sabato 29 aprile 2017

La Penta Mano-Mozza, Pentamerone, Terza Giornata, Secondo Trattenimento

Penta respinge indignata le nozze propostele dal fratello e, tagliatesi le mani, gliele manda in dono. Quegli la fa gettare a mare in una cassa, che capita a una spiaggia, dove un marinaio la raccoglie e conduce Penta a casa sua; ma la moglie, gelosa, la fa rigettare a mare nella stessa cassa. Raccolta da un re, gli diventa moglie; ma, pei raggiri della stessa malvagia femmina, è discacciata dal regno, e, dopo lunghi travagli, ritrova il marito e il fratello, e restano tutti contenti e consolati.



Il re di Pietrasecca, rimasto vedovo, senza donna a fianco, fu istigato da Farfarello [Nome di uno dei diavoli della quinta bolgia dell'Inferno dantesco] a prendere in isposa la propria sorella, Penta; onde un giorno, chiamatala da solo a sola, le disse:
"Non è, sorella cara, da uomo di giudizio far andar via il bene dalla casa propria: oltre che non sai quel che ti tiri addosso, lasciandovi metter piede a gente forestiera. Ho riflettuto assai su questo punto e sono venuto infine nella risoluzione di prendere te per moglie. Tu sei fatta al fiato mio, e io conosco l'indole tua: contentati, dunque, di fare con me quest'incastro, questa lega di botteghe [1], questo unianlur acin [2], questo misce et fiat polum [3], che condurremo l'uno e l'altra una vita serena".
Penta, al sentire questo sbalzo di quinta rimase fuor di sé, e un colore le usciva e un altro le entrava; perché non avrebbe potuto mai immaginare che il fratello venisse a siffatte stravaganze e cercasse di dare a lei un paio d'uova barIacee, mentre esso proprio aveva bisogno, per suo conto, di cento uova fresche [4]. Stette, per un pezzo, muta, pensando quale risposta potesse dare a domanda cosi impertinente e fuor di proposito; ma, in ultimo, scaricando la soma della pazienza, disse:
"Se voi perdete il senno, io non voglio perdere la vergogna: mi meraviglio di voi che vi fate scappare dalla bocca proposte di cotesta sorta, che, se sono dette per celia, sono asinerie, se sul serio, puzzano di caprone; e mi duole che, se voi avete una lingua per dire di queste brutte cose, io abbia orecchie per udirle. Io, moglie a voi? Dove avete il cervello ?. Da quando in qua si fanno di coteste capriate [5], di coteste olle podride, di coteste mischianze? E dove stiamo? Al Ioio?. Vi sono sorella o cacio cotto con olio? [6]. Mettete la testa a segno, per la vita vostra, e non vi fate più scivolare dalla bocca parole come queste; se no, farò cose da non credere, e, se voi non mi onorerete come sorella, io non vi tratterò da quello che mi siete!".
Ciò detto, corse in furia a chiudersi in una camera, puntellandola di dentro, e non vide la faccia del fratello per più di un mese, lasciando lo sciagurato re, che era andato con una fronte da maglio a stancare le palle (5\ scornato come un fanciullo che ha lotto l'orciuolo, e confuso come una cuoca alla quale il gatto ha portato via il tocco di carne.
A capo di quei tanti giorni, Penta fu citata di nuovo dal re alla gabella delle sue sfrenate voglie; ed essa volle appurare esattamente di che cosa il fratello si fosse incapricciato nella persona sua, e, uscita dalla camera, lo andò a trovare.
"Fratello mio, - gli disse - io mi sono vista e mirata allo specchio, e non trovo in questo mio volto cosa che possa essere meritevole dell'amor vostro; che, in verità, non sono un boccone cosi goloso da far commettere pazzie alla gente".
Il re le rispose:
"Penta mia, tu sei tutta bella e compita dal capo al piede; ma la mano è quella che sopr'ogni cosa mi rapisce: la mano, forchettone che dalla pignatta di questo petto tira fuori le interiora; la mano, uncino che dal pozzo di questa vita porta su la secchia dell'anima; la mano, morsa che stringe questo spirito, mentre Amore vi lavora di lima. O mano, o bella mano, che sei mestolo che minestra dolcezza, tenaglia che strappa le voglie, paletta che aggiunge carbone per far bollire il mio cuore!".


W. Goble



E più voleva dire, quando Penta rispose:
"Sta bene: v'ho inteso. Aspettate un po', non vi movete di qui, che or ora torno". E, rientrata nella sua camera, fece chiamare un suo schiavo mezzo insensato, gli consegnò un coltellaccio con un gruzzolo di patacche e gli disse:
"Ali mio, tagliare mani mie, volere fare bella secreta e diventare più bianca".
Lo schiavo, credendo di farle servigio, con due colpi gliele troncò nette; e Penta, fattele mettere in un bacile di faenza, le inviò, coperte di un tovagliuolo di seta, al fratello, con l'imbasciata che si godesse quello che più gli piaceva con buona salute e figli maschi.
Il re, vedendosi giocare questo tiro, montò in tanta collera che divenne furente, e ordinò di far subito una cassa tutta impeciata, dentro la quale cacciò la sorella e la gettò in mare. Dopo qualche giorno, la cassa, spinta dalle onde, die in una spiaggia; e qui alcuni marinai, che tiravano la rete, la presero e l'apersero, e vi trovarono Penta, bella più assai della Luna, quando pare che abbia fatto la quaresima a Taranto [7]. E Masiello, che era tra quella gente il principale e il più autorevole, se la condusse a casa, raccomandando alla moglie, Nuccia, di usarle carezze. Ma costei, che era la mamma del sospetto e della gelosia, non appena il marito ebbe ripassato la soglia, tornò a cacciare Penta nella cassa, e la rigettò al mare. E qui, sbattuta dalle onde, tanto andò ballonzolando, finché fu scontrata da un vascello, sul quale navigava il re di Terraverde. Veduto galleggiare qualcosa di strano, il re fece calar la vela e mettere il battello a mare, e, tirata su la cassa, l'aprirono e vi trovarono dentro la sventurata giovane, in quella cassa di morto bellezza viva. Sembrò al re di avere scoperto un gran tesoro, quantunque gli piangesse il cuore che uno scrigno, pieno delle gioie di Amore, fosse privo di maniglie. E la condusse al suo regno, assegnandola per damigella alla regina, alla quale essa prese a rendere ogni sorta di servigi, fino a infilare l'ago e cucire, a inamidare i coilari e ravviare i capelli, tutto facendo coi piedi, onde essa era tenuta cara come una figlia.
Qualche mese dopo, citata la regina a comparire alla banca della Parca a pagare il debito alla natura, chiamò presso il suo letto il re.
"Poco ancora può tardare - gli disse - l'anima mia a sciogliere il nodo matrimoniale col corpo; perciò sta' sano, marito mio, e scriviamoci qualche volta. Ma, se mi vuoi bene e se desideri che quest'anima se ne vada consolala all'altro mondo, m'hai da fare una grazia".
"Comandami, muso mio dolce, - rispose il re; - che se non ti posso dare in vita i testimoni del mio cuore, ti darò pegno in morte del bene che ti voglio".
"Orsù - continuò la regina: - poiché me lo prometti, ti prego quanto posso che, dopo che a causa della polvere avrò chiuso gli occhi, tu ti sposi Penta, la quale, quantunque non sappiamo chi sia né donde venga, pure, al marco dei buoni costumi, si fa conoscere cavallo di razza".
"Campami di qui a cent'anni! - replicò il re; - ma, quando tu avessi a dirmi buona notte per dare a me il cattivo giorno, ti giuro che me la prenderò per moglie, e non importa che sia priva di mani e scarsa di peso, perché delle cose tristi, come sono le donne, giova prenderne sempre il meno che si può".
Ma queste ultime parole le borbottò nella lingua, perché la moglie non se ne offendesse.
Spenta che ebbe la regina la candela dei giorni suoi, il re prese Penta per moglie, e la prima notte la innestò a figlio maschio. Poi, bisognandogli compiere un'altra veleggiata al paese d'Altoscoglio, tolse licenza da lei e levò l'ancora. A capo di nove mesi, Penta die alla luce un vago bambino, e se ne fecero luminarie per tutta la città, e subito il Consiglio spedi apposta una feluca per l'annunzio al re. La feluca corse cosi forte burrasca, che ora si vide manicata dalle onde e sbalzata alle stelle, ora rotolata in fondo al mare; e, in ultimo, come volle il Cielo, dette in terra, a quella marina stessa dove Penta era stata raccolta dalla compassione di un uomo e donde era stata scacciata dalla crudeltà canina di una donna.
Per disgrazia, proprio allora quella stessa Nuccia stava colà a lavare fasce e pannilini del suo fantoccio; e, curiosa come sono le donne dei fatti altrui, domandò al padrone della feluca di dove veniva, dov'era avviato, e per parte di chi. Il padrone rispose:
"Vengo da Terraverde e vado ad Altoscoglio dal re, che è in quel paese, a dargli una lettera, per la quale mi mandano apposta. Credo che gli scriva la moglie; ma non ti saprei dire propriamente di che cosa si tratta".
"E chi è la moglie di cotesto re?", insistè Nuccia.
E il padrone:
"Per quel che intendo, dicono che è una bellissima giovane, chiamata Penta dalle mani mozze, perché le mancano tutte e due le mani. E ho sentito dire che fu trovata in una cassa in mare, e, per la sua buona sorte, è diventata moglie del re, e non so che cosa ora gli scriva di premura. Ma mi bisogna navigare col trevo per arrivare presto".
Udito ciò, quella giudea di Nuccia invitò il padrone a bere, e, ubbriacatolo fin dentro gli occhi, gli tolse la lettera dalla saccoccia, e la portò ad uno studente, suo cliente [8], perché gliela leggesse. Ascoltò la lettura con tale un'invidia da schiattarne, che quasi non ci fu sillaba a cui non gettasse un sospiro; e poi, dallo stesso studente, fece falsificare quella mano di scrittura e comporre un'altra lettera, nella quale si diceva che la regina aveva partorito un cane deforme, e si aspettavano gli ordini per quel che s'avesse a fare.
Scritta e sigillata la lettera, la rimise nella saccoccia del marinaio, il quale, quando si fu scosso dal sonno, vedendo che il tempo si era rasserenato, andò a orza a orza a prendere garbino in poppa. Quando arrivò presso il re e gli ebbe consegnata la lettera, il re rispose che facessero stare allegra la regina e le raccomandassero di non prendersi nemmeno un'oncia di dispiacere, perché si trattava di cose permesse dal Cielo e l'uomo dabbene non deve rivoltarsi contro le stelle.
Sulla via del ritorno, il padrone giunse, dopo due sere, di nuovo alla casa di Nuccia, la quale, fattigli grandi complimenti, lo rimpinzò di cibo e lo colmò di vino, sicché andò daccapo a gambe in aria, e, infine, pesante e stordito, si buttò a dormire. Nuccia gli frugò nella tasca di coscia e trovò la risposta, e corse a farsela leggere; e poi ve ne sostituì un'altra falsa, con la quale si comandava al Consiglio di Terraverde di far subito subito bruciare madre e figlio.
E il padrone, quando ebbe digerito il vino, riparti. Allorché egli, giunto a Terraverde, presentò la lettera del re, e il Consiglio la lesse, fu un grande susurro tra quei saggi vecchioni, e, assai dibattendo quest'affare, conclusero che il re o era diventato pazzo o era stato affatturato, perché, avendo una perla di moglie e un gioiello di erede, voleva fare di entrambi polvere pei denti della Morte. Per questa considerazione, vennero nell'avviso di prendere la via di mezzo, mandando la giovane col figlio a errare pel mondo, che non se ne avesse più nuova alcuna; e cosi, provvistala di una manata di tornesetti per campare la vita, levarono dalla cassa reale un tesoro, dalla città una lanterna splendente, dal marito due puntelli delle sue speranze.
La povera Penta, vedendosi dare lo sfratto, quantunque non fosse né femmina disonesta, né parente di bandito, né studente fastidioso [9], si prese in braccio il suo cetriuolo, che innaffiava di latte e di lacrime, e s'avviò verso Lagotorbido. Era di quel luogo signore un mago, che, ammirando questa bella storpia che storpiava i cuori, costei che faceva più guerra coi suoi moncherini che Briareo con le cento mani, volle sentire tutt' intera la storia delle sventure che aveva sofferte da quando il fratello, per essergli negato il pasto della carne, volle farla pasto ai pesci, fino a quel giorno che aveva messo piede nel suo regno.
Il mago, all'amaro racconto, versò lacrime senza fine, e la compassione, che gli entrava pei pertugi delle orecchie, vaporava in sospiri per lo spiraglio della bocca. Alla fine, la confortò con buone parole:
"Sta' di buona voglia, figlia mia, che per infracidita che sia la casa di un'anima, si può reggere tuttavia, se la puntella la speranza. Perciò, non lasciare smarrire l'animo, ché il Cielo tira talvolta le disgrazie umane all'estremo della ruina par fare più mirabile l'opera sua. Non dubitare, dunque, perché tu hai trovato in me mamma e padre, e io t'aiuterò col mio sangue stesso".
La povera Penta lo disgraziò:
"Non importa - gli disse - che il Cielo piova disgrazie e grandini ruine, ora che sono sotto la tettoia della grazia vostra, di voi che potete e valete: e già questa vostra bella faccia m'incanta". E cosi, dopo mille parole di cortesia da una parte e di ringraziamento dall'altra, il mago le assegnò un ricco appartamento nel palazzo suo e la fece governare come una figlia. E, la mattina dopo, ordinò di pubblicare un bando: che alla persona che fosse venuta alla sua corte a raccontare la più grande delle disgrazie, avrebbe dato una corona e uno scettro d'oro: due belle cose, che valevano più d'un regno.
Correndo questo grido per tutta l'Europa, vennero al paese del mago più gente che non siano i broccoli, per guadagnarsi la ricchezza promessa. E chi raccontava che aveva servito in corte tutta la vita, e, dopo avervi perduto il ranno e il sapone, la gioventù e la salute, era stato pagato con un caciocavallo. Chi diceva che gli era stata fatta un'ingiustizia da un superiore e non gli era concesso di lagnarsene, tanto che gli bisognava inghiottire la pillola e non evacuare la collera. Uno si lamentava di aver posto tutte le sue sostanze in una nave, e che un po' di vento contrario gli aveva tolto il cotto e il crudo. Un altro si doleva di avere speso tutti gli anni suoi a esercitare la penna, senza cavarne mai l'utile di una sola penna; e, soprattutto, si disperava che le fatiche della penna sua avevano avuto cosi poca ventura, laddove le materie dei calamai [10] erano tanto fortunate al mondo.
In questo mezzo, il re di Terraverde tornò nel regno e, trovata a casa quella dolce bevanda che non s'aspettava, proruppe in atti da leone scatenato, e avrebbe fatto scuoiare tutti i consiglieri, se essi non gli avessero senz'altro posto soit'occhi la lettera che avevano ricevuta da lui. Ma, quando la vide, e conobbe la falsa mano di scrittura, chiamò a sé il corriere e gli ordinò di raccontare tutto quanto gli era occorso nel viaggio. Cosi, a poco a poco, venne a penetrare che la moglie di Masiello gli aveva macchinato la rovina; onde, armata subito una galea, andò di persona a quella spiaggia. Ivi, ritrovata la femmina, con bel modo le cavò di corpo tutto l'intrigo; e, avendo inteso che causa del fatto era stata la gelosia, volle che essa diventasse di cera e, incerata e spalmata di sego, la fece mettere sopra una grande catasta di legna secche, alla quale fu dato fuoco.
Poiché ebbe assistito alla fiammata, e veduto che il fuoco, vibrando una lingua rossa rossa, s'era divorata la trista femmina, fece vela; e, in alto mare, incontrò una nave, che portava il re di Pietrasecca. Dopo molte cerimonie scambievoli, questi disse all'altro che navigava verso Lagotorbido a causa del bando pubblicato dal signore di quel luogo, per tentare la sorte sua, come colui che non cedeva per mala fortuna al più dolente uomo del mondo.
"Se è per questo - disse il re di Terraverde, - io ti salto di sopra a piedi giunti, e posso dare quindici e fallo al più sventurato che sia al mondo; e, dove gli altri misurano i dolori a lucernette io li posso misurare a tomoli. Perciò voglio venire con te, e facciamola tra noi da galantuomini, e chi di noi vince, spartirà da buon compagno esaltamente la vincita".
"Siamo intesi", disse il re di Pietrasecca; e si dettero reciprocamente la fede. Andarono cosi di conserva a Lagotorbido, dove, approdati, si presentarono al mago, che li onorò di grandi accoglienze, quali si convenivano a teste coronate, e li fece sedere sotto il baldacchino, salutandoli mille volte benvenuti. E, poiché ebbe udito che si presentavano alla prova degli uomini sventurati, volle conoscere quale peso di dolore li rendesse soggetti agli scirocchi dei sospiri.
Il re di Pietrasecca cominciò allora a narrare l'amore che aveva posto al sangue suo, l'alto da donna onorata che fece sua sorella, il fiero cuore che egli mostrò col chiuderla in una cassa impeciata e gettarla a mare; per le quali cose, da una parte, lo trafiggeva la coscienza del proprio errore, e dall'altra, lo pungeva l'aflfanno della sorella perduta; di qua, lo tormentava la vergogna, di là il danno; di guisa che tutti i dolori delle più angosciate anime dell'inferno, posti a un lambicco, non sgocciolerebbero una quintessenza di affanni come quelli che provava il cuor suo.
Finito ch'ebbe questo re di parlare, incominciò l'altro:
"Oimè, che le doglie tue sono ciambellette inzuccherate, franfellicchi e strùffoli a paragone del dolore che io sento, perché quella Penta dalle mani mozze, che trovai nella cassa come torcia di cera di Venezia per fare le mie esequie, io la presi per moglie, ed essa mi partorì un bel bambino, e, per malignità di una brutta arpia, poco è mancato che non fossero l'una e l'altro arsi dal fuoco. Nondimeno, oh chiodo del mio cuore! oh dolore per cui non mi posso dar pace! li hanno scacciati tutti e due, mandandoli fuori del mio stato; di tal che, vedendomi alleggerito di ogni piacere, non so come, sotto la soma di tante pene, non caschi prostrato a terra l'asino della mia vita!".
Udito il mago l'altro re, conobbe al fiuto che l'uno era il fratello e l'altro il marito di Penta; e, fatto chiamare Nufriello, il fanciullo, gli disse:
"Va', e bacia i piedi a tata, signore tuo"; e il fanciullo obbedì al mago.
Il padre, vedendo la buona grazia di quel marmocchietto, gli gettò una bella catena d'oro al collo. Dopo di che, il mago tornò a parlare:
"Bacia la mano allo zio, bel ragazzo mio"; e quel bel pacioncello fece subito l'ubbidienza; e l'altro re, ammirando la vivacità di quella fraschetta, gli die un bel gioiello, e domandò al mago se gli era figlio, e quegli rispose che ne domandasse la madre.


Joseph E. Southall




Penta, che, nascosta dietro una portiera, aveva ascoltato tutto questo negozio, venne fuori; e, come cagnolina sperduta che, ritrovando dopo tanti giorni il padrone, lo lecca, scodinzola, e fa mille segni di allegria, essa, ora correndo al fratello ora al marito, ora tirata dall'affetto dell'uno, ora dalla carne dell'altro, abbracciava ora questo ora quello, con tanto giubilo che non si potrebbe immaginare. Fa' conto che eseguivano un concerto a tre di parole smozzicate e di sospiri interrotti.
Fatta pausa a questa musica, si ritornò a carezzare il fanciullo, e ora il padre e ora lo zio a vicenda lo stringevano e lo baciavano, e se ne andavano in brodo di giuggiole. E, dopo che da questa parte e da quella fu fatto e fu detto, il mago concluse con queste parole:
"Sa il Cielo quanto esulta il mio cuore a vedere consolata la signora Penta, la quale per le sue belle qualità merita di essere tenuta in palma di mano e per la quale ho cercato con tanta industria di condurre a questo regno il marito e il fratello, per darmi all'uno e all'altro schiavo incatenato. Ma, poiché l'uomo si lega con la parola e il bue con le corna, e la promessa di un uomo dabbene è contratto, giudicando che il re di Terraverde abbia sofferto dolore da morire, gli voglio mantenere la parola e dargli non solo la corona e lo scettro promessi col bando, ma altresì il regno. Io non ho né figli né fastidi di famiglia; e perciò, con buona grazia vostra, voglio per miei figli adottivi questa bella coppia di marito e moglie, che mi sarà cara quanto le pupille degli occhi. E perché non ci sia più altro da desiderare alla felicità di tutti, orsù, Penta si metta i moncherini sotto il grembiule, che ne trarrà fuori le mani, più belle che non erano prima".
Penta cosi fece, e la cosa riusci appuntino come il mago aveva detto. E di ciò la gioia fu grandissima; e ne gongolarono tutti, e particolarmente il marito, che stimò più assai questa bella fortuna che il nuovo regno donatogli dal mago. Dopo aver trascorso alcuni giorni in magnifiche feste, il re di Pietrasecca se ne tornò al regno suo, e il re di Terraverde, mandato il cognato al suo minor fratello perché da sua parte lo incaricasse della cura delio stato, rimase col mago, scontando a canne di diletto le dita di travaglio che aveva sofferte, e rendendo testimonio al mondo che:
non può il dolce aver caro 
chi provato non ha, prima, l'amaro.

Traduzione e note di Benedetto Croce.

Dalle note:

[1] Società tra due negozianti.
[2] Come nei processi, quando si riuniscono insieme gli atti di due o più cause. [3] Formula delle ricette dei medici.
[4] Cioè, era venuto matto. La cura, alla quale in quei tempi erano sottomessi i pazzi dello spedale degl'Incurabili di Napoli, consisteva nel girare la ruota per attingere l'acqua dal pozzo, mangiare cento uova come cibo nutriente e leggiero, e ricevere periodiche bastonature.
[5] Capriata, miscuglio di vino bianco e vino nero: cfr. lo spagn. calabriada.
[6] Testo: "o caso cucito": sottintendendo (come, in altri testi, si trova compiuta la frase) "con olio", ossia in guisa ripugnante al cacio. Vuol dire: come se non fossimo in alcun modo parenti.
[7] La luna piena. Poiché Taranto abbonda di pesci e crostacei squisiti, vi si può passare una quaresima, cioè mangiar di magro, pur soddisfacendo la gola e diventando grassi e tondi.
[8] Clientela, che getta un'ombra anche sulla condotta coniugale della malvagia Nuccia.
[9] Tre categorie di persone, che si soleva allora più di frequente rimuovere dai luoghi dove abitavano o scacciare dal Regno.
[10] Cioé il corno.

lunedì 24 aprile 2017

La Romanza della Vilja, da La Vedova Allegra

La Romanza della Vilja
da
La Vedova Allegra (Die lustige Witwe )
di
Franz Lehár (1870-1948)
Libretto di Viktor Léon e Leo Stein

Traduzione tratta dal programma di sala del Teatro Regio di Torino, stagione 1998-99.





Atto II

Vi prego, fermatevi un po’ qui,
dove ora, secondo l’usanza patria,
si celebra la festa del principe,
come se fossimo là in Cetinje!

Ah! Mi velimo dase dase veslimo!
Esultiamo e cantiamo!
Balliamo e saltiamo!

Ma ora, come là in patria,
intoniamo il nostro canto,
di una fata che -
come si sa -
noi chiamiamo la Vilja!
C’era una Vilja, una fanciulla dei boschi,
un cacciatore la scorse sulle rocce.
Il giovane provò uno strano sentimento,
guardava e guardava la fanciulla dei boschi.
E un ignoto fremito prese il giovane cacciatore,
con bramosia si mise a sospirare:

Vilja, oh Vilja, o fanciulla dei boschi,

prendimi e fà di me il tuo amato.
Vilja, oh Vilja, che cosa mi fai?
Tremante si lagna un uomo malato d’amore!

Vilja, oh Vilja, o fanciulla dei boschi, ...

La fanciulla dei boschi
gli stese la mano
e lo trascinò nella sua casa di rocce.
Il giovane ha quasi smarrito i sensi,
non così ama né bacia fanciulla terrena.-
Quando ella fu sazia di baci, all’improvviso sparve!
Per sempre il poverino l’ha salutata.

Vilja, oh Vilja, ....







Testo Originale 

Valencienne

Ich bitte, hier jetzt zu verweilen,
wo allsogleich nach heimatlichem Brauch
das Fest des Fürsten so begangen wir,
als ob man in Cetinje wär’ daheim.

Coro

Ah! Mi velimo dase dase veslimo!
Lasst uns jauchzen und lasst uns singen!
Lasst uns tanzen und lasst uns springen!

Hanna

Nun lasst uns aber wie daheim,
jetzt singen unsern Ringelreim
von einer Fee, die - wie bekannt -
bei uns die Vilja wird genannt!
Es lebt eine Vilja, ein Waldmägdelein,
ein Jäger erschaut sie im Felsengestein.
Dem Burschen, dem wurde so eigen zu Sinn,
er schaute und schaut auf das Waldmägdlein hin.
Und ein nie gekannter Schauer fasst den jungen Jägersmann
sehnsuchtsvoll fing er still zu seufzen an:
Vilja, o Vilja, du Waldmägdelein,
fass mich und lass mich dein Trautliebster sein.
Vilja, o Vilja, was tuts du mir an?
Bang fleht ein liebkranker Mann!

Coro 

Vilja, o Vilja, du Waldmägdelein,

Hanna 

Das Waldmägdlein streckte
die Hand nach ihm aus
und zog ihn hinein in ihr felsiges Haus.
Dem Burschen vergangen die Sinne fast sind,
so liebt und so küsst gar kein irdisches Kind.
Als sie sich dann sattgeküsst, verschwand sie zu derselben Frist!
Einmal noch hat der Arme sie gegrüßt.

Coro 

Vilja, o Vilja, …

sabato 22 aprile 2017

La Vila, Fiaba Slava, Traduzione Mia

n una calda giornata d'estate, un giovane uomo di Veprin, alto e bello, camminava su per il colle Uczka quando vide, sdraiata sull'erba, una fanciulla bellissima, biancovestita, con il capo protetto da un fazzoletto, e rimase assorto nella contemplazione rapita del suo viso stupendo. Usando ogni cautela per non svegliarla, strappò un ramo frondoso e lo infilò delicatamente nel terreno così da creare un'ombra che la riparasse dai raggi del sole. Ben presto, la fanciulla si svegliò, vide il ramo piantato nel terreno, e si accorse dell'ombra creata per proteggerla. E vide il giovane in piedi accanto a lei.
E gli domandò:
"Sei stato tu, giovane uomo, a creare quest'ombra per me?"
E il giovane rispose:
"Sì. Ero rapito dalla tua bellezza e temevo che il sole ti bruciasse".
E la fanciulla:
"E cosa desideri in cambio della tua gentilezza?"
"Permettimi di contemplare il tuo volto meraviglioso, e sii mia moglie!"
"Va bene! - rispose lei - Sarò felice di prenderti per marito, ma devi sapere che io sono una Vila, e che tu non dovrai mai pronunciare questo nome, poiché se, un giorno, dovessi dire: Vila, io sarei costretta ad abbandonarti all'istante".


Remnev A.



Il giovane promise e la condusse a casa con sé. La presentò ai suoi genitori e raccontò loro tutto l'accaduto e come era accaduto, ma non disse che la promessa sposa era una Vila. Ai genitori la fanciulla piacque e acconsentirono ben volentieri che il figlio la sposasse, e, in breve tempo, furono celebrate le nozze. Gli sposi vissero per qualche anno in perfetta letizia ed armonia, e l'abbondanza regnava nella loro casa, e la donna partorì una bimba bella come un angelo.
Il tempo passò.
Una mattina d'estate, l'uomo sentì il rombo del tuono, corse alla finestra e vide che il tuono annunciava una tempesta imminente.
"Moglie! - esclamò - Che gran disgrazia! Non abbiamo tagliato il nostro grano ed ecco, il raccolto sarà completamente distrutto dalla tempesta!"
Ma la moglie rispose:
"Non temere nulla: non succederà!".
Si alzò e uscì, soffermandosi poco lontano dalla porta.
Quando rientrò in casa, la tempesta si scatenò, ed era spaventosa. Il marito disse in tono di rimprovero:
"Te lo avevo detto che avremmo perduto il nostro grano!"
Lei rise e rispose:
"Va' fuori, sull'aja, e vedrai che la tempesta non ha distrutto nulla che ci appartenga".
Non appena la tempesta si allontanò, l'uomo corse sull'aja e vide che tutto il grano era stato tagliato e affastellato con cura in file ben ordinate di covoni.


Remnev A.


Allora, pieno di meraviglia, tornò verso casa gridando:
"Lei è una Vila! Lei è una Vila!"
In quello stesso istante, la donna scomparve, e l'uomo rimase solo e pieno di dolore e di rimpianto, con la figlioletta, ma senza la moglie-Vila.
Di tanto in tanto, la Vila, da buona madre, ritornò a trovare la bambina, ed era visibile per lei soltanto. Si occupava della figlia come la più affettuosa delle madri, attenta ad ogni sua necessità e piena di premure, e le sue visite continuarono finché la ragazza raggiunse l'età da marito.
Poi, un bel giorno, la figlia della Vila si sposò e divenne la capostipite della famiglia Polharski. E questo è quanto.


Remnev A.


"Sixty Folk-Tales From Exclusively Slavonic Sources", A. H. Wratislaw.
Traduzione: Mab's Copyright.


La Vila, qui, come Melusina, è fondatrice di dinastie ansiose di definirsi tali, e che, non potendo dirsi più discendenti di Dèi ufficiali, affidavano alla tradizione popolare il compito di tramandare la leggenda dell'ava soprannaturale.
Non sempre erano l'ambizione o l'orgoglio ad incoraggiare la credenza nelle radici fatate, a volte, bastava che una esponente di sesso femminile della tal famiglia fosse dotata di una bellezza straordinaria perché se ne cercasse la straordinaria matrice.
In molte leggende celtiche sull'argomento, la voce del narratore conclude, ad esempio, ricordando che i rappresentanti maschi della tal famiglia ancòra al tempo della narrazione erano famosi perché alti, grandi e robusti più del normale.
Tornando alla Vila, qui svolge la funzione di Melusina,  della fata Aquilina, della celtica Macha, ecc., ovvero della moglie soprannaturale benefica che, a tutte le latitudini, è sposa premurosa, apportatrice di abbondanza alla casa e all'intera famiglia, immancabilmente generatrice di fìgli con il marito umano.
In Oriente, il motivo dà vita a diverse varianti: semplicemente, scade il tempo concesso all'Essere celeste, oppure, la scadenza coincide con la nascita del figlio, perché dare una discendenza ad un uomo solo, così povero da non potersi permettere una moglie è l'atto di pietà per cui la Fanciulla divina ha lasciato il Palazzo del Drago celeste. Anche in Oriente l'uomo rompe un tabu, ma, a differenza del marito della Vila, lo fa inconsapevolmente, poiché sorprende la moglie con le fattezze reali, soprannaturali, e ne scopre il segreto.
La Vila appartiene alla schiera infinita di ninfe, peri, anguane, vivene... in cui si sono liquefatte divinità minori, a loro volta, le migliaia di frammenti in cui dispersero l'Unica.
Ponte fra divinità minori strettamente legate alla Natura e le cosiddette Fate (o anche gli Elfi), hanno in comune con le prime e con le seconde ambiguità e duplicità, se protagoniste di fiabe e di leggende. In soldoni, a volte sono "buone", spesso, sono "cattive". Ripetendomi: l'amoralità di questi Esseri è altra cosa rispetto all'immoralità, che, quando sono perfide, le dipinge fascinose e sinistre come Lamie.
La Natura ha una morale? E' feconda per bontà e sterile per malvagità? Le tempeste e i terremoti sono omicidii intenzionali? E il rispetto, spesso premiato, anche nelle fiabe, non è forse un salvavita per gli Uomini e non il semplice appagamento della sua superbia?
A differenza delle Ninfe, la Vila non è legata esclusivamente ai boschi o ai fiumi, e così via, ma è uno Spirito della Natura tutta. Anche della Natura domata dall'Uomo, ovvero dei campi coltivati. Domina le tempeste e il fuoco.
La si incontra su di un prato, in un bosco, presso un lago o una piccola fonte o sul mare. E può avere la forma di un lupo, o di un cavallo, o di un cigno...
Come gli Elfi, anch'essi caricature di divinità martirizzate dall'invasione cristiana, è veggente e immortale, ma con segrete vulnerabilità; la sua danza seduce e imprigiona la volontà. Come le Fate-lamie, affascina con la sua soprannaturale bellezza, ha lunghissimi, meravigliosi capelli, una dolce voce incantatrice e cela sembianze mostruose.



Il balletto Giselle su libretto di Théophile Gautier

La povera Giselle, ingannata dal fidanzato, muore di crepacuore ed entra di diritto nella schiera degli spettri delle fanciulle morte per amore, per colpa di uomini traditori. E vengono chiamate Villi, e Myrtha è la loro Regina. Come le Furie, perseguitano l'uomo colpevole della loro disperata morte e della disperata permanenza sulla Terra come spettri, e lo obbligano a danzare fino allo sfinimento. Poi, gettano il cadavere nel lago presso cui dimorano. Ma Giselle non riesce a vendicarsi, per tutta la notte, sostiene il fidanzato traditore, danza al suo posto finché spunta il sole e le Villi devono fuggir via. Il giovane è salvo, ma anche Giselle viene liberata dalla sua condizione di Vila, ovvero di spettro senza pace.


Myrtha, Regina delle Villi




Saga di Harry Potter, di J.K. Rowling, "Il Calice di Fuoco".





"... Un centinaio di veela si riversarono sul campo. Le veela erano donne… le donne più belle che Harry avesse mai visto… solo che non erano - non potevano essere - umane. Harry rimase interdetto per un attimo, mentre cercava di indovinare che cosa potessero essere; che cosa potesse far brillare in quel modo la loro pelle di un candore lunare, o far ondeggiare i loro capelli d’oro pallido senza che ci fosse il vento…"

"Le veela avevano cominciato a ballare, e la testa di Harry si era completamente, beatamente svuotata. Tutto ciò che importava al mondo era continuare a guardare le veela, perché se avessero smesso di ballare, sarebbero successe cose terribili…"

"E mentre le veela danzavano sempre più in fretta, brandelli di pensieri selvaggi presero a rincorrersi nella mente confusa di Harry. Voleva compiere qualcosa di molto impressionante, e proprio in quel momento. Buttarsi giù dalla tribuna nello stadio sembrava una buona idea… ma era abbastanza buona?"

"Urla adirate riempivano lo stadio. La folla non voleva che le veela se ne andassero. Harry era d’accordo; avrebbe tifato per la Bulgaria, naturalmente, e si chiese confusamente perché mai aveva un grosso trifoglio verde appuntato sul petto. Ron, nel frattempo, stava facendo distrattamente a pezzi i trifogli sul suo cappello. Il signor Weasley, con un breve sorriso, si chinò verso Ron e gli tolse il cappello dalle mani."

"I Lepricani si erano rialzati a mezz’aria e questa volta formarono una mano gigante, che faceva un gesto molto maleducato rivolto alle veela dall’altra parte del campo. Per tutta risposta le veela persero il controllo. Si slanciarono attraverso il campo scagliando quelle che sembravano manciate di fuoco contro i Lepricani. Harry vide attraverso l’Omniocolo che non erano affatto belle, in quel momento: al contrario, i loro volti si allungavano in affilate teste d’uccello dai becchi feroci, e lunghe ali squamose spuntavano dalle loro spalle."

(Le citazioni sono su PotterPedia)

domenica 16 aprile 2017

La Mia Fiaba-Frankenstein (à la Manière de Calvino) dei Cigni o Corvi





Tecnicamente, non rientrerebbe tra le fiabe infedelmente tradotte. Infatti, a parte qualche breve frase di collegamento, ho tradotto con grande fedeltà i brani delle varianti Grimm. Il punto è l'assemblaggio. Ovvero, questa fiaba non esiste "in natura", esattamente come le fiabe della raccolta di Calvino. Ho messo insieme le parti più belle (a mio avviso) e convincenti delle varianti dei Grimm, ma, a differenza di Calvino, non ho seguito motivazioni puramente estetiche e/o censorie. Anzi, ho ripescato i dettagli che gli stessi Grimm hanno censurato nelle edizioni successive a quella del 1812. Non ho ancòra inserito filastrocche e altre invenzioni personali, ma... abbiate fede.




Teresa Jenellen



sabato 15 aprile 2017

I Dodici Fratelli, Grimm n.9, Traduzione Mia

'era una volta un Re e una Regina che vivevano insieme in grande armonia. Avevano dodici figli maschi. E il Re disse alla moglie: 
"Se il tredicesimo figlio che partorirai sarà una bambina, i dodici maschi dovranno morire perché ella non debba spartire con loro né le sue ricchezze né il governo del Reame." 
E ordinò dodici bare riempite di trucioli, e in ogni bara c'era un piccolo cuscino funebre; e comandò che le trasportassero in una sala chiusa a chiave, e diede la chiave alla Regina, ordinandole di non farne parola con nessuno. 
Ma la Regina era oppressa da una gran pena, e il più giovane dei suoi figli, che era il suo prediletto e che aveva chiamato con il nome biblico di Beniamino [1], le disse: 
"Cara madre, perché siete così triste?"
"Amato figlio, non posso dirtelo", rispose la Regina. 
Ma egli non le diede requie finché la madre non aprì la sala segreta e non gli mostrò le dodici bare riempite di trucioli. 
Poi disse:
"Mio amatissimo Beniamino, queste bare le ha fatte preparare tuo padre per te e per i tuoi undici fratelli: se partorirò una bambina voi dovrete essere uccisi e seppelliti qui." 
E singhiozzava da spezzare il cuore.
Allora, il figlio rispose: 
"Non piangete più, cara madre! Vedrete, riusciremo a sfuggire a questo triste destino." 
E la Regina disse: 
"Va' nel fitto del bosco con i tuoi fratelli, e che uno di voi stia sempre di guardia sull'albero più alto, senza staccare lo sguardo dalla torre del castello. Se nascerà un maschietto, farò issare un drappo bianco e potrete ritornare. Ma, se nascerà una femmina, farò issare un drappo rosso come il sangue, e allora fuggite il più lontano possibile, e che il buon Dio vegli su di voi. Ogni notte pregherò perché in inverno abbiate un fuoco a cui scaldarvi, e perché, in estate, la calura non vi sfinisca." 
Dopo avere ricevuto la benedizione materna, i figli fuggirono nel bosco.
Montavano di guardia uno dopo l'altro sulla quercia più alta, e non distoglievano mai lo sguardo dalla torre.
Passarono undici giorni e il turno di guardia toccò a Beniamino. Egli vide che veniva issato un drappo, ma non era bianco, bensì rosso come il sangue ed era l'annuncio di morte per lui e per i suoi fratelli.
Quando corse ad avvertire i fratelli, essi montarono su tutte le furie e dissero:
"Dobbiamo dunque morire a causa di una femmina? Giuriamo che, ovunque ci capitasse di incontrare una fanciulla, faremo scorrere il suo sangue purpureo."
Poi, si addentrarono ancor di più nel bosco, là dove si addensavano le tenebre, e trovarono una capanna povera e deserta.
Allora dissero:
"Questa sarà la nostra dimora: noi andremo a caccia e tu, Beniamino, che sei il più giovane e fragile, cucinerai e terrai in ordine la casa."
E, ogni giorno, andavano a caccia e uccidevano lepri, caprioli, uccelli e piccioni, e portavano la selvaggina a Beniamino, che doveva cucinare per tutti loro. E vissero insieme per dieci anni, e tennero fede al loro giuramento, e uccidevano tutte le fanciulle che incontrarono [2], e il tempo trascorso non parve loro così lungo.
Intanto, la bambina che la Regina aveva partorito cresceva: era molto bella e aveva una stella d'oro in fronte.
Una volta - era giorno di bucaro - vide, tra i panni stesi sul prato a sbiancare, dodici camicie da uomo e chiese a sua madre:
"Di chi sono queste dodici camicie? Sono troppo piccole per appartenere a mio padre."
Allora, la Regina, con un sospiro accorato, le disse:
"Mia cara bambina, quelle camicie appartengono ai tuoi dodici fratelli."
Disse la fanciulla:
"Dove sono i miei dodici fratelli? E perché non ne ho mai sentito parlare?"
E la madre:
"Dove sono? Lo sa solo Iddio: vagano per il vasto mondo."
Condusse, allora, la figlia alla stanza segreta, la aprì, e le mostrò le dodici bare con i trucioli e i piccoli cuscini funebri.
"Queste bare - disse - erano destinate a loro, ma sono fuggiti prima che tu nascessi", e le raccontò tutto.
Allora, la fanciulla disse:
"Cara madre, non piangete  più: andrò a cercare i miei fratelli."
Prese le dodici camicie, e si allontanò alla volta della foresta.
Camminò tutto il giorno, e, a sera, giunse alla capanna nel bosco.
Entrò, e le venne incontro un giovinetto, che le chiese:
"Da dove vieni e dove vai?", e grandemente si stupiva che fosse così bella, con i suoi ricchi abiti regali e una stella in fronte.
Ed ella rispose:
"Sono figlia di Re e vado in cerca dei miei dodici fratelli, e non mi fermerò, e camminerò fin dove il cielo è azzurro pur di trovarli."
E gli mostrò le dodici camicie [3].
Allora Beniamino capì che qiella fanciulla era sua sorella e disse:
"Io sono Beniamino, il tuo fratello più giovane!"
La Principessa scoppiò a piangere per la gioia e così Beniamino, e caddero l'uno nelle braccia dell'altra, e si baciarono teneramente.
Poi egli disse:
"Cara sorella, devo avvertirti: noi fratelli giurammo che avremmo ucciso qualsiasi ragazza avessimo incontrato sul nostro cammino."
Allora, ella esclamò:
"Morirò volentieri se ciò servisse a liberare i miei cari fratelli."
"No, no - gridò Beniamino - tu non dovrai morire! Nasconditi dietro quel tino, e aspetta finché non avrò parlato con i nostri fratelli."
La fanciulla obbedì, e, quando scese la notte, gli undici Principi tornarono dalla caccia, e Beniamino servì loro la cena. Sedettero a tavola, e, mentre si accingevano a cenare, domandarono:
"Che c'è di nuovo?"
Beniamino disse:
"Come? Non sapete nulla?"
"No"
E Beniamino:
"Voi girate per la foresta, io rimango in casa, eppure ne so più di voi!" "Racconta!"
Egli rispose:
"Se mi promettete che la prossima fanciulla che incontreremo non sarà uccisa" "Sì, sì - esclamarono i fratelli - la risparmieremo; ma racconta!"
Allora, Beniamino annunciò:
"Nostra sorella è qui."
E andò a prendere dietro il tino la bella fanciulla in abiti regali e con la stella d'oro in fronte. Ed era così affascinante, delicata e radiosa che i fratelli si rallegrarono, la abbracciarono e la baciarono e sentirono di amarla con tutto il cuore.
Da quella notte, la Principessa rimase con loro. Aiutava Beniamino con le faccende di casa, mentre gli undici fratelli erano a caccia, e cucinava per cena le lepri, i caprioli, gli uccelli e i piccioni che le portavano. Si procurava la legna per la stufa e le erbette per il contorno, e, quando gli undici fratelli rientravano, trovavano sempre la cena in tavola e i lettini immacolati e in ordine, cosicché erano tutti felici e contenti e vivevano in grande armonia.
Ma la capanna aveva un piccolo giardino, nel quale c'erano dodici gigli.
Una sera, ella volle usare una gentilezza ai suoi fratelli e colse i dodici fiori, pensando di ornare i loro coperti a cena. Ma, non appena ebbe colto i fiori, i dodici fratelli si trasformarono in dodici corvi e volarono via, e anche la capanna e il giardino sparirono.
La povera fanciulla si ritrovò sola nella foresta cupa e tenebrosa, ma le comparve accanto una vecchia che le disse:
"Ahimé, bambina, che hai fatto? Perché hai toccato i dodici fiori bianchi? Erano i tuoi fratelli, e ora sono tramutati in corvi per sempre."
La ragazza disse piangendo:
"Non vi è modo di liberarli?"  
"Esiste un solo modo - disse la vecchia - ma è così difficile che non ce la farai: dovrai essere muta per sette anni, non potrai parlare né ridere e anche se ti sfuggisse una parola soltanto, e anche se dovesse mancare soltanto un'ora allo scadere dei sette anni, tutto sarebbe vano, e i tuoi fratelli sarebbero uccisi da quell'unica parola.[4]" 
Ma la fanciulla disse tra sé e sé: "Libererò i miei fratelli ad ogni costo!" 
Andò in cerca di un alto albero, vi si arrampicò, e prese a filare, senza parlare né ridere.





Avvenne che un Re andasse a caccia nella foresta. Questo Re possedeva un grosso levriero, che corse sotto l'albero sul quale aveva trovato rifugio la fanciulla, e prese ad abbaiare e a latrare, lanciandosi in grandi balzi verso la cima.
Il Re si avvicinò e scorse la bellissima Principessa con la stella d'oro sulla fronte, e fu così ammaliato dalla sua avvenenza che le chiese se voleva diventare sua sposa. La fanciulla non rispose, ma accennò lievemente con il capo in segno di assenso.
Allora, il Re salì sull'albero, portò giù la bella fanciulla e la mise sul suo cavallo.
Le nozze furono celebrate con grande pompa e nel tripudio generale, anche se la sposa non parlava né rideva.
Trascorsero felici un paio di anni, quando la madre del Re, che era una donna malvagia, prese a calunniare la giovane Regina e ripeteva al figlio:
"Ti sei messo in casa una mendicante straniera, chissà quali empietà compie in segreto! È muta e non può parlare, ma potrebbe almeno ridere! Chi non ride nasconde una cattiva coscienza."
Sulle prime, il Re non voleva prestarle orecchio, ma la madre non gli dava pace, e continuava ad insinuare calunnie terribili sulle nefandezze della sposa, tanto che egli, infine, si lasciò convincere, e la condannò a morte.
Nel cortile fu acceso un gran fuoco, il rogo sul quale ella doveva essere bruciata, e il Re, dalla sua finestra, guardava nella corte con gli occhi colmi di lacrime, poiché l'amava ancòra.
E, quando la giovane Regina era già legata al palo, e già lingue di fuoco lambivano le sue vesti, ecco, trascorse l'ultimo istante dei sette anni.
Nell'aria si udì un frullare d'ali, e arrivarono dodici corvi, e si posarono a terra, e, non appena toccavano il suolo, riprendevano le sembianze dei suoi fratelli, liberati dal suo sacrificio.
Essi spensero le fiamme, dispersero le fascine del rogo, slegarono la sorella, e la baciarono e l'abbracciarono.
Ora ella era libera di parlare, e raccontò al Re perché prima non poteva pronunciare parola né ridere.
Il Re si rallegrò della sua innocenza, e vissero tutti insieme felici e in armonia fino alla morte.
La malvagia madre fu chiusa in una botte piena di olio bollente e di serpenti velenosi e morì di una mala morte.






"I Dodici Fratelli", Die zwölf Brüder
Grimm n.9
Classificazione; Aa Th 451 [The Brothers Who Were Turned into Birds]
Traduzione. Mab's Copyright

[1] Nella prima versione (1812), non è citato il nome del figlio più giovane.

[2] La sottolineatura che i fratelli mantennero il giuramento e che, per dieci anni, si dedicarono all'assassinio di "fanciulle innocenti" è presente solo nella prima versione.

[3] Nella prima versione, il fratello più giovane si accinge ad ucciderla, ma si intenerisce a causa delle sue suppliche. Così accadrà anche con gli altri fratelli. Una volta graziata la nuova arrivata, scopriranno le dodici camicie, la riconosceranno come loro sorella e si rallegreranno per averla risparmiata.

[4] Non ci sono le camicine da cucire. Rimangono i divieti canonici: non parlare e non ridere. Nella prima versione, il numero degli anni corrisponde al numero dei fratelli.

lunedì 10 aprile 2017

I Dodici Buoi, D. Comparetti

ice che c'era una volta un padre che aveva dodici figliuoli già grandi che non stavano più a casa, ma lavoravano e avevano casa da sé.
Accadde che il padre ebbe ancora una bambina, e loro n'ebbero tanto dispetto che non vollero più tornare dal padre e si misero in un bosco a fare i falegnami. Quella ragazza aveva già quattordici o quindici anni e i fratelli li conosceva, ma con loro non era andata mai.
Una volta andò a lavarsi in una fonte e prima si levò i coralli dal collo perché non gli cadessero nell'acqua. Ora, un corvo che passava di là li pigliò e li portò via, e lei dàlli dietro, arrivò in quel bosco dove stavano i suoi fratelli.
Il corvo andò a nascondersi in una capanna dove loro abitavano e lei c'entrò dentro, ché non c'era nessuno, e per paura che poi la maltrattassero si mise sotto al letto. I suoi fratelli, venuti a casa, fecero colazione e se ne tornarono fuori senza vederla. Alla sera lei preparò i taglierini e si nascose di nuovo. Loro mangiarono, ma gli venne il sospetto che fosse qualche strega che avesse fatto questo gioco. E uno di loro, all'indomani, restò a casa e vide uscire di sotto al letto la sorella. La riconobbe e le perdonò di essersi nascosta in quella maniera, e le disse che lui mandava a dire alla madre che lei stava coi fratelli.
Poi l'avvertì di non andar a pigliar del fuoco a una casa vicina perché ci stavano le streghe.
Lei stette una quindicina di giorni senz'andarci. Ma una volta lasciò venir sera e non aveva preparato la cena. Per far presto andò per fuoco in casa delle streghe e trovò una vecchia che gliene diede. Ma quella vecchia le disse che anche lei le domandava un piacere, che all'indomani si lasciasse succhiare un poco da lei il dito mignolo. E per mostrarle come doveva fare, chiuse l'uscio, le fece mettere il dito nel buco e succhiò tanto sangue che quella povera ragazza cascava quasi in svenimento. E la strega le disse che all'indomani voleva fare lo stesso.
I fratelli della ragazza cenarono la sera come al solito, ma poi guardando la sorella si accorsero che doveva aver qualche cosa, e a forza di domande, si fecero raccontare tutto. E lei disse dunque che all'indomani doveva venire la strega a succhiarle il dito.
Il suo primo fratello aspettò la mattina, e quando venne la strega, la sorella non aprì, e quando quella mise la testa dentro per un finestrino, il fratello con una sega gliela tagliò; poi aprì l'uscio e gettò la testa e il corpo della strega giù in un burrone.
Accade che una volta quella ragazza va per acqua a una fonte e trova una vecchia che le voleva vendere delle scodelle bianche; e lei non ne voleva sapere, perché non aveva quattrini. Ma la vecchia tanto fece che lei ne accettò una in regalo e la portò a casa. Arrivano i fratelli che tornavano stanchi dal lavoro e avevano sete. E appena bevono in quella scodella diventano tutti buoi, salvo uno che diventò un agnello perché aveva bevuto poco. Figuratevi il dispiacere della sorella e la paura anche di trovarsi sola affatto in quel deserto e con quelle dodici bestie da mantenere!
Un figliuolo del principe, per fortuna, andando a caccia si smarrì in quella boscaglia e passando vicino alla capanna domandò alloggio. La giovane non voleva riceverlo, ma lui la pregò tanto che finalmente acconsentì.





domenica 9 aprile 2017

Giocare il Gioco di Calvino (Che gli Dèi delle Fiabe lo Perdonino)

Se volessi "calvineggiare", beh, quello de "I Sei Cigni" sarebbe l'inizio preferito della mia fiaba-Frankenstein sui fratelli-animali e la sorella eroina.
Per il motivo del matrimonio forzato con la creatura della foresta, la Figlia della Strega. Ovviiamente, madre e non matrigna della progenie del Re (Capuana è stato molto più audace ne "La Figlia dell'Orco"). Che l'invenzione della suocera orchessa della Bella Addormentata - in luogo della più imbarazzante (sic!) moglie tradita del Prince Charmant - derivi dalle stesse leggende vagamente melusiniane?
Conserverei il pellegrinaggio della "Sorellina" dal Sole e dalla Luna, crudeli e cannibali. Conserverei la sciamanica Montagna di Vetro.
Dei poveri "briganti" che si fanno carico dell'aspetto omicida dei Primcipi ho già parlato. Lascerei ai fratelli la responsabilità dei loro assassinii di fanciulle innocenti.
E, sempre se fossi inCalvinata, come resistere alla tentazione di inserire, magari in una fiaba calabrese o emiliana, il motivo dello spogliarello a favore dei cacciatori del Re? Perché si sa: la fanciulla "muta" del bosco deve essere nuda, coperta solo dai suoi lunghissimi capelli.



H.J. Ford


sabato 8 aprile 2017

Cigni, Corvi, "Sorelline", Fratellini Assassini, Sole Cannibale, Luna-Orco...

Ho tradotto e postato  "I Sette Corvi" prima della programmata  "I Dodici Buoi" di Comparetti. Apparentemente una fiabuccia rispetto a ben più ricche varianti come "I Sei Cigni".
C'è un perché.
Intanto, consideriamo le principali differenze.

La "Sorellina" rimane tale dall'inizio alla fine della fiaba. E' una bambina. E non si trasforma, in corso d'opera, in una giovane donna di strabiliante bellezza. Non incontrerà e non sposerà il Re-cacciatore, che, quindi, è assente.



L. Campinoti



Ovviamente, manca anche la seconda parte, con l'accusa di stregoneria, la condanna a morte sul rogo, il salvataggio in extremis.

Sempre procedendo a ritroso, scopriamo che alla bambina non è richiesto neanche l'annoso sacrificio - con relativi divieti - che, nelle altre varianti, la porterà diritta sul suddetto rogo.

venerdì 7 aprile 2017

mercoledì 5 aprile 2017

I Sette Corvi, Grimm n.25, Traduzione Mia




Teresa Jenellen




n uomo aveva sette figli maschi, ma neanche una figlia femmina, benché la desiderasse con tutto il cuore. Finalmente, la moglie diede alla luce una bambina. Grande fu la gioia dei genitori, ma, ahimé, la neonata era minuscola e gracile, e si giudicò dovesse essere battezzata immediatamente, tanto debole era la speranza che riuscisse a sopravvivere.
Il padre inviò in gran fretta uno dei figli al pozzo a prendere l'acqua per il battesimo, ma anche gli altri sei ragazzi gli corsero dietro, e, poiché ciascuno voleva essere il primo ad attingere l'acqua, la brocca sfuggì loro di mano e cadde nel pozzo. I ragazzi rimasero là, confusi ed impietriti, incapaci di trovare il coraggio di rientrare in casa. Intanto, il padre, che temeva che la neonata morisse senza battesimo, non capiva perché i figli tardassero tanto.
"Quei ragazzacci! - disse - staranno perdendo tempo a giocare, e non si curano affatto della povera piccola".
Infine, non vedendoli arrivare, lanciò loro una maledizione:
"Che possano diventare tutti corvi!".

venerdì 31 marzo 2017

Il Funerale di Flory Cantillon, Thomas Crofton Croker

Yeats colloca questo racconto nella sezione Sirene:

"La Sirena o, se si vuole usare il nome irlandese, la Moruadh o Murrúghach, da muir, mare, e oigh, ragazza, non è infrequente, dicono, sulle coste più selvagge. Ai pescatori piace poco vederla, perché vuol sempre dire burrasche imminenti. Le Sirene maschio (se si può usare questa espressione; io non ho mai sentito il maschile di Sirena) hanno denti verdi, capelli verdi, occhi porcini e naso rosso; le loro donne invece sono belle, pur con tutta la loro coda di pesce e le dita palmate come le zampe delle anatre. A volte preferiscono i pescatori di bell'aspetto ai loro innamorati marini, e non si può biasimarle troppo. Si dice che vicino a Bantry, il secolo scorso, vivesse una donna tutta coperta di squame come un pesce, nata da un'unione di questo tipo. Alle volte escono dal mare e se ne vanno in giro per la spiaggia sotto forma di piccole mucche senza corna. Nelle loro vere sembianze portano un cappello rosso chiamato cohullen druith, in genere coperto di piume. Se questo viene loro rubato, non possono più immergersi sott'acqua. In ogni paese il rosso è il colore della magia, ed è sempre stato così, dai tempi più remoti. I cappelli delle fate e dei maghi sono quasi sempre rossi."

domenica 26 marzo 2017

La Signorina Esperson, di Stephen Grendon

Ricordavo la signorina Esperson molto vagamente, quando lessi il suo cognome nella colonna dei necrologi di un giornale metropolitano. Suppongo sia sempre per queste vie misteriose che si creano ponti per i ricordi, specie per i ricordi d'infanzia, anche se poi non riusciamo a spiegare il flusso di pensieri che si intrecciano successivamente.
Nel caso della Esperson, forse fu la differenza tra la visione delle cose dell'uomo maturo e la visione delle cose del ragazzo che non ero più. Di sicuro era improbabile che esistesse un rapporto tra il gentiluomo appena defunto di nome Esperson, e la dolce vecchietta di quella piccola cittadina della Louisiana dove avevo trascorso tanta parte dell'infanzia.



Paul Hoecker



Il fatto è che avevo dimenticato completamente la signorina Esperson. Erano dieci anni che non ripensavo più a lei, e l'imbattermi nella lettura del nome Esperson tra i necrologi fu assolutamente un caso di pura coincidenza. L'avevo appena scorso, così, distrattamente, quando dai recessi della mia memoria uscì improvvisamente l'immagine della signorina Esperson, e in un attimo mi ritrovai nelle vesti di un ragazzino di un'oscura cittadina della Louisiana.
Ecco la Esperson, alta, con la sua bizzarra faccia rettangolare, la mascella forte - quasi equina, a ripensarci adesso - e i suoi meravigliosi occhi scuri incastonati tra i capelli d'argento... Ecco la sua piccola "proprietà", circondata da filari di alberi e da un giardino di rose, separata dal resto della città, affacciata sulla strada ombrosa dietro al fiume che tracciava i confini della sua terra, quei prati che erano un vero paradiso per i fortunati bambini che vi arrivavano per caso... Ed ecco di nuovo quel terrore superstizioso così sciocco, agli occhi di un bambino. Perché la Esperson, che era di sicuro lo spirito della dolcezza incarnato e che non faceva del male a nessuno, avviandosi serenamente sulla strada del tramonto come si conveniva all'ultima superstite di una famiglia estinta, era vittima di una strana paura superstiziosa da parte della popolazione nera della città. Una paura oltremodo strana proprio perché era assolutamente infondata.

venerdì 24 marzo 2017

The Dark, o Pitch Pine, Figlia del Re di Norvegia

Quando, nel nostro Paese e nelle isole, arrivarono i Norvegesi per rivendicarne il possesso, e le loro incursioni divennero sempre più frequenti, con i crudeli saccheggi e i massacri a cui si abbandonavano ovunque sbarcassero, si guadagnarono la fama di essere una razza audace, coraggiosa, tenace, brutale, e senza scrupoli, e, più di ogni altra cosa, dedita alla stregoneria, agli incantesimi e alle fatture, e ad ogni sorta di empie conoscenze.


Abbey Edwin Austin



In particolare, la figlia maggiore del Re di Norvegia divenne tristemente famosa in quanto esperta di Magia Nera. Non vi era incidente o disgrazia che colpisse una persona cara, o una qualche rovina che abbattesse i nemici, o una buona sorte che riguardasse sia amici che nemici di cui non fosse ritenuta, in un modo o nell'altro, responsabile.