venerdì 29 novembre 2013

La Spada della Verità - Tutti gli Episodi della Seconda Stagione


- IL MARCHIO - [Marked]
  Richard, Kahlan e Zedd festeggiano la vittoria su Darken Rahl, ma vengono attaccati da un mostro proveniente dal mondo sotterraneo. E' stato inviato contro di loro dal nuovo padrone di Darken Rahl : il Guardiano, che vuole impossessarsi delle Terre Centrali. Intanto, Richard scopre di essere il fratello di Darken Rahl e,quindi, di aver diritto al trono. Prima di insediarsi, però, vuole sconfiggere il mostro. Darken Rahl incita le Mord-Sith a ribellarsi a Cara. La strega Shota invita Zedd a nominare un nuovo Cercatore, poiché una Profezia prevede la sconfitta di Richard, ma il mago non accetta. Alla caccia del mostro, Richard, che ha scoperto la breccia fra i due Mondi, si imbatte in Cara, desiderosa di vendicarsi delle sorelle e, insieme, trionfano. Richard, però, medita di lasciare il trono per affrontare il  nuovo temibile nemico.

- I BANELING -
   Nel corso della  ricerca della Pietra delle Lacrime , che serve per richiudere il passaggio dal mondo sotterraneo,  Richard e i suoi compagni liberano i prigioneri di un campo D'Hariano. Ma scoprono che i morti  tornano ad uccidere dall'aldilà proprio attraverso il passaggio, grazie ad un patto stipulato con  il Guardiano...



domenica 24 novembre 2013

La Leggenda di O'Donoghue - Yeats


Questa è una delle leggende riportate da Yeats, che l'aveva attinta da una raccolta di T.C.Croker.


n un tempo così lontano che non se ne conosce l'epoca precisa, un capo di nome O'Donoghue reggeva le terre che circondano il romantico (sic!) Lough Lean, ora chiamato il lago di Killarney. Saggezza, generosità e giustizia distinguevano il suo regno, e la prosperità e la felicità dei suoi sudditi ne erano il naturale risultato. Si dice che fosse rinomato per le sue imprese guerresche quanto per le sue virtù in tempo di pace; e, a riprova del fatto che la sua amministrazione interna pur essendo benevola non era meno rigorosa, si è soliti additare allo straniero un'isola rocciosa chiamata "la prigione di O' Donoghue", luogo in cui questo principe una volta aveva confinato il suo stesso figlio per alcuni atti di turbolenza e di insubordinazione. La sua fine - perché non può essere propriamente detta la sua morte - fu misteriosa e singolare. Durante una di quelle splendide feste per cui la sua corte era famosa, egli, circondato dai più (sic!) eccellenti fra i suoi sudditi, era impegnato in un racconto profetico degli avvenimenti che si sarebbero succeduti nelle epoche a venire.
I suoi ascoltatori seguivano ora avvinti dalla meraviglia, ora infiammati d' indignazione, bruciando dalla vergogna o abbandonandosi al dolore, mentre egli, con fedeltà e precisione, narrava gli eroismi, le offese, i crimini e le miserie dei loro discendenti. Nel mezzo delle sue predizioni egli si levò lentamente dal sedile, avanzò con passo solenne, misurato e maestoso verso le rive del lago e tranquillamente avanzò sulla sua rigida superficie. Quando ebbe quasi raggiunto il centro si fermò un momento, poi, girandosi lentamente, guardò in direzione dei suoi amici e, muovendo le braccia in segno di saluto, scomparve dalla loro vista con l'aspetto sereno di uno che prenda un breve commiato [1].
Il ricordo del buon O' Donoghue è stato custodito dalle successive generazioni con affettuosa venerazione, e si crede che all'alba di ogni Calendimaggio, anniversario della sua sparizione, egli visiti di nuovo i suoi antichi possedimenti; in genere solo a pochi privilegiati è permesso vederlo e questo onore costituisce sempre un auspicio di buona fortuna per gli spettatori prescelti.
Quando ciò è concesso a molti, è segno sicuro di raccolto abbondante - una benedizione la cui mancanza non venne mai sentita dal popolo durante il regno di questo principe. [2]
Erano trascorsi alcuni anni dall'ultima apparizione di O' Donoghue. L'aprile di quell'anno era stato piuttosto burrascoso e selvaggio, ma il mattino del primo di maggio la furia degli elementi si era del tutto placata. L'aria era tranquilla e immobile; il cielo, riflesso nel lago sereno, somigliava a un viso meraviglioso ma menzognero, i cui sorrisi, dopo le emozioni più tempestose, inducono l 'estraneo a credere che appartenga ad un'anima mai turbata da alcuna passione.
I primi raggi del sole nascente indoravano la sommità di Glenaa, quand'ecco che le acque vicino alla costa orientale del lago all' improvviso si fecero violentemente agitate, sebbene tutto il resto della sua superficie fosse liscio e immobile come una tomba di marmo levigato. Sopraggiunto il mattino, un'onda spumeggiante si scagliò in avanti e, come un orgoglioso cavallo da guerra dall'alta criniera che esulti della sua forza, si precipitò attraverso il lago verso il monte Toomies.


Pisanello


Dietro a quest'onda apparve un maestoso guerriero completamente armato, in sella a un destriero bianco come il latte; il suo pennacchio color della neve ondeggiava con grazia su un elmo d'acciaio lucente e dietro di lui fluttuava una sciarpa azzurra. Il cavallo, che sembrava esultare sotto il suo nobile peso, balzò dietro all'onda sull'acqua che lo sosteneva come fosse terraferma, mentre a ogni salto una miriade di spruzzi che scintillavano brillando al sole del mattino veniva lanciata in alto. Il guerriero era O' Donoghue; era seguito da innumerevoli giovani e fanciulle che si muovevano leggeri e senza sforzo sulla superficie dell'acqua come le fate lunari scivolano attraverso i campi dell'aria; erano uniti da ghirlande di deliziosi fiori primaverili e ritmavano i loro movimenti secondo le note di una melodia incantevole. Quando O' Donaghue ebbe quasi raggiunto la sponda occidentale del lago, girò di colpo il suo destriero e diresse il suo corso verso la costa orlata di boschi di Glenaa; era preceduto dall'onda enorme che si arricciò e spumeggiò fino all'altezza del collo del cavallo, le cui froge ardenti fremevano al di sopra di quella. Il lungo corteo delle persone che lo accompagnavano seguiva con giocose deviazioni la scia del suo capo e avanzava con incomparabile agilità al suono della musica celestiale, finché, quando entrarono nello stretto canale tra Glenaa e Dinis, furono a poco a poco avvolti dalle nebbie che fluttuavano ancora a tratti sul lago e svanirono alla vista degli stupiti osservatori. Il suono della loro musica però giungeva ancora all'orecchio e l'eco, raccogliendo le armoniose note, le ripeteva teneramente e le prolungava in toni sempre più sommessi, finché l'ultima debole risonanza svanì e coloro che avevano ascoltato si svegliarono come da un sonno di letizia.

Da una nota di Douglas Hyde riportata nell'appendice
"Tìr-na-n-Og, il Paese dei giovani, è il luogo, vi diranno i contadini irlandesi, in cui 'geabhaedh tu an sonas aer pighin', otterrete la felicità come un penny, tanto essa sarà comune e a buon prezzo. A volte, ma non spesso, è chiamato Tir-na-hoige, il Paese della Giovinezza. Crofton Croker lo scrive Thierna-na-noge, il che è uno sbaglio increscioso da parte sua, perché Thierna significa signore e non 'paese'."

Da:
Fairy and Folk Tales of Ireland, W. B. Yeats

[1] In questo tipo di leggende, l'Eroe parte convinto di allontanarsi per breve tempo. Il punto, il significato stesso del mito era che nella Terra degli Eternamente Giovani, il Tempo trascorreva in modo completamente diverso rispetto al mondo dei mortali.

[2] Così, dal "rimescolamento" cristiano riemerge l'antica Fede: l'integrità fisica, e, successivamente, morale del Re determinava il benessere materiale del popolo.

Tir-na-n-Og, La Terra degli Eternamente Giovani



C'è un paese chiamato Tir-na-n-Og che vuol dire il Paese dei Giovani, perché vecchiaia e morte non l'hanno trovato; né lacrime né forti risate vi si sono avvicinate. I boschi più ombrosi lo ricoprono permanentemente. Un uomo vi è andato e ne è ritornato. Il bardo, Oisin, che vagava in groppa a un cavallo bianco, muovendo sulla superficie della spuma con la sua fatata Niamh, ci ha vissuto per trecento anni, e poi è tornato a cercare i suoi compagni. Nell'attimo in cui ha toccato terra con un piede, i suoi trecento anni gli sono caduti addosso, si è piegato in due e la sua barba ha spazzato il terreno. Prima di morire ha descritto a San Patrizio il suo soggiorno nella Terra della Giovinezza. Da allora molti l'hanno vista, in diversi luoghi; alcuni nelle profondità di laghi da cui hanno sentito innalzarsi un vago suono di campane; più ancora l'hanno vista lontano, all'orizzonte, mentre lo scrutavano dalle scogliere occidentali. Neppure tre anni fa un pescatore ha avuto l'impressione di averla vista. Non appare mai se non per annunciare qualche sconvolgimento nel paese. Ad essa sono collegate molte credenze. 
Un pilota olandese residente a Dublino disse al signor De La Boullage Le Cong, che nel 1614 viaggiava in Irlanda, che intorno ai poli c'erano molte isole, alcune difficili da raggiungere a causa delle streghe che le abitano e che distruggono, scatenando tempeste, quelli che cercano di attraccare. 
Una volta aveva scorto e avvicinato, al largo della costa della Groenlandia, a 61 gradi di latitudine, una tale isola solo per vederla scomparire. Navigando in una direzione opposta incapparono nella stessa isola e, all'atto di accostarsi, furono quasi distrutti da una furiosa tempesta. Secondo molte storie, il Tir-na-n-Og è la residenza preferita delle creature fatate. Alcuni dicono che è triplice - l'isola dei viventi, l'isola delle vittorie e una terra sommersa. 

W.B. Yeats, "Fiabe Irlandesi"



Plutenko S.

Yeats era un poeta e quella che si direbbe "una bell'anima" . Mi piace come descrive... ciò che non condivido. Irlandese, conosceva il Gaelico quanto me, e, pur animato da un grande amore e lodevoli intenzioni, girava per le campagne alla ricerca delle sue "fonti" fiabesche con un interprete. Ma questo è il meno. "Visitava" il mondo celtico portandosi dietro la zavorra incompatibile del suo Romanticismo. Perfino Deirdre è un'eroina tragica, la sua storia è passionale, tragica, misterica, non romantica. Tir-na-n-Og, qui impastato con le stratificazioni di leggende, credenze e superstizioni successive, è un Mito che ricorre in tutte le ère di tutte le regioni del mondo. Nomi diversi, caratteristiche differenti... ma Avalon, la stessa Atlantide, le favolose Isole delle Donne... appartengono a tutti.

Mab

Jamie Freel e la Fanciulla Rapita

iù a Fannet, in tempi lontani, vivevano Jamie Freel e sua madre. Jamie era l'unico sostegno per la vedova; le sue forti braccia lavoravano instancabilmente per lei, e ogni sabato sera le versava in grembo tutta la sua paga, ringraziandola rispettosamente per il mezzo penny per il tabacco che lei gli rendeva. I vicini lo esaltavano come il miglior figliolo che mai si fosse visto o di cui si fosse mai parlato. Ma Jamie aveva dei vicini della cui opinione era all'oscuro - personaggi che vivevano molto vicini a lui, che egli non aveva mai visto, eccetto che alla vigilia di maggio e di Ognissanti.
Si diceva che un vecchio castello in rovina, a circa un quarto di miglio dalla sua capanna, fosse il rifugio della piccola gente. Ogni vigilia di Ognissanti le antiche finestre si illuminavano, e quanti passavano di là vedevano minuscole figure che volteggiavano avanti e indietro nella costruzione, mentre si sentiva musica di cornamuse e flauti. Era ben noto che vi si tenevano dei festini magici; ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di intromettersi. Jamie aveva più volte osservato le figure di lontano e ascoltato quell'affascinante musica, chiedendosi come fosse l'interno del castello; ma una volta, alla vigilia di Ognissanti, si alzò e prese il cappello dicendo a sua madre:
"Vado al castello a cercare la mia fortuna"
"Che! - gridò lei - vuoi avventurarti lì? Tu, l'unico figlio di una povera vedova! Non essere così audace e. imprudente, Jamie! Ti uccideranno, e allora che ne sarà di me?"
"Non temere, madre; non mi succederà nulla di male, ma debbo andare."
Partì, e attraversato il campo di patate giunse in vista del castello, le cui finestre splendevano di una luce che sembrava trasformare in oro le foglie color bronzo ancora attaccate ai rami del melo selvatico. Fermatosi nel boschetto da un lato del rudere, rimase ad ascoltare la festa degli elfi, e quelle risate e quei canti lo resero ancora più risoluto a entrare. Schiere di piccoli esseri, i più grandi dei quali erano delle dimensioni d'un bimbo di cinque anni, danzavano alla musica dei flauti e dei violini, mentre altri bevevano e facevan festa.
"Benvenuto, Jamie Freel! Benvenuto, benvenuto Jamie!", esclamò la congrega scorgendo il visitatore. La parola Benvenuto fu raccolta e ripetuta da ogni voce nel castello. Il tempo volava, e Jamie si stava divertendo moltissimo, quando i suoi ospiti dissero:
"Questa notte faremo una cavalcata fino a Dublino per rapire una fanciulla. Vieni anche tu, Jamie Freel?".
"Sì che ci vengo!", gridò lo sconsiderato giovanotto che aveva sete di avventure. Molti cavalli aspettavano alla porta. Jamie saltò in groppa e il suo destriero si levò in aria con lui. Un attimo dopo sorvolava la capanna di sua madre, circondato dalla schiera degli elfi; e continuarono ad andare e andare, sopra erte montagne e basse colline, sopra il profondo Lough Swilley e sopra i villaggi e le capanne in cui la gente tostava nocciole e mangiava mele per festeggiare la vigilia di Ognissanti. A Jamie sembrò che avessero sorvolato tutta quanta l'Irlanda prima di arrivare a Dublino. "Questa è Derry", dicevano le creature passando sopra la cima della cattedrale; e quello che veniva detto da una voce era ripetuto da tutte le altre, e alla fine cinquanta vocine gridavano insieme, "Derry! Derry! Derry!".
In questo modo Jamie venne informato mano a mano che passavano sopra ogni città che si trovava sulla loro rotta, e infine udì le voci argentine gridare: "Dublino! Dublino!". Non era una abitazione misera quella che stava per essere onorata dalla visita degli esseri magici, bensì una delle più belle case di Stephen's Green. La compagnia smontò da cavallo vicino a una finestra e Jamie vide un volto meraviglioso adagiato sul cuscino in un letto. Vide la fanciulla che veniva sollevata e portata via, mentre il ciocco che era stato poggiato al suo posto nel letto ne prendeva in tutto e per tutto la forma. La fanciulla fu collocata in sella davanti a un cavaliere e portata per un breve tratto, e poi passata ad un altro; mentre i nomi delle città venivano annunciati a tutta voce come nel viaggio precedente. Si stavano avvicinando a casa. Jamie sentiva Rathmullen, Milford, Tamney, e allora seppe che erano ormai vicini alla sua abitazione.
"Tutti quanti avete portato la fanciulla a turno - disse - e perché non dovrei portarla anch'io un pezzettino?"
"Ma certo, Jamie - risposero con gentilezza - puoi portarla anche tu per un po'."
E allora, tenendosi ben stretto il suo tesoro, smontò vicino alla porta della casa di sua madre.
"Jamie Freel, Jamie Freel! È così che ci tratti?", strillarono, scendendo anche loro da cavallo vicino alla porta. Jamie strinse forte le braccia, anche se non sapeva che cosa stesse stringendo, perché il piccolo popolo trasformava continuamente la ragazza in ogni sorta di strane forme. Un momento era un cane nero che abbaiava e cercava di mordere; subito dopo era una sbarra di ferro rovente che però non aveva calore; poi, ancora, un sacco di lana. Ma nonostante questo Jamie la teneva stretta, e gli elfi di cui s'era preso gioco se ne stavano già per andar via, quando una donnina minuscola, la più piccola del gruppo, esclamò:
"Jamie Freel ce l'ha strappata ma non gliene verrà certo alcun bene, perché la renderò sorda e muta", e gettò qualcosa sulla giovane.



Froud&Lee


Mentre si allontanavano a cavallo delusi, Jamie sollevò il chiavistello ed entrò in casa. "Jamie, ragazzo! - gridò la madre - sei stato fuori tutta la notte; che mai ti hanno fatto?"
"Niente di male, mamma; ho avuto davvero molta fortuna. Ecco qui una bella fanciulla, che t'ho portato per farti compagnia."
"Che Dio ci assista!", esclamò la madre, e per qualche minuto rimase così sbalordita che non poté pensare a nient'altro da dire. Jamie le raccontò la sua storia dell'avventura notturna, finendo col dire: "Certo non avresti permesso che la lasciassi con loro, per esser così perduta per sempre?".
"Ma una signora, Jamie! Come può una signora mangiare al nostro misero desco e vivere alla nostra povera maniera? Dimmelo tu, sciocco ragazzo!"
"Beh, mamma, certo è meglio per lei essere qui che non laggiù", e indicò in direzione del castello. Nel frattempo, la ragazza sorda e muta, che tremava di freddo nei suoi abiti leggeri, s'avvicinò all'umile fuoco di torba.
"Povera creatura, è strana e bella. Nessuna meraviglia che si siano invaghiti di lei - disse la vecchia, guardando la sua ospite con ammirazione e pietà - Prima di tutto dobbiamo vestirla; ma, in nome del cielo, cosa mai posso avere che sia adatto ad una come lei?" Andò verso l'armadio della stanza e prese la sua gonna di panno scuro dei giorni di festa; poi aprì un cassetto e tirò fuori un paio di calze bianche, una lunga, candida veste di buon lino e una cuffia; i suoi abiti da morta, come lei li chiamava. Questi capi di vestiario erano pronti da tempo per una certa triste cerimonia di cui avrebbe dovuto un giorno essere la protagonista, e solo di tanto in tanto venivano tirati fuori, quando li appendeva a prendere aria; ma era disposta a dare anche queste cose alla bella e tremante visitatrice che continuava a volgere gli occhi con un'espressione di muto e stupito dolore, da lei a Jamie e da Jamie di nuovo a lei. La povera ragazza si lasciò vestire, poi sedette su una bassa panchetta nell'angolo del camino e nascose il volto tra le mani.
"Come faremo per mantenere come si deve una signora come te?", gridò la vecchia.
"Lavorerò per entrambe, mamma"rispose il figlio.
"E come potrà una signora adattarsi al nostro misero desco?", ripeté lei. "Lavorerò per lei", fu la risposta di Jamie. E mantenne la parola. La fanciulla fu molto triste per lungo tempo, e le lacrime le rigarono le guance per molte e molte sere, mentre la vecchia filava accanto al fuoco e Jamie fabbricava reti per i salmoni, cosa che aveva imparato a fare negli ultimi tempi nella speranza di rendere la vita più facile alla sua ospite. Lei era, però, sempre gentile, e si sforzava di sorridere quando s'accorgeva che la stavano guardando; poco per volta si adattò alle loro abitudini e al loro genere di vita. Non ci volle molto perché cominciasse a dar da mangiare ai maiali, a preparare pastoni di patate e cibo per galline, a fare calzini di lana blu. Passò così un anno, e venne di nuovo la vigilia di Ognissanti.
"Madre - disse Jamie togliendosi il cappello - vado al vecchio castello a cercar fortuna."
"Sei matto, Jamie? - gridò terrorizzata la madre - Di certo stavolta ti ammazzeranno per quello che hai combinato loro l'anno scorso."
Jamie non si curò delle sue paure e andò per la sua strada. Quando raggiunse il boschetto di meli selvatici vide le luci che illuminavano le finestre del castello, come la volta precedente, e sentì parlare ad alta voce. Strisciando sotto le finestre sentì quelli del piccolo popolo che dicevano: "È stato davvero un brutto tiro quello che ci ha fatto Jamie Freel un anno fa in questa notte, quando ci ha portato via la bella fanciulla".
"Certo - disse la minuscola donnina - e io l'ho punito per questo; che lei siede lì presso il suo focolare come una muta immagine; e lui non sa che tre gocce del liquido del bicchiere che ho in mano le restituirebbero udito e favella."

Froud&Lee

Il cuore di Jamie batté forte mentre lui entrava nel salone. Fu nuovamente accolto dalla congrega con un coro di benvenuto:
"Ecco Jamie Freel! Benvenuto, benvenuto Jamie!". Appena il rumore si calmò, la fatina disse: "Devi bere alla nostra salute, Jamie, da questo bicchiere che tengo in mano". Allora Jamie le strappò di mano il bicchiere e si lanciò verso la porta. Non si rese neppure conto di come fosse riuscito a raggiungere la sua capanna, ma ci arrivò, senza fiato, e crollò su uno scaldino vicino al fuoco.
"Questa volta sei proprio conciato per le feste, povero il mio ragazzo!"disse sua madre.
"No, davvero, questa volta ho avuto più fortuna che mai!", e dette alla fanciulla tre gocce del liquido che ancora c'era in fondo al bicchiere malgrado la pazza corsa attraverso il campo di patate. La dama cominciò a parlare, e le sue prime parole furono parole di ringraziamento per Jamie. I tre abitanti della capanna avevano tante di quelle cose da dirsi che ben dopo il canto del gallo, quando la musica magica era del tutto finita, stavano ancora parlando intorno al fuoco. "Jamie - disse la dama - per favore portami carta, penna e inchiostro, così che possa scrivere a mio padre e raccontargli quello che mi è capitato."
Scrisse, ma passarono settimane senza che ricevesse risposta. Scrisse più e più volte, e ancora nessuna risposta. Infine disse:
"Devi venire con me a Dublino, Jamie, per trovare mio padre".
"Non ho il denaro per affittare una carrozza per te - rispose lui - e come potresti andare a piedi fino a Dublino?"
Ma lei lo implorò così tanto che Jamie acconsenti a mettersi in viaggio e a fare a piedi tutta la strada da Fannet a Dublino. Non fu certo così facile come il viaggio dei folletti, ma alla fine suonarono il campanello alla porta della casa di Stephen's Green.
"Dite a mio padre che c'è qui sua figlia", disse all'inserviente che era venuto ad aprire la porta.
"Il signore che abita qui non ha una figlia, ragazza mia. Ne aveva una, ma è morta più o meno un anno fa."
"Non mi riconoscete, Sullivan?"
"No, povera ragazza, non vi conosco."
"Consentitemi di vedere il padrone di casa. Voglio solo vederlo."
"Beh, non è una gran richiesta; vedremo quel che si può fare.".
Dopo pochi istanti il padre della dama arrivò alla porta.
"Caro padre - disse lei - non mi riconoscete?"
"Ma come osate chiamarmi padre? - gridò irato l'anziano gentiluomo - Siete una bugiarda. Io non ho una figlia."
"Guardate il mio viso, padre, e certamente vi ricorderete di me."
"Mia figlia è morta e sepolta. È scomparsa molto tempo fa.". La voce dell'anziano signore passò dall'ira al dolore: "Potete andarvene", concluse.
"Fermatevi, caro padre, finché avrete visto quest'anello che porto al dito. Guardate, porta inciso il vostro e il mio nome."
"È sicuramente l'anello di mia figlia; ma non so come lo abbiate avuto, e temo in modo poco onesto."
"Chiamate mia madre, lei mi riconoscerà di certo", disse la povera ragazza che, a questo punto, piangeva amaramente.
"La mia povera moglie sta cominciando a scordare la sua pena. Parla raramente di sua figlia ormai. Perché dovrei rinnovare il suo dolore facendole ricordare le sua perdita?".

Taylor W.L.

Ma la fanciulla insistette, finché fu mandata a chiamare la madre.
"Mamma, - iniziò a dire, appena l'anziana signora giunse alla porta - neppure tu riconosci tua figlia?"
"Non ho figlie; mia figlia è morta ed è stata sepolta molto, molto tempo fa."
"Ma guarda il mio viso, non puoi non riconoscermi."
L'anziana signora scosse la testa.
"Mi avete tutti dimenticata; ma guardate questo neo sul mio collo. Certo, mamma, ora mi riconosci?"
"Sì, sì - disse la madre - la mia Gracie aveva un neo come questo sul collo; ma io l'ho vista nella bara, e ho visto il coperchio che si chiudeva su di lei."
Allora fu la volta di Jamie di parlare, e lui raccontò la storia del viaggio dei folletti, del rapimento della fanciulla, della figura che aveva visto mettere al suo posto, della vita che lei aveva fatto a Fannet insieme alla madre, dell'ultima vigilia di Ognissanti e delle tre gocce che l'avevano liberata dal sortilegio. Quando lui si interruppe fu lei a continuare, raccontando quanto erano stati gentili con lei la madre e il figlio. I genitori non sapevano come esprimere a Jamie la loro gratitudine. Gli usarono ogni riguardo, e quando espresse il desiderio di ritornare a Fannet dissero che non sapevano cosa fare per dimostrare quanto gli erano grati. Ma sorse una strana complicazione. La figlia non voleva lasciarlo andare senza di lei. "Se Jamie se ne va, vado con lui - diceva - Mi ha salvato dai folletti e da allora in poi ha lavorato per me. Se non fosse stato per lui, cari papà e mamma, non mi avreste rivisto mai più. Se lui se ne va, vado con lui."
Visto che questa era la sua decisione, il vecchio gentiluomo disse che Jamie avrebbe dovuto divenire suo genero. La madre fu portata da Fennet con un calesse a quattro, e ci fu un magnifico matrimonio. Vissero tutti insieme nella superba casa di Dublino, e Jamie ereditò, alla morte del suocero, incalcolabili ricchezze.

Da:
"Fiabe Irlandesi", (Fairy and Folk Tales of Ireland), W.B.Yeats

giovedì 21 novembre 2013

Virgilio Mago:Altre Magie a Napoli, Fuorigrotta, Castel dell'Ovo e la Leggenda Oltre la Morte


Altre Magie di Virgilio a Napoli

Poiché c'erano molte erbe che servivano alla preparazione di infusi, sciroppi, decotti per curare le malattie degli uomini e dei bambini, e la maggior parte di esse non si trovavano tanto facilmente, Virgilio fece costruire un giardino meraviglioso ai piedi di Montevergine, tra Avellino e Mercogliano.
Questo giardino era fecondo di ogni tipo di erbe, sia di quelle che si trovavano solo in quel luogo, sia di altre che si trovavano solo in luoghi molto remoti.
Tutti coloro che vi si recavano per coglierle a uso terapeutico riuscivano a trovare facilmente sia la via che l'erba. Mentre, tutti coloro che vi si recavano per farne un uso malvagio, o per distruggerle, non riuscivano nemmeno a trovare la strada che li conducesse al giardino.

La città di Napoli, all'epoca, non era molto ricca di pesce a causa dei bassi fondali del suo mare, e anche a questa mancanza Virgilio provvide rapidamente. Fece lavorare una pietra su cui fece installare un pesciolino, e la fece porre nel luogo che da allora si chiamò Pietra del Pesce. In quel luogo, finché ci fu la detta pietra, non mancarono mai pesci di nessun genere e grandezza.

All'ingresso della città, su quella che ancora oggi viene chiamata Porta Nolana, fece edificare e scolpire due busti di marmo, uno di un uomo che rideva e l'altro di una donna che piangeva. Se qualcuno entrava in città per ottenere qualche grazia o per sbrigare qualche faccenda, e casualmente faceva il suo ingresso dalla parte in cui c'era l'immagine dell'uomo che rideva, ciò stava a significare buon augurio e tutti i suoi desideri e le sue faccende avrebbero avuto un esito positivo. Se, invece, andava dalla parte dove c'era la testa che piangeva, ne avrebbe tratto solo danni e dispiaceri.

In quello stesso periodo ordinò che ogni anno si tenesse il gioco di Carbonara, non con la morte degli uomini, come poi si fece in seguito, ma per esercitare gli uomini alle armi, e ai vincitori veniva dato un premio. Il gioco consisteva nel lanciare pietre con delle fionde, e nel colpire l'avversario con delle mazze, ma i partecipanti avevano il capo coperto da un elmo e indossavano abiti di cuoio.
Nel 1380, si cominciarono ad usare le armi e, nonostante fosse un gioco, molti morivano. Questo gioco prese il nome di Carbonara perché in quel luogo si gettavano le bestie morte, l'immondizia e i carboni.

Virgilio ordinò anche che gli venissero portate quattro teste umane di persone morte da lungo tempo, le quali davano risposta a tutte le domande che si facevano riguardo a ciò che accadeva nei quattro angoli della terra, affinché il duca di Napoli fosse a conoscenza di tutto ciò che accadeva nel mondo.

Sempre nella città di Napoli, a Porta Nolana, vi è un sigillo, con il quale Virgilio distrusse tutti i serpenti e i vermi. Infatti , quando furono scavati pozzi o fondamenta per gli edifici non si trovò né alcun serpente né alcun verme, a meno che non vi fosse stato portato accidentalmente con qualche fascio di fieno.

Virgilio Mago, Fuorigrotta, e la Leggenda di Castel dell' Ovo

Dalle parti di Baia, presso Cuma, c'erano delle acque calde, con diversi corsi sotterranei contenenti grosse quantità di zolfo, di alluminio, di ferro, pece e argento vivo; queste acque avevano diverse virtù terapeutiche e per questo motivo Virgilio fece edificare per la salute pubblica diversi bagni, e soprattutto quel bagno che va sotto il nome di Tritula, in cui erano descritti tutti i nomi delle virtù e delle acque, di modo che i malati potessero usufruirne senza il consiglio dei medici, i quali pretendevano un onorario per i loro pareri. Fatto sta che i medici di Salerno, a dimostrazione della loro mancanza di carità, una notte, entrarono in questi bagni e con vernice e pittura cancellarono tutte le scritte e cercarono di distruggere gl'impianti. Sulla via del ritorno, però, furono sorpresi da una violenta tempesta e perirono tutti annegati, a eccezione di uno che confessò la loro malvagia azione. Per recarsi a queste terme e a Pozzuoli i cittadini napoletani erano costretti ogni volta a scalare un monte ripidissimo con non poche fatiche e affanni. Virgilio ordinò che il monte fosse traforato da parte a parte e la grotta prese per questo il nome di Fuorigrotta: la quale la mattina era illuminata per metà da un lato, il pomeriggio per l'altra metà dall'altro, e tutti coloro che la attraversavano erano, per potere e grazia delle stelle, preservati da qualsiasi attacco o imboscata.

Ai tempi di Virgilio si stava costruendo un castello su uno scoglio che si trovava situato nel mare, e per questo motivo veniva chiamato castello Marino.
Nell'opera di questo castello Virgilio si dilettò moltissimo, e con la sua arte consacrò un uovo, il primo che fece una gallina, e lo mise in una caraffa più stretta dello stesso uovo. La caraffa e l'uovo furono messi in una gabbia di ferro finemente lavorata. Questa gabbia fu appesa con alcune lamine di ferro a una trave che stava appoggiata per traverso alle mura di una cameretta costruita appositamente per essa, dove c'erano due feritoie dalle quali entrava la luce.
La gabbia fu chiusa segretamente e ermeticamente in questa cameretta, con porte solide e serrature di ferro.
Perché da quell'uovo, da cui il castello prese il nome di Castello dell'Ovo, dipendevano le sue sorti: il castello sarebbe durato tanto tempo quanto l'uovo si fosse conservato intatto.

Virgilio: la Morte e oltre la Morte 
Nascita e Lunga Vita di una Leggenda 

"Infine Virgilio, mentre si trovava a Brindisi, morì. Nel frattempo alla corte del re di Sicilia, Ruggiero, c'era un medico inglese il quale insisteva presso il re affinché le ossa di Virgilio fossero inviate in Sicilia; egli pensava che le sue ossa potessero svelargli tutta la sua arte magica. Numerose lettere furono spedite all'Università di Napoli, ma senza alcun risultato, poiché si temeva che la traslazione delle ossa del poeta potessero arrecare grave danno alla città. Per cui permisero a questo medico di visitare il sepolcro di Virgilio e acconsentirono che prendesse alcuni libri di negromanzia e dell'arte della divinazione, che stavano in una custodia di rame chiusa, posta sotto la testa dello stesso Virgilio. Presi i libri, il medico partì da Napoli e si diresse di nuovo verso la Sicilia. Per evitare che le ossa del poeta venissero rubate di notte dal medico o da qualche altra persona, furono raccolte e rinchiuse in un sacco di cuoio e furono collocate nel Castel dell'Ovo.
Per un po' di tempo furono esposte dietro una grata di ferro, ma in seguito furono distrattamente murate in un muro del castello.
Si narra che al tempo di papa Alessandro, i libri di Virgilio fossero giunti anche nelle mani del cardinale di Napoli, e che questi fosse riuscito a compiere degli esperimenti magici. Si crede inoltre che, in seguito, fossero giunti anche nelle mani di un cardinale spagnolo, il quale la notte di Natale celebrò contemporaneamente tre messe in tre diverse parti del mondo, e ciò grazie alle arti magiche apprese dai libri di Virgilio, i quali infine andarono a far parte del tesoro del papa di Roma."

Flint W.R.

Tratto da "Virgilio Mago" di Erberto Petoia basato su:

"Otia Imperalia", Gervasio di Tilbury 
"Cronica di Partenope" 
"Aliprandina"o "Cronica di Mantua"

mercoledì 20 novembre 2013

Virgilio Mago - Prima Parte


"Come Virgilio divenne un Negromante - Soggiorno a Roma: la Beffa della Figlia del Cavaliere - La Fuga a Napoli"


Flint W.R.


Si narra che Virgilio, al tempo della sua giovinezza, fosse entrato nella città che stava dentro il monte Barbaro, con un suo discepolo di nome Filomeno, poiché voleva chiarimenti sui miracoli di quella città e dei miracoli operati dal  filosofo Chironte. In quel luogo trovò la sepoltura di quel filosofo, e prese da sotto la sua testa un libro, poggiato a mo' di cuscino, da cui apprese la negromanzia e le altre scienze magiche. Venuto a  Roma, Virgilio si innamorò di una donna, figlia di un famoso cavaliere, senza esserne contraccambiato. Anzi, la fanciulla riferì al padre delle attenzioni di Virgilio; e questi decise di ridicolizzare il poeta, di modo che non infastidisse più la figlia. Per cui, d'accordo con la figlia, ordinò ad un servo di riferire a Virgilio che la ragazza era pronta ad incontrarsi con lui; essendo, però, la porta del palazzo chiusa, doveva entrare in una cesta che sarebbe stata issata fino alla finestra della torre, dove alloggiava la ragazza. Giunto il giorno stabilito, Virgilio si recò sul luogo e, entrato nella cesta come convenuto, fu tirato su, ma solo fino a metà altezza della torre, e lì rimase fino alla mattina dopo, quando i Romani, vedendolo, presero a sbeffeggiarlo. Tirato giù dopo molto tempo, Virgilio subito cominciò a meditare la vendetta. Per cui fece mancare il fuoco a tutti i cittadini, i quali presero a lamentarsi con l'Imperatore.
Quest'ultimo mandò a chiamare Virgilio e lo pregò di restituire un bene così prezioso alla città. Allora Virgilio disse che avrebbe acconsentito alla preghiera del suo Imperatore solo se fosse venuto il cavaliere che lo aveva schernito con la figlia; quest'ultima doveva restare con le pudende scoperte, e coloro che volevano il fuoco dovevano andarlo a prendere fra le gambe della donna. All'Imperatore ciò rincresceva molto, ma non aveva altra scelta, per cui mandò a chiamare il cavaliere e lo pregò, per il bene della città, di acconsentire alla richiesta. Il cavaliere acconsentì a malincuore, e fece disporre la figlia così come voleva Virgilio. Tutti coloro che andavano a prendere il fuoco cercavano di passarlo anche agli altri, ma, appena veniva fatto questo tentativo, si spegnevano entrambi i fuochi, per cui la donna rimase in questo stato per molti giorni, prima che tutti i Romani, singolarmente, fossero andati a rifornirsi di quel bene.






Quando tutta la città di Roma fu rifornita di fuoco, la donna fu rimandata a casa e il cavaliere cominciò a meditare la vendetta contro Virgilio, che lo aveva ricoperto di ridicolo. L'Imperatore, pur comprendendo le ragioni di Virgilio, fu costretto a farlo imprigionare per non fare un torto al cavaliere. Virgilio pensò, comunque, di fuggire da quella prigione, e un giorno, mentre era nel cortile circondato da mura, disegnò una barca e chiese agli altri prigionieri se volevano fuggire con lui.
Alcuni, per prenderlo in giro, accettarono di andare con lui e, entrati nella sagoma della nave da lui tracciata, Virgilio dette loro dei remi, mentre lui stesso si situò a poppa dicendo: "Quando darò l'ordine di remare, ognuno di noi inizi a remare senza indugio, e vi tirerò fuori di qui".
Non appena diede l'ordine e i prigionieri cominciarono a remare, la nave si levò in aria, mentre tutti coloro che non avevano voluto entrarvi presero a lamentarsi. Dopo un po' di tempo, Virgilio fece scendere la nave e atterrarono nel luogo che aveva scelto. Uscito dalla nave, Virgilio prese commiato dai suoi compagni, mentre la nave si dissolveva, e, separatasi da loro, si incamminò verso Napoli. 

Magie di Virgilio a Napoli 

Giunto a Napoli e estasiato dall'aria che lì si respirava e dal paesaggio che la circondava, decise di fermarsi e di comporvi le sue opere. Ma, poiché per la presenza di paludi la città era sempre piena di mosche, ed erano tante che il più delle volte causavano anche la morte, Virgilio, per il grande affetto che nutriva verso quella città e verso i suoi abitanti, con le sue arti magiche costruì una mosca d'oro della grandezza di una rana e, grazie ad essa, tutte le mosche che c'erano in quella città fuggirono. Quando quella mosca fu tolta dal posto in cui era stata collocata e fu portata nel Castello di Cicala, perse il suo magico potere.



Anderson S.


Allo stesso modo fece costruire anche una sanguisuga, la quale fu gettata in un pozzo e da quel momento tutte le sanguisughe della città di Napoli, che pure abbondavano, scomparvero dalle acque.
Fece forgiare anche un cavallo di metallo, alla cui sola vista qualsiasi cavallo malato sarebbe guarito. Ma i maniscalchi di Napoli, dal momento che non traevano più guadagni dalla cura dei cavalli infermi, di notte si recarono sul luogo dov'era questo cavallo e gli fecero un buco nel ventre. Così il cavallo perse tutte le sue virtù, per cui nel 1322 fu fatto fondere e il metallo venne adoperato per la costruzione delle campane della Chiesa Maggiore di Napoli.






Si crede che piazza Capuana porti l'emblema di questo cavallo, un cavallo d'oro senza briglie.
Per questo motivo, quando Carlo I entrò nella città di Napoli, e vide questo emblema e un cavallo nero a piazza Nilo, anch'esso senza briglie, ordinò che fossero scritti questi versi:

"Il re giusto di Napoli doma questo cavallo, 
e agli uomini senza freni prepara le briglie del freno"

Quando i cittadini di Napoli non potevano quasi più dormire la notte per il continuo canto delle cicale, tanto grande era infatti il loro numero e il conseguente baccano, Virgilio costruì una cicala di rame e la legò a un albero con una catenella. Da quel giorno non si sentì più il fastidioso canto delle cicale e per lungo tempo i cittadini godettero di questo vantaggio.

Volendo venire in aiuto di coloro che molto spesso erano costretti a comprare carne non fresca, perché il più delle volte puzzava a causa dell'Austro, che la faceva andare a male, Virgilio fece appendere diversi pezzi di carne all'arco di ingresso della piazza del Mercato Vecchio, dove all'epoca c'era il mercato della carne. Grazie a questo nuovo prodigio, tutta la carne che restava invenduta si poteva conservare per più di sette settimane senza che si imputridisse, e la carne salata si conservava anche per più di tre anni.

La città di Napoli era esposta ad una grossa jattura nel mese di Aprile: il Favonio, quando soffiava forte, distruggeva infatti le fronde e i fiori e i teneri frutti degli alberi. Si narrava infatti che ai confini della città di Napoli ci fosse un monte altissimo, e che si affacciava sulla Terra di Lavoro. Questo monte erutta in questo periodo un fumo nerissimo misto a cenere ardente e legna bruciata. Molti asseriscono che quella sia la bocca dell'Inferno. Il vento portando con sé il caldo pulviscolo brucia tutti i frutti e rende la terra secca e arida. Sotto certi segni e con particolari congiunzioni dei pianeti, Virgilio fece forgiare un'immagine di rame, con in bocca una tromba, che percossa o colpita dal detto Favonio faceva alzare un altro vento contrario che lo scacciava. In questo modo gli alberi e i frutti crescevano senza subire alcun danno e giungevano a perfetta maturazione.

Tratto da "Virgilio Mago" di Erberto Petoia basato su:

"Otia Imperalia", Gervasio di Tilbury 
"Cronica di Partenope" 
"Aliprandina"o "Cronica di Mantua"

Thezin, Fiaba Tradizionale Haitiana

Questa fiaba è famosissima ad Haiti, ma, nella parte nord dell'isola viene narrata un'altra variante, con lieto fine. "Il padre di Noemi uccide Thezin, ma, dopo l'atroce delitto, il fiume si gonfia spumeggiante di onde dalle quali uscirà il vero Thezin, un bellissimo giovane costretto a vivere in quella forma da un incantesimo. Grazie al padre di Noemi che lo ha liberato da quella forma animale, il giovane potrà sposare la ragazza." Purtroppo, non ho dubbi su quale sia la versione "autentica": la più antica, legata sicuramente ad un mito perduto, ad una divinità fluviale debitamente uccisa e cannibalizzata. In giro per il mondo, esistono centinaia di varianti di questa fiaba (una variante russa, più vicina al classico tipo de "Lo Sposo Animale", è altrettanto tragica e particolarmente bella), ma, anche quando il finale non è drammatico, la natura dello sposo-animale è maligna e il lieto fine consiste nella liberazione della ragazza rapita e dei figli generati con la creatura acquatica.


Stegg A.


anti anni fa, una ragazza chiamata Noemi abitava con i suoi genitori e un fratellino in una capanna in cima a una collina, una delle tante che ancora si vedono a nord di Haiti. Da lì si poteva scorgere il fiume, argenteo di lontano, ma dalle acque torbide e fangose. Ogni mattino e ogni sera di ogni giorno, la madre mandava uno dei suoi figli a prendere l'acqua. Una volta, mentre Noemi era sulla sponda del fiume, tutta intenta a protendersi sull'acqua per riempire il suo secchio, un cerchietto d'oro con una pietra blu che portava sempre al dito scivolò via nel fiume. L'anello precipitò verso il fondo, ma non lo sfiorò nemmeno perché un grosso pesce rosso lo afferrò al volo con i suoi denti aguzzi. 'Di chi sarà mai questo anello?', si chiese, e volle salire in superficie per vedere la fanciulla che lo aveva perduto.
Noemi era così graziosa mentre se ne stava tutta desolata e piangente sulla riva che il Pesce se ne innamorò all'istante.
"Non piangere più - le disse - Ecco qui il tuo anello. Ma, dimmi che fai tutta sola al fiume ? È molto tardi... Come ti chiami?"
Noemi si asciugò le lacrime e si presentò con grande educazione al Pesce:
"Abito lassù - disse poi - in quella capanna sulla collina. Ero venuta ad attingere acqua, ma l'anello mi è scivolato via dal dito. E voi, signor Pesce, come vi chiamate?"
"Io sono Thezin. E abito in questo fiume. Dammi il tuo secchio: ci penserò io a riempirlo d'acqua fresca!" E dopo poco tornò con il secchio colmo fino all'orlo, ma che sembrava vuoto tanto l'acqua era pulita e trasparente!
"Grazie, Thezin, mio buon amico!" Disse la ragazza e si affrettò a tornare a casa perché era davvero molto tardi.

"Thezin, Thezin nan d'lo Thezin bon ami-moin!"
("Thezin, Thezin che vivi nell'acqua, Thezin, mio buon amico!")

Per tutta la strada fin sulla collina, dov'era la capanna della sua famiglia, Noemi non fece che ripetere questa canzoncina. E, da quel giorno, ogni volta che scendeva al fiume la ragazzina ripeteva da lontano questo ritornello... e il Pesce riconosceva la dolcezza della sua voce e saliva in superficie per salutarla. Chiacchieravano, chiacchieravano e si innamoravano.
Intanto, la madre aveva notato che quando era Noemi ad attingere l'acqua al fiume, il suo secchio era colmo di un'acqua pulita e trasparente, mentre il figlio le portava la solita acqua torbida e fangosa. "Com'è questa faccenda? - gli chiese - come mai tua sorella è più brava di te a trovare acqua limpida e pulita? Domani portami un secchio pieno d'acqua trasparente o te ne pentirai!"
Naturalmente, il ragazzo non riuscì ad eseguire l'ordine materno e fu duramente picchiato con il bastone. Allora, incominciò a chiedersi come riuscisse la sorella a procurarsi dell'acqua così pulita e trasparente e decise di spiarla. La seguì giù per la collina, sino al fiume, e si nascose fra i giunchi. E vide tutto. Vide Noemi che scendeva cantando verso la riva e ascoltò le sue parole, vide il grosso Pesce salire dalle profondità del fiume per parlare con lei. E lo vide prendere il secchio dalle mani della sorella ed allontanarsi alla ricerca dell'acqua più pura! Per tutta la strada fino a casa, il ragazzo ripetè fra sé e sé la canzone per tenerla bene a mente. Quello stesso pomeriggio, sua madre lo chiamò:
"Tifré (fratellino), vai ad attingere l'acqua al fiume, e ricorda che deve essere limpida e trasparente!"
"Oh, non preoccuparti, so chi procura a Noemi l'acqua pura: è Thezin!"
"Chi è Thezin?" E il bambino raccontò alla madre tutto ciò che aveva visto e udito.
" Bene - disse la madre - se è così, oggi seguirò di nascosto Noemi e scoprirò se hai detto la verità. Ma ti avverto, se hai mentito, ti darò tante bastonate che bisognerà spalmarti sul sedere la polpa di un avocado maturo per calmare il bruciore, così come accadde a Bouki!"
La madre fece ciò che aveva detto. Seguì Noemi, e, nascosta fra i giunchi, spiò il suo incontro con Thezin. Se ne tornò a casa sbalordita e spaventata, e raccontò ogni cosa al marito. Entrambi amavano molto la figlia, ma erano certi che fosse caduta sotto la malìa di un loup-garou e decisero di uccidere Thezin! Mandarono Noemi in città a trovare la sua madrina e a vendere un carico di grani di ricino detto anche Palma Christi. Noemi obbedì volentieri perché voleva molto bene alla madrina, ma, prima di andare in città, si recò al fiume per dire addio al suo amico. E, mentre camminava, cantava:

"Thezin, Thezin nan d'lo, 
Thezin bon ami-moin!"

Subito Thezin salì in superficie, ma sembrava infinitamente triste.
"Ti ho fatto qualcosa? - chiese la ragazzina - Non ti ho mai visto così cupo!"
E il Pesce, dopo aver tracciato lentamente grandi cerchi nell'acqua, rispose: "Noemi cara, temo che stia per capitare qualcosa di terribile. Ciò che mi addolora di più al mondo è l'idea di non rivederti più. Ascolta: se un giorno dovessi scoprire delle gocce di sangue sul tuo fazzoletto, corri qui, al fiume, perché possa dirti addio!" Noemi, a queste parole, si sciolse in lacrime, e il Pesce la confortò: "Qualcosa di male può sempre capitare, ma non accorarti...Vedrai, avremo ancora tanti momenti felici!" Noemi si consolò e partì più serena, ma Thezin le nascondeva la sua pena crescente.
Verso metà mattinata, i genitori di Noemi ed il fratellino scesero al fiume. Il padre cantò:"Thezin , Thezin ...", ma il Pesce non rispose al richiamo. Allora, intonò la canzoncina il bambino, perché aveva la voce simile a quella della sorella, e subito Thezin salì in superficie. Non appena lo scorse affiorare sull'acqua, il padre, che aveva lavorato in una hatte (fattoria), afferrò il cappio e si-i-i-i... la corda avvolse ed imprigionò il povero Thezin. L'uomo e la donna lo sbatterono sulle rocce fino ad ucciderlo, poi lo portarono a casa, pensando di farne una zuppa e di salare il resto. Intanto, Noemi era al mercato e vendeva la sua merce. C'era un gran polverone e la ragazzina tirò fuori il fazzoletto per ripararsi il viso... ma vide una piccola goccia di sangue. Rimase perplessa perché pensò che fosse suo, che stesse sanguinando dal naso, ma, in breve, fra le sue mani, il fazzoletto si macchiò di tante piccole gocce che si allargarono rapidamente fino ad inzupparlo tutto di sangue!
"Mio Dio! - gridò Noemi, ricordando le parole del suo amico - È successo qualcosa di terribile a Thezin!" Tornò indietro e corse sulla riva del fiume, cantando e cantando il suo dolce richiamo, ma, per la prima volta, Thezin non accorse al suo canto. Allora Noemi pianse e si lamentò ed il fiume mormorava come se scimmiottasse il suo lamento. La ragazzina salì verso la capanna dei genitori, entrò: non c'era nessuno, ma sul focolare bolliva un gran pentolone ed un puzzo terribile ammorbava l'aria. Alla finestra c'erano tranci di pesce appesi a seccare. Noemi riconobbe la coda di Thezin e fu sopraffatta dal dolore:

"Thezin, Thezin nan d'lo, 
Thezin, bon ami-moin!"

... cantava e la voce era rotta dai singhiozzi... la terra allora divenne molle sotto i suoi piedi e la sedia cominciò a prendere fuoco, ma Noemi sembrava non accorgersene, tanto era profondo il suo dolore, e continuava a cantare. Era già sprofondata sotto terra fino al ventre, quando sopraggiunse il fratello. Terrorizzato, gridò: "Noemi, alzati, alzati!" Ma la ragazza, come se avesse perso l'anima, lo guardava senza vederlo, gli occhi opachi, lo sguardo fisso... Allora il ragazzo provò a tirarla per le spalle, ma Noemi continuava a sprofondare cantando e sorrideva. Sentendosi stranamente attratto dalla malìa di quel canto, il bambino la lasciò e corse fuori gridando. Il padre era lontano, a lavorare nei campi. Quando raggiunse la capanna , di Noemi non si vedeva che la gran massa dei capelli! L'uomo vi si gettò sopra, li afferrò e cercò di tirare, ma tra le mani non gli restò che una ciocca e un po' di sangue.

Da:
C. Corvino, "Contes Haitiens"di Comhaire-Sylvain

lunedì 18 novembre 2013

Il Principe Dracula nel Leggendario Rumeno

La Giustizia di Dracula


l tempo di Vlad l'Impalatore, un mercante che viaggiava nelle nostre terre fece gridare ai banditori la notizia che aveva perduto un sacchetto con mille lei e che prometteva cento lei a chi lo avesse trovato e restituito. Non trascorse molto tempo che un cristiano, un uomo timorato di Dio come erano molti romeni al tempo dell'Impalatore, si presentò da lui e gli disse:" Signor mercante, mentre stavo camminando vicino all'angolo dell'incrocio dietro il mercato del pesce, ho trovato questo sacchetto. Credo che sia vostro, perché ho sentito gridare che avete perduto un sacchetto con del denaro".
"In effetti è mio, e ti ringrazio tanto per avermelo riportato."
Mentre contava il denaro, il mercante pensava come potesse trovare il modo per non dargli i cento lei che aveva promesso. Finito che ebbe di contare il denaro, lo ripose nel sacchetto e poi disse all'uomo che glielo aveva portato:
"Ho contato, mio caro, e ho visto che ti sei trattenuto il compenso. Anziché mille lei, ne ho trovati novecento. Hai fatto bene, perché era tuo diritto!"
"Signor mercante - rispose il cristiano - vi sbagliate se dite che dal sacchetto mancano cento lei. Io non l'ho nemmeno aperto per vedere quanti soldi ci sono dentro. Come l'ho trovato, così ve l'ho portato!"
" Ti ho detto - replicò il mercante tagliando corto - che ho perso il sacchetto con mille lei e che me lo hai portato con soli novecento. Così è!"

L'uomo non disse più nulla, ma si allontanò e andò dal Principe per dolersi dell'accaduto. "Altezza - disse - non mi ha dato i cento lei promessi; ma non è tanto per i cento lei che sono indispettito, quanto per il fatto che sospetta che io non sono stato onesto. Io sono stato corretto e non mi è neppure passato per la testa di toccare la roba di un altro."  Il principe comprese l'inganno del mercante e ordinò che lo portassero davanti a lui. Dopo aver ascoltato l'uno e l'altro e soppesate le loro parole sulla bilancia della giustizia, vide da che parte questa pendeva. Poi, guardando il mercante dritto negli occhi, disse:" Se tu, mercante, hai perduto un pacchetto con mille lei e quest'uomo ne ha trovato uno con novecento, allora è chiaro che questo sacchetto non è il tuo. Tu, cristiano, prendi il sacchetto che hai trovato e consegnalo a chi dimostrerà di aver perduto un sacchetto con novecento lei; tu, mercante, aspetta che venga ritrovato il sacchetto coi mille lei che dici di aver perduto!".
E così si fece, perché non c'era modo di fare altrimenti. Il principe Vlad l'Impalatore aveva dato il giudizio. Il mercante dovette fare buon viso a cattiva sorte e si dolse per tutta la vita dell'azione disonesta che aveva commesso.


Dracula e i Mendicanti


i tramanda che al tempo del principe Vlad l'Impalatore [Vlad Tepes] si erano straordinariamente moltiplicate le persone pigre. Per vivere dovevano mangiare, perché il ventre impietoso lo richiedeva. E per mangiare andavano a chiedere l'elemosina, Mendicavano e così vivevano senza lavorare. Se qualche insolente a cui piaceva immischiarsi nelle vicende altrui domandava a qualcuno di questi mendicanti perché non esercitasse anche lui un lavoro, gli veniva risposto:
"Come? Non mi do da fare tutta la giornata? E se non trovo da lavorare, che colpa ne ho io?" Altri cercavano il pelo nell'uovo: " Il farsettaio si arrabatta giorno e notte, ma non guadagna nulla; il sarto lavora tutta la vita e il suo gruzzolo è grande quanto l'ombra di un ago; il ciabattino quando è vecchio è diventato gobbo, e per fargli i funerali bisogna fare la colletta..." E così via, su ogni mestiere avevano da ridire.
Tutto ciò giunse agli orecchi del Principe e lui stesso vide coi propri occhi quella folla di accattoni, tutta gente in grado di lavorare. Restò pensieroso e disse fra sé e sé: ' Solo col sudore della sua fronte, dice la Scrittura, l'uomo si guadagnerà il pane. Costoro vivono del sudore altrui, quindi sono inutili all'umanità. Questa è una sorta di rapina. Il bandito di strada ti chiede la borsa o la vita. Se sei più svelto di mano e più coraggioso, ne scampi. Questi invece ti portano via i beni un po' alla volta e supplicando, ma te li portano via continuamente. Perciò sono peggio dei ladroni. Questa razza di individui deve essere estirpata dalla mia terra!'
Dopo aver così riflettuto, ordinò che venisse dato dappertutto questo avviso: tutti i mendicanti si dovevano radunare, in un certo giorno e in un certo luogo, perché il principe doveva distribuire tra loro dei vestiti e doveva invitarli a un banchetto straordinario. Nel giorno stabilito, Targoviste era piena zeppa di pitocchi.
I servi del principe distribuirono tra loro gli abiti, uno a ciascuno; poi li portarono in certe case grandi dove erano apparecchiate delle mense. I mendicanti si meravigliarono della generosità del principe e dicevano l'uno all'altro:
" Una vera benevolenza principesca!".
"Anche questa carità proviene dal sudore del popolo! Pensate che provenga dalle tasche del principe?"
"Il principe è cambiato; non è più come lo conoscevate voi!"
"Il lupo perde il pelo, ma non il vizio." Si sedettero a tavola. Che cosa c'era? Piatti da mensa principesca. Vini, di quelli che ti fanno girare la testa. I pidocchi fecero una baldoria indimenticabile. Mangiarono a quattro ganasce; bevvero fino ad ubriacarsi, tanto che molti andarono a finire sotto la tavola. Quando ormai farfugliavano e non riuscivano più a comprendersi tra loro, si ritrovarono circondati dal fuoco. Il Principe aveva ordinato ai suoi servi di appiccare fuoco alla casa. Si precipitarono tutti contro le porte, per uscire, ma le porte erano state sprangate. Il fuoco avanzava, le fiamme si levavano in alto come giganti infuocati. Grida, urla, lamenti uscivano dalla gola dei mendicanti rinchiusi là dentro. Ma la fiamma non poteva ascoltare i loro lamenti. Si gettavano gli uni sopra gli altri. Si abbracciavano. Chiedevano aiuto. Ma non c'era orecchio umano che li ascoltasse. Cominciarono a dimenarsi in mezzo alla fiamma che li bruciava. Il fumo ne soffocò alcuni, la brace ne incenerì altri, le fiamme li bruciarono tutti. Quando il fuoco si spense, non c'era più anima viva. Ma voi credete che sia stata estirpata la razza dei pitocchi? Macché! Non credete alle chiacchiere! Guardate intorno a voi! Oggi è come allora. I mendicanti spariranno quando sparirà il mondo.


Christensen J.


Da: "Storie e Leggende della Transilvania", di Claudio Mutti.

domenica 17 novembre 2013

Sul Cane Nero - "Il Cane Nero di Tring"


Dalla introduzione alla sezione " Cani Neri " di Katharine Briggs:
"I cani neri, buoni e cattivi, fanno parte della tradizione in tutta l'Inghilterra, ma i compilatori di indici internazionali tendono a ignorarli. Non sono una tradizione esclusivamente britannica, perché sono conosciuti anche in Britannia e in Scandinavia. Sul Continente, il cane nero è considerato, di solito, l'animale domestico della strega, come il cane nero che segue Faust .. "

Beh, che non sia diffuso nel "Continente" esattamente nella stessa accezione nordica è già confutato dalla storia che ho postato. Ma potrei portare altri esempi, anche di leggende italiane. Certo, come "aiutante magico" della strega è più comune il gatto nero, ma come misterioso messaggero o incarnazione di un fantasma o di uno spirito maligno del tutto autonomo è ben presente anche da noi, di qua dalla Manica.

"In Scozia , il 'Cagnaccio Nero e Sporco' che presiede al sabba delle streghe sarebbe il diavolo in persona, mentre il cane delle fate è verde scuro."

Vero, può essere verde scuro, ma, a parte l'incomprensibile "delle fate" (= i folletti? Ma, allora...), in Scozia, come in tutto il mondo profondamente intriso di cultura celtica, gli animali fatati, in genere, sono bianco-latte con le orecchie rosso sangue.

" ...Talvolta in Scozia i cani neri stanno a guardia di un tesoro, come nella fiaba di Andersen 'L'Acciarino'. Vicino a Murthly, nel Pertshire, c'è un macigno e la leggenda vuole che l'uomo tanto audace da spostarlo troverrà uno scrigno con seduto sopra un cane nero che lo custodisce [...]" 

Il cane più famoso, come Male incarnato, è il Barguest, che può anche mutare forma. Le funzioni rimangono le stesse ovunque, a prescindere dalla "fortuna" e dal numero delle leggende che lo riguardano.

1) Guardiano (e qui possiamo dare una lettura a ciò che scrive Propp sul guardiano di tesori per eccellenza, ossia il Dragone)

2) Incarnazione diabolica

3) Incarnazione di uno spettro inquieto

Per quanto riguarda la fiaba di Andersen, credo sia di origine orientale. Laddove il mostruoso guardiano di tesori, rapitore di fanciulle dormienti, ed insolito "aiutante magico dell'Eroe" è un Djinn. Ma ecco un breve esempio dalla raccolta della Briggs.

el 1751 una povera vecchia del villaggio di Tring fu annegata perché sospetta di stregoneria. Il colpevole principale di questo assassinio era uno spazzacamino che fu impiccato e lasciato esposto sul patibolo vicino al luogo dove era avvenuto il fatto. E finché il patibolo restò lì, e anche per molto tempo dopo che l'ebbero smontato, il luogo fu infestato dall' apparizione di un cane nero. Un corrispondente del ' Book of Days ' scrive che il maestro del villaggio gli raccontò di aver visto lui stesso il diabolico cane, mentre tornava da un viaggio ' all'estero '.
"Ero sulla via di casa - disse - e viaggiavo a notte fonda in un calesse, accanto al guidatore. Quando arrivammo al punto in cui fino a poco tempo prima era sorto il patibolo, il mio compagno notò sul ciglio della strada una lingua di fuoco grande pressappoco come il mio cappello. 'Che roba è?', esclamai.
'Zitto!"disse il mio compagno, e, all'improvviso, tirò le briglie, e fermò di colpo il calesse. Allora vidi un immenso cane nero proprio di fronte al nostro cavallo, ed era la più incredibile creatura su cui avessi mai posato gli occhi. Era grande come un terranova ma sparuto e irsuto, con orecchie e coda molto lunghe, occhi come palle di fuoco, e quando aprì la bocca in un ringhio vidi denti enormi e lunghi. Dopo pochi minuti il cane scomparve, svanì come un'ombra, o fu risucchiato sottoterra, e noi passammo sul punto dove era comparso."

p.s.
Il "Pescatore e la sua Anima": la Strega Rossa, dando appuntamento al giovane Pescatore per il Sabba, lo ammonisce di battere con una verga di salice il cane nero che si troverà sul cammino.

Sbaglio o era detto "cane nero" il segno di morte, ovvero la comunicazione di una condanna a morte da parte della confraternita dei pirati ne "L'Isola del Tesoro?". 

E un demoniaco cane nero non è il protagonista di un romanzo del solito Stephen King, da cui è stato tratto il solito film made in U.S.A.? E per tornare alla "materia" leggendaria, vogliamo parlare delle "cacce selvagge" con tanto di mute infernali?

Mab


"...And Now I Wanna Be...Your Dog", Kruger S.


Il Cane di Berritz, Paesi Baschi

n giovane stava per sposarsi. Alla vigilia del suo matrimonio, mentre si recava da parenti e amici per invitarli alle nozze, passò nei pressi di un cimitero. Vide a terra un cranio dissepolto e, dandogli un colpetto con il piede, gli disse (con fare sornione): "Se lo desideri, vieni anche tu domani sera alla festa del mio matrimonio". Dopo aver fatto tutti gli inviti, il giovane rincasò, ma trovò davanti all'ingresso un enorme cane nero. Entrò dentro casa spaventatissimo e la madre, che si era accorta immediatamente che aveva qualcosa di strano, gli chiese:
"Che cos'hai, ragazzo mio, per essere ridotto così?"
Il giovane le raccontò tutto: che era passato per il cimitero, che aveva visto un cranio e lo aveva invitato alle nozze e che ora c'era un gran cane nero all'ingresso. Madre e figlio si affacciarono alla finestra e videro il cane ancora lì, davanti alla casa. Allora la madre gli consigliò: "Quando vai per la confessione stasera, di' al prete quello che hai fatto e chiedigli quello che devi fare".
Il giovane, all'imbrunire, si recò in chiesa e fece come la madre gli aveva detto. Il prete, dopo che ebbe sentito il racconto del giovane, gli suggerì di mettere, durante il banchetto di nozze, il cane sotto il tavolo e di servirlo sempre per primo. Così fu. Gli invitati erano stupiti degli atti del giovane e continuavano a chiedergli perché facesse tutto ciò.
"So quel che faccio." Rispondeva lui.
Quando il banchetto ebbe termine, il cane parlò:
"Sei stato ben consigliato. Se non avessi fatto quel che il prete ti ha detto, ti sarebbe successo qualcosa di male".




La breve storia de " Il Cane di Berritz " racchiude, in effetti, più di un elemento interessante. Il "tipo" è quello che potremmo definire "la sposa cadavere" perché si collega alle innumerevoli leggende di inviti spensieratamente rivolti da giovanotti alticci solitamente dopo goderecci addii al celibato a defunti con le orecchie ben aperte. Simili leggende si collegano, nel sèguito della trama, al tema del soggiorno in una strana terra-di-mezzo, in cui il Tempo scorre diversamente: tre notti sono trecento dei nostri anni. Per ora, mi fermo qui su questo aspetto della leggenda. Mi limito ad accennare all'altro tema, quello degli animali diabolici.
Tema infinito, innumerevoli varianti...

martedì 12 novembre 2013

Storie di Streghe, Russia (Afanas'ev n.134)

na sera tardi un cosacco tornava al paese; si fermò sul limitare di un'isba e cominciò a chiedere:
"Ehi, padrone! lasciami pernottare".
"Entra, se non hai paura della morte".
'Che discorso è questo!' pensa il cosacco; mise il cavallo nella rimessa, gli diede da mangiare, poi va nell'isba. Guarda: e contadini, e donne, e bambinelli, tutti piangono a calde lacrime e pregano il Signore; pregato che ebbero, indossarono delle camicie pulite.
"Perché piangete?" domanda il cosacco.
"Vedi - risponde il padrone - nel nostro paese la notte passeggia la morte; in qualunque isba getti lo sguardo, al mattino non resta che mettere tutti gli abitanti nella bara e portarli al cimitero. Questa notte è la volta nostra".
"Eh, padrone! non temere: non muove foglia che Dio non voglia!"
I padroni si misero a dormire; ma il cosacco ha un'idea, e non chiude occhio.
A mezzanotte in punto la finestra si spalancò: s'affacciò una strega tutta in bianco; prese l'aspersorio, tese il braccio dentro l'isba, e stava già per aspergere quando il cosacco mulinò la sua sciabola e le tagliò il braccio fino alla spalla. La strega diede un gemito, squittì, abbaiò come un cane e corse via. Il cosacco raccolse il braccio tagliato, se lo nascose sotto il mantello, asciugò il sangue e si mise a dormire. Al mattino i padroni si svegliano, guardano: sono tutti vivi e sani, dal primo all'ultimo. Impossibile dire come furono tutti contenti.
"Volete che vi mostri la morte? - dice il cosacco - Riunite alla svelta tutti i centurioni e i decurioni, e andiamo a cercarla per il paese". Subito tutti i centurioni e i decurioni si radunarono, e andarono per le case; là niente, qua niente, finalmente raggiunsero la casa del sacrestano.
"Tutta la famiglia è qui presente?", domanda il cosacco.
"No, caro! Ho una figliola malata, è stesa sulla stufa".
Il cosacco guardò sulla stufa, la ragazza aveva un braccio tagliato; qui egli spiegò tutto com'era successo, tirò fuori e mostrò il braccio tagliato. La comunità ricompensò il cosacco in denaro, e condannò la strega a essere affogata.



Francés V.

lunedì 11 novembre 2013

La Vecchia nel Bosco, Grimm n.123

'era una volta una povera servetta che attraversava un gran bosco con i suoi padroni; e quando vi si trovarono in mezzo, dal fitto della boscaglia sbucarono dei briganti e uccisero tutti quelli che trovarono. Così perirono tutti quanti, meno la fanciulla, che era saltata fuori dalla carrozza e si era nascosta dietro un albero. Quando i briganti se ne furono andati con il bottino, ella si avvicinò e vide quella grande sventura. Allora si mise a piangere amaramente e disse:
"Misera me, che farò mai? Non so come fare a uscire dal bosco, qui non ci sono case, e io morirò certo di fame!".
Andò qua e là cercando una via, ma non riuscì a trovarla. Quando fu sera, si sedette sotto un albero, si raccomandò a Dio e pensò di rimanere là e di non muoversi più, qualunque cosa accadesse. Dopo un po', venne in volo un piccolo colombo tutto bianco che portava nel becco una piccola chiave d'oro. Gliela mise in mano e disse:
"Vedi laggiù quel grande albero? Ha una piccola serratura; aprila con la chiavetta: troverai cibo a sufficienza e non patirai più la fame."
Ella si avvicinò all'albero, lo aprì e trovò una scodellina di latte e pane bianco da inzuppare; così poté mangiare a sazietà. Quando si fu sfamata, disse:
"Questa è l'ora in cui i polli, a casa, vanno a dormire. Io sono così stanca! Potessi coricarmi anch'io nel mio letto!".
Allora ritornò il colombo, portando nel becco un'altra chiavetta d'oro e disse: "Apri quell'albero laggiù, e troverai un letto."
Ella lo aprì e trovò un bel lettino bianco; pregò il buon Dio di proteggerla durante la notte, si coricò e si addormentò.


Anderson A.

Al mattino tornò il colombo per la terza volta, portò un'altra chiavetta e disse:
"Apri quell'albero laggiù: troverai dei vestiti." Quando ella aprì, trovò dei vestiti ornati di oro e pietre preziose, così belli che neanche la figlia del re li aveva. Così visse per qualche tempo, e tutti i giorni veniva il colombo e le procurava tutto il necessario; ed era una vita tranquilla e felice.
Un giorno però il colombo venne e disse:
"Vorresti farmi un piacere?."
"Con tutto il cuore" rispose la fanciulla.
Allora il colombo disse: "Ti condurrò a una casetta; entrerai e in mezzo, accanto al focolare, ci sarà una vecchia seduta che ti dirà: 'Buon giorno'. Ma tu guardati bene dal darle risposta, qualunque cosa faccia, e prosegui alla sua destra: c'è una porta, aprila e ti troverai in una stanza dove sul tavolo ci saranno ammucchiati anelli d'ogni tipo; ve ne saranno di splendidi con gemme scintillanti, ma tu lasciali stare, cercane uno liscio che dev'essere là in mezzo e portamelo più in fretta che puoi." La fanciulla andò così alla casetta ed entrò; là c'era una vecchia che fece tanto d'occhi al vederla e disse: "Buon giorno, bimba mia." Ma ella non le diede risposta e andò verso la porta. "Ehi, dove vai?- gridò quella e l'afferrò per la sottana, cercando di trattenerla - Questa è casa mia, e nessuno può entrarci se io non voglio!" Ma la fanciulla continuava a tacere, si liberò e andò difilato nella stanza. Là, sul tavolo, c'era una grande quantità di anelli che splendevano e luccicavano sotto i suoi occhi; ella li sparpagliò cercando quello liscio, ma non riusciva a trovarlo. Mentre cercava vide la vecchia che tentava di andarsene di soppiatto, con una gabbietta in mano. Allora la fanciulla le si avvicinò, le prese di mano la gabbia, e come la sollevò e vi guardò dentro, vide un uccello che aveva l'anello liscio nel becco. Lo prese e, tutta felice, corse via pensando che il colombo sarebbe venuto a prenderselo; e invece non veniva mai. La fanciulla si appoggiò a un albero per aspettarlo; ed ecco le parve che l'albero diventasse morbido e flessuoso, e chinasse i suoi rami. E, d'un tratto, i rami la strinsero, ed erano due braccia; e quando ella si guardò attorno, l'albero era un bell'uomo, che l'abbracciava e la baciava teneramente e diceva:
"Tu mi hai liberato dall'incantesimo: la vecchia è una strega che mi aveva trasformato in un albero, e tutti i giorni ero per qualche ora un colombo bianco; e finché‚ ella possedeva l'anello, non potevo riacquistare il mio aspetto umano." Anche i suoi servi e i suoi cavalli furono liberati dall'incantesimo, non erano più degli alberi e gli stavano accanto. Poi se ne andarono tutti insieme nel suo regno, poiché‚ egli era il figlio di un re; si sposarono e vissero felici.


Rackham A.



Grimm n.123, "Die Alte im Wald"
Classificazione: Aa Th 442 [The Old Woman in the Woods]

La risposta "maschile" a Jorinde e Joringel, senza il suo fascino da fiaba iniziatica. Più fiabesca: il Principe Charmant stregato dalla Vecchia, la doppia trasformazione, la funzione di Aiutante...
Una costante: la Vecchia, rabbiosa e prigioniera del suo stesso incantesimo, può solo schiumare di rabbia e tentare la solita fuga con la gabbietta, ma non ha, evidentemente, alcun Potere sulla ragazza, in osservanza di quei misteriosi codici che sono il cuore delle fiabe non letterarie. Una delle poche fiabe (che ho letto), in cui il Principe è trasformato in albero.

Il testo in lingua originale è nella pagina Brüder Grimm..

domenica 10 novembre 2013

Jorinde e Joringel, Grimm n.69

'era una volta un vecchio castello nel cuore di una foresta grande e fitta; là abitava, tutta sola, una vecchia strega molto potente. Di giorno si trasformava in gatto o in civetta, mentre la sera riprendeva l’aspetto umano. Sapeva come attirare la selvaggina e gli uccelli, poi li macellava e li cucinava lessi o arrosto. Se qualcuno arrivava a cento passi dal castello, era costretto a fermarsi e non poteva più muoversi finché lei non lo liberava. Ma se una vergine entrava in quel cerchio, la vecchia la trasformava in uccello e la rinchiudeva in una gabbia che metteva in una delle stanze del castello. Di quelle gabbie ne aveva ben settemila, con dentro uccelli molto rari. C’era una fanciulla che si chiamava Jorinde, più bella di ogni altra. Era promessa sposa a un giovane leggiadro di nome Joringel. Il giorno delle nozze si avvicinava, ed essi erano felici in compagnia l’uno dell’altra. Per poter parlare e confidarsi, se ne andarono nel bosco a passeggiare.
“ Fai attenzione - disse il giovane - a non avvicinarti troppo al castello”.
Era una bella serata, il sole brillava fra i tronchi degli alberi, chiaro nel verde cupo della foresta, e la tortora gemeva sulle vecchie betulle. Ogni tanto Jorinde piangeva, si sedeva al sole lamentandosi, così pure faceva Joringel. Erano sgomenti come se dovessero morire. Si guardarono intorno: si erano persi e non sapevano come ritrovare la via di casa. Il sole era già tramontato per metà dietro al monte. Il giovane guardò tra i cespugli e vide in prossimità le vecchie mura del castello; a quella vista si spaventò a morte. Jorinde cantava:

Uccellino dall’anello rosso 
Che canta la sua pena 
Alla colomba dice che ha la morte addosso 
E piange il suo chiù chiù a gran lena.

Joringel la guardò: Jorinde si era mutata in un usignolo che cantava: 
" Chiù, chiù "
Una civetta dagli occhi infuocati le volò attorno tre volte, e per tre volte
gridò:  "Sciù, uh, uh, uh "
Joringel non poteva muoversi: era rigido come una pietra e non poteva piangere, né parlare, né muovere la mano o il piede. Ora il sole era tramontato: la civetta volò in un cespuglio, e, subito dopo, ne venne fuori una vecchia tutta curva, gialla e rinsecchita con degli occhiacci rossi e il naso tanto adunco che le toccava il mento con la punta; borbottò qualcosa, poi afferrò l’usignolo e lo portò via. Joringel non poteva dir nulla né muoversi; l’usignolo era scomparso.

Anderson A.

Finalmente la vecchia ritornò e disse, con voce roca: 
" Salute, Zachiele, quando la luna splende nel cerfoglio, sciogli, Zachiele, alla buon’ora". E Joringel fu libero. 
Si gettò ai piedi della vecchia pregandola di ridargli la sua Jorinde, ma lei rispose che non l’avrebbe riavuta mai più e se ne andò. Lui gridò, pianse, si lamentò, ma invano. " Oh, che sarà di me?". 
Joringel se ne andò e giunse infine in un villaggio sconosciuto, dove per lungo tempo fece il guardiano di pecore. Spesso si aggirava intorno al castello, senza tuttavia avvicinarsi troppo. Infine una notte sognò di trovare un fiore rosso sangue con in mezzo una perla bella grossa. Egli colse il fiore e andò al castello, e tutto ciò che toccava con il fiore si liberava dall’incantesimo. Sognò inoltre che in quel modo era riuscito a riavere la sua Jorinde. La mattina, quando si svegliò, incominciò a cercare quel fiore per monti e valli. Cercò fino al nono giorno, e, al mattino presto trovò il fiore rosso sangue. In mezzo c’era una goccia di rugiada, grossa come la più bella perla. Portò con sé il fiore giorno e notte, finché giunse al castello. Là, non fu più immobilizzato dall’incantesimo, ma proseguì fino al portone. Joringel lo toccò con il fiore, e il portone si spalancò. Egli entrò, attraversò il cortile e tese l’orecchio per capire di dove venisse il canto degli uccelli. Infine lo capì, andò, e trovò la sala dove si trovava la strega che stava dando da mangiare agli uccelli nelle settemila gabbie. Quando lei vide Joringel, andò su tutte le furie, lo maledì, gli sputò addosso fiele e veleno, ma dovette fermarsi a due passi da lui. Lui non si curò di lei e andò a vedere le gabbie con gli uccelli. Ma c’erano molte centinaia di usignoli e, fra tanti, come poteva ritrovare la sua Jorinde? Mentre guardava, si accorse che la vecchia prendeva di nascosto una gabbia con un uccello e si dirigeva alla porta.


Segur A.

D’un balzo la raggiunse e, con il fiore, toccò la gabbietta e anche la vecchia, che non poté più fare incantesimi. Jorinde era là, gli aveva gettato le braccia al collo, ed era bella come un tempo. Egli restituì l’aspetto umano anche agli altri uccelli, poi se ne tornò a casa con la sua Jorinde e vissero a lungo insieme felici e contenti. 

Grimm n.69
Classificazione: Aa Th 405
Il testo originale è nella Pagina "Brüder Grimm"

Fiabe Perfette  non vuol dire "preferite". Vuol dire che il racconto sotterraneo emerge felicemente.

sabato 9 novembre 2013

Amaterasu, la Dea del Sole Giapponese, l'Eclissi ,e l'Alba e le Danze

Il nome completo della Dèa è Amaterasu-ô-mikami, ovvero "La Grande Dèa che Brilla nel Cielo". Viene anche chiamata O-Hiru-me-no-muchi "La Grande Dèa del Sole". Sì, perché nel Pantheon giapponese, il Sole è una divinità femminile, mentre la Luna è una divinità maschile. (Anche nella mitologia pre-islamica, il Sole è declinato il femminile, il che ha creato non pochi fraintendimenti nell'immaginario europeo, ricco di motivi mitologici, leggendari e fiabeschi provenienti dal Medio e dall'Estremo Oriente!).
Due giovani Dèi, Izanagi e Izanami, fratello e sorella, erano discesi dalle sfere celesti, e, con la Lancia sacra avevano estratto dal fondo del mare le isole dell'arcipelago giapponese, e avevano dato vita ad una stirpe divina, ma, nel dare alla luce il Dio del Fuoco, Izanami si ustionò orribilmente e precipitò nell'Oltretomba (Yomi-tsu-kuni). Come Orfeo, Izanagi, scese negli Inferi per riprendersi l'amata sposa, ma non ebbe sufficiente pazienza e la vide orribile e brulicante di vermi, interrompendo così la sua rigenerazione e provocando la sua eterna vergogna. Con un enorme masso, bloccò per sempre la bocca degli Inferi, mentre la sposa-sorella gli urlava che, per punirlo, avrebbe inviato i suoi spiriti sulla Terra e avrebbe ucciso ogni giorno mille uomini.
Un'altra versione, lo vede, novella Proserpina, risalire disperato dagli Inferi perché Izunami aveva assaggiato il cibo dell'Oltretomba e non poteva più tornare sulla Terra.
Dopo la permanenza negli Inferi, Izanagi si sottopose ad un rito purificatore, nel corso del quale generò una moltitudine di Dèi. Infine, dal lavacro del suo occhio sinistro, nacquero Amaterasu, la Dèa del Sole e dal lavacro dell'occhio destro, Tsuki-yomi-no-mikoto, il Dio della Luna.
Dal lavacro del naso, nacque Susano-ō, Dio del Mare e delle Tempeste. Quest'ultimo, insoddisfatto, turbolento e irriverente, imperversò sulla Terra provocando distruzioni e sconvolgimenti, poi salì in Cielo, profanandolo con gravi atti.
Amaterasu, che aveva pazientato a lungo, furiosa ed umiliata, si rifugiò in una profondissima grotta e ne sbarrò l'ingresso con un enorme masso. Immediatamente, le Tenebre si impadronirono del mondo. Disperati, gli Dèi si radunarono lungo la Via Lattea, il ponte che conduceva alle dimore celesti, levando alti lamenti, finché il saggio Omoi-kane ebbe un'idea. Chiese al dio Ama-tsu-mara di forgiare un grande specchio, che fu collocato davanti all'ingresso della grotta. Ame-no-Uzume, la Dèa delle Danze, si cinse di edera il capo e, rovesciato un calderone di legno accanto all'Albero sacro e in prossimità della grotta, vi salì sopra, e prese a danzare mentre tutti gli ottantamila Dèi battevano il tempo e il calderone rimbombava sotto i suoi piedi. In preda alla frenesia della danza*, Ame-no-Uzume prese a spogliarsi un po' per volta, suscitando la rumorosa ilarità degli altri Dèi.


Naturalmente, Amaterasu udì le fragorose risate e si meravigliò e si allarmò, poiché immaginava i suoi fratelli sprofondati nelle Tenebre e nella disperazione. Aprì, quindi, un piccolissimo spiraglio per sbirciare la scena, lasciando filtrare una sottile lama di Luce celeste. Il suo sguardo cadde sulla sua immagine riflessa dal grande specchio: l'avevano forse sostituita con una nuova, luminosa Dèa del Sole? Amaterasu, allora, si sporse ancòra di più e il dio Taji-kawa-ō la afferrò per la vita e la trasse fuori dalla caverna. La Luce tornò nell'Universo. Susano-ō fu esiliato e Amaterasu tornò ad elargire la Conoscenza agli uomini, e insegnò loro l'agricoltura, la coltivazione del riso, l'allevamento del baco da seta e la tessitura, divenendo la divinità più importante del Pantheon shintoista e, in epoca molto più tarda, l'augusta progenitrice della dinastia imperiale. Infatti, il suo tempio più importante ha per sacerdotessa una principessa reale.




* Origine delle danze Kagura, forma embrionale del teatro giapponese.

Re Herla, Leggenda Britannica

La Briggs nella sua raccolta definisce "Re Herla", una fiaba medievale, come uno degli esempi migliori del soprannaturale trascorrere del tempo nel regno delle fate." I motivi presenti in questa fiaba si incontrano tutti nelle saghe celtiche, per parlare di ciò che conosco meglio: la visita di un re (bizzarro) proveniente dalla Terra al di là del mare (o Sotto il Mare), la descrizione minuziosa dell'abbigliamento e dell'equipaggiamento dell'ospite e del suo seguito, la profezia, l'invito, lo scambio di promesse. Il resto del racconto, infine, rientra, non a caso, anche nel tipo "Invitare alle proprie nozze un amico morto"(qualcosa di molto simile alla "sposa cadavere"). E se pensiamo che la Terra degli Immortali o degli Eternamente Giovani o Al di là del Mare o il Regno Sottomarino sono tutti sinonimi dell'Oltretomba, ovvero, secondo la concezione cristiana, il Regno dei Morti....


erla regnava sugli antichi Britanni, e un giorno fu sfidato da un altro re, un pigmeo non più grosso di una scimmia e alto meno della metà di un uomo. La sua cavalcatura abituale era una grossa capra, e in realtà lui stesso sarebbe potuto passare per il dio Pan, perché aveva una gran testa e il viso paonazzo, una lunga barba rossa, e il torace avvolto in una pelle di cerbiatto maculata che lo rendeva piuttosto vistoso. La parte inferiore del suo corpo era ruvida e irsuta, e le gambe finivano in uno zoccolo caprino. Il nano chiese a re Herla un colloquio privato, e gli disse quanto segue: " Io sono il Signore di un popolo innumerevole, e di molti principi e re. Volentieri vengo a te come loro messaggero, anche se non mi conosci. Eppure mi rallegro per la fama che ti arride e che ti eleva al di sopra di ogni altro re. Tu sei il migliore fra gli uomini, e noi siamo strettamente legati da vincoli di sangue e dalla nostra condizione regale. Tu sei degno dell'onore che ti farò intervenendo come ospite al tuo matrimonio, perché il Re di Francia ha deciso di darti sua figlia, e proprio oggi arriverà la sua ambasciata, anche se la decisione è stata presa a tua insaputa. Secondo il patto eterno che tu ed io qui stabiliamo, io sarò presente alle tue nozze, e tu lo sarai alle mie, lo stesso giorno un anno più tardi. "
Alla fine di questo bel discorso, si voltò e scomparve alla vista, rapido più della tigre. Il Re, tornato dal luogo del colloquio grandemente stupito, ricevette l'ambasciata ed accettò le loro proposte. Il giorno delle nozze arrivò, e il Re si sedette a tavola per il consueto banchetto, ma non era ancora stata servita nemmeno la prima portata quando all'improvviso giunse il pigmeo. Era accompagnato da una moltitudine di nani come lui, talmente tanti che anche quando ebbero completamente riempito il salone delle feste c'erano più nani fuori, nelle tende che avevano istantaneamente montato, che dentro. Da queste tende cominciarono a spuntare dei servi che portavano vasellame di pietre preziose, tutto nuovo e mirabilmente lavorato. Riempirono il palazzo e le tende con mobili fatti d'oro e di pietre preziose. Né il vino né la carne furono mai serviti in recipienti d'argento o di legno. Ovunque ci fosse bisogno di loro, i servitori erano lì pronti, e non servirono niente preso dalle provviste del Re o di chiunque altro, ma solo roba loro, che era di qualità eccelsa, superiore a ogni aspettativa. Nulla di quanto aveva fatto preparare Herla fu consumato, e i suoi servi se ne stavano seduti in ozio. I pigmei si guadagnarono l'approvazione generale. Il loro abbigliamento era splendido; come lampade usavano gemme scintillanti; quando c'era bisogno di loro erano sempre a portata di mano e quando non erano desiderati non stavano mai fra i piedi. Poi il loro Re si rivolse ad Herla:
" Ottimo ed eccellentissimo Re, Dio mi è testimone che sono qui al tuo matrimonio per rispettare il nostro patto. Se c'è qualsiasi altra cosa che tu desideri, ben volentieri la procurerò, a condizione che quando ti chiederò di ricambiare, tu accetti. " Dopodiché, senza attendere una risposta tornò nella sua tenda e al canto del gallo partì con tutto il suo seguito.
Dopo un anno tornò all'improvviso da Herla e gli chiese di osservare i patti. Herla acconsenti, e seguì il nano ad un suo cenno. Entrarono in una caverna in cima ad un altissimo dirupo, e dopo aver viaggiato per qualche tempo al buio, illuminati non dal sole o dalla luna, ma da innumerevoli torce, arrivarono al palazzo del nano, una stupenda dimora. Quando le nozze furono celebrate, e Herla ebbe pagato convenientemente il proprio debito nei confronti del nano, egli partì carico di doni, cavalli, cani, falconi e ogni sorta di cose legate alla caccia e alla falconeria. Il pigmeo li guidò lungo il buio sentiero e poi diede loro un piccolo segugio (canem sanuinarium) così minuscolo da poter essere tenuto in braccio (portabilem), e proibì rigorosamente a tutti gli uomini del Re di scendere da cavallo finché non fosse saltato giù il cane, poi li salutò e tornò a casa sua.
Poco dopo Herla emerse alla luce del giorno, e trovandosi nuovamente nei confini del suo regno chiamò un vecchio pastore e chiese notizie della regina, di cui pronunciò il nome. Il pastore lo fissò stupefatto e rispose:
" Signore, capisco a malapena quello che dite, perché io sono un Sassone e voi un Britanno. Non ho mai sentito parlare di una regina con quel nome, tranne la sposa di Herla, regina degli antichi Britanni. Si narra che lui sia scomparso al seguito di un nano proprio dentro quel dirupo, e nessuno lo vide mai più sulla terra. Ormai sono duecento anni che i Sassoni dominano nel suo regno, e gli antichi abitanti furono tutti cacciati."
Il Re restò di sasso, perché immaginava di essere stato via soltanto tre giorni. Alcuni dei suoi cavalieri smontarono da cavallo prima che il cane fosse saltato giù, immemori degli ordini del nano, e furono immediatamente ridotti in polvere. Allora il Re proibì a tutti gli altri di scendere finché il cane non fosse saltato giù. Secondo una leggenda, Herla vaga ininterrottamente come un folle insieme al suo seguito, senza dimora e senza riposo e molta gente afferma di averli visti passare.


Rackham A.

Prelevato dal Forum, sezione "La Terra degli Eternamente Giovani".