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domenica 18 settembre 2016

La Principessa Fillide, il Mito del Mandorlo

C'è sempre di mezzo un Demofoonte (o Demofonte), fratello ora di Trittolemo, ora di Acamante, e figlio o del re di Eleusi Celeo e di Metanira, o dell'ateniese Teseo.
Il Demofoonte che, al momento, non ci interessa, ebbe per balia occasionale, da bambino, Demetra, che viaggiava per il mondo in incognito alla ricerca di Persefone, e Demetra, di nascosto, nottetempo, lo forgiava nel fuoco per donargli l'immortalità. Ma sua madre non riconobbe la Dèa, e, cogliendola sul fatto, mentre lo accostava alle fiamme del focolare, urlò e la fermò. Demofoonte perse la sua occasione, e, si dice, anche la vita, ma i Mortali guadagnarono, attraverso suo fratello Trittolemo, ciò che Prometeo aveva significato con il dono del fuoco. Demetra, infatti, insegnò loro, tramite il fratello di Demofoonte, l'arte di coltivare il grano.


Fillide e Demofoonte, Edward Burne-Jones


L'eroina di un altro mito, un mito così importante che fu uno degli argomenti usati dagli Ateniesi  per avanzare pretese su Anfipoli, è Fillide (Φυλλίς), figlia del re della Tracia. In alcune versioni del mito, il suo amore mortifero fu Acamante. Oppure non sono due varianti dello stesso mito, ma due storie completamente diverse, due diverse, sfortunate principesse.
Secondo Callimaco, Fillide si innamorò dell'ateniese Demofoonte, figlio di Teseo e Fedra, e fratello di Acamante, reduce dalla guerra di Troia.
Demofoonte ricambiò il suo amore, e la sposò, ricevendo in dote la città di Anfipoli, ma, di lì a poco, le confessò la sua struggente nostalgia per la propria patria e il suo proposito di partire alla volta di Atene, e le giurò che, trascorso un anno, sarebbe tornato da lei. Fillide si dolse della sua decisione, lamentando che egli andasse contro le leggi della Tracia e contro le sue promesse, e gli donò, una scatola sigillata. "Aprila solo se io dovessi morire, contiene un amuleto della Dèa madre Rea", gli disse, convinta che non lo avrebbe rivisto mai più.
Demofoonte partì. Trascorse il tempo, trascorse un anno, Demofoonte non tornò.
Alcune versioni del mito dicono che, in realtà, non si fosse recato ad Atene, ma che si fosse insediato a Cipro, forse, al fianco di un'altra principessa.
Disperata, Fillide si uccise con il veleno (o si impiccò ad un albero). Si narra che sia scesa nove volte dalla rocca al porto di Anfipoli prima di suicidarsi, e, da allora, quel percorso si chiamò Enneodo (le nove strade).
Si credeva che certi amori, certe tragedie, muovessero a compassione Dèi troppo simili agli uomini. E, quando ciò accadeva, un Dio trasformava l'eroe o l'eroina in un albero, o un fiore, un fiume o una costellazione. Perchè ne restasse traccia.
Fillide venne trasformata in un mandorlo.
E Demofoonte (o Acamante), finalmente, mantenne la sua promessa e ritornò in Tracia. Appena sbarcato, seppe della morte di Fillide e della sua trasformazione. Disperato, corse ai piedi del mandorlo, lo cinse amorosamente con le braccia e pianse tutte le sue lacrime. Si narra che, allora, il mandorlo perse tutto il fogliame e si ricoprì, per la prima volta, di boccioli candidi e fragranti. Demofoonte si rammentò della scatola sigillata e della raccomandazione della sua sposa. Aprì la scatola e ciò che vide al suo interno lo sconvolse a tal punto che perse la ragione, e, in preda ad un cieco terrore, galoppò fino alla spiaggia, percuotendosi il petto con la sua daga, ma la sua folle corsa si interruppe bruscamente: disarcionato dal suo cavallo, cadde sulla propria lama e morì.


Il suicidio di Fillide, secondo Ovidio, in una miniatura francese del XVmo secolo

Mab's Copyright



mercoledì 14 settembre 2016

La Leggenda del Serpente Bianco, del Serpente Nero, del Giovane Xu Xian e del Monaco Fa Hai

Toshiyuki Enoki


Questa antichissima storia cinese, tramandata oralmente per secoli, divenne un racconto scritto nel settimo secolo, durante la dinastia Tang, e si inserisce nel filone, noto anche nel nostro patrimonio folcloristico, della "sposa soprannaturale". Ho già avuto occasione di sottolineare come il nostro tipo fiabesco, in genere riguardante la ragazza-serpe, sia totalmente rovesciato rispetto al mito e/o alle fiabe diffuse in Asia e in Africa.
In Asia e in Africa, la donna non è stregata, né soggiace a qualche incantesimo, ma è un serpente, che assume l'aspetto di una bellissima umana, si unisce ad un giovane mortale, e, in genere, gli dà anche un figlio. Quando il marito scopre la sua vera natura, il Serpente sparisce per sempre, ma non senza provvedere al figlioletto, che lascia allo sposo mortale. Melusina, la bellissima donna-drago, è la parente più stretta di questo genere di eroine. E la sua leggenda, come molte altre, era funzionale a creare un alone mitico intorno alle origini di una potente famiglia realmente esistita.
In Cina, la versione più pericolosa e popolare di questo mito ha per protagonista una Volpe, dèmone lussurioso e fatale o spettro inquieto e maligno che s'incarna in una donna bellissima e affascinante, spesso accompagnata da una "consorella" che si finge sua serva. Nei panni di una donzella in difficoltà, durante una tempesta di neve o di pioggia, attende le sue vittime nei pressi di una pagoda in rovina, di un ponte, dei resti di un'antica villa o di una tomba. "Salvata" e ospitata da qualche giovane e solitario mortale, riesce d ammaliarlo e a farsi sposare. In genere, la natura maligna della moglie viene scoperta da qualche saggio monaco buddista chiamato per curare la malattia del giovane, che sta deperendo rapidamente. Che sia anche un'allegoria, una spiegazione soprannaturale, o meglio, superstiziosa, della tisi, mi pare evidente.
(Vedi la Lamia e la Dame-sans-Merci di Keats).



Toshiyuki Enoki



l Serpente Bianco, Bai Suzhen, e il Serpente Nero, Xiao qing, vivevano da millenni sul monte Emei, montagna sacra per il Buddismo, il Taoismo e il Confucianesimo. Avevano studiato anche la magia, di cui erano diventati maestri. Un giorno, decisero che ne avevano abbastanza di una vita solitaria fra le nevi e i tramonti d'oro del monte Emei, e, curiosi di sperimentare la vita dei mortali, dopo aver assunto l'aspetto di due bellissime fanciulle umane, scesero al meraviglioso Lago dell'Ovest, che si diceva nato da una perla caduta dalla Via Lattea, nel distretto di Hangzhou. Mentre si trovavano sul ponte Duan Qiao, ammirando l'incantevole bellezza del lago, vennero sorprese da un improvviso e violento acquazzone. Un giovane e bellissimo uomo di nome Xu Xian, che lavorava presso una farmacia, accorse in loro aiuto offrendo la protezione del proprio ombrello.
Il Serpente Bianco si innamorò immediatamente di quel giovane gentile, e ne fu ricambiata. Con l'aiuto e la mediazione della sorella Xiao qing, s'incontrarono ancòra sul ponte... in fondo, c'era un ombrello da restituire. In breve, Bai Suzhen e Xu Xian si fidanzarono, si sposarono e andarono a vivere insieme, pienamente felici.
Aprirono una farmacia a Zhenjiang, e, grazie al sapere di Suzhen, la farmacia prosperò, poiché il Serpente Bianco conosceva medicamenti in grado di guarire anche malattie fino ad allora considerate incurabili.
Sulle Montagne d'Oro, le montagne Jin Shan, viveva un monaco buddista di nome Fa Hai. Le montagne della Cina erano popolate di antiche Divinità, santi Monaci e spaventosi Démoni. Fa Hai lottava quotidianamente contro queste orribili e mortifere creature. Comprese la vera natura di Bai Suzhen  e scese dal suo eremo per avvertire il giovane Xu Xian del pericolo che correva. Ma Xu Xian  era troppo innamorato della moglie per credere alle sue parole, e il monaco se ne andò.
Arrivò il tempo della Festa della Barca del Drago, il quinto giorno del quinto mese del calendario lunare. E' una delle più importanti feste cinesi, e fa da sfondo a molte, bellissime fiabe e leggende. Grandi imbarcazioni in forma di Drago si sfidavano, e i migliori giovani, che si preparavano tutto l'anno, formavano delle squadre sfidandosi nella danza e nei tuffi. Quindi, era anche una celebrazione del corpo, della sua cura. Alle vesti dei bambini venivano cuciti sacchetti contenenti cinque delle tremila erbe mediche per proteggerli dalle malattie, gli adulti bevevano decotti e tisane speciali. Il monaco consegnò a Xu Xian un liquore medicinale che, offerto all'inconsapevole sposa, ne avrebbe rivelato la vera natura. I due sposi festeggiarono mangiando i dolci tipici della ricorrenza, poi, Xu Xian, secondo la tradizione, offrì il liquore beneaugurante alla moglie, che lo bevve e fu còlta da un sonno profondo. Quando  Xu Xian scostò le cortine del letto vide il Serpente Bianco nel suo vero aspetto e, inorridito e terrorizzato, perse i sensi e cadde come morto.



Toshiyuki Enoki


Il Serpente Bianco, nonostante fosse incinta, si recò nell’Isola Sacra, Dei Peng Lai, dove vivevano gli Otto Immortali, e rubò un'erba magica per salvare il marito. [Nella mitologia cinese, Dei Peng Lai è molto simile alla Tìr-na-n-'Og irlandese: il tempo immobile, i frutti e le erbe che curano qualsiasi malattia e donano l'eterna giovinezza, il cibo inesauribile...]
Fa Hai condusse con sé Xu Xian per farlo diventare un monaco del tempio sulle Montagne d'Oro, e respinse Bai Suzhen e Xiao Qing  che erano andate a reclamarlo.
E si scatenò una grande battaglia. Il Serpente Bianco, chiamati a raccolta tutti gli esseri d'acqua, sommerse con immani inondazioni le montagne Jin Shan, poi, Fa Hai, a capo delle armate degli Déi, combatté contro il Serpente Bianco e lo sconfisse. Le due sorelle fuggirono verso Hangzhou, ma anche il monaco Xu Xian sfuggì alla sorveglianza di Fa Hai, che, apparentemente vinto dalla forza di quell'amore, evocò un vento magico che trasportò il giovane a Hangzhou, consentendogli di rimanere un mese con la moglie, fino alla nascita del figlio.



Brad Reuben Kunkle



E i due innamorati, il giovane sposo disperato, e l'Immortale sconfitta, si incontrarono nuovamente sul ponte Duan Qiao (che è il luogo degli innamorati per eccellenza anche nell'odierna Cina, altro che i lucchetti di Muccino...)
Il Serpente Nero, Xiao Qing, avrebbe voluto uccidere Xu Xian per la sua debolezza e la sua poca lealtà, ma l'innamorata Suzhen prese le sue parti ed ottenne per lui il perdono della sorella.
Dopo un mese dalla nascita del figlio della coppia, il monaco Fa Hai inviò loro un Dio, che coprì Suzhen con una scodella d’oro e la segregò sotto la Pagoda di Lei Feng, e Fa Hai disse: "Potrà uscire solo quando le acque del Lago dell’Ovest saranno prosciugate e la Pagoda di Lei Feng sarà distrutta".
E Suzhen fu imprigionata e separata per sempre dal marito e dal figlio.
Ma il Serpente Nero, Xiao Qing, non si arrese.
Fermamente determinata a vendicare e a liberare la sorella Suzhen, ritornò sul monte Emei, dove, per lunghi anni, approfondì i suoi studi delle arti magiche, quindi, chiamò a raccolta gli spiriti che vivevano sulla montagna, e li guidò alla Pagoda di Lei Feng*, sconfisse i guardiani e la distrusse con il fuoco. Il Serpente Bianco era libero.




*Una Pagoda di Lei Feng, più volte distrutta, effettivamente esisteva in tempi molto antichi, anche se successivi al periodo in cui questa storia fu messa per iscritto. Ma, proprio a causa della Leggenda del Serpente Bianco, la pagoda crollò nel '24, poiché i visitatori rubavano i mattoni che ne formavano la base, credendo che avessero sovrumane proprietà guaritrici. Fu ricostruita 75 anni più tardi.








Dal diciottesimo secolo, questo classico della tradizione entrò a far parte del repertorio dell'Opera di Pechino, dove, come sappiamo, i ruoli femminili vengono interpretati da uomini. Assecondando i mutamenti del sentire popolare, la leggenda si trasformò definitivamente in una storia di amore contrastato e di magia. L'originaria lotta del Bene (il Monaco buddista, e il colore giallo della sua veste, simbolo del Sacro) contro il Male (il Serpente, lo Spirito vestito di bianco, il colore della Morte) in difesa del genere umano, come accade ad ogni latitudine, si rovescia completamente. Il monaco è un traditore della propria fede, invidioso e malvagio, uno stregone malefico, mentre il Serpente Bianco, da dèmone parente di Volpi e divoratore di uomini, si fa sempre più donna innamorata.

Mab's Copyright

sabato 10 settembre 2016

I Re Elle, Danimarca

Secondo la tradizione danese, i re Elle, sotto la denominazione di re del promontorio (Klintekonger), sorvegliano e proteggono tutto il paese. Quando guerra o qualche altra sfortuna minacciano di arrivare nel paese, sul promontorio si possono vedere eserciti completi allineati fermi a difesa del paese.
Uno di questi re risiede a Möen, sulla macchia che porta tuttora il nome di Collina del Re (Kongsbjerg). La sua regina è la più bella tra le creature e dimora al Seggio della Regina (Dronningstolen). Quel re è un grande amico del re di Stevns ed entrambi sono nemici di Grap, il re del promontorio di Rűgen, che deve tenersi alla larga e scrutare oltre il mare per vedere se si avvicinano.

Un'altra tradizione, tuttavia, dice che vi è un solo re che governa sulle terre dei promontori di Möen, Stevns e Rűgen. Egli possiede una magnifica carrozza tirata da quattro cavalli neri. Su di essa egli attraversa il mare, da un promontorio all'altro. In quelle occasioni il mare diventa nero ed è molto agitato e si possono udire distintamente lo sbuffare e nitrire dei suoi cavalli.

Un tempo si credeva che nessun monarca mortale osasso andare a Stevns, perché il re Elle non gli avrebbe permesso di attraversare il fiume che lo circonda, ma Christian IV lo passò senza opposizione e da allora diversi monarchi danesi sono stati là.
A Skjelskör, in Zelanda, regna un altro di questi gelosi sovrani di promontorio di nome Toly (Twelve = Dodicesimo). Egli non tollera che un principe mortale passi il ponte di Kjelskör. Egli avverte anche la sentinella che se si dovesse avventurare in zona deve gridare "dodici in punto al villaggio" e potrebbe accadergli di trovarsi trasportato al villaggio di Borre o presso i mulini a vento. Gli anziani che hanno occhio per queste cose dichiarano che spesso vedono il re Toly rotolarsi sull'erba alla luce del Sole.
La notte di capodanno egli prende dalla forgia di un fabbro o dell'altro nove nuovi ferri per i suoi cavalli; devono essere sempre lasciati lì pronti per lui e con essi i chiodi necessari a complemento.

Il re Elle di Bornholm si lascia occasionalmente sentire mentre suona il piffero e il tamburo, in particolare quando la guerra è vicina; lo si può vedere nei campi con i suoi soldati. Questo re non tollera che un monarca terreno passi più di tre notti sulla sua isola.




Nel credo popolare vi è una qualche strana connessione tra gli Elfi e gli alberi. Non solo essi li frequentano, ma hanno un interscambio di forma con loro. Nel cimitero di Store Heddinge, in Zelanda, vi sono i resti di un bosco di querce. Questi, dice la gente comune, sono i soldati del re Elle; di giorno sono alberi, di notte valenti guerrieri.


Maud Tindal Atkinson 


Da "Fate nordiche, francesi e medioevali - mito e leggende", Thomas Keightley

venerdì 9 settembre 2016

La Rosa di Bagdad (1949)

Presentato come il primo lungometraggio in technicolor italiano ed europeo (onore contestato sia in Italia che in Germania), nacque dalla folgorazione di Anton Gino Domeneghini, colpito dalla Biancaneve di Disney. Lavorazione lunghissima e tormentata, sotto i bombardamenti. Le scene sono di Libico Maraja.








mercoledì 7 settembre 2016

Dorani, Fiaba del Punjab (India), Raccolta da A. Lang - Traduzione Mia

Kate Baylay



anto, tanto tempo fa, viveva in una città dell'Hindustan un commerciante di profumi e di essenze che aveva una bellissima figlia di nome Dorani.
La fanciulla era amica di una Fata: entrambe godevano del favore di Indra*, il Signore del Paese delle Fate, poiché il loro canto era di una tale dolcezza e la loro abilità di danzatrici era così raffinata che in tutto il Regno non v'era alcuno che potesse rivaleggiare con loro quanto a grazia e bellezza.
Dorani aveva una lussureggiante, lunghissima chioma di incomparabile magnificenza che pareva oro filato e che profumava di rose appena sbocciate, ma il cui peso le pareva spesso insopportabile; così, un giorno, si tagliò una grossa treccia lucente, l'avvolse in una larga foglia e la gettò nel fiume che scorreva sotto le sue finestre. Ora, avvenne che il figlio di un Re impegnato in una battuta di caccia sostasse sulla riva del fiume per dissetarsi, e, proprio in quel momento, una larga foglia arrotolata che emanava un intenso profumo di rose galleggiò verso di lui. Spinto dalla curiosità, il Principe entrò in acqua e raccolse la foglia; la srotolò, e, al suo interno, scoprì una meravigliosa treccia lucente che pareva oro filato e che emanava un inebriante, delizioso profumo.
Quel giorno, quando tornò a casa, era così triste e silenzioso che suo padre si domandò se si fosse ammalato, e gli chiese cosa avesse. Allora, il giovane trasse dal petto la treccia che aveva trovato nel fiume, la sollevò verso la luce e disse:
"Guarda, padre mio, e dimmi se hai mai visto capelli simili a questi! Se non riuscirò a conquistare e a sposare la fanciulla a cui questa treccia appartiene, ne morirò!"

giovedì 25 agosto 2016

La Bella dai Capelli d'Oro, Carlo Collodi Traduce Mme d'Aulnoy

In genere, non uso fiabe letterarie come esempio, ma questa, nell'interpretazione di Mme d'Aulnoy, tradotta da Collodi, ha abbondanti riferimenti e salde radici popolari. Chi ha letto la fiaba "L'Uccello di Fuoco" coglierà subito le affinità.
La penna francese e aristocratica si nota soprattutto per quanto riguarda il personaggio del Re. Bello, ma non bello quanto Avvenente, e, quindi, in competizione con lui, fuorviato dai soliti cortigiani gelosi, non si fa portavoce dei compiti impossibili richiesti dalla fidanzata: è lei che impone le prove al protetto del Re, e sceglie lui proprio perché ha superato le prove e si è guadagnato la Regalità. E la morte del marito-Re è dovuta ad un fatale incidente "domestico" che non manca di svelare i metodi di governo del defunto.  La Bella dai Capelli d'Oro svolge la funzione dell'uccello di fuoco. E' il segno ed il premio della predestinazione e della regalità. A suo modo, è anche l'Aiutante. L'oro, il colore rosso, il fuoco sono riferimenti al prodigioso e al soprannaturale. Nella realtà storica.



'era una volta la figlia di un Re, la quale era tanto bella, che in tutto il mondo non si dava l'eguale; e per cagione di questa sua grande bellezza, la chiamavano la Bella dai capelli d'oro, perché i suoi capelli erano più fini dell'oro, e biondi e pettinati a meraviglia le scendevano giù fino ai piedi.
Essa andava sempre coperta dai suoi capelli inanellati, con in capo una ghirlanda di fiori e con delle vesti tutte tempestate di diamanti e di perle, tanto che era impossibile vederla e non restarne invaghiti.
In quelle vicinanze c'era un giovane Re, il quale non aveva moglie, ed era molto ricco e molto bello della persona. Quando egli venne a sapere tutte le belle cose che si dicevano della Bella dai capelli d'oro, sebbene non l'avesse ancora veduta, se ne innamorò così forte, che non beveva né mangiava più; finché un bel giorno, fatto animo risoluto, pensò di mandare un ambasciatore per chiederla in isposa.



Cowper F.


lunedì 22 agosto 2016

L’Uccello di Fuoco e la Principessa Vassilissa, Afanas'ev, Russia

Con tutto il mio inalterabile amore per il patrimonio culturale, la letteratura e le fiabe, e gli artisti classici russi, sovietici e moderni.





n un certo reame, ai confini della terra, nell’ultimo degli stati, viveva una volta uno zar forte e potente. Questo zar aveva un giovane arciere, e il giovane arciere aveva un valente cavallo.
Una volta l’arciere se ne andò a caccia nel bosco col suo cavallo; va lungo la strada, la larga strada, ed ecco trovò una piuma d’oro dell’uccello di fuoco; come fiamma splendeva quella piuma!
Gli dice il valente cavallo: "Non prendere la penna d’oro; se la prendi, un guaio attendi!" E medita il prode giovane: raccoglierla o non raccoglierla? Se la raccoglie e la porta allo zar, certo egli lo ricompenserà generosamente; e a chi non è caro il favore d’un re?
L’arciere non diede ascolto al suo cavallo, raccolse la piuma dell’uccello di fuoco, la portò e la presentò in dono allo zar.







venerdì 19 agosto 2016

Le Dodici Oche Selvatiche, Irlanda





'erano una volta un Re e una Regina che vivevano insieme felici e contenti e avevano dodici figli maschi e nemmeno una figlia. Desideriamo sempre ciò che non abbiamo e non apprezziamo abbastanza quello che già possediamo; la regina non era in questo diversa da noi.
Un giorno d'inverno, quando il cortile del castello era coperto di neve, la regina guardando dalla finestra del salone vide là fuori un vitello appena ucciso dal macellaio e un corvo posato lì accanto.
"Oh, - disse, - se soltanto avessi una figlia con la pelle bianca come quella neve, le guance rosse come quel sangue, e i capelli neri come quel corvo! Per lei darei tutti i miei dodici figli".



Burkert Nancy Elkolm


Nel momento stesso in cui pronunciò quelle parole provò un grande spavento e un brivido la scosse, e un attimo dopo una vecchia dall'aspetto severo stava davanti a lei.
"Ben malvagio è stato il tuo desiderio, - disse, - e per punirti verrà esaudito. Avrai una figlia proprio come la desideri, ma il giorno stesso della sua nascita perderai gli altri tuoi figlioli"

Deirdre, i Figli di Lir, i Cigni... e le Oche






Una dritta riguardo l'esplorazione internettiana, e, spero, cartacea.
Di tanto in tanto, ho seminato qualche avvertimento. I segnali esistono. Dopo aver tradotto una fiaba famosissima - di solito disinvoltamente mutilata, destino comune a molte fiabe, ancorché di autore - "I Cigni Selvatici" di H.C. Andersen, non posso resistere alla tentazione di mettere sull'avviso chi dovesse capitare da queste parti. Se doveste imbattervi in un libro, un blog, un post, un saggio che definisca "Le Dodici Oche Selvatiche" riportata da Patrick Kennedy in una delle sue raccolte di racconti, storie e fiabe irlandesi (ampiamente "saccheggiate" da W.B. Yeats) una variante de I Cigni, beh, chiudete il libro, e, se siete in un blog, cambiate strada. La fiaba irlandese, molto più vicina a "I Sette Colombi" di G.B. Basile ha origini a sé.

lunedì 15 agosto 2016

Il Ragazzo-Pesce Nichola de Bar, o Colapesce, Papi che Odiano i Grandi Re, 'E Figlie 'e Nettuno...

La storia di "Nichola de Bar", il ragazzo-pesce di origine pugliese, compare nelle cronache grazie ad un trovatore provenzale vissuto alla fine del 1100, Raimon Jordan, libero pensatore, oserei dire. Nichola de Bar era un nuotatore prodigioso, in grado di resistere in mare, anzi, sotto le onde del mare, per giorni.
Walter Map (chi legge spesso i post lo avrà già incontrato più volte), interessante uomo di lettere gallese nonché arcidiacono di Oxford, "scopritore" dei Valdesi e arguto e sprezzante critico dei Benedettini e di Bernardo di Chiaravalle, (ispiratore dei monaci-guerrieri, leggi Templari, e sponsor di Crociate), gli fa eco parlando di "Nicolaus", soprannominato Pipe, ormai più pesce che uomo, e della fatale visita a Messina di Guglielmo II, che porterà alla sua morte.
Anche Gervàsio di Tilbury autore degli Otia Imperialia (altra frequentazione nei post, vedi Virgilio Mago) vissuto a cavallo del dodicesimo e tredicesimo secolo, parla di un pescatore pugliese, "Nicolaus", soprannominato "Papa", famoso per la sua abilità di nuotatore, ma soprattutto, di sommozzatore, che esplora i fondali del mare di Messina dal Porto al Faro e ne descrive le meraviglie.
Qui, il Re è Ruggero II, non più incolpevole, in quanto spinge Nicolaus ad esplorazioni sempre più lunghe e ardite fino a provocarne la morte.





sabato 13 agosto 2016

I Sette Colombi, Pentamerone, G.B. Basile

Sette fratelli partono di casa, perché la madre non dà loro una sorella; e, quando alfine la sorella viene alla luce, ed essi aspettano la notizia con certi segni, la madre sbaglia nel farli; onde essi vanno errando pel mondo. La sorella si fa grande, li cerca, li trova, e, dopo vari accidenti, tornano tutti ricchi alla casa loro.



'era una volta nella terra di Arzano una buona donna, che ogni anno scaricava un figlio maschio; cosicché vedevi una siringa del dio Pane a sette canne una più grande dell'altra. I sette figli, avendo mutato le prime orecchie [1], dissero alla madre lannetella, che era un'altra volta incinta: "Sappi, mamma cara, che se tu, dopo tanti figli maschi, non fai una femmina, noi siamo proprio risoluti ad abbandonare questa casa e ad andare pel mondo sperti, come i figli delle merle". E la madre, all'udire tale proposito, pregò il Cielo che avesse spogliato i figli di questo desiderio e tolto ad essa il pericolo di perdere sette gioielli.
Avvicinatosi il tempo del parto, i figli le dichiararono: "Noi ci ritiriamo a quella ripa che è di fronte: se partorisci maschio, metti un calamaio e una penna alla finestra; e, se femmina, metti un mestolo e una conocchia. A questo secondo segnale ce ne verremo alla casa a spendere il resto della nostra vita sotto le tue ali, ma, se vediamo segnale di maschio, scordati di noi: ci puoi metter nome penna".
Volle il Cielo che lannetella desse alla luce una bella bambinotta, e subito essa ordinò alla levatrice che facesse il segno convenuto ai figliuoli; ma questa fu cosi stordita e distratta che vi mise il calamaio e la penna. E i sette fratelli, senz'altro, si misero la via tra le gambe, allontanandosi dal paese.
Dopo tre anni di continuo viaggio, un giorno si trovarono in un bosco, dove gli alberi al suono di una fiumana che faceva contrappunto sulle pietre, danzavano l'imperticata e in quel bosco era la casa di un orco, a cui mentre dormiva erano stati cavati gli occhi da una femmina, e perciò colui era tanto fiero contro questo sesso che quante femmine gli venivano tra le grinfie, tante ne divorava. Stanchi dal viaggio e allancatI dalla fame, i giovani gli chiesero se per compassione voleva dar loro qualche boccone di pane; e l'orco rispose che avrebbe loro dato da vivere, se volevano mettersi al suo servizio, nel quale non c'era da far altro di più faticoso che, un giorno per ciascuno, guidarlo come un cagnolino.

lunedì 8 agosto 2016

I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Ultima Parte





lisa trascorse tutta la notte al lavoro. Non intendeva concedersi alcun riposo prima di aver salvato i suoi cari fratelli. Il giorno seguente, la sua solitudine non le pesò, il tempo non era mai volato tanto in fretta: aveva già ultimato una camicia e si accingeva a metter mano alla seconda. All'improvviso, risuonò fra le montagne il richiamo dei corni da caccia, e lei ne fu atterrita. Il frastuono dei corni e dell'abbaiare dei cani si faceva sempre più vicino; terrorizzata, Elisa si rifugiò nella grotta, legò in una fascina le ortiche che aveva già raccolto e pestato, e vi si sedette sopra. E dalla boscaglia sbucò un grosso cane, seguito da un altro e da un altro ancòra. Abbaiavano forte, correvano da tutte le parti, sparivano e poi ritornavano.
In pochi minuti, tutti i cacciatori raggiunsero l'ingresso della grotta, e, tra loro, il più avvenente era il giovane Re del Paese. Si avvicinò ad Elisa e le rivolse la parola poiché non aveva mai visto una donna più bella.
"Come sei arrivata fin quassù, mia bella fanciulla?", le chiese.
Elisa si limitò a scuotere il capo: non osava parlare, poiché sapeva che dal suo silenzio dipendeva la vita dei suoi fratelli, ma nascose le belle mani piagate sotto il grembiule perché il Re non vedesse quanto soffriva.



Lomaev A.


venerdì 5 agosto 2016

I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Terza Parte




lisa fu svegliata da un battito d'ali sopra di lei. I suoi fratelli si erano trasformati nuovamente in cigni selvatici e volarono formando cerchi sempre più ampi, finché scomparvero all'orizzonte, ma uno di loro, il più giovane, rimase con Elisa, posò il capo nel suo grembo, e lei gli accarezzò le bianche ali. E trascorsero insieme l'intera giornata.



Juan Ramón Alonso Díaz-Toledo


Verso sera, ritornarono gli altri cigni, e, non appena il sole s'inabissò nel mare, ripresero le fattezze umane.
"Domani partiremo e non torneremo prima che sia passato un intero anno - disse uno di loro - ma non possiamo lasciarti qui! Hai il coraggio di venire con noi? Se il mio braccio è forte abbastanza per trasportarti attraverso la foresta, le nostre ali non saranno abbastanza forti per portarti in volo sul grande mare?"
"Oh, sì, portatemi con voi!", pregò Elisa.