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domenica 15 gennaio 2017

L'Impietrito, da La Novellaja Fiorentina di V. Imbriani

'era una volta un gran ricchissimo mercante, che aveva tre bastimenti: uno d'oro, uno d'argento e uno di pietre preziose e diamanti. Aveva tre figlie questo mercante. Di queste tre figlie, che lui aveva, ne aveva due che erano perfide e scellerate; e una era bona, che non sortiva mai del suo quartiere e non confavolava mai con le sorelle. Questo mercante va da quella bona delle figlie e dice:
"Sai, figlia mia, domani andrò a mercanteggiare con il primo bastimento. Posso esser sicuro, che le mie figlie, che non mi sciuperanno niente del palazzo?"
"Eh, signor padre, vada, vada, vada; faccia Lei il suo interesse".


Gordeev


Guarnito di mercanzie il primo bastimento d'argento e tutto per andare a mercanteggiare; quando è a un buon punto, gli apparisce un vascello di Levantini. L'assaltano, che il povero mercante ha un dicatti di scampare la pelle e perde il primo bastimento. Piangendo e sospirando d'aver perso il primo bastimento, se ne torna al suo palazzo, entra nel suo quartiere e vede mancanti alcuni effetti di roba.
"Guardate, ignoranti delle mie figlie; avendo avuto la perdita del primo bastimento e mi cominciano a sfogliarmi la casa di roba!"
Va da quella bona nel suo quartiere.
"Figlia mia, avete sentito che novità? Ho perduto il primo bastimento e le vostre sorelle mi cominciano a sfogliarmi la casa".
"E che vole, signor padre! Ci vol pazienza".
Dice: "Dimani andrò a mercanteggiare con quello d'oro. Vedremo, eh, figlia?"
"Eh, signor padre, vedremo! Speriamo bene!" la fa, la bona figlia.
La mattina va dalle figlie, quelle che son cattive, dice:
"Figlie, vado a mercanteggiare col secondo bastimento, d'oro. Vedremo se continuerete a sfogliarmi la casa".
"Vada, vada, signor padre! vada, vada!"
Di mattina, lui va via alla riva del mare. Pronto era il bastimento d'oro; e lui va via per andare a mercanteggiare. Prende un'altra strada differente e non prende quella, che gli assaltarono a il primo bastimento; ne prende un'altra. Di novo due vascelli di Levantini, che assaltano il bastimento, e ha dicatti di salvar la vita il povero mercante e perde anco quello. Torna addietro, piangendo e sospirando della perdita di due bastimenti, di quello d'argento e di quello d'oro.
"Se io perdo l'ultimo bastimento, non sarò più innominato il gran ricco mercante; sarò innominato un poero mendico, che anderò a mendicare un pezzo di pane per sostentare le mie figlie".
Il poero mercante, piangendo e sospirando, si conduce a casa; e vede la casa, che quelle due figlie gnene avevano mandata a buon porto di spogliargnene. Povero mercante, che va nella stanza della figlia bona a raccontarli la sua disgrazia, che lui aveva avuta!
"Eh figlia mia!"
"Che vole, signor padre? ci vol pazienza!"
"E le vostre sorelle impertinenti, che mi disturpano tutto, ogni cosa nel mio casamento! Eh cara figlia, smentite di chiamare il signor padre un gran ricco negoziante; smettetelo e smentitelo. Mi potete chiamare un gran poero mendico, s'io vo a perdere l'ultimo bastimento. Se piace a dio, figlia, domani tornerò col terzo bastimento a mercanteggiare. Se poi perdo anco questo!..."
La mattina si alza e va per andare a fare i suoi interessi con l'ultimo bastimento. Prende altre vie, per non prendere quelle medesime, in dove era stato assaltato. Un altro bastimento di Levantini, per Bacco! comincia ad assaltare il ricco negoziante, che ebbe campo di salvar la vita e di perder anche l'ultimo bastimento. Vien via il gran mercante dispiacente. Piangendo e sospirando, si condusse al suo palazzo. Le figlie, che ti veggono tornare piangendo e sospirando il padre a casa:
"Bada veh! è che ha perso l'ultimo bastimento. Oh! signor padre, felice giorno"
"Eh, così avete da dire: Felice giorno, signor padre? Vedete ignoranti delle mie figlie? Ho avuto la disgrazia di perdere tutti e tre i miei bastimenti; e vojaltre mi avete spogliato tutto il mio quartiere, che non c'è niente più di bene!"
Avevano asserbato un pajolo e un piccolo lume da poter veder lume la sera; non avevano serbato altro. Piangendo e sospirando, va in camera della figlia bona a rammaricarsi: "Eh che vole, signor padre? e' ci vol pazienza". - Non aveva altro in bocca che: Ci vol pazienza.
"Fintanto che ci sarà da potersi sdigiunare, vi sdigiunerò; sennò mi toccherà di andare a fare come tutti gli altri, di andare a chiedere un tozzo di pane per potervi sostentare a vojaltre".
Passa quel primo giorno, passa quell'altro, oggi e domani, e leva leva leva ogni gran monte scema, rimase pulito di tutto, ogni cosa.
"Eh figlia mia - ora a quella bona gli dice - Mi tocca di andare a prendere un tozzo di pane: ora prenderò quella porta, ora quell'altra, tanto di potervi portare ogni giorno da sdigiunare a tutt'e tre".
La mattina si alza, se ne va fori di una porta, cercando la limosina. Gli aveva un pezzo di pane, gli aveva il soldo, gli aveva la crazia [2]; e intanto giù di sù gli andava a provvedersi un pochino di vitto, per sè e per tutte e tre le figlie.
La mattina dopo, prende da un'altra porta, e se ne va chiedendo la limosina in quel casamento, in quell'altro, in quella bottega, e giù per sù tira via e fa anche il suo fastello delle legna. Fatto anche il suo fastello, come dico, delle legna; fatto del pane e dei denari come lui aveva fatto; si ritrova in un bellissimo prato, che costì in cotesto bellissimo prato ci era piantato tutto cavol nero, ma bello. 'Cogliendone un torso - pensa lui, - un torsolo quà, un torsolo là, nessuno se ne può avvedere. È meglio, che faccia il mio fastello anche del cavolo, giacchè non c'è nessuno'.
Comincia, come dico, un torsolo qua, un torsolo là, aveva fatto il suo fastello del cavolo. Si dà la combinazione, che nel mezzo del prato vede un bellissimo torsolo, di questa portata, ch'è quì:
"Oh bello! Sarei capace di coglierlo!" dice.
Ah! si mette lì nel mezzo, e si mette a dimenare in quà e in là questo torso del cavolo, sin tanto che lo tira fori. Nel tirarlo fori, salta fori un serpente.
"Mercante, cosa fai, che vieni a derubarmi il mio cavol nero qui? Hai figlie te?"
"Sissignore, ne ho tre"
"Tu m'imprometti di portare una delle figlie? Riacquisterai il primo bastimento, che te perdesti. Cogli pure quanto cavol nero, che tu vuoi, e vattene via. Dimani ti aspetto. A bon'ora ti aspetto cor una delle tue figlie".
Va via a casa, piangendo e sospirando, che pensava a una delle sue figlie di portarla e lasciarla nelle mani di un serpente. Va a casa con il fagotto delle legna, il fagotto del cavolo e tutto. Cammina cammina si conduce a casa. Le figlie, che veggono; che erano alla finestra, e veggono il padre con il fagotto del cavolo, il fastello delle legna e tutto:
"Eh! Eh! leste, leste! stasera ci farà mangiar bene il nostro signor padre. Si farà le fette con il cavol nero".
Gli dà tutto, i danari per comprare quel, che c'era di bisogno; e si piantano la sera a mangiare. Portato il mangiare anche di là a quella bona, il mercante, nell'esser lì a tavola, guardava quella delle figlie, guardava quell'altra, gittava un sospiro e gittava le lagrime anche dagli occhi.
"Cos'ha, signor padre, che ci guarda lei, dà un sospiro e getta le lagrime dagli occhi?"
"Eh - dice - la vostra disgrazia piango e sospiro, figlie mie".
"Che disgrazia sarà?"
Dice: "Questo e questo mi è successo. Nin quel mentre, che era lì e coglieva quel cavolo, nell'aver visto quel torsolo più grosso, che avrete visto anche vojaltre, nello spiantarlo m'è apparito un gran serpente; e mi ha domandato, se avevo figlie. Io gli ho detto: Tre ce ne ho. - Se mi prometti di portarmi una delle tue figlie, ti farò riacquistare il primo bastimento, che te perdesti".
La maggiore delle figlie: "Bene, o che male, eh? signor padre. Non sospiri più, nè pianga. Vengo e vengo volentieri".
"Come, nelle mani di un serpente andate volentieri?"
"Non è niente, sa, signor padre".
Se ne vanno a letto.
"Domani, signor padre, io sarò bell'e pronta".
"Avete un gran coraggio, figlia mia".
La mattina si alza la figlia, si veste e tutto. Preparata che è, va alla camera del suo signor padre.
"Signor padre, quando si deve partire, son bell'e pronta".
"Eh figlia mia, avete un gran coraggio!"
Allestito che era anche il padre, prende la figlia e via a braccetto te la straporta in questo prato. Quando è a una distanza di diverse braccia, salta fori il serpente dalla buca.
"Caro mercante, vieni avanti te, e mandamela via! non la posso vedere".
E va avanti il mercante e gli fa alla figlia: "Vai, vai a casa".
"Tieni, gran mercante; questa è una borsa di luigi d'oro [3]. Va alla riva del mare e troverai quel primo bastimento, che tu perdesti; ma con questo, portami una di quell'altre, che ti rimane, domani".
Il mercante era allegro, perchè va alla riva del mare e trova il primo bastimento, che lui aveva perso: "Oh questo è ritornato! meno male!".
Va dalla figlia bona e gli racconta il fatto, come io ho detto.
"Potrebb'essere, caro signor padre, gnene porterà quell'altra domani, ma non sarà fatto niente di nulla".
"Non mi dare questo dolore, sai, figlia mia".
E va di là da quell'altra figlia, mangiano, bevono; sempre col pensiero quel gran mercante, che al domani doveva portare al serpente quell'altra figlia.
"Non lagrimi, signor padre, non sospiri".
La mattina, seconda mattina, era pronta anche quest'altra delle figlie. Se quella era stata pronta avanti, quest'altra più che mai. Prende la figlia e via insieme. Cammina, cammina, cammina, quand'è a una distanza di poche braccia, salta fori il serpente dalla buca:
"Gran mercante, mandamela via e vieni avanti te".
"Vai a casa, vai a casa!" gli fa alla figlia.
Il serpente: "Veggo il tuo bon core, caro mercante; che di tre, che n'hai, me ne hai portate due. Ma dimmi un po': sono tutte perfide e scellerate a quella maniera? Tieni, questa è un'altra borsa di zecchini in oro. Va alla riva del mare, vi troverai il secondo bastimento, che te perdesti. Ma con questo, portami quell'altra tua figlia domani".
"Sì, gnene porterò" dice il mercante al serpe; ma con il dolore in corpo gnene portava codesta. Va alla riva di mare, come ho detto; ritrova il secondo bastimento; lo mette al sicuro; e se ne va a casa. Se ne va in camera a piangere e sospirare la disgrazia di quella bona:
"Eh figlia mia!" piangendo e sospirando.
"Non pianga, nè sospiri, signor padre. Vengo e vengo volentieri".
"Volentieri, figlia mia, vai nelle mani di un serpente?"
"Non è niente, caro signor padre. In breve tempo, caro signor padre, si avrà le mie notizie".
"Eh! devo sapere le vostre notizie a cedervi in mano d'un serpente?"
"Sì, in breve tempo le saprà. Dimani partiremo".
La mattina dopo, la figlia, se quell'altre perfide e scellerate erano allestite avanti, questa più avanti che mai.
"Eh figlia mia, avete un gran coraggio!" e piange e piange e piange il padre. Il rincrescimento di perdere la figlia! Dice la mattina addio alle sorelle, fa i suoi complimenti al padre, te lo abbraccia e te lo bacia, te lo prende a braccetto e via. Via, camminando per andare incontro a il serpente. Quando sono alla medesima distanza, salta fori il serpente e dice:
"Vieni, vieni, caro diletto mercante, con la tua diletta figlia".
E' non gli venne un arciprete [4] a codest'omo, ma poco meno. Si avviticcia il serpente alle vita di quella ragazza; e in quella buca, brrrrrrmmp! di sotto, lui (il serpente) e quella ragazza; e rimane il mercante lì solo. Ritorna in sù il serpente con un sacchetto di luigi d'oro:
"Tieni caro mercante; questo è un sacchetto di luigi d'oro, che io ti regalo. Vai alla riva del mare, ritroverai l'altro bastimento, che tu perdesti. Potrai mercanteggiare quanto tu vuoi; se tu eri ricco, diventerai più ricco che mai, chè non sarai molestato da nessuno".


Gordeev


 Alla riva del mare ritrova l'ultimo bastimento. Tornando alla figlia del gran ricco mercante, essendo portata in cotesta buca, ci trova uno, vestito come fusse uno di nojaltri; e era il Maggiordomo del figlio del Re di Spagna, che era incantato per un anno e tre giorni di essere un serpente. Questi ultimi tre giorni si dovevano combattere insieme con i demonî [5].
"Eh carissima sposa, mi vedete, che io sono un serpente?"
"Si, che io vi vedo, che siete un serpente!", la gli fa questa figlia del mercante.
"Stasera, alle ore dodici, sentirete un grandissimo scatenìo, che sono i demonî che vengono a combattere insieme con nojaltri. Vedi qui: è un anno preciso, che il mio maggiordomo non mi ha mai abbandonato di star con meco sottoterra; e, fra te e lui, sarete quelli, che mi libererete da' demonî e dall'incantesimo". Nell'essendo lì sottoterra, la figlia del gran ricco mercante dice:
"Caro Maggiordomo, dimmi un po', che ora sono?"
Tira fori la sua ripetizione e dice: "Regina - gli fa - Regina, sono vicine alle dodici".
Lei alza gli occhi al cielo e una mano:
"Domanda, Signora" si sente dire.
"Una spada e una bottiglia di licore".
Apparisce la spada e la bottiglia di licore. Le venivano dal cielo. Prende la bottiglia e la gli tronca il collo, lei: mezza la beve lei e mezza la dà al maggiordomo del Re. Bevuto cotesto licore e tutto, lei si cinge la spada alla mano.
"Maggiordomo, forza e coraggio, per liberare il tuo padrone!"
Scocca le dodici e trrrr! si sente uno scatenìo immenso di demonî che venivano per combattere insieme con il serpente. Batti, batti, batti; tra lei e il maggiordomo e i demonî, si battono bene bene bene. Scocca il mattutino, spariscono i demonî; e si vede il serpente dalla pianta dei piedi sin qui diventato carne, rimasto ferito un poco in una coscia.
Lei, la figlia del mercante, alza gli occhi al cielo e la mano.
"Comandi, signora".
"Un vasettino d'unguento prezioso!"
Gli apparisce il vasettino d'unguento prezioso e unge la ferita dello sposo, che lei doveva avere; e così viene a guarigione.


Dudaite L.


La sera, quando a lei pare, che sia vicino le dodici, la risponde:
"Maggiordomo, guarda la tua ripetizione e dimmi che ore sono".
"Regina, è le dodici vicine".
Alza gli occhi e la mano; e sente una voce, che dice:
"Comanda, Regina".
"Comando la solita spada e due bottiglie di licore".
Tronca il collo a tutt'a due le bottiglie. Una la dà a il suo maggiordomo e una se la beve per sè: "Forza e coraggio, maggiordomo, per liberare il tuo padrone".
Scocca le dodici e un grossissimo scatenìo. Se la prima sera ne venne parecchi, la seconda sera altrettanti di soprappiù de' demonî. Cominciano a combattersi. Batti, batti, batti, quand'è lo scocco del mattutino, sparisce i demonî; e si vede in carne in sin quì il serpente. Rimasto ferito, lei, con il medesimo balsamo, unge la ferita e viene a guarigione: l'era rimasto ferito a una coscia il serpente:
"Vedete, carissima sposa, che queste due volte, il vostro legittimo sposo, che deve essere, in tanto è carne. In quest'ultimo combattimento, se mi liberate, si sarà sopr'a terra subito".
Come difatti, ci s'approssima la terza sera.
"Maggiordomo! guarda, che ore sono".
"Regina, vicino alle dodici".
Alza gli occhi al cielo e chiede la l'istessa [6] spada e tre bottiglie di licore: una la dà a il suo maggiordomo; una la beve di per sè; di quell'altra, mezza lei e mezza il suo maggiordomo:
"Allò! maggiordomo! È l'ultima sera, che si deve liberare il tuo padrone - Che credo che nell'inferno non ve ne fusse rimasto neppur uno dei diavoli!"
Quando è lo scocco del mattutino, sparisce i demonî, e si vede tutto in carne il figlio del Re. Ferito, l'unge col balsamo. Il suo maggiordomo avea portato un vestito; l'infilza nelle braccia del suo padrone e lo copre; e subito sopr'a terra tutt'e tre. Camminando, facendo, andierono a risiedere la sera dopo in una locanda, che gli apperveniva a il figlio del Re. Il locandiere, che vede che era il figlio del Re di Spagna, fa allestire ogni cosa.
"Per me - dice il maggiordomo - non allestite niente. Questa stanza quì cor una tavola, tappeto, candeliere e lume e una sieda per sedere".
Mangiano, bevono: dopo mangiato e bevuto, il Re e la Regina si ritirorno ne' suoi quartieri. Il maggiordomo, nella sua stanza, dove gli avevan fatto preparare, si mette a sedere. E si mette così pensoso a pensare a i' caso, che lui gli era intravvenuto, a stare un anno e tre giorni sottoterra, a stare insieme con il suo padrone, che gli era divenuto serpente. Nello stare così a pensare, apparisce quattro incappati; e si dicono tra loro quattro:
"Felicissima sera!"
"Felicissima sera!"
"Felicissima sera!"  e "Felicissima sera! - Risponde uno di questi quattro incappati - Ah è stato libero, eh, il figliolo del Re di Spagna dall'incantesimo di esser un serpente? E l'ha liberato la figlia di un ricchissimo mercante, tra lei e il suo maggiordomo".
"Ma no - risponde un altro di questi quattro incappati - sta bene, che lui sia stato libero dall'incantesimo di essere un serpente. Ma non sapete niente voi, eh? Il Re, il figlio del Re è in camera sua, che scrive due versi a il suo padre, che venga al riscontro di lui e della sua sposa, che lui deve prendere. Il padre, io vi ho da dirvi questo, verrà a il riscontro del figlio, gli farà delle garbatezze e cose simili; ma se n'invaghirà della nora, che lui deve avere. Il padre, sapendo che il figlio gli piace tanto le mele, gli farà avvelenare il suo melo; ed, appena arrivati nel palazzo, gli dirà: Figlio mio, è tanto tempo che non avete mangiato mele, andate nel giardino e levatevene la voglia. Ma, se il suo maggiordomo, che gli vole tanto bene, che è stato un anno e tre giorni sottoterra con lui, non gli si allontanasse mai dal fianco; e, quando fosse per pigliare la mela, gnene strappasse di mano e gnene buttasse via; sarebbe libero da il veleno della mela. Ma quì, se ci fosse qualcuno, che ne sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo diventassi".
Risponde il terzo di quell'incappati e dice:
"Quando il padre vedrà, che è libero da il veleno della mela, gli farà avvelenare il pasticcio, che deve avere avanti. Con politica d'il suo maggiordomo, gli si mettesse al suo fianco, che quando il suo Re è per prendere il pasticcio, per metterselo alla bocca, gli prendesse il pasticcio, lo buttasse via e gli mettesse il suo davanti, sarebbe libero anche da il veleno d'il pasticcio. Ma qui, se ci fusse qualcheduno, che ne sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo e' diventassi".
Ecco l'ultimo incappato, che risponde e dice:
"Tra il veleno del melo, tra il veleno del pasticcio, vede che è libero; eh! di nottetempo, alle ore dodici, gli farebbe apparire un grosso leone in camera per divorarlo. Ma, se il suo maggiordomo, che gli ha voluto tanto e tanto bene, chiedesse grazia a il suo Re di pernottare nella nottata sur una sieda in camera sua; che quando fusse vicino alle dodici, si sbracciasse, si levasse il soprabito, che ha addosso, e si buttasse su il letto ai piedi del suo Re; che con la spada, che l'ha liberato dai demonî montasse su il letto e uccidesse il leone, sarebbe libero anche dalla morte d'il leone. Ma qui, se ci fusse qualcheduno, che ne sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo addiventassi".
"Felicissima notte!"
"Felicissima notte!"
"Felicissima notte!" e - "Felicissima notte!", e spariscono tutt'e quattro.
Il maggiordomo, che è rimasto solo lì a pensare ai suoi casi:
"Credeva di aver fatto festa! mi pare a me di cominciare adesso".
Mattino si alza il Re, si alza la sposa; si preparano, fanno una bona colezione e se ne vanno fori dalla locanda, incontr'a il padre, che veniva a riscontrarli: sortendo fora per andare a il riscontro del padre, sentendo alla lontana la banda con i soni e tutta la sua soldatesca. Il padre vede a il figlio, gli fa dei garbi boni, ma non gran cosa d'allegria, più che sia alla sposa, che doveva prendere il figlio. Entrando nella sua città trionfalmente e bene, si approssimano a il palazzo. Andato, andato: "Figlio mio, è tanto tempo, che voi non avete mangiato mele; andate nel giardino e levatevene quella voglia".
Il maggiordomo, sempre accanto a il suo fianco, va il figlio del Re per prendere una mela ed avvicinarla alla bocca; il maggiordomo dà un colpo alla mela, la butta per terra, non si parla più di mangiar mela e cambia discorso. Il padre, che vede che è liberato da il veleno del melo, il giorno gli fa apparire davanti alla tavola il pasticcio avvelenato. Il figlio d'il Re, che va per prendere il pasticcio, il maggiordomo gnene piglia e gnene getta fori e gli pianta il suo davanti.
Disse il padre fra sè: 'Uh che affare è questo? Gli è libero anche da il veleno del pasticcio. Ma, nella nottata, gli farò apparire questo leone'.
Il maggiordomo chiede una grazia a il suo Re:
"Che grazia voi, ti sarà concessa".
"Io, nella nottata, gradirei di riposare sur una delle sue siede nella sua camera". Come difatti, gnene concede la grazia il figlio del Re. Entra in camera e si mette a riposarsi in una sieda. Il Re, te lo spogliano e te lo mettono al letto. Addormentato, che è, il Maggiordomo prende la sua ripetizione e guarda che ore sono. "Eh! sono vicine le dodici". Si leva il suo soprabito d'addosso, si sbraccia bene bene e monta su il letto appiede d'il figlio d'il Re, adagio adagio, con la medesima spada, che si era combattuto co' demonî. Se la cinge bene alla mano. Apparisce questo grosso leone. Uccide il leone; e il leone rimane in cenere. Il Re, che si sveglia e vede appiede d'il suo letto il maggiordomo con la spada sguainata, grida: "Ajuto, guardie! ajuto, guardie! Il maggiordomo m'ammazza! il maggiordomo m'ammazza!"
Preso il maggiordomo, è messo in una scura carcere. Dopo tanto bene, che gli aveva fatto! Viene il momento, che fu condannato a morte il maggiordomo. "Voglio una grazia da Sua Maestà, il mio padrone".
"Gli sia concessa!" fa, tutto severo.
"Voglio la grazia di parlare al mio padrone in mezzo alla sala d'udienza".
Prese le misure, cominciò a parlare:
"Maestà, si rammenti bene, che, io sono stato un anno e tre giorni con lei e tre giorni con la sua legittima sposa, che lei ha sposato, che siamo stati fra me e lei il suo liberatore ad essere liberato da essere incantato in un serpente. Sortendo di sottoterra e andando in quella bellissima locanda, si rammenti bene, che io mi feci preparare un tavolino con un tappeto e un candeliere, con una candela e una sieda per riposare. Pensando io ai casi successi, nel momento mi vedo apparire quattro incappati; e si danno la bona sera ognuno coll'altro: Sapete cosa ho io da dirvi di novo? Che il figlio del Re di Spagna è stato libero dall'incantesimo di essere un serpente; tra lui e la figlia di un gran ricchissimo mercante e il suo maggiordomo. Ma abbiate da sapere, che lui è nel suo quartiere, che scrive due versi a il suo signor padre, che lui venga a riscontro del figlio e della nora, che lui deve avere. Risponde il secondo: Ehi sta bene, che lui scriva due versi a il suo signor padre. Non sapete, che lui farà più complimenti alla sposa, che deve prendere il figlio, che a il figlio? A il figlio, siccome lui è tanto tempo, che lui non mangia mele, gli farà avvelenare il melo. Ma se il suo maggiordomo, che gli ha voluto tanto e tanto bene, stessi sempre al fianco del suo Re; quando è per prendere la mela per mettersela in bocca gnene gettasse via; libero rimarrebbe dal veleno della mela. Se ci fosse qualcuno, che ne sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo addiventassi."
Ti vede il Re il maggiordomo, che, dalla punta de' piedi insino qui, rimane di marmo. Dà un lancio dalla sua sieda e gli va lì da il suo maggiordomo: "Maggiordomo, per pietà, non discorrere più, stai fermo!"
"Maestà, condannato a morte Lei mi ha; dunque io rimarrò per belluria nel mezzo del gran salone d'udienza. Di qui non mi posso più smovere; è meglio, che io seguiti a parlare. Risponde quell'altro degl'incappati: Ebbene, e quando il suo signor padre vedrà che lui è libero da il veleno della mela, gli farà avvelenare il pasticcio, che lui deve avere avanti nel pranzo. Ma se il suo maggiordomo gli si mettesse al suo fianco; quando il suo Re è per prendere il pasticcio per metterselo alla sua bocca, gnene strappasse, lo buttasse via e gli mettesse il suo avanti; il Re sarebbe libero anche da il veleno del pasticcio. Ma se ci fosse qualcuno, che ne sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo diventassi."
E diventa insino alla vita e qui di pietra e marmo:
"Per pietà, Maggiordomo, non parlà' più!"
"Che vole? di qui non posso sortire, non mi posso smovere; è meglio, che io finisca di ragionare. Risponde il quarto degl'incappati: Quando il suo signor padre vedrà, che lui è libero anche da il veleno del pasticcio, nella nottata, a ore dodici, gli farà apparire nella sua camera un gran leone, per divorare il suo figlio. Ma, se il suo maggiordomo, che gli ha voluto tanto e tanto bene, chiedesse in grazia al suo Re di pernottare questa notte in camera sua con la spada medesima, che l'ha liberato da' demoni, lo potrebbe liberare anche dalla morte del leone. E se ci fosse qualcuno, che ne sentissi e ne parlassi, di pietra e marmo diventassi. - Felicissima notte! - Felicissima notte! - Felicissima notte! - e - Felicissima notte!"
E diventa tutto di pietra e di marmo, il Maggiordomo. Eh! dispiacente e disperato Sua Maestà, quando sente, che il suo Maggiordomo è diventato tutto di pietra e di marmo! Va in camera della sposa:
"Eh! carissima sposa, un gran rincrescimento ho avuto! Il mio maggiordomo è divenuto tutto di pietra e di marmo!"
Eh! dispiacente ancora lei. Il Re chiede grazia alla sposa di partire dalla sua Reggia.
"Addio! Addio!"
"Addio! Addio!" e se ne va via.
Cammina cammina e arriva alla locanda, in dove era stato, che il suo maggiordomo aveva visti questi incappati. Il locandiere vide, che gli era il figlio del Re.
Dice: "Niente preparativi! la stanza, che pernottò il mio maggiordomo. Come stava lui, è come m'avete a fare a stare anche a me: con tavola, tappeto, candeliere e la candela e una sieda per riposare".
Quand'è l'ore dodici, si vede in codesta stanza apparire questi quattro incappati, e si danno la bona sera l'un coll'altro.
"Felicissima sera!"
"Felicissima sera!"
"Felicissima sera!" e "Felicissima sera! - Oh, gli ha buscato un bel premio, povero maggiordomo, dopo d'aver liberato il suo Re da il veleno della mela, da il veleno del pasticcio e da esser divorato da il leone! Fu messo in carcere e presto presto venne a esser condannato a morte".
Risponde un altro: "Eh! poero maggiordomo, che è rimasto di pietra e di marmo, che è meglio che morte. Il Re, abbiate da sapere, che è qui insieme con nojaltri. Sua Maestà.... che credete, che non ci fusse rimedio per Sua Maestà di riavere in carne il suo maggiordomo? Altro! Perchè Sua Maestà, ch'è qui, quando lui partirà di qui, dalla locanda, per andare inverso la sua città, inverso l'ora di mezzogiorno sentirà un gran sonìo di campane, cannonate, schioppettate, da tutte le parte. Sarà la sua sposa, che partorirà due bellissimi maschi".
"Questo - risponde l'ultimo incappato - ch'è il bello, che se Sua Maestà avesse tanto di coraggio e lo facesse di bon core, quando lui è da entrare nel suo palazzo, scambio di prendere la scala maestra, prendesse quella secreta, vedrebbe tutt'e due i suoi bimbi in una culla, bianchi e rossi, poerini! Ma se lui lo facesse di bon core, di prendere una bacinella con una spugna (ma badate! sapete? lo deve fare di bon core!), li prendesse a uno a uno: con la spada, che ha a il suo fianco, li scannasse tutt'e due, che il sangue ne andassi in codesta bacinella; andesse nel gran salone d'udienza innanzi al maggiordomo; e lo bagnasse dal capo insino ai piedi col proprio sangue dei suoi figli; avrebbe il suo maggiordomo vivente, sano e salvo, e riavrebbe i suoi figli in bona salute. Ma sempre ragionare di farlo di bon core".
"Felicissima notte!"
"Felicissima notte!"
"Felicissima notte!" e  "Felicissima notte!"
Mattina, il Re parte dalla locanda. Quand'è verso l'ora di mezzogiorno, sente un gran sonìo di campane, cannonate, schioppettate da tutte le parti. Quando ha[9] entrare nel suo palazzo, scambio di prender la scala maestra, prende quella secreta; e trova tutt'e due i suoi bimbi in una culla, bianchi e rossi, poerini! Prende una bacinella con una spugna e li scanna a uno a uno con la spada, che ha a il suo fianco, che il sangue ne va in cotesta bacinella. Poi va nel gran salone d'udienza, innanzi a il maggiordomo; lo bagna, come ho detto, da capo insino ai piedi; e lo rià in perfetta e bona salute il maggiordomo.
"Oh Maestà!"
"Oh caro mio maggiordomo!" Te l'abbraccia e te lo bacia.
"Vieni, vieni a vedere cosa io ho fatto, per riavere te in perfettissima salute. Vedi cosa ho fatto, caro maggiordomo! Ho scannato tutt'e due i miei figli, per riaverti in perfettissima e bona salute".
"Oh Maestà! questo, che è qui, non lo doveva fare".
"Ma vieni, vieni, caro il mio maggiordomo!"
Te lo prende pel braccetto e te lo porta nella stanza, dove c'erano tutt'e due i suoi bimbi. Erano nel suo quartiere, che si pascolavano con un pomo d'oro in mano tutt'e due. Il Re fa: "Cielo, io vi ringrazio, del favore, che voi mi avete fatto; di aver reso alla luce il mio maggiordomo e i figli viventi!"
Prendendone uno per uno, uno il maggiordomo e uno Sua Maestà:
"Andiamo a far visita alla Regina in camera".
La Regina, che ti vede il maggiordomo: "Come mai? Oh maggiordomo!"
"Carissima sposa, questo e questo ho fatto. E ho avuto la grazia di riavere in perfettissima e bona salute il mio maggiordomo innocente, e ho avuto in bona e perfettissima salute anche i figli".
Fu rinnovato tra il Re e la Regina novo sposalizio tra di loro. E rimasero contenti e felici tra il Re, la Regina, i figli e il maggiordomo, che tra sè se la godettero e a me nulla mi dettero:

Stretta la foglia, larga la via, 
Dite la vostra, che ho detta la mia.


"L'Impietrito", novella n.30 da "La Novellaja Fiorentina", di Vittorio Imbriani.


Gordeev


Note

L'Imbriani cita Grimm n. 6, Il Fedele Johannes e Il Corvo di G.B. Basile.
Lo cuorvo, trattenimento IX della giornata IV del Pentamerone: "Iennariello, pe' dare gusto a Milluccio, Re de Fratta-Ombrosa, fratiello sujo, fa luongo viaggio; e, portatelo chello, che desederava, pe' liberarelo da la morte, è connannato a la morte. Ma, pe' mostrare la 'nnocenzia ssoja, deventanno statoa de preta marmora, pe' strano socciesso, toma a lo stato de' primmo e gaude contiento".

[2] Antica moneta toscana; valeva sette de' nostri centesimi. Il soldo ne valeva tre. Quindi il Giusti il chiamò uno e trino.

[3] Il Luigi d'oro era moneta franzese antica di ventiquattro lire francesi (livres); il napoleone d'oro è moneta di questo secolo di venti franchi (pari alle lire Italiane); ma si usano promiscuamente i due termini. Nell'Alta Italia si chiama marengo il venti franchi d'oro, perchè introdotto dopo la celebre battaglia. In gergo: giallino.

[4] Eufemisticamente per accidente; e forse satiricamente, giacchè talvolta i cattivi preti ed arcipreti fan più danno che gli accidenti e l'apoplessia: E fuvvi un tempo una vecchia lombarda, che credeva che il papa non foss'omo; Ma un drago, una montagna, una bombarda!

[5] In tutte le novelle e fiabe, che io ho raccolte in Toscana, ecco il solo, unico accenno a personaggi della mitologia cristiana; e ci stanno appiccicati collo sputo, proprio, i demonî in questo racconto.

[6] Sic. Questa tendenza ad amalgamare e confonder l'articolo col vocabolo seguente (massime quando comincia per vocale) c'è in Italiano; anche senza alludere alle parole arabe, come almanacco, ammiraglio, alcole eccetera, nelle quali tutte l'articolo originario è divenuto prima sillaba del vocabolo nostro.


H.J. Ford

giovedì 12 gennaio 2017

Donne, Gatte Diaboliche e Malocchio nelle Credenze Popolari Norvegesi

Una superstizione, che esiste tuttora ai giorni nostri, è quella della Gatta del Diavolo, strumento malefico di cui possono servirsi soltanto le donne.
Ricordo che, ancora nei giorni della mia fanciullezza, c'erano donne del paese delle quali avevamo un sacro terrore, alla cui casa ci s'avvicinava malvolentieri per paura del malocchio che esse gettavano sulla gente per mezzo della Gatta del Diavolo. Si diceva che codeste femmine evocassero tale spirito maligno in una maniera molto semplice: preparavano una pasta con lo sterco di vacca e il latte, le davano una forma allungata e la gettavano per terra, pronunciando queste parole: "Io ti ho dato corpo e membra, che il diavolo ti dia vita e movimento!".
Ciò detto, ecco la gatta cominciare a saltare, a chiedere cosa dovesse fare e dove dovesse andare e poi, via, in un batter d'occhio, a eseguire gli ordini ricevuti.
La scuola e la cosiddetta civiltà hanno, naturalmente, distrutto anche nei nostri villaggi molte di queste primitive, favolose credenze e, con il racconto popolare, sono morte, in fondo, la cultura che noi chiamiamo paesana [...]
Tuttavia la superstizione della Gatta del Diavolo vive ancora.
Nel 1924 prestavo servizio come comandante di plotone nella fortezza di Adganess. Un giorno i miei soldati, che erano ospiti delle donne del vicinato, vennero a dirmi che queste volevano aumentare loro la pigione. Sapevano che essi guadagnavano pochi centesimi al giorno e che non avrebbero potuto sobbarcarsi questa maggiore spesa, perciò mi opposi risolutamente. Le donne, com'è naturale, montarono su tutte le furie e mi dissero che l'avrei pagata cara. E cosi fu. Tre giorni dovetti rimanere a letto, colpito da quel misterioso malessere che provoca la Gatta del Diavolo, e, quando ricominciai a marciare in testa al mio plotone, a ogni porta vidi una di queste femmine sorridere, soddisfatta e sicura di essere riuscita a mettermi addosso la Gatta del Diavolo.
Non più tardi di quest'estate, sono venuto a sapere che a Gulbrandsdal v'è un'appendice al racconto della Gatta del Diavolo. Narrano lassù che, se si riesce a trovare un po' di saliva della Gatta del Diavolo, quando una persona o una bestia viene colpita da malattia, bisogna mettere questa saliva in una scatola di latta e bruciarla una sera di giovedi. In tal modo la femmina che ha operato il malocchio, spinta da una forza misteriosa, è costretta a mostrarsi, anche se appartiene ad un'altra parrocchia. Allora, insegnano, nascondi un giovanotto dietro la porta pronto a colpire con una frusta il braccio della donna, non appena questa sarà entrata, fino a farlo sanguinare: nell'istante medesimo che il sangue colerà, l'uomo o la bestia ritorneranno sane.


Jeremy Hush


Da "I Racconti Popolari Norvegesi", saggio di Johan Boier del 1928. In "Fiabe e Leggende Norvegesi", traduzione di Massimo Conese.

martedì 10 gennaio 2017

Kalevala: le Vergini Ilmatar e Marjatta e i Loro Figli Divini

Il Kalevala (ovvero Terra degli Eroi)  è una raccolta di rune finniche che narrano le avventure di tre personaggi favolosi, tre Eroi dalle origini divine.
Questo monumento letterario nazionale, conservatisi solo grazie alla trasmissione orale fu raccolto e trascritto da un medico finlandese, Elias Lonnrot, e pubblicato nel 1835. Nel corso dei secoli, e soprattutto con l'avvento del Cristianesimo (1150), la trasmissione non scritta determinò la contaminazione dell'originario carattere magico e cosmico dei miti, che riflettevano la spiritualità "animistica e sciamanica" delle popolazioni finniche.
Così, gli antichi Eroi, gli antichi Dèi, personificazione dei Miti della Natura, furono costretti ad allontanarsi per sempre, come i Túatha Dé Danann, gli Dèi luminosi d'Irlanda, che lasciarono l'Isola sacra o si confusero con il preesistente popolo magico abitatore dei Tumuli, dopo l'invasione vittoriosa degli Uomini e del loro nuovo Dio.





n principio era Ilmatar/Luonnotar, unico Essere, figlia dell'Aria e discesa sulle onde del Mare. Fecondata dal Vento, vagò a lungo, settecento dei nostri anni, senza poter partorire il figlio che portava in grembo. Il Figlio non può nascere perché il Mondo che deve accoglierlo non è stato creato. E un'anatra si posò sul suo ginocchio e nidificò, ma Ilmatar mosse il ginocchio e le uova rotolarono e caddero, e si ruppero, e dai loro frammenti nacquero il Cielo, la Terra, il Sole, la Luna, le Stelle e le Nuvole. In seguito, Ilmatar creò gli abissi marini, le terre sommerse e le terre emerse, i promontori e le montagne. E, finalmente, partorì Väinämöinen, che nacque già vecchio, e trascorsero altri sette anni, e Väinämöinen era in balìa delle onde.

Laurel Long - The Twelve Days of Christmas, dal 2 al 6 Gennaio

Day 12 - 6 gennaio
"On the TWELFT Day of Christmas my True Love Gave to Me TWELVE DRUMMERS DRUMMING, Eleven Pipers Piping, Ten Lords A-Leaping, Nine Ladies Dancing, Eight Maids A-Milking, Seven Swans A-Swimming, Six Geese A-Laying, Five Golden Rings, Four Calling Birds,Three French Hens, Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"




giovedì 5 gennaio 2017

La Capanna col Tetto di Formaggio, Hansel e Gretel in Svezia


olto lontano, in una capanna in mezzo al bosco, viveva una malvagia strega cui piaceva molto mangiare carne di bambini. Così copriva di formaggio tutta la sua capanna per attirare bambini e bambine che andavano in giro nel bosco. E quando metteva le mani su qualche bambino lo infilava nel forno e poi lo mangiava.
Poco lontano viveva un povero contadino che aveva un figlio e una figlia. Poiché il cibo in casa era scarso, un giorno il contadino disse ai suoi figli che dovevano andare nel bosco a raccogliere bacche. I bambini partirono e alla fine giunsero alla montagna, dove videro la capanna col tetto di formaggio. Visto che a entrambi sarebbe piaciuto avere un po' di quel formaggio, si consigliarono sul da farsi.


K. Nielsen

domenica 1 gennaio 2017

Felice Anno Nuovo






Laurel Long - The Twelve Days of Christmas .
Day 7 - 1 gennaio
"On the SEVENTH Day of CHRISTMAS, my True Love Gave to Me SEVEN SWANS A-SWIMMING, Six Geese A-Laying, Five Golden Rings, Four Calling Birds,Three French Hens Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"



sabato 31 dicembre 2016

The Twelve Days of Christmas - dal 29 al 31 Dicembre

Laurel Long - The Twelve Days of Christmas .

Day 6 - 31 dicembre
"On the SIXTH Day of CHRISTMAS, my True Love Gave to Me SIX GEESE A-LAYING, Five Golden Rings, Four Calling Birds,Three French Hens Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"




venerdì 30 dicembre 2016

La Cintura Magica, (Fiaba Gypsy, Grecia)

'era una volta un cacciatore che ogni giorno andava a caccia nella foresta.
Un giorno, però, non riuscì a cacciare niente e sua moglie si chiedeva che cosa mai gli avrebbe preparato da mangiare. Alla fine si tagliò un seno e glielo cucinò. Appena il marito tornò a casa, lei gli disse di andare a sedersi per mangiare. Quando ebbe finito, il cacciatore disse:
"Davvero ottimo. Dove l'hai preso? Dovresti comprarne ogni giorno!"
Allora la donna gli rispose:
"Non l'ho comprata questa carne: è uno dei miei seni!"
"Ah! È davvero così saporita la carne umana?"
"Davvero".
Allora il cacciatore disse:
"Donna, se la carne umana è così gustosa, uccidiamo i nostri figli e
mangiamoceli".
Ma appena sentite queste parole, la donna svenne. Quando riprese i sensi il marito le disse:
"Non preoccuparti, ti abituerai all'idea".

mercoledì 28 dicembre 2016

The Twelve Days of Christmas - dal 26 al 28 Dicembre



Day 3 - (28 dicembre)
"On the Third Day of Christmas, my True Love Gave to Me Three French Hens Two Turtle Doves and a Partridge in a Pear Tree"...





martedì 27 dicembre 2016

Coro dell'Armata Rossa: Fischia il Vento

Urashima Tarō, e la Tir-na-n-Og Giapponese

La leggenda giapponese di Urashima Tarō è probabilmente la più conosciuta in Occidente, forse perché il tema principale, il viaggio in una terra soprannaturale dove il trascorrere del Tempo è pericolosamente diverso, è diffusissimo anche nelle nostre storie. Vengono in mente Oisin e Niam e Tir-na-n-Og, Thomas the Rhymer, e persino le contaminazioni cristiane del tema, con le estasi mistiche che annullano e moltiplicano il passare del Tempo.
Della leggenda di Urashima Tarō esistono numerose varianti. Ne ho ricostruita una, basandomi su quella più diffusa e attendibile.
La variante che si stacca marcatamente da quella che considero l'originale, (o, chissà, forse è, invece, l'ultima traccia dell'antico nucleo), narra di un giovane e ardito pescatore che, in una notte di luna piena, si sporge pericolosamente dalla barca, i lunghi e bellissimi capelli inzuppati di raggi lunari e acqua marina, e cade negli abissi, "reso pazzo dalla Luna", attratto dagli incantamenti della figlia del Dio degli Abissi del Mare, che lo imprigiona nella sua "fredda grotta", disteso su di un letto di sabbia.


Ford H.J.


Nessuna traccia, quindi, del Palazzo del Re Drago e della sua elegante Corte.
E inizia un dialogo in versi, una sorta di nenia, tra la Creatura che chiede l'amore del giovane pescatore poiché i suoi lunghi capelli  "si sono attorcigliati intorno al suo cuore",  e Urashima Tarō, qui sorprendentemente padre di famiglia, che si ostina a rifiutarla invocando la tenerezza verso i proprii bambini e la sua preoccupazione per il loro destino. Infine, la Figlia del Dio del Mare acconsente a lasciarlo libero, in cambio di un'unica notte. Il pescatore acconsente. Liberato con il cofanetto da-non-aprire-mai, ritorna nel suo villaggio. Il finale della storia non muta, se non per una disperata ricerca fra le lapidi del cimitero, alla ricerca di una conferma di cui è, in cuor suo, già consapevole. E, infatti, trova i nomi di tutti i suoi figli, morti vecchissimi, e dei figli dei suoi figli.  E il dono di addio, qui, potrebbe avere in senso, il senso di una fredda vendetta, basato sulla consapevolezza delle debolezze umane.


Yamamoto Hōsui



anto tanto tempo fa, sulle coste del Giappone, nella provincia di Tago, in un modesto villaggio di pescatori,viveva un giovane di nome Urashima Tarō (浦島太郎). Suo padre era stato un abile pescatore, e aveva trasmesso la sua abilità al figlio, che era certamente il pescatore più audace del villaggio e non temeva di spingersi in mare aperto. Tuttavia, più che per il suo ardimento nell'affrontare le onde con qualsiasi tempo, era rinomato per la gentilezza e la grande generosità del suo animo.

domenica 18 dicembre 2016

Un'Altra Storia su Contarape

on un vecchio pastore, un uomo molto schietto, Contarape aveva quasi stretto amicizia, tanto che gli permetteva di recarsi al pascolo col gregge fino alle siepi del suo giardino, cosa che nessun altro avrebbe mai potuto fare.
Un giorno però il vecchio non prestò sufficiente attenzione e alcune pecore sconfinarono nel giardino dello gnomo.
Contarape si adirò a tal punto che spaventò il gregge e lo fece precipitare giù per la montagna.
La maggior parte delle pecore si infortunò, e il pastore si trovò in gravissime difficoltà.
Un medico di Schmiedberg, che era solito raccogliere erbe sui Monti dei Giganti, aveva avuto anche lui l'onore, pur senza saperlo, di intrattenere con la sua loquacità da spaccone lo gnomo, che gli compariva davanti di volta in volta nelle vesti di taglialegna, o in quelle di viaggiatore, lasciandosi spiegare da questo Esculapio tutte le sue cure.
Talvolta era anche tanto cortese da portargli per un buon pezzo il pesante fascio di erbe e da informarlo su alcune proprietà balsamiche ancora sconosciute.
Il medico, che si riteneva più esperto di un banale taglialegna, si infastidì di questo insegnamento e gli disse risentito:
"Il calzolaio deve fare il suo mestiere e il boscaiolo non deve avere la pretesa di insegnare al medico. Ma visto che tu te ne intendi così bene, allora dimmi sapientone: che cosa vi fu per prima, la ghianda o la quercia?"
Lo Spirito rispose: "Senza dubbio fu l'albero a venire per primo perché il frutto proviene dall'albero".
"Stolto!- soggiunse il medico - e da dove provenne il primo albero se non poté nascere dal seme, racchiuso nel frutto?"
Il boscaiolo rispose: "E' davvero una bella domanda, ma è troppo elevata per me.
Anch'io però voglio farvi una domanda: a chi appartiene la terra sotto ai nostri piedi, al re di Boemia o al signore della montagna?"


Rübezahl (Il Contarape in Slesia)


Così infatti si faceva chiamare lo Spirito, perché il nome di Contarape non gli era gradito e provocava una scarica di legnate e di lividi.
"Ritengo che questo terreno appartenga al mio signore, il re di Boemia, perché Contarape è solo un fantasma, uno spauracchio per i bambini".
Non appena ebbe pronunciato queste parole, il taglialegna si trasformò in un terribile gigante, con occhi di fuoco e gesti minacciosi, che, inveendo terribilmente contro il medico, disse con voce roca:
"Eccolo qui Contarape che ti farà vedere come non esiste spezzandoti le costole!".
Lo prese quindi per il collo e lo sbatté contro alberi e pareti rocciose, poi gli cavò un occhio e lo abbandonò in quel luogo più morto che vivo, tanto che in seguito il medico non volle più andare su quelle montagne a raccogliere erbe.

"Leggende di Contarape" (Boemia), J. K. A. Musaus.
Da : Il Bosco. Miti, leggende e fiabe, A. Mari - Ulrike Kindl

martedì 13 dicembre 2016

Lucia, Lussi e Christkindel (e Scorta Diabolica)

E rispunta la Scorta Diabolica.
La Chiesa Protestante luterana si arrocca nel cuore dell'Europa centrale guardando al Nord, "cancella" san Nicola e tenta di soppiantarlo con Lussi-Lucia. Ma, con il tempo, la tradizione popolare lo sostituirà con Sancta, mentre san Nicola resisterà nelle zone più conservatrici e rigidamente cattoliche, affiancato da... Lussi la "Luterana",  sotto il nome di Christkindel, (la ben nota figura di fanciulla bionda, incoronata di candele fiammeggianti, generosa distributrice di dolci e doni), degradata a "braccio destro" di Nicola, ma anch'ella accompagnata dal diabolico essere mostruoso conosciuto altrove come Krampus.

Christkindel e "Hans Trapp"









13 Dicembre. Lussi. La Tenebra e la Luce.





La Notte di Lussi, Lussinatta. Il lato oscuro di santa Lucia. O meglio, è santa Lucia l'idilliaca usurpatrice cristiana dell'antica Dèa del solstizio d'inverno.
Lussi, l'aspetto terrifico della Dèa Madre, imperversava nelle gelide regioni nordiche, accompagnata, come le pre-olimpiche Iside o Ecate, dalla caccia selvaggia [Lussiferda], tra i fischi delle bufere e le tempeste di neve. Guai a chi l'avesse incontrata di notte. I dèmoni e gli spiriti e i troll che la scortavano erano partecipi della sua natura maligna. La Lussinatta, a ridosso del solstizio invernale, era una notte di veglia e di terrore. Nelle case si accendevano lumi e candele per tenere lontani gli spiriti delle tenebre al massimo della loro potenza e del loro furore nell'imminenza del rinnovato trionfo della Luce. Il sonno costituiva un pericolo pari a quello delle tenebre né si era al sicuro fra le mura domestiche. Lussi la Terribile si calava dai camini delle case dove i lavori giornalieri non erano stati portati a termine prima del crepuscolo e rapiva i colpevoli.
Di questo aspetto minaccioso restano tracce anche nella soavità della festa cristiana di santa Lucia, della santa Lucia buona. I bambini, in attesa dei doni, le lasciano dolci, biscotti e latte (v. Befana!), ma non devono arrischiarsi ad aspettarla svegli perché potrebbero essere accecati per punizione con la cenere del focolare.