martedì 21 febbraio 2017

Bambolina, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)

'era una volta un pescatore che vivucchiava alla meglio col prodotto della sua pesca. Partiva in barca la sera, stava a pescare tutta la nottata, e la mattina dopo all'alba era di ritorno. Quando aveva fatto una buona retata, scorgendo da lontano la moglie che lo attendeva, ansiosa, alla spiaggia, le faceva segno di rallegrarsi, agitando per aria il berretto. Da parecchi mesi però il povero pescatore aveva una gran disdetta; pareva che quasi tutti i pesci si fossero messi d'accordo per non farsi pescare da lui. I suoi compagni, invece, ne pigliavano tanti e poi tanti, che spesso dovevano rigettarli in mare, perché il troppo peso non facesse affondare le barche. Disperato un giorno disse alla moglie:
"Vendiamo barca, reti e ogni cosa; almeno tireremo innanzi un buon paio di settimane con quel po' di danaro che ne caveremo. Se no, saremo ben presto morti di stento tu, io e Bambolina".


Artuš Scheiner



Avevano una figlioletta, nata di sette mesi, così piccina e miserina, che la sua mamma, stando a filare davanti l'uscio di casa, la teneva comodamente in una tasca del grembiule. La creaturina non riusciva a crescere. A sette anni era rimasta tal quale di quando era nata. Non piangeva mai, sorrideva sempre con quel vestitino da bambola, e parlava con una vocina così esile esile, che si sentiva appena. Per questo la chiamavano Bambolina.
Quanto a mangiare, invece, Bambolina aveva un appetito che sbalordiva; i poveri genitori non sapevano a qual santo votarsi per sfamarla.
Ed era una bocca inutile; la moglie lo diceva spesso al marito:
"Costei è la nostra disgrazia! Ma è sangue del nostro sangue. Facciamo la volontà di Dio!"
Ora che il pescatore si trovava con quella disdetta addosso, ripensava continuamente le parole della moglie: Costei è la nostra disgrazia! E non poteva vedere la bambina; non le faceva più una carezza; la maltrattava anzi, quando ella, con la vocina esile esile, gridava:
"Ho fame! Ho fame!"
Un giorno il pescatore, che aveva già venduto barca, remi, reti e ogni attrezzo del suo mestiere, stava a sedere su uno scoglio vicino alla spiaggia, con la testa fra le mani, lamentandosi della sua mala sorte. A un tratto vide sorgere in mezzo al mare una figura di donna che, dal petto in giù, aveva forma di pesce.
Nuotava, nuotava, tutta grondante, e veniva diritta verso di lui.
"Pescatore, perché ti lamenti?"
"Sono un disgraziato! Vo' a pescare, e non piglio più pesci. Ho venduto barca, reti e ogni cosa, e il denaro è già. finito. Non so fare altro mestiere. Moriremo di fame io, mia moglie e Bambolina."
"Senti - disse la donna-pesce. - Se tu mi dài Bambolina, ti regalo un bel mucchietto di monete d'oro, che ti caverà da ogni guaio."
"Non vendo il sangue del mio sangue."
"Pensaci bene. Tornerò fra otto giorni."
La donna-pesce si tuffò in mare e disparve.



Woo-jin 



Giunto a casa, stava per raccontare alla moglie quel che gli era accaduto; ma si trattenne. Voleva ripensarci bene. Ci ripensò per otto lunghi giorni, e all'ultimo si decise. Senza dir nulla alla moglie, avrebbe venduto Bambolina alla donna-pesce e sarebbe uscito da ogni guaio.
Una mattina infatti disse alla moglie:
"Vo' alla spiaggia con Bambolina, per farla divertire."
Se la mise in tasca, e s'avviò.
"Babbo, dove mi porti?"
"Dove vuole la tua sorte."
"Ah, babbo scellerato! Ah, babbo senza cuore!"
"Zitta, o ti torco il collo."
Passava gente, e la bambina, intimidita, tacque.
Di lì a pochi passi: "Babbo, dove mi porti?"
"Dove vuole la tua sorte."
"Ah, babbo scellerato! Ah, babbo senza cuore! La donna-pesce mi mangerà."
Il pescatore sbalordì.
"Che ne sai tu della donna-pesce?"
"L'ho sognata la notte scorsa. Tagliami almeno una ciocca di capelli e portala per ricordo alla mamma."
Le tagliò una ciocca di capelli, e giunto su lo scoglio si sedette ad aspettare. Verso mezzogiorno, ecco a fior d'acqua la donna-pesce, tutta grondante:
"Pescatore, ci hai pensato bene?"
"Ci ho pensato bene. Ho qui in tasca Bambolina. Fammi vedere il tuo gruzzolo d'oro."
La donna-pesce spinse in alto la coda e mostrò un panierino tessuto di fili d'erba sottomarina, con dentro un bel mucchietto di monete di oro stralucente.
Il pescatore rimase abbagliato; e portò una mano alla tasca, senza guardar in viso la figliuola:
"Da' qua. Eccoti Bambolina."
"Non le manca neppure un capello?"
"Neppure un capello."
Egli tacque della ciocca tagliatele poco prima, temendo che la donna-pesce non volesse fare più il negozio, saputo che a Bambolina mancava qualcosa.
La donna-pesce si accostò allo scoglio, porse il mucchio d'oro al pescatore, prese in cambio Bambolina e si allontanò dalla spiaggia:
"Bada, pescatore! Chi inganna è ingannato."
Si rituffò in mare e disparve con Bambolina tra le braccia. La moglie, vedendo tornare il marito, gli domandò premurosa: "Bambolina dov'è?"
"Eccola qui"
E trasse di tasca il panierino col mucchietto delle monete d'oro. A quella vista, la povera madre cominciò a strapparsi i capelli, a piangere e a gridare:
"Ah, figliolina mia! L'ha venduta, lo scellerato! Ah, Bambolina mia!"
"Zitta, o ti torco il collo. L'ho venduta per cagion tua. Dicevi sempre: È una bocca inutile! È la nostra disgrazia! Questa è una ciocca dei suoi capelli; te la manda per ricordo."
"Tienti l'oro per te; a me i suoi capelli mi bastano."
Li baciava, li ribaciava, li bagnava di lagrime.
"E alla gente che dirai?"
"Dirò che Bambolina è caduta in mare e se la son mangiata i pesci."
Il pescatore, riposto il suo tesoro in un cassettone, ne prese soltanto una manciata, per andare a far delle compere nei negozi più ricchi.
Intendeva subito godersi la vita e sfoggiare.
"Quanto lo fate questo qui?"
"Cento lire."
"Uh! Una miseria! Tenete."
"A chi li date cotesti gusci di telline? Qui non si fa la burletta."
Il pescatore diventò smorto come un cadavere. Mettendo le mani in tasca, sentiva di avervi una manciata di monete d'oro; cavandole fuori, si trovava in pugno tanti gusci di telline. Gli pareva impossibile; non si sapeva persuadere.
E va in un altro negozio.
"Quanto lo fate questo qui?"
"Trecento lire."
"Uh! Una miseria! Tenete."
"Qui non si fa la burletta. A chi li date cotesti gusci di telline?"
Se ne tornò a casa sconsolato. Aveva perduto la figliolina e sarebbe morto di fame lo stesso! La donna-pesce gliel'aveva detto: Bada, pescatore! Chi inganna è ingannato. E già si trovava bell'e ingannato con quei gusci di telline.
"Moglie mia, come faremo?"
"Faremo la volontà di Dio."
La gente, non vedendo più la bimbetta, domandava:
"E la vostra Bambolina?"
"Cadde in mare e se la mangiarono i pesci."
Il marito rispondeva così; e la moglie stava zitta e piangeva. Come mai nessuno aveva saputo niente di quel caso? La gente cominciò a sospettare e a ciarlare.
"Chi sa che n'hanno fatto, povera creaturina! L'hanno ammazzata per levarsi di torno una bocca inutile. Scellerati!"
Le ciarle giunsero all'orecchio del Re. Il Re spedì le sue guardie e si fece condurre dinanzi marito e moglie ammanettati.
"Che n'è di Bambolina?"
"Cadde in mare e se la mangiarono i pesci."
La donna scoppiò in pianto:
"Maestà, non è vero! L'ha venduta alla donna-pesce!"
"Ti do tempo un mese. Se fra un mese non avrai recuperata Bambolina, avrai accarezzato il collo dal boia."
Il pescatore corse allo scoglio e si mise a chiamare: 
"Donna-pesce!... O donna-pesce!"
La donna-pesce comparve a fior d'acqua tutta grondante.
"Che cosa vuoi da me?"
"Se mi ridai Bambolina, ti restituisco il tuo oro con qualcosa per giunta, quel che tu vorrai."
"Portami in cambio il Reuccio e la cosa è fatta."
Il pescatore si tastò il collo, gli pareva di averci attorno la corda del boia che doveva strozzarlo. Quel cambio col Reuccio era impossibile. Pure si risolse di tentare. Ogni mattina andava davanti al palazzo reale: se il Reuccio fosse uscito fuori solo a fare chiasso con gli altri bambini, egli con belle paroline l'avrebbe attirato in riva al mare e l'avrebbe dato alla donna-pesce in ricambio di Bambolina. I giorni passavano e il Reuccio non si vedeva; o se usciva fuori, c'era sempre qualche servitore che gli faceva la guardia.
Un giorno finalmente si diè il caso che uscisse solo.
"Reuccio, Reuccio, il mare è tranquillo e ci sono tanti bei pesci."
"Conducimi. I pesci di chi sono?"
"Sono vostri, se li volete. Venitemi dietro, per non farvi scorgere."
E lo menò su lo scoglio.
"Donna-pesce! O donna-pesce! Ho menato il Reuccio".
La donna-pesce comparve a fior d'acqua tutta grondante. Il Reuccio ebbe paura di quella donna dalla coda di pesce e si mise a strillare. Ma il pescatore lo afferrò e glielo porse, e prese in cambio Bambolina. Egli s'era avveduto che Bambolina aveva strappato al Reuccio una ciocca di capelli, mentre questi si dibatteva per non andare in braccio del mostro.
"Non gli manca nulla?"
"Non gli manca nulla."
"Bada pescatore! Chi inganna è ingannato."
E la donna-pesce si rituffò in mare insieme col Reuccio e disparve.
Il pescatore si mise in tasca Bambolina.
Per via la interrogava.
"Bambolina, che cosa hai veduto in fondo al mare?"
Bambolina, zitta.
"Bambolina, che cosa hai mangiato in fondo al mare?"
Bambolina, zitta.
"Bambolina, non avercela col tuo babbo. La fame fa fare delle brutte cose."
E Bambolina, zitta.
Il pescatore si presentò al Re:
"Ecco Bambolina."
"Ah! Ti fai anche beffa di me! Impiccatelo!"
Il povero pescatore rimase. Invece di Bambolina bella e viva, aveva in mano proprio una bambola di legno che le somigliava perfettamente. La donna-pesce l'aveva ingannato.
"Chi t'ha fatto questa bambola?"
Il Re la voltava e rivoltava fra le mani, meravigliato della rassomiglianza. Nel tastarla, tocca una molla, e la bambola di legno si mette a parlare:

"Bambolina è in fondo al mare, 
Il Reuccio dee sposare. 
Chi l'ha fatta e può disfarla 
Vada subito a cercarla." 

"Il Reuccio? Dov'è il Reuccio? Cercate il Reuccio!"
Il Re pareva impazzito dal dolore. Il Reuccio non si trovava; nessuno l'aveva veduto.
 "Che n'hai fatto del Reuccio?"
Il pescatore tremante di paura, raccontò ogni cosa.
La bambola di legno non si chetava:

"Bambolina è in fondo al mare, 
Il Reuccio dee sposare. 
Chi l'ha fatta e può disfarla 
Vada subito a cercarla."

Il Re si diè un colpo alla fronte:
"Questo è un incantesimo! Non ci ha colpa nessuno."
Radunò il Consiglio della Corona per consultare i Ministri.
"Che vuol dire: Chi l'ha fatta e può disfarla?"
Nessuno riusciva a capirlo. Chi l'ha fatta è sua madre; ma come mai può disfarla? Ci perdevano la testa.
"Lasciatemi andare", disse la madre che smaniava di rivedere Bambolina. Prese con sé le ciocche dei capelli della figlia e del Reuccio, e sola sola se n'andò in un punto di spiaggia deserto. Migliaia di pesciolini formicolavano nell'acqua.
"Pesciolini di Dio, datemi retta: dove si trova la donna-pesce?"
I pesciolini si dispersero e sparirono quasi atterriti da quel nome. Dopo poco, ecco centinaia di pesci più grossi che formicolavano nell'acqua.
"Pesci, pesci di Dio, datemi retta: dove si trova la donna-pesce?"
Anche questi si dispersero e sparirono, quasi atterriti da quel nome. Poco dopo, ecco un pesce grosso come un vitello. Apriva e chiudeva una bocca quanto quella di un forno, con doppie file di dentacci acuti e una lingua rossa rossa.
"Pesce, pesce di Dio, dammi retta: dove si trova la donna-pesce?"
"Vieni con me e lo saprai."
La povera mamma non esitò un istante in faccia al pericolo d'annegarsi; e si tuffò in mare, tenendo stretti in pugno i capelli di Bambolina e del Reuccio. Camminava sott'acqua come in terraferma; il pesce spaventoso avanti e lei dietro, fra torme di pesci di ogni sorta, che si scansavano per lasciarla passare. Cammina, cammina, scendi, scendi sempre più in fondo, non s'arrivava. E ad ogni lato, sotto, sopra, torme di pesci senza fine, di ogni forma e di ogni grandezza, che nessuno aveva pescato mai. Ella, che ne aveva veduti tanti e ne sapeva i nomi, di questi qui non ne aveva idea, e stupiva che ce ne potessero essere un sì gran numero. Scendi, scendi, scendi, finalmente ecco un bosco di piante strane che parevano vive e si movevano, e grotte in fila, tutte ornate di fiori che si aprivano e si chiudevano, e sembrava nuotassero anch'essi.
"La donna-pesce abita lì."
"Grazie, buon pesce. Che posso darti in compenso?"
"Mi basta il buon cuore."
La povera donna picchia e chiama: "Donna-pesce! O donna-pesce!"
"Chi mi vuole? Chi sei?"
"Sono la madre di Bambolina."
"Che sei venuta a fare?"
"Apri e te lo dirò."
La donna-pesce aprì l'uscio e la fece entrare. La grotta era uno splendore, tutta di argento e d'oro e di perle e diamanti.
"Tua figlia sta bene qui; lasciala stare. Senti? Fa il chiasso col Reuccio nella grotta accanto."
"Fammela almeno vedere"
"Non posso, non posso."
"La bambola di legno ha detto:

Chi l'ha fatta e può disfarla 
Venga subito a pigliarla."

"E tu avresti cuore di disfarla?"
L'afflitta mamma fu imbarazzata. Pure disse franca:
"Sì, sì!"
Le ciocche dei capelli, tenute strette nel pugno, le avevano suggerito di rispondere a quel modo
La donna-pesce si contorse tutta, e brontolando andò di là a prendere Bambolina.


A. Stegg



 Figuratevi la povera mamma a quella vista!
"Bambolina mia! Bambolina mia!"
Non finiva di baciarla; e se la divorava dai baci.
"Basta, basta! Vediamo se sei buona a disfarla."
La donna-pesce si contorceva tutta.
La mamma strinse forte la ciocca dei capelli e si sentì suggerire:
"Tirale le gambe."
Afferrò Bambolina e le tirò le gambe.
"Ahi! Ahi! Ahi!"
La donna-pesce si contorceva, quasi colei le avesse invece tirata la coda. E le gambine di Bambolina si allungavano quanto le gambe di una bella ragazzina di otto anni.
La mamma le tirò le braccia.
"Ahi! Ahi! Ahi!"
La,donna-pesce si contorceva, quasi colei le avesse tirate le sue. E, le braccia di Bambolina, si allungarono quanto le braccia d'una bella ragazzina di otto anni. La mamma le,tirò il busto, e poi il collo.
"Ahi! Ahi! Ahi!"
La donna-pesce, si contorce più di prima, quasi colei le avesse tirato il busto e il collo, e casca morta per terra.
La donna prese Bambolina per una mano e il Reuccio per l'altra e uscì dalla grotta. Fuori c'erano milioni di pesci che stavano ad aspettarli, facendo guizzi in mezzo all'acqua, quasi ammattiti dalla gioia di saper morta la donna-pesce. E salirono su, accompagnati da questo strano corteggio. Quei pesci erano così allegri, che non vedevano neppure le reti tese dai pescatori e v'incappavano a migliaia. Uscendo fuori dal mare, la mamma, Bambolina e il Reuccio trovarono su la spiaggia una gran festa. Le ceste dei pescatori rigurgitavano. L'arena della riva era ingombra di pesci mezzi vivi; ne prendeva chi voleva. Gli stessi pescatori li davano in regalo; non sapevano che farsene.
Alla notizia corsero il Re, la Corte, il popolo tutto, e tra essi il povero pescatore che s'era già pentito del suo mal fatto.
Al vedere Bambolina, diventata così bella che pareva un sole, il Re esclamò:
"È proprio una Reginotta!"
Infatti, alcuni anni dopo, Bambolina e il Reuccio si sposarono.



A. Stegg


E quel giorno il Re volle che, in ricordo del caso, in tutto il suo regno non si mangiasse altro che pesce.

Chi l'allunga e chi l'accorcia, 
La mia è detta; ora, la vostra.

Luigi Capuana, Il Raccontafiabe, (1893).

domenica 19 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Terza e Ultima Parte)


Gabriel Pacheco



E la Sirenetta abbandonò la sua aiuola e nuotò fino al gorgo mugghiante al di là del quale abitava la Strega. Non si era mai spinta in quei luoghi remoti, dove non crescevano fiori né erbe marine. Solo nuda sabbia grigia si estendeva fino al vertiginoso abisso dove un terribile vortice d'acqua turbinava come la ruota di un mulino, e trascinava nello sprofondo tutto ciò che riusciva a ghermire.
E i vapori velenosi di quel vortice dovette attraversare la Sirenetta per raggiungere il dominio della Strega del Mare, e, per un lungo tratto, fu costretta a nuotare sul pantano ribollente che la Strega chiamava la sua torbiera.
E al di là del pantano era la sua dimora, nel mezzo di una foresta ben strana, i cui alberi, rami e sterpeti erano, infatti, polipi, per metà animali e per metà piante.
Parevano serpenti dalle cento teste che spuntavano dal suolo: i rami erano lunghe braccia viscide, con dita mollicce come vermi, ed era tutto un torcersi ed uno strisciare, e ciò che riuscivano a brancicare lo avvinghiavano stretto e non lo lasciavano andare mai più.
Per un istante, alla Sirenetta mancò il cuore per lo spavento: fu tentata di tornare indietro, ma ripensò al Principe, ripensò all'agognata anima immortale, e riprese coraggio. Si avvolse i lunghi, fluttuanti capelli intorno alla testa perché i polipi non glieli afferrassero, si strinse le braccia sul petto, e continuò ad avanzare, guizzando come un pesce, tra le orribili lunghe braccia e le dita mollicce protese per afferrarla.
Vide uomini annegati e colati a picco sul fondo, e, adesso, bianchi scheletri nella morsa dei polipi, e remi e relitti di naufragi, e ossa di animali marini, e scheletri di navi affondate, e persino una piccola sirena che i polipi avevano ghermito e strangolato, e questo fu lo spettacolo più orribile da sopportare per la Principessina.
Giunse, infine, ad una grande palude nel cuore della spaventosa foresta, dove enormi bisce d'acqua strisciavano all'intorno, e svolgevano le loro spire mostrando il ventre giallastro. E nella palude sorgeva la dimora della Strega, edificata con bianche ossa di naufraghi, e là se ne stava la Strega, impegnata a dar da mangiare ad un rospo dalla propria bocca, così come noialtri, a volte, porgiamo un pezzetto di zucchero ad un canarino.
La Strega chiamava gli orridi serpenti  i "suoi cari pulcini", e lasciava che le strisciassero in grembo e intorno alle spalle.



Lomaev A.



"So bene ciò vuoi! - disse alla Sirenetta - E lo trovo incredibilmente stupido da parte tua, ma sarà fatta la tua volontà poiché non ti porterà altro che sventura, mia affascinante Principessa. Vuoi liberarti della tua coda di pesce, e avere, al suo posto, due colonne come quelle che gli uomini  usano per camminare, affinché il bel Principe si invaghisca di te, e, con il suo amore, possa donarti un'anima immortale".
E, su queste parole, la Strega scoppiò in un riso così stridulo e odioso che il rospo e le bisce d'acqua precipitarono al suolo, e là rimasero, strisciando e contorcendosi.
"Tuttavia, arrivi giusto in tempo - continuò - Trascorsa l'alba di domani non avrei più potuto aiutarti, e avresti dovuto aspettare un anno intero. Ti preparerò un filtro: domattina, prima del sorgere del sole, dovrai nuotare sino alla terraferma, e, là, bere il filtro. La tua coda si spartirà e diventerà ciò che la gente di Lassù chiama gambe, ma bada: avvertirai un dolore acutissimo, come se una spada affilata ti trapassasse il corpo. Tutti quelli che incontrerai diranno che sei la più bella figlia degli uomini che abbiano mai visto. Flessuose ed eleganti resteranno le tue movenze, e nessuna danzatrice sarà agile e affascinante come te, ma, ad ogni passo, sarà come se camminassi su coltelli acuminati, come se tutto il tuo sangue ti scorresse via, goccia a goccia. Se credi di poter sopportare tutto ciò, io posso aiutarti".
"Sì", disse la Sirenetta, con voce tremante; e ripensò al Principe e all'anima immortale.
"Ma tieni bene a mente questo - continuò la Strega - Una volta che avrai acquistato forma umana, non potrai tornare ad essere una sirena, non potrai mai più immergerti nelle acque profonde con le tue sorelle, né potrai rivedere il Palazzo di tuo padre; e, se non riuscirai a far sì che il Principe ti ami tanto da dimenticare padre e madre per te, se non otterrai che egli ti dia il suo cuore e la sua anima e chieda ad un sacerdote di unire le vostre mani, tu non avrai un'anima immortale. E, all'alba del giorno dopo il suo matrimonio con un'altra, il tuo cuore si spezzerebbe e ti scioglieresti in spuma di mare".
"Sono pronta a tutto", disse la Sirenetta, ma era più pallida di una morta.



Lomaev A.



"E dovrai anche pagarmi, bada bene!- disse la Strega - E non sarà poca cosa ciò che ti chiedo. Tu hai la voce più bella che si sia mai sentita in fondo al mare, e speri, con la tua voce meravigliosa, di affascinare il Principe, ma devi darla a me. Dovrai darmi la tua dote più preziosa, in cambio del mio filtro. Serve il mio stesso sangue perché il filtro sia potente come una spada a doppio taglio."
"Ma se mi togli la voce - disse la Sirenetta - che mi resterà?"
"La tua bellezza - rispose la Strega - e il tuo incedere elegante e le affascinanti movenze, e gli occhi che parlano, con cui potrai certo conquistare un cuore umano. Hai perduto tutto il tuo coraggio? Tira fuori la tua piccola lingua ché io la tagli in pagamento dei miei servigi, e avrai il mio potente filtro"
"Così sia!", disse la Sirenetta.
Allora, la Strega del Mare mise sul fuoco la pentola dove far bollire il filtro.
"La pulizia è la prima cosa!", sentenziò, e la ripulì con un cencio che era, in realtà, un groviglio di serpenti annodati, poi si graffiò il petto e lasciò colare nella pentola il suo sangue nero. Il vapore che si sprigionò dal calderone si innalzava assumendo le forme più strane e terribili. Ad ogni momento, la Strega gettava un nuovo ingrediente nella pentola, e, quando il filtro prese a bollire, pareva di sentire il pianto di un coccodrillo.


C Birmingham



Finalmente, il filtro fu pronto ed era limpido e trasparente come l'acqua più pura.
"Eccoti servita!", disse la Strega, e mozzò la lingua della Sirenetta, ed ella divenne muta per sempre e mai più poté cantare e parlare.
"Se i miei polipi dovessero ghermirti, quando riattraverserai la foresta - disse, infine, la Strega - non dovrai far altro che spruzzarli con qualche goccia di questo filtro, e i loro tentacoli si ridurranno in cenere".
Ma la Sirenetta non ne ebbe bisogno perché i polipi si ritraevano non appena vedevano il liquido che fiammeggiava tra le sue mani come una stella. E così riattraversò l'orrida foresta, il pantano ribollente e il gorgo mugghiante.



Illarionova N.



Ritornò al Palazzo del Re suo padre. Le luci del salone da ballo erano spente: sicuramente, tutti, nella reggia, dormivano di un sonno profondo. La Sirenetta non osò  rivedere la sua famiglia adesso che, diventata muta, era sul punto di abbandonarla per sempre. Le pareva che il cuore le si spezzasse nel petto per la gran pena. Scivolò nel giardino reale, colse un fiore dall'aiuola di ciascuna delle sue sorelle, mandò mille baci verso il Palazzo, e salì in superficie attraverso l'azzurro cupo delle acque profonde.
Quando raggiunse il palazzo del Principe, non albeggiava ancòra, pure, la superba scalinata di marmo era tutta illuminata dal meraviglioso chiaro di luna.
La Sirenetta bevve il filtro, che, simile a fiamma viva, le arse la gola, e sentì come se una spada affilatissima le trapassasse le fragili membra, e svenne, arrovesciata sui gradini.



Illarionova N.


C. Birmingham



Quando riprese i sensi, il sole era alto sul mare. Avvertì un dolore lancinante, ma vide accanto a sé il bel Principe. Egli la fissava con i suoi grandi occhi neri con tale intensità che la Sirenetta abbassò i suoi. Si accorse, allora, che la coda di pesce era sparita, e che, al suo posto, c'erano i più bei piedini che una fanciulla terrestre potesse desiderare. Ma era nuda e si coprì avvolgendosi nei suoi lunghi capelli.
Il Principe le domandò chi fosse e come avesse raggiunto il castello, e la Sirenetta lo guardò con grande dolcezza, ma i suoi profondi occhi azzurri erano velati di tristezza perché non poteva parlare. Allora, il Principe la prese per mano e la condusse a Palazzo.
Ad ogni passo, come la Strega aveva predetto, le pareva di camminare su aghi acuminati o su affilati coltelli, ma sopportava quella tortura senza un lamento. Camminava al fianco del Principe, leggera come schiuma di mare, e tutti rimanevano incantati dalla grazia affascinante del suo incedere flessuoso.
A Corte, fu rivestita di magnifici abiti di seta e di vaporosa mussolina, e a Palazzo non vi era creatura più bella e incantevole di lei, ma era muta, non poteva cantare né parlare. Bellissime schiave vestite di seta e d'oro cantarono per il Principe e per la famiglia reale: una delle schiave cantò più melodiosamente delle altre, e il Principe l'applaudì a lungo e le sorrise, e la Sirenetta si rattristò poiché sapeva bene che, un tempo, possedeva una voce che non temeva rivali, e pensava: 'Oh, se solo sapesse che ho rinunciato per sempre alla mia voce pur di vivergli accanto!'
Le schiave si esibirono, poi, in languide, bellissime danze, al suono di una musica soave. Allora, la Sirenetta sollevò le belle braccia candide, si alzò sulle punte dei piedi, e danzò - flessuosa e così leggera che sfiorava appena il pavimento - come nessun'altra avrebbe mai potuto danzare. Ad ogni passo pareva più bella, e i suoi occhi parlavano più di mille lingue e i suoi sguardi andavano diritti al cuore più del meraviglioso canto delle schiave. Tutta la Corte ne fu conquistata, e più di tutti il Principe, che la chiamò la sua piccola trovatella, e la Sirenetta danzò ancòra e ancòra, benché, ogni volta che i suoi piedini sfioravano il pavimento, le sembrasse di camminare su affilati coltelli.



Illarionova N.



Il Principe decise che la Sirenetta non avrebbe mai abbandonato il Palazzo, e le permise di dormire dietro la porta della sua camera su di un cuscino di velluto.
Ordinò che le cucissero un abito da paggio perché lo accompagnasse quando usciva a cavallo. E cavalcavano insieme per i boschi profumati, dove il verde fogliame sfiorava loro le spalle, e gli uccellini cantavano fra i teneri germogli.
La Sirenetta scalava con il Principe le montagne più alte, e, quando i suoi piedini delicati le sanguinavano tanto che tutti se ne accorgevano, ne rideva, e lo seguiva ancòra più in alto, dove potevano ammirare le nuvole che si rincorrevano sotto i loro piedi come stormi di uccelli che migravano verso cieli lontani.
Quando era notte, e tutti, nel castello del Principe, dormivano profondamente, la Sirenetta usciva all'aperto e si sedeva sull'orlo della scalinata di marmo. La gelida acqua del mare dava un po' di sollievo ai suoi poveri piedini brucianti, e, poi, ripensava alla sua famiglia, che era laggiù, nelle profondità marine.
Una notte, emersero dalle acque le sue sorelle. Si tenevano per mano e cantavano tristamente lasciandosi trasportare dalle acque; la Sirenetta fece loro un cenno di lontano. Allora, si avvicinarono e la riconobbero, e le raccontarono del dolore provato per la sua fuga. E vennero a salutarla ogni notte, e, una volta, ella scorse in lontananza la vecchia nonna, la Regina Vedova, che non saliva in superficie da anni ed anni, e vide suo padre, il Re del Mare, con la corona in testa. Tesero le braccia verso di lei, ma non si arrischiarono ad avvicnarsi alla terraferma come le sue sorelle.


Lathrope Dorothy



Man mano che passava il tempo, la Sirenetta diventava sempre piu cara al cuore del Principe. Le voleva il bene che può ispirarci un tenero fanciullo, ma fare di lei la sua sposa! ... Non ci aveva mai neanche pensato. Pure, se non fosse diventata sua moglie, conquistandosi così un'anima immortale, la mattina successiva al giorno delle sue nozze con un'altra, la Sirenetta si sarebbe disciolta in spuma di mare.
"Non mi vuoi bene più che a tutte le altre?", pareva che domandassero gli occhi della Sirenetta, quando il Principe la prendeva fra le sue braccia e le baciava la bella fronte.
"Sì, nessuna mi è più cara più di te - diceva il Principe - perché hai il cuore più sincero e mi sei più devota di ogni altro, e il tuo volto mi ricorda quello di una fanciulla che ho incontrato una volta soltanto, e che, di certo non ritroverò mai. Ero a bordo di un bastimento che naufragò: le onde mi gettarono su di una spiaggia presso un Tempio dove dimoravano alcune fanciulle consacrate. La più giovane mi trovò sulla spiaggia e mi salvò la vita. Non l'ho mai più incontrata, ma è la sola donna che potrei amare di vero amore in questo mondo. Eppure tu cancelli quasi la sua immagine dal mio cuore da quanto le somigli, e lei è consacrata al Tempio. E stata la mia buona stella a mandarti a me. Non ci separeremo mai!"
"Ah, non sa che io, io gli salvai la vita! - pensava la Sirenetta - Io l'ho portato attraverso il mare in tempesta fino alla spiaggia nei pressi del Tempio; io sono rimasta lì nascosta nella schiuma di mare, sperando che qualcuno venisse a soccorrerlo, e ho visto la bellissima fanciulla che egli ama più di quanto ami me!"
E sospirava tristemente. Piangere non poteva.
"Quella fanciulla è consacrata al Tempio - pensava -  e non potrà tornare nel mondo, non si incontreranno mai più. Io vivo con lui e lo vedo ogni giorno: ne avrò cura, lo amerò, gli dedicherò la vita."
Ma, ben presto, si diffuse la notizia che il Principe avrebbe preso in moglie la bellissima figlia del Re di un vicino Reame. Si stava approntando un magnifico bastimento poiché, ufficialmente, il Principe avrebbe visitato i Paesi vicini, ma, in realtà, era stato combinato un incontro con la Principessa straniera, e un gran seguito lo avrebbe accompagnato.
La Sirenetta scuoteva il capo e sorrideva: nessuno conosceva meglio di lei i pensieri del Principe.
"Devo partire - le aveva detto - devo incontrare la bella Principessa poiché i miei genitori lo esigono, ma non riusciranno mai a costringermi a sposarla. So che non posso amarla di vero amore. Non rassomiglia come te alla bella fanciulla del Tempio. Se, un giorno, dovessi scegliermi una sposa, sceglierei te, mia piccola trovatella senza voce, mia povera piccola dagli occhi che parlano."
E baciò le sue labbra rosse, e giocherellò con i suoi lunghi capelli, e posò il capo sul cuore che sognava l'amore umano e un'anima immortale.
"Non ti fa paura il mare, mia cara piccola muta?", le domandò, quando furono sul bastimento che doveva portarli al Regno vicino, e le narrò di burrasche e di bonacce, e di strani pesci che se ne stanno nascosti nei fondali, e di ciò che i palombari avevano visto. E la  Sirenetta sorrideva fra sé dei suoi racconti, poiché nessuno meglio di lei sapeva cosa c'è in fondo al mare.



Illarionova N.



Quella notte, mentre tutti dormivano all'infuori del pilota, la Sirenetta se ne stava appoggiata al parapetto, guardando giù nell'acqua trasparente. Le parve di scorgere il Palazzo di suo padre. In cima, tra i merli, stava la vecchia Nonna, con la corona d'argento in testa e scrutava in alto, attraverso la corrente, cercando la chiglia della nave. Poi, emersero le sue sorelle, e le rivolsero sguardi colmi d'angoscia e si torcevano le bianche mani. Ella fece un cenno e sorrise, cercando di rassicurarle, di mostrare che stava bene ed era felice, ma, all'improvviso, le si avvicinò il marinaio di guardia e le sorelle si immersero precipitosamente sott'acqua, e il marinaio credette che quel candore laggiù non fosse altro che schiuma sulla cresta delle onde.


C. Birmingham



La mattina dopo, il bastimento entrò nel porto della magnifica Capitale del vicino Reame. Le campane suonavano a festa, e le trombe squillavano dall'alto delle torri, e i soldati erano schierati con le lucide baionette in canna e le bandiere garrivano al vento. Ogni giorno si svolgeva un nuovo festeggiamento: balli, ricevimenti e mille altri divertimenti si susseguivano senza sosta.Ma la Principessa non si vedeva.
Si diceva che fosse stata educata in un Tempio perché apprendesse come affrontare i doveri legati al suo rango reale.
E, finalmente, arrivò. La Sirenetta era curiosa di conoscere la Principessa la cui bellezza veniva tanto celebrata, e, quando la vide, fu costretta ad ammettere che era davvero bellissima: il suo incarnato era di un candore senza difetto, e i suoi begli occhi sinceri, di un turchino cupo, sorridevano all'ombra delle lunghe ciglia.
"Voi siete la fanciulla che mi salvò, quando giacevo come morto sulla spiaggia!", gridò il Principe, e la strinse al suo petto, mentre la giovane promessa sposa arrossiva.



Illarionova N.



"Oh, sono troppo felice! - esclamò il Principe rivolto alla Sirenetta - il mio desiderio più caro si è avverato. Tu che mi ami più di ogni altro ti rallegrerai di certo per la mia felicità!"
La Sirenetta gli baciò la mano, ma sentiva il cuore che le si spezzava in petto: non le toccava forse morire l'indomani delle nozze? Morire e trasformarsi in spuma di mare. Le campane della Capitale suonavano a distesa, e gli araldi percorrevano a cavallo le vie della città, annunciando le imminenti nozze regali. Sugli altari ardevano rari olii profumati dentro preziose lampade d'argento, i sacerdoti agitavano i turiboli dell'incenso, e gli sposi congiunsero le mani e ricevettero la benedizione del Vescovo. La Sirenetta, in una bella veste di seta e di oro, reggeva lo strascico della sposa; ma i suoi orecchi non udivano la musica sacra, i suoi occhi non seguivano la cerimonia: pensava solo all'imminente alba della sua morte e a tutto ciò che aveva sacrificato.



C. Birmingham



Quella sera stessa, gli sposi partirono a bordo del bastimento, salutati dalle salve dei cannoni e dalle bandiere sventolanti; nel centro del ponte era stato allestito un prezioso padiglione di porpora e d'oro, arredato con ricchi cuscini su cui gli sposi avrebbero riposato, godendosi il fresco di quella notte di quiete. Il vento gonfiò le vele e la nave solcò rapida e leggera il mare tranquillo.




C. Birmingham



Quando scese l'oscurità, accesero centinaia di lampade colorate, e i marinai ballarono sopra coperta. La Sirenetta ripensò alla prima volta che aveva lasciato le profondità del mare, e aveva assistito ad un simile festeggiamento, e si unì al turbinìo delle danza: pareva che volasse come vola un cigno inseguito, e tutti l'applaudirono e la ammirarono, poiché non aveva mai danzato così divinamente. I suoi poveri piedini erano piagati, come feriti da affilati coltelli, ma ella non sentiva più alcun dolore perché una pena più atroce straziava il suo cuore.
Era l'ultima sera in cui vedeva colui per il quale aveva rinunciato a tutto, al suo mondo, alla sua famiglia, alla sua voce meravigliosa, per amore del quale aveva sofferto ogni giorno torture inenarrabili, e lui neanche sospettava la verità.
Era l'ultima sera in cui respirava la stessa aria che lui respirava, l'ultima sera in cui contemplava il cielo tempestato di stelle ed il mare profondo: l'attendeva l'eterna notte senza pensiero e senza sogni poiché non aveva un'anima, né le restava speranza di conquistarne una.
La mezzanotte era passata, e ancòra si festeggiava e si ballava, e anche la Sirenetta rideva e danzava, con la morte nel cuore.
Il Principe baciò la sua sposa, ed ella gli accarezzò i capelli neri come ala di corvo, poi mano nella mano, andarono a riposare nel magnifico padiglione.
A bordo tutto tacque; tutti dormivano, tranne il pilota al timone, e la Sirenetta appoggiò le candide braccia al parapetto della nave, e guardava verso oriente, dove stava per spuntare l'alba - ahimè - l'alba che, con il suo primo raggio rosato, l'avrebbe uccisa.
Ed ecco, scorse emergere dalle onde le sue sorelle: erano pallide come lei, e non avevano più i loro magnifici, lunghissimi capelli.
"Li abbiamo dati alla Strega, per chiedere il suo aiuto, affinché tu non muoia all'alba. Ella ci ha dato un pugnale: eccolo! Vedi com'è affilato! Prima che spunti il sole, devi immergerlo nel cuore del Principe, e. quando il suo sangue caldo sprizzerà sui tuoi piedi, essi si riuniranno in una coda di pesce, e tornerai sirena, tornerai da noi, e potrai vivere i trecento anni che ti sono destinati, prima di divenire spuma di mare. Affrettati! O lui o te. Uno dei due deve morire prima dello spuntar del sole. La nostra vecchia Nonna si strugge dall'angoscia, tanto che i suoi candidi capelli le sono caduti, come caddero i nostri sotto le forbici della Strega. Uccidi il Principe e torna da noi! Affrettati! Non vedi quel barlume rosso nel cielo? Tra pochi minuti il sole sorgerà, e tu dovrai morire".



Lomaev A.



E, con un profondo sospiro, scomparvero sott'acqua. La Sirenetta scostò la tenda del padiglione, e vide la bellissima sposa che dormiva col capo sulla spalla del Principe: si chinò e gli baciò la bella fronte, e poi guardò il cielo, dove l'alba si accendeva di porpora, poi guardò il pugnale affilato, e di nuovo il Principe, che, nel sonno, mormorava il nome della sposa. Non esisteva che lei nei suoi pensieri. Il pugnale le tremò fra le dita, e la Sirenetta lo gettò via, nelle onde che si tinsero di rosso dove esso cadde, e gli spruzzi parvero gocce di sangue.



C. Birmingham



Guardò un'ultima volta il Principe, con gli occhi che già si velavano, poi, si gettò in mare, e sentì il suo corpo dissolversi in candida spuma.

E QUI - PER ME - POTREBBE CONCLUDERSI GLORIOSAMENTE LA FIABA....

E il sole sorse maestoso dalle acque. I raggi tiepidi scaldarono la gelida spuma e la Sirenetta non sentì arrivare la morte. Vide il sole glorioso alto nel cielo, e, sopra di lei, fluttuavano centinaia di splendide figure eteree attraverso le quali scorgeva le bianche vele della nave e le nuvole orlate di porpora. Le loro voci erano una melodia così spirituale che nessun orecchio umano avrebbe potuto udirla, così come nessun occhio umano poteva vedere quegli esseri, che, pur non avendo ali, galleggiavano per l'aria. La Sirenetta si accorse di essere diventata simile a loro, e che a loro si riuniva innalzandosi dalla cresta spumosa del mare.
"Dove vado?", domandò; e la sua voce riusonò come la voce di quegli esseri, una melodia spirituale che nessuna musica terrena avrebbe potuto eguagliare.
"Dalle Figlie dell'Aria! - le risposero - Le sirene non hanno un'anima immortale, e non possono conquistarla se non grazie all'amore di un mortale: la loro vita eterna dipende da una volontà a loro estranea. Neanche le Figlie dell'Aria hanno un'anima immortale, ma possono guadagnarsela compiendo buone opere.
Voliamo nei Paesi caldi, e scacciamo con la nostra frescura gli effluvi grevi della peste che uccidono gli uomini. Spargiamo nell'aria le fragranze dei fiori, e rechiamo sollievo e guarigione. Se per trecento anni avremo cercato di fare tutto il bene che possiamo, ci sarà data un'anima immortale, e condivideremo la felicità eterna degli uomini. Tu, povera Sirenetta, hai cercato con tutto il cuore di conquistare ciò a cui anche noi aspiriamo, hai penato e sopportato la tua pena, e, grazie alla tua bontà, sei salita tra le Figlie dell'Aria, e, fra trecento anni, potrai ottenere anche tu un'anima immortale."



C. Birmingham



La Sirenetta alzò gli occhi radiosi verso il sole di Dio, e, per la prima volta, li sentì bagnati di lacrime. Sul bastimento eran tornati la vita e il suo suono. Ella vide il Principe e la sua sposa che la cercavano ovunque, e poi guardavano con angoscia la spuma perlacea, come se sapessero che la Sirenetta si era gettata tra le onde. Baciò in fronte la sposa, alitò lievemente sul volto del Principe, e poi salì con le altre Figlie dell'Aria sulle nuvole rosate.
"Fra trecento anni, voleremo tutte in Paradiso!"
"Potremmo arrivarci prima! - disse una Figlia dell'Aria -  noi visitiamo le case degli uomini dove ci sono bambini, e, se troviamo un bambino buono, che dà conforto ai suoi genitori e merita il loro affetto, il nostro tempo di prova ci viene un abbreviato. I bambini non ci vedono volare per la stanza; ma, quando sorridiamo di gioia grazie alla loro bontà, ci viene condonato un anno dei trecento.Se, invece, troviamo un bambino cattivo o capriccioso, piangiamo dal dispiacere, e ogni lacrima che versiamo è un giorno che si aggiunge al tempo della nostra prova".



C. Birmingham


Mab's Copyright

sabato 11 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Seconda Parte)

Quando la Sirenetta emerse dalle onde, il sole era appena tramontato; pure, le nuvole avvampavano ancòra di rosa e oro, e, nel cielo trasparente, risplendeva, nella sua solitaria bellezza, la stella della sera. L'aria era pura e fresca, e il mare, calmo, senza un'increspatura. C'era un grande bastimento a tre alberi, ma con una sola vela spiegata, poiché non spirava un alito di vento; e i marinai se ne stavano seduti sulle sartie e sui fasci di cordami. Risuonavano musica e canti, e, quando si addensarono le ombre della sera, vennero accese centinaia di luci colorate, e pareva che avessero issato le bandiere di tutte le nazioni del mondo.



Galya Zinko


venerdì 3 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Prima Parte)


Illarionova N.



In mare aperto, l'acqua è blu come i petali dei fiordalisi più belli, e trasparente come il cristallo più puro, ma è molto profonda, così profonda che non è possibile gettare l'ancora; così profonda che bisognerebbe mettere i campanili di tante, tante chiese l'uno sopra l'altro per arrivare a scorgere la cima dell'ultimo.
Ed è laggiù che ha la sua dimora il Popolo del Mare.
Ma non crediate che sul fondo ci siano solo distese di candida sabbia! Vi crescono stranissimi alberi e piante i cui rami e steli e petali sono così flessuosi che ondeggiano al minimo movimento dell'acqua tanto da sembrare esseri viventi.
Pesci grandi e piccoli nuotano tra i loro rami, proprio come gli uccelli volano fra i rami degli alberi sulla terra.
E, nel profondo più profondo, si erge il Castello del Re del Mare. Le mura sono di corallo, e le alte finestre ad ogiva dell'ambra più trasparente, ma il tetto, formato da conchiglie che si aprono e si chiudono secondo il movimento dell'acqua, è uno spettacolo meraviglioso perché ogni conchiglia racchiude una luminosa perla, e una sola di quelle perle sarebbe il più superbo ornamento per la corona di qualsiasi regina.


Lomaev A.


giovedì 2 febbraio 2017

Il Figliuolo del Re, Stregato, D. Comparetti n.8

na volta c'era un giovinotto e tre sorelle che erano le più belle del paese.
Il giovane faceva all'amore con una di loro e tutti gli dicevano:
“Voi fate all'amore con quelle ragazze; non sapete che sono streghe?”
Glielo dissero tanto che una volta volle fare la prova. Accadde dunque che lui va in casa di queste ragazze verso sera, e arrivandoci disse:
“Abbiate pazienza se sono arrivato tardi, perché oggi ho avuto tanto da fare! E ho un sonno che non posso più star in piedi.”
E discorre un poco e poi roh, roh, incomincia a russare che pareva un somaro.
Le tre sorelle per un po' stettero zitte, ma poi erano lì per sonar le undici, e loro dovevano andare sotto il noce a ballare. Mettono dunque de' zolfanelli acesi sotto il naso di quest'uomo e lui faceva le viste di non sentire, come se dormisse d'un sonno più duro. Allora gliene fecero di tutti i colori, ma il giovanotto tenne fermo. Loro pigliarono un vasetto d'unguento e ungendosi dicevano:
"Unguento unguento, fammi andare più del vento!"
E si unsero, e sedendosi sopra una seggiola gli uscì dalla bocca un pipistrello, e restarono lì come morte.
Il giovanotto quando vide che non si muovevano più, si levò e guardò se erano proprio morte. E non sapeva neanche lui cosa fare. Aspettare gli rincresceva; andare faceva vedere che l'aveva scoperte. Volle stare ancora un po' a vedere. Ecco che alle tre dopo mezzanotte si sente venire a casa le tre streghe in forma di tre pipistrelli; tornano dentro al loro corpo, e si mettono a cenare. Guardarono se potevano destare il giovanotto; ma che? l'era tempo perso. Loro dunque si misero a mangiare, e una strega più vecchia disse:
"Facciamo un po' una stiacciatina del sangue del figliuolo del re, e mangiamola se no potrebbe essere che qualcuno ce lo pigliasse. Se quel povero ragazzo ne potesse mangiare lui, guarirebbe, ma non può e non passa una giornata che lui se ne starà lungo e disteso, freddo come una pietra".


 B.M. Vidal



Intanto che lei diceva queste parole, il giovanotto si destò e loro dissero:
"Giacchè siete un dormiglione, mangiate un po' tanto quanto avete dormito".
Ma lui non mangiò di quella stiacciata fatta del sangue del figliuolo del re: fece vista di mangiarla e se la mise in seno. Poi, venendo il giorno, tornò al paese. E appena arrivato sentì la nuova che il figliuolo del re stava per morire. Andò sotto la finestra del re e cominciò a gridare:
"Chi vuol guarire d'ogni male? Io ci ho il rimedio".
La serva disse alla regina:
"O Madama, c'è uno sotto la finestra che fa guarire tutti i mali; chiamiamolo un poco, che lui farà guarire il principe".
E così fecero e il figliuolo del re mangiando di quella stiacciatina fatta con il suo sangue, si fece già più bello e più forte di prima. Poi andarono a pigliare quelle tre streghe, ne fecero una fiammata e le bruciarono. E bruciandole sentivano un puzzo di morto così forte che pareva di stare in un cimitero perché quelle streghe mangiavano il sangue della gente del paese.

(Monferrato)

n.8 da "Novelline Popolari Italiane", D. Comparetti

mercoledì 25 gennaio 2017

L'Isola della Felicità, D. Comparetti

"Dammi lu Velu" e Liombruno e il paese dove non si more mai con finale felice. Non la superba regalità di Niamh che avamza sulle onde cavalcando il suo destriero soprannaturale e porta via con sé Oisin, il guerriero-poeta delle Fianna, non il pescatore Urashima e il suo viaggio meraviglioso fino al regno sottomarino del Drago, ma il ragazzotto figlio della vedova in cerca di fortuna. E la Fortuna è una donna in carne ed ossa, che, come le fanciulle-cigno, perde la sua forza e i suoi poteri con il furto delle vesti, ma segue il marito rapitore nel fatale viaggio di  ritorno proteggendolo dalle insidie che distruggeranno Oisin e Urashima.



ice che c'era una volta una povera vedova e un suo ragazzo che stavano in una casipola fuori di mano ed erano quasi alla limosina. Questo ragazzo quando fu ai diciotto o vent'anni disse a sua madre:
"Mamma, io voglio andar via a cercar fortuna, e starò fuori fin che l'abbia trovata, e se la trovo, farò star bene anche voi."
Questo giovanotto se ne va dunque a girare il mondo.

domenica 15 gennaio 2017

L'Impietrito, da La Novellaja Fiorentina di V. Imbriani

'era una volta un gran ricchissimo mercante, che aveva tre bastimenti: uno d'oro, uno d'argento e uno di pietre preziose e diamanti. Aveva tre figlie questo mercante. Di queste tre figlie, che lui aveva, ne aveva due che erano perfide e scellerate; e una era bona, che non sortiva mai del suo quartiere e non confavolava mai con le sorelle. Questo mercante va da quella bona delle figlie e dice:
"Sai, figlia mia, domani andrò a mercanteggiare con il primo bastimento. Posso esser sicuro, che le mie figlie, che non mi sciuperanno niente del palazzo?"
"Eh, signor padre, vada, vada, vada; faccia Lei il suo interesse".


Gordeev

giovedì 12 gennaio 2017

Donne, Gatte Diaboliche e Malocchio nelle Credenze Popolari Norvegesi

Una superstizione, che esiste tuttora ai giorni nostri, è quella della Gatta del Diavolo, strumento malefico di cui possono servirsi soltanto le donne.
Ricordo che, ancora nei giorni della mia fanciullezza, c'erano donne del paese delle quali avevamo un sacro terrore, alla cui casa ci s'avvicinava malvolentieri per paura del malocchio che esse gettavano sulla gente per mezzo della Gatta del Diavolo. Si diceva che codeste femmine evocassero tale spirito maligno in una maniera molto semplice: preparavano una pasta con lo sterco di vacca e il latte, le davano una forma allungata e la gettavano per terra, pronunciando queste parole: "Io ti ho dato corpo e membra, che il diavolo ti dia vita e movimento!".
Ciò detto, ecco la gatta cominciare a saltare, a chiedere cosa dovesse fare e dove dovesse andare e poi, via, in un batter d'occhio, a eseguire gli ordini ricevuti.
La scuola e la cosiddetta civiltà hanno, naturalmente, distrutto anche nei nostri villaggi molte di queste primitive, favolose credenze e, con il racconto popolare, sono morte, in fondo, la cultura che noi chiamiamo paesana [...]
Tuttavia la superstizione della Gatta del Diavolo vive ancora.
Nel 1924 prestavo servizio come comandante di plotone nella fortezza di Adganess. Un giorno i miei soldati, che erano ospiti delle donne del vicinato, vennero a dirmi che queste volevano aumentare loro la pigione. Sapevano che essi guadagnavano pochi centesimi al giorno e che non avrebbero potuto sobbarcarsi questa maggiore spesa, perciò mi opposi risolutamente. Le donne, com'è naturale, montarono su tutte le furie e mi dissero che l'avrei pagata cara. E cosi fu. Tre giorni dovetti rimanere a letto, colpito da quel misterioso malessere che provoca la Gatta del Diavolo, e, quando ricominciai a marciare in testa al mio plotone, a ogni porta vidi una di queste femmine sorridere, soddisfatta e sicura di essere riuscita a mettermi addosso la Gatta del Diavolo.
Non più tardi di quest'estate, sono venuto a sapere che a Gulbrandsdal v'è un'appendice al racconto della Gatta del Diavolo. Narrano lassù che, se si riesce a trovare un po' di saliva della Gatta del Diavolo, quando una persona o una bestia viene colpita da malattia, bisogna mettere questa saliva in una scatola di latta e bruciarla una sera di giovedi. In tal modo la femmina che ha operato il malocchio, spinta da una forza misteriosa, è costretta a mostrarsi, anche se appartiene ad un'altra parrocchia. Allora, insegnano, nascondi un giovanotto dietro la porta pronto a colpire con una frusta il braccio della donna, non appena questa sarà entrata, fino a farlo sanguinare: nell'istante medesimo che il sangue colerà, l'uomo o la bestia ritorneranno sane.


Jeremy Hush


Da "I Racconti Popolari Norvegesi", saggio di Johan Boier del 1928. In "Fiabe e Leggende Norvegesi", traduzione di Massimo Conese.

martedì 10 gennaio 2017

Kalevala: le Vergini Ilmatar e Marjatta e i Loro Figli Divini

Il Kalevala (ovvero Terra degli Eroi)  è una raccolta di rune finniche che narrano le avventure di tre personaggi favolosi, tre Eroi dalle origini divine.
Questo monumento letterario nazionale, conservatisi solo grazie alla trasmissione orale fu raccolto e trascritto da un medico finlandese, Elias Lonnrot, e pubblicato nel 1835. Nel corso dei secoli, e soprattutto con l'avvento del Cristianesimo (1150), la trasmissione non scritta determinò la contaminazione dell'originario carattere magico e cosmico dei miti, che riflettevano la spiritualità "animistica e sciamanica" delle popolazioni finniche.
Così, gli antichi Eroi, gli antichi Dèi, personificazione dei Miti della Natura, furono costretti ad allontanarsi per sempre, come i Túatha Dé Danann, gli Dèi luminosi d'Irlanda, che lasciarono l'Isola sacra o si confusero con il preesistente popolo magico abitatore dei Tumuli, dopo l'invasione vittoriosa degli Uomini e del loro nuovo Dio.





n principio era Ilmatar/Luonnotar, unico Essere, figlia dell'Aria e discesa sulle onde del Mare. Fecondata dal Vento, vagò a lungo, settecento dei nostri anni, senza poter partorire il figlio che portava in grembo. Il Figlio non può nascere perché il Mondo che deve accoglierlo non è stato creato. E un'anatra si posò sul suo ginocchio e nidificò, ma Ilmatar mosse il ginocchio e le uova rotolarono e caddero, e si ruppero, e dai loro frammenti nacquero il Cielo, la Terra, il Sole, la Luna, le Stelle e le Nuvole. In seguito, Ilmatar creò gli abissi marini, le terre sommerse e le terre emerse, i promontori e le montagne. E, finalmente, partorì Väinämöinen, che nacque già vecchio, e trascorsero altri sette anni, e Väinämöinen era in balìa delle onde.

Laurel Long - The Twelve Days of Christmas, dal 2 al 6 Gennaio

Day 12 - 6 gennaio
"On the TWELFT Day of Christmas my True Love Gave to Me TWELVE DRUMMERS DRUMMING, Eleven Pipers Piping, Ten Lords A-Leaping, Nine Ladies Dancing, Eight Maids A-Milking, Seven Swans A-Swimming, Six Geese A-Laying, Five Golden Rings, Four Calling Birds,Three French Hens, Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"




giovedì 5 gennaio 2017

La Capanna col Tetto di Formaggio, Hansel e Gretel in Svezia


olto lontano, in una capanna in mezzo al bosco, viveva una malvagia strega cui piaceva molto mangiare carne di bambini. Così copriva di formaggio tutta la sua capanna per attirare bambini e bambine che andavano in giro nel bosco. E quando metteva le mani su qualche bambino lo infilava nel forno e poi lo mangiava.
Poco lontano viveva un povero contadino che aveva un figlio e una figlia. Poiché il cibo in casa era scarso, un giorno il contadino disse ai suoi figli che dovevano andare nel bosco a raccogliere bacche. I bambini partirono e alla fine giunsero alla montagna, dove videro la capanna col tetto di formaggio. Visto che a entrambi sarebbe piaciuto avere un po' di quel formaggio, si consigliarono sul da farsi.


K. Nielsen

domenica 1 gennaio 2017

Felice Anno Nuovo






Laurel Long - The Twelve Days of Christmas .
Day 7 - 1 gennaio
"On the SEVENTH Day of CHRISTMAS, my True Love Gave to Me SEVEN SWANS A-SWIMMING, Six Geese A-Laying, Five Golden Rings, Four Calling Birds,Three French Hens Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"



sabato 31 dicembre 2016

The Twelve Days of Christmas - dal 29 al 31 Dicembre

Laurel Long - The Twelve Days of Christmas .

Day 6 - 31 dicembre
"On the SIXTH Day of CHRISTMAS, my True Love Gave to Me SIX GEESE A-LAYING, Five Golden Rings, Four Calling Birds,Three French Hens Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"




venerdì 30 dicembre 2016

La Cintura Magica, (Fiaba Gypsy, Grecia)

'era una volta un cacciatore che ogni giorno andava a caccia nella foresta.
Un giorno, però, non riuscì a cacciare niente e sua moglie si chiedeva che cosa mai gli avrebbe preparato da mangiare. Alla fine si tagliò un seno e glielo cucinò. Appena il marito tornò a casa, lei gli disse di andare a sedersi per mangiare. Quando ebbe finito, il cacciatore disse:
"Davvero ottimo. Dove l'hai preso? Dovresti comprarne ogni giorno!"
Allora la donna gli rispose:
"Non l'ho comprata questa carne: è uno dei miei seni!"
"Ah! È davvero così saporita la carne umana?"
"Davvero".
Allora il cacciatore disse:
"Donna, se la carne umana è così gustosa, uccidiamo i nostri figli e
mangiamoceli".
Ma appena sentite queste parole, la donna svenne. Quando riprese i sensi il marito le disse:
"Non preoccuparti, ti abituerai all'idea".

mercoledì 28 dicembre 2016

The Twelve Days of Christmas - dal 26 al 28 Dicembre



Day 3 - (28 dicembre)
"On the Third Day of Christmas, my True Love Gave to Me Three French Hens Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"...