sabato 24 giugno 2017

La Fanciulla con Una Mano Sola, (Africa), A. Lang. Prima Parte - Traduzione Mia

anto tempo fa, un’anziana coppia viveva in una capanna all'ombra di un boschetto di palme: avevano un unico figlio e un'unica figlia.
Vissero felici insieme per molti anni, ma il padre cadde gravemente malato e sentì di essere in punto di morte. Chiamò i suoi figlioli nell'angolo in cui dormiva sul pavimento - poiché nessuno in quel paese possedeva un letto - e disse al figlio:
"Non ho del bestiame da lasciarti in eredità, ma solo le poche cose che si trovano in casa poiché sono un uomo povero, lo sai bene. Comunque, scegli: vuoi la mia benedizione o i miei beni?"
"I tuoi beni, senz'altro", rispose il figlio e il padre annuì.
"E tu?" domandò il vecchio alla figlia, che stava accanto al fratello.
"Io voglio la tua benedizione", rispose la ragazza, e il padre le diede la sua benedizione di tutto cuore.
Il vecchio morì quella stessa notte, e sua moglie, il figlio e la figlia lo piansero per sette giorni, poi lo seppellirono secondo le usanze del suo popolo.
Era appena finito il periodo di lutto che la madre cadde gravemente malata.
"Sto per lasciarvi - disse ai figli con voce morente - Figlio mio, scegli: vuoi la mia benedizione o i beni?"
"I beni, senz'altro", rispose il figlio.
"E tu, figlia mia?"
"Io voglio la tua benedizione", rispose la ragazza.
La madre le diede la sua benedizione con tutto il cuore e morì quella stessa notte. Finito il periodo del lutto, il fratello ordinò alla sorella di mettere fuori dalla capanna tutti i beni dei loro genitori. La ragazza obbedì e lui portò via ogni cosa, tranne una piccola pentola e un mortaio nel quale la sorella avrebbe potuto macinare il grano... se solo avesse avuto grano da macinare.
La ragazza sedeva triste e affamata, quando una vicina bussò alla sua porta.
"La mia pentola si è incrinata sul fuoco - disse - Prestami la tua perché io possa cucinare la cena e in cambio ti darò un pugno di grano."
La ragazza fu ben felice di accettare, e, quella sera, anche lei ebbe la sua cena.
Il giorno seguente, un’altra donna prese in prestito la sua pentola, e poi un’altra, e un’altra ancòra, poiché nel villaggio non si era mai riscontrato un così alto numero di pentole incrinate. In breve tempo, la ragazza si rinvigorì, e si fece bella florida con tutto il grano che ricavava grazie alla pentola.
Una sera, raccolse un seme di zucca trovato in un angolo, lo piantò vicino al pozzo, e il semino attecchì, germogliò e le diede molte zucche.
Accadde che un giovane del villaggio passasse nei paraggi della località in cui viveva il fratello della ragazza, lo incontrò e scambiarono due chiacchiere.
"Hai notizie di mia sorella?" chiese il giovane, a cui le cose andavano male.
"Si è fatta bella prosperosa - rispose l’altro giovane - Le donne del villaggio prendono in prestito il suo mortaio per macinare il grano e la sua pentola per cucinarlo, e, in cambio, le danno molto più cibo di quanto possa mangiarne."
E se ne andò per la sua strada.
Ma le sue parole avevano aceso una grande invidia nell'animo del fratello.
Senza perder tempo, si mise in viaggio, e, prima di sera, giunse alla capanna della sorella: la pentola e il mortaio erano là fuori. Se li caricò in spalla e ripartì, tutto soddisfatto della propria astuzia. Quando la sorella si svegliò, cercò la pentola per cucinare il grano per la colazione, ma non riuscì a trovarla. Alla fine, si disse:
'Un ladro deve averla rubata mentre dormivo. Andrò a vedere se qualcuna delle mie zucche è matura.'
E, per l'appunto, scoprì che le zucche erano belle mature, ed erano tante e così grosse che la pianta si piegava fin quasi a spezzarsi sotto il loro peso. Così, le mangiò, e, quando fu sazia, portò le zucche restanti al villaggio, dove le cedette in cambio di grano, e le altre donne dichiararono che non avevano mai assaggiato zucche più dolci, e che avrebbe dovuto portare loro ogni giorno tutte quelle che aveva. Dopo qualche tempo, aveva accumulato molto più grano di quanto le servisse per il suo sostentamento, e, in cambio del grano, fu in grado di prendere un altro mortaio e un’altra pentola. E pensò di essere diventata ricca.


Leo e Diane Dillon




Sfortunatamente per lei, anche un'altra persona aveva pensato la stessa cosa: la moglie di suo fratello, che era venuta a sapere della pianta di zucche.
La donna mandò il suo schiavo a prendere una zucca in cambio di un pugno di grano. In un primo momento, la ragazza disse allo schiavo che le zucche rimaste erano poche e non poteva privarsene, ma, quando scoprì che lo schiavo apparteneva al fratello, cambiò subito idea, andò alla pianta, colse la zucca più bella, la più grossa e matura, e la consegnò allo schiavo dicendo:
"Prendi questa zucca e portala alla tua padrona, ma dille di tenersi pure il suo pugno di grano poiché la zucca è un regalo."
La moglie del fratello fu felicissima alla vista della zucca, e, quando la assaggiò, dichiarò che era la più buona che avesse mai mangiato, e, per tutta la notte, non riuscì a pensare a nient’altro. Appena spuntò il sole, chiamò un altro schiavo - era una donna ricca - e gli ordinò di andare a chiedere un’altra zucca alla cognata.
Ma la ragazza disse allo schiavo che le aveva già date via tutte, così lo schiavo tornò dalla sua padrona a mani vuote.
La sera, il fratello, che si era spinto molto lontano per cacciare, tornò a casa e trovò la moglie in lacrime.
"Che ti succede?", le chiese.
"Ho mandato uno schiavo da tua sorella con un po’ di grano per scambiarlo con una zucca, ma lei non ha voluto saperne e mi ha mandato a dire di non averne più, ma io so che ne aveva molte e le ha date alle altre donne."
"Non ti preoccupare adesso, va' a dormire - le disse lui - Domani andrò a sradicare la pianta di zucche di mia sorella: sarà il suo castigo per averti trattata male."
Prima del sorgere del sole, si alzò, andò a casa della sorella, e la trovò che nettava il grano.
"Perché hai rifiutato una zucca a mia moglie che la desiderava tanto?” le chiese.
"Le zucche mature erano finite, e le altre sono ancòra acerbe - rispose la ragazza - Quando, due giorni fa, tua moglie mi ha mandato il suo schiavo, mi erano rimaste solo quattro zucche, ma io gliene ho data una in dono, e non ho voluto accettare il suo grano."
"Non ti credo; so che le hai date alle altre donne. E adesso taglierò quella pianta di zucche!" urlò il fratello, pieno di rabbia.
"Se tagli la pianta di zucche, dovrai tagliare anche la mia mano!" Esclamò la ragazza, che corse alla pianta e si afferrò ai suoi rami. Ma il fratello la seguì e, con un sol colpo, tagliò la pianta e anche la mano della sorella.


H.J. Ford



Quindi entrò nella capanna e si impadronì di tutto ciò che riuscì trovare, e vendette la capanna ad un suo amico che la desiderava da tempo, così sua sorella non ebbe più neanche una casa.
Intanto, la ragazza lavò con cura il braccio ferito, lo fasciò con alcune foglie medicamentose che crescevano là vicino, e lo avvolse in un panno. Poi, corse a nascondersi nel folto della foresta sperando che il fratello non riuscisse a trovarla.
Vagò per sette giorni, cibandosi solo di frutti selvatici che le pendevano sul capo dai rami più bassi, e la notte, si arrampicava su di un albero e si metteva al sicuro tra le liane che legavano i grossi rami, perché i leoni, le tigri e le pantere non riuscissero a ghermirla.
La mattina del settimo giorno, si svegliò, e, dall'albero su cui aveva trascorso la notte, vide il fumo che saliva dai focolari di un grosso villaggio ai margini della foresta. La vista delle capanne la fece sentire più sola e indifesa che mai. Desiderava disperatamente un sorso di latte da una delle scodelle ricavate dalle zucche svuotate, perché non c'era acqua da quelle parti e lei era molto assetata, ma come avrebbe potuto guadagnarsi il latte con una mano sola? E questo pensiero spense il suo coraggio, e la ragazza si sciolse in un amarissimo pianto.
Ora, accadde che il figlio del Re, quella mattina, si fosse recato a caccia quando appena albeggiava, e, adesso che il sole era alto, si sentiva molto stanco.
”Mi sdraierò sotto questo albero, e mi riposerò un po' - disse ai cacciatori che lo scortavano - Voi continuate la caccia, con me terrò solo questo schiavo."
La scorta si allontanò e il giovane Principe si addormentò e dormì a lungo. Improvvisamente, fu svegliato da un qualche liquido salato che gli gocciava sul viso.
"Ma che succede? Sta forse piovendo? - chiese allo schiavo - Va' a vedere."
"No, padrone, non sta piovendo", rispose lo schiavo.
"Allora arrampicati sull’albero e guarda di che cosa si tratta".
Lo schiavo si arrampicò, poi tornò dal figlio del Re e gli riferì che, in cima all'albero, sedeva una splendida ragazza, e che dovevano essere state le sue lacrime a bagnargli il volto.
"Perché piange?" chiese il Principe.
"Non ho osato domandarglielo, ma, forse, a voi lo direbbe."


H.J. Ford



E il Principe, assai meravigliato, si arrampicò sull'albero.
"Che ti succede?- chiese gentilmente alla ragazza, ma, poiché ella si limitò a singhiozzare ancòra più forte, continuò - Sei una donna o uno spirito dei boschi?"
"Sono una donna", rispose lei lentamente, asciugandosi gli occhi con una foglia dei rampicanti tra i quali si era nascosta.
"Perché piangi?” insistette il Principe.
"Ne ho di motivi per piangere - rispose la ragazza - più di quanti tu possa mai immaginare."
"Vieni con me -  le disse il Principe - Non molto lontano da qui c'è la casa di mio padre e di mia madre. Io sono figlio di re."
"Allora cosa fai qui?" chiese la ragazza, spalancando gli occhi e fissandolo.
"Una volta al mese io e i miei compagni veniamo a caccia nella foresta, ma oggi ero molto stanco e ho detto loro di lasciarmi riposare. E tu, che fai su questo albero?"
La ragazza ricominciò a piangere e raccontò al figlio del Re tutto ciò che le era capitato dalla morte della madre.
"Non posso scendere perché non voglio essere vista dalla gente", concluse con un singhiozzo.
"Ci penso io", disse il Principe.
Scese fino ad un ramo basso e ordinò allo schiavo di correre fino al villaggio e di ritornare con quattro uomini robusti e una portantina chiusa.
Quando l’uomo si allontanò, la ragazza scese dall'albero e si nascose tra i cespugli.
Presto, lo schiavo ritornò con la portantina, che fu posata a terra, vicino ai cespugli in cui si nascondeva la ragazza. E il Principe disse agli uomini:
"Adesso andate a chiamare i miei cacciatori perché non desidero trattenermi oltre qui", e, non appena rimasero soli, il Principe ordinò alla ragazza di entrare nella portantina e chiuse accuratamente le tende.
Poi, entrò dall’altro lato della portantina e attese finché giunsero i suoi uomini.
"Che succede, figlio di re?" domandarono, tutti trafelati per la corsa.
"Credo di essermi ammalato, ho molto freddo", disse, e, fatto segno ai portatori, tirò le tende e fu trasportato di gran carriera, attraverso la foresta, diritto a casa.
Chiamò lo schiavo e gli ordinò:
"Va' da mio padre e mia madre e di' loro che ho la febbre e desidero una scodella di farinata, e raccomandati che me la mandino in fretta."
Così lo schiavo corse a Palazzo e riferì il messaggio, che preoccupò grandemente il Re e la Regina. Fu subito preparata e portata al malato una scodella di farinata calda, e, non appena terminato il Consiglio che si era riunito, il Re e i suoi ministri si recarono a fargli visita, latori anche di un messaggio della Regina.






Leo e Diane Dillon




Dovete sapere che il Principe fingeva di essere malato per addolcire il cuore dei genitori, e, infatti, il giorno seguente, dichiarò di sentirsi molto meglio e, salito nella portantina, raggiunse il Palazzo accompagnato dal solenne rullo dei tamburi lungo tutto il percorso. Scese dalla portantina ai piedi delle scale che salì all'ombra di un grande parasole sorretto da uno schiavo. Poi, entrò nell'ampia e fresca sala in penombra in cui sedevano il padre e la madre, e disse loro:
"Ieri, nella foresta, ho incontrato una ragazza che desidero sposare, e, di nascosto dai miei cacciatori, l'ho portata a casa mia in una portantina chiusa. Datemi il vostro consenso, vi supplico, poiché nessuna donna mi piace quanto lei, benché abbia una mano sola."
Naturalmente, il Re e la Regina avrebbero preferito una nuora con entrambe le mani e fornita di una ricca dote, ma non se la sentirono di dire no al figlio, così approvarono la sua scelta e disposero che le nozze fossero celebrate immediatamente.


FINE PRIMA PARTE
"The One-handed Girl",
da "Swaheli Tales", di E. Steere
in "The Lilac Fairy Book" di A. Lang.

Traduzione: Mab's Copyright.

mercoledì 14 giugno 2017

The King and the Beggar-Maid

Questa piccola leggenda, quella del Re Cophetua e della Mendicante Penelophon, ha ispirato poeti, pittori e scrittori nel corso dei secoli. E' stata citata da Shakespeare più volte nelle sue opere (Shakespeare, oltre alle storie dei “grandi”, era molto attento anche al patrimonio popolare, alle ballate dalle oscure origini come questa, e, persino, ai libretti “rosa” dell'epoca).



Edward Burne-Jones



Narra di un esotico Re, Cophetua, insensibile all'amore e alle attrattive femminili. Un giorno, mentre da una finestra dei suoi appartamenti osservava la lunga fila dei mendicanti che venivano a ricevere la regale elemosina, vide una fanciulla di straordinaria bellezza, Penelophon, che avanzava a piedi scalzi stringendosi negli stracci che ricoprivano a malapena la sua nudità.
Folgorato da improvvisa passione, il Re si precipitò incontro alla piccola mendicante, le si inginocchiò davanti, depose la corona ai suoi piedi e giurò che, se non avesse accettato di sposarlo, si sarebbe ucciso. Penelophon fu così compassionevole da accettare la sua proposta, e, nonostante le sue povere ed oscure origini, si dimostrò una buona Regina. I due sposi vissero una lunga vita serena e, quando morirono, vennero seppelliti in un'unica tomba.



Edmund Blair Leighton




In una poesia giovanile, Lord Alfred Tennyson scrisse:

“Her arms across her breast she laid;
She was more fair than words can say:
Bare-footed came the beggar maid
Before the king Cophetua.
In robe and crown the king stept down,
To meet and greet her on her way;
"It is no wonder," said the lords,
"She is more beautiful than day".
As shines the moon in clouded skies,
She in her poor attire was seen:
One praised her ancles, one her eyes,
One her dark hair and lovesome mien:
So sweet a face, such angel grace,
In all that land had never been:
Cophetua sware a royal oath:
"This beggar maid shall be my queen!"


John Byam Liston Shaw



domenica 11 giugno 2017

Thomas the Rhymer e la Regina delle Fate, (Scozia)




rcildourne è un paese che giace all'ombra della montagna di Eildon.
Nei tempi antichi viveva in questo luogo un uomo di nome Thomas Learmont, che si distingueva dai suoi vicini per il fatto di suonare il liuto, come fanno gli artisti ambulanti.
In un giorno estivo, Thomas uscì dalla sua capanna con il liuto sotto il braccio per recarsi da un piccolo contadino, che viveva sul pendio della montagna.
Il luogo non era molto lontano ed egli cominciò a camminare con passo spedito attraversando la landa. Il cielo era senza una nuvola, di un bel blu terso, quando raggiunse la località di Huntlie Bank, ai piedi della montagna. Stanco e spossato per il caldo decise di riposarsi un po' all'ombra di un grosso albero. Davanti a lui si estendeva un piccolo bosco dal quale si snodavano verdi sentieri; Thomas guardò gli alberi del bosco e suonò un paio di accordi nel suo liuto. Udì allora in lontananza un rumore, come il gorgoglio di un ruscello, e all'improvviso vide avvicinarsi a cavallo la più bella donna del mondo, vestita di seta verde, con un mantello di velluto del colore dell'erba e i biondi capelli sciolti sulle spalle. Il suo cavallo, bianco come il latte, si muoveva leggiadro tra gli alberi e Thomas vide che a ogni pelo della criniera era legata una campanellina d'argento.
Il giovane si levò il cappello e cadde in ginocchio davanti alla bella cavallerizza, che fermò la sua cavalla e gli ordinò di rialzarsi.
"Sono la Regina del Regno delle Fate e vengo a trovarti, Thomas di Ercildourne", disse sorridendo e gli porse la mano, affinché lui l'aiutasse a smontare da cavallo.
Costui lasciò cadere le briglie in un cespuglio e la condusse, incantato dalla sua bellezza eterea, sotto l'ombra di un grosso albero.
"Suona il tuo liuto Thomas - disse la Regina - bella musica e verde ombra sono due cose che si accompagnano bene".
Thomas suonò e gli parve di non aver mai prodotto con il suo liuto melodie così dolci.



Kinuko Y Craft


Oh, Surely She Must Have Been Dreaming!







A volte, visitando le menti dei suoi bambini, Mrs Darling si imbatteva in cose che non riusciva a comprendere, e, tra queste, la più misteriosa era il nome "Peter".
Non conosceva nessun Peter, eppure trovava il suo nome qui e là nelle menti di John e Michael, mentre quella di Wendy cominciava a esserne tutta scarabocchiata.
Il nome "Peter" spiccava a lettere cubitali, più grande di ogni altra parola. E, ogni volta che Mrs Darling era assorta ad osservarlo, aveva l'impressione che avesse un aspetto curiosamente spavaldo.
"Sì, è piuttosto spavaldo", ammise Wendy con un certo rammarico.
Mrs Darling la interrogava:
"Ma chi è. piccola mia?"
"Ma è Peter Pan, mamma".
Sulle prime, Mrs Darling non capì, ma, più tardi, ripensando alla sua infanzia, ricordò un certo Peter Pan che si favoleggiava vivesse con le Fate. Si raccontavano strane storie sul suo conto. Ad esempio, si diceva che, quando un bambino moriva. Peter lo accompagnava per un tratto di strada perché non avesse paura. A quel tempo, Mrs Darling credeva in Peter Pan, ma, adesso che era una donna sposata e piena di buon senso, dubitava fortemente che una simile creatura potesse esistere davvero.

"E poi - disse a Wendy - sarà cresciuto ormai!"
"Oh, non è cresciuto affatto - ribattè Wendy con sicurezza - E' proprio della mia taglia".
Naturalmente, intendeva dire che dimostrava la sua stessa età, sia nell'aspetto che nella mente. Non era in grado di spiegare da dove provenisse la sua convinzione: lo sapeva e basta.
Mrs Darling ne parlò con il marito, ma Mr Darling, minimizzò con un sorriso.
"Ricorda le mie parole - le disse - è stata Nana a metterle in testa queste sciocchezze. Giusto il genere di sciocchezze che potrebbe venire in mente ad un cane. Non ci pensare, e questa fantasia si smonterà da sé".
Ma non andò così.


Robert Ingpen



Poco tempo dopo, quell'enigmatico ragazzo provocò un bello spavento a Mrs Darling.
I bambini vivono le più strane avventure senza esserne minimamente turbati.
Per esempio, sono capaci di raccontare, a distanza di una settimana dall'accaduto, di aver incontrato nei boschi lo spirito del padre morto e di avere giocato con lui.
Con la stessa naturalezza, Wendy, una mattina, fece un'inquietante rivelazione.
Sul pavimento della nursery erano state rinvenute delle foglie che di sicuro non c'erano quando i bambini si erano coricati. Mrs Darling si stava lambiccando il cervello quando Wendy le disse con un sorriso indulgente:
"Credo proprio che sia stato di nuovo quel Peter".
"Che vuoi dire, Wendy?"
"Oh, avrebbe dovuto spazzare via le foglie", sospirò Wendy, che era una bambina molto ordinata.
E, come se fosse la cosa più naturale del mondo, le raccontò che, di tanto in tanto, Peter entrava nella loro camera, si sedeva sul pavimento ai piedi del suo letto, e suonava il flauto per lei. Non si  era mai svegliata, e. quindi. non poteva spiegare come lo sapeva: lo sapeva e basta.


Robert Ingpen



"Ma che sciocchezza, amore mio! Nessuno può entrare in casa senza bussare".
"Credo che entri dalla finestra", disse Wendy.
"Tesoro, abitiamo al terzo piano".
"Ma le foglie non erano proprio sotto la finestra, mamma?"
Era vero. Le foglie erano state ritrovate sotto la finestra.
Mrs Darling non sapeva cosa pensare, poiché Wendy ne parlava con tanta naturalezza che non si poteva liquidare l'intera faccenda dicendo che si era trattato di un sogno.
"Bambina mia - esclamò - perché non me ne hai mai parlato prima?"
"L’ho dimenticato", dichiarò distrattamente Wendy. Aveva fretta di fare colazione.
Oh, senz'altro era stato solo un sogno.
D'altra parte, c’erano sempre quelle foglie.
Mrs Darling le esaminò con molta attenzione: erano secche, ed era sicura che non appartenessero a nessun albero che cresceva in Inghilterra. Si inginocchiò e scrutò da vicino il pavimento, aiutandosi con la luce di una candela, in cerca di qualche strana impronta. Controllò con l’attizzatoio su per la cappa del caminetto e picchiò contro le pareti. Poi, con un metro a nastro, misurò l’altezza tra la finestra e il marciapiede sottostante: era un salto di quasi trenta piedi e non c’era alcun appiglio.
Oh, senz'altro era stato solo un sogno. [...]



Robert Ingpen


Da "Peter Pan and Wendy", di J.M. Barrie.
Traduzione: Mab's Copyright

giovedì 8 giugno 2017

Mrs Darling Seppe per la Prima Volta di Peter Pan Mentre...






Mrs Darling  seppe per la prima volta di Peter Pan mentre riordinava la mente dei suoi figli. Infatti, è buona abitudine di tutte le brave mamme, dopo che i loro bambini si sono addormentati, frugare nelle loro menti e mettere ordine nei  loro pensieri per il mattino dopo, riponendo al proprio posto i più disparati oggetti che, durante il giorno, hanno vagabondato di qua e di là. Se riusciste a svegliarvi - ma, ovviamente, non potete - sorprendereste anche vostra madre intenta a mettere ordine, e trovereste molto interessante osservarla. È come se riordinasse i cassetti.[...]

lunedì 5 giugno 2017

Nana

Alice Bolingbroke Woodward 



A Mrs Darling piaceva fare le cose a modo, e Mr Darling non poteva assolutamente essere da meno dei suoi vicini; così, ovviamente, assunsero una bambinaia. Dal momento che erano poveri, a causa della gran quantità di latte che bevevano i bambini, presero come bambinaia una Terranova molto perbene di nome Nana, che, prima del suo ingresso in casa Darling, non era appartenuta a nessuno in particolare.
Nana aveva sempre tenuto i bambini in gran considerazione. I Darling l’avevano notata nei Giardini di Kensington, dove Nana trascorreva la maggior parte del suo tempo libero sbirciando nelle carrozzine. Era odiatissima dalle bambinaie disattente perché le seguiva fino a casa e le rampognava davanti alle loro padrone.

Si rivelò un vero tesoro di bambinaia.
Era vigile e scrupolosa al momento del bagnetto, e saltava su a qualsiasi ora della notte se udiva il più flebile lamento da parte di uno dei suoi protetti. Naturalmente, la sua cuccia si trovava nella camera dei bambini.
Aveva un fiuto particolare per le malattie: sapeva quando un colpo di tosse era solo un colpo di tosse e quando, invece, era necessario avvolgere una bella sciarpa di lana intorno al collo dei bambini.
Fino al suo ultimo giorno di vita, ebbe un'incrollabile fiducia nei rimedi tradizionali, come le foglie di rabarbaro, e brontolava, sprezzante, quando sentiva parlare di sciocchezze moderne come i germi e cose del genere.
Vederla scortare i bambini a scuola era una lezione di buone maniere: se si comportavano come si deve, Nana incedeva dignitosamente al loro fianco, ma, se accennavano ad allontanarsi, li spingeva al loro posto nella fila a colpi di muso. Quando John giocava a calcio, non dimenticava mai di portare il suo maglione sportivo, e, non di rado, la si vedeva con un ombrello in bocca se il cielo minacciava pioggia. Al pianterreno della scuola di Mrs Fulsom c'era una stanza in cui le bambinaie aspettavano i bambini: Nana si sdraiava sul pavimento e questa era l’unica differenza tra loro. Le altre bambinaie la ignoravano, come se appartenesse ad una classe sociale inferiore, e Nana disprezzava il loro stupido chiacchiericcio.
Non gradiva affatto che le amiche di Mrs Darling visitassero la nursery, ma, quando accadeva, in un attimo sfilava il grembiule di tutti i giorni a Michael per infilargli il grembiule con i nastri blu, lisciava i capelli di Wendy e dava una ravviata a quelli di John. Nessuno avrebbe potuto governare la nursery meglio di Nana e Mr Darling lo sapeva bene, ma, a volte, si chiedeva, con un certo disagio, se i vicini  sparlassero: aveva il suo prestigio personale da tenere in conto.


Ivan Kravets


Da "Peter Pan and Wendy", di J.M. Barrie.
Traduzione: Mab's Copyright

domenica 4 giugno 2017

il Bacio Segreto di Mrs Darling

... Come è noto, la famiglia Darling viveva al numero 14, e, fino alla nascita di Wendy, sua madre era stata senza dubbio il personaggio più importante della casa. Era un'affascinante giovane signora, con un'indole romantica e una bocca  dolcemente ironica.
La sua indole romantica era simile a quelle scatoline infilate una dentro l’altra che vengono dall'Oriente misterioso. Per quante tu possa aprirne, ne scopri sempre una nuova, più piccola, e, sulla sua bocca dolcemente ironica, c'era un bacio che Wendy non era mai riuscita a rubarle, benché fosse proprio lì, all'angolo destro,  visibile a tutti.
[...] Mr Darling ottenne tutto, tranne l'ultima scatolina, quella più nascosta, e il bacio all'angolo destro della sua bocca. Della scatolina non sospettò neanche l'esistenza, e, con il trascorrere del tempo, rinunciò alla conquista del bacio.
Wendy pensava che Napoleone sarebbe riuscito a conquistarlo, io, invece. me lo figuro mentre se ne va su tutte le furie, sbattendo la porta, dopo un appassionato quanto inutile tentativo.



Lynch Albert




Da "Peter Pan and Wendy", di J.M. Barrie.
Traduzione: Mab's Copyright

lunedì 29 maggio 2017

La Mammadraga, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)

'era una volta una bambina, figlia d'un calzolaio. La madre, cullandola, le cantava sempre: "Dormi, figlia Regina! Dormi, il Reuccio arriva!"
Il marito, battendo le suole le faceva il verso, per ridere: Dormi, il Reuccio arriva! Dormi, figlia Regina!
La madre, dopo pochi mesi, morì e il calzolaio riprese subito moglie. Da prima, parve che la matrigna volesse bene alla figliastra. Spesso, accarezzandola, le diceva: "Ora ti faccio un fratellino."
"Fratellini non ne voglio."
"Perché?"
"Perché... "
Passò un anno. Vedendo che non c'era nessuna speranza di avere un figliuolo, la matrigna, indispettita, cominciò a prendersela con la bambina. La maltrattava senza ragione, la picchiava, le faceva patire la fame.
Il suo babbo le voleva bene, ma si lasciava menare pel naso da quella donna. "Babbo, vostra moglie m'ha picchiato!"
"Perché non la chiami mamma? Chiamala mamma."
"La mia mamma non è più qui."
"Allora, fa bene a picchiarti, figlia Regina!"
Soleva dirle così.
Una volta la poverina era stata lasciata languire di fame un'intera giornata, e la matrigna voleva che le stesse davanti, a guardarla, mentre mangiava a due palmenti.
"Ogni boccone, uno stranguglione!", borbottò la bambina.
"Figlia di tua madre, via di qua! Non ti voglio più tra' piedi. Via di qua!"
E, a pugni e a pedate, la cacciò fuori di casa. Il marito era andato a consegnare un paio di stivali a un avventore. Tornato in bottega, domandò:
"Dov'è la bambina?"
"A fare il chiasso, la fannullona!"
Viene la notte, e la bambina non si vede.
"Oh Dio! Le sarà accaduto un malanno! Vado a cercarla."
"A quest'ora? Lasciamo socchiuso l'uscio di casa."
Quando torna, se ne va a letto. II calzolaio, che faceva sempre la volontà della moglie, non insistette. La mattina però, levatosi per tempo, il suo primo pensiero fu per la bambina. Il letto era ancora intatto, e l'uscio socchiuso.
"Ah, figliolina mia! Dove sarà mai? Vado a cercarla."
"Vuoi perdere la giornata? - disse quella donnaccia - Tu resta a lavorare; vado io. Vedi com'è cattiva! Se la trovo, la picchio di santa ragione."
E uscì fuori.
"Vicine, avete visto quella bambina?"
"Ieri andava di corsa laggiù laggiù. Domandatene più in là."
"Comari, avete visto ieri una bambina che correva?"
"Andava di corsa laggiù laggiù. Domandatene più in là."
"Buona nonna, ieri avete visto passare una bambina? "
"Che bambina o bambino? Non ho visto anima viva!"
"Perché rispondete con quella vociaccia e quel visaccio, brutta strega? Vi ho detto forse qualcosa di male?"
"Il male non l'hai detto, ma l'hai fatto. Tieni!"
E le buttò addosso un catino d'acqua. Di donna che era, la matrigna diventò lupa; ma lei non se n'accorgeva. Credeva di parlare e abbaiava. La gente fuggiva al solo vederla comparire. Torna a casa e infila l'uscio. Il marito spaventato, comincia a tirarle addosso forme, gambali, tutto quel che gli capita sotto mano; poi, afferra un bastone, e giù colpi da orbo.

lunedì 22 maggio 2017

Cannetella, Pentamerone, Giornata Terza, Trattenimento Primo

Cannetella non trova marito che le vada a genio; ma il suo peccato la fa incappare nelle mani d'un orco, che la condanna a trista vita, finché da un votacessi, vassallo di suo padre, è liberata.


'era una volta un re di Bellopoggio, che aveva maggiore brama di fare razza che non hanno i facchini delle esequie per raccogliere la cera. Tanto che promise per voto alla dea Siringa che, se gli faceva fare una figlia, le avrebbe messo nome Cannetella [1], per memoria che essa si era trasformata in canna. E tanto pregò e strapregò che ottenne la grazia, ed ebbe da Renzolla, sua moglie, una bella bambinetta, alla quale mise il nome che aveva promesso.
Cannetella crebbe a palmi e diventò lunga quanto una pertica. E allora il re le disse:
"Figlia mia, già sei fatta (e il Cielo ti benedica) come una quercia, e sei nel punto giusto di accompagnarti con un maritino, meritevole di cotesta bella faccia tua, per mantenere la razza della casa nostra. Perciò io, che ti voglio bene quanto le pupille degli occhi miei e bramo il piacer tuo, desidero conoscere la qualità di sposo che tu vorresti. Quale sorta d'uomo ti andrebbe a genio? Lo vuoi letterato o spadaccino? garzoncello o attempato? brunetto o bianco e rosso? lungo della persona o bassottino? stretto nei fianchi o tondo come un bue ? Tu scegli ed io metto la firma ".
Cannetella, che senti queste larghe offerte, ringraziò il padre e gli dichiarò dapprima che essa aveva consacrato la sua verginità a Diana, né voleva per niun conto andarsi a perdere con un marito. Per altro, alle preghiere insistenti del re, fini coi rispondere:
"Per non mostrarmi sconoscente a tanto amore, mi contento di fare la volontà vostra; ma a patto che mi sia dato un uomo tale che non vi sia l'altro al mondo".
Lieto di questa risposta, il padre si pose dalla mattina alla sera alla finestra, squadrando, misurando e scandagliando tutti quelli che passavano per la piazza dinanzi al palazzo reale. Passò, finalmente, un uomo di assai buon garbo, ed egli disse alla figlia:
"Corri, affacciati, Cannetella; e vedi se costui è a misura delle voglie tue".
Ed essa lo fece venir su, e gli offersero un bellissimo banchetto, dove c'era quanto si possa mai desiderare. Senonché, nel mangiare, cadde dalla bocca al fidanzato una mandorla; ed egli, chinatosi, la ripigliò destramente e la pose sotto la tovaglia, e, finito il desinare, se ne andò. II re disse a Cannetella: "Come ti piace il fidanzato, vita mia?".
Ed essa: "Toglimelo dinanzi cotesto goffo, perché un uomo grande e grosso come lui non doveva lasciarsi sdrucciolare una mandorla dalla bocca".
Il re, udito questo, andò ad affacciarsi un'altra volta; e, passando un altro giovane di buon taglio, chiamò la figlia per sapere se trovasse grazia presso di lei. Come la prima volta, Cannetella volle che salisse, e gli fu dato un banchetto; e, quando si fini di mangiare e quello si accommiatò, il re chiese alla figlia come gli piacesse.
"Che ne voglio fare - essa rispose - di quello sgraziato? che doveva condurre con sé per lo meno due servitori, che gli levassero dalle spalle il ferraiuolo".
"Se è cosi - disse il re, - è pasticcio: coteste sono scuse da cattivo pagatore, e tu vai cercando peli per non darmi il gusto che ti chiedo. Risolviti, perché io ti voglio maritare, e trovare radice valida a far germogliare la successione della mia casa ".
A queste parole stizzose, Cannetella parlò aperto:
"Per dirvela, tata e signore, chiaro e come la sento, voi vangate nel mare e fate male il conto con le dita, perché io non mi assoggetterò ad uomo vivente, se non sarà tale che abbia il capo e i denti d'oro".
E il travagliato re, sentendo che quella testa era dura, fece gettare un bando che chi nei suoi domini si trovasse conforme al desiderio della figliuola, si facesse avanti perché gliela darebbe in moglie insieme col regno.
Aveva questo re un gran nemico, chiamato Fioravante, tanto da lui aborrito che non poteva vederlo neppur dipinto su un muro; il quale, udito il bando, poiché era un bravo necromante, chiamò una frotta di quelli che lontani siano, e comandò che gli facessero subito la testa e i denti d'oro. Risposero quelli che solo grandemente sforzati gli avrebbero reso questo servigio, per essere cosa assai strana nel mondo, laddove piuttosto gli avrebbero fornito le corna d'oro, come più usitate al tempo d'oggi [2], Ma egli li costrinse con scongiuri e incantamenti, e, infine, ne venne soddisfatto; e, quando si vide testa e denti di ventiquattro carati, andò a spasseggiare sotto le finestre del re.
Il re, a cui venne sott'occhio proprio quello che cercava, chiamò la figlia, la quale, guardando, subito disse:
"Questo è quello: non potrebbe essere migliore, se lo avessi impastato con le mani mie stesse".
E, quando Fioravante stava per levarsi e andar via, il re gli disse:
"Aspetta un po', fratello: come sei caldo di reni! Sembra che stii col pegno presso il giudeo, e che abbi l'argento vivo dietro e il pungolo sotto la codola. Piano, che ora ti do bagagli e gente per accompagnare te e mia figlia, che voglio che ti sia moglie".
"Vi ringrazio - rispose Fioravante: - non ce n'è bisogno. Basta solo un cavallo, perché me la metto in groppa e me la porto a casa mia, dove non mancano servitori e mobili quanti l'arena".
Contrastarono per un pezzo, ma, in fine, Fioravante la vinse, e, alzatala sul cavallo, parti.
Alla sera, quando dal mulino del cielo si distaccano i cavalli rossi e vi si mettono i bovi bianchi, giunsero a una stalla, dove alcuni cavalli stavano alla mangiatoia. Lo sposo vi fece entrare Cannetella e le disse: "Bada bene! debbo fare una corsa fino alla mia casa, che ci vogliono sette anni per giungervi. Aspettami in questa stalla, e non venirne fuori, non lasciarti vedere da alcuno; perché, altrimenti, farò che te ne ricordi fino a quando sarai viva e verde".
Cannetella rispose: "Io ti son soggetta ed eseguirò il tuo comando in ogni puntino; ma vorrei sapere che cosa mi lasci per mantenermi in vita durante questo tempo".
Replicò Fioravante: "Quel che rimane di biada a questi cavalli, basterà per te".


H.J. Ford


mercoledì 17 maggio 2017

La Fanciulla dalle Mani Tagliate, Paul Sèbillot (Francia)


'era una volta un vedovo che si sposò in seconde nozze: aveva già una figlia di primo letto, e la seconda moglie gliene diede un'altra. La maggiore, che si chiamava Euphrosine, diventò così bella che, quando passava, tutti si voltavano a guardarla, mentre la sorella era piccola e brutta.
La matrigna, invidiosa della bellezza della figliastra, cominciò a perseguitarla approfittando del fatto che il marito, essendo capitano di lungo corso, trascorreva pochissimo tempo a casa.


A. Stegg


Una volta che lui partì per un lungo viaggio, sua moglie tagliò le mani di Euphrosine, la condusse in una foresta lontana, la costrinse a salire su un biancospino alto come un melo e minacciò di ucciderla se solo avesse osato scendere. La crudele matrigna voleva liberarsi di Euphrosine perché sua figlia rimanesse l'unica erede; tuttavia non aveva il coraggio di lasciarla morire di fame e ogni otto giorni le portava del cibo. Facendo salire Euphrosine sull'albero, le si era però conficcata una spina in un ginocchio; la ferita, anziché guarire, andò sempre peggiorando, ed ella fu presto obbligata a rimanere a letto.
Euphrosine, che non aveva più niente da mangiare, cominciò a piangere e disperarsi, e proprio allora una gazza venne a portarle del cibo. Con dolcezza Euphrosine addomesticò l'animale, che, da quel giorno, tornò regolarmente a portarle da mangiare. Quando il padre tornò dal viaggio, fu sorpreso di non trovare la figlia maggiore, e domandò alla moglie che cosa le fosse successo; ella rispose che Euphrosine era una libertina e se ne era andata con dei soldati per seguire l'armata. Il capitano la cercò a lungo senza risultato, e alla fine si rassegnò all'idea di averla perduta.
Un giorno. un soldato, tornato a casa in licenza, andò a caccia nella foresta, e vide con sorpresa i suoi cani abbaiare ai piedi di un biancospino. Per quanto lui fischiasse e chiamasse, loro restavano vicino all'albero. Incuriosito si avvicinò e scorse Euphrosine, che era ancora più bella di quando la sua matrigna l'aveva abbandonata; come la vide il giovane se ne innamorò.
"Che cosa fate sulla cima di quest'albero?", chiese.
"Ahimè, signore, sono tre anni che sto su questo biancospino, e che vivo grazie a una gazza che mi porta da mangiare".

giovedì 11 maggio 2017

L'Albero Sacro (Austria)

ell'albero sacro, che una volta si trovava in un prato a sud del paese di Nauders, oggi rimane solo il ceppo. Il prato si trova su un declivio, a fianco del quale si estende il bosco, e il lato meridionale si chiude con una collinetta sulla quale un tempo sorgeva un castello. Ancora oggi si possono vedere alcuni resti di mura, che secondo la leggenda appartenevano al castello dell'albero sacro.
Questo albero era un grosso larice, dalla bella corona rotonda; si racconta che rapisse i bimbi appena nati, e preferibilmente i maschietti. Non si poteva raccogliere legna da ardere o tronchi nelle vicinanze del larice; far rumore o gridare lì vicino era considerato un comportamento imprudente e se si pronunciavano bestemmie o si litigava si commetteva un grave sacrilegio che sarebbe stato ben presto punito.
L'ammonimento: Non farlo, qui vicino c'è l'albero sacro! era molto frequente.

Una volta un servo volle provare ad abbatterlo, per prendersi gioco delle credenze del popolo. Dopo il primo colpo, il tronco cominciò a sanguinare, e alcune gocce caddero anche dai rami del larice. Il servo terrorizzato lasciò cadere la scure e se la svignò a gambe levate. I compaesani lo trovarono lungo la strada svenuto e lo portarono a casa, dove si riprese solo il giorno seguente. Le tracce del sangue rimasero visibili sul tronco per molto tempo e la ferita provocata dal colpo d'ascia rimase aperta finché l'albero fu in vita.



Victoria Francés



Si narra inoltre che il castello vicino all'albero sacro fosse stato colpito da una maledizione e per questo fosse sprofondato nel suolo assieme a tutti i suoi tesori. Nel luogo dove sorgeva un tempo il castello si dice che siano ancora racchiuse nel sottosuolo enormi ricchezze e che, se ci si aggira da quelle parti a tarda ora, si può udire il tintinnio delle monete d'oro e d'argento.
Si è tentato spesso di scavare sulla collinetta per cercare i tesori nascosti ma pare che vi siano a guardia tre giovani donne colpite da una maledizione, che solo il ritrovamento del tesoro potrà liberare. Esse compaiono ai viandanti a tarda notte facendo loro dei segnali o cercando un modo per farli avvicinare. Un pastore che a sera inoltrata cercava le sue mucche, imboccò un bel sentiero largo, che conduceva nelle vicinanze del castello. Quando però si trovò davanti alle rovine ebbe paura e cercò di fuggire, ma si accorse all'improvviso che il sentiero era sparito e dovette faticosamente guadagnarsi la via tra la sterpaglia.

Un contadino invece, che rincasava col suo carico di fieno, vide sul sentiero vicino al castello una vasca piena di denti bianchi. Senza badarci la spinse da parte. Sua moglie però, che camminava dietro il carro, prese tre denti e se li infilò in una tasca dove teneva anche un rosario. Giunta a casa trovò al posto dei denti tre splendenti pezzi d'oro.

Nonostante le varie apparizioni delle tre fanciulle maledette, e i loro tentativi di condurre molti viandanti sul luogo del tesoro, nessuno è finora riuscito a trovarlo.
Di una delle tre donne si racconta che è mezza bianca e mezza nera. Si dice che costei si sia avvicinata un giorno a un ragazzo, che era giunto insieme ad altri per accendere i fuochi di san Giovanni nei pressi del castello.
Costei gridò:
"Johannes (così si chiamava il giovanotto) seguimi, e quando saremo nel luogo giusto spogliati. Io mi trasformerò in serpente e mi attorciglierò intorno a te per tre volte. Non devi avere paura, perché solo in questo modo potrai sciogliere la maledizione che mi colpisce e impossessarti del tesoro".
Johannes ubbidì: si spogliò e si lasciò avvolgere dal serpente per due volte ma alla terza ebbe una gran paura e d'improvviso il serpente scomparve.

Da "Sagen aus Osterreich", a cura di Hans Darnstadt

mercoledì 10 maggio 2017

Kate Schiaccia-Noci, Scozia, Traduzione Mia

'erano una volta, un Re ed una Regina. Il Re aveva una figlia che si chiamava Anne, e la Regina una figlia di nome Kate. Kate era molto più bella della figlia della Regina, tuttavia, le due fanciulle si amavano come fossero sorelle. La Regina divenne molto gelosa della figlia del Re perché era più bella della sua, e non pensava ad altro che a come rovinarne l'avvenenza.
Così andò a consigliarsi dalla Comare dei Polli che le disse di mandarle la ragazzina l'indomani mattina presto, e si raccomandò che fosse digiuna.
E, il giorno dopo, la Regina mandò a chiamare Anne e le disse:
"Cara, va' dalla Comare dei Polli, nella valle, e  chiedile un po' di uova".
Anne obbedì, ma, mentre attraversava la cucina, vide una crosta di pane, la prese e la masticò strada facendo.
Una volta arrivata a casa della Comare dei Polli, le chiese un po' di uova, così come le era stato ordinato di fare.
La Comare dei Polli le disse:
"Alza il coperchio di quella pentola e guardaci dentro".
La fanciulla obbedì, ma non accadde nulla. Allora, la Comare dei Polli le disse:
"Torna a casa da tua madre e dille di sorvegliare meglio la dispensa!"
La Regina capì che Anne doveva aver mangiato qualcosa prima di uscire, così, il mattino dopo, la sorvegliò attentamente finché non si allontanò, ma la Principessa incontrò dei contadini che raccoglievano piselli sul bordo della strada, si fermò a salutarli, poiché aveva un animo gentile, e accettò una manciata di piselli che mangiò lungo la via.
Una volta arrivata a casa della Comare dei Polli, questa le disse:
"Alza il coperchio di quella pentola e guardaci dentro".
La fanciulla obbedì, ma non accadde nulla. Allora, la Comare dei Polli montò su tutte le furie e gridò:
"Torna da tua madre e dille che la pentola non bollirà mai lontano dal fuoco!":
E, il terzo giorno, la Regina in persona accompagnò Anne dalla Comare dei Polli, e, questa volta, quando la fanciulla alzò il coperchio della pentola, la sua bella testa cadde giù, e, al suo posto, le saltò sulle spalle una testa di pecora.





martedì 9 maggio 2017

La Troll nel Bosco, Scandinavia

n giorno un boscaiolo stava abbattendo alberi con due suoi compagni a Hurdal. Avevano appena rovesciato un tronco pesante quando all'improvviso dei gomitoli rotolarono ai loro piedi. Meravigliati, gli uomini si chiesero che cosa mai significasse. Quando il primo di loro sollevò lo sguardo per vedere da dove erano caduti, vide in cima all'altura una giovane donna, la cui bellezza era così accecante che il boscaiolo dovette chiudere gli occhi.
"Non mi vuoi riportare uno dei gomitoli?", gli chiese la donna.
Il boscaiolo le si avvicinò e si accorse che era ancora più bella di quel che sembrava. Se non avesse dovuto terminare il lavoro sarebbe certamente rimasto a contemplarla. Tornò invece ad abbattere tronchi, e quando, qualche istante dopo, volse nuovamente lo sguardo alla montagna, la donna era sparita. Il boscaiolo aveva sentito parlare spesso di Huldren e Troll e sapeva bene cosa succedeva a coloro che davano troppa confidenza a questi esseri. Durante la notte si coricò perciò in mezzo ai suoi due compagni per sentirsi al sicuro, e decise di non pensare più alla troll.
Ma tutto ciò non servì a nulla, perché la donna lo rapì e lo trasportò in volo all'interno di una montagna, in un posto lussuoso e confortevole.
Per tre giorni e tre notti il boscaiolo rimase prigioniero nella montagna.
Il mattino del quarto giorno si risvegliò, tutto turbato, nel suo solito giaciglio del bosco.
"Che tu sia tornato è una bella cosa - gli dissero i suoi compagni - ma ci hai portato sufficienti provvigioni da casa?"
"Certo - rispose il boscaiolo - vi ho portato dei buonissimi tritelli".
Alcuni giorni dopo, mentre stava inserendo un cuneo in un tronco per poterlo fendere in lunghezza, una affascinante donna gli portò un piatto di tritelli, che avevano un aspetto molto invitante e fumavano belli caldi.
"Mangia", gli disse la donna, sedendosi sul tronco.
Proprio allora il boscaiolo si accorse della lunga coda che le penzolava nella fenditura del tronco.





Senza neppure toccare il piatto, estrasse il cuneo dalla fenditura, così che questa si richiuse imprigionando la coda della donna.
L'uomo cominciò poi a pregare ad alta voce, e la troll, urlando e bestemmiando, Iniziò a tirare la sua coda, e infine la strappò e volò via.
Da quel giorno il nostro boscaiolo divenne alquanto strano e cominciò a trascurare il lavoro; non aveva il coraggio di recarsi nel bosco, rischiando di incontrare la troll.
Dopo quattro anni, tuttavia, spinto dalla necessita di lavorare, tornò nel bosco. Mentre si dirigeva nel luogo stabilito, si trovò all'improvviso, senza sapere come, davanti a una casa in cui abitava una vecchia così brutta che al nostro boscaiolo vennero i brividi. Tra i ceppi d'albero giocava un bambino di quattro anni, arruffato e squamoso. La vecchia prese dalla casa un boccale d'acqua e lo porse al bimbo con queste parole:
"Su monello, vai da tuo padre e portagliene un sorso".
Il boscaiolo, a quelle parole, cominciò a tremare e fuggì terrorizzato verso il paese.
Da quel giorno, nonostante le insistenze dei compagni, non volle mai più mettere piede nel bosco.


J. Bauer



"La Troll nel Bosco" (Scandinavia), da: "Norske Huldreeventyr og Folkesagn", di P. C. Asbjørnsen.

Da notare la scena dell'agnizione finale, comune a "La Fanciulla Senza Mani", sia la variante più antica che quella con santificazione, ma anche alle fiabe-novelle del tipo "La Moglie/Sorella Calunniata". Sembrerebbe la risposta grottesca a quel finale, in realtà, è l'esatto contrario.


sabato 6 maggio 2017

Monna Bice e i Tre Figli Storpi, Emma Perodi

'era dunque molti, ma molti anni addietro, un vicario di Poppi, inviato dalla Repubblica Fiorentina, che tutti temevano in paese per la sua perfidia. Questi avea nome Bindo Sergrifi, ed era di famiglia nobilissima. La moglie di lui, madonna Bice, lo temeva più degli altri, perché, se era duro con i suoi dipendenti, si mostrava intrattabile in famiglia e non c’era caso che sorridesse mai. Oltre a questo, era avaro e sprezzante quanto mai, e non permetteva nemmeno che madonna Bice, la quale tuttavia discendeva dalla nobile famiglia degli Agli, si sedesse a mensa insieme con lui, e le faceva indossare abiti più adattati per una contadina che per una gentildonna.
Però, anche vestita poveramente, madonna Bice, giovane e amabile, era bellissima e ser Bindo era brutto come il diavolo nonostante i giustacori di velluto e di seta e le zimarre di drappo foderato di pelliccia. Quando la Repubblica inviò ser Bindo a Poppi, egli aveva da poco menato in moglie la bella madonna Bice, ma già la trattava come una serva, ed ella sopportava tutto senza mai lagnarsi, come si conviene ad una buona e devota moglie.
Multe, imprigionamenti, impiccagioni, furono gli atti con i quali ser Bindo inaugurò la sua vicarìa; madonna Bice, per conto proprio, visitava i poveri, soccorreva le famiglie dei carcerati ed aiutava tutti coloro che sapeva colpiti dalla prepotenza del marito. Questa pietà della bella donna frenava le ire dei malcontenti, e ser Bindo avrebbe dovuto ringraziarla dalla mattina alla sera per averlo, con queste sue opere caritatevoli, salvato dal coltello degli offesi. Invece non faceva altro che rimproverarla, e la povera donna doveva attendere che egli fosse partito a cavallo, per recarsi nelle case dei bisognosi e portarvi conforto.
Dopo pochi mesi che madonna Beatrice era a Poppi, mise al mondo un maschietto; ma un po’ forse per la vita disagiata, un po’ per gli spaventi avuti mentre lo portava nel seno, il bambino nacque con un piede rivoltato in dentro. Ser Bindo, appena lo vide, invece di consolare la madre piangente, disse con la sua vociaccia di disprezzo:
"Meriterebbe che lo gettassi dal merlo più alto della torre; per i deformi non ci dovrebbe essere posto nel mondo"
"Che nome gli daremo?", domandò la signora piangente.
"Quello che ti pare; per me sarà sempre lo storpio", rispose ser Bindo.
La nascita del primo figlio, che è sempre una gioia, una grandissima gioia per ogni donna, fu dunque per madonna Bice un accrescimento di pena. Il vicario, irritato dalla vista di quel povero bimbo deforme, fuggiva le stanze della moglie e aggravava la mano sui suoi dipendenti. Le condanne fioccavano, e la gente era presa dal terrore. L’eco di questo malcontento giungeva agli orecchi della povera signora, la quale, cullando il suo bambino, lo copriva di lacrime.



Nikolas Gysis

La Fanciulla Perseguitata Diventa Santa

Non potevo essere così ipocrita da evitare un tipo fiabesco che non amo affatto: "La Fanciulla Senza Mani", ovvero la Fanciulla Perseguitata spinta al limite. A maggior ragione perché ho postato fiabe in cui la protagonista - apparentemente - rientra pienamente nel ruolo, tanto da essere accusata di stregoneria, e da rischiare di morire sul rogo, senza dimenticare il soggiorno "penitenziale" nella foresta.
Facile per chi sia digiuno o superficialmente nutrito di letture fiabesche confondere o apparentare, ad esempio, la protagonista delle fiabe con i fratelli trasformati in cigni o in corvi (per non parlare della Sorellina per eccellenza, Biancaneve) e quella della Fanciulla Senza Mani.
Non hanno nulla in comune.
Tanto per incominciare, la Fanciulla Senza Mani NON È la "Sorellina nel bosco", e già questo renderebbe inutile una qualsiasi discussione ancorché trattata in modo necessariamente stringato e superficiale (trattasi di un post).




martedì 2 maggio 2017

La Fanciulla Senza Mani, Grimm n.31, Traduzione Mia

n mugnaio era molto povero e non possedeva che il suo mulino e, sul retro, un grande melo.
Un giorno, mentre era nel bosco a far legna, gli si avvicinò uno strano vecchio e gli disse:
"Perché‚ ti spacchi la schiena a far legna? Io ti farò ricco se mi prometti quello che c'è dietro al tuo mulino".
'Che altro può essere se non il mio melo?' pensò il mugnaio; così acconsentì e promise.
Ridendo beffardamente, lo sconosciuto aggiunse:
"Fra tre anni verrò a prendermi ciò che è mio".
Quando il mugnaio tornò a casa, gli andò incontro la moglie e gli disse:
"Uomo, da dove viene tutta la ricchezza che è comparsa in casa nostra? Ceste, casse e madie si sono riempite di ogni ben di Dio, senza che nessuno sia venuto a portar nulla!"
Il mugnaio rispose:
"Uno strano vecchio che ho incontrato nel bosco ha promesso di farmi ricco. In cambio ha voluto ciò he abbiamo dietro il mulino. Possiamo ben dargli il vecchio melo in cambio di quest'abbondanza!"
"Ah, marito! - gridò la donna, atterrita - Quel vecchio doveva essere il Diavolo! E non intendeva certo il melo, ma nostra figlia che, stamane, spazzava il cortile dietro il mulino".
La figlia del mugnaio era una fanciulla buona quanto era bella, e, il giorno in cui il Maligno sarebbe venuto a prendersela, si lavò per bene e tracciò con il gesso un cerchio intorno a sé.
Il Diavolo comparve di buon mattino, ma non poté avvicinarla.
Furioso, ordinò al mugnaio:
"Portale via l'acqua, che non possa più lavarsi, così l'avrò in mio potere".
Terrorizzato, il mugnaio obbedì.
Il giorno dopo, il Diavolo ritornò, ma la fanciulla aveva pianto tanto che le lacrime copiose avevano lavato le sue mani, che erano pulitissime.
Così il Diavolo non poté avvicinarsi neanche questa volta, e, montato in gran collera, disse al mugnaio:
"Tagliale le mani, altrimenti non posso toccarla".
Ma il padre, inorridito, rispose:
"Come posso tagliare le mani a mia figlia?"
Allora, il Maligno lo minacciò dicendo:
"Se non lo fai, sarai mio e prenderò te al posto suo".
In preda al terrore, il padre promise che gli avrebbe obbedito. Poi, andò dalla figlia e le disse:
"Bambina mia, se non ti mozzo le mani, il Diavolo ha detto che mi porterà via, e, spaventato, gli ho promesso di farlo. Ti prego, aiutami e perdonami".
La fanciulla rispose:
"Padre mio, fate di me ciò che volete: sono vostra figlia".
Gli porse le mani e lasciò che gliele mozzasse.





sabato 29 aprile 2017

La Penta Mano-Mozza, Pentamerone, Terza Giornata, Secondo Trattenimento

Penta respinge indignata le nozze propostele dal fratello e, tagliatesi le mani, gliele manda in dono. Quegli la fa gettare a mare in una cassa, che capita a una spiaggia, dove un marinaio la raccoglie e conduce Penta a casa sua; ma la moglie, gelosa, la fa rigettare a mare nella stessa cassa. Raccolta da un re, gli diventa moglie; ma, pei raggiri della stessa malvagia femmina, è discacciata dal regno, e, dopo lunghi travagli, ritrova il marito e il fratello, e restano tutti contenti e consolati.



Il re di Pietrasecca, rimasto vedovo, senza donna a fianco, fu istigato da Farfarello [Nome di uno dei diavoli della quinta bolgia dell'Inferno dantesco] a prendere in isposa la propria sorella, Penta; onde un giorno, chiamatala da solo a sola, le disse:
"Non è, sorella cara, da uomo di giudizio far andar via il bene dalla casa propria: oltre che non sai quel che ti tiri addosso, lasciandovi metter piede a gente forestiera. Ho riflettuto assai su questo punto e sono venuto infine nella risoluzione di prendere te per moglie. Tu sei fatta al fiato mio, e io conosco l'indole tua: contentati, dunque, di fare con me quest'incastro, questa lega di botteghe [1], questo unianlur acin [2], questo misce et fiat polum [3], che condurremo l'uno e l'altra una vita serena".
Penta, al sentire questo sbalzo di quinta rimase fuor di sé, e un colore le usciva e un altro le entrava; perché non avrebbe potuto mai immaginare che il fratello venisse a siffatte stravaganze e cercasse di dare a lei un paio d'uova barIacee, mentre esso proprio aveva bisogno, per suo conto, di cento uova fresche [4]. Stette, per un pezzo, muta, pensando quale risposta potesse dare a domanda cosi impertinente e fuor di proposito; ma, in ultimo, scaricando la soma della pazienza, disse:
"Se voi perdete il senno, io non voglio perdere la vergogna: mi meraviglio di voi che vi fate scappare dalla bocca proposte di cotesta sorta, che, se sono dette per celia, sono asinerie, se sul serio, puzzano di caprone; e mi duole che, se voi avete una lingua per dire di queste brutte cose, io abbia orecchie per udirle. Io, moglie a voi? Dove avete il cervello ?. Da quando in qua si fanno di coteste capriate [5], di coteste olle podride, di coteste mischianze? E dove stiamo? Al Ioio?. Vi sono sorella o cacio cotto con olio? [6]. Mettete la testa a segno, per la vita vostra, e non vi fate più scivolare dalla bocca parole come queste; se no, farò cose da non credere, e, se voi non mi onorerete come sorella, io non vi tratterò da quello che mi siete!".
Ciò detto, corse in furia a chiudersi in una camera, puntellandola di dentro, e non vide la faccia del fratello per più di un mese, lasciando lo sciagurato re, che era andato con una fronte da maglio a stancare le palle (5\ scornato come un fanciullo che ha lotto l'orciuolo, e confuso come una cuoca alla quale il gatto ha portato via il tocco di carne.
A capo di quei tanti giorni, Penta fu citata di nuovo dal re alla gabella delle sue sfrenate voglie; ed essa volle appurare esattamente di che cosa il fratello si fosse incapricciato nella persona sua, e, uscita dalla camera, lo andò a trovare.
"Fratello mio, - gli disse - io mi sono vista e mirata allo specchio, e non trovo in questo mio volto cosa che possa essere meritevole dell'amor vostro; che, in verità, non sono un boccone cosi goloso da far commettere pazzie alla gente".
Il re le rispose:
"Penta mia, tu sei tutta bella e compita dal capo al piede; ma la mano è quella che sopr'ogni cosa mi rapisce: la mano, forchettone che dalla pignatta di questo petto tira fuori le interiora; la mano, uncino che dal pozzo di questa vita porta su la secchia dell'anima; la mano, morsa che stringe questo spirito, mentre Amore vi lavora di lima. O mano, o bella mano, che sei mestolo che minestra dolcezza, tenaglia che strappa le voglie, paletta che aggiunge carbone per far bollire il mio cuore!".


W. Goble



E più voleva dire, quando Penta rispose:
"Sta bene: v'ho inteso. Aspettate un po', non vi movete di qui, che or ora torno". E, rientrata nella sua camera, fece chiamare un suo schiavo mezzo insensato, gli consegnò un coltellaccio con un gruzzolo di patacche e gli disse:
"Ali mio, tagliare mani mie, volere fare bella secreta e diventare più bianca".

lunedì 24 aprile 2017

La Romanza della Vilja, da La Vedova Allegra

La Romanza della Vilja
da
La Vedova Allegra (Die lustige Witwe )
di
Franz Lehár (1870-1948)
Libretto di Viktor Léon e Leo Stein

Traduzione tratta dal programma di sala del Teatro Regio di Torino, stagione 1998-99.





Atto II

Vi prego, fermatevi un po’ qui,
dove ora, secondo l’usanza patria,
si celebra la festa del principe,
come se fossimo là in Cetinje!

Ah! Mi velimo dase dase veslimo!
Esultiamo e cantiamo!
Balliamo e saltiamo!

Ma ora, come là in patria,
intoniamo il nostro canto,
di una fata che -
come si sa -
noi chiamiamo la Vilja!
C’era una Vilja, una fanciulla dei boschi,
un cacciatore la scorse sulle rocce.
Il giovane provò uno strano sentimento,
guardava e guardava la fanciulla dei boschi.
E un ignoto fremito prese il giovane cacciatore,
con bramosia si mise a sospirare:

Vilja, oh Vilja, o fanciulla dei boschi,

prendimi e fà di me il tuo amato.
Vilja, oh Vilja, che cosa mi fai?
Tremante si lagna un uomo malato d’amore!

Vilja, oh Vilja, o fanciulla dei boschi, ...

La fanciulla dei boschi
gli stese la mano
e lo trascinò nella sua casa di rocce.
Il giovane ha quasi smarrito i sensi,
non così ama né bacia fanciulla terrena.-
Quando ella fu sazia di baci, all’improvviso sparve!
Per sempre il poverino l’ha salutata.

Vilja, oh Vilja, ....







Testo Originale 

Valencienne

Ich bitte, hier jetzt zu verweilen,
wo allsogleich nach heimatlichem Brauch
das Fest des Fürsten so begangen wir,
als ob man in Cetinje wär’ daheim.

Coro

Ah! Mi velimo dase dase veslimo!
Lasst uns jauchzen und lasst uns singen!
Lasst uns tanzen und lasst uns springen!

Hanna

Nun lasst uns aber wie daheim,
jetzt singen unsern Ringelreim
von einer Fee, die - wie bekannt -
bei uns die Vilja wird genannt!
Es lebt eine Vilja, ein Waldmägdelein,
ein Jäger erschaut sie im Felsengestein.
Dem Burschen, dem wurde so eigen zu Sinn,
er schaute und schaut auf das Waldmägdlein hin.
Und ein nie gekannter Schauer fasst den jungen Jägersmann
sehnsuchtsvoll fing er still zu seufzen an:
Vilja, o Vilja, du Waldmägdelein,
fass mich und lass mich dein Trautliebster sein.
Vilja, o Vilja, was tuts du mir an?
Bang fleht ein liebkranker Mann!

Coro 

Vilja, o Vilja, du Waldmägdelein,

Hanna 

Das Waldmägdlein streckte
die Hand nach ihm aus
und zog ihn hinein in ihr felsiges Haus.
Dem Burschen vergangen die Sinne fast sind,
so liebt und so küsst gar kein irdisches Kind.
Als sie sich dann sattgeküsst, verschwand sie zu derselben Frist!
Einmal noch hat der Arme sie gegrüßt.

Coro 

Vilja, o Vilja, …

sabato 22 aprile 2017

La Vila, Fiaba Slava, Traduzione Mia

n una calda giornata d'estate, un giovane uomo di Veprin, alto e bello, camminava su per il colle Uczka quando vide, sdraiata sull'erba, una fanciulla bellissima, biancovestita, con il capo protetto da un fazzoletto, e rimase assorto nella contemplazione rapita del suo viso stupendo. Usando ogni cautela per non svegliarla, strappò un ramo frondoso e lo infilò delicatamente nel terreno così da creare un'ombra che la riparasse dai raggi del sole. Ben presto, la fanciulla si svegliò, vide il ramo piantato nel terreno, e si accorse dell'ombra creata per proteggerla. E vide il giovane in piedi accanto a lei.
E gli domandò:
"Sei stato tu, giovane uomo, a creare quest'ombra per me?"
E il giovane rispose:
"Sì. Ero rapito dalla tua bellezza e temevo che il sole ti bruciasse".
E la fanciulla:
"E cosa desideri in cambio della tua gentilezza?"
"Permettimi di contemplare il tuo volto meraviglioso, e sii mia moglie!"
"Va bene! - rispose lei - Sarò felice di prenderti per marito, ma devi sapere che io sono una Vila, e che tu non dovrai mai pronunciare questo nome, poiché se, un giorno, dovessi dire: Vila, io sarei costretta ad abbandonarti all'istante".


Remnev A.


domenica 16 aprile 2017

La Mia Fiaba-Frankenstein (à la Manière de Calvino) dei Cigni o Corvi





Tecnicamente, non rientrerebbe tra le fiabe infedelmente tradotte. Infatti, a parte qualche breve frase di collegamento, ho tradotto con grande fedeltà i brani delle varianti Grimm. Il punto è l'assemblaggio. Ovvero, questa fiaba non esiste "in natura", esattamente come le fiabe della raccolta di Calvino. Ho messo insieme le parti più belle (a mio avviso) e convincenti delle varianti dei Grimm, ma, a differenza di Calvino, non ho seguito motivazioni puramente estetiche e/o censorie. Anzi, ho ripescato i dettagli che gli stessi Grimm hanno censurato nelle edizioni successive a quella del 1812. Non ho ancòra inserito filastrocche e altre invenzioni personali, ma... abbiate fede.




Teresa Jenellen



sabato 15 aprile 2017

I Dodici Fratelli, Grimm n.9, Traduzione Mia

'era una volta un Re e una Regina che vivevano insieme in grande armonia. Avevano dodici figli maschi. E il Re disse alla moglie: 
"Se il tredicesimo figlio che partorirai sarà una bambina, i dodici maschi dovranno morire perché ella non debba spartire con loro né le sue ricchezze né il governo del Reame." 
E ordinò dodici bare riempite di trucioli, e in ogni bara c'era un piccolo cuscino funebre; e comandò che le trasportassero in una sala chiusa a chiave, e diede la chiave alla Regina, ordinandole di non farne parola con nessuno. 
Ma la Regina era oppressa da una gran pena, e il più giovane dei suoi figli, che era il suo prediletto e che aveva chiamato con il nome biblico di Beniamino [1], le disse: 
"Cara madre, perché siete così triste?"
"Amato figlio, non posso dirtelo", rispose la Regina. 
Ma egli non le diede requie finché la madre non aprì la sala segreta e non gli mostrò le dodici bare riempite di trucioli. 
Poi disse:
"Mio amatissimo Beniamino, queste bare le ha fatte preparare tuo padre per te e per i tuoi undici fratelli: se partorirò una bambina voi dovrete essere uccisi e seppelliti qui." 
E singhiozzava da spezzare il cuore.
Allora, il figlio rispose: 
"Non piangete più, cara madre! Vedrete, riusciremo a sfuggire a questo triste destino." 
E la Regina disse: 
"Va' nel fitto del bosco con i tuoi fratelli, e che uno di voi stia sempre di guardia sull'albero più alto, senza staccare lo sguardo dalla torre del castello. Se nascerà un maschietto, farò issare un drappo bianco e potrete ritornare. Ma, se nascerà una femmina, farò issare un drappo rosso come il sangue, e allora fuggite il più lontano possibile, e che il buon Dio vegli su di voi. Ogni notte pregherò perché in inverno abbiate un fuoco a cui scaldarvi, e perché, in estate, la calura non vi sfinisca." 
Dopo avere ricevuto la benedizione materna, i figli fuggirono nel bosco.
Montavano di guardia uno dopo l'altro sulla quercia più alta, e non distoglievano mai lo sguardo dalla torre.
Passarono undici giorni e il turno di guardia toccò a Beniamino. Egli vide che veniva issato un drappo, ma non era bianco, bensì rosso come il sangue ed era l'annuncio di morte per lui e per i suoi fratelli.
Quando corse ad avvertire i fratelli, essi montarono su tutte le furie e dissero:
"Dobbiamo dunque morire a causa di una femmina? Giuriamo che, ovunque ci capitasse di incontrare una fanciulla, faremo scorrere il suo sangue purpureo."
Poi, si addentrarono ancor di più nel bosco, là dove si addensavano le tenebre, e trovarono una capanna povera e deserta.
Allora dissero:
"Questa sarà la nostra dimora: noi andremo a caccia e tu, Beniamino, che sei il più giovane e fragile, cucinerai e terrai in ordine la casa."
E, ogni giorno, andavano a caccia e uccidevano lepri, caprioli, uccelli e piccioni, e portavano la selvaggina a Beniamino, che doveva cucinare per tutti loro. E vissero insieme per dieci anni, e tennero fede al loro giuramento, e uccidevano tutte le fanciulle che incontrarono [2], e il tempo trascorso non parve loro così lungo.
Intanto, la bambina che la Regina aveva partorito cresceva: era molto bella e aveva una stella d'oro in fronte.
Una volta - era giorno di bucaro - vide, tra i panni stesi sul prato a sbiancare, dodici camicie da uomo e chiese a sua madre:
"Di chi sono queste dodici camicie? Sono troppo piccole per appartenere a mio padre."
Allora, la Regina, con un sospiro accorato, le disse:
"Mia cara bambina, quelle camicie appartengono ai tuoi dodici fratelli."
Disse la fanciulla:
"Dove sono i miei dodici fratelli? E perché non ne ho mai sentito parlare?"
E la madre:
"Dove sono? Lo sa solo Iddio: vagano per il vasto mondo."
Condusse, allora, la figlia alla stanza segreta, la aprì, e le mostrò le dodici bare con i trucioli e i piccoli cuscini funebri.
"Queste bare - disse - erano destinate a loro, ma sono fuggiti prima che tu nascessi", e le raccontò tutto.
Allora, la fanciulla disse:
"Cara madre, non piangete  più: andrò a cercare i miei fratelli."
Prese le dodici camicie, e si allontanò alla volta della foresta.
Camminò tutto il giorno, e, a sera, giunse alla capanna nel bosco.
Entrò, e le venne incontro un giovinetto, che le chiese:
"Da dove vieni e dove vai?", e grandemente si stupiva che fosse così bella, con i suoi ricchi abiti regali e una stella in fronte.
Ed ella rispose:
"Sono figlia di Re e vado in cerca dei miei dodici fratelli, e non mi fermerò, e camminerò fin dove il cielo è azzurro pur di trovarli."
E gli mostrò le dodici camicie [3].
Allora Beniamino capì che qiella fanciulla era sua sorella e disse:
"Io sono Beniamino, il tuo fratello più giovane!"
La Principessa scoppiò a piangere per la gioia e così Beniamino, e caddero l'uno nelle braccia dell'altra, e si baciarono teneramente.
Poi egli disse:
"Cara sorella, devo avvertirti: noi fratelli giurammo che avremmo ucciso qualsiasi ragazza avessimo incontrato sul nostro cammino."
Allora, ella esclamò:
"Morirò volentieri se ciò servisse a liberare i miei cari fratelli."
"No, no - gridò Beniamino - tu non dovrai morire! Nasconditi dietro quel tino, e aspetta finché non avrò parlato con i nostri fratelli."
La fanciulla obbedì, e, quando scese la notte, gli undici Principi tornarono dalla caccia, e Beniamino servì loro la cena. Sedettero a tavola, e, mentre si accingevano a cenare, domandarono:
"Che c'è di nuovo?"
Beniamino disse:
"Come? Non sapete nulla?"
"No"
E Beniamino:
"Voi girate per la foresta, io rimango in casa, eppure ne so più di voi!" "Racconta!"
Egli rispose:
"Se mi promettete che la prossima fanciulla che incontreremo non sarà uccisa" "Sì, sì - esclamarono i fratelli - la risparmieremo; ma racconta!"
Allora, Beniamino annunciò:
"Nostra sorella è qui."
E andò a prendere dietro il tino la bella fanciulla in abiti regali e con la stella d'oro in fronte. Ed era così affascinante, delicata e radiosa che i fratelli si rallegrarono, la abbracciarono e la baciarono e sentirono di amarla con tutto il cuore.
Da quella notte, la Principessa rimase con loro. Aiutava Beniamino con le faccende di casa, mentre gli undici fratelli erano a caccia, e cucinava per cena le lepri, i caprioli, gli uccelli e i piccioni che le portavano. Si procurava la legna per la stufa e le erbette per il contorno, e, quando gli undici fratelli rientravano, trovavano sempre la cena in tavola e i lettini immacolati e in ordine, cosicché erano tutti felici e contenti e vivevano in grande armonia.
Ma la capanna aveva un piccolo giardino, nel quale c'erano dodici gigli.
Una sera, ella volle usare una gentilezza ai suoi fratelli e colse i dodici fiori, pensando di ornare i loro coperti a cena. Ma, non appena ebbe colto i fiori, i dodici fratelli si trasformarono in dodici corvi e volarono via, e anche la capanna e il giardino sparirono.
La povera fanciulla si ritrovò sola nella foresta cupa e tenebrosa, ma le comparve accanto una vecchia che le disse:
"Ahimé, bambina, che hai fatto? Perché hai toccato i dodici fiori bianchi? Erano i tuoi fratelli, e ora sono tramutati in corvi per sempre."
La ragazza disse piangendo:
"Non vi è modo di liberarli?"  
"Esiste un solo modo - disse la vecchia - ma è così difficile che non ce la farai: dovrai essere muta per sette anni, non potrai parlare né ridere e anche se ti sfuggisse una parola soltanto, e anche se dovesse mancare soltanto un'ora allo scadere dei sette anni, tutto sarebbe vano, e i tuoi fratelli sarebbero uccisi da quell'unica parola.[4]" 
Ma la fanciulla disse tra sé e sé: "Libererò i miei fratelli ad ogni costo!" 
Andò in cerca di un alto albero, vi si arrampicò, e prese a filare, senza parlare né ridere.





Avvenne che un Re andasse a caccia nella foresta. Questo Re possedeva un grosso levriero, che corse sotto l'albero sul quale aveva trovato rifugio la fanciulla, e prese ad abbaiare e a latrare, lanciandosi in grandi balzi verso la cima.
Il Re si avvicinò e scorse la bellissima Principessa con la stella d'oro sulla fronte, e fu così ammaliato dalla sua avvenenza che le chiese se voleva diventare sua sposa. La fanciulla non rispose, ma accennò lievemente con il capo in segno di assenso.
Allora, il Re salì sull'albero, portò giù la bella fanciulla e la mise sul suo cavallo.
Le nozze furono celebrate con grande pompa e nel tripudio generale, anche se la sposa non parlava né rideva.
Trascorsero felici un paio di anni, quando la madre del Re, che era una donna malvagia, prese a calunniare la giovane Regina e ripeteva al figlio:
"Ti sei messo in casa una mendicante straniera, chissà quali empietà compie in segreto! È muta e non può parlare, ma potrebbe almeno ridere! Chi non ride nasconde una cattiva coscienza."
Sulle prime, il Re non voleva prestarle orecchio, ma la madre non gli dava pace, e continuava ad insinuare calunnie terribili sulle nefandezze della sposa, tanto che egli, infine, si lasciò convincere, e la condannò a morte.
Nel cortile fu acceso un gran fuoco, il rogo sul quale ella doveva essere bruciata, e il Re, dalla sua finestra, guardava nella corte con gli occhi colmi di lacrime, poiché l'amava ancòra.
E, quando la giovane Regina era già legata al palo, e già lingue di fuoco lambivano le sue vesti, ecco, trascorse l'ultimo istante dei sette anni.
Nell'aria si udì un frullare d'ali, e arrivarono dodici corvi, e si posarono a terra, e, non appena toccavano il suolo, riprendevano le sembianze dei suoi fratelli, liberati dal suo sacrificio.
Essi spensero le fiamme, dispersero le fascine del rogo, slegarono la sorella, e la baciarono e l'abbracciarono.
Ora ella era libera di parlare, e raccontò al Re perché prima non poteva pronunciare parola né ridere.
Il Re si rallegrò della sua innocenza, e vissero tutti insieme felici e in armonia fino alla morte.
La malvagia madre fu chiusa in una botte piena di olio bollente e di serpenti velenosi e morì di una mala morte.






"I Dodici Fratelli", Die zwölf Brüder
Grimm n.9
Classificazione; Aa Th 451 [The Brothers Who Were Turned into Birds]
Traduzione. Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"


[1] Nella prima versione (1812), non è citato il nome del figlio più giovane.

[2] La sottolineatura che i fratelli mantennero il giuramento e che, per dieci anni, si dedicarono all'assassinio di "fanciulle innocenti" è presente solo nella prima versione.

[3] Nella prima versione, il fratello più giovane si accinge ad ucciderla, ma si intenerisce a causa delle sue suppliche. Così accadrà anche con gli altri fratelli. Una volta graziata la nuova arrivata, scopriranno le dodici camicie, la riconosceranno come loro sorella e si rallegreranno per averla risparmiata.

[4] Non ci sono le camicine da cucire. Rimangono i divieti canonici: non parlare e non ridere. Nella prima versione, il numero degli anni corrisponde al numero dei fratelli.