sabato 29 agosto 2015

Zenobia, Rama, Damayanti e Worwick Goble

Zenobia, Regina Guerriera di Palmira



Sita Finds Rama among Lotus Blooms



Rama Spurns the Demon Lover




Damayanti Choosing a Husband



Damayanti and the Swan



Shantanu Meets the Goddess Ganga



Aryuna and the River Nymph



The Ordeal of Queen Draupadi



The Return of the Heroes Slain in Battle





venerdì 28 agosto 2015

Il Forno, Grimm n.127 - Traduzione Mia

Benché rientri, giocoforza, nella categoria "Lo Sposo Animale", questa fiaba giunge all'estremo: il Principe non è prigioniero della pella (leggi: sembiante) di un leone, un orso, un cinghiale o un serpente, ma delle pareti di un vecchio forno di ferro abbandonato nel cuore della cupa foresta (il luogo non cambia mai). E, come spesso accade in questo tipo fiabesco, alla fine del racconto si perde memoria del Regno del Principe, che governa, invece, il Regno del padre della novella sposa, secondo la dinamica delle unioni esogamiche, che questa fiaba riflette.


l tempo in cui desiderare serviva ancòra a qualcosa, un Principe fu incantesimato da una vecchia Strega, che lo rinchiuse in un grande forno di ferro nel folto della foresta, e là egli trascorse anni ed anni poiché nessuno poté aiutarlo. Un giorno, una Principessa si smarrì per i sentieri della foresta. Dopo aver errato per nove giorni senza riuscire a ritrovare la via per il Regno paterno, capitò, infine, dov'era il forno di ferro.
E udì una voce chiederle:
"Da dove vieni, e dove vai?"
La Principessa rispose:
"Ho smarrito la strada per il Regno di mio padre e non riesco a tornare a casa".
Allora, la voce proveniente dal forno disse:
"Ti aiuterò a tornare a casa in un baleno se mi prometti solennemente di esaudire il mio desiderio. Io sono figlio di un Re molto più potente di tuo padre, e voglio sposarti".
La Principessa  rimase sconvolta e pensò:
'Giusto Cielo, che me ne faccio di questo forno di ferro?'.
Ma, poiché desiderava tornare dal padre, promise di fare ciò che voleva. Il Principe disse:
"Dovrai ritornare qui con un coltello e scavare un buco nel ferro".


Sauvant


Poi le diede un compagno che le camminò al fianco senza pronuciare una parola, ma la riportò a casa in due ore. Al castello, grande fu la gioia quando tornò la Principessa, ed il vecchio Re le gettò le braccia al collo e la baciò. Ma la Principessa era molto triste e disse:
"O caro padre, sapeste quanto ho tribolato! Mi ero smarrita nella grande foresta tenebrosa e non sarei mai riuscita a tornare a casa se non avessi trovato sulla mia strada un forno di ferro, ma ho dovuto dargli la mia parola che sarei tornata da lui per liberarlo e sposarlo".
Il vecchio Re si sconvolse al punto da perdere i sensi poiché non aveva che quell'unica figlia. Così decisero di mandare al  posto della Principessa la figlia del mugnaio, che era molto bella.
Condussero la ragazza nella foresta, le diedero un coltello e le dissero di raschiare il forno. La ragazza raschiò per ventiquattro ore, ma non riuscì neanche a scalfirlo.
Al sorgere del sole, una voce disse dall'interno del forno:
"Mi sembra che fuori incominci ad albeggiare".
E la ragazza rispose:
"Sembra anche a me, mi pare quasi di sentire il rumore dela ruota del mulino di mio padre".
"Allora tu sei la figlia di un mugnaio! Vattene all'istante e fa' venire qui la Principessa".
La ragazza corse via e raccontò al vecchio Re che il forno della grande foresta non sapeva che farsene di lei, e voleva la Principessa. Ma c'era la figlia di un porcaro, che era ancora più bella della figlia del mugnaio: così le regalarono una moneta d'oro perché andasse dal forno di ferro al posto della Principessa.
E la condussero nella foresta e anche lei fu costretta a raschiare per ventiquattro ore, ma senza venire a capo di nulla. All'alba, si udì una voce dall'interno del forno:
"Mi sembra che fuori incominci ad albeggiare"
E la ragazza rispose:
"Sembra anche a me, mi pare quasi di sentire il suono della cornetta di mio padre"
"Allora sei la figlia di un porcaro! Vattene all'istante e fa' venire la Principessa, e dille che dovrà mantenere tutto ciò che ha promesso: se non verrà, il suo Regno sarà ridotto in macerie, e non ne resterà pietra su pietra".
All'udire quelle parole, la Principessa scoppiò a piangere, ma non le restava altro da fare che mantenere la promessa. Così prese congedo dal padre, si mise in tasca un coltello e andò a piedi nel folto della foresta, dov'era il forno. Prese a raschiare, e il ferro cedette, e, dopo due ore, aveva già aperto un piccolo buco. Sbirciò all'interno del forno attraverso quel forellino e scorse un giovane di così grande bellezza e tutto risplendente di oro e di gemme che ne rimase estasiata. Continuò a raschiare, e allargò il buco tanto da permettergli di uscire. Allora il Principe esclamò:
"Tu sei mia e io sono tuo: sei la mia sposa e mi hai liberato!".
Egli avrebbe voluto condurla immediatamente nel suo Regno, ma la Principessa lo pregò di lasciarla andare un'ultima volta da suo padre: il Principe acconsentì, a patto che non pronunciasse più di tre parole, e che si affrettasse a tornare da lui.
La Principessa tornò a casa, ma disse più di tre parole: il forno scomparve al'istante e fu trasportato lontano, oltre monti di vetro e spade taglienti, anche se il Principe era ormai libero e non più rinchiuso al suo interno.


Ford H.J.


Intanto, la Principessa  si congedò dal padre, prese un po' di denaro, e tornò nella foresta, ma, per quanto cercasse, non le riuscì di ritrovare il forno.
Cercò per nove giorni ed era tanto affamata, poiché non c'era nulla di cui cibarsi, e la fine era vicina. Verso sera, salì su di un alberello, per passarci la notte poiché aveva una gran paura delle bestie feroci. Era quasi mezzanotte, quando scorse un lumicino lontano lontano, e pensò: 'Ah, laggiù sarò salva!'
Scese dall'albero e s'incamminò verso quella luce, e, camminando, pregava. Giunse ad una vecchia casetta: tutt'intorno alla casina l'erba era alta, e, sul davanti, c'era un mucchietto di legna.
'Ah, dove sono capitata?!' pensò.
Sbirciò attraverso la finestra, e non vide altro che rospi, grossi rospi e piccoli rospi, ma c'era anche una tavola ben imbandita, con del buon vino e un bell'arrosto, e i piatti e i bicchieri erano d'argento. Allora, le tornò il coraggio e bussò alla porta.
Subito un grosso rospo gridò:

"O servetta verde e piccoletta, 
servetta zampetta zoppetta,  
salta là e salta qua,
presto, dimmi chi c'è là".


Si fece avanti una rospetta e aprì la porta alla Principessa. Quando la fanciulla entrò, tutto le diedero il benvenuto e la obbligarono a sedersi. Le domandarono:
"Da dove venite? Dove andate?".
La Principessa raccontò tutto quello che le era capitato, che non aveva obbedito all'ordine di pronunciare non più di tre parole, e che il forno era scomparso e anche il Principe. Adesso non le restava che cercarlo per monti e valli finché non l'avesse trovato.
Allora, il vecchio, grosso rospo disse:


"O servetta verde e piccoletta, 
servetta zampetta zoppetta,  
salta là e salta qua,
la scatola grande portami in fretta".


La rospetta andò a prendere la scatola. Poi, offrirono da mangiare e da bere alla Principessa, e l'accompagnarono ad un bel letto che pareva di seta e di velluto: ella vi si coricò, in nome di Dio, e si addormentò.
Allo spuntar del giorno, si alzò. Il vecchio rospo prese tre aghi dalla grande scatola e glieli diede perché li portasse con sé: ne avrebbe avuto bisogno per valicare un'alta montagna di vetro, oltrepassare tre spade taglienti e attraversare un grande fiume. Se ci fosse riuscita, avrebbe ritrovato il suo innamorato.
Le diede alcuni oggetti che doveva serbare con cura, cioè tre grossi aghi, una ruota d'aratro e tre noci.
La Principessa se ne andò, e, quando raggiunse la montagna di vetro, che era liscia come uno specchio, piantò i tre aghi dietro ai piedi, poi davanti ai piedi, e così via, finché arrivò dall'altra parte. Nascose gli aghi in un luogo che contrassegnò per ritrovarlo in seguito, poi giunse alle tre spade taglienti: sedette sulla ruota, e le superò. Infine, attraversò un grande fiume, e giunse nei pressi di un imponente e splendido castello.


Ford H.J.


Entrò. Era una povera fanciulla - disse - e aveva bisogno di lavorare. Sapeva che là abitava il Principe che aveva liberato dal forno nella grande foresta. Così fu presa come sguattera per un salario da fame.
Ormai il Principe aveva un'altra donna al suo fianco, e voleva sposarla, poiché pensava che la Principessa fosse morta da un pezzo. La sera, dopo aver rigovernato le cucine, la Principessa infilò la mano in tasca e trovò le tre noci che le aveva dato il vecchio rospo. Ne spaccò una con i denti e voleva mangiarne il gheriglio, ma dentro c'era una splendida veste, degna di una regina. Quando la promessa sposa del Principe venne a saperlo, andò da lei e chiese di comprarla: non era certo una veste adatta ad una sguattera. La Principessa rifiutò, ma disse che le avrebbe ceduto l'abito se le avesse consentito di trascorrere una notte nella camera del promesso sposo. La fidanzata glielo concesse perché non aveva mai posseduto una veste così bella. La sera, disse al suo fidanzato:
"Quella sciocca sguattera vuole dormire nella tua camera"
"Se sta bene a te, va bene anche a me ", rispose il Principe.
Ma la fidanzata gli offrì un bicchiere di vino in cui aveva sciolto un sonnifero. Così, il promesso sposo e la sguattera trascorsero la notte nella stessa camera, ma il Principe dormì così profondamente che la Principessa non riuscì a svegliarlo.
Pianse però tutta la notte, e gridava:
"Ti ho liberato dal forno di ferro e dalla foresta tenebrosa, per te ho scalato una montagna di vetro, per te ho oltrepassato tre spade taglienti e attraversato un grande fiume, e adesso che ti ho trovato, non vuoi neanche ascoltarmi".
I domestici che vegliavano davanti alla porta della camera, la udirono piangere e lamentarsi tutta la notte, e, il mattino seguente, riferirono ogni cosa al Principe.
La sera, dopo aver sbrigato le faccende, spaccò la seconda noce, e, dentro, c'era una veste ancòra più bella della prima. La promessa sposa, non appena la vide, le chiese quanto ne volesse, ma la Principessa si rifiutò di cederla per denaro, e la pregò di poter passare un'altra notte nella camera del Principe. Ma la fidanzata del Principe gli offrì un bicchiere di vino in cui aveva sciolto un sonnifero, e il Principe dormì profondamente e non udì una sola parola. La sguattera pianse tutta la notte e gridava:
"Ti ho liberato dal forno di ferro e dalla foresta tenebrosa, per te ho scalato una montagna di vetro, per te ho oltrepassato tre spade taglienti e attraversato un grande fiume, e adesso che ti ho trovato, non vuoi neanche ascoltarmi".
I domestici che vegliavano davanti alla porta della camera, la udirono piangere tutta la notte, e, il mattino dopo, riferirono ogni cosa al Principe.
La terza sera, finito di rigovernare le cucine, ella spaccò la terza noce, e, dentro, c'era un abito splendente d'oro. Non appena la promessa sposa lo vide, lo volle per sé, e la Principessa glielo diede, a patto che la lasciasse dormire nella camera del Principe. E il Principe, questa volta, tenne gli occhi ben aperti e versò in terra il sonnifero.
E, quando ella si mise a piangere e a gridare: "Ti ho liberato dal forno di ferro e dalla foresta tenebrosa...", il Principe balzò in piedi e disse: "Tu sei mia e io sono tuo".
E, quella notte stessa, fuggirono in carrozza. Attraversarono in barca il grande fiume, oltrepassarono le tre spade taglienti seduti sulla ruota d'aratro, e valicarono la montagna di vetro con l'aiuto dei tre aghi.
Giunsero, infine, alla vecchia casetta: non appena vi misero piede, la casetta si trasformò in un grande castello, e i rospi, liberati dall'incantesimo, tornarono ad assumere il loro antico sembiante, poiché erano principi e principesse, e festeggiarono la loro liberazione. Le nozze vennero celebrate con gran pompa, e il Principe e la Principessa rimasero nel castello, che era molto più vasto e imponente di quello della novella sposa. Ma, poiché il vecchio Re soffriva molto per il distacco dall'unica figlia, lo invitarono a vivere con loro, e così governarono due Regni e vissero insieme felici e contenti.



Goble W.


Grimm n.127, "Der Eisenofen".
Classificazione: AaTh 425A [The Animal Bridegroom-Lo Sposo animale]
Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"

lunedì 24 agosto 2015

Contarape Paladino di una Casalinga Disperata (Boemia)

Lo Gnomo indignato abbandonò dunque il mondo, con la ferma decisione di non ritornarvi mai più.
Col tempo però la sua ira si placò, anche se la sua vecchia ferita impiegò ben novecentonovanta anni a rimarginarsi.
Infine, oppresso dalla noia, accettò la proposta del suo buffone di Corte di fare una gita di piacere sui Monti dei Giganti.
Il lungo viaggio fu compiuto in men che non si dica.
In un baleno egli si ritrovò sul prato dove un tempo c'era stato il suo giardino e gli ridiede l'antico aspetto. Gli uomini però non potevano scorgere nulla: i viandanti che attraversavano le montagne non vedevano null'altro che una zona paurosamente selvaggia.
La visione del giardino gli ravvivò in cuore l'antica passione, ma il ricordo della fanciulla amata e dell'umiliazione subita riaccese anche la sua rabbia contro tutta la razza umana.
"Razza di vermi!- gridò il Nano guardando giù nella valle i campanili delle chiese, i monasteri delle città e i borghi - Siete ancora qui nella valle dunque.
Ora mi ripagherete per i raggiri e le perfidie, vi perseguiterò e vi farò vedere io di che cosa è capace lo Spirito della montagna!"
Non sempre Contarape risarciva con una azione generosa i poveretti che colpiva con i suoi scherzi.
Anzi, a volte, perseguitava gli uomini solo per il gusto di provocare danni, senza preoccuparsi minimamente di sapere se la persona da lui presa di mira fosse un lazzarone o un uomo onesto.
Spesso, senza che neanche se ne rendessero conto, si univa ai viandanti solitari e, facendo loro perdere la strada, li abbandonava vicino a un burrone o in una palude e se ne andava ridendo fragorosamente.
Spesso azzoppava il cavallo di qualche viaggiatore, o spezzava una ruota o un asse del carro, oppure faceva cadere davanti agli occhi dei carrettieri un grosso masso, e loro dovevano spostarlo sul ciglio con enorme fatica per poter proseguire.
Se una carrozza non riusciva a muoversi, trattenuta da un potere misterioso, e nemmeno la forza di sei cavalli era sufficiente per spostarla, il carrettiere non sbagliava certo, pensandosi vittima di uno scherzo di Contarape.
Se però, invece di subire pazientemente, cominciava a inveire contro lo Spirito, ecco che allora un esercito di calabroni innervosiva i cavalli, una mano invisibile lanciava una pioggia di pietre o dispensava una sonora bastonata.
[...] Se era facile giocarsi l'amicizia di Contarape, altrettanto semplice era conquistarsela.


The Motherland, Bouguereau W.A.


n giorno, il nostro Spirito stava prendendo il sole vicino alla siepe del suo giardino, quando vide avvicinarsi con gran spigliatezza una donnetta, che attirò la sua attenzione per lo strano corteo che si portava dietro.
Aveva un bimbo al seno, uno lo portava sulla schiena, un terzo lo teneva per mano, mentre un ragazzino un po' più grandicello la seguiva con un cesto vuoto e un rastrello, per raccogliere erba per il bestiame.
'Una madre - pensò Contarape - è davvero una creatura speciale, si porta in giro quattro bimbi e nonostante ciò svolge il suo lavoro senza lamentarsi e poi si porta anche il peso della cesta: certo che le paga proprio care le gioie dell'amore!' Facendo queste considerazioni, si sentì pieno di benevolenza e disposto a scambiare quattro parole con la donna.
Costei mise a sedere i suoi bambini sul prato e cominciò a rastrellare un po' di fronde.
I bimbi però, che si annoiavano, cominciarono a piangere, così la madre fu costretta ad abbandonare la sua occupazione per giocare e trastullare i figli. Li prese in braccio saltellando con loro qua e là, poi, cantando e scherzando, li fece addormentare e se ne tornò al lavoro.
Un attimo dopo le zanzare punsero i bimbi addormentati che subito ricominciarono la loro sinfonia: la madre non si spazientì, andò nel bosco, raccolse fragole e lamponi, e attaccò il figlio più piccolo al seno.
Questo trattamento materno piacque moltissimo allo Gnomo.
Solo il bimbo che poc'anzi era sulla schiena della mamma non si lasciava consolare: era un bimbo cocciuto e ostinato, gettava via i lamponi che la madre premurosa gli porgeva e strillava come un matto.


Hicks G.E.


Infine la donna perse la pazienza ed esclamò: "Contarape, vieni e mangiati questo bimbo capriccioso!".
In un attimo lo Spirito comparve sotto le spoglie di un carbonaro, si avvicinò alla donna dicendo: "Eccomi qui, cosa vuoi?".
La donna si spaventò molto dell'efficacia delle sue parole, ma si riprese subito, si fece coraggio e disse: "Ti ho chiamato solo per far tacere i miei bambini, ora che sono tranquilli non ho più bisogno di te. Ti ringrazio comunque molto per il tuo aiuto".
"Lo sai - replicò lo Spirito - che nessuno mi può chiamare senza venire castigato? Ti prenderò sulla parola: dammi tuo figlio che me lo mangio, è tanto che non mi capita un bocconcino così prelibato".
Così dicendo, allungò verso il bambino la sua mano fuligginosa.
Come la chioccia quando il nibbio vola alto nel cielo o il volpino va a caccia in cortile, con un chiocciare impaurito, richiama i suoi pulcini al nido, gonfiando le penne e allargando le ali, pronta a cominciare un'impari battaglia anche contro il più forte dei nemici, allo stesso modo la donna si avventò contro la barba del carbonaro e chiudendo stretti i pugni gridò: "Mostro! Dovrai strapparmi questo mio cuore di madre dal petto, prima di riuscire a portarmi via il figlio!".
Contarape non si sarebbe mai immaginato un attacco così coraggioso, e indietreggiò, non sapendo bene come reagire, perché non aveva mai fatto una tale esperienza.
Sorrise quindi amichevolmente alla donna: "Non indignarti in questo modo! Non sono un mangiatore di uomini come tu credi e non voglio fare alcun male né a te né ai tuoi bambini: lasciami invece il bimbo che piangeva: mi piace, lo tratterò come uno "junker", lo vestirò di velluto e seta e ne farò un prode giovanotto, che sarà poi in grado di provvedere al padre e ai fratelli. In cambio chiedimi tutto il denaro che vuoi".
La madre rispose lesta: "Ah sì, ti piace mio figlio? Bene, e io non lo vendo per tutto l'oro del mondo, anche se è un diavoletto".
"Stolta! - replicò lo Spirito - Non hai già il fardello di altri tre figli, che devi faticosamente nutrire e che ti tormentano giorno e notte?"
"E' vero, ma, visto che sono la loro madre, devo assolvere il mio compito. I bambini danno molto da fare, ma sono anche una gioia".
"Bella gioia portarseli in giro tutto il giorno, curarli, pulirli, sopportare le loro cattive maniere e le loro grida!"
"Perfettamente vero, signore! Pero non conoscete le gioie materne: tutto il lavoro e la fatica sono ripagate da un unico dolce sguardo, dal tenero riso e dal balbettio delle innocenti creature. Guardate come si aggrappa a me il piccolo adulatore! Ora è come se non fosse stato lui a piangere e strillare... Avessi cento mani che vi potessero sollevare e trasportare e lavorare per voi, figli miei!"
"E tuo marito non ne ha di mani per lavorare?"
"Oh certo! A volte le agita pure e mi capita di sentirle".
Lo Spirito sbottò: "Come? Tuo marito ha il coraggio di levare le mani contro di te? Contro una donna come te? Voglio rompergli l'osso del collo!".
La donna rispose ridendo: "Allora avreste molti colli da rompere, se doveste punire tutti gli uomini che mettono le mani su una donna! Gli uomini sono una brutta razza, per questo da noi si dice che il matrimonio è un cattivo affare: mi chiedo proprio per quale ragione mi sia sposata".
"Se sapevi che gli uomini erano una brutta razza, allora è stato proprio sciocco da parte tua sposarti".
"Può darsi! Ma Steffen era un tipo sveglio, che guadagnava bene, e io una povera fanciulla senza dote. Venne a chiedermi in sposa, mi diede un tallero e l'affare fu concluso. In seguito rivolle indietro il tallero, mentre a me rimase un marito rude".
Lo Spirito sorrise e disse: "Forse l'hai reso rude con la tua caparbietà".
"Quella poi me l'ha già fatta passare da un pezzo! Steffen è piuttosto avaro, se gli chiedo una monetina strepita adirato per casa come voi fate sulle montagne, rimproverandomi la mia povertà, e su questo punto io non posso che tacere.
Se gli avessi portato una dote, allora gli farei vedere io".
"Qual è la professione di tuo marito?"
"E' un venditore di vetrerie, che guadagna faticosamente i suoi soldi, portandosi in giro per tutta la Boemia i suoi pesanti fardelli. Se qualcosa si rompe siamo naturalmente io e i bambini a farne le spese, ma le botte d'amore non fanno male".
"E tu puoi ancora amare un uomo che ti tratta così male?"
"Perché no? Non è forse il padre dei miei figli? Loro sistemeranno tutto, e ci compenseranno quando saranno grandi".
Dopo il lungo colloquio, lo Spirito rinnovò la sua proposta di comprare il bimbo, ma la donna non lo degnò di risposta, raccolse il fogliame mettendolo nel cesto e vi legò sopra anche il piccolo che aveva pianto e strillato tanto, mentre Contarape fece per andarsene.
Visto che il peso era però troppo e non riusciva a sollevarlo, la donna lo richiamò dicendogli: "Visto che vi ho chiamato, fatemi allora il piacere di aiutarmi a sollevare il cesto, e se volete fare qualcosa per noi, allora regalate al bimbo che vi è piaciuto tanto una moneta per comprare un paio di panini, domani poi torna a casa il padre che ci porterà pane bianco di Boemia".
Lo Spirito rispose: "Ti aiuto volentieri a sollevare il tuo carico, ma se tu non mi dai il bimbo, io non gli regalo proprio nessuna monetina".
"Bene", replicò la donna, e se ne andò per la sua strada.
Più andava avanti e più il cesto diventava pesante tanto che non ce la faceva a reggerlo e ogni dieci passi doveva fermarsi a prendere fiato.
La cosa non le sembrò possibile e pensò che Contarape le avesse giocato un brutto tiro e avesse messo dei sassi sotto il fogliame: si fermò, quindi e, appoggiato il cesto, lo ribaltò per controllarne il contenuto.
Ne uscirono solo fronde e fogliame, niente sassi. Lo riempì quindi a metà e raccolse ancora tutto il fogliame che ci stava nel grembiule.
Ma il cesto le sembrò di nuovo troppo pesante e con suo grande stupore dovette togliere ancora qualcosa. Aveva spesso portato a casa dei grossi carichi di erba, ma non aveva mai provato una tale stanchezza.
Ciò nonostante, giunta a casa, si occupò anche delle faccende domestiche, diede il fogliame alla capra e al giovane capretto, preparò la cena per i figli, li fece addormentare, disse le sue preghiere e poi cadde contenta in un sonno profondo.
La luce rossastra del mattino e il pianto del neonato che reclamava a gran voce la sua colazione chiamarono la donna alle sue faccende giornaliere, togliendola al sonno ristoratore.



The End of a Happy Day, Thomas Faed


Per prima cosa si recò, come sua abitudine, nella stalla col secchio della mungitura.
Ma quale terribile visione si presentò ai suoi occhi! La vecchia capra giaceva morta stecchita, il capretto invece faceva roteare gli occhi in modo orribile, allungava la lingua, era in preda a violente convulsioni, e la morte non avrebbe tardato a coglierlo.
Una tale disgrazia non era mai capitata alla buona donna.
Terribilmente spaventata, si lasciò cadere su un mucchio di paglia e, tenendo il grembiule davanti agli occhi per non vedere il dolore del capretto morente, sospirò profondamente: 'Oh povera me! E adesso che cosa faccio? E che reazioni avrà mio marito tornando a casa? Ah, tutto è perduto a questo mondo!'.
Ma subito dopo si rimproverò per questo pensiero.
'Se le due bestie son tutto quel che hai al mondo - pensò - che cos'è allora Steffen e che cosa sono i tuoi figli?" Si vergognò della sua precipitazione.
'Lascia perdere le ricchezze, hai ancora tuo marito e i tuoi quattro figli. Di latte per il piccolo neonato ne hai ancora e per gli altri tre bambini c'è acqua in abbondanza nella fontana. Se anche litigo con Steffen e lui mi picchia in malo modo, non è altro che un triste momento della vita matrimoniale. Non ho perso comunque nulla. La raccolta ha ancora da venire e posso andare a mietere, durante l'inverno poi voglio filare fino a notte fonda, così riusciremo a comprarci un'altra capra, e, una volta che abbiamo la capra, non mancheranno nemmeno i capretti."
Così meditando tra sé e sé, divenne nuovamente di buon umore, si asciugò le lacrime e si accorse che ai suoi piedi giaceva una foglia, che brillava chiara come se fosse stata d'oro puro.
La sollevò e si accorse che era anche pesante.
Subito si alzò e corse dalla sua vicina ebrea mostrandole ciò che aveva trovato: costei confermò che era oro e glielo comprò per due talleri in contanti.
Tutto il suo dolore era ora dimenticato: finora la povera donna non aveva mai visto tanti soldi in una volta.
Andò dal panettiere e comprò panini e ciambelle al burro, comprò anche un cosciotto di montone per Steffen, quando fosse giunto a casa stanco e affamato, dopo il viaggio.
Come corsero incontro i bimbi sgambettanti alla mamma felice, che portava loro una colazione tanto insolita! Ella si abbandonò completamente alla gioia materna di sfamare i suoi bimbi, e ora la sua più viva preoccupazione era quella di far sparire le bestie, che pensava fossero morte per le arti magiche di una donna malvagia, e di nascondere la disgrazia al marito il più a lungo possibile.
Il suo stupore superò ogni misura quando, guardando nella mangiatoia, si accorse che di fogliame d'oro ve n'era un mucchio intero.
Se avesse conosciuto la favola popolare greca, avrebbe subito capito che il suo bestiame era morto per l'indigestione di re Mida.
Ella immaginò comunque che fosse accaduto qualcosa del genere, per questo affilò il coltello da cucina, aprì il ventre della capra e vi trovò dentro un bel grumo d'oro, grosso come una mela. Trovò la stessa cosa anche nel ventre del capretto dove il metallo era un po' meno, perché l'animale aveva inghiottito meno foglie.
La sua ricchezza era ora illimitata, ma cominciò ad avere anche pressanti preoccupazioni: divenne irrequieta, paurosa, le venne il batticuore, non sapeva se doveva chiudere il tesoro nel cassettone o se doveva seppellirlo in cantina, temeva i ladri e non voleva nemmeno mettere subito al corrente di tutto quell'avaro di Steffen, perché aveva paura che, da strozzino qual era, si sarebbe preso tutti i soldi lasciando al verde lei e i figli.
Pensò a lungo a quale fosse il comportamento migliore, senza però riuscire a trovare una soluzione.
Il parroco del paese era il protettore di tutte le donne oppresse e non permetteva che i loro villani consorti le maltrattassero, imponendo delle pesanti penitenze ai mariti violenti, e prendendo sempre le difese delle donne.
Costei si recò quindi dal curato e gli raccontò tutta l'avventura con Contarape, come le avesse procurato una grossa ricchezza e quali fossero ora i suoi problemi.
Dimostrò anche la veridicità del suo racconto, mostrando il tesoro che aveva portato con sé.
Il parroco si fece più volte il segno della croce udendo questa vicenda prodigiosa, ma, nel contempo, si rallegrò per la fortuna capitata alla povera donna e, girandosi fra le mani il cappello, cercò un buon consiglio perché lei potesse tranquillamente godere del suo tesoro senza che il tenace Steffen se ne impossessasse.
Dopo aver pensato a lungo disse: "Ascolta me figliola, che ho sempre un buon consiglio per tutti. Dammi in custodia l'oro e io me ne prenderò cura, poi scriverò una lettera in italiano, dove si dice che tuo fratello, che molti anni fa se ne andò in cerca di fortuna, salpato per le Indie al servizio di Venezia, è morto in quel lontano paese, lasciandoti in eredita tutti i suoi beni alla condizione che tu sia tutelata dal parroco del tuo paese, contro le cattive intenzioni di terzi. Non voglio per me né ricompensa, né ringraziamenti: pensa solo che devi un ringraziamento alla santa chiesa, per la benedizione che ti è stata concessa dal cielo e promettimi solo una ricca pianeta".
Questo consiglio soddisfece pienamente la donna, che senza indugio promise al parroco la pianeta. Costui pesò quindi scrupolosamente l'oro e lo mise nella cassaforte della chiesa, mentre la donna prese commiato con cuore contento e leggero.


Bauer J.


Anche Contarape era patrono delle donne come il buon parroco di Kirchsdorf, ma con una differenza. Quest'ultimo onorava tutte le donne perché, come diceva, anche la Santa Vergine era una di loro, ma non prediligeva nessuna in particolare - cosa che avrebbe potuto rovinare la sua buona fama.
L'altro, al contrario, odiava tutte le donne per colpa di quella che lo aveva raggirato, anche se a volte si trovava in una disposizione d'animo più mite, che lo portava a prenderne una sotto tutela e a essere gentile con lei.
Mentre il comportamento della coraggiosa madre aveva conquistato la sua benevolenza, il rude Steffen aveva suscitato la sua ira.
Gli venne quindi una gran voglia di vendicare la brava donna giocando al marito un brutto tiro, che lo spaventasse a tal punto da farlo diventare mansueto e completamente sottomesso alla moglie.
A questo scopo si mise in sella del vento del mattino, galoppò sopra montagne e valli, spiò come un gendarme tutte le strade e gli incroci di Boemia, e dove scorgeva un viandante che portava un fardello gli era subito alle costole, per controllare il suo carico.
Per fortuna, nessuno dei viandanti incontrati trasportava vetrerie, altrimenti, anche senza essere il marito della donna protetta, sarebbe stato sicuramente vittima della burla di Contarape, e i danni subiti non gli sarebbero stati risarciti.
Steffen, carico come un mulo, non poté comunque sfuggire alle sue ricerche.
Verso l'ora del vespro, lo Gnomo vide avvicinarsi un bell'uomo con un grosso fardello sulla schiena, sotto i cui passi decisi risuonava il tintinnante carico che portava in spalla.
Lo Gnomo in agguato si rallegrò molto non appena lo scorse in lontananza, e lo riconobbe.
Ora era sicuro della sua preda e si accinse a giocargli un brutto tiro.
Steffen ansimando era quasi giunto in cima alla montagna, gli mancava solo l'ultima salita che conduceva alla vetta e lesto si dirigeva verso casa, accingendosi a quest'ultima fatica, ma la salita era assai ripida e il suo fardello molto pesante. Dovette riposarsi più di una volta, mise quindi il bastone nodoso sotto il cesto, cercando così di alleggerirne il peso, e si asciugò il sudore che gli bagnava la fronte. Con le ultime forze riuscì finalmente a raggiungere la cima della montagna, dove un bel sentiero portava sul crinale.
In mezzo alla strada c'era un abete appena segato e vicino si trovava il suo ceppo, dritto e ben levigato come il piano di un tavolo, tutt'intorno cresceva una bella erbetta.
La vista di questo luogo fu tanto allettante per l'uomo stanco sotto il peso della sua mercanzia, che subito appoggiò il pesante cesto sul ceppo e vi si sdraiò di fronte all'ombra, disteso sulla tenera erbetta.
Qui si mise a contare il guadagno netto che aveva accumulato questa volta e poté stabilire che, se non avesse dissipato nulla in casa, dove al cibo e ai vestiti provvedeva la sua laboriosa moglie, avrebbe avuto abbastanza denaro per comprarsi un asino al mercato di Schmiedenberg.
Il pensiero di poter caricare un asino e poi camminargli comodamente a fianco era così consolante in quel momento in cui le spalle gli dolevano per il peso portato, che come succede, cominciò a fantasticare sul futuro.
'Se riesco a procurarmi un asino - pensò - troverò presto il modo di sostituirlo con un cavallo, poi riuscirò a prendermi un campicello. Da un campo se ne cavano facilmente due, e col passare degli anni si arriva a possedere un intero maso, allora anche Ilse potrà avere una gonna nuova'.
Stava fantasticando in questo modo, quando Contarape fece sollevare un forte vento proprio intorno al ceppo, che rovesciò in un batter d'occhio il cesto di vetrerie, facendo andare tutto in mille pezzi.
Che colpo fu per Steffen! Contemporaneamente gli sembrò di udire in lontananza una gran risata, ma pensò che fosse stata solo un'illusione o l'eco delle vetrerie andate in frantumi.
Siccome però il vento sollevatosi poc'anzi non gli sembrava naturale, e quando si guardò intorno il ceppo e l'albero erano scomparsi, indovinò facilmente a chi si doveva attribuire la sua disgrazia e cominciò a lamentarsi:
"Dispettoso di un Contarape, che cosa ti ho fatto perché tu mi derubi del mio pezzo di pane, che mi sono guadagnato sputando sangue? Ah povero me!".
Poi fu preso da un attacco d'ira e cominciò a insultare terribilmente lo Spirito della montagna, per farlo arrabbiare.
"Maledetto!- gridò - Vieni a strangolarmi, adesso che mi hai tolto tutto quello che ho al mondo!". In effetti, in quel momento le sue vetrerie rotte gli sembravano più importanti della sua stessa vita; Contarape però non si fece né sentire, né vedere.
Steffen dovette decidersi a raccogliere per lo meno i pezzi, nella speranza di poterne scambiare qualcuno con vetrerie nuove, per cominciare a rifarsi il campionario.
Sprofondato nei suoi pensieri come un armatore al quale l'oceano ha inghiottito l'intera barca, cominciò a scendere dalla montagna con aria triste e abbattuta, ma cominciò anche ad almanaccare su come avrebbe potuto trovare un risarcimento per il danno subito e riavviare il suo commercio.
Allora gli vennero in mente le capre, custodite dalla moglie in stalla. Sapeva però che la donna le amava quasi come i suoi figli e con le buone non sarebbe mai riuscito a strappargliele.
Decise allora di non dire nulla della sua perdita alla moglie e non solo: invece di far ritorno a casa durante il giorno, pensò di arrivarvi di notte, di prendere di nascosto le capre da portare al mercato di Schmiedenberg, e con i soldi ricavati dalla vendita comprare poi la merce nuova.
Tornando poi a casa avrebbe litigato con la moglie e l'avrebbe rimproverata per essersi lasciata rubare le capre durante la sua assenza.
Con questa intenzione ben premeditata, l'infelice si nascose in un cespuglio nei pressi del paese, e aspettò con impazienza la mezzanotte per poi derubare se stesso.
Al battere della mezzanotte, si mosse, scavalcò la bassa porta del cortile, la aprì dall'interno e con il batticuore si diresse verso la stalla delle capre: aveva paura di venir scoperto dalla moglie.
Al contrario del solito la stalla era aperta.
La cosa lo stupì molto ma nel contempo lo rallegrò, perché quella dimenticanza avrebbe dato fondamento alla sua accusa.
Nella stalla però trovò tutto deserto e silenzioso: nessun essere vivente, nessuna traccia né della capra, né del capretto.
Spaventato, pensò che un ladro più esperto lo avesse preceduto, perché una sventura viene difficilmente da sola.
Sgomento, si accasciò sul fieno e sprofondò nella più cupa tristezza, visto che anche l'ultimo tentativo per riavviare il suo commercio era miseramente fallito. Intanto la laboriosa Ilse, dopo aver lasciato il parroco, era tornata a casa e contenta aveva preparato una bella cenetta per il marito, invitando anche il curato che avrebbe portato una buona bottiglia di vino, e nel corso della cena, quando Steffen si fosse un po' vivacizzato, lo avrebbe messo al corrente dell'eredità toccata alla moglie e delle condizioni alle quali poteva venirne in possesso.
Quando fu ora di cena, la donna cominciò a sbirciare fuori della finestra per vedere se il marito arrivava. Impaziente si recò anche alle porte del paese per cercare di scorgerlo in lontananza e, non vedendolo arrivare, cominciò a preoccuparsi.
Al calare della notte, le preoccupazioni la seguirono nel suo letto.
Il risultato fu che non riuscì a chiudere occhio cadendo in un sonno agitato solo verso il mattino.
Il povero Steffen era intanto nella stalla non meno oppresso e disperato. Era in uno stato così pietoso che non aveva quasi il coraggio di bussare alla porta.
Infine si fece coraggio, bussò molto avvilito e chiamò:
"Moglie mia svegliati e apri a tuo marito!".
Non appena Ilse sentì la sua voce, saltò giù veloce dal letto, come una lesta capriola, aprì la porta e lo abbracciò contenta. Costui però reagì molto freddamente alle sue carezze e si gettò di cattivo umore sulla panca.
La donna fu toccata dal dolore del marito e gli chiese sgomenta:
"Che cosa ti tormenta, mio caro? Che cos'hai?".
Egli rispose solo con sospiri e lamenti, ma lei insistette e il marito, che aveva bisogno di sfogarsi, non riuscì a nasconderle a lungo l'accaduto.
Sentito che era stato Contarape a giocargli il brutto tiro, la donna capì subito che l'intenzione dello Spirito era buona e non poté fare a meno di ridere, cosa che Steffen, se non fosse stato così abbattuto, le avrebbe fatto certamente pagare.
Il marito, che della faccenda non aveva capito nulla, chiese poi impaurito alla moglie che fine avessero fatto le capre.
Questa domanda indusse Ilse a nuovo riso, perché in essa vi era la prova che Steffen aveva già spiato dappertutto.
"Che t'importa delle mie bestie? - gli chiese - Non hai ancora chiesto dei bambini! Le capre sono fuori al pascolo. Non lasciarti abbattere così dal tiro di Contarape: chissà che lui o qualcun altro non ci dia un qualche risarcimento per ciò che abbiamo perso".
"Allora sì che puoi aspettare!"
"Non farla così tragica - replicò la donna - Spesso capitano cose insperate.
Su, fatti coraggio Steffen! Non hai più le tue vetrerie e io non ho più le mie capre: abbiamo però quattro figli sani e quattro braccia forti per nutrirli, la nostra ricchezza è tutta qui".
"Oh, che Dio abbia pietà di noi - sospirò il marito sconsolato - se anche le capre non ci sono più allora i nostri quattro figli li puoi subito annegare, perché io non sono assolutamente più in grado di nutrirli".
"Ma lo posso fare io", replicò Ilse.
A queste parole fece il suo ingresso in casa il parroco, che aveva origliato dietro alla porta tutta la conversazione.
Prese dunque la parola tenendo una predica a Steffen e spiegandogli che l'avarizia è la radice di tutti i mali. Dopo averglielo fatto ben capire, gli raccontò anche della ricca eredità della moglie, tirò fuori la lettera e tradusse al marito che il parroco di Kirchsdorf aveva avuto l'incarico di esecutore testamentario e aveva già ricevuto in custodia il lascito.
Steffen se ne stava lì interdetto e non faceva altro che inchinarsi di tanto in tanto, quando menzionando la Serenissima Repubblica di Venezia il parroco sollevava in suo onore il cappello.
Dopo essersi ravveduto, il marito cadde nelle braccia della moglie, facendole una seconda dichiarazione d'amore, appassionata come la prima, che Ilse accettò di buon grado, nonostante sapesse che era mossa da motivi d'altra natura.
Da quel momento, Steffen divenne il più duttile e il più servizievole dei mariti, un padre amorevole per i suoi bambini e anche un oste laborioso e ordinato, che odiava l'ozio.
Il retto parroco cambiò via via l'oro in sonanti monete, comprò un maso dove Ilse e Steffen vissero e lavorarono per tutta la loro vita.
L'eccedenza la diede a prestito dietro interesse e amministrò il capitale della sua protetta così scrupolosamente come amministrava i beni della chiesa, non pretendendo altra ricompensa se non una pianeta.
Ilse gliene fece fare una così sfarzosa che era degna di un arcivescovo. Dal tempo in cui la buona madre Ilse ottenne un regalo tanto prezioso dallo Gnomo, di lui non si seppe più nulla.
Il popolo però mantenne vivo il suo ricordo con mille leggende meravigliose, che la fantasia delle donne, riunite nelle sere invernali, filava ampie e ricche: erano però tutte invenzioni, raccontate soltanto per passare il tempo e divertirsi.


Frank Holl


"Leggende di Contarape" (Boemia), J. K. A. Musaus.
Da : Il Bosco. Miti, leggende e fiabe, A. Mari - Ulrike Kindl


venerdì 21 agosto 2015

Leggende di Contarape (Boemia)

ui parnasici Sudeti della Slesia abita l'autorevole spirito della montagna, Contarape, che ha reso queste alte montagne più note di quanto non abbiano fatto i poeti slesiani. Questo principe degli Gnomi sulla superficie terrestre controlla solo un piccolo territorio, ampio poche miglia e circondato da una catena di montagne.


Simanchuk Andrew


Altri due potenti sovrani, che condividono con lui questo regno, non vogliono però riconoscere i suoi diritti.
Poco sotto la crosta terrestre comincia invece il territorio su cui regna incontrastato, e il suo dominio si spinge per ben sessantotto miglia nella profondità della terra, fino a raggiungerne il centro.
Talvolta, egli, sottraendosi alle preoccupazioni del suo regno sotterraneo, viene a distrarsi sulle montagne, dove si prende gioco degli uomini con gran baldanza. Perché, amici, dovete sapere che Contarape è uno spirito potente, lunatico, turbolento, strano: a volte villano, rude, presuntuoso; altre, orgoglioso, vanitoso, volubile; oggi è un amico affettuoso, domani è freddo e distante; a volte, sa essere bonario, nobile e sensibile, ma decisamente pieno di contraddizioni: stupido e saggio, tenero e duro, ingenuo e disincantato, cocciuto e malleabile, a seconda del momento e dell'umore.
Nella notte dei tempi, Contarape infuriava già sulle montagne selvagge, incitava orsi e buoi a combattere gli uni contro gli altri, oppure spaventava la selvaggina e la faceva precipitare dagli erti picchi nella valle profonda. Stanco di questa caccia, ritornava poi al suo regno sotterraneo, dove rimaneva chiuso per centinaia di anni, fino a che gli tornava la voglia di uscire alla luce del sole, per godersela sulla terra.
Come si meravigliò una volta al suo ritorno, quando, guardando giù dalle vette dei Monti dei Giganti, trovò la regione completamente trasformata! I boschi oscuri e impenetrabili erano stati abbattuti e trasformati in campi coltivati. Tra le distese di alberi da frutto spiccavano i tetti di paglia di alcuni paeselli e dai loro camini usciva un pennacchio di fumo; qua e là, sul crinale della montagna, si poteva scorgere qualche isolata torre di guardia a protezione della regione; nei prati pieni di fiori pascolavano pecore e bestiame e dai boschetti provenivano le dolci melodie dei pifferi.
La novità e la piacevolezza di quella visione ritemprarono lo spirito del meravigliato sovrano, tanto che non si adirò neppure con questi coltivatori indipendenti, che senza chiedergli il permesso avevano fatto tutti quei cambiamenti e vivevano tranquillamente.
Decise perciò di non disturbarli, di non contestare loro nulla e di lasciarli vivere come un benevolo padrone di casa ospita sotto il suo tetto una rondine o un passero.
Pensò addirittura di far conoscenza con gli uomini, questa strana specie a metà tra gli spiriti e gli animali, di scoprire la loro natura e di stringere rapporti con loro.
Assunse quindi le sembianze di un uomo ed entrò in servizio presso il primo agricoltore.
Tutto quello che faceva gli riusciva molto bene e ben presto il lavorante Rips era conosciuto in tutto il paese come il migliore.
Il suo padrone però, crapulone e gaudente com'era, scialacquava quello che il fedele servo gli faceva guadagnare e non gli era affatto grato per il gran da fare che si dava.
Abbandonò quindi il primo padrone per entrare a servizio dal vicino, che gli affidò il suo gregge. Il servo lo custodiva con solerzia, lo portava al pascolo in luoghi solitari e sulle montagne, dove cresceva l'erba migliore.
Sotto la sua tutela anche il gregge crebbe e si moltiplicò, nessuna pecora precipitò più dalle rocce, nessuna venne assalita dall'avvoltoio né sbranata dal lupo.
Ma il padrone era uno spilorcio, che non solo non lodava il fedele servitore come avrebbe dovuto, ma che arrivò persino a rubare il più bel montone dal gregge, per poi, con la scusa della perdita, diminuire il salario del suo pastore.
Rips abbandonò quindi anche il secondo padrone per entrare a servizio presso il giudice, divenendo il flagello dei ladri e servendo con zelo la giustizia. Il giudice era però un uomo empio, che usava la legge a suo piacimento e se ne prendeva gioco.
Poiché Rips non voleva diventare uno strumento di ingiustizia, si licenziò e fu gettato in carcere, da dove però, come sempre fanno gli spiriti, riuscì a evadere facilmente passando per il buco della serratura.
Questo primo tentativo di conoscere gli uomini non lo indusse certo ad amarli. Tornò scontento sulle vette, da dove poteva padroneggiare con lo sguardo i ridenti campi, resi ancor più belli dal lavoro umano e si meravigliò che madre natura potesse elargire i suoi doni a degli esseri simili.
Ciò nonostante decise di fare un'altra puntatina tra gli uomini.



Bauer J.


Questa volta si trovò davanti una affascinante fanciulla nuda, bella come una Venere medicea, che si accingeva a fare il bagno.
Le sue compagne di giochi si erano distese sull'erba nei pressi di una cascata, scherzavano e scambiavano affettuose effusioni con la loro sovrana, in un'atmosfera di spensierata felicità.
Questa visione ebbe un tale effetto sullo spirito della montagna, che dimenticò la sua diversa natura e le sue peculiarità, desiderando anche per sé il destino dei mortali e guardando con brama la bella fanciulla della stirpe degli uomini. Gli organi degli spiriti sono però così delicati che non riescono a percepire una forte impressione per lungo tempo. Lo gnomo pensò allora di aver bisogno di un corpo, per poter veder con gli occhi quella bella ragazza e fissarla nella sua immaginazione.
Assunse quindi le sembianze di un corvo e volò su un frassino, che sovrastava il bacino formato dalla cascata, per godersi la graziosa scena.
Non fu però una buona idea perché si ritrovò a veder tutto con gli occhi di un corvo e ad avere la sensibilità di un corvo: un nido di topi di bosco lo attraeva ora più della bella al bagno.
Non appena si rese conto di questo inconveniente, corse ai ripari: il corvo volò in un cespuglio e si tramutò in un fiorente giovinetto.
Sperimentò così delle sensazioni mai provate in tutto il corso della sua lunga esistenza: si sentì irrequieto, provava un nuovo slancio e un potente desiderio verso qualcosa di indefinibile, a cui non sapeva dare un nome.
Un impulso irresistibile lo spingeva verso la cascata, ma nel contempo provava una forte resistenza, una vaga paura ad avvicinarsi, nelle sue spoglie umane, alla bella Venere che stava facendo il bagno. Preferì allora rimanere nel cespuglio, da dove poteva comodamente spiarla.
La bella ninfa era la figlia del faraone slesiano, che regnava allora in quella regione. Costei era solita passeggiare con le ragazze della sua corte per i boschi montani, raccogliendo fiori ed erbe odorose o ciliegie e fragole per la tavola paterna.
Quando faceva caldo, era solita poi rinfrescarsi alla sorgente nei pressi della cascata.


Stegg A.


La visione della bella fanciulla al bagno accese l'amore dello gnomo che non abbandonò più il luogo, aspettando ogni giorno con impazienza il ritorno della affascinante ragazza.
Verso mezzogiorno di una calda giornata, la principessa tornò alla cascata. Fu molto stupita di trovare il luogo completamente trasformato: la volgare roccia era coperta di marmo e alabastro, la cascata non precipitava con forza irruente dalla ripida parete rocciosa ma, interrotta da molti scalini, scendeva dolcemente con un tranquillo sciacquio al candido bacino di marmo, in mezzo al quale zampillava un allegro getto d'acqua, che ruotando spruzzava ora un lato, ora l'altro.
Margheritine, colchici e il romantico nontiscordardime crescevano ai margini del bacino, cespugli di rosa si mescolavano al gelsomino selvatico formando un angolino delizioso.
Lateralmente alla cascata si trovava la duplice entrata a una grotta, le cui pareti e volte erano coperte di mosaici, rilucenti di una luce quasi accecante. In diverse nicchie erano stati preparati vari rinfreschi, dall'aspetto straordinariamente invitante.
La principessa, meravigliata, non credeva ai suoi occhi, e non sapeva se entrare in questo luogo incantato o fuggire.
Era però figlia di Eva, incapace di resistere al desiderio di vedere tutte quelle piacevolezze e di assaggiare i deliziosi frutti, che sembravano lì proprio per lei.
Dopo aver mangiato a sazietà e osservato tutto con somma attenzione, le venne voglia di fare il bagno nella vasca.
Ordinò alle ragazze del suo seguito di fare la guardia e stare all'erta, affinché nessun occhio indiscreto potesse spiarla e dissacrare la sua virginale pudicizia.
Ma appena la bella ninfa si calò nella vasca la corrente la inghiottì e, prima ancora che le giovani del suo seguito facessero in tempo ad afferrarle i biondi capelli, scomparve.
Le fanciulle spaventate si misero a piangere e lamentarsi, si torsero le mani, pregarono invano le Naiadi, continuando a camminare intorno alla vasca, mentre lo zampillo d'acqua le bagnava a intervalli regolari.
Ma nessuna di loro ebbe il coraggio di tuffarsi, salvo Brihild, che si buttò in acqua pronta a condividere il destino della sua più cara amica.
Galleggiò però sull'acqua come un leggero pezzo di sughero e nonostante tutti i suoi sforzi non riuscì a immergersi.
Non c'era null'altro da fare che informare il re del triste incidente. Le ragazze piangenti lo incontrarono sulla via del ritorno, mentre egli si recava nel bosco con i suoi cacciatori.
Il re si strappò le vesti dal dolore, si tolse la corona dal capo, nascose il volto nel suo purpureo mantello, pianse e si lamentò ad alta voce della perdita della bella Emma.
Dopo che il suo dolore ebbe trovato un po' di sfogo nelle lacrime, si fece coraggio e si recò alla cascata per vedere di persona il luogo dell'incidente. L'incantesimo era sparito, il luogo era tornato selvaggio, non c'era più né grotta, né vasca di marmo, né rose, né gelsomini.
Il buon re non pensò affatto a un rapimento di sua figlia per mano di qualche cavaliere errante, poiché cose di questo tipo non si usavano allora nel paese, e non cercò nemmeno di estorcere alle compagne una confessione che fosse più credibile della verità.
Credette senza problemi al racconto che gli era stato fatto, pensando che Thor o Wodan, o qualche altro dio fosse implicato nella vicenda, quindi proseguì la sua battuta di caccia, consolandosi velocemente della perdita della figlia.
I re terreni infatti non si preoccupano d'altro che della perdita della loro corona.
L'affascinante Emma intanto non si trovava affatto male nelle mani dello spirito innamorato.
L'annegamento era stato solo una messa in scena per sottrarre la ragazza al suo seguito e condurla attraverso una via sotterranea in uno stupendo palazzo, col quale la residenza paterna non reggeva il confronto.
Quando la principessa tornò in sé si trovò su un comodo divano di raso rosa con un disegno in seta blu. Un giovane dal bell'aspetto giaceva ai suoi piedi e le faceva un'ardente dichiarazione d'amore, che lei ascoltava arrossendo.



Bauer J.


Lo gnomo le spiegò la sua vera identità e le sue condizioni, le raccontò degli stati sotterranei che dominava, la condusse attraverso le sale e le stanze del castello mostrandole tutto lo sfarzo e la ricchezza della sua dimora.
Il palazzo era circondato su tre lati da uno stupendo giardino, che, con i suoi fiori e i prati ombreggiati, piacque molto alla ragazza.
Gli alberi da frutto erano carichi di mele purpuree e dorate, i cespugli erano pieni di uccellini che facevano risuonare le loro diverse melodie.
La tenera coppia passeggiava per i vialetti guardando la luna, e lo gnomo si preoccupava che il fiore sul petto della sua amata fosse sempre fresco.
Pendeva dalle labbra della fanciulla, ogni sua parola era come nettare: in una vita lunga come quella di Enone lo spirito non aveva mai goduto ore così intense, come ora gli venivano concesse dal suo primo amore.
L'affascinante Emma però non era altrettanto felice, una certa malinconia e un dolce languore le conferivano sì un fascino particolare, ma lasciavano anche intravedere che i desideri nascosti nel suo cuore non erano completamente in sintonia con quelli dell'innamorato.
Contarape scoprì ben presto che nonostante tutti i tentativi di conquistarsi il cuore di Emma con mille favori, l'impresa era rimasta senza esito.
Tuttavia, con la sua ostinata pazienza, non si stancò di persistere, esaudendo tutti i suoi desideri e tentando di vincere la sua ritrosia.
La sua totale inesperienza in campo amoroso lo portava a pensare che le difficoltà che si contrapponevano alla realizzazione del suo desiderio, facessero parte del gioco d'amore, poiché - come poteva constatare - questa resistenza aveva certo un suo fascino e tendeva ad aumentare ulteriormente lo sperato trionfo finale.
Eppure, nuovo nello studio degli esseri umani, non aveva la minima idea di quale fosse la causa reale della ritrosia della sua amata; egli supponeva che il cuore di lei fosse libero come il suo, e che quindi potesse appartenergli di diritto, come un possedimento ancora intoccato appartiene al primo proprietario.
Ma il piccolo gnomo si sbagliava di grosso! Un giovane essere umano, il principe Ratibor, aveva già conquistato il cuore della dolce fanciulla.
La felice coppia guardava già al giorno in cui la loro unione si sarebbe realizzata, quando d'un tratto la sposa sparì.
Questo terribile evento tramutò l'innamorato Ratibor in una specie di Orlando Furioso: abbandonò il suo palazzo e si ritirò schivo in solitari boschi, a lamentarsi con le rocce della sua disgrazia.
La fedele Emma, nascosta tra le mura del suo grazioso carcere, sospirava per la pena ma celò i suoi sentimenti nel profondo del cuore, in modo da non lasciar trapelare niente allo gnomo, sempre all'erta.
Da tempo andava arrovellandosi pensando a un sotterfugio per raggirarlo e fuggire dalla sua prigione.
Dopo alcune notti insonni le venne in mente un piano che poteva essere degno di un tentativo.
La smise di tormentare il paziente gnomo con la sua freddezza mortale, i suoi sguardi cominciarono a lasciare qualche speranza, e diventò più malleabile. Queste propizie disposizioni d'animo vengono normalmente sfruttate subito dal sospirante innamorato.
Il nostro spirito si accorse immediatamente, grazie alla sua raffinata sensibilità, del mutamento avvenuto nella graziosa fanciulla.
Un incantevole sguardo, un'espressione amichevole, un significativo sorriso infiammavano il suo essere estremamente eccitabile, come il fuoco infiamma l'alcool.
Si rianimò e rinnovò la sua dichiarazione d'amore, che per un po' aveva taciuto, pregò che gli venisse prestato ascolto e non fu respinto.
Le sue richieste furono ora accolte, tanto che la fanciulla chiese solo un giorno per pensarci, e lo gnomo felice come una pasqua fu pronto a concederlo. Il mattino seguente, allo spuntar del sole, la bella Emma apparve al suo cospetto ornata da sposa, indossando tutti i suoi monili.
I suoi biondi capelli raccolti erano cinti da una corona di mirto, la guarnizione del vestito risplendeva di pietre preziose.
Accortasi che lo gnomo le veniva incontro in giardino si coprì castamente il viso con un lembo del velo.
"Divina fanciulla - cominciò a balbettare il nano - lasciami bere dai tuoi occhi la beatitudine dell'amore e non negarmi ancora a lungo quello sguardo d'assenso, che mi può far diventare l'essere più felice del mondo!"
Detto ciò cercò di scoprirle il volto per leggerle in viso la gioia, poiché non aveva il coraggio di estorcerle una confessione.
La ragazza però si avvolse ancora più stretta nel suo velo e rispose con modestia: "Può forse una mortale resistere al tuo amore? La tua insistenza ha vinto, te lo confesso, ma accontentati delle mie parole e lascia che il rossore del mio viso e le mie lacrime possano rimanere nascosti".
"Perché lacrime mia cara? - le chiese lo spirito inquieto - Ognuna delle tue lacrime è una goccia che brucia il mio cuore, voglio essere corrisposto con amore, non voglio alcun sacrificio".
"Perché interpreti male le mie lacrime? - rispose Emma - Il mio cuore apprezza la tua tenerezza, ma paurosi presentimenti lacerano la mia anima. Una donna non ha sempre il fascino di una giovane amante: tu non invecchi mai, ma la bellezza terrena è un fiore che appassisce in fretta. Chi mi assicura che tu continuerai a essere il più tenero, il più caro, il più servizievole e il più paziente dei mariti, come lo fosti quando chiedevi la mia mano?"
Lo spirito rispose:
"Pretendi pure una prova della mia fedeltà o della mia ubbidienza, oppure metti alla prova la mia pazienza per poter giudicare la forza del mio amore
irremovibile".
"Sia dunque così! - decise l'esile Emma - Voglio solo che tu mi dimostri di essere servizievole. Vai a contare tutte le rape che ci sono nel campo, ma non cercare di ingannarmi e non sbagliarti nel contare nemmeno di una unità, perché proprio questa è la prova che mi dimostrerà la tua fedeltà".
Staccandosi a malincuore dalla sua affascinante amata, lo gnomo ubbidì e cominciò a contare saltellando tra le rape come un medico di un lazzaretto francese tra i malati.
Quando ebbe terminato, per maggiore sicurezza, ripeté il conteggio, e con gran rabbia scoprì che i conti non tornavano, quindi si accinse a ricominciare. Anche questa volta però i conti risultarono sballati: non c'è da meravigliarsi perché un grande amore può far andare in confusione anche il miglior cervello matematico! La scaltra Emma aveva tenuto d'occhio il suo paladino mentre si preparava alla fuga.
Tenne pronta una bella rapa succosa, che in un attimo tramutò in un cavallo munito di sella e briglie, sul quale fuggì attraverso brughiere e steppe al di là delle montagne.
Il Pegaso fuggitivo, senza mai inciampare, la cullò sulla sua comoda schiena fino alla valle di Maien, dove si gettò nelle braccia di Ratibor che le corse incontro trepidante.


Millais J.


Nel frattempo, lo gnomo affaccendato era così assorto nei suoi conteggi, che non si era accorto di nulla.
Con gran fatica gli era infine riuscito di contar tutte le rape, comprese le più piccole, e corse dalla sua amata per darle la risposta.
Era infatti sicuro di averle dimostrato, con la sua ubbidienza, di essere il marito più servizievole e sottomesso che mai figlia di Adamo avesse dominato con le sue fantasie e i suoi capricci.
Compiaciuto per questo egli tornò al prato, ma non trovò Emma; corse allora tra gli alberi e i sentieri del giardino ma dell'amata non vi era traccia; si precipitò allora al palazzo dove setacciò ogni angolo, chiamandola ad alta voce ma il suo nome riecheggiava nelle stanze vuote, senza risposta.
Allora sospettò di essere stato preso in giro.
Velocemente si liberò delle sue sembianze umane, si alzò in volo e scorse in lontananza la sua amata in fuga, proprio nel momento in cui il cavallo stava varcando il confine.
Lo spirito adirato afferrò alcune nuvole, le unì e, con un tuono roboante, scagliò un fulmine contro la quercia millenaria che segnava il confine proprio alle spalle della fuggitiva.
Più di questo però lo gnomo non poteva fare, e la nuvola si tramutò in una innocua nebbia.
Dopo aver attraversato disperato le regioni superiori lamentandosi coi quattro venti del suo amore sfortunato e dando libero sfogo alla sua passione tempestosa, fece tristemente ritorno al suo palazzo e vagò di stanza in stanza riempiendole di sospiri e gemiti.
Si recò poi nel giardino, che aveva ormai perso per lui ogni fascino: lo interessava solo l'orma del piede della sua infedele amata impressa nella sabbia per lui più attraente delle mele d'oro sugli alberi o di qualsiasi altra meraviglia.
Una sensazione di delizioso piacere si risvegliava in lui in ogni luogo in cui lei era passata o si era soffermata, dove aveva colto fiori, dove lui l'aveva spiata senza essere visto e dove, sotto spoglie umane, si era intrattenuto a parlare confidenzialmente con lei. Poi, dopo aver sepolto per sempre il suo primo amore, sfogò con una serie di terribili maledizioni tutta la rabbia che aveva in corpo, e non volle più saperne della razza umana.
Prendendo questa decisione batté per tre volte il piede a terra e il palazzo con tutte le sue meraviglie si polverizzò.
Lo gnomo si ritirò quindi nel suo regno sotterraneo, che inghiottì la sua rabbia.
Se ne tornò al centro della terra, portando con sé le sue fissazioni e il suo odio.
Nel frattempo il principe Ratibor era occupato a mettere in salvo la bella Emma, e a condurla in gran pompa alla corte del padre, dove ebbe luogo il matrimonio e dove divise con lei il trono, costruendo la città di Ratisbona, che ancora oggi porta il suo nome.
La strana avventura della principessa, la sua fuga coraggiosa con il suo lieto fine, divenne la favola della regione e fu tramandata di generazione in generazione per moltissimo tempo.
E le signore slesiane trassero insegnamento dallo stratagemma della scaltra Emma, mandando l'incomodo marito a contare rape, quando convocavano Pamante. Poiché gli abitanti di quella regione non conoscevano il vero nome dello spirito gli affibbiarono il nomignolo di Contarape.
Da sempre gli amanti infelici trovano rifugio nella madre terra.
Ma mentre gli uomini vi giungono per una strada senza ritorno, gli spiriti hanno il vantaggio di poter riemergere in superficie quando ne abbiano voglia, dopo aver trovato consolazione o dato libero sfogo alla loro passione.
Per gli uomini invece la via del ritorno è chiusa per sempre.


"Leggende di Contarape" (Boemia), J. K. A. Musaus.
Da : Il Bosco. Miti, leggende e fiabe, A. Mari - Ulrike Kindl.

domenica 16 agosto 2015

L'Analfabeta, di Agota Kristof

Un giorno la vicina di casa mia amica mi dice:
"Ho visto una trasmissione televisiva sulle donne straniere che fanno le operaie. Lavorano tutto il giorno in fabbrica e la sera si occupano della casa, dei figli".
Io dico:
"È quello che ho fatto io, appena arrivata in Svizzera".
Lei dice:
"Ma loro, per di più, non sanno nemmeno il francese".
"Neanch'io lo sapevo".
La mia amica è seccata. Non può raccontarmi la storia impressionante che ha visto alla televisione sulle donne straniere che fanno le operaie. Ha dimenticato così bene il mio passato che non riesce più a immaginare che anch'io ho fatto parte di quella categoria di donne che non conoscono la lingua del posto, che lavorano in fabbrica e che la sera si occupano della famiglia.
Io invece me ne ricordo: la fabbrica, la spesa, la bambina, i pasti. E la lingua ignota.
In fabbrica è difficile riuscire a parlarsi, le macchine fanno troppo rumore. Si riesce a parlare solo nelle toilette, fumando a gran velocità una sigaretta.
Le mie amiche operaie mi insegnano l'essenziale. Dicono: Oggi è bel tempo, indicandomi il paesaggio di Val-de-Ruz. Mi toccano per insegnarmi altre parole: capelli, braccia, mani, bocca, naso. Di sera torno a casa con la bambina. La mia figlioletta mi guarda con gli occhi sgranati quando le parlo in ungherese. Una volta si mette a piangere perché io non la capisco, un'altra volta perché è lei a non capirmi. Cinque anni dopo essere giunta in Svizzera parlo il francese, ma continuo a non saperlo leggere. Sono tornata analfabeta. Io che leggevo già a quattro anni.
Conosco le parole. Quando le leggo, non le riconosco. Le lettere non corrispondono a niente. L'ungherese è una lingua fonetica, il francese è l'esatto contrario.
Non so come ho potuto vivere senza la lettura per cinque anni.
C'era, una volta al mese, la Gazzetta letteraria ungherese, che all'epoca pubblicava le mie poesie; c'erano anche i libri ungheresi della Biblioteca di Ginevra che ricevevamo per corrispondenza. Erano libri il più delle volte già letti, ma che importava, era sempre meglio rileggere che non leggere del tutto.
La bambina sta per compiere sei anni, e sta per cominciare la scuola. Anch'io comincio, ricomincio la scuola. All'età di ventisette anni, mi iscrivo ai corsi estivi dell'Università di Neuchàtel, per imparare a leggere. Sono corsi di francese rivolti a studenti stranieri. Ci sono inglesi, americani, tedeschi, giapponesi, svizzeri tedeschi. L'esame di ammissione è un esame scritto. Consegno un foglio bianco, mi ritrovo con i principianti.
Dopo qualche lezione il professore mi dice:
"Lei parla molto bene il francese. Come mai è in un corso per principianti?"
Gli dico: "Non so né leggere, né scrivere. Sono analfabeta".
Lui si mette a ridere: "Questo lo vedremo".
Due anni dopo conseguo il Certificato di Studi Francesi con un'ottima valutazione.
So leggere, so di nuovo leggere. Posso leggere Victor Hugo, Rousseau, Voltaire, Sartre, Camus, Michaux, Francis Ponge, Sade, tutto quello che voglio leggere di francese, e anche gli autori non francesi ma tradotti, Faulkner, Steinbeck, Hemingway.
Il mondo è pieno di libri, di libri finalmente comprensibili, anche per me.
In seguito avrò ancora due figli. Con loro farò ancora esercizi di lettura, di ortografia, di coniugazione. Quando mi chiedono il significato di una parola, o la sua ortografia, non dico mai: Non lo so. Dico: Vado a vedere. E vado a vedere nel dizionario, senza stancarmi mai. Divento un'appassionata di dizionari.
Non appena padroneggio un po' la lettura, mi fisso un altro obiettivo: scrivere in francese. Questo è diventato una necessità, perché attorno a me tutti parlano francese. Se la sera dovessi descrivere in ungherese la mia giornata, il racconto dovrebbe essere tradotto. Ovviamente ci sono anche altre ragioni. Non sono una scrittrice dissidente nota, nessuno mi tradurrebbe, e non mi pubblicherebbero nemmeno in Ungheria. Per cui non mi resta che accettare la sfida e negli anni Settanta comincio a scrivere in francese. Nel 1972 porto a termine le mie prime due pièce teatrali. Mi ci vorranno ancora più di dieci anni per cominciare timidamente a scrivere un romanzo.
Questa lingua, il francese, non l'ho scelta io. Mi è stata imposta dal caso, dalle circostanze. So che non riuscirò mai a scrivere come scrivono gli scrittori francesi di nascita. Ma scriverò come meglio potrò. È una sfida. La sfida di un'analfabeta.
Ho incontrato per strada il mio professore di un tempo. Mi ha detto:
"Un mio allievo sta facendo un lavoro sul suo libro".
Ho detto: "È divertente, non trova?"
"Divertente? Sì, è proprio la parola giusta".







Agota Kristof ha scritto i romanzi Il grande quaderno (uscito da Guanda nel 1988 con il titolo Quello che resta), La Prova (Guanda 1989) e La Terza Menzogna, pubblicato insieme ai due libri precedenti da Einaudi nella Trilogia della città di K. (1998). Nel 1997 Marco Lodoli ha tradotto, sempre per Einaudi, Ieri, portato sullo schermo da Silvio Soldini con il titolo Brucio nel vento.

mercoledì 5 agosto 2015

La Troll Partoriente


Hague M.


"Nell'anno 1660, quando io e mia moglie eravamo nella mia fattoria (faboderne), che è ad un quarto di miglio dalla parrocchia di Ragunda, seduti a parlare un poco nel primo pomeriggio, venne alla porta un piccolo uomo che chiese a mia moglie di andare ad aiutare sua moglie, che proprio in quel momento stava partorendo. Il ragazzo era di piccole dimensioni, di carnagione scura e vestito con vecchi abiti grigi. Mia moglie ed io sedemmo per un istante a chiederci di quell'uomo, perché eravamo consapevoli che si trattava di un Troll ed avevamo sentito dire che costoro, chiamati dai contadini Vetter (Spiriti), erano soliti abitare nelle fattorie quando la gente le lasciava al tempo del raccolto.
Ma, quando egli ebbe ripetuto la sua richiesta quattro o cinque volte e noi avemmo pensato a quale male la gente di campagna dice di avere sofferto a volte a causa dei Vetter quando è capitato loro di imprecare contro di loro o di mandarli all‟inferno con parole incivili, presi la risoluzione di leggere alcune preghiere su mia moglie e di benedirla, dicendole di andare con lui in nome di Dio. Lei prese con sé in tutta fretta alcuni vecchi panni di lino ed andò con lui, mentre io rimasi seduto là.
Quando ritornò, mi disse che quando uscì dalla porta con l'uomo le parve come se per lungo tempo l'avessero trasportata nel vento ed era così giunta ad una stanza, ad un lato della quale vi era una piccola stanza oscura in cui la moglie giaceva a letto molto addolorata. Mia moglie andò da lei e, dopo un poco, la aiutò fin quando non mise alla luce il bambino nello stesso modo degli altri esseri umani.
L'uomo allora le offrì del cibo e, quand'ella rifiutò, la ringraziò e la accompagnò fuori. Venne quindi riportata qui allo stesso modo nel vento e dopo poco era di nuovo alla porta, giusto alle dieci in punto. Nel frattempo, una quantità di pezzi vecchi e ritagli d'argento vennero posati su uno scaffale del salotto e mia moglie li trovò il giorno seguente quando andò a rigovernare la stanza. Si suppone che siano stati lasciati là dai Vetter. Questo è in verità accaduto ed io ne sono testimone scrivendo il mio nome.
Ragunda, 12 aprile 1671
Pet. Rahm."

Bauer J.


Leggenda nordica raccolta dai Grimm, citata da Thomas Keightley in "Fate nordiche, francesi e medievali".

Il Castello di Galtelli (Sardegna), Leggenda Raccontata da Grazia Deledda

na notte dello scorso dicembre restai più di due ore ascoltando attentamente una donna di Orosei che mi narrava le leggende del castello di Galtellì.
Il suo accento era così sincero e la sua convinzione così radicata che spesso io la fissavo con un indefinibile sussulto, chiedendomi se, per caso, queste bizzarre storie a base di soprannaturale, che corrono pei casolari del popolo, non hanno un fondamento, e qualcosa di vero.
Il castello di Galtellì - la Civitas Galtellina, altre volte così fiorente e popolata, ora decaduta in miserabile villaggio - è interamente distrutto; restano solo i ruderi neri e desolati, dominanti il triste villaggio, muti e severi nel paesaggio misterioso.





La leggenda circonda quelle meste rovine con un cerchio magico di credenze strane, fra cui la principale è che l'ultimo Barone, ovvero lo spirito suo, vegli giorno e notte sugli avanzi del castello, in guardia dei suoi tesori nascosti.
Di giorno è invisibile, ma nella notte, sia calma o procellosa, chi si azzarda a visitare le rovine vede il Barone passeggiare lentamente, intorno intorno, vagando per i roveti e i massi, o lungo le nere muraglie, ricordando i giorni fastosi della sua esistenza. È giovine ancora, tristissimo in viso, vestito alla medioevale, con la spada al fianco e il collo circondato dal vaporoso collare di lattughe trapuntate. Qual fato lo ha condannato a vagare così, sempre, per secoli e secoli, sulle rovine del suo superbo maniero, ritrovo un giorno di letizia e di splendida potenza? Non si sa; forse è una scomunica del papa, forse una maledizione particolare. Oltre a lui si crede che altri spiriti, ancora in forma umana, esistenti nel castello, vaghino in sotterranee stanze, ma che non escano mai.
È la famiglia dell'ultimo Barone: la moglie, la figlia, il genero ed un nipotino, nato, quest'ultimo, nel modo strano che racconterò poi.
Come in Castel Doria si dice che anche qui ci sia un condotto sotterraneo, però questo conduce assai lontano, sino ai castelli del sud dell'isola, sino a Cagliari anzi, attraversando grandi catene di montagne, fiumi e pianure!...
Lo spirito del Barone è mite e generoso. Non ha mai fatto del male a nessuno, anzi ha spesso beneficato dei poveri viventi.
Una volta un misero contadino del villaggio, mentre ritornava dalla campagna con un fascio di legna sulle spalle, sopravvenutagli la sera in cammino, si fermò un momento ai piedi del castello rovinato.
La notte era freddissima, ma la luna splendeva vivamente, e il contadino poté distinguere un signore che passeggiava sulle alture vicine. Curioso e coraggioso il contadino salì un poco più su e guardò questo bizzarro signore che si permetteva di passeggiare tranquillamente in tal luogo e così tanto freddo.


Francés V.


Il signore allora si accorse di lui e si fermò. Era biondo e soave di volto, con due grandi occhi vitrei ed appannati, immersi nel dolore di una eterna tristezza.
"Chi sei?", chiese dolcemente al viandante.
Sentita la risposta, guardò fissamente il fascio della legna che il contadino aveva deposto nel sentiero, e disse:
"Mia figlia e mia moglie hanno tanto freddo, tanto! Vuoi tu darmi la tua legna?..".
"E perché no?", esclamò l'altro conquiso dalle belle maniere del misterioso signore. E trasportò il fascio sulle rovine, e non volle accettare la piccola ricompensa che il signore voleva dargli. Ma poco tempo dopo tutti nel villaggio videro una cosa sorprendente. Il povero contadino acquistava terreni, case, pascoli e spendeva come un riccone. In breve egli diventò il più benestante del paese, e per liberarsi dalla fama di ladro o che, dovette rivelare la verità.
Dopo la prima notte egli era ritornato molte volte al castello e aveva provveduto di legna, per tutto l'inverno, gli abitanti invisibili e spirituali di quelle rovine. In cambio il Barone gli aveva donato molte e molte borse piene d'oro!...
La leggenda poi, o la tradizione, che pare recentissima, del nipotino del Barone è questa. Una notte una donna del villaggio sentì picchiare alla sua porta, e apertala vide un cavaliere magnificamente vestito, che le disse:
"Presto, venite con me. Si ha bisogno di voi!".
Essa, che era poverissima e che trovava pochissime occasioni di tentare la fortuna, non si fece pregare. Vestì la sua tunica e seguì il cavaliere, che camminava rapidamente, senza fare il minimo rumore, davanti a lei. Attraversarono il villaggio e uscirono in campagna. La donna, inquieta, chiese: "Ma per dove mi conduce, monsignore?".
"Venite e non temete di nulla!", rispose lui. La sua voce era così gentile e soave che la donna si rassicurò e continuò a seguirlo in silenzio. Il cavaliere la condusse alle rovine del castello e pigliandola per mano l'introdusse nelle sale sotterranee di cui essa aveva tante volte sentito parlare.
Queste sale erano uno splendore di lusso e di magnificenza. Coperte di arazzi e di cortinaggi di broccato, ammobigliate come deve essere ammobigliato il Paradiso, venivano illuminate da grandi candelabri d'oro e di perle preziose. In una di esse v'era un letto ricchissimo, e su stava coricata una giovine dama pallidissima e bella, in preda a crudeli sofferenze. Un'altra dama, più vecchia, bella e soave anch'essa, l'assisteva, e un giovine cavaliere andava disperatamente da un capo all'altro della sala.


Gilbert A.Y.


Più tardi, la donna presentava, affondato fra nastri e trine, un bellissimo pargoletto, dicendo alla dama attempata:
"Ecco un grazioso dono, monsignora!...". Ma la dama, baciato il bambino, sorrise tristemente e rispose: "Ma non è del tuo mondo, buona donna!...".
Finito tutto, il cavaliere vecchio riprese per mano la donna, la condusse fuori e l'accompagnò fino a casa sua. Rimasta sola essa si meravigliò del come non era stata ricompensata da quella strana gente, ma l'indomani mattina, aprendo la porta, trovò sul limitare una gran borsa piena di monete d'oro.
"Per ciò - conchiuse la donna che mi schizzò le leggende del castello di Galtellì - per ciò ora i discendenti di quella donna sono fra i più ricchi del paese!".

Grazia Deledda, "Leggende Sarde".

(Vedi post precedente per notizie storiche sul Castello di Galtelli.)


Gilbert A.Y.


E' la consorella della "Levatrice delle Fate/Elfi" , inglese, scozzese, irlandese, protagonista di innumerevoli racconti, tutti piuttosto ripetitivi, devo aggiungere. Lo schema è sempre lo stesso. Una donna - a volte la levatrice di un villaggio, a volte una semplice madre di famiglia - viene rapita o gentilmente invitata in uno dei tumuli delle Fate. Là, una partoriente elfica aspetta il suo aiuto. E, come si desume facilmente, l'aiuto consiste nella presenza della donna, perché le "Fate" celtiche hanno bisogno della presenza di un essere umano per nascere e per morire. Poi, la donna viene liberata e ricompensata con monete d'oro, che, spesso, una volta tornata a casa, si riveleranno foglie secche. Una complicazione della trama prevede che, del tutto involontariamente, la levatrice, durante il suo soggiorno nel mondo altro, venga in contatto con una qualche sostanza e si tocchi sbadatamente un occhio. Tempo dopo, visitando la fiera di un paese vicino, la levatrice incontra il signore elfico e lo saluta rispettosamente, ma lui le chiede meravigliato:"Riesci a vedermi?", e, alla sua risposta affermativa, insiste:"Con quale occhio?". La donna glielo dice e l'Elfo glielo acceca.
In questa leggenda sarda i Morti sono ciò che sono: morti. Cade il pudore delle parole. 
A seguire una piccola storia nordica, per non riproporre l'ennesima variante irlandese.

Mab

Breve Storia del Castello di Galtelli (Sardegna)





Il territorio di Galtellì è frequentato sin dal periodo Neolitico, è intensamente abitato in età nuragica e in età romana, lo testimoniano le numerose domus de janas sparse nel territorio, alcune ormai inglobate nel nucleo urbano, i diversi nuraghi e i resti di vari siti romani.

" ...le janas, piccole fate che durante la giornata stanno nelle loro case di roccia a tesser stoffe d’oro in telai d’oro, ballavano all’ombra delle grandi macchie di filirea... "

Ma il territorio galtellinese è soprattutto nel Medioevo che assunse particolare importanza, quando divenne sede di Curatorìa giudicale e di Diocesi, la seconda per importanza nel Giudicato di Gallura, dopo Civita (Olbia).
La Basilica di San Pietro e il Castello di Pontes sono teatro del potere ecclesiastico e politico che gravitava in questo villaggio medievale.

"…lunghe muricce in rovina, casupole senza tetto, muri sgretolati, avanzi di cortili e di recinti, catapecchie intatte più melanconiche degli stessi ruderi fiancheggiano le strade in pendio selciate al centro di grossi macigni; pietre vulcaniche sparse qua e là dappertutto danno l’idea che un cataclisma abbia distrutto l’antica città e disperso gli abitanti…"

E’ Galtellì! Non resta niente, a prima vista, che possa far pensare alla "Civitas Galtellina", come la chiamò il Fara, ricordandola quale centro dell’omonima Baronia e dell’antica Diocesi. l castello, di cui restano i ruderi, fu edificato intorno al 1070 e costituiva un baluardo di difesa in tempo di guerra, e un rifugio sicuro in occasione delle frequenti scorrerie dei pirati barbareschi che approdavano ai lidi di Orosei. La chiesa di San Pietro risale al 1090, e la prima notizia certa sulla presenza della diocesi risale al 22 Aprile 1138, quando il Papa Innocenzo III emana la bolla che concede all’Arcivescovo di Pisa la giurisdizione metropolitica sulle diocesi sarde di Civita e Galtellì, oltre che Populonia in Toscana, per compensarlo delle tre diocesi della Corsica, passate in mano genovese. Galtellì tra l’XI e il XIII secolo assunse un’importanza sempre più rilevante e la mantenne anche quando, dissoltosi nel 1288 il Regno di Gallura, divenne parte della Repubblica comunale di Pisa.
Il suo ruolo inizia a decadere dopo il 1324, quando, divenuto possesso del Regno catalano-aragonese di Sardegna, i diversi feudatari non riuscirono a tenere a lungo la proprietà che cadde continuamente in diverse mani creando disagi alla popolazione e provocando continue guerre tra il Regno d’Aragona e il Giudicato d’Arborea che si contendevano il territorio.

"…I fantasmi degli antichi Baroni scendevano dalle rovine del castello sopra il castello di Galte, su, e percorrevano le sponde del fiume alla caccia dei cinghiali e delle volpi…"

Quando, nel 1449 il feudatario aragonese Ernesto Guevara lo vendette al Barone Salvatore Guiso, il paese si vide privare della centralità del suo ruolo.
In più l’11 settembre del 1495, il Papa Alessandro VI, con bolla Sacrosanta Romana Ecclesia abolì la diocesi di Galtellì e la annesse all’Archidiocesi di Cagliari. Da questo momento iniziò la decadenza che cessò in parte con il ripristino della diocesi nel 1779, anche se con una nuova sede, quella di Nuoro. Intanto il castello era sempre presidiato dai Baroni Guiso che, dopo lunghe dispute tra la famiglia e il Fisco, lo cedettero all’erario nel 1808.
Nel 1838 venne riscattato dal demanio statale, con decreto del 1927 venne aggregato al nuovo comune di “Irgoli di Galtellì”e nel 1946 divenne finalmente comune autonomo

http://www.parchiletterari.com/