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venerdì 29 aprile 2016

La Storia di Lamia. Eppure la Amo

Eppure la amo. Le amo. Appartiene a quelle che chiamo "Regine Spodestate", le antiche Dèe scalzate dalle nuove religioni, deposte, frantumate, demonizzate. "O Venerate dal Tremendo Sguardo", le chiama Sofocle per bocca di Edipo. Il Destino, il mistero stesso della Vita, la Fecondità e la Morte. La lontananza dai mortali - troppo enigmatica e complessa e assoluta la loro essenza - che ne aumenta il mistero e alimenta il timore. Sopravvissero agli Dèi "moderni", gli Olimpici, che le temevano e le ascoltavano. Brandelli di ciò che erano riemersero, sconvolti, sovvertiti, incompresi, nelle nuove storie. Lamia (Λάμια) riassume molti aspetti di questa Inversione, come la definirebbe Propp. E la genesi dell'Inversione, ovvero l'involuzione deformante di ciò che furono, è involontariamente rappresentata nei miti.



H.J. Draper



Nascono bellissime, e Lamia, che fosse raccontata come figlia di Poseidone o del re libico Belo, lo era, tanto da affascinare il "nuovo" Re degli Dèi, Zeus. Era buona e feconda e partorì molti figli e belli all'amante prestigioso. Hera, la sposa ufficiale, sterminatrice dei frammenti dell'Unica, accanita custode della sua forzata sterilità, li uccise tutti, o - si dice anche - le indusse una follia omicida che la costrinse a ucciderli con le sue proprie mani. Hera è la Dèa olimpica che mi è meno simpatica in assoluto. E' lo sgherro, il sicario del nuovo ordine. Là dove la regalità maschile non potrebbe che sbriciolarsi nella meschinità, interviene la pochezza della sua proverbiale gelosia femminile e riporta lo stato delle cose nella "giusta" direzione. Per assurdo, sia nel mondo greco che in quello romano, è associata alla maternità, alla fecondità, e, più comprensibilmente, all'amore coniugale, di cui è spietata guardiana.


H.J. Draper


Tornando a Lamia, Hera non si limita ad ucciderle i figli. La tortura negandole il Sonno. Non è difficilissimo leggere anche questa ulteriore crudeltà di Hera. Mutilata nella sua fecondità, privata del Sonno, ovvero dei Sogni, della Seconda Vista, Lamia viene soccorsa dal prode Zeus, che, come sempre, mitiga le efferatezze della consorte, nel ruolo della Fata più giovane che ammorbidisce la maledizione (profezia) della vecchia Fata al battesimo di Aurora.

giovedì 7 novembre 2013

Il Diavolo, la Servetta e la Padrona, Val d'Aosta

Quart, un tempo, c'era una contadina che possedeva campi e animali ed era ricca abbastanza da tenersi una serva. Le affidava i lavori più pesanti, mentre lei si occupava di piccole faccende, e la teneva d'occhio, per vedere che non perdesse tempo. Corri di qua, corri di là, la serva, quando arrivava sera, tante volte non ne poteva più. Un giorno che doveva sparpagliare il letame in un campo poco lontano da casa, la ragazza sospirava forte, maneggiando il forcone, che le sembrava diventare sempre più greve. Un forestiero che passava di lì si fermò per vederla lavorare. Era un giovane alto, vestito di nero; le teneva gli occhi addosso da un bel pezzo, e non le aveva ancora rivolto la parola.
"Divertente stare a guardare la gente che fatica!", borbottò la ragazza infastidita. "Sono pronto a darti una mano", ribattè il giovanotto.
"E chi vi paga? La padrona è avara ."
"Puoi pagarmi tu. Se vuoi, stanotte vengo a prenderti e ti porto via."
"Non vado con chi non conosco", replicò scontrosa.
"Neppure... vediamo, neppure se ti dico che ti sposo?"
La serva sgranò tanto d'occhi sul forestiero vestito di nero, e lo trovò un bell'uomo, robusto e disinvolto.
"E perché mai dovreste sposare proprio me?", domandò diffidente.
"Perché ho visto come sai lavorare - replicò l'altro - Vedi, la mia casa è grande, e mi serve una moglie che sia giovane e svelta come te."
La ragazza era incerta, perché dei forestieri non c'è mai da fidarsi. Gettò un'occhiata verso casa e si accorse, dal gesto che le fece, che la padrona si stava spazientendo, vedendo che stava perdendo tempo a chiacchierare.
"Intanto ho da finire il mio lavoro, se no, poi, quella là la sento io."
E stava per rimettersi d'impegno, ma l'altro la trattenne.
"Se accetti di venire via con me, questo letame te lo sparpaglio io in un momento. E, da domani, non avrai più né padrona né rimbrotti."



Von Blaas E.


"D'accordo, allora", disse la ragazza. Gli passò il forcone e rimase a guardare. Lo sconosciuto maneggiava abilmente l'arnese, ed era un piacere vedere con quale agilità si spostava per quanto era lungo e largo il campo.
'Sembra un capretto', pensò la ragazza; e, facendosi attenta, scoprì che del capretto, appunto, aveva i piedi. Cornetta* era contento, perché aveva trovato qualcuno da portarsi all'inferno, e lavorava deciso, trovando ben ripagata la fatica. Sparpagliò il concime svelto svelto, poiché aveva altri impegni da sbrigare e, quand'ebbe finito, tornò dalla ragazza, che era rimasta con le mani in mano. "Questa è fatta - le disse - Verrò da te a mezzanotte in punto."
"Io sarò nel mio letto ad aspettarvi, perché casco dal sonno, la sera - promise la servetta; e subito aggiunse, abbassando lo sguardo, ritrosa - C'è una cosa, però, che vorrei dirvi".
"Parla!", sollecitò Cornetta.
"Voi siete così bello ed elegante che mi rattrista farvi sfigurare. Per esser degna di voi, dovrei avere un conveniente abito da sposa: ma mi mancano i soldi per comprarlo."
Cornetta, che è un gran vanitoso, compiaciuto di quelle parole, trasse di tasca una borsa di monete d'oro.
"Vatti dunque a comprarti il vestito e fatti bella", raccomandò ridendo alla fanciulla; e si allontanò saltellando sui suoi piedi di capra. La padrona, che se n'era stata zitta a guardare quel forestiero che si dava da fare nel campo lavorando per quattro, quando se ne fu andato tempestò di domande la serva.
"Chi era? Di dove veniva? Che cosa ti ha detto? Che c'è dentro la borsa che ti ha dato?"
"È uno che va in giro per il mondo a premiare chi fa i lavori più pesanti", rispose la ragazza, facendole tintinnare sotto il naso il suo sacchetto di monete d'oro. E andò a chiudersi in camera sua . Prese un sacco, lo riempì di granturco e, acconciato di cenci e di nastri, lo aggiustò sul suo letto, perché sembrasse uno che vi dormisse.
Quando Cornetta puntuale arrivò a mezzanotte, vide il fantoccio coperto di stracci e, scambiandolo nel buio per la sposa vestita di trine, lo ghermì con gli artigli rapaci e scomparve tra lingue di fuoco. La serva si godè l'oro dell'inferno, e la padrona si sobbarcò da quel giorno i lavori più grevi, sempre con la speranza che, un giorno o l'altro, ripassasse da Quart il prodigo benefattore di chi tanto fatica.

Da: "Il Fiore del Leggendario Valdostano", di T. Gatto Chanu

*Cornetta, in Val d'Aosta viene chiamato il Diavolo (così come "Naso d'Argento" in Piemonte).

lunedì 28 ottobre 2013

La Vedova e il Diavolo, fiaba Russa

'era una volta un contadino che aveva una bella moglie; gli sposi si amavano molto e vivevano d'amore e d'accordo. Passò qualche tempo e  il marito morì. La povera vedova lo seppellì ed incominciò a diventare malinconica, a piangere, a disperarsi. Pianse per tre giorni e tre notti senza interruzione; al quarto giorno, a mezzanotte in punto, le compare dinanzi il diavolo, nelle fattezze del marito. Lei si rallegrò tutta, gli si gettò al collo e domanda:
"Come hai fatto a venire?"
"Sentivo che tu, poveretta, piangevi per me così amaramente!- dice - Mi facevi pena, ho chiesto il permesso e son venuto".



Si mise a dormire con lei al mattino, non appena i galli cantarono, si dissolse come fumo. Il diavolo andò da lei un mese e un altro; lei non racconta niente a nessuno, ma intanto diventa sempre più magra, si scioglie come una candela sul fuoco!
Una volta viene dalla vedova la vecchia madre, comincia a chiederle:
"Perché sei così magra, figliola?"
"Dalla gioia, mammina!"
"Che gioia?"
"Il mio defunto marito viene da me ogni notte"
"Ah, stupida! che marito, quello è il diavolo!"
La figlia non le crede.
"Beh, ascolta allora quel che ti dico quando verrà a farti visita, e si siederà a tavola, tu fa' cadere apposta il cucchiaio, e quando t'abbasserai, guardagli fra le gambe".
La vedova diede ascolto alla madre: come arrivò il diavolo. lei fece cadere il cucchiaio sotto la tavola, s'abbassò a cercarlo, gli guardò fra le gambe e vide che aveva la coda. Il giorno dopo corse dalla madre.
"Ebbene, figliola era vero?"
"E' vero, mammina! che posso fare, me infelice?"
"Andiamo dal pope".
Andarono, gli raccontarono tutto com'era; il pope cominciò a esorcizzare la vedova, tre settimane la esorcizzò riuscì a fatica ad allontanare il demonio da lei!

Afanas'ev n. 121

venerdì 14 giugno 2013

Il "Pifferaio Magico" degli Spiriti Maligni, in Val d'Aosta

Il Dente del Gigante

( J.-S.Favre, “La légende de la Dente du Géant”)




anti tanti anni fa la valle d'Aosta era infestata da spiriti malvagi di ogni specie, che causavano continui disastri. Tendevano agguati ai viandanti, schiacciandoli sotto enormi massi che rotolavano lungo i fianchi dei monti, o toglievano loro la terra sotto i piedi, per farli precipitare in un burrone; stracolmavano laghi e torrenti, dando poi stura d'improvviso alle acque, che travolgevano messi rigogliose, mutando fertili terre in forre desolate, erano capaci persino di scalzare una becca, per seppellire sotto il suo crollo un paese. La gente viveva in continuo terrore, perché ogni giorno quelli esseri maligni inventavano qualcosa di nuovo, per dare sfogo al loro istinto perverso. Un giorno qualcuno portò la notizia che in un paese lontano viveva un mago sapiente capace di imporsi con le sue arti magiche alle forze del male. Andarono dunque a chiamarlo, perché liberasse la valla dagli spiriti che continuavano ad imperversare, senza che alcuno potesse ostacolarli in qualche modo. E tanto lo supplicarono che infine, impietosito, accondiscese a seguirli.
Quando fu a Pont-Saint-Martin, dove ha inizio la valle, il mago si fermò e, tratto fuori il suo libro di magia, vi lesse incomprensibili parole. Gli spiriti cattivi dei dintorni subito gli si fecero attorno, docili al suo comando, mentre dalla valle del Lys, attratti dall'irresistibile richiamo, i geni dei monti scendevano a frotte, uscendo come un nugolo di corvi da boschi e da radure, sbucando dagli anfratti rocciosi e abbandonando le gore tenebrose dei torrenti.
Il mago impose a tutti di seguirlo, e riprese il cammino, di tanto in tanto pronunciando le sue formule fatate.
Le potenze maligne sbucarono a caterve dalla valle di Champorcher e da quella di Ayas, e a Montjovet si unì alla schiera, con spaventoso clangore, l'orda malvagia che affluiva dalla vallata del Marmore.
Quando giunse ad Aosta, il mago attese che dalla Coumba Frèida scendesse la nuvola nera che vi si andava formando; poi riprese il cammino verso l'alta valle, tra il tumultuoso volo degli spiriti, che, man mano gonfiandosi, aveva finito con l'oscurare il cielo.
Ubbidendo al richiamo, i geni del male scesero da Cogne, Valsavarenche e Rhémes; lo stuolo della Valgrisenche si congiunse alla schiera, che s'ingrossò ancora a La Salle e La Thuile.
A Courmayeur, dopo aver chiamato i dispettosi folletti dell'Allèe Blanche e della val Ferret, il mago convogliò la turba tumultuante verso la gigantesca prigione che l'attendeva, nel deserto di ghiacci del Monte Bianco. Ad uno ad uno gli spiriti vi entrarono, piegandosi ad un'invincibile forza: e dietro l'ultimo si richiuse, per sempre, la porta di roccia.
Da allora, l'ardita torre del Dente del Gigante regge all'urto dei geni cattivi, che disperatamente, invano, tentano di uscire, spezzando l'incantesimo del mago.

Da "Le più belle fiabe popolari italiane”, a cura di Cecilia Gatto Trocchi, Newton Compton.




Il bello di essere ammaliati dalle tradizioni popolari, dal folklore, dalla mitologia, dalle leggende e dalle fiabe è il continuo fluire di collegamenti, più o meno misteriosi, influssi, impulsi, istinti, immagini, che se, da una parte, ti conducono un po' per conto loro, dall'altra, offrono uno stimolo incessante a tentar di dipanare relazioni sotterranee, insospettabili intrecci, fino a leggere con occhi diversi non solo la storia, suscettibile da sempre a pencolare pericolosamente tra mito e leggenda, ma addirittura la cronaca recente.


Mab



sabato 1 giugno 2013

Yuki Onna, la Signora delle Nevi Giapponese

Yuki On Na  è la Signora delle Nevi giapponese, la Regina della neve, lo Spirito dell'Inverno che con la fiaba di Andersen effettivamente ha qualche punto in comune. Talvolta essa appare con l'aspetto di donna mortale, si sposa e ha dei figli, a volte, invece, appare durante le bufere di neve o semplicemente sulle montagne innevate, attira gli uomini, li fa innamorare di sé e li fa morire congelati. [Aggiungo una curiosità: in D&D Oriental Adventures Yuki On Na è un non morto, un fantasma, oltre che la Signora delle Nevi... Probabilmente perché nell'iconografia giapponese i fantasmi sono spesso belle donne vestite di bianco e la cosa ci stava bene... ]
Ecco una leggenda che riguarda la Dama delle Nevi [...]




In un villaggio della provincia di Musashi vivevano due taglialegna: Mosaku e Minokichi. Mosaku era un vecchio e Minokichi, il suo apprendista, era un ragazzo di diciotto anni. Ogni giorno, i due si recavano in un bosco vicino al villaggio, e sulla strada si trovava un ampio fiume da oltrepassare, per cui erano costretti a farsi traghettare dall'altra parte. Qualche volta si era tentato di costruire un ponte dove si trovava il traghetto, ma ogni volta il ponte era stato portato via dalla corrente. Una notte Mosaku e Minokichi si erano attardati più del solito e stavano tornando a casa, quando furono sorpresi da una tempesta di neve. Raggiunsero il fiume, ma si accorsero che il traghettatore se n’era andato abbandonando la sua barca sulla riva opposta. Non potendo ovviamente attraversare il fiume a nuoto, i due si rifugiarono nella capanna del traghettatore. Nella capanna non c’era alcun posto per accendere un fuoco: era soltanto una baracca con una porta e nessuna finestra. Mosaku e Minokichi rinforzarono la porta e si coricarono, coprendosi alla meglio per non morire congelati. Dapprima non sentirono molto freddo, e pensarono che la tempesta sarebbe presto cessata. Mosaku si addormentò quasi subito, ma Minokichi restò sveglio a lungo, ascoltando il terribile vento e il rumore della neve contro la porta. Il vento prese ad alzarsi, e la capanna cominciò ad ondeggiare. L’aria si faceva di momento in momento più fredda. Ma alla fine, nonostante la paura, anche lui si addormentò. Fu risvegliato dalla neve che gli cadeva sul viso. La porta della capanna era stata forzata e, al chiarore prodotto dalla neve, vide una una donna tutta vestita di bianco all'interno della casupola. Stava china su Mosaku e alitava il suo fiato su di lui, e il suo fiato era come un luminoso fumo bianco. Quasi nello stesso istante, la donna si volse verso Minokichi e si chinò su di lui. Minokichi cercò di scappare ma era terrorizzato. La donna bianca si chinò sempre più giù verso di lui, finché il suo viso lo toccò. Allora egli vide che era molto bella e pensò che i suoi occhi lo spaventavano. Lei continuò a guardarlo senza però fare nulla, poi sorrise e sussurrò: “Volevo fare a te quello che ho fatto all’altro uomo, ma non posso fare a meno di provare compassione per te, perché sei tanto giovane... Sei un bel ragazzo, e non voglio farti del male. Ma se mai racconterai a qualcuno, sia pure alla tua stessa madre, quello che hai visto questa notte, io lo verrò a sapere, e allora ti ucciderò... Ricordati quel che ti dico!”
Con queste parole, gli volse le spalle e oltrepassò la porta. Minokichi si accorse allora che era in grado di muoversi, saltò in piedi e guardò fuori. Ma la donna non si vedeva da nessuna parte, e la neve si introduceva con furia nella capanna. Minokichi chiuse la porta e la sprangò assicurando parecchi ciocchi di legno contro di essa. Si meravigliò che il vento avesse soffiato tanto da aprirla e pensò, senza tuttavia riuscire ad averne la certezza, che aveva soltanto sognato e che probabilmente aveva scambiato il barlume della neve sulla porta per una donna bianca. Chiamò Mosaku e si spaventò perché il vecchio non rispondeva: allungò la sua mano nell’oscurità, sfiorò il viso di Mosaku e si accorse che era fatto di ghiaccio! Mosaku era irrigidito e morto...Al cessare della tempesta, quando il traghettatore tornò alla sua capanna poco dopo il sorgere del sole, trovò Minokichi che giaceva privo di sensi accanto al corpo congelato di Mosaku. Minokichi fu subito soccorso e presto ritornò in sé, ma rimase malato a lungo per gli effetti del freddo di quella terribile notte. Aveva anche subìto un grande spavento per la morte del vecchio, ma non disse nulla della visione della donna in bianco. Non appena stette di nuovo bene, riprese la sua occupazione, recandosi ogni mattina da solo nel bosco e facendo ritorno al calar della sera con le sue fascine di legna che la madre lo aiutava a vendere.
Una sera, l’inverno dell’anno seguente, mentre si trovava sulla via di casa, oltrepassò una ragazza che stava facendo la sua stessa strada. Era una ragazza alta, snella e di bella presenza, che rispose al saluto di Minokichi con una voce piacevole a udirsi come il canto di un usignolo. Minokichi allora si mise a camminare accanto a lei e cominciò a parlare. La ragazza disse che si chiamava O-Yuki, che era da poco rimasta orfana di entrambi i genitori e che si stava recando a Yedo dove aveva alcuni parenti di umile condizione che avrebbero potuto aiutarla a trovare un lavoro come cameriera. Ben presto Minokichi restò affascinato da quella strana ragazza e, quanto più la guardava, tanto più gli appariva bella. Le chiese se era già fidanzata e lei gli rispose ridendo che era libera, domandandogli a sua volta se lui era sposato o promesso sposo. Lui le rispose che, pur avendo da mantenere soltanto una madre vedova, la questione di una “onorevole nuora” non era stata ancora presa in considerazione, dal momento che era troppo giovane... Dopo queste confidenze, camminarono per un bel po’ senza parlare, ma, come dice il proverbio, “Ki ga aréba, mé mo kuchi hodo ni mono wo iu”: “Quando c’è il desiderio, gli occhi sanno dire più della bocca”.
Quando raggiunsero il villaggio si piacevano già molto, e allora Minokichi chiese a O-Yuki di restare per un po’ a casa sua. Dopo qualche timida esitazione, lei accettò di andare a casa di Minokichi, dove la madre le diede il benvenuto e le preparò un pasto caldo. O-Yuki si comportò in modo così amabile che la madre di Minokichi provò subito simpatia per lei e la convinse a rimandare il suo viaggio a Yedo. La conclusione naturale della faccenda fu che Yuki non andò mai a Yedo e rimase in quella casa come “onorevole nuora”.
O-Yuki si dimostrò un’ottima nuora. Quando la madre di Minokichi, circa cinque anni dopo, morì, le sue ultime parole furono parole di affetto e di lode per la moglie di suo figlio. O-Yuki diede a Minokichi dieci figli, maschi e femmine, bellissimi e di carnagione molto chiara. La gente del posto trovava che O-Yuki era splendida e di natura differente dalla loro: la maggior parte delle contadine invecchiano presto, ma O-Yuki, anche dopo essere diventata madre di dieci figli, appariva giovane e fresca come il giorno in cui era arrivata per la prima volta al villaggio.
Una sera, dopo che i bambini si erano addormentati, O-Yuki era seduta al lume di una lanterna di carta, e Minokichi, osservandola, disse: “Vederti seduta lì, con la luce sul tuo viso, mi fa pensare a una strana cosa che mi capitò quando ero un ragazzo di diciotto anni. Vidi una persona bella e bianca come sei tu ora, anzi... era proprio uguale a te”.
O-Yuki, senza sollevare gli occhi dal suo lavoro, rispose: “Parlami di lei... Dov’è che la vedesti?”
Allora Minokichi le narrò della terribile notte nella capanna del traghettatore e della Donna Bianca che si era chinata su di lui, sorridendo e sussurrando, e della morte silenziosa del vecchio Mosaku. E aggiunse: “Sia che stessi dormendo o che fossi sveglio, quella fu l’unica volta in cui vidi una creatura bella come te. Naturalmente non era un essere umano, ed ebbi paura di lei, molta paura, ma era così bianca che... Veramente, non ho mai avuto la certezza se quello che ho visto era un sogno... o la Signora della Neve”.
O-Yuki fece cadere la sua sedia e balzò in piedi, curvandosi verso il punto dove stava seduto Minokichi e gridandogli in faccia: “Quella ero io... io... io! Quella era Yuki! E ti dissi che ti avrei ucciso se avessi mai fatto una sola parola dell’accaduto!... Ma in nome di quei bambini che là stanno dormendo, non ti ucciderò in questo momento! D’ora in avanti dovrai avere tantissima cura di loro, perché se mai avranno motivo di lamentarsi di te, allora ti riserverò il trattamento che meriti!...”
Dopo che ebbe urlato ciò, la sua voce divenne sottile, come il pianto del vento, quindi si dissolse in una brillante nebbia bianca che si sollevò verso le travi del tetto e spirò via tremolante attraverso il camino. Mosaku non la rivide mai più.

da "La Torre di Vetro".

Qui si conclude il post della Torre.
Ho aggiunto l'illustrazione di Yaroslav Gerzhedovich.

Yuki Onna, letteralmente "Donna della Neve", appartiene alla categoria (amplissima) degli Yokai, démoni, spettri, spiriti giapponesi (a questa categoria appartengono anche i Kappa)
La sua assegnazione al Regno degli Spettri è spiegata da leggende che raccontano come sia lo spirito di una fanciulla morta assiderata durante una tempesta di neve.
Tende veri e proprii tranelli ai viandanti, oppure seduce gli uomini fino alla morte, oppure succhia la linfa vitale alle sue vittime, oppure irrompe nei rifugi montani. Bellezza, sensualità demoniaca, "occhi selvaggi" che abbiamo visto anche nelle seduttrici soprannaturali italiane. Veste di bianco (con il nero, il colore della Morte), la sua carnagione è candida, i capelli lunghissimi e neri (ma in qualche rappresentazione sono bianchissimi), non ha piedi, essendo uno spirito, e così vengono spesso rappresentati gli spettri giapponesi.
Nessuno la incontrerà due volte nel corso della vita, a meno che Yuki Onna non si invaghisca di lui e si incarni come donna mortale, interpretando perfettamente il ruolo della Sposa Soprannaturale. E ne riparlerò.

Eccola, nella visione di Akira Kurosawa.


Il Bosco nelle Leggende Rumene

I motivi leggendari rumeni non mancano di particolari curiosi.
In una storia, dall'antefatto comune a tante altre, come quella di Hansel e Gretel, un fratello e una sorella vengono più volte abbandonati nel bosco da una matrigna e nonostante lo stratagemma della cenere lungo il percorso, rimangono nel bosco per tre giorni e tre notti.
A un certo punto i due incontrano un drago che si allea o si sposa con la sorella del ragazzo; in seguito a questa curiosa unione il drago e la ragazza trovano che il fratello di lei è di troppo e decidono di sopprimerlo.
Il ragazzo, salvatosi grazie all'aiuto di una volpe, di un lupo e di un orso, uccide il drago e punisce la sorella.[1]

La storia di Bussuioc e Siminoc è invece una specie di versione del principe e il povero (un servo).
I due entrano nel bosco per gioco e ne rimangono affascinati: Quando videro la bellezza dei boschi rimasero a bocca aperta.
Non avevano visto simili meraviglie da quando erano al mondo.
Quando il vento soffiava e le foglie frusciavano sembrava di sentire il vestito di seta di una principessa sfiorare l'erba del prato....
I ragazzi si sdraiano sotto un albero a contemplare quell'atmosfera di sogno.
Ma il ritorno alla realtà è molto duro.
Bussuioc scompare durante una battuta di caccia. Siminoc, geloso perché pensa che sia fuggito con la fanciulla del bosco, va a cercarlo e quando trova l'amico morto in fondo a un pozzo, muore di crepacuore. Alla fine i ragazzi si trasformano in due stelle.

Tugulea è un povero ragazzo disgraziato senza gambe che un giorno chiede ai fratelli di portarlo a caccia nel bosco con loro e si dimostra sorprendentemente abile nel colpire le prede.
I ragazzi continuano a cacciare nella boscaglia per tre giorni e l'ultima notte Tugulea fa un sogno in cui supplica una fata di farlo guarire.
All'insaputa dei fratelli egli acquisisce dei poteri magici e parte alla ricerca delle sue vene rubategli da un drago.
Dopo una serie di vicissitudini Tugulea uccide il drago, guarisce e sposa una principessa.[2]

Vi è poi il motivo ricorrente del padre che vuole che i figli veglino la sua tomba dopo la sua morte.
I primi due riescono a scacciare lo spirito della notte, il terzo invece lotta contro di lui tutta la notte e al mattino, quando il gallo canta, si ritrova in un bosco e si smarrisce.
Dopo varie peripezie egli riesce a sconfiggere sette draghi e a liberare la solita principessa. [3]

Nelle leggende rumene compaiono spesso le tre vecchie divinità del destino, simili alle Moire greche; queste vecchie appaiono quando nasce un figlio da un'anziana coppia e gli predicono avversità e fortuna.
Il ragazzo, grazie all'aiuto di un libro magico, riesce a superare varie disavventure e a ritrovare la via dopo essersi smarrito in un bosco.[4]

In un'altra leggenda ricorre il motivo della freccia del destino.
I figli di un re tirano dall'alto di una torre una freccia; nel punto in cui cadrà si compirà la sorte di ognuno di loro.
Il terzogenito colpisce un albero in un bosco lontano; dopo una lunga ricerca lo trova grazie all'aiuto della regina delle Fate, che egli poi sposerà.[5]

Ancora il destino è protagonista nella leggenda della giovane figlia di un re alla quale viene predetto che sposerà un principe tramutato in porco.
Dopo il matrimonio però il principe porco scompare.La ragazza lo cerca disperatamente, e chiede aiuto alla madre del vento la quale le dice che il marito si trova in un bosco grande e fitto dove l'ascia non è ancora arrivata, e che si è costruito una specie di capanna fatta di arbusti e rami intrecciati.
La fanciulla entra allora nel bosco e cammina fra gli arbusti fitti fitti per tre giorni e tre notti, senza riuscire a trovare l'amato.
Per un giorno e una notte rimane sdraiata sul terreno erboso a riposare, senza mangiare e bere nulla.
Finalmente quando gli tornano le forze, riprende a camminare, e scorge una specie di capanna, uguale a quella che le aveva descritto la madre del vento.[6]

Tracce indicative del vampiro rumeno si trovano in alcune storie che parlano dello "strigoi", un fantomatico personaggio che si dice compaia spesso avvolto da una specie di nebbia, punteggiata di luci.
D'altra parte il famoso Dracula di Bram Stoker presenta diverse analogie con questa figura leggendaria, e la scelta della Transilvania come sfondo ambientale non è casuale: nella regione di Bistrita viveva infatti una antica famiglia chiamata Szeckler ma soprannominata "Ordog", equivalente ungherese della parola "Dracul", che in rumeno significa "diavolo". [7]
Gli abitanti di questa regione, nel famoso romanzo, pronunciano infatti la parola "ordog", quando il protagonista Jonathan Harker viaggia in carrozza verso il Borgo Pass.
Queste ipotesi trovano una conferma nell'opera "Il ramo d'oro", in cui lo studioso James Frazer fa notare che fra le popolazioni rumene della Transilvania esisteva una vasta documentazione sui vampiri, e osserva tra l'altro che l'aglio, il noto antidoto, era un rimedio naturale tipico di queste zone, e che il modo stesso di uccidere il vampiro (mediante decapitazione, o trafiggendogli il cuore con un cuneo) descritto nel romanzo di Stoker, trova puntuale riscontro nelle varie credenze del folclore rumeno e dell'Est europeo.
Anche la metamorfosi in pipistrello (oltre che in lupo) può essere collegata al vampirismo di un certo folclore transilvano.

Sui vampiri letterari è inutile dilungarsi: da Emily Gerard, a Charles Nodier, a Polidori, alla celebre Carmilla di Le Fanu fino ad altri autori famosi come lo stesso Maupassant.
Letteratura e cinema hanno sfruttato a fondo questo filone, ma il materiale documentario è spesso irreperibile e di difficile consultazione. D'altra parte la stessa collocazione del vampiro tra le creature caratteristiche del bosco risulta dubbia: spesso egli è infatti il signore di un castello situato in cima a una montagna. Il bosco comunque è quasi sempre presente, almeno come sfondo alla vicenda.
Le leggende più antiche sono ricche di esempi di vampirismo: in Mesopotamia e in Egitto erano i morti, che succhiando il sangue potevano tornare in vita; in Perú gli adoratori del demonio succhiavano il sangue ai bambini addormentati; un vampiro indiano, Baital, venne trovato appeso a un albero come un pipistrello; le stesse Cicladi, le famose isole greche, abbondavano di vampiri.
La Transilvania in ogni caso, non smentisce la sua fama di terra di vampiri: all'inizio del secolo scorso i casi segnalati furono numerosi specialmente nel nord, nella zona del famoso romanzo di Stoker.
Una supposizione attendibile è che i mongoli del Tibet, che credevano nel dio pipistrello e nei vampiri, siano emigrati anche in Transilvania.
Tali credenze sono particolarmente vive fra gli Székely della Transilvania che si proclamano discendenti degli unni; secondo la leggenda lo stesso Attila morì in seguito al morso di un pipistrello. Lo "strigoi" femmina pare che sia più terribile del maschio: è uno spirito che può apparire anche con sembianze di lupo, corvo o altro animale; dorme durante il giorno e di notte si incontra con altri spiriti maligni o creature del male.
Le "strigoiche" succhiano il sangue dei bambini, rovinano i matrimoni, danneggiano i raccolti e sono portatrici di disgrazie.
Per completare questa breve esposizione occorre almeno accennare ad altre creature fantastiche come lo "sburator", un bell'uomo che entra nella case attraverso le finestre, come Dracula, per baciare le donne che il giorno dopo si sentono inquiete e turbate.
Lo "zmeu" rapisce invece i figli dei potenti, ha una specie di coda pelosa e come lo "sburator" vola di notte; il "vircolac" è associabile al lupo mannaro: gli si attribuiscono anche poteri di controllo sulle fasi lunari.
La figura del "pricolici", infine, è più vicina a quella del vampiro tradizionale: si tratta di un morto vivente che esce di notte dalla tomba sotto forma di uomo, di lupo o di cane; questo spiegherebbe anche il raggelante ululare dei lupi come segnale della presenza dei vampiri.

Da: "Il Bosco - Miti, Leggende e Fiabe", A.Mari e Ulrike Kindl.



Zhong Biao


[1] E' il motivo "Latte di Fiera", (di cui abbiamo un esempio anche nella raccolta di Calvino), diffuso in tutto il mondo, ma  proveniente dal Medio Oriente. Esistono diverse varianti siriane, palestinesi, ecc.

[2] Sia il motivo dell'Eroe senza gambe che "il furto delle vene" sono molto diffusi nelle fiabe russe (v. la raccolta di Afanas'ev).

[3] Anche la veglia richiesta dal padre sulla propria tomba è diffuso (in Europa). Propp ne parla diffusamente, partendo dalle fiabe russe. E' il prologo di fiabe del tipo "Il Cavallino Gobbo".

[4] E' il motivo de "Il Predestinato".

[5] "La Fata Paribanu", dalle Mille e una Notte.

[6] "Il Re Porco" italiano. Motivo de "Lo Sposo Animale" che discende direttamente da Amore e Psiche.

[7] Credo che il termine abbia a che fare con  "drago" più che con "diavolo". Del resto, se la credenza nel vampirismo era diffusa in Romania, non era legata alla figura di Dracula, "Il Figlio del Drago" o "Il Drago", dal soprannome paterno. Dracula, a lungo prigioniero, da ragazzo, dei Turchi, li combatté strenuamente e crudelmente, ed è popolarmente vissuto come estremo baluardo del nazionalismo rumeno e della libertà europea. E' un po' la sorte ambivalente toccata al "feroce Saladino". Posto due leggende romene a sfondo storico, La Giustizia di Dracula e Dracula e i Mendicanti, che illustrano questa visione del personaggio.

Mab


domenica 12 maggio 2013

La Festa in Giardino - Fiaba Persiana

Le fiabe persiane costituiscono il fulcro di quella variegata raccolta chiamata "Le Mille e Una Notte". Di incontaminato in quelle fiabe c'è ben poco. Le varie edizioni, ripulite, contrastanti, rimaneggiate e/o censurate secondo il gusto dei disinvolti raccoglitori occidentali ne sono la lampante testimonianza. Il termine stesso - fiaba - non è il più adatto. L'impianto è novellistico, con, in più, la componente del Meraviglioso. E, nonostante le stratificazioni dovute alle successive manipolazioni, e nonostante l'Islamizzazione, qualcosa di arcaico e originario si è salvato... per chi voglia "leggerlo".
Il tema del sogno, molto diffuso anche nei Balcani e in Russia, innesta, forse, sulla descrizione di esperienze sciamaniche, il più tardo espediente di camuffare nel racconto l'intrusione del magico per evitare qualsiasi sospetto di credenze in (maligne) divinità pagane.
Perché qui non si parla di Djinn bonari che favoriscono matrimoni fra mortali, o di fate benefiche o di dèmoni simili agli orchi e/o ai troll delle fiabe occidentali. L'atmosfera è molto vicina a quella del sabba, e alle fiabe-novelle nostrane che rientrano nel filone "il Noce di Benevento".






n una città viveva un mercante che aveva un figlio. Questo giovane era straordinariamente bello e di assai amabili maniere. Quando ebbe sedici o diciassette anni, tutti i mercanti gli volevano bene; lo ricevevano nelle loro case, lo portavano in giro per la citta e anche nei loro viaggi.
Così un bel giorno una trentina di questi mercanti lo invitarono in un giardino fuori città dove volevano divertirsi. Insieme al giovane passarono la giornata mangiando e bevendo e poi fecero musica e danzarono in quel bel giardino fino a quando scese la notte. Allora uno di loro disse:
"Qui l'aria è deliziosa, il giardino è molto bello e la luna splende luminosa. La cosa migliore è trascorrere qui anche la notte".
Tutti furono d'accordo; mangiarono e bevvero fino a mezzanotte. Poi il giovane si alzò e andò a passeggiare nel giardino. La luna mandava una luce chiara e il giovane era ubriaco.
Arrivò fino alla porta del giardino, l'aprì e uscì fuori, per camminare ancora un po'.
Nel chiarore della luna vide un'ombra, che venne verso di lui e lo salutò. Il giovane figlio del mercante domandò:
"Chi sei ?"
E l'ombra rispose:
"Sono un uomo d'affari, amico dei tuoi amici e arrivo proprio ora da un'altra città. La mia merce, gli asini e i cammelli sono ancora fuori porta. Ho sentito che voi vi siete riuniti in questo giardino e sono venuto a cercarvi per poter far entrare la mia merce oltre le mura della città; in tal modo potrei evitare di pagare la gabella domattina. "
Il giovane, ubriaco com'era, gli prestò subito fede e disse:
"Andiamo!"
E così si allontanò con l'uomo, senza neppure avvertire gli altri mercanti. Lo sconosciuto camminava a passo molto svelto e il giovane lo seguiva. Andarono e andarono. E dopo due o tre farsach, attraverso strade pietrose e cespugli di rovi, il giovane figlio del mercante, stanco morto e sfinito, si rese conto che non si vedeva né la città, né gli asini, né i cammelli.
A un certo punto si accorse che stava nascendo il giorno e il cielo si colorava di porpora.
E l'uomo d'improvviso scomparve, senza che il giovane potesse capire se era stato inghiottito dalla terra o se era salito al cielo... E non vide più nessuno. Sorse il sole e il ragazzo si ritrovò in un deserto pietroso e pieno di arbusti spinosi - non c'era un goccio d'acqua, non un albero e tanto meno una città o un villaggio. Colto dallo spavento, il figlio del mercante cominciò a correre di qua e di là, fino a che arrivò mezzogiorno. Il sole era intanto diventato rovente e il ragazzo spossato dalla fame e dalla sete svenne.