sabato 29 novembre 2014

Il Barbablu di E. Dulac

C'era una volta un uomo, il quale aveva palazzi e ville principesche, e piatterie d'oro e d'argento, e mobilia di lusso ricamata, e carrozze tutte dorate di dentro e di fuori. Ma quest'uomo, per sua disgrazia, aveva la barba blu: e questa cosa lo faceva così brutto e spaventoso che non c'era donna, ragazza o maritata, che soltanto a vederlo, non fuggisse a gambe levate dalla paura. Fra le sue vicine, c'era una gran dama, la quale aveva due figlie, due occhi di sole. Egli ne chiese una in moglie, lasciando alla madre la scelta di quella delle due che avesse voluto dargli, ma le ragazze non volevano saperne nulla e se lo palleggiavano dall'una all'altra, non trovando il verso di risolversi a sposare un uomo che aveva la barba blu. La cosa poi che più di tutto faceva loro ribrezzo era quella che quest'uomo aveva sposato diverse donne e di queste non s'era mai potuto sapere che cosa fosse accaduto. Fatto sta che Barbablu, tanto per entrare in relazione, le menò, insieme alla madre e a tre o quattro delle loro amiche e in compagnia di alcuni giovinotti del vicinato, in una sua villa, dove si trattennero otto giorni interi. E lì, fu tutto un metter su passeggiate, partite di caccia e di pesca, balli, festini, merende: nessuno trovò il tempo per chiudere un occhio, perché passavano le nottate a farsi fra loro delle celie: insomma, le cose presero una così buona piega, che la figlia minore finì col persuadersi che il padrone della villa non aveva la barba tanto blu, e che era una persona ammodo e molto perbene. Tornati di campagna, si fecero le nozze.




In capo a un mese, Barbablu disse a sua moglie che per un affare di molta importanza era costretto a mettersi in viaggio e a restar fuori almeno sei settimane ; che la pregava di stare allegra, durante la sua assenza; che invitasse le sue amiche del cuore, che le menasse in campagna, caso mai le avesse fatto piacere: in una parola, che trattasse da regina e tenesse dappertutto corte bandita."Ecco"- le disse - le chiavi delle due grandi guardarobe ; ecco quella dei piatti d'oro e d'argento, che non vanno in opera tutti i giorni ; ecco quella dei miei scrigni, dove tengo i sacchi delle monete ; ecco quella degli astucci, dove sono le gioie e i finimenti di pietre preziose ; ecco la chiave comune, che serve per aprire tutti i quartieri. Quanto poi a quest'altra chiavicina qui, è quella della stanzina, che rimane in fondo al gran corridoio del pian terreno. Padrona di aprir tutto, di andar dappertutto: ma in quanto alla piccola stanzina, vi proibisco d'entrarvi e ve lo proibisco in modo così assoluto, che se vi accadesse per disgrazia di aprirla, potete aspettarvi tutto dalla mia collera." Ella promette che sarebbe stata attaccata agli ordini: ed egli, dopo averla abbracciata, monta in carrozza, e via per il suo viaggio.Le vicine e le amiche non aspettarono di essere cercate, per andare dalla sposa novella, tanto si struggevano dalla voglia di vedere tutte le magnificenze del suo palazzo, non essendosi arrisicate di andarci prima, quando c'era sempre il marito, a motivo di quella barba blu, che faceva loro tanta paura. Ed eccole subito a sgonnellare per le sale, per le camere e per le gallerie, sempre di meraviglia in meraviglia. Salite di sopra, nelle stanze di guardaroba, andarono in visibilio nel vedere la bellezza e la gran quantità dei parati, dei tappeti, dei letti, delle tavole, dei tavolini da lavoro, e dei grandi specchi, dove uno si poteva mirare dalla punta dei piedi fino ai capelli, e le cui cornici, parte di cristallo e parte d'argento e d'argento dorato, erano la cosa più bella e più sorprendente che si fosse mai veduta.




Esse non rifinivano dal magnificare e dall'invidiare la felicità della loro amica, la quale, invece, non si divertiva punto alla vista di tante ricchezze, tormentata, com'era, dalla gran curiosità di andare a vedere la stanzina del pian terreno. E non potendo più stare alle mosse, senza badare alla sconvenienza di lasciar lì su due piedi tutta la compagnia, prese per una scaletta segreta, e scese giù con tanta furia, che due o tre volte ci corse poco non si rompesse l'osso del collo. Arrivata all'uscio della stanzina, si fermò un momento, ripensando alla proibizione del marito, e per la paura dei guai ai quali poteva andare incontro per la sua disubbidienza: ma la tentazione fu così potente che non ci fu modo di vincerla. Prese dunque la chiave, e tremando come una foglia aprì l'uscio della stanzina. Dapprincipio non poté distinguere nulla perché le finestre erano chiuse: ma a poco a poco cominciò a vedere che il pavimento era tutto coperto di sangue accagliato, dove si riflettevano i corpi di parecchie donne morte e attaccate in giro alle pareti. Erano tutte le donne che Barbablu aveva sposate, e poi sgozzate, una dietro l'altra. Se non morì dalla paura, fu un miracolo: e la chiave della stanzina, che essa aveva ritirato fuori dal buco della porta, le cascò di mano. Quando si fu riavuta un poco, raccattò la chiave, richiuse la porticina e salì nella sua camera, per rimettersi dallo spavento: ma era tanto commossa e agitata, che non trovava la via a pigliar fiato e a rifare un pò di colore. Essendosi avvista che la chiave della stanzina si era macchiata di sangue, la ripulì due o tre volte: ma il sangue non voleva andar via. Ebbe un bel lavarla e un bello strofinarla colla rena e col gesso: il sangue era sempre lì: perché la chiave era fatata e non c'era verso di pulirla perbene: quando il sangue spariva da una parte, rifioriva subito da quell'altra.




Barbablu tornò dal suo viaggio quella sera stessa, raccontando che per la strada aveva ricevuto lettere, dove gli dicevano che l'affare, per il quale si era dovuto muovere da casa, era stato bell'e accomodato e in modo vantaggioso per lui. La moglie fece tutto quello che poté per dargli ad intendere che era oltremodo contenta del suo sollecito ritorno. Il giorno dipoi il marito le richiese le chiavi: ed ella gliele consegnò: ma la sua mano tremava tanto, che esso poté indovinare senza fatica tutto l'accaduto. "Come va - diss'egli - che fra tutte queste chiavi non ci trovo quella della stanzina ? " "Si vede - ella rispose - che l'avrò lasciata di sopra, sul mio tavolino." "Badate bene - disse Barbablu - che la voglio subito." Riuscito inutile ogni pretesto per traccheggiare, convenne portar la chiave. Barbablu, dopo averci messo sopra gli occhi, domandò alla moglie: "Come mai su questa chiave c'è del sangue?". "Non lo so davvero " rispose la povera donna, più biancadella morte. "Ah! non lo sapete, eh! - replicò Barbablu - ma lo so ben io! Voi siete voluta entrare nella stanzina. Ebbene, o signora: voi ci entrerete per sempre e andrete a pigliar posto accanto a quelle altre donne, che avete veduto là dentro." Ella si gettò ai piedi di suo marito piangendo e chiedendo perdono, con tutti i segni di un vero pentimento, dell'aver disubbidito. Bella e addolorata com'era, avrebbe intenerito un macigno: ma Barbablu aveva il cuore più duro del macigno. "Bisogna morire, signora - diss'egli - e subito."




"Poiché mi tocca a morire - ella rispose guardandolo con due occhi tutti pieni di pianto - datemi almeno il tempo di raccomandarmi a Dio." "Vi accordo un mezzo quarto d'ora: non un minuto di più ", replicò il marito. Appena rimasta sola, chiamò la sua sorella e le disse: "Anna - era questo il suo nome - Anna, sorella mia, ti prego, sali su in cima alla torre per vedere se per caso arrivassero i miei fratelli; mi hanno promesso che oggi sarebbero venuti a trovarmi; se li vedi, fà loro segno, perché si affrettino a più non posso". La sorella Anna salì in cima alla torre e la povera sconsolata le gridava di tanto in tanto: "Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?". "Non vedo altro che il sole che fiammeggia e l'erba che verdeggia." Intanto Barbablu, con un gran coltellaccio in mano, gridava con quanta ne aveva ne' polmoni: "Scendi subito! o se no, salgo io". "Un altro minuto, per carità" rispondeva la moglie. E di nuovo si metteva a gridare con voce soffocata: "Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?". "Non vedo altro che il sole che fiammeggia e l'erba che verdeggia."




"Spicciati a scendere - urlava Barbablu - o se no salgo io." "Eccomi" rispondeva sua moglie; e daccapo a gridare: "Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?". "Vedo - rispose la sorella Anna - vedo un gran polverone che viene verso questa parte..." "Sono forse i miei fratelli? " "Ohimè no, sorella mia: è un branco di montoni." "Insomma vuoi scendere, sì o no?", urlava Barbablu. "Un altro momentino" rispondeva la moglie e tornava a gridare: "Anna, Anna, sorella mia, non vedi tu apparir nessuno?". "Vedo - ella rispose - due cavalieri che vengono in qua: ma sono ancora molto lontani." "Sia ringraziato Iddio - aggiunse un minuto dopo - sono proprio i nostri fratelli: io faccio loro tutti i segni che posso, perché si spiccino e arrivino presto."




Intanto Barbablu si messe a gridare così forte, che fece tremare tutta la casa. La povera donna ebbe a scendere, e tutta scapigliata e piangente andò a gettarsi ai suoi piedi. "Sono inutili i piagnistei - disse Barbablu - bisogna morire". Quindi pigliandola con una mano per i capelli, e coll'altra alzando il coltellaccio per aria, era lì lì per tagliarle la testa. La povera donna, voltandosi verso di lui e guardandolo cogli occhi morenti, gli chiese un ultimo istante per potersi raccogliere. "No, no ! - gridò l'altro, - raccomandati subito a Dio ! ", e alzando il braccio... In quel punto fu bussato così forte alla porta di casa, che Barbablu si arrestò tutt'a un tratto , e , appena aperto, si videro entrare due cavalieri i quali, sfoderata la spada, si gettarono su Barbablu. Esso li riconobbe subito per i fratelli di sua moglie, uno dragone e l'altro moschettiere, e per mettersi in salvo, si dette a fuggire. Ma i due fratelli lo inseguirono tanto a ridosso, che lo raggiunsero prima che potesse arrivare sul portico di casa. E costì colla spada lo passarono da parte a parte e lo lasciarono morto. La povera donna era quasi più morta di suo marito, e non aveva fiato di rizzarsi per andare ad abbracciare i suoi fratelli.




E perché Barbablu non aveva eredi, la moglie sua rimase padrona di tutti i suoi beni: dei quali, ne dette una parte in dote alla sua sorella Anna, per maritarla con un gentiluomo, col quale da tanto tempo faceva all'amore: di un'altra se ne servì per comprare il grado di capitano ai suoi fratelli: e il resto lo tenne per sé, per maritarsi con un fior di galantuomo, che le fece dimenticare tutti i crepacuori che aveva sofferto con Barbablu.

Da questo racconto, che risale al tempo delle fate, 
si potrebbe imparare che la curiosità, massime quando è spinta troppo, 
spesso e volentieri ci porta addosso qualche malanno.

Traduzione di Carlo Collodi.

Postato nella pagina "Testi in Lingua Originale" ( cliccate sulla barra sotto il logo), "La Barbe-Bleue", il testo originale di Charles Perrault.
Già postato QUI, con le magnifiche incisioni di Doré.

martedì 25 novembre 2014

The Cell and the Wilderness Shall Never Be Long Empty...

Wisdom and beauty and power may sometimes, as I think, come to those who die every day they live, though their dying may not be like the dying Shakespeare spoke of. There is a war between the living and the dead, and the Irish stories keep harping upon it. They will have it that when the potatoes or the wheat or any other of the fruits of the earth decay, they ripen in faery, and that our dreams lose their wisdom when the sap rises in the trees, and that our dreams can make the trees wither, and that one hears the bleating of the lambs of faery in November, and that blind eyes can see more than other eyes. Because the soul always believes in these, or in like things, the cell and the wilderness shall never be long empty, or lovers come into the world who will not understand the verse:

Heardst thou not sweet words among
That heaven-resounding minstrelsy?
Heardst thou not that those who die
Awake in a world of ecstasy?
How love, when limbs are interwoven,
And sleep, when the night of life is cloven
And thought to the world's dim boundaries clinging,
And music when one's beloved is singing,
Is death?


 Roberto Ferri


Da: "The Celtic Twilight", W.B. Yeats


sabato 22 novembre 2014

La Figlia del Sole e i Dodici Principi Stregati, Svezia

'era una volta una Regina che un bel giorno d'inverno se ne andava a passeggio; piegando la testa, le uscì sangue dal naso e le gocce di sangue colorarono la neve come dei rubini. "Ah! - disse la Regina - come sono belli questi due colori! Potessi avere una figlia con la carnagione bianca e le gote rosse come questa neve macchiata!" Il Sole l'ascoltò e il suo desiderio venne esaudito ed ecco che la Regina mise al mondo una figlia così bella come non se n'era mai vista l'eguale. Nel crescere, l'ammirazione che suscitava la fece così altera e superba da renderla cattiva tanto quanto era bella.
All'età di prendere marito, andò sposa a un Re, ma la nuova condizione di vita non mutò il suo indomabile orgoglio, anzi lo rafforzò.
Avvenne che un messaggero straniero, giunto un giorno nel Regno, le disse: "Quant'è bella, mia Regina! E' bella come il Sole."
Fino a quel momento, la Regina aveva sempre sentito dire che nulla al mondo era paragonabile alla sua bellezza. Si sentì perciò profondamente offesa da questo nuovo giudizio, al punto da non trovare pace.
Rimasta sola si avvicinò alla finestra e con fare altezzoso chiese al Sole:
"Chi è più bella, tu o io?"
"Siamo ugualmente belli - disse il Sole - ma tu avrai una figlia che sarà ancòra più bella di te e di me."
La Regina andò su tutte le furie per la risposta e la profezia. Era già difficile accettare chi fosse bello come lei, ma che qualcuno dovesse batterla in bellezza, poi! Se la prese tanto con il Sole che da quel giorno non potè più sopportarne la vista. Teneva sempre le persiane chiuse e non si alzava dal letto prima del tramonto. Passato qualche tempo, secondo la predizione del Sole, alla Regina nacque una figlia di bellezza ineguagliabile.


Melissa Forman


La Regina convinse il Re a farla crescere in campagna per renderla sana e forte e affinché non fosse fuorviata dagli elogi della Corte, ma in realtà perché non la sopportava. Il luogo dove venne inviata era remoto e isolato e la bambina veniva tenuta chiusa in casa per la maggior parte del tempo perché la fama della sua bellezza non giungesse alla Capitale a offuscare la reputazione della Regina.
Un giorno, la Regina, più ingioiellata e splendente del solito, schiuse una persiana e chiese al Sole:
"E adesso, chi è più bello di noi due?"
"Siamo ugualmente belli, ma tua figlia è più bella di tutti e due", rispose il Sole.
La Regina sbattè con rabbia la persiana, e il suo odio per la figlia aumentò. Decise di non acconsentire mai che la Principessa tornasse a Corte. Il buon Re, desideroso di vedere la figlia, voleva spesso mandarla a cercare, ma, ogni volta, la Regina trovava pretesti per lasciarla in campagna. Una scusa era che il tutore doveva completarne l'educazione nella pace dei campi, ma ogni volta che la figlia aveva imparato da un maestro tutto ciò che quello poteva insegnarle, la Regina prontamente lo sostituiva con un altro.
Un giorno, il Re, in previsione del quindicesimo compleanno della figlia, diede l'ordine perentorio che fosse accompagnata a Corte. Poco prima del giorno stabilito per il viaggio, la Regina scrisse una lettera alla dama di compagnia che si occupava della figlia dandole certe precise istruzioni. Alla vigilia della partenza, la Principessa era in giardino con la sua accompagnatrice. Passando davanti a un pozzo, la donna le disse:
"Se vuole divertirsi, signorina, provi a chinarsi sul pozzo e vedrà la sua immagine riflessa nell'acqua!"
La Principessa si abbassò il più possibile sul bordo del pozzo per specchiarsi nell'acqua profonda e la dama di compagnia ne approfittò per darle una spinta e farla precipitare in fondo al pozzo. Poi fuggì. Senonché il Sole, che era al culmine della sua ascesa in cielo, rapidamente prosciugò l'acqua del pozzo e la Principessa giunse in fondo sana e salva pure se indolenzita perché in fondo al pozzo non c'erano che pietre. Ripresasi dal primo spavento, e dopo aver chiamato e pianto per un bel po', la Principessa si accorse che la luce del giorno filtrava attraverso il mucchio di pietre su cui stava seduta. Allargò con le mani quella fessura, si aprì un varco tra i sassi, ed ecco che dall'altra parte si trovò in un grande bosco tenebroso.
La Principessa si aggirò tutto il giorno per il bosco senza incontrare anima viva. Al tramonto, scorse un sentiero e, dopo averlo percorso, sbucò proprio davanti a un antico castello circondato dal folto di un giardino abbandonato. Entrò nel castello e cominciò a girare da una stanza all'altra, sempre più stupita di trovarlo completamente disabitato.
Dappertutto regnava un gran disordine. Vestiti sparsi, oggetti buttati qua e là mostravano che qualcuno vi era stato di recente; ma, malgrado la Principessa chiamasse, l'eco le rimandava la sua voce. La Principessa, che era linda e precisa, si mise a riassettare e pulire, passando di stanza in stanza. Alla fine, entrò nell'ultima grande camera dove dodici letti erano disfatti e tutto era buttato all'aria. Fece i letti e scopò per terra.
"Qualcuno deve pur abitare qui - pensò - ed è meglio che diventiamo amici."
Calata la sera, si sentì un gran baccano nel cortile.
Corse alla finestra, ma alla vista di ciò che scorse, la Principessa si rannicchiò per terra terrorizzata. Dodici esseri mostruosi si stavano avvicinando al portone; alcuni stavano già salendo le scale, ed erano creature per metà uomini e per metà animali. Non era più possibile scappare, e la Principessa trovò appena la forza di nascondersi dietro a un letto. La comitiva si avvicinava alla stanza da letto, e lei pensò che era arrivato il suo ultimo istante. Ma quando la porta si aprì e la banda entrò nella stanza, sentì una voce gentile che diceva:
"Oh, se potessimo ringraziare quella buona creatura che ha trasformato la nostra tana in una bella dimora!"
"Guardate! - rispose un'altra voce - persino i nostri letti sono fatti"
Si misero a frugare per tutta la casa, finché trovarono la Principessa che li supplicò di risparmiarle la vita.



Bauer J.


Rimirarono a bocca aperta quella bellissima fanciulla, convinti che fosse un angelo, fin quando lei raccontò ciò che le era successo. Per consolarla delle sue disgrazie, le raccontarono a loro volta di essere dodici Principi fratelli e che la matrigna, alla morte del padre, per mettere sul trono il proprio figlio, li aveva condotti in quello sperduto castello di caccia e trasformati in quei mostri che le stavano dinnanzi. L'incantesimo poteva essere infranto solo nel momento in cui avessero trovato un uccello parlante, le cui penne risplendessero come oro. Era l'unica condizione per annientare il potere della matrigna e riprendere il loro aspetto umano.
Dissero alla Principessa che intorno c'era solo un bosco fitto e inesplorato e le chiesero con tanto calore di rimanere con loro, che la Principessa decise di trattenersi nell'antico castello.
Quanto prima si abituò alla presenza dei dodici Principi stregati e visse felice in loro compagnia. Si allontanavano ogni mattina presto e ritornavano solo verso sera, portandole sempre qualcosa in regalo. La consideravano la loro sorellina e la trattavano con deferenza e rispetto.
Ma durante quelle lunghe giornate, quando i Principi erano assenti, la Principessa ripercorreva spesso il sentiero che la portava al pozzo, che era sempre rimasto prosciugato. Restava seduta a cantare le sue canzoni predilette e pensava al castello del padre, di cui aveva tanto sentita parlare, e dove non era mai giunta.
Intanto, la dama di compagnia, dopo aver spinto la Principessa nel pozzo, era andata dritta a Corte a raccontare alla Regina l'accaduto. La Regina malvagia era uscita felice sul balcone a rivolgere al Sole la solita domanda:
"Ascolta bene, Sole, sei più bello tu o io?"
"Siamo ugualmente belli, ma nostra figlia è più bella di te e di me", rispose il Sole.
Piena di rabbia nell'apprendere che la Principessa viveva ancora, e che lei stessa era stata tradita da una serva, la Regina si infuriò con la dama incaricata dell'assassinio. Costei si affrettò a tornare in campagna, e corse al pozzo, che con grande stupore trovò prosciugato. Mentre era piegata in avanti sul bordo del pozzo a ispezionarne il fondo, sentì la Principessa che cantava. La chiamò per nome, e la Principessa s'infilò tra le pietre e passò dall'altra parte. La dama di compagnia simulò una gran gioia nel vederla viva. Raccontò di non aver avuto la minima intenzione di spingerla nel pozzo, ma che, scivolando, le era caduta addosso facendola precipitare.
Dal gran dolore si era ammalata e adesso era straordinariamente felice di trovare la Principessa in vita. Concordarono che la Principessa si sarebbe accomiatata dai dodici Principi stregati e il giorno successivo la governante avrebbe portato tutto l'occorrente per tirarla su.
"Per addolcire l'attesa, ho con me una piccola leccornia - aggiunse la dama di compagnia - un po' di quello zucchero caramellato che le piaceva tanto."
E con queste parole buttò giù un bastoncino di zucchero che la Regina le aveva dato perchè rimediasse alla sua sbadataggine.
La Principessa la ringraziò e tornò al castello di caccia. Mentre stava seduta tristemente a meditare sul miglior modo di annunciare ai Principi la prossima separazione, mordicchiò un pezzetto di zucchero. Nel deglutirlo le si fermò in gola, e lei cadde come morta.


Kinuko Y Craft


Al rientro a casa la sera, i Principi correvano come prima cosa a salutare la sorellina. Ma quale fu la loro disperazione nel trovarla distesa a terra senza vita! La vegliarono tutta la notte con pianti e lamenti.
Venne infine il momento di sotterrarla. La adagiarono in una cassa d'argento, che chiusero con una chiavetta d'oro, ma sul punto di calarla sotto terra si consultarono e decisero che una tale bellezza non poteva sprofondare nel buio degli abissi. Trasportarono dunque la cassa argentata per giorni nel bosco e i rari raggi del sole che filtravano attraverso i rami intricati vi si riflettevano come saette finché un riflesso abbagliante illuminò il piccolo corteo: erano giunti al mare. Lì costruirono una zattera, vi poggiarono sopra la cassa e, piangendo, la affidatono alle onde, finché la videro sparire all'orizzonte. Poi ritornarono al vecchio maniero e non facevano che parlare dell'amata sorellina che, come un angelo, li aveva cosolati per breve tempo dalle loro sventure.
La cassa d'argento navigò e navigò finché giunse in un Regno lontano. Il destino volle che il giovane Re di quel luogo si trovasse sulla spiaggia in quel momento per fare un bagno. Non riusciva a capire cosa fosse quel luccichio al largo, che si andava man mano avvicinando. Non resistendo alla curiosità, salì su una barchetta per avvicinarsi. Quando vide che si trattava di una cassa d'argento, pensò si trattasse di un tesoro e, sfilata la chiave, trainò la zattera con una cima a riva, dando ordine che la cassa venisse portata nella sua stanza.
Il Re non intendeva aprire quello che credeva un forziere alla presenza dei cortigiani, ma li fece uscire tutti per girare la misteriosa chiavetta nella serratura. Nel sollevare il coperchio e nel vedere la bellissima fanciulla distesa, fu talmente stupito da prendere quella figura per un ritratto ma, tirate su le braccia e le mani della fanciulla, si rese conto che si trattava di una creatura in carne ed ossa. Non smetteva di rimirarla e temeva che, rivelando la sua presenza, sarebbe stato costretto a separarsi da tanta bellezza. Perciò decise di tacere e, infilata la chiave in tasca, uscì dalla stanza.
Il Re non intendeva svelare il contenuto della cassa e, vedendolo serio e afflitto, nessuno osava porgli delle domande. Ma era evidente che la comparsa di quella cassa d'argento lo turbava. Il Re era assente e silenzioso e, appena poteva, correva a chiudersi nella sua stanza. La cosa divenne una vera ossessione che rischiava di fargli perdere il sonno e il senno.


Kinuko Y Craft


La Regina madre, che era vedova, decise alla fine di scoprire la verità e, approfittando di un improvviso sonno profondo che aveva colto il figlio dopo il pranzo, gli rubò la chiave della stanza e corse su per chiarire il mistero. Aperto il coperchio della cassa, volle anche lei capire se si trattava di un essere umano o di un quadro e sollevò la fanciulla a mezzo busto. Ma in quell'istante sentì qualcuno che saliva le scale. Temendo che si trattasse del figlio, lasciò cadere di botto la Principessa, abbassò il coperchio, chiuse la porta a chiave e corse giù. Ma trovò il Re ancora addormentato.
Il colpo subìto dalla Principessa aveva sbloccato il pezzetto di zucchero rimastole in gola e, annullato l'incantesimo, la fanciulla si svegliò e scese dalla cassa d'argento, dato che la Regina, nella fretta, non ne aveva richiuso il coperchio. Scesa a terra, trovò però la porta della stanza chiusa, e si nascose dietro le tendine del letto.
Al risveglio, il Re corse nella sua stanza, e fu colto dal panico nel trovare la cassa vuota. Stava per precipitarsi fuori per scoprire l'autore di quella sparizione, quando la Principessa gli comparve davanti viva e vegeta.
Non è facile descrivere la gioia del Re. Mandò subito a chiamare la madre, e la Principessa raccontò a tutti e due il suo tragico destino. Ma questo drammatico destino si trasformò subito nella più radiosa felicità perchè il Re, innamoratosi al primo sguardo della Principessa, volle sposarla e quanto prima ebbero luogo le nozze.
I  due vivevano d'amore e d'accordo e, quando la giovane Regina rimase incinta, il Re, preoccupato della fragilità di quella creatura che il mare gli aveva regalato, emanò un proclama che invitava il più dotto dei medici a presentarsi per assisterla  durante la gravidanza, esibendo a garanzia i suoi titoli di studio e i meriti acquisiti.
Nel frattempo la Regina, madre della Principessa, aveva rivolto più volte la rituale domanda al Sole e non sentendo più nominare la figlia pensava di essersene definitivamente liberata. Quando un bel giorno ebbe dal Sole la seguente risposta:
"Io sono bello come te, ma nostra figlia è più bella di te e di me".
Non c'era dubbio che la Principessa vivesse, ma dove si trovava? La Regina voleva saperlo a tutti i costi per ucciderla. Dopo aver chiesto a destra e a sinistra, sentì dire da un viandante che al mondo c'era un'altra Regina che la uguagliava in bellezza e dopo ulteriori ricerche scoprì dove viveva e l'editto bandito dal giovane Re suo sposo.


Jeff Simpson


Senza porre alcun indugio scrisse a suo nome un elenco di benemerenze, sottoscritte da tutti i notabili del Regno e, tintasi il viso di giallo, si mise in viaggio per il Paese ai confini del mondo dove abitava la figlia.
Dopo aver attraversato foreste e mari, giunse alla Capitale di quel Regno lontano e, travestita da vecchia saggia, venne introdotta alla presenza del Re, che, dopo aver letto l'elenco degli attestati, la assunse a Corte per assistere la sua sposa. Giunto il momento del parto, la vecchia chiese di rimanere sola con la Regina e, appena questa ebbe messo al mondo un Principino, le ficcò in testa uno spillone d'oro dicendo:
"Poiché ti piace tanto volare in giro per il mondo, asseconda la tua vocazione!"
E, all'istante, la giovane Regina fu trasformata in un uccello. Ma tanto quant'era stata bella da donna, divenne un uccello meraviglioso dalle ali dorate. La madre aprì la finestra e la cacciò fuori. Poi si lavò il colore giallo dal viso, indossò gli abiti della giovane Regina e si coricò. Cominciò allora a chiamare a turno le dame di compagnia per sapere dove fosse finita la vecchia che doveva accudirla e, per rifarsi delle giornate in cui si era dimostrata mite e remissiva, cominciò a bisticciare con tutte quante. Anche il Re venne convocato e si adirò persino con lui, ma era tale la gioia per la nascita del figlioletto che questi non se la prese più di tanto per il cattivo umore della puerpera e per la misteriosa sparizione della vecchia. Portò il neonato alla Regina, perché questa si ammansisse, ma lei ordinò che venisse sistemato in una stanza lontana dalla sua, per non sentirlo strillare.
Il Re era stupito e addolorato. Fece di tutto per accondiscendere ai desideri e ai capricci della consorte, ma i suoi tentativi erano vani. Sperava a ogni istante che la moglie rinsavisse, ritornando ad essere la dolce creatura di un tempo, ma invano! Del Principino non voleva neanche sentir parlare, né tantomeno vederlo.
Ogni volta che il Re andava a trovarla, riversava su di lui solo rabbia e lamentele sule dame del suo appannaggio, e il Re finì col diradare le visite. Ciò non toglie che continuasse a preoccuparsi per lo stato di salute della Regina e a consultare medici per sapere se i travagli del parto potessero trasformare a tal punto il carattere di una donna.




L'uccellino, appena libratosi nell'aria, sostò sul ramo di un albero, colto da una profonda tristezza. Il caso volle che sotto l'albero ci fosse una fontana in cui la Principessa stregata potè rimirarsi. Appena vide che le sue ali rilucevano d'oro, si ricordò di quanto i fratellini le avevano raccontato sul modo di rompere l'incantesimo che li teneva prigionieri. Partì a volo in direzione della sua antica dimora, attraversando l'ampio mondo, le foreste e le acque del mare, finché arrivò stremata a poggiarsi sul davanzale di una finestra del Castello, appena in tempo per udire una voce che diceva:
"Come tutto è vuoto e cupo da quando la nostra sorellina ci ha lasciato! E quale infelicità nel sapere che il nostro destino è segnato e che mai più ritorneremo a vivere tra gli esseri umani!"
Dopo aver ascoltato altri gemiti e pianti, sporse la testolina dal davanzale e disse:
"Buongiorno a voi tutti!"
"Chi è che parla?", chiese il fratello maggiore.
"Sono io", rispose l'uccello, e volò dentro la stanza.
La vista dell'uccello dorato sorprese e rallegrò i poveri Principi deformi. Ci fu un coro di domande e risposte e ognuno di loro, come per incantesimo, riacquistò il suo aspetto originale. Caddero tutti in ginocchio riconoscenti per questa inaspettata liberazione.
Quale fu mai il loro stupore nell'apprendere che tra le ali d'oro di quell'uccello si nascondeva la loro sorellina! Lei raccontò loro tutto quanto le era successo dal giorno in cui l'avevano creduta morta e l'avevano adagiata nella cassa d'argento. Piansero tutti partecipando al dolore di lei per aver perso l'adorato sposo e il bambino che non aveva mai potuto abbracciare. Tentarono di consolarla e promisero d'impulso di andare dal Re a denunciare l'inganno, ma il viaggio era molto lungo, il luogo molto lontano e loro non conoscevano la strada.


Catrin Welz-Stein


La Regina-uccello aveva nostalgia del Castello dove vivevano il marito e il figlioletto. Intraprese il lungo volo di ritorno, arrivando a destinazione una mattina presto quando tutti dormivano, tranne il vecchio giardiniere che zappava la terra.
"Buongiorno, mastro giardiniere!", disse l'uccellino.
Il giardiniere si guardò intorno, ma non vedendo nessuno continuò il suo lavoro.
Udì di nuovo lo stesso saluto.
"Buongiorno, chiunque tu sia!", rispose il giardiniere.
L'uccello gli saltellò vicino e gli disse
"Come sta il mio Re?"
"Sta bene, grazie!", rispose il giardiniere.
"E il Principino?"
"Anche lui sta bene, grazie!"
"Che Dio ti benedica!", disse l'uccello dorato.
"Ma perché non chiedi della Regina?", disse il mastro giardiniere.
"Che Dio la ripaghi!", rispose l'uccello e volò via.
Il giardiniere rimase così sbigottito dalla visita dell'uccello dorato che raccontò la sua avventura, che, di bocca in bocca, giunse all'orecchio del Re, che si recò a fargli visita. E siccome il Re non riusciva a capitarsi dell'accaduto, chiese al giardiniere di lavorare sotto la sua finestra, e si nascose all'ora stabilita dietro alla tenda.
La mattina seguente, l'uccello arrivò alla stessa ora e, dopo aver salutato il giardiniere, chiese del Re e del Principino. E quando il giardiniere menzionò la Regina, l'uccello rispose come il giorno prima:
"Che Dio la ripaghi!"
E volò via.
Il Re fu anche lui assai sorpreso e ordinò che si piazzassero delle reti per acchiappare l'uccello. Ma questi, più furbo, le scansò.
Passò molto tempo e l'uccello si presentava al Castello ogni mattina alla stessa ora a dialogare allo stesso modo con il maestro giardiniere, senza rispondere ad altre domande.
Nell'animo del Re cresceva il desiderio di impadronirsi di quello strano uccello parlante e una bella mattina, presi gli abiti del giardiniere, si mise egli stesso a zappare. L'uccello gli saltellava sempre più vicino e alla fine il Re disse:
"Cos'è questo bisbiglio? Ah, eccoti qua di nuovo! Ma sto diventando proprio sordo e, se hai qualcosa da dirmi, poggiati su questo ramo e infilami il becco nell'orecchio".
L'uccello gli obbedì, e il Re ne approfittò per afferrarlo quando gli stava accanto all'orecchio. Lo portò nella sua stanza, lo mise in una gabbia e cominciò a parlargli. Ma l'uccello aveva perso la facoltà della parola.
Il Re fu felice di tenersi accanto quell'uccellino che, anche se muto, lo guardava con occhi così teneri, e gli parlava per ore, trovando grande conforto alla sua tristezza. Aveva severamente proibito di rivelare alla Regina la presenza dell'uccello dalle ali d'oro, ma le chiacchiere corrono e la Regina lo venne a sapere. Gli rimproverò allora di trascurarla per un animale irragionevole.
Un giorno, la Regina disse al medico di Corte che se non le avesse dato ascolto, ubbidendo ai suoi ordini, lo avrebbe discreditato presso il Re facendogli perdere l'incarico. E gli ordinò di dire al Re che l'unico modo di farla guarire era quello di darle in pasto l'uccello dalle ali dorate. Il medico, conoscendo la sua cattiveria, e considerando che un uccello di più o di meno non avrebbe danneggiato il Reame, si premurò di darle retta.
Il Re, pur addolorato, accondiscese alla disposizione del medico, nella speranza di riavere la sua sposa di una volta. Tirò fuori dalla gabbia l'uccello e lo stava consegnando nelle mani del cuoco, quando questi si liberò, ma invece di volar via, si poggiò sulla spalla del Re cominciando ad accarezzarlo in volto con le ali e mettendogli il suo beccuccio in bocca. Il Re ne fu così commosso che cominciò a piangere e ad accarezzare l'uccellino. Nel fare questo, sentì un nodulo sul collo dell'animale, e vide la capocchia di uno spillo.
"Povero piccolino - disse - come questo spillo deve farti male! Che ti sia concesso un attimo di sollievo, almeno prima di morire!"
Aveva appena estratto lo spillo, che si ritrovò tra le braccia la sua diletta sposa, la quale gli raccontò dell'impostura della madre. La gioia del Re nell'averla ritrovata era grande come lo sdegno per la frode della vecchia Regina cattiva.
Il cuoco ebbe l'ordine di arrostire un altro uccello e di portarlo alla Regina nella sua camera. Quando le venne portato l'uccello, lo divorò tutto, senza lasciare sul piatto neanche un ossicino.
Controllò persino che lo spillo d'oro gli fosse stato conficcato nel collo, ma il Re non aveva trascurato nemmeno questo dettaglio.
Per la prima volta la Regina si mostrò pienamente soddisfatta, e disse che non aveva mai in vita sua mangiato niente di migliore. Adesso che era di buon umore voleva che tutti fossero felici, e chiese al Re perché fosse così scuro in volto.
"Mah - rispose il Re - mi hanno dato un compito da assolvere che mi pesa molto."
"Che cosa sarà mai? - chiese la Regina - Tutto si può risolvere. Dimmi di cosa si tratta!"
"Beh - disse il Re - si tratta di condannare una madre che ha voluto mangiare la propria figlia."
"Che orrore! - disse la Regina - Chi commette una tale infamia deve essere affogato senza indugio."
"Più che giusto!", disse il Re, e, dopo esser passato nell'altra stanza, ritornò con la giovane Regina per mano.
Alla vista della figlia, la vecchia Regina fu colta da un tale terrore che le scoppiò il cuore e cadde morta stecchita sul letto.
I due giovani non riuscivano a saziarsi della gioia di essersi ritrovati e della rinata felicità, e vissero uniti fino alla fine dei loro giorni.



Fiabe Popolari Svedesi, Scelta, Traduzione e Note di Annuska Palme Sanavio.

"Variante di Biancaneve... A differenza di molte altre derivazioni svedesi della favola [sic!] dei Grimm Sneewittchen, diffusa nell'Ottocento in forma di canzone popolare, questa versione è autoctona.
Provenienza svedese: Regione dello Uppland"[N.d.A]

lunedì 17 novembre 2014

Rosa Bella e Laida Leda, (Svezia)

'erano una volta un Re e una Regina, che avevano un'unica figlia. Si chiamava Rosa Bella perché era bella e piena di spirito e tutti quelli che la conoscevano le volevano bene. Ma dopo alcuni anni la Regina morì e il Re prese un'altra moglie. La nuova Regina aveva anche lei una figlia, ma era così brutta e sgarbata che tutti la chiamavano Laida Leda. Le due sorellastre crescevano insieme nel castello del Re e chiunque le vedeva si accorgeva di com'erano diverse.
La Regina e Laida Leda erano invidiose di Rosa Bella e la trattavano con perfidia. Ma lei era sempre mite e remissiva e sbrigava di buona voglia i compiti che le venivano assegnati, per quanto pesanti fossero. Questo esasperava la Regina che, più Rosa Bella era acquiescente in tutto, più s'incattiviva.
Accadde un giorno che la Regina e le due Principesse andassero a passeggio nel giardino. Così udirono il giardiniere che parlava con il garzone e gli ordinava di andare nel bosco a prendere la scure, che era rimasta dietro un albero. La Regina ordinò a Rosa Bella di andarci lei. Il giardiniere tentò di opporsi perché non gli sembrava un compito adatto a una principessa, ma la Regina fu irremovibile.
Quando Rosa Bella arrivò nel bosco, scorse subito la scure. Ma, appollaiate sul manico, c'erano tre colombe che si stavano riposando, e preso il pane che le era avanzato dalla colazione lo sbriciolò in mano e lo porse agli animali.
"Mie povere colombelle - disse con garbo - siate così cortesi da spostarvi perché devo riportare la scure alla matrigna."
Le colombe mangiarono dalla sua mano e, di buon grado, saltarono più in là, perché lei potesse riprendere la scure. Si era appena incamminata, che le colombe cominciarono a discutere per decidere come potevano ricompensare Rosa Bella per la sua gentilezza.
"Io le concedo di diventare due volte più bella", disse la prima.
"Io farò sì che i suoi capelli si trasformino in fili d'oro", disse la seconda.
"Da parte mia farò in modo che, ogni volta che sorride, un anello di oro rosso le esca dalla bocca", disse la terza.
E si allontanarono in volo.
Da allora, tutto fu come avevano detto. Quando Rosa Bella tornò dalla matrigna, tutti si stupirono per la sua straordinaria bellezza, i capelli dorati, e gli anelli d'oro rosso che si formavano dal suo sorriso. La Regina, appreso com'erano andate le cose, nutrì un odio ancor più profondo per la figliastra.
La perfida matrigna ora meditava notte e giorno come sua figlia potesse diventare attraente come Rosa Bella. Ordì un piano e, chiamato in segreto il giardiniere, lo istruì sul da farsi. Il giorno seguente ritornò a passeggiare in giardino con le principesse, com'era sua abitudine.
Quando passarono davanti al giardiniere, questi disse che aveva dimenticato la scure dietro un albero, e ordinò al garzone di andare nel bosco a prenderla. Intervenne la Regina e chiese a Laida Leda di andarci lei. Il giardiniere tentò di opporsi, ma la Regina fu irremovibile.
Quando Laida Leda si trovò in mezzo al bosco vide la scure, ma sul manico erano sedute tre colombe bianche e si arrabbiò. Cattiva com'era, prese gli uccelli a sassate maledicendoli:
"Sparite, spiriti maligni! State insozzando il manico della scure che io dovrò toccare con le mie bianche mani!"
A queste parole, gli uccelli si alzarono in volo e Laida Leda prese la scure. Si era appena allontanata, che le colombe cominciarono a confabulare sulla punizione da dare a quella perfida ragazza.
"Io la condanno a essere due volte più brutta", disse la prima.
"Io farò in modo che i suoi capelli diventino come un cespuglio spinoso", disse la seconda.
"Da parte mia farò sì che, ogni volta che sorride, le salti fuori dalla bocca un rospo", disse la terza.
E volarono via.




Tutto fu come avevano detto. Quando Laida Leda tornò dalla madre, tutti si stupirono per il suo aspetto orribile, i capelli che assomigliavano a un rovo, il rospo che le saltava di bocca ogni volta che rideva. La Regina si rattristò per questa terribile disgrazia, e da quel giorno né lei né sua figlia sorrisero più.
Ormai la perfida donna detestava Rosa Bella al punto da tramare contro la sua vita. Chiamò di nascosto un mercante diretto in terra straniera e gli promise un compenso in oro se avesse preso a bordo della sua nave la figlia del Re e l'avesse fatta annegare appena al largo. Il mercante si lasciò corrompere e rapì Rosa Bella. Quella stessa notte si scatenò una violenta tempesta e la nave venne travolta dalle onde come un guscio di noce, con tutta la mercanzia e l'equipaggio. L'unica a salvarsi fu Rosa Bella, che venne trasportata dalle acque su un'isola in mezzo al mare. In quel luogo lontano dalle rotte, senza esseri umani, ma con una vegetazione ricca e lussureggiante, Rosa Bella visse per qualche tempo, nutrendosi perlopiù di bacche e radici.


Bauer J.



Un giorno, camminando in riva al mare, trovò la testa e le ossa di un cervo che era stato divorato da belve feroci. Ciò che restava della carne era ancora fresco e Rosa Bella prese lo scheletro dell'animale e lo infilzò su un bastone affinchè gli uccellini lo vedessero e venissero a becchettare. Poi si distese in terra a fare un sonnellino.
La svegliò una musica fantastica, così gradevole che in un primo tempo era convinta di sognare, e, guardatasi attorno, vide che lo scheletro dell'animale che aveva infilato sul bastone perché gli uccellini del cielo si nutrissero si era trasformato in un tiglio frondoso; la testa del cervo era diventata invece un piccolo usignolo che si sgolava seduto sul sommo dell'albero. L'usignolo cantava con tanta maestria che chi lo udiva credeva di essere in cielo; e ogni foglia dell'albero trillava al canto dell'usignolo in diversi toni sicché il risultato era di una meravigliosa armonia. Da quel giorno alla Principessa non sembrò più tanto duro vivere sola su quell'isola, perché appena era colta dalla tristezza, si sedeva sotto il tiglio e le spariva la malinconia. Malgrado ciò, non riusciva a dimenticare la sua patria, e ogni volta che guardava l'orizzonte il cuore le si riempiva di nostalgia.


George Lawrence Bulleid



Un giorno, mentre era seduta come al solito sulla spiaggia, vide un bel veliero che si avvicinava. A bordo c'era una schiera di paggi capeggiati dal bel figlio di un Re. Mentre la nave adesso costeggiava l'isola sottovento, gli uomini udirono un canto soave, e convinti che l'isola fosse una terra incantata volevano riprendere il largo. Ma il Principe, che era coraggioso e non temeva nulla e nessuno, decise che non si sarebbero allontanati prima di aver scoperto l'origine di quella melodia e ordinò ai marinai di buttare l'ancora.
Quando il Principe sbarcò a terra, ed ebbe udito il suono del tiglio e il canto dell'usignolo, provò un sentimento struggente, perché gli sembrava di non avere mai udito una melodia più vibrante. Ma quale non fu il suo stupore quando, avvicinatosi, vide che sotto il tiglio sedeva una ragazza bellissima dai capelli che rilucevano come oro! La salutò e le chiese se era lei che deteneva il comando sull'isola. Alla sua risposta affermativa, le chiese se era una sirena o una normale fanciulla.
Rosa Bella raccontò le sue avventure, di come le onde l'avessero trasportata a terra e della sua nascita e della sua nobile stirpe, e il Principe tra sé non si stancava di elogiarla per la sua bellezza e i suoi modi cortesi. Parlarono a lungo e alla fine il Principe le chiese di seguirlo in patria e diventare la sua sposa, e lei accondiscese. Furono issate le vele, ma prima di partire Rosa Bella volle che a bordo fosse portato il tiglio con il suo usignolo, e quando giunse a casa del Principe lei stessa piantò il tiglio in giardino. Dal fremito delle foglie nascevano toni dolcissimi e l'usignolo gorgheggiava note mai udite prima, per la gioia dei cittadini del Reame.


Alan Lee (Tolkien)


Dopo un certo tempo, Rosa Bella mise al mondo un figlio. La felicità della nascita fu all'origine di un sentimento di nostalgia per suo padre, e gli mandò un messaggero che gli riferisse tutto ciò che le era successo. Non disse, però, che la causa delle sue disgrazie era stata la Regina.
Il Re e i cortigiani furono felici delle buone notizie, perché tutti avevano sempre amato Rosa Bella, ma la Regina e la figlia, irritate che fosse viva, si prepararono a fargliela pagare. Poco dopo, la Regina disse che sarebbe andata a trovare Rosa Bella e si preparò per il viaggio. Giunta a quel Regno remoto, fu molto ben accolta, perché la figliastra era incapace di rancore e la ricevette con calore e amicizia.
Una sera, la matrigna volle offrirle ciò che chiamò un pegno di affetto ed era una splendida camicia di seta, intessuta d'oro. La camicia era stregata, e, appena Rosa Bella la indossò, venne tramutata in un'oca che volò fuori dalla stanza per una delle finestre e raggiunse il mare; ma come la figlia del Re aveva i capelli d'oro, l'oca ebbe penne d'oro. Nello stesso istante, il tiglio cessò di suonare e l'usignolo di cantare, e il Palazzo Reale si riempì di dolore e di tristezza. Più di tutti soffriva lo sposo di Rosa Bella, il giovane Re, e nulla poteva consolarlo.
Dopo qualche tempo, la notte, quando splendeva la luna, i pescatori del Re, al largo a gettare le reti, cominciarono a vedere una bella oca dalle penne d'oro che ondeggiava sulla superficie dell'acqua. L'apparizione li lasciava pieni di stupore, e non sapevano se fosse un cattivo presagio o un auspicio. Una notte, l'oca si avvicinò a nuoto alla barca di un pescatore e cominciò a parlargli:

"Buonasera, pescatore! Dimmi, com'è la vita al Castello?

Suona il mio tiglio?
Canta l'usignolo sul fiore?
Piange mio figlio?
E' felice il mio Signore?"

All'udire queste parole, il pescatore fu sconvolto, poiché riconobbe la voce della Regina. Rispose:

"Al Castello le cose vanno male.
Non suona il tuo tiglio.
L'usignolo non canta sul fiore.
Notte e giorno piange tuo figlio.
E' sempre infelice il tuo Signore."

L'oca trasse un sospiro di dolore e poi disse:

"Povera me
che sulle onde azzurre vago
e per la felicità passata pago!"

Buonanotte, pescatore! Verrò altre due volte e poi mai più!"


Christensen J.


L'uccello sparì all'istante, ma il pescatore tornò a casa e raccontò al suo Signore, il giovane Re, ciò che aveva udito e veduto.
Il Re diede ordine che si catturasse l'oca e promise una ricca ricompensa. I pescatori prepararono una trappola e uscirono in mare per gettare le reti. Era appena spuntata la luna che, portata dalle onde, l'oca si avvicinò alle barche a nuoto, e disse al solito pescatore:

"Buonasera! Dimmi, com'è la vita al Castello?

Suona il mio tiglio?
Canta l'usignolo sul fiore?
Piange mio figlio?
E' felice il mio Signore?"

Il pescatore rispose allo stesso modo dell'altra volta:

"Al Castello le cose vanno male, molto male.
Non suona il tuo tiglio.
L'usignolo non canta sul fiore.
Notte e giorno piange tuo figlio.
E' sempre infelice il tuo Signore."


L'oca trasse un sospiro di dolore. Poi disse:

"Povera me
che sulle onde azzurre vago
e per la felicità passata pago!"

Buonanotte, pescatore! Verrò un'altra volta e poi mai più!"

Pronunciate queste parole, l'uccello volle allontanarsi, ma i pescatori pronti lo intrappolarono. La povera bestia incominciò a sbattere le ali e a gridare in preda all'angoscia:
"Mollate la presa o tenete duro!
Nessuno mi porterà al Castello, ve l'assicuro!".

Allo stesso tempo mutò sembianze. Si trasformò in serpente, drago e altri tremendi animali, sicché i pescatori spaventati mollarono la presa e l'uccello volò via.
Il Re, udito l'esito della loro spedizione, s'infuriò e disse che dei veri uomini di mare non si sarebbero mai fatti ingannare da un'illusione ottica. Diede ordine di costruire una nuova trappola e ordinò ai pescatori, sotto pena di morte, di non lasciarsi scappare la preda la prossima volta.
La terza notte, appena sorta la luna, i pescatori remarono al largo per gettare le reti. Aspettarono a lungo e finalmente l'oca d'oro apparve sulla cresta dell'onda e si avvicinò a nuoto alla prima barca. Cominciò al solito modo:

"Buonasera, pescatore! Dimmi, com'è la vita al Castello?

Suona il mio tiglio?
Canta l'usignolo sul fiore?
Piange mio figlio?
E' felice il mio Signore?"

E il pescatore rispose:

"Al Castello le cose vanno male.
Non suona il tuo tiglio.
L'usignolo non canta sul fiore.
Notte e giorno piange tuo figlio.
E' sempre infelice il tuo Signore."


L'oca trasse un sospiro di dolore e disse:

"Povera me
che sulle onde azzurre vago
e per la felicità passata pago!

Buonanotte, pescatore! Non tornerò mai più!"

L'oca voleva partire al volo, ma i pescatori buttarono la loro trappola e la imprigionarono. La povera bestia cominciò a sbattere le ali e a gridare in preda all'angoscia:

"Mollate la presa o tenete duro!
Nessuno mi porterà al Castello, ve l'assicuro!".

Allo stesso tempo, mutò sembianze e si trasformò in serpente, drago e altri animali spaventosi. Ma questa volta i pescatori, temendo l'ira del Re, non lasciarono la presa e riuscirono così a catturare l'oca d'oro e a portarla al Castello. Qui era sorvegliata giorno e notte, perché non prendesse il volo. L'uccello, però, aveva perso la parola ed era tetro e silenzioso. L'umore del Re diveniva sempre più cupo.
Qualche tempo dopo, una vecchia dall'aspetto singolare arrivò al Castello e chiese di parlare al Re. La sentinella rispose che il Re, immerso nella sua profonda tristezza, non voleva vedere nessuno, ma dopo molte insistenze, la donna riuscì ad essere ammessa alla sua presenza. Allora disse:
"Maestà, mi è stato detto che la tua Regina è stata trasformata in un'oca d'oro e che la tua disperazione non ha limiti. Sono venuta a sciogliere l'incantesimo e a restituirti la tua sposa, se tu verrai a patti".
Il volto del Re si illuminò di gioia e chiese di conoscere le condizioni della donna.
"La mia casa è sulla piccola salita dall'altro lato del fiume nero. Ti chiedo di far costruire una muraglia intorno alla montagna, in modo che i tuoi armenti non mi disturbino quando vanno al pascolo."
Al Re sembrò una proposta equa e promise di esaudire quel desiderio anche se aveva poca fiducia nel potere della povera vecchia. Quella allora raccontò ciò che era successo a Rosa Bella per la perfidia della matrigna, e il Re non poteva credere alle sue orecchie. 
La vecchia chiese poi di vedere la camicia di seta che Rosa Bella aveva ricevuto in dono dalla matrigna, e insieme al Re andò nella stanza dov'era imprigionato l'uccello d'oro. La Maga, poiché era una maga che si celava sotto le spoglie della vecchia, poggiò la camicia sulle ali dell'oca e l'incantesimo si sciolse all'istante.
La Regina riprese il suo aspetto umano, e quando il Re baciò la sua sposa sulle labbra zuccherine, il tiglio ricominciò a suonare e l'usignolo a cantare. Nel Reame si fece festa per il ritorno della Regina scomparsa.


Amelia Bowerley


Visto che la Maga aveva mantenuto la parola, il Re mantenne la sua e insieme alla sposa si preparò ad andare dal padre di Rosa Bella. Al loro arrivo, il vecchio Re fu così contento che sembrava ringiovanito e con lui si rallegrarono tutti i cittadini e la gente a Corte. La sola a essere scontenta era la Regina, che si vedeva scoperta e sentiva i suoi giorni contati. In effetti, quando il vecchio Re venne a sapere ciò che la figlia aveva sofferto per colpa della matrigna, si infuriò e condannò la Regina a morte. Ma Rosa Bella intercedette per la vita della Regina, che venne incarcerata a vita nella torre insieme alla figlia Laida Leda. Il giovane Re tornò al suo Reame con Rosa Bella.
Lì suona il tiglio, canta l'usignolo sul fiore, non piange più il figlio, regna su tutti l'amore.

Raccolta e tradotta da Annuska Palme Sanavio.




La "Sposa Sostituita" nella Fiaba Svedese - "Mollate la presa o tenete duro! Nessuno mi porterà al Castello, ve l'assicuro!".

Posto due fiabe svedesi. Bellissime. Le avevo nominate, senza riportarle, quando avevo trattato i motivi  principali  "La Bella e la Brutta" e "Biancaneve".
Entrambe, nella seconda parte, si sviluppano prendendo altre strade e toccando altri motivi.
In generale, le fiabe svedesi sono molto particolari. Di "popolare" non hanno certamente la forma: sono ben scritte, con accuratezza ed una certa eleganza. Le fiabe autenticamente popolari e scrupolosamente trascritte hanno uno stile povero e scarno (con inestimabili guizzi proprii dei rispettivi dialetti/lingue, che si perdono senza rimedio anche nella migliore traduzione), presentano lacune e incongruenze. Qui, invece, tutto scorre perfettamente e ogni dettaglio si incastra nello schema del racconto.  Tuttavia, a parte e nonostante l'intrinseca bellezza, sono una vera miniera di rimandi, di simbolismi e dettagli sorprendenti.




Le fiabe del tipo "La Bella e la Brutta" sono parenti strette del tipo "Cenerentola", matrigna cattiva e sorellastra brutta e viziata comprese. La fiaba-tipo si ferma alla prova superata dalla Bella/Buona, che viene ricompensata con doni soprannaturali ed un Prince Charmant in omaggio, mentre la Brutta/Cattiva (sic! il parallelo è di un razzismo lombrosiano, ad una lettura superficiale) se è fortunata, sputerà rospi e serpi per il resto della vita, o, nei finali più cruenti, viene rimandata, lessata e bollita, sotto forma di ossicini in scatola alla matrigna-strega, che si uccide per il dolore e per la rabbia.


Ferez A.


A volte, la fiaba continua, e continua inevitabilmente con "la sposa sostituita", laddove il "sostituita" è sinonimo di "uccisa" - e l'uccisione, come abbiamo visto nella storia di Elizabeth Shea, avviene - di solito - immediatamente dopo il parto, quando l'Eroina è più vulnerabile. Mentre nelle storie che gli Irlandesi consideravano storie vere e non fiabe, la Morta viene sostituita da un simulacro senza vita, in questo tipo fiabesco, la Buona uccisa si trasforma in un uccello, ovvero nella forma che gli Antichi davano all'Anima, mentre, nel letto da puerpera, si corica la sorellastra, il suo doppio cattivo. E l'uccello torna per tre volte: poi, non potrà tornare mai più, come Elizabeth Shea ha sette anni per essere liberata, poi sarà perduta per sempre per i Vivi.

In Rosa Bella e Laida Leda, ecco le colombe-fate benigne e l'albero che incarna la madre morta in Cenerentola.
L'albero-che-canta-e-suona si sdoppia nel tiglio, pianta simbolo di amore coniugale, e nell'usignolo. Entrambi sono anche collegati all'Oltretomba.
In questa fiaba, non svolgono la funzione di aiutanti magici. Sono il sintomo del bene e/o del male che impera al Castello. Assolutamente legati alla Principessa, rispondono con il silenzio alla sua morte temporanea.

Due insolite trasgressioni della trama canonica nella variante svedese:

La Brutta non sostituisce la Bella nel letto del Re, per cui l'uccisione risulta fine a se stessa. Tuttavia, condividerà il castigo materno.
Il Re non cattura (in realtà, libera) personalmente l'uccello d'oro in cui è stata trasformata la moglie perduta. Al contrario, in tutte le versioni che ho letto è il Re ad "esorcizzare" e liberare la moglie morta. Qui, la cattura dell'uccello recalcitrante è demandata, pena la morte, a poveri pescatori, mentre l'esorcismo è affidato al personaggio più originale ed "irlandese" che si potesse sperare d'incontrare: la vecchia Maga venuta a trattare con il Re la salvezza della Regina, in cambio di una questione di confini. Più irlandese di così! E il bello è che anche il Re si irlandesizza e pondera puntigliosamente la proposta...

Infine, l'apporto più originale, e, molto probabilmente, più utile per la comprensione di qusto tipo fiabesco: in quasi tutte le versioni, la sposa morta appare per invocare la propria liberazione, anche quando non lo dice esplicitamente. Eppure, nel momento in cui il marito la blocca, si sottrae e si trasforma, il che è inspiegabile. Nella versione svedese, pur rispettando il rito dell'apparizione e dell'avvertimento "tornerò un'altra volta e poi mai più", si ribella con violenza inaudita alla cattura da parte dei pescatori, mutandosi "negli animali più tremendi". Eppure, grida un avvertimento enigmatico:

"Mollate la presa o tenete duro!
Nessuno mi porterà al Castello, ve l'assicuro!".

E, una volta catturata, si comporta come una prigioniera, cupa e silenziosa, né chiede di vedere l'amatissimo figlio. Un piede ancòra nel Regno dei Morti, legami d'amore con i mortali, attende l'esorcismo che la richiamerà definitivamente nel "Regno di Qua".

Mab's Copyright





sabato 15 novembre 2014

Le Fate di Rahonain ed Elizabeth Shea, Jeremiah Curtin

Quando la compagnia tornò nella mia stanza la sera seguente, l'ospite portò un quarto uomo, Maurice Lynch, un muratore che sapeva molte cose sui fantasmi e sulle Fate. Quando, la sera precedente, ci eravamo salutati, John Malone mi aveva promesso di aprire la sessione attuale con una storia che sapeva essere vera, perché i protagonisti erano suoi amici "ed anche lui era presente". La storia venne richiamata da una domanda riguardo ad una pratica in uso tra le Fate (e che pare essere abbastanza comune), quella del portare via delle persone e lasciare dei sostituti al loro posto.
Pare che questi sostituti siano cadaveri, quando le persone rapite sono giovani donne in età da marito. Quando viene presa una donna sposata, viene messo al suo posto il simulacro di un defunto. Quando viene rapito un bambino, ne viene posta nella culla una imitazione vivente. Il sostituto appare ai genitori come il proprio figlio, ma a chiunque abbia la visione fatata l'inganno appare nella sua vera forma [vedi Changeling].


Christensen J.


irca trenta anni or sono - disse l'anziano uomo - viveva in un villaggio vicino a Rahonain Castle un uomo di nome James Kivane, mio fratellastro, che sposò una donna chiamata Elizabeth Shea.
Tre o quattro notti dopo la nascita del loro secondo figlio, la moglie di Kivane, di cui si stavano prendendo cura la madre e la suocera, si svegliò e vide il letto in fiamme. Chiamò la madre, che si era addormentata a fianco del letto. La madre balzò in piedi e, girandosi verso il focolare, vide una gatta con un volto di uomo e si spaventò, ma non ebbe tempo sufficiente per darle una seconda occhiata. Quando ebbe spento il fuoco, cercò la gatta, ma non ne trovò traccia nella casa e non la rivide mai più. Due giorni dopo, il neonato morì, e tre o quattro giorni più tardi,  Elizabeth Shea provò un terribile dolore ad un piede. Esso si gonfiò molto e, laddove era il gonfiore, la pelle aveva l'apparenza di corteccia d'albero. La povera donna soffriva terribilmente. Fu chiamato il prete varie volte e furono donati denari per fare dire delle messe. Offrirono ad un prete venti sterline per curarla, ma lui disse che, se anche gli fosse stato offerto tutto il denaro del Regno, lui non avrebbe voluto avere a che fare con questo caso. Aveva paura di prendersi lui stesso un colpo di Fata. Il piede continuava a gonfiarsi ed era di una misura tale che occorreva una yarda di lino per avvolgerlo una volta sola. La donna rimase in queste condizioni un anno e mezzo e, verso la fine, disse che ogni notte sentiva muoversi intorno alla casa dei cavalli e dei carri, ma non sapeva chi vi fosse dentro. La madre andò da un'anziana donna, un'erborista, e la pregò di andare a curare sua figlia, se poteva.
"Posso curarla - disse la donna - ma se lo faccio devi permettere che qualcun altro della famiglia muoia al posto suo."
Ora, siccome tutti i figli e le figlie erano sposati ed avevano le proprie famiglie, la madre disse che lei non aveva nessuno da scambiare con la propria figlia. La moglie di Kivane era solita alzarsi grazie ad una corda che pendeva sopra al letto. Quando era stanca e non riusciva più a tenersi, si sdraiava nuovamente. Elizabeth Shea soffrì in tal modo fino ad una settimana prima di morire. Disse ai suoi amici che era inutile darle medicinali o pagare del denaro per le messe a suo favore, ché non era in se stessa.
La notte che la madre vide la gatta con il volto di uomo seduta sul focolare, la vera moglie di Kivane venne presa dalle Fate e messa nel Rahonain Castle a nutrire un loro neonato. Nessuno era in grado di dire chi fosse la donna malata, ma, chiunque fosse, morì ed il corpo era così gonfio che la bara era come una scatola: tanto larga quanto lunga.
Circa un anno dopo il funerale, Pat Mahony, che lavorava per il gestore di un albergo a Dingle, venne a Listowel per una fiera. Alla fiera lo accostò uno strano uomo.
"Dove abiti?", chiese l‟uomo.
"A Dingle", disse Pat Mahony.
"Conosci le famiglie di Rahonain chiamate Shea e Kivane?"
"Certo, - disse Mahony - la moglie di Kivane è morta circa un anno fa."
"Bene,- disse lo strano uomo - ho un messaggio per te da dare ai genitori di quella donna, Elizabeth Shea. Sono nove mesi che viene nella mia casa. Arriva sempre dopo il tramonto. Vive in un Forte delle Fate che è sulla mia terra. Ecco come abbiamo scoperto la donna: circa nove mesi or sono, mettevamo da parte nella credenza delle patate e del latte per uno dei miei servitori che era lontano da casa e, prima che l'uomo arrivasse, questa donna fu vista andare alla credenza a mangiare le patate e bere il latte. Venne ogni sera per circa un mese prima che io avessi il coraggio di parlarle. Quando lo feci, mi disse che suo padre, sua madre, suo marito e suo figlio vivevano vicino a Rahonain Castle. Mi diede molte prove di chi fosse. 'Ho passato - disse - tre mesi a Rahonain, all'inizio nutrendo un bambino che vi era dentro, ma in seguito sono stata portata al Forte nel luogo dove vivo ora, a Lismore. Non ho ancora assaggiato cibo nel Forte - disse - ma, trascorsi sette anni sarò costretta a mangiare e bere, a meno che qualcuno non mi salvi. Non posso fuggire da sola.'"
Quando Mahony tornò a casa, a Dingle, andò dritto a Rahonain e riferì agli amici della donna tutto ciò che lo strano uomo gli aveva detto. Ella aveva anche detto all'uomo cosa dovevano fare i suoi amici: dovevano andare là con quattro uomini, un cavallo ed un carro e lei sarebbe andata loro incontro. Il padre ed il fratello della signora Kivane, io ed un altro vicino ci offrimmo per andare a Lismore, ma Kivane non andò, perché a quell'epoca aveva una seconda moglie.
Il mattino seguente, partimmo ed andammo dal prete locale per chiedere i suoi consigli. Egli ci disse di non andare e ci consigliò in ogni modo di rimanere a casa. Temeva, suppongo, che la donna potesse dare alla gente troppa conoscenza dell'Altro Mondo. Gli altri tre uomini vennero fermati dal prete. Di certo non sarebbe stato utile che andassi io da solo, e non lo feci. La moglie di Kivane sapeva che suo marito si era risposato, perché gli mandò a dire che non le importava, che lei sarebbe vissuta con suo padre e suo figlio.
Tutti dimenticarono questa storia per un paio di anni.
Quando un poliziotto in pensione di nome Bat O'Connor fu sulla strada per andare da Lismore a Dingle, la donna gli apparve davanti, lo salutò e gli chiese se stava andando a Dingle ed egli rispose di sì. Ella chiese se lui desiderava farle una cortesia, di andare dai suoi amici a Rahonain (e gliene diede i nomi) e dire loro che avevano avuto tempo in abbondanza per andare a reclamarla e che lei non aveva ancora mangiato cibo fatato. Egli promise di fare ciò che lei aveva chiesto. Raggiunse Dingle poco dopo, andò a Rahonain e riferì ai suoi amici ciò che lei gli aveva detto. O'Connor, tuttavia, non disse tutto fino a quando essi non ebbero promesso di andare. I parenti della seconda moglie, nell'udire questo, andarono da O'Connor e gli offrirono del denaro affinché non dicesse altro. Egli divenne dunque silenzioso e la gente non si interessò più della donna.


Serena Malyon



I sette anni passarono e, alla fine di quel periodo, il padre di Elizabeth Shea la vide una sera mentre stava tornando a casa dal mercato ed era a circa un miglio da Dingle. Lei gli si avvicinò a circa un miglio di distanza, ma non parlò. Nell'andarsene, gli soffiò in faccia. Il giorno seguente, lui dovette mettersi a letto e rimase cieco per sette-otto anni. Rimase a letto per la maggior parte del tempo, fino alla sua morte. Nel paio di giorni che trascorsero prima che perdesse la vista, Shea vide la figlia entrare e soffiare sul proprio figlio, che morì in maniera strana poco dopo. Né il prete né il dottore riuscirono a dire quale malattia avesse il bambino. Circa nel periodo in cui il bambino morì, la seconda moglie di Shea si ammalò e, da allora, non munse più una mucca né spazzò la casa. Non va al mercato o a messa da venti anni. Non prova dolore né soffre in alcun modo, ma è morta dentro. Lei aveva una bella figliola, ma le venne soffiato contro e morì due giorni dopo. Aveva tre figli maschi, ma Elizabeth Shea non fece mai loro alcun male.

"Fate, Folletti e Spiriti Inquieti", Jeremiah Curtin

Queste sono le storie per cui ho un debole. Sono Irlandesi, per lo più. Propongono infinite varianti, e, ad una prima lettura, potrebbero sembrare ripetitive nei contenuti e scarne  in quanto a stile. Eppure, presentano, a ben guardare, una varietà tale di dettagli, spunti, piccole rivelazioni, da costituire manuali per la decifrazione del motivo principale.
1) In Irlanda come in Italia e nel resto del mondo, il momento del parto e i giorni successivi,  rappresentano un tempo di sospensione, di totale vulnerabilità della donna e del neonato. Anche da noi, non si contano ricette, raccomandazioni, piccoli accorgimenti che garantirebbero la protezione della puerpera e del neonato contro il malocchio, gli spiriti maligni, le stregonerie. E, se si verifica qualche sventura, beh, vuol dire che le donne di casa non sono state ben attente. In questo racconto non si allude apertamente a qualche mancanza, ma la sensazione che la colpa sia della madre e della suocera, ovvero delle guardiane, è evidente. (Forse, la madre non avrebbe dovuto addormentarsi?). Nelle fiabe, soprattutto quelle sulla "sposa sostituita", è subito dopo il parto che la matrigna-strega e la sua orribile figlia, approfittando della "debolezza" della madre, uccidono (in genere, affogandola) l'eroina, che si trasformerà in anatra, o in una renna, o in una colomba. E la "debolezza" non riguarda soltanto lo stato di prostrazione fisica: in quel momento, la vera sposa è priva di quella speciale protezione magica che le ha garantito una difesa contro le trame della matrigna-strega e le ha donato fortuna e la regalità.

2) Lo "Stregatto". Principe tra gli animali demoniaci. Stranamente, con i due generi confusi: gatta, con volto d'uomo.

3) Il Changeling. Un fantasma irlandese potrebbe anche essere una donna rapita che ruba latte e patate per non essere costretta a toccare il cibo fatato, che le negherebbe per sempre il ritorno. Spesso, riaperta la bara, viene scoperto un ciocco di legno al posto del cadavere. Quando il Sostituto sopravvive, non ha più "vita dentro", se adulto, è un mostricciattolo maligno ed inquietante se è un neonato. La stranezza di questo racconto sta nei vagabondaggi della non-morta. In genere, mortali incauti capitano per caso o per curiosità nei pressi di un Forte e riportano i messaggi di una compaesana che credevano morta ed è, invece, prigioniera delle Fate, e fa da balia ad un loro piccolo.

4)  La Vendetta della non-morta, la cui natura, trascorsi i sette anni e grazie al cibo fatato, è divenuta affine a quella dei suoi rapitori. Il fiato che spegne o risucchia il fiato vitale delle vittime è in tutto simile al metodo omicida dei gatti demoniaci.

Su tutto ciò - e altro ancòra - il senso della tragedia, che, suggerita con parole più ridondanti, avrebbe perso tutta la sua forza. Elizabeth Shea, novella Alcesti, che, a più riprese, supplica per una salvezza possibile e tutto un contorno di "amici" pavidi e riluttanti - lo stesso narratore, in primis - poi, il prete meschino e pusillanime che spazza via le ultime speranze convincendo i già tiepidi "amici" a tornare sui proprii passi, timoroso della vendetta delle Fate, ma, ancor di più, dagli eventuali racconti "scomodi" sull'Altro Mondo che Elizabeth, una donna, potrebbe diffondere, e il marito, risposatosi alla velocità della luce, che si disinteressa completamente di lei, mentre la seconda moglie e i suoi parenti corrompono con l'oro gli scampati alla propaganda del prete. Solo la madre cerca una via di salvezza, ma non può sacrificare un altro dei suoi figli in cambio del suo riscatto. Quando, con una freddezza da serial killer, Elizabeth, ormai perduta, li colpisce uno dopo l'altro non mi incute più orrore o timore di quei bravi paesani.

Mab's Copyright


mercoledì 5 novembre 2014

Il Pony-Goblin (Andrew Lang)- Traduzione Mia

"Non lasciate il focolare, stanotte - disse la vecchia Peggy ai suoi nipoti - Il vento soffia con tanta violenza da far tremare la casa, ed è Halloween: le streghe sono dovunque, e i goblins [folletti], loro servitori, vagano assumendo le più svariate forme per arrecare sciagura ai figli degli Uomini."
"Perché dovrei restare? - chiese il più grande tra i giovani - Voglio andare a vedere cosa fa la figlia del vecchio Jacob, il cordaio. Non chiuderebbe i suoi occhi blu per tutta la notte se non mi recassi a casa di suo padre prima che la luna sia tramontata!"
"Io devo andare a pesca di aragoste e granchi! - esclamò il secondogenito - e nessuna strega o goblin potrà impedirmelo!"


Ferronière Erlé


Così, disprezzando il saggio consiglio della vecchia Peggy, uscirono per curare affari o inseguire i proprii piaceri. Solo il più giovane esitò un istante quando la vecchia Peggy gli disse: "Rimani, piccolo Richard, e ti racconterò storie meravigliose!"
Ma lui voleva raccogliere un po' di timo selvatico e di more al chiaro di luna e corse fuori, dietro agli altri. Appena lasciata la casa della vecchia Peggy, i giovani esclamarono: "La vecchia parla di vento e tempesta, ma non si è mai visto un tempo più sereno o un cielo più terso! Osservate la luna: con quanta maestà si fa largo tra le nuvole trasparenti!"
Improvvisamente, si accorsero che, accanto a loro, c'era un piccolo pony nero.
"Oh, dev'essere il pony del vecchio Valentine - dissero - Sarà scappato e adesso cerca di arrivare all'abbeveratoio".
"Caro, piccolo pony! - disse il maggiore. dandogli una pacca affettuosa -  Non dovrai girare a lungo: ti accompagnerò io stesso all'abbeveratoio".
Ciò detto, gli montò in groppa, subito seguito dal secondo fratello, poi, dal terzo, e, infine, anche dal piccolo Richard, che non amava essere lasciato indietro.
Per strada, incontrarono alcuni amici e li invitarono a montare in groppa al pony, il che essi fecero, senza che la piccola creatura mostrasse il minimo disagio per il peso eccessivo: anzi, continuò a trottare allegramente.
Più il piccolo pony allungava il passo, più i ragazzi si divertivano e gli affondavano i talloni nei fianchi, gridando:" Galoppa, cavallino, ché non sei mai stato montato da cavalieri più abili!"
Nel frattempo, si era alzato il vento e il mare rumoreggiava, ma, per nulla allarmato dal rombo delle onde, il pony cambiò strada, e, lasciata la via per l'abbeveratoio, si diresse lietamente verso la spiaggia.


Ferronière Erlé


Il piccolo Richard incominciò a rimpiangere il timo e le more, e il fratello maggiore afferrò la criniera del pony e tentò di fargli cambiare strada, poiché gli erano tornati in mente gli occhi blu della figlia del vecchio Jacob, il cordaio. Ma invano strattonò e spinse: il pony galoppò diritto fino al mare e, non appena le onde gli lambirono gli zoccoli, nitrì di piacere e caracollò gioiosamente tra le grandi onde spumeggianti.
Quando le acque giunsero a coprire loro le gambe, i ragazzi rimpiansero il proprio comportamento sconsiderato e gridarono:" Il maledetto pony nero è stregato! Se solo avessimo ascoltato il consiglio della vecchia Peggy, adesso non saremmo perduti!"
Man mano che il pony avanzava tra le onde, i marosi si facevano più alti e minacciosi, finché coprirono le teste dei giovani, ed essi annegarono tutti.
Il giorno dopo, la vecchia Peggy uscì di casa perché era inquieta circa il destino dei suoi giovani nipoti: li cercò in lungo e in largo, ma non riuscì a trovarli da nessuna parte. Allora, chiese loro notizie ai vicini, ma nessuno seppe dirle nulla, tranne che il maggiore non si era visto a casa del vecchio Jacob e di sua figlia dagli occhi blu.
Mentre la vecchia Peggy se ne tornava a casa, piegata dal dolore, vide un piccolo pony nero venirle incontro con grandi balzi e rizzandosi sulle zampe posteriori. Quando le fu accanto, lanciò un alto nitrito, e la oltrepassò così velocemente che, in un istante, non lo vide più.

"The Grey Fairy Book", A. Lang

Traduzione: Mab's Copyright


domenica 2 novembre 2014

Il Fantasma di Sneem, Jeremiah Curtin (Irlanda)

ualche tempo dopo che Pat Doyle era stato ucciso dal fantasma, mio marito, Martin Doyle, era al lavoro su una dimora ad una certa distanza da Sneem, ed una sera il gentiluomo che aveva dato quel lavoro a Martin gli disse di andare quella notte a Sneem per una commissione.
"Bene, - disse lui - è troppo tardi, e la strada è molto solitaria. Non c'è nessuno tranne me ad occuparsi di mia madre e se mi dovesse accadere qualcosa lei rimarrebbe senza sostegno. Andrò durante il giorno."
"No,- disse il gentiluomo - io voglio inviare una lettera e deve essere recapitata stanotte stessa."
"Non intendo rischiare, non andrò", disse Martin.
Martin aveva un cugino, James, che aveva udito la conversazione e, alzandosi in piedi, disse: "Andrò io. Non temo alcun fantasma o spirito ed ho passato molte notti per strada."
Il gentiluomo lo ringraziò e disse: "Eccoti una spada, se ne avrai bisogno."
Diede quindi a James la lettera e le istruzioni per recapitarla. James partì e prese ogni scorciatoia e sentiero laterale; quando credette di essere a metà strada da Sneem, un fantasma gli apparve sulla strada e cominciò ad andargli contro. Ogni volta che si avvicinava, James cercava di colpirlo con la spada d'acciaio, perché vi è grande virtù nell'acciaio, e particolarmente in quello fabbricato da un fabbro irlandese. Il fantasma lo prendeva di mira ed egli lo respinse con la spada fino a quando giunsero ad un incrocio vicino a Sneem. Là, il fantasma scomparve e James corse a tutta velocità in città. Qui scoprì che il gentiluomo che doveva ricevere la lettera si era trasferito in un luogo distante sei miglia, vicino al ponte di Blackwater, a metà strada tra Sneem e Kenmare. Quel luogo mantiene a tutt'oggi una gran brutta fama, ed i vecchi dichiarano che non passa notte senza che vi siano spiriti e gente senza testa intorno al ponte di Blackwater.
James conosceva il posto, ma voleva consegnare la lettera ad ogni costo. Quando giunse al ponte e stava per attraversarlo, un fantasma lo attaccò.
Questo fantasma aveva un aspetto maligno ed era più forte del precedente. Corse due volte verso James, che lo colpì con la spada. Vide allora un grosso uomo senza testa che correva lungo la strada dall‟altra parte del ponte e su per la scogliera, nonostante non vi fossero vie, là.
Il fantasma smise di attaccarlo e corse dietro all‟uomo senza testa. James attraversò il ponte e camminò un poco, quindi incontrò uno straniero; i due si salutarono a vicenda e l'uomo chiese a James dove vivesse, ed egli rispose: "Vengo da Drumfada".
"Sapete che ore sono?", chiese James.
"No, - rispose l‟uomo - ma quando sono passato vicino a quella casa laggiù i galli stavano cominciando a cantare. Avete visto nulla?"
"Certo!", disse James e gli raccontò di come il fantasma lo aveva attaccato e quindi era corso via dietro all'uomo senza testa.
"Oh,- disse lo straniero - quel corpo senza testa va sempre in giro intorno al ponte, di notte; centinaia di persone l'hanno visto. Corre su per la scogliera e scompare al canto del gallo ed il fantasma che vi ha attaccato lo segue quando il gallo canta."
Lo straniero proseguì e James recapitò la lettera. L'uomo che la ricevette lo ringraziò molto e lo pagò bene. James tornò a casa sano e salvo ma disse:
"Sarei morto se non fosse stato per l'acciaio."


V.M. Maksimov


"Potreste raccontarmi una storia vera di Fate?", chiesi alla vecchia donna. "Potrei, - disse lei - ma oggi vi racconterò solo ciò che ho visto una notte oltre Cahirciveen. Una volta, trascorsi la notte in una casa vicino a Waterville, a circa sei miglia da Derrynane. La padrona di casa era a letto con il suo figlioletto piccolo. Il marito udì il pianto di un bambino provenire dall'esterno, sotto la finestra e corse al letto chiedendo:
"Mary, hai il bambino con te?"
"Certamente, John."
"Bene, ho udito un bambino che piangeva sotto la finestra. Andrò a vedere di chi è."
"Nel nome di Dio,- urlò la moglie - fermati, resta qui! Prendi l'acqua santa e spruzzala sopra il bambino, sopra di me e di te!"
Egli lo fece e poi ne spruzzò un poco in cucina. Allora udì i pianto allontanarsi sempre più fino a sembrare lontano mezzo miglio: era molto addolorato e triste. Se fosse uscito dalla porta, il padrone di casa avrebbe ricevuto un colpo di Fata e la madre sarebbe stata portata al Forte [All'interno di uno dei "tumuli delle Fate"] come balia."

Questo fu tutto ciò che la donna raccontò. Promise di tornare il giorno seguente, ma non l'ho mai più rivista. Alcune sere dopo, il cieco mi informò che era malata ed era in ospedale. La sua malattia era stata causata, come disse lei, dal fatto di avermi raccontato quelle storie durante il giorno. Molti anziani raccontano storie solo di sera: non è buono, non è fortunato farlo durante il giorno.

sabato 1 novembre 2014

Artù e la Terra degli Eternamente Giovani ("Excalibur", Scena Finale)

"Excalibur" di John Boorman non è mai stato uno dei miei film preferiti. Non credo che esista - in effetti - un mio film preferito su Artù e i suoi Cavalieri e il suo Tempo. Posso dire, però, che "Excalibur" si riscatta nella scena finale,e, anche con l'aiuto - diciamolo - della magnifica musica del Funerale di Sigfrido, raggiunge quell'ombra di epicità e di malinconia che il regista ha inutilmente inseguito per tutto il film. L'imbarcazione senza remi che sfreccia sulle acque portando - secondo la tradizione - Artù ad Avalon, l'isola dai molti nomi (l'Isola delle Mele, l'Isola di Vetro, ecc.), vegliato dalle tre Dame (la stessa Dama del Lago, Viviana, che ha sconfitto e imprigionato Merlino, l'Incantatore "politico", e Morgana) in atteggiamento ieratico (i palmi alti e voltati verso chi guarda), è quasi un'allucinazione o una visione.
Dopo aver letto chili di saghe, frammenti di racconti perduti, ecc., mi aspettavo un corach (coracle, inglesizzato), quella barca tondeggiante, con lo scheletro in vimini e ricoperta di cuoio impermeabilizzato, che, realmente usata dai pescatori e dai guerrieri delle Isole Britanniche (in particolare, in Irlanda), compare improvvisamente, fatta di vetro o rame, senza vele né remi, nelle antiche Storie, per condurre nella Terra degli Eternamenente Giovani principi fanciulli, Eroi stanchi, Sìde perduti o rinnegati, e gli Dèi ancòra riluttanti a lasciare per sempre Eriu, l'Isola sacra.

Mab




Rihard Wagner e Arturo Toscanini: Morte e Marcia Funebre di Sigfrido: