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domenica 19 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Terza e Ultima Parte)


Gabriel Pacheco



E la Sirenetta abbandonò la sua aiuola e nuotò fino al gorgo mugghiante al di là del quale abitava la Strega. Non si era mai spinta in quei luoghi remoti, dove non crescevano fiori né erbe marine. Solo nuda sabbia grigia si estendeva fino al vertiginoso abisso dove un terribile vortice d'acqua turbinava come la ruota di un mulino, e trascinava nello sprofondo tutto ciò che riusciva a ghermire.
E i vapori velenosi di quel vortice dovette attraversare la Sirenetta per raggiungere il dominio della Strega del Mare, e, per un lungo tratto, fu costretta a nuotare sul pantano ribollente che la Strega chiamava la sua torbiera.
E al di là del pantano era la sua dimora, nel mezzo di una foresta ben strana, i cui alberi, rami e sterpeti erano, infatti, polipi, per metà animali e per metà piante.
Parevano serpenti dalle cento teste che spuntavano dal suolo: i rami erano lunghe braccia viscide, con dita mollicce come vermi, ed era tutto un torcersi ed uno strisciare, e ciò che riuscivano a brancicare lo avvinghiavano stretto e non lo lasciavano andare mai più.
Per un istante, alla Sirenetta mancò il cuore per lo spavento: fu tentata di tornare indietro, ma ripensò al Principe, ripensò all'agognata anima immortale, e riprese coraggio. Si avvolse i lunghi, fluttuanti capelli intorno alla testa perché i polipi non glieli afferrassero, si strinse le braccia sul petto, e continuò ad avanzare, guizzando come un pesce, tra le orribili lunghe braccia e le dita mollicce protese per afferrarla.
Vide uomini annegati e colati a picco sul fondo, e, adesso, bianchi scheletri nella morsa dei polipi, e remi e relitti di naufragi, e ossa di animali marini, e scheletri di navi affondate, e persino una piccola sirena che i polipi avevano ghermito e strangolato, e questo fu lo spettacolo più orribile da sopportare per la Principessina.
Giunse, infine, ad una grande palude nel cuore della spaventosa foresta, dove enormi bisce d'acqua strisciavano all'intorno, e svolgevano le loro spire mostrando il ventre giallastro. E nella palude sorgeva la dimora della Strega, edificata con bianche ossa di naufraghi, e là se ne stava la Strega, impegnata a dar da mangiare ad un rospo dalla propria bocca, così come noialtri, a volte, porgiamo un pezzetto di zucchero ad un canarino.
La Strega chiamava gli orridi serpenti  i "suoi cari pulcini", e lasciava che le strisciassero in grembo e intorno alle spalle.



Lomaev A.


sabato 11 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Seconda Parte)

Quando la Sirenetta emerse dalle onde, il sole era appena tramontato; pure, le nuvole avvampavano ancòra di rosa e oro, e, nel cielo trasparente, risplendeva, nella sua solitaria bellezza, la stella della sera. L'aria era pura e fresca, e il mare, calmo, senza un'increspatura. C'era un grande bastimento a tre alberi, ma con una sola vela spiegata, poiché non spirava un alito di vento; e i marinai se ne stavano seduti sulle sartie e sui fasci di cordami. Risuonavano musica e canti, e, quando si addensarono le ombre della sera, vennero accese centinaia di luci colorate, e pareva che avessero issato le bandiere di tutte le nazioni del mondo.



Galya Zinko


venerdì 3 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Prima Parte)


Illarionova N.



In mare aperto, l'acqua è blu come i petali dei fiordalisi più belli, e trasparente come il cristallo più puro, ma è molto profonda, così profonda che non è possibile gettare l'ancora; così profonda che bisognerebbe mettere i campanili di tante, tante chiese l'uno sopra l'altro per arrivare a scorgere la cima dell'ultimo.
Ed è laggiù che ha la sua dimora il Popolo del Mare.
Ma non crediate che sul fondo ci siano solo distese di candida sabbia! Vi crescono stranissimi alberi e piante i cui rami e steli e petali sono così flessuosi che ondeggiano al minimo movimento dell'acqua tanto da sembrare esseri viventi.
Pesci grandi e piccoli nuotano tra i loro rami, proprio come gli uccelli volano fra i rami degli alberi sulla terra.
E, nel profondo più profondo, si erge il Castello del Re del Mare. Le mura sono di corallo, e le alte finestre ad ogiva dell'ambra più trasparente, ma il tetto, formato da conchiglie che si aprono e si chiudono secondo il movimento dell'acqua, è uno spettacolo meraviglioso perché ogni conchiglia racchiude una luminosa perla, e una sola di quelle perle sarebbe il più superbo ornamento per la corona di qualsiasi regina.


Lomaev A.


mercoledì 20 luglio 2016

La Ballata del Marinaio di G. Doré e la "Mermaid" di Martin Carthy

Come resistere alla tentazione di illustrare una bellissima ballata con le incisioni di G. Doré, e alla tentazione di donare alle incisioni di Doré il canto di Martin Carthy?







lunedì 28 settembre 2015

Il Korandon, il Leprecaun, e la Groac'h o la Melusina Diabolica





Addentrarsi nel mondo della classificazione dei folletti nordeuropei, in particolare, dei folletti partoriti dalla cultura celtica: irlandesi, scozzesi, bretoni,(La "Piccola Bretagna" nel nord della Francia) è un'impresa da superbi sconsiderati. Yeats, e Kennedy, e Joyce, e Crocker (ecc., ecc.) hanno umilmente virgolettato mille volte le proprie teorie in proposito, derivate dalle loro rilevazioni sul campo.
Così, grosso modo, potrei dire che il Korandon-Korrigan bretone dovrebbe essere parente stretto del Leprecaun irlandese (più che del domestico e, in fondo, benigno Brownie, come ho letto da qualche parte)






William Butler Yeats:
"Il nome Lepracaun - mi scrive Douglas Hyde - viene dall'irlandese leith brog, cioè Ciabattino-di-una-scarpa sola, perché di solito lo si vede lavorare a un'unica scarpa. In irlandese si dice Leith bhrogan o leith phrogan, che in certe parti viene pronunciato Luchryman, come riporta O'Kearney nel suo incomparabile libro Feis Tigh Chonain"
Lepracaun, Cluricaun e Far Darrig: si tratta di un solo spirito sotto sembianze e atteggiamenti differenti? Su questo sarà difficile trovare due scrittori irlandesi che concordino. Sono molte le cose in cui queste tre creature fatate, se tre sono, si assomigliano. Sono grinzose, vecchie e solitarie, diverse sotto ogni punto di vista dai socievoli spiriti delle prime sezioni. Vestono nel modo più dimesso e sono esseri più che mai sudici, trascurati, beffardi e ingannevoli. Sono i veri grandi burloni del buon popolo.
Il Lepracaun fa continuamente scarpe e ha accumulato grandi ricchezze. Molte pentole piene d'oro, seppellite tanti anni fa in tempo di guerra, ora appartengono solo a lui. All'inizio di questo secolo, secondo Crocker, nella sede di un giornale di Tipperary facevano vedere una piccola scarpa dimenticata lì da un Lepracaun. Il Cluricaun (Clobhair-Ceann in O'Kearney) si ubriaca nelle cantine dei signori. Secondo alcuni non è che un Lepracaun che fa baldoria. E' pressoché sconosciuto nel Connaught e nel Nord.
Il Far Darrig (fear dearg), che significa Uomo Rosso, perché porta un berretto e un gabbano rossi, pensa solo a combinare scherzi, in special modo macabri. Non fa nient'altro che questo.
Il Pooka sembra essenzialmente uno spirito animale. Alcuni fanno derivare il suo nome da poc, un caprone, e alcuni intellettuali lo considerano l'antenato del Puck di Shakespeare. Vive sulle montagne solitarie e tra le vecchie rovine, reso mostruoso da tanta solitudine, e appartiene alla stessa razza degli Incubi".




Scartati il cupo Pooka e altri folletti che appartengono più al mondo degli spiriti inquieti, ovviamente, rimane il Leprecaun in una delle sue innumerevoli denominazioni. Ma, a parte il legame con un favoloso tesoro, e quello con i sarti fatati - legami indiretti - il Korandon della leggenda bretone ha molto poco in comune con un Leprecaun, così come è generalmente rappresentato.
Se, invece, accettiamo l'apparentamento con il Korrigan, altro folletto bretone, o meglio, un altro nome con cui viene indicato lo stesso essere in Bretagna...






Il Korrigan è decisamente un nano, è collegato strettamente all'acqua, alla musica, è uno spirito animale, è sia benigno che maligno, come le Fate sono e devono essere. Quindi, tra Korrigan e Leprecaun, l'identificazione del Korandon della leggenda potrebbe fermarsi qui. Ma Korrigan, in Bretagna, è anche il nome attribuito ad entità femminili, Fate belle e minuscole che infestano sorgenti e pozzi, lunghi capelli neri o candidi, occhi rossi e luminosi nelle tenebre, Fate maligne, lussuriose, eterne tentatrici di uomini, meglio se preti cattolici.






E così, la Groac'h - antica divinità delle acque trasformata in dèmone lussurioso dal Cristianesimo vincente - mezza Ondina e mezza Sirena, che vive in un lago collegato al mare da una corrente magica, e trasforma i mille mariti-prigionieri in pesci (stagno) e finisce sigillata in un pozzo sino al Giorno del Giudizio, bellissima adescatrice di mortali tremebondi, sembra l'altra faccia del vecchio nano accovacciato nel grande nido, più che la moglie fedifraga.
Infine, ciò che possiamo affermare senza essere presuntuosi è che appartiene alla grande schiera delle Amanti Soprannaturali Maligne, il lato diabolico della Melusina fondatrice di nobili dinastie umane.

Ancòra Yeats:

"La Leanhaun Shee (Amante Fatata) brama l'amore dei mortali. Se loro glielo rifiutano, finisce per divenire loro schiava; se lo concedono, allora sono loro gli schiavi, e possono sottrarsi solo trovando un altro che prenda il loro posto. Questa creatura vive della loro vita, ed essi avvizziscono. La morte non basta per sfuggirle. È la musa gaelica, perché ispira coloro che perseguita. I poeti gaelici muoiono giovani, perché lei è inquieta e non sopporta che rimangano a lungo su questa terra - malefico spirito che non è altro!".


Sebastian Giacobino

Mab's Copyright

Tutte le immagini, tranne l'ultima, sono di J. B. Monge.



martedì 22 ottobre 2013

Le Sirene Esistono? Testimonianze e Avvistamenti dal Primo Secolo al 2012...

Uno sguardo nel corso degli anni mostra come molte persone in tutto il mondo abbiano avvistato o avuto esperienze dirette con le sirene. Ecco una cronologia di alcuni dei principali avvistamenti ed esperienze, tra cui Cristoforo Colombo, Plinio il Vecchio e William Shakespeare.



I secolo d.C.: Plinio il Vecchio scrive delle Nereidi, donne con ruvidi corpi squamosi come il pesce. In Storia Naturale sono descritte, "sedute su delfini, ketoi o ippocampi". Plinio descrive come il legatus della Gallia scrisse al vecchio imperatore Augusto "di un numero considerevole di nereidi" che furono "trovate morte sulla riva del mare". Inoltre, "ho anche alcuni illustri informatori di rango equestre che affermano di aver visto essi stessi nel mare di Gades un uomo-marino", scrive Plinio, secondo una traduzione dell'Università di Chicago.

13° secolo: Bartolomeo Angelicus, nel De Propietatibus Rerum, descrive una sirena e racconta dei suoi marinai rapiti dalle loro navi.

Metà del 13° secolo: Una versione tradotta di Speculum Regale o Lo Specchio del Re, originariamente scritto in norreno, appare diversi secoli dopo. Nel libro vi è una descrizione di una creatura trovata al largo delle coste della Groenlandia. "Come una donna fino alla vita, le mani lunghe e i capelli morbidi, il collo e la testa a tutti gli effetti come quelli di un essere umano. Le mani sembrano lunghe e le dita non sono separate, ma unite in una rete come quella sui piedi degli uccelli acquatici. Dalla vita in giù questo mostro sembra un pesce, con scaglie, coda e pinne. Si mostra soprattutto prima di forti temporali. L'abitudine di questa creatura è quella di immergersi frequentemente e risalire in superficie con in mano dei pesci. Quando i marinai la vedono giocare con i pesci o gettarli verso la nave, temono di essere condannati a perdere diversi membri dell'equipaggio, ma quando getta il pesce dalle imbarcazioni i marinai lo prendono come il buon auspicio che non soffriranno perdite nella tempesta in corso. Questo mostro ha una faccia orribile, con ampia fronte e gli occhi penetranti, una bocca larga e il doppio mento".

1493: Cristoforo Colombo vede tre sirene saltare in mare. Colombo scrisse nel diario della sua nave: "non erano così belle come vengono dipinte, anche se in qualche misura hanno un aspetto umano in volto". Annotò inoltre di aver visto creature simili al largo della costa dell'Africa occidentale.

1590: Si crede che William Shakespeare abbia scritto Sogno di una notte di mezza estate tra il 1590 e il 1594. Nell'opera scrive: "Appressati, Puck. Tu certo ben ricordi quando dalla cima d'un alto scoglio udii una sirena assisa sul dorso di un delfino la quale effondeva nell'aria tanto soavi ed armoniosi accenti che il rude mare s'ingentilì al suo canto, e alcune stelle, impazzite fuori balzaron dalle sfere per ascoltare la melodia dell'equorea fanciulla marina". 

1614: il capitano John Smith, conosciuto per Pocahontas, vide una sirena al largo della costa del Massachusetts. Scrisse che "la parte superiore del suo corpo è perfettamente simile a quello di una donna e stava nuotando con tutta la possibile grazia vicino alla riva". Aveva "grandi occhi un po' troppo rotondi, un naso finemente formato (un po' troppo corto), orecchie ben fatte, un po' lunghe e i suoi lunghi capelli verdi le impartivano un carattere curioso tutt'altro che poco attraente".

1797: William Munro, un insegnante in Scozia, scrive una lettera al dottor Torrance a Glasgow, pubblicata sul Times di Londra l'8 settembre 1809. Munro scrive: "Circa dodici anni fa, quando ero maestro di scuola parrocchiale a Reay, mentre camminavo sulla riva del Sandside Bay, essendo una giornata calda in estate, sono stato indotto a prolungare il mio cammino verso Sandside Head, quando la mia attenzione è stata carpita dalla comparsa di una figura simile a una femmina umana svestita, seduta su di una roccia che si estende nel mare, apparentemente nell'atto di pettinare i suoi capelli, che scendevano fluenti attorno alle sue spalle e di colore marrone chiaro. La somiglianza che la figura portava al suo originale in tutte le sue parti in vista era così sorprendente che se la roccia su cui era seduta non fosse stata pericolosa per la balneazione, sarei stato costretto a considerarla davvero una forma umana e per un occhio non abituato alla situazione, deve essere senza dubbio apparsa come tale. La testa era coperta con i capelli del colore di cui sopra e ombreggiati alla radice, la fronte rotonda, il viso paffuto. Le guance rubiconde, gli occhi azzurri, la bocca e le labbra di una forma naturale simili a quelle di un uomo, i denti non li ho potuti intravedere, data la bocca chiusa, i seni e l'addome, le braccia e le dita nella misura in cui le mani sono state impiegate, non sembrano essere palmate, ma quanto a questo non sono sicuro. E' rimasta sulla roccia tre o quattro minuti dopo che l'ho osservata, in quel tempo ha provveduto alla sua pettinatura di capelli, che erano lunghi e folti e di cui è apparsa orgogliosa e poi si lasciò cadere in mare, che arrivava al livello dell'addome; benché non mi riapparve, ho avuto una visione distinta delle sue caratteristiche, essendo a non grande distanza sopra gli scogli rocciosi su cui si era seduta e il sole era splendente". E continua: "Immediatamente prima di entrare nel suo proprio elemento naturale mi sembrava che mi avesse osservato, perché gli occhi erano rivolti verso l'altura su cui mi trovavo. Potrebbe essere necessario osservare, che il periodo precedente all'avvistamento, ne avevo spesso sentito parlare da più persone e alcuni di loro, persone la cui veridicità non ho mai messo in dubbio, avevano visto un fenomeno come quello che ho descritto, anche se poi, come molti altri, non ero disposto ad accreditare la loro testimonianza su questo argomento. Posso dire di una verità, solo vedendo il fenomeno mi sono perfettamente convinto della sua esistenza. Se il racconto di cui sopra può in qualsiasi grado essere utile per stabilire l'esistenza di un fenomeno fino ad allora quasi incredibile per i naturalisti o per rimuovere lo scetticismo di altri che sono pronti a contestare tutto ciò che non possono comprendere fino in fondo, sii il benvenuto, Egregio Signore, Il tuo servo più obbligato e più umile, WILLIAM MUNRO"

1857: Il The Shipping Gazette riferì che marinai scozzesi avevano individuato una creatura al largo delle coste della Gran Bretagna. John Williamson e John Cameron hanno dichiarato: "Abbiamo visto distintamente un oggetto a circa sei metri di distanza da noi nella forma di una donna, con seno pieno, carnagione scura, volto avvenente e bei capelli cadenti in riccioli sul collo e le spalle. Era circa a metà distanza tra il fondale e la superficie, ci guardava e scuoteva la testa. Il tempo era bello, abbiamo osservato la scena completa per tre o quattro minuti".

2008: Un avvistamento di una sirena è accaduto in Suurbraak, un villaggio nel Western Cape del Sud Africa, riferito da Aldo Pekeur, corrispondente per il New Zealand Herald. Un abitante del villaggio, Daniel Cupido, ha detto che lui e i suoi amici erano accanto al fiume intorno alle 11:30, quando hanno sentito qualcosa di simile a qualcuno "battere su un muro". Cupido è andato verso il suono, e ha trovato una figura "come di una donna bianca con lunghi capelli neri che si dibatteva nell'acqua". Cupido ha dichiarato di aver cercato di aiutare la donna, ma la donna ha emesso "un suono stranissimo", tanto che Dina, la madre di Cupido, ha detto che era così addolorato che "il mio cuore non ce la faceva più". Queste creature sono descritte come Kaaiman o metà umano e metà pesci che vivono in acque profonde. Un agente del turismo di Suurbraak, Maggy Jantjies, ha detto di conoscere le persone che hanno visto bene il Kaaiman e che non avevano abusato di alcol.

2009: I rapporti provenienti da decine di persone che hanno avvistato sirene hanno stimolato l'amministrazione comunale di Kiryat Yam, vicino a Haifa, che ha deciso di offrire un milione di dollari a chiunque possa dimostrare con foto o filmati che esistano le sirene. "Molte persone ci dicono di essere sicuri di aver visto una sirena e sono tutti indipendenti l'uno dall'altro", ha detto il portavoce del Consiglio Natti Zilberman a Sky News. "La gente dice che sono metà ragazza, metà pesce, che saltano come delfini. Fanno tutti i tipi di mosse e poi scompaiono".

2012: Un funzionario dello Zimbabwe, ha detto che le sirene perseguitavano i lavoratori del governo addetti alle dighe in vari settori. Secondo il Voice of America, il ministro delle Risorse Idriche, Sam Sipepa Nkomo ha detto al comitato del Senato a marzo che i capi tradizionali stavano per eseguire rituali per sbarazzarsi delle sirene che credono abitare i bacini idrici in Gokwe e Mutare, in cui i lavoratori hanno paura di andare. Hanno riferito che alcuni lavoratori sono scomparsi, mentre altri si sono rifiutati di tornare a installare pompe per l'acqua. Il capo tribù Edison Chihota del Mashonaland orientale ha dichiarato ai media che le sirene esistono. "In qualità di custode della tradizione non ho alcun dubbio", ha detto il capo Chihota. "Per chiunque contestare questo è come contestare se stessi".

http://epochtimes.it/index.html

lunedì 13 maggio 2013

La Bambina, Mama Glau e il Colibrì (Haiti)


n tempo viveva una bambina di nome Bebé che abitava con la propria nenine in una piccola capanna a nord dell'isola di Trinidad.
Una mattina la piccola Bebé chiese alla nenine di poter andare a far visita ai suoi veri genitori, che vivevano a pochi chilometri da lì, al di là del fiume; la donna acconsentì, non dimenticando di fare mille raccomandazioni alla bambina. Bebé si mise in viaggio e camminando a passo spedito giunse dopo un po' al profondo fiume che la separava dal villaggio dei suoi genitori. In quei giorni aveva piovuto molto e il corso d'acqua era aumentato notevolmente, tanto che la piccola proprio non sapeva cosa fare per attraversarlo. Sconsolata, Bebé si sedette sulla riva e cominciò a piangere disperatamente, finché, uditi i lamenti, comparve Mama Glau, una Sirena che viveva nelle acque del fiume. Si avvicinò alla piccola e le chiese il motivo di tanta angoscia; quando Bebé le raccontò i suoi progetti e cosa le impediva di realizzarli, Mama Glau si offrì di aiutarla a passare il fiume. La Sirena però si fece promettere che la piccola non avrebbe mai rivelato ad alcuno, e per nessun motivo, chi era stata ad aiutarla, altrimenti, minacciò la Sirena, sicuramente se ne sarebbe pentita.


 Ed Org


Così Bebé fu trasportata sull'altra riva in un batter d'occhio, salutò la Sirena e riprese il suo cammino. Mama Glau, intanto, chiamò con un fischio Kilibwi, un uccello che noi chiamiamo colibrì e gli chiese di controllare, visto che aveva un udito finissimo, che Bebé mantenesse la promessa fatta. L 'uccellino obbedì prontamente e si mise sulle tracce della piccola. Questa, dopo molto camminare, era giunta alla casa dei genitori, i quali furono molto contenti di rivederla e le fecero gran festa, ma subito le chiesero come avesse fatto ad attraversare il fiume, visto che dopo tanta pioggia era sicuramente straripato. Bebé rispose che l'aveva fatto da sola, ma nessuno le credette, e la madre la prese in braccio offrendole un dolcino, e le chiese ridendo di rivelare il suo segreto. La piccola, allora, non trovando niente di male nel raccontare ciò che le era successo, confessò che Mama Glau l'aveva presa sulle spalle e l'aveva portata dall'altra parte del fiume; disse anche delle minacce della Sirena, anche se, pensava ingenuamente, era sicura che poi non le avrebbe fatto nulla di male.
Intanto Kilibwi ascoltava tutto e, appena sentita la confessione della bambina, scappò via verso il fiume cantando:

"Casa bilau bilau bil
Ahi, Bebé, che guai per Mama Glau"

A quel punto i genitori decisero di mandar via la bambina e le dissero di chiedere di nuovo alla Sirena di aiutarla ad attraversare il fiume, senza però dire nulla di quanto aveva raccontato. Bebé seguì le istruzioni e, quando sulla riva del fiume comparve di nuovo Mama Glau, disse di non aver raccontato il loro segreto e che voleva essere riportata dall'altra parte. Il passaggio avvenne con la velocità di un lampo e la bambina cominciò a correre verso casa.
Intanto i genitori di Bebé, pensando che se l'uccello avesse raggiunto il fiume la Sirena avrebbe saputo la verità, con grande pericolo per la bambina, escogitarono un trucco per farlo rallentare: sparsero
tutt'intorno alla casa, e per un buon tratto, tanti fiori profumatissimi. Il Kilibwi, sentito l'aroma, non seppe resistere alla tentazione e si fermò a lungo ad assaporarne il nettare. Quando poi si rese conto che stava facendo buio, si ricordò del messaggio che avrebbe dovuto portare alla Sirena e volò in direzione del fiume. Qui giunto, cominciò a cantare il ritornello:

"Casa bilau bilau bil
Ahi, Bebé, che guai per Mama Glau"

La Sirena allora capì tutto, ma non lo diede a vedere, e chiese all'uccello di ricantare il ritornello dall'altro orecchio.

"Casa bilau bilau bil
Ahi, Bebé, che guai per Mama Glau "

Non contenta, se lo fece cantare di nuovo da dietro le spalle, poi davanti, e infine sul palmo della mano. L'uccellino, fiducioso, vi si andò ad appoggiare; ma aveva appena incominciato ad intonare il solito motivo che, zac!, la Sirena cattiva lo schiacciò di colpo con l'altra mano. Ancora oggi, se si attraversa il fiume, si può vedere la spuma sulle acque; non è altro che il sangue del Kilibwi, versato quando Bebé andò a far visita ai genitori. Mama Glau fu poi uccisa e sul fiume fu costruito un ponte.


"La Collana di Spine e il Colibrì"
Frida Kahlo


Da: "Miti e Leggende dei Caraibi" a cura di C. Corvino.



Storia di una Sirena - Puglia

na giovane donna di venticinque anni di nome Filomena, dai capelli neri e l'incarnato chiaro come la neve, una volta che il marito marinaio navigava in lontani paesi fu tentata da un giovane signore, gli cedette e divenne infedele.
Presto tuttavia subentrò il pentimento e appena tornato il suo uomo gli si gettò alle ginocchia confessando la colpa e domandandogli perdono.
Il marinaio, benché l'amasse grandemente, non corrispose alle sue implorazioni e decise di punirla . "Preparati a morire!" le disse.
La donna, atterrita, di nuovo supplicò strappandosi i lunghi capelli che sembravano di seta; ma vana fu ogni promessa per il futuro e vani i ricordi del passato.
Lo stesso giorno il marinaio la caricò a bordo della barca, sciolse le vele e appena fu distante dieci leghe dalla costa, l'afferrò per la vita e la gettò fra le onde.
'Ora sono vendicato! ' si disse, e mestamente tornò in porto ben immaginando il destino di quel corpo alla mercè dei pescecani.
Le sirene invece ebbero pietà della bella annegata, l'accolsero fra le loro braccia e la condussero nei loro palazzi incantati dove una schiera di donne splendenti l'attendeva per farle festa: e chi le pettinava le chiome, chi le profumava le mani e il seno, chi le poneva al collo di cigno una collana di rossi coralli; infine la Regina le pose questo nome: Spuma.
Senonché, pur confusa da tante premure e conquistata da quelle magnificenze, Filomena non riusciva a dimenticare le traversie terrene, il rimorso per il tradimento inflitto al marito riprendeva a torturarle l'anima, gli occhi di conseguenza si velavano di malinconia e il sorriso si spegneva sulle labbra. Per sollevarla da quella tristezza e darle un segno del loro affetto le sirene la iniziarono all'arte del canto malioso con cui da secoli attiravano gli ingenui marinai. Filomena-Spuma prese dunque posto nel cerchio delle compagne canterine, ma non sempre aveva voglia di emergere con loro; più spesso si
appartava, o vagava di qua e di là solitaria nel regno delle acque azzurre.
Una notte che il cielo e il mare erano illuminati dalla luna piena, ella scorse da lontano un vascello con le vele gonfie al vento di maestro, e mentre questo si avvicinava le sirene la trascinarono in superficie: "Vieni, vieni con noi a cantare" e circondarono la nave con note così soavi che d'improvviso si vide un uomo salire sul parapetto e slanciarsi nelle onde. Filomena con una stretta al cuore lo riconobbe: quel marinaio era suo marito.
Allora pregò le compagne che non lo uccidessero, né lo trasformassero in corallo o in bianco cristallo, che lo lasciassero vivo almeno per un giorno. Le sirene, impietosite dalle sue parole, accordarono ventiquattro ore al prigioniero ed ella, che era rimasta sola nella reggia sottomarina, si avvicinò alla cella dove era stato rinchiuso il marito e cominciò a cantare:

"Io ti conobbi in vita e a te fui ingrata
Tu mi amasti traendomi dal mio nido
Per condurmi al dolce talamo
e io ti tradii.
Oh quanto piansi per il mio tradimento!
Quanto piansi !
E piango ancora, amato mio .
Non riconosci le mie lacrime? "

Intese il prigioniero quella canzone e ne rimase stupefatto: poteva mai essere Filomena a cantare con quella voce sorgiva, la donna che egli aveva ucciso e gli si rivolgeva con tanto tremore?
La canzone proseguiva:

"Per salvare te io rischierò le catene
Le sirene forse non mi perdoneranno
di ridare la libertà
a chi era destinato a morire."

Poi si fece ancora più da presso alla cella e disse sottovoce:
"Ascoltami, Michele. Le sirene sono qui intorno a giocare ed è già tardi. Sta per sorgere il sole e tu sai che il giorno esse riposano e la notte tendono reti ai marinai. Questa sera stessa, appena si saranno allontanate dal palazzo, io verrò a prenderti. Tu abbracciati a me fiducioso e lasciati guidare."
Passò quel giorno, giunse la sera, e il marinaio dubitava che la sua donna venisse a salvarlo. Ma ecco che ella si presentò raggiante di gioia, gli tese le braccia e insieme fluttuarono per ore e ore finché non sfiorarono la prua di un bastimento.
"Adesso domanda aiuto a quei naviganti" gli suggerì la donna.
Il marinaio gridò tre volte, dalla nave fu calata una scialuppa e venne issato a bordo nell'attimo in cui Filomena, compiuta la sua opera, risprofondava negli abissi.
Tornato a casa, Michele ricominciò a vivere le sue giornate con animo tutt'altro che sereno: era assalito dai rimpianti, si aggirava per le stanze senza requie e non c'era oggetto che non gli richiamasse alla memoria la sua donna e non c'era suono che non gli ricordasse le parole melodiose da lei sussurrate man mano che lo liberava dall'incantesimo.
E allora si accorse che non poteva più sfuggire a un obbligo: salvarla o perdersi accanto a lei.
Si addentrò in una foresta, sedette sotto un noce dove correva fama si radunassero le fate a danzare e strologare, e attese.
D'un tratto scorse fra i rami una brutta vecchia che sorrideva.
"Chi sei tu?" gli domandò la megera.
"Un infelice!" esclamò il marinaio.
"Perché infelice?"
Michele capì che la vecchia era una fata e avrebbe potuto aiutarlo, e con l'animo aperto alla speranza le narrò in ogni particolare i casi della sua vita.
"Tu mi sembri un bravo giovane - disse infine la vecchia - E io voglio farti riacquistare tua moglie. A un patto però."
"Accetto senza fiatare. Farò quello che vorrete" si profuse Michele.
"E allora ascolta: a notte fonda dovrai tornare qui e deporre ai piedi di quest'albero un fiore che si trova solo nei palazzi delle sirene e che si chiama il più bello."
"Ci proverò" disse con mille dubbi in testa. Si diresse al molo, s'imbarcò sul suo legno e sciolse le vele al vento.
Sopraggiunta la notte, calcolò che aveva navigato per oltre dieci leghe e che era tempo di chiamare la moglie. La chiamò, infatti, e subito la bellissima Filomena gli apparve tra le spume.
"Amore mio - le disse - son venuto per salvarti".
"E come? " domandò la poverina.
"Devi solo riuscire a prendere il fiore che chiamano il più bello nel palazzo delle sirene."
"Oh, amore mio - rispose tristemente - chiedi l'impossibile. Il fiore che tu dici fu tolto alle fate e manda profumo celestiale laggiù nei nostri palazzi. Ma il giorno in cui tornasse sulla terra morirebbero cento sirene ed io sarei tra queste."
"Tu non morrai - insistette il marito - perché una fata di sicuro ti proteggerà. Perciò devi a qualunque costo procurare il-più-bello".
"Vieni domani - disse assorta Filomena - e ti farò sapere".
L'indomani il marinaio attese all'àncora che la moglie emergesse, e appena quella ricomparve sulla cresta di un'onda le domandò: "Ebbene?"
E lei: "Ho riflettuto e ho indagato. Perché possa ottenere il fiore è necessario che tu compia un sacrificio."
"Quale?"
"Vendere ogni tuo avere e col denaro ricavato acquistare i più bei gioielli che si ammirino nelle principali vetrine del regno. Le sirene, attratte dal luccichìo, si allontanerebbero dal palazzo di cristallo e io potrei rapire il fiore."
"Tutto qui? - disse rinfrancato il marito - Mi vedrai presto di ritorno."
In pochi giorni vendette ogni suo avere e acquistò i più rari gioielli del regno.
Col prezioso scrigno si recò in alto mare e a uno a uno li fece brillare al sole mattutino.
Le sirene, abbagliate da quegli splendori, presero a seguire a frotte la barca, invocando chi un orecchino chi un pendaglio chi un bracciale chi un fermaglio... E intanto che Michele si adoprava a pararle si udì d'un tratto un tremendo boato sottomarino e l'acqua si levò a immense altezze.
Le sirene compresero allora quel che era avvenuto, ma ormai era troppo tardi: a cavallo di una scopa si vide navigare per l'aria una vecchia fata che si portava dietro la bella moglie del marinaio col fiore rapito.

Da :" Superstizioni, pregiudizi e tradizioni in Terra d'Otranto" di Giuseppe Gigli






Calvino ha riportato questa fiaba nella sua raccolta, direi quasi parola per parola, contrariamente al suo abituale modo di procedere. Se questa storia si è parzialmente salvata dal calvinismo, probabilmente, è perché era sufficientemente poco popolare.
Esteticamente non mi piace affatto, ma offre qualche spunto curioso, soprattutto se si tengono in mente le sirene di O.Wilde e H.C.Andersen... ma anche un paio di altre fiabucce. Riporto il commento/nota di Calvino corrispondente alla sua versione di questa fiaba-novella.


Le Sirene: dal Cielo al Mare ai Fiumi

Il discorso sulle Sirene spazierebbe/spazierà...
Appartengono al Cielo o al Mare? O, in realtà, sono partecipi di una dimensione che non è di questo mondo? E, quando hanno abbandonato le isole del sud del Mediterraneo, si sono ritirate nei corsi d'acqua dolce del Nord Europa e sono state chiamate Ondine, e con altri nomi ancòra, oppure l'antica Dèa che dava il proprio nome ai fiumi è stata sminuita nella leggenda di una fata che si pettina i lunghi capelli con un pettine d'oro, si ammira in uno specchio d'oro, tesse su di un telaio d'oro, e può essere generosa e misericordiosa, o crudele e rapace, a seconda del suo umore mutevole?
Intanto, i Miti a noi più vicini nello spazio e nel tempo, e la letteratura che spiega e rassicura ci offrono alcune alternative sulla loro origine.

In principio, furono donne-uccello. La tradizione classica le descrive come figlie del fiume Acheloo [1] e di una Musa [2], oppure, nate dal sangue sgorgato dalla fronte del loro padre, quando Eracle lottò con lui per Deianira. Il Dio si trasformò in serpente e poi in toro, e l'Eroe gli spezzò un corno, sconfiggendolo. Le Naiadi raccolsero il corno e lo consacrarono, colmandolo di frutta e fiori, quale simbolo dell'abbondanza: la cornucopia.  Le Sirene, quindi, nacquero dal sangue di un Dio delle acque che Ovidio definisce "nume agreste" e dalla Terra.

Altri miti le vedono trasformate in uccelli nella parte inferiore del corpo dalla vendetta di Venere, disgustata dal loro rifiuto dell'amore carnale.
Ma si riteneva anche che la loro natura fosse stata mutata dalla vendetta di un'altra Dèa, Demetra. Esse erano infatti, le compagne di giochi di Persefone, ed avevano assistito impotenti al suo rapimento da parte di Ades, il Signore dell'Oltretomba.
Personalmente, preferisco la versione di Ovidio, che vede la loro metamorfosi come una preghiera esaudita, non come la vendetta di una Dèa folle di dolore.

"....a voi invece, figlie dell' Acheloo, donde vennero le penne e le zampe di uccello, mentre conservate il viso di fanciulle? Forse perché, quando Proserpina coglieva fiori di primavera, voi eravate nel numero delle sue compagne, o dotte Sirene? La cercaste allora invano per tutta la terra e poi, per trasferire sul mare la vostra ansiosa ricerca, formulaste il desiderio di poter remigare sui flutti con delle ali e foste subito accontentate dagli dèi: vedeste i vostri arti ricoprirsi di colpo di penne dorate. Ma per non perdere la possibilità di esprimere quel canto nato per la gioia delle orecchie, dote eccezionale delle vostre gole, manteneste volto e voce umani."

Ovidio, "Le Metamorfosi", vol. I (libro V,555).

Ovidio, pur definendole "dotte", parla del loro canto unicamente come di un suono soprannaturale, un dono di armonia e bellezza tali che gli Dèi non vollero privarne gli uomini. E, come Virgilio [3], colloca gli scogli delle Sirene presso Sorrento.


Per Omero, invece, che li pone fra l'Etna e Messina, l'arcano del canto delle Sirene andava oltre la sua perfezione. Le Sirene, due, attendevano le navi su di un'isola cosparsa di resti umani, e non incantavano gli uomini con la loro bellezza né con l'inarrivabile fascinazione del loro canto: promettevano la Conoscenza, perché esse stesse erano onniscienti. E gli uomini dimenticavano, rinunciandovi per sempre, la patria lontana, la casa, i figli, la vita stessa...Beffate da Odisseo, che aveva ascoltato l'inascoltabile restando vivo, si uccisero lanciandosi in mare.
Ciò le pone definitivamente nel Regno dei Morti. La forma più antica che gli uomini hanno dato all'Anima, quando ne hanno formulato il concetto, è stata quella di un uccello. Poi, da forma propria dell'anima, l'uccello divenne la forma assunta dall'anima dopo la morte dell'essere umano in cui aveva dimorato. E sempre un uccello era lo psicopompo per eccellenza, colui che accompagnava l'Anima oltre la soglia, al cospetto del Signore degli Inferi. Collegata con il Regno dei Morti era la Conoscenza degli oracoli, e in quei luoghi dove il culto delle Sirene era praticato certamente operavano degli oracoli. Guardiane, sacerdotesse, veggenti, custodi dei Segreti, non tendevano trappole, non rientravano nelle mostruosità dei mari ignoti. Il "mostro" fu Odisseo, perché da vivo e restando vivo, attraversò il confine tra Vita e Morte, e ascoltò e conobbe. Nessun essere umano avrebbe dovuto sopravvivere a quell'esperienza.

Solo a partire dall'VIII secolo, le Sirene non furono più descritte come donne trasformate in uccelli, ma come ibridi, donne nella parte superiore del corpo e pesci dai fianchi in giù. E la propaganda cristiana accantonò l'Onniscienza e sottolineò la lussuria, il canto ammaliatore, la natura predatrice e maligna, la bellezza ingannevole... Da forma propria dell'Anima a Esseri privi di anima, in cui la realtà è la natura animale, e l'inganno la bellezza muliebre.
Personalmente, non credo che le Ondine e gli innumerevoli spiriti acquatici cui sono state accostate, ne costituiscano l'ennesima mutazione o dislocazione: coesistevano - in un tempo che già apparteneva all'Era dello Spodestamento - avendo un destino comune: la caduta delle Dèe delle acque, solo uno degli aspetti dell'Unica - Signora della Fecondità e della Rinascita, e, quindi, anche del Mondo dei Morti - rimpicciolite, ridotte a larve di donne di cui Esseri crudeli e amorali si rivestono per ingannare l'uomo così folle da ascoltare le loro false promesse.



La grande Dèa Astarte o Ishtar o Iside o...


[1] L'Acheloo è un Dio-fiume che nasce dal Pindo e sfocia nel mar Ionio, scorrendo tra l'Acarnania e l'Etolia.
[2] Tersicore o Melpomene.
[3]  "Si lasciò alle spalle il regno del figlio di Ippota, le terre fumiganti per il calore dello zolfo e gli scogli delle Sirene, figlie dell'Acheloo..." Ovidio, "Le Metamorfosi", vol.II (libro XIV,86).
Il figlio di Ippota è il Dio dei venti, Eolo, il cui regno è costituito dalle isole Lipari, poi chiamate Eolie .

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A Proposito delle Sirene...

Waterhouse W.J


Avevo intenzione di parlare dell 'aspirante Sireno' di O.Wilde e della sirenetta aspirante umana di H.C. Andersen. Non ho mai letto un parallelo. Eppure, una fiaba sembra proprio la volontaria risposta all'altra. Se non lo avete fatto, se ne avete voglia, basta rileggere "Il Pescatore e la sua Anima" che ho già postato. Mentre, per l'ennesima volta, ripensavo a questo strano dialogo a distanza, nonostante e al di là dell'evidente abisso artistico, ho ricordato un altro parallelo: sia Wilde che Andersen erano omosessuali, anche se hanno vissuto molto diversamente (?) questa loro natura. Ed ho ripensato alle loro Sirene: alla Sirenetta che ama il mondo umano molto più di quanto ami lo stesso principe, alla Sirenetta che odia il suo corpo metà pesce perché le impedisce di avere un'anima immortale e che affronta qualsiasi sofferenza, qualsiasi sacrificio pur di conquistare l'amore del Ragazzo, e, attraverso la "green card"di questo amore, la "cittadinanza" umana, e al giovane Pescatore che ama e basta, che se ne frega della sua anima immortale "perché non può vederla, non può toccarla, perché non ne ha bisogno", e che muore al fianco di quella "cosa morta" che il prete si rifiuta di benedire... Inutile dire quale delle due fiabe preferisco.
Credo, anzi, ne sono quasi sicura, che pochissimi abbiano letto la fiaba di O.Wilde, e che pochi abbiano letto "La Sirenetta" in versione integrale. Purtroppo, storicamente, l'opera dei poeti è stata ridotta a carne macinata, tagliata, tritata, pasticciata... riversata in fiabe "sonore" volgarmente illustrate.
Le fiabe sono considerate letteratura minore. Quindi se ne può fare polpette.
Eppure, le fiabe sono le parole degli Dèi, la memoria (spesso obnubilata) dei popoli, l'unica Storia condivisa che abbiamo.

Mab

domenica 12 maggio 2013

"Il Pescatore e la Sua Anima" - Terza e Ultima Parte


 
Morgan J.M.


E in capo al secondo anno l'Anima scese alla sponda del mare, e chiamò il giovane Pescatore, e questi venne su dagli abissi e disse, “ Perché mi chiami? “
E l'Anima rispose,” Avvicinati, che io possa parlarti, poiché ho visto cose meravigliose “.
Così lui si avvicinò, e si coricò dove l'acqua era poco profonda, e si poggiò il capo sulla mano e ascoltò.
E l'Anima gli disse,” Quando ti lasciai ,volsi il viso a Mezzogiorno e mi misi in viaggio. Dal Mezzogiorno viene tutto quanto è prezioso. Sei giorni viaggiai sulle strade che portano alla città di Ashter, lungo le strade polverose e tinte di rosso che i pellegrini sogliono percorrere feci il mio viaggio, e la mattina del settimo giorno alzai gli occhi, ed ecco!, la città giaceva ai miei piedi, poiché si trova in una valle.
Ci sono nove porte per entrare in questa città, e davanti a ciascuna porta c'è un cavallo di bronzo che nitrisce quando i Beduini calano dai monti. Le mura sono rivestite di rame e le torrette di guardia hanno il tetto in ottone. In ogni torre sta un arciere con un arco in pugno. All'alba costui colpisce con una freccia un gong, e al tramonto soffia in un corno di corno.
Quando cercai di entrare, le sentinelle mi fermarono e mi chiesero chi ero. Io risposi che ero un Derviscio sulla via della città della Mecca, dov'era un velo verde sul quale le mani degli angeli avevano ricamato in lettere d'argento il Corano. Furono pieni di meraviglia, e mi pregarono di passare.
Dentro è come un bazaar. Peccato tu non fossi con me. Attraverso le anguste stradine, le allegre lanterne di carta volteggiano come grandi farfalle. Quando il vento soffia sui tetti si alzano e ricadono come le bolle colorate. Davanti alle loro botteghe siedono i mercanti sui loro tappeti di seta. Hanno barbe nere e diritte, e i loro turbanti sono coperti di zecchine d'oro, e lunghi fili di ambra e noccioli di pesca scolpiti gli scivolano fra le fresche dita. Alcuni di loro vendono galbano e nardo, e curiosi profumi dall'Oceano Indiano, e lo spesso olio delle rose rosse, e la mirra e piccoli chiodi di garofano. Quando ci si ferma a parlar loro gettano pizzichi di incenso su di un braciere di carbone e addolciscono l'aria.
Vidi un Siriano che teneva fra le mani una verga sottile come una canna. Grigi fili di fumo ne uscivano, e il suo odore quando bruciava era l'odore del mandorlo rosa a primavera.
Altri vendono braccialetti d'argento tutti sbalzati di cremose pietre di azzurra turchese, e catenelle per le caviglie in in filo di ottone frangiate di perline, e artigli di tigre montati in oro, e gli artigli di quel gatto dorato, il leopardo, montati anch'essi in oro, e orecchini di smeraldo forato, e anelli di giada scavata. Dalle case da tè giunge il suono di chitarra e i fumatori d'oppio con i loro visi bianchi e sorridenti guardano i passanti.
Veramente tu avresti dovuto essere con me. I venditori di vino si fanno largo nella folla con grandi pelli nere sulle spalle. La maggior parte di loro vende vino di Shiraz, che è dolce al pari del miele. Lo servono in tazzine di metallo e vi spargono sopra foglie di rosa. Nella piazza del mercato stanno i venditori di frutta, che vendono frutti di ogni tipo: fichi maturi, con la loro ammaccata carne purpurea, meloni, che odorano di muschio e gialli come topazi, cedri e mele rosa e grappoli di uva bianca, rotonde arance rosso-oro, e limoni ovali di oro verde. Una volta vidi passare un elefante. La sua proboscide era dipinta con vermiglio e curcuma, e sulle orecchie aveva una rete di cordoni di seta cremisi. Si fermò davanti a una bancarella e si mise a mangiare le arance, e l'uomo si limitò a ridere. Non puoi immaginare che gente strana sono. Quando sono contenti vanno dai venditori di uccelli e comprano un uccello in gabbia e lo liberano per gioire ancora di più, e quando sono tristi si fustigano con spini perché il loro dolore non diminuisca.


Brivtin V.


Una sera incontrai dei negri che trasportavano un pesante baldacchino attraverso il bazaar. Era fatto di bambù dorato, e i pali erano di lacca vermiglia tempestata di pavoni di ottone. Alle finestre pendevano sottili tendine di mussola ricamata di ali di scarabeo e minuscole perline, e al suo passaggio una Circassa dal volto pallido se ne affacciò e mi sorrise. Io lo seguii a distanza, e i negri affrettarono il passo e si aggrottarono. Ma a me non importava. Mi sentii preso da una grande curiosità. Da ultimo si fermarono davanti ad una bianca casa quadrata. Questa non aveva finestre, solo una porticina simile alla porta di una tomba. Deposero il palanchino e bussarono tre volte con un martello di rame. Un Armeno in un caffetano di cuoio verde si affacciò alla grata, e vedendoli aprì, e stese un tappeto a terra, e la donna ne scese. Al momento di entrare, si voltò e mi sorrise di nuovo. Non avevo mai visto nessuno così pallido. Quando sorse la luna tornai allo stesso posto e cercai la casa, ma non c'era più. Quando vidi questo, capii chi era la donna, e perché mi aveva sorriso. Certo avresti dovuto essere con me. Alla festa della Luna Nuova il giovane Imperatore uscì dal suo palazzo e andò a pregare nella moschea. Aveva capelli e barba tinti coi petali di rosa, e le guance incipriate con una polvere d'oro fino. Aveva i palmi dei piedi e delle mani gialle di zafferano. All'alba avanzò dal suo palazzo in un manto d'argento, e al tramonto vi tornò in un manto d'oro. La gente si gettava a terra e si nascondeva il viso, ma io no. Rimasi in piedi accanto al banco di un venditore di datteri e attesi. Quando l'Imperatore mi vide, sollevò i sopraccigli dipinti e si fermò. Io rimasi immobile, e non gli rivolsi l'inchino. La gente si meravigliò della mia audacia, e mi consigliò di fuggire dalla città. Io non le badai, ma andai a sedere con i venditori di strani dèi, che per via della loro professione sono abominati. Dissi loro quello che avevo fatto, e ciascuno mi diede un dio e mi pregò di lasciarlo.
Quella notte, mentre giacevo su di un cuscino nella casa da tè che si trova nella via dei Melograni, le sentinelle dell'Imperatore entrarono e mi condussero al palazzo. Al mio passaggio mi chiudevano ciascuna porta alle spalle, e la sprangavano con una catena. Dentro c'era un gran cortile tutto circondato da un colonnato. Le pareti erano di bianco alabastro, con mattonelle azzurre e verdi tassellate qua e là. Le colonne erano di marmo verde, e il pavimento di una sorta di marmo color fior di pesco. Non avevo mai visto niente di simile. Mentre attraversavo il cortile due donne velate mi guardarono dall'alto di un balcone e mi maledissero. Le guardie sopraggiunsero in fretta, e l'estremità delle loro lance risuonò sul lucido pavimento. Aprirono un cancello di avorio lavorato, e mi trovai in un giardino con fontane e sette terrazze.


Morgan J.M.


Vi erano piantati tulipani e margherite, e aloe punteggiate di stelle. Simile a uno snello giunco di cristallo, una fontana stava sospesa nell'aria del crepuscolo. I cipressi erano come torce bruciate. Da uno di essi un usignolo cantava. In fondo al giardino sorgeva un piccolo padiglione. Al nostro avvicinarsi ne uscirono due eunuchi e ci mossero incontro. I loro corpi grassi ondeggiavano nel camminare. Mi guardarono incuriositi con gli occhi dalle palpebre gialle. Uno trasse da parte il capitano delle guardie, e a voce bassa gli sussurrò qualcosa. L'altro continuò a masticare pasticche aromatiche, che estraeva con gesto affettato da una scatola ovale di smalto lilla. Dopo qualche istante il capitano delle guardie congedò i soldati. Questi tornarono al palazzo, seguiti a passo lento dagli eunuchi che passando coglievano dagli alberi le dolci more. Una volta il più anziano dei due si voltò, e mi rivolse un sorriso malvagio.
Allora il capitano delle guardie mi indicò l'ingresso del padiglione. Io avanzai senza tremare, e scostando la pesante tenda entrai. Il giovane Imperatore era disteso su di un divano in pelle di leone tinta, e aveva un falcone appollaiato sul polso. Dietro di lui era ritto un Nubiano dal turbante di ottone, nudo fino alla cintola, e con pesanti orecchini alle orecchie divise in due. Su di un tavolo accanto al divano era posata una possente scimitarra di acciaio.
Alla mia vista l'Imperatore si accigliò, e mi disse, " Qual è il tuo nome? Non sai che sono Imperatore di questa città?".

"Lamento per la Città d'Ys"


"Gwerz Kêr Is"


                                               “Quali nuove dalla città d’Ys?
Poiché la gioventù è tanto folle,
poiché io sento il suono delle cornamuse,
delle bombarde e delle arpe.
Nulla di nuovo accade ad Ys,
soltanto baldoria tutti i giorni,
null’altro ad Ys che le vecchie cose,
e gozzoviglie tutte le notti
I portoni delle chiese
sono ormai sbarrati dai rovi
E contro i poveri che piangono
vengono aizzati i cani.
Ahés, la figlia di Re Gradlon.
col fuoco d’inferno nel suo cuore
Lei, che primeggia nel vizio,
conduce la città alla perdizione
Il santo Gwenolé, con la pena nel cuore
molte volte ha visitato suo padre
con compassione l’uomo di Dio
ha messo in guardia il Re:
“Gradlon, Gradlon, prestate attenzione
alla vita dissoluta che conduce Ahès
poiché saremo alla fine dei tempi
quando Dio scatenerà la Sua collera”
Ed il buon Re, contrariato
la figlia ha ammonito,
ma reso debole dalla vecchiaia
non ha più la forza di opporsi a lei
Stanca dei rimproveri del padre
e per sottrarsi al suo sguardo,
con l’aiuto degli spiriti maligni ella ha eretto
uno splendido palazzo presso le chiuse
Là, con i suoi amanti,
trascorre le sere di peccato,
Là, fra l’oro e le perle,
come il sole Ahès risplende”








La Leggenda della Città d'Ys - La Versione Cristianizzata




e Gradlon aveva un'unica, bellissima figlia, Dahut, frutto dell'amore per una donna "pagana", antecedente alla sua conversione al Cristianesimo.
Per quest'amatissima figlia Gradlon edificò una meravigliosa città nella baia di Douarnenez, poiché Dahut non poteva vivere lontano dal mare.
La città si chiamava Ys ed era splendida: la più bella città del mondo! Ma sorgeva su di una terra assediata dalle acque, sotto il livello del mare e Gradlon la protesse con possenti dighe sigillate da porte di bronzo. Alcune versioni raccontano che l'unica chiave fosse custodita dal Re in persona, altre, dalla stessa Dahut.
La principessa era una potentissima Maga, e, grazie a lei, la Città d'Ys divenne la città più splendente e ricca della Terra. Ma Dahut non aveva mai abbandonato la sua antica religione e condusse alla perdizione gli abitanti della città, che divennero aridi, egoisti e crudeli come lei.
I poveri vennero banditi, e i pochi che osarono restare venivano sbeffeggiati e maltrattati. Le chiese cristiane erano deserte, tanto che roveti crescevano davanti alle loro porte.
Solo oggetti d'oro e d'argento erano ritenuti degni di arredare le case dell'isola e anche il cibo veniva servito esclusivamente in vasellame d'oro. Feste e banchetti ed orge si susseguivano giorno e notte; ricorrendo ai suoi Poteri, Dahut stupiva i sudditi con spettacoli meravigliosi di cui non si era mai visto l'eguale. Gradlon era ormai vecchio e la sua autorità era indebolita dalla popolarità della figlia. Più volte la ammonì, cercando di farle abbandonare la sua vita gaudente ed egoista, ma inutilmente. Il vescovo Winwaloe visitava spesso il Re rimproverandolo per la sua debolezza nei confronti di Dahut, ed avvertendolo che l'ira divina si sarebbe abbattuta su quella città dedita al vizio ed al peccato.
Intanto, feste ed orge continuavano, ma Dahut, annoiata dai rimproveri del padre, sotto l'influenza del vescovo, si ritirò in una torre che dava sulle chiuse. Lì portava ogni sera un amante diverso e gli donava una maschera magica. Se la maschera, in principio, accendeva la passione del giovane prescelto, la mattina dopo si animava e lo stringeva fino a strangolarlo! Altre versioni raccontano che la principessa si limitava ad ordinare ai suoi servi di precipitare il giovane in mare dall'alto della torre [Strano che - nelle credenze popolari - questa identica abitudine accompagni altre donne, come Caterina Sforza o Lucrezia Borgia!] .
Un giorno, giunse dal mare un bellissimo sconosciuto vestito di rosso. Alcune versioni dicono che, nel corso di un ballo indiavolato, egli strappò la chiave dal collo di Dahut, altre leggende raccontano che lo straniero convinse la principessa a rubarla al padre mentre dormiva. Comunque, appena l'ebbe in mano, egli si rivelò per ciò che era, il Demonio, e spalancò le chiuse, sommergendo la città e i suoi abitanti.
Gradlon si salvò e galoppò verso la riva sul suo cavallo, mentre l'enorme onda lo inseguiva. Ma si fermò a raccogliere la figlia Dahut che lo implorava di salvarla. Il cavallo, però, non riusciva più a correre davanti alla piena che aveva già sommerso la città. Allora, il vescovo ordinò al Re di lasciar cadere la figlia, fonte di tutti i peccati della città, ma Gradlon non ebbe il cuore di farlo, così Winwaloe toccò con il pastorale la principessa, che cadde da cavallo e sparì in mare.

Altre versioni dicono che il Re si convinse a spingere la figlia in acqua, altre affermano la stessa cosa, ma solo dopo che Dio gli parlò, ordinandogli di abbandonare Dahut al suo destino.
Così la Città d'Ys sparì, ma ancora si ode, a volte, il debole suono delle campane della cattedrale sommersa, e la leggenda dice che, quando in quella cattedrale sarà possibile celebrare una messa solenne, la città d'Ys riemergerà in tutto il suo splendore.
Dahut diviene una Sirena o, comunque, uno Spirito maligno e inquieto che attrae e uccide i marinai. Anche per lei varrebbe come riscatto la messa solenne celebrata nella cattedrale della città sommersa.
Gradlon fu incoronato Re di Kemper (Quimper) nel 338 e si dice che la statua fra le guglie della cattedrale ritragga  lui.
Si narra anche che Lutetia cambiò il proprio nome in Par-Is, cioè "uguale ad Ys", per competere con lo splendore della mitica città perduta. Ma tutti sono concordi nel ritenere che, se, un giorno, la Città d'Ys dovesse ritornare visibile agli occhi degli uomini nessuna città, in nessun luogo della Terra reggerebbe il confronto. Neanche Parigi.






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La Leggenda della Città d'Ys - (la versione Pagana)



Premessa

Non è facile raccontare questa leggenda, così come accade per la maggior parte delle leggende di origine celtica divenute estremamente popolari. "Scrostarle" da secolari stratificazioni agiografiche è un'impresa immane. Un paio di informazioni per chi sia completamente digiuno della materia: è una leggenda bretone e la Bretagna ( Nord della Francia ), pur differenziandosene nella lingua  (il P-Celtic), appartiene a quel mondo celtico che ha pagato un alto tributo ai redattori cristiani, i quali, pur salvando, trascrivendole, le antiche saghe tramandate oralmente, le hanno completamene stravolte. Occorre "scavare". Cercherò di riportare qui la versione più antica di questa storia, dandovi conto, alla fine, delle leggende più "in voga".
Occorre ricordare che esiste un intero filone celtico che si occupa di città sommerse e/o di miti eziologici ad esse collegate :il filone detto delle Inondazioni.
A questo filone hanno attinto particolarmente coloro che amano il mito di Atlantide .
E quei redattori cristiani che volevano rinnovare il mito del Diluvio o di Sodoma e Gomorra, ovvero intere civiltà sterminate dal Peccato.


Draper H.J.


n tempi remoti, viveva in Cornovaglia un uomo, Gradlon. Possedeva enormi ricchezze ed era un Guerriero valoroso, imbattibile sul mare. Un giorno, incontrò una donna bellissima che gli mòsse incontro e lo invitò a prenderla in moglie. Si chiamava Malgven, e non era, in realtà, una donna mortale, ma apparteneva ai Tuatha dé Danann, i Luminosi, gli antichi Dèi celti... Disse che veniva dal lontano Nord e che era già sposata ad un uomo vecchio. Incitato dalla bellissima Dèa, Gradlon si recò con lei a Nord, uccise l'anziano marito trapassandolo con la sua spada, e divenne Re. Si narra che vagò con l'amatissima sposa sul mare per un intero anno. Lei gli donò Morvarc'h, un cavallo che poteva galoppare sulla superficie del mare. E, nove mesi dopo il loro incontro, gli diede il dono più grande: la figlia Dahut (o Ahés), che aveva ereditato da lei la soprannaturale bellezza. Trascorse altro tempo. Malgven, un giorno, domandò a Gradlon cosa provasse per Dahut, e lui rispose che l'adorava esattamente come adorava lei.
Malgven fu soddisfatta dalla risposta: adesso poteva tornare dal suo Popolo, poiché il viso dell'amatissima figlia, identico al suo, avrebbe compensato Gradlon della sua perdita. Prima di sparire per sempre, gli disse di attraccare ad una certa isola che avrebbe incontrato sulla sua ròtta.
Gradlon obbedì. L'isola, splendida, era, però, sotto il livello del mare, nella baia di Douarnenez. Egli ordinò che venisse costruito un complicato sistema di dighe che nessuna mareggiata avrebbe potuto abbattere. Porte di bronzo sigillavano la diga, ed esisteva una sola chiave che poteva aprire quelle porte: una chiave d'oro che Gradlon portava appesa al collo e da cui non si separava mai. Di tanto in tanto, apriva le chiuse per rinnovare il flusso delle acque.
Su quell'isola Gradlon costruì la Città d'Is (o Ys) e nessuna città, in nessun angolo del mondo poteva starle a confronto. Grandi ricchezze vi affluivano continuamente, la povertà non esisteva: i suoi abitanti mangiavano adoperando soltanto vasellame d'oro.
Intanto, Dahut era cresciuta: era bella come la madre e possedeva grandi poteri poiché era una Druidessa. Non aveva mai abbandonato, infatti, il culto degli antichi Dèi.
[Alcune varianti suggeriscono che Gradlon, Re-sacerdote, e, quindi, Druida anch'egli, fosse stato spinto dalla sposa soprannaturale ad edificare la sua meravigliosa città sull'isola nella baia di Douarnenez proprio per difendersi dal minaccioso Cristianesimo trionfante].
Gli abitanti della Città d'Is davano feste e banchetti in cui profondevano le loro enormi ricchezze. Un giorno, uno straniero, un uomo bellissimo ed elegantemente vestito, giunse nella Città d'Is. Si narra che riuscisse a far innamorare follemente Dahut, di solito refrattaria a simili sentimenti.


Dominguez A.


Una notte, dopo abbondanti libagioni, e mentre infuriava una spaventosa tempesta, la indusse a prendere la chiave d'oro da cui Gradlon non si separava mai. Dahut, stregata dalla passione per lo straniero, rubò la chiave al padre mentre dormiva e la consegnò all'amante. Costui aprì le dighe e l'intera città fu perduta. Tutti i suoi abitanti perirono nella marea montante. Tutti tranne Gradlon. Egli montò sul suo meraviglioso cavallo, Morvarc'h, e galoppò sulle onde verso la terraferma. Improvvisamente, udì la voce dell'adorata figlia che disperata, lo chiamava. La vide, la afferrò e la aiutò a montare su Morvarc'h, dietro di lui. Ma il cavallo non riusciva più a lottare contro i flutti: il peso di Dahut, anzi , il peso della trasgressione di Dahut, lo portava alla morte insieme con il Re e sua figlia. Anche Gradlon lo capì, lasciò andare l'adorata Dahut ed il meraviglioso destriero volò sulle onde sino alla terraferma.

Dicono che sullo scoglio di Garrec si possa vedere l'orma impressa dallo zòccolo del cavallo meraviglioso quando, finalmente, toccò terra.
Gradlon, pare, fondò la città di Kemper (Quimper) e ne divenne il Re. Cristiano.

Dicono anche che Dahut non morì, ma si trasformò (o tornò ad essere?) una Creatura del mare, forse una Sirena, e che incanti i marinai con il fascino della sua voce melodiosa.

Dicono che, un giorno, ella tornerà e che la meravigliosa Città d'Is riemergerà con lei e che ritorneranno i canti e le feste e l'immunità dalla povertà e dalla malattia... I pescatori raccontano che, a volte, attraverso l'acqua limpida e tersa, si possono scorgere le torri dorate della Città perduta.



E' il prodotto del mio "candeggio", ma tutto torna:

Il motivo della sposa soprannaturale, che incarna la Regalità ( l'uccisione del marito vecchio) e sparisce solo dopo aver assicurato la successione e la fondazione di un Nuovo Mondo.
Il dono del cavallo meraviglioso, con le stesse caratteristiche dei cavalli di Manannan mac Lir,  il Dio del mare celtico.

La natura stessa di Dahut, che, nella tradizione popolare, "torna" al mare.

In tempi remoti, la salvezza di un popolo era strettamente legata all'integrità fisica della Regina, e poi, del Re-sacerdote. Non solo. La Regina (e poi il Re) doveva osservare strettamente i Geasa (sing.:Geis ), tradotti volgarmente, i tabu: infrangerli significava carestia, guerra, morte e distruzione. Inoltre, guardiane delle acque erano sempre delle Druidesse. Specialmente dei Pozzi Sacri. Infrangere un Geis provocava un'inondazione sterminatrice. Le saghe celtiche sono piene di simili "trasgressioni" dalle conseguenze catastrofiche. Forse Dahut era, in realtà, la responsabile delle dighe, forse era una Druidessa che si era votata alla castità. Forse le era interdetto il rapporto con uno "straniero". Siamo già in epoca tarda ed è difficile "ripulire" tutto sino ad arrivare al nucleo originario della leggenda.



Mab's Copyright

"Il Pescatore e la Sua Anima" - Seconda Parte


"Che cosa mi darai se ti dirò come fare? " chiese la Strega, guardandolo con i begli occhi.
"Cinque pezzi d'oro - disse lui - e le mie reti, e la casa di canne dove vivo, e la barca dipinta con cui vado in mare. Dimmi solo come liberarmi della mia anima, e ti darò tutto quello che possiedo."


 Brivtin V.


Lei rise prendendosi gioco di lui, e lo colpì col rametto di cicuta. " Io posso trasformare in oro le foglie d'autunno - rispose - e posso intessere in argento i pallidi raggi della luna, se voglio. Colui che servo è più ricco di tutti i re di questo mondo, e i loro domini gli appartengono."
" Che cosa potrò dunque darti? - gridò lui - se il tuo prezzo non è né oro né argento? "
La Strega gli accarezzò i capelli con la sottile mano bianca.
" Devi danzare con me, bel ragazzo" sussurrò , e gli sorrise mentre parlava.
" Nient'altro che questo? " esclamò il giovane Pescatore, stupito, e si alzò in piedi.
" Nient'altro che questo " rispose lei, e gli sorrise di nuovo.
" Allora al tramonto in qualche posto segreto danzeremo assieme - disse lui - e quando avremo danzato tu mi dirai la cosa che desidero sapere."
Lei scosse il capo." Quando la luna è piena, quando la luna è piena" mormorò. Poi si guardò intorno e stette in ascolto. Un uccello azzurro si levò stridendo dal suo nido e tracciò un cerchio sulle dune, e tre uccelli maculati stormirono attraverso la ruvida erba grigia e fischiarono. Non c'era altro rumore se non quello, sotto, di un'onda che tormentava i ciottoli lisci. Così lei tese la mano, e lo attirò a sé e gli avvicinò all'orecchio le aride labbra.
" Questa notte tu devi venire sulla cima del monte. - sussurrò - E' un Sabato, e Lui vi sarà."
Il giovane Pescatore trasalì e la guardò, e lei gli mostrò i denti bianchi e rise.
" Chi è Colui di cui parli? " chiese.
" Non importa. - rispose lei - Tu vieni questa notte, e fermati sotto i rami del carpino, e aspetta il mio arrivo. Se un cane nero ti corre incontro, colpiscilo con una verga di salice, e quello se ne andrà. Se un gufo ti parla, non rispondergli. Quando la luna sarà piena, io sarò con te, e danzeremo assieme sull'erba."
" Ma mi giuri che mi dirai come potrò allontanare da me la mia anima? " domandò lui.
Lei si spostò nella luce del sole, e nei suoi capelli rossi scherzò il vento.
" Per gli zoccoli della capra te lo giuro " rispose.
" Sei la migliore delle streghe - esclamò il giovane Pescatore - e certo io danzerò con te questa notte sulla vetta del monte. Veramente vorrei che mi avessi chiesto oro o argento. Ma sia quello che sia il tuo prezzo, tu lo avrai, perchè non è che poca cosa."
E si tolse il berretto davanti a lei, e chinò profondamente il capo, e tornò di corsa alla città pieno di una grande gioia.
E la Strega lo guardò andare, e quando lui fu scomparso dalla sua vista, entrò nella grotta, e avendo preso uno specchio da una scatola di legno di cedro intagliato, lo mise sopra una cornice, e bruciò davanti a esso della verbena sul carbone acceso, e scrutò attraverso gli anelli del fumo. E dopo qualche tempo serrò irritata le mani. " Avrebbe dovuto essere mio, - mormorò - non sono meno bella di lei."


Morgan J.M.


E quella sera, quando la luna fu spuntata, il giovane Pescatore salì sulla vetta del monte, e si fermò sotto i rami del carpino. Come uno scudo di metallo lucido il rotondo mare gli giaceva ai piedi, e le ombre dei pescherecci si muovevano nella piccola baia. Un grande gufo, dai gialli occhi di zolfo, lo chiamò per nome, ma lui non rispose. Un cane nero gli corse incontro e ringhiò. Lui lo colpì con una verga di salice, e quello si allontanò gemendo.
A mezzanotte le streghe vennero volando per l'aria come pipistrelli. " Pfui !- gridarono, atterrando, - qui c'è qualcuno che non conosciamo!" e annusarono qua e là, e scambiarono chiacchiere, e fecero segni. Ultima fra tutte venne la Strega giovane, coi suoi capelli sciolti al vento. Portava un vestito di stoffa d'oro ricamata a occhi di pavone, e aveva sul capo un berrettuccio di velluto verde.
" Dov'è? Dov'è? "strillarono le streghe alla sua vista, ma lei si limitò a ridere, e corse al carpino, e prendendo per mano il Pescatore lo guidò fuori nella luce della luna e si mise a danzare.
In molti giri vorticarono, e la giovane Strega saltava così in alto che lui poteva vedere i tacchi rossi delle sue scarpe. Poi proprio in mezzo ai danzatori venne il rumore di un cavallo al galoppo, ma non si vedeva nessun cavallo, e lui ebbe paura.


Gordeev D.


" Più svelto " gridò la Strega, e gli gettò le braccia al collo, e lui sentì il suo alito caldo sul viso. " Più svelto, più svelto!" gridò, e la terra parve girargli sotto i piedi, e il cervello gli si annebbiò, e un gran terrore gli piombò addosso, come di qualcosa di malvagio che lo stesse osservando, e da ultimo si rese conto che sotto l'ombra di una roccia si vedeva una figura che prima non c'era.
Era un uomo in un abito di velluto nero, tagliato alla foggia spagnola. Il suo volto era di un pallore strano, ma la sua bocca era simile a un fiero fiore rosso. Sembrava stanco, e stava reclinato all'indietro in atto di giocherellare irrequieto con il pomo del suo pugnale. Sull'erba accanto a lui era posato un cappello piumato, con un paio di guanti da sella bordati di pizzo dorato, e ricamati a perline disposti in un curioso monogramma. Un corto mantello foderato di zibellino gli pendeva dalla spalla, e le sue mani bianche e delicate erano inanellate di gemme. Pesanti ciglia gli incombevano sugli occhi.
Il giovane Pescatore lo guardò, come preso in un incantesimo. Da ultimo i loro occhi si incontrarono, e dovunque danzava gli pareva di avere addosso gli occhi di quell'uomo. Sentì ridere la Strega, e la cinse alla vita, e la fece turbinare follemente, più e più volte. D'un tratto un cane abbaiò nel bosco, e i danzatori si fermarono, e avanzando a due a due, si inginocchiarono e baciarono le mani all'uomo. Mentre facevano questo, un sorrisetto sfiorava le labbra orgogliose di costui, come l'ala di un uccello sfiora l'acqua e la fa ridere. Ma nel suo riso c'era dell'arroganza. Non cessava di guardare il giovane Pescatore.


Brivtin V.

sabato 11 maggio 2013

Il Pescatore e la Sua Anima - Prima Parte


utte le sere il giovane Pescatore usciva in mare, e gettava in acqua le sue reti. Quando il vento soffiava dalla terra non prendeva nulla, o al massimo poca cosa, perché era un vento amaro, dalle ali nere, e onde aspre gli si levavano contro. Ma quando il vento soffiava verso riva, i pesci venivano su dal profondo, e nuotavano nelle maglie delle sue reti, e lui li portava al mercato e li vendeva.
Ogni sera il giovane Pescatore usciva in mare, e una sera la rete era così pesante che non riusciva a tirarla nella barca. E lui rise e si disse,"Certo ho preso tutti i pesci che nuotano, o ho intrappolato qualche stupido mostro che sarà una meraviglia per gli uomini, o qualche cosa di orrendo che la grande Regina vorrà per sé", e chiamando a raccolta tutte le sue forze, tirò le ruvide funi finché, come linee di smalto azzurro intorno a un vaso di bronzo, sulle braccia non gli si gonfiarono le lunghe vene. Tirò le funi sottili, e sempre più vicino venne il cerchio di piatti sugheri, e da ultimo la rete affiorò sul pelo dell'acqua.


Simone Rein


Ma dentro non c'era nessun pesce, né mostro o niente di orrendo; c'era solo una piccola Sirena placidamente addormentata.
Costei aveva la chioma come un umido vello d'oro, e ogni singolo capello come un filo di oro fino in una tazza di vetro. Il suo corpo era come bianco avorio, e la sua coda era di argento e perla. Argento e perla era la sua coda, con intorno inanellate le verdi alghe del mare; e come conchiglie marine erano le sue orecchie, e le sue labbra erano come corallo marino. Le fredde onde le battevano sui freddi seni, e il sale le luccicava sulle ciglia.


Waterhouse W.J.


Talmente bella era lei che quando il giovane Pescatore la vide si riempì di meraviglia e tese la mano e tirò a sé la rete, e chinandosi su un fianco la serrò fra le braccia. E quando la toccò, ella emise un grido come quello di un gabbiano spaventato, e si destò, e lo guardò terrorizzata con i suoi occhi lillà come l'ametista, e si dibattè per liberarsi. Ma il giovane Pescatore se la tenne stretta e non la lasciò andar via.
E quando capì di non potergli sfuggire in alcun modo, lei si mise a piangere, e disse,"Ti prego, lasciami andare, perché sono l'unica figlia di un Re, e mio padre è anziano e solo".
Ma il giovane Pescatore rispose,"Non ti lascerò andare se non mi prometterai che ogniqualvolta ti chiamerò, tu verrai a cantare per me, perché i pesci amano ascoltare il canto del Popolo Marino, e così le mie reti saranno piene".
"Davvero mi lascerai andare se ti prometto questo?"esclamò la Sirena.
"In tutta verità ti lascerò andare"disse il giovane Pescatore.
Così lei gli fece la promessa che lui desiderava, e giurò col giuramento del Popolo Marino. E lui allentò la stretta delle braccia che la circondavano, e lei sprofondò nell'acqua, tremante di una strana paura.
Ogni sera il giovane Pescatore usciva in mare, e chiamava la Sirena, e lei sorgeva dall'acqua e cantava per lui. E sempre intorno a lei nuotavano i delfini, e i gabbiani selvaggi le turbinavano sul capo.
E lei cantava un canto meraviglioso. Poiché cantava del Popolo Marino che spinge le sue greggi di grotta in grotta, e si porta in spalla i vitellini; dei Tritoni che hanno lunghe barbe verdi, e petti villosi, e soffiano in conchiglie ritorte al passaggio del Re; del palazzo del Re che è tutto d'ambra, con un tetto di limpido smeraldo, e un pavimento di perla lucente; e dei giardini del mare in cui i grandi ventagli di filigrana di corallo ondeggiano tutto il giorno, e i pesci guizzano qua e là come uccelli d'argento, e gli anemoni sono incollati alle rocce, e i dianti germogliano nella ondulata sabbia gialla. Cantava delle grandi balene che scendono dai mari del nord e hanno aguzze stalattiti di ghiaccio appese alle pinne; delle Sirene che narrano cose così meravigliose che i mercanti debbono turarsi le orecchie con la cera per non udirle, e balzare in acqua e annegare; delle galere affondate con i loro alti alberi maestri, e i marinai gelati aggrappati al sartiame, e lo sgombro che entra ed esce dai boccaporti spalancati; dei piccoli cirripedi che sono grandi viaggiatori, e si attaccano alle chiglie delle navi, e continuano a girare il mondo; e delle seppie che vivono nelle pareti delle scogliere e distendono le loro lunghe braccia nere, e possono far scendere la notte quando vogliono. Cantava del nautilo che ha una sua barca intagliata in un opale e spinta da una vela di seta; dei felici Tritoni che suonano arpe e sanno addormentare con l'inganno il grande Kraken; dei bambinetti che catturano gli scivolosi marsuini e ridendo li cavalcano; delle Sirene che giacciono nella bianca spuma e tendono le braccia ai marinai; e dei leoni marini con le loro zanne ricurve, e dei cavalli marini con le loro fluttuanti criniere.


Brivtin V.


E mentre cantava, tutti i tonni salivano dagli abissi ad ascoltarla, ed il giovane Pescatore scagliava le sue reti e li catturava, e altri ne prendeva con un arpione. E quando la sua barca era ben carica, la Sirena scivolava di nuovo dentro il mare, sorridendogli.
Però non gli veniva mai abbastanza vicino da lasciarsi toccare. Spesso lui la chiamava e la pregava, ma lei non voleva; e quando lui tentò di catturarla, lei si tuffò nell'acqua come potrebbe tuffarsi una foca, né egli la rivide quel giorno. E ogni giorno il suono della voce di lei diveniva più dolce alle sue orecchie. Tanto dolce era la sua voce, che lui dimenticava le sue reti e la sua destrezza e non si curava più del suo mestiere. Con pinne verdi e occhi d'oro bugnato, i tonni passavano a branchi, ma lui non li guardava nemmeno. La fiocina gli giaceva inattiva al fianco, e vuoti erano i suoi canestri di giunchi ritorti. Con labbra dischiuse, e occhi annebbiati dalla meraviglia, se ne stava ozioso nella sua barca e ascoltava, ascoltava finché le nebbie marine non gli strisciavano intorno, e la vagante luna gli macchiava d'argento le membra brune.
E una sera egli la chiamò, e disse:"Piccola Sirena, piccola Sirena, io ti amo. Prendimi come tuo sposo, perchè io ti amo"
Ma la Sirena scosse il capo."Tu hai un'anima umana" rispose "Se allontanassi la tua anima, allora potrei amarti."
E il giovane Pescatore si disse,"A cosa mi serve la mia anima? Non posso vederla. Non posso toccarla. Non la conosco. Certo che l'allontanerò, e grande sarà la mia felicità". E un grido di gioia gli proruppe dalle labbra, e ritto sulla barca dipinta tese le braccia alla Sirena.
"Allontanerò la mia anima" gridò, "e tu sarai la mia sposa, e io sarò il tuo sposo, e negli abissi del mare abiteremo insieme, e tutto quello di cui mi hai cantato me lo mostrerai, e tutto quello che desideri io lo farò, né le nostre vite saranno divise".
E la piccola Sirena rise dal piacere e si nascose il viso tra le mani.
"Ma come posso allontanare la mia anima?"gridò il giovane Pescatore."Dimmi come posso farlo, ed ecco che sarà fatto."
"Ahimé! Io non lo so" disse la piccola Serena:"Il popolo Marino non ha anima".
E sprofondò negli abissi, guardandola con grande tristezza.


Gordeev D.


Ora la mattina dopo di buon'ora, prima che il sole si fosse alzato di un palmo sulla collina, il giovane Pescatore andò alla casa del Prete e bussò alla porta tre volte. Il novizio guardò dal cancelletto e quando vide chi era, tirò il catenaccio e gli disse,"Entra".
E il giovane Pescatore entrò, e si inginocchiò sulle canne dolceodoranti del pavimento, e chiamò il Prete che stava leggendo il Libro Santo, e gli disse:
"Padre, io sono innamorato di una del Popolo Marino, e la mia anima mi impedisce di coronare il mio desiderio. Dimmi come posso allontanare la mia anima, perchè veramente non ne ho bisogno. A che cosa mi serve la mia anima? Non posso vederla. Non posso toccarla. Non la conosco."
E il Prete si picchiò il petto e rispose;"Ahimé, ahimé, tu sei pazzo, o hai mangiato un'erba velenosa, poichè l'anima è la parte più nobile dell'uomo, e ci è stata data da Dio affinchè nobilmente la usiamo. Non c'è cosa più preziosa di un'anima umana, né cosa terrestre che possa esserle paragonata. Vale tutto l'oro che c'è al mondo, ed è più preziosa dei rubini dei re. Perciò, figlio mio, non pensare più a questa cosa, perché è un peccato che non può incontrare perdono. E quanto al Popolo Marino, loro sono perduti, e coloro che hanno traffici con quella gente sono anch'essi perduti.. Sono come gli animali del campo che non distinguono il bene dal male, e non è per loro che il Signore è morto."
Gli occhi del giovane Pescatore si riempirono di lacrime alle parole amare del Prete, ed egli si alzò in piedi e gli disse,"Padre, i Fauni vivono nella foresta e sono felici, e sugli scogli siedono i Tritoni con le loro arpe di rosso oro. Lasciami essere come loro, ti supplico, perchè i loro giorni sono come i giorni dei fiori.. E quanto alla mia anima, a che mi giova la mia anima, se si frappone fra me e la persona che amo?"
"L'amore del corpo è vile" gridò il Prete, corrugando la fronte,"vili e malvagie sono le cose pagane cui Dio consente di vagare per il suo mondo. Maledetti siano i Fauni del Bosco, e maledetti siano i canterini del mare! Li ho sentiti di notte ed hanno tentato di distrarmi dal mio rosario. Bussano alla finestra e ridono. Mi sussurrano alle orecchie la storia delle loro gioie pericolose. Mi tentano con tentazioni, e quando vorrei pregare mi fanno le smorfie. Sono perduti, ti dico, sono perduti. Per loro non esiste nè cielo nè inferno, e in nessuno dei due luoghi loderanno il nome di Dio."
"Padre", gridò il giovane Pescatore, " tu non sai quello che dici. Una volta nella mia rete ho catturato la figlia di un Re. E' più bella della stella del mattino, e più bianca della luna. Per il suo corpo darei la mia anima, e per il suo amore rinuncerei al cielo. Dimmi quello che ti chiedo, e lasciami andare in pace."
"Via! Via!"gridò il Prete"quella tua druda è perduta, e tu sarai perduto con lei."
E non gli impartì la benedizione, ma lo scacciò dalla sua porta.
E il giovane Pescatore andò nella piazza del Mercato, e camminava lentamente, e a capo chino, come chi è immerso nel dolore.
E quando i mercanti lo videro arrivare , cominciarono a sussurrare tra loro, e uno di loro gli andò incontro, e lo chiamò per nome, e gli disse: "Che cosa hai da vendere?"
" Voglio vendere la mia anima - rispose lui - ti prego, compramela, perché mi è venuta a noia. A che cosa mi serve la mia anima? Non posso vederla. Non posso toccarla. Non la conosco".
Ma i mercanti lo schernirono, e dissero: " Che ce ne facciamo noi dell'anima di un uomo? Non vale un pezzettino d'argento. Vendici il tuo corpo come schiavo, e ti vestiremo di porpora marina, e ti metteremo un anello al dito, e faremo di te il trastullo favorito della grande Regina. Ma non parlare di anima, poiché per noi non è niente, né ha alcun valore per il nostro servizio".
E il giovane Pescatore si disse:' Che cosa strana è questa! Il Prete mi dice che l'anima vale tutto l'oro del mondo, e i mercanti dicono che non vale un pezzetto d'argento.'
E uscì dalla piazza del Mercato, e andò sulla sponda del mare, e si mise a riflettere sul da farsi .
E a mezzodì ricordò come un suo compagno, che faceva il raccoglitore di finocchio marino, gli aveva detto di una certa giovane Strega che dimorava in una grotta in capo alla baia, ed era molto abile nelle sue stregonerie. E lui prese e andò subito, tanto ansioso era di liberarsi della sua anima, e una nube di polvere lo seguì mentre faceva il periplo della spiaggia. Dal prurito nel palmo della mano la giovane Strega seppe del suo arrivo, e rise, e si sciolse i capelli rossi. Con i capelli rossi sparsi sulle spalle, stette ferma sull'ingresso della grotta, e in mano aveva un ramoscello di cicuta selvatica che era in fiore.
" Che ti manca? Che ti manca? - esclamò, quando lui arrivò ansante su per il pendio, e si inchinò davanti a lei. - Pesce per la tua rete, quando il vento è cattivo? Ho una piccola zampogna di canna, e quando vi soffio i muggini entrano nella baia. Ma ha un prezzo, bel ragazzo, ha un prezzo. Che ti manca? Che ti manca? Una tempesta che affondi le navi, e porti a riva i cassoni pieni di tesori? Ho più tempeste del vento, perché io servo uno che è più forte del vento, e con un setaccio e un secchio d'acqua posso mandare le grandi galere sul fondo del mare. Ma ho un prezzo, bel ragazzo, ho un prezzo. Che ti manca? Che ti manca? Conosco un fiore che cresce nella valle, non lo conosce nessun altro. Ha i petali purpurei e una stella nel cuore, e il suo succo è bianco come il latte. Se toccassi con questo fiore le dure labbra della Regina, lei ti seguirebbe per tutto il mondo. Dal letto del Re si alzerebbe, e per tutto il mondo ti seguirebbe. E ha un prezzo, bel ragazzo, ha un prezzo. Che ti manca? Che ti manca? So pestare un rospo in un mortaio, e farne un brodo, e mescolare il brodo con una mano di morto. Spruzzalo sul tuo nemico mentre dorme, e costui diventerà una nera vipera, e la sua stessa madre lo ammazzerà. Con una ruota so tirar via la luna dal cielo, e in un cristallo posso mostrarti la Morte. Che ti manca? Che ti manca? Dimmi il tuo desiderio e te lo darò, e tu mi pagherai un prezzo, bel ragazzo, tu mi pagherai un prezzo."
" Io non desidero che una piccola cosa - disse il giovane Pescatore - pure, il Prete si è adirato con me, e mi ha scacciato. È solo una piccola cosa, e i mercanti mi hanno schernito e me l'hanno negata. Per questo sono venuto da te, benché gli uomini ti dicano malvagia, e qualunque sia il tuo prezzo, lo pagherò."
" Che cosa vorresti? "chiese la Strega, venendogli vicino.
" Voglio allontanare da me la mia anima " rispose il giovane Pescatore.
La Strega impallidì, e rabbrividì, e si nascose il viso nel manto azzurro.
" Bel ragazzo, bel ragazzo - mormorò - è una cosa terribile questa".
Lui gettò indietro i ricci castani e rise. " Non mi importa niente della mia anima - rispose - Non posso vederla. Non posso toccarla. Non la conosco."

Fine Prima Parte


Oscar Wilde
traduzione di Masolino d'Amico
A. Mondadori-collana"I Meridiani"