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mercoledì 10 maggio 2017

Kate Schiaccia-Noci, Scozia, Traduzione Mia

'erano una volta, un Re ed una Regina. Il Re aveva una figlia che si chiamava Anne, e la Regina una figlia di nome Kate. Anne era molto più bella della figlia della Regina, tuttavia, le due fanciulle si amavano come fossero sorelle. La Regina divenne molto gelosa della figlia del Re perché era più bella della sua, e non pensava ad altro che a come rovinarne l'avvenenza.
Così andò a consigliarsi dalla Comare dei Polli che le disse di mandarle la ragazzina l'indomani mattina presto, e si raccomandò che fosse digiuna.
E, il giorno dopo, la Regina mandò a chiamare Anne e le disse:
"Cara, va' dalla Comare dei Polli, nella valle, e  chiedile un po' di uova".
Anne obbedì, ma, mentre attraversava la cucina, vide una crosta di pane, la prese e la masticò strada facendo.
Una volta arrivata a casa della Comare dei Polli, le chiese un po' di uova, così come le era stato ordinato di fare.
La Comare dei Polli le disse:
"Alza il coperchio di quella pentola e guardaci dentro".
La fanciulla obbedì, ma non accadde nulla. Allora, la Comare dei Polli le disse:
"Torna a casa da tua madre e dille di sorvegliare meglio la dispensa!"
La Regina capì che Anne doveva aver mangiato qualcosa prima di uscire, così, il mattino dopo, la sorvegliò attentamente finché non si allontanò, ma la Principessa incontrò dei contadini che raccoglievano piselli sul bordo della strada, si fermò a salutarli, poiché aveva un animo gentile, e accettò una manciata di piselli che mangiò lungo la via.
Una volta arrivata a casa della Comare dei Polli, questa le disse:
"Alza il coperchio di quella pentola e guardaci dentro".
La fanciulla obbedì, ma non accadde nulla. Allora, la Comare dei Polli montò su tutte le furie e gridò:
"Torna da tua madre e dille che la pentola non bollirà mai lontano dal fuoco!":
E, il terzo giorno, la Regina in persona accompagnò Anne dalla Comare dei Polli, e, questa volta, quando la fanciulla alzò il coperchio della pentola, la sua bella testa cadde giù, e, al suo posto, le saltò sulle spalle una testa di pecora.





venerdì 28 agosto 2015

Il Forno, Grimm n.127 - Traduzione Mia

Benché rientri, giocoforza, nella categoria "Lo Sposo Animale", questa fiaba giunge all'estremo: il Principe non è prigioniero della pella (leggi: sembiante) di un leone, un orso, un cinghiale o un serpente, ma delle pareti di un vecchio forno di ferro abbandonato nel cuore della cupa foresta (il luogo non cambia mai). E, come spesso accade in questo tipo fiabesco, alla fine del racconto si perde memoria del Regno del Principe, che governa, invece, il Regno del padre della novella sposa, secondo la dinamica delle unioni esogamiche, che questa fiaba riflette.


l tempo in cui desiderare serviva ancòra a qualcosa, un Principe fu incantesimato da una vecchia Strega, che lo rinchiuse in un grande forno di ferro nel folto della foresta, e là egli trascorse anni ed anni poiché nessuno poté aiutarlo. Un giorno, una Principessa si smarrì per i sentieri della foresta. Dopo aver errato per nove giorni senza riuscire a ritrovare la via per il Regno paterno, capitò, infine, dov'era il forno di ferro.
E udì una voce chiederle:
"Da dove vieni, e dove vai?"
La Principessa rispose:
"Ho smarrito la strada per il Regno di mio padre e non riesco a tornare a casa".
Allora, la voce proveniente dal forno disse:
"Ti aiuterò a tornare a casa in un baleno se mi prometti solennemente di esaudire il mio desiderio. Io sono figlio di un Re molto più potente di tuo padre, e voglio sposarti".
La Principessa  rimase sconvolta e pensò:
'Giusto Cielo, che me ne faccio di questo forno di ferro?'.
Ma, poiché desiderava tornare dal padre, promise di fare ciò che voleva. Il Principe disse:
"Dovrai ritornare qui con un coltello e scavare un buco nel ferro".


Sauvant


Poi le diede un compagno che le camminò al fianco senza pronuciare una parola, ma la riportò a casa in due ore. Al castello, grande fu la gioia quando tornò la Principessa, ed il vecchio Re le gettò le braccia al collo e la baciò. Ma la Principessa era molto triste e disse:
"O caro padre, sapeste quanto ho tribolato! Mi ero smarrita nella grande foresta tenebrosa e non sarei mai riuscita a tornare a casa se non avessi trovato sulla mia strada un forno di ferro, ma ho dovuto dargli la mia parola che sarei tornata da lui per liberarlo e sposarlo".
Il vecchio Re si sconvolse al punto da perdere i sensi poiché non aveva che quell'unica figlia. Così decisero di mandare al  posto della Principessa la figlia del mugnaio, che era molto bella.
Condussero la ragazza nella foresta, le diedero un coltello e le dissero di raschiare il forno. La ragazza raschiò per ventiquattro ore, ma non riuscì neanche a scalfirlo.
Al sorgere del sole, una voce disse dall'interno del forno:
"Mi sembra che fuori incominci ad albeggiare".
E la ragazza rispose:
"Sembra anche a me, mi pare quasi di sentire il rumore dela ruota del mulino di mio padre".
"Allora tu sei la figlia di un mugnaio! Vattene all'istante e fa' venire qui la Principessa".
La ragazza corse via e raccontò al vecchio Re che il forno della grande foresta non sapeva che farsene di lei, e voleva la Principessa. Ma c'era la figlia di un porcaro, che era ancora più bella della figlia del mugnaio: così le regalarono una moneta d'oro perché andasse dal forno di ferro al posto della Principessa.
E la condussero nella foresta e anche lei fu costretta a raschiare per ventiquattro ore, ma senza venire a capo di nulla. All'alba, si udì una voce dall'interno del forno:
"Mi sembra che fuori incominci ad albeggiare"
E la ragazza rispose:
"Sembra anche a me, mi pare quasi di sentire il suono della cornetta di mio padre"
"Allora sei la figlia di un porcaro! Vattene all'istante e fa' venire la Principessa, e dille che dovrà mantenere tutto ciò che ha promesso: se non verrà, il suo Regno sarà ridotto in macerie, e non ne resterà pietra su pietra".
All'udire quelle parole, la Principessa scoppiò a piangere, ma non le restava altro da fare che mantenere la promessa. Così prese congedo dal padre, si mise in tasca un coltello e andò a piedi nel folto della foresta, dov'era il forno. Prese a raschiare, e il ferro cedette, e, dopo due ore, aveva già aperto un piccolo buco. Sbirciò all'interno del forno attraverso quel forellino e scorse un giovane di così grande bellezza e tutto risplendente di oro e di gemme che ne rimase estasiata. Continuò a raschiare, e allargò il buco tanto da permettergli di uscire. Allora il Principe esclamò:
"Tu sei mia e io sono tuo: sei la mia sposa e mi hai liberato!".
Egli avrebbe voluto condurla immediatamente nel suo Regno, ma la Principessa lo pregò di lasciarla andare un'ultima volta da suo padre: il Principe acconsentì, a patto che non pronunciasse più di tre parole, e che si affrettasse a tornare da lui.
La Principessa tornò a casa, ma disse più di tre parole: il forno scomparve al'istante e fu trasportato lontano, oltre monti di vetro e spade taglienti, anche se il Principe era ormai libero e non più rinchiuso al suo interno.


Ford H.J.


Intanto, la Principessa  si congedò dal padre, prese un po' di denaro, e tornò nella foresta, ma, per quanto cercasse, non le riuscì di ritrovare il forno.
Cercò per nove giorni ed era tanto affamata, poiché non c'era nulla di cui cibarsi, e la fine era vicina. Verso sera, salì su di un alberello, per passarci la notte poiché aveva una gran paura delle bestie feroci. Era quasi mezzanotte, quando scorse un lumicino lontano lontano, e pensò: 'Ah, laggiù sarò salva!'
Scese dall'albero e s'incamminò verso quella luce, e, camminando, pregava. Giunse ad una vecchia casetta: tutt'intorno alla casina l'erba era alta, e, sul davanti, c'era un mucchietto di legna.
'Ah, dove sono capitata?!' pensò.
Sbirciò attraverso la finestra, e non vide altro che rospi, grossi rospi e piccoli rospi, ma c'era anche una tavola ben imbandita, con del buon vino e un bell'arrosto, e i piatti e i bicchieri erano d'argento. Allora, le tornò il coraggio e bussò alla porta.
Subito un grosso rospo gridò:

"O servetta verde e piccoletta, 
servetta zampetta zoppetta,  
salta là e salta qua,
presto, dimmi chi c'è là".


Si fece avanti una rospetta e aprì la porta alla Principessa. Quando la fanciulla entrò, tutto le diedero il benvenuto e la obbligarono a sedersi. Le domandarono:
"Da dove venite? Dove andate?".
La Principessa raccontò tutto quello che le era capitato, che non aveva obbedito all'ordine di pronunciare non più di tre parole, e che il forno era scomparso e anche il Principe. Adesso non le restava che cercarlo per monti e valli finché non l'avesse trovato.
Allora, il vecchio, grosso rospo disse:


"O servetta verde e piccoletta, 
servetta zampetta zoppetta,  
salta là e salta qua,
la scatola grande portami in fretta".


La rospetta andò a prendere la scatola. Poi, offrirono da mangiare e da bere alla Principessa, e l'accompagnarono ad un bel letto che pareva di seta e di velluto: ella vi si coricò, in nome di Dio, e si addormentò.
Allo spuntar del giorno, si alzò. Il vecchio rospo prese tre aghi dalla grande scatola e glieli diede perché li portasse con sé: ne avrebbe avuto bisogno per valicare un'alta montagna di vetro, oltrepassare tre spade taglienti e attraversare un grande fiume. Se ci fosse riuscita, avrebbe ritrovato il suo innamorato.
Le diede alcuni oggetti che doveva serbare con cura, cioè tre grossi aghi, una ruota d'aratro e tre noci.
La Principessa se ne andò, e, quando raggiunse la montagna di vetro, che era liscia come uno specchio, piantò i tre aghi dietro ai piedi, poi davanti ai piedi, e così via, finché arrivò dall'altra parte. Nascose gli aghi in un luogo che contrassegnò per ritrovarlo in seguito, poi giunse alle tre spade taglienti: sedette sulla ruota, e le superò. Infine, attraversò un grande fiume, e giunse nei pressi di un imponente e splendido castello.


Ford H.J.


Entrò. Era una povera fanciulla - disse - e aveva bisogno di lavorare. Sapeva che là abitava il Principe che aveva liberato dal forno nella grande foresta. Così fu presa come sguattera per un salario da fame.
Ormai il Principe aveva un'altra donna al suo fianco, e voleva sposarla, poiché pensava che la Principessa fosse morta da un pezzo. La sera, dopo aver rigovernato le cucine, la Principessa infilò la mano in tasca e trovò le tre noci che le aveva dato il vecchio rospo. Ne spaccò una con i denti e voleva mangiarne il gheriglio, ma dentro c'era una splendida veste, degna di una regina. Quando la promessa sposa del Principe venne a saperlo, andò da lei e chiese di comprarla: non era certo una veste adatta ad una sguattera. La Principessa rifiutò, ma disse che le avrebbe ceduto l'abito se le avesse consentito di trascorrere una notte nella camera del promesso sposo. La fidanzata glielo concesse perché non aveva mai posseduto una veste così bella. La sera, disse al suo fidanzato:
"Quella sciocca sguattera vuole dormire nella tua camera"
"Se sta bene a te, va bene anche a me ", rispose il Principe.
Ma la fidanzata gli offrì un bicchiere di vino in cui aveva sciolto un sonnifero. Così, il promesso sposo e la sguattera trascorsero la notte nella stessa camera, ma il Principe dormì così profondamente che la Principessa non riuscì a svegliarlo.
Pianse però tutta la notte, e gridava:
"Ti ho liberato dal forno di ferro e dalla foresta tenebrosa, per te ho scalato una montagna di vetro, per te ho oltrepassato tre spade taglienti e attraversato un grande fiume, e adesso che ti ho trovato, non vuoi neanche ascoltarmi".
I domestici che vegliavano davanti alla porta della camera, la udirono piangere e lamentarsi tutta la notte, e, il mattino seguente, riferirono ogni cosa al Principe.
La sera, dopo aver sbrigato le faccende, spaccò la seconda noce, e, dentro, c'era una veste ancòra più bella della prima. La promessa sposa, non appena la vide, le chiese quanto ne volesse, ma la Principessa si rifiutò di cederla per denaro, e la pregò di poter passare un'altra notte nella camera del Principe. Ma la fidanzata del Principe gli offrì un bicchiere di vino in cui aveva sciolto un sonnifero, e il Principe dormì profondamente e non udì una sola parola. La sguattera pianse tutta la notte e gridava:
"Ti ho liberato dal forno di ferro e dalla foresta tenebrosa, per te ho scalato una montagna di vetro, per te ho oltrepassato tre spade taglienti e attraversato un grande fiume, e adesso che ti ho trovato, non vuoi neanche ascoltarmi".
I domestici che vegliavano davanti alla porta della camera, la udirono piangere tutta la notte, e, il mattino dopo, riferirono ogni cosa al Principe.
La terza sera, finito di rigovernare le cucine, ella spaccò la terza noce, e, dentro, c'era un abito splendente d'oro. Non appena la promessa sposa lo vide, lo volle per sé, e la Principessa glielo diede, a patto che la lasciasse dormire nella camera del Principe. E il Principe, questa volta, tenne gli occhi ben aperti e versò in terra il sonnifero.
E, quando ella si mise a piangere e a gridare: "Ti ho liberato dal forno di ferro e dalla foresta tenebrosa...", il Principe balzò in piedi e disse: "Tu sei mia e io sono tuo".
E, quella notte stessa, fuggirono in carrozza. Attraversarono in barca il grande fiume, oltrepassarono le tre spade taglienti seduti sulla ruota d'aratro, e valicarono la montagna di vetro con l'aiuto dei tre aghi.
Giunsero, infine, alla vecchia casetta: non appena vi misero piede, la casetta si trasformò in un grande castello, e i rospi, liberati dall'incantesimo, tornarono ad assumere il loro antico sembiante, poiché erano principi e principesse, e festeggiarono la loro liberazione. Le nozze vennero celebrate con gran pompa, e il Principe e la Principessa rimasero nel castello, che era molto più vasto e imponente di quello della novella sposa. Ma, poiché il vecchio Re soffriva molto per il distacco dall'unica figlia, lo invitarono a vivere con loro, e così governarono due Regni e vissero insieme felici e contenti.



Goble W.


Grimm n.127, "Der Eisenofen".
Classificazione: AaTh 425A [The Animal Bridegroom-Lo Sposo animale]
Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"

martedì 11 marzo 2014

Il Principe Pettirosso, Luigi Capuana

Credo sia l'unico caso di prequel fiabesco che abbia mai letto. E ricordo che, pur chiamandolo "antefatto", mi piacque molto anche da bambina. Quindi, dopo aver postato "Cingallegra", è inevitabile la rilettura de "Il Principe Pettirosso".

'era una volta... Sì, sì, non ho dimenticato la promessa; parola di Raccontafiabe è parola di Re; ed ecco la storia del principe Pettirosso. Dunque c'era una volta un Principe e una Principessa giovani e sposati da qualche anno; lui, buono, gentile, caritatevole; lei, bella, ma piena di capricci e talvolta superbiosa e crudele. Comandava, e voleva essere subito obbedita; esprimeva un desiderio e pretendeva che fosse immediatamente soddisfatto. Se qualcuno dei servitori, dei dipendenti, non intendeva bene i suoi ordini, o li eseguiva male, diventava una furia. Invano il marito tentava di rabbonirla:
"Principessa!... Principessa!... "

Sonrel E.


Si rivoltava contro di lui, gli rispondeva con parolacce che non stavano punto bene in bocca di una dama sua pari. Una volta si era incapriccita di una pianta del giardino che circondava il castello dove essi abitavano. L'annaffiava lei, la ripuliva lei; guai se il giardiniere si permetteva di levar via una foglia avvizzita e cascata per terra! Una pianta comune, ma la Principessa si era messa in testa che dovesse far fiori e frutti rari. Una sera, scende in giardino e scorge tra i rami fili di paglia, con alcune piumine e il groviglio di un po' di refe. Le parve un delitto.
"Giardiniere, che significa questo?"
"Qualche coppia di uccellini si prepara il nido, Principessa".
"Buttate via ogni cosa; non voglio nidi su la mia pianta".
E il giardiniere, presi quei fili di, paglia, quelle piumine, quel po' di refe, ne fece un batuffolo e lo buttò via. Fra i rami di un'alta pianta vicina due uccellini svolazzavano e strillavano, quasi piangessero di veder dispersi quei primi materiali del loro nido.
"Poverini!", esclamò sotto voce il giardiniere.
E, il giorno dopo, vedendoli andare e venire affannosamente, portando coi becchi fili di paglia, piume, foglie secche, grovigli di refe, biòccoli di lana e cose simili, per ricostruire con ostinatezza il nido nel posto già scelto, il giardiniere li compiangeva:
"Verrà la Principessa e vi disfarà ogni cosa! Mancano piante e rami, poverini!" Ma gli uccelletti non intendevano le parole del giardiniere, e andavano e venivano affannosamente: verso sera, il loro nido era già bell'e finito. Appena la Principessa lo scòrse tra i rami, se la prese col giardiniere.
"Che colpa ne ho io? Poverini, hanno fretta di depositarvi le ova".
"Ah sì? Domani ne farò una frittatina pel gattino".
Attese che la femmina avesse terminato di deporre le ova, e ordinò al giardiniere: "Portatemele in cucina, e disfate quel nido!"
Il giardiniere obbedì a malincuore: aveva le lacrime agli occhi sentendo gli strilli degli uccellini che parevano un pianto. La crudele Principessa ruppe di sua mano gli ovicini in un tegamino, vi aggiunse cacio e pane grattato, e ne fece, come aveva detto, una frittatina pel gattino che le stava tanto a cuore. Il gattino esitava a mangiarla, miagolava, si ritirava indietro. Ma quando la Principessa si era ficcata in testa una cosa, non c'era verso di farla desistere.
"Il gattino non ha fame", gli disse il Principe.
"Fame o non fame, deve mangiare questa frittata, l'ho fatta apposta per lui"
Il gattino, preso pel collo, col muso nel tegamino, dovette mangiare per forza. Ma aveva appena ingoiato l'ultimo boccone, che Meo! Meo! Meo! stirava le gambe e moriva, quasi avesse preso un veleno. La Principessa rimase scossa da quella disgrazia: il gattino era la sua bestiolina prediletta. E la notte dopo fece un brutto sogno. Si destò atterrita:
"Ah, Principe, se sapeste che cosa ho sognato!"
"Che cosa, Principessa?"
"Tante piume, tante piume fioccavano giù dal cielo come falde di neve, ed io mi trovavo appesa al collo una padellina di rame. Le piume mi toglievano il respiro: la padellina pesava, pesava... È un triste presagio, certamente".
"Si sognano tante sciocchezze, Principessa!"
"No, Principe! Bisogna consultare coloro che spiegano i sogni".
"Li consulteremo,.. Intanto non vi affliggete per così poco!"
Furono chiamati parecchi sapienti. Stettero a sentire, seri, con le sopracciglia corrugate, sfogliarono a lungo i libroni che avevano portati con loro. Chi diceva una cosa, chi un'altra, e ognuno affermava che la sua spiegazione era la vera. "Mettetevi d'accordo, signori miei!"
Il Principe non poteva persuadersi che quelle piume fioccanti dal cielo e quella padellina di rame appesa al collo di sua moglie significassero tante opposte cose.
"Mettetevi d'accordo, cari miei!"
"Invece di mettersi d'accordo, quei sapienti finivano col darsi vicendevolmente dell'asino, e con lo scaraventarsi addosso i loro grossi volumi. La Principessa non si dava pace.
"Bisogna consultare un gran Mago! La cosa è troppo intrigata, se nessuno di questi sapienti è riuscito a spiegarla".
"Si sognano tante sciocchezze, Principessa!"
"No, Principe! Questa volta ho un grande sgomento nel cuore".
"Consulteremo il mago Barba-d'oro. Lo manderò a chiamare al castello".
E spedì persona fidata con ricchissimi doni. Il mago Barba-d'oro accettò i doni, ma quando sentì di che cosa si trattava, rispose sdegnato:
"Non sono il servitore di nessuno.

Sia signore, sia vassallo, 
Né in carrozza, né a cavallo 
Chi non viene coi suoi piedi, 
Barba-d'oro non riceve"

Il messaggero tornò con questa risposta. Per arrivare alla abitazione del Mago bisognava camminare tre giorni e tre notti attraverso luoghi incolti, infestati da bestie feroci, forteti, boscaglie, orridi sentieri. Il messaggero aveva temuto di non tornare vivo al castello.
"Mi sembra un bel modo di dirci: Non venite; è proprio inutile".
"No, Principe, a qualunque costo!"
Se la Principessa era testarda per cosine da nulla, figuriamoci ora che viveva sotto lo strano terrore del suo sogno! Invano il Principe si sforzava di convincerla che i sogni non hanno né capo né coda. Le voleva bene, e vedendola ostinata a intraprendere il pericoloso viaggio, cominciò a sentirsi penetrare nell'animo lo stesso sgomento di sua moglie. Quel sogno doveva essere un cattivo presagio! E decisero d'andare a piedi dal mago Barba-d'oro. Si misero in viaggio all'alba e camminarono tutta la giornata. La Principessa era così impaziente di avere la spiegazione del suo sogno, che non si curava della fatica e dei disagi del cammino.
"Riposiamoci un po', Principessa!"
"Più in là, Principe, più in là".
Forteti, boscaglie, orridi sentieri; e la notte, sotto il cielo stellato senza luna, urli di bestie feroci, vicini, lontani, che li atterrivano e non permettevano ch'essi chiudessero un occhio. Un giorno e una notte; e poi daccapo, un altro giorno e un'altra notte. Per quegli orridi sentieri non s'incontrava anima viva. Il povero Principe non ne poteva più.
"Riposiamoci un po', Principessa!"
"Più in là, Principe, più in là!"
Finalmente, il terzo giorno, verso sera, ecco tra gli alberi la casa del Mago. Con la facciata annerita dal tempo, tutta coperta di macchie di umido e di muffa verdastra, coi vetri delle finestre appannati dalla, polvere e dai ragnateli, quella casa ispirava ribrezzo. La Principessa, col fiato al denti, con le gambe che le si piegavan sotto, fece uno sforzo, giunse davanti alla porta e picchiò. Comparve il mago Barba-d'oro.

Stegg A.

"Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
Il Principe e la Principessa allibirono.
"Entrate, ristoratevi, e andate a letto. Domani, con comodo, riparleremo del sogno".
Il Principe e la Principessa allibirono. Quel Mago sapeva tutto! Il giorno dopo il sole era già alto ed essi dormivano ancora. Se non la svegliava il Principe, la Principessa avrebbe dormito fino a tarda sera. Il Mago li attendeva nel suo laboratorio.
"Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
"Perché, mago Barba-d'oro?"
"Non lo sapete che i nidi sono cosa sacra? Distruggere un nido è come appiccare il foco a una casa. Voi avete impedito di nascere a sei creature di Dio e per malvagità, non per altro. Ne sarete gastigata. In che modo io non so dirvelo. Ve lo dirà la fata Cicogna".
"E dove si trova la fata Cicogna?"
"Guardate da questa finestra: laggiù, laggiù, su quel tetto. Badate però di non chiamarla fata Cicogna, ma fata Splendore. Le piume e la padellina di rame del sogno significano il vostro gastigo. Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
"Grazie, mago Barba-d'oro!"
E all'alba del giorno dopo partirono. Cammina, cammina, cammina, e al tetto della fata Cicogna, che dalla finestra era parso così vicino, non si arrivava mai. La Principessa non osava di rifiatare, pensando che tutti quei disagi il Principe li soffriva per colpa di lei. Ma forse essi erano niente, in confronto dei guai che li attendevano. Il mago Barba-d'oro aveva ripetuto più volte:
"Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
Giunsero alfine, stanchi morti. La fata Cicogna stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala: dormiva. Attesero che si svegliasse. Abbassò l'altro piede, distese il collo, sbatté le ali e mandò fuori un rauco grido, che parve sbadiglio.
"Fata Cicogna, fata Cicogna, ci manda il mago Barba-d'oro".

Stegg A.

Nello sbalordimento, la Principessa aveva dimenticato di chiamarla fata Splendore.

"Ha fatto mala bisogna 
Chi cerca fata Cicogna: 
Fra le piume nasce un giglio, 
È figlio e non è figlio. 
Padella preparata 
Frittata e non frittata"

Aperse le ali, tese i piedi e la fata Cicogna volò via.
"E ora come faremo? Bisognava dire fata Splendore!"
"Torniamo dal Mago; ci consiglierà".
E rifecero la strada.
"Ah, mago Barba-d'oro! Mi scappò detto fata Cicogna!"
"Non vi perdete d'animo. Fate fare un gran nido d'oro e portateglielo; non c'è altro rimedio, Principessa".
"Faremo fare un gran nido d’oro - disse il Principe. - Ma che cosa significano le parole: È figlio e non è figlio? Frittata e non frittata?"
"Ve lo deve dire soltanto fata Cicogna".
Tornarono al castello, che erano quasi irriconoscibili, ed ordinarono subito un gran nido di cicogna tutto d'oro. Quando fu pronto, dopo un mese, Principe e Principessa si rimisero in cammino, ma questa volta a cavallo, e andarono direttamente da fata Cicogna. Stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala: dormiva. Attesero che si svegliasse.
"Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barba-d'oro".
"lo mi chiamo Cicogna e non Splendore!"
Principe e Principessa si guardarono in viso, contristati.
"Accettate, vi preghiamo, questo povero nido".
Fata Cicogna stese il collo, afferrò col becco il nido d'oro e lo ripose sul tetto.

"Ha fatto mala bisogna 
Chi non cerca fata Cicogna. 
Tra piume nasce un giglio, 
È figlio e non è figlio. 
Padella preparata, 
Frittata e non frittata". 

Aperse le ali, tese ì piedi e fata Cicogna volò via.
Principe e Principessa non se l'aspettavano. La Principessa non aveva sbagliato. "Ho detto: fata Splendore, è vero?"
"Sì, fata Splendore".
"O dunque?"
"Torniamo dal Mago, ci consiglierà".
"Non vi perdete d'animo - disse il Mago - Fate fare due ova d'argento grosse quanto le ova di cicogna e portategliele".
"Ma come bisogna dire: fata Cicogna o fata Splendore?"
"Sempre fata Splendore ".
E un mese dopo furono di ritorno con le due ova d'argento.
"Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barba-d'oro. Accettate queste due ova".
Fata Cicogna stese il collo, afferrò col becco prima uno poi l'altro ovo e li collocò nel nido d'oro e vi si accoccolò come per covarli.

"Ha fatto buona bisogna 
Chi ha cercato fata Cicogna. 
Tra piume nasce un giglio, 
È figlio e non è figlio. 
Padella preparata, 
Frittata e non frittata.

Quando avrò covato quest'ova, tornate e saprete".
"Quanto ci vorrà?"
"Il sole ora spunta da quel monte, dovrà spuntare da quella collina".
Il Principe calcolò che ci volevano tre mesi. E, passati i tre mesi, rifecero il cammino. Trovarono la fata Cicogna accoccolata nel nido d'oro, quasi per covare le ova d'argento.
"Fata Splendore, fata Splendore, spiegatemi il sogno, se vi piace".
"Avrete presto un figlio, e sarà uomo e sarà uccello..."
"Che disgrazia, fata Splendore!"
" ... fino ai vent'anni, Principessa. Poi diventerà un bel giovane, ma dopo aver trovato la sposa".
"E la padellina che cosa significa?"
"Significa la sposa… Non dovete saper altro".
"Ma che uccello sarà nostro figlio?", domandò il Principe.
"Quel che la Principessa vorrà; passerotto o pettirosso".
"Pettirosso, fata Splendore".
"E pettirosso sia, Principessa. Principe Pettirosso è un bellissimo nome".
"Che disgrazia, fata Splendore!"
"Avrebbe potuto accadervi di peggio: i nidi sono cosa sacra".

Erko V.


La Principessa era in grande angoscia, pensando che suo figlio fino ai vent'anni sarebbe stato un pettirosso. E quando partorì e fece un bel bambino non credeva ai suoi occhi.
"Fata Cicogna...!
"No, fata Splendore", la corresse il Principe.
"Fata Splendore ha voluto metterci paura. Tanto meglio che sia finita così"
"Però..."
"Però?"
"Non son, però, rassicurato del tutto".
"Non siate il corvo del malaugurio pel bambino".
"Stiamo a vedere".
"Stiamo a vedere".
Una mattina la Principessa, mutando i pannolini al bambino, diè un grido di orrore. Tutto il corpicino della sua creatura era coperto di una peluria gialliccia come quella dei pulcini appena nati. E il corpicino pareva già un po' dimagrito, quasi rattrappito.
"Figliolino, figliolino mio!"
La Principessa aveva fin ribrezzo di toccarlo. Di giorno in giorno la trasformazione diveniva più evidente. I braccini prendevano la forma di ali e si coprivano di piume, le gambine si assottigliavano e le dita dei piedi si allungavano in zampine con ugne aguzze. E di mano in mano che le piume invadevano tutto il corpicino che si rattrappiva, si rattrappiva, nasino e labbra si foggiavano in becco. In meno di due mesi, il bambino era diventato il più bel pettirosso che si potesse vedere. Principe e Principessa avevano vergogna di far sapere che il loro figliolino era diventato un pettirosso. Dissero che lo avevano mandato a balia, lontano. Ma questa finzione non valse. Quando il bambino avrebbe dovuto poter dire:
"Babbo! Mamma!", lo disse il pettirosso, che la Principessa teneva posato su un dito, e n'ebbe paura e gioia quasi nello stesso momento. Non lo potevano più tenere in gabbia: voleva volare qua e là, fare il chiasso con gli altri uccellini su pei rami degli alberi del giardino.
"Non aver paura, mamma! Non aver paura, babbo!"
E volava via, e li chiamava dalla cima di un albero, dalla grondaia di un tetto:
"Mamma! Babbo!"
E spesso portava con sé uno stormo di altri uccellini, passerotti, capinere, cardellini, raperini, pettirossi come lui. Entravano con un gran frullio d'ali, s'inseguivano di stanza in stanza, si posavano sulle cornici dei quadri e degli specchi, sui tavolini, sui letti, indisturbati, perché il Principe e la Principessa avevano paura d'incappare in qualche guaio peggiore di quello sofferto e per cui soffrivano ancora. Anzi la Principessa, visto che quell'invasione ormai accadeva ogni giorno, buttava qua e là miglio, midolle, bricioli, canapuccia, scagliòla, insalatina tritata, e teneva preparati beverini con acqua, ciotoline per potervisi bagnare. Si sarebbe divertita anzi, vedendosi trattata con tanta familiarità da tutti quegli uccellini che, prima, al suo apparire in una stanza, scappavano, se essi, in compenso, avessero badato un poco alla pulizia. Invece, sporcavano da per tutto, cantando, trillando, pigolando, quasi fossero in piena campagna.
"Ah, figliolo, figliolo! Dovresti farglielo capire".
"Compatiscili, mamma, non sanno di far male".
E in aprile e maggio, il castello era pieno di nidi. Non c'era stanza dove i passerotti, i cardellini, le capinere, i pettirossi non ne avessero collocati due, tre, come se il castello fosse stato casa loro. La Principessa ne trovava su le mensole, su i tavolini, negli angoli per terra, su i cassettoni, su gli armadi, su i canapè, su le poltrone, appesi alle branche delle lùmiere, dei saloni, e dei salotti, fin sul cielo del cortinaggio di camera. Ed era un andare, un venire, un pigolare di uccellini appena scovati e affamati con le testine in aria e i beccucci spalancati.
"Ah, figliuolo, figliuolo!"
"Quando sarò cresciuto, non avverrà più, mammina!..."
E quantunque fossero già trascorsi dodici anni, e il Principino parlasse spesso con lei, la povera Principessa non sapeva ancora difendersi da un'impressione di paura. Erano passati dodici lunghi anni, che al Principe e alla Principessa erano parsi dodici secoli! Ora il principino Pettirosso scappava via due volte al giorno e non si sapeva dove andasse. Andava certamente lontano, perché non si udiva più nei dintorni il gorgheggio del suo canto.


Stegg A.

"Principino, dove andate?"
"Vado in cerca della sposa".
"Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualità".
"E più buona che bella. Principessa o no, non importa".
"Sì, mamma! Sì babbo!".
E scappava via, e quando tardava a ritornare, Principe e Principessa passavano ore di angoscia mortale.
"Che gli sia capitata qualche disgrazia?"
"Non gli facciamo il cattivo augurio ...."
Appena,arrivava:
"Dove siete stato, Principino?"
"Avete trovato, Principino?"
"Sono stato in cento posti, ma non ho ancora trovato nulla".
"Come? Non ci sono più Principesse a questo mondo?"
"Ce ne sono, mamma, anche troppe, ma non fanno per me".
"E le altre donne?"
"Babbo, le buone non sono belle, e le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercherò, ho ancora tempo un anno".
"Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualità".
"E più buona che bella. Principessa o no, non importa".
"Sì, mamma! Si, babbo!"
E scappava via. La Principessa non poteva sopportare che il Principe dicesse al figlio: "Principessa o no, non importa".
"Come, non importa? Deve dunque abbassarsi fino al fango della terra?"
"Chi ha mai detto questo? Più buona che bella non significa fango, mi pare". "Vedrete che il Principino commetterà qualche sciocchezza".
"Ne commettiamo tutti"
"Ah! Mi rinfacciate ancora?! .... "
E continuavano a bisticciarsi, fino al ritorno del principino Pettirosso.
"Avete trovato?"
"Non ho trovato!"
"Mancano Principesse?"
"Manca quella che vorrei io".
"E le altre donne?"
"Le buone non sono belle, le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercherò ancora, babbo!"
"Principessa, come voi!"
"E più buona che bella. Principessa o no, non importa".
"Sì, mamma! Sì, babbo!"
E scappava via. Un giorno, finalmente, lo videro tornare con volo così impetuoso che lo credettero inseguito da qualche uccello di rapina. Volava per la stanza, facendo giri, intrecci: sembrava ammattito. Ci volle un pezzetto prima che si calmasse.
"Che cosa accade, Principino?"
"Ho trovato, mamma! Ho trovato!"
"Una Principessa?"
"Una più buona che bella?"
"Principessa, e più buona che bella! Sposerò Cingallegra".
"Ah, figlio, figlio mio!"
La Principessa dètte in un pianto che mai. Chi era Cingallegra? Egli dunque s'immaginava di dover restare pettirosso per tutta la vita! Ci mancava quest' altra disgrazia!
"Chi è Cingallegra?", gli domandò il Principe, angustiato anche lui.
"Colei che canta nell'orto del ramaio".
"È dunque una giovane?"
"Più buona che bella, come tu la volevi".
"Ed è figlia di un ramaio?"
"È più Principessa di me che ora sono pettirosso", rispose ridendo.
"Ah figlio! Figlio mio!"
E la Principessa, sentendogli dire queste cose, dava in un pianto più dirotto. Ora il principino Pettirosso andava via avanti l'alba e tornava col sole non ancora alto.
"Donde venite, Principino?"
"Da Cingallegra, mamma cara".
"Se mi volete bene, lasciatela andare. Cingallegra non fa per voi".
"Se la sentiste cantare, non direste così".
Ripartiva col sole vicino al tramonto e tornava prima che fosse sera inoltrata.
"Donde venite, Principino? "
"Da Cingallegra, babbo caro".
"E come canta Cingallegra?"
"Canta così".
Ma non gli riusciva di cantare con voce umana; gorgheggiava, gorgheggiava, e, dopo un pezzetto, si interrompeva:
"No, non è proprio così!"
E in camera, o su un ramo d'albero del giardino, gorgheggiava, gorgheggiava, provando, riprovando, interrompendosi all'ultimo:
"No, non è proprio così!"
La Principessa era inconsolabile. Pensava: 'Se non avessi distrutto il nido e rotto quegli ovicini, tutto questo non sarebbe accaduto! Ah, figlio mio, figlio mio!'
Né lei, né il Principe, intanto, si ricordavano che il principino Pettirosso era già sul punto di compire i vent'anni. Una mattina, che lo credevano volato via avanti l'alba, non vedendolo ritornare all'ora solita, Principe e Principessa stavano in gran pensiero.
"Che gli sia accaduto, qualche disgrazia?"
"Non gli facciamo il cattivo augurio! "
E si misero alla finestra, guardando verso il punto d'onde pel solito lo vedevano spuntare. Sentirono rumor di passi alle spalle... Principe e Principessa credettero impazzire dalla gioia.
"Sono io, mamma! Sono io, babbo!"
Il Principino aveva cessato di essere pettirosso, ed era un bel giovane, biondo come la madre, alto e ben fatto come il padre. I baci e gli abbracci non finivano più. La Principessa si immaginava che ora il Principino non avrebbe più parlato di Cingallegra. Invece ne riparlò subito. La madre ne fu desolata. II padre, più condiscendente, diceva:
"Poiché è più buona che bella!"
"La figliola di un ramaio! Non acconsento! Non acconsento!"
Il Principe, per calmarla, le disse:
 "Andiamo a prender consiglio dal mago Barba-d'oro".
"Andiamo a prender consiglio dalla fata Cicogna, che ne sa più di lui!"
Si decisero per la fata Cicogna. Ma la mattina che stavano per partire, alzano gli occhi e che cosa veggono? La fata Cicogna su una torretta del castello: il nido d'oro luccicava al sole sotto di essa, e tra l'intreccio delle barrette che figuravano da sterpi, si scorgeva il bianco degli ovi d'argento.
"Oh, fata Cicogna, noi venivamo da voi!..."

"Ha fatto mala bisogna
Chi ha detto fata Cicogna". 

"Fata Splendore! Fata Splendore! - gridò allora la Principessa.

"Tra le piume è nato un giglio, 
Non era figlio ed ora è figlio. 
Padella preparata, 
Frittata e non frittata!"

Aperse le ali, tese piedi, e la fata Cicogna volò via.
"Volete una risposta più chiara?", disse il Principe.
La Principessa chinò il capo, abbattuta.
"Padella preparata, è evidente, significa la figlia del ramaio".
"E frittata e non frittata che vorrà significare?"
"Significa, credo, che tutto andrà pel suo meglio. Ci ha lasciato il nido d'oro e le uova d'argento: è il buon augurio agli sposi".
Come il principe Pettirosso sposasse Cingallegra voi lo sapete da un pezzo e sapete anche che il ramaio e Reginotta furono accolti nel castello e beneficati da loro. Apprenderete oggi il resto, e le due fiabe saranno compiute.
Quando il principe Pettirosso rispondeva, ridendo, al padre:
"È più Principessa di me, che ora sono pettirosso", sapeva bene quel che diceva. In uno di quei giorni che volava attorno da mattina a sera in cerca di una sposa, Principessa come voleva sua madre, o più buona che bella come gli suggeriva suo padre, il Principino aveva incontrata la fata Cicogna.
"Dove vai, piccolo pettirosso?"
"Cerco la mia fortuna, una moglie".
"Vieni con me, te la trovo io".
"Principessa?"
"Principessa".
"Più buona che bella?"
"Più buona che bella! Eccola là". E gli mostrò Cingallegra che cantava, sciorinando i panni nell'orto.
"Più buona che bella può darsi, ma Principessa..."
"Principessa quanto te e più di te".
"Come mai?"
"L'hanno scambiata a balia, e i parenti non se ne sono accorti. La figlia del ramaio aveva una voglia di fragola sotto l'ascella, e Cingallegra non l'ha. Cingallegra è figlia di Principi. Ti basti di saper questo".
Infatti un giorno, a tavola, il principe Pettirosso disse al ramaio:
"Vostra figlia dovrebbe avere una voglia di fragola sotto l'ascella".
"Certamente; sembrava una fragoletta davvero".
"Ma Cingallegra non l'ha".
"Non l'ha?"
E così fu confermato quel che aveva detto fata Cicogna. Ma ora alla Principessa non importava più che Cingallegra fosse o non fosse figliola di ramaio. Non vedeva lume che per gli occhi di lei. Accade spesso così.

Frittata e non frittata, 
La fiaba è terminata.

Da:
"Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?", di Luigi Capuana

giovedì 6 marzo 2014

Cingallegra, Luigi Capuana

'era una volta un ramaio vedovo, che aveva due figliole: una, la maggiore, bella, bionda, alta e snella, con aria così superba, da sembrare che volesse tener discoste le persone; l'altra, bruttina ma piacente, e così modesta così buona, che bastava vederla e sentirla parlare per volerle subito bene.
Il padre era orgoglioso della figliola maggiore, e non nascondeva la sua predilezione. Stava tutta la giornata su l'uscio della bottega, battendo col martello caldaie, pentole, paioli, padelle sopra la incudinetta a palo fissata nel suolo; e continuando a lavorare, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, e li faceva ridere con le sue barzellette. Qualcuno, curioso, gli domandava:
"Ramaio, quando mariterete le figliole?"
"Presto. La maggiore la darò a un Reuccio; l'altra a chi vuol pigliarsela".
E quella, approfittando della debolezza paterna, se la passava senza far niente per non sciuparsi le mani, ben pettinata, bene agghindata, affacciata alla finestra quasi stesse davvero in attesa del Reuccio, mentre la sorella doveva affaticarsi a tener pulite le stanzette del mezzanino, a preparare il desinare e la cena, a fare il bucato nell'orticello a pianterreno, a sciorinarvi i panni lavati, con l'unico svago di coltivare, nelle ore libere, una aiuola di fiori in un cantuccio.
E spazzando, spolverando, accendendo il fuoco nei fornelli, risciacquando il bucato e innaffiando i fiori, cantava, cantava, cantava. Aveva una vocina sottile, intonata, che faceva fermar la gente ad ascoltarla dalla via con grande rabbia della sorella maggiore. Le vicine per ciò l'avevano soprannominata la Cingallegra del ramaio.
Alla superbiosa che se ne stava tutto il santo giorno alla finestra, ben pettinata, bene agghindata, con le mani in mano per non sciuparsele, nessuno badava; gli operai, perché sapevano che non si sarebbe mai degnata di sposare uno di loro; i signori perché non volevano abbassarsi a prendere per moglie la figlia d'un ramaio, e neppure farla insuperbire di più, mostrando di ammirarne la bellezza.


Von Blaas E.


Gli anni passavano, e inutilmente il ramaio ripeteva:
"La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela".
Qualcuno, per ripicco, gli rispondeva:
"Ho paura, ramaio, che vi spighiscano in casa".
E lui, picchiando più forte sull'oggetto che aveva per le mani, pentola, paiolo, padella o caldaia, rispondeva:
"La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela".
'La vanità gli ha fatto andar il cervello a spasso', pensava la gente.
Nell'orticello a pianterreno c'era un albero di pesco. Da qualche tempo in qua, appena Cingallegra - anche il padre e la sorella la chiamavano così, ma con tono di sprezzo - appena Cingallegra si metteva a cantare, ecco un frullìo di ali che le faceva alzare gli occhi. Un pettirosso le volava sulla testa, quasi a portata di mano; si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco, riprendeva a volare cinguettando, trillando. Pareva volesse imitare il canto della figlia del ramaio, e che si stizzisse di non riuscirvi. E siccome essa, distratta dall'arrivo dell'uccellino, cessava di cantare, questi, dondolandosi su una rama, se ne stava zitto aspettando.
"Vuoi sentirmi cantare, bell'uccellino?"
Il pettirosso con un trillo faceva intendere: si! si!
E Cingallegra cantava. L'uccellino ascoltava, continuando a dondolarsi allegramente; e, appena essa taceva, riprendeva a provarsi di modulare il canto, tentando di imitarla, ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Ora che Cingallegra aveva questo svago, a ogni momento di libertà, scendeva sùbito nell'orticello e si metteva a cantare. Il pettirosso però veniva a ore fisse, due volte al giorno, la mattina prima della levata del sole, la sera verso il tramonto. Quando egli non era là, Cingallegra si sentiva sola più dell'ordinario, e faceva di malavoglia le faccende di casa.
La sorella, che se ne stava a grogiolarsi nel letto, non poteva soffrire il canto mattiniero di Cingallegra.
"La vuoi smettere di cantare all'alba? Mi impedisci di dormire".
"La vuoi smettere di dormire fino a tardi? Mi impedisci di cantare".
Ah! Diventava impertinente? E la maggiore se ne lagnò col padre.
"Ed anche si burla di me chiamandomi Reginotta!"

Von Blaas E.


Il padre, che non ci vedeva dagli occhi per lei, rimproverò Cingallegra.
"Le faccio la serva: non basta? Io spazzare, io spolverare, io fare il bucato, io sciorinare i panni, io preparare da mangiare!... E non è vero che voi dite: La maggiore la darò al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela? Dunque Reginotta le sta bene. Lasciatemi un po' sfogare col canto!"
E la mattina, prima del levare del sole, scendeva nell'orticello, si sedeva sotto il pesco e cominciava a cantare. Da li a poco, ecco un frullio d'ali: era il pettirosso che arrivava cinguettando, trillando, gorgheggiando. Si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco dondolandosi su una rama, e pareva che stesse ad ascoltare. E Cingallegra cantava, cantava cantava, piano, quasi volesse fargli la lezione e dargli agio di apprenderla bene. E appena ella taceva, il pettirosso riprendeva a provarsi di imitarla; ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Intanto, di giorno in giorno, scendeva a dondolarsi su una rama più bassa. Le volte, però, che Cingallegra si rizzava in piedi e alzava un braccio per afferrarlo, scappava, senza mostrarsi molto spaurito, e tornava subito allo stesso posto.
"Pettirosso, perché non ti lasci prendere?"
E il pettirosso rispondeva con un rapido trillo, quasi dicesse:"Questo no!" "Pettirosso, mi vuoi bene?"
E il pettirosso rispondeva con un lieve gorgheggio, quasi volesse dire: "Tanto! Tanto!"
"Pettirosso, dovresti venire a posarti su questo dito; ti darei un po' di zucchero".
E glielo mostrava. Il pettirosso faceva le viste di accorrere, aliava attorno alla mano con l'indice teso, e via su la rama a dondolarsi e a trillare.
"Pettirosso, sei cattivo. Non canterò più".
Il ramaio, dalla bottega, le dava la voce:
"Cingallegra, con chi parli?"
"Parlo da me! vi dispiace?"
Ah! Diventava impertinente! Indispettito della risposta, il ramaio la minacciò:
"Per le matte c'è il bastone".
E salito su, disse alla figlia maggiore:
"Quando Cingallegra è nell'orto, affacciati alla finestra di cucina senza farti scorgere da lei. Guarda che cosa fa e con chi parla".
Il giorno dopo egli fu stupito di sentire che Cingallegra parlava con un pettirosso. "Cingallegra ha trovato marito!", la schernì a cena la sorella.
"Meglio di Reginotta, che non trova un cane che la voglia".
Il ramaio le allungò un ceffone: "Non si risponde così alla sorella maggiore!" L'indomani, il sole era alto, e Cingallegra non si era levata dal letto.
"Cingallegra, c'è da. fare il bucato".
"Reginotta ha le mani come me".
"Cingallegra, e il desinare?"
"Reginotta ha le mani come me".
Ma che cosa era accaduto da farla diventare tutt'a un tratto così impertinente? - "Cingallegra, c'è tuo marito nell'orto. Ah ah!"
Il pettirosso trillava forte e gorgheggiava: pareva che chiamasse e si spazientisse di attendere. Alla intonazione di scherno e alla risata della sorella, Cingallegra balzò giù dal letto, dicendo:
"Il Reuccio non è mai venuto a cantare per te!"


Von Blaas E.


E, appena vestitasi, corse ad affacciarsi alla finestra, che dava nell'orticello.
Il pettirosso si sgolava; volava attorno, saltellava da un ramo all'altro, e Cingallegra godeva di vederlo stizzito a quel modo.
Gli aveva detto:
"Pettirosso, sei cattivo! Non canterò più."
E voleva mantenere la parola. Ma ecco che l'uccellino va a posarsi sul davanzale e si lascia prendere e accarezzare, e risponde alle carezze con delicati colpettini di becco sulle dita.
"Ti sei finalmente deciso? Ora ti metto in una gabbia e starai sempre con me". Così erano due che cantavano da mattina a sera, con gran fastidio di Reginotta. Cingallegra, intanto che spazzava, o spolverava, o faceva bollire il bucato, o sciorinava i panni, o preparava il desinare e la cena, e il pettirosso che dalla sua bella gabbia l'accompagnava con tali acuti trilli e gorgheggi da sembrare che facessero a gara a chi cantasse più forte. La gente si fermava ad ascoltarli dalla via. "Brava, la Cingallegra del ramaio! Brava! Brava!"
Reginotta masticava bile; e se qualcuno tornava a domandare, scherzando:
"Ramaio, quando mariterete le figliole?", ella rispondeva, prima di suo padre:
"Badate ai fatti vostri, e non vi curate di quelli degli altri!"
Il ramaio però, cocciuto, soggiungeva subito:
"Presto. La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela".
"Me la piglio io!"
Il ramaio si voltava di qua, e di là, per scoprire se qualcuno nascosto in fondo alla bottega avesse risposto in quel modo.
"Chi sei tu, che vuoi pigliartela?"
"Io! Io! Io! Io! Io! Io!"
Era il pettirosso che sembrava rispondesse così, con uno dei suoi più squillanti trilli. Possibile?
"Hai inteso?", disse il ramaio alla figlia maggiore che, non contenta di starsene ben pettinata, ben agghindata, alla finestra, scendeva, da un pezzo, a sedersi davanti all'uscio della bottega, per mettersi più in mostra.
"Hai inteso? Ti par naturale che un pettirosso risponda cosi?"
E ripeté:
"Chi sei, che vuoi pigliartela?"
"Io! Io! Io! Io! Io! Io!"
A quel trillo squillante del pettirosso, Reginotta si rizzò a sedere inviperita, e corse su per afferrarlo e torcergli il collo. Ma appena toccò la gabbia per aprire la porticina: Ahi! Ahi! Ahi! - le dita delle mani le si contorsero orribilmente; più non parevano di creatura umana, ma di qualche bestia mostruosa, con le ugne aguzze, e tutte coperte di scaglie. Sentendo strillare e piangere la sua prediletta, il ramaio accorse, furibondo, ma, alla vista di quelle mani miseramente deformate, rimase di sasso.
Accorse anche Cingallegra che non sapeva niente di quel che era accaduto.
"Scellerata! Scellerata! Guarda che cosa ha fatto il tuo pettirosso!"
"La colpa non è mia, babbo!"
"Voleva ammazzarmi!"
Anche Cingallegra fu spaventata sentendo parlare il pettirosso. Era dunque un uccellino fatato? Cingallegra ne aveva avuto qualche sospetto; ora però non ne poteva dubitar più. E non osava accostarsi alla gabbia, né rivolgere la parola al pettirosso. Le mani contorte e scagliose di Reginotta le fecero gran pietà. Era stata punita giustamente del tentativo feroce, ma Cingallegra pensava che sua sorella aveva l'animo irritato dal non vedersi richiesta da nessuno, e che per ciò era degna di compatimento e di perdono, se non aveva saputo frenarsi. Si fece animo, si chinò sulla gabbia dove il pettirosso saltava da uno stecco all'altro, e mormorò teneramente:
"Te ne prego, pettirosso mio!" E intendeva dire: "Restituiscile le mani bianche e belle come prima".
La porticina della gabbia si aperse da sé, e il pettirosso venne fuori, volò sulle mani di Reginotta, e cominciò a beccargliele delicatamente. In meno che si dice, erano diventate belle bianche come prima. La superbiosa non ringraziò neppure con un cenno del capo; voltò le spalle e andò ad affacciarsi alla finestra, come se niente fosse stato. E il mezzanino e l'orticello tornarono a risonare dei canti di Cingallegra e del pettirosso, e la bottega del ramaio dei colpi di martello con cui egli batteva, su l'incudinetta a paio, caldaie, pentole, paioli, padelle. Sempre di buon umore, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, ma se qualcuno gli domandava: "Ramaio, quando mariterete le vostre figliole?", invece di rispondere al solito, picchiava rabbiosamente col martello su l'oggetto che aveva per le mani: pentola, padella, paiolo o caldaia, e brontolava le parole così sottovoce, da non far intendere quel che diceva. Diceva: "Pur troppo ho paura che mi spighiscano in casa!"

Von Blaas E.


E intendeva particolarmente la maggiore.
Il pettirosso di Cingallegra, dopo quel che aveva visto e udito, lo faceva fantasticare. Chi era quell'uccellino fatato? Forse il Reuccio destinato alla figliola maggiore. Vedendo nell'orticello soltanto Cingallegra, l'aveva sbagliata, e forse anche si era lasciato lusingare dalla voce di lei.
"Perché non canti tu pure? Chi sa non venga un pettirosso fatato anche per te". Reginotta alzò sdegnosamente le spalle e non rispose.
"Ne ho pensato un'altra. Comprerò una gabbia e un pettirosso identici a quelli di Cingallegra, li scambieremo, e..."
Reginotta, senza neppure lasciarlo finire di parlare, alzò sdegnosamente le spalle e non rispose. Il padre, che le voleva troppo bene, si angustiava di vederla continuamente triste a quel modo; e malediva il momento in cui gli era venuto in testa di dire alla gente: "La maggiore la darò al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela!"
Una mattina entrò nella bottega un giovane, di aspetto rozzo, vestito da contadino, con scarpe grosse e cappellone di paglia.
"Compare, che cosa cercate?"
"Una pentola e una moglie".
"La pentola eccola qui. La moglie... Sentite? Ho una figlia che canta meglio d'una cingallegra; se la volete pigliatevela".
"Non compro gatta in sacco".
"Ve la faccio vedere. Ohe, Cingallegra!"
Invece di Cingallegra, si presentò Reginotta.
"Questa non è per voi".
"Allora... tornerò domani".
"E la pentola?"
"Pentola e moglie tutto a una volta".
E appena colui era andato via, accorse Cingallegra.
"Dov'eri? Che cosa facevi?"
"Governavo il pettirosso".
"Hai perduto la fortuna: un marito".
"Il marito che mi vuole sarà qui fra otto giorni".
Il ramaio e la Reginotta si guardarono stupiti. E questa fece subito:
"Dovrà sposare prima di me?"
Era diventata verde dalla bile. Otto giorni dopo, il contadino tornava.
"Compare, che cosa cercate?"
"Una pentola e una moglie".
"La pentola eccola qui. La moglie... Oh! Cingallegra! Se la volete pigliatevela". Invece di Cingallegra si presentava Reginotta.
"Questa non fa per me. Tornerò domani".
"Aspettate: ecco l'altra mia figliola".
Il contadino quasi cantilenando disse:

"Manine che per gli altri vi sciupate, 
D'oro e brillanti coperte sarete.
Piedini che per casa troppo andate, 
Su bei cuscini vi riposerete; 
Vocina che nell'orto ora cantate, 
Gioia di casa mia diventerete.
Cingallegra, mi volete?"

"Vi voglio se vuole mio padre".
"Ne riparleremo, compare, quando avrò maritata la maggiore".
Reginotta aveva dato al padre un'occhiataccia, per questo il ramaio rispondeva così.
"Allora... tornerò tra un mese".
"E la pentola?"
"Pentola e moglie tutto a una volta".
Reginotta, dalla bile, era diventata ancora più verde. Quel zoticone, aveva osato dire: "Questa non fa per me!"
Cingallegra intanto era tornata su, e cantava, cantava, sventolando il fuoco sotto i fornelli. Il pettirosso che già aveva imparato bene, cantava insieme con lei, e si facevano udire per tutta la via. E la gente: "Brava Cingallegra e il suo pettirosso!"

Stegg A.


Un mese dopo, riéccoti il giovane contadino.
"Compare, che cosa cercate?"
"Una pentola e una moglie".
"La pentola eccola qui... La moglie..."
"Eccola qua! Mi volete, Cingallegra?"
"Vi voglio, se vuole mio padre".
"E pigliatevela e portatela via! Ma senza dote né niente!", rispose il ramaio che non ne poteva più.
"La sola gabbia del pettirosso!"
"E una pentola, Cingallegra!"
"Niente, neppure una padellina!", disse il ramaio.
"Tenetevi pentole, paioli, padelline, caldaie, sono tutti bucati e non servono!..."
Il ramaio non aveva badato a queste parole. Ma non appena Cingallegra e il suo sposo erano andati via portando con sé soltanto la gabbia vuota, perché il pettirosso una mattina era scomparso, il ramaio cominciò a disperarsi.
Quando era sul punto di dar l'ultimo colpo a una pentola, a un paiolo, a una padellina, a una caldaia, gli accadeva di picchiare così forte col martello, da farvi un buchino. E più egli tentava di rimediare quel guasto, e più il buchino si allargava. Gli avventori venivano, guardavano bene, e accorgendosene non compravano; e così la bottega si screditava. Di Cingallegra e di suo marito non si sapeva nessuna notizia. Ora il ramaio rimpiangeva quella figliola da lui maltrattata per dar ragione alla sorella maggiore; la casa era divenuta un sudiciume, non ostante che egli avesse dovuto prendere una donna per i servigi. Si desinava male, si cenava peggio: e per giunta gli affari andavano a rotta di collo con quelle caldaie, pentole, padelle, e quei paioli tutti bucati che nessuno voleva comprare.
Intanto, Reginotta continuava a menare la stessa vita di prima: si levava da letto tardi, e poi pettinata, bene agghindata, se ne stava alla finestra o giù in bottega per mettersi in mostra, e non si accorgeva che gli anni passavano e che lei, dalla bile, imbruttiva. Ma un giorno ci mancò poco che non le cogliesse un accidente. Era venuto un giovane signore a comprare molti oggetti di rame. Sceglieva questo e quello, senza osservarli bene e faceva mettere da parte gli oggetti di suo gradimento: un gran cumulo.
Il ramaio si sentiva tremare il cuore pensando:
'E se si accorge dei buchini?'
Quel signore continuava a scegliere senza osservare bene gli oggetti; sembrava che volesse proprio portar via tutta la bottega.
"E questa quando la mariteremo? L'altra è stata fortunata, sposando un cugino del Re!"
"Un contadino, volete dire!"
"Un cugino del Re, ragazza mia. Come? non lo sapete?"
"E dove si trovano?", domandò il ramaio.
"Come? Non lo sapete? Si cammina un giorno e una notte e si arriva a piè di una montagna coperta di boschi. In alto, a mezza costa, c'è il gran castello del cugino del Re. Per ora si trovano colà... Facciamo il conto, ramaio".
Il ramaio volle mostrarsi onesto, e gli disse:
"Prima di pagare, signore, riguardate bene gli oggetti".
Guarda, volta, rivolta, con stupore del ramaio, non c'era in nessuno di essi il minimo buchino.
"Mettete ogni cosa da parte; manderò un servitore domani".
Pagò e andò via.
"Perché piangi, figliola?"
"Perché sono disgraziata!"
"Non disperare. Com'è venuta la fortuna per tua sorella, verrà un giorno o l'altro anche per te".
Una mattina il ramaio vide fermarsi davanti alla bottega un ragazzaccio col vestito a sbrendoli e i piedi scalzi; sembrava mezzo scemo.
"Che cosa vuoi? Come ti chiami?"
"Mi chiamo Reuccio".
Il ramaio trasalì. E senza chieder altro, lo invitò a entrare, a sedersi e corse su dalla figliola.
"È arrivato il Reuccio! Travestito, per non farsi riconoscere; i grandi sogliono fare così".
Reginotta, fuor di sé dalla gioia e dalla vanità, si alzò, si agghindò, e scesa giù, si fece avanti con un grand'inchino:
"Ben venuto, Reuccio!"
"Questa è mia figlia, Reuccio!"
Un grand'inchino anche lui, e soggiunse:
"Comandate, ordinate, fate come se foste in casa vostra".
"Datemi una bella fetta di pane. Non mangio da ieri".
"Altro che pane, Reuccio!"
E mandò la donna a far spesa larga. A Reginotta quegli sbrendoli parevano una ricchezza. Pensava che il Reuccio, travestendosi a quel modo, le dava una gran prova di affezione. E vedendolo divorare come un lupo, a tavola, pensava che doveva costargli molto il fingere di essere affamato. Più Reuccio mostrava in viso il gran stupore di vedersi trattato così, e più il ramaio e la figlia si confermavano che fosse venuto in incognito per conoscerla meglio.
"Ti ha detto niente?", domandava il padre.
"Niente. E a te? Aspettiamo!"
"Aspettiamo!"
Reuccio mangiava, beveva, dormiva, ingrassava a vista d'occhio, ma di chiedere la mano della figlia del ramaio non se ne ragionava. Il ramaio tentava di portare il discorso intorno alle nozze, ma Reuccio non capiva o fingeva di non capire. La figlia fu meno paziente del padre, e una mattina disse a Reuccio:
"Se siete venuto per sposarmi, sposiamoci subito".
"Ah! Ah! Ah!", Reuccio si contorceva dalle risa.
"Perché ridete, Reuccio?"
"Ahi Ah! Ah!.. Sposiamoci pure!"
"Così, con codesti cenci?"
"Fatemi voi un bel vestito. Ah! Ah! Ah!", Reuccio rideva come un matto. Reginotta era dispiacente di dover sposarsi senza carrozze, senza festa, come una popolana qualunque; ma, pur di diventare Reginotta davvero, si rassegnava.
La festa e il resto verrebbero poi; e allora toccava alla Cingallegra di crepare di invidia e di rabbia. Sposarono alla chetichella. Ma trascorsi parecchi giorni, e vedendo che le cose andavano come prima, cioè che colui mangiava, beveva, dormiva, ingrassava, e non accennava a condurla al palazzo reale del suo regno, Reginotta non si ritenne più:
"Insomma, Reuccio, quando andiamo al palazzo reale?"
"Quando voi volete, moglie mia".
La prese sotto il braccio e la condusse davanti al palazzo reale.
"Non entriamo?"
"Non s'entra, ci sono le guardie".
"E voi non siete il Reuccio? Non comandate ad esse?"
"Mi chiamo Reuccio ma non sono Reuccio".
"Non siete Reuccio? Ah furfante!"
E gli si gettò addosso, per accopparlo. Ma Reuccio le assestò certi pugni sul viso da illividirle le guance. Accorse gente, e li divisero. Tutti domandavano: "Che cosa è stato? Niente. La figlia del ramaio che letica col marito!"
Tornò a casa sola, mezza pazza dal gran disinganno.
"Questa è una infamità di mia sorella Cingallegra!"
"Non era il Reuccio?"
"No babbo: si chiamava Reuccio! Che vergogna! Che vergogna! Bisogna andar via da questo paese, o m'impicco a una trave!"
Il padre che ora, vedendola così disgraziata, le voleva più bene, fece caricare tutta la roba su due carri. Partirono di nottetempo. Dopo un giorno e una notte, arrivarono a piè di una montagna coperta di boschi. A un punto della strada, incontrarono un cacciatore.
"Non proseguite, buona gente. È straripato il fiume e ha inondato la campagna".
"Grazie, cacciatore. E dove potremo ricoverarci?"
"Venite con me. Starete bene".
Potevano mai immaginarsi di capitare nel castello dov'era sposa felice Cingallegra, e che quel cacciatore fosse il principe Pettirosso? Ma Cingallegra li accolse con tanta cordialità che la superbiosa Reginotta sentì spezzarsi il cuore e pianse dolcissime lacrime di ravvedimento. Il ramaio poi non stava nei panni dalla contentezza di aver ritrovato sua figlia Principessa come si ostinava a chiamarla, non ostante che lei e il Principe gli ripetessero:
"Siamo sempre Cingallegra e Pettirosso".
Quel che avvenne dopo, e perché il Principe si chiamasse Pettirosso, ve lo racconterò un'altra volta, se vi piacerà di saperlo. Per oggi, al solito:

Larga la foglia, stretta la via
Dite la vostra che ho detto la mia.

Da:
"Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?", Luigi Capuana.

sabato 4 gennaio 2014

Rosabianca e Rosarossa, Grimm n.161

'era una volta una povera vedova, che viveva in una modesta casetta con le sue due bambine. Le aveva chiamate Rosabianca e Rosarossa perché erano simili ai boccioli rossi e bianchi dei due rosai che crescevano davanti alla sua porta: ed erano buone, pie, laboriose e gentili. Rosabianca era più tranquilla e remissiva, Rosarossa, più spensierata e vivace. A Rosarosa piaceva correre e saltare per i prati, andare a caccia di farfalle e cogliere fiori di campo, mentre Rosabianca stava volentieri in casa ad aiutare la mamma nelle faccende, oppure le leggeva qualche libro mentre ella cuciva. Le due bambine si volevano molto bene e si tenevano per la mano quando andavano fuori insieme: dicevano che non si sarebbero mai separate e che avrebbero sempre diviso fraternamente ogni cosa. Spesso si addentravano parecchio nella foresta a cercare fragole e mirtilli, ma gli animali feroci non facevano loro alcun male. Le lepri venivano a mangiare le foglie di cavolo che le bimbe porgevano loro, i caprioli pascolavano senza timori, le capre saltellavano intorno giocando, e gli uccellini rimanevano a gorgheggiare sui cespugli, senza fuggire al loro avvicinarsi. Non capitava loro mai niente di male e, se indugiavano nella foresta e la notte le sorprendeva, si sdraiavano sul muschio e dormivano tranquille fino alla mattina dopo. La mamma non aveva alcun timore, pur sapendole sole nel bosco.
Una mattina, dopo aver trascorso la notte nella foresta, quando la luce dell'alba le svegliò, videro una bella fanciulla vestita di un bianco abbagliante che stava seduta vicino al loro giaciglio. Ella s'alzo guardandole con amore e, senza dir nulla, rientrò nella foresta. Quando le bimbe si guardarono intorno, si accorsero che il luogo dove avevano dormito era sull'orlo di un precipizio, nel quale sarebbero certo precipitate se nel buio avessero fatto due passi in più. La mamma disse che l'apparizione che avevano veduta era, senza dubbio, uno degli angeli che proteggono i bambini buoni da ogni pericolo. Rosabianca e Rosarossa tenevano la loro casetta così pulita che era un vero piacere entrarvi. Ogni mattina, in estate, Rosarossa metteva prima in ordine la casa e poi coglieva un mazzolino di fiori per la mamma, e ci metteva sempre un bocciolo bianco e uno rosso che prendeva da ciascuno dei due rosai. Ogni mattina, in inverno, Rosabianca accendeva il fuoco e vi poneva sopra, piena d'acqua, la caffettiera, che, benché fosse solo di rame, splendeva come l'oro tanto era tirata a lucido. La sera, quando cadevano i fiocchi di neve, la mamma diceva: "Rosabianca, va' a chiudere la porta con il catenaccio", e poi si sedevano intorno al camino, e la mamma si metteva gli occhiali per leggere un grosso libro a voce alta, mentre le bambine filavano. Accanto a loro, stava accucciato un agnellino domestico e, dietro, appollaiato sopra una pertica, c'era un piccioncino bianco, che dormiva con la testolina sotto l'ala.

Hey P.

Una sera, mentre sedevano così pacificamente, si sentì un colpo alla porta, come se qualcuno volesse entrare. "Presto, Rosarossa - esclamò la madre - presto, apri la porta, ci sarà qualche viaggiatore che ha bisogno di asilo."
Rosarossa tirò il catenaccio e aprì la porta, aspettandosi di vedere un pover'uomo; invece, fece capolino un orso grande e grosso. Rosarossa cacciò un grido e tornò indietro di corsa, l'agnellino belò, il piccione svolazzò sulla pertica e Rosabianca si nascose dietro il letto della mamma. L'orso, però, si mise a parlare e disse: "Non abbiate paura, non vi voglio fare del male, ma sono mezzo congelato e vorrei scaldarmi un poco."
"Povero orso! - esclamò la mamma - vieni dentro e sdraiati davanti al fuoco, ma sta' attento a non bruciarti il pelo".
E poi continuò: "Venite qui, Rosarossa e Rosabianca, non abbiate timore, l'orso non vi farà del male: vedete che le sue intenzioni sono buone."
Così esse si avvicinarono, e, pian piano, anche l'agnello e il piccione dominarono la loro paura e fecero buona accoglienza al selvatico visitatore.
"Bambine - disse l'orso prima di entrare - venite a scuotermi di dosso la neve." Esse andarono a prendere le scope e gliela spazzarono via tutta. Allora l'orso si distese davanti al fuoco e fremeva dalla contentezza; a poco a poco le bambine presero tanta confidenza con lui da osare fargli degli scherzi: gli tiravano il pelo, gli mettevano i piedi sulla schiena, lo facevano rotolare avanti e indietro e arrivarono perfino a picchiarlo col battipanni, ridendo quando lui brontolava.

Spirin G.

L'orso sopportava serenamente tutti questi giochi e, se picchiavano troppo forte esclamava: La vita a me lasciate, Rosabianca e Rosarossa, o mai vi maritate! Quando venne l'ora di andare a letto e le bimbe si coricarono, la madre disse all'orso: "Puoi dormire qui davanti al camino, se vuoi: così starai al riparo dal freddo e dal cattivo tempo."
Appena spuntò l'alba, le bambine fecero uscire l'orso, che se ne trotterellò via sopra la neve: e ben presto prese l'abitudine di tornare alla capanna ogni sera alla stessa ora. Si sdraiava davanti al fuoco e lasciava che le bambine giocassero con lui finché volevano; a poco a poco, esse si abituarono talmente alla sua presenza che non mettevano il catenaccio alla porta finché non era arrivato.

Spirin G.

Ma, appena ritornò la primavera, e tutto era verde nella campagna, una mattina, l'orso disse a Rosabianca che doveva lasciarla e che non sarebbe tornato per tutta l'estate. "Dove vai, allora, caro orso?" chiese Rosabianca.
"Sono costretto a stare nella foresta per custodire i miei tesori dai nani cattivi. Durante l'inverno, quando il gelo indurisce la terra, essi se ne devono stare rintanati nelle loro grotte e non possono uscire, ma, ora che il sole ha riscaldato la terra e l'ha ammorbidita, i nani scavano lunghe gallerie e rubano tutto quello che trovano. Ciò che passa nelle loro mani e che essi nascondono nelle loro grotte non si può riavere facilmente." Rosabianca era molto triste per la partenza dell'orso, e gli aprì la porta così malvolentieri, che, quand'esso sgattaiolò dalla fessura, lasciò sulla maniglia un pezzetto di pelliccia: e nel buco prodottosi nel suo mantello parve a Rosabianca di intravedere un luccichìo d'oro; ma non ne fu sicura. L'orso se ne andò in fretta, e, presto, fu nascosto dagli alberi. Poco tempo dopo, la mamma mandò le bimbe nel bosco a raccogliere legna e, mentre erano intente a cercare ramoscelli secchi sparsi sul terreno, s'imbatterono in un albero caduto per traverso sul sentiero. Videro qualcosa tra l'erba che andava su e giù e, all'inizio, non capirono che fosse: ma quando si furono avvicinate, videro un nano dalla faccia vecchia e grinzosa e dalla candida barba lunga un metro. La punta della barba era incastrata in una fessura del tronco e l'omino saltava qua e là come un cane legato alla catena, non sapendo come fare a liberarsi. Guardò le bambine con gli occhi fiammeggianti e strillò:
"Che cosa fate lì senza muovervi? Non ve ne andrete senza aiutarmi, vero?"
"Che cosa avete fatto, nonnino?" domandò Rosarossa.
"Quanto sei sciocca e curiosa - esclamò quello - volevo spaccare l'albero per fare legna per la mia cucina. Avevo messo il cuneo e tutto procedeva bene, quando esso è saltato via a un tratto e la spaccatura si è richiusa così presto che non ho fatto in tempo a tirare indietro la mia bella barba, e ora è presa lì dentro e non posso andarmene. Ecco! Non ridete, visi di cartapesta? Siete dunque rimaste incantate?" Le bambine riunirono i loro sforzi per tirare fuori la barba del nano, ma non vi riuscirono.
"Corro a cercare aiuto" gridò Rosarossa, alla fine.
"Sei un cervello sciocco e una testa bacata - gridò il nano - Che bisogno c'è di chiamare altra gente? Voi due siete anche di troppo per me; non potete trovare altro rimedio?"
"Non vi spazientite - replicò Rosabianca - ho pensato a qualcosa", e, tirando fuori dalla tasca le sue forbicine, tagliò la punta della barba.

Spirin G.

Appena il nano si sentì libero, afferrò il suo sacco, che era nascosto fra le radici dell'albero ed era pieno d'oro. Ma si guardò bene dal mostrarsi riconoscente: si gettò sulle spalle la bisaccia e se ne andò con aria corrucciata, brontolando e gridando: "Stupide, tagliare un pezzo della mia barba!"
Un po' di tempo dopo, Rosabianca e Rosarossa se n'andarono a pescare; quando si avvicinarono allo stagno, videro qualcosa che sembrava una grossa cavalletta
che saltellava sulla riva come se stesse per balzare nell'acqua. Corsero a vedere e riconobbero il nano.
"Che cosa state facendo?- domandò Rosarossa - Cadrete nell'acqua!"
"Non sono tanto scemo - rispose il nano - ma non vedete che questo pesce mi ci tira dentro?!"
Il nano stava pescando e il vento aveva imbrogliato la sua barba col filo della lenza in modo che, quando un grosso pesce aveva abboccato all'amo, le forze del piccolo essere non erano più state sufficienti a tirarlo su, e il pesce era sul punto di avere la meglio nella lotta. Il nano si aggrappava ai salici e ai cespugli che crescevano sulla riva, ma anche questo non serviva: il pesce lo tirava dove voleva e lo avrebbe portato ben presto nello stagno. Per fortuna, le due fanciulle arrivarono in tempo e cercarono di liberare la barba del nano dal filo della lenza, ma essa si era talmente attorcigliata che non fu più possibile sciogliere quell'intrico. Rosabianca tirò fuori le forbici e tagliò un altro pezzo di barba.



Ethel Franklin Betts


Quando il nano se ne accorse, montò su tutte le furie ed esclamò:
"Sciocche! E' questa la maniera di sfigurarmi? Non vi bastava tagliarmela una volta? Dovevate anche togliermene la parte migliore? Non avrò più il coraggio di farmi vedere dalla mia gente! Sarebbe stato meglio che vi si fossero consumate le suole dalle scarpe prima di arrivare qui!"
Ciò dicendo, sollevò un sacco di perle che stava fra i cespugli e, senza aggiungere parola, scivolò via e sparì dietro una pietra. Non molto tempo dopo
quest'avventura, la mamma di Rosarossa e Rosabianca ebbe bisogno di filo, aghi, spilli, merletti e nastri, e mandò le figliole a comprarli nella città più vicina. La strada passava per una zona disseminata di massi, ele fanciulle scorsero, proprio al disopra delle loro teste, un grande uccello che volava a spirale, abbassandosi via via, finché, ad un tratto, piombò dietro a uno di quei massi. Udirono un grido lacerante, e, accorrendo, videro con orrore che l'aquila aveva afferrato la loro vecchia conoscenza, il nano, e cercava di portarlo via. Le bimbe compassionevoli lo afferrarono a loro volta e lo tennero forte finché l'uccello rinunciò a lottare e se ne volò via. Però, appena il nano si riebbe dalla paura, esclamò con la sua vocetta acuta:

 
 Spirin G.


Goble W.


"Non potevate tenermi con più garbo? Avete afferrato la mia giacca marrone in modo tale che è tutta strappata e piena di buchi. Ficcanaso e pettegole che non siete altro!" Con queste parole si caricò sulle spalle un sacco pieno di pietre preziose e scivolò nella sua grotta fra le rocce. Le ragazze ormai erano abituate all'ingratitudine del nano, e seguitarono la loro strada fino alla città, dove fecero le loro compere. Tornando a casa, ripassarono da quella località e, senza accorgersene, attraversarono una radura sulla quale il nano, pensando d'essere solo, aveva sparso le pietre preziose del suo sacco. Il sole brillava e le pietre luccicavano rifrangendo i suoi raggi: c'era una tale varietà di colori che le bambine si fermarono ad ammirarli stupite.
"Che cosa state a fare lì a bocca aperta?" domandò il nano, mentre il viso gli diventava paonazzo per la rabbia. Continuava a gridare improperi contro le povere fanciulle, quando si udì un ringhio e un grande orso nero venne fuori dalla foresta. Il nano diede un balzo, terrorizzato, ma non fece in tempo a rientrare nel suo antro prima che l'orso lo raggiungesse. Allora gridò: "Risparmiami, caro signor orso, ti darò tutti i miei tesori, e anche queste pietre preziose. Concedimi la vita: che puoi temere da un piccolo essere come me? Non mi sentiresti nemmeno fra le tue zanne. Qui ci sono due bambine cattive, due teneri bocconcini, grasse come quaglie: mangia loro!" L'orso però, senza darsi la pena di parlare, dette una zampata a quel nano senza cuore, che non si mosse più. Le bambine stavano per fuggire, ma l'orso le chiamò: "Rosabianca, Rosarossa, non temete, aspettatemi che vi accompagno!"

Spirin G.

Esse riconobbero allora la voce del loro amico e si fermarono rassicurate. Ma quando l'orso arrivò loro vicino, il suo mantello gli cadde di dosso e apparve uno splendido giovanetto, vestito tutto d'oro.
"Sono il figlio di un re -  disse - ed ero stregato da quel nano cattivo che aveva rubato tutti i miei tesori, condannandomi a errare in questa foresta sotto forma di orso finché la sua morte non mi avesse liberato. Ora ha finalmente ricevuto il castigo che si meritava."
Così se ne tornarono alla casetta: Rosabianca sposò il bel principe e Rosarossa il fratello di lui, e si divisero l'immenso tesoro che il nano aveva raccolto. La vecchia madre visse felicemente per molti anni con le sue figliole; i due rosai che stavano davanti alla casetta furono trapiantati davanti al palazzo, e ogni anno diedero delle bellissime rose rosse e delle rose bianche ancòra più belle.

Sanderson R.

Grimm n.161, "Schneeweißchen und Rosenrot".
Classificazione: Aa Th 426 [The Two Girls, the Bear and the Dwarf]
Il testo in lingua originale è nella pagina Brüder Grimm.

martedì 17 dicembre 2013

Senza-Orecchie, Fiaba di Luigi Capuana

'era una volta un Re che avea una bimba. La Regina era morta di parto, e il Re avea preso una balia che gli allattasse la piccina. Un giorno la balia scese, insieme colla bimba, nel giardino reale. La bimba avea tre anni, e si divertiva a fare chiasso sull'erba, all'ombra dei grandi alberi. Sull'ora di mezzogiorno la balia s'addormentava; ma quando si svegliò, non trovò più la Reginotta. Cerca, chiama per tutto il giardino; nulla! La bimba era scomparsa. Come presentarsi al Re, che andava matto per quella figliuola? La povera balia si picchiava il petto, si strappava i capelli: Dio! Dio! Sua Maestà l'avrebbe fatta impiccare! Agli urli della balia erano accorse le guardie. Fruga e rifruga, tutto fu inutile. Venne l'ora del pranzo. "E la Reginotta?", domandò il Re. I ministri si guardarono in faccia, più bianchi di un panno lavato. "La Reginotta dov'è?"
"Maestà, - disse un ministro - è accaduta una disgrazia!" Il Re pareva fuori di sé dal gran dolore. Fece subito un bando: Chi riporta la Reginotta, gli si concede qualunque grazia. Ma eran già passati sei mesi, e al palazzo reale non s'era visto nessuno. I banditori andavano di regno in regno: Sia cristiano, sia infedele, chi riporta la Reginotta, gli vien concessa qualunque grazia. Ma passò un anno, e al palazzo reale non si presentò nessuno. Il Re era inconsolabile: piangeva giorno e notte.

Stegg A.

Nel giardino reale c'era un pozzo. La Reginotta, mentre la balia dormiva, s'era accostata all'orlo e vi si era affacciata. Vedendo, laggiù, nello specchio dell'acqua, un'altra bimba sua pari, l'avea chiamata: - Ehi! Ehi! - , accennando colle manine. Allora era sorto dal fondo del pozzo un braccio lungo lungo, peloso peloso, che l'afferrò e la tirò giù. E così, da parecchi anni, lei viveva in fondo a quel pozzo, col Lupo Mannaro che l'aveva tirata giù. In fondo al pozzo c'era una grotta grande dieci volte più del palazzo reale. Stanze tutte oro e diamanti, una più bella e più ricca dell'altra. È vero che non ci penetrava mai sole, ma ci si vedeva lo stesso. La bimba veniva servita da quella Reginotta che era. Una cameriera per spogliarla, una per vestirla, una per lavarla, una per pettinarla, una per recarle la colazione, una per servirla a pranzo, una per metterla a letto. S'era già abituata e non ci viveva di cattivo umore. Il Lupo Mannaro russava tutto il santo giorno e la notte andava via. Siccome la bimba, quando lo vedeva, strillava dalla paura, si facea veder di rado: non volea spaventarla. Intanto la Reginotta s'era fatta una bella ragazza. Una sera, entrata in letto, non poteva dormire. Sentito che il Lupo Mannaro si preparava ad andar via, tese meglio l'orecchio. Il Lupo Mannaro con quella sua vociaccia ròca, urlava:"Chiamatemi il cuoco". Il cuoco venne. "Credo che siamo in punto, - gli disse - mi pare una quaglia" "Bisogna vedere", rispose il cuoco.
La Reginotta sentì che giravano adagino il pomo della serratura: Ahimè! Dunque si trattava di lei? Il Lupo Mannaro voleva mangiarsela. Le si accapponò la pelle, sfido io! Si fece piccina piccina, e finse di dormire. Il Lupo Mannaro s'accostava al letto, svoltava le coperte con cautela, e il cuoco cominciava a tastarla tutta, come gallina da tirargli il collo. "Ancora una settimana, - disse il cuoco - e sarà un boccone reale".
Come intese queste parole, la Reginotta si senti rinascere: Otto giorni! Oh, quella quaglia il Lupo Mannaro non l'avrebbe mangiata; no, no! Pensa e ripensa, le venne un'idea. La mattina, saltata giù dal letto, appostossi alla bocca della grotta, dentro il collo del pozzo, ed aspettò che venisse gente ad attinger acqua. La carrucola stride, la secchia fa un tonfo, ed ecco la Reginotta che s'afferra alla corda, puntando i piedini sull'orlo della secchia. La tiravano su lentamente; era un po' pesa. A un tratto la corda si rompe, e secchia e Reginotta, patatunfete, giù! Accorsero le cameriere e la ritirarono dall'acqua. "Ebbi un capogiro e cascai. Non ne fate motto, per carità; il Lupo Mannaro mi picchierebbe". E passò un giorno. Il secondo giorno, aspetta aspetta, la secchia non venne giù. Bisognava trovare un altro mezzo: ma non era come dirlo. Quale? La grotta non aveva che quell'unica uscita. E passò un altro giorno. La Reginotta non si perdette d'animo. Appena aggiornava, era al suo posto; ma la secchia non calava. E passarono altri due giorni.

Stegg A.

Una mattina, mentre lei piangeva dirottamente, guardando fisso nell'acqua vide lì un pesciolino rosso, che parea d'oro, colla coda bianca come l'argento, e con tre macchie nere sulla schiena. "Ah! Pesciolino, tu sei felice! Tu sei libero in mezzo all'acqua, ed io qui sola, senza parenti né amici!"
Il pesciolino montava a fior d'acqua, dimenando la coda, aprendo e chiudendo la bocca; pareva l'avesse sentita: "Ah! Pesciolino, tu sei felice! Tu sei libero in mezzo all'acqua, ed io qui sola, senza parenti né amici. Fra quattro giorni sarò mangiata!"
Il pesciolino rosso, dalla coda bianca e dalle tre macchie nere sulla schiena, s'era accostato alla sponda: "Se tu fossi di sangue reale e volessi sposarmi, saremmo liberi tutti e due. Per vincere il mio incanto non ci vuol altro".
"Son sangue reale, pesciolino d'oro, e son tua sposa fino da questo momento"
"Cavalcami sulla schiena e tienti forte".
La Reginotta si mise a cavalcioni del pesciolino e gli si afferrò alle branchie; e il pesciolino, nuota, nuota, la portò in fondo al pozzo. Di lì passava un fiume, sotto terra. Il pesciolino infilò diritto la corrente e la Reginotta gli si tenne sempre ben afferrata alle branchie. Ma ecco, in un punto, un pesce grossissimo, con tanto di bocca spalancata, che voleva ingoiarli: "Pagate il pedaggio, o di qui non si passa". La Reginotta si strappò un'orecchia e gliela buttò.
Nuota, nuota, ecco un altro pesce più grosso del primo, con tanto di bocca spalancata e una foresta di denti: "Pagate il pedaggio, o di qui non si passa". La Reginotta si strappava l'altra orecchia e gliela buttava.
Quando la corrente sboccò all'aria aperta, il pesciolino depose la Reginotta sulla sponda e diè un salto fuor dell'acqua. Era diventato un bel giovane, con tre piccoli nèi sulla faccia. Lei disse:
"Andiamo a presentarci al Re mio padre. Son tredici anni che non mi vede".
Al portone del palazzo reale non volevano lasciarla passare.
"Sono la Reginotta! Son la figliuola del Re!"
Non ci credeva nessuno, nemmeno il Re. Pure ordinò di fargliela venire dinanzi: Chi sa? Poteva anche darsi! Il Re la guardò da capo a piedi: gli pareva e non gli pareva. Lei gli raccontò la sua storia; ma non disse nulla delle orecchie, per vergogna. Infatti nascondeva il suo difetto, tenendo basse le trecce. Ma un ministro se n'accorse: "E le orecchie, figliuola mia? Dove le perdeste le orecchie?" Il Re, indignato, la condannava a rigovernare i piatti e le stoviglie della cucina reale.
Il principe Pesciolino (lo chiamarono subito così) fu dannato a spazzar le stalle: Imparassero in tal modo a farsi beffa del Re! Un giorno Sua Maestà volea mangiare del pesce. Ma in tutto il mercato c'era due pesci soltanto, e nessuno sapeva che razza di pesci si fossero, neppure i pesciaioli. Ed erano lì dal giorno avanti, e cominciavano a passare. Ma il Re volea del pesce ad ogni costo, e il cuoco li comprò: "Maestà, non c'è che questi; nessuno sa che pesci siano, neppure i pesciaioli. Trovansi in mercato da due giorni e cominciano a passare". "Sta bene, - disse il Re - portali in cucina".
In cucina il cuoco fa per sventrarli, e che gli trova nelle budella? Due orecchie di creatura umana, ancor stillanti sangue! Chiamarono subito Senza-orecchie, come le aven messo il nomignolo: "Senza-orecchie, Senza-orecchie, ecco roba per te!" La Reginotta accorse: eran davvero le sue orecchie. Tremante dalla contentezza se le adattò al capo e le si appiccicarono; il sangue avea servito da colla. Colle orecchie, il Re suo padre raffigurolla ad un tratto: "È lei! È la mia figliuola!"
E bandì feste reali per otto giorni. Poi, siccome era vecchio, volle lasciare il regno. E il re Pesciolino e la regina Senza-orecchie regnarono a lungo dopo di lui. 

Stretta la foglia, e larga la via, 
Dite la vostra, ché ho detto la mia.

Da:
C'era una Volta...Fiabe