domenica 20 agosto 2017

La Voce della Morte (Romania), Traduzione Mia

Tanto tanto tempo fa, accadde qualcosa.
Se non fosse mai accaduto, non sarebbe mai stato raccontato.
C'era una volta un uomo che pregava Dio ogni santo giorno perché gli concedesse la ricchezza.
Un giorno, le sue innumerevoli e pressanti preghiere trovarono Nostro Signore dell'umore giusto perché gli prestasse ascolto ed esaudisse il suo desiderio. Quando l'uomo divenne molto ricco, non accettò più di morire. Così, decise di mettersi in viaggio e di stabilirsi laddove fosse risaputo che la gente vivesse per sempre. Si preparò per il viaggio, raccontò alla moglie i suoi progetti e partì.
In ogni paese che raggiungeva chiedeva se là gli uomini morivano, e ripartiva immediatamente non appena riceveva una risposta affermativa. Infine, giunse in una terra i cui abitanti gli risposero che non sapevano cosa significasse la parola "morire". Al colmo della gioia, il viaggiatore chiese:
"Ma come mai non vedo un'immensa moltitudine di gente, dal momento che nessuno muore?"
"Vedi, il paese non è sovraffollato - fu la risposta - perché, di tanto in tanto, arriva qualcuno che chiama gli abitanti uno per uno, e chiunque decida di seguirlo non ritorna mai più"
"E gli abitanti possono vedere la persona che li chiama?"
"Perché non dovrebbero?" fu la risposta.
L'uomo non finiva di meravigliarsi della stupidità di coloro che seguivano la persona che li chiamava, benché sapessero che sarebbero stati obbligati a restare là dove li avrebbe condotti.
Ritornò a casa, radunò i suoi beni, e, con la moglie e i figli, andò a stabilirsi nel paese in cui la gente non moriva mai, ma, che, se seguiva il richiamo di un essere misterioso, non tornava più.
Aveva preso l'incrollabile decisione che né lui né la sua famiglia avrebbero mai seguito alcun richiamo, da chiunque provenisse.
Così, dopo che si fu ben sistemato ed ebbe avviato i suoi affari, avvertì moglie e figli che, se non volevano morire, avrebbero dovuto guardarsi dal seguire qualsiasi richiamo. E trascorsero diversi anni in pace, godendosi la vita.
Un giorno, mentre erano tutti riuniti nella loro bella casa, sua moglie, improvvisamente, prese a gridare:
"Arrivo, arrivo..."
E, intanto, si guardava intorno, cercando la sua giacca di pelliccia. Immediatamente, il marito balzò in piedi, le afferrò la mano e la rimproverò:
"Non tieni in alcun conto il mio avvertimento, quindi? Rimani qui se non vuoi morire!"
"Ma non senti che mi chiama? Andrò solo a vedere cosa vuole da me e tornerò subito indietro"
E lottava per liberarsi dalla stretta del marito. L'uomo, però, la teneva con mano ferma e ordinò che venissero sprangate tutte le porte della stanza. Allora, la moglie si calmò e disse:
"Lasciami sola, marito, non m'importa più di uscire".
L'uomo pensò che fosse rinsavita e avesse rinunciato al suo folle impulso, ma, pochi istanti più tardi, la moglie si precipitò verso la porta più vicina, la spalancò precipitosamente e corse fuori. Il marito la seguì, la trattenne per la pelliccia, supplicandola di non andare poiché non sarebbe mai più tornata. Lei abbandonò le braccia lungo il corpo, si piegò leggermente indietro, poi, al'improvviso, si slanciò in avanti, scivolando fuori dalla pelliccia che abbandonò nelle mani del marito, il quale rimase là, impietrito, mentre la donna correva via gridando:
"Arrivo! Arrivo!"


H.J. Ford


Quando la moglie sparì alla sua vista, l'uomo rientrò in sé, tornò a casa e disse:
"Se sei pazza e vuoi morire, allora va', in nome di Dio, non posso farci nulla. Infinite volte ho detto di non seguire alcun richiamo, da chiunque provenga!".
E passarono i giorni, e poi le settimane, i mesi e gli anni, e la pace della casa non fu più turbata.
Un giorno, mentre era, come tutte le mattine, nella bottega del barbiere per farsi radere e aveva già il mento insaponato, e il negozio era pieno di gente, l'uomo incominciò a urlare:
"Non vengo - mi senti? - Non vengo!"
Il barbiere e gli avventori erano sbalorditi. L'uomo, guardando verso la porta, riprese a gridare:
"Una volta per tutte: non ho alcuna intenzione di seguirti! Quindi, vattene!"
E dopo un po':
"Vattene - mi ascolti? - se vuoi salvare la pelle, perché ti ho ripetuto mille volte che non voglio venire!"
Poi, come se sull'uscio ci fosse qualcuno che continuava incessantemente a chiamarlo, l'uomo montò su tutte le furie e gli rivolse frasi deliranti perché non si decideva a lasciarlo in pace. Infine, balzò in piedi, e strappò il rasoio dalle mani del barbiere gridando:
"Dammi qua, ché gli mostri cosa succede a chi infastidisce la gente!"
E si precipitò all'inseguimento di colui che - diceva - continuava a chiamarlo, ma che nessun altro vedeva. Il povero barbiere, che non voleva perdere il suo rasoio, gli andò dietro. L'uomo correva, il barbiere correva finché uscirono dalle porte della città, e, appena fuori dalle mura, l'uomo precipitò in una voragine da cui non riemerse più. Così anche lui, nonostante la sua resistenza, aveva condiviso il destino di chi rispondeva al richiamo della Voce.
Il barbiere ritornò nella sua bottega senza fiato per la gran corsa, e raccontò a tutti ciò che era accaduto. In breve, per il paese si diffuse il convincimento che precipitare nella voragine fosse la sorte toccata a tutti quelli che avevano seguito il richiamo della Voce.
Quando una folla di cittadini si recò sul luogo della disgrazia, per vedere la voragine che aveva ingoiato tutta quella gente, e, tuttavia, non ne aveva mai abbastanza, non trovò nulla: pareva come se dall'inizio dei tempi, al posto del precipizio, si estendesse un'ampia pianura. E, da quel giorno, gli abitanti del paese incominciarono a morire proprio come tutti gli altri esseri umani  di questo mondo.


"Romanian Fairy Tales", Mite Kremnitz.
Traduzione: Mab's Copyright.
Andrew Lang ha incluso questa storia ne "The Red Fairy Book".


venerdì 18 agosto 2017

Il Cavaliere Errante Senza Innamoramento E' Come Arbore Spoglio di Fronde e Privo di Frutte





... Rese di già lucide l’arme sue; fatta del morione una celata; stabilito il nome al ronzino, e confermato il proprio, si persuase che altro a lui non mancasse se non se una dama di cui dichiararsi amoroso. Il cavaliere errante senza innamoramento è come arbore spoglio di fronde e privo di frutte; è come corpo senz’anima, andava dicendo egli a sè stesso.
"Se per castigo de’ miei peccati, o per mia buona ventura m’avvengo in qualche gigante, come d’ordinario intraviene ai cavalieri erranti, ed io lo fo balzare a primo scontro fuori di sella, o lo taglio per mezzo, o vinto lo costringo ad arrendersi, non sarà egli bene d’avere a cui farne un presente? laonde poi egli entri, e ginocchioni dinanzi alla mia dolce signora così s’esprima colla voce supplichevole dell’uomo domato: ' Io, signora, sono il gigante Caraculiambro, dominatore dell’isola Malindrania, vinto in singolar tenzone dal non mai abbastanza celebrato cavaliere don Chisciotte della Mancia, da cui ebbi comando di presentarmi dinanzi alla signoria vostra, affinchè la grandezza vostra disponga di me a suo talento'.
Oh! come si rallegrò il nostro buon cavaliere all’essersi così espresso! ma oh quanto più si compiacque poi nell’avere trovato a chi dovesse concedere il nome di sua dama! Soggiornava in un paese, per quanto credesi, vicino al suo una giovanotta contadina di bell’aspetto, della quale egli era stato già amante senza ch’ella il sapesse, nè se ne fosse avvista giammai, e chiamavasi Aldonza Lorenzo; e questa gli parve opportuno chiamar signora de’ suoi pensieri. Dappoi cercando un nome che non discordasse gran fatto dal suo, e che potesse in certo modo indicarla principessa e signora, la chiamò Dulcinea del Toboso, perchè del Toboso appunto era nativa. Questo nome gli sembrò armonioso, peregrino ed espressivo, a somiglianza di quelli che allora aveva posti a sè stesso ed alle cose sue.





TESTO ORIGINALE

Limpias, pues, sus armas, hecho del morrión celada, puesto nombre a su rocín y confirmándose a sí mismo, se dio a entender que no le faltaba otra cosa sino buscar una dama de quien enamorarse; porque el caballero andante sin amores era árbol sin hojas y sin fruto y cuerpo sin alma. Decíase él a sí: -Si yo, por malos de mis pecados, o por mi buena suerte, me encuentro por ahí con algún gigante, como de ordinario les acontece a los caballeros andantes, y le derribo de un encuentro, o le parto por mitad del cuerpo, o, finalmente, le venzo y le rindo, ¿no será bien tener a quien enviarle presentado y que entre y se hinque de rodillas ante mi dulce señora, y diga con voz humilde y rendido: Yo, señora, soy el gigante Caraculiambro, señor de la ínsula Malindrania, a quien venció en singular batalla el jamás como se debe alabado caballero don Quijote de la Mancha, el cual me mandó que me presentase ante vuestra merced, para que la vuestra grandeza disponga de mí a su talante?
¡Oh, cómo se holgó nuestro buen caballero cuando hubo hecho este discurso, y más cuando halló a quien dar nombre de su dama! Y fue, a lo que se cree, que en un lugar cerca del suyo había una moza labradora de muy buen parecer, de quien él un tiempo anduvo enamorado, aunque, según se entiende, ella jamás lo supo, ni le dio cata dello. Llamábase Aldonza Lorenzo, y a ésta le pareció ser bien darle título de señora de sus pensamientos; y, buscándole nombre que no desdijese mucho del suyo, y que tirase y se encaminase al de princesa y gran señora, vino a llamarla Dulcinea del Toboso, porque era natural del Toboso; nombre, a su parecer, músico y peregrino y significativo, como todos los demás que a él y a sus cosas había puesto.




Dal Capitolo Primo de: "L'ingegnoso idalgo don Chisciotte della Mancia", Miguel de Cervantes.
"El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha",
Traduzione dallo spagnolo di Bartolommeo Gamba (1818).
Ho aggiunto le illustrazioni di Gustave Dorè.

mercoledì 16 agosto 2017

Il Baule Volante, H.C. Andersen (Testo Integrale) - Traduzione Mia

'era una volta un mercante così ricco che, se avesse voluto, avrebbe potuto lastricare d'oro l'intera via, e ne avrebbe avuto a sufficienza anche per un vicolo laterale, ma, naturalmente, non ci pensò neanche: conosceva troppo bene il valore del denaro. Era molto accorto, e se investiva uno scellino, doveva ricavarne almeno un tallero: era proprio un commerciante in tutto e per tutto, e, come tale, morì. Il figlio ereditò le sue ricchezze e si diede al bel tempo: partecipava a balli in maschera ogni notte, costruiva aquiloni con le banconote, e, invece di far rimbalzare sassolini sull'acqua del lago, usava monete d'oro, poiché - si sa - i pezzi d'oro rimbalzano meglio.
Naturalmente, sperperò ben presto tutto il patrimonio: non gli restarono che un paio di pantofole, una vecchia veste da camera e quattro scellini.
I suoi amici lo abbandonarono, non sapevano che farsene di lui dal momento che non poteva più condividere i loro festini notturni. Uno solo della vecchia brigata, uno tenero di cuore, gli mandò un vecchio baule con un messaggio: "Fa' i bagagli!". Facile a dirsi, peccato che non avesse nulla da impacchettare. Così si mise lui stesso nel baule.





Era un baule straordinario. Quando si faceva scattare la serratura, si sollevava da terra e spiccava il volo. Infatti, non appena il figlio del mercante si sdraiò al suo interno e chiuse il chiavistello, il baule volò su per il camino, e poi, sempre più in alto, tra le nuvole. Il fondo scricchiolava, e lui tremava: se il baule fosse andato in pezzi, avrebbe fatto una fine orribile!
Invece, arrivò sano e salvo nella terra dei Turchi.
Nascose il baule nel bosco, sotto un mucchio di foglie secche, e se ne andò in città.
Passava inosservato poiché i Turchi andavano in giro in vestaglia e babbucce come lui.
Incontrò una balia con un bambinello.


Robinson W.H


"Dimmi, balia turca - disse - cos'è quel gran castello vicino alla città, e perché ha le finestre così alte da terra?"
"In quel castello vive la figlia del Re - rispose la balia - Le è stato predetto che sarà molto infelice a causa di un innamorato, e nessuno può avvicinarla, se non in presenza del Re e della Regina."
"Grazie tante!", disse il figlio del mercante, poi, se ne tornò nel bosco, si infilò nel baule, volò sul tetto del castello e, da lì, scese fino alla finestra della camera della Principessa.
La Principessa era sdraiata sul divano, profondamente addormentata: era così bella che il figlio del mercante non poté trattenersi e la baciò.





La Principessa si svegliò e si spaventò moltissimo, ma lui le raccontò di essere un Angelo del Paradiso dei Turchi e che aveva attraversato i cieli per lei, e la Principessa se ne rallegrò molto. Così il figlio del mercante sedette accanto alla Principessa e le narrò fiabe sui suoi occhi, che erano incantevoli laghi scuri, in cui i pensieri nuotavano come sirenette; e le raccontò della sua fronte, che era una montagna innevata con stupende sale colme di quadri, e poi le parlò della cicogna che porta bellissimi bambini. Invero, erano storie meravigliose, e, quando le chiese di sposarlo, la Principessa acconsentì senza esitare.


H.J. Ford



"Ma devi tornare sabato - disse la Principessa - perché il Re mio padre e la Regina mia madre verranno a prendere il tè con me. Saranno fieri che io sposi un Angelo dei Turchi, ma ti conviene pensare ad una bellissima storia, perché loro amano sopra ogni altra cosa ascoltare favole. Mia madre le vuole profonde e con una morale, mentre mio padre le preferisce divertenti, e che lo facciano ridere".
"E sia - disse il giovane - non porterò altro dono nuziale che una bella storia", e i due innamorati si separarono, ma, prima, la Principessa donò al figlio del mercante una magnifica sciabola tempestata di monete d'oro, che gli fecero molto comodo. Volò in città, dove comprò una vestaglia nuova, poi ritornò nel bosco, e si mise a pensare ad una storia: doveva essere pronta per sabato, e non era certo facile. Tuttavia, quando tornò a trovare la Principessa, il sabato successivo, aveva una storia.
Il Re e la Regina e tutta la Corte stavano prendendo il tè negli appartamenti della Principessa, e lo accolsero con grandi cerimonie.
"Volete raccontarci una storia? - chiese la Regina - Ma che sia profonda e con una morale"
"Ma che sia anche divertente!" Aggiunse il Re.
"Certamente!" rispose lui, e, dopo aver chiesto loro di ascoltare con attenzione, prese a raccontare.

C'era una volta un mazzetto di fiammiferi che erano molto fieri della loro nobile discendenza, il loro albero genealogico, infatti, era un grande pino che era stato un vecchio e maestoso albero del bosco. Adesso, i fiammiferi si trovavano tra un acciarino e una vecchia casseruola di ferro, e parlavano tra loro degli anni giovanili. 
'A quel tempo, - dicevano - crescevamo su un ramo verde e noi stessi eravamo verdi! Ogni mattina e ogni sera ci nutrivamo di diamanti di rugiada. Se splendeva il sole, sentivamo il suo tepore, e gli uccelli cantavano raccontandoci le loro storie. Sapevamo di essere anche ricchi, perché, mentre gli altri alberi del bosco sfoggiavano i loro verdi abiti solo d'estate, la nostra famiglia poteva permettersi vestiti verdi sia d'estate che d'inverno. Poi arrivò il taglialegna - una gran rivoluzione! - e la nostra famiglia cadde sotto la sua ascia.
Il capo della nostra famiglia, ovvero il tronco, diventò l'albero maestro di una splendida nave che navigava per tutti i mari del mondo; gli altri rami trovarono una collocazione in luoghi diversi, a noi è toccato l'incarico di accendere la luce per il volgo; ed è per questo che noi, una famiglia aristocratica, siamo finiti in cucina.'
'A me invece è capitato un destino diverso - disse la casseruola di ferro vicino alla quale si trovavano i fiammiferi - Dal mio primo ingresso nel mondo, non ho fatto altro che cucinare ed essere raschiata, ma sono la prima della casa quando serve qualcosa di solido e di concreto! La mia unica gioia è, dopo pranzo, star qui, pulita e lucidata, e scambiare quattro chiacchiere con i vicini. Tutti noi, tranne, forse, il secchio, che, ogni tanto, viene lasciato nella corte, viviamo sempre qui, insieme, tra queste quattro mura. L'unica a raccontarci qualche notizia è la borsa della spesa, ma spesso dice cose talmente spiacevoli sul governo e sul popolo che, una volta, una vecchia pentola ne fu così spaventata che cadde in terra e si ruppe in mille pezzi! Era una liberale, ve lo dico io!'
'Parli troppo - esclamò l'acciarino e fece sprizzare qualche scintilla battendo sulla pietra focaia - Non vogliamo passare una serata divertente?'
'Sì, parliamo dei più aristocratici', dissero i fiammiferi.
'No, non mi piace parlare di me stessa!- disse la pentola di coccio - Organizziamo una serata spensierata! Comincio io: vi racconterò una storia che noi tutti abbiamo vissuto; così sarà facile apprezzarla, ed è anche divertente. Presso il Mar Baltico, sulla costa danese...'
'Oh, che inizio delizioso! - esclamarono tutti i piatti - Sarà sicuramente una bella storia'.
'Sì. Là, al tempo della mia giovinezza, abitai presso una famiglia tranquilla. I mobili venivano lucidati, il pavimento veniva sfregato, e tendine pulite venivano montate ogni due settimane'.
'Oh, che modo delizioso di raccontare! - disse il piumino per spolverare - Si avverte subito che è una donna che parla! C'è un'aria così nitida e pulita nelle sue parole!'
'Sì, è proprio vero!', disse il secchio dell'acqua, e saltellò di gioia tanto che l'acqua schizzò sul pavimento.
E la pentola continuò a raccontare, e la fine fu bella quanto l'inizio.
Tutti i piatti tintinnarono per esprimere la loro ammirazione, il piumino prese un po' di prezzemolo e incoronò la pentola, poiché sapeva che avrebbe indispettito gli altri, e 'se io la incorono oggi - pensava - domani, lei incoronerà me.'
'E adesso balliamo', dissero le molle del camino e presero a danzare: come lanciavano in alto le gambe! Nell'angolo, la vecchia fodera della sedia crepava dal ridere.
'Possiamo essere incoronate anche noi?' chiesero le molle, e furono accontentate.
'Non è altro che popolino, dopotutto!' pensavano i fiammiferi.
Pregarono la teiera di cantare, ma lei si rifiutò, dicendo che era raffreddata, e che,comunque, non poteva cantare se non era piena d'acqua a bollore. In realtà, tutti sapevano che si negava per superbia, e che voleva cantare solo in salotto, in presenza degli invitati.
Sulla finestra c'era una vecchia penna d'oca con cui scriveva la domestica. Non aveva nulla di speciale: era stata immersa troppe volte e troppo a fondo nell'inchiostro, e questo era tutto. Ma lei ne andava orgogliosa.
'Se alla teiera non va di cantare - disse -  lasciamola stare. Qui fuori c'è una gabbia con un usignolo, che sa cantare benissimo: lei invece non ha mai imparato molto bene, ma è meglio non parlarne'.
'Io penso che sia davvero inappropriato - disse il bollitore, che era il cantante della cucina e il fratellastro della teiera - stare ad ascoltare il canto di un ricco uccello forestiero. Sarà patriottico? Lasciamo che sia la borsa della spesa a giudicare.'
'Io sono proprio arrabbiata! - disse la borsa - E' questo il modo di trascorrere la serata? Non sarebbe meglio mettere in ordine la casa? Ognuno dovrebbe tornare al suo posto, così io potrei dirigere il lavoro'.
'Sì, sì, mettiamo in ordine", dissero tutti.






In quel  momento, si aprì la porta: era la domestica, e tutti ammutolirono, ma non c'era nessuno, neanche il più piccolo pentolino, che non fosse consapevole delle proprie possibilità e della propria importanza.
'Se solo avessi voluto - pensavano - sarebbe stata una serata davvero divertente!'
La domestica prese i fiammiferi e accese il fuoco. Dio mio! Come crepitarono i fiammiferi e che fiammata! 
'Adesso, tutti possono vedere che siamo noi i più importanti! - pensarono i fiammiferi - Che splendore! E che luce!'
Non finirono di gloriarsene che erano già tutti consumati."

"Che storia superlativa! - esclamò la Regina - mi è sembrato di trovarmi davvero in cucina e di vedere i fiammiferi. Sì, avrai nostra figlia."
"Certo! - le fece eco il Re - Tu sposerai nostra figlia".
Ormai gli davano del tu, dato che stava per far parte della famiglia.
Fu fissata la data delle nozze, e, la sera prima, la città era tutta illuminata a festa. Dolci e caramelle venivano lanciati tra la folla, e i monelli di strada si alzavano sulle punte dei piedi per prenderle al volo e urlavano Urrà! e fischiavano mettendosi due dita in bocca: era una festa meravigliosa!
'Anch'io voglio far loro una bella sorpresa', pensò il figlio del mercante, e comprò tutti i razzi, i petardi e i fuochi artificiali che si potesse immaginare, li stipò nel baule e volò su nel cielo.
Che scoppi, che sibili e che crepitii quando li accese! I Turchi saltavano ad ogni esplosione e le babbucce gli arrivavano alle orecchie: non avevano mai visto niente del genere e si convinsero facilmente che la loro Principessa stava davvero per sposare un Angelo del cielo!


Robinson W.H



Quando il figlio del mercante scese con il suo baule nel bosco, pensò: 'Voglio andare in città a sentire cosa dicono dello spettacolo che ho offerto loro', ed era un desiderio molto naturale.
E potete star certi che ascoltò racconti piuttosto bizzarri e sorprendenti!
Anche se a tutti era sembrato uno spettacolo straordinario, quelli che interrogava rispondevano in maniera differente.
"Io ho visto l'Angelo in persona! - diceva uno - I suoi occhi erano due stelle splendenti e la barba, acqua spumeggiante!"
"Volava avvolto in un mantello di fuoco - raccontava un altro - e dalle pieghe del mantello facevano capolino deliziosi angioletti".
Sentì dire molte altre cose bellissime e che il giorno dopo si sarebbero celebrate le nozze.



Robinson W.H


Quando ritornò nel bosco per riposarsi nel baule, non lo trovò: dov'era finito? Il baule era completamente bruciato. Una scintilla dei fuochi d'artificio vi era caduta sopra, aveva appiccato il fuoco, e lo aveva ridotto in cenere. Così il figlio del mercante non fu più in grado di volare, né di ritornare dalla sua promessa sposa. La Principessa salì sul tetto e rimase ad aspettarlo tutto il giorno. Forse è ancòra lì che lo aspetta mentre lui vaga in giro per il mondo raccontando fiabe, ma nessuna è divertente come quella che aveva inventato sui fiammiferi.




Robinson W.H

sabato 12 agosto 2017

Storia del Terzo Vecchio e del Mulo, Mille e Una Notte

uindi, si fece avanti il terzo vecchio, che conduceva con sé un mulo e disse:
"O Principe dei Djinn, ti narrerò una storia ancòra più sorprendente di quelle che hai ascoltato, e so che mi accorderai l'ultimo terzo del sangue e del delitto del mercante".
E incominciò a raccontare:
"Sappi, o gran Principe e Capo dei Djinn che questo mulo era mia moglie. Tempo fa, intrapresi un viaggio che durò un intero anno; Tornai a casa nottetempo e trovai mia moglie a letto con uno schiavo moro: conversavano, ridevano, giocavano, si baciavano e amoreggiavano.
Non appena mi vide, mia moglie si affrettò a prendere una brocca d'acqua e vi mormorò sopra alcune parole. Poi, mi si avvicinò e mi spruzzò con l'acqua dicendo:
"Lascia la forma umana e prendi quella di un cane!" E, all'istante, diventai un cane.





Mi scacciò fuori di casa, e io presi a correre finché non mi arrestai sulla porta della bottega di un macellaio, dove incominciai a rosicchiare le ossa. Il macellaio mi condusse a casa sua, ma, quando sua figlia mi vide, si velò il viso e disse al padre:
"Padre, perché conduci un uomo in mia presenza?"
"Dov'è quest'uomo?"
E lei rispose:
"Questo cane è un uomo, la cui moglie lo ha incantato, ma io posso liberarlo".
A queste parole, suo padre disse:
"Allora, ti scongiuro in nome di Allah di liberarlo!"
La giovane prese una brocca d'acqua, vi mormorò sopra alcune parole, poi mi spruzzò sopra qualche goccia d'acqua dicendo:
"Abbandona questa forma e riprendi le sembianze umane!"
E immediatamente tornai uomo, e le baciai la mano supplicandola di incantare mia moglie come lei aveva incantato me. Così, la fanciulla mi diede un po' d'acqua e mi disse:
"Sorprendila nel sonno, spruzzala con questa acqua, ripetendo le parole che mi hai sentito pronunciare, indicando la forma che tu vorresti assumesse, e lei si trasformerà in qualsiasi cosa tu desideri".
Così ho preso l'acqua, sono tornato a casa, dove ho trovato mia moglie addormentata, e l'ho spruzzata con l'acqua, dicendo:
"Abbandona la forma umana per quella di un mulo!"
E all'istante si trasformò in un mulo, questo che vedi davanti a te, o Sultano e Capo dei Re dei Djinn".
Poi disse al mulo: "È vero?"
E il mulo scosse il capo annuendo, come se volesse dire: "Sì, questa è la mia storia, è proprio ciò che mi è capitato".
Il Djinn, non appena ebbe udito la fine del racconto, concesse al vecchio l’ultimo terzo della vita del mercante, e disparve. Il mercante si gettò ai piedi dei suoi tre salvatori ringraziandoli con tutto il cuore, e se ne tornò dalla sua sposa e dai suoi figli, con i quali trascorse serenamente il resto dei suoi giorni.

FINE

Traduzione: Mab's Copyright

venerdì 11 agosto 2017

Variante "Rusticana" della Ballata di Sir Olaf

ro un bel giovane contadino ed alla corte dovevo andare.
Uscii a cavallo nell'ora della sera; nel boschetto profumato di rose mi stesi a dormire.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Mi ero disteso sotto un verde tiglio, i miei occhi cadevano dal sonno; giunsero allora due fanciulle che mi parlarono volentieri.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Una mi diede un colpetto sulla guancia, l‟altra mi sussurrò all'orecchio: "Alzati, bel giovane contadino, se vuoi udire parlare d‟amore."
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Portarono quindi una fanciulla i cui capelli come oro splendevano: "Alzati, bel giovane contadino, se sei incline alla gioia."
Fin da quando la vidi per la prima volta.
La terza cominciò a cantare un canto, con buona volontà lo fece; accanto vi era il rapido fiume, che prima era solito fluire.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Accanto vi era il rapido fiume, che prima era solito fluire, e dietro era coperta dai suoi capelli così marroni ed aveva scordato dove doveva andare.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Mi alzai dal terreno e posai la mano sulla spada; le donne Elfo danzarono in dentro ed in fuori, tutte avevano il modo elfico.
Fin da quando la vidi per la prima volta.
Se la fortuna non fosse stata così buona con me da far sì che le ali del gallo sbattessero in quel momento, avrei dormito all'interno della collina quella notte con le donne Elfo.
Fin da quando la vidi per la prima volta.


B. Froud



Variazione della ballata danese di Elveskud, che è stata tradotta dal Dr. Jamieson (Popular Ballads) e da Lewis in Tales of Wonder.
Da "Fate nordiche, francesi e medioevali", Thomas Keightley

nota: Questa è la Elvesböj delle ballate danesi, tradotta da Jamieson e da Lewis. Nella diversa variante svedese, esse sono Hafsfruen, cioè Sirene, che tentano di sedurre giovani uomini al loro amore con l‟offerta di doni preziosi. Una leggenda danese (Thiele, i. 22) riferisce che un pover'uomo che lavorava vicino a Gillesbjerg, una collina incantata, vi si sdraiò sopra per riposare a metà giornata. Improvvisamente apparve davanti a lui una bella fanciulla con una coppa d'oro in mano. Gli fece cenno di avvicinarsi ma quando l‟uomo, spaventato, si fece il segno della croce, ella fu costretta a voltarsi e lui vide la sua schiena, che era cava.

martedì 8 agosto 2017

Sir Olof nella Danza degli Elfi - Variante della Precedente Ballata


Beatriz Martin Vidal



Sir Olof esce a cavallo la mattina presto e giunge così ad una gioiosa danza elica.
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
Il padre Elfo raggiunse la sua bianca mano: “Venite, venite, Sir Olof, procedete nella danza con me.” La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
“Oh, io né voglio né potrei, domani sarà il giorno del mio matrimonio.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
E la madre Elfo raggiunse la sua mano: “Venite, venite, Sir Olof, procedete nella danza con me.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
“Oh, io né voglio né potrei, domani sarà il giorno del mio matrimonio.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
E la sorella Elfo raggiunse la sua mano: “Venite, venite, Sir Olof, procedete nella danza con me.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
“Oh, io né voglio né potrei, domani sarà il giorno del mio matrimonio.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
E la sposa parlò ed anche le sue damigelle: “Cosa può significare che le campane suonino in tal modo?”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
“E‟ usanza della nostra isola”, essi risposero; “ogni giovane contadino richiama a casa la sua sposa.” La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
“E la verità io temo di nasconderti, Sir Olof è morto e giace nella sua bara.”
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
E l'indomani luminoso era il giorno, nella casa di Sir Olof giacevano tre corpi.
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.
Erano Sir Olof, la sua dolce sposa ed anche la madre di lui, morta di dolore.
La danza procede bene, molto bene nel boschetto.

Variazione della ballata danese di Elveskud, che è stata tradotta dal Dr. Jamieson (Popular Ballads) e da Lewis in Tales of Wonder.
Da "Fate nordiche, francesi e medioevali", Thomas Keightley

lunedì 7 agosto 2017

La Donna Elfo e Sir Olof (Scandinavia)

Beatriz Martin Vidal



Sir Olof cavalcava all‟alba, sul cominciare del giorno; il giorno luminoso arrivò,
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
Sir Olof cavalca presso Borgya, irrompe il giorno,
Incontra una danza di Elfi gioiosa.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
Là danzano un Elfo ed una fanciulla Elfo; irrompe il giorno.
La figlia del re degli Elfi, con i suoi capelli fluttuanti.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
La figlia del re degli Elfi gli porse la mano; irrompe il giorno,
“Venite qui, Sir Olof, unitevi alla danza con me.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Non mi unirò alla danza con voi”; irrompe il giorno “La mia sposa me lo ha proibito.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Né lo vorrei né lo potrei”; irrompe il giorno, “Domani è il giorno delle mie nozze.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Non vi unirete a me nella danza?” Irrompe il giorno, “Un male io fisserò su di voi.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
Sir Olof voltò il cavallo; irrompe il giorno,
Malanno e tormento lo seguirono a casa.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
Sir Olof cavalcò verso sua madre; irrompe il giorno.
Sua madre era fuori davanti a lui.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Benvenuto, benvenuto, mio caro figlio”; irrompe il giorno "Perché la tua rosea guancia è così pallida?”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Il mio puledro è stato veloce ed io lento”; irrompe il giorno, “Ho sbattuto contro una quercia verde”. Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Mia cara sorella, preparate il mio letto”; irrompe il giorno,
“Mio caro fratello, portate il mio cavallo al prato”.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Mia cara madre, pettinate i miei capelli”; irrompe il giorno,
“Mio caro padre, fatemi una bara”.
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.
“Mio caro figlio, non dire questo”; irrompe il giorno “Domani è il giorno del tuo matrimonio.”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie. 
“Sia quando accadrà”; irrompe il giorno “Io non andrò mai dalla mia sposa”
Sir Olof giunse a casa quando il bosco era verde di foglie.

Variazione della ballata danese di Elveskud, che è stata tradotta dal Dr. Jamieson (Popular Ballads) e da Lewis in Tales of Wonder.
Da "Fate nordiche, francesi e medioevali", Thomas Keightley

venerdì 4 agosto 2017

Storia del Secondo Vecchio e dei Due Cani, Mille e Una notte


ran Principe dei Djinn, devi sapere che questi due cani ed io siamo fratelli. Morendo, nostro padre ci lasciò mille zecchini ciascuno. Con questa somma, tutti e tre decidemmo di darci al commercio e diventammo mercanti. Il mio fratello maggiore si mise in viaggio per cercar fortuna in terre straniere. Un anno dopo, un uomo male in arnese, che io scambiai per un mendicante, si affacciò all'uscio della mia bottega, e io gli dissi:
"Che Allah ti benedica!"
"E che benedica anche te - mi rispose lui, e aggiunse - Ebbene, non riconosci tuo fratello?"
Allora, lo guardai attentamente e lo riconobbi: era il mio fratello maggiore.
"Ah, fratello mio! - esclamai, abbracciandolo - come avrei potuto riconoscerti ridotto in questo stato?"
Lo feci entrare in casa, e gli domandai notizie del suo viaggio.
"Non chiedere - mi disse - Guardami e avrai le tue risposte".
Al contrario, i miei affari andavano a gonfie vele, tanto che avevo raddoppiato il capitale iniziale, e disponevo di duemila zecchini. Gliene donai la metà dicendo:
"Fratello mio, con questi denari potrai dimenticare le perdite subite".
Egli accettò i mille zecchini con gioia, riprese il suo commercio, e vivemmo insieme, come prima.
Qualche tempo dopo, il mio secondo fratello - l'altro di questi due cani - partì in cerca di fortuna, e non gli andò meglio: ritornò dopo aver perduto tutti i suoi averi. Lo rimisi in sesto, e, poiché gli affari mi andavano bene e avevo nuovamente raddoppiato l'eredità paterna, gli donai mille zecchini. Riaprì la sua bottega, e riprese  la sua attività di mercante.
I miei due fratelli mi facevano continuamente pressioni perché intraprendessi un viaggio in terre straniere con loro. Sulle prime, spaventato dal triste esito dei loro precedenti viaggi, non ne volli sapere, e per cinque anni, rifiutai ogni proposta. Infine, sfinito dalla loro insistenza, mi arresi.
Quando giunse il momento in cui dovevamo comprare le mercanzie, scoprii che avevano nuovamente sciupato i loro averi. Non mossi loro il minimo rimprovero, e poiché il mio capitale ammontava ora a seimila zecchini, ne divisi la metà in parti uguali tra noi, e nascosi i rimanenti tremila zecchini in casa mia.
Comprate le mercanzie, ci imbarcammo. Trascorso un mese, gettammo le àncore in un porto. Vendemmo le nostre merci, e io fui particolarmente fortunato perché, per ogni zecchino speso, ne guadagnai dieci. Conclusi i nostri affari, ci accingevamo ad imbarcarci nuovamente, quando, sulle rive del mare, m'imbattei in una donna molto bella, ma vestita poveramente.


E. Dulac



Ella mi si avvicinò, mi baciò la mano e mi pregò di prenderla in moglie e di condurla per mare con me. Ero molto titubante, ma, a dispetto delle sue povere vesti, era così cortese e persuasiva e sfoggiava maniere così raffinate che mi lasciai convincere. Le comprai belle e dignitose vesti, ne feci la mia legittima sposa e le permisi d'imbarcarsi con me. Durante la navigazione, scoprii in mia moglie tali e tante qualità che l'amavo ogni giorno di più.
Intanto, i miei fratelli, i cui affari non erano andati così bene come a me, furono assaliti da una tremenda invidia per la mia prosperità, tanto che giunsero a tramare la mia morte.
Una notte, mentre io e la mia sposa eravamo profondamente addormentati, ci afferrarono e ci gettarono in mare. Ma, non appena sfiorai l'acqua, mia moglie mi sollevò e mi trasportò in un’isola.



E. Dulac



Allo spuntar del giorno, ella mi disse:
"Sappi che io sono una Fata. Quel giorno, in riva al mare, mi sono presentata a te vestita poveramente per saggiare la generosità del tuo animo.Tu mi hai trattata con grande bontà, e io sono lieta di averti potuto dimostrare la mia riconoscenza, e di averti restituito il bene che mi hai fatto. Ma sono furiosa con i tuoi fratelli, e non sarò soddisfatta se non avrò tolto loro la vita".
Ascoltai attonito le sue parole, e la ringraziai con tutte le mie forze per la grande liberalità che mi aveva mostrato.
"Signora - dissi - devo pregarti di risparmiare i miei fratelli!". E le raccontai la nostra storia dall'inizio, il che la fece infuriare ancòra di più, tanto che voleva far inabissare il battello su cui viaggiavano.
"Ma - aggiunsi - ricordati che sono sempre miei fratelli e che è nostro dovere ricambiare il Male con il Bene!"
A queste parole, la Fata mi trasportò in un istante dall'isola dove eravamo sul tetto della mia casa, e disparve.


E. Dulac



Io scesi, aprii le porte della mia casa, e dissotterrai i tremila zecchini che avevo nascosto. Quindi, mi recai nella piazza dove sorgeva la mia bottega, l'aprii, e ricevetti i saluti e i complimenti dei mercanti miei vicini. Ritornato a casa, vidi venirmi incontro questi due cani neri, che parevano mortificati e sottomessi. Non capivo cosa stesse succedendo, ma apparve subito la Fata che mi spiegò.
"Sposo mio, non essere sorpreso di vedere questi due cani in casa tua: sono i tuoi fratelli".
Mi si agghiacciò il sangue e le chiesi quale tremendo potere ne avesse mutato la forma in quel modo.
"Sono stata io: ho inabissato il loro bastimento con tutte le mercanzie - e, per questa perdita, sarai largamente ricompensato - ho trasformato i tuoi fratelli in due cani neri, e in questa forma resteranno per dieci anni, per pagare il fio della loro grande malvagità".
Quindi, dopo avermi insegnato come avere sue notizie, disparve.
Adesso che è spirato il decimo anno, sono in cammino per andarla a cercare, e, passando di qua, ho incontrato il mercante ed il buon vecchio con la cerva, e mi sono attardato con loro. Ecco, questa è la mia storia, o Principe dei Djinn: non ti sembra delle più straordinarie?"






FINE

Traduzione: Mab's Copyright

giovedì 27 luglio 2017

There Was a Greedy Look in His Eyes Now Which Ought to Have Alarmed Her, But Did Not.


Robet Ingpen


Adesso, sedevano fianco a fianco nella stessa poltrona, e Wendy lo incalzava con altre domande.
"Così non vivi più nei Giardini di Kensington?"
"Ma qualche volta ci vado ancòra".
"E dove vivi per la maggior parte del tempo?"
"Con i Bambini Perduti".
"Chi sono?"
"Sono i bambini che cadono dalle carrozzine quando le bambinaie si distraggono e guardano da un'altra parte. Se nessuno li reclama entro sette giorni, vengono spediti all’Isola-che-non-c'è. Io sono il loro capitano".
"Dev'essere divertente!".
"Sì, - disse Peter e aggiunse scaltramente - ma ci sentiamo soli: non abbiamo compagnia femminile".
"Vuoi dire che non ci sono bambine?"
"Oh, no! Sai, le bambine sono troppo furbe e non cadono dalle carrozzine".
Questa frase riempì Wendy di immenso orgoglio.
"Penso che tu parli di noi bambine in modo incantevole. Non sei come John che ci disprezza", disse.
Peter scattò in piedi e, con un solo calcio, buttò John giù dal letto, con lenzuola, coperte e tutto quanto, il che parve a Wendy piuttosto azzardato per un primo incontro, e sottolineò con fermezza che Peter non era il capitano in casa loro. Intanto, John, continuava a dormire placidamente sul pavimento, e Wendy non si preoccupò di rimetterlo nel suo lettino.
"Comunque, so che volevi essere gentile -  disse, con un tono più dolce - Puoi darmi un bacio, se vuoi".
Wendy aveva dimenticato l'ignoranza di Peter a proposito di baci.
"Lo sapevo che lo avresti rivoluto indietro", disse Peter con un po’ di amarezza e si offrì di restituirle il ditale.
"Oh, caro, - disse teneramente Wendy - Non intendevo dire un bacio, ma un ditale".
"Cos'è?"
"Qualcosa del genere".
E lo baciò.
"Che strano! - disse Peter seriamente - E adesso, posso darti anch'io un ditale?"
"Se vuoi", disse Wendy, ma, questa volta, non inclinò la testa.
Peter le diede un ditale, e quasi immediatamente, Wendy lanciò uno strillo.
"Che succede?", chiese Peter.
"Qualcosa mi ha tirato i capelli".
"Dev'essere Tink. Non sapevo fosse così dispettosa".
E, intanto, Tink sfrecciava per la nursery lanciando epiteti offensivi.
"Dice che ti tirerà i capelli ogni volta che ti darò un ditale".
"Perché?"
"Perché, Tink?".
E anche questa volta, Tink gli diede dello stupido asino.


Alice E. Woodward


Peter, non capì il perché, ma Wendy sì, e rimase un po' delusa quando Peter ammise di essere venuto alla finestra della nursery non per vedere lei, ma per ascoltare le fiabe.
"Vedi, io non conosco fiabe. Nessuno dei Bambini Perduti ne conosce".
"È terribile!" disse Wendy.
"Sai perché le rondini costruiscono il nido sotto i  tetti delle case? - chiese Peter - Per ascoltare le fiabe. O Wendy, tua madre stava raccontando una fiaba così bella!".
"Quale?"
"Quella del principe che non riusciva a trovare la dama che potesse calzare la scarpina di cristallo".
"Oh. Peter - disse Wendy eccitata - è la fiaba di Cenerentola. Lui trovò lei, si sposarono e vissero felici per sempre".
Peter ne fu così deliziato che scattò in piedi, alzandosi dal pavimento dove entrambi si erano seduti, e corse verso la finestra.
"Dove vai?", chiese Wendy con apprensione.
"A dirlo ai bambini".
"Oh, non andare, Peter - lo implorò - Io conosco un sacco di fiabe".
Furono proprio queste le sue esatte parole, quindi non si può negare che lei lo tentò per prima.
Peter tornò indietro e, adesso, nei suoi occhi, brillava un lampo di avidità che avrebbe dovuto allarmarla. Ma non fu così.



Scott Gustafson



Da "Peter Pan and Wendy", di J.M. Barrie.
Traduzione: Mab's Copyright


martedì 25 luglio 2017

Storia del Primo Vecchio e della Cerva, Mille e Una notte

IL MERCANTE E IL GENIO
Novella-cornice



Un ricco mercante intraprende un lungo viaggio per curare i suoi affari. Il quarto giorno, riposandosi presso una fonte, mangia alcuni datteri e lancia i noccioli all'intorno. All'improvviso, compare un Djinn spaventoso, enorme e carico d'anni, che, brandendo una sciabola, gli annuncia la sua prossima morte: uno dei noccioli sbadatamente lanciati dal mercante ha colpito in un occhio il figlio del Djinn uccidendolo. Dopo inutili lacrime e proteste di innocenza, il mercante ottiene un anno di tempo: sistemerà i suoi affari, si congederà da moglie e figli e tornerà per la propria esecuzione. Il mercante fa ritorno a casa, sistema gli affari di famiglia*, e, dopo un anno, rispetta il giuramento e raggiunge il luogo in cui aveva incontrato il Djinn. Mentre attende l'arrivo del suo carnefice, sopraggiungono tre vecchi, che, uno dopo l'altro, ascoltano la sua storia e manifestano il desiderio di aspettare con lui. Una volta comparso il Djinn, quando afferra il mercante per ucciderlo, il primo vecchio, che conduce con sé una cerva al guinzaglio, si getta ai suoi piedi e gli propone di ascoltare la storia sua e di quella cerva: se il Djinn riterrà tale storia meravigliosa e fuori dall'ordinario, rimetterà  al mercante un terzo della sua condanna. Il Djinn accetta.


H.J. Ford





Storia del Primo Vecchio e della Cerva




uesta cerva che Voi vedete, è mia cugina, ed è anche mia moglie. Ella non aveva che dodici anni quando la sposai. Siamo vissuti insieme trent'anni, senza che mi abbia dato figli. E fu unicamente per il desiderio di avere figli che sposai una schiava, la quale partorì un maschio sano e intelligente. Mia moglie si ingelosì e prese in odio madre e figlio, ma nascose così bene i suoi sentimenti che io me ne accorsi troppo tardi.
Intanto, mio figlio cresceva, e aveva già dieci anni quando fui obbligato ad intraprendere un viaggio. Prima di partire, raccomandai a mia moglie la schiava e suo figlio, e la pregai di averne cura durante la mia assenza, che sarebbe durata un anno intero. Ma ella approfittò di quel tempo per sfogare il suo odio. Si diede agli studi della magia, e, quando ne seppe abbastanza di quell'arte diabolica, la scellerata trascinò mio figlio in un luogo isolato, dove, con i suoi sortilegi, lo trasformò in un vitello; quindi, lo affidò al mio intendente. Né si limitò a sfogare la sua rabbia compiendo quel crimine abominevole contro mio figlio: trasformò la schiava in una vacca, e affidò anch'essa alle cure dell'intendente.
Al ritorno, le domandai notizie della madre e del figlio.
"La tua schiava è morta - mi disse - e tuo figlio son due mesi che non lo vedo, né so che ne sia stato di lui".
Mi addolorò grandemente la morte della schiava: ma, quanto a mio figlio, che era solamente scomparso, mi sosteneva la speranza di ritrovarlo.
Ma trascorsero otto mesi senza che ne avessi alcuna notizia. Giunse la festa del gran Bairam.
Ordinai al mio intendente di condurmi una vacca bella grassa da sacrificare in onore della festività.
Egli scelse la vacca che era stata, per l'appunto, la mia schiava. La legai, ma, nell'istante in cui mi apprestavo a sacrificarla, essa cominciò ad emettere muggiti strazianti: e mi accorsi che dagli occhi le scorrevano due ruscelli di lacrime.
Mi parve un fatto commovente e straordinario e non riuscii a sacrificarla, e ordinai al mio intendente di condurmi un’altra vacca.
Mia moglie, che era presente, inorridì della mia compassione.
"Sposo mio, che fai? - gridò - Sacrificala!"
Per compiacerla, tornai ad accostarmi alla vacca, e, combattendo con la pietà che mi ispirava, feci per infliggerle il colpo mortale, quando la povera vittima raddoppiò lacrime e muggiti, disarmandomi per la seconda volta.
Allora, lasciai la scure nelle mani dell'intendente, e gli dissi:
"Sacrificala tu ché i suoi muggiti e le sue lacrime mi spezzano il cuore!"
L'intendente, meno impietosito di me, la sacrificò, ma, quando fece per scorticarla, scoprì che, a dispetto del suo aspetto florido, sotto la pelle non aveva che le ossa.
Io ne fui grandemente dispiaciuto, e gli dissi:
"Tienila tu, e conducimi il vitello più grasso che possiedo".
Poco dopo, mi condusse un vitello bello grasso. Appena mi vide, fece uno sforzo così grande per correre a me che ruppe la corda. Si gettò ai miei piedi, toccando terra con il muso, come se avesse voluto suscitare la mia compassione.
Il suo comportamento mi sbalordì ancòra di più dei muggiti disperati della vacca.




H.J. Ford



"Va' - dissi all'intendente - riporta indietro il vitello. e abbine gran cura, e, al suo posto, portami un'altra bestia".
Quando mia moglie mi sentì parlare così, non si trattenne e gridò:
"Sposo mio, che fai? Ascoltami e non sacrificare altro vitello che questo".
"Moglie - esclamai - non lo sacrificherò, voglio che viva".
Quella donna malvagia non accettava di arrendersi alle mie preghiere, e non si risparmiò pur di farmi cambiare idea, ma, per quanto dicesse, io fui irremovibile, e, per calmarla, le promisi che l’avrei sacrificato l’anno seguente.
L'indomani mattina, il mio intendente chiese di parlarmi in segreto.
"Vengo - mi disse - a recarti una notizia. Io ho una figlia che sa qualcosa di magia. Ieri, quando ricondussi all'ovile il vitello che ti rifiutasti di sacrificare, ella rise nel vederlo e, un momento dopo, pianse. Le domandai il perché del suo strano comportamento. 'Padre mio - rispose - questo vitello è il figlio del nostro padrone. Risi di gioia vedendolo ancòra in vita, e piansi ricordandomi che ieri sua madre, trasformata in una vacca, era stata sacrificata. E tutto a causa dei sortilegî  della moglie del nostro padrone, che odiava la madre ed il figlio'. Ecco ciò che mi ha detto mia figlia".
A queste parole, o Principe dei Djinn, - continuò il vecchio - vi lascio immaginare quale fu la mia sorpresa. Volli parlare io stesso con la figlia dell'intendente. Ci dirigemmo all'ovile dov'era rinchiuso mio figlio. E io dissi alla fanciulla:
"Figlia mia, sei in grado di restituire a mio figlio la sua forma umana?"
"Sì - mi rispose - ma a due condizioni: la prima, che tu me lo dia in sposo. La seconda, che mi sia permesso di punire la persona che lo ha trasformato in vitello".
"Acconsento - le risposi - ma, prima, restituiscimi mio figlio".
Allora, la giovane donna prese un vaso pieno di acqua, vi pronunziò sopra delle parole a me incomprensibili, e, rivolgendosi al vitello, esclamò:
"O vitello, - disse - se tu sei stato creato dall'Onnipotente, Sovrano e Padrone del mondo, nella forma di vitello, resta nel tuo stato, ma, se sei un uomo e fosti trasformato in vitello a causa di un incantesimo, riprendi la tua forma primitiva con il permesso del Creatore".
Pronunciate  queste parole, gettò l'acqua sul vitello, e, all'istante, egli riacquistò forma umana.
"Figlio mio! Caro figlio! - esclamai allora, abbracciandolo con immensa gioia - È Dio che ci ha inviato questa giovane per distruggere l'abominevole sortilegio di cui eri prigioniero e per vendicare il male fatto a te e a tua madre. Sono certo che, per gratitudine, la prenderai in sposa, consentendomi di mantener fede alla parola che le diedi".
Mio figlio acconsentì con gioia, ma, prima di sposarsi, la fanciulla trasformò mia moglie in una cerva, in questa cerva. Dopo qualche tempo, mio figlio, diventato vedovo, partì. Poiché sono molti anni che non ho sue notizie, mi sono risolto a mettermi in cammino per cercare di averne, e, non volendo affidare ad alcuno mia moglie, ho deciso di condurla con me dovunque fossi andato. Ecco dunque la mia storia e quella della mia cerva. Non è, forse, una delle più straordinarie e meravigliose?"
"Sono d'accordo - disse il Djinn - e, per questa ragione, ti concedo un terzo della vita di questo mercante".

FINE

Traduzione: Mab's Copyright

 * Riporto alla lettera  in che modo il mercante  dispone dei proprî averi. Naturalmente, il maggiore interesse è suscitato dal trattamento riservato alla futura vedova. Ciò che sarebbe stato impensabile per quattro-cinque secoli ancòra nei Paesi occidentali fa, invece, parte della giurisdizione basata sul Corano. La vedova rimane proprietaria della dote versata al momento del contratto nuziale. In più, ha diritto ad una legittima del patrimonio. Mosso da personale generosità, il marito le lascia il massimo consentito dai limiti di legge. Né le assegna un tutore, pratica che in Occidente era prassi.
"Quando comunicò la ferale notizia, la casa cadde nella più grande angoscia. L’indomani, il mercante pensò di mettere in ordine i suoi affari, affrettandosi, prima di tutto, a pagare i suoi debiti. Fece regalie ai suoi amici e ingenti elemosine ai poveri; donò la libertà ai suoi schiavi; divise il patrimonio fra i suoi figli; nominò i tutori per i minorenni, e, dopo aver reso a sua moglie ciò che le apparteneva (la dote) sulla base del contratto di matrimonio, le lasciò quanto più poté, nel rispetto della legge."

venerdì 21 luglio 2017

Il Serpente, G. Pitrè (Sicilia) Traduzione Mia

'erano una volta un marito e una moglie che avevano tre figli. Tutt'e tre femmine: una di sei, una di quattro, e una di due anni. Queste bambine andavano da una maestra, e la maestra era zitella. Le piccole crescevano, ma la madre cadde malata di una malattia mortale: il Signore la stava chiamando a sé. Poco prima di morire, si voltò al marito e gli disse: "Io muoio. Voi vi riammoglierete. Ecco qua c'è un paio di scarpe: vi risposerete solo quando queste scarpe cadranno a pezzi".
Morì, lasciando soli, marito e figlie.


Gysis Nikolaos



La maestra, vedendo che a queste bambine era morta la madre, cominciò a far loro mille carezze. Dopo un po', disse alla più grandicella:
"Rusidda, tu mi vuoi bene? Se mi vuoi bene, diglielo a tuo padre che mi prenda per moglie e io diventerò tua madre".
Le rispose la picciridda:
"Io vi voglio bene, ma mia madre ha lasciato detto che mio padre potrà riammogliarsi solo quando un certo paio di scarpe cadrà a pezzi!"
"Stupida! - le disse la maestra - tu piglia le scarpe, bagnale e poi appendile. Le scarpe marciranno in fretta e io diventerò tua madre".
La bambina ci credette  e lo raccontò alle sorelline. Si arrampicarono su per una scala. Presero le scarpe, le inzupparono per bene e le appesero. In un amen, le scarpe marcirono e caddero a pezzi. Allora, la maggiore disse all'uomo:
"Padre, ora che le scarpe sono cadute, perché non vi prendete per moglie la maestra, che stravede per noialtre?"
Il padre fece finta di non sentire, ma, dopo poco, si risposò con la maestra.

giovedì 20 luglio 2017

To Put it with Brutal Frankness, There Never Was a Cockier Boy







Se ci avesse riflettuto su - ma io non penso che lo avesse mai fatto - Peter avrebbe avuto il fermo convincimento che lui e la sua ombra, una volta entrati in contatto l'uno con l'altra, si sarebbero fusi come due gocce d’acqua. Quando si accorse che le cose non stavano proprio così, impallidì. Cercò di incollarsela addosso con un pezzo di sapone trovato in bagno, ma non ci riuscì.
Un brivido gli corse giù per la schiena. Si sedette a terra e scoppiò in lacrime.

sabato 15 luglio 2017

Il Ceppo d'Oro, Pentamerone (Giornata Quinta, Trattenimento Quarto)

Parmetella, figlia di un povero villano, incontra una buona fortuna; ma per la sua troppa curiosità, se la fa fuggir di mano, e, dopo aver sofferto mille travagli, trova il marito in casa della madre di lui, ch'era un'orca, e, superati pericoli grandi, i due restano insieme contenti.

'era una volta un ortolano, il quale, essendo poverello poverello, che, per quanto faticasse, a stento si procurava il pane per sostentarsi, comprò tre scrofette alle sue tre figlie femmine, affinché, allevandole, si mettessero da parte un po' di doticciuola.
Pascuzza e Cice, che erano le maggiori, portarono a pascere le loro due in un bel prato; ma non vollero che la più piccola, Parmetella, andasse con loro, e la scacciarono, dicendole di andare in qualche altro posto. Ed essa menò il suo animaletto a un bosco, dove le ombre si fortificavano contro gli assalti del Sole; e, quando fu in un prato, in mezzo al quale correva una fontana che, ostessa d'acqua fresca, invitava con lingua d'argento il passeggero a bere una mezzetta, trovò un bell'albero con le foglie d'oro.



Goble W.

mercoledì 5 luglio 2017

Il Principe Scursuni (Sicilia)


'erano una volta un re e una regina che avevano quanto si può desiderare, da mangiare e da bere, bei vestiti e carrozze e feste quante ne volevano, solo una cosa mancava loro: non avevano figli.
La regina diceva sempre tra sé e sé: "Oh, Dio, tutti gli animali hanno i loro piccoli, persino i ragni, le lucertole e gli scarafaggi, solo a me non avete concesso un figlio".
Un giorno andò a passeggiare in giardino e vide strisciare uno scorsone con i suoi piccoli e disse: "Oh, Dio, quanti piccoli avete concesso a questo animale velenoso e a me nemmeno un  figlio. Ah, come vorrei un figlio, anche se fosse uno scursuni!"
Poco dopo la regina rimase incinta. Ci fu grande gioia al castello e in tutto il paese. Trascorsi i nove mesi, venne il momento di partorire e il re mandò a chiamare subito la levatrice. Non appena questa entrò nella stanza dove era coricata la regina, cadde a terra morta.
"Cosa succede? - gridò il re - Presto, chiamate un'altra levatrice".
Ne fecero venire un'altra, ma non le andò meglio che alla prima, e, per quante ne chiamassero, tutte morivano non appena mettevano piede nella stanza della regina.
Vicino al castello abitava un povero calzolaio che aveva un'unica figlia che era bellissima. Lei però aveva una matrigna che non la poteva soffrire e pensava sempre a come danneggiarla. Quando la matrigna malvagia sentì le grandi difficoltà che c'erano al castello, disse alla ragazza:
"Vestiti e va' al castello: devi assistere la regina in questo momento difficile", pensando che anche la ragazza sarebbe morta come le altre donne.
"Ah, - disse la ragazza - come potrò assistere la regina? Nessuno può avvicinarsi a lei senza morire".
"Non mi interessa" disse la matrigna malvagia e scacciò la ragazza con male parole.
La povera ragazza entrò nella chiesa vicina, dov'era seppellita la sua vera madre e si lamentò:
"Ah, anima di mia madre! Ah, cara mammina! Vedi come vengo maltrattata! Ah, aiutami!"
"Non piangere! - rispose una voce che era l'anima della madre - Va' invece coraggiosa al castello, perché se fai quel che ti dico non ti succederà niente. Fatti preparare dal fabbro un paio di guanti di ferro e mettiteli. Poi prepara un grande mastello di latte e, quando la regina partorirà, prendi il bambino con i guanti di ferro e gettalo nel latte".
Così la ragazza uscì consolata dalla chiesa e si fece preparare dal fabbro un paio di guanti di ferro; li infilò e andò al castello per assistere la regina. Prima di entrare nella stanza, si fece dare un grande mastello di latte, lo prese e lo mise vicino al letto. La regina era in grandi angustie, ma la figlia del calzolaio la prese tra le sue braccia e l'aiutò a partorire un maschio che sembrava un grande scursuni.
La ragazza lo prese con i guanti di ferro e lo gettò nel latte. Lo scursuni bevve il latte e si fece il bagno.
Il figlio della regina diventava ogni giorno più grande e forte, ma era e rimase uno scursuni, perché sua madre aveva commesso un peccato nel desiderare di avere un figlio anche se fosse stato uno scursuni.
Così trascorsero alcuni anni. Un giorno lui disse a sua madre:
"Madre, datemi una moglie, voglio sposarmi".
"Ah, adesso l'animale si vuole sposare, -  lamentò la regina - chi vuoi che ti prenda, orribile Scursuni!".
"Madre! non m'importa, voglio una moglie".
Allora la regina andò dal re e disse:
"Figurati, nostro figlio si vuole sposare. Vicino a noi abita un povero tessitore, che ha una figlia graziosa; facciamola venire, senza dirle che deve sposare nostro figlio".
Il re fu contento e la regina fece chiamare il tessitore e gli disse:
"Mastro, voi avete una bella figlia; mandatecela come serva per nostro figlio, ché la pagheremo lautamente".
Il padre acconsentì e mandò sua figlia al castello, dove venne rinchiusa nella stanza del Principe Scursuni. La sera si mise a letto, e a mezzanotte  Scursuni  si sfilò improvvisamente la sua pelle di serpente e si trasformò in un uomo bello, benfatto.
"Di chi sei figlia tu?" chiese alla ragazza.
Lei rispose:
"Sono la figlia di un tessitore".
"Cosa! Io sono figlio di un re e mi portano in moglie la figlia di un tessitore?"
Con queste parole si infilò di nuovo la pelle del serpente e la uccise con un morso.



Ségur A.


venerdì 30 giugno 2017

"Peter Somigliava Moltissimo al Bacio Segreto di Mrs Darling"

Mrs Darling fece un sogno.
Sognò che l’Isola-che-non-c'è si era avvicinata troppo e che uno strano ragazzo ne era scivolato fuori. Non si spaventò perché sapeva di averlo visto sul volto delle donne che non hanno figli. Forse lo si può vedere anche sul volto di alcune donne che sono madri.




R. Ingpen


giovedì 29 giugno 2017

La Fanciulla con Una Mano Sola, (Africa), A. Lang. Seconda e Ultima parte, Traduzione Mia

a ragazza non riusciva a credere alla propria buona sorte, e, grata per la grande gentilezza con cui era stata accolta, si dimostrò così premurosa e gentile con i genitori del marito che essi, ben presto, l'amarono.
Qualche tempo dopo, la giovane diede alla luce un bambino, ma il Principe fu costretto a lasciarla poiché il Re suo padre lo inviò ad occuparsi di affari di Stato in remote regioni del Regno.
Non era trascorso molto tempo dalla partenza del Principe che il fratello della ragazza decise di recarsi nella capitale. Aveva dilapidato le ricchezze della moglie ed era più povero di prima. Mentre camminava tra la folla, udì un uomo dire:
"Sapete che il figlio del Re ha sposato una donna senza una mano?"
 A queste parole, si fermò e chiese:
"E dove ha incontrato quella donna?"
"Nella foresta", rispose l’uomo, e il crudele fratello intuì che doveva trattarsi di sua sorella.
Il pensiero che la ragazza che aveva tentato di condurre alla rovina si fosse innalzata ad un tale rango accese in lui una rabbia feroce, e giurò che ne avrebbe provocato la caduta. Quello stesso pomeriggio, si recò a Palazzo e chiese udienza al Re.



Leo e Diane Dillon


sabato 24 giugno 2017

La Fanciulla con Una Mano Sola, (Africa), A. Lang. Prima Parte - Traduzione Mia

anto tempo fa, un’anziana coppia viveva in una capanna all'ombra di un boschetto di palme: avevano un unico figlio e un'unica figlia.
Vissero felici insieme per molti anni, ma il padre cadde gravemente malato e sentì di essere in punto di morte. Chiamò i suoi figlioli nell'angolo in cui dormiva sul pavimento - poiché nessuno in quel paese possedeva un letto - e disse al figlio:
"Non ho del bestiame da lasciarti in eredità, ma solo le poche cose che si trovano in casa poiché sono un uomo povero, lo sai bene. Comunque, scegli: vuoi la mia benedizione o i miei beni?"
"I tuoi beni, senz'altro", rispose il figlio e il padre annuì.
"E tu?" domandò il vecchio alla figlia, che stava accanto al fratello.
"Io voglio la tua benedizione", rispose la ragazza, e il padre le diede la sua benedizione di tutto cuore.
Il vecchio morì quella stessa notte, e sua moglie, il figlio e la figlia lo piansero per sette giorni, poi lo seppellirono secondo le usanze del suo popolo.
Era appena finito il periodo di lutto che la madre cadde gravemente malata.
"Sto per lasciarvi - disse ai figli con voce morente - Figlio mio, scegli: vuoi la mia benedizione o i beni?"
"I beni, senz'altro", rispose il figlio.
"E tu, figlia mia?"
"Io voglio la tua benedizione", rispose la ragazza.
La madre le diede la sua benedizione con tutto il cuore e morì quella stessa notte. Finito il periodo del lutto, il fratello ordinò alla sorella di mettere fuori dalla capanna tutti i beni dei loro genitori. La ragazza obbedì e lui portò via ogni cosa, tranne una piccola pentola e un mortaio nel quale la sorella avrebbe potuto macinare il grano... se solo avesse avuto grano da macinare.
La ragazza sedeva triste e affamata, quando una vicina bussò alla sua porta.
"La mia pentola si è incrinata sul fuoco - disse - Prestami la tua perché io possa cucinare la cena e in cambio ti darò un pugno di grano."
La ragazza fu ben felice di accettare, e, quella sera, anche lei ebbe la sua cena.
Il giorno seguente, un’altra donna prese in prestito la sua pentola, e poi un’altra, e un’altra ancòra, poiché nel villaggio non si era mai riscontrato un così alto numero di pentole incrinate. In breve tempo, la ragazza si rinvigorì, e si fece bella florida con tutto il grano che ricavava grazie alla pentola.
Una sera, raccolse un seme di zucca trovato in un angolo, lo piantò vicino al pozzo, e il semino attecchì, germogliò e le diede molte zucche.
Accadde che un giovane del villaggio passasse nei paraggi della località in cui viveva il fratello della ragazza, lo incontrò e scambiarono due chiacchiere.
"Hai notizie di mia sorella?" chiese il giovane, a cui le cose andavano male.
"Si è fatta bella prosperosa - rispose l’altro giovane - Le donne del villaggio prendono in prestito il suo mortaio per macinare il grano e la sua pentola per cucinarlo, e, in cambio, le danno molto più cibo di quanto possa mangiarne."
E se ne andò per la sua strada.
Ma le sue parole avevano aceso una grande invidia nell'animo del fratello.
Senza perder tempo, si mise in viaggio, e, prima di sera, giunse alla capanna della sorella: la pentola e il mortaio erano là fuori. Se li caricò in spalla e ripartì, tutto soddisfatto della propria astuzia. Quando la sorella si svegliò, cercò la pentola per cucinare il grano per la colazione, ma non riuscì a trovarla. Alla fine, si disse:
'Un ladro deve averla rubata mentre dormivo. Andrò a vedere se qualcuna delle mie zucche è matura.'
E, per l'appunto, scoprì che le zucche erano belle mature, ed erano tante e così grosse che la pianta si piegava fin quasi a spezzarsi sotto il loro peso. Così, le mangiò, e, quando fu sazia, portò le zucche restanti al villaggio, dove le cedette in cambio di grano, e le altre donne dichiararono che non avevano mai assaggiato zucche più dolci, e che avrebbe dovuto portare loro ogni giorno tutte quelle che aveva. Dopo qualche tempo, aveva accumulato molto più grano di quanto le servisse per il suo sostentamento, e, in cambio del grano, fu in grado di prendere un altro mortaio e un’altra pentola. E pensò di essere diventata ricca.


Leo e Diane Dillon


mercoledì 14 giugno 2017

The King and the Beggar-Maid

Questa piccola leggenda, quella del Re Cophetua e della Mendicante Penelophon, ha ispirato poeti, pittori e scrittori nel corso dei secoli. E' stata citata da Shakespeare più volte nelle sue opere (Shakespeare, oltre alle storie dei “grandi”, era molto attento anche al patrimonio popolare, alle ballate dalle oscure origini come questa, e, persino, ai libretti “rosa” dell'epoca).



Edward Burne-Jones



Narra di un esotico Re, Cophetua, insensibile all'amore e alle attrattive femminili. Un giorno, mentre da una finestra dei suoi appartamenti osservava la lunga fila dei mendicanti che venivano a ricevere la regale elemosina, vide una fanciulla di straordinaria bellezza, Penelophon, che avanzava a piedi scalzi stringendosi negli stracci che ricoprivano a malapena la sua nudità.
Folgorato da improvvisa passione, il Re si precipitò incontro alla piccola mendicante, le si inginocchiò davanti, depose la corona ai suoi piedi e giurò che, se non avesse accettato di sposarlo, si sarebbe ucciso. Penelophon fu così compassionevole da accettare la sua proposta, e, nonostante le sue povere ed oscure origini, si dimostrò una buona Regina. I due sposi vissero una lunga vita serena e, quando morirono, vennero seppelliti in un'unica tomba.



Edmund Blair Leighton




In una poesia giovanile, Lord Alfred Tennyson scrisse:

“Her arms across her breast she laid;
She was more fair than words can say:
Bare-footed came the beggar maid
Before the king Cophetua.
In robe and crown the king stept down,
To meet and greet her on her way;
"It is no wonder," said the lords,
"She is more beautiful than day".
As shines the moon in clouded skies,
She in her poor attire was seen:
One praised her ancles, one her eyes,
One her dark hair and lovesome mien:
So sweet a face, such angel grace,
In all that land had never been:
Cophetua sware a royal oath:
"This beggar maid shall be my queen!"


John Byam Liston Shaw