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sabato 10 dicembre 2016

San Nicola e il Krampus

E' il 10 dicembre. San Nicola ed il suo tenebroso compagno-servo, il Krampus, hanno già concelebrato (5-6 dicembre) il loro rito, legato al solstizio invernale: il Bene e il Male (asservito, ma sempre pericoloso), uno dei Santi più celebri e amati e l'ombra grottesca di un diavolo. Inutile precisare che la cerimonia, così come viene rappresentata, è frutto della "rivisitazione" cristiana. Non se ne conoscono le origini con precisione. Confrontare per capire, e, Proppianamente, guardare alla funzione e non al personaggio. L'ossessione dell'asservimento dell'Uomo Selvaggio è presente anche nelle fiabe, dove, più onestamente, la strana Creatura, la divinità agreste, si dimostra riconoscente, se liberata, e una figura paterna se salva ed accoglie. (Vedi "L'Uomo Selvaggio", Grimm n.136, Traduzione mia)


Sfilata dei Krampus a Dobbiaco


















(Foto del 1910, Austria)



San Nicola e la Sua Scorta Diabolica, i Krampus (Rieditato)




"Un interessantissimo caso di sopravvivenza di culti e rituali precristiani connessi al periodo invernale, nonché di contaminazione suggestiva tra culture diverse (germanica, latina, slava e anche cristiana) è quello dei Krampus, una tradizione che è tutt’oggi mantenuta in vita in molte zone dell’arco alpino italiano ed europeo (dalla Germania, all’Italia, all’Austria fino ad arrivare in Croazia) e che richiama moltissimi curiosi. Niente da dire, oltre che affondare le proprie radici in un passato che ormai nessuno conosce più (e anche a livello di studio antropologico, è difficile risalire alla sua cellula madre), la festa è un’occasione di rara suggestione e fascinazione proprio per tutti, dai bambini agli adolescenti agli adulti. Che si creda o meno, che si sia scettici o meno, difficile non farsi aggrovigliare le viscere al rumore dei campanacci che si avvicinano...
Krampus è un termine che, secondo la maggior parte degli studiosi, deriverebbe dal germanico Kramp, ossia ‘artiglio’: già questo vi dovrebbe far capire che non stiamo parlando di rievocazioni granché composte e inoffensive... Essi rappresenterebbero le forze maligne e pericolose della Terra che, con l’avvicinarsi del solstizio d’inverno, emergono assieme alle tenebre e minacciano la sicurezza degli uomini. Non è un caso che vengano accompagnati dalle forze del Bene per eccellenza del periodo natalizio, il caro vecchio San Nicola, con tanto di barbona bianca lunga fino ai piedi: in effetti sarebbe vero il contrario, e cioè che sono i krampus ad accompagnare San Nicola, il loro addomesticatore, ma ormai i vero protagonisti dell’evento sono diventati loro. Beh, bisogna ammettere che, quanto a potenza evocativa, non temono proprio rivali!
Ma che cosa sono, esattamente, i krampus? Beh, sono sostanzialmente dei diavoli, dei demoni orribili, vestiti di pelle e stracci logori e puzzolenti, con corna enormi sulla testa e bastoni saldi in mano. Il 5 dicembre, appena si fa sera, essi escono dal bosco scuotendo i loro campanacci e facendosi luce con le fiaccole, e si muovono verso le vie della città. Fuoco, orribili volti demoniaci, puzza di animale selvatico, baccano – è proprio il caso di dirlo! – d’inferno sono già elementi alquanto inquietanti, ma c’è di più: man mano che i krampus cominciano a popolare il centro della città che infestano, la loro tracotanza si fa sempre più sfacciata, e poveretti quegli incauti passanti che si faranno sorprendere per le strade! Quei bastoni che si portano appresso non sono semplici strumenti da passeggio, questo è poco ma sicuro.La mascherata dei krampus, nella sua essenza più intima, sembra essere stata un rito di passaggio: fin da piccolissimi i bambini delle zone entravano in contatto con questi mostri brutti e cattivi (impersonati, tra l’altro, da figuranti che facevano parte di una vera e propria associazione segreta: nessuno doveva scoprire chi ci fosse sotto le maschere) che, ogni anno, giungevano dal folto della foresta col compito espresso di terrorizzarli: no, non si tratta di una conseguenza del loro aspetto diabolico, voglio precisarlo, il krampus è davvero uno spauracchio che gode del seminare paura ovunque.




Moltissimi giovani e non più giovani, intervistati, hanno ammesso candidamente di aver vissuto momenti di puro panico, da piccoli, quando, in casa, sentivano i campanacci che si facevano sempre più vicini, e quando cominciavano a distinguere le luci delle fiaccole dalla finestra. Ma se i bambini preferiscono rimanersene tappati in casa, a scrutare con gli occhi sgranati la processione infernale dei mostri venuti dal bosco, i ragazzini più grandicelli e gli adolescenti maturano nei confronti dei krampus un aperto atteggiamento di sfida: benché bastonino – e non c’è da scherzare, bastonano davvero, e forte! – i malcapitati che gli capitano a tiro, sfidare il krampus e riuscire a vincere il suo assalto resistendo ai colpi significa diventare uomini. In termini più generici, il krampus dunque rappresenta la paura infantile che, con la crescita, dev’essere affrontata e vinta per poter diventare davvero adulti. Accanto a questa dimensione di puro rito di passaggio, col tempo s’è depositato uno strato tradizionale più specificamente connesso al Natale, quello dello scambio dei regali.




E, tanto per sfruttare questo formidabile spauracchio a scopo educativo, si è pensato di potenziare le conseguenze per i ‘bambini cattivi’ facendo portare i regali sì al buon pacioso San Nicolò, ma assieme al suo codazzo di diavoli scatenati... purtroppo per i bambini, le gerle con i dolcetti le portano proprio i krampus.



Guai ad aver fatto i furbi, a quel punto! I krampus furoreggiano per ore battendo i giovani che li sfidano, ma non solo, anche i semplici curiosi e passanti, rincorrendo anche vecchi e bambini, senza pietà per nessuno. Per le strade riecheggiano i loro campanacci e si vedono solo i bagliori dei loro fuochi, al punto che sembra non ci sia più via di scampo. Poi, nel momento più buio della notte, d’improvviso torna il silenzio e le loro torce e falò di spengono. I krampus e San Nicolò sono scomparsi e non c’è modo di ritrovarli. Bisognerà aspettare un altro anno per vederli di nuovo girare per le strade. E, che ci crediate o no, si tratta di un appuntamento che si aspetta con grande impazienza..."

di LanAwnShee
(io ho aggiunto solo le illustrazioni vintage)

Da notare i bimbi nella gerla: stessa immagine che ritroviamo nella iconografia legata alla Befana (sono preferite le femminucce in quel caso).
Inutile dire che non condivido l'interpretazione del rito di passaggio, il superamento delle paure infantili, bla bla bla... Mentre è evidente lo "sfruttamento a scopo educativo" del Krampus-Uomo Nero.
E, come per la vecchia strega nella casina del bosco, vedo il fenomeno dell'Inversione (Propp). In questo caso, l'instancabile manipolazione cristiana si è limitata ad un netto sdoppiamento. il Bene da una parte, il Male (nero, cornuto e peloso) dall'altra. Ma, come sempre accade, i dettagli scappano tra le maglie della rete normalizzatrice: il Krampus dispensa sia i dolci e i giocattoli che il carbone, perché, da divinità agreste decaduta, suoi sono i doni della terra e suoi i rigori e la carestia dell'inverno di tenebra.

All'epoca, leggendo questo post, mi venne in mente la processione solenne dei Mamuthones e degli Issohadores sardi che si svolge a febbraio.





Le origini sono oscure, spesso contraddittorie, ma ricorre la figura "buona" che doma lo strano Essere metà Pan e metà diavolo
Gli Issohadores guidano la processione solenne, circondando i
Mamuthones, che avanzano in assoluto silenzio, muovendosi a passi cadenzati, ruotando una volta la spalla destra e una volta la sinistra, facendo così risuonare i campanacci che portano sulla schiena.
Intanto, gli  Issohadores, sfilando, individuano le ragazze più belle tra le ali di folla e le catturano lanciando la corda. E' un augurio di prosperità e fecondità.

Mab

domenica 4 dicembre 2016

Il Corvo, Giornata Quarta, Cunto Nove, (Pentamerone, G.B. Basile)

Gennariello, per dare soddisfazione a Milluccio, re di Frattombrosa e fratello suo, intraprende un lungo viaggio e reca a lui quello che desiderava. Ma, per liberarlo poi dalla morte imminente è condannato a morte, e, per dimostrare la sua innocenza, diventa statua di marmo. Infine, per uno strano successo, ritorna vivo e gode contento.


'era una volta un re di Frattombrosa, chiamato Milluccio, cosi perduto per la caccia che mandava a monte le cose più necessarie dello stato e della casa sua per andar dietro le tracce di una lepre o il volo di un tordo; e tanto continuò per questa strada, che un giorno la fortuna lo portò a un bosco, che aveva fatto uno squadrone fitto e serrato di alberi e di terra per non essere rotto dai cavalli del Sole. Ivi, sopra una bellissima pietra di marmo, trovò un corvo, che era stato ucciso di fresco. A quel vivo sangue, schizzato sopra la bianchissima pietra, il re gettò un gran sospiro e disse:
"Oh Cielo! e non potrei avere una moglie cosi bianca e rossa come questa pietra, e che avesse i capelli e le sopracciglia cosi nere come le piume di questo corvo!".
In tal pensiero Milluccio si sprofondò tanto, che per un tratto formò il paio con quella pietra, e parve una statua di marmo che facesse all'amore con un altro marmo. E, ficcatosi quel doloroso capriccio nel cervello, e andandone in cerca col vischio del desiderio, quello si fece in poco tempo da stecchino pertica, da melofioccolo zucca d'India, da caldaietta di barbiere fornace di vetraio e da nanerottolo gigante: di guisa che Milluccio non pensava ad altro che a quell'immagine incastrata nel suo cuore come pietra con pietra [1]. Dovunque volgeva gli occhi sempre vedeva quella forma, che portava nel petto; e, scordatosi di ogni altra faccenda, altro non aveva che quel marmo nel capo; e si era assottigliato in modo su questa pietra che se ne andava in consunzione. Gli era, quella pietra, mulino che gli macinava la vita; porfido, dove si stemperavano i colori [2] dei giorni suoi; focile, che metteva fuoco allo zolfanello dell'anima; calamita, che lo tirava; e, finalmente, pietra radicata nella vescica, che non gli dava requie. lennariello, suo fratello, vedendolo cosi giallo e smorto, gli disse:
"Fratello mio, che cosa ti è accaduto che porti il dolore alloggiato negli occhi e la disperazione arrolata sotto l'insegna pallida di questa faccia? Parla, sfògati con tuo fratello! Il puzzo del carbone in una camera chiusa appesta le persone; la polvere, compressa in una montagna, fa volare le schegge in aria; la rogna, rinserrata nelle vene, infracida il sangue; la ventosità, ritenuta nel corpo, genera flati e coliche violente. Perciò apri la bocca e dimmi quel che senti. In ultimo, puoi assicurarti che, in quel che posso, metterò millanta vite per giovarti".
Milluccio, masticando parole e sospiri, lo ringraziò del buon amore, dicendogli che non dubitava del suo affetto, ma che il male che sentiva non aveva rimedio, perché nasceva da una pietra, dove aveva seminato desideri senza speranza di frutti; da una pietra, dalla quale non aspettava neanche un fungo di piacere; da una pietra di Sisifo, che, portata sul monte dei disegni, toccando la cima, rotolava giù al piede. Pure, in ultimo, dopo mille preghiere, gli disse tutto quel che era del suo strano innamoramento. Udito il caso, lennariello lo consolò come meglio potè e gli fece animo, che non si lasciasse trascinare dall'umore malinconico; perché esso, per dargli qualche soddisfazione, era deliberato di viaggiare tutto il mondo, finché trovasse una donna che fosse l'originale di quella pietra.
Cosi fece armare subito una grossa nave piena di mercanzie e, vestitosi da mercante, tirò alla volta di Venezia, specchio d'Italia, ricetto di virtuosi, libro maggiore delle meraviglie dell'arte e della natura [3], dove, fattosi dare un salvocondotto per passare in Levante, fece vela pel Cairo. Entrando in questa città, si scontrò con uno che portava un bellissimo falcone, e subito se lo comprò per portarlo al fratello, che era cacciatore; e, poco più oltre, s'imbattè in un altro con un cavallo stupendo, che pure comprò; e poi si fermò a una taverna, per ristorarsi dei travagli passati in mare. La mattina seguente, quando l'esercito delle stelle, pel comando del generale della luce, leva le tende dallo steccato del cielo e abbandona il posto, lennariello cominciò a girare per la città, mettendo, come lupo cerviero, gli occhi dappertutto, squadrando questa femmina e quella, per vedere se potesse trovare in un volto di carne la somiglianza di una pietra. E, mentre andava sbalestrato di qua e di là, guardando sempre attorno come ladro che ha paura degli sbirri, incontrò un pezzente, che portava addosso uno spedale di empiastri e una giudecca di cenci. Costui gli disse:
"Galantuomo mio, che cos'hai, che ti vedo cosi sbigottito?".
"Debbo dire a te i fatti miei? - rispose lennariello - Aspetta fin che finisca di fare il pane, e poi conterò i fatti miei agli sbirri".
"Piano! bel garzone mio - replicò il pezzente - che la carne dell'uomo non si vende a peso. Se Dario non raccontava i casi suoi a un mozzo di stalla [4], non diventava re di Persia. Perciò non sarebbe cosa strana che tu dicessi i fatti tuoi a un povero pezzente, perché non c'è fuscello cosi sottile che non possa servire per nettare i denti".
Iennariello, che senti il parlare aggiustato e assennato di questo poveretto, gli espose il motivo che l'aveva portato a quel paese, e che cosa andasse con tanta diligenza cercando. Il pezzente, dopo aver ascoltato, gli rispose:
"Or vedi, figlio mio, come bisogna far conto di ognuno; perché, sebbene io sia spazzatura, pure sarò buono a ingrassare l'orto delle speranze tue. Ascolta! Io, col pretesto di cercare la limosina, picchierò alla porta di una bella giovane, figlia di un necromante. Apri bene gli occhi, vedila, contemplala, squadrala, considerala, misurala, che troverai la figura di quello che tuo fratello desidera".
E picchiò alla porta, e la giovane, che si chiamava Luciella, si affacciò per gettargli un tozzo di pane; e lennariello, tosto che la vide, riconobbe che la fabbrica rispondeva proprio al modello descrittogli da Milluccio. Data perciò una buona limosina al pezzente, se ne andò alla taverna e si travesti da venditore di lacci e spille [5], mettendo in due cassette tutto il bene del mondo; e tornò dinanzi alla casa di Luciella, passando e ripassando e dando la voce della merce che vendeva, finché la giovane lo chiamò. Luciella passò in rassegna quelle belle reticelle, veli pel capo, nastri, filondenti, trine, pizzi, pannolini, fibbie, spille, scodelline di rossetto e tocchi di regina, che portava; e, dopo aver visto e rivisto, in ultimo chiese che le mostrasse qualche altra cosa di bello. lennariello rispose:
"Signora mia, dentro questa cassetta io porto merci grossolane e di poca spesa; ma, se vi degnaste di venire alla nave mia, vi farei vedere roba dell'altro mondo, perché ho tesori di cose belle e degne di gran signore".
Quella, che, per non pregiudicare alla natura delle donne, era piena di curiosità, gli disse:
"Affé, che se mio padre non fosse via, vorrei darvi una guardata".
"Tanto meglio potreste venire - replicò l'altro - perché forse vostro padre non vi concederebbe questo piacere, e io vi prometto di farvi vedere sfoggi da mandare in aria il cervello. Quali collane e orecchini! Quali cinture e busti! Quali lavori di merletto! Insomma, vi vo' fare strasecolare".


Goble W.


Non resistè Luciella alla descrizione di questo grande apparato di cose belle; e, presa per compagnia una sua comare, s'avviò alla nave. E là, mentre egli la teneva incantata, mostrandole tante ricchezze, fece destramente levar l'ancora e tendere le vele; sicché, prima che Luciella alzasse gli occhi dalle mercanzie e si vedesse allontanare dalla terra, già aveva percorso più miglia. Quando tardi s'avvide dell'inganno, cominciò a fare l'Olimpia all'inverso ('), perché, se quella si lamentò lasciata com'era su uno scoglio, essa si lamentò di lasciare gli scogli. Ma lennariello le disse chi era, dove la portava e la fortuna che l'aspettava, e le dipinse la bellezza di Milluccio, il valore, la virtù, e finalmente l'amore col quale l'avrebbe ricevuta; e tanto fece e tanto disse che essa s'acquetò, e anzi cominciò a pregare il vento che l'avesse portata subito a veder colorito il disegno che lennariello le aveva delineato.
Cosi navigando allegramente, a un tratto sentirono sotto la nave mormorare l'onda, che, sebbene parlasse sottovoce, fu intesa dal padrone della nave, il quale gridò: "Ogni uomo all'erta, che ora viene un temporale, che Dio ce la mandi buona!". A queste parole si aggiunse la testimonianza di un fischiar di vento; e il cielo si coverse di nuvole e il mare di cavalloni. E, poiché le onde curiose di conoscere i fatti altrui, senz'essere invitate a nozze, salivano sulla nave, chi raccoglieva l'acqua con le conche e la versava in una tinozza, chi le dava lo sfratto con una tromba; e, mentre ogni marinaio, poiché si trattava di causa propria, attendeva chi al timone, chi alla vela, chi alla scotta, lennariello sali sulla gaggia per mirare con un occhiale di lunga vista se poteva scoprire terra, alla quale dar fondo. Ed ecco, mentre superava cento miglia di distanza con due palmi di cannello, vide passare un colombo e una colomba, che, fermatisi sull'antenna, disse il maschio: "Rucche-rucche!"; e la femmina rispose: "Che hai, marito mio, che ti lamenti?". E il colombo: "Questo sventurato principe ha comprato un falcone pel fratello, che, subito che andrà in mano a colui, gli caverà gli occhi; e chi non glielo porterà o chi l'avviserà, pietra di marmo diventerà". Ciò detto, tornò a gridare: "Rucche-rucche!"; e la colomba, di nuovo, gli disse: "E ancora ti lamenti? C'è altro di nuovo?". E il colombo: "C'è dell'altro. Ha comprato anche un cavallo, e il fratello, la prima volta che lo cavalcherà, il collo si romperà; e chi non glielo porterà o gliel'awiserà, pietra di marmo diventerà. E rucche-rucche!". "Oimè! altri rucche-rucche? - riprese a dire la colomba - che altra cosa e' è in campo?". E il colombo: "Costui conduce una bella moglie al fratello; ma, la prima notte che si coricheranno insieme, saranno mangiati l'una e l'altro da un brutto dragone; ma chi non gliela condurrà o l'avviserà, pietra di marmo diventerà".
E, col finire di questa conversazione, fini la burrasca e passò la collera al mare e la rabbia al vento. Più forte tempesta, per altro, si agitò nel petto di lennariello per quel che aveva udito; e più di quattro volte volle gettare tutte le cose a mare, per non portare la causa della rovina al fratello. Ma, dall'altra parte, pensava a se stesso, e la prima causa cominciava da se medesimo, e, dubitando se non portava quelle cose al fratello, o se l'avvertiva, di diventar marmo, si risolse di mirare piuttosto al proprio che all'appellativo, perché la camicia lo stringeva più forte del giubbone. Arrivato al porto di Frattombrosa, trovò il fratello sulla marina, che, avendo visto l'appressarsi della nave, aspettava con gioia grande. E, quando seppe che conduceva quella che egli aveva nel cuore, e, confrontata l'una e l'altra faccia, non vi ebbe trovato la più piccola divergenza, tanto fu il giubilo onde fu pieno, che l'eccessivo carico di contentezza stava per schiacciarlo sotto il peso. E, nell'abbracciare il fratello con gran piacere, gli domandò:
"Che falcone è questo, che porti in pugno?".
Rispose lennariello: "L'ho comprato per dartelo",
E Milluccio: "Ben si vede che mi vuoi bene, perché cerchi di andarmi a genio; e, certo, se mi avessi portato un tesoro, non avresti potuto darmi maggior gusto che di questo falcone".
E stava per prenderlo con le mani, quando lennariello, cavato rapidamente un pugnale, fece saltare il collo al falcone. Al quale atto, il re tenne per pazzo il fratello, che aveva commesso questa stravaganza; ma, per non intorbidare l'allegrezza del ritorno, non disse parola. Vide poi il cavallo e domandò di chi fosse, e, udito ch'era suo, ebbe subito desiderio di cavalcarlo; ma, mentre si faceva tenere la staffa, lennariello subito con un coltellaccio tagliò le gambe al cavallo. Questo secondo atto die nel naso al re, al quale parve che il fratello glielo facesse per dispetto, e cominciò a bollire di sdegno nel suo interno; ma non giudicò che fosse tempo di risentirsene per non affliggere la sposa al primo arrivo nel regno. Egli non si saziava di mirare e stringere con la mano Luciella; e, salito al palazzo reale, convitò tutti i signori della città a un bel festino, onde si vide nella sala una vera scuola di esercitazione con corvette e bassi e un'accolta di polledre in forma di donne.
Finito il ballo, e dato fondo a un grosso banchetto, gli sposi si ritirarono nella loro camera. lennariello, che non aveva altro pensiero in capo che di salvare la vita al fratello, si nascose dietro il letto nuziale, vigile alla venuta del dragone; quand'ecco, a mezzanotte, entrare quell'orribile mostro, che gettava fiamme dagli occhi e fumo dalla bocca, il quale sarebbe stato buon sensale a far vendere tutta la semenzina degli speziali pel terrore che portava nella vista. lennariello, con una lama damaschina che aveva presa con sé, cominciò a tirar colpi di sbaraglio a diritto e a rovescio; e, tra gli altri, uno cosi smisurato che tagliò per mezzo una colonna del letto del re, il quale al rumore si svegliò e il dragone si dileguò.
Il re, vedendo lennariello con la coltella in mano, e la colonna tagliata, si mise a gridare: "Olà, quattro dei miei! Olà, gente, aiuto aiuto! che il traditore di mio fratello è venuto a uccidermi!".
Alle voci, accorsero gli aiutanti, che dormivano nell'anticamera, e il re fece legare lennariello e chiuderlo senz'altro in carcere. E alla mattina, tosto che il Sole apri banco per liberare il deposito della luce ai creditori del giorno, radunò il Consiglio; e, narrato il fatto, che s'accordava col mal animo mostrato dal fratello a uccidere, per fargli dispetto, il falcone e il cavallo, la sentenza fu che lennariello dovesse morire.
Le lacrime di Luciella non furono possenti ad ammollire il cuore del re, che diceva: "Tu non mi vuoi bene, moglie mia, giacché stimi più il cognato che la vita mia. Tu l'hai visto coi tuoi occhi stessi, questo cane assassino, con la coltella cosi affilata che tagliava un pelo nell'aria, venuto a triturarmi: che, se non mi riparava quella colonna del letto (oh. colonna della mia vita!), a quest'ora saresti vedova".
E die ordine che la giustizia seguisse il suo corso. lennariello, che s'intese intimare questo decreto, e, per aver fatto bene, si vide condotto a tanto male, non sapeva come risolversi; perché, se non parlava, male, e, se parlava, peggio; trista la rogna e peggio la tigna; e, qualunque cosa avesse fatto, sarebbe caduto dall'albero in bocca al lupo. Se stava zitto, perdeva il collo sotto un ferro; se parlava, finiva i giorni in una pietra. In ultimo, dopo varie burrasche d'interiori consulte, si determinò a scoprire il negozio al fratello; e, poiché ad ogni conto doveva morire, stimava meglio chiarire il fratello del vero e finire i giorni suoi con titolo d'innocente, che tenere chiusa in sé la verità ed essere scacciato dal mondo col marchio di traditore. Fece, dunque, intendere al re che voleva parlargli di cosa importante allo Stato, e, condotto alla presenza di lui, gli espose anzitutto, in un gran preambolo, l'amore che gli aveva sempre dimostrato; poi, entrò a discorrere degli inganni tessuti a Luciella per procurare soddisfazione al desiderio di lui; e del segreto che udì dai colombi intorno al falcone, e come, per non diventare pietra di marmo, glielo portò, ma al tempo stesso, senza rivelare il segreto, lo uccise, per non vedere il fratello senz'occhi. E, mentre cosi diceva, senti le gambe indurirglisi e farglisi di marmo. E, continuando a dire il simile del cavallo, si fece, a vista, miseramente pietra fino alla cintura: cosa che in altro tempo avrebbe pagata a danaro contante (i), e ora gliene piangeva il cuore.
Alla fine, venendo al fatto del dragone, rimase tutto di pietra, come una statua, in mezzo a quella sala. Il re, sbalordito, udendo il discorso e assistendo a quella improvvisa metamorfosi, apprese il proprio grande errore e il temerario giudizio che aveva fatto di un fratello cosi amorevole; e ne fece lutto per più di un anno, e, ogni volta che ripensava all'accaduto, gli scorreva un fiume di lacrime. In questo tempo Luciella die alla luce due figli maschi, che erano i più belli che si potessero vedere al mondo; e, un giorno che la regina era andata per diletto alla campagna, e il padre stava coi due bambini contemplando con gli occhi lacrimosi quella statua, memoria dell'insensatezza sua, che gli aveva fatto perdere il fiore degli uomini, entrò a un tratto nella sala un gran vecchione, a cui la zazzera nascondeva le spalle e la barba copriva il petto. Costui s'inchinò al re e gli disse: "Quanto pagherebbe la Corona vostra, se questo bel fratello ridiventasse com'era prima?".
E il re rispose: "Tutto il mio regno ".
"Non è cosa questa - riprese il vecchio - che voglia premio di ricchezza, perché si tratta di vita, e la vita si deve pagare con altrettanta vita" .
Rispose il re, tratto in parte dall'amore che portava a lennariello e in parte dal rimorso del male che gli aveva fatto:
"Credimi, messere mio, che io metterei la vita mia per la vita sua; e, purché egli uscisse fuori da questa pietra, mi contenterei d'esserci messo dentro io".
"Senza mettere la vita vostra a questo cimento - disse il vecchio, - perché si stenta tanto a tirar su un uomo, basterebbe il sangue dei bambini vostri, che, bagnandone il marmo, lo farebbe subito tornare vivo".
Il re disse a sua volta: "I figli si fanno: c'è la stampa di questi bambolotti; ne faremo degli altri; ma mi si ridia un fratello, del quale non potrò mai avere altro pari".
E, senz'altro, fece dinanzi a quell'idolo misero di pietra sacrificare due agnelletti innocenti; e, non appena ebbe del loro sangue tinta la statua, questa diventò vivente, e il re Millucciò riabbracciò lennariello, e fecero tra loro un giubilo da non dire. I due corpicini furono messi in una cassa per seppellirli con l'onore che si doveva; quando tornò la regina dalla campagna. Il re nascose il fratello, e disse alla moglie: "Che cosa pagheresti, cuor mio, se mio fratello tornasse vivo?".
"Lo pagherei - rispose Luciella - con tutto questo regno".
"E gli daresti il sangue dei figli tuoi?", domandò il re.
"Cotesto no - replicò la regina, - che non sarei cosi crudele da cavarmi con le mie mani stesse le pupille degli occhi miei".
"Oimè! - continuò il re - che, per veder vivo il fratello, ho scannato i figli. Ed ecco appunto il prezzo della vita di lennariello!".
E le mostrò i figli nella cassa; e Luciella, all'orrendo spettacolo, si die a gridare come pazza: "O figli, figli miei, o puntelli di questa vita, o pupille di questo cuore, o fontane del sangue mio! Chi ha fatto questa macriata (i) alle finestre del Sole? Chi ha salassato, senza licenza di medico, la vena principale della vita mia? Oimè, figli miei, speranza mia distrutta, luce intorbidata, dolcezza avvelenata, gruccia perduta! Voi siete pertugiati di ferro, io trafitta dal dolore; voi, affogati nel sangue, io, annegata nelle lacrime! Oimè, che, per dar vita a uno zio, avete ucciso una mamma; perché io non posso tessere più la tela dei giorni miei senza di voi, contrappesi belli del telaio di questa misera vita: conviene che sfiati l'organo delle voci mie, ora che gli si sono tolti i mantici! O figli, o figli! Perché non rispondete alla mammarella vostra, che già v'infuse il suo sangue nel corpo, e ora ve lo versa dagli occhi! Ma, poiché la sventura mia mi fa vedere seccata la fonte dei miei diletti, non voglio più restare perpetua afflizione a questo mondo. Ora me ne vengo, sulle orme vostre, figlietti miei, a ritrovarvi!". E corse alla finestra per precipitarsi; ma, in quel momento stesso, per quella finestra, entrò il padre suo in una nuvola e le disse:
"Fermati, Luciella! Io, con un viaggio e tre servigi, mi sono vendicato di lennariello, che venne a trafugarmi la figlia di casa, e l'ho fatto stare per tanti mesi, come dattilo di mare(i), in una pietra; ho punito te del tuo cattivo comportamento di esserti lasciata sviare su una nave, col farti vedere due figli, anzi due gioie, scannati dal loro padre stesso; ed ho mortificato il re del suo capriccio di donna gravida, che prima l'aveva reso giudice criminale del fratel suo, e poi boia dei figli. Ma, poiché vi ho voluto bensì radere ma non già scorticare, voglio che tutto il veleno che vi ho dato vi diventi pasta reale; e perciò va' a riprenderti i tuoi figli e miei nipoti, che li troverai più belli di prima; e tu, Milluccio, abbracciami, che ti accetto per genero e per figlio, e perdono a lennariello le offese, avendo egli fatto quel che ha fatto per servire un fratello tanto meritevole".
Ciò detto, vennero i bambini, che il nonno non si saziò di abbracciare e baciare; e in quella allegrezza entrò per terzo lennariello, che, essendo passato per la trafila, ora se n'andava in brodo di maccheroni, sebbene, con tutti i premi che provò poi nella sua vita, non mai gli uscirono di mente i pericoli passati, pensando all'errore del fratello e a quanto convenga all'uomo essere accorto per non cadere in un fosso,

perché ogni umano giudizio è falso e storto.


Dalle Note di B. Croce


1) In un'opera a intarsio.
2) La pietra usata dai pittori per macinare i colori.
3) Il Basile, come si è detto nell'introduzione, era stato venturiero ai servigi della Serenissima, e in Venezia e nei possedimenti veneziani aveva trascorso molti anni della sua giovinezza.
4) Oibare, custode dei cavalli, del quale narra Erodoto, III, 85-87.
5) Di piccoli oggetti che servono all'abbigliamento e ornamento donnesco.

v. "Trusty John", (Faithful Johannes, Der treue Johannes) Grimm n. 6
Classificazione AaTh 516



venerdì 25 novembre 2016

L'Innamorato di una Statua, Domenico Comparetti n. 24


Principesse Luise e Friederike di Prussia, Johann Gottfried Schadow


C'era una volta un re che aveva due figliuoli, e il maggiore non voleva pigliare moglie, e il più giovane, benché andasse in giro dappertutto, non trovava una donna che gli piacesse. Ora accadde che una volta andò in una città, vide una statua e se ne innamorò. La comperò, la fece portare in camera sua, e tutti i giorni si metteva ad abbracciare e baciare la statua. Un giorno suo padre se ne accorse e gli disse:
"Ma cosa fai? Se vuoi una donna, pigliala in carne e ossa e non di marmo".
E lui rispose che piglierebbe quella, o una che fosse tutta come quella o nissuna. E il suo primo fratello, che intanto se ne stava a far nulla, andò per il mondo a cercargliela. Cammina, cammina, e vede in una città uno che aveva un topo, il quale ballava che pareva un uomo. Allora lui dice fra sé:
'Voglio portarlo a casa, a mio fratello perché si diverta'.
Viaggia ancora, e arriva in un paese ancora più lontano, e trova un uccello che cantava come un angelo, e compera anche questo per portarlo a suo fratello. Lui era già lì per tornar a casa e passeggiava per una via, quando vide un povero che andava a picchiare a una porta. Si affacciò alla finestra una bellissima ragazza che somigliava in tutto a quella statua del figlio del re, e subito si nascose. Allora lui disse a quel povero che tornasse a domandar la limosina, e lui disse di no, perché aveva paura che venisse a casa il mago, che allora non c'era, e lo mangiasse. Ma gli diede tanti quattrini e tanta roba che tornò a picchiare, e vide quella ragazza, ma lei subito si nascose. Allora lui andò per le vie, dicendo che accomodava e vendeva specchi. La serva della ragazza che lo sentì, disse alla sua padrona che andasse a vedere degli specchi. E lei ci andò, ma lui disse che se lei voleva scegliere gli specchi bisognava che andasse sulla nave. E quando ci fu, la portò via, e lei fece un gran piangere e sospirare perché la lasciasse tornare a casa; ma che? era come dire al muro.
Quando furono in alto mare sentirono la voce di un grosso uccello nero che diceva:
"Ciriù, ciriù, che bel sorcio porti tu, lo porterai a tuo fratello, gli farai voltar il cervello, e se tu glielo dirai, di marmo diventerai. Ciriù, ciriù, bell'uccello porti tu, lo porterai a tuo fratello, gli farai voltar il cervello, e se tu glielo dirai, di marmo diventerai. Ciriù, ciriù, bella donna porti tu, tu la porti a tuo fratello, gli farai voltar il cervello, e se tu glielo dirai, di marmo diventerai".
E lui non sapeva come fare a dirglielo, poiché aveva paura di diventar di marmo.
Sbarcò e portò a suo fratello il topo, e quando questo lo ebbe veduto e lo voleva, lui tagliò la testa al topo. Poi gli mostrò l'uccello che cantava come un angelo, e suo fratello lo voleva, e lui da capo tagliò la testa all'uccello. E poi gli disse "Io ho qualcosa di più bello", e fece venire quella bella ragazza che somigliava ala statua. E siccome questo fratello che l'aveva condotta non diceva nulla, quell'altro temeva che gli volesse levare la sposa, lo fece mettere in prigione dove stette un gran pezzo. E perchè seguitava a star zitto, lo fece condannare a morte.




Lui tre giorni avanti di morire pregò il fratello di andarlo a vedere, e benché di malavoglia, ci andò. Allora il fratello condannato disse:
"Un grand'uccello nero mi ha detto che, se portandoti a casa il topo che balla io parlerò, diventerò statua", e dicendo questo diventava statua fino alle gambe.
"E se portandoti l'uccello che canta io parlerò sarà lo stesso". Diventò statua fino al petto.
"E se portandoti la donna parlerò, diventerò statua". E diventò una statua tutto; suo fratello si mise a piangere, a disperarsi e a tentare di farlo risuscitare, ma che? Vennero medici d'ogni razza, ma niuno fu capace. Finalmente ne venne uno e disse che era buono di far tornare la statua uomo, basta che gli dessero quello che bisognava. Il re disse che lo darebbe, e lui domandò il sangue dei due figliuoli che il re aveva avuto intanto da quella ragazza, ma la madre non voleva a nessun patto. Allora suo marito diede un ballo, e intanto che sua moglie stava ballando fece ammazzare i due bambini e bagnò col sangue la statua di suo fratello, e la statua tornò subito uomo e andò al ballo. Questa madre vedendo quell'uomo pensò subito ai suoi bimbi. Corse a vedere e li trovò tramortiti e si svenne. E tutti intorno a consolarla e a cercare di farle coraggio. Ma quando lei, aprendo gli occhi, vide quel medico, disse:
"Fuor di qui, brutto ceffo! Tu sei che hai fatto ammazzare le mie creature."
E lui rispose:
"Perdono, signora, non ho fatto nulla di male. Vada a vedere che i suoi figliuoli sono là." Corre a vedere e li trova che facevano il chiasso.
Poi il medico disse:
"Io sono il mago tuo padre che tu hai abbandonato, e ho voluto farti provare cosa vuol dire voler bene ai figliuoli".
E poi fecero la pace e stettero allegri e contenti.

(Monferrato)

"Novelline Popolari Italiane" (1875), Domenico Comparetti

domenica 18 settembre 2016

La Principessa Fillide, il Mito del Mandorlo

C'è sempre di mezzo un Demofoonte (o Demofonte), fratello ora di Trittolemo, ora di Acamante, e figlio o del re di Eleusi Celeo e di Metanira, o dell'ateniese Teseo.
Il Demofoonte che, al momento, non ci interessa, ebbe per balia occasionale, da bambino, Demetra, che viaggiava per il mondo in incognito alla ricerca di Persefone, e Demetra, di nascosto, nottetempo, lo forgiava nel fuoco per donargli l'immortalità. Ma sua madre non riconobbe la Dèa, e, cogliendola sul fatto, mentre lo accostava alle fiamme del focolare, urlò e la fermò. Demofoonte perse la sua occasione, e, si dice, anche la vita, ma i Mortali guadagnarono, attraverso suo fratello Trittolemo, ciò che Prometeo aveva significato con il dono del fuoco. Demetra, infatti, insegnò loro, tramite il fratello di Demofoonte, l'arte di coltivare il grano.


Fillide e Demofoonte, Edward Burne-Jones


L'eroina di un altro mito, un mito così importante che fu uno degli argomenti usati dagli Ateniesi  per avanzare pretese su Anfipoli, è Fillide (Φυλλίς), figlia del re della Tracia. In alcune versioni del mito, il suo amore mortifero fu Acamante. Oppure non sono due varianti dello stesso mito, ma due storie completamente diverse, due diverse, sfortunate principesse.
Secondo Callimaco, Fillide si innamorò dell'ateniese Demofoonte, figlio di Teseo e Fedra, e fratello di Acamante, reduce dalla guerra di Troia.
Demofoonte ricambiò il suo amore, e la sposò, ricevendo in dote la città di Anfipoli, ma, di lì a poco, le confessò la sua struggente nostalgia per la propria patria e il suo proposito di partire alla volta di Atene, e le giurò che, trascorso un anno, sarebbe tornato da lei. Fillide si dolse della sua decisione, lamentando che egli andasse contro le leggi della Tracia e contro le sue promesse, e gli donò, una scatola sigillata. "Aprila solo se io dovessi morire, contiene un amuleto della Dèa madre Rea", gli disse, convinta che non lo avrebbe rivisto mai più.
Demofoonte partì. Trascorse il tempo, trascorse un anno, Demofoonte non tornò.
Alcune versioni del mito dicono che, in realtà, non si fosse recato ad Atene, ma che si fosse insediato a Cipro, forse, al fianco di un'altra principessa.
Disperata, Fillide si uccise con il veleno (o si impiccò ad un albero). Si narra che sia scesa nove volte dalla rocca al porto di Anfipoli prima di suicidarsi, e, da allora, quel percorso si chiamò Enneodo (le nove strade).
Si credeva che certi amori, certe tragedie, muovessero a compassione Dèi troppo simili agli uomini. E, quando ciò accadeva, un Dio trasformava l'eroe o l'eroina in un albero, o un fiore, un fiume o una costellazione. Perchè ne restasse traccia.
Fillide venne trasformata in un mandorlo.
E Demofoonte (o Acamante), finalmente, mantenne la sua promessa e ritornò in Tracia. Appena sbarcato, seppe della morte di Fillide e della sua trasformazione. Disperato, corse ai piedi del mandorlo, lo cinse amorosamente con le braccia e pianse tutte le sue lacrime. Si narra che, allora, il mandorlo perse tutto il fogliame e si ricoprì, per la prima volta, di boccioli candidi e fragranti. Demofoonte si rammentò della scatola sigillata e della raccomandazione della sua sposa. Aprì la scatola e ciò che vide al suo interno lo sconvolse a tal punto che perse la ragione, e, in preda ad un cieco terrore, galoppò fino alla spiaggia, percuotendosi il petto con la sua daga, ma la sua folle corsa si interruppe bruscamente: disarcionato dal suo cavallo, cadde sulla propria lama e morì.


Il suicidio di Fillide, secondo Ovidio, in una miniatura francese del XVmo secolo

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mercoledì 14 settembre 2016

La Leggenda del Serpente Bianco, del Serpente Nero, del Giovane Xu Xian e del Monaco Fa Hai

Toshiyuki Enoki


Questa antichissima storia cinese, tramandata oralmente per secoli, divenne un racconto scritto nel settimo secolo, durante la dinastia Tang, e si inserisce nel filone, noto anche nel nostro patrimonio folcloristico, della "sposa soprannaturale". Ho già avuto occasione di sottolineare come il nostro tipo fiabesco, in genere riguardante la ragazza-serpe, sia totalmente rovesciato rispetto al mito e/o alle fiabe diffuse in Asia e in Africa.
In Asia e in Africa, la donna non è stregata, né soggiace a qualche incantesimo, ma è un serpente, che assume l'aspetto di una bellissima umana, si unisce ad un giovane mortale, e, in genere, gli dà anche un figlio. Quando il marito scopre la sua vera natura, il Serpente sparisce per sempre, ma non senza provvedere al figlioletto, che lascia allo sposo mortale. Melusina, la bellissima donna-drago, è la parente più stretta di questo genere di eroine. E la sua leggenda, come molte altre, era funzionale a creare un alone mitico intorno alle origini di una potente famiglia realmente esistita.
In Cina, la versione più pericolosa e popolare di questo mito ha per protagonista una Volpe, dèmone lussurioso e fatale o spettro inquieto e maligno che s'incarna in una donna bellissima e affascinante, spesso accompagnata da una "consorella" che si finge sua serva. Nei panni di una donzella in difficoltà, durante una tempesta di neve o di pioggia, attende le sue vittime nei pressi di una pagoda in rovina, di un ponte, dei resti di un'antica villa o di una tomba. "Salvata" e ospitata da qualche giovane e solitario mortale, riesce d ammaliarlo e a farsi sposare. In genere, la natura maligna della moglie viene scoperta da qualche saggio monaco buddista chiamato per curare la malattia del giovane, che sta deperendo rapidamente. Che sia anche un'allegoria, una spiegazione soprannaturale, o meglio, superstiziosa, della tisi, mi pare evidente.
(Vedi la Lamia e la Dame-sans-Merci di Keats).



Toshiyuki Enoki



l Serpente Bianco, Bai Suzhen, e il Serpente Nero, Xiao qing, vivevano da millenni sul monte Emei, montagna sacra per il Buddismo, il Taoismo e il Confucianesimo. Avevano studiato anche la magia, di cui erano diventati maestri. Un giorno, decisero che ne avevano abbastanza di una vita solitaria fra le nevi e i tramonti d'oro del monte Emei, e, curiosi di sperimentare la vita dei mortali, dopo aver assunto l'aspetto di due bellissime fanciulle umane, scesero al meraviglioso Lago dell'Ovest, che si diceva nato da una perla caduta dalla Via Lattea, nel distretto di Hangzhou. Mentre si trovavano sul ponte Duan Qiao, ammirando l'incantevole bellezza del lago, vennero sorprese da un improvviso e violento acquazzone. Un giovane e bellissimo uomo di nome Xu Xian, che lavorava presso una farmacia, accorse in loro aiuto offrendo la protezione del proprio ombrello.
Il Serpente Bianco si innamorò immediatamente di quel giovane gentile, e ne fu ricambiata. Con l'aiuto e la mediazione della sorella Xiao qing, s'incontrarono ancòra sul ponte... in fondo, c'era un ombrello da restituire. In breve, Bai Suzhen e Xu Xian si fidanzarono, si sposarono e andarono a vivere insieme, pienamente felici.
Aprirono una farmacia a Zhenjiang, e, grazie al sapere di Suzhen, la farmacia prosperò, poiché il Serpente Bianco conosceva medicamenti in grado di guarire anche malattie fino ad allora considerate incurabili.
Sulle Montagne d'Oro, le montagne Jin Shan, viveva un monaco buddista di nome Fa Hai. Le montagne della Cina erano popolate di antiche Divinità, santi Monaci e spaventosi Démoni. Fa Hai lottava quotidianamente contro queste orribili e mortifere creature. Comprese la vera natura di Bai Suzhen  e scese dal suo eremo per avvertire il giovane Xu Xian del pericolo che correva. Ma Xu Xian  era troppo innamorato della moglie per credere alle sue parole, e il monaco se ne andò.
Arrivò il tempo della Festa della Barca del Drago, il quinto giorno del quinto mese del calendario lunare. E' una delle più importanti feste cinesi, e fa da sfondo a molte, bellissime fiabe e leggende. Grandi imbarcazioni in forma di Drago si sfidavano, e i migliori giovani, che si preparavano tutto l'anno, formavano delle squadre sfidandosi nella danza e nei tuffi. Quindi, era anche una celebrazione del corpo, della sua cura. Alle vesti dei bambini venivano cuciti sacchetti contenenti cinque delle tremila erbe mediche per proteggerli dalle malattie, gli adulti bevevano decotti e tisane speciali. Il monaco consegnò a Xu Xian un liquore medicinale che, offerto all'inconsapevole sposa, ne avrebbe rivelato la vera natura. I due sposi festeggiarono mangiando i dolci tipici della ricorrenza, poi, Xu Xian, secondo la tradizione, offrì il liquore beneaugurante alla moglie, che lo bevve e fu còlta da un sonno profondo. Quando  Xu Xian scostò le cortine del letto vide il Serpente Bianco nel suo vero aspetto e, inorridito e terrorizzato, perse i sensi e cadde come morto.



Toshiyuki Enoki


Il Serpente Bianco, nonostante fosse incinta, si recò nell’Isola Sacra, Dei Peng Lai, dove vivevano gli Otto Immortali, e rubò un'erba magica per salvare il marito. [Nella mitologia cinese, Dei Peng Lai è molto simile alla Tìr-na-n-'Og irlandese: il tempo immobile, i frutti e le erbe che curano qualsiasi malattia e donano l'eterna giovinezza, il cibo inesauribile...]
Fa Hai condusse con sé Xu Xian per farlo diventare un monaco del tempio sulle Montagne d'Oro, e respinse Bai Suzhen e Xiao Qing  che erano andate a reclamarlo.
E si scatenò una grande battaglia. Il Serpente Bianco, chiamati a raccolta tutti gli esseri d'acqua, sommerse con immani inondazioni le montagne Jin Shan, poi, Fa Hai, a capo delle armate degli Déi, combatté contro il Serpente Bianco e lo sconfisse. Le due sorelle fuggirono verso Hangzhou, ma anche il monaco Xu Xian sfuggì alla sorveglianza di Fa Hai, che, apparentemente vinto dalla forza di quell'amore, evocò un vento magico che trasportò il giovane a Hangzhou, consentendogli di rimanere un mese con la moglie, fino alla nascita del figlio.



Brad Reuben Kunkle



E i due innamorati, il giovane sposo disperato, e l'Immortale sconfitta, si incontrarono nuovamente sul ponte Duan Qiao (che è il luogo degli innamorati per eccellenza anche nell'odierna Cina, altro che i lucchetti di Muccino...)
Il Serpente Nero, Xiao Qing, avrebbe voluto uccidere Xu Xian per la sua debolezza e la sua poca lealtà, ma l'innamorata Suzhen prese le sue parti ed ottenne per lui il perdono della sorella.
Dopo un mese dalla nascita del figlio della coppia, il monaco Fa Hai inviò loro un Dio, che coprì Suzhen con una scodella d’oro e la segregò sotto la Pagoda di Lei Feng, e Fa Hai disse: "Potrà uscire solo quando le acque del Lago dell’Ovest saranno prosciugate e la Pagoda di Lei Feng sarà distrutta".
E Suzhen fu imprigionata e separata per sempre dal marito e dal figlio.
Ma il Serpente Nero, Xiao Qing, non si arrese.
Fermamente determinata a vendicare e a liberare la sorella Suzhen, ritornò sul monte Emei, dove, per lunghi anni, approfondì i suoi studi delle arti magiche, quindi, chiamò a raccolta gli spiriti che vivevano sulla montagna, e li guidò alla Pagoda di Lei Feng*, sconfisse i guardiani e la distrusse con il fuoco. Il Serpente Bianco era libero.




*Una Pagoda di Lei Feng, più volte distrutta, effettivamente esisteva in tempi molto antichi, anche se successivi al periodo in cui questa storia fu messa per iscritto. Ma, proprio a causa della Leggenda del Serpente Bianco, la pagoda crollò nel '24, poiché i visitatori rubavano i mattoni che ne formavano la base, credendo che avessero sovrumane proprietà guaritrici. Fu ricostruita 75 anni più tardi.








Dal diciottesimo secolo, questo classico della tradizione entrò a far parte del repertorio dell'Opera di Pechino, dove, come sappiamo, i ruoli femminili vengono interpretati da uomini. Assecondando i mutamenti del sentire popolare, la leggenda si trasformò definitivamente in una storia di amore contrastato e di magia. L'originaria lotta del Bene (il Monaco buddista, e il colore giallo della sua veste, simbolo del Sacro) contro il Male (il Serpente, lo Spirito vestito di bianco, il colore della Morte) in difesa del genere umano, come accade ad ogni latitudine, si rovescia completamente. Il monaco è un traditore della propria fede, invidioso e malvagio, uno stregone malefico, mentre il Serpente Bianco, da dèmone parente di Volpi e divoratore di uomini, si fa sempre più donna innamorata.

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sabato 10 settembre 2016

I Re Elle, Danimarca

Secondo la tradizione danese, i re Elle, sotto la denominazione di re del promontorio (Klintekonger), sorvegliano e proteggono tutto il paese. Quando guerra o qualche altra sfortuna minacciano di arrivare nel paese, sul promontorio si possono vedere eserciti completi allineati fermi a difesa del paese.
Uno di questi re risiede a Möen, sulla macchia che porta tuttora il nome di Collina del Re (Kongsbjerg). La sua regina è la più bella tra le creature e dimora al Seggio della Regina (Dronningstolen). Quel re è un grande amico del re di Stevns ed entrambi sono nemici di Grap, il re del promontorio di Rűgen, che deve tenersi alla larga e scrutare oltre il mare per vedere se si avvicinano.

Un'altra tradizione, tuttavia, dice che vi è un solo re che governa sulle terre dei promontori di Möen, Stevns e Rűgen. Egli possiede una magnifica carrozza tirata da quattro cavalli neri. Su di essa egli attraversa il mare, da un promontorio all'altro. In quelle occasioni il mare diventa nero ed è molto agitato e si possono udire distintamente lo sbuffare e nitrire dei suoi cavalli.

Un tempo si credeva che nessun monarca mortale osasso andare a Stevns, perché il re Elle non gli avrebbe permesso di attraversare il fiume che lo circonda, ma Christian IV lo passò senza opposizione e da allora diversi monarchi danesi sono stati là.
A Skjelskör, in Zelanda, regna un altro di questi gelosi sovrani di promontorio di nome Toly (Twelve = Dodicesimo). Egli non tollera che un principe mortale passi il ponte di Kjelskör. Egli avverte anche la sentinella che se si dovesse avventurare in zona deve gridare "dodici in punto al villaggio" e potrebbe accadergli di trovarsi trasportato al villaggio di Borre o presso i mulini a vento. Gli anziani che hanno occhio per queste cose dichiarano che spesso vedono il re Toly rotolarsi sull'erba alla luce del Sole.
La notte di capodanno egli prende dalla forgia di un fabbro o dell'altro nove nuovi ferri per i suoi cavalli; devono essere sempre lasciati lì pronti per lui e con essi i chiodi necessari a complemento.

Il re Elle di Bornholm si lascia occasionalmente sentire mentre suona il piffero e il tamburo, in particolare quando la guerra è vicina; lo si può vedere nei campi con i suoi soldati. Questo re non tollera che un monarca terreno passi più di tre notti sulla sua isola.




Nel credo popolare vi è una qualche strana connessione tra gli Elfi e gli alberi. Non solo essi li frequentano, ma hanno un interscambio di forma con loro. Nel cimitero di Store Heddinge, in Zelanda, vi sono i resti di un bosco di querce. Questi, dice la gente comune, sono i soldati del re Elle; di giorno sono alberi, di notte valenti guerrieri.


Maud Tindal Atkinson 


Da "Fate nordiche, francesi e medioevali - mito e leggende", Thomas Keightley

venerdì 9 settembre 2016

La Rosa di Bagdad (1949)

Presentato come il primo lungometraggio in technicolor italiano ed europeo (onore contestato sia in Italia che in Germania), nacque dalla folgorazione di Anton Gino Domeneghini, colpito dalla Biancaneve di Disney. Lavorazione lunghissima e tormentata, sotto i bombardamenti. Le scene sono di Libico Maraja.








mercoledì 7 settembre 2016

Dorani, Fiaba del Punjab (India), Raccolta da A. Lang - Traduzione Mia

Kate Baylay



anto, tanto tempo fa, viveva in una città dell'Hindustan un commerciante di profumi e di essenze che aveva una bellissima figlia di nome Dorani.
La fanciulla era amica di una Fata: entrambe godevano del favore di Indra*, il Signore del Paese delle Fate, poiché il loro canto era di una tale dolcezza e la loro abilità di danzatrici era così raffinata che in tutto il Regno non v'era alcuno che potesse rivaleggiare con loro quanto a grazia e bellezza.
Dorani aveva una lussureggiante, lunghissima chioma di incomparabile magnificenza che pareva oro filato e che profumava di rose appena sbocciate, ma il cui peso le pareva spesso insopportabile; così, un giorno, si tagliò una grossa treccia lucente, l'avvolse in una larga foglia e la gettò nel fiume che scorreva sotto le sue finestre. Ora, avvenne che il figlio di un Re impegnato in una battuta di caccia sostasse sulla riva del fiume per dissetarsi, e, proprio in quel momento, una larga foglia arrotolata che emanava un intenso profumo di rose galleggiò verso di lui. Spinto dalla curiosità, il Principe entrò in acqua e raccolse la foglia; la srotolò, e, al suo interno, scoprì una meravigliosa treccia lucente che pareva oro filato e che emanava un inebriante, delizioso profumo.
Quel giorno, quando tornò a casa, era così triste e silenzioso che suo padre si domandò se si fosse ammalato, e gli chiese cosa avesse. Allora, il giovane trasse dal petto la treccia che aveva trovato nel fiume, la sollevò verso la luce e disse:
"Guarda, padre mio, e dimmi se hai mai visto capelli simili a questi! Se non riuscirò a conquistare e a sposare la fanciulla a cui questa treccia appartiene, ne morirò!"

giovedì 25 agosto 2016

La Bella dai Capelli d'Oro, Carlo Collodi Traduce Mme d'Aulnoy

In genere, non uso fiabe letterarie come esempio, ma questa, nell'interpretazione di Mme d'Aulnoy, tradotta da Collodi, ha abbondanti riferimenti e salde radici popolari. Chi ha letto la fiaba "L'Uccello di Fuoco" coglierà subito le affinità.
La penna francese e aristocratica si nota soprattutto per quanto riguarda il personaggio del Re. Bello, ma non bello quanto Avvenente, e, quindi, in competizione con lui, fuorviato dai soliti cortigiani gelosi, non si fa portavoce dei compiti impossibili richiesti dalla fidanzata: è lei che impone le prove al protetto del Re, e sceglie lui proprio perché ha superato le prove e si è guadagnato la Regalità. E la morte del marito-Re è dovuta ad un fatale incidente "domestico" che non manca di svelare i metodi di governo del defunto.  La Bella dai Capelli d'Oro svolge la funzione dell'uccello di fuoco. E' il segno ed il premio della predestinazione e della regalità. A suo modo, è anche l'Aiutante. L'oro, il colore rosso, il fuoco sono riferimenti al prodigioso e al soprannaturale. Nella realtà storica.



'era una volta la figlia di un Re, la quale era tanto bella, che in tutto il mondo non si dava l'eguale; e per cagione di questa sua grande bellezza, la chiamavano la Bella dai capelli d'oro, perché i suoi capelli erano più fini dell'oro, e biondi e pettinati a meraviglia le scendevano giù fino ai piedi.
Essa andava sempre coperta dai suoi capelli inanellati, con in capo una ghirlanda di fiori e con delle vesti tutte tempestate di diamanti e di perle, tanto che era impossibile vederla e non restarne invaghiti.
In quelle vicinanze c'era un giovane Re, il quale non aveva moglie, ed era molto ricco e molto bello della persona. Quando egli venne a sapere tutte le belle cose che si dicevano della Bella dai capelli d'oro, sebbene non l'avesse ancora veduta, se ne innamorò così forte, che non beveva né mangiava più; finché un bel giorno, fatto animo risoluto, pensò di mandare un ambasciatore per chiederla in isposa.



Cowper F.


lunedì 22 agosto 2016

L’Uccello di Fuoco e la Principessa Vassilissa, Afanas'ev, Russia

Con tutto il mio inalterabile amore per il patrimonio culturale, la letteratura e le fiabe, e gli artisti classici russi, sovietici e moderni.





n un certo reame, ai confini della terra, nell’ultimo degli stati, viveva una volta uno zar forte e potente. Questo zar aveva un giovane arciere, e il giovane arciere aveva un valente cavallo.
Una volta l’arciere se ne andò a caccia nel bosco col suo cavallo; va lungo la strada, la larga strada, ed ecco trovò una piuma d’oro dell’uccello di fuoco; come fiamma splendeva quella piuma!
Gli dice il valente cavallo: "Non prendere la penna d’oro; se la prendi, un guaio attendi!" E medita il prode giovane: raccoglierla o non raccoglierla? Se la raccoglie e la porta allo zar, certo egli lo ricompenserà generosamente; e a chi non è caro il favore d’un re?
L’arciere non diede ascolto al suo cavallo, raccolse la piuma dell’uccello di fuoco, la portò e la presentò in dono allo zar.