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domenica 15 ottobre 2017

Il Dragone, Pentamerone, G.B. Basile (Giornata Quarta, Trattenimento Quinto)

Miuccio è mandato, per opera di una regina, a diversi pericoli, e da tutti, per l'aiuto di un uccello fatato, esce con onore. Alla fine, la regina muore, ed esso, scoperto figlio del re, fa liberare la propria madre, che diventa moglie di quella corona.

'era una volta un re d'Altamarina, al quale, per le crudeltà e tirannie che usava, fu, mentre con la moglie era andato per diletto a un castellotto lontano dalla città, occupato il seggio reale da una maga. Egli fece allora pregare una statua di legno, che dava oracoli per enigmi, e ne ebbe per risposta che allora ricupererebbe lo stato quando la maga perdesse la vista.
Ma la maga non solo si era circondata di buona guardia, si anche conosceva al fiuto la gente che quegli le mandava contro per insidiarla, e ne eseguiva subito giustizia spietata.
Ciò vedendo, il re entrò in disperazione, e quante femmine di quella città poteva avere tra le mani, a tutte, per dispetto della maga, toglieva l'onore, e con l'onore la vita. E, tra le cento e cento, che la loro cattiva sorte portò a rimanere sturate di riputazione e sfasciate dei giorni loro, capitò una giovane chiamata Porziella, che era la più gentile cosa che si potesse vedere sopra tutta la terra. I suoi capelli erano vere manette degli sbirri di amore; la fronte, tavola dove stava scritta la tariffa alla bottega delle grazie dei gusti amorosi; gli occhi, due fanali che assicuravano i vascelli dei desideri a voltare la prora al porto dei contenti; la bocca, un'arnia di miele tra due siepi di rose.
Caduta in potere del re, questi, dopo che l'ebbe passata in rivista come le altre, la volle ammazzare; ma, nell'atto che alzava il pugnale, un uccello gli fece cascare sul braccio non so quale radice, e gliene venne tale un tremito che l'arma gli scorse di mano. Era l'uccello una fata, che, pochi giorni innanzi, dormendo in un bosco, dove sotto la tenda delle ombre si giocava l'ardore alla galera dello spavento, stava per subire l'onta da un satiro, quando fu svegliata da Porziella; e per questo beneficio seguiva sempre i suoi passi, pronta a rendergliene ricambio.
Il re, all'inatteso impedimento, pensò che la bellezza di quella faccia avesse messo il sequestro al braccio e ingiunto un mandato al pugnale, vietandogli di trafiggerla come di tante altre aveva fatto. Considerò dunque che bastava un pazzo per casa e che non conveniva tingere di sangue l'ordigno della morte come ne aveva tinto Io strumento della vita; e dispose che Porziella fosse murata in una soffitta del suo palazzo, e lasciata colà, l'afflitta e dolorosa giovane, senza aver né da mangiare né da bere, affinché perisse d'inedia.
L'uccello, che la vide a questi cattivi termini, la confortò con parole umane, che stesse di buon animo perché esso, per gratitudine di un favore da lei ricevuto, l'avrebbe aiutata col proprio sangue. Non volle, peraltro, quantunque assai Porziella ne lo pregasse, svelarle mai chi fosse; e soltanto le ripetè che le si sentiva obbligato, e tornò ad assicurarla che non avrebbe tralasciato cosa per servirla.
E poiché la povera giovane languiva per la fame, volò fuori e tornò con un coltello appuntito, che tolse dal riposto del re, e le disse di aprire a poco a poco un buco in un angolo del solaio, che sarebbe andato a rispondere nella cucina, dalla quale avrebbe preso sempre qualcosa per sostentarle la vita. Porziella ubbidì, e, affaticatasi per un buon pezzo, tanto scavò che apri l'entrata all'uccello; il quale, profittando del momento che il cuoco era andato ad attingere una secchia d'acqua alla fontana, discese pel buco e si portò via un pollastro, che stava in caldo, e lo dette a Porziella. Non sapendo poi come rimediare alla sete, volò alla dispensa, dove era appesa molta uva, e gliene porse un grappolo. Cosi continuò per più giorni.
Più tardi, Porziella, che era rimasta incinta, diè alla luce un bel figlio maschio, che essa allattò e crebbe con la continua assistenza dell'uccello. E, diventato il figliuolo grandicello, l'uccello consigliò alla madre di allargare l'apertura del solaio, levandone altrettante assicelle, in modo che potesse entrarvi Miuccio (tale era il nome che essa aveva dato al figliuolo) e di calarlo, per mezzo di certe cordicelle che esso stesso le aveva procurate, rimettendo a loro posto i panconcelli in guisa che non si vedesse per dove era disceso.
Cosi fece Porziella, e comandò al figlio di non dir mai donde fosse venuto, né di chi fosse figlio. Quando il cuoco, che era uscito per faccende, tornò e vide in mezzo alla cucina quel bel garzoncello, gli domandò chi era, come era entrato e che cosa era venuto a fare in quel luogo; e Miuccio, ricordando l'istruzione della madre, rispose che si era sperduto e che andava cercando padrone.
Tra questo dialogo sopravvenne lo scalco, che, veduto un fanciullo di tanto spirito, pensò che sarebbe stato adatto per paggio del re, e lo condusse nelle camere regali. Piacque subito al re, che lo vide cosi bello e grazioso, e lo tenne al servigio per paggio, al cuore per figlio, e gli fece insegnare tutti gli esercizi che convengono a un cavaliere; tanto che diventò il più virtuoso della corte.
Il re gli voleva bene più che al figliastro; onde la regina cominciò a prenderlo in uggia e a guardarlo con occhio di odio. L'invidia e la malevolenza guadagnavano tanto maggior terreno quanto più spianavano loro la strada i favori e le grazie che il re faceva a Miuccio. E la regina si propose di mettere tanto sapone alla scala della fortuna di quel giovane che alfine sdrucciolasse dall'alto giù al fondo.
Una sera che, dopo aver accordato in pieno i loro strumenti musicali, facevano una musica di discorsi tra loro, la regina disse al re che Miuccio si era vantato di poter fare tre castelli nell'aria. Il re, sia perché era curioso, sia per dar gusto alla moglie, quando al mattino la Luna, maestra delle Ombre, concede feria alle discepole per la festa del Sole, chiamò a sé Miuccio e gli ordinò che, per ogni conto, avesse fatto i tre castelli in aria, come se n'era vantato; altrimenti, avrebbe fatto fare a lui tre salti in aria. Miuccio, a tale richiesta, se ne andò nella sua camera e cominciò un amaro lamento sulla grazia dei principi, fragile come vetro, e sulla poca durata dei loro favori; e, mentre piangeva a calde lacrime, ecco l'uccello, che gli disse:
"Fa' cuore, o Miuccio, e non dubitare, perché hai con te persona come son io, capace di cavarti dal fuoco".
E gli ordinò di prendere molto cartone e colla, e, lavorati a quel modo tre grandi castelli, fece venire tre grossi grifoni, e a ciascuno legò ai piedi un castello, e quelli volarono per l'aria.


Goble W.


Miuccio chiamò il re, che accorse con tutta la corte a questo spettacolo, e che, ammirando l'ingegno del giovane, gli pose maggiore affetto e gli fece feste e carezze dell'altro mondo. Ciò fu aggiunta di neve all'invidia e di fuoco allo sdegno della regina, che, vedendo che il colpo non le era riuscito, non vegliava il giorno che non cercasse modo, e non dormiva la notte che non pensasse maniera, di levarsi dinanzi questo stecco degli occhi suoi, sicché, dopo pochi altri giorni, disse al re:
"Marito mio, ora è tempo di tornare alle grandezze passate e ai piaceri degli anni lontani, perché Miuccio si è offerto di accecare la fata e, con una spesa di occhi, farti ricomprare il regno perduto".
II re, che si senti toccare sul punto doloroso, immediatamente chiamò Miuccio e gli parlò:
"Resto assai meravigliato, o Miuccio, che, volendoti tanto bene e potendomi tu rimettere nel seggio dal quale sono capitombolato, te ne stai cosi spensierato e non procuri di togliermi dalla miseria in cui mi trovo, ridotto come sono da un regno a un bosco, da una città a un povero castelluccio e dal comandare a tanti ad esser appena servito da pochi domestici affamati, che affettano pane e scodellano broda. Perciò, se non vuoi cadere in disgrazia presso di me, corri subito ad accecare la maga che è in possesso della roba mia; e tu, serrando le botteghe di quegli occhi, aprirai il fondaco delle grandezze mie; spegnendo quelle lucerne, accenderai le lampade dell'onor mio, che stanno ora smorzate e fumose".
A questa proposta, Miuccio stava per rispondere che il re era mal informato e l'aveva tolto in iscambio, che egli non era corvo che cavasse gli occhi, né latrinaio che sturasse buchi; quando il re concluse:
"Non più parole! Cosi voglio, cosi sia fatto. Fa' conto che alla zecca del mio cervello ho messo in bilico la bilancia: di qua il premio, se fai quello che devi; di là il castigo, se lasci di fare quello che ti comando".
Miuccio, che non poteva cozzare con un sasso e aveva da fare con un uomo che guai a chi ci capitava, se ne andò a gemere in un angolo.
Ma sopraggiunse l'uccello e gli disse:
"È possibile, Miuccio, che ti perdi sempre in un bicchier di acqua? E, se io fossi stato ucciso, potresti fare un lamento pari a questo? Non sai che io ho più cura della tua vita che della mia stessa? Perciò, non ismarrirti e vienimi dietro, che vedrai che cosa sa fare Meniello",
E, preso a volare, con Miuccio che lo seguiva, si fermò in un bosco; e là si mise a cinguettare, e subito fu attorniato da una schiera di uccelli. Come se li vide intorno, esso domandò chi tra loro si confidasse di spegnere la vista alla maga; che gli avrebbe dato una salvaguardia contro gli artigli degli sparvieri e degli astori, e una carta franca contro gli schioppi, gli archetti, le balestre e i vischi dei cacciatori. Tra quegli uccelli. c'era una rondine, che, avendo fatto il suo nido a una trave della casa reale, aveva preso ad aborrire la maga, la quale, per eseguire i suoi maledetti incantamenti, più volte l'aveva cacciata dalla camera sua coi suffumigi. E quella, in parte per vendetta, in parte allettata dal premio che 1'uccello prometteva, si offerse ad eseguire la cosa.
Volò, dunque, la rondine, come una folgore, alla città, entrò nel palazzo reale, e qui vide la maga, che se ne stava distesa sopra un lettuccio, facendosi fare fresco col ventaglio da due damigelle. Subito la rondine le si mise a perpendicolo sugli occhi, e, lasciandovi cascare dentro il suo sterco, le tolse la vista. La maga, che vide a mezzogiorno la notte, e ben sapeva che con quella serrata di dogana terminava la mercanzia del suo regno, gettò strida da anima dannata e rinunziò allo scettro, correndo a rintanarsi in certe grotte, dove tanto batté la testa nella roccia, che fini i suoi giorni.
Andata via la maga, i consiglieri inviarono ambasciatori al re, che venisse a godere la casa propria, perché l'accecamento di quella gli aveva dato la luce del buon giorno; e, nello stesso punto che gli ambasciatori arrivarono, giunse anche Miuccio, che, istruito dall'uccello, cosi disse:
"T'ho servito di buona moneta: la maga è accecata, il regno è tuo; ma, se io merito ricompensa per il servigio che ti ho reso, non ne voglio altra se non che tu mi lasci stare coi miei malanni senza mettermi un'altra volta a pericoli".
Il re, dopo averlo abbracciato con grande amorevolezza, lo fece coprire e sedere accanto a sé; e se la regina ne crepò di rabbia, ve lo dica il Cielo, tanto che nell'arcobaleno di diversi colori, che si mostrò sul suo volto, si conobbe il vento delle rovine che macchinava nel cuore contro il povero Miuccio. Poco lungi dal castello, era un dragone ferocissimo, che nacque allo stesso parto con la regina, e gli astrologi, chiamati dal padre a strologare questo fatto, sentenziarono che tanto sarebbe campata la figlia sua quanto campava il dragone, e che, morendo l'uno, sarebbe morta necessariamente anche l'altra; e solo una cosa avrebbe potuto risuscitarla, cioè se le avessero unto le tempie, lo sterno, le nari e i polsi col sangue dello stesso dragone.



Von Bayros



Ora la regina, che conosceva la forza e la furia di quest'animale, pensò di mandargli Miuccio nelle granfie, sicura che se ne sarebbe fatto un sol boccone, e gli sarebbe stato come la fragola in bocca all'orso. Cominciò, dunque, a dire al re:
"Affé, che Miuccio è il tesoro della casa tua, e saresti ingrato se non l'amassi; tanto più che ha lasciato intendere di voler ammazzare il dragone, il quale, quantunque mi sia fratello, ti è cosi nemico, che io voglio piuttosto un pelo di mio marito che cento fratelli".
Il re, che odiava mortalmente il dragone e non sapeva come liberarsene, subito chiamò di nuovo Miuccio:
"So - gli disse - che tu metti il manico dovunque vuoi, e perciò, avendo fatto tanto e tanto per me, bisogna che mi faccia un altro piacere, e poi disponi di me a tua voglia. Va' in questo punto stesso e ammazza il dragone, che mi renderai un servigio segnalato e io te ne darò buon merito".
Miuccio stava per uscire fuori di sé, e, appena potè spiccicare parola, rispose:
"Cotesta, ora, è doglia di testa; ora, mi avete preso a vessare; è forse, la mia vita, latte di capra nera, che si può farne strapazzo? Non si tratta di una pera sbucciata, che mi si metta dinanzi alla bocca: si tratta di un dragone, che con le branche sbrana, con la testa sfonda, con la coda fracassa, coi denti stritola, con gli occhi infetta, col fiato uccide. Ora, perché volete mandarmi a morte? E questa la provvisione che mi è data per avervi dato un regno? Chi è quell'anima dannata che ha gettato sulla tavola questo dado? Chi è stato il figlio dell'inferno, che vi ha spinto a questi salti e gonfiato di queste parole?".
Il re, che era leggero come pallone a farsi balzare, ma duro più d'una pietra a sostenere quello che aveva detto una volta, puntò i piedi e disse:
"Hai fatto e fatto, e ora ti perdi al meglio. Ma non più parole! Va', togli questa peste dal regno mio; se no, ti tolgo la vita"
Miuccio sventurato, che si sentiva fare ora un favore ora una minaccia, ora una carezza alla faccia ora un calcio al deretano, ora una calda e ora una fredda, considerò quanto mutevoli fossero le fortune delle corti, e avrebbe voluto esser più che digiuno della conoscenza del re. Ma, sapendo che replicare agli uomini grandi è cosa da bestia, ed è come se si volesse pelare la barba al leone, si ritirò in disparte, maledicendo la sorte sua che l'aveva ridotto alla corte per fare corte le ore della propria vita. E, mentre, seduto sul gradino di una porta, con la faccia in mezzo alle ginocchia, lavava le scarpe col pianto e scaldava i contrappesi coi sospiri, ecco l'uccello con in becco un'erba, che gli gettò in grembo, dicendogli:
"Alzati, Miuccio, e assicurati che non giocherai a scarica l'asino dei giorni tuoi, ma a sbaraglino della vita del dragone. Prendi quest'erba e, arrivato alla grotta di quel brutto animale, gettala dentro, che subito gli verrà tal sonno sbardellato, che si piegherà a dormire; e tu, con un bel coltellaccio sotto le anche, fagli subito la festa, e vieni via, che le cose ti riusciranno meglio che non pensi. Basta, io so bene quel che dico, e abbiamo più tempo che danaro, e chi ha tempo ha vita".
Miuccio si alzò e, postosi tra i panni un grosso coltello e presa l'erba, si avviò alla grotta, la quale si apriva sotto una montagna di cosi buona statura che i tre monti, che fecero scala ai giganti, non le sarebbero arrivati alla cintura. E, quando fu all'entrata, gettò l'erba e, appiccato il sonno al dragone, cominciò a tagliare.
Nel tempo stesso che batteva col coltellaccio le carni dell'animale, la regina si sentiva intaccare il cuore; e, vistasi a mal termine, si accorse del suo errore, per essersi comprata a danari contanti la morte. Chiamò allora il marito e gli disse quello che avevano prognosticato gli astrologi, e che dalla vita del dragone pendeva la vita sua, e come sospettava che Miuccio avesse ucciso il dragone, giacché essa si sentiva mancare a poco a poco.
"Se sapevi - le disse il re - che la vita del dragone era puntello della tua e radice dei tuoi giorni, perché mi facesti mandare Miuccio? Chi ne ha la colpa? Tu ti sei fatto il male e tu lo piangi; tu hai rotto il gotto e tu lo paghi!".
"Non credevo mai - rispose la regina - che un mingherlino avesse tant'arte e tanta forza da gettare a terra un animale che faceva poca stima d'un esercito; e avevo in mente che vi avrebbe lasciato gli stracci. Ma, poiché ho fatto il conto senza l'oste e la barca dei miei disegni è andata a picco, fammi un piacere, se mi vuoi bene. Appena sarò morta, prendi una spugna, intrisa nel sangue del dragone, e ungimi tutte le estremità della persona prima di seppellirmi".
"Questa è poca cosa all'amore che ti porto - disse il re - e, se non basterà il sangue del dragone, vi metterò il mio per darti soddisfazione".
La regina voleva ringraziarlo, ma gli usci lo spirito con le parole, perché, in quel momento stesso, Miuccio aveva terminato il macello del dragone.
Quando egli giunse innanzi al re per dargli l'annunzio dell'opera eseguita, il re gli comandò che fosse tornato a raccogliere il sangue del dragone; e, curioso di vedere da vicino la prova che quello aveva compiuta con le mani, gli tenne dietro non visto.
All'uscita dal palazzo, l'uccello si fece incontro a Miuccio e gli domandò:
"Dove vai?".
"Vado dove mi manda il re, che mi fa andar su e giù come spola, e non mi lascia riposare un'ora".
"A che fare?".
"A prendere il sangue del dragone".
"Oh sciagurato te per cotesto sangue di dragone, il quale sarà per te sangue di toro, che ti creperà dentro! Con quel sangue rinascerà la mala semenza di tutti i tuoi travagli; che colei ti ha posto sempre a nuovi pericoli affinché tu vi lasci la vita; e il re, che si fa mettere la barda da una brutta strega, ti manda, come un trovatello, ad arrischiare la persona, che pure è sangue suo, che pure è broccolo di quella pianta. Lo scuso, perché non ti conosce, ma pure il moto del cuore dovrebbe essere spia della parentela, e i servigi che gli hai resi, e il guadagno che ora egli farebbe di un bello erede, dovrebbero costringerlo a prendere in grazia quella sventurata di Porziella, tua madre, che da quattordici anni oramai sta murata in una soffitta, dove sembra un tempio di bellezza, fabbricato in un camerino".
Il re, che aveva ascoltato ogni cosa, si trasse subito innanzi per udire con più particolarità come il fatto era andato, e, appreso che Miuccio era figlio di Porziella, rimasta incinta di lui, e che Porziella era ancora viva nella soffitta, subito ordinò che fosse smurata e condottagli davanti.
E, quando la vide più bella che mai per la buona cura che ne aveva avuta l'uccello, l'abbracciò con amore grande e non si saziava di stringere ora la madre ora il figlio, chiedendo perdono a quella del crudele trattamento che le aveva usato, e a questo dei pericoli a cui lo aveva posto.
E fece subito rivestire Porziella con le più ricche vesti della regina morta, e la prese per moglie. Offerse poi lo stato e tutto se stesso all'uccello, che aveva mantenuto in vita la povera giovane procurandole il cibo, e che aveva col consiglio aiutato il figliuolo a uscire dai pericoli.
Ma l'uccello disse che non voleva altro premio che Miuccio per marito, e si trasformò, nel dir cosi, in una bellissima giovane.
La richiesta fu accolta con grande gioia dal re e da Porziella, e, mentre la regina morta fu gettata in un tumulo, la coppia degli sposi colse piaceri a tomoli, e, per celebrare in modo più solenne le feste, si avviarono al loro regno, dove erano aspettati con gran desiderio.
E sempre riconobbero che la loro buona fortuna era venuta dalla fata pel beneficio resole da Porziella, perché alla fine delle fini:

Mai non si perde il bene che s'è fatto



Dalle note della traduzione dal Napoletano di Benedetto Croce:

"Una particolare attenzione - scrive Iacopo Grimm - merita la somiglianza che questa fiaba del Basile ha con la saga di Siegfried. La nascita secreta di Mluccio e il suo umile ufficio presso il cuoco ricordano la fanciullezza dell'eroe; l'uccello, che lo assiste di aiuto, ricorda quegli uccelli, dei quali il nordico Sigurd intende il linguaggio e da cui riceve e accetta consigli. La regina nemica si confronta con Brunhild, ed è insieme Reigen, che eccita alla lotta col dragone. Il dragone è anche qui il fratello della regina, la cui vita è legata alla sua. Essa vuole essere appunto spalmata col sangue di lui, al modo stesso che Reigen aspira al sangue del cuore di Dafner"

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "G.B. Basile".

sabato 15 luglio 2017

Il Ceppo d'Oro, Pentamerone (Giornata Quinta, Trattenimento Quarto)

Parmetella, figlia di un povero villano, incontra una buona fortuna; ma per la sua troppa curiosità, se la fa fuggir di mano, e, dopo aver sofferto mille travagli, trova il marito in casa della madre di lui, ch'era un'orca, e, superati pericoli grandi, i due restano insieme contenti.

'era una volta un ortolano, il quale, essendo poverello poverello, che, per quanto faticasse, a stento si procurava il pane per sostentarsi, comprò tre scrofette alle sue tre figlie femmine, affinché, allevandole, si mettessero da parte un po' di doticciuola.
Pascuzza e Cice, che erano le maggiori, portarono a pascere le loro due in un bel prato; ma non vollero che la più piccola, Parmetella, andasse con loro, e la scacciarono, dicendole di andare in qualche altro posto. Ed essa menò il suo animaletto a un bosco, dove le ombre si fortificavano contro gli assalti del Sole; e, quando fu in un prato, in mezzo al quale correva una fontana che, ostessa d'acqua fresca, invitava con lingua d'argento il passeggero a bere una mezzetta, trovò un bell'albero con le foglie d'oro.



Goble W.

lunedì 22 maggio 2017

Cannetella, Pentamerone, Giornata Terza, Trattenimento Primo

Cannetella non trova marito che le vada a genio; ma il suo peccato la fa incappare nelle mani d'un orco, che la condanna a trista vita, finché da un votacessi, vassallo di suo padre, è liberata.


'era una volta un re di Bellopoggio, che aveva maggiore brama di fare razza che non hanno i facchini delle esequie per raccogliere la cera. Tanto che promise per voto alla dea Siringa che, se gli faceva fare una figlia, le avrebbe messo nome Cannetella [1], per memoria che essa si era trasformata in canna. E tanto pregò e strapregò che ottenne la grazia, ed ebbe da Renzolla, sua moglie, una bella bambinetta, alla quale mise il nome che aveva promesso.
Cannetella crebbe a palmi e diventò lunga quanto una pertica. E allora il re le disse:
"Figlia mia, già sei fatta (e il Cielo ti benedica) come una quercia, e sei nel punto giusto di accompagnarti con un maritino, meritevole di cotesta bella faccia tua, per mantenere la razza della casa nostra. Perciò io, che ti voglio bene quanto le pupille degli occhi miei e bramo il piacer tuo, desidero conoscere la qualità di sposo che tu vorresti. Quale sorta d'uomo ti andrebbe a genio? Lo vuoi letterato o spadaccino? garzoncello o attempato? brunetto o bianco e rosso? lungo della persona o bassottino? stretto nei fianchi o tondo come un bue ? Tu scegli ed io metto la firma ".
Cannetella, che senti queste larghe offerte, ringraziò il padre e gli dichiarò dapprima che essa aveva consacrato la sua verginità a Diana, né voleva per niun conto andarsi a perdere con un marito. Per altro, alle preghiere insistenti del re, fini coi rispondere:
"Per non mostrarmi sconoscente a tanto amore, mi contento di fare la volontà vostra; ma a patto che mi sia dato un uomo tale che non vi sia l'altro al mondo".
Lieto di questa risposta, il padre si pose dalla mattina alla sera alla finestra, squadrando, misurando e scandagliando tutti quelli che passavano per la piazza dinanzi al palazzo reale. Passò, finalmente, un uomo di assai buon garbo, ed egli disse alla figlia:
"Corri, affacciati, Cannetella; e vedi se costui è a misura delle voglie tue".
Ed essa lo fece venir su, e gli offersero un bellissimo banchetto, dove c'era quanto si possa mai desiderare. Senonché, nel mangiare, cadde dalla bocca al fidanzato una mandorla; ed egli, chinatosi, la ripigliò destramente e la pose sotto la tovaglia, e, finito il desinare, se ne andò. II re disse a Cannetella: "Come ti piace il fidanzato, vita mia?".
Ed essa: "Toglimelo dinanzi cotesto goffo, perché un uomo grande e grosso come lui non doveva lasciarsi sdrucciolare una mandorla dalla bocca".
Il re, udito questo, andò ad affacciarsi un'altra volta; e, passando un altro giovane di buon taglio, chiamò la figlia per sapere se trovasse grazia presso di lei. Come la prima volta, Cannetella volle che salisse, e gli fu dato un banchetto; e, quando si fini di mangiare e quello si accommiatò, il re chiese alla figlia come gli piacesse.
"Che ne voglio fare - essa rispose - di quello sgraziato? che doveva condurre con sé per lo meno due servitori, che gli levassero dalle spalle il ferraiuolo".
"Se è cosi - disse il re, - è pasticcio: coteste sono scuse da cattivo pagatore, e tu vai cercando peli per non darmi il gusto che ti chiedo. Risolviti, perché io ti voglio maritare, e trovare radice valida a far germogliare la successione della mia casa ".
A queste parole stizzose, Cannetella parlò aperto:
"Per dirvela, tata e signore, chiaro e come la sento, voi vangate nel mare e fate male il conto con le dita, perché io non mi assoggetterò ad uomo vivente, se non sarà tale che abbia il capo e i denti d'oro".
E il travagliato re, sentendo che quella testa era dura, fece gettare un bando che chi nei suoi domini si trovasse conforme al desiderio della figliuola, si facesse avanti perché gliela darebbe in moglie insieme col regno.
Aveva questo re un gran nemico, chiamato Fioravante, tanto da lui aborrito che non poteva vederlo neppur dipinto su un muro; il quale, udito il bando, poiché era un bravo necromante, chiamò una frotta di quelli che lontani siano, e comandò che gli facessero subito la testa e i denti d'oro. Risposero quelli che solo grandemente sforzati gli avrebbero reso questo servigio, per essere cosa assai strana nel mondo, laddove piuttosto gli avrebbero fornito le corna d'oro, come più usitate al tempo d'oggi [2], Ma egli li costrinse con scongiuri e incantamenti, e, infine, ne venne soddisfatto; e, quando si vide testa e denti di ventiquattro carati, andò a spasseggiare sotto le finestre del re.
Il re, a cui venne sott'occhio proprio quello che cercava, chiamò la figlia, la quale, guardando, subito disse:
"Questo è quello: non potrebbe essere migliore, se lo avessi impastato con le mani mie stesse".
E, quando Fioravante stava per levarsi e andar via, il re gli disse:
"Aspetta un po', fratello: come sei caldo di reni! Sembra che stii col pegno presso il giudeo, e che abbi l'argento vivo dietro e il pungolo sotto la codola. Piano, che ora ti do bagagli e gente per accompagnare te e mia figlia, che voglio che ti sia moglie".
"Vi ringrazio - rispose Fioravante: - non ce n'è bisogno. Basta solo un cavallo, perché me la metto in groppa e me la porto a casa mia, dove non mancano servitori e mobili quanti l'arena".
Contrastarono per un pezzo, ma, in fine, Fioravante la vinse, e, alzatala sul cavallo, parti.
Alla sera, quando dal mulino del cielo si distaccano i cavalli rossi e vi si mettono i bovi bianchi, giunsero a una stalla, dove alcuni cavalli stavano alla mangiatoia. Lo sposo vi fece entrare Cannetella e le disse: "Bada bene! debbo fare una corsa fino alla mia casa, che ci vogliono sette anni per giungervi. Aspettami in questa stalla, e non venirne fuori, non lasciarti vedere da alcuno; perché, altrimenti, farò che te ne ricordi fino a quando sarai viva e verde".
Cannetella rispose: "Io ti son soggetta ed eseguirò il tuo comando in ogni puntino; ma vorrei sapere che cosa mi lasci per mantenermi in vita durante questo tempo".
Replicò Fioravante: "Quel che rimane di biada a questi cavalli, basterà per te".


H.J. Ford


sabato 29 aprile 2017

La Penta Mano-Mozza, Pentamerone, Terza Giornata, Secondo Trattenimento

Penta respinge indignata le nozze propostele dal fratello e, tagliatesi le mani, gliele manda in dono. Quegli la fa gettare a mare in una cassa, che capita a una spiaggia, dove un marinaio la raccoglie e conduce Penta a casa sua; ma la moglie, gelosa, la fa rigettare a mare nella stessa cassa. Raccolta da un re, gli diventa moglie; ma, pei raggiri della stessa malvagia femmina, è discacciata dal regno, e, dopo lunghi travagli, ritrova il marito e il fratello, e restano tutti contenti e consolati.



Il re di Pietrasecca, rimasto vedovo, senza donna a fianco, fu istigato da Farfarello [Nome di uno dei diavoli della quinta bolgia dell'Inferno dantesco] a prendere in isposa la propria sorella, Penta; onde un giorno, chiamatala da solo a sola, le disse:
"Non è, sorella cara, da uomo di giudizio far andar via il bene dalla casa propria: oltre che non sai quel che ti tiri addosso, lasciandovi metter piede a gente forestiera. Ho riflettuto assai su questo punto e sono venuto infine nella risoluzione di prendere te per moglie. Tu sei fatta al fiato mio, e io conosco l'indole tua: contentati, dunque, di fare con me quest'incastro, questa lega di botteghe [1], questo unianlur acin [2], questo misce et fiat polum [3], che condurremo l'uno e l'altra una vita serena".
Penta, al sentire questo sbalzo di quinta rimase fuor di sé, e un colore le usciva e un altro le entrava; perché non avrebbe potuto mai immaginare che il fratello venisse a siffatte stravaganze e cercasse di dare a lei un paio d'uova barIacee, mentre esso proprio aveva bisogno, per suo conto, di cento uova fresche [4]. Stette, per un pezzo, muta, pensando quale risposta potesse dare a domanda cosi impertinente e fuor di proposito; ma, in ultimo, scaricando la soma della pazienza, disse:
"Se voi perdete il senno, io non voglio perdere la vergogna: mi meraviglio di voi che vi fate scappare dalla bocca proposte di cotesta sorta, che, se sono dette per celia, sono asinerie, se sul serio, puzzano di caprone; e mi duole che, se voi avete una lingua per dire di queste brutte cose, io abbia orecchie per udirle. Io, moglie a voi? Dove avete il cervello ?. Da quando in qua si fanno di coteste capriate [5], di coteste olle podride, di coteste mischianze? E dove stiamo? Al Ioio?. Vi sono sorella o cacio cotto con olio? [6]. Mettete la testa a segno, per la vita vostra, e non vi fate più scivolare dalla bocca parole come queste; se no, farò cose da non credere, e, se voi non mi onorerete come sorella, io non vi tratterò da quello che mi siete!".
Ciò detto, corse in furia a chiudersi in una camera, puntellandola di dentro, e non vide la faccia del fratello per più di un mese, lasciando lo sciagurato re, che era andato con una fronte da maglio a stancare le palle (5\ scornato come un fanciullo che ha lotto l'orciuolo, e confuso come una cuoca alla quale il gatto ha portato via il tocco di carne.
A capo di quei tanti giorni, Penta fu citata di nuovo dal re alla gabella delle sue sfrenate voglie; ed essa volle appurare esattamente di che cosa il fratello si fosse incapricciato nella persona sua, e, uscita dalla camera, lo andò a trovare.
"Fratello mio, - gli disse - io mi sono vista e mirata allo specchio, e non trovo in questo mio volto cosa che possa essere meritevole dell'amor vostro; che, in verità, non sono un boccone cosi goloso da far commettere pazzie alla gente".
Il re le rispose:
"Penta mia, tu sei tutta bella e compita dal capo al piede; ma la mano è quella che sopr'ogni cosa mi rapisce: la mano, forchettone che dalla pignatta di questo petto tira fuori le interiora; la mano, uncino che dal pozzo di questa vita porta su la secchia dell'anima; la mano, morsa che stringe questo spirito, mentre Amore vi lavora di lima. O mano, o bella mano, che sei mestolo che minestra dolcezza, tenaglia che strappa le voglie, paletta che aggiunge carbone per far bollire il mio cuore!".


W. Goble



E più voleva dire, quando Penta rispose:
"Sta bene: v'ho inteso. Aspettate un po', non vi movete di qui, che or ora torno". E, rientrata nella sua camera, fece chiamare un suo schiavo mezzo insensato, gli consegnò un coltellaccio con un gruzzolo di patacche e gli disse:
"Ali mio, tagliare mani mie, volere fare bella secreta e diventare più bianca".

domenica 4 dicembre 2016

Il Corvo, Giornata Quarta, Cunto Nove, (Pentamerone, G.B. Basile)

Gennariello, per dare soddisfazione a Milluccio, re di Frattombrosa e fratello suo, intraprende un lungo viaggio e reca a lui quello che desiderava. Ma, per liberarlo poi dalla morte imminente è condannato a morte, e, per dimostrare la sua innocenza, diventa statua di marmo. Infine, per uno strano successo, ritorna vivo e gode contento.


'era una volta un re di Frattombrosa, chiamato Milluccio, cosi perduto per la caccia che mandava a monte le cose più necessarie dello stato e della casa sua per andar dietro le tracce di una lepre o il volo di un tordo; e tanto continuò per questa strada, che un giorno la fortuna lo portò a un bosco, che aveva fatto uno squadrone fitto e serrato di alberi e di terra per non essere rotto dai cavalli del Sole. Ivi, sopra una bellissima pietra di marmo, trovò un corvo, che era stato ucciso di fresco. A quel vivo sangue, schizzato sopra la bianchissima pietra, il re gettò un gran sospiro e disse:
"Oh Cielo! e non potrei avere una moglie cosi bianca e rossa come questa pietra, e che avesse i capelli e le sopracciglia cosi nere come le piume di questo corvo!".

sabato 13 agosto 2016

I Sette Colombi, Pentamerone, G.B. Basile

Sette fratelli partono di casa, perché la madre non dà loro una sorella; e, quando alfine la sorella viene alla luce, ed essi aspettano la notizia con certi segni, la madre sbaglia nel farli; onde essi vanno errando pel mondo. La sorella si fa grande, li cerca, li trova, e, dopo vari accidenti, tornano tutti ricchi alla casa loro.



'era una volta nella terra di Arzano una buona donna, che ogni anno scaricava un figlio maschio; cosicché vedevi una siringa del dio Pane a sette canne una più grande dell'altra. I sette figli, avendo mutato le prime orecchie [1], dissero alla madre lannetella, che era un'altra volta incinta: "Sappi, mamma cara, che se tu, dopo tanti figli maschi, non fai una femmina, noi siamo proprio risoluti ad abbandonare questa casa e ad andare pel mondo sperti, come i figli delle merle". E la madre, all'udire tale proposito, pregò il Cielo che avesse spogliato i figli di questo desiderio e tolto ad essa il pericolo di perdere sette gioielli.
Avvicinatosi il tempo del parto, i figli le dichiararono: "Noi ci ritiriamo a quella ripa che è di fronte: se partorisci maschio, metti un calamaio e una penna alla finestra; e, se femmina, metti un mestolo e una conocchia. A questo secondo segnale ce ne verremo alla casa a spendere il resto della nostra vita sotto le tue ali, ma, se vediamo segnale di maschio, scordati di noi: ci puoi metter nome penna".
Volle il Cielo che lannetella desse alla luce una bella bambinotta, e subito essa ordinò alla levatrice che facesse il segno convenuto ai figliuoli; ma questa fu cosi stordita e distratta che vi mise il calamaio e la penna. E i sette fratelli, senz'altro, si misero la via tra le gambe, allontanandosi dal paese.
Dopo tre anni di continuo viaggio, un giorno si trovarono in un bosco, dove gli alberi al suono di una fiumana che faceva contrappunto sulle pietre, danzavano l'imperticata e in quel bosco era la casa di un orco, a cui mentre dormiva erano stati cavati gli occhi da una femmina, e perciò colui era tanto fiero contro questo sesso che quante femmine gli venivano tra le grinfie, tante ne divorava. Stanchi dal viaggio e allancatI dalla fame, i giovani gli chiesero se per compassione voleva dar loro qualche boccone di pane; e l'orco rispose che avrebbe loro dato da vivere, se volevano mettersi al suo servizio, nel quale non c'era da far altro di più faticoso che, un giorno per ciascuno, guidarlo come un cagnolino.

mercoledì 22 giugno 2016

Belluccia, Basile, Giornata Terza Cunto Sesto

Belluccia, figlia di Anibruoso della Barra, per essere stata obbediente al padre con l'accontentarlo, e per essersi comportata accortamente in ciò che le era stato comandato, si marita riccamente con Narduccio, primogenito di Biasillo Guallecchia, ed è cagione che le altre sorelle poverelle siano dal medesimo dotate e date per mogli agli altri figli suoi.


L'ubbidienza è una mercanzia sicura, che fa guadagno senza rischio, ed è possesso tale che in ogni stagione produce frutto. E questo vi proverà la figlia di un povero contadino, la quale, per essersi dimostrata obbediente al padre, non solo apri la strada alla buona sorte sua stessa, ma a quella delle altre sorelle, che, per merito suo, furono riccamente maritate.


'era una volta al casale della Barra un uomo rustico chiamato Ambruoso, ch'era padre di sette figlie femmine, e tutto ciò che possedeva per mantenerle all'onore del mondo consisteva in una selvetta di agli [1]. Aveva quest'uomo dabbene grande amicizia con un riccone di Resina, Biasillo Guallecchia, padre di sette figli maschi, dei quali il primogenito, Narduccio, che era il suo occhio diritto, gli cascò malato, e non si trovava rimedio a quel male, sebbene la borsa stesse sempre aperta.
Un giorno che Ambruoso venne a visitarlo, Biasillo gli domandò quanti figli avesse; e quello, vergognandosi di dire che aveva faito innesto di tante femminucce gli rispose: "Ho quattro maschi e tre femmine".
"Se è così, - replicò Biasillo, - mandami uno di cotesti figli tuoi a tener conversazione con mio figlio, che mi farai un piacere grande".
Ambruoso, che si vide preso in parola, non seppe che cosa rispondere e si restrinse ad acconsentire con un cenno del capo. Ma, tornato alla Barra, entrò in una malinconia da morire, non scorgendo modo di adempiere all'impegno preso con l'amico. In ultimo, chiamando una per una le figliuole, a cominciare dalla più grande scendendo alla più piccola, domandò quale di loro si sarebbe contentata di tagliarsi i capelli, vestirsi da uomo e fingersi maschio per tenere conversazione col figlio di Biasillo, che stava ammalato.


F. Leighton


Subito la figlia più grande, Annuccia, rispose: "O che forse m'è morto il padre, che debbo tagliarmi le trecce?"
E Nora, la seconda: "Ancora non mi sono maritata, e già mi vuoi vedere vedova rasa?"

domenica 10 gennaio 2016

Le Due Pizzelle, G.B. Basile. Giornata Quarta, Cunto Settimo


Marziella, essendosi mostrata cortese con una vecchia, riceve la fatagione; ma la zia, che invidia la sua buona fortuna, la getta a mare, dove una sirena la tiene per gran tempo incatenata: la libera poi il fratello, diventa regina e la zia paga la pena del suo delitto.



'erano una volta due sorelle carnali, Lucida e Troccola, che avevano ciascuna una figlia femmina, Marziella e Puccia. Marziella era cosi bella di faccia come di cuore; e, per contrario, il cuore e la faccia di Puccia formavano con unica regola faccia di canchero e cuore di pestilenza, e in ciò somigliava ai parenti, perché Troccola era un'arpìa di dentro e di fuori. Accadde un giorno che, dovendo Lucida lessare quattro pastinache per friggerle con la salsa verde, disse alla figlia: "Marziella mia, bene mio, va' alla fontana e prendimi un'anfora d'acqua".
"Di buona voglia, mamma mia - rispose la figlia - ma, se mi vuoi bene, dammi una pizzella, che me la voglio mangiare con quell'acqua fresca".
"Volentieri", disse la madre; e da un paniere che pendeva a un uncino prese una bella pizzella (che il giorno prima aveva fatto forno di pane) e la dette a Marziella. E questa, messasi l'anfora sul capo sopra un cercine, se ne andò alla fontana, la quale, simile a un ciarlatano, sopra un banco di marmi, alla musica di un'acqua cadente, vendeva segreti per scacciare la sete.
Mentre riempiva l'anfora, giunse una vecchia, che, sul palco di una grossa gobba, rappresentava la tragedia del Tempo; e quella, vedendo la bella pizza che Marziella teneva in mano e che proprio allora stava per addentare, le disse:
"Bella giovane mia, se il Cielo ti mandi buona ventura, dammi un po' di codesta pizza". E Marziella, che odorava di regina, le rispose subito:
"Eccotela tutta, magna femmina mia, e mi dispiace che non sia di mandorle e zucchero, che anche te la darei con tutto il cuore".
La vecchia, sperimentata l'amorevolezza di Marziella, le disse:
"Va', che il Cielo ti possa sempre prosperare per questo buon amore che mi hai mostrato; e prego tutte le stelle che tu possa esser sempre felice e contenta; che, quando respiri, ti escano rose e gelsomini dalla bocca; quando ti pettini, caschino sempre perle e granatini dal tuo capo; e, quando metti il piede sulla terra, ne spuntino gigli e viole ".



Gordeev Denis


La giovane la ringraziò e tornò a casa, dove, poiché la madre ebbe cucinato, soddisfecero al debito naturale che si ha verso il corpo. La mattina dopo, quando nel mercato dei campi celesti il Sole mise in mostra le mercanzie di luce portate dall'oriente, Marziella, nel ravviarsi i capelli, si vide cadere in grembo una pioggia di perle e granatini. Con grande giubilo chiamò la madre e li raccolsero in un canestro; e Lucida si recò poi da un orefice amico suo per ismaltirne una buona parte.


Gordeev Denis



Capitò intanto Troccola a far visita alla sorella, e, trovata Marziella tutta affaccendata per quelle perle, domandò come, quando e dove le avesse avute. Ma la giovane, che non sapeva intorbidar l'acqua e forse non aveva appreso quel proverbio: Non fare quanto puoi, non mangiare quanto vuoi, non spendere quanto hai, né dire quanto sai, spiattellò tutto il negozio alla zia.





Non aveva finito di dire, che la zia, senza più aspettare la sorella, parendole mille anni, corse a casa sua, consegnò una pizzella alla figlia e la spedi alla fontana. Puccia vi ritrovò la stessa vecchia; ma, quando essa le domandò un po' di pizza, rispose: "Non pensavo ad altro che a dar la pizza a te! Mi hai forse impregnato l'asina per chiedermi le cose mie? Va', che i denti sono più vicini dei parenti".
Cosi dicendo, trangugiò la pizza in quattro bocconi, facendo gola alla vecchia, la quale, quando vide sparire l'ultimo e seppellita con essa la sua speranza, tutta rabbiosa disse:
"Va', che, quando respiri possa cacciar schiuma come mula di medico; quando ti pettini, possano cadérti dalla testa a mucchi i pidocchi; e, dovunque metti il piede, possano nascere felci e titimali".
La madre, quando la vide tornare con l'acqua, non mise indugio a pettinarla, e, messosi un bello asciugatoio steso sul grembo, vi piegò la testa della figlia; e, cominciando a scorrerla col pettine, ecco cascarne un torrente di animaletti alchimisti, di quelli che fermano l'argento vivo. Non è a dire come restasse la madre, che alla neve dell'invidia aggiunse il fuoco dello sdegno, e gettò fiamme e fumo dal naso e dalla bocca.
Passato qualche tempo, ritrovandosi Ciommo, fratello di Marziella, alla corte del re di Chiunzo, e discorrendosi della bellezza di varie donne, esso, senza esser chiamato, s'intromise dicendo: che tutte quelle belle sarebbero potute andare a gittare le ossa al ponte, se fosse colà comparsa sua sorella, la quale, oltre alla bellezza delle membra che facevano contrappunto sul canto fermo di una bella anima, aveva nei capelli, nella bocca e nei piedi le virtù che le aveva date la fata. Il re, uditi questi vanti, comandò a Ciommo che la facesse venire, perché, se l'avesse trovata quale egli la esaltava, se la sarebbe presa per moglie.
Non parve questa, a Ciommo, occasione da perdere, e inviò un apposito corriere alla madre, informandola del fatto e pregandola di venir subito con la figlia per non lasciarle fuggire questa fortuna. Lucida, che stava male in salute, senza saper di raccomandare la pecora al lupo, pregò la sorella di accompagnare Marziella fino alla corte di Chiunzo per la tale e tale faccenda. E Troccola, che vide che la cosa andava a seconda del suo desiderio, promise di condurla sana e salva presso il fratello.
Salì, dunque, su una nave, avendo con sé Marziella e Puccia, ma, quando fu giunta in mezzo al mare, cogliendo il momento che i marinai dormivano, spinse Marziella nell'acqua. E già la misera stava per affogare, quando una bellissima sirena la raccolse tra le braccia e se la portò via.
Giunta Troccola a Chiunzo, e ricevuta Puccia da Ciommo come se fosse stata Marziella, giacché per la lunga separazione non ne ricordava le sembianze, la condusse subito innanzi al re; il quale, facendole ravviare i capelli, ne vide piovere quegli animali cosi mortali nemici della verità che sempre offendono i testimoni, e, consideratala in volto, osservò che, anelando forte per la fatica del cammino, aveva fatto una saponata alla bocca, che pareva una gualchiera di panni; e, abbassando gli occhi a terra, scorse un prato d'erbe fetide, che gli misero stomaco a mirarle. Sdegnato, scacciò senz'altro Puccia con la madre, e castigò Ciommo, mandandolo a guardare le oche della corte.
Disperato Ciommo per questo affare, e non sapendo darsene ragione, conduceva le oche pei campi, e lasciandole errare a lor voglia lungo la marina, si ritirava in un pagliaio, dove, fino a sera, quando era tempo di stendersi a dormire, piangeva la sorte sua.



Goble W.



Ma alle oche che scorrevano pel lido si affacciava Marziella dalle acque, e le cibava di pasta reale e le abbeverava di acqua rosa, tanto che esse erano diventate ognuna quanto un castrato, cosi grasse che quasi non potevano aprire gli occhi. E la sera si spingevano fin sotto un orticello, che rispondeva sotto una finestra del re, e cominciavano a cantare:

Pire, pire, pire! 
Il sole è bello ed è bella la luna; 
assai più bella chi governa noi. 

Il re, sentendo ogni sera questa musica ochesca, mandò per Ciommo, e volle sapere dove e come e di che pascesse le sue oche; e Ciommo rispose: "Non do loro altro a mangiare che l'erba fresca dei campi".



George Cruikshank


Ma il re, che non rimase persuaso della risposta, gli mandò dietro segretamente un servo fidato perché osservasse dove esso menava le oche. Il servo, seguendo le sue orme, lo vide entrare nel pagliaio e lasciare le oche sole; le quali, volgendosi verso la marina, giunsero al lido, dove usci dal mare Marziella, che non credo cosi bella sorgesse dalle onde la madre di quel cieco, che, come disse il poeta, altra limosina non chiede che di pianto. Il servitore del re, tutto meravigliato e incantato, corse dal padrone, raccontandogli il bello spettacolo a cui aveva assistito sulla scena della marina, E la curiosità del re, eccitata, lo mosse a recarsi di persona a contemplarlo; e la mattina, quando il gallo, capopopolo degli uccelli li solleva tutti ad armare i viventi contro la Notte, essendo andato Ciommo con le oche al luogo solito, il re, non perdendolo mai di vista, gli tenne dietro.
Ciommo rimase nel pagliaio e le oche si avviarono alla marina; e il re vide venir fuori Marziella, che, data a mangiare una pastetta di paste dolci e da bere una caldaietta di acqua rosa alle oche, si assise sopra una pietra a pettinarsi i capelli, dai quali cadevano a manate le perle e i granatini, e intanto dalla bocca le usciva un nugolo di fiori e sotto i piedi si mirava un tappeto soriano di gigli e viole.
Il re chiamò Ciommo e gli domandò se conosceva quella bella giovane; e Ciommo la riconobbe e corse ad abbracciarla, e in presenza del re udi tutto il tradimento fattole da Troccola, e come l'invidia di quella brutta peste aveva ridotto questo bel fuoco d'amore ad abitare nell'acqua del mare.
Non si può dire il piacere che prese il re per l'acquisto di cosi bella gioia; e, voltosi al fratello di lei, gli disse che aveva gran ragione di lodarla tanto, e che trovava due terzi e più di quello che aveva descritto, e perciò la stimava più che degna di essergli moglie, quando si contentasse di accettare lo scettro del regno suo.
"Oh lo volesse il Sole leone - rispose Marzìella - e potessi venire a servirti come schiava della tua corona! Ma non vedi tu questa catena d'oro, che mi lega il piede e con la quale la maga mi tiene prigione, e, quando prendo troppa aria e troppo mi trattengo alla marina, mi tira dentro alla ricca servitù, incatenata d'oro?"
"Quale rimedio ci sarebbe - disse il re - a levarti dalle branche di cotesta sirena?" "Il rimedio sarebbe - rispose Marziella - di segare con una lima sorda questa catena, e svignarmela."
"Aspettami domattina - replicò il re - che lo me ne verrò con l'ordigno pronto e mi ti porterò a casa, dove sarai il mio occhio diritto, la pupilla del mio cuore e le viscere di quest'anima."
E, datasi una caparra dell'amor loro col toccarsi le mani, essa se ne andò in mezzo all'acqua ed egli in mezzo al fuoco, e a un fuoco tale che non gli die un momento di riposo tutto il giorno. E, quando quella nera schiava della Notte usci a fare tubba-catubba con le stelle, non chiuse occhio e andò ruminando con le mascelle della memoria le bellezze di Marziella, discorrendo col pensiero intorno alle meraviglie dei capelli, ai miracoli della bocca e agli stupori del piede; e, toccando l'oro delle grazie sue alla pietra del paragone del giudizio, le trovava di ventiquattro carati. E malediceva la Notte che tanto tardasse a riposarsi dei ricami che va facendo di stelle, e bestemmiava il Sole che non arrivasse presto col carico della luce ad arricchire la casa sua del bene tanto desiderato, affin di portare alla camera sua una miniera d'oro che gettava perle, una conchiglia di perle che gettava fiori.
Ma, intanto che egli se n'andava per mare pensando a colei che stava nel mare, ecco i guastatori  del Sole spianare il cammino pel quale doveva esso passare con l'esercito dei raggi; e il re si vesti, e, in compagnia di Ciommo, si avviò alla marina. E qui, uscita Marziella dalle onde, egli con la lima che aveva portata, segò di mano propria la catena dal piede della persona amata, sebbene in quell'atto stesso ne fabbricasse un'altra più forte al proprio cuore. E si tolse in groppa al cavallo colei che gli cavalcava il cuore, e trottò alla volta del palazzo reale, dove Marziella trovò, per ordine del re, tutte le belle donne del paese, che la ricevettero e l'onorarono come padrona loro.
Quando il re la sposò, nella gran festa che segui, tra le tante botti che si accesero per luminaria, fu inclusa come botticella anche la persona di Troccola, affinché scontasse l'inganno che aveva fatto a Marziella. Lucida fu mandata a chiamare e visse, insieme con Ciommo, da signora; ma Puccia, scacciata da quel regno, andò sempre pezzendo, e, per non aver voluto seminare un pochetto di pizza, ebbe sempre carestia di pane, perché:

  chi non sente pietà, pietà non trova.


"Le Doje Pizzelle", G.B. Basile, Pentamerone, Giornata IV, Cunto 7
Traduzione di Benedetto Croce.
Il testo originale è nella Pagina: "G.B. Basile".

Vedi "Le Tre Fate", sempre di Basile, Qui.



venerdì 1 maggio 2015

Sole, Luna e Talia, (Pentamerone:Cunto Quinto, Quinta Giornata), G. B. Basile

'era una volta un gran signore, il quale, essendogli nata una figlia, a cui die nome Talia, fece venire tutti i sapienti e gl'indovini del suo regno perché le dicessero la ventura. Costoro, dopo vari consulti, conclusero che essa era esposta a gran pericolo a causa di una lisca di lino. E il re proibì che in casa sua entrasse mai lino o canapa o altra roba simile, per evitare ogni cattivo incontro.


Mascia Kurbatova


Ora, essendo Talia grandicella e stando alla finestra, vide passare una vecchia che filava; e, poiché non aveva mai visto né conocchia né fuso, piacendole assai quel danzare che il fuso faceva, fu presa da curiosità e la fece venir su, e, tolta in mano la rocca, cominciò a stendere il filo. Ma, per disgrazia, una lisca le entrò nell'unghia e subito cadde a terra morta. La vecchia, a tanta disavventura, scappò che ancora salta a precipizio per le scale; e lo sventurato padre, dopo aver pagato con un barile di lacrime una secchia di asprinio, collocò la morta Talia in quello stesso palazzo, che era in un bosco, seduta su una sedia di velluto, sotto un baldacchino di broccato. Poi, serrate le porte, abbandonò per sempre la casa, cagione di tanto suo male, per cancellare in tutto e per tutto dalla memoria la sciagura sofferta.


Mascia Kurbatova


Dopo qualche tempo, a un re, che andava a caccia per quei luoghi, sfuggì un falcone e volò a una finestra di quella casa; né tornando al richiamo, il re fece picchiare alla porta, credendo che la casa fosse abitata. Ma, dopo aver bussato invano lunga pezza, il re, domandala una scala da vendemmiatore, volle di persona scalare la casa e vedere che cosa ci fosse dentro. Salito ed entrato, rimase stupito, non trovando in nessun luogo persona vivente; e, in ultimo, giunse alla camera, dove stava Talia come incantata.
Il re, credendo che dormisse, la chiamò. Ma, non ritornando quella in sé, per quanto facesse e gridasse, e, intanto, essendosi egli acceso di quelle bellezze, la portò di peso sopra un letto e ne colse i frutti d'amore, e, lasciandola coricata, se ne tornò al suo regno, dove non si ricordò più per lungo tempo di quel caso.



Kinuko Y. Craft


Dopo nove mesi, Talia partorì una coppia di bambini, un maschio e una femmina, due monili splendenti, che, governati da due fate, apparse in quel palazzo, furono da esse posti alle mammelle della madre. E una volta che i bambini, volendo succhiare, non riuscivano a trovare il capezzolo, si misero in bocca proprio quel dito che era stato punto, e tanto lo succhiarono che ne trassero fuori la lisca. Subito parve che Talia si svegliasse da un gran sonno; e, vedutesi quelle due gioie accanto, porse loro il petto e le tenne care quanto la vita. Ma non sapeva rendersi conto di quel che le era accaduto, trovandosi sola sola in quel palazzo e con due figli allato, e vedendosi portare quel che le occorreva per mangiare senza scorgere persona alcuna.


Chris Beatrice


Il re, un giorno, si ricordò dell'avventura con la bella dormente, e, presa occasione da una nuova caccia in quei luoghi, venne a vederla. E, avendola ritrovata desta e con quei due prodigi di bellezza, ne ebbe un piacere da stordire. A Talia raccontò allora chi egli era e come era andato il fatto; e fecero tra loro amicizia e lega grande, ed egli rimase parecchi giorni in sua compagnia. Poi si accommiatò con promessa di venirla a prendere e condurla al suo regno; e, intanto, tornato a casa sua, nominava a ogni ora Talia e i figli.
Se mangiava, aveva Talia sulla bocca, e Sole e Luna (che questi erano i nomi dei bambini); se si coricava, chiamava l'una e gli altri. La moglie del re, che già dall' indugiare il marito a caccia aveva avuto qualche lampo di sospetto, a queste invocazioni di Talia, Luna e Sole fu presa da altro calore che di sole; e perciò, chiamato il segretario, gli disse: "Ascolta, figlio mio: tu stai tra Scilla e Cariddi, tra lo stipite e la porta, tra la grata e la sbarra. Se tu mi dici di chi mio marito è innamorato, ti fo ricco; e, se mi nascondi la verità, non ti fo più trovare né morto né vivo". E colui, da una parte sconvolto dalla paura, dall'altra tirato dall'interesse, che è una fascia agli occhi dell'onore, una benda della giustizia, uno sferracavallo della fede, le disse pane pane e vino vino.
Allora la regina mandò lo stesso segretario in nome del re a Talia, facendole dire che egli voleva rivedere i figli; ed essa, con grande gioia, glieli inviò. Ma quel cuore di Medea, tosto che li ebbe tra le mani, ordinò al cuoco di scannarli e farne diversi manicaretti e salse per darli a mangiare al misero padre.
Il cuoco, che era tenerino di polmone, al vedere quei due aurei pomi di bellezza, ne senti pietà, e, affidatili alla moglie perché li nascondesse, apparecchiò due capretti in cento varie pietanze. Quando fu l'ora del desinare, la regina fece portare le vivande; e, mentre il re mangiava di gran gusto, esclamando: "Com'è buono questo, per la vita di Lanfusa!", o "Com'è saporito quest'altro, per l'anima di mio nonno!", essa lo incoraggiava, dicendogli: "Mangia, che mangi del tuo". Il re, per due o tre volte, non fece attenzione a queste parole; ma poi, udendo la musica che continuava, rispose: "So bene che mangio del mio, perché tu non hai portato niente in questa casa". E, levatosi con collera, se ne andò a una villa poco lontana per acquietarsi.
Non ancora sazia la regina di quanto credeva di aver fatto, mandò di nuovo il segretario a chiamare la stessa Talia, col pretesto che il re l'aspettava; ed essa venne immediatamente, desiderosa di trovare la sua luce e non sapendo che l'attendeva il fuoco. Condotta innanzi alla regina, costei, con un volto da Nerone, tutta inciprignita, le disse: "Sii la benvenuta, madama Troccola! Tu sei quella fine stoffa, quella buon'erba che ti godi mio marito? Tu sei quella cagna malvagia, che mi fa stare con tante giravolte di capo? Va', che sei giunta al purgatorio, dove ti farò scontare il danno che mi hai fatto!".



Mascia Kurbatova


Talia cominciò a scusarsi che la colpa non era sua e che il marito aveva preso possessione dei suoi territori mentre essa era adoppiata. Ma la regina non volle intendere scuse, e, fatto accendere in mezzo allo stesso cortile del palazzo un gran fuoco, comandò che ve la gettassero dentro.
La misera, che si vide perduta, inginocchiatasi dinanzi a lei, la supplicò che le desse almeno tanto tempo da spogliarsi dei vestiti che aveva addosso. E la regina, non tanto per misericordia verso la sventurata quanto per risparmiare quegli abiti ricamati d'oro e di perle, le disse: "Spogliati, che mi contento".
Cominciò Talia a spogliarsi, e a ogni pezzo di vestito che si toglieva dalla persona gettava uno strido; tanto che, essendosi già tolta la roba, la gonna e il giubbone, quando fu a togliersi il sottanino, gettò l'ultimo strido, mentre al tempo stesso la trascinavano a fare la cenerata per l'acqua bollente da lavare le brache a Caronte. Ma, in quel punto, accorse il re, che, visto lo spettacolo, volle sapere tutto l'accaduto. E, avendo domandato dei figli, udi dalla stessa moglie, che gli rinfacciava il tradimento usatole, come glieli avesse fatti mangiare.
Il re si die in preda alla disperazione. "Dunque, sono stato io stesso - gridava - lupomannaro delle mie pecorelle? Oimè, e perché le vene mie non conobbero la fontana del loro stesso sangue? Ah, turca rinnegata, e quale ferocia è stata la tua? Va', che tu raccoglierai i torsoli, e non manderò cotesta faccia di tiranno al Colosseo per la penitenza!".
Cosi dicendo, ordinò che la regina fosse gettata nello stesso fuoco acceso per Talia, e insieme con essa il segretario, che era stato maniglia di questo tristo giuoco e tessitore della malvagia trama; e voleva fare il medesimo del cuoco, che credeva avesse tritato con la coltella i figli suoi. Ma questi gli si gettò ai piedi e gli disse: "Veramente, signore, non ci vorrebbe altra piazza morta pel servigio che ti ho reso che una calcara di bragia; non ci vorrebbe altro aiuto di costa che un palo dietro; non ci vorrebbe altro trattenimento che di storcermi e rattrappirmi nel fuoco; non ci vorrebbe altro onore che di veder mischiate le ceneri di un cuoco con quelle di una regina ! Ma non è questo il ringraziamento che attendo per averti salvato i figli, a dispetto di quel fiele di cane, che voleva farli uccidere per restituire al corpo tuo quello che era parte dello stesso corpo".
Il re, che udi queste parole, restò fuori di sé e gli pareva di sognare, né poteva credere quello che le sue orecchie sentivano. Poi, rivolto al cuoco, disse: "Se è vero che mi hai salvato i figli, sta' pur sicuro che ti toglierò dal girare gli spiedi e ti porrò nella cucina di questo petto a girare, come a te piacerà, le voglie mie, dandoti premi tali che ti chiamerai felice al mondo".



Nadezhda Illarionova


Mentre il re diceva queste parole, la moglie del cuoco, che vide il bisogno del marito, portò Luna e Sole dinanzi al padre, il quale, giocando a tre con la moglie e i figli, faceva mulinello di baci or con l'uno or con l'altro. E, data grossa mancia al cuoco e fattolo gentiluomo suo di camera, si prese in moglie Talia, la quale godette lunga vita col marito e i figli, conoscendo a tutta prova che quei ch'ha ventura,

il bene anche dormendo, ottiene.


Il Testo originale è nella Pagina: "G.B. Basile".

giovedì 30 aprile 2015

La Bella Addormentata: Giudizi e Pregiudizi. Le Prince Charmant era un Re Adultero e uno Stupratore

Come ho già detto, mi sono allontanata dalla (retta?) via (Cenerentola) perché, nel tentativo di riorganizzare, correggere, ed, eventualmente, rieditare, tutto il materiale già postato, ho incontrato  per l'ennesima volta la Bella Addormentata. Divido le "eroine" fiabesche in passive e intraprendenti.
Rosaspina-Aurora-Talia è il simbolo dell'eroina passiva, la sua apoteosi.
Evito accuratamente di farlo, ma, quando mi capita di leggere anche due righe delle varie interpretazioni pseudo-psicologiche delle fiabe, mi piglia male. Sono più indulgente con le testoline imbottite di "Fiabe sonore" e Disney: ingenuamente, credono di conoscere la fiaba originale e, vele al vento, navigano sull'onda di pregiudizi e luoghi comuni.
Ho anticipato qualcosa parlando della Biancaneve-Bella Addormentata, una per tutte, "Giricoccola". Il Prince Charmant si innamora all'istante di una morta (o di una Biancaneve trasformata in una statua). Non contento, se la porta a casa e la chiude a chiave nella sua cameretta, dove solo lui può adorarla. Il motivo è diffuso in tutta Europa, e ne esistono diverse varianti anche in Russia.
In Italia, molte fiabe iniziano con il Principe o il "Reuzzo" che s'innamora di una bambola a grandezza naturale, simile in tutto e per tutto all'eroina. In queste fiabe, varianti o imitazioni popolari di "Sole, Luna e Talia" (Pentamerone-Basile), la madre di tutte le Belle Addormentate, è evidente che non è il Principe a liberare la Bella dall'incantesimo con "il bacio del vero amore".
Nelle fiabe tipo Giricoccola, le sorelle o la madre del Principe necrofilo, casualmente, tolgono il pettine o la camicia che hanno incantesimato l'Eroina, risvegliandola. Persino i Grimm non parlano del bacio, ma Rosaspina si desta semplicemente perché sono scaduti i cento anni del maleficio.






Voglio dire, nulla fa pensare che la visita del Principe sia terapeutica: si trova nel posto giusto al momento giusto (capacità indispensabile nelle versioni meno antiche di fiabe famose o meno). In realtà, una funzione, porello, ce l'avrebbe, ma non è né quella della vulgata stile Disney né quella degli antropo-psicologi. Queste immagini, così in sequenza, riassumono discretamente i luoghi comuni, o quello che è stato plasmato come "sentire comune", su La Bella Addormentata. La bambina-lettrice non è più tanto bambina, oscilla tra Moccia e i film su Sissi. Aurora-Rosaspina non è niente di più di una bambola da ritagliare, prende vita quando riflette la lettrice, i suoi sogni (un po' da bimbaminkia), le sue fantasie sentimentali. Il Romanticismo è altro.



Tokuhiro Kawai


Tokuhiro Kawai


Questa illustrazione interpreta esattamente ciò che vado dicendo: il "bacio magico", l'attesa del bacio reale, il Prince Charmant...



Tokuhiro Kawai


Questo è un po' lo stereotipo del Principe ante Disney: gentiluomo francese, cappello piumato, tanto di baffetto biondo arricciato, ma, soprattutto, cavalier cortese, timido e quasi paralizzato dalla bellezza della Bella.






Poi, è arrivato lui, il giovanottone del Kansas, più boscaiolo che principe, mascella alla Ridge e ciuffo da tamarrone anni '50, mantello rosso con baverone alla Dracula (buono).






Le immagini, che, sotto molti punti di vista, rendono al meglio l'atmosfera della fiaba potrebbero essere queste di Jennie Harbour.






Non è una quindicenne curiosa ma spaventata, consapevole che il suo destino si sta compiendo.
E questo non è le Prince Charmant, ma il Re della fiaba di tutte le fiabe - Sole, Luna e Talia - adultero, stupratore, forse necrofilo (dubita che Talia sia addormentata o morta). Consuma e torna dalla moglie. non senza aver messo incinta Talia (sempre addormentata).




Anche questa di A. Rackham non scherza.



Prima di postare "Sole, Luna e Talia", rimando ad un breve ma - spero - illuminante post sulle origini de "La Bella Addormentata".

martedì 7 aprile 2015

La Gatta Cenerentola, (Pentamerone, Sesto Cunto, Giornata Prima) G.B. Basile - Seconda Parte

ezolla, con giubilo grande che non stava nella pelle, piantò il dattero in un bel vaso; e  mattina e sera lo zappettava, lo innaffiava e  lo asciugava col tovagliuolo di seta.
Con queste cure, il dattero crebbe in quattro giorni alla statura di una donna, e ne venne fuori una Fata, che domandò alla fanciulla:
"Che cosa desideri?".
Zezolla rispose che desiderava uscire qualche volta di casa, e che le sorelle non lo sapessero. Rispose la Fata:
"Ogni volta che ti piaccia, vieni alla pianta e di':

Dattero mio dorato,
con la zappetta d'oro t'ho zappato,
con il secchietto d'oro, annaffiato,
con la fascia di seta t'ho asciugato.
Spoglia te e vesti me!

Quando poi vorrai spogliarti, cangia l'ultimo verso e di': 'Spoglia me e vesti te'''. Venne un giorno di festa, e le figliuole della maestra erano andate in processione fuor di casa, tutte spampanate, strigliate e imbiaccate, tutte nastrini, sonaglini e fronzellini, tutte fiori e odori, rose e cose. Zezolla corse allora alla sua pianta, pronunziò le parole insegnatele dalla Fata e subito fu posta in assetto di regina, sopra una chinea, con dodici paggi attillati e azzimati, e andò anche lei dove erano le sorelle, che non la riconobbero, ma si sentirono venir l'acquolina in bocca per le bellezze di questa vaga colomba.


Kinuko Y. Craft


Volle fortuna che nello stesso luogo capitasse il re, che, alla vista della straordinaria bellezza di Zezolla, rimase incantato, e ordinò a un servitore suo più intrinseco che si informasse nel miglior modo di quella bellissima creatura, chi fosse e dove abitasse. Il servitore si mise subito a pedinarla. Ma essa, che s'accorse dell'agguato, gettò una manata di scudi ricci, che s'era fatti dare dal dattero a quest'effetto; e il servitore, acceso di brama a quei pezzi luccicanti, si scordò di seguire la chinea, fermandosi a raccogliere i danari. E essa di balzo entrò in casa, si spogliò come la Fata la aveva istruita; e sopraggiunsero poi le sei arpie delle sorelle, che, per pungerla e mortificarla, le descrissero a lungo le tante cose belle che avevano viste alla festa.
Il servitore, intanto, era tornato al re e gli aveva raccontato il fatto degli scudi. Si adirò il re e con stizza grande gli disse che, per quattro vili monetuzze, aveva venduto il gusto suo, e che, per ogni conto, avesse procurato nella ventura festa di appurare chi fosse quella bella giovane, e dove s'annidasse così leggiadro uccello.
Venne l'altra festa e le sorelle, uscendo tutte adorne e galanti, lasciarono la disprezzata Zezolla al focolare. Ma immantinente essa corse al dattero, disse le parole solite, ed ecco proromperne una schiera di damigelle, chi con lo specchio, chi con la boccetta d'acqua di cucuzza*, chi col ferro per arricciare, chi col pezzo di rossetto, chi col pettine, chi con gli spilli, chi con le vesti, chi con collane e pendenti. E tutte si misero intorno a lei, e la fecero bella come un sole, e la collocarono in un cocchio a sei cavalli, accompagnato da staffieri e paggi in livrea. E si recò al medesimo luogo dell'altra volta, e aggiunse meraviglia nel cuore delle sorelle e fuoco nel petto del re.
Anche questa volta, al ritorno, il servitore le andò dietro; ma essa, per non farsi arrivare, gettò una manata di perle e gioielli, che quel dabben uomo non poté non chinarsi a beccare, perché non erano cose da lasciar perdere; e  così Zezolla ebbe tempo di ridursi a casa sua e spogliarsi conforme al solito. Tornò il servitore, tutto sbalordito, al re, che gli disse:
"Per l'anima dei morti tuoi, se tu non mi ritrovi quella giovane, ti do una solenne bastonatura, e tanti calci nel sedere quanti hai peli alla barba!".
Al nuovo giorno di festa, e quando già le sorelle s'erano messe in via, Zezolla tornò al dattero e, ripetendo la canzone fatata, fu vestita superbamente e collocata in una carrozza d'oro con tanti servitori attorno, che pareva una cortigiana arrestata al pubblico passeggio e attorniata dagli sbirri**. E, dopo aver eccitato la meraviglia e l'invidia delle sorelle, si partì, seguita dal servitore del re, che questa volta si cucì a filo doppio alla carrozza. Vedendo che sempre le era alle coste, Zezolla gridò:
"Tocca, cocchiere!", e la carrozza si mise in corsa con tanta furia, che a lei, in quell'agitazione, cadde dal piede una pianella***, che non si poteva vedere cosa più ricca e gentile.


Kinuko Y. Craft



Il servitore, non potendo raggiungere la carrozza che ormai volava, raccattò la pianella e la portò al re, narrandogli quanto gli era accaduto. Il re, la tolse tra le mani ed uscì in questi detti:
"Se il fondamento è così bello, che sarà mai la casa? O bel candeliere, dove è stata infissa la candela che mi consuma! O treppiede della bella caldaia, dove bolle la mia vita! O bei sugheri, attaccati alla lenza d'Amore, con la quale ha pescato quest'anima! Ecco, io vi abbraccio e vi stringo, e, se non posso giungere alla pianta, adoro le radici; se non posso attingere i capitelli, bacio le basi! Voi già foste ceppi di un bianco piede, e ora siete tagliuola di un cuore addolorato. Per virtù vostra, colei che tiranneggia la mia vita, era alta un palmo e mezzo di più; e per voi cresce altrettanto in dolcezza questa mia vita, mentre vi guardo e vi possiedo!".
Ciò detto, il re chiama lo scrivano, comanda ai trombetti, e tu-tu-tu, fa gettare un bando che tutte le donne del paese vengano a una festa e a un banchetto che ha determinato di dare. Nel giorno stabilito, oh bene mio! quale masticatorio e quale fiera fu quella! Donde uscirono tante pastiere e casatielli, donde gli stufati e le polpette? donde i maccheroni e graviuoli, che poteva saziarvisi un esercito intero? Le femmine c'erano tutte e di ogni qualità, e nobili e ignobili, e ricche e pezzenti, e vecchie e giovani, e belle e brutte, e, poiché ebbero ben lavorato coi denti, il re, fatto il profizio, si mise a provare la pianella a una a una a tutte le invitate per vedere a chi di esse andasse a capello e bene assestata, tanto che egli potesse dalla forma della pianella conoscer quella che andava cercando. Ma non trovò alcun piede a cui andasse a sesto, e fu sul punto di disperare.


Kinuko Y. Craft


Nondimeno, imposto generale silenzio, disse:
"Tornate domani a far penitenza con me; ma se mi volete bene, non lasciate nessuna femmina a casa, e sia quale sia!".
Parlò allora il principe:
"Io ho una figlia, ma sta sempre a guardare il focolare, perché è una creatura disgraziata e dappoco, non meritevole di sedere dove mangiate voi".
Replicò il re:
"Questa sia a capo di lista, perché l'ho caro".
Così partirono, e il giorno dopo tornarono tutte, e, insieme con le figlie di Carmosina, Zezolla, la quale, come il re la vide, gli dié l'impressione di quella che desiderava; e nondimeno dissimulò. Ma, finito il desinare, si venne alla prova della pianella che, non appena fu appressata al piede di Zezolla, si lanciò di per se stessa, come il ferro corre alla calamita, a calzare quel coccopinto d'Amore. Il re alora strinse Zezolla tra le braccia, e, condottala sotto il suo baldacchino, le mise la corona sul capo, ordinando a tutti di farle inchini e riverenze come a loro regina. Le sorelle, livide d'invidia, non potendo reggere allo schianto dei loro cuori, filarono moge moge verso la casa della madre, confessando a lor dispetto che

pazzo è chi contrasta con le stelle.




E. Le Cain


Traduzione dal Napoletano di Anna Buia.


Dalle note di B. Croce:

*Olio cosmetico e medicinale, che si traeva da alcune specie di zucche.

**Alle cortigiane era vietato di andare in carrozza ai pubblici passeggi e in gondola alla spiaggia di Posilipo, passeggiata quotidiana del vicerè e della nobiltà.Se alcuna contravveniva al divieto, (e il caso non era infrequente), sorpresa e circondata dagli sbirri, era condotta in carcere. [...]

***Le pianelle si sovrapponevano alle scarpette. Il Celano [...]   notava che prima non v'era "dama napolitana che, senza queste, camminato avesse", ma che, ai suoi tempi, "fuor di qualche monaca claustrale e riformata", le pianelle erano disusate "da tutte le donne", che andavano invece "in iscarpette" [...]
Dalla nota 19:
Le pianelle erano fornite di tacchi altissimi o calcagnini, quasi trampoli [...]