sabato 30 maggio 2015

L'Orso Bruno della Norvegia, Highlands Occidentali (Scozia) - Andrew Lang - Traduzione Mia



Edward Dubs Shimer



'era una volta in Irlanda* un Re. E questo Re aveva tre figlie. E meravigliosamente belle erano le tre Principesse. Un giorno, mentre passeggiavano sul prato, il Re chiese loro, per gioco, chi avrebbero voluto come sposo.
"Io prenderò per marito il Re dell'Ulster*", disse una.
"E io il Re del Munster*", disse un'altra.
"E io non avrò altro sposo che l'Orso Bruno della Norvegia", disse la più giovane.
Una delle loro balie era solita raccontarle la fiaba di un principe stregato che chiamava proprio così - l'Orso Bruno della Norvegia - e la fanciulla se n'era innamorata, così quello fu il primo nome che le salì alle labbra, anche perché, giusto la notte precedente, aveva sognato di lui.
Beh, una sorella scoppiò a ridere, e l'altra anche, e continuarono per tutta la sera, e la Principessa rideva con loro; ma, quella stessa notte, si risvegliò all'improvviso in una grande sala illuminata da migliaia di lampade. Rari e preziosi tappeti ricoprivano i pavimenti e tappezzerie intessute d'oro e d'argento le pareti.
La sala era affollata di invitati, e il bellissimo Principe che aveva visto nei suoi sogni era là, davanti a lei; ed ecco, in un attimo, posava un ginocchio a terra e le diceva quanto profondo fosse il suo amore, e le chiedeva di diventare la sua regina. Le mancò il cuore di rifiutarlo e si sposarono quella notte stessa.
"Ora, mia cara - le disse lui, quando li lasciarono soli - devi sapere che sono prigioniero di un incantesimo. Una Maga, che ha una bellissima figliuola, mi voleva per genero. Ella aveva un grande potere, e, quando mi rifiutai di sposare sua figlia, mi condannò ad assumere le sembianze di un orso durante il giorno, e tale condanna sarebbe cessata solo quando una Dama avesse accettato di sposarmi di sua spontanea volontà e avesse sopportato per me cinque anni di grandi patimenti".
Bene, quando, il mattino dopo, la Principessa si svegliò, si accorse di non avere più il suo sposo accanto, e la giornata trascorse assai tristemente. Ma, non appena le lampade furono accese nella grande sala in cui lei era seduta su un divano ricoperto di seta, le porte si spalancarono, e, un attimo dopo, il marito era seduto al suo fianco. Trascorsero insieme un’altra notte felice, ma il Principe la ammonì che, se un giorno si fosse stancata del suo sposo o avesse smesso di fidarsi di lui, sarebbero stati separati per sempre, e il Principe avrebbe dovuto sposare la figlia della Strega. Così la Principessa si abituò a trascorrere le sue giornate in solitudine, e, dopo un anno di grande felicità, le nacque un bellissimo maschietto. Adesso, ella era doppiamente felice poiché aveva il suo bambino a tenerle compagnia durante il giorno, quando non le era possibile vedere il marito. Un'afosa sera d'estate, i due sposi erano seduti accanto ad una finestra spalancata con il loro bambino, quando un'aquila entrò in volo nella sala, afferrò con il becco le fasce del bimbo e fuggì via dalla finestra portandolo con sé.



Ford H.J.



La Principessa urlò e stava per lanciarsi dalla finestra dietro suo figlio, quando il Principe la afferrò, e la fissò severamente. Lei si sovvenne di ciò che le aveva raccomandato subito dopo le loro nozze, e soffocò le grida e i lamenti che le salivano alle labbra.
Dopo un lungo anno di grande solitudine, le nacque una stupenda bambina, e lei si ripromise di sorvegliarla con grande attenzione, e di non permettere che le finestre fossero dischiuse più di qualche centimetro. Ma ogni precauzione risultò inutile. Una sera, mentre erano tutti e tre riuniti e felici, e il Principe cullava la bimba fra le sue braccia, comparve all'improvviso davanti a loro un magnifico levriero che, in un batter d'occhio, strappò la bimba dalle mani del padre e infilò la porta con lei. Questa volta la Principessa urlò e si precipitò nella stanza accanto, ma lì c’erano alcuni domestici che dichiararono di non aver visto passare né il levriero né la bimba. Lei sentiva che, in un modo o nell'altro, era colpa del marito, ma riprese il dominio di sé e non si lasciò sfuggire neanche un rimprovero.
Quando le nacque il terzo figlio, la Principessa proibì che si lasciassero aperte anche solo per un attimo porte e finestre, ma non le servì a salvare il suo bambino. Una sera, mentre la famigliuola era seduta accanto al focolare, ecco una dama ritta davanti a loro. La Principessa spalancò gli occhi per il gran terrore e la fissò, e mentre la fissava, la dama avvolse uno scialle intorno al bambino, che era seduto sulle ginocchia del padre, e scomparve con lui, giù nel pavimento o, forse, su per l'ampia cappa del camino. Questa volta, la madre rimase a letto per un mese.
"Mio caro, - disse al marito, quando incominciò a riaversi - penso che sarebbe un bene per me se potessi rivedere una volta ancòra mio padre, mia madre e le mie sorelle. Se mi lascerai tornare a casa mia per qualche giorno, ne sarò felice."
"Va bene - disse lui - acconsento, e, quando avrai voglia di tornare, devi solo esprimerne il desiderio al momento di coricarti".
Il mattino seguente, la Principessa si svegliò nella sua vecchia camera nel Palazzo paterno. Suonò il campanello, e, in un attimo, eccola circondata dalla madre, dal padre e dalle sorelle - che, nel frattempo, s'erano maritate - e tutti risero e piansero di gioia nel riaverla a casa sana e salva.
Un po' per volta, raccontò loro tutto ciò che le era capitato, ma la sua famiglia non sapeva proprio cosa consigliarle.
Era sempre innamorata del marito e dichiarò di essere sicura che lui avrebbe impedito che i loro bimbi le fossero strappati, se ne avesse avuto il potere, tuttavia, aveva paura di dare alla luce un altro figlio e che anch'egli le venisse portato via. Allora, la madre e le sorelle consultarono una donna saggia, la Comare-dei-Polli** che solèva portare le uova al Castello, poiché avevano grande fiducia nella sua sapienza. La donna disse che l’unica via d'uscita era riuscire a mettere le mani sulla pelle d’orso che il Principe era costretto ad indossare ogni mattina, per poi bruciarla, così avrebbe spezzato l’incantesimo, e lui sarebbe stato un uomo sia di giorno che di notte. Incalzata dalla famiglia perché seguisse il buon consiglio della donna saggia, la Principessa promise che lo avrebbe fatto.
Otto giorni più tardi, fu presa da una tale nostalgia del marito che, quella stessa sera, espresse il desiderio di rivederlo, e, quando si svegliò, si ritrovò nel Palazzo del suo sposo, e lui in persona era chino su di lei e la guardava.
Si riabbracciarono al colmo della gioia, e trascorsero insieme molti giorni felici. Poi, la Principessa prese a riflettere: come mai non si svegliava quando suo marito la lasciava ogni mattina? E perché il Principe non dimenticava mai di offrirle con le sue stesse mani, ogni sera, al momento di coricarsi, una bevanda dolce in una coppa d’oro?
Una sera, finse di bere. Così, il mattino dopo, era ben sveglia, e, benché tenesse gli occhi appena dischiusi, vide il marito lasciare la camera attraverso una porta segreta.
La notte seguente, versò nella bevanda serale del marito qualche goccia del sonnifero che era riuscita a mettere da parte la sera prima, e il Principe si addormentò più profondamente del solito. Verso mezzanotte, la Principessa si alzò, aprì la porta segreta, e trovò una magnifica pelle d'orso bruno appesa in un angolo. Allora, la prese, si recò in salotto, e la gettò nel fuoco, dove essa bruciò fino a ridursi in cenere. Poi, si coricò al fianco del marito, lo baciò sulla guancia e si addormentò.
Se avesse vissuto cent'anni, non avrebbe mai dimenticato la disperazione mista a rabbia dipinta sul volto del Principe, che stava ad osservarla, al suo risveglio, il mattino dopo.
"Povera infelice - le disse il marito - ci hai separati per sempre! Perché non hai pazientato per cinque anni? Adesso, sono costretto - mi piaccia o no - a viaggiare per tre giorni fino al castello della Strega e a sposare sua figlia. La mia unica protezione era proprio la pelle che hai ridotto in cenere, e la Comare-dei-Polli che ti ha consigliato altri non era che la Strega in persona. Non voglio rimproverarti oltre: il castigo che ti aspetta sarà fin troppo severo. Addio per sempre!"


Nielsen K.


Quindi, la baciò per l’ultima volta, e un attimo dopo era già uscito e si allontanava, camminando più in fretta che poteva. La Principessa lo chiamò a gran voce, ma, vedendo che non serviva a nulla, si vestì e lo inseguì. Lui non smise mai di correre, non si fermò mai, non si guardò mai indietro, e, tuttavia, la moglie non lo perdeva mai di vista: quando il Principe raggiungeva una collina, lei era già nella valle, e quando lui scendeva nella valle successiva, la Principessa era in cima alla collina.
Ella era sul punto di crollare per lo sfinimento, quando, proprio mentre il sole tramontava, il Principe svoltò per un viottolo, ed entrò in una casetta. Si trascinò dietro di lui, e, quando entrò, vide che teneva sulle ginocchia un bellissimo bambino, e lo baciava e vezzeggiava.
"Povera cara - disse - ecco il tuo primogenito, e là - aggiunse, indicando una donna che li guardava sorridendo - ecco l’aquila che te lo ha portato via."
La Principessa dimenticò tutte le sofferenze patite quando abbracciò il suo bambino, e rise e lo bagnò con lacrime di gioia.
La donna lavò loro i piedi e li massaggiò con un unguento che cancellò ogni dolore, lasciandoli freschi come una rosa.
Il mattino seguente, poco prima dell’alba, il Principe era già in piedi e pronto a partire.
"Ecco qualcosa che potrebbe esserti utile - le disse - un paio di forbici che trasformerà in seta qualsiasi tessuto taglierai. Nel momento in cui il sole sorgerà, perderò ogni memoria di te e dei bambini, ma la ritroverò al tramonto. Addio!"
Ma il Principe non riuscì a correre tanto lontano che lei non riuscisse nuovamente ad avvistarlo, dopo aver lasciato il suo bambino. Tutto accadde esattamente com'era andata il giorno precedente: al mattino, le loro ombre li precedevano, e, la sera, li seguivano. Lui non si fermò mai, lei non si fermò mai, e, al tramonto, il Principe deviò per un altro viottolo, e là ritrovarono la loro bimba. Trascorsero ore di gioia e di consolazione fino allo spuntar del sole, quando incominciò il terzo giorno di viaggio.
Prima di andarsene, egli le donò un pettine, e le disse che, ogni volta che lo avesse usato per ravviare i suoi capelli, ne sarebbero caduti perle e diamanti.
Il Principe ritrovava memoria di lei dal tramonto all’alba, ma, dall’alba al tramonto, viaggiava prigioniero dell'incantesimo, e non volgeva mai indietro lo sguardo.
Quella sera, giunsero dove si trovava il loro bambino più piccolo, e il mattino seguente, poco prima che sorgesse il sole, il Principe le parlò un'ultima volta.
"Ecco, mia povera moglie - disse - un piccolo arcolaio con un filo d’oro che non finisce mai, e metà del nostro anello nuziale. Se mai tu riuscissi a raggiungermi, e ricongiungessi la metà del tuo anello alla mia, io mi rammenterei di te. Ecco laggiù un bosco: nel momento stesso in cui vi entrerò, perderò memoria di tutto ciò che è accaduto tra di noi, come se fossi nato ieri. Addio, cara moglie e cari figli, addio per sempre!"
In quel momento, si levò il sole, e corse via il Principe, alla volta del bosco.
Lei vide i folti rami aprirsi davanti a lui, e richiudersi alle sue spalle, ma, quando la Principessa giunse sul limitare del bosco, non riuscì a entrarvi, proprio come se avesse tentato di aprirsi un varco in un muro di pietra.


H. P. Hansen


Pianse e si disperò, poi, rientrò in sé e gridò:
"Bosco, per i miei tre doni magici, le forbici, il pettine e l’arcolaio, ti comando di lasciarmi passare!"
Allora, il bosco si aprì e la Principessa percorse un sentiero che la condusse dov'erano un palazzo, un prato e la casetta di un boscaiolo, che sorgeva all’estremità del bosco più vicina al palazzo. Entrò nella casetta e chiese al boscaiolo e a sua moglie di prenderla a servizio. Sulle prime, storsero la bocca, e lei disse che non avrebbe chiesto alcun compenso, ma, anzi, avrebbe dato loro diamanti, perle, pezze di seta e filo d’oro ogni volta che ne avessero espresso il desiderio, e, allora, acconsentirono a farla restare.
Non passò molto tempo che sentì parlare di un giovane principe, appena arrivato, che viveva nel palazzo della giovane Signora. Si mostrava molto raramente in pubblico, ma chi lo aveva visto non poteva fare a meno di osservare quanto apparsse silenzioso e sofferente, come una persona in cerca di qualcosa che aveva perduto.
I servitori della grande casa vennero a sapere della bellissima giovane donna nella casetta del boscaiolo, e presero ad importunarla con la loro impudenza.
Il primo valletto si dimostrò il più molesto, e la Principessa, un bel giorno, lo invitò a prendere il té con lei. Oh, quanto gongolò e come se ne vantò nella stanza della servitù! Ebbene, giunse la sera e il primo valletto si recò alla casetta e venne ricevuto nel salottino della Principessa, poiché il padrone di casa e sua moglie avevano soggezione di lei, e le avevano riservato l'uso di due graziose camerette. Il valletto sedeva dritto e rigido come un fuso, e, mentre lei preparava il té e il pane tostato, chiacchierava con sussiego della grandiosità della vita a Palazzo.
"Oh, -  gli dice la Principessa - vi dispiace allungare la mano fuori dalla finestra per prendermi un ramoscello o due di caprifoglio?"
Lui si alzò baldanzosamente e sporse una mano e la testa fuori dalla finestra, e lei disse:
"Per i miei doni magici, che ti spunti sulla testa un bel paio di corna!"
Detto, fatto: un corno gli spuntò davanti a ciascun orecchio, allungandosi verso la nuca. Oh, povero disgraziato: quanto urlava e strepitava! E i servi con i quali era solito vantarsi scesero in massa dal castello, e sghignazzavano e lanciavano grida di giubilo, sbattendo con gran fracasso tenaglie, pentole e badili, mentre lui imprecava e bestemmiava, con gli occhi fuori dalle orbite, e scalciando come un matto. Infine, la Principessa ne ebbe pietà e annullò l’incantesimo: le corna caddero a terra, e lui l’avrebbe ammazzata seduta stante, se non fosse stato debole come un bambino, e gli altri domestici entrarono in casa, lo presero e lo riportarono al castello.
Bene, in un modo o nell’altro, questa storia arrivò all'orecchio del Principe, che andò a passeggiare da quelle parti. La Principessa cuciva accanto alla finestra, e indossava una veste da povera contadina che non riusciva a nascondere la sua grande bellezza, e il Principe, dopo che l'ebbe rimirata, rimase confuso così come è confuso chi si domanda se qualcosa gli sia accaduto davvero, magari tanti anni prima, o sia solo frutto di un sogno.
Ma anche la figlia della Strega aveva sentito parlare di quella strana ragazza, e andò a trovarla, e che cosa vide se non che era impegnata a ritagliare il modello di una veste da un foglio di carta marrone, e che, ad ogni sforbiciata, la carta si trasformava nella seta più ricca che lei avesse mai visto? Gli occhi della figlia della Strega luccicarono di bramosia, e le disse:
"Quanto vorresti per quelle forbici?"
"Non voglio nient'altro che una notte nella camera del Principe", rispose la ragazza.
Ebbene, l’altezzosa signora si infuriò e stava per rivolgerle parole terribili, ma le forbici continuavano a tagliare e la seta continuava ad ammassarsi, sempre più ricca, centimetro dopo centimetro. Così accordò alla ragazza ciò che aveva chiesto.
Al calar della sera, la Principessa venne condotta al castello, dove si coricò, ma il sonno del Principe era talmente profondo che, per quanti sforzi facesse, non riuscì a svegliarlo. Ella gli cantò questi versi, sospirando e singhiozzando, e continuò a cantare per tutta la notte, ma inutilmente:

Quattro lunghi anni sono stata sposata con te;
Tre dolci bimbi ho messo al mondo per te;
Orso Bruno della Norvegia, non vuoi tornare da me?


Ford H.J.


Alle prime luci dell’alba, l’altezzosa signora entrò nella camera e la mandò via; e il valletto - quello delle corna - le mostrò la lingua mentre lasciava il palazzo.
Quella volta non aveva avuto fortuna, ma, il giorno dopo, il Principe passò di nuovo, la guardò e la salutò con la cortesia che un principe può riservare alla figlia di un contadino, e continuò per la sua strada.
Non passò molto che anche la figlia della Strega passò di lì e scopri che, mentre la Principessa si ravviava i capelli con il pettine magico, ne cadevano perle e diamanti. In breve, dopo una contrattazione in tutto simile alla precedente, la Principessa trascorse un’altra notte di dolore, poi, all'alba, lasciò il castello, e il valletto era sempre là, al suo posto, a godersi la sua vendetta.
Il terzo giorno, il Principe tornò da quelle parti e si fermò a parlare con la strana donna. Le chiese se poteva esserle utile in qualche modo, e lei rispose di sì e gli domandò se gli capitasse mai di svegliarsi nel cuore della notte. Il Principe rispose che gli succedeva spesso; però, durante le ultime due notti, aveva sentito in sogno una dolce canzone, ma non era riuscito a svegliarsi, e soggiunse che la voce doveva appartenere a qualcuno che aveva conosciuto e amato in un altro mondo e in un altro tempo.
Lei disse:
"Avete bevuto una qualche pozione soporifera, prima di andare a letto?"
"Le ultime due notti mia moglie mi ha dato qualcosa da bere, ma non so se fosse una bevanda soporifera o meno."
"Ebbene, Principe - disse lei - dal momento che vi siete impegnato a fare qualcosa per me, non assaggiate alcuna bevanda, stanotte."
"Non berrò nulla",  disse il Principe, e continuò per la sua strada.
Poco dopo, arrivò la  gran dama e trovò la straniera che lavorava ad un arcolaio e ne ricavava un interminabile filo d’oro, e così combinò il terzo affare.
Quella sera, al crepuscolo, il Principe era sdraiato sul suo letto, con la mente turbata; la porta si aprì, la Principessa entrò nella camera, sedette al suo capezzale, e cantò:

Quattro lunghi anni sono stata sposata con te;
Tre dolci bimbi ho messo al mondo per te;
Orso Bruno della Norvegia, non vuoi tornare da me?

"Orso Bruno della Norvegia? - disse lui - Non capisco."
"Non rammentate, Principe, che sono stata la vostra devota sposa per quattro anni?"
"No, ma vorrei che fosse la verità”, disse lui.
"Non rammentate i nostri tre bambini, e che essi sono vivi?"
"Mostrameli. Sono così confuso..."
"Cercate la metà del nostro anello nuziale che tenete appesa al collo e ricongiungetela a questa."
Lui obbedì, e, in quell’istante, l’incantesimo fu spezzato, riebbe indietro tutti i suoi ricordi, e gettò le braccia al collo della moglie, ed entrambi scoppiarono in lacrime.
Dall’esterno si udì un gran grido, mentre le mura del castello si fendevano e scricchiolavano. Gli abitanti del castello, terrorizzati, fuggirono, e il Principe e la Principessa si unirono a loro, mettendosi in salvo sul prato, mentre il palazzo crollava, facendo tremare il suolo per miglia e miglia intorno. E, da allora, nessuno rivide mai più la Strega e sua figlia.
Ben presto, il Principe e la Principessa si riunirono ai loro bambini, e tornarono a Palazzo.
I Re di Irlanda, del Munster e dell'Ulster vennero a far loro visita accompagnati dalle rispettive spose... e che chiunque lo meriti, possa essere felice come l’Orso Bruno della Norvegia e la sua famiglia.


Lacca di Fedoskino


Da "The Lilac Fairy Book", Andrew Lang.
Traduzione: Mab's Copyright

*
Poiché, sul finale della fiaba, il Re padre verrà chiamato genericamente "il Re d'Irlanda", dovrebbe essere l'Ard Rì, cioé, il Re Supremo. L'antica Eriu o Erin (l'odierna Irlanda) era suddivisa in cinque Regni, ognuno retto da un Re di eguale dignità, mentre l'Ard Rì, che risiedeva a Tara, veniva eletto (la carica non era ereditaria) Capo e Giudice Supremo dell'Isola. Il Munster e l'Ulster - i cui Re sono gli sposi desiderati dalle sorelle della Principessa - erano due delle cinque antiche Province.

**
La Comare-dei-Polli è un personaggio ricorrente nelle antiche fiabe scozzesi. Ricopre molti ruoli (=funzioni) sia di Aiutante Magica che (come in questo caso) di Antagonista. Come spesso accade, Donna Saggia è il sinonimo per Strega Buona (o anche Fata), un concetto non ammissibile, e che non era prudente inserire in un racconto.

mercoledì 27 maggio 2015

Andrew Lang: Nessuno Può Scrivere una Nuova Fiaba

... Nessuno ha realmente scritto la maggior parte delle fiabe e delle favole.
In ogni parte del mondo, i popoli le raccontavano prima che fossero inventati i geroglifici egizi o cretesi o il sillabario cipriota o gli alfabeti. Sono più antiche della lettura e della scrittura, e sono nate come fiori selvatici prima ancòra che gli uomini avessero i mezzi culturali per discuterne. Le nonne le raccontavano alle nipoti, e, quando le nipoti diventavano nonne, ripetevano le stesse fiabe alle nuove generazioni.
Omero le conosceva e da una mezza dozzina ne ha tratto la materia per creare l'Odissea. La storia greca fino a circa l'800 a.C. è una serie di fiabe: tutto ciò che si racconta su Teseo, Ercole, Edipo, il Minotauro e Perseo è un Cabinet des Fées, una raccolta di fiabe.
Shakespeare attinse dalle fiabe sia per Re Lear che per creare altre opere: non avrebbe mai potuto inventarle da solo, nonostante la sua grandezza.
Che dame e gentiluomini ci riflettano su, mentre siedono a scrivere fiabe, e le battono elegantemente a macchina e le spediscono a Longman & Co. perché siano pubblicate. Pensano che scrivere una nuova fiaba sia un lavoro facile. Beh, si sbagliano: è un'impresa impossibile. Nessuno può scrivere una nuova fiaba, si può giusto rimescolare e infiocchettare antichissime fiabe e rivestire i personaggi con nuovi abiti, come Miss Thackeray ha fatto così pregevolmente in "Five Old Friends".
Se una qualche ragazzona di quattordici anni leggerà questa prefazione, lasciate pure che insista nel pretendere la sua copia di "Five Old Friends"
I trecentosessantacinque autori che tentano di scrivere favole nuove sono esasperanti. Incominciano immancabilmente con un ragazzino (o una ragazzina) che incontra le fate delle primule, delle gardenie e dei fiori di melo. "Fiori e frutti, e altre cose alate". Queste fate cercano di essere divertenti e falliscono miseramente, o cercano di essere edificanti e ci riescono in pieno. Le vere fate non predicano mai né usano espressioni gergali. Alla fine il ragazzino (o la ragazzina) si sveglia e scopre che è stato tutto un sogno. Le nuove storie sono così. Che il Cielo ce ne scampi!

Andrew Lang, dalla Prefazione di "The Lilac Fairy Book" (1910).



lunedì 25 maggio 2015

La Sposa del Lupo Grigio, (Contes Populaires de Basse Bretagne, François-Marie Luzel) Traduzione Mia



Kement-ma holl oa d’ann amzer 
Ma staote war ho c’hlud ar ier. 

Tout ceci se passait du temps 
Où, sur leur perchoir, pissaient les poules.


Alexandra Nedzvetckaya




'era una volta un Re che aveva tre figlie.
Egli prediligeva le due maggiori: le ricopriva di ogni sorta di belle vesti e di raffinati gioielli, e non rifiutava loro mai nulla. Per le figlie preferite quelli erano i giorni delle feste, dei balli e delle gite di piacere. Al contrario, in quegli stessi giorni, la più giovane restava rinchiusa in casa, e non aveva indosso altri abiti che quelli smessi dalle sorelle. Trascorreva la giornata in cucina, con i servi, e, la sera, sedeva su uno sgabello accanto al focolare per ascoltare fiabe e antiche ballate. Le sorelle la soprannominarono Luduennic, ossia Cenerentola, e non si curavano affatto di lei.
Il vecchio Re amava la caccia. Un giorno, mentre si aggirava per una grande foresta, si imbatté in un antico castello che non aveva mai veduto prima, e bussò al portone. Il portone si spalancò e si trovò davanti un enorme lupo grigio. Terrorizzato, il Re indietreggiò e fece per fuggire, ma il Lupo disse:
"Non abbiate paura, Sire. Entrate pure nel mio castello per trascorrervi la notte. Domani vi sarà indicata la strada per tornare a casa sano e salvo, poiché nulla di male vi accadrà qui".
Rassicurato, il Re accettò l'invito.
Nel Castello non mancava nulla. Il Re cenò in compagnia di due grandi lupi che sedettero a tavola come se fossero uomini, e che, più tardi, lo accompagnarono in una bella camera dov'era un magnifico letto di piume. La mattina dopo, quando il Re lasciò la sua camera, trovò ad attenderlo i lupi, accanto ad una tavola magnificamente apparecchiata. Dopo che ebbe mangiato e bevuto, uno dei due lupi - che erano fratelli - gli disse:
"Orsù, Re di Francia, è giunta l'ora di parlare d'affari. So che avete tre figliuole: bisogna che una di loro accetti di sposarmi, altrimenti per Voi non ci sarà che la morte. E io, mio fratello e la nostra gente metteremo il vostro Regno a ferro e fuoco. Chiedete alla vostra figlia maggiore se acconsente a prendermi per marito, e tornate domani con la sua risposta".
Il Re fu assalito dall'imbarazzo e dall'inquietudine. Tuttavia, promise:
"Parlerò con la maggiore delle mie figlie", e i due lupi gli indicarono la via per raggiungere casa sano e salvo, poi si accomiatarono, raccomandandogli di ritornare l'indomani.


I. MacArthur


"Ahimé - diceva tra sé e sé il Re lungo il cammino - mai la maggiore delle mie figliuole accetterà di prendere un lupo per marito!"
Sulla soglia di casa, incontrò per prima Cenerentola, il viso sofferente, e gli occhi rossi e gonfi per il gran piangere che aveva fatto nel timore che una qualche disgrazia fosse capitata al padre. Non appena lo vide, corse ad abbracciarlo, ma il Re non le badò affatto e si affrettò nelle stanze delle figlie maggiori, che, come il solito, erano tutte intente ad abbigliarsi e a rimirarsi.
"Dove avete trascorso la notte, padre? Vi abbiamo atteso con ansia!"
"Ahimé, mie povere figlie, sapeste cosa mi è capitato!"
"Allora? Dunque, raccontateci!"
"Mentre ero a caccia, mi sono perduto in una grande foresta, e ho trascorso la notte in un antico castello, dove due lupi mi hanno concesso la loro ospitalità."
"Due lupi, padre? Senza alcun dubbio, state scherzando o avete sognato! E che vi hanno detto questi lupi?"
"Che cosa mi hanno detto?... Ahimé, nulla di buono, mie povere figlie"
"Ancòra? Dite, presto!"
"Uno dei due, mie povere figlie, mi ha detto che una di voi dovrà prenderlo per marito, altrimenti io sarò ucciso, e l'intero Regno sarà messo a ferro e fuoco. Figlia maggiore, accettate di sposarlo?".
"Dovete essere pazzo, padre mio, per farmi una richiesta simile! Prendere un lupo per marito! Io! Con tanti bei principi che mi corteggiano!"
"Ma, figlia mia, e se dovesse uccidermi e mettere a ferro e fuoco il Regno, come ha minacciato?"
"E a me che importa, in fin dei conti? Per quel che mi riguarda, non sarò mai la moglie di un lupo, potete credermi".
E il vecchio Re si allontanò, triste ed angosciato.
Il giorno dopo, si recò al Castello nella foresta, così come gli era stato imposto.
"Ebbene - disse il Lupo grigio - cosa ha risposto la vostra figlia maggiore?"
"Ahimé! Mi ha detto che dovevo esser pazzo per farle una proposta simile"
"Ah! Vi ha risposto così? Ebbene, tornate a casa, e fate la stessa proposta alla vostra secondogenita".
E il Re ripercorse il cammino verso casa, il cuore colmo di dolore e di mestizia, e fece la stessa richiesta alla sua secondogenita.
"Vecchio idiota! - rispose quella - Come potete farmi una simile proposta? Non sono certo fatta per essere la sposa di un lupo"
E gli voltò le spalle, e andò a rimirarsi.
Il giorno dopo, il Re ritornò al Castello nella foresta, con la morte nel cuore.



Daniela Ovtcharov



"Qual è la risposta della vostra secondogenita?", chiese il Lupo grigio.
"La stessa della maggiore", disse l'infelice padre.
"Ebbene, chiedete subito alla vostra ultimogenita se accetta di prendermi per marito".
Il Re se ne tornò a casa sopraffatto dal dolore poiché si credeva ormai perduto.
Mandò a chiamare Cenerentola, che se ne stava in cucina con i servi come sempre, perché lo raggiungesse nelle sue stanze.
"Ho deciso di maritarvi, figliola"
"Sono ai vostri ordini, padre mio", rispose, stupita, la fanciulla.
"Sposerai un lupo"
"Un lupo, padre mio!", gridò lei, terrorizzata.
"Sì, bambina cara. Ecco ciò che mi è capitato quando mi sono perduto nella foresta: mi sono imbattuto in un antico castello i cui unici padroni erano due enormi lupi. Uno dei due, un lupo grigio, mi ha detto che avrei dovuto dargli una delle mie figlie in moglie, altrimenti avrebbe ucciso me e messo a ferro e fuoco il Regno. Ho già parlato con le vostre sorelle e mi hanno risposto che non avrebbero mai acconsentito a prendersi un lupo per marito. Quindi, cara figlia, la mia ultima speranza siete voi".
"Ebbene, padre mio - rispose Cenerentola senza esitare - dite al lupo che acconsento a sposarlo".
Il giorno dopo, il Re ritornò al Castello nella foresta per la terza volta, ma non era così triste come le volte precedenti.
"Ebbene, cosa ha risposto la vostra figlia minore?", gli chiese il Lupo grigio.
"Mi ha risposto che acconsente a sposarvi"
"Molto bene! Ma è necessario che le nozze siano celebrate al più presto".
Il matrimonio fu celebrato otto giorni dopo, tra balli fastosi, lauti banchetti e grandi festeggiamenti. Il novello sposo e suo fratello sedevano a tavola nelle loro sembianze di lupi, e le sorelle di Cenerentola ridevano e la schernivano per quelle strane nozze. Terminati i festeggiamenti, il Lupo e suo fratello salutarono la compagnia e se ne tornarono al Castello nella foresta, conducendo con loro Cenerentola.


Daniela Ovtcharov


Cenerentola era felice con suo marito, ed otteneva da lui tutto ciò che desiderava.
In capo a due o tre mesi, il Lupo grigio (perché era sempre un lupo), un bel giorno, le disse:
"Domani avranno luogo le nozze della vostra sorella maggiore. Voi ci andrete, mentre mio fratello ed io resteremo qui. Ecco un anello d'oro che infilerete al dito: non ne vedrete uno simile alla festa. Quando sentirete che vi pungerà un po', dovrete tornare immediatamente a casa, qualunque ora sia e qualunque sforzo facciano per trattenervi".
Il giorno dopo, Cenerentola, magnificamente abbigliata, si recò alle nozze della sorella in una bella carrozza d'oro. Tutti furono abbagliati dalla sua bellezza e dallo splendore delle sue vesti e dei gioielli che l'adornavano.
"Ecco la moglie del lupo!", ripetevano dispettosamente le sorelle, punte dall'invidia poiché non potevano rivaleggiare con la sua bellezza ed eleganza.
Cenerentola fu tempestata di domande: Il marito si comportava bene? Perché non era venuto alle nozze? Si coricava con lei nel suo sembiante di lupo? Era felice con lui? - e così via.


Daniela Ovtcharov



Dopo il ricevimento di nozze, si svolsero balli e giochi di società, e Cenerentola vi prese parte, divertendosi moltissimo. Intorno a mezzanotte, ella sentì l'anello pungerle leggermente l'anulare, e disse:
"Devo tornare subito a casa. Mio marito mi aspetta."
"Di già? Restate ancòra - dissero le sorelle e tutti gli invitati che la circondavano tempestandola di domande - Divertitevi, finché ne avete l'occasione!".
Cenerentola si trattenne ancòra per un po', ma l'anello le punse più forte il dito. Allora si alzò, abbandonò precipitosamente il salone da ballo, montò in carrozza e tornò a casa.



Jenellen T.


Quando raggiunse il Castello, trovò il marito sdraiato sul dorso nel bel mezzo della corte, e prossimo a morire.
"O mio amatissimo marito, che vi è accaduto?", gridò Cenerentola.
"Ahimé! Non siete tornata non appena avete sentito l'anello pungervi il dito: ecco da dove proviene il mio male".
Ella si gettò sul marito, e lo abbracciò bagnandolo con le sue lacrime, e il Lupo si riebbe ed entrò con lei nel Castello.
Due o tre mesi più tardi, il Lupo grigio disse nuovamente a sua moglie:
"La vostra seconda sorella si sposa domani. Andrete alle sue nozze, ma state ben attenta a non trattenervi dopo che avrete avvertito l'anello pungervi il dito, altrimenti non mi rivedrete mai più".
"Oh! - disse Cenerentola - Questa volta, tornerò a casa alla prima puntura dell'anello, siatene certo!"
E, abbigliata in modo ancòr più sfarzoso della prima volta, montò sulla carrozza d'oro e partì. Alla Corte paterna non si parlò che di lei. Era incinta. Le sorelle e tutte coloro che la invidiavano, dicevano:
"Mio Dio! Non avete paura di dare alla luce un lupo?"
"Sarà ciò che Dio vorrà", rispondeva lei.
E, di nuovo, si tennero banchetti, balli, e giochi di ogni sorta, e Cenerentola si divertì moltissimo. Intorno a mezzanotte, sentì l'anello pungerla leggermente.
"E' giunto il tempo che io vada - pensò - poiché, questa volta, non voglio tardare".
Ma era talmente pressata e circondata dagli invitati che la tempestavano di domande su suo marito, e decantavano la sua bellezza e la magnificenza dei suoi diamanti e dei suoi ornamenti che se ne scordò, e si trattene addirittura più a lungo dell'altra volta.
Quando ritornò al Castello, trovò il suo lupo sdraiato sul dorso in mezzo alla corte. Aveva gli occhi chiusi e la bocca aperta e non dava alcun segno di vita. Si gettò su di lui, lo strinse a sé, e lo bagnò di lacrime, gridando:
"O mio povero marito! Ho indugiato ancòra e me ne pento con tutto il cuore!"
E pianse a calde lacrime, serrandolo contro il proprio petto, ma il Lupo non apriva gli occhi e non si muoveva. Era freddo e rigido come un cadavere.


Julie Faulques


Allora, lo sollevò tra le braccia, lo portò nel Castello, lo distese sulle pietre del focolare ed accese un bel fuoco nel camino. Quindi, lo frizionò a lungo, finché lui si mosse un po', dischiuse le palpebre e la guardò teneramente. E disse queste parole:
"Ahimé! Ancòra una volta non avete obbedito all'avvertimento dell'anello, e siete ritornata troppo tardi. Adesso, devo lasciarvi e non mi rivedrete più. Non mi restava molto tempo da trascorrere sotto forma di lupo: una volta nato mio figlio*, avrei riacquistato la mia primitiva forma, quella di un bel principe - ciò che ero una volta. Andrò sul Monte di Cristallo, al di là del Mare Rosso e del Mare Blu, e voi non mi ritroverete se non avrete consumato un paio di scarpe di ferro e un paio di scarpe d'acciaio per raggiungermi".
E, gettata a terra la pelle di lupo, se ne andò, nelle sue antiche sembianze di bel principe, in compagnia del fratello.
Cenerentola era disperata, e, piangendo, esclamò.
"Oh, rimanete! Rimanete con me o portatemi con voi!"
Ma, vedendo che il marito non l'ascoltava affatto, Cenerentola gli corse dietro, gridando:
"Dovunque andrete io vi seguirò... foss'anche sino alla fine del mondo!"
"Non mi seguite!", le gridò lui.
Ma Cenerentola non lo ascoltò e continuò a corrergli dietro. Allora il marito le lanciò una palla d'oro perché lei si fermasse a raccoglierla, rallentando così la sua corsa. Cenerentola raccolse la palla, la ripose in tasca e continuò il suo inseguimento. E il principe lasciò cadere una seconda palla d'oro, e poi una terza, e Cenerentola le raccolse, ma senza interrompere la propria corsa. Era più veloce di lui, e, quando il principe si sentì raggiunto, si volse e le sferrò un gran pugno in pieno viso. Il sangue sgorgò abbondante, e tre gocce macchiarono la candida camicia del principe, che riprese a correre, con maggior lèna di prima. Ahimé! La povera Cenerentola non era più in grado di raggiungerlo, e, quando se ne rese conto, gli gridò:
"Che nessuno possa lavare le tre gocce del mio sangue dalla vostra camicia finché non sia in grado di farlo io stessa con le mie mani!"
Il principe aveva continuato la sua corsa, e Cenerentola, seduta sul ciglio della strada, quando il naso cessò di sanguinarle, si disse:
"Non smetterò di camminare, né di giorno né di notte, finché non l'avrò trovato, dovessi arrivare sino alla fine del mondo!"
Così, si fece fabbricare un paio di scarpe di ferro e un paio di scarpe di acciaio, si travestì da semplice contadina, prese un bastone a cui appoggiarsi, e s'incamminò.
Cammina cammina... lontano, sempre più lontano, e più lontano ancòra. Chiedeva a tutti notizie del Monte di Cristallo, al di là del Mare Rosso e del Mare Blu, ma nessuno ne aveva mai sentito parlare.
Ed ecco, aveva consumato il paio di scarpe di ferro. Allora, calzò le scarpe di acciaio e continuò il suo cammino. In breve, ella camminò tanto a lungo e senza fermarsi mai che, quando raggiunse le rive del mare, anche le scarpe di acciaio erano quasi logorate. Laggiù, tra due rocce, vide una capanna, la più miserevole che esistesse al mondo. Si avvicinò, bussò, entrò, e scorse una piccola donna, vecchia come la Terra e con denti lunghi ed affilati come quelli di un rastrello di ferro.
"Buongiorno, nonna!"
"Buongiorno, bimba mia: che cercate qui?"
"Ahimé, nonna, cerco mio marito, che mi ha abbandonato e si è ritirato sul Monte di Cristallo, al di là del Mare Rosso e del Mare Blu!"
"E avete camminato a lungo e sofferto tanto per arrivare fin qui, bimba mia?"
"Oh, mio Dio, sì! Lungo il cammino, amara la sofferenza... e sarà, forse, tutto inutile? Ho già consumato un paio di scarpe di ferro, e le scarpe di acciaio che ho ai piedi sono quasi completamente logorate... Potete dirmi, nonna, se sono ancòra lontana dal Monte di Cristallo?"
"Siete sulla buona strada, bimba mia, ma molto dovrete ancòra camminare e soffrire prima di giungere a destinazione."
"In nome di Dio, aiutatemi, nonna!"
"Mi piacete, bambina, e voglio fare qualcosa per voi. Chiamerò mio figlio, che vi trasporterà al di là del Mare Rosso e del Mare Blu, e, in poco tempo, vi deporrà ai piedi del Monte di Cristallo".
Dalla soglia della capanna, emise un grido possente, e, in un attimo, Cenerentola vide venire a lei, sbattendo le ali, un grande uccello che faceva: Oak, Oak! Era un'Aquila. Si posò ai piedi della vecchia e disse:
"Perché mi avete chiamato, madre?"
"Per trasportare al di là del Mare Rosso e del Mare Blu questa fanciulla, e per deporla alle pendici del Monte di Cristallo"
"Va bene - disse l'Aquila - il tempo ch'ella monti sul mio dorso e partiremo".
Cenerentola sedette sul dorso dell'Aquila, e quella spiccò il volo e salì in alto nel cielo, e attraversò il Mare Rosso e il Mare Blu, e depose il suo fardello alle pendici del monte di Cristallo. Poi, se ne andò. Ma la montagna era alta, la parete ripida e scivolosa, e Cenerentola proprio non sapeva come ingegnarsi per raggiungerne la vetta. Scorse una volpe che giocava con delle palle d'oro in tutto simili a quelle che le aveva gettato suo marito nel corso della sua fuga precipitosa, e che lei conservava ancòra in tasca. La volpe faceva rotolare le palle d'oro per il pendio, poi correva giù a riprenderle. Scorse Cenerentola e le chiese cosa ci facesse là. Cenerentola le raccontò la sua storia.
"Ah, sì! - le rispose la volpe - Senza dubbio, voi siete Cenerentola, la figlia più giovane del Re di Francia! Domani, vostro marito sposerà la figlia del padrone del bel castello che si trova in cima alla montagna di cristallo".
"Mio Dio, che dite? - gridò la povera ragazza - voglio assolutamente parlargli, ma come potrò scalare la montagna?"
"Prendete la mia coda, afferratevi ben stretta con tutt'e due le mani, e io vi porterò in vetta".
Cenerentola afferrò con tutt'e due le mani la coda della volpe e riuscì a scalare la montagna, giungendo in vetta. La volpe le indicò il castello dove si trovava il marito, e se ne tornò a giocare con le palle d'oro.
Mentre Cenerentola s'incamminava alla volta del castello, s'imbatté in un gruppo di lavandaie che lavavano la biancheria in riva ad uno stagno, e si fermò un momento ad osservarle. Una delle donne teneva fra le mani una camicia con tre macchie di sangue che cercava, invano, di pulire. Vedendo che ogni suo sforzo era inutile, la lavandaia disse alla sua vicina:
"Ecco qua una camicia finissima con tre macchie di sangue che non mi riesce di levare, e, tuttavia, il signore vuole assolutamente indossarla domani per andare a sposarsi in chiesa, poiché è la più bella che ha!"
Udite queste parole, Cenerentola si avvicinò alla lavandaia e riconobbe la camicia del marito.
"Se mi passate un attimo la camicia - disse - credo che riuscirò a levar via quelle macchie". La lavandaia le diede la camicia. Cenerentola sputò sulle tre macchie, poi immerse la camicia nello stagno, la strofinò e le macchie di sangue scomparvero. Grata per la cortesia ricevuta, la lavandaia invitò Cenerentola ad accompagnarla al castello, dove avrebbe certamente trovato lavoro, almeno per tutto il tempo dei festeggiamenti per le nozze imminenti.
L'indomani, Cenerentola si fece trovare sul ciglio della strada percorsa dal corteo nuziale; accanto a lei, su di un panno bianco, c'era una delle tre palle d'oro.
La bella promessa sposa, passandole davanti, vide la palla d'oro, l'ammirò ed espresse il desiderio di entrarne in possesso. Così, inviò la sua cameriera personale da Cenerentola per comprare la palla d'oro.


Remnev A.


"Quanto volete per la vostra palla d'oro?", chiese quella.
"Dite alla vostra padrona che non cedo la mia palla d'oro né per denaro sonante né per oro."
"Tuttavia, la mia padrona ha un gran desiderio di entrarne in possesso"
"Bene, ditele che potrà averla, ma per nient'altro al mondo che una notte con il suo promesso".
"Non accetterà mai una proposta del genere!"
"E allora rimarrà senza la palla d'oro, ma andate a riferirle la mia risposta".
La cameriera tornò dalla sua padrona e le disse:
"Se sapeste, mia Signora, cosa pretende quella ragazza in cambio della sua palla d'oro..."
"E dunque? Quanto vuole?"
"Quanto? Oh, no, non vuole né denaro sonante né oro."
"Cosa, allora?"
"Vuole trascorrere la notte con il vostro promesso, o non avrete mai la palla d'oro."
"Vuol dormire con mio marito la prima notte di nozze? Che sfrontata!"
"E' determinata a non cedere la sua palla d'oro per meno"
"Devo averla, costi quel che costi. Farò in modo che mio marito beva un sonnifero prima di coricarsi, così cadrà in un sonno profondo e non succederà nulla di male. Andate a dire alla ragazza che accetto e portatemi la palla d'oro".
La cameriera tornò da Cenerentola e disse:
"Datemi la palla d'oro e seguitemi al castello: la mia padrona acconsente".
Ed ecco la principessa felice: ha la sua palla d'oro. Quella sera, a cena, ella versò il sonnifero nel bicchiere del principe, senza che egli se ne accorgesse, e, subito, fu colto da una tale sonnolenza che dovettero accompagnarlo in camera da letto, dove si addormentò profondamente prima ancòra che si aprissero le danze.
Poco dopo, anche Cenerentola fu condotta nella sua camera. Ella si gettò su di lui, abbracciandolo e versando lacrime di gioia.
"Vi ho dunque ritrovato, mio amatissimo sposo! - disse - Ah, se sapeste a prezzo di quali sofferenze!", e se lo stringeva al cuore e gli bagnava il volto con le sue lacrime, ma il principe dormiva profondamente e nulla avrebbe potuto svegliarlo. La poveretta trascorse tutta la notte piangendo e disperandosi, ma non riuscì a strappare al marito né una parola né uno sguardo. All'alba, la cameriera della principessa andò a prenderla e fece in modo che uscisse senza esser vista.
Quello stesso giorno, dopo pranzo, la Corte uscì e si sparpagliò nei boschi per una passeggiata pomeridiana. Cenerentola distese sull'erba un panno candido, vi mise sopra un'altra palla d'oro, e attese in piedi, lì accanto.
Anche questa volta, la principessa notò la palla d'oro, e, anche questa volta, inviò la cameriera a domandare a Cenerentola a che prezzo avrebbe accettato di vendergliela.
"Allo stesso prezzo di ieri", rispose Cenerentola, e la cameriera riferì le sue parole alla principessa.
"Bene - disse lei - dille pure che accetto e fatti dare la palla d'oro".
Durante la cena, il principe, al quale avevano nuovamente versato un sonnifero nel bicchiere, si addormentò a tavola e si dovette trasportarlo in camera, mentre tutti danzavano e si divertivano, e, come la prima volta, Cenerentola trascorse tutta la notte al suo capezzale, piangendo e lamentandosi, ma senza riuscire a svegliarlo. Ma il fratello del novello sposo dormiva nella camera accanto, e udì i lamenti della povera donna e parole che lo sbalordirono:
"Ah, se sapessi le sofferenze che ho sopportato per arrivare fin qui!... Ti sposai quand'eri ancòra un lupo e nessuna delle mie sorelle ti aveva voluto... e adesso mi ripaghi così! Me infelice!... Tornerò una notte ancòra, e sarà l'ultima, e se ti troverò di nuovo addormentato e non riuscirò a strapparti al sonno, non ci rivedremo mai più!"
E piangeva e s'angosciava da spezzare il cuore.
Ascoltando le sue parole, il fratello del novello sposo comprese ciò che stava accadendo, e, il mattino dopo, disse al principe:
"Cenerentola è qui. Son due notti che piange e si dispera accanto al tuo letto, ma tu dormi come un masso perché la tua sposa ti versa del sonnifero nel bicchiere. ma io ho udito ogni cosa: le sue lacrime ed il suo dolore mi hanno profondamente commosso. Stanotte tornerà nella tua camera, ma sarà l'ultima volta. Dunque, stasera, guardati bene dal bere il vino che ti offrirà la tua sposa, perché se dormirai, non la rivedrai mai più!"
Quello stesso giorno, dopo pranzo, la Corte tornò a passeggiare  nel bosco, e Cenerentola era là, con l'ultima palla d'oro sul panno bianco... e, per farla breve, accettò di cederla alla principessa alla medesima condizione delle due volte precedenti.
Ma, durante la cena, il principe non bevve il sonnifero perché riuscì a vuotare il bicchiere sotto la tavola senza che la principessa se ne accorgesse. Tuttavia, finse di crollare in preda ad una irresistibile sonnolenza, tanto che lo trasportarono in camera e lo coricarono nel suo letto. E non dormiva quando Cenerentola fu accompagnata nella sua stanza per la terza volta: si abbracciarono con trasporto, piangendo di gioia.


P.J. Lynch


Poi, Cenerentola raccontò al marito tutte le peripezie del suo lungo viaggio e la gran pena e le sofferenze che aveva affrontato. Il principe capì ch'ella lo amava più di ogni altra cosa al mondo e le giurò che sarebbe tornato con lei nel suo Paese, abbandonando senza alcun rimpianto la sposa che non lo amava affatto.
L'indomani mattina, Cenerentola fu rivestita con ricchi abiti da principessa, ciò che effettivamente era. A cena, il principe la fece sedere accanto a sé e la presentò ai commensali come una delle sue parenti più strette. Nessuno la conosceva e tutti gli sguardi erano puntati su di lei, soprattutto quelli della principessa, che si sentiva sempre più inquieta poiché non presagiva nulla di buono dalla presenza di quell'estranea. Verso la fine del pasto, i convitati cantarono vecchie e nuove canzoni, raccontarono nobili imprese e aneddoti salaci: ciascuno faceva del suo meglio per divertire e intrattenere la compagnia.
"E voi, genero, ci canterete qualcosa? O, forse, preferite raccontare una bella storia?", disse il Signore del castello.
"Non ho granché da raccontare, suocero. Tuttavia c'è qualcosa che mi rende perplesso e gradirei ricevere il vostro consiglio e quello degli uomini saggi e di esperienza seduti qui. Un tempo avevo un delizioso cofanetto, chiuso da una piccola chiave d'oro. L'ho perduto e ne ordinai uno nuovo, ma, non appena entrai in possesso del cofanetto nuovo, ritrovai il primo, così, adesso ho due cofanetti, quando me ne servirebbe uno soltanto. Quale dei due dovrei tenere, suocero, il vecchio o il nuovo?"
"Sempre onore e rispetto per ciò che è più vecchio - disse il vegliardo - serbate il vecchio cofanetto, genero".
"Ed è proprio la mia opinione riguardo vostra figlia! Quanto a me, intendo tornare al Paese** della mia prima moglie - eccola! - che mi ama più dell'altra".
E il principe si alzò da tavola, e, nel silenzio e nello stupore generali, prese per mano Cenerentola e se ne andò con lei.
I due lupi del vecchio castello erano principi di sangue, figli di un potente re, costretti ad assumere sembianze di lupo come punizione per non so quale colpa.
Poco dopo il loro ritorno, il  padre morì, e il marito di Cenerentola fu incoronato re al suo posto. Così Cenerentola divenne regina.
Le sue sorelle erano mal maritate, e, poiché ella era rimasta d'animo gentile, dimenticò le loro mancanze nei suoi confronti, le invitò presso di lei, a Corte, e fece in modo che contraessero matrimoni onorevoli e convenienti.



Long L.


*
Nella casa paterna, tutti si erano accorti che Cenerentola era incinta. Il principe-lupo dice addirittura che, senza la disobbedienza di Cenerentola, la sua maledizione sarebbe cessata una volta nato il loro bambino, ma di questo bambino non si parlerà mai più.
Nella maggior parte delle fiabe imparentate con questa, laddove sia presente il motivo della prossima maternità, l'Eroina compie il suo viaggio incinta e, spesso, partorisce sul finale, in condizioni di estremo disagio.

**
Altra contraddizione: per l'intera fiaba, l'unico Regno di cui si parla è quello del padre di Cenerentola, ovvero la stessa Francia, ma, nelle ultime righe, con un'improvvisa fretta, si liquidano con poche, vaghe parole, la maledizione che ha colpito i fratelli e la "colpa" che l'ha provocata, e spunta il "potente re", loro padre, che muore al momento opportuno. D'altra parte, non si hanno più notizie del padre di Cenerentola, né si comprende come mai le sorelle abbiano contratto matrimoni disdicevoli (si intenda: non all'altezza del loro rango).
Temo che non conoscerò mai il vero finale di questa fiaba.


Traduzione: Mab's Copyright







giovedì 14 maggio 2015

I Tre Anelli, L. Capuana

'era una volta un sarto, che aveva tre figliuole, una più bella dell'altra. Sua moglie era morta da un pezzo, e lui si stillava il cervello per riuscire a maritarle. Le ragazze non avevano dote, e senza dote un marito è un po' difficile a trovarsi.
Un giorno questo povero padre pensò d'andarsene in una pianura e chiamare la Sorte:
"Sorte, o Sorte!"
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
"Perché mi hai tu chiamata?"
"Ti ho chiamata per le mie figliuole".
"Menale qui ad una ad una; si sceglieranno la sorte colle loro mani".


A. Agache


Il buon uomo, tornato a casa tutto contento, disse alle figliuole:
"La vostra fortuna è trovata!"
E raccontò ogni cosa. Allora la maggiore si fece avanti, ringalluzzita:
"La prima scelta tocca a me. Sceglierò il meglio!"
Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono per quella pianura:
"Sorte, o Sorte!"
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
"Perché m'hai tu chiamata?"
"Ecco la mia figliuola maggiore".
La vecchia cavò di tasca tre anelli, uno d'oro, uno d'argento, uno di ferro e li mise sulla palma della mano:
"Scegli, e Dio t'aiuti!"
"Questo qui".
Naturalmente prese l'anello d'oro.
"Maestà, vi saluto!"
La vecchia le fece un inchino e sparì.
Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi, disse alle altre due: "Diventerò Regina! E voi reggerete lo strascico del manto reale!"
Il giorno dopo andò col padre l'altra figlia. Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso, e cavò di tasca due anelli, uno d'argento ed uno di ferro:
"Scegli, e Dio t'aiuti!"
"Questo qui".
E, s'intende, prese quello d'argento.
"Principessa vi saluto!"


P.Thumann



La vecchia le fece un inchino e sparì. Tornata a casa, quella disse alla maggiore: "Se tu sarai Regina, io sarò Principessa!"
E tutt'e due si diedero a canzonare la sorella minore:
"Che volete? Chi tardi arriva male alloggia". Dovea venire al mondo prima.
Lei zitta. Il giorno dopo andò col padre la figliuola minore. Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso e cavò di tasca, come la prima volta, tre anelli, uno d'oro, uno d'argento e uno di ferro:
"Scegli, e Dio t'aiuti!"
"Questo qui".
Con gran rabbia di suo padre, avea preso quello di ferro.
La vecchia non le disse nulla, e sparì. Per la strada il sarto continuò a brontolare: "Perché non quello d'oro?"
"Il Signore m'ispirò così".
Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla per le scale.
"Facci vedere! Facci vedere!"
Come videro l'anello di ferro, si contorcevano dalle risa e la canzonavano. Saputo poi che lo avea scelto fra uno d'oro e uno d'argento, per grulla la presero e per grulla la lasciarono. E lei, zitta. Intanto si sparse la voce che le tre belle figliuole del sarto avevano gli anelli della buona sorte. Il Re del Portogallo dovea prender moglie e venne a vederle.
Rimase ammaliato dalla maggiore:
"Siate Regina del Portogallo!"
La sposò con grandi feste e la menò via.
Poco dopo venne un Principe. Rimase ammaliato dalla seconda.
"Siate Principessa!"
La sposò con grandi feste e la menò via.
Restava l'ultima. Non la chiedeva nessuno. Un giorno, finalmente, si presentò un pecoraio:
"Volete darmi questa figliuola?"
Il sarto, che ne aveva una Regina ed una Principessa, era montato in superbia e rispose:
"Il pecoraio, scusate, noi per ora ce l'abbiamo".
Stava per passare un altr'anno. La minore restava sempre in casa, e il padre non faceva altro che brontolare giorno e notte: Le stava bene, stupidona! Sarebbe rimasta in un canto, con quel suo anello di ferro.
E all'anno appunto, tornò a presentarsi il pecoraio:
"Volete darmi quella figliuola?"
"Prendila - rispose il sarto - Non si merita altro!"
Si sposarono, senza feste e senza nulla, e la menò via. Allora il sarto disse:
"Voglio andar a visitare la mia figliuola Regina".
La trovò che piangeva.
"Che cos'hai, figliuola mia?"
"Sono disgraziata! Il Re vorrebbe un figliuolo, ed io non posso farne. I figliuoli li dà Dio".
"Ma l'anello della buona fortuna non giova a nulla?"
"Non giova a nulla. Il Re mi ha detto: Se fra un anno non avrò un figliuolo, guai a te!- Son certa, babbo mio, che mi farà tagliar la testa".
Quel povero padre, come potea rimediare? E partì per far visita alla figliuola Principessa. La trovò che piangeva.
"Che cos'hai, figliuola mia?"
"Sono disgraziata! Tutti i figliuoli che faccio mi muoiono dopo due giorni"
"E l'anello della buona fortuna non giova a nulla?"
"Non giova a nulla. Il Principe mi ha detto: Se questo che hai nel seno morrà anche lui, guai a te! - Son certa, babbo mio, che mi farà scacciar di casa!"
Quel povero padre che potea farci? E partì. Per via gli nacque il pensiero d'andar a vedere l'altra figliuola, quella del pecoraio. Ma aveva vergogna di presentarsi. Si travestì da mercante, prese con sé quattro ninnoli da vendere e, cammina, cammina, arrivò finalmente in quelle contrade lontane. Vide un magnifico palazzo stralucente, e domandò a chi appartenesse. - È il palazzo del re Sole. Mentre stava lì a guardare, stupito, sentì chiamarsi da una finestra:
"Mercante, se portate bella roba, montate su. La Regina vuol comprare".
Montò su, e chi era mai la Regina? La sua figliuola minore, la moglie del pecoraio. Quello rimase di sasso; non potea neppure aprir le cassette degli oggetti da vendere.
"Vi sentite male, poverino?", gli disse la Regina.
"Figliuola mia, sono tuo padre! E ti chiedo perdono!"
Lei, che l'aveva riconosciuto, non permise che le si gettasse ai piedi, e lo ricevé tra le braccia:
"Siate il ben venuto! Ho dimenticato ogni cosa. Mangiate e bevete, ma prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito".
Dopo che quello ebbe mangiato e bevuto, la figliuola gli disse:
"Questi doni son per voi. Questa nocciuola è per la sorella maggiore: questa boccettina di acqua per l'altra. La nocciuola, dee inghiottirsela col guscio; l'acqua, dee berne una stilla al giorno, non più. E che badino, babbo!"
Quando le due sorelle intesero la bella fortuna toccata alla minore e videro quella sorta di regali che loro inviava, arsero d'invidia e di dispetto - Si beffava di loro con quella nocciuola e con quell'acqua! La maggiore buttò la nocciuola in terra, e la pestò col calcagno. La nocciuola schizzò sangue. C'era dentro un bambino piccino piccino: lei gli aveva schiacciata la testa! Il Re, visto quell'atto di superbia e il bambino schiacciato:
"Olà! - gridò - levatemela d'innanzi; mozzatele il capo!"
E, senza pietà né misericordia, la fece mettere a morte.


"Margherita al Sabba", Dagnan-Bouveret


L'altra, nello stesso tempo, avea cavato il turacciolo alla boccetta e, affacciatasi a una finestra, n'avea versata tutta l'acqua. Sotto la finestra passavano dei ragazzi che trascinavano un gatto morto. L'acqua cadde su questo, e il gatto risuscitò.
"Ah, scellerata! - urlò il Principe. - Hai tolto la sorte ai nostri figliuoli!"
E in quel momento di furore, la strangolò colle sue mani.
Il babbo tornò dalla figliuola minore, e raccontò, piangendo, quelle disgrazie. "Babbo mio, mangiate e bevete, e prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito. Appena avrò buone notizie, vi manderò a chiamare".
La sera tornò re Sole, e lei gli domandò:
"Maestà, che cosa avete visto nel vostro viaggio?"
"Ho visto tagliar la testa a una Regina e strangolare una Principessa. Se lo meritavano".
"Ah, Maestà, eran le mie sorelle! Ma voi potete risuscitarle; non mi negate questa grazia!"
"Vedremo!", rispose re Sole.
Il giorno dopo, appena fu giunto nel luogo dov'era seppellita la Regina, picchiò sulla fossa e disse:

"Tu che stai sotto terra, 
Mi manda la tua sorella; 
Se dal buio volessi uscire, 
Del mal fatto ti déi pentire".

"Rispondo a mia sorella:

Sto bene sotto terra. 
Dio gli dia male e malanno! 
Vo' la nuova avanti l'anno!" 

"Resta lì, donnaccia infame!"

E il re Sole continuò il suo viaggio.
Arrivato dov'era stata sepolta la Principessa, picchiò sulla fossa e disse:

"Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se vuoi tornare da morte a vita, 
Del mal fatto sii pentita!"

"Rispondo a mia sorella:

Sto bene sotto terra. 
Male occulto o mal palese, 
Vo' la nuova avanti un mese!" 

"Resta lì, donnaccia infame!"

 Re Sole continuò il suo viaggio, e quelle due sorelle se le mangiarono i vermi.

Stretta è la foglia, larga è la via. 
Dite la vostra, ché ho detto la mia.


Da: "C'era Una Volta... Fiabe", Luigi Capuana.



La Dèa Norrena Frigg


Una bellissima fiaba autenticamente popolare, (è presente anche nella ponderosa raccolta di De Simone) che Capuana, con il suo solito genio. la sua grazia e la innegabile capacità di "tradurre senza tradire", fa sua, pur restituendola intatta.
Seguendo i miei (oscuri) percorsi, trovo un cupo parallelo nelle leggende svedesi legate al tema de "La Donna Che Non Voleva Figli", laddove, quest'ultime, assai più recenti, trattano della lotta fra un intollerante, gelido Cristianesimo e pratiche superstiziose che esso avversa, pur essendone all'origine, mentre la fiaba, apparentemente cruda e spietata, si lega a miti eziologici, forse sul mistero della nascita, con una naturalezza disarmante. Come nei miti celtici, il futuro bambino è una larva, un insetto, un seme, un frutto... può essere inghiottito ed attecchire, o - in questo caso per la superba stupidità delle destinatarie del dono - venire schiacciato come un moscerino, per l'appunto. Tutto si lega al Destino, alle Sorti, motivo ossessionante delle fiabe più antiche, e, ovviamente, di quelle meridionali. Il Sole, il "pastore delle nuvole", è il Re che si camuffa da povero di tante fiabe, è lo Sposo divino che rende Dèa la prescelta, che può creare, o seminare, la vita, e richiamare alla vita i morti. Ma, prima, pesa le loro anime.
Poi, arrivò il Cristianesimo e - fra le tante cose che pensò bene di non distruggere, ma preferì "rapinare" e rimodellare - s'impossessò del fuso e della conocchia, del Sole (che girava intorno alla Terra), della Luna (che era malefica e pericolosa perché viveva di notte), della Vita (e ricordati , donna, che alle puerpere che leggono libri va via il latte!) e della Morte (che legarono al terrore dell'Inferno, per cui, anche la vita più schifosa e miserabile e insopportabile diventava una passeggiata di salute) ...


"Santa Elisabetta d'Ungheria", Marianne Stokes


martedì 5 maggio 2015

La Bara di Vetro, Grimm n.163 (Traduzione Mia)

che nessuno dica che un povero sarto non possa arrivare lontano e assurgere a grandi onori! E' sufficiente che bussi alla porta giusta, e - ciò che è più importante - che abbia un pizzico di fortuna.
Un giorno, un cortese e abile apprendista sarto si addentrò in una grande foresta e si smarrì, poiché non ne conosceva i sentieri. Scese la notte e non gli restò altro da fare che cercare un giaciglio in quella paurosa solitudine. Avrebbe potuto dormire su di un letto di soffice muschio, ma aveva troppa paura delle bestie feroci, così decise di trascorrere la notte tra i rami di un albero. Si arrampicò in cima ad un'alta quercia, e ringraziò Dio poiché aveva il suo ferro da stiro con sé, altrimenti il vento, che lassù soffiava forte, lo avrebbe trascinato via. Dopo aver trascorso qualche ora immerso nelle tenebre, tremando di paura, vide brillare una luce a poca distanza, e, pensando che provenisse da una abitazione dove, certamente, sarebbe stato più comodo che in cima ad un albero, scese con ogni cautela dalla quercia e si incamminò in quella direzione.


Christensen J.


La luce lo condusse ad una capannuccia di canne e giunchi intrecciati. Bussò coraggiosamente, la porta si aprì, e, al chiarore che proveniva dall'interno della capanna, vide un piccolo vecchio uomo dai capelli bianchi con indosso una veste fatta di tante pezze colorate cucite insieme.
"Chi sei? E cosa vuoi?", gli chiese questi, con voce ruvida.
"Sono un povero sarto che la notte ha sorpreso in queste contrade selvagge. Vi supplico di ospitarmi nella vostra capanna fino al mattino".
"Va' via - gli rispose quello aspramente - non voglio avere niente a che fare con i vagabondi, io! Cerca  riparo su di un albero", e fece per rientrare, ma il sarto lo afferrò per un lembo della veste e lo scongiurò con accenti talmente toccanti che il vecchio - il quale non era poi così cattivo come voleva far credere - finì per addolcirsi e lo lasciò entrare in casa. Gli offrì da mangiare e gli indicò un buon letto in un angolo della capanna. Stanco com'era, il sarto non aveva certo bisogno d'esser cullato: dormì profondamente fino al mattino, e avrebbe anche continuato se un improvviso e orrendo baccano non l'avesse destato di soprassalto. Grida feroci e muggiti possenti gli giunsero all'orecchio attraverso le sottili pareti della capanna.
Animato da un improvviso coraggio, il sarto si alzò, si rivestì in gran  fretta e si precipitò fuori: un grande toro nero ed un magnifico cervo erano impegnati in un violento combattimento. Si lanciavano l'uno contro l'altro con tale furia che la terra tremava sotto i loro zoccoli e l'aria rimbombava delle loro grida. Lo scontro durò a lungo, e a lungo l'esito del combattimento sembrò incerto, finché il cervo non sventrò il toro con una cornata. Il toro crollò a terra con un terribile muggito e il cervo lo finì rapidamente. Il sarto, che, stupefatto, aveva seguito il feroce combattimento, era rimasto lì, impietrito, e non ebbe il tempo di fuggire quando il cervo, all'improvviso, si slanciò verso di lui e lo sollevò sulle sue grandi corna. Il sarto non riusciva neanche a riflettere su ciò che gli stava accadendo perché il cervo si era lanciato in una folle corsa per monti e valli, per prati e foreste; si aggrappò con tutt'e due le mani alle estremità delle corna e si abbandonò al suo destino: aveva l'impressione di volare. Infine, il cervo si fermò davanti ad una parete di roccia e lasciò scivolare delicatamente il sarto a terra. Questi, più morto che vivo, ebbe bisogno di un po' di tempo per riaversi. E il cervo, che era rimasto immobile aspettando che si riprendesse, si slanciò con tale impeto contro una porta nella roccia che essa si spalancò al primo assalto. Ne scaturirono alte fiamme e un fumo così denso che nascose il cervo alla vista del sarto. Mentre questi se ne stava sbalordito e indeciso sul da farsi per riuscire ad abbandonare quelle lande selvagge e tornare tra gli esseri umani, una voce si levò dalla roccia e disse:"Entra senza timore, non te ne verrà alcun male". A dire il vero, il sarto esitava, ma, sospinto da una forza misteriosa, oltrepassò la porta di ferro entrando in una grande sala, dove le pareti, il soffitto e il pavimento erano ricoperti da lucide e levigate lastre di pietra su cui erano incise misteriose lettere. Il sarto si guardò intorno con grande stupore, e stava per tornare sui suoi passi, quando, nuovamente, la voce gli parlò:
"Va' sulla grande lastra al centro della sala e attendi la grande felicità che è in serbo per te". Il sarto era diventato così coraggioso che obbedì all'ordine. La pietra incominciò a cedere sotto i suoi piedi, sprofondando lentamente. Quando si fermò, il sarto si guardò intorno e scoprì di trovarsi in una sala che era vasta come la precedente, ma conteneva cose ancòra più interessanti e stupefacenti.
Nelle pareti si aprivano numerose nicchie e nelle nicchie c'erano vasi di vetro trasparente colmi di alcol colorato o di un fumo azzurrognolo. A terra, collocate l'una di fronte all'altra, c'erano due grandi casse di vetro, che suscitarono immediatamente la sua curiosità. Accostatosi alla prima, scoprì che conteneva una costruzione in miniatura, un castello con le sue case coloniche, e magazzini e fienili e una miriade di tante altre cose del genere. Tutto era di minuscole dimensioni, ma di finissima fattura, come se fosse stato cesellato con estrema perizia da un'abile mano. Si sarebbe soffermato a contemplare a lungo quella meraviglia, se non si fosse fatta sentire ancòra una volta la voce di prima.  E la voce gli ordinò di voltarsi e di andare a guardare il contenuto dell'altra cassa di vetro. E con quanta ammirazione scoprì che all'interno della seconda cassa giaceva una fanciulla di straordinaria bellezza! Sembrava immersa in un profondo sonno, ed era avvolta nei lunghissimi capelli come fossero un mantello prezioso. I suoi occhi erano chiusi, ma lo splendore dell'incarnato e un nastro che si alzava e si abbassava, mosso dal soffio del suo respiro regolare, non lasciavano alcun dubbio che fosse viva. Il sarto se ne stava lì a contemplarla, con il cuore che gli batteva forte, quando, all'improvviso, ella spalancò gli occhi, e, vedendolo, saltò su, in preda ad ina gioiosa eccitazione mista a paura. "Cielo! - gridò - la mia liberazione è vicina! Presto, presto, liberami dalla mia prigione: se farai scorrere il chiavistello di questa bara di vetro, sarò libera!". Il sarto obbedì senza esitare. La fanciulla sollevò il coperchio della bara, saltò fuori, e si precipitò in un angolo della sala, avvolgendosi in un grande mantello. Quindi, sedette su una pietra, invitò accanto a sé il giovane sarto, e, dopo averlo teneramente baciato sulle labbra, disse:


Cheval M.


"Oh, il liberatore che ho atteso tanto a lungo! Il Cielo ti ha condotto fino a me per porre fine alle mie sofferenze. E lo stesso giorno in cui esse cesseranno avrà inizio la tua felicità, poiché sei lo sposo che il Cielo ha scelto per me e trascorrerai il resto della tua vita nella più grande letizia, ricco del mio amore, e, in sovrappiù, di ogni bene terreno. Siedi al mio fianco e ascolta la mia storia.
Sono figlia di un ricco Conte. I miei genitori morirono quando ero ancòra in tenera età e mi affidarono a mio fratello, più grande di me, che mi allevò. Ci amavamo teneramente ed eravamo talmente simili nel modo di pensare e nelle nostre inclinazioni che risolvemmo di non sposarci e di vivere insieme per tutta la vita. La nostra casa non era mai vuota: vicini ed amici venivano spesso a trovarci e noi li accoglievamo con la più generosa ospitalità. Così accadde che, una sera, uno straniero a cavallo giunse alla nostra porta, e, con il pretesto di non essere in grado di proseguire oltre, implorò un rifugio per la notte. Accogliemmo con sollecita cortesia la sua richiesta. Quella sera, durante la cena, egli ci intrattenne con la più brillante conversazione, arricchita da interessanti racconti.



Balbusso T.


Mio fratello era così entusiasta del forestiero che lo pregò di trattenersi per qualche giorno, e lui, dopo qualche esitazione, accettò. Lasciammo la tavola a tarda ora. Allo straniero fu mostrata la sua camera, ed io mi affrettai verso la mia perché ero molto stanca. Mi ero appena addormentata quando fui destata dal soave suono di una musica celestiale. Poiché non riuscivo a capacitarmi della sua provenienza, pensai di chiamare la mia cameriera, che dormiva nella stanza accanto, ma, con mio grande terrore, mi resi conto che una forza sconosciuta mi aveva tolto la favella: era come se una montagna premesse sul mio petto, impedendomi di emettere il benché minimo suono. Intanto, alla luce della mia lampada da notte, vidi il forestiero penetrare nella mia camera, nonostante due porte rinserrate con il catenaccio. Si avvicinò al mio letto e mi disse che, grazie alle potenze magiche al suo comando, aveva evocato la musica celestiale che mi aveva svegliato e aveva aperto le porte rinserrate per offrirmi la sua mano ed il suo cuore. Tuttavia, la mia repulsione per le sue arti magiche era talmente grande che non lo degnai di una risposta. Egli si trattenne per un po' accanto al mio letto, immobile, sperando in una risposta favorevole, ma, poiché restavo chiusa nel mio silenzio, s'infuriò e, dopo aver affermato che si sarebbe vendicato e avrebbe escogitato il modo di punire la mia superbia, lasciò la stanza.


Alexander Timofeev 


Trascorsi la notte nella più grande inquietudine e mi addormentai solo verso il mattino. Mi precipitai da mio fratello per raccontargli l'accaduto, ma i suoi domestici mi dissero che, all'alba, era uscito a cavallo con lo straniero, per una battuta di caccia. In preda ai più funesti presagi, mi vestii in gran fretta, ordinai al palafreniere di sellare il mio cavallo, e, con la sola compagnia di un servo, mi inoltrai al galoppo nella foresta. Il servo cadde rovinosamente e non poté più seguirmi poiché il suo cavallo si era spezzato una zampa. Continuai senza esitare finché non vidi avanzare verso di me il forestiero: teneva al laccio un bellissimo cervo. Gli chiesi dove fosse mio fratello e come fosse entrato in possesso di quel cervo dai cui magnifici occhi scendevano copiose lacrime. Invece di rispondermi, lo straniero scoppiò in una clamorosa risata.


Balbusso T.


Furiosa, impugnai la mia pistola e la scaricai addosso a quel mostro, ma il proiettile rimbalzò sul suo petto, conficcandosi nella testa del mio cavallo. Rovinai al suolo e lo straniero mormorò alcune parole che mi privarono della coscienza. Quando ripresi i sensi, mi ritrovai in questa grande caverna sotterranea, in una bara di vetro. Ancòra una volta mi apparve lo stregone. Mi disse che aveva mutato mio fratello in un cervo, che, sempre grazie alle sue arti, aveva miniaturizzato il castello e gli altri possedimenti collocandoli nell'altra cassa di vetro, ed aveva trasformato la nostra gente in fumo azzurrognolo, imprigionandola in bottiglie di vetro. Quindi, mi annunciò che, se mi fossi piegata al suo volere, sarebbe stato facile per lui far ritornare gli esseri umani ed il castello al loro primitivo aspetto, ma io rimasi in silenzio, come la notte precedente. Allora, mi lasciò nella mia prigione, ed un sonno magico si è impossessato di me, un sonno popolato da visioni, e, fra tutte, la più confortante era quella di un giovane uomo che veniva a liberarmi. Oggi, quando ho aperto gli occhi e ti ho visto, ho capito che il mio sogno era diventato realtà. Aiutami a realizzare anche le altre visioni. Per prima cosa, spingiamo la cassa di vetro con il castello sulla grande pietra centrale". Non appena la fanciulla, il sarto e la cassa di vetro si trovarono sulla pietra, essa salì lentamente fino alla sala superiore, da dove i due giovani riuscirono facilmente ad uscire all'aperto. Lì, la fanciulla aprì il coperchio della cassa e, con meravigliosa rapidità, il castello, le costruzioni adiacenti e le case coloniche tornarono alle primitive dimensioni.  Ella ritornò nella grotta ed aprì, una dopo l'altra, le bottiglie di vetro, e tutti coloro che vi erano imprigionati, cortigiani, servi, contadini, e gli abitanti del villaggio furono liberi. Ma la gioia della fanciulla fu al colmo quando ella vide uscire dalla foresta l'amato fratello che, ucciso lo stregone quand'era in forma di toro, aveva riacquistato l'antico sembiante, e avanzava verso di loro. Quello stesso giorno, la fanciulla mantenne la sua promessa e si unì in matrimonio al fortunato giovane sarto.


Più vicina ad una novella gotica che ad una fiaba, è una delle fiabe dei Grimm meno conosciuta - o, forse - meno popolare in Italia. Non ne conosco varianti, se non pescando in altri mari. Ha poco a che vedere con La Bella Addormentata, giusto la bara di vetro e il "sonno" indotto magicamente.


Grimm n.163, "Der gläserne Sarg".
Classificazione: Aa Th 410 [Sleeping Beauty]
Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"

venerdì 1 maggio 2015

Amore Incondizionato per gli Artisti Russi: Mascia o Maria Kurbatova (Мария Курбатова)

Amo gli scrittori russi. Un innamoramento fulminante quando, forse undicenne, scoprii, lessi ... e rilessi Anna Karenina (Анна Каренина). Lev Tolstòj è rimasto il mio primo e grande amore, anche se ho notevomente ampliato la mia conoscenza della letteratura russa. E, nonostante la mitica stroncatura fantozziana, amo la cinematografia russa e sovietica. Sergej Ėjzenštejn è stato un maestro assoluto, visionario e innovatore. Adesso, solo adesso, avendo la Russia perduto un pezzo di Anima in favore della corsa selvaggia al denaro (e la democratica riconquista della libertà di essere indigenti e di mendicare come ai tempi degli Zar), l'Europa "libera" e i liberi Stati Uniti - che insegnavano Libertà e Democrazia quando ancòra i neri non potevano bere alle stesse fontanelle dei bianchi, né sedere nei posti riservati ai bianchi, né frequentare le stesse scuole, e chi osava contrarre un matrimonio misto in uno dei pochissimi stati che lo consentiva, veniva arrestato in un altro, ansioso di non contaminare il sangue bianco, anglosassone e protestante - riconoscono i grandi talenti sovietici in tutte le arti.
Eppure, qualcosa è rimasto di tanta fascinazione. Basta "sfogliare" i miei post per accorgersi di quanto io continui a prediligere gli artisti russi. E' rimasta la grande tecnica, il Disegno (unico despota assoluto che invoco ed onoro), la preziosità del dettaglio, la malinconia che neanche i fieri colori smaltati riescono a mascondere, l'ironia che salva dal melodramma, la finezza senza caramellosità.

Tutto ciò per arrivare ad uno dei miei più recenti amori, che si sposa superbamente con il tipo fiabesco che sto trattando: la Bella Addormentata.
Mascia o Maria Kurbatova (Мария Курбатова): le sue fanciulle addormentate, le bambine simili a bambole che, nel sonno, reggono bambole simili a bambine esprimono la magia e il mistero della Grande Fiaba da cui scaturiscono tutte le altre. Provo tanta pena per chi non capisce e non capirà mai il linguaggio unico e criptico che ci è stato lasciato in eredità.














Sole, Luna e Talia, (Pentamerone:Cunto Quinto, Quinta Giornata), G. B. Basile

'era una volta un gran signore, il quale, essendogli nata una figlia, a cui die nome Talia, fece venire tutti i sapienti e gl'indovini del suo regno perché le dicessero la ventura. Costoro, dopo vari consulti, conclusero che essa era esposta a gran pericolo a causa di una lisca di lino. E il re proibì che in casa sua entrasse mai lino o canapa o altra roba simile, per evitare ogni cattivo incontro.


Mascia Kurbatova


Ora, essendo Talia grandicella e stando alla finestra, vide passare una vecchia che filava; e, poiché non aveva mai visto né conocchia né fuso, piacendole assai quel danzare che il fuso faceva, fu presa da curiosità e la fece venir su, e, tolta in mano la rocca, cominciò a stendere il filo. Ma, per disgrazia, una lisca le entrò nell'unghia e subito cadde a terra morta. La vecchia, a tanta disavventura, scappò che ancora salta a precipizio per le scale; e lo sventurato padre, dopo aver pagato con un barile di lacrime una secchia di asprinio, collocò la morta Talia in quello stesso palazzo, che era in un bosco, seduta su una sedia di velluto, sotto un baldacchino di broccato. Poi, serrate le porte, abbandonò per sempre la casa, cagione di tanto suo male, per cancellare in tutto e per tutto dalla memoria la sciagura sofferta.


Mascia Kurbatova


Dopo qualche tempo, a un re, che andava a caccia per quei luoghi, sfuggì un falcone e volò a una finestra di quella casa; né tornando al richiamo, il re fece picchiare alla porta, credendo che la casa fosse abitata. Ma, dopo aver bussato invano lunga pezza, il re, domandala una scala da vendemmiatore, volle di persona scalare la casa e vedere che cosa ci fosse dentro. Salito ed entrato, rimase stupito, non trovando in nessun luogo persona vivente; e, in ultimo, giunse alla camera, dove stava Talia come incantata.
Il re, credendo che dormisse, la chiamò. Ma, non ritornando quella in sé, per quanto facesse e gridasse, e, intanto, essendosi egli acceso di quelle bellezze, la portò di peso sopra un letto e ne colse i frutti d'amore, e, lasciandola coricata, se ne tornò al suo regno, dove non si ricordò più per lungo tempo di quel caso.



Kinuko Y. Craft


Dopo nove mesi, Talia partorì una coppia di bambini, un maschio e una femmina, due monili splendenti, che, governati da due fate, apparse in quel palazzo, furono da esse posti alle mammelle della madre. E una volta che i bambini, volendo succhiare, non riuscivano a trovare il capezzolo, si misero in bocca proprio quel dito che era stato punto, e tanto lo succhiarono che ne trassero fuori la lisca. Subito parve che Talia si svegliasse da un gran sonno; e, vedutesi quelle due gioie accanto, porse loro il petto e le tenne care quanto la vita. Ma non sapeva rendersi conto di quel che le era accaduto, trovandosi sola sola in quel palazzo e con due figli allato, e vedendosi portare quel che le occorreva per mangiare senza scorgere persona alcuna.


Chris Beatrice


Il re, un giorno, si ricordò dell'avventura con la bella dormente, e, presa occasione da una nuova caccia in quei luoghi, venne a vederla. E, avendola ritrovata desta e con quei due prodigi di bellezza, ne ebbe un piacere da stordire. A Talia raccontò allora chi egli era e come era andato il fatto; e fecero tra loro amicizia e lega grande, ed egli rimase parecchi giorni in sua compagnia. Poi si accommiatò con promessa di venirla a prendere e condurla al suo regno; e, intanto, tornato a casa sua, nominava a ogni ora Talia e i figli.
Se mangiava, aveva Talia sulla bocca, e Sole e Luna (che questi erano i nomi dei bambini); se si coricava, chiamava l'una e gli altri. La moglie del re, che già dall' indugiare il marito a caccia aveva avuto qualche lampo di sospetto, a queste invocazioni di Talia, Luna e Sole fu presa da altro calore che di sole; e perciò, chiamato il segretario, gli disse: "Ascolta, figlio mio: tu stai tra Scilla e Cariddi, tra lo stipite e la porta, tra la grata e la sbarra. Se tu mi dici di chi mio marito è innamorato, ti fo ricco; e, se mi nascondi la verità, non ti fo più trovare né morto né vivo". E colui, da una parte sconvolto dalla paura, dall'altra tirato dall'interesse, che è una fascia agli occhi dell'onore, una benda della giustizia, uno sferracavallo della fede, le disse pane pane e vino vino.
Allora la regina mandò lo stesso segretario in nome del re a Talia, facendole dire che egli voleva rivedere i figli; ed essa, con grande gioia, glieli inviò. Ma quel cuore di Medea, tosto che li ebbe tra le mani, ordinò al cuoco di scannarli e farne diversi manicaretti e salse per darli a mangiare al misero padre.
Il cuoco, che era tenerino di polmone, al vedere quei due aurei pomi di bellezza, ne senti pietà, e, affidatili alla moglie perché li nascondesse, apparecchiò due capretti in cento varie pietanze. Quando fu l'ora del desinare, la regina fece portare le vivande; e, mentre il re mangiava di gran gusto, esclamando: "Com'è buono questo, per la vita di Lanfusa!", o "Com'è saporito quest'altro, per l'anima di mio nonno!", essa lo incoraggiava, dicendogli: "Mangia, che mangi del tuo". Il re, per due o tre volte, non fece attenzione a queste parole; ma poi, udendo la musica che continuava, rispose: "So bene che mangio del mio, perché tu non hai portato niente in questa casa". E, levatosi con collera, se ne andò a una villa poco lontana per acquietarsi.
Non ancora sazia la regina di quanto credeva di aver fatto, mandò di nuovo il segretario a chiamare la stessa Talia, col pretesto che il re l'aspettava; ed essa venne immediatamente, desiderosa di trovare la sua luce e non sapendo che l'attendeva il fuoco. Condotta innanzi alla regina, costei, con un volto da Nerone, tutta inciprignita, le disse: "Sii la benvenuta, madama Troccola! Tu sei quella fine stoffa, quella buon'erba che ti godi mio marito? Tu sei quella cagna malvagia, che mi fa stare con tante giravolte di capo? Va', che sei giunta al purgatorio, dove ti farò scontare il danno che mi hai fatto!".



Mascia Kurbatova


Talia cominciò a scusarsi che la colpa non era sua e che il marito aveva preso possessione dei suoi territori mentre essa era adoppiata. Ma la regina non volle intendere scuse, e, fatto accendere in mezzo allo stesso cortile del palazzo un gran fuoco, comandò che ve la gettassero dentro.
La misera, che si vide perduta, inginocchiatasi dinanzi a lei, la supplicò che le desse almeno tanto tempo da spogliarsi dei vestiti che aveva addosso. E la regina, non tanto per misericordia verso la sventurata quanto per risparmiare quegli abiti ricamati d'oro e di perle, le disse: "Spogliati, che mi contento".
Cominciò Talia a spogliarsi, e a ogni pezzo di vestito che si toglieva dalla persona gettava uno strido; tanto che, essendosi già tolta la roba, la gonna e il giubbone, quando fu a togliersi il sottanino, gettò l'ultimo strido, mentre al tempo stesso la trascinavano a fare la cenerata per l'acqua bollente da lavare le brache a Caronte. Ma, in quel punto, accorse il re, che, visto lo spettacolo, volle sapere tutto l'accaduto. E, avendo domandato dei figli, udi dalla stessa moglie, che gli rinfacciava il tradimento usatole, come glieli avesse fatti mangiare.
Il re si die in preda alla disperazione. "Dunque, sono stato io stesso - gridava - lupomannaro delle mie pecorelle? Oimè, e perché le vene mie non conobbero la fontana del loro stesso sangue? Ah, turca rinnegata, e quale ferocia è stata la tua? Va', che tu raccoglierai i torsoli, e non manderò cotesta faccia di tiranno al Colosseo per la penitenza!".
Cosi dicendo, ordinò che la regina fosse gettata nello stesso fuoco acceso per Talia, e insieme con essa il segretario, che era stato maniglia di questo tristo giuoco e tessitore della malvagia trama; e voleva fare il medesimo del cuoco, che credeva avesse tritato con la coltella i figli suoi. Ma questi gli si gettò ai piedi e gli disse: "Veramente, signore, non ci vorrebbe altra piazza morta pel servigio che ti ho reso che una calcara di bragia; non ci vorrebbe altro aiuto di costa che un palo dietro; non ci vorrebbe altro trattenimento che di storcermi e rattrappirmi nel fuoco; non ci vorrebbe altro onore che di veder mischiate le ceneri di un cuoco con quelle di una regina ! Ma non è questo il ringraziamento che attendo per averti salvato i figli, a dispetto di quel fiele di cane, che voleva farli uccidere per restituire al corpo tuo quello che era parte dello stesso corpo".
Il re, che udi queste parole, restò fuori di sé e gli pareva di sognare, né poteva credere quello che le sue orecchie sentivano. Poi, rivolto al cuoco, disse: "Se è vero che mi hai salvato i figli, sta' pur sicuro che ti toglierò dal girare gli spiedi e ti porrò nella cucina di questo petto a girare, come a te piacerà, le voglie mie, dandoti premi tali che ti chiamerai felice al mondo".



Nadezhda Illarionova


Mentre il re diceva queste parole, la moglie del cuoco, che vide il bisogno del marito, portò Luna e Sole dinanzi al padre, il quale, giocando a tre con la moglie e i figli, faceva mulinello di baci or con l'uno or con l'altro. E, data grossa mancia al cuoco e fattolo gentiluomo suo di camera, si prese in moglie Talia, la quale godette lunga vita col marito e i figli, conoscendo a tutta prova che quei ch'ha ventura,

il bene anche dormendo, ottiene.


Il Testo originale è nella Pagina: "G.B. Basile".