martedì 27 dicembre 2016

Urashima Tarō, e la Tir-na-n-Og Giapponese

La leggenda giapponese di Urashima Tarō è probabilmente la più conosciuta in Occidente, forse perché il tema principale, il viaggio in una terra soprannaturale dove il trascorrere del Tempo è pericolosamente diverso, è diffusissimo anche nelle nostre storie. Vengono in mente Oisin e Niam e Tir-na-n-Og, Thomas the Rhymer, e persino le contaminazioni cristiane del tema, con le estasi mistiche che annullano e moltiplicano il passare del Tempo.
Della leggenda di Urashima Tarō esistono numerose varianti. Ne ho ricostruita una, basandomi su quella più diffusa e attendibile.
La variante che si stacca marcatamente da quella che considero l'originale, (o, chissà, forse è, invece, l'ultima traccia dell'antico nucleo), narra di un giovane e ardito pescatore che, in una notte di luna piena, si sporge pericolosamente dalla barca, i lunghi e bellissimi capelli inzuppati di raggi lunari e acqua marina, e cade negli abissi, "reso pazzo dalla Luna", attratto dagli incantamenti della figlia del Dio degli Abissi del Mare, che lo imprigiona nella sua "fredda grotta", disteso su di un letto di sabbia.


Ford H.J.


Nessuna traccia, quindi, del Palazzo del Re Drago e della sua elegante Corte.
E inizia un dialogo in versi, una sorta di nenia, tra la Creatura che chiede l'amore del giovane pescatore poiché i suoi lunghi capelli  "si sono attorcigliati intorno al suo cuore",  e Urashima Tarō, qui sorprendentemente padre di famiglia, che si ostina a rifiutarla invocando la tenerezza verso i proprii bambini e la sua preoccupazione per il loro destino. Infine, la Figlia del Dio del Mare acconsente a lasciarlo libero, in cambio di un'unica notte. Il pescatore acconsente. Liberato con il cofanetto da-non-aprire-mai, ritorna nel suo villaggio. Il finale della storia non muta, se non per una disperata ricerca fra le lapidi del cimitero, alla ricerca di una conferma di cui è, in cuor suo, già consapevole. E, infatti, trova i nomi di tutti i suoi figli, morti vecchissimi, e dei figli dei suoi figli.  E il dono di addio, qui, potrebbe avere in senso, il senso di una fredda vendetta, basato sulla consapevolezza delle debolezze umane.


Yamamoto Hōsui



anto tanto tempo fa, sulle coste del Giappone, nella provincia di Tago, in un modesto villaggio di pescatori,viveva un giovane di nome Urashima Tarō (浦島太郎). Suo padre era stato un abile pescatore, e aveva trasmesso la sua abilità al figlio, che era certamente il pescatore più audace del villaggio e non temeva di spingersi in mare aperto. Tuttavia, più che per il suo ardimento nell'affrontare le onde con qualsiasi tempo, era rinomato per la gentilezza e la grande generosità del suo animo.



Un tiepido mattino d'estate, mentre, dopo una lunga notte di pesca, se ne tornava stanco nella casetta che condivideva con l'anziana madre, passò accanto ad un gruppo di bambini che vociavano e lanciavano strilli di eccitazione. Incuriosito, Urashima Tarō si avvicinò e scoprì che i ragazzi del vilaggio stavano molestando una povera tartaruga: chi la strattonava di qua, chi la spingeva di là, un bambino la tormentava con una pertica, e un altro aveva afferrato una pietra e percuoteva il suo guscio. Urashima Tarō, che aveva un grande rispetto per gli animali, e, fin da bambino, si era sempre sottratto ai giochi crudeli dei suoi compagni, parlò con dolcezza ai ragazzi, e, infine, li convinse a vendergli la povera creatura. Trasportò, poi, la tartaruga sulle rive del mare e le disse:
"Poverina! Quanto ti hanno fatto soffrire! Dicono che le tartarughe vivano diecimila anni. La tua esistenza sarebbe stata spezzata su questa spiaggia assai precocemente se non fossi passato per caso. Sta' più attenta in futuro, non farti catturare: la prossima volta, potresti non essere tanto fortunata!".
E la lasciò scivolare gentilmente nelle acque del mare.






Il giorno dopo, Urashima prese il largo con il suo battello, distanziando ben presto gli altri pescatori. La dolcezza del tempo d'estate e la calma del mare illanguidirono lo stato d'animo del giovane, che si ritrovò a sognare ad occhi aperti, e a desiderare che la sua vita non fosse così breve, ma lunga diecimila anni come quella delle tartarughe.
All'improvviso, una voce argentina come una campana e soave come la brezza d'estate, prese a chiamare: "Urashima Tarō! UrashimaTarō!".
Il pescatore si guardò intorno, ma non vide nessuno, e le barche dei suoi compagni erano troppo lontane perché i loro richiami potessero raggiungerlo.
Si accorse che una tartaruga aveva affiancato la sua barca, e vide che era proprio la giovane tartaruga che aveva salvato il giorno prima.
"Sì, sono io! Sono io! Tu mi hai salvato la vita e desidero dimostrarti la mia gratitudine."
E aggiunse: "Hai mai visitato Ryūgū-jō, il Palazzo del Drago, il Re del Mare?"
Urashima scosse il capo.
"No. Per anni ho solcato le onde del mare e ho udito spesso parlare del Regno del Drago, il Reame sottomarino, ma non l'ho mai visto. Se esiste davvero, dev'essere molto lontano da qui!"
"Davvero non lo hai mai visto? E' un gran peccato poiché è una delle visioni mirabili dell'intero Universo. Ma sono disposta ad accompagnarti io stessa. Ti farò da guida "
"Sei molto gentile, ma, vedi, io sono solo un povero mortale e non sono in grado di nuotare come una creatura del mare!"



Ford H.J.


Allora, la tartaruga lo invitò a sedersi sul suo dorso, inabissandosi, poi, con il giovane pescatore. A lungo, i due strani compagni viaggiarono sotto le onde, e mai Urashima avvertì la minima stanchezza né le sue vesti si impregnarono d'acqua. Infine, giunsero in vista di una magnifica, imponente cancellata, dietro la quale si scorgevano i tetti dagli angoli inclinati verso l'alto di un meraviglioso edificio.
"Ecco Ryūgū-jō, il Palazzo del Drago, come ti avevo promesso. Non è stato un viaggio veloce?"
E accompagnò Urashima, che era ammutolito per lo stupore e l'ammirazione, dal Guardiano del cancello - un pesce - presentando il giovane pescatore come un gradito ospite che aveva l'onore di scortare.
E negli ampii cortili si affollarono loro intorno nugoli di rosee orate, di platesse, di sogliole, di seppie - i Vassalli del Re Drago - che accolsero Urashima con grande cortesia, chiamandolo: "Onorevole Urashima", felici di vedere tra loro un così illustre visitatore proveniente dal lontano Giappone, e ringraziarono caldamente la tartaruga per averlo condotto a Palazzo. Poi, tutti insieme, lo scortarono e gli fecero da guida negli appartamenti interni.



W. Goble


E gli si fece incontro una bellissima Principessa alla quale nessuna avvenente fanciulla umana poteva essere lontanamente paragonata, avvolta in vesti delicate e fluttuanti come spuma di mare e intessute di ricami d'oro. I suoi stupendi lunghissimi capelli neri le scendevano, sciolti, giù per la schiena, così come era la moda di centinaia d'anni prima tra le giovani dame di sangue reale. La bella Principessa si rivolse a Urashima dandogli il benvenuto con una voce argentina che pareva una melodia che accarezzava le onde, e il giovane si ricordò che avrebbe dovuto inchinarsi profondamente, ma la Principessa lo prese per mano e lo accompagnò in un'altra magnifica sala, e volle che si accomodasse sul seggio riservato all'ospite d'onore.
"Urashima Tarō, mi è riservato l'immenso piacere di accoglierti nel Palazzo del Re mio padre - disse la Principessa - Ieri tu salvasti una tartaruga, e sono venuta a prenderti per ringraziarti poiché io stessa sono quella tartaruga e tu mi hai salvato la vita. Ora, puoi restare in questo Regno per sempre, se vorrai. Questa è la Terra dell'Eterna Giovinezza, che l'Estate non abbandona mai, e che non è mai toccata dal Dolore. E, se vorrai, sarò la tua sposa e vivremo insieme una vita felice".
Man mano che la Principessa parlava, gioia e meraviglia si diffondevano sul volto di Urashima, che si domandò se non fosse tutto un sogno. Infine, trovò fiato e coraggio per risponderle:
"Mille volte grazie per la generosità e la gentilezza delle tue parole. In verità, non desidero altro al mondo che rimanere per sempre in questa terra meravigliosa di cui tanto avevo sentito parlare, ma che non avevo mai visto, e la cui magnificenza supera nella realtà ogni descrizione".
Intanto, un lungo corteo di Cortigiani in abiti da cerimonia aveva fatto il suo solenne ingresso nella sala e le nozze vennero celebrate immediatamente, con grande enfasi e gioia.
Non appena gli sposi ebbero bevuto tre sorsi di vino per tre volte dalla stessa coppa nuziale, si udì una musica divina e s'innalzarono canti celestiali, e una schiera di pesci dalle scaglie d'oro e dalle code d'argento aprì le danze in loro onore. A Urashima il cuore scoppiava in petto dalla felicità.
La Principessa Otohime si offrì di mostrare le meraviglie del Palazzo al suo sposo. Così Urashima seguì la figlia del Re Drago, e ammirò gli splendori di quel Reame incantato dove Giovinezza e Gioia si tenevano per mano, e dove né il Tempo né la Vecchiaia avevano alcun potere.
Il Palazzo era interamente costruito di corallo e adornato di perle, e nessuna lingua umana avrebbe mai potuto descriverne le meraviglie. Ma, più ancòra del magnifico Palazzo, fu il giardino ad incantare l'attonito Urashima: qui, infatti, convivevano tutt'e quattro le stagioni.
A est, regnava la Primavera: i ciliegi erano coperti di candidi bocciuoli, gli usignoli cantavano melodiosamente e le farfalle volavano di fiore in fiore.
A sud, l'Estate accendeva di un verde brillante gli alberi e la diurna cicala ed il notturno grillo cantavano incessantemente.
A ovest, l'Autunno inondava d'oro il giardino, che pareva un cielo infuocato dal tramonto e i crisantemi erano all'apice del loro splendore.
A nord, lo spettacolo era ancora più sorprendente, poiché il giardino si inargentava di candida neve, e anche gli alberi ne erano ricoperti e il laghetto era ghiacciato.
Ma ogni angolo di quel luogo magico riservava continue sorprese, e trascorsero tre giorni prima che Urashima, rapito da tanta bellezza e felicità, si rendesse conto del passare del tempo e si rammentasse di sua madre e del suo villaggio. E, quando ciò accadde, Urashima si vergognò moltissimo pensando al dolore e all'ansia che doveva aver provato la sua anziana madre non vedendolo ritornare. Urashima si chiese se sua madre stesse bene, e sentì di non appartenere a quella terra di magia e di incanti. Così, senza porre tempo in mezzo, incominciò i preparativi per il viaggio di ritorno. Poi, si recò  nelle stanze della Principessa Otohime, si inchinò profondamente e le disse: "Sono stato molto felice qui, e te ne sono infinitamente grato, né esistono parole degne di descrivere la tua immensa gentilezza, ma devo tornare dalla mia anziana madre, che mi aspetta nel mio villaggio natìo".
La Principessa pianse in silenzio, poi, gli chiese dolcemente se non lo avesse reso felice, e tentò di convincerlo a fermarsi un altro giorno ancòra. Urashima, però, non volle lasciarsi persuadere poiché il dovere filiale era più forte dell'amore, ma aggiunse: "Non pensare che io non ti ami e che voglia abbandonarti. Mi assenterò un giorno soltanto, poi ritornerò da te!"
"Allora - disse, con voce colma di sofferenza, la Principessa - non c'è più niente da fare: non tenterò oltre di trattenerti al mio fianco, ma ti rimanderò a casa, da tua madre, per un giorno. Voglio donarti un pegno del nostro amore: non separartene mai".


E.Dulac



E gli porse un magnifico scrigno di lacca legato con una cordicella di seta rossa. Urashima le chiese cosa fosse.
"Questo - rispose la Principessa - è il tamatebako e contiene qualcosa di molto prezioso. Non devi aprirlo mai, qualunque cosa accada! Se tu dovessi aprirlo, ti accadrebbe una terribile disgrazia. E, adesso, giuramelo!"
E Urashima promise solennemente che mai e poi mai avrebbe aperto lo scrigno, qualunque cosa fosse successa. Poi, scambiato un triste e affettuoso arrivederci con la sua sposa, si recò sul limitare del Regno, dove lo attendeva una grande tartaruga che, fendendo le scintillanti onde marine, lo trasportò sul dorso in vista della baia su cui sorgeva il suo villaggio natìo. Urashima aguzzò la vista cercando la linea azzurrina delle colline che si stagliavano contro l'orizzonte e la spiaggia. La tartaruga lo lasciò sulla spiaggia e si rituffò in mare, alla volta del Reame del Re Drago, mentre Urashima si avviava in direzione della casetta dove viveva la sua anziana madre. Ma uno strano disagio, un'ansia che non sapeva spiegarsi, lo prese mentre camminava per quelle vie a lui note, incrociando gli sguardi curiosi di passanti a lui sconosciuti. Ed era evidente che anche il suo viso risultasse quello di un estraneo agli occhi degli abitanti del villaggio.
Tuttavia, controllò la sua inquietudine poiché, ormai, era giunto sull'uscio della sua casa. Ma la porta si spalancò e uno sconosciuto comparve sulla soglia.
Urashima si sorprese grandemente, ma pensò che, forse, sua madre si era trasferita in un'altra abitazione dopo la sua scomparsa. Così salutò rispettosamente l'estraneo in piedi sulla soglia della sua vecchia casa e gli domandò se, per caso, sapesse dove fosse andata a vivere sua madre, la madre di Urashima Tarō. L'uomo lo osservò sbalordito, poi scoppiò a ridere.
"Non dovreste prendervi gioco di me - disse - Dite di essere Urashima Tarō? E' vero, un giovane chiamato Urashima Tarō viveva in questo villaggio, ma parliamo di trecento anni fa!"
Le strane parole dell'uomo raggelarono Urashima, che disse in tono supplichevole:
"Vi prego di credermi, non vedete quanto mi angosciano le vostre parole? Io sono Urashima Tarō, e, fino a tre o quattro giorni fa, abitavo in questa casa. Adesso, per favore, smettetela di prendermi in giro e ditemi ciò che desidero sapere!"
Allora, il volto dell'uomo si fece serio.
"Non so se voi vi chiamiate o no Urashima Tarō. Ammettendo che sia vero, non potreste mai essere quell'Urashima Tarō: non potete certo avere trecento anni! E, allora, chi siete? Il suo spirito tornato a visitare la casa natale?"
"Perché continuate a burlarvi di me? Non sono uno spirito, ma un uomo in carne ed ossa!" E batté forte prima un piede, poi l'altro per terra per dimostrare all'uomo che aveva i piedi e che, quindi, non poteva essere un fantasma!
"Urashima Tarō è vissuto trecento anni fa, è tutto ciò che so! - ribattè l'uomo, che non poteva credere alle parole del giovane pescatore - E lo testimoniano anche le cronache del nostro villaggio".
Urashima restò in silenzio, sconvolto e smarrito. Gli pareva di vivere in un incubo. E se fosse stato vero? Aveva riconosciuto le colline, la baia, le vie del villaggio: tutto pareva uguale, eppure estraneo. Non aveva riconosciuto alcuno dei passanti e nessuno aveva riconosciuto lui. E se i pochi giorni trascorsi nel Regno del Re Drago fossero stati centinaia d'anni sulla Terra? E se, nel frattempo, la sua vecchia madre, i suoi amici e tutti gli antichi abitanti del villaggio fossero morti, e la sua storia fosse stata davvero annotata nelle cronache della comunità?
Disperato, Urashima ritornò sulla spiaggia. Adesso che aveva perduto ogni cosa, tutto ciò che gli restava era la sua bellissima sposa. Ma come raggiungerla nel suo magico Regno? Non ne aveva idea. Si ricordò del prezioso scrigno che Otohime gli aveva donato e la sua solenne promessa di non aprirlo mai e per nessun motivo. Lo prese tra le mani, e, tremando, sciolse il cordone di seta rosso che lo sigillava, e sollevò lentamente il coperchio. Ma dallo scrigno uscì solo una piccola nuvola, come di fumo, che sostò un attimo su di lui, e poi evaporò sul mare.


Ford H.J.


All'istante, Urashima, da giovane e bello che era, si trasformò in un vecchio decrepito. La sua forte schiena s'incurvò, le sue agili gambe si rattrappirono e cedettero sotto di lui, i lunghi e folti capelli neri incanutirono, e il bel volto si frantumò in mille rughe. Infine, il pescatore Urashima Tarō, vecchio di trecento anni, cadde senza più forze e morì lì sulla spiaggia. Ma la leggenda del mortale che, dopo aver soggiornato per trecento anni nel magico Reame del Re Drago e avere conquistato l'amore della sua bellissima figlia, era tornato al villaggio natìo perdendo tutto, compresa l'Eterna Giovinezza, sopravvisse nei secoli, fino ai nostri giorni.

"Urashimataro e la Tartaruga", da "The Pink Fairy Book", di A. Lang
"Urashima", da "Japanese Fairy Tales", di Grace James
"The Story of Urashima Tarō, the Fisher Lad", da "Japanese Fairy Tales", di Yei Theodora Ozaki

NOTA:

In molte varianti, Urashima non è il "figlio della vedova", consueto protagonista delle leggende sulle spose soprannaturali che ho voluto preservare, ma ha entrambi gli anziani genitori viventi.
Nella variante riportata da Lang, scompare l'episodio dei bambini che torturano la tartaruga. E' lo stesso Urashima a pescarla e a mettere in pericolo la sua vita, per poi liberarla, commosso dalle sue suppliche. Inoltre, la tartaruga non è la Principessa, ma solo la sua prima cameriera.
Dopo l'apertura dello scrigno e il subitaneo invecchiamento, Urashima sopravvive per qualche tempo, diventando una sorta di monito e di leggenda vivente.
Ho completamente ignorato, come sempre, le morali. A volte, la leggenda è usata come esempio di amore filiale: Urashima avrebbe rinunciato per sempre all'eterna giovinezza per onorare il dovere verso gli anziani genitori. Oppure, come ammonimento contro la disobbedienza, la rottura delle promesse.
L'unica morale che mi viene in mente è ricavabile da ciò che ho scritto a proposito di Ulisse e del canto delle Sirene.

Mab's Copyright


Statua in Mitoyo, Kagawa



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