lunedì 29 luglio 2013

Il Pesciolino d'Oro, Fiaba Russa, Afanas'ev

ell'oceano, in mezzo al mare, sull'isola delle Cagnare, c'era una piccola izba cadente. In quella casetta vivevano un vecchio ed una vecchia. Vivevano in gran povertà; il vecchio, fatta una rete, se ne andava sul mare a pescar pesci, e solo così riusciva a guadagnarsi il suo cibo quotidiano. Una volta il vecchio aveva appena gettato la sua rete e cominciava a tirare; ma gli pareva così pesante come non gli era mai successo prima: poté appena tirarla fuori. Guarda: la rete era vuota; c'era in tutto e per tutto un solo pescetto; non era però un pesciolino semplice, ma d'oro. Con voce umana il pesciolino supplicò:
"Non prendermi, vecchietto! E' meglio che mi lasci andare nell'azzurro mare; vedrai che ti sarò utile: quel che desideri farò".
Il vecchio pensa e ripensa, poi dice:
"Io da te non ho bisogno di nulla: vattene a passeggiare nel mare!"
Gettò in acqua il pesciolino d'oro e tornò a casa.














La vecchia gli chiede:
"Ne hai preso molto, vecchio?"
"Un pesciolino d'oro in tutto e per tutto, e anche quello l'ho ributtato in mare; m'ha pregato tanto: lasciami nel mare azzurro! diceva; ti sarò utile: quel che desideri tutto farò! M'ha fatto pena quel pesciolino, non gli ho fatto pagar riscatto, l'ho messo in libertà gratis."
"Ah, vecchio diavolo! T'era capitata nelle mani la fortuna, e non hai saputo servirtene!".
La vecchia andò su tutte le furie; sgrida il vecchio, non gli dà pace:
"Potevi chiedergli almeno del pane! Presto non avremo più nemmeno più un tozzo secco, con che cosa ci riempiremo lo stomaco allora?"












Il vecchio non ne poteva più, andò dal pesciolino d'oro a chiedergli il pane; arrivò al mare e chiamò a gran voce:
"Pescetto, pescetto, vieni fuori! Metti il muso sulla proda, verso il mar punta la coda".
Il pesciolino nuotò a riva:
"Che ti serve, vecchio?"
"La vecchia s'è irritata, per pane m'ha mandato."
"Torna a casa, avrete tutto il pane che vorrete".






Il vecchio tornò:"Be', vecchia, c'è il pane?"
"Pane ce n'è abbastanza, ma guarda che malanno, s'è rotto il mastello e non so dove lavare la biancheria; va' dal pesciolino d'oro, chiedi che te ne dia uno nuovo."
Il vecchio andò al mare:
"Pescetto pescetto, vieni fuori! Metti il muso sulla proda, verso il mar punta la coda!"
Il pesciolino d'oro arrivò nuotando:
"Che t'occorre, vecchio?"
"La vecchia mi manda a chiedere un mastello nuovo."
"Bene, avrete anche il mastello".









Il vecchio torna, è appena sulla porta, e di nuovo la vacchia gli si lancia contro:
"Vai dal pesciolino d'oro - dice - e digli che ti costruisca un'izba nuova; nella nostra è impossibile vivere, solo a guardarla cade!"
Il vecchio andò al mare:
"Pescetto pescetto, vieni fuori! Metti il muso sulla proda, verso il mar punta la coda!"






Il pesciolino s'avvicinò nuotando, la testa verso il vecchio, la coda verso il mare e chiede:
"Cosa t'occorre, vecchio?"
"Costruisci un'izba nuova per noi; la vecchia grida, non mi dà pace: non voglio vivere in questa vecchia casa, dice, va a pezzi solo a guardarla!"
"Non t'affliggere, vecchio! Va' a casa e prega Dio! Tutto sarà fatto!"












Il vecchio tornò: nel suo cortile sta un'izba nuova, di quercia, con arabeschi intagliati. La vecchia gli corre incontro, più che mai infuriata, sgridandolo peggio di prima:
"Ah, vecchio cane! Non sai sfruttare la fortuna! Hai chiesto una capanna, e forse pensi che sia tutto fatto? No, torna un'altra volta dal pesciolino d'oro e digli: io non voglio essere contadino, voglio essere governatore, perché la brava gente stia ad ascoltarmi, e s'inchini fino alla cintola quando m'incontra".




Il vecchietto andò al mare e gridò a gran voce:
" Pescetto pescetto, vieni fuori! Metti il muso sulla proda, verso il mar punta la coda!"
Il pesciolino nuotò e venne, con la coda verso il mare, con la testa verso lui:
"Che ti serve, vecchio?"
Lui risponde:
"La vecchia non mi dà pace, è completamente esasperata, non vuol esser contadina, vuol diventare governatrice"
"Bene, non prendertela! Torna a casa e prega Dio! Tutto sarà fatto!"






Il vecchio tornò, e, invece dell'izba, vide innalzarsi una casa di mattoni a tre piani; nel cortile corrono i domestici, in cucina un cuoco si dà da fare; e la vecchia, in un ricco vestito di broccato, seduta su un'alta poltrona, impartisce ordini.
"Salute, moglie!", dice il vecchio.
"Ah, tu! Pezzo d'ignorante! Come osi chiamare moglie me, la governatrice? Ehi, gente! Prendere questo contadinaccio, portarlo nelle stalle e frustarlo facendogli quanto più male è possibile"
Subito arrivò di corsa la servitù, afferrò il vecchio per il colletto, e lo trascinò nelle stalle; gli stallieri cominciarono a fargli sentire le fruste, gliele fecero assaggiare così forte che quello poteva appena tenersi in piedi. Poi la vecchia lo mise a fare il portiere, ordinò di dargli una scopa perché pulisse il cortile, e che gli dessero da mangiare e da bere in cucina. Brutta vita per il vecchio: tutto il giorno a scopare il cortile, e se c'era appena appena un po' do sporco, subito nelle stalle! 'Che strega - pensa il vecchio - le ho dato la fortuna, ci si è intrufolata come un maiale, e me non mi calcola neppure come marito!'












Passò un bel po' di tempo, la vecchia si stancò d'esser governatrice; fa chiamare il vecchio e comanda:
"Vecchio diavolo, va' dal pesciolino d'oro e digli che non voglio essere governatrice, io voglio essere zarina!"
Il vecchio andò al mare:
"Pescetto pescetto, vieni fuori! Metti il muso sulla proda, verso il mar punta la coda!"
Il pesciolino d'oro arrivò: " Cosa t'occorre, vecchio?" "Sapessi cosa! La mia vecchia è peggio di prima, è fuori di sé: non vuol essere governatrice, vuol essere zarina!"
"Non prendertela! Va' a casa e prega Dio! Tutto sarà fatto!"
Il vecchio tornò e invece della casa c'è un palazzo alto dal tetto d'oro; tutto attorno camminano le sentinelle col fucile in spalla; dietro si stende un gran giardino, proprio avanti al palazzo c'è un prato verde; sul prato son raccolti dei soldati. La vecchia, vestita da zarina, uscì sul balcone con generali e con boiari, e cominciò a passare in rivista la parata dei militari: rullano i tamburi, la musica rimbomba, "urrà" gridano i soldati.














Passò del tempo, la vecchia si stancò d'esser zarina, ordinò di cercare il vecchio e di portarlo dinanzi ai suoi serenissimi occhi. Ci fu gran subbuglio, i generali s'affaccendavano, i boiari correvano:
"Che vecchietto vuole?"
Appena lo trovarono, in fondo al cortile, lo portarono dalla zarina.
"Ascolta, vecchio diavolo!- gli dice la vecchia - va' dal pesciolino d'oro e digli che non voglio esser zarina, voglio essere la sovrana del mare, perché tutti i mari e tutti i pesci mi obbediscano!"









Il vecchio avrebbe voluto rifiutare, ma come? Se non va, giù la testa! Si fece coraggio e andò al mare, arriva e dice:
"Pescetto pescetto, vieni fuori! Metti il muso sulla proda, verso il mar metti la coda!"
Il pesciolino d'oro non venne! Il vecchio lo chiamò un'altra volta: di nuovo niente! Lo chiama una terza volta: d'improvviso il mare rumoreggiò, s'agitò; prima era chiaro, limpido, ora s'oscurò tutto. Nuota a riva il pesciolino:
"Vecchio, cosa ti serve?"








"La vecchia è sempre più prepotente e capricciosa, ormai non vuol essere più zarina, vuol essere la sovrana del mare, vuol regnare su tutte le acque, vuol comandare tutti i pesci!"
Nulla disse il pesciolino d'oro, si voltò e si sprofondò nel mare.








Il vecchio tornò indietro, guarda e non crede ai suoi occhi: è come se il palazzo non fosse mai esistito, al suo posto c'è la vecchia izba cadente, e nell'izba è seduta la vecchia, in un abito stracciato. Ricominciarono a vivere come prima, il vecchio riprese a pescare; ma pieni fuori! Metti il muso sulla re, non gli capitò più di prendere il pesciolino d'oro.

Afanas'ev n.75

I fotogrammi sono tratti da un film di animazione sovietico del 1950, "Сказка о рыбаке и рыбке", ispirato dall'omonima fiaba di Puskin.

Su Youtube, il film.

giovedì 18 luglio 2013

La Fava Fatata, D. Comparetti

'era una volta un pover'uomo che non aveva né casa, né tetto, e stava sotto una pianta, seduto sopra un mattone. E aveva tre fave e stava vicino alla casa d'un mago.
Avvenne che questo poveretto piantò una di queste fave che crebbe alta come un albero, e lui ci montò sopra.
E va e va, arrivò sul tetto del mago che gli disse: "E ora cosa vuoi?".
Lui disse che era un povero diavolo senza casa, né tetto, e lo pregò di dargli una stanza da stare al coperto.
E il mago gli fece venir fuori un palazzo alto come il sole.
Quell'uomo ci entrò, ma non c'era neanco una seggiola da sedere, né letto da coricarsi.
E allora tornò a salir sulla pianta, e domandò al mago qualche seggiola e un letto.
E il mago batté colla bacchetta il terreno, e in un momento venne ogni cosa. Allora quell'uomo poteva star bene e godersela, ma cominciò a trovar la vita noiosa e gli venne voglia d'aver una compagna.
E torna sulla fava e domanda al mago che gli dia una donna.
E lui gli diede una nocciola d'oro e gli disse: "Quando tu sia giù, schiacciala e diventerà una bella donna che ti farà compagnia."
Lui fece appunto così, e la nocciola diventò una donna ch'era un occhio di sole, e tutti due se ne stavano allegri e contenti.




Ma a forza di star bene gli venne l'ubbia di star meglio, e tornò sull'albero a dir al mago, che era contento delle ricchezze e della donna; ma voleva essere principe o imperatore per essere nominato nel mondo. E quel mago gli disse: "Bestia, bestia! Tu cerchi il diavolo che ti molesti. Va', sarai duca".
La moglie per un po' se ne stette cheta, ma poi anche a lei venne l'ubbia di essere qualcosa di più, e spingeva sempre il marito a farselo concedere.




Lui non voleva perché sapeva come andavano le cose, ma la moglie gli stette tanto intorno, che quel povero infelice salì sull'albero di fava a domandare qualche cosa di più per la moglie.
Allora il mago gli disse di scendere che gliela darebbe.
E appena scese, patatrac! palazzo e fave sparirono.
Quell'uomo e quella donna restarono poveri come prima.
Seminarono di nuovo quelle tre fave, ma vennero su come tutte le altre fave, e ne ebbero appena da saziarsi per una mattina.

Da:
"Novelline Popolari Italiane", D. Comparetti

Il Pescatore e Sua Moglie,( o l'Avidità Punita), Grimm n.19

'era una volta un pescatore e sua moglie; abitavano in un lurido tugurio presso il mare, e il pescatore andava tutti i giorni a pescare con la lenza, e così fece per molto tempo. Una volta se ne stava seduto vicino alla lenza a guardare nell'acqua liscia come l'olio. Se ne stava così quando la lenza andò a fondo, giù giù, e quand'egli la sollevò c'era attaccato un grosso rombo. E il rombo gli disse:
“Ti prego, lasciami vivere; io non sono un vero rombo, sono un principe stregato. Rimettimi in acqua e lasciami andare!”
 “Eh, - disse l'uomo - non hai bisogno di fare tanti discorsi: un rombo che parla, l'avrei certo lasciato libero.” Lo rimise in acqua e il rombo si tuffò e lasciò dietro di sé una lunga striscia di sangue. L'uomo andò da sua moglie, nella lurida catapecchia, e le raccontò che aveva preso un rombo. Questi diceva di essere un principe stregato; poi lo aveva lasciato andare.
“E non gli hai chiesto niente?”, disse la donna.
“No - disse l'uomo - cosa dovrei chiedere?”
“Ah! - disse la donna - è pur brutto abitare sempre in questo buco! Puzza ed è così sporco! Vai e domandagli una piccola capanna.” L'uomo non voleva, tuttavia andò sulla riva del mare e, quando giunse, il mare era tutto verde e giallo. Egli andò fino all'acqua, si fermò e disse: 

Piccolo rombo, 
ticchete tacchete, 
Stammi a sentire, 
zicchete zacchete, 
Mia moglie parlar troppo suole, 
E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

Allora il rombo giunse nuotando e disse: “Be', che vuole dunque?”.
“Ah! - disse l'uomo - io ti avevo pur preso; ora mia moglie mi ha detto che avrei dovuto chiederti qualcosa. Non vuole più abitare in un buco, vorrebbe una capanna.”
“Va' a casa - disse il rombo - ce l'ha già.”
Allora l'uomo andò a casa e sua moglie era sulla porta di una capanna e gli disse:
“Vieni dentro, guarda, adesso è molto meglio”. E dentro alla capanna c'era una stanza, una camera da letto e una cucina. E dietro c'era anche un giardinetto con verdura e alberi da frutta e un cortile con polli e anitre. “Ah! - disse l'uomo - ora vivremo felici.”
“Sì - disse la donna - ci proveremo.”


Nielsen K.

Dopo un paio di settimane, la donna disse:
“Marito mio, la capanna è troppo stretta e il cortile e il giardino sono così piccoli! Vorrei abitare in un gran castello di pietra; va' dal rombo, che ce lo regali“.
“Ah, moglie - disse l'uomo - il rombo ci ha già dato la capanna: non posso tornare, se ne potrebbe avere a male.”
“Macché‚ - disse la donna - può benissimo farlo e lo farà volentieri!” Allora l'uomo andò con il cuore grosso, ma quando giunse al mare, l'acqua era tutta violetta azzurro cupa e grigia; però era ancora calma. Egli si fermò e disse:

Piccolo rombo, 
ticchete tacchete, 
Stammi a sentire, 
zicchete zacchete, 
Mia moglie parlar troppo suole, 
E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', cosa vuole?” disse il rombo.
“Ah! - disse l'uomo tutto turbato - mia moglie vuole abitare in un castello di pietra.”
“Va', è già davanti alla porta” disse il rombo.
Allora l'uomo andò a casa e sua moglie stava davanti a un gran palazzo.
“Guarda, marito mio - ella disse - com'è bello!” Entrarono insieme e dentro c'erano tanti servi, le pareti risplendevano e nelle stanze c'erano sedie e tavole tutte d'oro. E dietro il castello c'erano un giardino e un parco che si estendeva per un mezzo miglio, dov'erano cervi, caprioli e lepri; e un cortile con stalla e scuderia.
“Ah! - disse l'uomo - in questo bel castello si può essere contenti!”
“Vedremo - disse la donna - intanto dormiamoci su.” E andarono a letto. Il mattino dopo la donna si svegliò allo spuntar del giorno, diede una gomitata nel fianco dell'uomo e disse:
“Alzati, marito, potremmo diventare Re di tutto il paese”.
“Ah, moglie - disse l'uomo - perché mai dovremmo diventare Re; io non voglio!”
“Bene, allora voglio esserlo io.”
“Ah, moglie - disse l'uomo - perché‚ vuoi essere Re? Al rombo non piacerà.”
“Marito, - disse la donna - vacci difilato, io devo essere Re.” Allora l'uomo andò ed era tutto turbato che sua moglie volesse diventare Re. E quando arrivò al mare, il mare era tutto plumbeo e nero e l'acqua ribolliva dal profondo. Egli si fermò e disse:

 “Piccolo rombo, 
ticchete tacchete, 
Stammi a sentire, 
zicchete zacchete, 
Mia moglie parlar troppo suole, 
E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', che cosa vuole?” disse il rombo.
“Ah! - disse l'uomo - mia moglie vuole diventare Re.”
“Va' pure, che lo è già” disse il rombo. Allora l'uomo tornò a casa e quando arrivò al palazzo c'erano tanti soldati, trombe e timpani. Sua moglie sedeva su di un alto trono d'oro e diamanti e aveva una grande corona d'oro in testa; e al suo fianco stavano in fila sei damigelle, dalla più alta alla più piccola, così da formare una scala.
“Ah! - disse l'uomo - adesso sei Re?”
“Sì - rispose la donna - adesso sono Re”.
Dopo averla guardata per un po', egli disse:
“Ah, moglie, che bellezza che tu sia Re! Non c'è più niente da desiderare”.
“No, marito - disse la donna - mi viene in uggia, non posso più resistere: sono Re, ora voglio diventare Imperatore!”
“Ah, moglie - disse l'uomo - perché‚ vuoi diventare Imperatore?”
“Marito, - diss'ella - va' dal rombo: voglio essere Imperatore.”
“Ah, moglie - disse l'uomo - egli non può fare Imperatori, non posso dir questo al rombo.”
“Io sono Re - disse la donna - e tu sei mio marito, vacci subito!” Allora l'uomo andò e mentre camminava pensava: 'Non va, non va, Imperatore è troppo sfacciato; alla fine il rombo si stancherà.' Così arrivò al mare, l'acqua era tutta nera e gonfia e ci soffiava sopra un gran vento che la sconvolgeva. L'uomo si fermò e disse:

 “Piccolo rombo, 
 ticchete tacchete, 
 Stammi a sentire, 
 zicchete zacchete, 
 Mia moglie parlar troppo suole, 
 E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', che vuole?” disse il rombo.
“Ah! - disse egli - mia moglie vuole diventare Imperatore.”
“Va' pure, - disse il rombo - lo è già.” L'uomo se ne andò e, quando arrivò a casa, sua moglie sedeva su di un trono altissimo fatto di un solo pezzo d'oro, e aveva in testa una gran corona alta tre braccia; al suo fianco stavano gli alabardieri, l'uno più piccolo dell'altro, dall'enorme gigante al piccolissimo nano, grosso come il mio mignolo. E davanti a lei c'erano tanti principi e conti. L'uomo passò in mezzo a loro e disse:
“Moglie, sei Imperatore adesso?”.
“Sì - diss'ella - sono Imperatore.”
“Ah! - disse l'uomo contemplandola - che bellezza che tu sia Imperatore!”
“Marito - disse la donna - non incantarti! Ora sono Imperatore, ma voglio anche diventare Papa.”
“Ah, moglie - disse l'uomo - perché‚ vuoi diventare Papa? Di Papa ce n'è uno solo nella cristianità.” “Marito - diss'ella - voglio diventare Papa oggi stesso.”
“No, moglie - disse l'uomo -il rombo non può far Papi, questo non va.”
“Chiacchiere, se può fare Imperatori può fare anche Papi. Vacci subito!” Allora l'uomo andò, ma era tutto fiacco, le gambe e le ginocchia gli vacillavano, e soffiava un gran vento e l'acqua sembrava che bollisse. Le navi, in pericolo, invocavano soccorso, danzavano e saltavano sulle onde. Tuttavia il cielo era ancora un po' azzurro al centro, ma ai lati saliva un color rosso, come durante un gran temporale. Allora egli si fermò, sconfortato, e disse:

Piccolo rombo, 
 ticchete tacchete, 
 Stammi a sentire, 
 zicchete zacchete, 
 Mia moglie parlar troppo suole, 
 E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', cosa vuole?” disse il rombo.
“Ah! - disse l'uomo - mia moglie vuole diventare Papa.”
“Va' pure, - disse il rombo - lo è già.” Egli se ne andò e quando arrivò a casa sua moglie sedeva su di un trono alto tre miglia e aveva tre grandi corone in testa, intorno a lei c'erano tanti preti, e ai suoi lati c'erano due file di lumi, dal più alto, spesso e grosso come un'enorme torre, fino alla più piccola candela da cucina.
“Moglie - disse l'uomo guardandola - sei Papa adesso?”
“Sì - diss'ella - sono Papa.”
“Ah, moglie - disse l'uomo -che bella cosa che tu sia Papa! Moglie, ora sarai contenta: sei Papa, non puoi diventare niente di più.”
“Ci penserò” disse la donna. E andarono a letto, ma ella non era contenta e la cupidigia non la lasciava dormire: pensava sempre che cosa potesse ancora diventare. Quand'ella vide dalla finestra il Sole che sorgeva, pensò: 'Ah, non potrei forse far sorgere anche il Sole?'
Piena di rabbia, diede una gomitata al marito e disse: “Marito, vai dal rombo, voglio diventare come il buon Dio!”.
L'uomo era ancora addormentato, ma si spaventò tanto che cadde dal letto. “Ah, moglie - diss'egli - rientra in te e contentati di essere Papa.”
“No! - gridò la moglie e si strappò la camiciola di dosso - non sono tranquilla e non posso resistere quando vedo sorgere il Sole e la Luna e non posso farli sorgere io stessa. Voglio diventare come il buon Dio.”
“Ah, moglie, il rombo questo non lo può fare. Può fare Imperatori e Papi, ma questo non lo può fare!” “Marito - diss'ella, e gli rivolse uno sguardo terribile - voglio diventare come il buon Dio, va' subito dal rombo.” Allora l'uomo andò pieno di paura; fuori infuriava la tempesta che sconvolgeva i campi e sradicava gli alberi, il cielo era tutto nero, lampeggiava e tuonava; il mare si gonfiava in onde nere, alte come montagne e tutte avevano una bianca corona di spuma. Egli gridò:

Piccolo rombo, 
ticchete tacchete, 
Stammi a sentire, 
zicchete zacchete, 
Mia moglie parlar troppo suole, 
E ciò ch'io voglio lei non vuole!” 

“Be', cosa vuole?” disse il rombo.
“Ah! - rispose l'uomo - vuole diventare come il buon Dio.”
“Va' pure, che è tornata nel suo lurido tugurio.”
E ci stanno ancora.




Grimm n.19, "Von den Fischer und siine Fru"
Classificazione: AaTh 555 [The Fisherman and His Wife]

Il testo in lingua originale è nella pagina Brüder Grimm.


lunedì 15 luglio 2013

Il Soldato e la Candela Magica, l'Aladino dei Paesi Baschi

'erano una volta tre soldati. Erano morti di fame; uno dei tre andò in un podere e tornò mangiando patate crude. I compagni gli dissero: "Dacci delle patate, anche noi abbiamo fame".
"Andate dove le ho trovate io - rispose lui - Ve ne sono in abbondanza". Mentre gli altri si recavano in quel podere, egli corse via. Arrivò di notte in una locanda e chiese ospitalità: ma la padrona, pensando che non avesse un soldo, gliela rifiutò.
"Mi basta un angolino qualsiasi" supplicò lui. Allora la padrona, mossa a pietà, lo fece rimanere.
Il giorno dopo, ella gli chiese se in cambio dell'ospitalità gli avrebbe fatto un favore. Alla risposta affermativa di lui, gli disse:
"Vedi quel palazzo lì di fronte? Nessuno può entrarvi. Vi sono tre cani terribili sui tre pianerottoli della scala. Ci andrai?".
"Dammi tre pani per quei cani e ci andrò!"
Dandogli i pani, la padrona aggiunse:"Arrivando al terzo pianerottolo, vedrai una porta: la aprirai e vi troverai una candela nera: è questa che mi devi portare".
Il soldato entrò nel palazzo, sistemò i cani con i tre pani ed entrò attraverso la porta in una stanza dove, sopra un mucchio di denaro, era collocata una candela nera.
Per prima cosa afferrò la candela, poi si riempì di denaro dalla testa ai piedi e se ne tornò alla locanda.
La padrona gli chiese subito la candela, ma il soldato pagò il conto e si tenne la candela.
Il soldato si allontanò andandosene verso la città.
Sulla strada s'imbattè in un'altra locanda e chiese ospitalità. Dal momento che aveva l'aria di un poveraccio, i padroni non volevano dargli ospitalità. Ma lui insistette che gli bastava un buchino per dormire. Allora il padrone lo condusse in una stanza della cantina per la notte.
Lì dentro il soldato cominciò a contare il denaro.
Quando i locandieri sentirono il tintinnio dei soldi, gli dissero:
"Amico, abbiamo un'altra camera migliore per te: vieni!"
Ma lui rifiutò, dicendo che quella che aveva gli andava bene.
La mattina seguente il padrone della locanda avvertì il re che aveva come ospite un soldato con molto denaro.
Il re gli rispose che lo invitasse a pranzo al suo palazzo.
Il soldato si recò al palazzo del re e mangiò con lui.
Dopo il pranzo il re lo invitò a giocare.
Il soldato allora si mise in un angolo in disparte e accese la candela. Subito comparve un gigante che gli chiese:
"Che vuoi? Sono disposto ad esaudire i tuoi desideri!"
"Voglio vincere tutte le partite che giocherò con il re e i suoi dignitari."
"E sia!"
Il soldato infatti vinse il re a tutte le partite, e, tornato alla locanda, continuò a giocare e a vincere tutti i suoi avversari.
Allora il re se lo portò a palazzo. Ma il soldato di notte s'introdusse nella camera della figlia del re. Questa, sentendo dei rumori, avvertì il padre, che, per scoprire chi fosse il ladro, lasciò nella stanza un orologio d'oro. Il giorno dopo l'orologio fu scoperto nella camera del soldato e questi venne imprigionato e condannato a morte.
Il soldato allora accese di nuovo la candela nera.
Ricomparve il genio che gli chiese:
"Che vuoi? Sono pronto a esaudire tutti i tuoi desideri!"
"Uccidi tutti gli uomini che il re invierà per uccidermi!"
"Moriranno!"
Il re inviò dei soldati per uccidere il prigioniero, ma tutti morirono e lui si salvò. Intimorito, il re accolse di nuovo il soldato in casa sua e gli diede sua figlia.
La figlia del re chiedeva insistentemente a suo marito perché portasse sempre con sé quella candela nera e il soldato un giorno le raccontò tutto.
Accadde che un giorno la dimenticasse nel suo appartamento. La figlia del re, a conoscenza del segreto, l'accese e quando comparve il gigante gli disse:
"Porta via mio marito, in un luogo così remoto che io non debba mai più rivederlo!"
Così fu fatto e il soldato si ritrovò in un deserto remoto dove poteva mangiare solo erba. Nel frattempo la figlia del re si sposò con un altro.
Un'aquila andò dal soldato e gli disse:
"Tu che sei stato un uomo così fanfarone, eccoti qui umiliato!"
"E' vero", disse di rimando lui.
"Io ti devo comunque ringraziare. Ho mangiato tutte le carni putride degli uomini e degli animali che hai fatto ammazzare. Che vuoi adesso?"
"Che mi riporti al palazzo reale."
L'aquila lo afferrò e lo portò via. Ma durante il viaggio ebbe sete e, lasciato il soldato sopra un picco, andò a cercare acqua.
Il soldato fu preso dalla disperazione quando vide che l'aquila non tornava. Ma alla fine essa giunse e lo portò al palazzo del re. Lì il soldato incontrò la serva della figlia del re e ne divenne amico.
Un giorno le chiese:" Il padrone e sua moglie stanno bene?"
"Sì, molto bene", rispose la donna.
"Sai - aggiunse lui - dove si trova una certa candela nera?"
"Sopra il caminetto", rispose lei.
"Desidererei che me la portassi."
E la serva glielo consegnò.
Il soldato l'accese, pronunciando le parole di sempre.
Quando apparve il gigante, gli disse:"Porta la figlia del re nel luogo dove sorge il sole e il marito là dove esso tramonta".
"Sarà fatto", rispose il genio.
E la figlia del re e il suo secondo marito furono trasportati da parti opposte.




Da:
"Misteri e Magie dei Paesi Baschi", Arcana editrice

mercoledì 10 luglio 2013

La Cassetta Miracolosa, Afanas'ev (Russia)

'erano un vecchio e una vecchia che avevano un figlio ormai grande; il padre non sapeva cosa insegnare al figlio, e pensò di metterlo come apprendista presso un mastro a fare tutte le cose. Andò in città e fece un patto con un mastro, che il figlio avrebbe imparato da lui per tre anni, durante i quali non sarebbe potuto tornare a casa che una sola volta. Accompagnò il figlio. Ecco che il ragazzo vive lì un anno e un altro; ben presto egli imparò a fare oggetti preziosi, superando lo stesso padrone. Una volta fece un orologio da cinquecento rubli e lo mandò al padre. "Che lo venda - dice - e rimedi alla sua povertà!" Ma come avrebbe potuto mai venderlo il padre? Egli non faceva che guardare l'orologio, perché l'aveva fatto il figlio.
Il tempo trascorre, il ragazzo deve rivedere i genitori. Il padrone, che era un mago, dice:"Va', hai tempo tre ore e tre minuti, se non torni entro il termine, sarà la morte per te!".
Pensa lui:'Come farò a raggiungere mio padre, che sta a tante versty lontano?'
Dice il mastro: "Prendi questa carretta; non appena ti sarai seduto, strizza l'occhio".
Il nostro ragazzo così fece; strizzò appena l'occhio che già era a casa dal padre; scende, va all'izba: non c'è nessuno! Gli è che il padre e la madre, nel vedere una carrozza avvicinarsi alla casa, dallo spavento s'erano nascosti sotto una panca vicino alla stufa; a fatica egli riuscì a farli venir fuori. Cominciarono a salutarsi; la madre piange, è da tanto che non lo vede. Il figlio aveva portato loro dei regalucci. Tra saluti e chiacchiere il tempo corre; tre ore son già passate, restano solo tre minuti, poi due, poi uno solo. Dice il Maligno al ragazzo:"Va',presto! Sentirai il padrone!" Il ragazzo, che era zelante, salutò e partì; presto si ritrovò a casa, entrò nell'izba: il padrone gli si gettò contro dicendo che aveva oltrepassato il termine, che l'avrebbe fatto tormentare dal diavolo; ma lui lo supplicò, cadde ai suoi piedi: "Perdono, ho passato il termine ma non lo farò più!". Il padrone lo sgridò solamente, ma poi lo perdonò.
Di nuovo il nostro ragazzo vive lì; e faceva gli oggetti meglio di tutti. Il padrone pensa che se il ragazzo se ne va, gli porta via tutto il lavoro - era diventato più bravo del mastro! - e gli dice: "Lavorante! va' nel regno sotterraneo, e portami qui una cassettina che sta sul trono del re". Fecero dei canapi lunghi, cucirono canapo a canapo e a ogni cucitura legarono un campanellino. Il padrone cominciò a calarlo in un certo burrone, e gli dà ordine: "Se riesci a raggiungere la cassettina, tira subito la corda; i campanelli suoneranno e il padrone sentirà". Il ragazzo si calò sottoterra; vede una casa, vi entra; dodici contadini s'alzaron tutti in piedi, fecero un inchino, e tutti a una voce:
" Buongiorno Ivan zarevic!" dissero. Il ragazzo si stupì: quanto onore!
Entra in un'altra stanza: era piena di donne; anche quelle s'alzarono, s'inchinarono, dissero:"Salute, Ivan zarevic!". Tutta quella gente era stata fatta scendere dal mastro. Il ragazzo passa alla terza stanza, vede un trono, sul trono una cassetta; la prese e se ne andò, portandosi dietro tutta quella gente. Arrivarono alla corda, la tirarono, legarono un uomo: il padrone lo tirò su; il ragazzo pensava di salire per ultimo, con la cassetta. Il padrone ne tirò fuori la metà; d'un tratto corse da lui un lavorante a chiamarlo a casa in fretta: era successa una disgrazia. Il padrone andò, lasciando l'ordine di tirar fuori dalla terra tutti, ma non il figlio del contadino. Be', tutta la gente venne tirata su con le corde, ma il ragazzo lo lasciarono lì. Va e va nel regno sotterraneo, ed ecco, la cassetta cominciò a scricchiolare, e d'improvviso balzarono fuori dodici giovanottoni; dicono: "Cosa comanda, Ivan zarevic?"
"Tiratemi di sopra!" Subito i giovanotti lo afferrarono e lo tiraron fuori. Il ragazzo non andò dal suo padrone, ma si recò dritto dal padre. Frattanto il padrone si ricordò della cassetta, corse al burrone, tira tira la corda, il lavorante non c'era più! Pensa il mastro:'E' chiaro che se n'è andato da qualche parte! bisogna mandargli dietro un uomo".
Intanto il figlio del contadino se ne stava col padre; sceglie un bel luogo, scuote la cassetta fra le mani, e d'improvviso compaiono ventiquattro giovani: "Cosa comandate, Ivan zarevic?"
"Andate nel tal posto, create un reame che sia il migliore di tutti i reami".
Nello stesso momento il reame apparve! Il nostro ragazzo si trasferì lì, si sposò e cominciò a vivere con tutti i comodi. C'era nel suo reame un bambinello molto brutto d'aspetto, e sua madre andava ogni giorno da Ivan zarevic a chiedere la carità. Il bambino le comanda: "Mammina! Ruba la cassetta del nostro re". Ivan zarevic non era in casa; sua moglie diede la carità alla vecchia ed uscì. La vecchia afferrò la cassetta, la mise nella borsa e via dal figlio. Quello scuotè la cassetta, uscirono i giovanotti. Lui comanda loro di gettare Ivan zarevic in una fossa profonda, dove buttavano solo le bestie che crepavano e di mettere la moglie e i genitori chi a fare il servitore, chi in un altro posto; e lui divenne re.
Ecco che il figlio del contadino sta nella fossa un giorno, un altro e un terzo. Come tirarsi fuori? vide un grosso uccello che trascinava via le carcasse; una volta gettarono nella fossa una bestia crepata, lui prese e si legò stretto a lei. L'uccello volò, afferrò la bestia e la tirò su, poi andò a posarsi su un abete; Ivan zarevic era lì appeso, senza potersi slegare. Ecco sbucar fuori un fuciliere, prese la mira, sparò. L'uccello starnazzò e volò via, lasciando cadere la mucca dalle grinfie; la bestia cadde, e con lei cadde Ivan zarevic; si slega, si mette in cammino, e pensa come recuperare il suo reame. Si toccò in tasca: c'era la chiave della cassetta; l'agitò: eco apparir d'un tratto due giovani gagliardi:
"Cosa comandate, Ivan zarevic"
"Fratelli, sono nelle avversità!"
"Questo lo sappiamo; sei fortunato ancora, che siamo rimasti noi due della chiave!"
Ivan zarevic non fece a tempo a dirlo che i due avevan già portato la cassetta! Qui egli si rianimò, ordinò di mettere a morte la vecchia mendicante e il figlio, e lui ridivenne re come prima.


Dugina O. 



Afanas'ev n.189 - (La Cassetta Miracolosa o La Scatola Magica)

lunedì 8 luglio 2013

L'Acciarino e altre Illustrazioni, Heinrich Strub











 


Illustrazioni da "A Journey Round my Skull", presente nel blogroll.

L'Acciarino Magico... a Teatro


Ho trovato, un po' per caso, questo teatrino di carta* - da ritagliare -  che trovo davvero delizioso, Qui.
Il Blog "A Journey Round my Skull" è ospitato nel mio blogroll. Sempre da questo Blog ho preso altre illustrazioni ispirate da "L'Acciarino", come quelle di Heinrich Strub, nel post a seguire.
*(Ho qualcosa del genere, in carta e ossa, tra cui una vecchia edizione di Cenerentola).