domenica 26 marzo 2017

La Signorina Esperson, di Stephen Grendon

Ricordavo la signorina Esperson molto vagamente, quando lessi il suo cognome nella colonna dei necrologi di un giornale metropolitano. Suppongo sia sempre per queste vie misteriose che si creano ponti per i ricordi, specie per i ricordi d'infanzia, anche se poi non riusciamo a spiegare il flusso di pensieri che si intrecciano successivamente.
Nel caso della Esperson, forse fu la differenza tra la visione delle cose dell'uomo maturo e la visione delle cose del ragazzo che non ero più. Di sicuro era improbabile che esistesse un rapporto tra il gentiluomo appena defunto di nome Esperson, e la dolce vecchietta di quella piccola cittadina della Louisiana dove avevo trascorso tanta parte dell'infanzia.



Paul Hoecker



Il fatto è che avevo dimenticato completamente la signorina Esperson. Erano dieci anni che non ripensavo più a lei, e l'imbattermi nella lettura del nome Esperson tra i necrologi fu assolutamente un caso di pura coincidenza. L'avevo appena scorso, così, distrattamente, quando dai recessi della mia memoria uscì improvvisamente l'immagine della signorina Esperson, e in un attimo mi ritrovai nelle vesti di un ragazzino di un'oscura cittadina della Louisiana.
Ecco la Esperson, alta, con la sua bizzarra faccia rettangolare, la mascella forte - quasi equina, a ripensarci adesso - e i suoi meravigliosi occhi scuri incastonati tra i capelli d'argento... Ecco la sua piccola "proprietà", circondata da filari di alberi e da un giardino di rose, separata dal resto della città, affacciata sulla strada ombrosa dietro al fiume che tracciava i confini della sua terra, quei prati che erano un vero paradiso per i fortunati bambini che vi arrivavano per caso... Ed ecco di nuovo quel terrore superstizioso così sciocco, agli occhi di un bambino. Perché la Esperson, che era di sicuro lo spirito della dolcezza incarnato e che non faceva del male a nessuno, avviandosi serenamente sulla strada del tramonto come si conveniva all'ultima superstite di una famiglia estinta, era vittima di una strana paura superstiziosa da parte della popolazione nera della città. Una paura oltremodo strana proprio perché era assolutamente infondata.
La signorina Esperson, infatti, in tutta la sua vita, non aveva mai pronunciato una sola parola offensiva contro i negri, anzi, semmai li trattava con maggiore cortesia di tutti gli altri cittadini bianchi. Eppure i negri, non appena la vedevano, attraversavano la strada, o evitavano di guardarla negli occhi, oppure la scrutavano con la coda dell'occhio.
Non era mai qualcosa di diretto, la manifestazione di questa loro paura. Se alla signorina occorreva aiuto in casa, le donne negre alle quali si rivolgeva si ricordavano sempre di un altro lavoro da fare proprio quel giorno, oppure "speravano" di poter venire un giorno o l'altro. Non osavano offenderla direttamente, e quando, in rare occasioni, accettavano il lavoro, era evidente che lo facevano per paura. Che fossero sempre trattate con ogni riguardo e ben pagate, per loro non sembrava avere importanza.
C'era qualcosa, in lei, che risvegliava bruscamente gli istinti primitivi dei neri, e la loro reazione nei suoi confronti era sempre la stessa, dal più vecchio al più mocciosetto. I loro bambini, quando parlavano di lei con noi bianchi, ci lasciavano capire tra le righe che la Esperson era una persona terribile e che era dotata di certi "poteri" perché era nata nelle Indie Occidentali, dove suo padre era Console, e aveva imparato molte cose dai negri superstiziosi di quel paese dove era cresciuta.
I negretti la chiamavano con un soprannome che avevano sentito mormorare, di sicuro, dai loro genitori; la chiamavano "Obi", una parola che per noi non aveva significato, anche se a volte, per scherzare, la chiamavamo così pure noi. Ma noi bianchi che abitavamo nel vicinato non avevamo la minima paura della signorina Esperson, perché sapevamo che la sua casa era una mecca, un posto dove avremmo trovato cose che ci avrebbero fatto impazzire di gioia: torte, biscotti, gelati, fragole al miele, cocomero, e perfino dei giochi, che lei faceva con noi. Forse si sentiva sola? Doveva essere così, pur se aveva la sua cerchia ristretta di amici, i quali le facevano visita e ai quali faceva visita, e che l'amavano in proporzione diretta a come i negri ne avevano paura.
Ricordai tutto quanto. Come ho detto, la scena riapparve dal passato inalterata, senza ombre; eppure vi trovavo un'indefinibile differenza, non tanto nei fatti riportati alla memoria, quanto nel modo in cui questi venivano interpretati. Era mutata la prospettiva.
Da quell'ultima volta in cui, ancora ragazzo, avevo visto la salma della signorina Esperson composta nella dignità della morte, non ero più riandato col pensiero a quegli anni, ed ecco che adesso, stranamente, a causa di un giornale assolutamente estraneo alla sua vita e alla sua persona, esce fuori una donna che, pur rimanendo la stessa di allora, offre misteriosamente qualcosa di più, una sorta di rivelazione, a un adulto meno sicuro del significato della vita e della morte e al tempo stesso più sicuro del ragazzino di vent'anni prima.
Ricordai la signorina Esperson, e ricordai Jamie.
Jamie abitava con il padre e con la matrigna alla destra della proprietà della Esperson, così come io abitavo alla sua sinistra, e per entrambi la casa della signorina era una sorta di rifugio. Ma non ero io ad aver bisogno di quel rifugio, era Jamie, perché la sua matrigna era perfida e crudele.
Rammento ancora con quale furia cieca e impotente ascoltavo che cosa gli faceva la matrigna quando il padre non era in casa, con quanto odio lo maltrattasse, e ricordo l'istinto di protezione che suscitavano in me tutte quelle sofferenze. Jamie doveva avere circa sette anni a quel tempo; sua madre era morta due anni prima, e il padre si era risposato con una donna dai capelli particolarmente rossi che aveva conosciuto a New Orleans.
Questa donna aveva preso in antipatia Jamie fin dal primo momento; inizialmente, forse, perché lui continuava a pensare alla mamma, e lei lo aveva interpretato come una critica nei suoi confronti, reagendo, anziché con la pazienza che ci vuole in queste circostanze, con un antagonismo che il ragazzo aveva avvertito immediatamente; sicché, qualunque speranza ci fosse in futuro di instaurare un rapporto tra i due, era stata irrimediabilmente bruciata. Inoltre, lei lo aveva colpito nel punto più vulnerabile, cercando di privarlo, cioè, di tutti gli oggetti che lo legavano alla mamma, perfino dei vestiti che la madre gli aveva cucito e riparato, malgrado non gli entrassero più. Era una crudeltà raffinata che andava ben oltre la severità, e che ben presto degenerò in violenza fisica quasi animalesca, quando Jamie, cioè, le dichiarò apertamente il proprio odio, continuando a restare attaccatissimo al ricordo della madre.


Boris Kustodiev



Ogni volta che Jamie riusciva a scapparle, correva a casa mia, oppure dalla Esperson, la quale aveva conosciuto sua madre e che rappresentava, perciò, un altro legame con il passato, dove crudeltà e dolore non erano esistiti. E a noi, e a nessun altro - neppure a suo padre, visto che la matrigna riusciva sempre a metterlo in cattiva luce ai suoi occhi - raccontava tutto quello che era successo, con una riluttanza che nasceva dalla necessità di sgravarsi in qualche modo della sofferenza rendendone partecipi altre persone. E la signorina, con i suoi modi gentili, lo consolava sempre, ed era molto brava in questo.
"Non va mai così male come si crede", gli diceva.
"Non mi ha voluto dare niente da mangiare a colazione, tranne un po' di latte scremato", le confessava Jamie.
La chiamava sempre lei. Neppure la frusta sarebbe riuscita a convincerlo a chiamarla con un qualsiasi altro nome che suggerisse una relazione materna.
"E allora mangerai qui da me tutto quello che desideri."
E mentre mangiava il cibo che la signorina gli portava, Jamie continuava a snocciolarle tutti i suoi crucci. Non era un bambino lagnoso. Insomma, non si lamentava mai senza un buon motivo, anche se quegli occhioni tristi e la carnagione pallida sotto la quale trasparivano le vene gli conferivano un aspetto languido. No, Jamie si limitava a recitare la storia dei suoi patimenti in tono monotono e piatto con una nota di incertezza, come se temesse che quello che stava dicendo fosse troppo assurdo per essere creduto, perfino da due come noi, di cui si fidava.
Verso la fine - perché ci fu una fine alle miserie di Jamie, anche se noi, all'epoca, non fummo capaci di prevederlo - la Esperson lo convinse a mostrarle i segni della cinghia che aveva sulla schiena ossuta. A rivedere adesso quella scena, con gli occhi di un adulto, ricordo con chiarezza come trasalisse, le prime volte, e poi come diventasse pallida, e quale luce risoluta brillasse nei suoi occhi.
"Oh! Povero ragazzo!", lo consolava, scortandolo in casa sua, dove gli medicava la schiena ferita. E, quando Jamie se ne andava, gli riempiva le tasche con qualcosa di speciale - dei cioccolatini, o una torta al miele fatta da lei - per fargli scordare i suoi guai.
Ma Jamie pensava continuamente alla propria situazione, anche se non si lamentava. Glielo leggevi negli occhi ogni volta che guardava casa sua, sebbene si vedesse ben poco dalla siepe e dagli alberi.
Sul retro della sua casa, come anche della mia e di quella della signorina, c'era un bel prato che arrivava fino al fiume. Da quando la mamma era morta, non esisteva più il giardino, in quanto la matrigna, che non trovava il tempo neanche per lei stessa, figurarsi se poteva trovarne per pensare al prato o per trovare un giardiniere, che andava sempre reclutato tra la popolazione nera.
E guardandolo capivi anche che aveva avuto la proibizione, già da tempo, di far visita alla Esperson. La matrigna sospettava di sicuro che l'anziana signorina l'avesse preso in simpatia, perché una volta, prima ancora che prendesse l'abitudine di picchiarlo, era entrata marciando nel suo cortile e aveva agguantato Jamie per un braccio.
L'aveva trascinato letteralmente a casa - anche se aveva già detto alla signorina che cosa pensava di lei - lasciando la Esperson tutta tremante, bianca in volto e con il fazzoletto alla bocca, a seguire con lo sguardo i due che si allontanavano tra gli alberi, mentre Jamie protestava strillando e inciampava per strada, e il rumore delle botte della signora Fallon che piovevano addosso al ragazzo. Ripetei una cosa che avevo sentito dire a mia madre.
"La Fallon non è una signora, vero, signorina Esperson?"
"Temo di no, Stephen - rispose lei - Non si comporta come dovrebbe comportarsi una signora, vero?"
Ma Jamie continuò a venire lo stesso. Aveva un disperato bisogno di rifugiarsi dalla Esperson, un bisogno più forte della paura della punizione che di sicuro sarebbe seguita se avesse disubbidito alla matrigna. Era qualcosa di più importante, per lui, della repulsione che gli ispirava la certezza della punizione, fisica o morale che fosse.
Mia madre amava definire Fallon un "uomo fatuo". Sebbene nessuno sapesse quali frottole gli raccontasse la seconda moglie, avrebbe dovuto rendersi conto lo stesso di quello che stava accadendo. Forse la nuova signora Fallon recitava la scenetta dell'affetto sincero verso Jamie ogni volta che il signor Fallon era in casa, sapendo che il marito l'avrebbe lodata con orgoglio, mentre lei, in realtà, aveva passato tutta la giornata a maltrattare il ragazzo.
Sicuramente esistevano diversi modi per ingannare quell'uomo, molte occasioni per nascondergli la verità e metterlo contro suo figlio senza che se ne accorgesse. Fallon, in tutti i modi, restava "uno stupido con le donne", come aggiungeva mio padre.
Credo che la tortura di Jamie andasse avanti per circa un anno. Adesso, a vent'anni di distanza, non ne sono tanto certo; alcuni ricordi sono rimasti perfettamente nitidi nella mia memoria, ma il tempo altera sempre le cose. Di sicuro durò un bel pezzo; è possibile che si trattasse anche di più di un anno, perché la salute di Jamie, alla fine, era diventata malferma, ed era evidente che la matrigna aveva tutte le intenzioni di sbarazzarsi di lui. Forse non si sarebbe fermata neanche davanti all'aperto omicidio, se fosse stata sicura di sfuggire alle conseguenze del crimine.
Un giorno Jamie si presentò con una nuova storia. Era una giornata particolarmente calda, che seguiva una nottata incredibilmente fredda. Si era preso un brutto raffreddore. La Esperson, preoccupata dei continui colpi di tosse, gli chiese premurosamente come fosse successo.
"Non avevo abbastanza coperte", disse il ragazzo.
"Oh! Ma ti bastava srotolare l'imbottita, Jamie", disse la signorina, sapendo che dormiva con una piccola imbottita ai piedi del letto, come facevamo quasi tutti, per premunirci in caso di notte facesse particolarmente freddo.
"Me l'ha presa lei."
Per un secondo la signorina Esperson non seppe cosa dire; sul suo viso apparve un conflitto di reazioni, anche stupore.
"Quando?", gli chiese alla fine.
"Quando è venuta ad aprire le finestre."
La nottata era stata troppo fredda per aprire le finestre.
"Tu dormivi?", volle sapere lei.
"Lei credeva di sì."
Quello che per un ragazzo di otto anni come me non era evidente non era certamente sfuggito invece alla signorina Esperson. Se la matrigna di Jamie era entrata in camera sua mentre lui dormiva per togliergli l'imbottita e aprire al tempo stesso le finestre, allora doveva avere ogni intenzione di fargli prendere un bel raffreddore... o peggio. Peggio, probabilmente.
Il tentativo, comunque, era fallito, e la signorina lo portò in casa sua e gli massaggiò il petto con grasso d'oca, dandogli anche della roba calda da bere che preparò miscelando qualche cosa che conservava in piccoli sacchetti riposti nella credenza.
L'odore dolce e speziato di quella bevanda era fantastico per noi ragazzi; dovevano essere delle erbe, perché la signorina andava a raccoglierle lungo il fiume, dove cominciavano le paludi, e dove vivevano i negri, i quali, non appena la vedevano, correvano a rinchiudersi nelle loro catapecchie, sbarrando tutte le finestre, in preda a una paura irrazionale.
E così il raffreddore di Jamie passò.
Ma la Esperson non scordò tanto facilmente la preoccupazione che si era presa. Al contrario, era sempre in apprensione, come se temesse che Jamie, un giorno, non avrebbe più attraversato di nascosto la siepe per venire da noi, quasi temesse di trascurarlo, anzi, come se tutti e due potessimo trascurarlo, dal momento che riusciva a farmi sentire che io e lei facevamo fronte comune nel proteggere Jamie.
E così era, suppongo, perché, se la collera e l'odio avessero potuto uccidere la Fallon, lo avrei fatto con gioia. Ricordo di aver pianto molte volte, per la rabbia di non poter far niente per proteggere Jamie dalla crudeltà della matrigna. Sicché dividevamo anche la sofferenza e la preoccupazione, oltre ai dolcetti al miele e ai giochi.
Un'altra volta, Jamie si presentò strisciando sotto la siepe. Stava così male che non si reggeva in piedi. La Esperson lo vide dal soggiorno, corse a prenderlo, e lo portò nella sua camera da letto, dove io lo trovai diverse ore dopo, gravemente malato, anche se lei gli aveva dato qualcosa.
Quando arrivai, la trovai che camminava su e giù, bianca come le margherite dentro al vaso sotto la finestra e, non appena mi vide, versò un po' del vomito di Jamie in un vasetto di marmellata, e mi spedì di corsa con un biglietto dal dottor Lefevre, un anziano medico in pensione che, come la Esperson, veniva da una delle più antiche famiglie della Louisiana.
Quando Jamie si sentì un po' meglio, la signorina gli rivolse alcune domande. Che cosa aveva mangiato?
Niente, oltre la colazione.
E in cosa era consistita la colazione?
"Latte e pane tostato. Aveva un sapore strano."
Poi si era sentito sempre peggio, e a mezzogiorno aveva cominciato a dare di stomaco. La matrigna lo aveva rinchiuso in bagno, e lo aveva lasciato lì. Lui si era arrampicato sulla finestra, debole e terrorizzato. La Esperson sapeva di sicuro che l'istinto lo aveva guidato bene.
Dopodiché si allacciò il cappello, prese l'ombrello, e uscì decisa.
Ma non suonò, alla fine, alla casa della Fallon e del padre di Jamie. Che fosse quella la sua intenzione era evidente, perché si diresse immediatamente da loro. Arrivata alla siepe, tuttavia, si fermò e tornò dentro da me; poi, senza dire una parola, si tolse il cappello e posò l'ombrello.
Jamie era ancora molto debole, ma si sentiva un po' meglio.
Ricordo la faccia della signorina, quando rientrò nella camera. Aveva uno sguardo strano; se non l'avessi conosciuta così bene, mi sarei spaventato. Si sedette accanto a Jamie e gli prese una mano, cominciando a parlargli. Gli parlò in un modo curioso, diverso dal solito, anche se era gentile come sempre.
"Jamie, la tua matrigna ha dei capelli bellissimi", disse.
"Non mi piacciono i capelli rossi."
"E quando si pettina, gliene cade qualcuno."
"Vorrei che le cascassero tutti quanti. Vorrei strapparglieli io stesso."
"Jamie, sai se la tua matrigna conserva i capelli?"
"Sì."
"Me ne porteresti un po'?"
"Certo."
Allora lei sorrise, lui sorrise, e nell'aria vibrò qualcosa. Era strano, anche se a quel tempo, forse, mi parve soltanto insolito; i bambini accettano molte cose che i grandi non accettano, perché il mondo infantile è una rivelazione costante che non ha bisogno della causa e dell'effetto.


Auguste Toulmouche



Certo la signorina Fallon, come gran parte delle donne bianche di quella città - e sicuramente di tutte le cittadine di provincia di quei tempi - conservava i capelli rimasti dentro al pettine per gonfiare l'acconciatura. Che cosa pensasse Jamie non lo so, ma doveva aver capito che stava per entrare in una cospirazione con la Esperson; e doveva sapere che la matrigna non gli avrebbe mai permesso di impossessarsi dei suoi capelli, e questa consapevolezza aggiungeva determinazione alla promessa fatta.
Così un giorno si presentò con la sospirata ciocca di capelli e la consegnò alla signorina, la quale la mise al sole e disse:
"Oh! Guarda come brilla al sole!", e "Ah! Quanto si arrabbierebbe, se sapesse che l'hai portata a me!". Al che scoppiarono a ridere tutti e due, complici nel loro segreto. "Ma non li avrai presi tutti, spero? Avrai lasciato qualche ciocca di capelli, mi voglio augurare?"
"Dio! No, signorina!"
"Allora se ne accorgerà. Poi si insospettirà e comincerà a porsi delle domande", disse lei, infilandosi la ciocca rossa in tasca.
Dopo quella volta non parlammo mai più della ciocca rubata alla signora Fallon; Jamie, tuttavia, non abbassò neanche un attimo la guardia. Sapeva che doveva stare attento a quello che mangiava, specie se aveva un sapore strano; se poi veniva costretto a mangiare qualcosa di sospetto - perché la Esperson aveva considerato anche questa eventualità - doveva ingerire qualche pillola del tubetto che gli aveva dato il dottor Lefevre per provocare il vomito.



Paul Hoecker



Passarono così circa due settimane. Avevamo cominciato a fare un nuovo gioco che la signorina ci stava ancora insegnando. Dovevamo costruire uno "stagno" per il suo pesciolino d'oro, scavando prima di tutto una buca nel prato, dove andavano messi sassolini e sabbia. Poi bisognava rimediare un tubo per portare l'acqua dalla casa allo stagno, e infine scavare un canaletto di scarico per far confluire l'acqua dentro al fiume. Avremmo dovuto realizzare, infine, un paesaggio in miniatura per far somigliare lo stagno a un grande lago oppure a un affossamento in un fiume, visto che l'acqua entrava e usciva.
Lavorammo al progetto per giorni, e la signorina Esperson, di tanto in tanto, veniva a darci qualche suggerimento o ad apportare qualche modifica. Intorno allo stagno c'era un boschetto nano degradante, molto simile a quello che costeggiava il fiume sotto il giardino della Esperson, che veniva separato mediante una siepe proprio al centro dello stagno.
La signorina, però, non si decideva a gettare in acqua i pesciolini, anche se ogni giorno cambiava questo o quello, e non ci lasciava il tempo di chiederci come mai. Pensammo che probabilmente aveva paura che qualche gatto li divorasse. Ad ogni modo non ci importava molto dei pesciolini; lo stagno era una grande novità, e tutti e tre parlavamo di altri progetti simili, come creare, ad esempio, un ruscelletto con tanto di cascate. La Esperson ci disse che sì, la cosa si poteva fare, ma non adesso.
Tutti i giovedì Jamie prendeva lezioni di musica. La matrigna non glielo avrebbe mai permesso, se avesse sospettato che la sua avversione per la musica era tutta una finzione; così lo costringeva ad andarci, nella convinzione di peggiorare ulteriormente, in tal modo, la sua già grama esistenza.
Di solito io lo accompagnavo, ma quel giovedì faceva molto caldo, e la casa della signorina Quentin, dove si svolgevano le lezioni, era vecchia e umida. Passare lì il pomeriggio, con quella calura e con lo strimpellio di Jamie, sarebbe stato tutt'altro che piacevole. Ma era troppo caldo anche per andare a giocare per strada con George Washington Osmond e gli altri negretti, quindi non ci andai. Rimasi a dormire il più a lungo possibile, poi mi alzai, con l'intenzione di recarmi dalla Esperson.
La signorina, ovviamente, non mi aspettava, sapendo che il giovedì andavo con Jamie.
Mi affacciai alla finestra della mia camera, che si trovava al secondo piano. Di sotto mia madre stava trafficando in cucina e parlava con Libby, la cuoca negra; la mia sorellina, che si era svegliata prima di me, giocava nel portico sul retro con le bambole; i bambini negri giocavano nel vicolo e facevano un gran baccano, insensibili al caldo; e laggiù, oltre la siepe, la signorina Esperson si divertiva con il suo piccolo stagno. Chissà, forse si era decisa a buttare in acqua i pesciolini rossi.
Mi venne voglia di correre da lei.
Ma qualcosa di insolito nelle sue mosse mi lasciò perplesso. Stava in ginocchio, infatti; proprio lei, che di solito stava in piedi a dare istruzioni per cambiare questo o quello. E poi teneva la schiena molto eretta, e faceva dei movimenti a scatti, come se imitasse un congegno meccanico. Pareva parlasse da sola e, dopo averla osservata per un po', ebbi l'impressione che per terra, davanti a lei, ci fosse qualcosa, e che lo stesse trascinando, poco a poco, verso lo stagno.
Mi abbassai sotto la finestra e la spiai tra le persiane, e allora cominciai a sentirmi come quando vedo un gatto che gioca col topo e lo imprigiona con la zampa e poi lo lascia andare, per imprigionarlo e lasciarlo andare un'altra volta, all'infinito. Che sensazione orribile! La ricordo ancora oggi, soprattutto perché la trovavo inspiegabile, allora.
Ma si stava avvicinando il momento in cui Jamie sarebbe rincasato, e sapevo che, prima di rientrare in casa, sarebbe venuto a cercarmi da me oppure dalla Esperson per vedere che fine avevo fatto. Mi rialzai e mi allontanai dalla finestra. Non appena non vidi più la signorina, quella sensazione orrenda scomparve.
Uscii. Dio, come faceva caldo! Non avevo nemmeno voglia di prendere in giro Clara.
"Ecco lo zio Stephen", disse Clara alle bambole, quando mi vide passare.
Faceva troppo caldo perfino per il cane, che non aveva la forza di muovere la coda e se ne stava a sonnecchiare in un angolo all'ombra.
Mi infilai sotto la siepe.
La signorina Esperson era ancora inginocchiata. Forse riuscivo a sorprenderla, chissà, perfino a spaventarla. Sarebbe stato divertente vederla saltare.
Attraversai il prato senza far rumore, nascondendomi dietro ai cespugli. Quando le fui abbastanza vicino, la sentii parlare. Aveva una voce strana. Era rauca, gutturale; somigliava a quella di Libby quando parlava da sola in cucina, o a quella del vecchio Mosè, che lavorava alle stalle e parlava ai cavalli.
Non l'avevo mai sentita borbottare a quel modo. Che cosa strana! Eppure non ero spaventato, anche se mi accorsi che non stava parlando in inglese, ma in una sorta di linguaggio animalesco. Sentire uscire quei suoni dalla bocca della signorina Esperson era come sentire bestemmiare un santo.
Mi avvicinai alle sue spalle, e lei mi sentì. Rapida come un fulmine, coprì qualcosa con la mano, e mi accorsi che con l'indice spingeva qualcosa sotto l'acqua... qualcosa che era rimasto alla luce del sole, nell'acqua bassa al bordo dello stagno. Ma io ebbi il tempo di vedere che cos'era... Era una bambolina vestita di bianco con i capelli rossi... rossi come quelli della signora Fallon.
"Ah! - esclamò la Esperson, fingendosi spaventata - Che spavento! Sei un mascalzoncello, Steve!"
"Non credo proprio", risposi.
E in quel momento vidi Jamie che scavalcava la siepe e mi correva incontro, gridando:
"Ma dove eri finito?".
"Faceva troppo caldo", dissi.
"Tua madre lo sa che sei venuto senza prima cambiarti i vestiti?", si informò la signorina, in tono severo.
"No. Non è in casa", rispose Jamie, guardando lo stagno con aria d'accusa. "Perché non mi avete aspettato?"
"Guarda che sono appena arrivato", gli dissi.
La Esperson sorrise.
"Non essere egoista, Jamie. Oggi cominceremo a lavorare al ruscello, come vi avevo promesso."
Si sporse sull'acqua e cominciò a distruggere il paesaggio in miniatura: i finti alberi, la siepe alla sua destra, il punto in cui aveva spinto giù la bambolina, facendola cadere a fondo. Scomparve tutto in un attimo. Poi fu la volta del boschetto. Sollevò leggermente il bordo della vasca e cominciò a formarsi una cascata. Noi due, nel frattempo, ci eravamo messi già in ginocchio, in impaziente attesa delle sue istruzioni. E queste vennero, con esattezza e precisione.
"Jamie, prendi i sassolini e prepara il letto del ruscello fino al fiume - disse - E tu, Stephen... tu creerai un argine, in modo che l'acqua non possa uscire. Immaginiamo per un attimo che i miei pesci rossi siano qui dentro, finalmente: non vogliamo farli scappare, no?"
Scoppiò a ridere, e noi ridemmo insieme a lei e cominciammo il gioco.
Ecco come la vedevo quand'ero ragazzo: una donna strana, per molti versi. Ma adesso mi chiedo spesso: c'era veramente qualcosa dentro quello stagno che lei non voleva lasciar fuggire? E ricordo che, tutto sommato, il paesaggio in miniatura dello stagno era molto simile al vero paesaggio circostante, con tanto di siepe e tutto; e la bambola finita in fondo all'acqua era caduta dalla parte che corrispondeva alla siepe dei Fallon. Da ragazzo un'idea del genere non mi sarebbe mai venuta in mente; ma i ragionamenti di un adulto possono essere molto contorti.
Quella sera mio padre rincasò tardi, con la faccia seria. Mia madre se ne accorse subito.
"John... È successo qualcosa?", esclamò.
"L'hai saputo?"
"No! Che è successo?"
"La signora Fallon. È annegata nel fiume oggi pomeriggio."
"Ma è terribile!"
"Abbiamo appena ritrovato il corpo. Era finito molto a fondo. Era bloccato da qualcosa... da radici, da un sasso... chissà. Solo Dio sa perché ha voluto togliersi la vita... ma l'ha fatto."
Ricordo quanto fui felice per Jamie; ricordo quant'era felice anche lui, anche se con gli altri cercava di nasconderlo. Ma adesso, ripensando al passato, ricordo con quale nome i negri chiamavano la signorina Esperson; ricordo quella strana bambolina dai capelli rossi; e ricordo la qualità magnetica dei suoi occhi neri... la profondità imperscrutabile di quegli occhi in cui si nascondeva qualcosa che i bambini non potevano vedere.
(1928)


Paul Hoecker


di Stephen Grendon.
Dall'antologia "Storie di Streghe", (1996), a cura di Gianni Pilo.

venerdì 24 marzo 2017

The Dark, o Pitch Pine, Figlia del Re di Norvegia

Quando, nel nostro Paese e nelle isole, arrivarono i Norvegesi per rivendicarne il possesso, e le loro incursioni divennero sempre più frequenti, con i crudeli saccheggi e i massacri a cui si abbandonavano ovunque sbarcassero, si guadagnarono la fama di essere una razza audace, coraggiosa, tenace, brutale, e senza scrupoli, e, più di ogni altra cosa, dedita alla stregoneria, agli incantesimi e alle fatture, e ad ogni sorta di empie conoscenze.


Abbey Edwin Austin



In particolare, la figlia maggiore del Re di Norvegia divenne tristemente famosa in quanto esperta di Magia Nera. Non vi era incidente o disgrazia che colpisse una persona cara, o una qualche rovina che abbattesse i nemici, o una buona sorte che riguardasse sia amici che nemici di cui non fosse ritenuta, in un modo o nell'altro, responsabile.
Era famosa, in patria e all'estero, per la sua abilità in tutto ciò che riguardava l'allevamento del bestiame in generale, e delle mucche da latte in particolare, e si riteneva che, nel Regno paterno, fosse esperta di tutte le arti attinenti alla produzione del latte e dei formaggi.
Non esisteva stregoneria o malocchio che colpisse qualsiasi essere vivente chiuso in un recinto ch'ella non fosse in grado di esorcizzare, né ferita che non potesse guarire, o vertigini e convulsioni che non fosse capace di curare.
Si diceva che il muggito delle mucche, il misterioso pianto dei vitelli e il selvaggio nitrito dei puledri fossero per lei la musica più dolce e soave, e che avrebbe risposto al richiamo del bestiame anche se si fosse smarrita fra le nebbie delle foreste del Nord e il richiamo l'avesse raggiunta dal più remoto angolo dell'universo. Conosceva le proprietà di ogni erba che fosse in grado di migliorare le qualità del latte, e tutti gli incantesimi che le proteggessero e le esaltassero.
Non esisteva un fiore dei prati, o la foglia di un albero o il rametto di un cespuglio di cui non conoscesse le proprietà, e il Regno del padre era interamente ricoperto da foreste di pini che, oggi come allora, costituiscono la vera, grande ricchezza del Paese.
Nel corso di una delle incursioni per impossessarsi delle terre e spartirle tra loro, i Norvegesi notarono che la foresta di Lochaber cresceva e si estendeva a gran velocità, tanto che, presto, avrebbe soppiantato per imponenza ed ampiezza le Black Forests svedesi. Quella volta, i Norvegesi furono respinti. Ammessi  al cospetto del Re, esposero il problema, e dichiararono che la crescita della foresta di Lochaber andava sorvegliata, altrimenti le foreste del Nord avrebbero perso gran parte del loro valore. Il Re si consultò con la figlia, a causa della sua grande conoscenza, e lei gli rispose che era in grado di diradare e distruggere le foreste scozzesi, ma che avrebbe dovuto recarsi personalmente in Scozia, e il Re le concesse il permesso.
Fra i suoi talenti magici, vi era il potere che la Principessa aveva sull'Aria, sulla Terra e sul Fuoco, che non potevano ostacolarla finché non avesse  raggiunto i suoi scopi. Così, una volta a Lochaber, ella accese una fiamma, la ripose nell'orlo della veste, e si inoltrò nell'immensa foresta, e, poiché era in grado di muoversi tra le nuvole come sulla terra, quando si librò in volo e prese a vorticare impetuosamente, il vento soffiò per ogni dove le scintille del fuoco che serbava nella sua veste e incendiò gli alberi secolari, e l'intero Paese fu in fiamme e fu talmente oscurato dal fumo che a stento uno poteva vedere più in là dei proprii piedi. E, da allora, a causa della fuliggine e del fumo e della terribile fornace che la circondavano, ella fu conosciuta e chiamata con il nome di Dark o Pitch Pine.
Il popolo si riunì ad osservarla, sperando di catturarla, ma la figlia del Re di Norvegia si muoveva con tale velocità e destrezza, e sfuggiva loro volando sempre più in alto che gli Scozzesi, disperati, si rivolsero ad un uomo saggio del posto. Egli li istruì sul da farsi: avrebbero dovuto radunare una mandria in un recinto. Dovunque lei fosse, avrebbe udito il loro muggito, e sarebbe accorsa. Giunta a tiro, avrebbero dovuto colpirla con un proiettile d'argento e lei si sarebbe trasformata in una fascina d'ossa.
Così, gli Scozzesi radunarono una mandria e la rinchiusero nel recinto che avevano preparato nel "Center of Kintail." Lei, chissà dove, udì il muggito del bestiame e accorse, e, seguendo il consiglio dell'uomo saggio, gli Scozzesi la colpirono con un proiettile d'argento, e la figlia del Re di Norvegia cadde lentamente fra di loro.
Gli uomini raccolsero i resti e li trasportarono a Lochaber, e, per essere assolutamente certi che non sarebbe mai più tornata a recar danno, né viva né morta, la seppellirono ad Achnacarry, e la persona che, per prima, udì questa storia, nove anni fa (1880), affermò che poté posare il piede sul posto esatto dove è sepolta.
Intanto, il Re di Norvegia, meravigliandosi di non ricevere alcuna nuova dalla figlia, mandò messaggeri in cerca di notizie e venne a conoscenza della sua orribile fine. Allestì una nave perché riportasse a casa i suoi resti, ma le donne di Lochaber, con i loro incantesimi, fecero sì che il battello naufragasse all'imboccatura del Locheil, e l'intero equipaggio annegò. Il Re mandò altre navi, ma non ottenne un miglior risultato. Al terzo tentativo, il Re di Norvegia inviò la sua flotta più imponente.
Gli Scozzesi, allora, prosciugarono i pozzi della Fairy Hill of Iona. La magica virtù di quei pozzi era che, svuotandoli nella direzione desiderata, venivano evocati venti violenti che soffiavano in quella direzione. Così, quando la temibile flotta fu avvistata, gli Scozzesi incominciarono a vuotare i pozzi. Ben presto, si levò una furiosa tempesta, e l'intera flotta fu sbattuta e distrutta sulla costa sotto la Fairy Hill. Da allora, il potere e la forza dei Norvegesi si indebolirono talmente che essi non ritornarono mai più a razziare le terre di Scozia.


"The Dark, or Pitch-Pine, Daughter of the Norse King, and How She Thinned the Woods of Lochaber"
"Clan Traditions and Popular Tales of the Western Highlands and Islands", John G. Campbell.

sabato 18 marzo 2017

The Pied Piper of Hamelin, Robert Browning - Illustrazioni di E. Le Cain

E. Le Cain



Hamelin town's in Brunswick,
By famous Hanover city;
The River Weser, deep and wide,
Washes its wall on the southern side;
A pleasanter spot you never spied;
But, when begins my ditty,
Almost five hundred years ago,
To see townsfolk suffer so
From vermin, was a pity.



E. Le Cain



Rats!
They fought the dogs, and killed the cats,
And bit the babies in the cradles,
And ate the cheeses out of the vats,
And licked the soup from the cook's own ladles,
Split open the kegs of salted sprats,
Made nests inside men's Sunday hats,
And even spoiled the women's chats,
By drowning their speaking
With shrieking and squeaking
In fifty different sharps and flats.



E. Le Cain


giovedì 16 marzo 2017

La Figlia dell'Orco, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)

'era una volta un Re che aveva due figli, uno buono e l'altro cattivo. Quello buono era il Reuccio, e alla morte del padre doveva essere Re. La cosa non garbava al cattivo, e pensò di disfarsi del fratello per diventare Re lui.
Un giorno gli disse: "Andiamo a caccia?"
E andarono.
Giunti in mezzo a un bosco, lontani dalle persone del séguito, cava fuori la spada e dà addosso al fratello, che non si aspettava quel tradimento. Credette di averlo ucciso. Coprì con erbacce e rami di albero il corpo insanguinato, e tornò addietro.
A palazzo, il Re domandò:
"E tuo fratello?"
"Maestà, che disgrazia! Fu sbranato dalle fiere!"
Il povero padre ne fece un gran pianto. Dal dolore si ammalò, e dopo pochi giorni morì.
Il Reuccio, sotto le erbe e i rami, rinvenne; e cominciò a lamentarsi, a chiamare soccorso: "Aiuto, buoni cristiani, aiuto!"
Era già buio. Udendo rumore lì accosto, il poverino gridò più forte che poté: "Aiuto, buoni cristiani, aiuto!"
Sentì frugare tra l'erbe e i rami; poi, due manacce con tanto di ugne lo ghermiscono, lo levano di peso quasi fosse un fuscellino, e una lingua ruvida come una raspa gli lecca il sangue addosso:
"Oh che buon sapore! Oh che buon sapore!"
Il Reuccio, a quel vocione cupo cupo, rabbrividì:
"Povero a me! Son capitato alle mani dell'Orco!"

martedì 14 marzo 2017

Nel 1284, un Uomo Misterioso Comparve nella Città di Hamelin


Quella che ho postato è la scarna versione dei Grimm (1812) di una leggenda nera tedesca spesso spacciata per fiaba. E, secondo la cultura distorta che ha devastato il racconto sacro delle fiabe, per cui una fiaba deve avere una morale, una fiaba deve trasmettere un monito, una fiaba deve contenere simbologie che neanche l'inconscio più raffinato e contorto potrebbe partorire, anche la "fiaba" del Pifferaio ha ricevuto il carico di una morale edificante: i cittadini di Hamelin vennero puniti a causa della loro avidità, della loro ingratitudine e della promessa tradita, della parola data e non rispettata.


Eleanor Fortescue Brickdale



Così la figura ambigua - ammaliatore salvifico e fascinoso rapitore - del Pifferaio assurge allo status di implacabile giustiziere. Ma questa giustizia che sa di vendetta è mitigata da particolari rassicuranti che si sono via via incrostati sul racconto originale; ad esempio, i bambini scampati. Una consolazione ambigua poiché gli scampati erano afflitti da disabilità (uno era muto, l'altro, cieco) che ricordano più una selezione naturale che un passaporto per la salvezza.
Per non parlare dello "zoppetto" che arranca dietro la processione dei bambini e che assolve un'ulteriore funzione consolatrice: i bambini scomparsi non sono andati incontro ad un destino oscuro e terribile, ma sono stati condotti in un luogo meraviglioso quanto misterioso. Lo zoppetto, infatti, riesce a sbirciare nel varco apertosi nella parete della caverna sotto la montagna prima che si richiuda per sempre alle spalle dell'ultimo bambino e ha una rapida visione dello splendore di un luogo sconosciuto.

domenica 12 marzo 2017

I Bambini di Hamelin, (Il Pifferaio Magico), Grimm - Traduzione Mia


Tenggren G.



Nell'anno 1284, un uomo misterioso fece la sua comparsa nella cittadina di Hamelin. Indossava una palandrana multicolore ed una sciarpa sgargiante: ecco perché lo chiamarono The Pied Piper, il Variopinto Pifferaio. Sosteneva di essere un acchiappatopi, e promise che, in cambio di una certa somma di denaro, avrebbe liberato Hamelin da ogni sorta di topo o ratto. I cittadini strinsero  un accordo con il Pifferaio e pattuirono una ricompensa. Allora, l'Acchiappatopi trasse un piccolo flauto da una tasca e prese a suonare. Immediatamente, topi e ratti sgusciarono fuori dalle case di Hamelin e gli si affollarono intorno. Quando il Pifferaio ritenne di averli radunati tutti, si incamminò alla volta del fiume Weser: continuava a suonare e i topi lo seguivano. Giunto sulle rive del Weser, entrò in acqua, e i topi precipitarono nelle acque vorticose e annegarono tutti.

venerdì 10 marzo 2017

Favola di Costantino Fortunato e della Gatta, G.F. Straparola






FAVOLA I. 

Soriana viene a morte, e lascia tre figliuoli, Dusolino, Tesifone e Costantino Fortunato; il quale per virtù d’una gatta acquista un potente regno.



rovavasi in Boemia una donna, Soriana per nome chiamata; ed era poverissima, ed aveva tre figliuoli, l'uno de' quali dicevasi Dusolino, l'altro Tesifone, il terzo Costantino Fortunato. Costei altro non aveva al mondo che di sostanzia fosse, se non tre cose, cioè un albuolo, nel quale le donne impastano il pane; una panara, sopra la quale fanno il pane; ed una gatta soriana già carica di anni. Venendo a morte fece l'ultimo suo testamento; ed a Dusolino suo figlio maggiore lasciò l'albuolo, a Tesifone la panara ed a Costantino la gatta.

martedì 28 febbraio 2017

L'Uccello Strano, Grimm n.46, Traduzione Mia

'era una volta uno stregone che, preso l'aspetto di un mendicante, andava a chiedere l'elemosina di casa in casa, e rapiva tutte le belle ragazze che gli capitavano a tiro. Nessuno sapeva dove le portava, e le ragazze non ritornavano mai per raccontarlo. Un giorno, si presentò alla porta di un uomo che aveva tre figlie, tre bellissime fanciulle. Lo stregone sembrava proprio un povero mendìco coperto di stracci, stremato dalla fame, e, sul dorso, portava una grande e vecchia gerla per le elemosine. Egli chiese la carità di qualche avanzo, e, quando la maggiore delle tre figlie venne a portargli un pezzo di pane, gli bastò sfiorarla appena perché la fanciulla saltasse da sé dentro la gerla. Improvvisamente rinvigorito, si allontanò in fretta, e, a grandi passi, raggiunse il cuore di una tetra foresta dove sorgeva la sua casa. Al suo interno, la casa era magnifica, e la ragazza aveva tutto ciò che potesse desiderare o anche solo sognare, perché lo stregone le concedeva qualsiasi cosa.
"Tesoro mio - le disse - vedrai come starai bene qui: ogni desiderio del tuo cuore sarà esaudito."
Qualche giorno dopo, annunciò:
"Devo partire e lasciarti sola, ma non starò via a lungo. Eccoti tutte le chiavi della casa. Puoi entrare dovunque, tranne nella stanza che si apre con questa piccola chiave: là ti proibisco di entrare, pena la morte."
Poi, le consegnò un uovo e disse:
"Tienilo da conto, anzi, portalo sempre con te, perché, se lo dovessi perdere, ti capiterebbe una grande disgrazia."
La ragazza prese sia la chiave che l'uovo, e gli promise di obbedirgli alla lettera.
Una volta partito lo stregone, la ragazza visitò la grande casa da cima a fondo, ammirando tutto ciò che c'era da ammirare: le stanze risplendenti d'oro e d'argento e le meraviglie che custodivano e di cui non aveva mai visto l'eguale, neanche nei suoi sogni.
Infine, giunse alla porta proibita. Avrebbe voluto tirare diritto, ma la curiosità la trattenne: la torturava, non le dava requie. Osservò la piccola chiave: sembrava uguale alle altre. La infilò nella serratura e la girò piano piano, appena appena, ma la porta si spalancò di colpo.
E cosa vide appena entrò? Proprio nel centro della stanza, una grande vasca piena di sangue in cui giacevano membra umane, e, accanto alla vasca, un grosso ceppo in cui era conficcata una scure scintillante. Ebbe un tale soprassalto di orrore e di spavento che l'uovo le sfuggì di mano e cadde nella vasca. Si precipitò a riprenderlo e cercò di ripulirlo dal sangue, ma fu tutto inutile. Ebbe un bel lavare, smacchiare, sfregare e strofinare: il sangue ricompariva sempre.






lunedì 27 febbraio 2017

Sulasa e Sattuka, Traduzione Mia

C'era una volta, quando a Benares regnava Brahmadatta, una bellissima donna di quella città, di nome Sulasa, che aveva uno schiera di cinquecento cortigiane, e il cui prezzo era di mille monete per una notte.


E. Dulac

sabato 25 febbraio 2017

Mastro Acconcia-e-guasta, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)

'era una volta un vecchio falegname, che aveva una botteguccia e pochi arnesi del suo mestiere: una sega, un succhiello, una pialla, uno scalpello, un martello, una tanaglia, il pancone e nient'altro. Lavorava di grosso, e ordinariamente gli davano ad acconciare cose vecchie; per questo gli avevano appiccicato il nomignolo di Mastro Acconcia-e-guasta. Guastava un uscio e rimediava una cassa, un tavolino, due sportelli, secondo la richiesta. La colla e i chiodi dovevano comprarli gli avventori.
"Perché, mastro Acconcia-e-guasta?"
"Perché sì."
I chiodi che avanzavano li rendeva, la colla no; la metteva da parte.
"Perché, mastro Acconcia-e-guasta?"
"Perché sì."
Era la sua risposta; e tirava su una presa di tabacco. Guadagnava pochino: intanto se la scialava meglio di un principe. Di dove li cavava tanti quattrini? La mattina andava al mercato per far la spesa:
"Macellaio, quel filetto di bue quanto costa?"
"Non è per la vostra bocca, mastro Acconcia-e-guasta; è per la tavola del Re."
"Ho la bocca come lui!"
Glielo dicevano a posta ogni volta per fargli rispondere così. E tutti ridevano:
"Bravo, mastro Acconcia-e-guasta!"
"Pesciaiolo, quello storione quanto costa?"
"Non è per la vostra bocca, mastro Acconcia-e-guasta; è per la tavola del Re."
"Ho la bocca come lui!"
E tutti ridevano:
"Bravo mastro Acconcia-e-guasta!"

giovedì 23 febbraio 2017

Il Fidanzato Brigante, Grimm n.40, Traduzione Mia

'era una volta un mugnaio che aveva una figlia. Era bellissima, e, quando crebbe e fu in età da marito, il mugnaio si preoccupò che avesse una buona dote, e pensava:
"Se un galantuomo dovesse trovarla di suo gusto e me la chiedesse in moglie, gliela darei volentieri".
Ben presto, si presentò un pretendente: sembrava un uomo perbene, sembrava ricco, e il mugnaio, che non era venuto a sapere nulla di male sul suo conto, gli promise sua figlia in sposa. Ma la fanciulla non lo amava come una fidanzata dovrebbe amare un fidanzato, non riusciva a fidarsi di lui, e, ogni volta che lo guardava o che le capitava di pensare a lui, le si gelava il cuore.
Un giorno, egli le disse:
"Sei la mia fidanzata, sarai presto mia moglie, eppure non sei mai venuta a trovarmi".
La fanciulla rispose:
"Ignoro dove sia la vostra casa"
"La mia casa si trova nel folto del bosco"
Allora, la fanciulla, a mo' di scusa, disse:
"Non riuscirò mai a trovare la strada".
Ma l'uomo rispose:
"Domenica prossima devi venire da me: ho già invitato una brigata di amici, e cospargerò di cenere il sentiero nel bosco perché tu possa trovare la strada".
La domenica seguente, la fanciulla stava per incamminarsi quando fu oppressa da un'angoscia di cui ignorava il motivo, e, senza sapere il perché, si riempi le tasche di piselli e di lenticchie. Giunta al confine del bosco, si avvide che il sentiero era cosparso di cenere: lo seguì, ma, ad ogni passo, gettava a destra e a sinistra della via un po' di piselli e di lenticchie. Camminò e camminò quasi tutto il giorno finché raggiunse il folto del bosco, dove le tenebre erano più fitte. Là c'era la casa del fidanzato, e le parve oscura e inospitale.
Entrò: non c'era nessuno e vi regnava il più cupo silenzio. 
All'improvviso, una voce gridò:

"Fuggi, fuggi, bella sposa!
In questa casa non devi restare,
Ché qui cose terribili accadono!"



A. Rackham



martedì 21 febbraio 2017

Bambolina, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)

'era una volta un pescatore che vivucchiava alla meglio col prodotto della sua pesca. Partiva in barca la sera, stava a pescare tutta la nottata, e la mattina dopo all'alba era di ritorno. Quando aveva fatto una buona retata, scorgendo da lontano la moglie che lo attendeva, ansiosa, alla spiaggia, le faceva segno di rallegrarsi, agitando per aria il berretto. Da parecchi mesi però il povero pescatore aveva una gran disdetta; pareva che quasi tutti i pesci si fossero messi d'accordo per non farsi pescare da lui. I suoi compagni, invece, ne pigliavano tanti e poi tanti, che spesso dovevano rigettarli in mare, perché il troppo peso non facesse affondare le barche. Disperato un giorno disse alla moglie:
"Vendiamo barca, reti e ogni cosa; almeno tireremo innanzi un buon paio di settimane con quel po' di danaro che ne caveremo. Se no, saremo ben presto morti di stento tu, io e Bambolina".


Artuš Scheiner



domenica 19 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Terza e Ultima Parte)


Gabriel Pacheco



E la Sirenetta abbandonò la sua aiuola e nuotò fino al gorgo mugghiante al di là del quale abitava la Strega. Non si era mai spinta in quei luoghi remoti, dove non crescevano fiori né erbe marine. Solo nuda sabbia grigia si estendeva fino al vertiginoso abisso dove un terribile vortice d'acqua turbinava come la ruota di un mulino, e trascinava nello sprofondo tutto ciò che riusciva a ghermire.
E i vapori velenosi di quel vortice dovette attraversare la Sirenetta per raggiungere il dominio della Strega del Mare, e, per un lungo tratto, fu costretta a nuotare sul pantano ribollente che la Strega chiamava la sua torbiera.
E al di là del pantano era la sua dimora, nel mezzo di una foresta ben strana, i cui alberi, rami e sterpeti erano, infatti, polipi, per metà animali e per metà piante.
Parevano serpenti dalle cento teste che spuntavano dal suolo: i rami erano lunghe braccia viscide, con dita mollicce come vermi, ed era tutto un torcersi ed uno strisciare, e ciò che riuscivano a brancicare lo avvinghiavano stretto e non lo lasciavano andare mai più.
Per un istante, alla Sirenetta mancò il cuore per lo spavento: fu tentata di tornare indietro, ma ripensò al Principe, ripensò all'agognata anima immortale, e riprese coraggio. Si avvolse i lunghi, fluttuanti capelli intorno alla testa perché i polipi non glieli afferrassero, si strinse le braccia sul petto, e continuò ad avanzare, guizzando come un pesce, tra le orribili lunghe braccia e le dita mollicce protese per afferrarla.
Vide uomini annegati e colati a picco sul fondo, e, adesso, bianchi scheletri nella morsa dei polipi, e remi e relitti di naufragi, e ossa di animali marini, e scheletri di navi affondate, e persino una piccola sirena che i polipi avevano ghermito e strangolato, e questo fu lo spettacolo più orribile da sopportare per la Principessina.
Giunse, infine, ad una grande palude nel cuore della spaventosa foresta, dove enormi bisce d'acqua strisciavano all'intorno, e svolgevano le loro spire mostrando il ventre giallastro. E nella palude sorgeva la dimora della Strega, edificata con bianche ossa di naufraghi, e là se ne stava la Strega, impegnata a dar da mangiare ad un rospo dalla propria bocca, così come noialtri, a volte, porgiamo un pezzetto di zucchero ad un canarino.
La Strega chiamava gli orridi serpenti  i "suoi cari pulcini", e lasciava che le strisciassero in grembo e intorno alle spalle.



Lomaev A.


sabato 11 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Seconda Parte)

Quando la Sirenetta emerse dalle onde, il sole era appena tramontato; pure, le nuvole avvampavano ancòra di rosa e oro, e, nel cielo trasparente, risplendeva, nella sua solitaria bellezza, la stella della sera. L'aria era pura e fresca, e il mare, calmo, senza un'increspatura. C'era un grande bastimento a tre alberi, ma con una sola vela spiegata, poiché non spirava un alito di vento; e i marinai se ne stavano seduti sulle sartie e sui fasci di cordami. Risuonavano musica e canti, e, quando si addensarono le ombre della sera, vennero accese centinaia di luci colorate, e pareva che avessero issato le bandiere di tutte le nazioni del mondo.



Galya Zinko