Pagine

giovedì 25 agosto 2016

La Bella dai Capelli d'Oro, Carlo Collodi Traduce Mme d'Aulnoy

In genere, non uso fiabe letterarie come esempio, ma questa, nell'interpretazione di Mme d'Aulnoy, tradotta da Collodi, ha abbondanti riferimenti e salde radici popolari. Chi ha letto la fiaba "L'Uccello di Fuoco" coglierà subito le affinità.
La penna francese e aristocratica si nota soprattutto per quanto riguarda il personaggio del Re. Bello, ma non bello quanto Avvenente, e, quindi, in competizione con lui, fuorviato dai soliti cortigiani gelosi, non si fa portavoce dei compiti impossibili richiesti dalla fidanzata: è lei che impone le prove al protetto del Re, e sceglie lui proprio perché ha superato le prove e si è guadagnato la Regalità. E la morte del marito-Re è dovuta ad un fatale incidente "domestico" che non manca di svelare i metodi di governo del defunto.  La Bella dai Capelli d'Oro svolge la funzione dell'uccello di fuoco. E' il segno ed il premio della predestinazione e della regalità. A suo modo, è anche l'Aiutante. L'oro, il colore rosso, il fuoco sono riferimenti al prodigioso e al soprannaturale. Nella realtà storica.



'era una volta la figlia di un Re, la quale era tanto bella, che in tutto il mondo non si dava l'eguale; e per cagione di questa sua grande bellezza, la chiamavano la Bella dai capelli d'oro, perché i suoi capelli erano più fini dell'oro, e biondi e pettinati a meraviglia le scendevano giù fino ai piedi.
Essa andava sempre coperta dai suoi capelli inanellati, con in capo una ghirlanda di fiori e con delle vesti tutte tempestate di diamanti e di perle, tanto che era impossibile vederla e non restarne invaghiti.
In quelle vicinanze c'era un giovane Re, il quale non aveva moglie, ed era molto ricco e molto bello della persona. Quando egli venne a sapere tutte le belle cose che si dicevano della Bella dai capelli d'oro, sebbene non l'avesse ancora veduta, se ne innamorò così forte, che non beveva né mangiava più; finché un bel giorno, fatto animo risoluto, pensò di mandare un ambasciatore per chiederla in isposa.



Cowper F.



Fece fabbricare apposta una magnifica carrozza per il suo ambasciatore: gli dette più di cento cavalli e cento servitori, e si raccomandò a più non posso perché gli conducesse la Principessa. Appena l'ambasciatore ebbe preso congedo dal Re e si fu messo in viaggio, alla Corte non si parlava d'altro: e il Re, che non dubitava punto che la Principessa non volesse acconsentire ai suoi desideri, cominciò subito a farle allestire degli abiti bellissimi e dei mobili di gran valore. Intanto che erano dietro a questi preparativi, l'ambasciatore, che era arrivato alla Corte della Bella dai capelli d'oro, recitò il suo bravo discorso; ma sia che la Principessa in quel giorno non fosse di buon umore, sia che il complimento non le andasse a genio, fatto sta che rispose all'ambasciatore di ringraziare il Re e di dirgli che non aveva voglia di maritarsi.
L'ambasciarore se ne partì dalla Principessa dispiacentissimo di non poterla condur seco: e riportò indietro tutti i regali, che doveva presentarle da parte del Re: perché la Prilicipessa era molto onesta, e sapeva che alle ragazze non sta bene di accettare i regali dai giovinotti. Per cui non volle gradire né i diamanti né le altre cose; e solo per non scontentare il Re, accettò una carta di spilli d'Inghilterra. Quando l'ambasciatore fu tornato alla capitale dove il suo Re lo aspettava con tanta impazienza, tutti rimasero male dal vedere che non avesse condotto seco la Principessa, e il Re si messe a piangere come un ragazzo, né c'era verso di consolarlo. Si trovava lì, alla Corte, un giovinetto bello come il sole, il più grazioso di tutti gli abitanti del Regno. A cagione appunto delle sue belle maniere e del suo spirito, lo chiamavano Avvenente.
Tutti gli volevano bene, meno gli invidiosi, che si rodevano dalla rabbia perché il Re lo colmava di favori e lo metteva a parte d'ogni suo segreto. Accadde che Avvenente si trovò in un crocchio di persone, che parlavano del ritorno dell'ambasciatore e dicevano che non era stato buono a nulla; allora egli disse, senza badarci tanto né quanto:
"Se il Re avesse mandato me dalla Bella dai capelli d'oro, son sicuro che ella sarebbe venuta meco".
Senza metter tempo in mezzo quei malanni risoffiarono subito queste parole al Re e gli dissero:
"Sapete, o Sire, che cosa ha detto Avvenente? Ha detto che se aveste mandato lui dalla Bella dai capelli d'oro, egli si riprometteva di condurla seco. Vedete quant'è maligno! E pretende di essere più bello di voi, e vorrebbe dare ad intendere che la Principessa si sarebbe tanto invaghita di lui, da seguitarlo da per tutto".
Ecco il Re che va in bestia e si riscalda in modo da perdere il lume degli occhi: "Ah! ah!", egli dice, "dunque questo bel mugherino si piglia giuoco della mia disgrazia? Dunque si stima da più di me? Olà: mettetelo subito nella gran torre, e che lì ci muoia di fame".
Le guardie del Re andarono da Avvenente, il quale non si ricordava nemmeno di quello che aveva detto: lo trascinarono in prigione e gli fecero mille angherie. Questo povero giovine non aveva che un po' di paglia a uso di letto: e certo vi sarebbe morto, senza una piccola fontana, che scaturiva a piè della torre, dove egli pigliava qualche sorso d'acqua per rinfrescarsi un poco, perché la fame gli aveva seccata la gola. Un giorno, non potendone più, diceva sospirando:
"Di che mai si lamenta il Re? Fra tutti i suoi sudditi non ce n'è uno che, quanto me, gli sia fedele. Non ho ricordanza di averlo offeso mai!".
Il Re, per caso, passando vicino alla torre, sentì i lamenti di colui che aveva tanto amato, e si fermò per stare in orecchio: quantunque i cortigiani, che erano con lui, e che l'avevano a morte con Avvenente, dicessero al Re:
"Che idea è la vostra, o Sire? Non sapete che è un malanno?".
E il Re rispose: "Lasciatemi qui: voglio sentire quello che dice".



H.J. Ford



E avendo sentito i lamenti di lui, gli occhi gli s'empirono di pianto: aprì la porta della torre, e lo chiamò. Avvenente, tutto desolato, andò a buttarsi ai ginocchi del Re, e gli baciò i piedi.
"Che cosa v'ho fatto, o Sire", egli disse, "per meritarmi sì duri trattamenti?"
"Tu ti sei preso giuoco di me e del mio ambasciatore", rispose il Re, "tu ti sei lasciato uscir di bocca che, se avessi mandato te dalla Bella dai capelli d'oro, ti saresti stimato da tanto da menarla teco."
"È vero, Sire", disse Avvenente, "io le avrei raccontato così bene le vostre virtù e i vostri pregi, che son sicuro che ella non avrebbe saputo come resistere; e in tutto questo non mi par che ci sia cosa che possa offendervi."
Il Re riconobbe, difatto, di aver torto: dette un'occhiata a coloro, che gli avevano messo in disgrazia il suo favorito, e lo menò con sé, non senza pentirsi amaramente del gran dispiacere che gli aveva dato. Dopo averlo invitato a una lauta cena, lo chiamò nel suo gabinetto e gli disse:
"Avvenente, io amo sempre la Bella dai capelli d'oro; il suo rifiuto non mi ha levato di speranza, ma non so che strada mi prendere per indurla a diventare mia sposa. Ho una gran voglia di mandar te, per vedere se tu fossi buono di venirne a capo".
Avvenente rispose che era dispostissimo a obbedirlo in ogni cosa, e che sarebbe partito subito, anche l'indomani.
"Oh!", disse il Re, "ti voglio dare una splendida accompagnatura..."
"Non mi par punto necessaria", egli rispose, "quanto a me, mi basta e me n'avanza d'un bel cavallo e di qualche lettera da poter presentare da parte vostra." Il Re non poté stare dall'abbracciarlo per la gran contentezza di vederlo così pronto e sollecito a partire. Egli prese congedo dal Re e dai suoi amici un lunedì mattina, e si pose in viaggio per compiere la sua ambasciata da sé solo, senza fare vistosità e senza fracasso.
Lungo la strada non faceva altro che studiare tutti i modi per impegnare la Bella dai capelli d'oro a divenire la sposa del Re. Portava in tasca un piccolo calamaio, e quando gli veniva qualche bel pensierino da incastrare nel suo discorso, scendeva da cavallo e si metteva sotto un albero per pigliarne ricordo prima che gli passasse dalla memoria. Una mattina, che era partito sul far del giorno, passando da una gran prateria, gli venne in mente un'idea gentile e graziosa; e sceso subito di sella, andò a mettersi sotto una sfilata di salici e di pioppi, piantati lungo un piccolo ruscello che scorreva all'orlo del prato. Quand'ebbe finito di scrivere si voltò a guardare da tutte le parti, tanto era contento di trovarsi in un luogo così delizioso! Quand'ecco che vide sull'erba un Carpione color dell'oro, che boccheggiava e non ne poteva più, perché, per la gola di chiappare dei moscerini, aveva fatto un salto così lungo e così fuor dell'acqua, che era andato a ricascare sull'erba, dove stava quasi per morire. Avvenente n'ebbe compassione, e sebbene fosse giorno di magro e potesse fargli comodo per il suo desinare, lo prese e lo rimesse perbenino nella corrente del fiume. Appena il nostro Carpione sentì il fresco dell'acqua, cominciò a scodinzolare dall'allegrezza e andò subito a fondo: ma poi, ritornato a fior d'acqua, disse, avvicinandosi tutto vispo alla riva: "Avvenente, io vi ringrazio del servizio che mi avete reso; senza di voi sarei morto e voi mi avete salvato. Io non sono un ingrato e saprò ricambiarvi!".
Dopo questo complimento sparì sott'acqua: e Avvenente rimase molto maravigliato dello spirito e della buona creanza del Carpione.
Un altro giorno, mentre seguitava il suo viaggio, s'imbatté in un Corvo ridotto a mal partito: questo povero uccello era inseguito da un'Aquila smisurata, gran divoratrice di Corvi; e stava lì lì per essere agguantato, e l'Aquila l'avrebbe inghiottito come un chicco di canapa, se Avvenente non si fosse mosso a compassione della povera bestia.
"Ecco", gli disse, "che al solito i più forti opprimono i più deboli. Che ragione ha l'Aquila di mangiare il Corvo?"
E preso l'arco che portava sempre seco, e una freccia, puntò la mira contro l'Aquila e crac! le scagliò la freccia nel corpo e la passò da parte a parte.
L'Aquila cadde giù morta, e il Corvo, tutt'allegro, andandosi a posare in cima a un ramo: "Avvenente", gli disse, "voi siete stato molto generoso d'essere venuto in aiuto a me, che sono un povero uccello: ma non avete trovato un ingrato; all'occorrenza saprò ricambiarvi!".
Avvenente ammirò il buon cuore del Corvo, e continuò la sua strada. Una mattina, che albeggiava appena e non vedeva nemmeno dove mettesse i piedi, nel traversare un gran bosco, sentì un Gufo che strillava come un disperato. "Ohe! ", egli disse, "ecco un Gufo al quale deve essere capitato qualche brutto malanno."
Guarda di qui, guarda di là, finalmente gli venne fatto di vedere alcune reti, che erano state tese la notte per acchiappare gli uccelli.
"Che miseria!", egli disse, "si vede proprio che gli uomini sono fatti apposta per tormentarsi gli uni cogli altri, e per non lasciar ben avere tanti poveri animali, che non hanno fatto loro nessun male e nessun dispetto."
Cavò fuori il suo coltello e tagliò le funicelle delle reti.
Il Gufo prese il volo, ma ricalando subito a tiro di schioppo: "Avvenente", egli disse, "non ho bisogno di perdermi in parole per dirvi la gratitudine che sento per voi. Il fatto parla da sé. I cacciatori stavano lì per arrivare: senza il vostro soccorso, mi avrebbero preso e ammazzato. Ma io ho un cuore riconoscente, e saprò ricambiarvi".
Ecco le tre avventure più strepitose che accadessero al buon Avvenente durante il suo viaggio. Egli aveva tanta passione di arrivar presto, che, appena giunto, andò subito al palazzo della Bella dai capelli d'oro.
Il palazzo era pieno di meraviglie. Diamanti ammontati come sassi: abiti magnifici, argenterie, confetti, dolci e ogni grazia di Dio: di modo che Avvenente pensava dentro di sé che se la Principessa si fosse decisa a lasciare tutte quelle magnificenze per venire a stare col Re suo padrone, bisognava proprio dire che gli era toccata una gran fortuna. Si messe un vestito di broccato e delle penne bianche e carnicine: si pettinò, s'incipriò, si lavò il viso: si infilò intorno al collo una ricca sciarpa, tutta ricamata, con un piccolo paniere e con dentro un bel canino, che esso aveva comprato, passando da Bologna. Avvenente era così bello della persona e così grazioso, e ogni cosa che faceva, lo faceva con tanto garbo, che quando si presentò alla porta del palazzo, tutte le guardie gli strisciarono una gran riverenza, e corsero ad annunziare alla Bella dai capelli d'oro, che Avvenente, l'ambasciatore del Re suo vicino, domandava la grazia di poterla vedere. Subito che intese il nome d'Avvenente, la Principessa disse:
"Questo nome m'è di buon augurio: scommetto che dev'essere un giovane grazioso e da piacere".
"Oh davvero, Signora!", dissero tutte le dame d'onore. "Noi l'abbiamo veduto dall'ultimo piano, dove s'era a mettere in ordine la vostra biancheria: e tutto il tempo che s'è trattenuto sotto le nostre finestre, non siamo state più buone a far nulla."
"Vi fa un bell'onore", replicò la Bella dai capelli d'oro, "di passare il vostro tempo a guardare i giovanotti. Animo, via! mi si porti subito il mio vestito di gala, di raso blu, a ricami; mi si sparpaglino con grazia i miei capelli biondi: mi si faccia una ghirlanda di fiori freschi, si tirino fuori le mie scarpine col tacco rilevato e il mio ventaglio; si spazzi la mia camera e si spolveri il mio trono; perché io voglio che si dica dappertutto che io sono davvero la Bella dai capelli d'oro."



Kinuko Y Craft



Ecco tutte le donne in gran moto per abbigliarla come una Regina: e tanto si danno da fare, che s'urtano fra di loro e non concludono nulla di buono. Finalmente la Principessa passò nella sala dei grandi specchi per rimirarsi e vedere se al suo abbigliamento mancasse qualche cosa; poi salì sul trono, tutto d'oro, d'avorio e d'ebano, che mandava un profumo delizioso, e ordinò alle donne di prendere degli strumenti e di mettersi a cantare, ma con una certa discrezione, per non cavar di cervello la gente.
Quando Avvenente fu condotto nella sala di udienza, restò così fuori di sé dalla meraviglia, che dopo ha raccontato molte volte che non poteva quasi aprir bocca per parlare. Nondimeno si fece coraggio: disse il suo discorso come non si poteva dir meglio, e pregò la Principessa di non dargli il dispiacere di doversene tornar via senza di lei.
"Garbato Avvenente", disse la Principessa, "le ragioni che mi avete dette sono eccellenti e io sarei contenta di fare un favore a voi, piuttosto che a qualunqu'altra persona, Ma bisogna che sappiate che un mese fa andai a passeggiare colle mie dame di compagnia lungo il fiume, e siccome mi fu servita la colazione, così nel cavarmi il guanto, mi uscì l'anello dal dito e disgraziatamente cadde nell'acqua. Quest'anello mi è più caro del regno. Lascio immaginare a voi il dispiacere che provai! E ora ho fatto giuro di non dare ascolto a nessuna trattativa di matrimonio, se l'ambasciatore che verrà a portarmi lo sposo non mi riporti prima il mio anello. Tocca a voi a decidere su quello che volete fare; perché se duraste a parlarmene quindici giorni e quindici notti in fila, non arrivereste mai a farmi cambiare di sentimento."
Avvenente rimase mezzo intontito a questa risposta: le fece una gran riverenza e la pregò di voler gradire il canino, il paniere e la sciarpa; ma essa rispose che non accettava nessun regalo e che pensasse alle cose che gli aveva dette.
Quando fu tornato a casa, se ne andò a letto senza prendere nemmeno un boccone da cena: e il canino, che si chiamava Caprioletto, non volle cenare neanche lui e andò a cucciarsi accanto al padrone.
Tutta la notte, quanto fu lunga, Avvenente non fece altro che sospirare.
"Dove poss'io ripescare un anello, che, un mese fa, è cascato nel fiume?", esso diceva. "Sarebbe una pazzia soltanto a provarsi! Si vede bene che la Principessa lo ha detto apposta per mettermi nell'impossibilità di poterla ubbidire."
E tornava a sospirare e a dare in tutte le smanie.
Caprioletto, che lo sentiva, gli disse: "Caro padrone, fatemi un piacere: non disperate ancora della vostra buona fortuna. Voi siete un giovine troppo carino, per non dover essere fortunato. Appena farà giorno, andiamo subito in riva al fiume".
Avvenente gli dette colla mano due buffetti e non rispose sillaba: finché stanco e rifinito dalla passione, si addormentò. Caprioletto, quando vide i primi chiarori dell'alba, cominciò tanto a sgambettare, che lo svegliò e gli disse:
"Animo, padrone, vestitevi: e usciamo!".
Avvenente non desiderava di meglio. Si alza, si veste, scende nel giardino e dal giardino s'incammina un passo dietro l'altro verso il fiume, dove si mette a passeggiare col suo cappello sugli occhi e colle braccia incrociate, pensando al brutto momento di dover ripartire, quand'ecco che a un tratto sente una voce che lo chiama: "Avvenente! Avvenente!". Si volta a guardare da tutte le parti e non vede anima viva. Credé di aver sognato. Si rimette a passeggiare, e daccapo la solita voce a chiamarlo: "Avvenente! Avvenente!".
"Chi è che mi chiama?", diss'egli.
Caprioletto, che era molto piccino, e così poteva guardare nell'acqua a piccolissima distanza, gli rispose: "Datemi del bugiardo se non è un Carpione, color dell'oro, quello laggiù in fondo".
Detto fatto, un grosso Carpio venne su a fior d'acqua e gli disse:
"Voi mi avete salvato la vita nei prati degli Alzieri, dove io senza di voi sarei rimasto morto, e vi promisi un ricambio. Pigliate, caro Avvenente, ecco qui l'anello della Bella dai capelli d'oro".
Egli si chinò e tirò fuori l'anello dalla gola del Carpio e lo ringraziò a mille doppi. E invece di tornare a casa, andò difilato al palazzo, in compagnia di Caprioletto, che era contento come una pasqua per aver consigliato il suo padrone a venire sulla sponda del fiume. Fu annunziato alla Principessa che Avvenente desiderava di vederla.
"Ahimè! povero giovane!", diss'ella, "e' vien da me per congedarsi. Avrà capito che ciò che io voglio da lui è impossibile, e partirà per andare a raccontarlo al suo padrone."
Avvenente, appena introdotto, le presentò l'anello dicendo:
"Ecco, o Principessa, il vostro comando è stato obbedito: sareste ora tanto compiacente di prendere per vostro sposo il mio augusto padrone?".
Quand'ella vide il suo anello, sano e salvo come se non fosse stato toccato, rimase meravigliata: ma tanto meravigliata, che credeva di sognare.
"Davvero", ella disse, "grazioso Avvenente! Si vede proprio che voi avete una fata dalla vostra altrimenti questi miracoli non si fanno."
"Signora", egli replicò, "io non so di fate: ma so che ho un gran desiderio di contentare ogni vostra voglia."
"Poiché avete questa buona volontà", ella continuò "rendetemi un altro gran servizio, senza di che non c'è caso che io possa risolvermi a prendere marito. C'è un Principe, non lontano di qui, detto Galifrone, il quale si è messo in testa di volermi sposare. Egli mi ha fatto conoscere la sua intenzione con minacce paurose, dicendo che se io non lo voglio, metterà lo scompiglio e la desolazione ne' miei Stati. Ma ditemi un po' voi, se potrei dargli retta. Figuratevi che è un gigante più grande di una gran torre; ed è capace di mangiare un uomo come una scimmia mangerebbe una castagna. Quando va in giro per la campagna, si mette in tasca dei piccoli cannoni, dei quali poi si serve come se fossero pistole: e quando parla forte, fa diventar sorde tutte le persone che gli stanno vicine. Gli mandai a dire che non avevo voglia di maritarmi e che mi scusasse: ma non per questo ha smesso di perseguitarmi: ammazza i miei sudditi, e prima d'ogni cosa bisogna che voi vi battiate con lui, e che mi portiate la sua testa."
Avvenente rimase sbalordito da questo discorso: stette un po' soprappensiero; poi disse: "Ebbene, o signora! io mi batterò con Galifrone. Credo che ne toccherò io! A ogni modo, morirò da valoroso".
La Principessa restò meravigliatissima: e gli disse un monte di cose, per vedere di stornarlo da questa impresa. Ma non valse a nulla. Egli se ne venne via, per mettersi subito in cerca delle armi e di tutto l'occorrente. Quand'ebbe ciò che voleva, ripose Caprioletto nel solito panierino, montò sul suo bel cavallo e andò nel paese di Galifrone. A quanti incontrava per via, domandava a tutti notizie di lui: e tutti gli dicevano che era un vero demonio, e che faceva spavento soltanto a doverlo avvicinare.
Caprioletto, per fargli coraggio, gli diceva: "Caro padrone, in quel mentre che vi batterete, io anderò a mordergli le gambe: lui si chinerà per levarmi di tra i piedi, e intanto voi l'ammazzerete".
Avvenente ammirava lo spirito del suo canino: ma sapeva bene che il suo aiuto non sarebbe stato in ragione del bisogno. Finalmente arrivò in vicinanza del castello di Galifrone: tutte le strade erano seminate d'ossa e di carcasse d'uomini, che esso aveva divorati o fatti in pezzi. Né dové aspettarlo molto tempo, perché lo vide comparire di dietro al bosco. La sua testa sorpassava gli alberi più alti, e con una voce spaventosa cantava:

Chi mi porta dei teneri bambini 
Da farli scricchiolare sotto il dente? 
Ne ho bisogno di tanti e poi di tanti. 
Che in tutto il mondo non ce n'è bastanti. 

E subito Avvenente, a botta e risposta, si messe a cantare:

Fatti avanti, c'è Avvenente 
Che saprà strapparti i denti; 
Non è un colosso di figura, 
Ma di te non ha paura. 

Le rime non tornavano precise: ma bisogna riflettere che la strofa la improvvisò in fretta e in furia, ed è un miracolo se non la fece anche più brutta, per la paura che gli era entrata in corpo. Quando Galifrone sentì questa risposta, si voltò di qua e di là, e vide Avvenente colla spada nel pugno della mano, che gli disse per giunta tre o quattro parolacce, per farlo andare in bestia più che mai. Non ci mancava altro! Egli prese una furia così spaventosa, che, afferrata una mazza tutta di ferro, avrebbe ucciso con un colpo solo il delicato Avvenente, senza il caso di un Corvo che venne a posarglisi sulla testa e gli dette negli occhi una beccata così aggiustata, che glieli cavò di netto. Il sangue gli grondava giù per il viso: e infuriato da far paura, picchiava mazzate a diritto e a rovescio. Intanto Avvenente, scansandosi a tempo, gli tirava dei colpi di spada, ficcandogliela in corpo fino all'impugnatura: e tanto era il sangue, che il gigante perdeva dalle sue molte ferite, che finalmente stramazzò per terra. Avvenente gli tagliò subito la testa, tutto allegro di avere avuto questa bella fortuna; e il Corvo che s'era posato sul ramo d'un albero, gli disse:
"Io non ho dimenticato il servizio che mi rendeste, uccidendo l'Aquila che mi dava addosso. Vi promisi di contraccambiarvi, e credo di aver pagato il mio debito".
"Sono io che vi debbo tutto, signor Corvo", rispose Avvenente, "e mi dichiaro vostro buon servitore."
Poi montò subito a cavallo, col carico della spaventosa testa di Galifrone. Quando arrivò in città, tutta la gente gli andava dietro gridando:
"Ecco il bravo Avvenente, che ritorna dall'aver morto il gigante Galifrone" e la Principessa, che sentiva questo baccano e tremava dalla paura che venissero a dargli la nuova della morte di Avvenente, non aveva fiato di chiedere che cosa fosse avvenuto. Ma in quel punto ella vide entrare Avvenente, colla testa del gigante, che metteva ancora spavento, quantunque non potesse più fare alcun male.
"Signora", egli disse, "il vostro nemico è morto. Voglio sperare che ora non direte più di no al Re, mio augusto padrone."





"Ah! senza dubbio", replicò la Bella dai capelli d'oro, "che io gli dirò sempre di no, se voi prima della mia partenza non trovate il modo di portarmi l'acqua della caverna tenebrosa. C'è qui, poco distante, una grotta profonda che gira più di cento chilometri. Ci stanno sull'ingresso due draghi che ne impediscono l'entrata. Buttano fiamme di fuoco dalla bocca e dagli occhi. Quando poi siamo dentro alla grotta, si trova una gran buca nella quale bisogna scendere, ed è piena di rospi, di biacchi, di ramarri e di altri serpenti. In fondo a questa buca c'è una piccola nicchia, dalla quale scaturisce la fontana della bellezza e della salute: io voglio a tutti i costi di quell'acqua. Ogni cosa che si lava con quell'acqua diventa meravigliosa: se siamo belle, si rimane sempre belle: se brutte, si diventa belle: se siamo giovani, si resta giovani: se vecchie, si ringiovanisce. Vedete bene, caro Avvenente, che io non posso lasciare il mio Regno, senza portar meco un poco di quell'acqua lì."
"Signora", egli rispose; "voi siete tanto bella, che quest'acqua per voi mi pare affatto inutile: ma io sono un ambasciatore disgraziato, di cui volete la morte. Io vado a cercarvi ciò che voi desiderate, colla certezza nel cuore di non tornare più indietro."
La Bella dai capelli d'oro non cambiò per questo di proposito: e il povero Avvenente partì col suo canino Caprioletto per andare alla grotta tenebrosa, a cercarvi l'acqua della bellezza. Tutti quelli che lo incontravano lungo la strada, dicevano: "Che peccato vedere un giovane tanto grazioso correre così spensieratamente in bocca alla morte: egli se ne va alla grotta da sé solo: ma quand'anche fossero cento, non verrebbero a capo di nulla. Perché la Principessa s'incaponisce a volere l'impossibile?".
Egli seguitava a camminare, e non diceva parola: ma era triste, molto triste. Arrivato verso la cima della montagna, si sedette per ripigliar fiato, e lasciò il cavallo a pascere e Caprioletto a correr dietro alle mosche. Egli sapeva che la grotta tenebrosa non era molto distante di là, e guardava se per caso l'avesse potuta scoprire; quand'ecco che vide un enorme scoglio, nero come l'inchiostro, di dove usciva un fumo densissimo, e di lì a poco uno dei draghi che buttava fuoco dagli occhi e dalla gola. Il drago aveva il corpo verde e giallo, dei grossi unghioni e una coda lunghissima, che s'attorcigliava in più di cento giri.



Goble W.



Caprioletto vide anch'egli ogni cosa, e non sapeva dove nascondersi: la povera bestia era mezza morta dalla paura. Avvenente, fatto oramai animo di morire, cavò fuori la sua spada e s'avviò colla sua boccetta, che la Bella dai capelli d'oro gli aveva dato, per riempirla coll'acqua della bellezza. Egli disse al suo canino Caprioletto:
"Per me è finita! io non potrò mai arrivare a prendere di quest'acqua, che è custodita dai draghi; quando sarò morto, riempi la boccetta col mio sangue e portala alla Principessa, perché ella possa vedere quanto mi costa il servirla: e dopo vai a trovare il Re mio padrone, e raccontagli la mia disgrazia".
Mentre diceva così, sentì una voce che lo chiamava: "Avvenente! Avvenente!". Egli disse: "Chi mi chiama?", e vide un Gufo nel buco d'un albero vecchio, che gli disse: "Voi mi avete liberato dalle reti de' cacciatori, dov'ero rimasto preso: e mi salvaste la vita. Promisi di rendervi il contraccambio, e il momento è giunto. Datemi la vostra boccetta: io conosco tutti gli andirivieni della grotta tenebrosa: anderò io a prendervi l'acqua della bellezza".
Figuratevi se questa cosa gli fece piacere! Lo lascio pensare a voi. Avvenente gli dette subito la sua boccetta e il Gufo entrò nella grotta, come sarebbe entrato in casa sua. E in meno d'un quarto d'ora tornò e riportò la boccetta piena e tappata. Ad Avvenente parve d'aver toccato il cielo con un dito: ringraziò il Gufo dal profondo del cuore e, risalita la montagna, prese tutt'allegro la strada che menava alla città. Andò subito al palazzo e presentò la boccetta alla Bella dai capelli d'oro, la quale non ebbe più nulla da ridire. Ella ringraziò Avvenente, e diè l'ordine che fosse allestita ogni cosa per la partenza. Poi si messe in viaggio con lui: e strada facendo, finì col persuadersi che il giovinetto era molto grazioso; e qualche volta gli diceva: "Se aveste voluto, vi avrei fatto Re e non saremmo partiti mai dai miei Stati".
Ma egli rispose: "Rinunzierei a tutti i troni della terra, piuttosto che dare un dispiacere così forte al mio Re: sebbene voi siate più bella del sole".
Finalmente giunsero alla Capitale, e il Re, sapendo che la Bella dai capelli d'oro stava per arrivare, andò a incontrarla e le presentò i più bei regali del mondo. Furono fatte le nozze, e con tanta gala e magnificenza, che si durò a discorrerne per un pezzo; ma la Bella dai capelli d'oro, che in fondo al cuore era innamorata di Avvenente, non poteva stare senza vederlo e l'aveva sempre sulla bocca. Ella diceva al Re: "Se non era Avvenente, io non sarei dicerto venuta qui: egli ha fatto per me delle cose, da non potersi credere; e voi dovete essergli grato". Gl'invidiosi che sentivano questi discorsi della Regina andavano dopo bisbigliando al Re: "Voi non siete geloso; eppure avreste motivo di esserlo. La Regina è così innamorata di Avvenente, che non mangia né beve più; essa non fa altro che parlar di lui e della grande riconoscenza che voi dovete avergli: come se chiunque altro aveste mandato, nel posto suo, non avesse saputo fare altrettanto". E il Re disse: "Davvero, che me ne sono accorto anch'io. Che sia preso subito e imprigionato nella torre, coi ferri ai piedi e alle mani".
Avvenente fu preso e, in ricompensa di aver così bene servito il Re, fu chiuso nella torre coi ferri ai piedi e alle mani. La sola persona che egli vedesse, era il guardiano della carcere; il quale gli gettava da una buca un pezzo di pan nero e un po' d'acqua in una ciotola di terra. Ma il suo piccolo Caprioletto non lo abbandonava mai, e veniva a fargli coraggio e a portargli tutte le nuove che correvano per la città. Quando la Bella dai capelli d'oro venne a risapere la disgrazia di Avvenente, andò a buttarsi ai piedi del Re, e colle lacrime agli occhi lo pregò a farlo levare di prigione. Ma più essa si raccomandava, e più il Re s'intristiva, pensando fra sé e sé: "È segno che ne è innamorata" e così non intendeva né ragioni né preghiere.
Il Re finì col mettersi in testa di non essere abbastanza bello agli occhi della Regina: e gli venne l'idea di lavarsi il viso coll'acqua della bellezza, per vedere se in questo modo gli fosse riuscito di farsi amare un poco di più. Quest'acqua stava sul caminetto nella camera della Regina, che la teneva lì, per averla sempre sott'occhio; ma una delle sue cameriere, volendo ammazzare un ragno con una spazzolata, fece cascare disgraziatamente la boccetta, la quale si ruppe, e l'acqua se n'andò tutta per la terra. La cameriera ripuli ogni cosa in fretta e furia, e non sapendo come rimediarla, si ricordò di aver visto nel gabinetto del Re un'altra boccetta somigliantissima e piena d'acqua chiara, tale e quale come l'acqua della bellezza. Non parendo suo fatto, la prese senza star a dir nulla e la posò sul camminetto della Regina. L'acqua che era nel gabinetto del Re serviva per far morire i Principi e i grandi Signori, quando ne avevano fatta qualcuna delle grosse. Invece di tagliar loro la testa o impiccarli, si bagnava loro il viso con quest'acqua: e così si addormentavano e non si svegliavano più.
Una sera, dunque, il Re prese la boccetta e si strofinò ben bene il viso. Dopo si addormentò e morì.
Il piccolo Caprioletto, che fu uno dei primi a sapere il caso, andò subito a raccontarlo ad Avvenente, il quale gli disse di andare di corsa dalla Bella dai capelli d'oro e di pregarla a volersi ricordare del povero prigioniero. Caprioletto sgattaiolò fra mezzo alle gambe della folla, perché alla Corte c'era un gran via-vai e una gran diceria per la morte del Re, e disse alla Regina:
"Signora, non vi scordate del povero Avvenente".
Ella si rammentò subito di tutti i patimenti che aveva sofferti per lei, e della sua gran fidatezza. Uscì senza farne parola con alcuno, e andò diritto alla torre, dove sciolse da se stessa le catene dalle mani e dai piedi d'Avvenente: e mettendogli una corona in capo e un manto reale sulle spalle, disse:
"Venite, mio caro Avvenente, io vi faccio Re, e vi prendo per mio sposo".
Egli si gettò ai suoi piedi e la ringraziò: e tutti si chiamarono fortunati di averlo per sovrano. Le nozze furono fatte con grandissima magnificenza, e la Bella dai capelli d'oro visse molti anni col suo bell'Avvenente, tutti e due felici e contenti, da non poterselo figurare. Si vuole che Avvenente lasciasse ai suoi figli un libro di ricordi: un libro curioso, perché aveva tutte le pagine bianche, meno l'ultima, sulla quale aveva scritto di proprio pugno le seguenti parole:

"Se per caso qualche povero diavolo ricorre a te per essere aiutato, tu aiutalo: né badare com'è vestito, né se abbia viso di persona da poterti rendere, un giorno o l'altro, il piacere che gli fai. Sulle opere buone e generose non si mercanteggia mai: né bisogna farle coll'intenzione di ripigliarci sopra il frutto e l'usura. A ogni modo, tieni sempre a mente che un benefizio fatto non è mai perduto".


Kinuko Y Craft



"La Belle au Cheveux d'Or", Mme d'Aulnoy, Tradotta da Carlo Callodi.

E questa è la "morale" a chiusura della fiaba di Mme d'Aulnoy.

Si par hasard un malheureux
Te demande ton assistance,
Ne lui refuse point un secours généreux.
Un bienfait tôt ou tard reçoit sa récompense.
Quand Avenant, avec tant de bonté,
Servati carpe et corbeau; quand jusqu'au hibou même,
Sans être rebuté de sa laideur extrême,
Il conservait la liberté!
Aurait-on jamais pu le croire,
Que ces animaux quelque jour
Le conduiraient au comble de la gloire,
Lorsqu'il voudrait du roi servir le tendre amour?
Malgré tous les attraits d'une beauté charmante,
Qui commençait pour lui de sentir des désirs,
Il conserve à son maître, étouffant ses soupirs,
Une fidélité constante.
Toutefois, sans raison, il se voit accusé:
Mais, quand à son bonheur il paraît plus d'obstacle,
Le Ciel lui devait un miracle,
Qu'à la vertu jamais le Ciel n'a refusé.

lunedì 22 agosto 2016

L’Uccello di Fuoco e la Principessa Vassilissa, Afanas'ev, Russia

Con tutto il mio inalterabile amore per il patrimonio culturale, la letteratura e le fiabe, e gli artisti classici russi, sovietici e moderni.





n un certo reame, ai confini della terra, nell’ultimo degli stati, viveva una volta uno zar forte e potente. Questo zar aveva un giovane arciere, e il giovane arciere aveva un valente cavallo.
Una volta l’arciere se ne andò a caccia nel bosco col suo cavallo; va lungo la strada, la larga strada, ed ecco trovò una piuma d’oro dell’uccello di fuoco; come fiamma splendeva quella piuma!
Gli dice il valente cavallo: "Non prendere la penna d’oro; se la prendi, un guaio attendi!" E medita il prode giovane: raccoglierla o non raccoglierla? Se la raccoglie e la porta allo zar, certo egli lo ricompenserà generosamente; e a chi non è caro il favore d’un re?
L’arciere non diede ascolto al suo cavallo, raccolse la piuma dell’uccello di fuoco, la portò e la presentò in dono allo zar.







venerdì 19 agosto 2016

Le Dodici Oche Selvatiche, Irlanda





'erano una volta un Re e una Regina che vivevano insieme felici e contenti e avevano dodici figli maschi e nemmeno una figlia. Desideriamo sempre ciò che non abbiamo e non apprezziamo abbastanza quello che già possediamo; la regina non era in questo diversa da noi.
Un giorno d'inverno, quando il cortile del castello era coperto di neve, la regina guardando dalla finestra del salone vide là fuori un vitello appena ucciso dal macellaio e un corvo posato lì accanto.
"Oh, - disse, - se soltanto avessi una figlia con la pelle bianca come quella neve, le guance rosse come quel sangue, e i capelli neri come quel corvo! Per lei darei tutti i miei dodici figli".



Burkert Nancy Elkolm


Nel momento stesso in cui pronunciò quelle parole provò un grande spavento e un brivido la scosse, e un attimo dopo una vecchia dall'aspetto severo stava davanti a lei.
"Ben malvagio è stato il tuo desiderio, - disse, - e per punirti verrà esaudito. Avrai una figlia proprio come la desideri, ma il giorno stesso della sua nascita perderai gli altri tuoi figlioli"

Deirdre, i Figli di Lir, i Cigni... e le Oche






Una dritta riguardo l'esplorazione internettiana, e, spero, cartacea.
Di tanto in tanto, ho seminato qualche avvertimento. I segnali esistono. Dopo aver tradotto una fiaba famosissima - di solito disinvoltamente mutilata, destino comune a molte fiabe, ancorché di autore - "I Cigni Selvatici" di H.C. Andersen, non posso resistere alla tentazione di mettere sull'avviso chi dovesse capitare da queste parti. Se doveste imbattervi in un libro, un blog, un post, un saggio che definisca "Le Dodici Oche Selvatiche" riportata da Patrick Kennedy in una delle sue raccolte di racconti, storie e fiabe irlandesi (ampiamente "saccheggiate" da W.B. Yeats) una variante de I Cigni, beh, chiudete il libro, e, se siete in un blog, cambiate strada. La fiaba irlandese, molto più vicina a "I Sette Colombi" di G.B. Basile ha origini a sé.

lunedì 15 agosto 2016

Il Ragazzo-Pesce Nichola de Bar, o Colapesce, Papi che Odiano i Grandi Re, 'E Figlie 'e Nettuno...

La storia di "Nichola de Bar", il ragazzo-pesce di origine pugliese, compare nelle cronache grazie ad un trovatore provenzale vissuto alla fine del 1100, Raimon Jordan, libero pensatore, oserei dire. Nichola de Bar era un nuotatore prodigioso, in grado di resistere in mare, anzi, sotto le onde del mare, per giorni.
Walter Map (chi legge spesso i post lo avrà già incontrato più volte), interessante uomo di lettere gallese nonché arcidiacono di Oxford, "scopritore" dei Valdesi e arguto e sprezzante critico dei Benedettini e di Bernardo di Chiaravalle, (ispiratore dei monaci-guerrieri, leggi Templari, e sponsor di Crociate), gli fa eco parlando di "Nicolaus", soprannominato Pipe, ormai più pesce che uomo, e della fatale visita a Messina di Guglielmo II, che porterà alla sua morte.
Anche Gervàsio di Tilbury autore degli Otia Imperialia (altra frequentazione nei post, vedi Virgilio Mago) vissuto a cavallo del dodicesimo e tredicesimo secolo, parla di un pescatore pugliese, "Nicolaus", soprannominato "Papa", famoso per la sua abilità di nuotatore, ma soprattutto, di sommozzatore, che esplora i fondali del mare di Messina dal Porto al Faro e ne descrive le meraviglie.
Qui, il Re è Ruggero II, non più incolpevole, in quanto spinge Nicolaus ad esplorazioni sempre più lunghe e ardite fino a provocarne la morte.





sabato 13 agosto 2016

I Sette Colombi, Pentamerone, G.B. Basile

Sette fratelli partono di casa, perché la madre non dà loro una sorella; e, quando alfine la sorella viene alla luce, ed essi aspettano la notizia con certi segni, la madre sbaglia nel farli; onde essi vanno errando pel mondo. La sorella si fa grande, li cerca, li trova, e, dopo vari accidenti, tornano tutti ricchi alla casa loro.



'era una volta nella terra di Arzano una buona donna, che ogni anno scaricava un figlio maschio; cosicché vedevi una siringa del dio Pane a sette canne una più grande dell'altra. I sette figli, avendo mutato le prime orecchie [1], dissero alla madre lannetella, che era un'altra volta incinta: "Sappi, mamma cara, che se tu, dopo tanti figli maschi, non fai una femmina, noi siamo proprio risoluti ad abbandonare questa casa e ad andare pel mondo sperti, come i figli delle merle". E la madre, all'udire tale proposito, pregò il Cielo che avesse spogliato i figli di questo desiderio e tolto ad essa il pericolo di perdere sette gioielli.
Avvicinatosi il tempo del parto, i figli le dichiararono: "Noi ci ritiriamo a quella ripa che è di fronte: se partorisci maschio, metti un calamaio e una penna alla finestra; e, se femmina, metti un mestolo e una conocchia. A questo secondo segnale ce ne verremo alla casa a spendere il resto della nostra vita sotto le tue ali, ma, se vediamo segnale di maschio, scordati di noi: ci puoi metter nome penna".
Volle il Cielo che lannetella desse alla luce una bella bambinotta, e subito essa ordinò alla levatrice che facesse il segno convenuto ai figliuoli; ma questa fu cosi stordita e distratta che vi mise il calamaio e la penna. E i sette fratelli, senz'altro, si misero la via tra le gambe, allontanandosi dal paese.
Dopo tre anni di continuo viaggio, un giorno si trovarono in un bosco, dove gli alberi al suono di una fiumana che faceva contrappunto sulle pietre, danzavano l'imperticata e in quel bosco era la casa di un orco, a cui mentre dormiva erano stati cavati gli occhi da una femmina, e perciò colui era tanto fiero contro questo sesso che quante femmine gli venivano tra le grinfie, tante ne divorava. Stanchi dal viaggio e allancatI dalla fame, i giovani gli chiesero se per compassione voleva dar loro qualche boccone di pane; e l'orco rispose che avrebbe loro dato da vivere, se volevano mettersi al suo servizio, nel quale non c'era da far altro di più faticoso che, un giorno per ciascuno, guidarlo come un cagnolino.

lunedì 8 agosto 2016

I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Ultima Parte





lisa trascorse tutta la notte al lavoro. Non intendeva concedersi alcun riposo prima di aver salvato i suoi cari fratelli. Il giorno seguente, la sua solitudine non le pesò, il tempo non era mai volato tanto in fretta: aveva già ultimato una camicia e si accingeva a metter mano alla seconda. All'improvviso, risuonò fra le montagne il richiamo dei corni da caccia, e lei ne fu atterrita. Il frastuono dei corni e dell'abbaiare dei cani si faceva sempre più vicino; terrorizzata, Elisa si rifugiò nella grotta, legò in una fascina le ortiche che aveva già raccolto e pestato, e vi si sedette sopra. E dalla boscaglia sbucò un grosso cane, seguito da un altro e da un altro ancòra. Abbaiavano forte, correvano da tutte le parti, sparivano e poi ritornavano.
In pochi minuti, tutti i cacciatori raggiunsero l'ingresso della grotta, e, tra loro, il più avvenente era il giovane Re del Paese. Si avvicinò ad Elisa e le rivolse la parola poiché non aveva mai visto una donna più bella.
"Come sei arrivata fin quassù, mia bella fanciulla?", le chiese.
Elisa si limitò a scuotere il capo: non osava parlare, poiché sapeva che dal suo silenzio dipendeva la vita dei suoi fratelli, ma nascose le belle mani piagate sotto il grembiule perché il Re non vedesse quanto soffriva.



Lomaev A.


venerdì 5 agosto 2016

I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Terza Parte




lisa fu svegliata da un battito d'ali sopra di lei. I suoi fratelli si erano trasformati nuovamente in cigni selvatici e volarono formando cerchi sempre più ampi, finché scomparvero all'orizzonte, ma uno di loro, il più giovane, rimase con Elisa, posò il capo nel suo grembo, e lei gli accarezzò le bianche ali. E trascorsero insieme l'intera giornata.



Juan Ramón Alonso Díaz-Toledo


Verso sera, ritornarono gli altri cigni, e, non appena il sole s'inabissò nel mare, ripresero le fattezze umane.
"Domani partiremo e non torneremo prima che sia passato un intero anno - disse uno di loro - ma non possiamo lasciarti qui! Hai il coraggio di venire con noi? Se il mio braccio è forte abbastanza per trasportarti attraverso la foresta, le nostre ali non saranno abbastanza forti per portarti in volo sul grande mare?"
"Oh, sì, portatemi con voi!", pregò Elisa.

giovedì 4 agosto 2016

Da "Qualche Passo nel Mondo delle Fate" di H.P.Lovecraft e le Amare Sorprese

"Nei tempi moderni il termine Fata è stato applicato ad un’amplissima varietà di entità immaginarie, fin quasi a perdere il significato a favore di un valore semantico meno specifico e circoscritto. 
L’autentica Fata, nell’accezione sviluppatasi nell’ambiente del più antico folklore celtico, costituiva indubbiamente uno spirito di natura femminile corrispondente alle Driadi, alle Naiadi e ad altre ninfe locali dell’antichità classica. Si tratta essenzialmente di una personificazione di qualche aspetto del mondo naturale, e ogni branca della mitologia ariana abbonda di esempi. 
Fanciulle dell’alba, delle nuvole, delle fonti, degli alberi e via dicendo, popolano sotto i nomi più svariati le leggende di tutte le genti ariane, e non è affatto sorprendente che i fantasiosi Celti avessero elaborato uno dei più notevoli sistemi mitologici intorno a tali esseri.
Sembra attestato che i Galli pre-classici - e, per connessione, altri Celti - professassero attivamente il credo in esseri corrispondenti a quelle che conosciamo come vere Fate. Con l’intrusione di influenze romane, molte delle caratteristiche classiche si intrecciarono senza dubbio a tale credo, pur non distruggendone del tutto la specifica essenza.
La vera Fata della mitologia celtica era originariamente un’entità femminile dall’aspetto umano più che gradevole, di statura normale, dimorante in specifici ambienti, e dotata di talenti soprannaturali quali il potere di cambiare aspetto, controllare il mare e i venti, guarire le malattie e presagire eventi futuri. Nell’epoca medievale, in virtù di tali poteri, si attinse al verso latino fatare, ossia incantare, a sua volta derivato da fatum, destino, creando le varianti fay o fairy e fae.

martedì 2 agosto 2016

I Cigni Selvatici per Immagini - Seconda Parte

"Per tutta la notte sognò i suoi fratelli..."


Jeffers S.



"E la vecchia donna condusse Elisa ad un pendio in fondo al quale si snodava un fiume; dalle sue rive, gli alberi protendevano sull'acqua i lunghi rami frondosi l'uno verso l'altro. Elisa disse addio alla vecchia e s'incamminò lungo la riva del fiume..."


Lomaev A.


I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Seconda Parte

Konstantin Vasiliev 



en presto calarono le tenebre della notte, nascondendo il sentiero ai suoi occhi. Aveva smarrito la strada. Si sdraiò sul morbido muschio, recitò la preghiera della sera e appoggiò la testa ad un tronco d'albero.
La natura era quieta e silente, e una brezza gentile le accarezzava la fronte; fra l'erba e nel muschio si accesero centinaia di lucciole, simili a fiammelle verdi; e, se Elisa sfiorava con la mano un ramoscello, pur muovendosi con grande delicatezza, quegli insetti luminosi le piovevano tutt'intorno come stelle cadenti.
Per tutta la notte, sognò i suoi fratelli; erano tornati bambini e giocavano insieme. Li vide mentre scrivevano con le matite dalla punta di diamante sulle lavagnette d'oro, e vide se stessa intenta a sfogliare il bel libro illustrato che era costato metà del Regno. Ma i suoi fratelli non tracciavano più lettere e numeri sulla lavagna, come facevano un tempo, bensì descrivevano le loro nobili gesta, e tutto ciò che avevano visto e vissuto. Inoltre, le immagini del libro illustrato avevano preso vita: gli uccelli cantavano e i personaggi uscirono dal libro e chiacchierarono con Elisa e con i suoi fratelli, ma, non appena Elisa voltava pagina, guizzavano indietro, al loro posto, affinché tutto fosse in ordine.


domenica 31 luglio 2016

I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Prima Parte

ontano lontano, laggiù dove volano le rondini ai primi rigori dell'inverno, abitava un Re, padre di undici figli maschi e di un'unica figlia, Elisa. Gli undici fratelli, che erano principi, si recavano a scuola con una stella sul petto e la spada al fianco, scrivevano con matite dalla punta di diamante su lavagnette d'oro, e imparavano le loro lezioni così rapidamente, e leggevano con tale scioltezza che chiunque avrebbe indovinato che erano principi. La sorella, Elisa, se ne stava seduta su di uno sgabello di cristallo sfogliando un libro ricco di belle immagini che valeva metà del Regno.
Ah, come erano felici quei bambini! Ma la loro felicità non era destinata a durare per sempre!



Lomaev A.



Il Re loro padre si risposò con una malvagia Regina, che non era affatto ben disposta nei confronti dei figliastri, e ai poveri bambini toccò scoprirlo subito, fin dal primo giorno. Al Castello si teneva un gran ricevimento, e i bambini giocavano alle "visite". Di solito, veniva apparecchiato loro un tavolino ricolmo di dolciumi e mele al forno, ma la Regina ordinò che avessero solo tazze da té piene di sabbia, e che giocassero pure a "far finta".
La settimana successiva, esiliò la piccola Elisa in campagna, presso una famiglia di contadini, e non ci mise molto a far credere al Re orribili cose sul conto dei Principini, tanto che Sua Maestà si disinteressò completamente di loro.



Gilbert A. Y.

venerdì 29 luglio 2016

Da "Il Brutto Anatroccolo", di H.C. Andersen. Traduzione Mia



Spirin G.


Ma il povero anatroccolo, che era uscito per ultimo dal suo uovo e che era tanto brutto, venne beccato, spinto e preso in giro non soltanto dalle anatre ma anche dalle galline:
"È troppo grosso!" dicevano tutti, e il tacchino, che era venuto al mondo con gli speroni e quindi si credeva un Imperatore, si gonfiò come un vascello a vele spiegate e si precipitò contro di lui gloglottando, con la testa avvampata d'indignazione.
Il povero anatroccolo non sapeva se rimanere o andar via: era molto infelice perché era tanto brutto e tutto il pollaio lo prendeva in giro.
E si andò avanti, giorno dopo giorno, e le cose non fecero che peggiorare. Il povero anatroccolo veniva scacciato da tutti; persino i suoi fratelli erano cattivi con lui, e gli ripetevano: "Ah, se solo il gatto ti prendesse, mostro!", e la madre: "Quanto vorrei che tu fossi molto molto lontano da qui!". Era troppo: volò oltre la siepe. Gli uccellini che si trovavano tra i cespugli frullarono ad ali spiegate.
"È perché sono brutto da far spavento", pensò l'anatroccolo e chiuse gli occhi, ma continuò a correre.[...]

giovedì 21 luglio 2016

Il Sambuco, la Driade, e la Madre o Nonnina-Sambuco





La Hyldemoer di H. C. Andersen, spesso sbrigativamente tradotta in Italiano: la Nonnina del Sambuco, è dichiaratamente (nelle versioni integrali) una Driade, una ninfa o divinità minore degli alberi. La novella - perché tale è, non una fiaba - gronda degli usuali buoni sentimenti andersiani. Cupezza, delitto e castigo, mortificazione dei proprii desiderii, sofferenze come espiazione e strada per la Salvezza, fidanzati sfortunati (ma saranno felici in un mondo "migliore"), madri orbate dei bambini innocenti (ma è la volontà di Dio, magari le moriva sulla forca) pur respingendomi alla velocità della luce, si riscattano con rari spunti ironici, dialoghi surreali, e una sorta di malcelata soddisfazione con cui affonda nel ridicolo i "vincenti" tradizionali. Nessuna nemesi sociale, per carità, una sua debolezza. Tornando alla sua Hyldemoer, non si nega e non ci nega quegli assaggi, scorci, brandelli di cultura popolare che fanno irresistibilmente parte del suo immaginario. Naturalmente: maneggiare con cura. Ovvero, è tutto da decifrare e da depurare. In fondo, (per Andersen) trattasi di un mondo pagano e pericoloso, ma troppo radicato per essere rinnegato sbrigativamente.