo in pace e quasimente nun ci pensava più. Ma una volta eccoti capita daccapo la medesima Strolaga dall’Ostessa e gli racconta ugni cosa della sua figliola, che nun era mica morta, che ’nvece se la godeva alla grande, sposa del Re in un palazzo incantato. L’Ostessa in nel sentire queste nove si rodeva dall’astio, e di mal animo tavìa contro il su’ proprio sangue, che ti fa? Corre dalla Regina madre del Re e gli scopre tatto. La Regina da un lato si rallegrò cognoscendo vivo il su’ figliolo; ma per un altro ’gli era stizzita, perché il Re aveva sposato a quel modo lesto una ragazza di bassa nascita e di mestieri vile; e però nun messe tempo in mezzo e almanaccò il rimedio, che fu di disseparare a ugni patto i dua ’nnamorati, e l’Ostessa gli promettiede d’aitarla, e la pigneva a commetter del male col dire dimolte birbonate e calunnie in verso la Bell’Ostessina. A corte, in nel cercare, gli avevano finalmente ritrovo la strada del palazzo incantato, sicché nun fu punto difficile alla Regina di scrivere una lettera e mandarla al Re, con ordine di vienir via subbito al governo del popolo; il Re però arrispose, che lui addov’era ci steva troppo bene, che la su’ sposa nun la voleva lassare dibandonata e neppure i su’ bambini, e che il popolo nun gli pareva che avessi bisogno che lui stasse proprio a corte; anco dal palazzo incantato lui poteva dare udienza e sbrigare tutte le faccende del Regno. Vistasi al perso la Regina ricorse a un ripiego; diede a intendere al Re che la su’ lontananza aveva risveglio l’ambizione del Re confinante, sicché questo coll’assercito s’era partito per dar l’assalto allo Stato, e lo Stato e lei medesima si trovavano in gran ristio, nun sapendo come difendersi insenza la persona del Re su’ figliolo; e perché l’invenzione paresse vera, la Regina disse a un parente, che mettessi assieme de’ soldati in su’ i confini in ficura di nemici del Regno. A questa nova il Re, che ’n sull’onore nun ci scherzava mai, cascò nella rete, e si preparò a partire, e partì subbito per il campo assieme co’ su’ battaglioni, doppo grandi preghiere alla sposa, che badassi bene d’esser prudente per iscansare i tradimenti di chi gli voleva del male: anzi, tirato fori un vestimento tutto pieno di sonaglioli, lo diede alla Bell’Ostessina e gli disse: 
– Se caso mai t’avvienga qualche cosa a traverso e tu sie’ ’n pericolo, mettiti diviato addosso questi panni e scotigli forte. Abbenché lontano, lo scampanellìo i’ lo sentirò, e a corsa tu mi vedra’ vienire al tu’ soccorso. Tu ha’ capito? Ma tieni la testa con teco. 
Dopo monta a cavallo e se ne va. Di lì a pochi giorni deccoti capita al palazzo incantato un’ambasciata da parte della Regina per invitare la Bell’Ostessina a vienirsene in città lei e i su’ du’ bambini: la Regina gli faceva assapere che aveva gran voglia di cognoscerla in persona, vedere i nipotini, e ’n somma tante belle cose; che lei nun temessi di nulla, ma sarebbe anzi trattata come una principessa, e come la moglie del Re su’ figliolo. La Bell’Ostessina, un po’ minchiona al solito, ci credette a quelle finte profferte della Regina, pigliò con seco i bambini e nuscita dal palazzo assieme con gli ambasciatori, se ne viense alla città: ma arriva che fu alla presenzia della Regina, lì c’era pure su’ madre l’Ostessa, e tutte e dua si messano a caricarla d’improperi, e finalmente la Regina diede ordine alle guardie, che la Bell’Ostessina fuss’arrestata e rinchiusa co’ figlioli in prigione; e nell’idea d’ammazzarla e spegnere a un tempo la su’ stirpe, volse che l’Ostessa la consigliass’in che modo si poteva fare. Quella maligna madre, per isfogare la rabbia del su’ core, gli disse, che il meglio era di buttar viva la Bell’Ostessina e i bambini in una caldaia d’olio bollente e, di più, in sulla pubblica piazza, perché tutti imparassen a ubbidire e a nun essere sfacciati. Tutto dunque era preparato per il supplizio e la Bell’Ostessina, abbeneché con dolore, oramai steva rassegnata al su’ fine; quando a un tratto s’arricordò dell’avviso del su’ caro sposo; e siccome in prigione gli avevano lassato il fagotto de’ panni, lei levò via da quello il vestito co’ sonagliolini e se lo mettiede, e a male brighe arrivata in sulla piazza vicino alla caldaia dell’olio bollente, si diede a scoterlo a tutto potere, e in un momento deccoti apparisce il Re sul su’ cavallo. Visto quel brutto spettacolo il Re volse sapere quel che ’gli era mai accaduto; e quando glie l’ebban racconto, lui, per la su’ autorità di Re, comandò l’arresto della Regina e dell’Ostessa; e fatto il giorno doppo raunare il Consiglio, le du’ cattive donne e birbone furno condannate a morire in quella medesima caldaia d’olio bollente, stata ordinata per la Bell’Ostessina e per i su’ bambini. E accosì il Re e la Bell’Ostessina libberi da ugni paura regnorno per di molto tempo, e il popolo gli voleva bene; e se nun fussano morti a quest’ora e’ camperebban tavìa. 

(Raccontata dalla ragazza Silvia Vannucchi)






La Bella Caterina oppure La Novella de’ Gatti

Gherardo Nerucci, "Sessanta Novelle Popolari Montalesi", n.5
(Nel Blog: Vittorio Imbriani, Novella XV, da "La Novellaja Fiorentina")





C’era una volta una donna campagnola che aveva due figliole, e una, di molto bella insenza paragoni, si chiamava Caterina; quell’altra, tutt’all’incontro, era brutta quanto si pole dire: la madre però voleva più bene alla brutta, e siccome tutte e dua si rodevan dall’astio contro la Caterina, perché oltre alla su’ bellezza s’addimostrava pure di gran bontà, loro s’arrapinavano a fargli de’ dispetti e cercavano tutti i modi che a lei gli accadessi qualche malanno da ridurla imbruttita. La Caterina sopportava con pacienza le persecuzioni di quelle arpiacce, e invece di diventar brutta per gli strapazzi, pareva che ugni giorno la bellezza gli s’accrescessi ’n su tutta la persona. Dice una mattina la mamma alla brutta: – Sa’ tu quel che ho pensato? Mandiamo la Caterina a pigliare lo staccio dalle Fate, che gli sgraffieranno il grugno; e accosì lei imbruttirà e nissuno la guarderà più quant’è lunga. – Sì, sì! – scramò la Brutta, gongolando di gioia maligna. – Le Fate sono cattive e loro te l’acconceranno per il dì delle feste. Subbito la vecchia chiama la Caterina: – Su, via, sguaiata! C’è da fare il pane stamattina, e no’ nun s’ha ’n casa nemmanco un po’ di staccio per ammannire la farina. Isderta! Va’ dalle Fate dientro al bosco e domandagli lo staccio in prestito. Sbrigati, ninnolona!
A questo comando la Caterina diviense bianca per la paura, perché lei aveva sentuto dire che le Fate strapazzavano la gente, e chi ci andeva dicerto arritornava malconcio. Suppricò bensì la su’ mamma che nun la mandasse, pianse; ma tatto fu inutile, ché la vecchia e la Brutta la trattorno del male e la minacciorno per insino di picchiarla; sicché la Caterina, ri che le Fate nun gli potevano far peggio, si piegò a ubbidire, e abbeneché sospirassi e le lagrime quasimente l’accecasseno, con un passo innanzi e dua addietro s’avviò in verso il bosco, addove stevano le Fate.
Quando la Caterina fu in sull’entrata del bosco gli viense incontro un Vecchietto, che, a male brighe la vedde a quel mo’ tutta addolorata, gli disse: – Oh! che avete voi, bella fanciulla, che parete tanto affritta?
La Caterina gli raccontò allora tutti i su’ mali, e che in casa l’astiavano a morte, e che la mandavano a pigliar lo staccio dalle Fate, perché loro la sciupasseno e la imbruttissano.
Dice il Vecchietto: – Nun abbiate paura di nulla; c’è il su’ rimedio. I’ v’insegnerò come vo’ dovete fare, se pure vo’ m’ascoltate. Vo’ nun arete a pentirvene. Ma prima badate qui un po’: Che ci ho io in capo, che mi sento tanto prudere?
Il Vecchietto chinò giù la testa, e la Caterina doppo che gliel’ebbe guardata ben bene, scrama: – I’ ci veggo soltanto perle e oro.
Arrisponde allegro il Vecchietto: – E perle e oro toccheranno anco a voi. Ma statemi a sentire e fate l’ubbidienza. Quando vo’ sarete all’uscio di casa delle Fate, picchiate ammodo; e se loro dicano: “Ficca un dito in nel buco della chiave”, voi ficcateci dietro uno steccolo, che loro ve lo stroncheranno subbito. Aperto l’uscio, le Fate vi meneranno diviato io una stanza, e lì sieduti ci sono tanti gatti; e chi cucinerà, chi filerà, chi farà la calza, e, insomma, ognuno vo’ lo vedrete occupato al su’ lavoro. Voi addoperatevi ad aitarli insenza invito questi gatti e a fornirgli l’opera. Poi vo’ anderete in cucina; e anco lì ci saranno de’ gatti alle loro faccende: aitategli come quegli altri. Doppo sentirete chiamare il gatto Mammone, e tutti i gatti gli racconteranno quel che vo’ avete fatto per loro. Il Mammone allora vi addomanderà: “Che brami tu da culizione? Pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco e cacio?” E voi arrispondete in nel momento: “Pan nero e cipolle.” Ma loro all’incontro vi daranno pane bianco e cacio. Poi il Mammone v’inviterà a ascendere su per una scala maravigliosa tutta di cristallo. Abbadate bene di nun la rompere, e nemmanco sbreccarla un zinzino. In nel piano di sopra scegliete ugni sempre la robba peggio fra quella che vi vorranno regalare le Fate.
La Caterina gli ’mprumesse a quel Vecchietto d’ubbidirlo in tutto, e poi lo ringraziò della su’ bontà, gli disse addio e s’avviò più contenta in verso le Fate; e lì, doppo picchiato all’uscio, lei si diportò secondo l’ammaestramento, sicché gli fu aperto e subbito domandò lo staccio alle Fate.
Dissano loro: Aspetta; ora ti si dà. Intanto nentra qui.
Ed ecco la Caterina vede in nella stanza tanti gatti, che lavoravano a tutto potere. – Poveri micini! – scrama. – Con codeste zampine chi sa mai quante pene vo’ patite! Date qua, gnamo! farò io, farò io.
E pigliato il lavoro de’ gatti in quattro e quattr’otto lo finì. Poi in cucina rigovernò, spazzò, rimesse a ordine tutti gli attrazzi: la cucina pareva doppo un salotto. Chiamorno allora il Mammone e i gatti miaulando gli dicevano: – A me ’gli ha cucito. – A me ’gli ha fatto la calza. – A me ’gli ha rigovernato. E accosì raccontorno tutti al Mammone gli aiuti della Caterina, e ’n quel mentre saltavano a balziculi dal gran piacere dappertutta la stanza. Il gatto Mammone, quand’ebbe sentuto l’opere della Caterina, gli disse: – Che vòi da culizione? Pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco con del cacio? – Oh! datemi pan nero e cipolle, – arrisponde la Caterina. – Nun sono avvezza a mangiare altro.
Ma il gatto Mammone volse che lei mangiassi pan bianco e cacio. Doppo il Mammone invitò la Caterina a salire in nel piano di sopra e la menò alla scala di cristallo; e la Caterina si levò diviato gli zoccoli e ascese su in peduli tanto pianino, che nun sciupò nulla e nun fece nemmanco uno sgraffio in sulla scala. Quando fu drentro al salotto gli profferirno delle vestimenta belle e delle brutte, dell’oro e dell’ottone; e lei trascelse le vestimenta brutte e l’ottone. Ma il Mammone invece diede ordine alle Fate che l’acconciassino alla splendida e gli fussan regalate delle gioie legate in oro e di gran valsente, e doppo vestita a quel mo’, che pareva una Regina, il medesimo Mammone gli disse alla Caterina: – To’ su lo staccio, e quando tu sie’ fora dell’uscio, bada bene! Se tene e’ senti ragliar l’asino, nun ti voltare; ma se canta il gallo, voltati pure.
La Caterina ubbidì, e al raglio dell’asino lei nun se ne diede per intesa; ma al chicchirichì del gallo sì rivoltò addietro, e subbito gli viense una stella rilucente in sul capo. A male brighe che la Caterina arrivò a casa sua, la mamma e la sorella Brutta le divorava l’astio e il dispetto; quella stella poi ’gli era per loro dua un pruno fitto in negli occhi.
Dice la Brutta: – Vo’ ire anch’io dalle Fate. Mandate me a riportargli lo staccio, mamma.
Sicché, quando lo staccio fu addoperato, la Brutta se lo mettiede sotto il braccio e s’avviò al bosco delle Fate, e anco lei in sull’entrata fece l’incontro del Vecchietto, che gli domandò: – Ragazzina, per dove così vispola?
 – Vecchio ’gnorante! – gli arrispose con superbia la Brutta: – i’ vo dove mi pare. Impaccioso! badate a’ fatti vostri.
– Brutta e scontrosa! – scramò il Vecchietto ridendo sottecche. – Va’ va’ a tu’ mo’ addove ti pare! Doman te n’avvedrai!
Ed eccoti la Brutta all’uscio delle Fate; e lei agguanta alla sversata il picchiotto e giù, dàgli, botte da scassinare le imposte. A quel fracasso dissan di dientro le Fate: – Metti un dito in nel buco della toppa e apri. La Brutta subbito ficca il dito a quel mo’; e quelle – ziffete! – e glielo stroncano di netto. L’uscio allora si spalancò e la Brutta rabbiosa e inviperita salta in casa, e, scaraventato lo staccio per le terre, principia a bociare: – Deccovi il vostro staccio, maledette! E poi visti i gatti al lavoro, sbergola: – Buffi questi gattacci! Oh! che mesticciate voi, mammalucchi?
E gli pigliò tutti gli arnesi, e a chi bucò le zampe con gli aghi, e a chi le tuffò giù in nell’acqua bollente, e a chi diede su per le costole la granata e i fusi. Ne nascette una confusione, un brusìo da nun si dire. Que’ gatti scappavano di qua e di là miaulando dal male; sicché a quel chiasso comparse il gatto Mammone, e i gatti infra gli strilli gli raccontorno gli strapazzi della Brutta. Serio serio disse il Mammone: – Ragazzina, vo’ dovete aver fame. Volete voi pan nero e cipolle, oppuramente, pan bianco con del cacio?
E la Brutta: – Guarda che bella creanza! Se vo’ vienissi a casa mia, nun vi dare’ mica pan nero e cipolle, e nemmanco vi stronchere’ le dita in nel buco della chiave. I’ vo’ pan bianco e del cacio bono.
Ma se lei volse mangiare, bisognò che s’accontentassi del pan nero con le cipolle, perché non gli portorno altro.
Allora il gatto Mammone disse: – Gimmo via, ragazzina. Vi si regalerà anco a voi un vestito e tutto il resto. Ascendete su, ma badate alla scala, che è di cristallo.
La Brutta però nun se n’addiede dell’avvertimento, e salì all’arfasatta la scala co’ su’ zoccolacci in ne’ piedi, sicché la fracasciò da cima a fondo; e arrivata in salotto, quando le Fate gli domandorno:
– Che vi garba di più, un vestito di broccato e de’ pendenti d’oro, oppuramente, un vestito di frustagno e de’ pendenti d’ottone?
Lei s’attaccò subbito alla sfacciata alla robba meglio: ma per su’ malanno gli conviense pigliare la peggio, perché nun gliene diedano altra. Tutta indispettita la Brutta prese il portante per andarsene; in sull’uscio però gli disse il gatto Mammone: – Ragazzina, se canta il gallo, tirate via; ma se raglia l’asino, e voi voltatevi addietro, ché vedrete una bella cosa.
Difatto, deccoti che l’asino raglia di gran forza; e la Brutta girato il capo, tutta desìo di vedere la bella cosa, una folta coda di ciuco gli viense fora dalla fronte. Disperata si messe a correre in verso casa sua, e per istrada ’gli urlava da lontano:

Mamma, dondò, Mamma, dondò, 
La coda dell’asino mi s’attaccò

Infrattanto la Caterina, ugni sempre più bella da quel giorno che era stata a visitare le Fate, fu vista dal figliolo del Re, che se ne innamorò tanto forte da ubbligare il Re su’ padre a acconsentirgli che lui la pigliassi per su’ moglie.
Le nozze viensano stabilite, e la madre e la Bratta nun ebban l’ardimento di opporsi alla volontà reale; pure almanaccorno d’ingannarlo a bono, in nella speranza di rinuscire. Oh! sentite quel che feciano queste du’ sciaurate birbone. Il giorno dello sposalizio la Caterina la calorno in un tino serrato che steva giù in cantina, e co’ su’ vestiti e le su’ gioie la Brutta s’accomidò da sposa, e la mamma gli radette la coda d’in sulla fronte e poi gli ravvolse il capo con un velo fitto fitto; sicché quando il figliolo del Re viense col corteo a pigliare la Caterina, la vecchia gli disse: – Eccovela qui bell’e ammannita per la cirimonia, – e gli presentò la Brutta.
Il figliolo del Re steva lì per porgere la mano a quella strega trasficurita, concredendola che fussi propio la Caterina; ma tutt’a un tratto gli parse di sentire de’ rammarichii sotto terra in fondo della casa. Arrizza gli orecchi a quel lamentìo, comanda che ognuno tienga la bocca serrata e nun parli, e s’accorge che qualcuno cantava con voce piagnolente:

Mau maurino! 
La Bella è nel tino, 
La Brutta è ’n carrozza 
E ’l Re se la porta

Il figliolo del Re allora s’insospettì, e volse che si cavassi ’l velo di capo alla sposa per vederla meglio, e subbito scoprì l’inganno; perché alla Brutta la coda gli era di già ricresciuta un bon po’ e da tappargli gli occhi. ’Gli andiede in sulle furie il figliolo del Re, e cercata la Caterina la fece sortir fora dal tino, e sentenziò che ci barbassino in nel vero mumento la vecchia e la Brutta legate assieme, e doppo, nun contento, disse che gli fussi butto addosso una caldaia piena d’olio bollente. Figuratevi che gastigo! Quelle du’ astiose creporno subbito allesse, e nun potiedan commetter più malestri. Il figliolo del Re poi sposò la bella Caterina, la menò al su’ palazzo, addove camporno allegri e contenti per dimolti anni.

Stretta la foglia, larga la via, 
Dite la vostra ch’i’ ho detto la mia

(Raccontata dalla ragazza Silvia Vannucchi)






Burdilluni
Pitré n.61



Elena Flerova



Cc'era 'na vota un mircanti cu quattru figghi fimmini e unu màsculu. Lu cchiù granni era màsculu, un beddu figghiu, e si chiamava Burdilluni. Dunca chisti, di li tanti ricchizzi vutàru, e s'arridduceru a la vera miseria. Ddoppu tempu stu mircanti iju limusinannu; 'nta lu megghiu chi si va a cummina? la mogghi niscíu gràvita. Burdilluni vidennu sti miserii cci vasau li manu a lu patri e a la matri, si 'mmarcau jennusìnni 'n Francia. Era omu 'struìtu, e comu arrivau si 'mpalazzau 'nta lu palazzu di lu Re e arrivau a Capitan Ginirali. Lu cuntu 'un metti tempu: la mogghi di lu mircanti ridutta cchiù di cchiù a li miserii, cci dissi a sò maritu:
"Sa' chi ti dicu ? vinnèmu la tavula di manciari (ch'era l'unica cosa chi cci arristava) e circamu di fari li cosi di la panza."
Passanu li robbi-vicchiara, li chiamaru, cci vinneru dda tavula. Lu mircanti accattau tuttu lu nicissariu, e dui pezzi li lassau pi la mammana. Vìnniru li dulura, parturisci e fa 'na billissima figghia fimmina, di billizzi sparaggiati, ca nun si nn'avianu vistu mai. Vidennu sta picciridda accussì bedda, lu patri e la matri cuminciaru a chianciri dicennu: "Figghia, 'nta quali miseria nascisti!"
La picciridda crisci, crisci, e quannu avía, dicemu nui, un sidici misi, accuminzau a jiri sula; e jennu jennu si jittava 'mmenzu la pagghia unni durmianu sò patri e sò matri. Un jornu jucannu 'mmenzu la pagghia, afferra un pugnu di munita d'oru: "Mamma, mamma - dici - belli, belli!"
La matri 'un cci vidi di l'occhi, cci li leva di li manu e si li 'nfila 'nta lu pettu, si fa 'mpristari un guardaspaddi e si nni va a la Vucciría. Accatta chistu, accatta chiddu, fa 'na spisa di piaciri; e a la menzijornu cci fu 'na festa e si manciau a vucca china. Lu patri cci dissi a la picciridda;
"E unni li pigghiasti li lustri?"
"Ccà, papà", cci dici la picciridda; e lu porta 'nta un pirtusu sutta la pagghia, ca cc'era 'na giarra china di munita. 'Nfilanu li manu, e pigghianu tanti dinari ca nun si ponnu diri. Accussì accuminciaru a sullivàrisi e jisàri la testa e addivintaru com'eranu prima. Quannu la picciridda appi quattr'anni, lu maritu dissi a la mugghieri:
"Mugghieri mia, ora mi pari l'ura di falla 'nfatari a Pippina; (ca a sta picciridda cci avìanu misu Pippina); idda bedda cc'è, li picciuli l'havi: cu' cci pò diri di no?" Adunca si la purtaru 'n carrozza a Menzumurriali, unni cc'eranu quattru soru: ddà tira lu lazzu a li cucchieri, scinni e trasi nna ddi quattru soru. Iddi cci dissiru ca cci vulìanu certi cosi ca s'avìanu a priparari, e ca sti cosi li vulìanu truvari Duminica a la casa d'iddu, e ddà facìanu tuttu. Dunca la Duminica sti soru scinneru 'n Palermu; truvaru tuttu priparatu; si lavaru li manu, 'mpastaru 'na pocu di farina di Majorca, e ficiru quattru belli pastizzi e li mannaru a 'nfurnari. La mugghieri di lu furnaru ddoppu un pizzuddu accumenza a sèntiri un ciàuru ca era 'na musía; chi fa? pigghia un pastizzu di chiddi, si lu mancia, e nni fa subbitu unu comu vinni vinni, farina urdinaria, acqua lorda di lu scupazzu: poi 'na cosa liscia liscia di supra, e lu cunfusi cull'àutri tri. Comu li pastizzi fôru a Palazzu, la prima fata trincia, e dici:
"Io 'nfatu a tia bedda giuvina, ca quantu voti ti spirùgghi li to' capiddi, tanti ti pòzzanu càdiri petri e perni priziusi."
"Ed io - dici la secunna - ti 'nfatu, di (da) fàriti addivintari cchiù bella chi nun sì". Si susi la terza:
"Ed io ti 'nfatu ca tutti li frutti chi tu vôi fora tempu, subbitu chi pòzzanu essiri purtati davanti a tia".
Si susi la quarta e cci dici:
"Io ti 'nfatu...", e comu 'nfila lu cuteddu, e dici io ti 'nfatu, sgriccia la cinniri di lu scupazzu chi cc'era 'nta lu pastizzu, cci va 'nta l'occhiu a la fata e l'annorva. "Ah!.. chi duluri!.... Pi stu mali chi m'ha' fatto, io ti fazzu 'na mala fataciumi: ca quànnu vidi lu Suli, pozzi addivintari serpi nìura!"
E spireru li fati. Lu patri e la matri a sta gran petra di l'aria ristaru 'ntra un gran chiantu, pinsannu ca la picciridda un puteva vìdiri Suli.
Lassamu a iddi, e pigghiamu a Burdilluni, ca 'n Francia cuntava mari e munti di ricchizzi di la sò casa, cu tuttu ca sapía ca a la sò casa 'un cc'era cchiù un gurànu; e pi chistu era rispittatu di tutti, pirchì a stu munnu: Cu' nesci fora di lu sò paisi, si soli diri ca si finci Conti, Duca e Marchisi. Lu Re 'na jurnata vosi vidiri s'eranu veri li ricchizzi di Burdilluni; e manna un Cavaleri 'n Palermu, e cci duna lu latinu a cavaddu di zoccu avía a fari. Lu Cavaleri veni 'n Palermu, cerca di lu patri di Burdilluni, e trova un Palazzu cu lu sò guardapurtuni, cu li so' càmmari a oru zicchinu, cu li so' cammareri e criati a la 'ngranni. Lu patri di Burdilluni lu ricivíu cu tanti cirimonii, lu 'mmitau a tavula cu iddu, e quannu cuddau lu Suli fici vèniri a Pippina. E ddocu lu Cavaleri ristau 'ncantatu di la tanta biddizza di sta giuvina, ca nu nn'avía vistu mai lu paru. Torna 'n Francia, e cci cunta lu tuttu a lu Re.
Lu Re chiama a Burdilluni e cci dici:
"Burdilluni, vai 'n Palermu, corri a la tò casa e portami a tò soru Pippina: o havi la testa sana o havi la testa rutta".
Burdilluni un ni capíu nenti, pirchì iddu 'un ni sapía nenti di sta soru; ma puru partíu. -Menti pi mia. - Burdilluni avía 'na picciotta ca si cci avía amicatu tempu avanti. Chista vosi jiri cu iddu; e quannu juncèru 'n Palermu e vitti a Pippina, nn'appi 'na mmìria granni, e si misi 'n testa ca cci avía a fari perdiri la sorti di lu Re di Francia, e ca Riggina cci avía a 'ddivintari idda. Burdilluni junci 'n Palermu, va a la casa, si 'nforma di tutti cosi, si detti a 'ccanusciri, ed era cuntintuni. Passati 'na pocu di jorna, Burdilluni parti:
"Bàciu la manu, Papà".
"Addiu, figghiu mio"
"Addiu Pippina"
"Addiu mamà, addiu suruzzi".
E parteru. Pi jiri a Parigi di Francia prima si va pi mari e poi si va pi terra.
Dunca Burdilluni la chiuiju bona bona a Pippina e nun cci fici vìdiri mai 'na raja di Suli. Tuccannu terra, la fici mettiri 'nta 'na littica 'nzèmmula cu l'amica sua; e sta birbanti avía 'na rabbia granni, pinsannu ca s'avvicinavanu a lu Palazzu, e ca juncennu ddà, Pippina addivintava Riggina, e idda arristava mugghieri di Ginirali. E accumenza a diri:
"Pippina, grapemu ca m'accùpu!"
"No, soru mia, ca m'arruini"
"Pippina, io m'accùpu"
"Ma comu pò essiri!..." - E ddoppu: — "Pippina, io moru"
"Pôi mòriri ad annu, io nun ti pozzu gràpiri."
"Ah! chistu cc'è?", dici l'amica; pigghia un timpirinu, e sfunna lu còriu di la littica; comu sfunna lu còriu, trasi la raja di lu Suli, e la Pippina addiventa serpi nìura e sata di la littica e si jetta nna lu jardinu di lu Re, ch'era ddà vicino, e spirisci. Burdilluni muríu; dici:
"E com'haju a fari, ca lu Re voli a mè soru! Ah! mischina mia!"
"E chi paura hai? - dici l'amica - dicci ca tò soru sugnu io, e finisci".
Burdilluni si pirsuasi, e accussì fici. Ma lu Re comu la vitti dissi:
"E chista è la billizza sparaggiata? Ma basta: parola di Re, e mi l'haju a maritari".
Dunca si la maritau, e stava cu idda. Ma a Burdilluni 'un cci putía paci: idda cci avía fattu perdiri la soru, idda l'avía lassatu!... Nn'avía una rabbia ca nun si pò cridiri. La birbanti si nn'addunau, e 'na jurnata cumincia a machiniari comu livàrisi di 'mmenzu puru a iddu; e cci dici a lu Re:
"Maistà, io sugnu malata, e vogghiu ficazzani".
Era fora tempu, e lu Re dici:
"E com'hê fari a circaritilli?"
"Nenti - dici idda - dicìtilu a Burdilluni, e Burdilluni vi li trova".
"Burdilluni!"
"Maistà!"
"Va' a cògghiri quattru ficazzani pi la Riggina"
"E unni l'hê cògghiri di sti tempi?"
"'Un ni sàcciu nenti: ficu hannu a essiri; masinnò la tò testa".
Burdilluni affrittu e scunsulatu si nni scinni 'nta lu jardinu, e si metti a chianciri. Ddoppu un pizzuddu cci cumparisci sò soru, e cci dici:
"Chi hai?"
"E ch'hê d'aviri? Lu Re, accussì e accussì."
"Va beni - cci rispunni idda - io appi la fataciumi e ti pozzu dari frutti fora tempu; te' ccà."
Iddu, cuntintuni, acchiana nni lu Re, e cci li porta. Lu Re cci li duna. Idda ca era gràvita si li tussichiau. Ddoppu jorna, pitittu di varcòca; e Pippina cci feci aviri li varcòca; poi pitittu di ciràsi; e Pippina cci manna lì ciràsi. A li setti misi cci veni pitittu di pira; pira 'un cci nni potti dari, pirchì - sta cosa mi l'avía scurdatu - la fataciumi era pi tri cosi: ficazzani, varcòca e ciràsi. Burdilluni fu cunnannatu a morti; e dumannau pi grazia ca la purpània cci l'avìanu a fari dintra lu jardinu riali. "Ti sia cuncessu", cci dissi lu Re. Fu 'nfurcatu, e sipillutu. La Riggina allura fu cuntenti.
'Na nuttata la mugghieri di lu giardineri senti sti paroli:
"Ah frati mio Burdilluni, Tu si' sipurtu 'nta sti nìuri virduri, La tò amica si guarisci cu lu tò patruni!"
Arruspigghia a sò maritu! - "Senti, maritu miu!" E vidinu un'umbra nìura! A lu 'nnumani lu giardineri va nna lu jardinu pi fari lu mazzettu a lu Re, e trova li pampini chini di perni e petri priziusi, pirchì Pippina la sira si l'avía strizzatu li capiddi e cci avìanu cadutu tutti ddi belli cosi. Quannu lu Re vitti dda nuvità dissi: "E d'unni vi vinniru sti belli gioj?"
"Maistà, l'avemu truvatu 'ntra lu jardinu".
La notti chi vinni, lu giardineri s'appustau cu la scupetta. A la menzannotti, la stissa cosa di la notti prima: nesci un'umbra e dici:
"Ah frati miu Burdilluni, Tu si' sipurtu 'nta sti nìuri virduri, La tò amica si guarisci cu lu tò patruni!"
Lu giardineri 'na cosa ca si scantau, 'mposta la scupetta e stava pi sparari; ma l'umbra cci dici:
"Nun mi sparari, ca sugnu carni vattiata e crisimata comu a tia; accòstati e vidi cu' sugnu".
Lu giardineri s'accosta; idda si sulleva un velu ch'avía davanti la facci, e cci lassa vidiri ddi soi billizzi sparaggiati. Allura cci cunta tuttu lu passaggiu, e lu prega di diri a lu Re ca idda l'aspetta ddà pi lu 'nnumani a sira. Lu 'nnumani matinu lu giardineri fa lu solitu mazzettu, cci trova arreri perni, e àutru pinseri nun havi ca chiddu di jiri nni lu Re e cuntàricci lu tuttu. Lu Re allucchisci, e lu 'nnumani a sira scinni cu lu giardineri 'nta lu jardinu. A la solita ura eccu ca spunta l'umbra, e tutta affritta e scunsulata dici:
"Ah! frati mio Burdilluni"
Lu Re s'accosta: idda cci cunta tuttu lu passatu e poi si sulleva lu velu. Lu Re allucchisci, e all'urtimu cci spija chi cci voli pi libbiralla.
"Chi cci voli? Cci voli ca tu dumani partissi c'un cavaddu ca curri comu lu ventu, vai a lu ciumi Giurdanu, quannu si' vicinu, ti cali; ddà trovi quattru fati chi si lavanu, una havi 'na scocca virdi a la trizza, una 'na scocca russa, una 'na scocca cilestri, una 'na scocca bianca. Affèrracci li trusci cu li robbi; iddi li vonnu; nun cci li dari, sai! Quannu iddi ti jettanu li scocchi, e quannu l'urtima si tagghia 'na trizza di li so' capiddi e ti la jetta, allura cci li lassi, ed è livata la mè mala fataciumi".
Lu Re 'un vosi sapiri àutru: lu 'nnumani matinu all'arba parti e va fora regnu. Camina, camina, ddoppu trenta jorna e trenta notti junci a lu ciumi Giurdanu, trova li fati comu cci avia dittu la vera soru di Burdilluni e fa tuttu chiddu chi cci avia dittu idda. Com'appi 'mmanu ddi scòcchi e dda trizza:
"Ora vi lassu, cci dici, e mi nni vaju, ma nun dubbitati, ca mi sapirrò livari l'obbrigu". E turnau a lu sò regnu. Curri subbitu nni lu jardinu, chiama la serpi, la tocca cu la trizza; e idda addiventa subbitu 'na bella picciotta, ca accussì bedda 'un cci avia statu mai. S'attacca la trizza 'n testa e 'un appi cchiù scantu di nenti. Lu Re chiama lu giardineri e cci dici: "Ora senti zoccu hai a fari: Ti pigghi un gran vascellu, ti 'mmarchi la soru di Burdilluni, e parti di notti; quannu hannu passatu 'na pocu di jorna, torna a lu portu, jisa bannera furastera, e lassa fari a mia". Lu giardineri accussì feci: e la notti stissa partíu. Ddoppu tri jorna aggira, jisa bannèra, dicemu nui, 'ngrisa. Affaccia di lu sò palazzu lu Re cu la Riggina e dici:
"E cu' vol'essiri stu vascellu? Ah! ora mi nn'addugnu: è unu di li mei parenti. Jàmucci!"
La Riggina, ch'era pizza-avanti-furnu, si vesti 'nt'ôn vìdiri e svìdiri e tutti dui fôru a bordu. Comu idda vitti la soru di Burdilluni dici 'ntra idda:
'Si io nun sapissi ca la soru di Burdilluni è serpi nìura, dirria ca chista è la soru di Burdilluni...'
S'abbrazzaru, si vasaru, e scinneru 'n terra. Junti a lu palazzu, tutti dui, lu Re e la Riggina, stavanu ammirannu li billizzi rari di la soru di Burdilluni. Dici lu Re a la Riggina:
"Ora dimmi, cui fa mali a sta donna, chi castigu miritassi?"
"Ah - rispunni la Riggina - e cu' vol'essiri ddu sciliratu chi facissi mali a sta gioia?"
"Ma si cci fussi, chi miritassi?"
"Miritassi d'essiri jittatu di stu finistruni e abbruciatu!"
"E accussì sarà! - arrispunni subbitu lu Re - Sta donna è la soru di Burdilluni: io mi la duvia pigghiari pi mugghieri, e tu, 'mmiriusa, la facisti addivintari serpi nìura pi essiri Riggina tu. Lu 'ngannu chi facisti a mia, e li peni ch'ha' fattu pàtiri a sta puviredda ora li paghi 'nta un mumentu: la pena ti l'ha' datu tu stissa. - Olà olà! servi e surdati di lu Palazzu, affirrati a sta scilirata e jittàtila di lu finistruni, e subbitu abbruciatila".
'Ntra un dittu e un fattu, la fàusa donna fu sdirrubbata di lu finistruni e abbruciata sutta lu palazzu. Poi lu Re cci addumanna pirdunu a la soru di Burdilluni ca cci avia fatta mòriri 'nfurcatu lu frati 'nnuccenti. Idda dici:
"Ora nun fa nenti chistu: scinnemu nna lu jardinu e videmu chi si pò fari".
Scinninu 'nta lu jardinu, levanu la balàta unn'era sipillutu Burdilluni e lu trovanu quasi 'ntattu. Idda c'un pinzidduzzu cci passa n'unguentu 'nta lu coddu: e Burdilluni si comincia a moviri, poi suspira, poi si strica l'occhi comu si s'arruspigghiassi, all'urtimu si susi. Ddocu chi vi dicu? Si strincinu, si vasanu.
Lu Re ordina gran festi, e si marita 'n gran pompa cu la soru di Burdilluni; e mannò a chiamari a sò soggiru e a sò soggira. 

E tutti arristaru filici e cuntenti 
E nui ccà senza nenti.

Palermo. La prima novella raccontata da Agatuzza Messia.




La Parrastra
(Il Vitellino dalle Corna d'Oro) Pitré n.283








Si cunta ca cc'era un maritu e 'na muglieri, ed avìanu du' figli, una fimmina e unu masculu: cci murì' la muglieri a stu maritu, e passà' a secunni nozzi; e si piglià' ad una ch'avía 'na figlia. Sta figlia era orva di un uocchiu: lu maritu era burgisi e si nni ij' a travagliari 'ntra un fiegu; la muglieri, chi era parrastra di li primi du' figli nun li putía vidiri, e pi fàrili perdiri, fici lu pani e lu mannà' a lu maritu 'ntra n'antru fiegu pi farli perdiri. Li picciliddi arrivannu 'ntra 'na serra accuminciaru a chiamari a sò patri, e non cci rispunnía nuddu; la picciuttedda fimmina era 'nfatata, e lu frati avía siti; truvà' 'na funtana e vulía vìviri; la suoru fimmina cci dissi: – «Nun vìviri nni ssa funtana, ca tuorni sceccu.» Pùa truvaru 'n'antra funtana e lu picciuottu vulía vìviri, e la picciutteda cci dissi: – «Nun vìviri dduocu, ca si vivi, addivienti vitieddu.» Lu picciuottu vonzi vìviri e divintà' vitieddu cu li corna d'oru. Pùa cumenzanu a caminari ed arrivaru a la spiaggia di lu mari ca cc'era 'na bella casina, e cc'era a sbiliggiatura lu figliu di lu Re; stu figliu di lu Re si chiama a sta picciotta; (la vitti accussì bella bella) e si la piglià' pi muglieri; pùa cci ddumannà' di lu vitidduzzu chi cosa era, e idda cci dissi: – «Cci haju l'affizioni ca l'haju addivatu ia.»
Ora pigliammu a sò patri ca pi la gran pena di li figli nisci' pi allianarisi e si nni ij' a finuocchi: tantu caminà' 'nsina ca arrivà' nni dda casina unni era la figlia chi s'avía maritatu cu lu Re: la figlia affaccia a la finestra e cci dissi: – «Amicu, acchianati susu.» Ma la figlia l'avía canusciutu, e cci dissi: – «Amicu, nun mi canusciti a mia?» – «No, nun vi fazzu ricanuscenza.» E cci dissi: – «Ia sugnu vostra figlia, chi criditi vu' essiri persa.» Dunca si cci jetta a li piedi e cci dissi: – «Pirdunatimi, caru patri, ia pri cumminazioni arrivavu nni sta casina, e cc'era lu fìgliu di lu Re, e mi ha spusatu.» Lu patri nn'appi tanta cunsulazioni ca truvà' la figlia accussì bona maritata. – «Ora, cci dissi, patri mia, sdivacati ssu saccu di finuocchi, ca vi l'ìnchiu di dinari.» E pùa lu prigà' di jiri a pigliari la muglieri e la figlia orva di un uocchiu. Lu patri turnà' a la casa cu lu saccu chinu di dinari, e la muglieri spavintata cci dumanna: – «Cu' ti detti sti dinari?» E cci rispusi: – «Oh muglieri mia! sa' ch'agghiavu a mà figlia, ed è muglieri di lu Re, ca si l'avía spusata e m'inchi' stu saccu di dinari?» Idda sparti d'aviri cunsulazioni si attristà' sintiennu ca la figliastra ancora era viva, ma pirò dissi a la maritu: – «Cci vuogliu vinìri, e mi puortu a la mà figlia,» (chidda chi era orva). Si parteru e si nni jeru, lu maritu, la muglieri e la figlia orva; arrivaru nni la figlia, tutta cuntenta la figlia cu la sò parrastra; ma chista vitti ca nun cc'era lu Re, ed era sula la figliastra; l'aggrambà' e là jittà' a mari di 'na finestra appinn nu, e pùa chi fa? piglia la figlia orva, la vesti cu la vesti di chidda, e cci dissi: – «Quannu veni lu Re e ti trova chi chianci tu cci dici: – «Lu vitidduzzu cu lu cuornu m'annurvà' ed haju un uocchiu;» e si nni turnaru a la sò casa. Vinni lu Re e la truvà' curcata chi chiancía, e cci dissi: – «Pirchì chianci?» – «Lu vitidduzzu cu 'na curnata mi annurvà' un uocchiu.» 'N subitu lu Re dissi: – «Va chiamati lu vuccieri, ca s'havi a scannari lu vitieddu!» Lu vitidduzzu quannu 'ntisi diri accussì, ca s'avía di scannari, affaccia a lu barcuni, e chiama la suoru di lu mari:

«Oh! suruzza anedda anedda,
Pri mia si scarfa l'acqua,
E s'ammolanu li cutedda

Rispunni la suoru di (da) lu mari:

«Oh! fratuzzu, 'un t'haju chi fari,
Sugnu 'mmucca di lu pisci-cani

Lu Re quannu 'ntisi diri a lu vutieddu sti paroli, va a 'ffaccia a la finestra, e quannu vitti la muglieri chi era nni lu mari, chiama du' marinara, e la fici pigliari, l'acchianaru susu, la fici risturari; e pùa piglià' l'orva e la fici ammazzari; la taglia a piezzi e la sala pi tunnina, e la manna a sò matri.
Quannu sò matri vitti stu rigalu, dissi a li vicini: – «Taliati chi mi mannà' mà figlia la Riggina?» E cumincià' a spennirla a li vicini, e cumincià' a manciarni. Idda avía un gattu e cumincia a maghijari e cci dicía:
«Dunamìnni tanticchia, ca ti lu dicu.» Rispunni a lu gattu e cci dissi: – «Gattazzu tintu, chi mi ha' a diri?» Rispusi lu gattu e cci dissi: – «Chissa è la carni di vostra figlia orva.» Si mitti a riminari lu varlìri e va a trova la testa cu un uocchiu e li mani, e tannu si pirsuadì' chi era la carni di sò figlia, e ij' nni li vicini, e cci dissi: – «Vummitativi tutti, ca chista è la carni di mà figlia orva.» Sò maritu pi vìdiri comu era stu fattu si nni va nni la figlia pi 'nfurmarsi di lu fattu; chidda cci cunta la ragiuni, vitti ca la figlia avía ragiuni, abbannuna la muglieri perfida e si ristà' cu la figlia.

Casteltermini, Raccontata dalla Gnura Vincenza Giuliano, tessitrice, e fatta raccogliere dal sig.Gaetano Di Giovanni.





Li Sette Tistuzzi
Pitré n.94 







 Cc'era 'na vota 'na vicchiaredda. Sta vicchiaredda avía 'na niputi, e cci facía fari tutti li cosi di casa; idda niscía, e java a vuscàrisi lu pani. 'Na jurnata purtò a la casa setti testi d'agneddu; li duna a la niputi e cci dici: — «Tanàsia, io nesciu; tu cocimi sti setti testi, ca quannu aggiru, nni li manciamu.» La picciotta pigghia ddi testi e li misi a còciri. Cc'era la gatta vicinu: e comu sintía lu ciàuru dicía:

«Meu meu!
Menza tu e menza eu!»

La picciotta pigghia 'na testa di chiddi; menza nni duna a la gatta, e menza si la mancia idda. Si vôta la gatta 'n'àutra vota:

«Meu meu!
Menza tu e menza eu!»

La picciotta nni pigghia 'n'àutra e la sparti, mità a la gatta, e mità idda. La gatta 'un si cuitau, e si misi a chiànciri arreri:

«Meu meu!
Menza tu e menza eu!»

'Nsumma a una a una, li setti testi calàru tutti nna lu stomacu di 'Tanàsia e di la gatta. Quannu li testi fineru, la picciotta si misi 'n cunfusioni e si misi a grattari la testa: — «E comu fazzu, quannu veni mè nanna?!» E 'un sapennu comu fari, grapi la porta, e scappa, lassannu la casa a gamm'all'aria.
Camina camina, capitò 'nta 'na campagna di chisti; talía 'n terra, e vidi attuppateddi; nni pigghia 'na pocu e si nni fa 'na bella cullana, e dui belli braccialetti; e si li 'nfila. La sira cci scurau 'nta 'na campagna; stanca e sdisulata si jittau sutta un arvulu e s'appinnicau. Cu' passanu? tri fati; e comu la vidinu, dici la cchiù granni: — «Chi mi pari piatusa sta giuvina! Io cci dugnu pi donu chi addivintassi cchiù bedda chi è.» — «E io, dici la mizzana, chi sti cosi chi havi a lu coddu e a li pusa cci putissiru addivintari perni domanti e petri priziusi.» — «E io, dici la cchiù nica, chi putissi pigghiari un Re!» E spireru. S'arruspigghia 'Tanàsia, e si vidi li braccialetta e la cullana tutti di cosi priziusi; dici: — «E cu' mi ha fattu stu beni? Lu Signuri cci l'arrenni!»
Lassamu a idda e pigghiamu a la nanna. La nanna comu s'arricugghíu e vitti la casa sbarrachïata, l'ossa di li testi, e la niputi fujuta, si sucau: — «Gesu! tutti si li manciau!» E si metti a firriàrisi casa casa dicennu: — «Tutti si li manciau.» Locca e 'mpatidduta niscíu di la casa; pinsava, pinsava, poi dicía: — «Tutti si li manciau!...» e 'un si putía dari paci.
'Na jurnata lu Riuzzu iju a caccia; e unni va a càpita? nna dda stissa campagna unni cc'era 'Tanàsia, bedda bedda quantu lu Suli e la Luna. Comu scontra sta bedda giuvina, dici: — «Oh! chi gran caccia! — E tu ccà chi fai?» La picciotta cci cuntau la cosa, e lu Riuzzu, càuda càuda si cci spigau, e si la purtò a palazzu. 'N tempu 'na simàna fôru fatti li capituli, e lu Riuzzu si maritò cu 'Tanàsia: e stavanu tutti dui contenti gudennusi lu capiddu di 'n testa.
Ora succedi ca la vecchia caminannu caminannu trasi 'nta la citati unni cc'era 'Tanàsia. Trasi e passa di lu Palazzu riali, unni cc'era affacciatu lu Riuzzu e 'Tanàsia. 'Tanàsia comu la vitti la ricanuscíu; dici:
— «Chista mè nanna è. — Subbitu, cammareri, scinniti nni sta vicchiaredda e dicìticci ca acchiana a Palazzu, ca cc'è alloggiu e manciari pi idda.» Lu cammareri va. — «Bona donna, dici la Riggina ca cc'è alloggiu e manciari pi vui; acchianati.» La vecchia, comu s' 'un l'avissi 'ntisu, java dìcennu sempri: — «Tutti si li manciau!» e si sucava. Lu cammareri torna nni la Riggina: — «Maistà, la vecchia nun senti; cci fici la 'mmasciata, e cci 'ntisi diri «Tutti si li manciau!» e havi 'na patacía ca fa scantari.» La Rigginedda chiama a n'àutru, e cci fa fari la stissa cosa; comu lu cammareri va nna la vecchia, la vecchia s'agghiuttía e dicia: «Tutti si li manciau!» Quannu la Rigginedda 'ntisi accussì, dissi 'nta idda: — «Gesu! ancora a li tistuzzi pensa! E si chista acchiana e mi sbrïogna, io unni m'hê jiri a 'nfilari?! Vecchia affamata! ca ddoppu un annu, ancora chianci dui schifíi di testi!» Si vôta poi cu li cammareri e cci dici:
— «Subbitu, ordini e cumannu mio, pigghiati a sta vecchia magàra, jittàtila d'un finistruni appinninu.» Li cammareri hannu pigghiatu dda vecchia, l'hannu 'mmurdutu; tiritùffiti! e la sdirrubbaru di lu finistruni. 'Tanàsia si guadíu cu lu Riuzzu.

E arristaru filici e cuntenti,
E nuàtri ccà senza nenti.

Ficarazzi, Raccontata da Giuseppa Foría.






Rosamarina
Pitré n.37








'Na vota cc'era un Re e 'na Riggina, ch' 'un avianu figghi. 'Na jurnata la Riggina scinni 'nta la sò fiuretta e vidi un pedi di rosamarina ch'avia tanti figghiulina. Dici: — «Talià'! idda ch'è rosamarina havi li figghiulina, e io ca sugnu Riggina, 'un haju nuddu figghiu!»
Ddoppu jorna nesci e nesci gràvita. 'Nta lu cuntu prestu s'arriva: a li novi misi parturisci e fa un pedi di rosamarina; e sta rosamarina l'abbivirava cu lu latti, e 'nta 'na grasta la minteva sempri supra la tavula.
Succedi ca cala un niputi sò, figghiu di lu Re di Spagna; vitti sta grasta cu stu pedi di rosamarina: — «Maistà, dici, chi è sta rosamarina?» La zia cci cunta lu trattatu: — «Haju parturutu; haju fattu stu pedi di rosamarina, e l'abbiviru cu lu latti quattru voti lu jornu.» Lu picciottu dissi 'nta iddu: «Io cci l'hê pigghiari sta rosamarina....» Pripara 'na bella grasta 'nta lu sò bastimentu, s'accatta 'na crapa pi lu latti, pigghia dda rosamarina e spirisci. Quattru voti lu jornu abbivirava sta rosamarina. Arrivannu a la sò cità, si fici chiantari 'nta la sò fiuretta stu pedi di rosamarina.
Stu Re di Spagna avia tri soru, e iddu s'allianava di sunari lu friscalettu. 'Na jurnata mentri sunava si vidi cumpàriri na dunzella. Iddu cci dici: — «D'unni viniti?» — «Io sugnu 'nta lu pedi di la rosamarina». Vulistivu vidiri a lu Re! 'un niscíu cchiù: finia l'affari di lu Regnu, e scinnía 'nta la fiuretta, sunava lu friscalettu, e idda niscía, e s'allianava a discurriri cu idda.
A lu Re 'nta lu megghiu cci veni 'ntimata 'na guerra, e cci dici a la dunzella: — «Senti, Rosamarina mia, quannu io tornu di la guerra, sonu tri voti lu friscalettu, e allura tu veni». Si chiama a lu giardineri e cci dici ca vulia abbiviratu stu pedi di rosamarina quattru voti lu jornu cu lu latti; ca si a l'aggirata la truvava mùscia, cci facia dicapitari la testa. Lassò lu friscalettu 'nta la sò cammara, addumannò licenzia a li so' soru, e partíu.
Li soru, curiusi, dici: — «Mè frati chi fa cu stu friscalettu?» Pigghia la granni e lu sona; pigghia la mizzana e lu sona; veni la nica e lu sona puru. A li tri voti cumparisci la dunzella. Li soru: — «Ah! pi chistu nun cci spirciava cchiù di nesciri a mè frati, e stava jittatu 'nta sta fiuretta!» L'hannu affirratu, e ddocu cci nni dettiru ca la ficiru stari cchiù modda ca dura. Chidda mischina si susi e si nni torna a la rosamarina, e spiríu.
Veni lu giardineri, e trova la rosamarina ammusciuta: — «Ah! mischina mia, e si veni lu Re chi nni fa di mia!» Addimannò licenzia a la mugghieri: — «Io mi nni vaju; abbivira tu la rosamarina ogni mumentu.» E si nni scappau.
Metti a caminari pi li campagni; cci scurò la prima siritina 'nt'ôn voscu. Vidi un arvulu; si nn'acchiana 'nta st'arvulu p' 'un essiri manciatu di quarchi armali firoci. A menzannotti veni un Mammu-drau e 'na Mamma-dràa, e si jettanu sutta dd'arvulu: e ddocu ciatatini ca facianu scantari. — «Chi cc'è di novu?» cci spija la Mamma-dràa a lu Mammu-drau. — «E chi cci havi ad essiri! Chi vô' sapiri?» — «Nenti hai di cuntàrimi?» — «Haju 'na cosa di cuntàriti: cc'è lu poviru giardinèri di lu Re c'un piriculu di vita.» — «E pirchì? — «Tu nun sai ca lu Re iju a pigghiari la Rosamarina nni sò ziu, e 'nta dda rosamarina cc'è 'ncantata 'na dunzella? Lu Re la iju a chiantari 'nta lu sò fiuretta, e l'abbivirava quattru voti lu jornu cu lu latti, e friscannu cu lu friscalettu, la dunzella niscía di la rosamarina. Tuttu chistu lu sai. Ora lu Re si nn'appi a jiri a la guerra; cci cunsignò a lu giardineri stu pedi di rosamarina, e partíu lassannu lu friscalettu 'nta la sò cammara. Vinniru li soru, sunaru; quannu la dunzella niscíu di la rosamarina, la lassaru cchiù morta ca viva a forza di vastunati. E la rosamarina addivintò muscia, e lu giardineri pi lu scantu di lu Re scappò.»
— «Ma nuddu rimèddiu cc'è pi sta cosa?» —— «Cci saría lu rimèddiu; ma nun ti lu vogghiu diri, pirchì li macchi hannu occhi, e li mura hannu oricchi.» — «E bonu! chi cc'è! Cu' nni senti ccà?» — «'Nca senti: Lu sangu di li me' vini e lu grassu di lu tò cozzu si vugghi 'nta 'na pignatedda. Ddoppu vugghiutu si unta tuttu lu pedi di la rosamarina. Accussì la dunzella nesci di la rosamarina, e si nni va nni lu giardineri.» — «Ah! dissi allura lu giardineri, Sorti, ajutami!» Comu lu Mammu-drau e la Mamma-dràa s'addurmisceru, scinni di l'arvulu, pigghia 'na varra, cafudda, e l'ammazza; cci pigghia lu sangu a iddu, lu grassu a idda, curri a la casa, li vugghi, e poi metti a untari tuttu lu pedi di rosamarina. Comu lu unta, nesci la dunzella, e la rosamarina siccau. Iddu, prontu, la pigghia 'mmrazza, e si la porta a la casa. La curca, e cu vrodu e midicamenti la misi a risturari. Quann'era tanticchia migghiulidda, veni lu Re di (da) la guerra. Veni lu Re e va a la fiuretta, sona lu friscalettu: avía vogghia di friscari! 'ncugna nna la rosamarina, e la trova sicca.
Poviru giardineri 'un cci vinía àlicu di diricci nenti a lu Re, pirchì Rosamarina era ancora malatedda. Lu Re furminava: — «O tu mi dici chi nn'è di Rosamarina, o io ti fazzu dicapitari la testa!» — «Maistà, cci dici lu giardineri, vinissi a la mè casa, ca cci fazzu vidiri 'na cosa buona.» — «E io chi cci hê vèniri a fari a la tò casa, gran birbanti? Io vogghiu a Rosamarina!» — «Ma Sò Maistà veni, e poi di mia nni fa zoccu nni voli.» Lu Re 'n vidennu accussì, scinníu. Comu trasi nni la casa di lu giardineri e vidi a idda curcata, cu li larmi all'occhi cci dici: — «E comu fu sta cosa?» Rispunni la dunzella: — «Li to' soru m'hannu firutu; poviru giardineri, vidennu ca io stava pirennu, mi untò un certu 'nguentu, e io arrivinni» Cunsiddirati lu Re quali òddiu cci misi a li so' soru! Cunsiddirati qual'amuri cci pigghiò a stu giardineri, iddu ca cci avia datu la vita a la Rosamarina!
Quannu idda si ristabiliu, lu Re cci dissi ca iddu la vulia pi mugghieri. Scrivi a sò ziu, a lu Re, e cci dici ca già lu pedi di rosamarina avia addivintatu 'na giuvina bedda a vidìri e bedda a guardari; si iddu vulía vèniri cu la Riggina a lu matrimoniu, ca già s'avia fattu l'appuntamentu, e iddu si l'avia a 'nguaggiari. Partíu lu 'mmasciaturi; comu lu Re appi sta 'mmasciata, cunsiddirati la cuntintizza pinsannu ch'avia asciatu 'na figghia.
Si misiru 'n viaggia lu Re e la Riggina; arrivannu a lu postu: bbuhm! bbuhm! — «Cu' veni?» — «Veni lu Rignanti». Comu lu Re e la Riggina vittiru la figghia, si l'abbrazzaru e si la vasaru. La figghia fici l'arricanuscenza di lu patri e la matri; e si fici lu matrimoniu, e cci fu un gran fistinu pi tutta la Spagna.

Iddi arristaru filici e cuntenti, 
Nuàtri ccà nni munnamu li denti

Raccontata da una donna a casa del professor Carmelo Pardi, Palermo.





Sfortuna
Pitré n.86







'Na vota si riccunta ca cc'era un Re e 'na Riggina; stu Re e sta Riggina avìanu setti figghi fimmini, e la cchiù nica si chiamava Sfurtuna. Cci veni 'na gran guerra a lu patri; perdi, e lu levanu di lu tronu, e lu pigghianu priciunèri. Essennu stu Re priciunèri, la casa vinni a dipèrdiri. La Riggina appi a lassari lu palazzu e s'appi a 'dduari 'na casa di sparagnu. Li cosi cci jàvanu sempri a coddu sutta, e s'arridducíu 'nta un statu ca pi miraculu avìanu di manciari. 'Na jurnata passa un putiàru: la Riggina lu chiama p'accattari dui ficu; 'nta mentri accatta sti ficu, passa 'na vecchia e cci addimanna la carità. — «Ah! matri granni, cci dici la Riggina, s'io putissi, àutru chi la caritati vi farría; ma io nun pozzu, ca sugnu puviredda.» — «E com'è ca siti puviredda?», cci dumanna la vecchia. — «Ah! matri granni! 'un sapiti ca io sugnu la Riggina di Spagna, e pi 'na guerra chi cci ficiru a mè maritu, cadivi 'n vàscia fortuna!» — «Mischinedda! raggiuni aviti. Ma lu sapiti l'accaciùni ca tutti cosi vi vannu a coddu sutta? 'Nta la casa aviti 'na figghia ca è veru sfurtunata; e 'un vi putiti vìdiri lustru mentri l'aviti 'nta la casa.» — «Ora, a mè figghia nn'hê mannari?!» — «Sissignura.» — «E cu' è sta sfurtunata di li me' figghi?» — «Chidda ca dormi cu li manu 'n cruci. Stanotti jiti passannu cu la cannila davanti li vostri figghi: a cui cci truvati li manu 'n cruci, chista nn'aviti a mannàri. Mannannu a chista, vui vincìti li regni ch'aviti pirdutu.» A menzannotti la Riggina pigghia lu lumi e passa tutti li figghi; e nudda l'avía li manu 'n cruci. L'urtima trova Sfurtuna cu li manu 'n cruci. — «Ah! figghia mia!? A tia nn'hê mannari!?» E 'nta mentri dici accussì, s'arruspìgghia Sfurtuna e vidi a sò matri cull'occhi chianciulini — «Ch' aviti, mamà?» — «Nenti, figghia mia. Vinni 'na vecchia, accussì e accussì, e mi dissi ca tannu mi pozzu vìdiri lustru quannu nni mannu di la mè casa a dda figghia sfurtunata chi dormi cu li manu 'n cruci...; e sta sfurtunata si' tu!..» — «E chianciti pi chistu? cci dissi Sfurtuna: ora mi vestu e mi nni vaju.» S' ha vistutu, s'ha fattu 'na truscitedda e si nn'ha jutu. Camina, camina, s'arridduci a 'na banna sularìna, ca cc'era 'na sula casa tirrana. 'Nta sta casa tirrana senti tessiri, e talía. Una di chiddi chi tissìanu cci dici: — «Vôi tràsiri ccà?» — «Sissignura,» cci dici Sfurtuna. — «E nni vôi sèrviri?» — «Sissignura.» E s'ha misu a scupari e a travagghiari. A la sira li fimmini cci dicinu: — «Senti, Sfurtuna: nuàtri la sira niscemu: e ti 'nchiujemu di fora, tu poi ti 'nchiuj di dintra; e comu nuàtri turnamu, tu nni grapi; ma duna a cura 'unn'arrobbanu la sita, lu galluni e zoccu avemu fattu.» E si nni vannu.
Arrivannu a la menzannotti, Sfurtuna senti scrùsciu di fòrficia, e vidi ca 'na fimmina cu 'na fòrficia cci tagghiava tutta la robba d'oru di lu tilàru; e chista era la sò mala Sfurtuna. A lu 'nnumani vennu li patruni; gràpinu di fora, idda grapi di dintra: tràsinu e comu tràsinu vidinu dda minnitta 'n terra. — «Ah! sbriugnata! e chista è la ricumpensa pi chiddu chi t'avemu fattu!... Fora!» E cu un càuciu nni l'hannu mannatu fora.
Sta mala vinturusa accuminzò a caminari pi li campagni. Prima di tràsiri 'nta un paisi, si ferma davanti 'na putía unni si vinnía pani, ligumi, vinu e tant'àutri cosi. Addimanna la carità; e la patruna di la putía cci ha datu un bellu pezzu di pani, tumazzu e un bicchieri di vinu. La sira, cci parsi piatusa, e la fici arristari dintra la putía 'mmenzu 'na pocu di sacchi. S'arricogghi lu maritu; mancianu; e si curcanu. La notti sèntinu un casa di diavulu: li stipi tutti stuppati e lu vinu casa casa. Lu maritu vidennu stu pricipiziu, si susi e vidi sta picciotta curcata chi si lamintava. — «Ah! sbriugnata! chistu tu avisti a essiri!» Pigghia 'na stanga e cci ha ruttu la testa e nni la mannau.
La puviredda, chiancennu, si nni iju senza sapiri unni jiri e unni sbattiri. A jornu vidi 'nta 'na campagna 'na fimmina chi lavava. — «Chi hai ca talii?» cci dici sta fimmina. — «Sugnu spersa.» — «E sai lavari?» — «Sissignura.» — «Dunca resta ccà a lavàri cu mia; io levu di sapuni, e tu arricenti.» Mischina, chidda accuminzò a sciacquari li robbi e poi si misi a stènniri. Comu si jàvanu asciucannu, li java cugghiennu. Poi si misi a puntiari, poi l'amitau, e a la finuta poi li 'mpianciau.
Jamu ca sti robbi eranu di lu Riuzzu. Comu lu Riuzzu li vitti, cci pàrsiru 'na cosa bella assai. — «Gnà Francisca, dici, vui quannu mai m'aviti fattu sti robbi! Pi sta cosa, io vi vogghiu fari un cumprimentu.» E cci ha datu deci unzi. La Gnà Francisca cu sti deci unzi vistíu bedda pulita a Sfurtuna: e poi accattò un saccu di farina, e fici lu pani; 'mmenzu stu pani fici dui beddi cucciddata 'nciminati ca dicianu: — «Manciami, manciami.» Lu 'nnumani si vôta cu Sfurtuna e cci dici: — «Cu sti dui cucciddati vattìnni a ripi di mari; chiama a la mè Sorti: «Ah! Sorti di la Gnà Francisca!» pi tri voti. A li tri voti idda affàccia; cci duni un cucciddatu e mi la saluti. Poi ti fa' 'nsignari unni stà la sò Sorti, e idda ti la 'nsigna.
Sfurtuna, ticch ticch; si nni va a ripa di mari. — «Ah Sorti di la Gnà Francisca! Ah Sorti di la Gnà Francisca!! Ah Sorti di la Gnà Francisca!!!» Veni la Sorti di la Gnà Francisca, e Sfurtuna cci fa la 'mmasciata e cci duna lu cucciddatu. Poi cci dici: — «Sorti di la Gnà Francisca, vassía mi la voli fari la carità di 'nsignàrimi unni stà la mè Sorti?» — «Senti ch'ha' a fari; pigghia pi sta trazzèra: camina un pezzu; poi trovi un furnu; vicinu lu scupazzu cc'è 'na vecchia smagarata; pigghiala cu lu bonu: dùnacci lu cucciddatu: chissa è la tò Sorti. Vidi ca idda ti fa mali sgarbi, e nun lu voli; tu cci lu lassi e ti nni vai.»
Sfurtuna va, e va nna lu furnu, trova sta vecchia, e macàri si sfrinziau a vidilla quant'era lorda, fitusa, micciusa e smagarata. Cci apprisenta lu pani, e cci dici: — «Surticedda mia, pigghiatillu.» — «Vattìnni, vattìnni! ca 'un vogghiu pani»: cci dici la vecchia, e si vôta la facci. Sfurtuna cci posa lu cucciddatu, e si nni va; e si nni va nna la Gnà Francisca.
Lu 'nnumani era capu di simana, si mìsinu a lavari li robbi: la Gnà Francisca assammarava e 'nsapunava: idda stricava e arricintava. Comu fôru asciutti, Sfurtuna li puntiau e li 'mpianciau. La Gnà Francisca li metti 'nta un cannistru e li porta a Palazzu. Lu Riuzzu comu li vidi cci dici: — «Gnà Francisca, megghiu mi la vuliti cuntari; chisti su' robbi ca 'un mi l'aviti fattu mai accussì.» E cci duna un cumprimentu di deci unzi.
La Gnà Francisca accatta l'àutra farina e fa 'n'àutri du' cucciddati pi la Sorti, e manna Sfurtuna cu lu dittatu di dariccillu, e poi pigghiarisilla cu lu bonu, lavalla, pittinalla, macàri pi forza. Ma era ura di fari li robbi: e quannu fôru lesti, la Gnà Francisca cci li purtò a lu Riuzzu. Lu Riuzzu s'avía a maritari, e comu s'avía a maritari cci piacía ca li robbi cci vinianu accussì belli; e cci detti vint'unzi di cumprimentu a la Gnà Francisca. La Gnà Francisca accatta la farina pi l'aùtru pani, e 'na bella vesta, cu lu sò guardaspaddi, la sò faredda, li so' fazzuletta fini, la pumata, un pettini e àutri strùcciuli pi la Sorti di Sfurtuna. Ficiru un cucciddatu; Sfurtuna si lu pigghiau e iju a lu furnu. — «Ah Surticedda mia, te' ccà stu cucciddatu.» L'afferra e la metti a stricari cu sponsa e sapuni, e la pittinau bedda pulita. — «Senti, Sfurtuna, cci dici la vecchia: pi stu beni chi m'ha' fattu ti dugnu stu marzapaneddu pi li toi bisogni.» Era un marzapani comu chisti di li cirina.
Sfortuna vulau a la casa di la Gnà Francisca, grapíu stu marzapani, e truvau un parmu di galluni. — «Uh! dici, mi paría chi era!» e l'ha jittatu a lu funnu di lu cantaranu.
La simàna appressu lavàru l'àutri robbi; e la Gnà Francisca va a Palazzu. Lu Riuzzu era abbuttatu ca 'nta l'àbbitu di lu 'nguàggiu di la zita cci ammancava quantu un parmu di galluni; e 'nta lu sò Regnu 'un si trovava l'aguali. Trasi la Gnura Francisca: — «Chi havi, Riuzzu? (cà la Gnà Francisca cci avia cunfidenza cu lu Riuzzu). — «E chi vogghiu aviri! haju ca m'haju a maritari, e 'nta l'àbbitu di 'nguàggiu di la mè zita cci manca quantu un parmu di galluni ca 'un si nni trova nuddu.» — «E Sò Maistà chi si cunfunni? Ora vegnu io.» E chi fa? va a la casa, e pigghia ddu pezzu di galluni jittatu a lu funnu di lu cantaranu e cci lu porta. L'appattanu, ed era lu stissu. Dici lu Riuzzu: — «Pi sta confusioni chi tu m'ha' livatu, io ti vogghiu pagari a pisu d'oru stu galluni.» Ha pigghiatu 'na valanza, 'nta un latu metti lu galluni e 'nta l'àutru l'oru. Jamu ca lu galluni non pisava mai. Pigghia 'na statía; la stissa cosa. — «Gnà Francisca, bona mi la vuliti cuntari. 'Un pò essiri mai ca stu pizzuddu di galluni pisa tantu. Di cu' è?»
La Gnà Francisca, stritta e mala parata, cci cunta tuttu lu passaggiu. Lu Riuzzu vosi vìdiri a Sfurtuna, e la Gnà Francisca la fici vèstiri bedda pulita, ca li rubbiceddi cci l'avia jutu assummannu, e cci la purtau. Comu Sfurtuna trasíu 'nta li càmmari riali, (cci mancava 'ducazioni, ca era figghia di Rignanti?) fici 'na bella rivirenza. Lu Riuzzu la saluta e la fa assittari. Poi cci spija: — «E tu cu' si'?» — «Io sugnu Sfurtuna, la figghia nica di lu Re di Spagna, chiddu ca fu scacciatu di lu tronu e fu pigghiatu priciunèri. La mè mala vintura m'ha fattu jiri spersa pi lu munnu, suffrennu mali disprezzi e vastunati.» E cci cunta una di tuttu. Lu Riuzzu fa chiamari subbitu a chiddi ch'avianu tissutu li galluna e poi la mala Sorti cci l'avía tagghiatu cu la fòrficia, e cci spija quantu cci avíanu custatu ddi galluna. Iddi cci dicinu, mittemu, ducent'unzi. Lu Riuzzu pigghia e cci duna ducent'unzi; e poi cci dici: — «Chista povira giuvina chi vui vastuniàstivu è figghia di Rignanti; pinsati ca sti cosi, di dari vastunati, nun si fannu. Avanti!»
Fa chiamari a chiddu chi cci avìanu spinucciatu li stipi, e cci spija di lu dannu ch'avía avutu. — «Triccent'unzi...» E Lu Riuzzu cci paga triccent'unzi, e cci dici: «'N'àutra vota, sta cosa di dari vastunati a 'na figghia di Rignanti, nun si fa. Avanti!» — Poi ha lassatu la zita antica, ca 'un facía pi iddu, e s'ha maritatu cu Sfurtuna: e pi dama di Curti cci detti la Gnà Francisca.
Lassamu a lu Riuzzu beddu cuntenti, e pigghiamu a la matri di Sfurtuna. Ddoppu la partenza di sta figghia, la rota cci vutò 'n favùri sina ca 'na vota cci veni lu frati e li niputi cu 'na forti armata e cci hannu vinciutu lu Regnu. La Riggina cu li so' figghi si jeru a 'mpalazzari 'nta lu palazzu anticu e ddà stavanu cu tutti li beddi cummiditati; ma sempri cu la pena di Sfurtuna, ca 'un ni sapìanu cchiù nè nova nè vecchia. Cerca di ccà, duna lingua di ddà, all'urtimata l'unu di l'àutru sappiru unn'eranu. E comu? ca lu Riuzzu comu sappi ca la matri di Sfurtuna avía vinciutu li Regni, cci mannau 'mmasciaturi, e cci fici sapiri tuttu. Cunsiddirati la cuntintizza di sta matri. Cci iju cu Cavaleri e Dami di Curti. Comu vidi a sò figghia, si cci accìccia a lu coddu e nun la lassa cchiui. Poi vìnniru li figghi, e cunsiddirati puru la sò cuntintizza; e ficiru 'na gran festa pi tuttu lu Regnu, e arristaru filici e cuntenti.

Palermo, raccontata da Agatuzza Messia.





La Vecchia di l'Ortu
Pitré n.20






'Na vota cc'era un uortu di càvuli. L'annati sempri cci su' scarsuliddi; si partieru du' fimmineddi: — «Cummari, jàmunni a cogliri quarchi cavuliddu.» Rispunni l'àutra: — «E chi sapemu cu' cc'è.» — «Eh bonu! ora va' affacciu io e vidu cu' cc'è pi guardianu.» Affaccia; dici: — «Nuddu cc'è. Jamuninni!»
Si partièru, e jeru nni st'uortu: cuglièru du' belli fasci di càvuli, e si nni jeru. Li câluzzi si li mangiaru billissimamenti. Lu 'nnumani matinu, cci jeru arreri; ma l'àutra cummari avia lu scantu ca cc'era lu jardinaru; 'un vittiru a nuddu, e cci jeru. Cuglièru n'atri du' fasci di càvuli, si li mangiaru, e finiu.
Lassamu stari a chisti chi si mangiaru li cavuluzzi, e pigliamu a la vecchia, ch'era la patruna di l'uortu. Comu affaccià 'nni l'uortu: — «Gèh! tutti si li mangiàru li câluzzi! Ora cci pensu io... Ora pigliu un cuani, l'attaccu davanti la porta, e comu iddi viennu, lu cuani sapi iddu nsocchi havi a fari.»
Lassamu a la vecchia chi attaccà' lu cuani pi guardianu, e pigliamu a li cummari. Si vôta una di li cummari:
«Jamu a pigliari li càvuli?» — «No cummari, ca cc'è lu cuani.» — «È nenti: pigliamu duranedda di pani duru, cci lu damu a lu cuani, e accussì facièmu chiddu chi vulièmu.» Accattaru lu pani; avanzi chi lu cuani abbaja, iddi cci jittaru lu pani; la cuani si zittì', cuglièru li càvuli, e si nni jeru. Affaccia la vecchia e vidi sta ruina. — «Ah! 'nqua tu cci li facisti cògliri li cavuli! tu nun si' bonu di guardari; levati di ccà.» E cci ha misu pi guardianu un gattu; e la vecchia ammucciata intra; ca comu lu gattu facía miu! miu! idda avia a jiri a 'ggargiari a li latri.
Lu 'nnumani, dici la cummari: — «Cummà', jamu a pigliari li càvuli?» — «No, cummari, ca si cc'è lu guardianu, guai è pi nù'.» — «Nenti, jàmucci.» Comu vittiru lu gattu, pigliaru durana di purmuni, e prima ca lu gattu fici mì'!, cci lu jittaru, e lu gattu 'un dissi nenti. Iddi si cuglièru li càvuli, e si nni jeru; comu lu gattu finiu di manciari lu purmuni, fici miu! miu! La vecchia affaccià'; ma nun vitti a nuddu. La vecchia piglia lu gattu e cci scaccia la testa. Dici:
«Ora cci mettu lu guaddu; 'n cantannu chi fa, io affacciu, e accussì l'ammazzu a sti latri.»
Dici lu 'nnumani la cummari 'mprisusa: — «Jàmucci a cògliri li càvuli.» — Gnanò, cummari, ca cc'e lu guaddu.» Piglia la cummari e dici: «È nenti, pigliamu lu scagliu, e cci lu jittamu, e lu guaddu nun canta.» E accussì ficiru. Mentri lu guaddu si manciava lu scagliu, iddi cuglièru li cavuli e si nni jeru. Comu la guaddu spiddì' di manciàrisi lu scagliu, cantò: Cucurucù! Affaccia la vecchia, e vidi li càvuli cugliuti; piglia lu guaddu e cci tira lu cuoddu, e si lu mangià'.
Poi chiamà' un viddanu e cci dici: — «Scavàti un fuossu, quantu sugnu longa io!» Si metti longa longa intra ddu fuossu, e si misi cu l'aricchia di fora. Lu 'nnumani matina, cci vannu li cummari, e 'ntra l'uortu 'un vittinu mancu a un'arma. La vecchia s'avia fattu fari lu fossu unni lu violu ch'avianu a passari li cummari. Passàru, e 'un si nn'addunaru; jeru a cògliri li cavuli e si nni jeru. A lu turnari, chidda gràvita guarda 'n terra, e vidi 'na fùncia, ca era l'aricchia di la vecchia: — «Oh cummari, chi bella fùncia!» si cala e tira, tira, tira; cu 'na furzata trâru la vecchia. — «Ah! dici la vecchia, vuàtri siti chi m'aviti cugliutu li càvuli? Aspittati chi vi fazzu vidiri io.» E afferra a la gràvita. Chidda fu fatta di piedi e si nni fuiju. Comu la vecchia aggranfà' a la gràvita: — «Ora t'hê manciari viva viva!» — «Bonu: io vi prumettu ca comu io figliu, a li sidici anni chi havi mè figliu, vi lu mannu; e vi l'attennu sta prumissa.» — «'Nqua buonu, dissi la vecchia; cògliti li càvuli chi vôi, e ti nni vai, ma pensa la prumissa chi m'ha' fattu.» Mischina, cchiù morta chi viva, si nni va a la casa: — «Ah! cummari, vu' vi nni fujistivu, e io arristai 'nta li guai, e cci prummisi a la vecchia chi nsocchi mi nasci, a li sidici anni, cci l'haju a dari a la vecchia.» — «'Nqua chi vi vuogliu fari!...» Ddoppu du' misi, lu Signuri a la gràvita cci fici la grazia di na fimminedda: — «Ah! figlia mia, ci diceva idda a sta fimminedda, io t'addievu, ti dugnu minnuzza, e àutru t'havi a manciari!...» e ciancía la povira matri. 'Nqua arrivannu sta picciuttedda a sidici anni, idda niscía, cci java a'ccattari l'uogliu a la matri. La vecchia 'na vota la scuntrà; dici: — «A tia picciuttedda, di cu' si' figlia?» — «Di la gnà Sabbedda,» (pr' esempiu) (m'ammuntùu io stissa, pirchì i' nun cc'era ddà). — «Cci ha' a diri a tò matri: la prumissa. Tu ora t'ha' fattu bedda grannuzza (ci dicia); si' saprîta, (e l'anguliava a la carusa). Te' ccà, pìgliati sti ficu, e portali a tò matri.
La picciridda iju nni sò matri e cci cuntà' la cosa: — «Mi dissi la vecchia: la prumissa?» — «Chi cci prummisi?» dici la matri; e si misi a ciànciri. — «Pirchì cianci Vassìa, matri?» E sò matri 'un cci dicía nenti. Ddoppu un pizzuddu di stu chiantu, cci dissi a la figlia: — «Si ti scontra la vecchia, cci dici ca ancòra è picciridda....» Lu 'nnumani assira la picciridda iju pi l'uogliu arrieri, e scuntrà' la vecchia e fici la stissa cosa arrièri. 'Nqua sò matri dici: — «O ora, o di ccà a n'âtri du' anni, di sta figlia mi nn'haju a dispisari....» si vôta cu la figlia: — «Si scontri la vecchia, cci dici: Cummari, unni la vidi si la piglia la prumissa.»
'Nqua' spunta la vecchia: — «Chi ti dissi tò matri?» — «Unni la vidi si la piglia.» — «'Nqua veni ccà cu la nanna, ca ti duna tanti cosi;» e si piglia la picciotta. Comu arrivà' intra, la firmà' 'nta 'na casuzza, e cci dissi: — «Mànciati 'nsocchi cc'è.» Passatu longu tiempu, dici la vecchia: — «Vogliu vidri s'idda è grassa.» Cci avia un pirtusiddu 'nti la porta: — «Talè, Pidda, (pr' esempiu), projimi lu jiteddu.» La picciridda scartra, passa un surci, cci taglia la cuda, e cci la proj a la vecchia. — «Vih! chi si' magra, figlia; mangia a la nanna, mangia, ca si' magra.» 'Nqua passannu n'âtra pocu di tiempu: — «Nesci, figlia mia, quantu ti víju.»
La picciuttiedda nisciu di ddà intra: — «Ah! chi si' biedda grassa; oj âmu a fari lu pani.» — «Sissignura, nanna, ca io tutti cosi sàcciu fari.» Comu finièru lu pani, la vecchia cci fici famiari lu furnu: — «Famía a la nanna.» La picciridda si misi a famiari stu furnu; lu scupau, e tuttu. — «Va! a la nanna, cci dici la vecchia, 'nfurnamu.» — «E io, nanna, chi sacciu 'nfurnari! tutti cosi sacciu fari, ma 'nfurnari no.» — «'Nqua 'nfurnu io; tu projimi lu pani.» La carusa piglià' lu pani, e cci lu prujia; la vecchia dici: — «Piglia 'na valàta ca chiujemu lu furnu.» La carusa dici: — «Io nanna, chi cci la fazzu a jisari sta valàta?» — «'Nqua la jisu io!» dici la vecchia. Comu la vecchia si cala, la carusa la piglia pi 'n'anca, e la jetta 'nti lu furnu, piglia la valàta e l'attuppa.
«E ora com'haju a fari qua? Ora spiju unni jè mà matri.» 'Na vicinedda la vidi: — «'Nqua tu viva si'?» — «'Nqua morta haju ad essiri? Sapiti chi vi dicu: Circatimi a mà matri, quantu la viju.» Ha pigliatu la fimmina, e ha chiamatu la matri. La matri va nni la casa di la vecchia, e la figlia cci cuntà' tuttu; e àppinu la gran cuntintizza, cà arristaru patruni di tutti cosi.

Iddi arristaru filici e cuntenti
E nuàtri semu senza nenti.

Raccontata dalla Sanfratello, Vallelunga.






La Mammadràa

Pitré n. 63






'Na vota cc'era 'na matri e avia 'na figghia fimmina; e si chiamava Rusidda. 'Na jurnata cci dissi: — «Rusidda, Rusidda, pìgghiati lu munnidduzzu e va jetta la munnizza.» La picciridda pigghiau lu munnidduzzu, e iju a jittari la munnizza. Cc'era un puzzàngaru, e sta munnizza la iju a jittari 'nta stu puzzàngaru. A lu jittari la munnizza, cci cadiu lu munnidduzzu. A sta picciridda cci avianu dittu ca dintra lu puzzàngaru cc'era la Mammadràa: si vôta e dici: — «Mammadràa, dunami lu munnidduzzu.» La Mammadràa, cci arrispunníu: — «Cala, cala, e pigghiatillu.» — «No, ca tu mi manci;» ci dici la picciridda. — «No, ca nun ti manciu; pi l'armicedda di mè figghiu Cola, ca nun ti manciu.» — «'Nca comu hê scinniri?» — «Metti un pedi ccà, un pedi ddà, e scinni.» La picciridda pi lu scantu ca sò matri la vastuniava si nun cci purtava lu munnidduzzu, scinníu. Comu la Mammadràa la vitti ddà jusu, si l'abbrazzau tutta: — «Oh chi si' bedda, Rusidda mia, chi si' bedda! Scupami sta casa.» La picciridda si misi a scupari. — «Chi trovi 'nta sta casa?» — «Munnizzedda, tirricedda, comu l'àutri cristianeddi.» «Cercami sta testa. Chi cc'è 'nta sta testa?» La picciridda la misi a circari, e dici: — «Piducchieddi, linnineddi, comu l'àutri cristianeddi.» — «Cercami stu lettu. — Ora chi cc'è 'nta sta lettu?» — «Cimiceddi, purciteddi, comu l'àutri cristianeddi.» — «Chi si' bedda, Rusidda! 'Nta ssa frunti ti putissi nasciri 'na stidda, ca di lu sblennuri, tutti s'hannu a calari l'occhi pi taliàriti. Ch'è bedda sta testa! 'Nta sta testa ti putissiru nasciri capiddi comu fila d'oru; e quannu ti pettini, d'un latu ti putissiru càdiri perni e diamanti, e di l'àutru latu frumentu e òriu!» Poi si la purtau 'nta 'na cammara e cc'eranu robbi vecchi e robbi novi. Accumenza di li quasetti, un paru belli e un paru tinti: — «Quali vôi di chisti?» Rusidda cci dissi ca vulia li cchiù tinti. — «E io ti vogghiu dari li megghiu,» cci dissi la Mammadràa. Poi la cammisa, e idda si pigghiau la cchiù vicchiaredda. Poi la vesta, idda vulia la cchiù vecchia, e la Mammadràa cci detti la cchiù nova. Poi l'àutri cosi, sina ca la vistiu tutta di novu e cu bell'àbbiti ca paría 'na pupidda di Girmania. All'urtimu cci detti 'na summicedda di dinari, e si nn'acchianau. Comu sò matri, la vitti: — «Oh chi biddizzi! e comu addivintasti accussì?» E Rusidda cci cuntau tuttu chiddu chi cci avia succidutu. Sapiti com'è 'nta lu vicinanzu! 'Na cummari sua accuminzau a spijàricci tutti cosi, e la matri di Rusidda cci cuntau lu 'nchinu di la 'mpanata. Sta cummari avia 'nafigghia ladia quantu li botti di lu cuteddu, e cci dissi: — «Talè, a la matri, lu vidi a Rusidda quanti cosi cci detti la Mammadràa? Va jetta puru la munnizza, poi jetti lu munnidduzzu dintra lu puzzàngaru e poi cerchi di faritillu dari di la Mammadràa.» Chidda accussì fici; pigghiau lu munnidduzzu e tunnu di palla lu jittau cu tutta la munnizza. — «Mammadràa, Mammadràa, dammi lu munnidduzzu!» — «Cala, cala, e pigghiatillu.» Idda senza farisi priari tantu, misi a scinniri 'nta lu puzzàngaru. La Mammadràa la fici scupari e poi cci dissi: — «Chi cc'è 'nta sta casa?» Dici: — «Munnizzazza, tirrazza comu l'àutri cristianazzi.» — «Cercami sta testa; chi cc'è 'nta sta testa?» — «Piducchiazzi, linninazzi comu l'àutri cristianazzi.» — «Cònzami stu lettu; dimmi: chi cc'è 'nta stu lettu?» — «Cimiciazzi, purciazzi, comu l'àutri cristianazzi.» — «Chi si' brutta! cci dici la Mammadràa; chi 'nta sta frunti ti pozza nasciri un cornu fitenti; di sti capiddi ti pozza cadiri d'unu latu fumeri, e di n'àutru latu stercu fitenti!» S'arricriau sta picciridda!
Poi si la trasíu 'nta 'na càmmara unni cc'eranu robbi vecchi e robbi novi; cci metti davanti li quasetti, e cci dici: — «Quali vôi di chisti dui?» — «Quali vogghiu? li boni!» — «E io ti vogghiu dari li tinti!» Poi cci metti pi davanti la cammisa: la stissa cosa; poi la vesta, puru lu stissu, sina ca la vistíu di 'na criatazza di casa. A la finuta, dùnacci un timpuluni: — «Vattinni!» e si nn'acchianau. Sò matri comu la vitti spuntari: — «Figghioli, figghioli! e sta cosa comu avvinni!» — «La Mammadràa fu.» Accuminzaru li sciarri 'nta li dui cummari, ma la matri di Rusidda arristau ricca, e chidda, làdia e pizzenti. E accussì lu Signuri castía la 'mmiriazza.

Palermo, Rosa Brusca.





La Palumma
Pitré n.101 






Cc'era 'na vota un Re e 'na Riggina. Stu Re e sta Riggina aveva unica figghia; e siccomu sta picciotta avía 'na bedda trizza di capiddi, nun vulía 'nningari a nuddu pilucchieri.
'Na jurnata, mentri si pittinava, trasi 'na palumma, afferrasi la pittinissa e scappa. — «Olà! olà! la palumma si pigghiò la pittinissa!» grida la Rigginedda; ma nun cci potti fari nenti, pirchì la palumma spiríu. Lu 'nnumani, a li vinquattr'uri, torna la palumma; afferrasi lu 'ntrizzaturi, e scappa. — «Olà, olà! la palamma m'arrubbò lu 'ntrizzaturi!» A li tri jorna, avía appena finutu di pittinarisi, mentri si stricava li manu e avía la tuvagghia jittata darreri li spaddi, scinni la palumma, cci afferra la tuvagghia e scappa. Sta picciotta, currivata, pigghia 'na scaletta di sita, si cala, e va appressu sta palumma. La palumma, attrivita, nun fuija; ma comu la vidía vicinu, pigghiava lu volu, e si java a pusari ora ccà ora ddà. Figuràmunni lu currivu di la picciotta! La palumma si 'mmuscau 'nta un voscu; chidda, dappressu; la palumma si 'nfilò 'nta 'na casina sulitaria di campagna; e chidda, dappressu. Comu la Rigginedda trasi, vidi un beddu giuvini e cci dici: — «Aviti vistu tràsiri 'na bedda palumma cu 'na tuvagghia 'mmucca?» — «Sì, cci arrispunni lu giuvini; e la palumma sugnu io.» — «Vui?!» — «Sì.» — «E comu?» — «Li fati mi 'nfataru, e tannu pozzu nèsciri di ccà, quannu tu stai un annu, un misi e un jornu a lu Suli e a lu sirenu, siduta a 'na finestra di sta casina: l'occhi sempri a la muntagna di ccà 'n facci, supra di mia, e io tornu a 'ddivintari 'na palumma. 'Un fazza ca si mi vidi 'mmanu a li fati vistutu comu omu, fai strilli! masinnò peju è lu tò.» La Rigginedda s'assetta a la finestra, la palumma pigghiò lu volu, e si iju a pusari supra la muntagna. Passa lu primu jornu, lu secunnu, lu terzu, passanu li simani, sta picciotta ch'era di lignu! addivintò nìura comu la pici. Passannu l'annu, lu misi e lu jornu, la palumma addivintò omu, scinni di la muntagna e va a la casina. Comu vidi accussì nìura a la Rigginedda: — «Ppuh! chi si' làdia! (e cci sputa 'n facci). 'Un ti nn'affrunti di fàriti accussì smostra p'un omu?» e nni la manna.
Povira picciotta, si 'ntisi mòriri; subbitu si nni va 'nta 'na campagna e si menti a chianciri a chiantu ruttu. 'Nta mentri chianci, passanu tri fati. — «Chi hai?» — «E chi haju ad aviri! accussì e accussì.» E cci cunta la sò mala vintura. — «Nun ti dubbitari, cci dicinu iddi: ca sempri accussì nun pôi arristari.» La soru granni di sti fati cci passa la manu 'nta la facci e la picciotta addivintò bedda, cchiù bedda di lu Suli; l'àutri cci déttiru, una 'na cosa e l'àutra 'n'àutra; e si la purtàru cu iddi. Camina camina, unni si jeru a 'rridduciri? a la citati unn'era Re ddu giuvini. Comu jùncinu, si fannu fari 'nta un vìdiri e svìdiri un palazzu megghiu centu voti di chiddu di lu Re: iddi fincennu di servi, e idda patruna chi cumannava di 'na vera 'Mperatrici. Ddoppu du' jorna lu Re si trova a 'ffacciari:, vidi sta maravigghia di stu gran palazzu, e cci parsi ca si sunnava. Poi vitti a sta picciotta assittata davanti un finistruni. Chistu comu la vitti cuminciò a gargïari. Li fati cci dissiru a la picciotta: — «Si lu Re ti scummetti, e tu dàcci còcciu.» — La cosa 'un putía mancari; lu Re spija oggi, cucchïa dumani, cci dumannò di fàricci 'na visita. La Rigginedda, allatinata di li fati, cci dici tunnu di palla no. — «Dunca si tantu l'aviti a piaciri, vuliti passari vui nni mia?» E idda arrispunníu puru no. Lu 'nnumani, la stissa cosa; a li tre jorna cci dici idda: — «Ora, Riuzzu, si vui vuliti fàrimi 'na visita, aviti a fari un passettu di lu mè finistruni a lu vostru cu un solu di dui parmi di pampini di rosi spampinati.»
Lu Re senza mancu fariccillu spiccicari detti ordini di fari un passettu di (da) lu sò finistruni a chiddu di sta granni 'Mperatrici, cu dui parmi di pampini di rosi spampinati. E ddocu vidistivu cintinara di fimmini a cògghiri rosi, a spinnari, ch'era 'na cosa mai vista.
Quannu fa ura, li fati cci dissiru a la picciotta: — «Vèstiti di granni 'Mperatrici, e nuàtri ti facemu li Dami di Curti. Camina supra lu passettu, arrivannu a menza mità di stu passettu, finci ca ti senti pùnciri di 'na spina e lassa fari a nuàtri. Ma fàlla supra lu naturali...» La picciotta passa, vistuta cu un àbbitu di rosa ca lu paru 'un s'ha vistu mai 'nta lu munnu, cu braccialetti, cullani e petri priziusi; a lu menzu di lu passettu: — «Moru! grida idda; 'na spina mi puncíu!...» Li fati la pigghiaru, e si l'aggiraru a lu palazzu, assintumata. Lu Riuzzu ca la stava aspittannu all'àutra punta di lu passettu, vulía curriri pi jilla ad ajutari, ma, ordini d'idda, sta cosa nun la potti fari; e si misi a muzzicari tuttu.
La gamma vunciau; medici, giunti, un midicamentu java e n'àutru nni vinía: la 'Mperatrici s'arridduciu ca si fici lu Viaticu. E lu Riuzzu ca 'un cci putía jiri.... Ddoppu quaranta jorna la malatia fici la vota, e iju pigghiannu migghiuría pi finu ca la 'Mperatrici s'arruspigghiau d'un tuttu e stetti bona.
Passannu tempu, lu Re truzzau arrèri pi vidilla di vicinu. Li fati cci dissiru a idda: — «Dicci ca passi tu pi vìdiri a iddu, ma vôi un passettu cu tre parmi di gesuminu; comu si' a menza strata, e tu finci ca ti punci cu 'n'àutra spina.» Lu Re, prontu, fici fari stu gran solu di gesuminu cugghiutu 'n còcciu 'n còcciu. Quannu li cosi fôru lesti, idda a passu a passu vistuta di 'Mperatrici avanzau. Lu Re all'àutra punta di lu passettu cull'occhi supra d'idda ca cci trimava l'arma pi quarchi spina. A menza strata di lu passettu: — «Ahi! sugnu morta! 'na spina mi trasíu 'nta lu pedi!...» Li Dami si la pigghianu sutta li vrazza assintumata, e si la portanu a Palazzu. Lu Riuzzu, cunsiddirati! si misi a muzzicàrisi li manu, e tiràrisi li capiddi. Cuminciò a mannari e smannari criati nn'idda, ca vìdiri 'un la putía, acchianari mancu, passari lu passettu mancu, e si dava la testa mura mura. Ddoppu tri, quattru simani, stu puvireddu, di la gran pena s'allitticau, e li 'mmasciati sicutavanu pi sapiri com'era la 'Mperatrici, e si cci dava lu pirmissu di passari iddu malatu e bonu. — «All'urtimata, cci dissi 'na vota idda a li criati, chi voli di mia lu vostru Re ddoppu ca m'ha misu 'n fini di morti?» Dici unu di li criati: — «Vi voli pi mugghieri.» — «Ora dicìticci, ca siddu voli a mia, iddu s'havi a fìnciri mortu e s'havi a mettiri 'nta lu catalettu e s'havi a fari purtari sutta lu mè palazzu; e poi mi lu pigghiu.»
Lu Riuzzu ca pi idda avirría fattu cazzicatùmmuli, prestu prestu fa priparari lu catalettu, 'na bella cutra e si cci stinnìcchia di supra fincennu ca era mortu; e si fa purtari sutta lu Palazzu di la 'Mperatrici. Quannu idda 'ntisi la banna e si lu vitti sutta la finistruni: — «Ppuh! e pi la facci tua! Pi 'na donna, ch'hai fattu!» e cci sputau di supra. Lu Riuzzu si 'ntisi vèniri 'na gran quaranata, arrigurdànnusi ca chidda era la povira picciotta chi l'avía libbiratu, e iddu l'avía sputatu di la stissa manera. Comu lu catalettu turnò a Palazzu, subbitu iddu manna 'na 'mmasciata a chista ca cci vulía parrari. Ma li fati ca pi idda pigghiavanu sempri la spata pi la punta, cci mannàru a diri: — «Nonsignura; sta grazia di parrari cu la nostra Signura, iddu nun l'havi ad aviri. Iddu, stu vostru Riuzzu, chi si cridía ca avía a pigghiari 'na catùgghia quannu cci sputau? E nun lu sapi ca chista è 'na figghia di Re 'ncurunatu; ddoppu d'avìricci fattu sbattisimari la sò vita.... Ora iddu si sbattissi la testa mura mura ca la nostra 'Mperatrici nun lu voli!...»
Sapiti comu cci stava finennu a lu Riuzzu? ca pi la pena cci stava appizzannu la vita. Quannu cci parsi a iddi, li fati cci dèttiru lu pirmissu di passari. Lu Riuzzu attisau allura; comu trasíu nn'idda cci addumannò pirdunu e finíu. Si grapi subbitu Cappella Riali e si maritaru. Lu Riuzzu vulía ca li fati arristassiru ddà cu iddi, ma iddi cci addimannaru 'na billissima licenza e spirèru. La Rigginedda mannò a chiamari a sò patri e a sò matri, e cci fu 'na gran festa pi tuttu lu Regnu.

Iddi arristaru filici e cuntenti 
E nui semu ccà e nni munnamu li denti.

Palermo, raccontata da Agatuzza Messia.





Li tri belli curuni mei!
Pitré n.11 








'Na vota cc'era 'na lavannara, ch'avia 'na figghia. Sta lavannara 'na jurnata iju a cunsignari; turnò a la casa, e cci pigghiò lu friddu; prima di curcarisi si pigghiò un guastidduni e 'na buttigghia d'ogghiu, e cci li detti a la figghia, e cci dissi: — «Figghia mia, io mi nni vaju a lu Spitali; ccà cc'è lu pani e l'ogghiu pi manciari.» La 'nchiuiju cu la chiavi e si 'nfilò la chiavi 'nta la sacchetta. A lu Spitali cci assartaru li frevi; si cunfissau; comu si cunfissau cci cunsignò la chiavi a lu cunfissuri e cci dissi: — «Patri, haju 'na figghia, e moru dispirata ca resta 'mmenzu la strata.» — «Figghia, 'un ti dubbitari, ca pi tò figghia cci pensu io; io mi la portu a la casa, e ddà stà cu mè matri e cu mè soru.»
Muríu. Tuttu pinsò lu parrinu fora di jiri a gràpiri a ddà picciotta. Vinni lu sabbatu: la matri cci canciò li sacchetti a lu parrinu; vitti sta chiavi: — «Figghiu mio, (dici) e sta chiavi?» — «Vih! comu mi lu scurdavi!» dici lu parrinu. Pigghia dda chiavi e curri pi jiri a gràpiri a dda picciotta. Comu metti la chiavi a lu pirtusu, dici la picciotta: — «Matri!» e vidi a ddu parrinu. — «Zittu, figghia mia (cci dici iddu), ca tò matri è a la mè casa.» E si la portò a la casa. Coma idda iju a la casa di lu parrinu, chiama: — «Matri! matri!» ma la matri 'un cumparía. All'urtimu cci dissiru ca sò matri era 'n paraddisu. La povira picciotta 'un si putía dari paci ca vulía a sò matri. Fa 'na vôta-canciata e sferra pi li campagni. Camina di ccà, camina di ddà, vitti un palazzu, ma tuttu annigghiatu, cuminsannu di lu purtuni e finennu a li finistruna. Trasi, e vidi li gran cammari. Trasi 'nta la cucina, e vidi lu beni di Diu. Va nni l'àutri cammari e vidi tutti cosi a gamm'all'aria; si pigghia 'na scupa, e metti a 'ppulizziari dda 'ntrata. Ddoppu appulizzía ddi cammari, appulizzía lu fanali, sbatti ddi matarazza, nesci biancaria, conza ddu lettu, cci fici addivintari ddu palazzu un oru. Poi trasi 'nta la cucina, pigghia 'na gaddina, e metti a fari tanticchia di vrodu; adduma li cammari e si va a'mmuccia. A menzannotti 'n puntu senti 'na vuci: — «Oh li tri belli curuni mei! Oh li tri belli curuni mei!» e sta vuci java 'ncugnannu a lu palazzu. Trasi e trasi 'na signura. — «Oh lu beni! (dici). E dunni mi veni stu beni?! Oh! veni ccà, figghiu mio! Veni ccà, figghia mia! Si tu si' omu, io ti pigghiu pi figghiu! Si tu si' fimmina, lu Signuri ti lu paga!». E chiamava.
La picciotta sintennu sti cosi, nesci e si cci jetta a li pedi; comu idda la vitti: — «Oh! figghia mia, lu Signuri ti lu paga di stu ristoru chi m'ha' datu! Io nesciu la matina jennu circannu li tri belli curuni mei. Tu ccà, figghia mia, si' la patruna; li chiavi su' appizzati, fa' tuttu chiddu chi ti piaci.»
'Na jurnata ca la picciotta era sula, misi a girari ddu gran palazzu; girannu, vidi 'na purticedda; grapi e vidi tri beddi picciutteddi: l'occhi aperti, e senza parrari. Chiuj prestu prestu: — «Havi raggiuni la signura! Criju ca sunnu figghi di sta signura.» La sira si ritirava la signura sempri gridannu: — «Li tri belli curuni mei!» E poi quannu juncía a lu palazzu dicía: — «Figghia mia, lu Signuri ti lu paga stu beni chi mi fai!»
'Na jurnata la picciotta si truvava affacciata a lu finistruni, ed era siddiata; talía 'n terra 'nta lu jardinu, e vidi 'na serpi cu tri sirpuzzi: veni n'àutra serpi e cci ammazza li sirpuzzi. Veni la serpi matri e vidi li figghi morti. L'armaluzza si misi a tòrciri e sbattiri di ccà e di ddà; all'urtimu va a pigghia 'na certa erva e metti a stricari la prima sirpuzza, e la sirpuzza arriviscíu; strica all'àutri dui, e accussì arriviscinu tutti tri. La picciotta 'n vidennu chistu, scarta, pigghia 'na petra e la jetta supra dd'erva chi facia arrivisciri li serpi. Scinni cu 'na cartedda 'nta lu jardinu e va a pigghia 'na pocu di dd'erva. Acchiana susu, grapi la purticedda, e metti a stricari lu primu di ddi picciutteddi; strica, strica, e lu primu arriviscíu. Comu arrivisci, dici: — «Suruzza mia! m'hai datu la vita!» Idda, prestu lu 'nchiuj arreri, curri 'nta la cucina, va a'mmazza un gadduzzu, fa tanticchia di vrodu, e cci lu metti a dari a lu picciutteddu arrivisciutu. Ccci conza un litticeddu, e lu fa curcari; e va pi l'àutri dui fratuzzi. L'àutri dui dettiru parola puru tuttidui. Idda cci fici puru lu vrodu, cci cunzò li letti, e si curcau. Comu sti picciotti s'arrisittaru, cci accuminsaru a dumannari unn'era la signura 'Mperatrici. Dissi allura la picciotta: — «Ah! 'unca la signura, 'Mperatrici è!» Si vôta cu li picciutteddi: — «Vuàtri 'un vi catamïati di comu siti, ca a la signura 'Mperatrici vi la fazzu vìdiri io.» quannu la signura s'arricugghíu: «Oh li tri belli curuni mei!» La picciotta cci misi a chiacchiariari; poi cci dumannò: — «Ora pirchì nesci Voscenza?» — Ah! figghia mia! Io nesciu pi jiri a circari li tri belli curuni mei!...» — «Ma Voscenza mi dici: chi sunnu sti tri belli curuni mei?» — «Senti: Quannu cc'era mè maritu, io aveva tri figghi màsculi, e sti tri figghi m'hannu spirutu, e io li vaju circannu.» — «Ora Voscenza mi lu voli fari un favuri? Voscenza 'un nesci cchiù di dumani 'n poi, ca a li so' figghi cci li fazzu asciari io.» — «Figghia! tu veru mi dici?» — «Io cci dugnu palora ca a li so' figghi cci li fazzu asciari io.» — «Quantu tempu vôi, figghia mia? — «Ottu jorna!» — «Ottu jorna. Di dumani 'n poi io nun esciu cchiù.»
'Nca la picciotta chi facia? Prima dava a manciari a li figghi, senza fariccìnni avvìdiri a sò matri, poi sirvía a la 'Mperatrici, la pittinava, la vistía, e la vistía cu bell'àbbiti, cu diri ca s'avia a vèstiri bedda pulita ca s'avia nu a truvari li so' figghi. Li figghi la vidianu di li 'ngagghi di la porta, ma nun si facianu vìdiri. Arrivannu a li quattru jorna, cci dici la picciotta a la 'Mperatrici: — «Ora Voscenza pò fari li so' 'mmiti, pirchì duminica Voscenza attrova a li so' figghi.» Dicennu accussì, la 'Mperatrici si misi a chianciri di tinnirizza: — «Ah! figghia mia, e comu ti l'haju a pagari zoccu m'ha' fattu?» Ha pigghiatu ed ha 'mmitatu tutta la Signuria, di dda 'Mperatrici chi era; e 'nta la jurnata si java vasannu casa casa a sta picciotta. A li setti jorna, cuntenti ch'avia a truvari a li so' figghi, cci dici a la picciotta: — «Ora senti, figghia mia: s'è veru ca tu mi fa' truvari a li me' figghi, lu cchiù granni ti lu dugnu pi maritu.» — 'Nta li cunti a manu a manu s'arriva; vinniru l'ottu jorna, vinniru tutta la Signuria, tutta la 'nfantaria, tutti li cavaleri, tuttu chiddu ch'apparteni a 'na 'Mperatrici. E la 'Mperatrici a li figghi 'un l'avia vistu ancora! Si grapíu la cammara di lu Sogghiu; la 'Mperatrici fici vèstiri a la picciotta c'un granni àbbitu, si la misi a brazzettu, e la facia vìdiri a tutta la Signuria, ca chista cci avia a fari truvari a li figghi. Mentri s'aspitta va, si grapíu 'na cammara, e si vittiru ddi tri giuvini. Cunsiddirati la cuntintizza! La matri si jetta e abbrazza li figghi chiancennu a larmi di sangu. La banna misi a sunari a gloria (mi maravigghiu!). Prestu mannàru a chiamari a lu Cappillanu pi fari lu matrimoniu di lu figghiu granni cu la giuvina. Si fici lu matrimoniu, e cci fôru prisenti li megghiu 'Mperaturi, (cà già iddu s'avia passatu 'Mperaturi, cà lu patri avia mortu).

Iddi arristaru filici e cuntenti, 
Nuàtri ccà nni munnamu li denti.

Palermo, raccontata da Agatuzza Messia.





Mastru Franciscu Mancia-e-sedi
Pitré n.127






Una vota si cunta e s'arriccunta ca cc'era un scarpareddu, chi si chiamava Mastru Franciscu; e pirchì era tantu lagnusu ca mancu lu sàcciu diri, la genti lu chiamavanu Mastru Franciscu Mancia-e-sedi. Stu Mastru Franciscu avía cincu figghi fimmini, una cchiù bedda di l'àutra, e massàri quantu lu Suli, ca lu massarizzu lu jittavanu manati manati. Ma chi avìanu a fari, puvireddi, si sò patri nun vuscava nenti, ca nun vulía travagghiari, e l'avìanu a mantèniri li figgi! Si susía, si vistía, e si nni jia a la taverna, e ddà si 'nfilava sutta lu nasu tuttu lu vùschitu di li so' figghi.
'Nfini, 'na vota, li figghi lu custrinceru a mèttiri a travagghiari. S'afferra la coffa e li furmi, si li jetta 'n coddu, e va pri li strati, gridannu: – Cunzamu li scarpi!– Ma cu' l'avía a chiamari, ca sapìanu ca era lu primu lagnusu e lu primu 'mbriacuni di lu paisi! Iddu, Mastru Franciscu, quannu vitti ca 'ntra lu sò paisi ammuccava muschi nesci pri n'àutru paisi, mittemu ca era tri migghia arrassu: – «Cunzamu li scarpi! Cunzamu li scarpi! Cunzamu li scarpi!» Mischinu cci stava appizzannu la vuci, e nuddu lu chiamava: e 'nta stu mentri lu stomacu cci dava puncigghiuna comu voli Diu. – «Oh, Surtazza curnuta! dicia Mastru Franciscu; 'nca veru mortu mi vôi? 'Nca chi m'hê manciari li carni mei stissi pri la fami?.... Santu...! ca nun nni pozzu cchiù!... Cunzamu li scarpi!»
A stu puntu, ca stava scurannu, lu chiama 'na Signura di un beddu palazzuni, e cci dissi: – «Cunzàtimi sta tappina, ca l'haju sfunnata.» Doppu chi Mastru Franciscu cunzau dda scarpa, idda, la Signura, cci detti un tariolu, e dipò' cci dissi: – «Sàcciu ca aviti cincu beddi figghi fimmini schetti: eu sugnu malata, haju bisognu di essiri sirvuta beni, e di (da) una massàra; mi vuliti dari pri criata una di li vostri figghi?» Mastru Franciscu arrispunni: – «Sissignura, ca cci la dugnu. Vossía dumani l'havi ccà.»
'Nca iddu si partíu, e si nni turnau a la casa. A la casa cci ha cuntatu tuttu lu fattu a li figghi; e poi a la figghia granni cci dici: – «Dumani, figghia mia, cci vai tu.» 'Nca lassamu a iddu, e pigghiamu a la figghia, ca la matina si nn'ha jutu nni la Signura. – «Ih, vinisti, figghia! Sedi ccà, dunami 'na vasata. Ora tu cu mia ha' a campari filici, e cu tutti li divirtimenti e li scializzi chi vôi. Lu vidi, eu nun mi pozzu moviri di curcata, perciò la patruna si' tu di tutti cosi. Vaja, figghia mia, ora scupa e pulizzìa tutta la casa, e po' ti pulizzíi e ti vesti ben pulita tu; quantu almenu a la vinuta di mè maritu ti truvassi pri tutti cosi all'ordini.» La picciotta s'ha misu a scupari, e spinci la pidagna pri scupari puru sutta lu lettu. Ivì! chi cosa vidi! 'na cudazza tanta, chi cci niscía di sutta a la Signura. – «Signuri ajutatimi, dici 'ntra d'idda la giuvina: Mamma-Dràa è, no Signura: sarvàtimi vui!» E s'arritirau adàciu adàciu, nn'arreri. – «A tia dicu, cci dissi la Signura, a tutti banni scupa, ma no sutta lu lettu, ca nun vògghiu.» La picciotta fincíu di jiri 'ntra l'àutra càmmara, e côta côta si la sbignau pri la sò casa.
Pigghiamu ora a Mastru Franciscu quannu la vitti turnari. – «'Nca pirchì vinisti?» – «Patri, Mamma-Dràa è, nun è Signura: eu mi scantu, ca sutta lu lettu cci vitti 'na cuda tanta, nìura e pilusa; eu nun cci vògghiu turnari cchiù.» – «'Nca mentri è chissu, arrispunníu Mastru Franciscu, tu statti dintra, e mannàmucci a la secunna.» Accussì fici. Cci mannau la secunna figghia, nni la Signura, e la Signura cci fici li stissi carìzzi di la prima e cci dissi li stissi paroli. Ma chidda picciotta, ca era misa a li talai pri chiddu chi cci avía dittu sò soru, s'addunau allura di la cuda, chi a la vista nun paría, e vutau cumu badda allazzata pri la casuzza sua, e a li soru e a lu patri cci cunta pani pani, vinu vinu.
Mastru Franciscu nun si putía dari paci ca avía a perdiri lu bonu salàriu di la Signura, ca era tantu ca putía manciari e vèstiri comu li ricchi, senza fari nenti. Perciò, ch'ha fattu? ha mannàtu a l'appressu figghia nni la Signura, e poi l'àutra, e 'nfini la nica, e tutti turnaru sempri a cursa, e spavintati di la cudazza nìura e pilusa di la Mamma-Dràa. – «Megghiu ccà, dicìanu, megghiu ccà dintra la casa nostra, a travagghiari notti e jornu e vuscàrinni lu pani a suduri di sangu, cu sti rubbiceddi puliti e nostri, cu tutta ca su' vicchiareddi; ca stari nni la Dràa, manciari e vèstiri boni cu poca fatiga, e po' essiri manciati di lu Drau. Patri, si aviti ssa 'ntinzioni, vaìticci vui nni la Dràa.»
'Nca doppu chistu, Mastru Franciscu nun si putía dari paci: capaci ca si dava la testa a li mura. – «Possibuli, dicía, ca sti figghi nun vonnu guadagnari iddi, nè fari guadagnari a mia? Ma nun cc'è chi fari: iddi sunnu assai e giuvini, ed eu nun li pozzu suttamèttiri. Lu megghiu chi è, vaju eu nni la Signura, e cci fazzu lu criatu eu: lu survizzu è lèggiu, la Signura mi voli beni, ed eu staju, mànciu e vestu com'un Principi.» Accussì fici, e si nn'ha jutu nni la Mamma-Dràa, cuntànnucci l'unu di lu tuttu.
La Mamma-Dràa lu misi a trattari comu un Principi. Iddu boni vistiti, iddu bonu manciari, iddu aneddi d'oru 'n quantità, e poi divirtimenti e scializzi quantu vulía. Sulu chi duvía fari, pricurari la spisa pri lu Patri-Drau, e pulizziàricci la càmmara e li cosi di la Mamma-Dràa; e doppu si mittia cu 'na còscia ccà e 'na còscia ddà, stannu sfacinnatu e cuntenti. Ma doppu 'na piccaredda di jorna, la Mamma-Dràa l'afferra pri lu vrazzu, lu strinci forti quantu nun putía scappari, e cci dici: – «Mància-e-sedi, d'unni vô' essiri manciatu, di la testa o di li pedi?» Iddu vidennusi a malu partitu si fici làdiu làdiu, e trimannu comu 'na fogghia arrispunníu: – «A chi nun vosi ascutari li me' figghi e mè mugghieri, di li pedi.» Allura la Mamma-Dràa jetta un surbùni, e si lu suca grittu grittu, senza mancu lassàrinni l'ossa.
Li figghi arristaru cuieti e cuntenti, e Mastru Franciscu muríu comu un fitenti.

E cu' l'ha dittu, e cu' l'ha fattu diri,
Di la sò morti nun pozza muriri


Raccontata da Francesca Leto al Salomone, il quale mi ci aggiunge la seguente nota: «Questo a me pare più che un semplice cuntu, un apologhetto morale squisitissimo. L'accidia genera l'ozio, e l'ozio è padre di tutt'i vizii. E maestro Francesco, incarnazione viva dell'accidia e dell'ozio, è beone e viziosissimo, tanto, da poter concepire la turpissima e colpevole idea di sacrificare per oro le figlie ad una di quelle Megere, che fanno infame mercato dell'onore di pudiche donzelle, servendosi di lusinghe, di promesse ec. ec. Le figlie però, rappresentanti la virtù costante sorretta dal lavoro, sfuggono in tempo i lacciuoli della scellerata vecchia. Il vizioso allora, già prima adescato con lascivie e denaro, va a buttarsi a corpo morto nel pantano di quella Taide, procurando (per vivere ben pasciuto) i bei bocconi che ingollerà il drago marito di lei, o meglio le infelici che la Draga venderà ai suoi ricchi avventori. Ma il vizioso maestro soccombe alla sfrenata libidine della Megera, con degna morte a tanta iniquità

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