lunedì 28 marzo 2016

Il Castello Errante di Howl

Qui, potete trovare una mia personalissima lettura del Capitolo Uno (in realtà, finii per commentarne cinque) e un confronto con l'omonimo film. Ovviamente, l'ho rapidamente riletto, notando che avevo definito (2013) l'olezzante Howl "profumoso" di glicine. Bimbo, rassegnati. Mab.

Diana Wynne Jones 
(Howl's moving castle,1986)
 
CAPITOLO UNO 
In cui Sophie parla ai cappelli 

Nella terra di Ingary, dove realmente esistono cose come stivali delle sette leghe e mantelli che rendono invisibili, essere il primogenito di tre fratelli è considerata una sfortuna piuttosto grossa. Colui che nasce per primo, infatti, è anche quello destinato a sbagliare per primo; e sarà ancora peggio se sarà l'ultimo ad andarsene di casa in cerca di fortuna...
Sophie Hatter era la primogenita di tre sorelle, e non era nemmeno figlia di un povero taglialegna, cosa questa che le avrebbe dato una qualche possibilità di successo; i suoi genitori, anzi, erano benestanti e gestivano un negozio di cappelli per signora nella prospera cittadina di Market Chipping. È vero che la mamma di Sophie era morta quando la bambina aveva solo due anni e la sua sorellina Lettie ne aveva uno, ed è anche vero che il loro babbo si era presto risposato, prendendo in moglie la commessa più giovane del loro negozio, una biondina molto graziosa di nome Fanny. Ed è pur vero che Fanny aveva dato ben presto alla luce un'altra bimba, Martha. Ma tutto ciò non servì a Sophie per bilanciare lo scomodo peso della primogenitura. Inoltre la nascita di Martha avrebbe dovuto trasformare Sophie e Lettie nelle due brutte sorellastre, invece tutte e tre le bimbe, crescendo, divennero molto carine (anche se Lettie era considerata da tutti la più bella) e venivano trattate da Fanny senza alcun favoritismo, con la stessa identica dolcezza.


J.E. Millais


Il signor Hatter era tanto orgoglioso di queste sue tre figliole da far frequentare loro la miglior scuola della città. Sophie era la più studiosa delle tre e passava buona parte del suo tempo a leggere. Così presto si rese conto che avrebbe avuto poche opportunità di vivere un interessante futuro. Questa consapevolezza le lasciava un po' di amaro in bocca, tuttavia riusciva a sentirsi ancora abbastanza felice nell'occuparsi delle sorelle minori e nel prendersi cura in particolare di Martha, proprio mentre si avvicinava il momento in cui la più piccola sarebbe uscita di casa per affrontare il proprio destino. Poiché Fanny era sempre occupata in negozio, era Sophie a seguire l'educazione delle sorelline che spesso litigavano furiosamente, prendendosi per i capelli, perché Lettie non si rassegnava a essere la secondogenita, e quindi quella che, dopo Sophie, avrebbe avuto un futuro meno brillante.



"Non è giusto! - gridava Lettie - Per quale motivo Martha deve avere la parte migliore solo perché è nata per ultima? Io sposerò un principe, vedrete!"
Al che Martha inevitabilmente rispondeva che sarebbe stata lei a diventare ricca in maniera ributtante senza dover sposare proprio nessuno. A questo punto Sophie era costretta a separarle a viva forza e quindi a rammendare i loro abiti. Diventò così, poco a poco, anche piuttosto abile nel cucito e cominciò a confezionare per le sorelle dei vestiti molto carini; per esempio, in occasione di quel Calendimaggio che segna l'inizio vero e proprio di questa storia, Sophie cucì un abito per Lettie di un bel rosa intenso, talmente principesco da far dire a Fanny che sembrava uscito dal più pretenzioso negozio di Kingsbury.
Già un bel po' prima di quella festa erano cominciate a circolare di nuovo delle chiacchiere sulla Strega delle Terre Desolate. Dicevano che la Strega avesse minacciato la vita della figlia del Re, e che il sovrano avesse dato l'ordine al suo negromante personale, il Mago Suliman, di andare nelle Terre Desolate per trattare. Sembrava, però, che la missione fosse fallita e la Strega avesse ucciso Suliman.
Così quando un alto castello nero, con quattro snelle torri che sputavano nuvole di fumo scuro, apparve all'improvviso sulle colline di Market Chipping, tutti pensarono che la Strega fosse di nuovo uscita dal suo territorio per spaventare l'intero paese, come aveva fatto cinquant'anni prima. La gente cominciò a essere terrorizzata e nessuno usciva più da solo, soprattutto di notte. Quello che faceva maggiormente paura era il fatto che il castello non stesse fermo in uno stesso posto: a volte la sua sagoma indistinta incombeva nera e tetra sulla brughiera a nord-ovest, altre si innalzava sulle rocce a est; qualche volta, invece, scendeva dalle colline e si andava a posare sull'erica appena oltre l'ultima fattoria a nord della cittadina. Spesso si riusciva a scorgerne il movimento, mentre le sue torri sputavano getti di fumo grigio e sporco. Tutta la popolazione avrebbe giurato che il castello sarebbe sceso a valle di lì a non molto, e per questo il Sindaco cominciò a pensare di chiedere aiuto al Re.
Il castello però non scese lungo la valle, rimase a vagare fra le colline mentre si spargeva la notizia che non apparteneva affatto alla Strega, bensì a Howl, il Mago. Il che non migliorava, però, la situazione; si diceva infatti che il Mago non muovesse il castello dalla zona perché si divertiva a collezionare ragazze dai dintorni. Alle giovani succhiava l'anima o, sostenevano alcuni, mangiava il cuore. Era un essere freddo e crudele, e nessuna ragazza si sarebbe salvata se mai fosse caduta nelle sue mani. Sophie, Lettie e Martha, come tutte le giovani di Market Chipping, erano state avvisate del pericolo e non potevano uscire da sole, cosa che finiva per essere una grande seccatura; mentre anche loro, come tutti, si chiedevano che cosa mai se ne facesse il Mago di tutte quelle anime che andava collezionando.
Tuttavia le tre ragazze dovettero presto affrontare un'altra preoccupazione ben più grave e vicina: il signor Hatter morì all'improvviso, più o meno quando Sophie stava per concludere gli studi. La famiglia si rese subito conto che il cappellaio era stato fin troppo orgoglioso delle sue figliole: una volta pagate le alte rette scolastiche, la contabilità del negozio rivelava più debiti che crediti!
Dopo il funerale, Fanny spiegò la situazione alle figlie; le riunì nel salotto della loro casa attigua alla cappelleria, si sedette e disse:
"Temo che dovrete abbandonare quella scuola. Ho rifatto i conti cento volte, ma da qualunque parte si guardino, proprio non tornano... L'unico modo per mandare avanti il negozio e prendermi cura di voi è sistemarvi come apprendiste in qualche posto che possa assicurarvi un buon avvenire. Non è possibile tenervi tutte e tre in negozio, non posso permettermelo. Così, ecco la mia decisione: prima Lettie..."
Lettie alzò lo sguardo. Era il ritratto stesso della salute e della bellezza, che né il dolore, né l'abito a lutto potevano nascondere. "Ma io voglio continuare a imparare!"
"E lo farai, tesoro! - ribatté Fanny - Ti ho sistemato da Cesari, la pasticceria sulla Piazza del Mercato. Hanno fama di trattare i loro apprendisti come re e regine. Sono sicura che lì sarai felice e imparerai un commercio che ti potrà essere molto utile. La signora Cesari è una mia buona cliente e una cara amica. Ha accettato di prenderti per farmi un favore personale, anche se al momento non ha veramente bisogno di una nuova apprendista".
Dalla risata di Lettie tutte capirono che non era per nulla soddisfatta.
"Bene, grazie... Non è una fortuna che mi piaccia cucinare?"
Fanny non badò al tono un po' caustico con il quale furono pronunciate queste parole, anzi, sembrò sollevata: Lettie a volte riusciva a essere testarda in modo decisamente fastidioso e inopportuno.
"E ora Martha - continuò Fanny - so che sei troppo giovane per andare a lavorare, così mi sono preoccupata di trovarti qualcosa che ti potesse garantire un lungo e tranquillo tirocinio e potesse esserti utile qualsiasi cosa tu decida di fare in futuro. Conosci, vero, la mia vecchia compagna di scuola Annabel Fairfax?"
La bionda Martha sgranò i disarmanti occhioni grigi su Fanny. Tutto in lei sembrava fragile, ma in realtà sapeva essere cocciuta tanto quanto Lettie.
"Intendi quella donna che parla in continuazione? Ma non è una fattucchiera?", chiese alla madre, la quale si affrettò a risponderle con l'ansia nella voce:
"Sì, Martha. Ma ha una bella casa piena di clienti che vengono da tutta la Vallata del Folding. Poi è una donna dal cuore d'oro e trasferirà su di te tutto il suo sapere. Senz'altro ti presenterà la bella gente che lei conosce a Kingsbury. Una volta completata la tua educazione, ti ritroverai sistemata per tutta la vita".
"È una donna simpatica - concesse Martha - Va bene, andrò da lei".
Mentre Sophie ascoltava si rendeva conto che Fanny aveva sistemato tutto per il meglio. Lettie, in quanto secondogenita, probabilmente non avrebbe mai avuto grandi opportunità, così Fanny l'aveva sistemata dove avrebbe potuto incontrare un giovane apprendista, sposarsi e vivere felice e contenta. Martha, che era quella destinata al pieno successo, avrebbe avuto arti magiche e amici ricchi ad aiutarla. Per quanto riguardava lei personalmente, Sophie non aveva dubbi su quanto l'aspettasse, per cui non fu per nulla sorpresa dalle parole di Fanny,
"Ora, Sophie cara, l'unica cosa giusta è che tu erediti la cappelleria quando io mi ritirerò, poiché sei tu la primogenita. Così ho deciso di tenerti come apprendista, per darti l'opportunità di imparare il mestiere e i trucchi di questa attività. Cosa ne pensi?"
Sophie avrebbe voluto dire che era semplicemente rassegnata a vendere cappelli, ma ringraziò, cercando di apparire grata per quella decisione.
"Bene - concluse Fanny - allora è tutto a posto!"
Il giorno dopo Sophie aiutò Martha a sistemare i suoi abiti in uno scatolone e la mattina successiva tutte rimasero sulla porta a salutare la più giovane che se ne stava diritta e immobile sul carretto del barocciaio. Sembrava ancora più piccola e sul suo viso si leggeva un evidente nervosismo. Martha era comprensibilmente spaventata poiché la strada che portava alla casa della signora Fairfax, sull'alta Valle del Folding, si inerpicava proprio sulle colline oltre il castello errante di Howl.
"Se la caverà benissimo", disse Lettie. Al contrario della sorella aveva rifiutato ogni aiuto per fare i bagagli, e quando il carretto fu fuori dalla vista radunò in fretta tutto quello che possedeva, lo infilò in una federa e diede sei centesimi al garzone del vicino perché portasse con la carriola il suo fagotto da Cesari. Lettie marciò dietro al ragazzo con un'espressione molto più festosa di quanto Sophie si aspettasse. Anzi, aveva proprio l'aria di una che volesse scrollarsi al più presto dalle scarpe ogni granello di polvere della cappelleria. Il garzone riportò poi un messaggio, scribacchiato in fretta da Lettie, con il quale informava la famiglia di aver sistemato le proprie cose nel dormitorio delle ragazze e di aver già avuto l'impressione che da Cesari ci si potesse divertire un sacco. Una settimana più tardi il barocciaio portò una lettera di Martha che comunicava come fosse arrivata sana e salva; della signora Fairfax diceva che era una donna deliziosa con la passione per l'apicoltura e che, per questo, metteva il miele su qualsiasi cosa!
Per molto tempo quelle furono le uniche notizie che Sophie ebbe delle sorelle, anche perché lei stessa cominciò il suo tirocinio il giorno in cui Lettie e Martha se ne andarono dalla casa paterna. Naturalmente Sophie conosceva già piuttosto bene tutto quello che c'era da sapere sui cappelli. Fin da piccolina infatti era stata abituata ad attraversare il cortile e correre dentro e fuori dal vasto laboratorio dove venivano inumiditi i cappelli per poi essere modellati sulle apposite forme e dove venivano fatti, con cera o seta, i fiori, la frutta e gli ornamenti vari che servivano da guarnizione. Sophie conosceva tutte le persone che vi lavoravano, la maggior parte delle quali era già lì quando il babbo era ancora un ragazzo. Conosceva bene anche Bessie, l'unica commessa rimasta, e tutte le clienti della cappelleria. Conosceva tutti i fornitori e il barocciaio che, dalle campagne circostanti, portava sul suo carretto i cappelli di paglia grezza pronti per essere modellati. Sapeva come si facevano i feltri per i cappelli invernali... Insomma, non c'era molto che Fanny potesse insegnarle, tranne forse il modo migliore per indurre le clienti a un acquisto. Fanny le aveva detto:
"Mia cara, sei tu che devi condurre la cliente al cappello adatto a lei. Per prima cosa falle vedere dei modelli che non le stiano bene, così appena indosserà quello che le sta meglio, sarà lei stessa a scoprire che è quello giusto. Sarà tutta soddisfatta e si convincerà da sola a comperarlo".
In pratica, però, Sophie non rimase a servire in negozio. Dopo aver trascorso un paio di giorni a osservare le attività nel laboratorio e dopo aver speso un'altra giornata in giro con Fanny dal tessitore e dal mercante di seta, Sophie fu destinata dalla matrigna a guarnire i cappelli. Se ne stava seduta nell'angusto retrobottega, cucendo rose e velette; foderava di seta cuffie e cappelli e li adornava con frutta di cera e nastri secondo la tendenza del momento. Sophie si rivelò molto abile e questo lavoro le piaceva, ma non poteva fare a meno di sentirsi isolata e un po' depressa. Gli operai della cappelleria erano troppo vecchi per essere divertenti, e inoltre la trattavano come la futura padrona, non una di loro. Anche Bessie si comportava nei suoi confronti allo stesso modo e comunque l'unico argomento di conversazione della commessa era il giovane fattore che l'avrebbe sposata la settimana dopo il Calendimaggio. Ma Sophie invidiava soprattutto la vivace attività di Fanny che era libera di andare e venire a suo piacimento e rimanere a contrattare con il mercante di seta tutte le volte che ne aveva voglia.


J. J.Tissot



L'unico aspetto interessante delle sue giornate era costituito dalle chiacchiere delle clienti, che Sophie riusciva a cogliere dal suo bugigattolo. Nessuno riusciva a comperare un cappello senza fare dei pettegolezzi e lei, seduta a cucire nel retrobottega, ascoltava le chiacchiere che si facevano in negozio. Veniva così a sapere che il Sindaco non voleva mai mangiare verdure verdi, oppure che il castello di Howl, il Mago, era di nuovo in movimento sulle scogliere e che il suo terribile proprietario... Ma a questo punto la voce si riduceva a un bisbiglio, come sempre quando si parlava del Mago. Tuttavia una volta Sophie riuscì a sentire chiaramente che il mese prima Howl aveva catturato una ragazza della valle.
"Barbablù", sussurrarono piano le voci in negozio, per alzare subito dopo il volume, mentre affermavano che la nuova acconciatura di Jane Farrier era proprio orrenda. Quella era una ragazza che non avrebbe attratto neppure il Mago, figuriamoci un uomo rispettabile! Fra tutti i bisbigli ce ne fu anche uno, fugace e impaurito, sulla Strega delle Terre Desolate, tanto che Sophie comincio a pensare che il Mago e Strega avrebbero proprio dovuto incontrarsi.
"Sembrano fatti l'uno per l'altra - fece notare al cappello che aveva in mano - qualcuno dovrebbe proprio organizzare una bella gara fra quei due!"
Improvvisamente, ai primi di aprile, i pettegolezzi si incentrarono tutti su Lettie. Si diceva che la pasticceria fosse incredibilmente affollata, di giorno e di sera, da gentiluomini che volevano essere serviti dalla nuova commessa e che compravano quantità enormi di dolciumi pur di parlarle. Lettie aveva avuto ben dieci proposte di matrimonio, dal figlio del Sindaco allo spazzino, ma lei le aveva rifiutate tutte, dicendo che era ancora troppo giovane per prendere una qualsiasi decisione.
"Mi sembra che Lettie si sia comportata finora in modo molto sensato", disse Sophie a una cuffia che stava foderando di seta plissettata. E Fanny commentò compiaciuta: "Sapevo che se la sarebbe cavata benissimo!"
Sembrava che fosse sinceramente felice della notizia, ma a Sophie venne da pensare che forse Fanny era doppiamente contenta perché Lettie non era più nei paraggi.
"Lettie non sarebbe andata per niente bene con le clienti - disse alla cuffia, mentre pieghettava la seta dal colore di un fungo verdastro, - avrebbe fatto sembrare affascinante anche un vecchiume triste come te. Le altre donne guardano Lettie e perdono ogni speranza..."
Man mano che il tempo passava, Sophie parlava sempre di più con i cappelli, visto che non c'era nessun altro con cui scambiare quattro chiacchiere. Fanny se ne stava fuori quasi tutto il giorno a mercanteggiare o a cercare di invogliare le signore a nuovi acquisti, mentre Bessie era impegnata a servire e a comunicare a tutti i suoi progetti matrimoniali. Sophie prese così l'abitudine, man mano che finiva un cappello e lo metteva sull'apposita forma, di fare una breve pausa dal lavoro; si soffermava a valutare il copricapo, che in quella posizione sembrava una testa senza corpo, quindi gli spiegava chi avrebbe dovuto essere la sua proprietaria, gli descriveva l'immaginario fisico sottostante, lo blandiva e lo adulava, proprio come avrebbe fatto con una cliente.
"Lei, mia cara, ha veramente un fascino misterioso", disse a una veletta che lasciava intravvedere dei piccoli Strass. A un cappello color crema con delle rose che spuntavano al di sotto dell'ampia tesa predisse invece un ricco matrimonio, mentre a una paglietta verde come un piccolo vermiciattolo, adorna di una lunga penna arricciata dello stesso colore, non poté fare a meno di dire: "Sei proprio giovane e fresca come una fogliolina primaverile!"


J.J. Tissot


Alle cuffie rosa sussurrava che avevano il fascino delle fossette di una bimba, mentre ai cappelli eleganti rifiniti in velluto diceva che erano intelligenti e arguti. Alla cuffietta con la seta plissettata color fungo disse: "Hai un cuore d'oro, e una persona di alto rango lo vedrà e si innamorerà di te". Questo solo perché provava pietà per quella cuffia che sembrava così disadorna, austera, un po' triste.
Il giorno successivo a quella frase, Jane Farrier entrò in negozio e comprò la cuffietta triste. Sophie fece capolino dal retrobottega e pensò che effettivamente la pettinatura di Jane era un po' strana, come se la ragazza avesse attorcigliato ai capelli un mazzo di bastoncini. Era un vero peccato che Jane avesse scelto proprio quella cuffia.
In quel periodo sembrava che tutti volessero acquistare cappelli e cuffie; forse era il frutto della propaganda fatta da Fanny o forse era semplicemente l'avvicinarsi della primavera, stava di fatto che gli affari della cappelleria avevano proprio preso il volo, tanto che Fanny cominciò a dire in tono un po' colpevole che non avrebbe dovuto essere così precipitosa nel piazzare Martha e Lettie fuori casa, perché a quel punto avrebbero potuto benissimo cavarsela tutte quante con i proventi del negozio.
Mentre i giorni di aprile correvano veloci verso il Calendimaggio, c'era talmente tanto da fare nella cappelleria, che Sophie aveva dovuto indossare un contegnoso abito grigio e servire in negozio. Ma tale era la richiesta che non riusciva a guarnire i cappelli fra una cliente e l'altra, per cui ogni sera la ragazza doveva portarsi il lavoro a casa, dove lavorava alla luce della lampada fino a notte fonda per poter avere dei cappelli da vendere il giorno successivo. I copricapo più richiesti erano le pagliette verdi vermicello come quella della moglie del Sindaco, seguite dalle cuffiette rosa. Poi, la settimana prima del Calendimaggio, entrò in negozio una cliente che voleva la stessa cuffietta color fungo che indossava Jane Farrier il giorno che si era imbattuta nel Conte di Catterack.
Quella notte, mentre cuciva, Sophie ammise a se stessa che la sua vita era veramente triste e monotona. Invece di parlare ai cappelli, man mano che li finiva cominciò a provarli e a guardarsi nello specchio. Ma fu un errore. Il serio vestito grigio che indossava non le donava per nulla, soprattutto ora che aveva gli occhi cerchiati di rosso dal troppo cucire e non le stavano bene né le pagliette verdi, né le cuffiette rosa, visto che i suoi capelli erano del colore rossiccio dorato della paglia; la cuffia color fungo, poi, la faceva sembrare ancora più depressa.
"Sembro proprio una vecchia domestica", disse all'immagine riflessa nello specchio. Non che volesse imbattersi in un conte come era successo a Jane Farrier e non sognava neppure mezza città ai suoi piedi come era capitato a Lettie, ma voleva fare qualcosa (non sapeva nemmeno lei cosa!) che fosse un po' più interessante del guarnire cappelli. Se ne andò a letto riproponendosi di trovare il tempo, il giorno dopo, di andare a trovare sua sorella da Cesari.
Ma non andò. Vuoi che non riuscì a trovare il tempo, vuoi che non riuscì a trovare l'energia per farlo, vuoi che il percorso le sembrasse troppo lungo, vuoi che le tornasse in mente il pericolo che poteva correre di incontrare il Mago Howl, Sophie non si mosse né quel giorno né i successivi, anzi, ogni giorno Sophie incontrava una nuova difficoltà che le impediva di andare a trovare Lettie. Era molto strano perché Sophie aveva sempre pensato di essere volitiva quasi quanto la sorella; ora invece scopriva che c'erano delle cose che poteva fare solo quando non le fosse rimasta più neppure una scusa. "È assurdo, la Piazza del Mercato è solo due strade più in là. Se corro...", e giurò a se stessa che sarebbe andata da Cesari il giorno del Calendimaggio, quando anche la cappelleria avrebbe chiuso.
Intanto arrivò anche in negozio un pettegolezzo nuovo: il Re aveva litigato con suo fratello, il Principe Justin, che, quindi, era andato in esilio. Nessuno veramente sapeva il motivo del litigio, ma i soliti ben informati assicuravano che il Principe, un paio di mesi prima, avesse attraversato la Piazza del Mercato sotto mentite spoglie senza essere riconosciuto da nessuno, e se ne fosse andato. Il Conte di Catterack era stato mandato dal Re in cerca del fratello, quando si era invece imbattuto in Jane Farrier. Sophie, nell'udire tutte quelle chiacchiere, si sentì ancora più triste. Sembrava che le cose interessanti capitassero sempre e solo agli altri. Di nuovo pensò che sarebbe stato carino rivedere Lettie.
Finalmente giunse il Calendimaggio. La gente festante cominciò a riempire le strade fin dall'alba. Anche Fanny uscì di buon mattino, ma Sophie doveva finire un paio di cappelli prima di poter lasciare il negozio. Comunque si ritrovò a canticchiare mentre cuciva, dopotutto anche Lettie stava lavorando: da Cesari tenevano aperto fino a mezzanotte nei giorni di festa. "Comprerò uno dei loro dolci alla crema - decise Sophie - sono secoli che non ne mangio uno..."
Intanto sbirciava dalla vetrina la folla che riempiva la strada in un caleidoscopio di colori; guardava i venditori di souvenir, le persone che camminavano sui trampoli e si sentì veramente eccitata, felice. Ma quando alla fine si mise uno scialle grigio sul suo grigio vestito da lavoro e uscì in strada, non si sentì più tanto eccitata. Anzi, si ritrovò del tutto priva di forze. C'era troppa gente che quasi la travolgeva, ridendo e urlando, c'era troppo rumore e troppa calca. Sophie sentì come se i mesi trascorsi seduta a cucire l'avessero trasformata in una vecchia o in una donna semi-invalida. Si strinse nello scialle e strisciò lungo i muri delle case, cercando di non essere calpestata da tutte quelle scarpe della festa o infilzata da tutti quei gomiti ricoperti da lunghe, ampie maniche di seta. Quando arrivò improvvisa, da qualche parte sopra la sua testa, una scarica di detonazioni, Sophie si sentì sul punto di svenire. Alzò lo sguardo e vide il castello del Mago scendere dalle colline e scivolare veloce verso la città. Si avvicinò al punto che sembrava volesse alzarsi in volo per poi posarsi sui camini delle case; da tutte e quattro le torri uscivano delle fiamme bluastre che si portavano dietro delle spaventose palle di fuoco blu che esplodevano alte nel cielo. Sembrava che il Mago fosse offeso dal Calendimaggio o, al contrario, forse si stava unendo, a modo suo, ai festeggiamenti. Sophie era troppo terrorizzata per preoccuparsi di quale delle due ipotesi rispondesse a verità e sarebbe tornata volentieri indietro, ma ormai aveva già percorso più di metà della strada, così si mise a correre verso la pasticceria di Cesari. E mentre correva pensava perché mai avesse sognato di voler vivere una vita interessante.
"Non potrei sopportarla, sono troppo paurosa. Succede, se sei la più vecchia di tre sorelle!"
Quando raggiunse la Piazza del Mercato la situazione diventò, se possibile, ancora peggiore. Nella piazza si trovava la maggior parte delle taverne della città e compagnie di giovani, già ebbri di birra, entravano e uscivano dai locali. I ragazzi si pavoneggiavano nei loro mantelli, facevano roteare le lunghe maniche degli abiti a festa e battere i tacchi degli stivali adorni di fibbie luccicanti, che non si sarebbero mai sognati di indossare in un giorno di lavoro. Si chiamavano e facevano ad alta voce ogni tipo di apprezzamento, cercando di avvicinare le ragazze, che da parte loro erano pronte a lasciarsi avvicinare, mentre anch'esse si pavoneggiavano negli abiti della festa e camminavano a coppie o a piccoli gruppi. Era normale nel giorno del Calendimaggio, ma Sophie era terrorizzata anche da quella consuetudine, tanto che quando un uomo giovane e vestito in un fantastico costume blu e argento la notò e decise di accostarla, Sophie si rifugiò nel vano della porta di un negozio e cercò di nascondersi. Il giovane la guardò sorpreso. "Va tutto bene, piccolo topino grigio - le disse ridendo, ma dalla sua risata traspariva una certa pietà - Ti voglio solo offrire da bere. Non avere paura".
Lo sguardo compassionevole che le rivolse fece venire a Sophie la voglia di scavarsi una buca per la vergogna. Per di più era un esemplare di maschio veramente affascinante (forse solo un po' troppo vecchio, senz'altro sulla ventina) con un viso ossuto, sofisticato e i capelli biondi acconciati in maniera piuttosto elaborata. Le sue maniche pendevano più lunghe di qualsiasi altra manica vi fosse nella piazza ed erano tutte smerlate e ricamate con inserti d'argento.
"Oh, no, vi ringrazio, signore... per favore, io... - balbettò Sophie, - ... io sto andando a trovare mia sorella."
"Be', allora fallo - Il giovane scoppiò a ridere fragorosamente - Chi sono io per impedire a questa graziosa dama di raggiungere la propria sorella? Ti piacerebbe se ti accompagnassi? Sembri così spaventata."
Probabilmente voleva solo essere gentile e questo fece vergognare ancora di più Sophie, che disse tutto d'un fiato: "No. No, la ringrazio, signore!"
Poi, fuggì via più in fretta che poté. Il giovane aveva un intenso profumo di giacinti che seguì Sophie mentre se la dava a gambe. Che persona raffinata!
Senza ulteriori incontri Sophie arrivò da Cesari, dove tutti i tavoli, sia quelli esterni che quelli interni al locale, erano occupati da avventori pigiati gli uni contro gli altri che facevano un baccano quasi maggiore di quello che si sentiva in piazza. Sophie individuò Lettie nella fila delle ragazze dietro il bancone dal grappolo di contadinotti che gridavano al suo indirizzo cercando di appoggiare i gomiti al banco e di attirare la sua attenzione. Lettie, più carina che mai e forse un po' più magra, stava mettendo dolci nei sacchetti più velocemente che poteva, poi dava un abile e secco giro a ciascun sacchetto mentre sorrideva agli avventori, guardandoli da sotto il gomito alzato nel rapido movimento. C'erano un gran vociare e delle gran risate tutt'attorno e Sophie faticò ad aprirsi un varco verso il bancone. Poi Lettie la vide; per un attimo rimase interdetta, quindi i suoi occhi e le sue labbra si allargarono in un sorriso, mentre urlava il nome della sorella maggiore.
"Posso parlare con te da qualche parte?", urlò di rimando Sophie, che si sentì del tutto disarmata di fronte a un grande gomito ben vestito che la spingeva indietro.
"Solo un momento!", gridò Lettie per superare il frastuono, poi si volse verso la ragazza che le stava accanto e le bisbigliò qualcosa all'orecchio. La ragazza fece di sì con il capo e scoppiò in una sciocca risata prendendo il posto di Lettie e apostrofando la folla di giovani con uno stentoreo "Adesso avrete me... Chi è il prossimo?"
"Ma io voglio parlare con te, Lettie", gridò il figlio di un agricoltore della zona.
"Invece parlerai con Carrie, perché io voglio parlare con mia sorella".





Nessuno parve prendersela e fecero girare Sophie su se stessa sospingendola alla fine del bancone dove Lettie sollevò un'anta per lasciarla passare dietro il banco, ma le raccomandarono di non tenere impegnata tutto il giorno la loro beniamina. Lettie afferrò sua sorella per un polso e la trascinò nel retro del negozio, in una stanza che aveva tutte le pareti occupate da rastrelliere e scaffalature di legno piene di file di dolci. Lettie prese due sgabelli e invitò la sorella a sedersi, poi con un'occhiata distratta individuò un dolce alla crema sullo scaffale più vicino, lo prese e lo porse a Sophie dicendo:
"Tieni, potresti averne bisogno."
Sophie si lasciò andare sullo sgabello, aspirò a fondo il ricco profumo dei dolci e si commosse fino alle lacrime: "Oh, Lettie. Come sono felice di vederti!"
"Sì, anch'io e... sono felice che tu sia seduta perché, vedi, io non sono Lettie. Io sono Martha".

Fine Capitolo Uno



p.s.
Non ho il nome dell'autore delle gif tratta dal film omonimo di Hayao Miyazaki, del 2004.


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