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lunedì 24 agosto 2015

Contarape Paladino di una Casalinga Disperata (Boemia)

Lo Gnomo indignato abbandonò dunque il mondo, con la ferma decisione di non ritornarvi mai più.
Col tempo però la sua ira si placò, anche se la sua vecchia ferita impiegò ben novecentonovanta anni a rimarginarsi.
Infine, oppresso dalla noia, accettò la proposta del suo buffone di Corte di fare una gita di piacere sui Monti dei Giganti.
Il lungo viaggio fu compiuto in men che non si dica.
In un baleno egli si ritrovò sul prato dove un tempo c'era stato il suo giardino e gli ridiede l'antico aspetto. Gli uomini però non potevano scorgere nulla: i viandanti che attraversavano le montagne non vedevano null'altro che una zona paurosamente selvaggia.
La visione del giardino gli ravvivò in cuore l'antica passione, ma il ricordo della fanciulla amata e dell'umiliazione subita riaccese anche la sua rabbia contro tutta la razza umana.
"Razza di vermi!- gridò il Nano guardando giù nella valle i campanili delle chiese, i monasteri delle città e i borghi - Siete ancora qui nella valle dunque.
Ora mi ripagherete per i raggiri e le perfidie, vi perseguiterò e vi farò vedere io di che cosa è capace lo Spirito della montagna!"
Non sempre Contarape risarciva con una azione generosa i poveretti che colpiva con i suoi scherzi.
Anzi, a volte, perseguitava gli uomini solo per il gusto di provocare danni, senza preoccuparsi minimamente di sapere se la persona da lui presa di mira fosse un lazzarone o un uomo onesto.
Spesso, senza che neanche se ne rendessero conto, si univa ai viandanti solitari e, facendo loro perdere la strada, li abbandonava vicino a un burrone o in una palude e se ne andava ridendo fragorosamente.
Spesso azzoppava il cavallo di qualche viaggiatore, o spezzava una ruota o un asse del carro, oppure faceva cadere davanti agli occhi dei carrettieri un grosso masso, e loro dovevano spostarlo sul ciglio con enorme fatica per poter proseguire.
Se una carrozza non riusciva a muoversi, trattenuta da un potere misterioso, e nemmeno la forza di sei cavalli era sufficiente per spostarla, il carrettiere non sbagliava certo, pensandosi vittima di uno scherzo di Contarape.
Se però, invece di subire pazientemente, cominciava a inveire contro lo Spirito, ecco che allora un esercito di calabroni innervosiva i cavalli, una mano invisibile lanciava una pioggia di pietre o dispensava una sonora bastonata.
[...] Se era facile giocarsi l'amicizia di Contarape, altrettanto semplice era conquistarsela.


The Motherland, Bouguereau W.A.


n giorno, il nostro Spirito stava prendendo il sole vicino alla siepe del suo giardino, quando vide avvicinarsi con gran spigliatezza una donnetta, che attirò la sua attenzione per lo strano corteo che si portava dietro.
Aveva un bimbo al seno, uno lo portava sulla schiena, un terzo lo teneva per mano, mentre un ragazzino un po' più grandicello la seguiva con un cesto vuoto e un rastrello, per raccogliere erba per il bestiame.
'Una madre - pensò Contarape - è davvero una creatura speciale, si porta in giro quattro bimbi e nonostante ciò svolge il suo lavoro senza lamentarsi e poi si porta anche il peso della cesta: certo che le paga proprio care le gioie dell'amore!' Facendo queste considerazioni, si sentì pieno di benevolenza e disposto a scambiare quattro parole con la donna.
Costei mise a sedere i suoi bambini sul prato e cominciò a rastrellare un po' di fronde.
I bimbi però, che si annoiavano, cominciarono a piangere, così la madre fu costretta ad abbandonare la sua occupazione per giocare e trastullare i figli. Li prese in braccio saltellando con loro qua e là, poi, cantando e scherzando, li fece addormentare e se ne tornò al lavoro.
Un attimo dopo le zanzare punsero i bimbi addormentati che subito ricominciarono la loro sinfonia: la madre non si spazientì, andò nel bosco, raccolse fragole e lamponi, e attaccò il figlio più piccolo al seno.
Questo trattamento materno piacque moltissimo allo Gnomo.
Solo il bimbo che poc'anzi era sulla schiena della mamma non si lasciava consolare: era un bimbo cocciuto e ostinato, gettava via i lamponi che la madre premurosa gli porgeva e strillava come un matto.


Hicks G.E.


Infine la donna perse la pazienza ed esclamò: "Contarape, vieni e mangiati questo bimbo capriccioso!".
In un attimo lo Spirito comparve sotto le spoglie di un carbonaro, si avvicinò alla donna dicendo: "Eccomi qui, cosa vuoi?".
La donna si spaventò molto dell'efficacia delle sue parole, ma si riprese subito, si fece coraggio e disse: "Ti ho chiamato solo per far tacere i miei bambini, ora che sono tranquilli non ho più bisogno di te. Ti ringrazio comunque molto per il tuo aiuto".
"Lo sai - replicò lo Spirito - che nessuno mi può chiamare senza venire castigato? Ti prenderò sulla parola: dammi tuo figlio che me lo mangio, è tanto che non mi capita un bocconcino così prelibato".
Così dicendo, allungò verso il bambino la sua mano fuligginosa.
Come la chioccia quando il nibbio vola alto nel cielo o il volpino va a caccia in cortile, con un chiocciare impaurito, richiama i suoi pulcini al nido, gonfiando le penne e allargando le ali, pronta a cominciare un'impari battaglia anche contro il più forte dei nemici, allo stesso modo la donna si avventò contro la barba del carbonaro e chiudendo stretti i pugni gridò: "Mostro! Dovrai strapparmi questo mio cuore di madre dal petto, prima di riuscire a portarmi via il figlio!".
Contarape non si sarebbe mai immaginato un attacco così coraggioso, e indietreggiò, non sapendo bene come reagire, perché non aveva mai fatto una tale esperienza.
Sorrise quindi amichevolmente alla donna: "Non indignarti in questo modo! Non sono un mangiatore di uomini come tu credi e non voglio fare alcun male né a te né ai tuoi bambini: lasciami invece il bimbo che piangeva: mi piace, lo tratterò come uno "junker", lo vestirò di velluto e seta e ne farò un prode giovanotto, che sarà poi in grado di provvedere al padre e ai fratelli. In cambio chiedimi tutto il denaro che vuoi".
La madre rispose lesta: "Ah sì, ti piace mio figlio? Bene, e io non lo vendo per tutto l'oro del mondo, anche se è un diavoletto".
"Stolta! - replicò lo Spirito - Non hai già il fardello di altri tre figli, che devi faticosamente nutrire e che ti tormentano giorno e notte?"
"E' vero, ma, visto che sono la loro madre, devo assolvere il mio compito. I bambini danno molto da fare, ma sono anche una gioia".
"Bella gioia portarseli in giro tutto il giorno, curarli, pulirli, sopportare le loro cattive maniere e le loro grida!"
"Perfettamente vero, signore! Pero non conoscete le gioie materne: tutto il lavoro e la fatica sono ripagate da un unico dolce sguardo, dal tenero riso e dal balbettio delle innocenti creature. Guardate come si aggrappa a me il piccolo adulatore! Ora è come se non fosse stato lui a piangere e strillare... Avessi cento mani che vi potessero sollevare e trasportare e lavorare per voi, figli miei!"
"E tuo marito non ne ha di mani per lavorare?"
"Oh certo! A volte le agita pure e mi capita di sentirle".
Lo Spirito sbottò: "Come? Tuo marito ha il coraggio di levare le mani contro di te? Contro una donna come te? Voglio rompergli l'osso del collo!".
La donna rispose ridendo: "Allora avreste molti colli da rompere, se doveste punire tutti gli uomini che mettono le mani su una donna! Gli uomini sono una brutta razza, per questo da noi si dice che il matrimonio è un cattivo affare: mi chiedo proprio per quale ragione mi sia sposata".
"Se sapevi che gli uomini erano una brutta razza, allora è stato proprio sciocco da parte tua sposarti".
"Può darsi! Ma Steffen era un tipo sveglio, che guadagnava bene, e io una povera fanciulla senza dote. Venne a chiedermi in sposa, mi diede un tallero e l'affare fu concluso. In seguito rivolle indietro il tallero, mentre a me rimase un marito rude".
Lo Spirito sorrise e disse: "Forse l'hai reso rude con la tua caparbietà".
"Quella poi me l'ha già fatta passare da un pezzo! Steffen è piuttosto avaro, se gli chiedo una monetina strepita adirato per casa come voi fate sulle montagne, rimproverandomi la mia povertà, e su questo punto io non posso che tacere.
Se gli avessi portato una dote, allora gli farei vedere io".
"Qual è la professione di tuo marito?"
"E' un venditore di vetrerie, che guadagna faticosamente i suoi soldi, portandosi in giro per tutta la Boemia i suoi pesanti fardelli. Se qualcosa si rompe siamo naturalmente io e i bambini a farne le spese, ma le botte d'amore non fanno male".
"E tu puoi ancora amare un uomo che ti tratta così male?"
"Perché no? Non è forse il padre dei miei figli? Loro sistemeranno tutto, e ci compenseranno quando saranno grandi".
Dopo il lungo colloquio, lo Spirito rinnovò la sua proposta di comprare il bimbo, ma la donna non lo degnò di risposta, raccolse il fogliame mettendolo nel cesto e vi legò sopra anche il piccolo che aveva pianto e strillato tanto, mentre Contarape fece per andarsene.
Visto che il peso era però troppo e non riusciva a sollevarlo, la donna lo richiamò dicendogli: "Visto che vi ho chiamato, fatemi allora il piacere di aiutarmi a sollevare il cesto, e se volete fare qualcosa per noi, allora regalate al bimbo che vi è piaciuto tanto una moneta per comprare un paio di panini, domani poi torna a casa il padre che ci porterà pane bianco di Boemia".
Lo Spirito rispose: "Ti aiuto volentieri a sollevare il tuo carico, ma se tu non mi dai il bimbo, io non gli regalo proprio nessuna monetina".
"Bene", replicò la donna, e se ne andò per la sua strada.
Più andava avanti e più il cesto diventava pesante tanto che non ce la faceva a reggerlo e ogni dieci passi doveva fermarsi a prendere fiato.
La cosa non le sembrò possibile e pensò che Contarape le avesse giocato un brutto tiro e avesse messo dei sassi sotto il fogliame: si fermò, quindi e, appoggiato il cesto, lo ribaltò per controllarne il contenuto.
Ne uscirono solo fronde e fogliame, niente sassi. Lo riempì quindi a metà e raccolse ancora tutto il fogliame che ci stava nel grembiule.
Ma il cesto le sembrò di nuovo troppo pesante e con suo grande stupore dovette togliere ancora qualcosa. Aveva spesso portato a casa dei grossi carichi di erba, ma non aveva mai provato una tale stanchezza.
Ciò nonostante, giunta a casa, si occupò anche delle faccende domestiche, diede il fogliame alla capra e al giovane capretto, preparò la cena per i figli, li fece addormentare, disse le sue preghiere e poi cadde contenta in un sonno profondo.
La luce rossastra del mattino e il pianto del neonato che reclamava a gran voce la sua colazione chiamarono la donna alle sue faccende giornaliere, togliendola al sonno ristoratore.



The End of a Happy Day, Thomas Faed


Per prima cosa si recò, come sua abitudine, nella stalla col secchio della mungitura.
Ma quale terribile visione si presentò ai suoi occhi! La vecchia capra giaceva morta stecchita, il capretto invece faceva roteare gli occhi in modo orribile, allungava la lingua, era in preda a violente convulsioni, e la morte non avrebbe tardato a coglierlo.
Una tale disgrazia non era mai capitata alla buona donna.
Terribilmente spaventata, si lasciò cadere su un mucchio di paglia e, tenendo il grembiule davanti agli occhi per non vedere il dolore del capretto morente, sospirò profondamente: 'Oh povera me! E adesso che cosa faccio? E che reazioni avrà mio marito tornando a casa? Ah, tutto è perduto a questo mondo!'.
Ma subito dopo si rimproverò per questo pensiero.
'Se le due bestie son tutto quel che hai al mondo - pensò - che cos'è allora Steffen e che cosa sono i tuoi figli?" Si vergognò della sua precipitazione.
'Lascia perdere le ricchezze, hai ancora tuo marito e i tuoi quattro figli. Di latte per il piccolo neonato ne hai ancora e per gli altri tre bambini c'è acqua in abbondanza nella fontana. Se anche litigo con Steffen e lui mi picchia in malo modo, non è altro che un triste momento della vita matrimoniale. Non ho perso comunque nulla. La raccolta ha ancora da venire e posso andare a mietere, durante l'inverno poi voglio filare fino a notte fonda, così riusciremo a comprarci un'altra capra, e, una volta che abbiamo la capra, non mancheranno nemmeno i capretti."
Così meditando tra sé e sé, divenne nuovamente di buon umore, si asciugò le lacrime e si accorse che ai suoi piedi giaceva una foglia, che brillava chiara come se fosse stata d'oro puro.
La sollevò e si accorse che era anche pesante.
Subito si alzò e corse dalla sua vicina ebrea mostrandole ciò che aveva trovato: costei confermò che era oro e glielo comprò per due talleri in contanti.
Tutto il suo dolore era ora dimenticato: finora la povera donna non aveva mai visto tanti soldi in una volta.
Andò dal panettiere e comprò panini e ciambelle al burro, comprò anche un cosciotto di montone per Steffen, quando fosse giunto a casa stanco e affamato, dopo il viaggio.
Come corsero incontro i bimbi sgambettanti alla mamma felice, che portava loro una colazione tanto insolita! Ella si abbandonò completamente alla gioia materna di sfamare i suoi bimbi, e ora la sua più viva preoccupazione era quella di far sparire le bestie, che pensava fossero morte per le arti magiche di una donna malvagia, e di nascondere la disgrazia al marito il più a lungo possibile.
Il suo stupore superò ogni misura quando, guardando nella mangiatoia, si accorse che di fogliame d'oro ve n'era un mucchio intero.
Se avesse conosciuto la favola popolare greca, avrebbe subito capito che il suo bestiame era morto per l'indigestione di re Mida.
Ella immaginò comunque che fosse accaduto qualcosa del genere, per questo affilò il coltello da cucina, aprì il ventre della capra e vi trovò dentro un bel grumo d'oro, grosso come una mela. Trovò la stessa cosa anche nel ventre del capretto dove il metallo era un po' meno, perché l'animale aveva inghiottito meno foglie.
La sua ricchezza era ora illimitata, ma cominciò ad avere anche pressanti preoccupazioni: divenne irrequieta, paurosa, le venne il batticuore, non sapeva se doveva chiudere il tesoro nel cassettone o se doveva seppellirlo in cantina, temeva i ladri e non voleva nemmeno mettere subito al corrente di tutto quell'avaro di Steffen, perché aveva paura che, da strozzino qual era, si sarebbe preso tutti i soldi lasciando al verde lei e i figli.
Pensò a lungo a quale fosse il comportamento migliore, senza però riuscire a trovare una soluzione.
Il parroco del paese era il protettore di tutte le donne oppresse e non permetteva che i loro villani consorti le maltrattassero, imponendo delle pesanti penitenze ai mariti violenti, e prendendo sempre le difese delle donne.
Costei si recò quindi dal curato e gli raccontò tutta l'avventura con Contarape, come le avesse procurato una grossa ricchezza e quali fossero ora i suoi problemi.
Dimostrò anche la veridicità del suo racconto, mostrando il tesoro che aveva portato con sé.
Il parroco si fece più volte il segno della croce udendo questa vicenda prodigiosa, ma, nel contempo, si rallegrò per la fortuna capitata alla povera donna e, girandosi fra le mani il cappello, cercò un buon consiglio perché lei potesse tranquillamente godere del suo tesoro senza che il tenace Steffen se ne impossessasse.
Dopo aver pensato a lungo disse: "Ascolta me figliola, che ho sempre un buon consiglio per tutti. Dammi in custodia l'oro e io me ne prenderò cura, poi scriverò una lettera in italiano, dove si dice che tuo fratello, che molti anni fa se ne andò in cerca di fortuna, salpato per le Indie al servizio di Venezia, è morto in quel lontano paese, lasciandoti in eredita tutti i suoi beni alla condizione che tu sia tutelata dal parroco del tuo paese, contro le cattive intenzioni di terzi. Non voglio per me né ricompensa, né ringraziamenti: pensa solo che devi un ringraziamento alla santa chiesa, per la benedizione che ti è stata concessa dal cielo e promettimi solo una ricca pianeta".
Questo consiglio soddisfece pienamente la donna, che senza indugio promise al parroco la pianeta. Costui pesò quindi scrupolosamente l'oro e lo mise nella cassaforte della chiesa, mentre la donna prese commiato con cuore contento e leggero.


Bauer J.


Anche Contarape era patrono delle donne come il buon parroco di Kirchsdorf, ma con una differenza. Quest'ultimo onorava tutte le donne perché, come diceva, anche la Santa Vergine era una di loro, ma non prediligeva nessuna in particolare - cosa che avrebbe potuto rovinare la sua buona fama.
L'altro, al contrario, odiava tutte le donne per colpa di quella che lo aveva raggirato, anche se a volte si trovava in una disposizione d'animo più mite, che lo portava a prenderne una sotto tutela e a essere gentile con lei.
Mentre il comportamento della coraggiosa madre aveva conquistato la sua benevolenza, il rude Steffen aveva suscitato la sua ira.
Gli venne quindi una gran voglia di vendicare la brava donna giocando al marito un brutto tiro, che lo spaventasse a tal punto da farlo diventare mansueto e completamente sottomesso alla moglie.
A questo scopo si mise in sella del vento del mattino, galoppò sopra montagne e valli, spiò come un gendarme tutte le strade e gli incroci di Boemia, e dove scorgeva un viandante che portava un fardello gli era subito alle costole, per controllare il suo carico.
Per fortuna, nessuno dei viandanti incontrati trasportava vetrerie, altrimenti, anche senza essere il marito della donna protetta, sarebbe stato sicuramente vittima della burla di Contarape, e i danni subiti non gli sarebbero stati risarciti.
Steffen, carico come un mulo, non poté comunque sfuggire alle sue ricerche.
Verso l'ora del vespro, lo Gnomo vide avvicinarsi un bell'uomo con un grosso fardello sulla schiena, sotto i cui passi decisi risuonava il tintinnante carico che portava in spalla.
Lo Gnomo in agguato si rallegrò molto non appena lo scorse in lontananza, e lo riconobbe.
Ora era sicuro della sua preda e si accinse a giocargli un brutto tiro.
Steffen ansimando era quasi giunto in cima alla montagna, gli mancava solo l'ultima salita che conduceva alla vetta e lesto si dirigeva verso casa, accingendosi a quest'ultima fatica, ma la salita era assai ripida e il suo fardello molto pesante. Dovette riposarsi più di una volta, mise quindi il bastone nodoso sotto il cesto, cercando così di alleggerirne il peso, e si asciugò il sudore che gli bagnava la fronte. Con le ultime forze riuscì finalmente a raggiungere la cima della montagna, dove un bel sentiero portava sul crinale.
In mezzo alla strada c'era un abete appena segato e vicino si trovava il suo ceppo, dritto e ben levigato come il piano di un tavolo, tutt'intorno cresceva una bella erbetta.
La vista di questo luogo fu tanto allettante per l'uomo stanco sotto il peso della sua mercanzia, che subito appoggiò il pesante cesto sul ceppo e vi si sdraiò di fronte all'ombra, disteso sulla tenera erbetta.
Qui si mise a contare il guadagno netto che aveva accumulato questa volta e poté stabilire che, se non avesse dissipato nulla in casa, dove al cibo e ai vestiti provvedeva la sua laboriosa moglie, avrebbe avuto abbastanza denaro per comprarsi un asino al mercato di Schmiedenberg.
Il pensiero di poter caricare un asino e poi camminargli comodamente a fianco era così consolante in quel momento in cui le spalle gli dolevano per il peso portato, che come succede, cominciò a fantasticare sul futuro.
'Se riesco a procurarmi un asino - pensò - troverò presto il modo di sostituirlo con un cavallo, poi riuscirò a prendermi un campicello. Da un campo se ne cavano facilmente due, e col passare degli anni si arriva a possedere un intero maso, allora anche Ilse potrà avere una gonna nuova'.
Stava fantasticando in questo modo, quando Contarape fece sollevare un forte vento proprio intorno al ceppo, che rovesciò in un batter d'occhio il cesto di vetrerie, facendo andare tutto in mille pezzi.
Che colpo fu per Steffen! Contemporaneamente gli sembrò di udire in lontananza una gran risata, ma pensò che fosse stata solo un'illusione o l'eco delle vetrerie andate in frantumi.
Siccome però il vento sollevatosi poc'anzi non gli sembrava naturale, e quando si guardò intorno il ceppo e l'albero erano scomparsi, indovinò facilmente a chi si doveva attribuire la sua disgrazia e cominciò a lamentarsi:
"Dispettoso di un Contarape, che cosa ti ho fatto perché tu mi derubi del mio pezzo di pane, che mi sono guadagnato sputando sangue? Ah povero me!".
Poi fu preso da un attacco d'ira e cominciò a insultare terribilmente lo Spirito della montagna, per farlo arrabbiare.
"Maledetto!- gridò - Vieni a strangolarmi, adesso che mi hai tolto tutto quello che ho al mondo!". In effetti, in quel momento le sue vetrerie rotte gli sembravano più importanti della sua stessa vita; Contarape però non si fece né sentire, né vedere.
Steffen dovette decidersi a raccogliere per lo meno i pezzi, nella speranza di poterne scambiare qualcuno con vetrerie nuove, per cominciare a rifarsi il campionario.
Sprofondato nei suoi pensieri come un armatore al quale l'oceano ha inghiottito l'intera barca, cominciò a scendere dalla montagna con aria triste e abbattuta, ma cominciò anche ad almanaccare su come avrebbe potuto trovare un risarcimento per il danno subito e riavviare il suo commercio.
Allora gli vennero in mente le capre, custodite dalla moglie in stalla. Sapeva però che la donna le amava quasi come i suoi figli e con le buone non sarebbe mai riuscito a strappargliele.
Decise allora di non dire nulla della sua perdita alla moglie e non solo: invece di far ritorno a casa durante il giorno, pensò di arrivarvi di notte, di prendere di nascosto le capre da portare al mercato di Schmiedenberg, e con i soldi ricavati dalla vendita comprare poi la merce nuova.
Tornando poi a casa avrebbe litigato con la moglie e l'avrebbe rimproverata per essersi lasciata rubare le capre durante la sua assenza.
Con questa intenzione ben premeditata, l'infelice si nascose in un cespuglio nei pressi del paese, e aspettò con impazienza la mezzanotte per poi derubare se stesso.
Al battere della mezzanotte, si mosse, scavalcò la bassa porta del cortile, la aprì dall'interno e con il batticuore si diresse verso la stalla delle capre: aveva paura di venir scoperto dalla moglie.
Al contrario del solito la stalla era aperta.
La cosa lo stupì molto ma nel contempo lo rallegrò, perché quella dimenticanza avrebbe dato fondamento alla sua accusa.
Nella stalla però trovò tutto deserto e silenzioso: nessun essere vivente, nessuna traccia né della capra, né del capretto.
Spaventato, pensò che un ladro più esperto lo avesse preceduto, perché una sventura viene difficilmente da sola.
Sgomento, si accasciò sul fieno e sprofondò nella più cupa tristezza, visto che anche l'ultimo tentativo per riavviare il suo commercio era miseramente fallito. Intanto la laboriosa Ilse, dopo aver lasciato il parroco, era tornata a casa e contenta aveva preparato una bella cenetta per il marito, invitando anche il curato che avrebbe portato una buona bottiglia di vino, e nel corso della cena, quando Steffen si fosse un po' vivacizzato, lo avrebbe messo al corrente dell'eredità toccata alla moglie e delle condizioni alle quali poteva venirne in possesso.
Quando fu ora di cena, la donna cominciò a sbirciare fuori della finestra per vedere se il marito arrivava. Impaziente si recò anche alle porte del paese per cercare di scorgerlo in lontananza e, non vedendolo arrivare, cominciò a preoccuparsi.
Al calare della notte, le preoccupazioni la seguirono nel suo letto.
Il risultato fu che non riuscì a chiudere occhio cadendo in un sonno agitato solo verso il mattino.
Il povero Steffen era intanto nella stalla non meno oppresso e disperato. Era in uno stato così pietoso che non aveva quasi il coraggio di bussare alla porta.
Infine si fece coraggio, bussò molto avvilito e chiamò:
"Moglie mia svegliati e apri a tuo marito!".
Non appena Ilse sentì la sua voce, saltò giù veloce dal letto, come una lesta capriola, aprì la porta e lo abbracciò contenta. Costui però reagì molto freddamente alle sue carezze e si gettò di cattivo umore sulla panca.
La donna fu toccata dal dolore del marito e gli chiese sgomenta:
"Che cosa ti tormenta, mio caro? Che cos'hai?".
Egli rispose solo con sospiri e lamenti, ma lei insistette e il marito, che aveva bisogno di sfogarsi, non riuscì a nasconderle a lungo l'accaduto.
Sentito che era stato Contarape a giocargli il brutto tiro, la donna capì subito che l'intenzione dello Spirito era buona e non poté fare a meno di ridere, cosa che Steffen, se non fosse stato così abbattuto, le avrebbe fatto certamente pagare.
Il marito, che della faccenda non aveva capito nulla, chiese poi impaurito alla moglie che fine avessero fatto le capre.
Questa domanda indusse Ilse a nuovo riso, perché in essa vi era la prova che Steffen aveva già spiato dappertutto.
"Che t'importa delle mie bestie? - gli chiese - Non hai ancora chiesto dei bambini! Le capre sono fuori al pascolo. Non lasciarti abbattere così dal tiro di Contarape: chissà che lui o qualcun altro non ci dia un qualche risarcimento per ciò che abbiamo perso".
"Allora sì che puoi aspettare!"
"Non farla così tragica - replicò la donna - Spesso capitano cose insperate.
Su, fatti coraggio Steffen! Non hai più le tue vetrerie e io non ho più le mie capre: abbiamo però quattro figli sani e quattro braccia forti per nutrirli, la nostra ricchezza è tutta qui".
"Oh, che Dio abbia pietà di noi - sospirò il marito sconsolato - se anche le capre non ci sono più allora i nostri quattro figli li puoi subito annegare, perché io non sono assolutamente più in grado di nutrirli".
"Ma lo posso fare io", replicò Ilse.
A queste parole fece il suo ingresso in casa il parroco, che aveva origliato dietro alla porta tutta la conversazione.
Prese dunque la parola tenendo una predica a Steffen e spiegandogli che l'avarizia è la radice di tutti i mali. Dopo averglielo fatto ben capire, gli raccontò anche della ricca eredità della moglie, tirò fuori la lettera e tradusse al marito che il parroco di Kirchsdorf aveva avuto l'incarico di esecutore testamentario e aveva già ricevuto in custodia il lascito.
Steffen se ne stava lì interdetto e non faceva altro che inchinarsi di tanto in tanto, quando menzionando la Serenissima Repubblica di Venezia il parroco sollevava in suo onore il cappello.
Dopo essersi ravveduto, il marito cadde nelle braccia della moglie, facendole una seconda dichiarazione d'amore, appassionata come la prima, che Ilse accettò di buon grado, nonostante sapesse che era mossa da motivi d'altra natura.
Da quel momento, Steffen divenne il più duttile e il più servizievole dei mariti, un padre amorevole per i suoi bambini e anche un oste laborioso e ordinato, che odiava l'ozio.
Il retto parroco cambiò via via l'oro in sonanti monete, comprò un maso dove Ilse e Steffen vissero e lavorarono per tutta la loro vita.
L'eccedenza la diede a prestito dietro interesse e amministrò il capitale della sua protetta così scrupolosamente come amministrava i beni della chiesa, non pretendendo altra ricompensa se non una pianeta.
Ilse gliene fece fare una così sfarzosa che era degna di un arcivescovo. Dal tempo in cui la buona madre Ilse ottenne un regalo tanto prezioso dallo Gnomo, di lui non si seppe più nulla.
Il popolo però mantenne vivo il suo ricordo con mille leggende meravigliose, che la fantasia delle donne, riunite nelle sere invernali, filava ampie e ricche: erano però tutte invenzioni, raccontate soltanto per passare il tempo e divertirsi.


Frank Holl


"Leggende di Contarape" (Boemia), J. K. A. Musaus.
Da : Il Bosco. Miti, leggende e fiabe, A. Mari - Ulrike Kindl


venerdì 21 agosto 2015

Leggende di Contarape (Boemia)

ui parnasici Sudeti della Slesia abita l'autorevole spirito della montagna, Contarape, che ha reso queste alte montagne più note di quanto non abbiano fatto i poeti slesiani. Questo principe degli Gnomi sulla superficie terrestre controlla solo un piccolo territorio, ampio poche miglia e circondato da una catena di montagne.


Simanchuk Andrew


Altri due potenti sovrani, che condividono con lui questo regno, non vogliono però riconoscere i suoi diritti.
Poco sotto la crosta terrestre comincia invece il territorio su cui regna incontrastato, e il suo dominio si spinge per ben sessantotto miglia nella profondità della terra, fino a raggiungerne il centro.
Talvolta, egli, sottraendosi alle preoccupazioni del suo regno sotterraneo, viene a distrarsi sulle montagne, dove si prende gioco degli uomini con gran baldanza. Perché, amici, dovete sapere che Contarape è uno spirito potente, lunatico, turbolento, strano: a volte villano, rude, presuntuoso; altre, orgoglioso, vanitoso, volubile; oggi è un amico affettuoso, domani è freddo e distante; a volte, sa essere bonario, nobile e sensibile, ma decisamente pieno di contraddizioni: stupido e saggio, tenero e duro, ingenuo e disincantato, cocciuto e malleabile, a seconda del momento e dell'umore.
Nella notte dei tempi, Contarape infuriava già sulle montagne selvagge, incitava orsi e buoi a combattere gli uni contro gli altri, oppure spaventava la selvaggina e la faceva precipitare dagli erti picchi nella valle profonda. Stanco di questa caccia, ritornava poi al suo regno sotterraneo, dove rimaneva chiuso per centinaia di anni, fino a che gli tornava la voglia di uscire alla luce del sole, per godersela sulla terra.
Come si meravigliò una volta al suo ritorno, quando, guardando giù dalle vette dei Monti dei Giganti, trovò la regione completamente trasformata! I boschi oscuri e impenetrabili erano stati abbattuti e trasformati in campi coltivati. Tra le distese di alberi da frutto spiccavano i tetti di paglia di alcuni paeselli e dai loro camini usciva un pennacchio di fumo; qua e là, sul crinale della montagna, si poteva scorgere qualche isolata torre di guardia a protezione della regione; nei prati pieni di fiori pascolavano pecore e bestiame e dai boschetti provenivano le dolci melodie dei pifferi.
La novità e la piacevolezza di quella visione ritemprarono lo spirito del meravigliato sovrano, tanto che non si adirò neppure con questi coltivatori indipendenti, che senza chiedergli il permesso avevano fatto tutti quei cambiamenti e vivevano tranquillamente.
Decise perciò di non disturbarli, di non contestare loro nulla e di lasciarli vivere come un benevolo padrone di casa ospita sotto il suo tetto una rondine o un passero.
Pensò addirittura di far conoscenza con gli uomini, questa strana specie a metà tra gli spiriti e gli animali, di scoprire la loro natura e di stringere rapporti con loro.
Assunse quindi le sembianze di un uomo ed entrò in servizio presso il primo agricoltore.
Tutto quello che faceva gli riusciva molto bene e ben presto il lavorante Rips era conosciuto in tutto il paese come il migliore.
Il suo padrone però, crapulone e gaudente com'era, scialacquava quello che il fedele servo gli faceva guadagnare e non gli era affatto grato per il gran da fare che si dava.
Abbandonò quindi il primo padrone per entrare a servizio dal vicino, che gli affidò il suo gregge. Il servo lo custodiva con solerzia, lo portava al pascolo in luoghi solitari e sulle montagne, dove cresceva l'erba migliore.
Sotto la sua tutela anche il gregge crebbe e si moltiplicò, nessuna pecora precipitò più dalle rocce, nessuna venne assalita dall'avvoltoio né sbranata dal lupo.
Ma il padrone era uno spilorcio, che non solo non lodava il fedele servitore come avrebbe dovuto, ma che arrivò persino a rubare il più bel montone dal gregge, per poi, con la scusa della perdita, diminuire il salario del suo pastore.
Rips abbandonò quindi anche il secondo padrone per entrare a servizio presso il giudice, divenendo il flagello dei ladri e servendo con zelo la giustizia. Il giudice era però un uomo empio, che usava la legge a suo piacimento e se ne prendeva gioco.
Poiché Rips non voleva diventare uno strumento di ingiustizia, si licenziò e fu gettato in carcere, da dove però, come sempre fanno gli spiriti, riuscì a evadere facilmente passando per il buco della serratura.
Questo primo tentativo di conoscere gli uomini non lo indusse certo ad amarli. Tornò scontento sulle vette, da dove poteva padroneggiare con lo sguardo i ridenti campi, resi ancor più belli dal lavoro umano e si meravigliò che madre natura potesse elargire i suoi doni a degli esseri simili.
Ciò nonostante decise di fare un'altra puntatina tra gli uomini.



Bauer J.


Questa volta si trovò davanti una affascinante fanciulla nuda, bella come una Venere medicea, che si accingeva a fare il bagno.
Le sue compagne di giochi si erano distese sull'erba nei pressi di una cascata, scherzavano e scambiavano affettuose effusioni con la loro sovrana, in un'atmosfera di spensierata felicità.
Questa visione ebbe un tale effetto sullo spirito della montagna, che dimenticò la sua diversa natura e le sue peculiarità, desiderando anche per sé il destino dei mortali e guardando con brama la bella fanciulla della stirpe degli uomini. Gli organi degli spiriti sono però così delicati che non riescono a percepire una forte impressione per lungo tempo. Lo gnomo pensò allora di aver bisogno di un corpo, per poter veder con gli occhi quella bella ragazza e fissarla nella sua immaginazione.
Assunse quindi le sembianze di un corvo e volò su un frassino, che sovrastava il bacino formato dalla cascata, per godersi la graziosa scena.
Non fu però una buona idea perché si ritrovò a veder tutto con gli occhi di un corvo e ad avere la sensibilità di un corvo: un nido di topi di bosco lo attraeva ora più della bella al bagno.
Non appena si rese conto di questo inconveniente, corse ai ripari: il corvo volò in un cespuglio e si tramutò in un fiorente giovinetto.
Sperimentò così delle sensazioni mai provate in tutto il corso della sua lunga esistenza: si sentì irrequieto, provava un nuovo slancio e un potente desiderio verso qualcosa di indefinibile, a cui non sapeva dare un nome.
Un impulso irresistibile lo spingeva verso la cascata, ma nel contempo provava una forte resistenza, una vaga paura ad avvicinarsi, nelle sue spoglie umane, alla bella Venere che stava facendo il bagno. Preferì allora rimanere nel cespuglio, da dove poteva comodamente spiarla.
La bella ninfa era la figlia del faraone slesiano, che regnava allora in quella regione. Costei era solita passeggiare con le ragazze della sua corte per i boschi montani, raccogliendo fiori ed erbe odorose o ciliegie e fragole per la tavola paterna.
Quando faceva caldo, era solita poi rinfrescarsi alla sorgente nei pressi della cascata.


Stegg A.


La visione della bella fanciulla al bagno accese l'amore dello gnomo che non abbandonò più il luogo, aspettando ogni giorno con impazienza il ritorno della affascinante ragazza.
Verso mezzogiorno di una calda giornata, la principessa tornò alla cascata. Fu molto stupita di trovare il luogo completamente trasformato: la volgare roccia era coperta di marmo e alabastro, la cascata non precipitava con forza irruente dalla ripida parete rocciosa ma, interrotta da molti scalini, scendeva dolcemente con un tranquillo sciacquio al candido bacino di marmo, in mezzo al quale zampillava un allegro getto d'acqua, che ruotando spruzzava ora un lato, ora l'altro.
Margheritine, colchici e il romantico nontiscordardime crescevano ai margini del bacino, cespugli di rosa si mescolavano al gelsomino selvatico formando un angolino delizioso.
Lateralmente alla cascata si trovava la duplice entrata a una grotta, le cui pareti e volte erano coperte di mosaici, rilucenti di una luce quasi accecante. In diverse nicchie erano stati preparati vari rinfreschi, dall'aspetto straordinariamente invitante.
La principessa, meravigliata, non credeva ai suoi occhi, e non sapeva se entrare in questo luogo incantato o fuggire.
Era però figlia di Eva, incapace di resistere al desiderio di vedere tutte quelle piacevolezze e di assaggiare i deliziosi frutti, che sembravano lì proprio per lei.
Dopo aver mangiato a sazietà e osservato tutto con somma attenzione, le venne voglia di fare il bagno nella vasca.
Ordinò alle ragazze del suo seguito di fare la guardia e stare all'erta, affinché nessun occhio indiscreto potesse spiarla e dissacrare la sua virginale pudicizia.
Ma appena la bella ninfa si calò nella vasca la corrente la inghiottì e, prima ancora che le giovani del suo seguito facessero in tempo ad afferrarle i biondi capelli, scomparve.
Le fanciulle spaventate si misero a piangere e lamentarsi, si torsero le mani, pregarono invano le Naiadi, continuando a camminare intorno alla vasca, mentre lo zampillo d'acqua le bagnava a intervalli regolari.
Ma nessuna di loro ebbe il coraggio di tuffarsi, salvo Brihild, che si buttò in acqua pronta a condividere il destino della sua più cara amica.
Galleggiò però sull'acqua come un leggero pezzo di sughero e nonostante tutti i suoi sforzi non riuscì a immergersi.
Non c'era null'altro da fare che informare il re del triste incidente. Le ragazze piangenti lo incontrarono sulla via del ritorno, mentre egli si recava nel bosco con i suoi cacciatori.
Il re si strappò le vesti dal dolore, si tolse la corona dal capo, nascose il volto nel suo purpureo mantello, pianse e si lamentò ad alta voce della perdita della bella Emma.
Dopo che il suo dolore ebbe trovato un po' di sfogo nelle lacrime, si fece coraggio e si recò alla cascata per vedere di persona il luogo dell'incidente. L'incantesimo era sparito, il luogo era tornato selvaggio, non c'era più né grotta, né vasca di marmo, né rose, né gelsomini.
Il buon re non pensò affatto a un rapimento di sua figlia per mano di qualche cavaliere errante, poiché cose di questo tipo non si usavano allora nel paese, e non cercò nemmeno di estorcere alle compagne una confessione che fosse più credibile della verità.
Credette senza problemi al racconto che gli era stato fatto, pensando che Thor o Wodan, o qualche altro dio fosse implicato nella vicenda, quindi proseguì la sua battuta di caccia, consolandosi velocemente della perdita della figlia.
I re terreni infatti non si preoccupano d'altro che della perdita della loro corona.
L'affascinante Emma intanto non si trovava affatto male nelle mani dello spirito innamorato.
L'annegamento era stato solo una messa in scena per sottrarre la ragazza al suo seguito e condurla attraverso una via sotterranea in uno stupendo palazzo, col quale la residenza paterna non reggeva il confronto.
Quando la principessa tornò in sé si trovò su un comodo divano di raso rosa con un disegno in seta blu. Un giovane dal bell'aspetto giaceva ai suoi piedi e le faceva un'ardente dichiarazione d'amore, che lei ascoltava arrossendo.



Bauer J.


Lo gnomo le spiegò la sua vera identità e le sue condizioni, le raccontò degli stati sotterranei che dominava, la condusse attraverso le sale e le stanze del castello mostrandole tutto lo sfarzo e la ricchezza della sua dimora.
Il palazzo era circondato su tre lati da uno stupendo giardino, che, con i suoi fiori e i prati ombreggiati, piacque molto alla ragazza.
Gli alberi da frutto erano carichi di mele purpuree e dorate, i cespugli erano pieni di uccellini che facevano risuonare le loro diverse melodie.
La tenera coppia passeggiava per i vialetti guardando la luna, e lo gnomo si preoccupava che il fiore sul petto della sua amata fosse sempre fresco.
Pendeva dalle labbra della fanciulla, ogni sua parola era come nettare: in una vita lunga come quella di Enone lo spirito non aveva mai goduto ore così intense, come ora gli venivano concesse dal suo primo amore.
L'affascinante Emma però non era altrettanto felice, una certa malinconia e un dolce languore le conferivano sì un fascino particolare, ma lasciavano anche intravedere che i desideri nascosti nel suo cuore non erano completamente in sintonia con quelli dell'innamorato.
Contarape scoprì ben presto che nonostante tutti i tentativi di conquistarsi il cuore di Emma con mille favori, l'impresa era rimasta senza esito.
Tuttavia, con la sua ostinata pazienza, non si stancò di persistere, esaudendo tutti i suoi desideri e tentando di vincere la sua ritrosia.
La sua totale inesperienza in campo amoroso lo portava a pensare che le difficoltà che si contrapponevano alla realizzazione del suo desiderio, facessero parte del gioco d'amore, poiché - come poteva constatare - questa resistenza aveva certo un suo fascino e tendeva ad aumentare ulteriormente lo sperato trionfo finale.
Eppure, nuovo nello studio degli esseri umani, non aveva la minima idea di quale fosse la causa reale della ritrosia della sua amata; egli supponeva che il cuore di lei fosse libero come il suo, e che quindi potesse appartenergli di diritto, come un possedimento ancora intoccato appartiene al primo proprietario.
Ma il piccolo gnomo si sbagliava di grosso! Un giovane essere umano, il principe Ratibor, aveva già conquistato il cuore della dolce fanciulla.
La felice coppia guardava già al giorno in cui la loro unione si sarebbe realizzata, quando d'un tratto la sposa sparì.
Questo terribile evento tramutò l'innamorato Ratibor in una specie di Orlando Furioso: abbandonò il suo palazzo e si ritirò schivo in solitari boschi, a lamentarsi con le rocce della sua disgrazia.
La fedele Emma, nascosta tra le mura del suo grazioso carcere, sospirava per la pena ma celò i suoi sentimenti nel profondo del cuore, in modo da non lasciar trapelare niente allo gnomo, sempre all'erta.
Da tempo andava arrovellandosi pensando a un sotterfugio per raggirarlo e fuggire dalla sua prigione.
Dopo alcune notti insonni le venne in mente un piano che poteva essere degno di un tentativo.
La smise di tormentare il paziente gnomo con la sua freddezza mortale, i suoi sguardi cominciarono a lasciare qualche speranza, e diventò più malleabile. Queste propizie disposizioni d'animo vengono normalmente sfruttate subito dal sospirante innamorato.
Il nostro spirito si accorse immediatamente, grazie alla sua raffinata sensibilità, del mutamento avvenuto nella graziosa fanciulla.
Un incantevole sguardo, un'espressione amichevole, un significativo sorriso infiammavano il suo essere estremamente eccitabile, come il fuoco infiamma l'alcool.
Si rianimò e rinnovò la sua dichiarazione d'amore, che per un po' aveva taciuto, pregò che gli venisse prestato ascolto e non fu respinto.
Le sue richieste furono ora accolte, tanto che la fanciulla chiese solo un giorno per pensarci, e lo gnomo felice come una pasqua fu pronto a concederlo. Il mattino seguente, allo spuntar del sole, la bella Emma apparve al suo cospetto ornata da sposa, indossando tutti i suoi monili.
I suoi biondi capelli raccolti erano cinti da una corona di mirto, la guarnizione del vestito risplendeva di pietre preziose.
Accortasi che lo gnomo le veniva incontro in giardino si coprì castamente il viso con un lembo del velo.
"Divina fanciulla - cominciò a balbettare il nano - lasciami bere dai tuoi occhi la beatitudine dell'amore e non negarmi ancora a lungo quello sguardo d'assenso, che mi può far diventare l'essere più felice del mondo!"
Detto ciò cercò di scoprirle il volto per leggerle in viso la gioia, poiché non aveva il coraggio di estorcerle una confessione.
La ragazza però si avvolse ancora più stretta nel suo velo e rispose con modestia: "Può forse una mortale resistere al tuo amore? La tua insistenza ha vinto, te lo confesso, ma accontentati delle mie parole e lascia che il rossore del mio viso e le mie lacrime possano rimanere nascosti".
"Perché lacrime mia cara? - le chiese lo spirito inquieto - Ognuna delle tue lacrime è una goccia che brucia il mio cuore, voglio essere corrisposto con amore, non voglio alcun sacrificio".
"Perché interpreti male le mie lacrime? - rispose Emma - Il mio cuore apprezza la tua tenerezza, ma paurosi presentimenti lacerano la mia anima. Una donna non ha sempre il fascino di una giovane amante: tu non invecchi mai, ma la bellezza terrena è un fiore che appassisce in fretta. Chi mi assicura che tu continuerai a essere il più tenero, il più caro, il più servizievole e il più paziente dei mariti, come lo fosti quando chiedevi la mia mano?"
Lo spirito rispose:
"Pretendi pure una prova della mia fedeltà o della mia ubbidienza, oppure metti alla prova la mia pazienza per poter giudicare la forza del mio amore
irremovibile".
"Sia dunque così! - decise l'esile Emma - Voglio solo che tu mi dimostri di essere servizievole. Vai a contare tutte le rape che ci sono nel campo, ma non cercare di ingannarmi e non sbagliarti nel contare nemmeno di una unità, perché proprio questa è la prova che mi dimostrerà la tua fedeltà".
Staccandosi a malincuore dalla sua affascinante amata, lo gnomo ubbidì e cominciò a contare saltellando tra le rape come un medico di un lazzaretto francese tra i malati.
Quando ebbe terminato, per maggiore sicurezza, ripeté il conteggio, e con gran rabbia scoprì che i conti non tornavano, quindi si accinse a ricominciare. Anche questa volta però i conti risultarono sballati: non c'è da meravigliarsi perché un grande amore può far andare in confusione anche il miglior cervello matematico! La scaltra Emma aveva tenuto d'occhio il suo paladino mentre si preparava alla fuga.
Tenne pronta una bella rapa succosa, che in un attimo tramutò in un cavallo munito di sella e briglie, sul quale fuggì attraverso brughiere e steppe al di là delle montagne.
Il Pegaso fuggitivo, senza mai inciampare, la cullò sulla sua comoda schiena fino alla valle di Maien, dove si gettò nelle braccia di Ratibor che le corse incontro trepidante.


Millais J.


Nel frattempo, lo gnomo affaccendato era così assorto nei suoi conteggi, che non si era accorto di nulla.
Con gran fatica gli era infine riuscito di contar tutte le rape, comprese le più piccole, e corse dalla sua amata per darle la risposta.
Era infatti sicuro di averle dimostrato, con la sua ubbidienza, di essere il marito più servizievole e sottomesso che mai figlia di Adamo avesse dominato con le sue fantasie e i suoi capricci.
Compiaciuto per questo egli tornò al prato, ma non trovò Emma; corse allora tra gli alberi e i sentieri del giardino ma dell'amata non vi era traccia; si precipitò allora al palazzo dove setacciò ogni angolo, chiamandola ad alta voce ma il suo nome riecheggiava nelle stanze vuote, senza risposta.
Allora sospettò di essere stato preso in giro.
Velocemente si liberò delle sue sembianze umane, si alzò in volo e scorse in lontananza la sua amata in fuga, proprio nel momento in cui il cavallo stava varcando il confine.
Lo spirito adirato afferrò alcune nuvole, le unì e, con un tuono roboante, scagliò un fulmine contro la quercia millenaria che segnava il confine proprio alle spalle della fuggitiva.
Più di questo però lo gnomo non poteva fare, e la nuvola si tramutò in una innocua nebbia.
Dopo aver attraversato disperato le regioni superiori lamentandosi coi quattro venti del suo amore sfortunato e dando libero sfogo alla sua passione tempestosa, fece tristemente ritorno al suo palazzo e vagò di stanza in stanza riempiendole di sospiri e gemiti.
Si recò poi nel giardino, che aveva ormai perso per lui ogni fascino: lo interessava solo l'orma del piede della sua infedele amata impressa nella sabbia per lui più attraente delle mele d'oro sugli alberi o di qualsiasi altra meraviglia.
Una sensazione di delizioso piacere si risvegliava in lui in ogni luogo in cui lei era passata o si era soffermata, dove aveva colto fiori, dove lui l'aveva spiata senza essere visto e dove, sotto spoglie umane, si era intrattenuto a parlare confidenzialmente con lei. Poi, dopo aver sepolto per sempre il suo primo amore, sfogò con una serie di terribili maledizioni tutta la rabbia che aveva in corpo, e non volle più saperne della razza umana.
Prendendo questa decisione batté per tre volte il piede a terra e il palazzo con tutte le sue meraviglie si polverizzò.
Lo gnomo si ritirò quindi nel suo regno sotterraneo, che inghiottì la sua rabbia.
Se ne tornò al centro della terra, portando con sé le sue fissazioni e il suo odio.
Nel frattempo il principe Ratibor era occupato a mettere in salvo la bella Emma, e a condurla in gran pompa alla corte del padre, dove ebbe luogo il matrimonio e dove divise con lei il trono, costruendo la città di Ratisbona, che ancora oggi porta il suo nome.
La strana avventura della principessa, la sua fuga coraggiosa con il suo lieto fine, divenne la favola della regione e fu tramandata di generazione in generazione per moltissimo tempo.
E le signore slesiane trassero insegnamento dallo stratagemma della scaltra Emma, mandando l'incomodo marito a contare rape, quando convocavano Pamante. Poiché gli abitanti di quella regione non conoscevano il vero nome dello spirito gli affibbiarono il nomignolo di Contarape.
Da sempre gli amanti infelici trovano rifugio nella madre terra.
Ma mentre gli uomini vi giungono per una strada senza ritorno, gli spiriti hanno il vantaggio di poter riemergere in superficie quando ne abbiano voglia, dopo aver trovato consolazione o dato libero sfogo alla loro passione.
Per gli uomini invece la via del ritorno è chiusa per sempre.


"Leggende di Contarape" (Boemia), J. K. A. Musaus.
Da : Il Bosco. Miti, leggende e fiabe, A. Mari - Ulrike Kindl.

mercoledì 5 agosto 2015

La Troll Partoriente


Hague M.


"Nell'anno 1660, quando io e mia moglie eravamo nella mia fattoria (faboderne), che è ad un quarto di miglio dalla parrocchia di Ragunda, seduti a parlare un poco nel primo pomeriggio, venne alla porta un piccolo uomo che chiese a mia moglie di andare ad aiutare sua moglie, che proprio in quel momento stava partorendo. Il ragazzo era di piccole dimensioni, di carnagione scura e vestito con vecchi abiti grigi. Mia moglie ed io sedemmo per un istante a chiederci di quell'uomo, perché eravamo consapevoli che si trattava di un Troll ed avevamo sentito dire che costoro, chiamati dai contadini Vetter (Spiriti), erano soliti abitare nelle fattorie quando la gente le lasciava al tempo del raccolto.
Ma, quando egli ebbe ripetuto la sua richiesta quattro o cinque volte e noi avemmo pensato a quale male la gente di campagna dice di avere sofferto a volte a causa dei Vetter quando è capitato loro di imprecare contro di loro o di mandarli all‟inferno con parole incivili, presi la risoluzione di leggere alcune preghiere su mia moglie e di benedirla, dicendole di andare con lui in nome di Dio. Lei prese con sé in tutta fretta alcuni vecchi panni di lino ed andò con lui, mentre io rimasi seduto là.
Quando ritornò, mi disse che quando uscì dalla porta con l'uomo le parve come se per lungo tempo l'avessero trasportata nel vento ed era così giunta ad una stanza, ad un lato della quale vi era una piccola stanza oscura in cui la moglie giaceva a letto molto addolorata. Mia moglie andò da lei e, dopo un poco, la aiutò fin quando non mise alla luce il bambino nello stesso modo degli altri esseri umani.
L'uomo allora le offrì del cibo e, quand'ella rifiutò, la ringraziò e la accompagnò fuori. Venne quindi riportata qui allo stesso modo nel vento e dopo poco era di nuovo alla porta, giusto alle dieci in punto. Nel frattempo, una quantità di pezzi vecchi e ritagli d'argento vennero posati su uno scaffale del salotto e mia moglie li trovò il giorno seguente quando andò a rigovernare la stanza. Si suppone che siano stati lasciati là dai Vetter. Questo è in verità accaduto ed io ne sono testimone scrivendo il mio nome.
Ragunda, 12 aprile 1671
Pet. Rahm."

Bauer J.


Leggenda nordica raccolta dai Grimm, citata da Thomas Keightley in "Fate nordiche, francesi e medievali".

lunedì 5 maggio 2014

La Mortella, Pentamerone, Prima Giornata, Secondo Cunto

Questa è la nobile antenata della "Rosmarina" del Pitrè e di quelle fiabe affini, in Italia e in Europa, che vedono come protagonista una fanciulla misteriosa - una fata, uno spirito agreste - partorita da una donna mortale sotto forma di pianta, amata da un principe (che già ha avuto un inspiegabile colpo di fulmine quando era ancòra "in vaso"), uccisa e fatta a brandelli da femmine gelose, rinata altrettanto misteriosamente dai propri miseri resti reimpiantati nel vecchio vaso. Personalmente, non includerei nel novero delle eredi della fata della
mortella molte delle fiabe che vengono proposte come varianti.
Tornando alla "ragazza-pianta", è indubbio che sia un motivo - diciamo -mediterraneo. Una variante originale nel Nord Europa non l'ho trovata . Ne esistono, invece, nel mondo arabo e nordafricano.
Resta il fatto che Basile sia la fonte di tutte le moderne varianti delle grandi fiabe europee, sottovalutato o ignorato solo in Italia. Apparentemente, nella Madre di Tutte le Fiabe, Lo Cunto de li Cunti, soltanto "Biancaneve" mancherebbe all'appello.
Primo. Sarebbe l'eccezione che conferma la regola. Anche se si tratta di una delle fiabe più famose, in realtà, esistono pochissime varianti, sia in Italia, che in Europa, che nel resto del mondo.
Secondo. In realtà, il tema principale, la proppiana "la Bella nella Bara",è presente nel capolavoro del Basile: rileggete "La Schiavotta".

La Mortella: ovvero il Mirto, la pianta sacra ad Afrodite, ma anche alla consorella Ishtar, e quindi simbolo di fecondità, ma anche simbolo di amore e fedeltà coniugale perché con il mirto venivano incoronati gli sposi [Myrtus coniugalis, Plinio XV,122-6].

(Basile I,2 - traduzione dal Napoletano di B.Croce)


urono già al casale di Milano un marito e una moglie, che, non avendo germogli di figliuoli, desideravano con tutta l'anima un erede; e la moglie particolarmente sospirava sempre: "Oh Dio, partorissi qualcosa al mondo, e non m'importerebbe che fosse una frasca di mortella!". E tanto disse questa canzone e tanto infastidì il Cielo, che, ingrossatele la pancia, le si fece il ventre rotondo, e, a capo di nove mesi, invece di partorire in braccio alla mammana qualche maschietto o femminuccia, mise fuori dai campi elisi del ventre una bella frasca di mortella. Questa, con suo piacere grande, piantò in un vaso da fiori, lavorato con tanti bei mascheroni, e la collocò sul davanzale della finestra, governandola mattina e sera con maggior diligenza che non fa il contadino un quadro di broccoli, dal quale spera di ricavare il fitto dell'orto. Ma, passando per quella casa il figlio del re, che andava a caccia, s'incapricciò fuor di misura di quella bella frasca, e mandò a chiedere alla padrona di vendergliela, ché l'avrebbe pagata un occhio. La quale, dopo molti no e molti contrasti, all'ultimo, presa da ingordigia per le offerte, uncinata dalle promesse, sbigottita dalle minacce, vinta dalle preghiere, gli dié il vaso con la mortella, pregandolo di tenerla cara perché l'amava più che figlia e la stimava come se fosse uscita dalle sue reni. Il principe, col maggior giubilo del mondo, fatta portare la mortella nel proprio appartamento, la pose a una terrazza e con le proprie mani la zappettava e l'innaffiava. Ora accadde che, andato una sera questo principe a letto e spente le candele, quando il silenzio si fu steso tutt'intorno e la gente era nel primo sonno, sentì stropiccìo di scarpe per la casa e una persona venire a tentone verso il letto. Pensò subito che fosse o qualche mozzo di camera [1], che voleva alleggerirgli la borsa, o qualche monachetto [2], che gli voleva togliere di dosso le coperte; pure, com'uomo ardito che neanche il brutto inferno gli metteva paura, fece la gatta morta, aspettando l'esito del negozio [3]. Ma quando sentì presso di sé quella persona, e, tastando, s'accorse del morbido, e dove pensava di toccar pungoli d'istrice, trovò cosa più sottile e molle della lana barbaresca [4], più pastosa e soffice della coda di martora, più delicata e tenera delle piume del cardellino, si lanciò ad abbracciarla, e stimandola (qual era in effetto) una fata, le si attaccò come polpo e, giocando a "passera muta", fecero a "pietra in grembo" [5]. Senonché, innanzi che il Sole uscisse come protomedico [6] a passar la visita ai fiori che la Notte aveva resi malati e languidi, l'amica si levò e se la svignò, lasciando il principe pieno di dolcezza, pregno di curiosità, carco di meraviglia.



Continuò questo traffico per sette giorni e il principe si struggeva e scioglieva dalla voglia di conoscere quale era questo bene che gli pioveva dalle stelle, e quale nave, ricca delle più care gioie dell'amore, veniva a gettar l'àncora nel letto suo. Onde una notte, che la bella nenna [7] faceva la nanna, legatasi una delle trecce di lei al braccio, perché non potesse svignarsela, chiamò un cameriere, e, fatte accendere le candele, vide il fiore delle belle, lo stupore delle donne, lo specchio, il cocco pinto di Venere [8], l'incanto d'Amore; vide una bamboletta, una leggiadra colombella, una fata Morgana, un gonfalone splendente, un ramoscello d'oro; vide una feritrice di cuori, un occhio di falcone, una luna in quintadecima [9], un piccioncello, un boccone da re, un gioiello; vide, a dir breve, uno spettacolo da mandare in visibilio. E, mirandola e rimirandola, egli esclamò:

martedì 17 dicembre 2013

Il Lupo Mannaro,fiaba di Luigi Capuana

'era una volta un Re e una Regina che non avevan figliuoli e pregavano i santi, giorno e notte, per ottenerne almeno uno. Intanto consultavano anche i dottori di Corte. Maestà, fate questo. - Maestà, fate quello. E pillole di qua, e beveroni di là; ma il sospirato figliuolo non arrivava a spuntare. Una bella giornata ch'era freddino, la Regina s'era messa davanti il palazzo reale per riscaldarsi al sole. Passa una vecchiarella: "Fate la carità! "
Quella per la noia di cavar le mani di tasca rispose: "Non ho nulla".
La vecchiarella andò via brontolando.
"Che cosa ha brontolato?", domandò la Regina.
"Maestà, ha detto che un giorno avrete bisogno di lei". La Regina le fece correre una persona dietro, per richiamarla; ma la vecchiarella aveva svoltato cantonata ed era sparita. Otto giorni dopo, si presentava un forestiero, chiedeva di parlare in segreto col Re: " Maestà, ho il rimedio per guarir la Regina. Ma prima facciamo i patti".
"Oh, bravo! Facciamo i patti."
"Se nascerà un maschio, lo terrete per voi".
"E se una femmina?"
"Se una femmina quando avrà compiti i sette anni, dovrete condurla in cima a quella montagna e abbandonarla lassù: non ne saprete più nuova"
"Consulterò la Regina"
"Vuol dire che non ne farete nulla".
Stretto fra l'uscio e il muro, il Re accettò. Il forestiero cavò di tasca una boccettina, che gli spariva fra le dita e disse: "Ecco il rimedio. Questa notte, appena la Regina sarà addormentata, Vostra Maestà glielo versi tutto intero in un orecchio. Basterà".
Infatti, dopo nove mesi, la Regina partorì e fece una bella bambina. A questa notizia il Re diede in uno scoppio di pianto: "Povera figliolina, che mala sorte! Che mala sorte!"

Gilbert A.Y.

La Regina lo seppe: "Maestà, perché avete pianto: Povera figliolina, che mala sorte?"
"Non ne fate caso".
La Reginotta cresceva più bella del sole: il Re e la Regina n'erano matti. Quando entrò nei sette anni, il povero padre non sapeva darsi pace, pensando che presto doveva condurla in cima a quella montagna, abbandonarla lassù e non averne più nuove! Ma il patto era questo: bisognava osservarlo. Il giorno che la Reginotta compì i sette anni, il Re disse alla Regina: "Vo in campagna colla bimba; torneremo verso sera".
Cammina, cammina, giunsero a piè della montagna e cominciarono a salire. La Reginotta non potea arrampicarsi, e il Re se la tolse in collo.
"Babbo, che andiamo a fare lassù? Torniamo indietro".
Il Re non rispondeva, e si bevea le lagrime che gli rigavano la faccia.
"Babbo, che andiamo a fare lassù? Torniamo indietro".
Il Re non rispondeva, e si bevea le lagrime che gli rigavano la faccia.
"Babbo, che siam venuti a fare quassù? Torniamo indietro".
"Siediti qui; aspetta un momento". E l'abbandonò alla sua sorte.
Vedendolo tornar solo, la Regina cominciò a urlare: "E la figliuola? E la figliuola?"
"Calò giù un'aquila, l'afferrò cogli artigli e la portò via".
"Ah, figliuola mia! Non è vero!"
"Le sbucò addosso un animale feroce e andò a divorarsela nel bosco".
"Ah, figliolina mia! Non è vero!"
"Faceva chiasso in riva al fiume e la corrente la travolse".
"Non è vero! Non è vero!"
Allora il Re le raccontò per filo e per segno ogni cosa. E la Regina partì, come una pazza, per ritrovar la figliuola. Salita in cima alla montagna, cercò, chiamò tre giorni e tre notti, ma non scoperse neppure un segnale; e tornò, desolata, al palazzo. Eran passati sette anni. Della bimba non s'era più saputo nuova. Un giorno la Regina si affaccia al terrazzino e vede giù nella via quella vecchiarella tanto ricercata: "Buona donna, buona donna, montate su."
"Maestà, oggi ho fretta; verrò domani". La Regina rimase male.
E il giorno dopo stette tutta la mattinata ad aspettarla al terrazzino.
Come la vide passare: "Buona donna, buona donna, montate su".
"Maestà, oggi ho fretta; verrò domani".
Il giorno dopo, la Regina, per far meglio, andò ad aspettarla innanzi il portone. "Maestà, oggi ho fretta; verrò domani". Ma la Regina la prese per una mano e non la lasciò andar via; e per le scale le domandò perdono di quella volta che non le aveva fatto l'elemosina. "Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar la mia figliuola!"
"Maestà, che ne so io? Sono una povera femminuccia".
"Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar la mia figliuola!"
"Maestà, male nuove. La Reginotta è alle mani d'un Lupo Mannaro, quello stesso che diè il rimedio e fece il patto col Re. Fra un mese le domanderà: mi vuoi per marito? Se lei risponde di no, quello ne farà due bocconi. Bisogna avvertirla".
"E il Lupo Mannaro dov'abita?"
"Maestà, sotto terra. Si scende tre giorni e tre notti, senza mangiare, né bere, né riposare, e al terzo giorno s'arriva. Prendete un coltellino, un gomitolo di refe e un pugno di grano, e venite con me".
La Regina prese tutto quello che la vecchiarella avea ordinato, e partì insieme con lei. Giunsero ad una buca, che ci si passava appena. La vecchiarella attaccò un capo del refe a una piantina e disse:
"Chi semina raccolga, Chi ti attacca, quei ti sciolga". Ed entrarono.
Scendi, scendi, scendi, la Regina già si sentiva le ginocchia tutte rotte. "Vecchiarella, riposiamo un tantino!"
"Maestà, è impossibile".
Scendi, scendi, scendi, la Regina non si reggeva più dalla fame.
"Vecchiarella, prendiamo un boccone, mi sento svenire!"
"Maestà, non è possibile".
Scendi, scendi, scendi, la Regina affogava di sete.
"Vecchiarella, per carità, un gocciolo di acqua!"
"Maestà, non è possibile". E sbucarono in una pianura. Il gomitolo del refe terminò. La vecchiarella attaccò quell'altro capo ad una pianticina, e disse:
"Chi semina raccolga, Chi ti attacca, quei ti sciolga". Cominciarono ad inoltrarsi. Ad ogni passo la Regina dovea lasciar cadere in terra un chicco di grano e la vecchiarella diceva: "Grano, grano di Dio, Com'io ti semino, vo' mieterti io". Il grano nasceva e cresceva subito, colle spighe mature che penzolavano.
"Maestà, ora piantate in terra il coltellino e sputate tre volte; siamo arrivati".
La Regina piantò il coltellino e sputò tre volte; e la vecchiarella disse:
"Coltellino, coltellino di Dio, Com'io ti pianto, vo' strapparti io".
Lasciamo costoro e torniamo alla Reginotta. Vistasi sola sola in cima alla montagna, s'era messa a piangere e a strillare; poi, povera bimba, s'era addormentata. Si svegliò in un gran palazzo; ma per quelle stanze e quei stanzoni non vedeva anima viva. Gira, rigira, era già stanca. "Reginotta, sedete, sedete!" Le sedie parlavano. Si sedette, e dopo un pezzettino, cominciò a sentirsi appetito. Comparve una tavola apparecchiata, colle pietanze fumanti. "Reginotta, mangiate, mangiate!". La tavola parlava. Mangiò, bevve, e poco dopo le vennero le cascaggini. "Reginotta, dormite, dormite!". Il letto parlava. Era uno stupore. Così tutti i giorni. Non le mancava nulla, ma s'annoiava a star lì senza vedere un viso di cristiano. Spesso piangeva, pensando al babbo e alla mamma; ed una volta si mise a chiamarli ad alta voce, tra i singhiozzi:
"Babbo mio! Mamma mia! Con che cuore mi lasciate qui, mammina mia!"
Ma una vociona le gridò: "Sta' zitta! Sta' zitta!" Ranicchiossi in un canto, e non ebbe animo di più fiatare.
Passato un anno, un bel giorno si sentì domandare: "Vuoi vedermi?"
E non era quella vociona. Rispose: "Volentieri". Ed ecco gli usci si spalancano da loro stessi, e di fondo alla fila delle stanze viene avanti un cosino alto un cubito, vestito d'una stoffa a trama d'oro, con un berrettino rosso e una bella piuma più alta di lui.
"Buon giorno".
"Buon giorno. Oh, bimbo mio, come sei bello!" E lo prese in braccio e cominciò a baciarlo, a carezzarlo, a farlo saltare in aria come una bambola.
"Mi vuoi per marito? Mi vuoi?"
La Reginotta rideva: "Ti voglio, ti voglio". E un altro salto per aria, prendendolo fra le mani.
"Come ti chiami?"
"Gomitetto".
"Che fai qui?"
"Sono il padrone".
"Allora lasciami andare! Lasciami tornare a casa mia!"
"No, no! Dobbiamo sposarci".
"Per ora bada a crescere!"
Gomitetto se l'ebbe a male ed andò via. E per un anno non si fece vivo. La Reginotta s'annoiava a star lì senza vedere un viso cristiano. Ogni giorno chiamava: "Gomitetto! Gomitetto!"  Ma Gomitetto non rispondeva.
Un bel giorno le domandò di nuovo: "Vuoi vedermi?"
Volentieri. In un anno dovea esser cresciuto un pochino: ma gli usci si spalancarono, e le venne innanzi sempre lo stesso cosino alto un gomito, vestito di stoffa a trama d'oro, col berrettino rosso sormontato da quella bella piuma più alta di lui.
"Buon giorno".
"Buon giorno". La Reginotta, nel vederlo lo stesso, rimase sorpresa. Lo prese in collo e cominciò a baciarlo, a carezzarlo, a farlo saltare in aria come una bambola.
"Mi vuoi per marito? Mi vuoi?"
La Reginotta rideva: "Ti voglio! Ti voglio! Ma per ora bada a crescere". E qui un capitombolo per aria, prendendolo fra le mani. Gomitetto se l'ebbe a male e andò via. Ogni anno così; ed eran passati sette anni. Intanto la Reginotta s'era fatta una ragazza, che ci volevan quattro paia d'occhi per guardarla. Una notte non potendo prender sonno, pensava al babbo e alla mamma: - Chi sa se più si ricordano di me? Forse mi credono morta!" E piangeva sui guanciali; quand'ecco sente buttar dei sassolini all'imposta della finestra. Chi poteva essere, a quell'ora? Si fece coraggio, saltò giù dal letto, aperse adagino adagino l'impòsta, e domandò: "Chi siete? Che cosa volete?"
"Son io, figliuola mia; siam venute per te!" Dall'allegrezza stava per saltar dalla finestra.
"Ascolta, figliuola - disse la Regina sotto voce. - Quel Gomitetto è il Lupo Mannaro. Ti s'è mostrato a quel modo per non farti paura. Ma ora che sei grande, fra qualche giorno t'apparirà col suo vero aspetto. Figliuola mia, non atterrirti. E se ti domanda: Mi vuoi per marito? rispondi di sì; altrimenti sarai morta; ne farà due bocconi. La prossima notte a quest'ora ci rivedremo".
La mattina, la Reginotta udì la solita voce: "Vuoi vedermi?"
"Volentieri".

Bauer J.

Si spalancarono gli usci, ma, invece di Gomitetto, venne avanti il Lupo Mannaro alto, grosso, peloso, con certi occhiacci e certe zanne, che Dio ne scampi ogni creatura! La Reginotta si sentì mancare.
"Mi vuoi per marito? Ti feci fare apposta per me". Lei tremava come una foglia. "Mi vuoi per marito?"
Più la Reginotta sentiva quella vociaccia, e più tremava e si smarriva.
"Mi vuoi per marito?"
Voleva rispondergli: sì! Ma le scappò detto: "Oh, no! no!"
"Allora vien qui!"
E l'afferrò colle granfie per ingoiarsela.
"Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia!"
Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto, e poi rispose:
"Ti sia concesso! Sarai mangiata domani".
La notte, all'ora fissata, lei s'affacciò alla finestra:
"Ah, mammina mia! Mi scappò detto di no; sarò mangiata domani".
"Fatevi coraggio!", disse la vecchiarella. E picchiò forte al portone.
"Chi è? Chi cercate?" All'urlo del Lupo Mannaro tutto il palazzo tremava.
"Son coltellino, 
Son piantato nella terra dura,
Per difender la creatura".
Contro questa malìa, il Lupo Mannaro non poteva nulla. E la mattina, all'alba, venne fuori; e come vide il coltellino, si mordeva le mani:
"Se trovo chi l'ha piantato, ne faccio un boccone!"
Cercò, frugò attorno, ma non trovò nessuno. All'ultimo chiamò la Reginotta:
"Vien qua, strappami di terra questo coltellino: non ti mangerò più".
La Reginotta gli credette, e strappò il coltellino.
"Ed ora vien qui! E l'afferrò colle granfie per ingoiarsela".
"Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia". Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto, e poi rispose:
"Ti sia concesso".
La notte, la Reginotta s'affacciò alla finestra: "Ah, mammina mia! Mi disse: strappa di terra questo coltellino, ed io glielo strappai. Domani sarò mangiata!"
"Fatevi coraggio!"

Bauer J.

E la vecchiarella picchiò forte al portone. "Chi è? Chi cercate?" All'urlo del Lupo Mannaro, tutto il palazzo tremava.
"Son frumentino, 
Son seminato nella terra scura, 
Per difender la creatura".
Contro questa malìa, il Lupo Mannaro non poteva nulla. E la mattina all'alba, venne fuori; e come vide il seminato colle spighe penzoloni, si mordeva le mani:
"Se trovo chi lo seminò, ne faccio un boccone".
Cercò, frugò intorno, ma non trovò nessuno. E la mattina dopo disse alla Reginotta: "Vieni qua: mietimi questo frumento; non ti mangerò più".
La Reginotta gli credette, e si mise all'opera. Per lei non c'era malìa, e in una giornata poté facilmente terminare di mieterlo.
"Ed ora vien qui!"
"Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia". Quegli stette un momentino incerto, e poi rispose: "Ti sia concesso, per l'ultima volta".
La notte, la Reginotta s'affacciò alla finestra: "Ah, mammina mia! Mi disse: mieti questo frumento ed io glielo mietei. Domani sarò mangiata".
"Fatevi coraggio!"
E la vecchiarella picchiò forte al portone."Chi è?", urlò il Lupo Mannaro.
"Son refe fino. 
Son attaccato alla pianta matura, 
Per difender la creatura".
Contro questa malìa, il Lupo Mannaro non poteva nulla. E la mattina all'alba venne fuori, e come vide il capo del refe legato alla pianticina, si mordeva le mani: "Vien qua; scioglimi questo refe dai due capi: non ti mangerò più".
La Reginotta era stata indettata dalla vecchiarella. Non doveva fermarsi un passo, né mangiare, né bere, ma aggomitolare, aggomitolare e andare avanti. Sciolse quel capo, e lei avanti, aggomitolando, il Lupo Mannaro dietro. "Ripòsati, ripòsati!"
"Quando sarò stanca, mi riposerò". Lei avanti aggomitolando, e il Lupo Mannaro dietro.
"Prendi un boccone, prendi un boccone!"
"Quando avrò fame mangerò". Lei avanti aggomitolando, e il Lupo Mannaro dietro.
"Bevi un gocciolino d'acqua, un gocciolino!"
"Quando avrò sete, berrò". Eran già arrivati alla buca d'uscita. Come il Lupo Mannaro s'accorse che l'altro capo del refe era attaccato alla pianticina di fuori, cominciò a mordersi rabbiosamente le mani. E vista la vecchiarella, diventò bianco come un panno lavato. "Ah! La nemica mia! Son morto! Son morto!"
La Regina e la Reginotta si voltarono e, invece della vecchiarella, videro una bellissima signora, che pareva la stella del mattino. Era la Regina delle Fate. Figuriamoci che allegrezza! La Regina delle Fate prendeva intanto dei sassi, e li metteva l'uno sull'altro davanti la buca.
"Sassi, sassi di Dio, 
Io vi muro e vo' smurarvi io!"
Murata la buca, la Regina delle Fate sparì. E quella brutta bestiaccia crepò di fame lì dentro. La Regina e la Reginotta tornarono sane e salve al palazzo; e un anno dopo la Reginotta sposò il Re di Portogallo.

Da:
Il Raccontafiabe


giovedì 12 dicembre 2013

Il Monte degli Elfi, H.C.Andersen, Traduzione Mia

rosse lucertole guizzavano tra le fenditure di un vecchio albero: si comprendevano benissimo tra loro, poiché parlavano tutte il linguaggio delle lucertole.
"Quanto ronzare e rimbombare dal vecchio Monte degli Elfi! - esclamò una - Sono ben due notti che non chiudo occhio; è proprio come se avessi il mal di denti, poiché anche in quel caso non dormo!"
"Sta succedendo qualcosa là dentro! - aggiunse un'altra lucertola - Il Monte si solleva su quattro paletti rossi e resta così fino al canto del gallo, per arearsi ben bene, e le fanciulle degli Elfi hanno imparato nuove danze. Sta succedendo qualcosa!"
"È vero! Ho parlato con una mia vecchia conoscenza - disse una terza lucertola - un lombrico appena arrivato dal Monte, dove aveva scavato nella terra giorno e notte. Ha sentito parecchie cose; quel povero animale non ci vede affatto, ma può strisciare in giro e ascoltare. Aspettano ospiti al Monte degli Elfi, ospiti di rango, ma il lombrico non vuole dire chi siano... o forse non lo sa! Tutti i fuochi fatui sono stati chiamati per il corteo danzante alla luce delle fiaccole, e l'oro  e l'argento di cui il Monte è ricolmo saranno esposti al chiaro di luna per una bella lucidata!"



Froud B.



"Chissà chi saranno gli ospiti? - si chiesero le lucertole - Che cosa staranno preparando? Sentite che ronzio! E che brusio!"
In quel mentre, il Monte degli Elfi si aprì ed una vecchia donna degli Elfi, con un largo buco nella schiena, ne uscì tutta arzilla. Era la governante del Re degli Elfi, nonché sua lontana parente, e aveva un cuore di ambra sulla fronte. Le sue gambe si muovevano eleganti, tip, tip! E come erano agili! E scese fino al mare, dov'era l'airone notturno.
"Lei è invitato al Monte degli Elfi per questa notte - disse - ma, prima, dovrebbe farmi un gran favore: occuparsi degli inviti. Deve pur far qualcosa, dal momento che non ha una grande casa da mandare avanti come me! Verranno ospiti molto distinti, maghi potenti, e il vecchio Re degli Elfi vuole fare le cose in grande!"
"Chi devo invitare?" chiese l'airone.
"Al gran ballo può venire chiunque, persino gli Uomini, se sanno parlare nel sonno o fare qualsiasi altra cosa che abbia a che fare con noi. Ma per il banchetto c'è una rigida selezione: sarà riservato solo agli ospiti di rango. Io stessa ho discusso con il Re perché non voleva che fossero invitati gli Spettri. Il Merman e sua figlia devono essere invitati per primi; non amano trattenersi troppo all'asciutto, ma avranno certamente almeno una pietra umida su cui stare, se non qualcosa di meglio. Così, penso che, questa volta, non rifiuteranno l'invito.
Devono anche esserci tutti i vecchi Dèmoni di prima classe, con la coda, e i Goblins e gli Imps, e poi credo che non dovremo dimenticare il Death-Horse, il Grave-Pig e il Church Dwarf. È vero che hanno a che fare con la Chiesa e non sono propriamente annoverati tra la nostra gente, ma, d'altra parte, non fanno che il loro dovere, e poi siamo quasi parenti e ci fanno spesso visita!"
"Bra!" stridette l'airone, e se ne volò via per consegnare gli inviti.
Le fanciulle degli Elfi già danzavano sul Monte, nei loro lunghi scialli intessuti di nebbia e chiaro di luna: erano graziosissime, per chi ama quel genere di bellezza. La grande sala centrale era stata pulita con estrema cura; il pavimento era stato lavato con il chiaro di luna, e le pareti lucidate con grasso di strega, e ora brillavano come petali di tulipani inondati di luce. La cucina straripava di rane allo spiedo, pelli di serpi farcite di dita di bambini, insalata di semi di funghi, musi di topo, e cicuta; c'era la birra della Donna della Palude e il vino fermentato con il salnitro delle tombe. Le portate erano raffinate; chiodi arrugginiti e frammenti di vetrate delle chiese per dessert.
Il vecchio Re degli Elfi fece lucidare la corona d'oro con polvere di gesso; era il gesso usato dagli studenti liceali ed era stato diffìcile trovarlo, persino per il Re! Nella camera da letto, le cortine erano state raccolte e fissate con saliva di serpe. C'era proprio un gran trambusto!
"Adesso bisogna bruciare crine di cavallo e setole di maiale, poi credo di aver terminato il mio compito" esclamò la governante.
"Caro padre - chiese la figlia minore - posso sapere finalmente chi sono gli ospiti di riguardo?"
"Certo! - rispose il Re - Ora te lo dico. Due delle mie figlie devono tenersi pronte a sposarsi poiché le concederò certamente in moglie: il vecchio Troll della Norvegia, (che abita sull'antica montagna di Dovre e possiede molti castelli costruiti con grandi rocce e lastre di pietra, ed una miniera d'oro che vale molto più di quanto si creda!), viene quaggiù con i suoi due figli, che devono trovar moglie. Il vecchio Troll è proprio un buon gentiluomo norvegese, onesto e diretto, allegro e alla mano; l'ho conosciuto tanto tempo fa, e, allora, brindavamo in buona compagnia. Era venuto a cercar moglie; adesso è morta, era la figlia del Re delle Montagne gessose di Moen. S'è preso una moglie di gesso, come suol dirsi! Oh, che voglia di rivedere il vecchio Troll norvegese! Si dice che i figli siano maleducati e presuntuosi, ma può darsi che non sia vero, o che migliorino con il tempo. Vediamo se li saprete mettere in riga voi!"



Bauer J.



"Quando arrivano?" chiese una figlia.
"Dipende dal tempo e dal vento - rispose il Re degli Elfi - Viaggiano in economia. Verranno non appena passerà una nave. Io volevo che sorvolassero la Svezia, ma il vecchio non ha accettato il mio consiglio: non è al passo con i tempi, cosa che non approvo!"
In quel mentre giunsero saltellando due fuocherelli fatui, ma uno era più veloce e, naturalmente, arrivò primo, gridando: "Eccoli! Eccoli!".
"Datemi la corona e mettetemi al chiaro di luna!" disse il Re degli Elfi.
Le figlie sollevarono i lunghi scialli e si inchinarono fino a terra. Ed ecco il vecchio Troll di Dovre, con una corona di zampilli di ghiaccio indurito e pigne d'abete ben lucidate, una pelliccia d'orso e un bel paio di grandi e confortevoli stivali; i figli invece erano senza colletto né bretelle perché volevano sembrare due tipi tosti.
"Questa sarebbe una montagna? - chiese il più giovane indicando il Monte degli Elfi - In Norvegia la chiameremmo una caverna!"
"Ragazzi! - li rimbrottò il vecchio - la caverna va in dentro, il monte sporge in fuori. Non avete gli occhi?"
L'unica cosa che li sorprendeva in quel luogo - osservarono - era il fatto di comprendere la lingua senza difficoltà.
"Fate attenzione - rispose il vecchio - o finiranno per pensare che non siete stati tirati su come si deve."



Bauer J.



Ed entrarono nel Monte degli Elfi, dove si era riunita una compagnia molto distinta, giunta in un batter d'occhio, come trasportata da un soffio di vento. Per ognuno era stato apparecchiato con molto buon gusto. Quelli del popolo del mare sedevano in grandi vasche d'acqua, e affermavano di sentirsi come a casa propria.
Tutti erano molto ben educati, eccetto i due giovani troll norvegesi, che avevano piazzato le gambe sul tavolo e credevano di potersi permettere qualunque cosa.
"Giù le gambe dal tavolo!" gridò il vecchio Troll, e i figli gli obbedirono, ma senza fretta. Fecero poi il solletico alla loro vicina di tavolo con delle pigne d'abete che avevano in tasca, e si levarono gli stivali per stare più comodi, dandoli in custodia alle donne. Il padre invece, il vecchio Troll, era proprio di tutt'altra pasta: descriveva così bene le fiere montagne della Norvegia, le cascate che precipitano bianche di schiuma, risuonando come un organo o come il tuono! Raccontava del salmone che risale la corrente, quando l'Ondina suona la sua arpa d'oro, delle luminose notti invernali durante le quali tintinnano le sonagliere, e i ragazzi corrono sul ghiaccio con le torce accese, e il ghiaccio è così trasparente che i pesci sotto di loro si spaventano. Sì, sapeva proprio raccontare! Tanto che i suoi ascoltatori vedevano e sentivano le cose che menzionava: le segherie sembravano funzionare davvero, i ragazzi e le ragazze cantavano le canzoni e danzavano i balli popolari tipici della valle di Halling. Ad un tratto, il vecchio Troll diede un bacio alla governante degli Elfi, un bacione schioccante, e non erano affatto parenti!
Le fanciulle del Monte degli Elfi cominciarono a danzare, sia nel solito modo, che battendo un piede, e sapevano eseguire questo genere di danza alla perfezione. Poi, ciascuna si esibì in un assolo. Però! Come sapevano allungare e tendere le gambe: non si distingueva più quali fossero le braccia e quali le gambe, quando ballarono tutte insieme, si mescolavano, ruotando come trucioli di segatura per tutta la sala, e piroettavano così vertiginosamente che al Death-Horse e al Grave-Pig venne il mal di mare, e se ne andarono fuori.
"Basta! - esclamò il vecchio Troll - quante gambe! Ma che cosa sanno fare oltre danzare, allungare le gambe e fare piroette?"



Froud & Lee



"Adesso lo saprai!" rispose il Re degli Elfi, e chiamò la più giovane delle sue figlie; era così snella! Trasparente come il chiaro di luna, certamente la più raffinata e leggiadra tra le sorelle; mise in bocca un piccolo legnetto bianco e immediatamente scomparve: questa era la sua specialità. Il vecchio Troll disse di non apprezzare una moglie in grado di fare quella magia, e che, senza dubbio, i suoi figli la pensavano allo stesso modo. La seconda  figlia del Re sapeva sdoppiarsi come se avesse avuto l'ombra, cosa che gli Spiriti, notoriamente, non hanno. La terza era di un altro genere: aveva imparato l'arte nella birreria della Donna della Palude, e sapeva lardellare i tronchi di ontano con le lucciole.
"Questa diventerà proprio un'ottima donna di casa!", commentò il vecchio Troll e si complimentò strizzandole l'occhio, invece di brindare alla sua salute, poiché non voleva bere troppo.
Poi giunse la quarta figlia con una grande arpa d'oro su cui cominciò a suonare, ma, non appena ebbe toccato la prima corda, tutti sollevarono una gamba, la sinistra, dato che gli Spiriti sono mancini, e, quando fece vibrare la seconda corda, tutti furono costretti a fare ciò che voleva lei.
"Questa è una moglie pericolosa!" disse il vecchio Troll, e i suoi due ragazzi uscirono dal Monte, annoiati.
"Cosa sa fare la prossima?" chiese il Troll.
"Io ho imparato tutto sui Norvegesi - esclamò lei - e non mi sposerò se non andrò a vivere in Norvegia!"
Ma la sorella più giovane sussurrò al vecchio Troll: "Dice così solo perché ha sentito in una canzone norvegese che, quando il mondo finirà, le montagne norvegesi resteranno al loro posto, come monumenti: è per questo che vuole andare lassù, perché ha tanta paura di affogare."
"Oh, oh! - rispose il vecchio Troll - la pensa così?! E cosa sa fare la settima e ultima fanciulla?"
"Prima c'è la sesta" gli disse il Re degli Elfi, che sapeva contare; ma la sesta non volle presentarsi.
"Io so solamente dire la verità - rispose - a nessuno importa di me, e sono già abbastanza indaffarata a cucire il sudario per la mia sepoltura!"
Poi arrivò la settima e ultima figlia; che cosa sapeva fare? Sapeva raccontare delle storie, tante quante ne voleva.
"Ecco le mie cinque dita - le disse il vecchio Troll - Raccontami una storia per ogni dito."
La figlia del Re lo afferrò per il polso e lo fece ridere fin quasi a strozzarsi. Quando poi arrivò all'anulare, che era ornato da un anello d'oro, come se già sapesse che ci sarebbe stato un fidanzamento, il vecchio Troll esclamò: "Tienlo ben stretto: la mia mano è tua. Voglio prenderti in moglie."
La fanciulla rispose che mancavano ancora le storie dell'anulare e del mignolo! "Le ascolteremo quest'inverno - rispose il vecchio Troll - e ci racconterai la storia dell'abete, della betulla, e storie di spettri e la storia del gelo che scricchiola! Dovrai raccontarle, poiché nessuno lo sa fare altrettanto bene lassù. Ci siederemo nelle stanze di pietra dove ardono i ciocchi di legna, berremo l'idromele dai corni d'oro degli antichi re norvegesi -  l'Ondina me ne ha regalato qualcuno! Mentre saremo là seduti, verrà a trovarci il Nix, che canterà per noi le canzoni delle pastorelle. Sarà molto divertente! Il salmone salterà sulla cascata rimbalzando proprio contro le mura di pietra, ma non riuscirà a entrare! Vedrai come si sta bene nella vecchia e cara Norvegia! Ma dove sono finiti i ragazzi?"
Dov'erano finiti i due ragazzi? Correvano per i campi, e spegnevano i fuochi fatui, che stavano arrivando tutti allegri per la fiaccolata.
"Che combinate?! - esclamò il vecchio Troll - io ho trovato una madre per voi, ora voi potete prendervi in moglie una delle nuove zie!"
Ma i ragazzi dissero che avrebbero preferito tenere un discorso o brindare alla compagnia, poiché a sposarsi non ci pensavano proprio. Perciò tennero un discorso, brindarono alla salute dei presenti, e capovolsero il bicchiere per dimostrare che avevano bevuto fino in fondo; poi si tolsero i vestiti e si stesero sul tavolo per dormire, come se fossero in casa propria. Il vecchio Troll danzò per la stanza con la sua giovane sposa; poi si scambiarono gli stivali, il che è molto più fine che scambiarsi gli anelli.
"Canta il gallo!- esclamò la vecchia donna degli Elfi che badava alla casa - Bisogna chiudere gli scuri, per evitare che il sole ci arrostisca!"
E così il Monte si richiuse. Fuori, le lucertole correvano su e giù lungo le fenditure del vecchio albero, e una disse: "Oh, come mi piace il vecchio Troll norvegese!"
"A me piacciono di più i ragazzi!", ribattè il lombrico, ma lui non ci vedeva, poveretto!



Froud e Lee



Traduzione: Mab's Copyright

Nota: l'ho tradotta, (senza alcuna pretesa di scientificità, come sempre), da una versione inglese e in Inglese ho mantenuto i nomi delle "creature".