La storia di "Nichola de Bar", il ragazzo-pesce di origine pugliese, compare nelle cronache grazie ad un trovatore provenzale vissuto alla fine del 1100, Raimon Jordan, libero pensatore, oserei dire. Nichola de Bar era un nuotatore prodigioso, in grado di resistere in mare, anzi, sotto le onde del mare, per giorni.
Walter Map (chi legge spesso i post lo avrà già incontrato più volte), interessante uomo di lettere gallese nonché arcidiacono di Oxford, "scopritore" dei Valdesi e arguto e sprezzante critico dei Benedettini e di Bernardo di Chiaravalle, (ispiratore dei monaci-guerrieri, leggi Templari, e sponsor di Crociate), gli fa eco parlando di "Nicolaus", soprannominato Pipe, ormai più pesce che uomo, e della fatale visita a Messina di Guglielmo II, che porterà alla sua morte.
Anche Gervàsio di Tilbury autore degli Otia Imperialia (altra frequentazione nei post, vedi Virgilio Mago) vissuto a cavallo del dodicesimo e tredicesimo secolo, parla di un pescatore pugliese, "Nicolaus", soprannominato "Papa", famoso per la sua abilità di nuotatore, ma soprattutto, di sommozzatore, che esplora i fondali del mare di Messina dal Porto al Faro e ne descrive le meraviglie.
Qui, il Re è Ruggero II, non più incolpevole, in quanto spinge Nicolaus ad esplorazioni sempre più lunghe e ardite fino a provocarne la morte.
lunedì 15 agosto 2016
sabato 13 agosto 2016
I Sette Colombi, Pentamerone, G.B. Basile
Sette fratelli partono di casa, perché la madre non dà loro una sorella;
e, quando alfine la sorella viene alla luce, ed essi aspettano la notizia
con certi segni, la madre sbaglia nel farli; onde essi vanno
errando pel mondo. La sorella si fa grande, li cerca, li trova, e, dopo
vari accidenti, tornano tutti ricchi alla casa loro.
'era una volta nella terra di Arzano una buona donna, che ogni anno scaricava un figlio maschio; cosicché vedevi una siringa del dio Pane a sette canne una più grande dell'altra. I sette figli, avendo mutato le prime orecchie [1], dissero alla madre lannetella, che era un'altra volta incinta: "Sappi, mamma cara, che se tu, dopo tanti figli maschi, non fai una femmina, noi siamo proprio risoluti ad abbandonare questa casa e ad andare pel mondo sperti, come i figli delle merle". E la madre, all'udire tale proposito, pregò il Cielo che avesse spogliato i figli di questo desiderio e tolto ad essa il pericolo di perdere sette gioielli.
Avvicinatosi il tempo del parto, i figli le dichiararono: "Noi ci ritiriamo a quella ripa che è di fronte: se partorisci maschio, metti un calamaio e una penna alla finestra; e, se femmina, metti un mestolo e una conocchia. A questo secondo segnale ce ne verremo alla casa a spendere il resto della nostra vita sotto le tue ali, ma, se vediamo segnale di maschio, scordati di noi: ci puoi metter nome penna".
Volle il Cielo che lannetella desse alla luce una bella bambinotta, e subito essa ordinò alla levatrice che facesse il segno convenuto ai figliuoli; ma questa fu cosi stordita e distratta che vi mise il calamaio e la penna. E i sette fratelli, senz'altro, si misero la via tra le gambe, allontanandosi dal paese.
Dopo tre anni di continuo viaggio, un giorno si trovarono in un bosco, dove gli alberi al suono di una fiumana che faceva contrappunto sulle pietre, danzavano l'imperticata e in quel bosco era la casa di un orco, a cui mentre dormiva erano stati cavati gli occhi da una femmina, e perciò colui era tanto fiero contro questo sesso che quante femmine gli venivano tra le grinfie, tante ne divorava. Stanchi dal viaggio e allancatI dalla fame, i giovani gli chiesero se per compassione voleva dar loro qualche boccone di pane; e l'orco rispose che avrebbe loro dato da vivere, se volevano mettersi al suo servizio, nel quale non c'era da far altro di più faticoso che, un giorno per ciascuno, guidarlo come un cagnolino.
'era una volta nella terra di Arzano una buona donna, che ogni anno scaricava un figlio maschio; cosicché vedevi una siringa del dio Pane a sette canne una più grande dell'altra. I sette figli, avendo mutato le prime orecchie [1], dissero alla madre lannetella, che era un'altra volta incinta: "Sappi, mamma cara, che se tu, dopo tanti figli maschi, non fai una femmina, noi siamo proprio risoluti ad abbandonare questa casa e ad andare pel mondo sperti, come i figli delle merle". E la madre, all'udire tale proposito, pregò il Cielo che avesse spogliato i figli di questo desiderio e tolto ad essa il pericolo di perdere sette gioielli.
Avvicinatosi il tempo del parto, i figli le dichiararono: "Noi ci ritiriamo a quella ripa che è di fronte: se partorisci maschio, metti un calamaio e una penna alla finestra; e, se femmina, metti un mestolo e una conocchia. A questo secondo segnale ce ne verremo alla casa a spendere il resto della nostra vita sotto le tue ali, ma, se vediamo segnale di maschio, scordati di noi: ci puoi metter nome penna".
Volle il Cielo che lannetella desse alla luce una bella bambinotta, e subito essa ordinò alla levatrice che facesse il segno convenuto ai figliuoli; ma questa fu cosi stordita e distratta che vi mise il calamaio e la penna. E i sette fratelli, senz'altro, si misero la via tra le gambe, allontanandosi dal paese.
Dopo tre anni di continuo viaggio, un giorno si trovarono in un bosco, dove gli alberi al suono di una fiumana che faceva contrappunto sulle pietre, danzavano l'imperticata e in quel bosco era la casa di un orco, a cui mentre dormiva erano stati cavati gli occhi da una femmina, e perciò colui era tanto fiero contro questo sesso che quante femmine gli venivano tra le grinfie, tante ne divorava. Stanchi dal viaggio e allancatI dalla fame, i giovani gli chiesero se per compassione voleva dar loro qualche boccone di pane; e l'orco rispose che avrebbe loro dato da vivere, se volevano mettersi al suo servizio, nel quale non c'era da far altro di più faticoso che, un giorno per ciascuno, guidarlo come un cagnolino.
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lunedì 8 agosto 2016
I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Ultima Parte
lisa trascorse tutta la notte al lavoro. Non intendeva concedersi alcun riposo prima di aver salvato i suoi cari fratelli. Il giorno seguente, la sua solitudine non le pesò, il tempo non era mai volato tanto in fretta: aveva già ultimato una camicia e si accingeva a metter mano alla seconda. All'improvviso, risuonò fra le montagne il richiamo dei corni da caccia, e lei ne fu atterrita. Il frastuono dei corni e dell'abbaiare dei cani si faceva sempre più vicino; terrorizzata, Elisa si rifugiò nella grotta, legò in una fascina le ortiche che aveva già raccolto e pestato, e vi si sedette sopra. E dalla boscaglia sbucò un grosso cane, seguito da un altro e da un altro ancòra. Abbaiavano forte, correvano da tutte le parti, sparivano e poi ritornavano.
In pochi minuti, tutti i cacciatori raggiunsero l'ingresso della grotta, e, tra loro, il più avvenente era il giovane Re del Paese. Si avvicinò ad Elisa e le rivolse la parola poiché non aveva mai visto una donna più bella.
"Come sei arrivata fin quassù, mia bella fanciulla?", le chiese.
Elisa si limitò a scuotere il capo: non osava parlare, poiché sapeva che dal suo silenzio dipendeva la vita dei suoi fratelli, ma nascose le belle mani piagate sotto il grembiule perché il Re non vedesse quanto soffriva.
Lomaev A.
venerdì 5 agosto 2016
I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Terza Parte
lisa fu svegliata da un battito d'ali sopra di lei. I suoi fratelli si erano trasformati nuovamente in cigni selvatici e volarono formando cerchi sempre più ampi, finché scomparvero all'orizzonte, ma uno di loro, il più giovane, rimase con Elisa, posò il capo nel suo grembo, e lei gli accarezzò le bianche ali. E trascorsero insieme l'intera giornata.
Juan Ramón Alonso Díaz-Toledo
Verso sera, ritornarono gli altri cigni, e, non appena il sole s'inabissò nel mare, ripresero le fattezze umane.
"Domani partiremo e non torneremo prima che sia passato un intero anno - disse uno di loro - ma non possiamo lasciarti qui! Hai il coraggio di venire con noi? Se il mio braccio è forte abbastanza per trasportarti attraverso la foresta, le nostre ali non saranno abbastanza forti per portarti in volo sul grande mare?"
"Oh, sì, portatemi con voi!", pregò Elisa.
giovedì 4 agosto 2016
Da "Qualche Passo nel Mondo delle Fate" di H.P.Lovecraft e le Amare Sorprese
"Nei tempi moderni il termine
Fata è stato applicato ad un’amplissima varietà di entità
immaginarie, fin quasi a perdere il significato a favore di un valore
semantico meno specifico e circoscritto.
L’autentica Fata, nell’accezione sviluppatasi nell’ambiente del più antico folklore celtico, costituiva indubbiamente uno spirito di natura femminile corrispondente alle Driadi, alle Naiadi e ad altre ninfe locali dell’antichità classica. Si tratta essenzialmente di una personificazione di qualche aspetto del mondo naturale, e ogni branca della mitologia ariana abbonda di esempi.
Fanciulle dell’alba, delle nuvole, delle fonti, degli alberi e via dicendo, popolano sotto i nomi più svariati le leggende di tutte le genti ariane, e non è affatto sorprendente che i fantasiosi Celti avessero elaborato uno dei più notevoli sistemi mitologici intorno a tali esseri.
Sembra attestato che i Galli pre-classici - e, per connessione, altri Celti - professassero attivamente il credo in esseri corrispondenti a quelle che conosciamo come vere Fate. Con l’intrusione di influenze romane, molte delle caratteristiche classiche si intrecciarono senza dubbio a tale credo, pur non distruggendone del tutto la specifica essenza.
La vera Fata della mitologia celtica era originariamente un’entità femminile dall’aspetto umano più che gradevole, di statura normale, dimorante in specifici ambienti, e dotata di talenti soprannaturali quali il potere di cambiare aspetto, controllare il mare e i venti, guarire le malattie e presagire eventi futuri. Nell’epoca medievale, in virtù di tali poteri, si attinse al verso latino fatare, ossia incantare, a sua volta derivato da fatum, destino, creando le varianti fay o fairy e fae.
L’autentica Fata, nell’accezione sviluppatasi nell’ambiente del più antico folklore celtico, costituiva indubbiamente uno spirito di natura femminile corrispondente alle Driadi, alle Naiadi e ad altre ninfe locali dell’antichità classica. Si tratta essenzialmente di una personificazione di qualche aspetto del mondo naturale, e ogni branca della mitologia ariana abbonda di esempi.
Fanciulle dell’alba, delle nuvole, delle fonti, degli alberi e via dicendo, popolano sotto i nomi più svariati le leggende di tutte le genti ariane, e non è affatto sorprendente che i fantasiosi Celti avessero elaborato uno dei più notevoli sistemi mitologici intorno a tali esseri.
Sembra attestato che i Galli pre-classici - e, per connessione, altri Celti - professassero attivamente il credo in esseri corrispondenti a quelle che conosciamo come vere Fate. Con l’intrusione di influenze romane, molte delle caratteristiche classiche si intrecciarono senza dubbio a tale credo, pur non distruggendone del tutto la specifica essenza.
La vera Fata della mitologia celtica era originariamente un’entità femminile dall’aspetto umano più che gradevole, di statura normale, dimorante in specifici ambienti, e dotata di talenti soprannaturali quali il potere di cambiare aspetto, controllare il mare e i venti, guarire le malattie e presagire eventi futuri. Nell’epoca medievale, in virtù di tali poteri, si attinse al verso latino fatare, ossia incantare, a sua volta derivato da fatum, destino, creando le varianti fay o fairy e fae.
martedì 2 agosto 2016
I Cigni Selvatici per Immagini - Seconda Parte
"Per tutta la notte sognò i suoi fratelli..."
Jeffers S.
"E la vecchia donna condusse Elisa ad un pendio in fondo al quale si snodava un fiume; dalle sue rive, gli alberi protendevano sull'acqua i lunghi rami frondosi l'uno verso l'altro. Elisa disse addio alla vecchia e s'incamminò lungo la riva del fiume..."
Lomaev A.
I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Seconda Parte
Konstantin Vasiliev
en presto calarono le tenebre della notte, nascondendo il sentiero ai suoi occhi. Aveva smarrito la strada. Si sdraiò sul morbido muschio, recitò la preghiera della sera e appoggiò la testa ad un tronco d'albero.La natura era quieta e silente, e una brezza gentile le accarezzava la fronte; fra l'erba e nel muschio si accesero centinaia di lucciole, simili a fiammelle verdi; e, se Elisa sfiorava con la mano un ramoscello, pur muovendosi con grande delicatezza, quegli insetti luminosi le piovevano tutt'intorno come stelle cadenti.
Per tutta la notte, sognò i suoi fratelli; erano tornati bambini e giocavano insieme. Li vide mentre scrivevano con le matite dalla punta di diamante sulle lavagnette d'oro, e vide se stessa intenta a sfogliare il bel libro illustrato che era costato metà del Regno. Ma i suoi fratelli non tracciavano più lettere e numeri sulla lavagna, come facevano un tempo, bensì descrivevano le loro nobili gesta, e tutto ciò che avevano visto e vissuto. Inoltre, le immagini del libro illustrato avevano preso vita: gli uccelli cantavano e i personaggi uscirono dal libro e chiacchierarono con Elisa e con i suoi fratelli, ma, non appena Elisa voltava pagina, guizzavano indietro, al loro posto, affinché tutto fosse in ordine.
lunedì 1 agosto 2016
domenica 31 luglio 2016
I Cigni Selvatici, Edizione Integrale, Traduzione Mia - Prima Parte
ontano lontano, laggiù dove volano le rondini ai primi rigori dell'inverno, abitava un Re, padre di undici figli maschi e di un'unica figlia, Elisa. Gli undici fratelli, che erano principi, si recavano a scuola con una stella sul petto e la spada al fianco, scrivevano con matite dalla punta di diamante su lavagnette d'oro, e imparavano le loro lezioni così rapidamente, e leggevano con tale scioltezza che chiunque avrebbe indovinato che erano principi. La sorella, Elisa, se ne stava seduta su di uno sgabello di cristallo sfogliando un libro ricco di belle immagini che valeva metà del Regno.
Ah, come erano felici quei bambini! Ma la loro felicità non era destinata a durare per sempre!
Il Re loro padre si risposò con una malvagia Regina, che non era affatto ben disposta nei confronti dei figliastri, e ai poveri bambini toccò scoprirlo subito, fin dal primo giorno. Al Castello si teneva un gran ricevimento, e i bambini giocavano alle "visite". Di solito, veniva apparecchiato loro un tavolino ricolmo di dolciumi e mele al forno, ma la Regina ordinò che avessero solo tazze da té piene di sabbia, e che giocassero pure a "far finta".
La settimana successiva, esiliò la piccola Elisa in campagna, presso una famiglia di contadini, e non ci mise molto a far credere al Re orribili cose sul conto dei Principini, tanto che Sua Maestà si disinteressò completamente di loro.
Ah, come erano felici quei bambini! Ma la loro felicità non era destinata a durare per sempre!
Lomaev A.
Il Re loro padre si risposò con una malvagia Regina, che non era affatto ben disposta nei confronti dei figliastri, e ai poveri bambini toccò scoprirlo subito, fin dal primo giorno. Al Castello si teneva un gran ricevimento, e i bambini giocavano alle "visite". Di solito, veniva apparecchiato loro un tavolino ricolmo di dolciumi e mele al forno, ma la Regina ordinò che avessero solo tazze da té piene di sabbia, e che giocassero pure a "far finta".
La settimana successiva, esiliò la piccola Elisa in campagna, presso una famiglia di contadini, e non ci mise molto a far credere al Re orribili cose sul conto dei Principini, tanto che Sua Maestà si disinteressò completamente di loro.
Gilbert A. Y.
venerdì 29 luglio 2016
Da "Il Brutto Anatroccolo", di H.C. Andersen. Traduzione Mia
Spirin G.
Ma il povero anatroccolo, che era uscito per ultimo dal suo uovo e che era tanto brutto, venne beccato, spinto e preso in giro non soltanto dalle anatre ma anche dalle galline:
"È troppo grosso!" dicevano tutti, e il tacchino, che era venuto al mondo con gli speroni e quindi si credeva un Imperatore, si gonfiò come un vascello a vele spiegate e si precipitò contro di lui gloglottando, con la testa avvampata d'indignazione.
Il povero anatroccolo non sapeva se rimanere o andar via: era molto infelice perché era tanto brutto e tutto il pollaio lo prendeva in giro.
E si andò avanti, giorno dopo giorno, e le cose non fecero che peggiorare. Il povero anatroccolo veniva scacciato da tutti; persino i suoi fratelli erano cattivi con lui, e gli ripetevano: "Ah, se solo il gatto ti prendesse, mostro!", e la madre: "Quanto vorrei che tu fossi molto molto lontano da qui!". Era troppo: volò oltre la siepe. Gli uccellini che si trovavano tra i cespugli frullarono ad ali spiegate.
"È perché sono brutto da far spavento", pensò l'anatroccolo e chiuse gli occhi, ma continuò a correre.[...]
domenica 24 luglio 2016
giovedì 21 luglio 2016
Il Sambuco, la Driade, e la Madre o Nonnina-Sambuco
La Hyldemoer di H. C. Andersen, spesso sbrigativamente tradotta in Italiano: la Nonnina del Sambuco, è dichiaratamente (nelle versioni integrali) una Driade, una ninfa o divinità minore degli alberi. La novella - perché tale è, non una fiaba - gronda degli usuali buoni sentimenti andersiani. Cupezza, delitto e castigo, mortificazione dei proprii desiderii, sofferenze come espiazione e strada per la Salvezza, fidanzati sfortunati (ma saranno felici in un mondo "migliore"), madri orbate dei bambini innocenti (ma è la volontà di Dio, magari le moriva sulla forca) pur respingendomi alla velocità della luce, si riscattano con rari spunti ironici, dialoghi surreali, e una sorta di malcelata soddisfazione con cui affonda nel ridicolo i "vincenti" tradizionali. Nessuna nemesi sociale, per carità, una sua debolezza. Tornando alla sua Hyldemoer, non si nega e non ci nega quegli assaggi, scorci, brandelli di cultura popolare che fanno irresistibilmente parte del suo immaginario. Naturalmente: maneggiare con cura. Ovvero, è tutto da decifrare e da depurare. In fondo, (per Andersen) trattasi di un mondo pagano e pericoloso, ma troppo radicato per essere rinnegato sbrigativamente.
mercoledì 20 luglio 2016
La Ballata del Marinaio di G. Doré e la "Mermaid" di Martin Carthy
Come resistere alla tentazione di illustrare una bellissima ballata con le incisioni di G. Doré, e alla tentazione di donare alle incisioni di Doré il canto di Martin Carthy?
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Dietro Questa Porta,
Dorè G.,
Martin Carthy,
Sirene
sabato 16 luglio 2016
Incontri con le Fanciulle "Elle" Scandinave
La Fanciulla Vae
"Cosa darete alla fanciulla Vae?"
L'uomo, che era alticcio per tutta la birra ed il brandy che aveva bevuto, raccolse velocemente un frustino e rispose:
"Dieci colpi del mio frustino", e nello stesso istante cadde a terra morto.
Bao Pham
Gli Elfi Scandinavi
Da: "Fate nordiche, francesi e medioevali", di Thomas Keightley una succinta descrizione degli Elfi scandinavi [Norvegesi, Svedesi e Danesi]. Per chi abbia una discreta conoscenza delle storie elfiche irlandesi e scozzesi - e inglesi, ma in misura minore, nonostante gli sforzi di inesausti raccoglitori - la parentela è impressionante. Compresa una delle tante interpretazioni sull'origine stessa degli Elfi, ovvero la loro identificazione con il popolo indigeno pagano precedente la nascita di Cristo, e, quindi, escluso dalla salvezza. Inutile sottolineare il valore, la valenza, l'interesse di questa teoria dovuta o ai soliti redattori cristiani o agli stessi storytellers, costretti a cristianizzare le proprie storie per salvarsi vita e "professione". E, come in tutte le comunità oppresse da una cultura imposta, si sarà creato, almeno inizialmente, prima che l'ignoranza (accuratamente coltivata) completasse l'opera, un codice tra storyteller e ascoltatore, codice la cui chiave sarà andata perduta con il tempo (e la morte degli storytellers più "antichi").
J. Duncan
"Gli Alfar vivono nel ricordo e nelle tradizioni dei contadini scandinavi. In un certo senso, anch'essi mantengono la loro distinzione tra Bianchi e Neri. I primi, o Buoni Elfi, dimorano in aria, danzano sull'erba o siedono sulle foglie degli alberi; i secondi, o Elfi Maligni, vengono considerati il popolo sotterraneo, che spesso infligge malattie o danni all'umanità; per questi vi è un particolare tipo di dottore chiamato Kloka män, (a) che si incontra in tutte le zone del paese.
venerdì 8 luglio 2016
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