Mefistofele
Svelo di malavoglia segreto così alto.
Dèe dominano altere in solitudine.
Non Luogo intorno ad esse e meno ancora Tempo.
Parlarne è arduo.
Sono le Madri!
Faust (rabbrividendo)
Madri!
M.
Ti dà i brividi
F.
Le Madri! Madri!... Come suona strano!
M.
E strano è. A voi mortali Dèe
ignote, da noi
non volentieri nominate.
Sulla via delle loro dimore dovrai esplorare gli abissi.
Ne hai colpa tu, se ne abbiamo bisogno.
Dal "Faust" di Goethe
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giovedì 8 marzo 2018
domenica 11 giugno 2017
Thomas the Rhymer e la Regina delle Fate, (Scozia)
rcildourne è un paese che giace all'ombra della montagna di Eildon.
Nei tempi antichi viveva in questo luogo un uomo di nome Thomas Learmont, che si distingueva dai suoi vicini per il fatto di suonare il liuto, come fanno gli artisti ambulanti.
In un giorno estivo, Thomas uscì dalla sua capanna con il liuto sotto il braccio per recarsi da un piccolo contadino, che viveva sul pendio della montagna.
Il luogo non era molto lontano ed egli cominciò a camminare con passo spedito attraversando la landa. Il cielo era senza una nuvola, di un bel blu terso, quando raggiunse la località di Huntlie Bank, ai piedi della montagna. Stanco e spossato per il caldo decise di riposarsi un po' all'ombra di un grosso albero. Davanti a lui si estendeva un piccolo bosco dal quale si snodavano verdi sentieri; Thomas guardò gli alberi del bosco e suonò un paio di accordi nel suo liuto. Udì allora in lontananza un rumore, come il gorgoglio di un ruscello, e all'improvviso vide avvicinarsi a cavallo la più bella donna del mondo, vestita di seta verde, con un mantello di velluto del colore dell'erba e i biondi capelli sciolti sulle spalle. Il suo cavallo, bianco come il latte, si muoveva leggiadro tra gli alberi e Thomas vide che a ogni pelo della criniera era legata una campanellina d'argento.
Il giovane si levò il cappello e cadde in ginocchio davanti alla bella cavallerizza, che fermò la sua cavalla e gli ordinò di rialzarsi.
"Sono la Regina del Regno delle Fate e vengo a trovarti, Thomas di Ercildourne", disse sorridendo e gli porse la mano, affinché lui l'aiutasse a smontare da cavallo.
Costui lasciò cadere le briglie in un cespuglio e la condusse, incantato dalla sua bellezza eterea, sotto l'ombra di un grosso albero.
"Suona il tuo liuto Thomas - disse la Regina - bella musica e verde ombra sono due cose che si accompagnano bene".
Thomas suonò e gli parve di non aver mai prodotto con il suo liuto melodie così dolci.
Kinuko Y Craft
mercoledì 25 gennaio 2017
L'Isola della Felicità, D. Comparetti
"Dammi lu Velu" e Liombruno e il paese dove non si more mai con finale felice. Non la superba regalità di Niamh che avamza sulle onde cavalcando il suo destriero soprannaturale e porta via con sé Oisin, il guerriero-poeta delle Fianna, non il pescatore Urashima e il suo viaggio meraviglioso fino al regno sottomarino del Drago, ma il ragazzotto figlio della vedova in cerca di fortuna. E la Fortuna è una donna in carne ed ossa, che, come le fanciulle-cigno, perde la sua forza e i suoi poteri con il furto delle vesti, ma segue il marito rapitore nel fatale viaggio di ritorno proteggendolo dalle insidie che distruggeranno Oisin e Urashima.
ice che c'era una volta una povera vedova e un suo ragazzo che stavano in una casipola fuori di mano ed erano quasi alla limosina. Questo ragazzo quando fu ai diciotto o vent'anni disse a sua madre:
"Mamma, io voglio andar via a cercar fortuna, e starò fuori fin che l'abbia trovata, e se la trovo, farò star bene anche voi."
Questo giovanotto se ne va dunque a girare il mondo.
ice che c'era una volta una povera vedova e un suo ragazzo che stavano in una casipola fuori di mano ed erano quasi alla limosina. Questo ragazzo quando fu ai diciotto o vent'anni disse a sua madre:
"Mamma, io voglio andar via a cercar fortuna, e starò fuori fin che l'abbia trovata, e se la trovo, farò star bene anche voi."
Questo giovanotto se ne va dunque a girare il mondo.
martedì 10 gennaio 2017
Kalevala: le Vergini Ilmatar e Marjatta e i Loro Figli Divini
Il Kalevala (ovvero Terra degli Eroi) è una raccolta di rune finniche che narrano le avventure di tre personaggi favolosi, tre Eroi dalle origini divine.
Questo monumento letterario nazionale, conservatisi solo grazie alla trasmissione orale fu raccolto e trascritto da un medico finlandese, Elias Lonnrot, e pubblicato nel 1835. Nel corso dei secoli, e soprattutto con l'avvento del Cristianesimo (1150), la trasmissione non scritta determinò la contaminazione dell'originario carattere magico e cosmico dei miti, che riflettevano la spiritualità "animistica e sciamanica" delle popolazioni finniche.
Così, gli antichi Eroi, gli antichi Dèi, personificazione dei Miti della Natura, furono costretti ad allontanarsi per sempre, come i Túatha Dé Danann, gli Dèi luminosi d'Irlanda, che lasciarono l'Isola sacra o si confusero con il preesistente popolo magico abitatore dei Tumuli, dopo l'invasione vittoriosa degli Uomini e del loro nuovo Dio.
n principio era Ilmatar/Luonnotar, unico Essere, figlia dell'Aria e discesa sulle onde del Mare. Fecondata dal Vento, vagò a lungo, settecento dei nostri anni, senza poter partorire il figlio che portava in grembo. Il Figlio non può nascere perché il Mondo che deve accoglierlo non è stato creato. E un'anatra si posò sul suo ginocchio e nidificò, ma Ilmatar mosse il ginocchio e le uova rotolarono e caddero, e si ruppero, e dai loro frammenti nacquero il Cielo, la Terra, il Sole, la Luna, le Stelle e le Nuvole. In seguito, Ilmatar creò gli abissi marini, le terre sommerse e le terre emerse, i promontori e le montagne. E, finalmente, partorì Väinämöinen, che nacque già vecchio, e trascorsero altri sette anni, e Väinämöinen era in balìa delle onde.
Questo monumento letterario nazionale, conservatisi solo grazie alla trasmissione orale fu raccolto e trascritto da un medico finlandese, Elias Lonnrot, e pubblicato nel 1835. Nel corso dei secoli, e soprattutto con l'avvento del Cristianesimo (1150), la trasmissione non scritta determinò la contaminazione dell'originario carattere magico e cosmico dei miti, che riflettevano la spiritualità "animistica e sciamanica" delle popolazioni finniche.
Così, gli antichi Eroi, gli antichi Dèi, personificazione dei Miti della Natura, furono costretti ad allontanarsi per sempre, come i Túatha Dé Danann, gli Dèi luminosi d'Irlanda, che lasciarono l'Isola sacra o si confusero con il preesistente popolo magico abitatore dei Tumuli, dopo l'invasione vittoriosa degli Uomini e del loro nuovo Dio.
n principio era Ilmatar/Luonnotar, unico Essere, figlia dell'Aria e discesa sulle onde del Mare. Fecondata dal Vento, vagò a lungo, settecento dei nostri anni, senza poter partorire il figlio che portava in grembo. Il Figlio non può nascere perché il Mondo che deve accoglierlo non è stato creato. E un'anatra si posò sul suo ginocchio e nidificò, ma Ilmatar mosse il ginocchio e le uova rotolarono e caddero, e si ruppero, e dai loro frammenti nacquero il Cielo, la Terra, il Sole, la Luna, le Stelle e le Nuvole. In seguito, Ilmatar creò gli abissi marini, le terre sommerse e le terre emerse, i promontori e le montagne. E, finalmente, partorì Väinämöinen, che nacque già vecchio, e trascorsero altri sette anni, e Väinämöinen era in balìa delle onde.
martedì 27 dicembre 2016
Urashima Tarō, e la Tir-na-n-Og Giapponese
La leggenda giapponese di Urashima Tarō è probabilmente la più conosciuta in Occidente, forse perché il tema principale, il viaggio in una terra soprannaturale dove il trascorrere del Tempo è pericolosamente diverso, è diffusissimo anche nelle nostre storie. Vengono in mente Oisin e Niam e Tir-na-n-Og, Thomas the Rhymer, e persino le contaminazioni cristiane del tema, con le estasi mistiche che annullano e moltiplicano il passare del Tempo.
Della leggenda di Urashima Tarō esistono numerose varianti. Ne ho ricostruita una, basandomi su quella più diffusa e attendibile.
La variante che si stacca marcatamente da quella che considero l'originale, (o, chissà, forse è, invece, l'ultima traccia dell'antico nucleo), narra di un giovane e ardito pescatore che, in una notte di luna piena, si sporge pericolosamente dalla barca, i lunghi e bellissimi capelli inzuppati di raggi lunari e acqua marina, e cade negli abissi, "reso pazzo dalla Luna", attratto dagli incantamenti della figlia del Dio degli Abissi del Mare, che lo imprigiona nella sua "fredda grotta", disteso su di un letto di sabbia.
Nessuna traccia, quindi, del Palazzo del Re Drago e della sua elegante Corte.
E inizia un dialogo in versi, una sorta di nenia, tra la Creatura che chiede l'amore del giovane pescatore poiché i suoi lunghi capelli "si sono attorcigliati intorno al suo cuore", e Urashima Tarō, qui sorprendentemente padre di famiglia, che si ostina a rifiutarla invocando la tenerezza verso i proprii bambini e la sua preoccupazione per il loro destino. Infine, la Figlia del Dio del Mare acconsente a lasciarlo libero, in cambio di un'unica notte. Il pescatore acconsente. Liberato con il cofanetto da-non-aprire-mai, ritorna nel suo villaggio. Il finale della storia non muta, se non per una disperata ricerca fra le lapidi del cimitero, alla ricerca di una conferma di cui è, in cuor suo, già consapevole. E, infatti, trova i nomi di tutti i suoi figli, morti vecchissimi, e dei figli dei suoi figli. E il dono di addio, qui, potrebbe avere in senso, il senso di una fredda vendetta, basato sulla consapevolezza delle debolezze umane.
anto tanto tempo fa, sulle coste del Giappone, nella provincia di Tago, in un modesto villaggio di pescatori,viveva un giovane di nome Urashima Tarō (浦島太郎). Suo padre era stato un abile pescatore, e aveva trasmesso la sua abilità al figlio, che era certamente il pescatore più audace del villaggio e non temeva di spingersi in mare aperto. Tuttavia, più che per il suo ardimento nell'affrontare le onde con qualsiasi tempo, era rinomato per la gentilezza e la grande generosità del suo animo.
Della leggenda di Urashima Tarō esistono numerose varianti. Ne ho ricostruita una, basandomi su quella più diffusa e attendibile.
La variante che si stacca marcatamente da quella che considero l'originale, (o, chissà, forse è, invece, l'ultima traccia dell'antico nucleo), narra di un giovane e ardito pescatore che, in una notte di luna piena, si sporge pericolosamente dalla barca, i lunghi e bellissimi capelli inzuppati di raggi lunari e acqua marina, e cade negli abissi, "reso pazzo dalla Luna", attratto dagli incantamenti della figlia del Dio degli Abissi del Mare, che lo imprigiona nella sua "fredda grotta", disteso su di un letto di sabbia.
Ford H.J.
Nessuna traccia, quindi, del Palazzo del Re Drago e della sua elegante Corte.
E inizia un dialogo in versi, una sorta di nenia, tra la Creatura che chiede l'amore del giovane pescatore poiché i suoi lunghi capelli "si sono attorcigliati intorno al suo cuore", e Urashima Tarō, qui sorprendentemente padre di famiglia, che si ostina a rifiutarla invocando la tenerezza verso i proprii bambini e la sua preoccupazione per il loro destino. Infine, la Figlia del Dio del Mare acconsente a lasciarlo libero, in cambio di un'unica notte. Il pescatore acconsente. Liberato con il cofanetto da-non-aprire-mai, ritorna nel suo villaggio. Il finale della storia non muta, se non per una disperata ricerca fra le lapidi del cimitero, alla ricerca di una conferma di cui è, in cuor suo, già consapevole. E, infatti, trova i nomi di tutti i suoi figli, morti vecchissimi, e dei figli dei suoi figli. E il dono di addio, qui, potrebbe avere in senso, il senso di una fredda vendetta, basato sulla consapevolezza delle debolezze umane.
Yamamoto Hōsui
anto tanto tempo fa, sulle coste del Giappone, nella provincia di Tago, in un modesto villaggio di pescatori,viveva un giovane di nome Urashima Tarō (浦島太郎). Suo padre era stato un abile pescatore, e aveva trasmesso la sua abilità al figlio, che era certamente il pescatore più audace del villaggio e non temeva di spingersi in mare aperto. Tuttavia, più che per il suo ardimento nell'affrontare le onde con qualsiasi tempo, era rinomato per la gentilezza e la grande generosità del suo animo.
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martedì 13 dicembre 2016
Lucia, Lussi e Christkindel (e Scorta Diabolica)
E rispunta la Scorta Diabolica.
La Chiesa Protestante luterana si arrocca nel cuore dell'Europa centrale guardando al Nord, "cancella" san Nicola e tenta di soppiantarlo con Lussi-Lucia. Ma, con il tempo, la tradizione popolare lo sostituirà con Sancta, mentre san Nicola resisterà nelle zone più conservatrici e rigidamente cattoliche, affiancato da... Lussi la "Luterana", sotto il nome di Christkindel, (la ben nota figura di fanciulla bionda, incoronata di candele fiammeggianti, generosa distributrice di dolci e doni), degradata a "braccio destro" di Nicola, ma anch'ella accompagnata dal diabolico essere mostruoso conosciuto altrove come Krampus.
La Chiesa Protestante luterana si arrocca nel cuore dell'Europa centrale guardando al Nord, "cancella" san Nicola e tenta di soppiantarlo con Lussi-Lucia. Ma, con il tempo, la tradizione popolare lo sostituirà con Sancta, mentre san Nicola resisterà nelle zone più conservatrici e rigidamente cattoliche, affiancato da... Lussi la "Luterana", sotto il nome di Christkindel, (la ben nota figura di fanciulla bionda, incoronata di candele fiammeggianti, generosa distributrice di dolci e doni), degradata a "braccio destro" di Nicola, ma anch'ella accompagnata dal diabolico essere mostruoso conosciuto altrove come Krampus.
Christkindel e "Hans Trapp"
13 Dicembre. Lussi. La Tenebra e la Luce.
La Notte di Lussi, Lussinatta. Il lato oscuro di santa Lucia. O meglio, è santa Lucia l'idilliaca usurpatrice cristiana dell'antica Dèa del solstizio d'inverno.
Lussi, l'aspetto terrifico della Dèa Madre, imperversava nelle gelide regioni nordiche, accompagnata, come le pre-olimpiche Iside o Ecate, dalla caccia selvaggia [Lussiferda], tra i fischi delle bufere e le tempeste di neve. Guai a chi l'avesse incontrata di notte. I dèmoni e gli spiriti e i troll che la scortavano erano partecipi della sua natura maligna. La Lussinatta, a ridosso del solstizio invernale, era una notte di veglia e di terrore. Nelle case si accendevano lumi e candele per tenere lontani gli spiriti delle tenebre al massimo della loro potenza e del loro furore nell'imminenza del rinnovato trionfo della Luce. Il sonno costituiva un pericolo pari a quello delle tenebre né si era al sicuro fra le mura domestiche. Lussi la Terribile si calava dai camini delle case dove i lavori giornalieri non erano stati portati a termine prima del crepuscolo e rapiva i colpevoli.
Di questo aspetto minaccioso restano tracce anche nella soavità della festa cristiana di santa Lucia, della santa Lucia buona. I bambini, in attesa dei doni, le lasciano dolci, biscotti e latte (v. Befana!), ma non devono arrischiarsi ad aspettarla svegli perché potrebbero essere accecati per punizione con la cenere del focolare.
sabato 10 dicembre 2016
San Nicola e il Krampus
E' il 10 dicembre. San Nicola ed il suo tenebroso compagno-servo, il Krampus, hanno già concelebrato (5-6 dicembre) il loro rito, legato al solstizio invernale: il Bene e il Male (asservito, ma sempre pericoloso), uno dei Santi più celebri e amati e l'ombra grottesca di un diavolo. Inutile precisare che la cerimonia, così come viene rappresentata, è frutto della "rivisitazione" cristiana. Non se ne conoscono le origini con precisione. Confrontare per capire, e, Proppianamente, guardare alla funzione e non al personaggio. L'ossessione dell'asservimento dell'Uomo Selvaggio è presente anche nelle fiabe, dove, più onestamente, la strana Creatura, la divinità agreste, si dimostra riconoscente, se liberata, e una figura paterna se salva ed accoglie. (Vedi "L'Uomo Selvaggio", Grimm n.136, Traduzione mia)
Sfilata dei Krampus a Dobbiaco
San Nicola e la Sua Scorta Diabolica, i Krampus (Rieditato)
"Un interessantissimo caso di sopravvivenza di culti e rituali precristiani connessi al periodo invernale, nonché di contaminazione suggestiva tra culture diverse (germanica, latina, slava e anche cristiana) è quello dei Krampus, una tradizione che è tutt’oggi mantenuta in vita in molte zone dell’arco alpino italiano ed europeo (dalla Germania, all’Italia, all’Austria fino ad arrivare in Croazia) e che richiama moltissimi curiosi. Niente da dire, oltre che affondare le proprie radici in un passato che ormai nessuno conosce più (e anche a livello di studio antropologico, è difficile risalire alla sua cellula madre), la festa è un’occasione di rara suggestione e fascinazione proprio per tutti, dai bambini agli adolescenti agli adulti. Che si creda o meno, che si sia scettici o meno, difficile non farsi aggrovigliare le viscere al rumore dei campanacci che si avvicinano...
mercoledì 14 settembre 2016
La Leggenda del Serpente Bianco, del Serpente Nero, del Giovane Xu Xian e del Monaco Fa Hai
Toshiyuki Enoki
Questa antichissima storia cinese, tramandata oralmente per secoli, divenne un racconto scritto nel settimo secolo, durante la dinastia Tang, e si inserisce nel filone, noto anche nel nostro patrimonio folcloristico, della "sposa soprannaturale". Ho già avuto occasione di sottolineare come il nostro tipo fiabesco, in genere riguardante la ragazza-serpe, sia totalmente rovesciato rispetto al mito e/o alle fiabe diffuse in Asia e in Africa.
In Asia e in Africa, la donna non è stregata, né soggiace a qualche incantesimo, ma è un serpente, che assume l'aspetto di una bellissima umana, si unisce ad un giovane mortale, e, in genere, gli dà anche un figlio. Quando il marito scopre la sua vera natura, il Serpente sparisce per sempre, ma non senza provvedere al figlioletto, che lascia allo sposo mortale. Melusina, la bellissima donna-drago, è la parente più stretta di questo genere di eroine. E la sua leggenda, come molte altre, era funzionale a creare un alone mitico intorno alle origini di una potente famiglia realmente esistita.
In Cina, la versione più pericolosa e popolare di questo mito ha per protagonista una Volpe, dèmone lussurioso e fatale o spettro inquieto e maligno che s'incarna in una donna bellissima e affascinante, spesso accompagnata da una "consorella" che si finge sua serva. Nei panni di una donzella in difficoltà, durante una tempesta di neve o di pioggia, attende le sue vittime nei pressi di una pagoda in rovina, di un ponte, dei resti di un'antica villa o di una tomba. "Salvata" e ospitata da qualche giovane e solitario mortale, riesce d ammaliarlo e a farsi sposare. In genere, la natura maligna della moglie viene scoperta da qualche saggio monaco buddista chiamato per curare la malattia del giovane, che sta deperendo rapidamente. Che sia anche un'allegoria, una spiegazione soprannaturale, o meglio, superstiziosa, della tisi, mi pare evidente.
(Vedi la Lamia e la Dame-sans-Merci di Keats).
Toshiyuki Enoki
l Serpente Bianco, Bai Suzhen, e il Serpente Nero, Xiao qing, vivevano da millenni sul monte Emei, montagna sacra per il Buddismo, il Taoismo e il Confucianesimo. Avevano studiato anche la magia, di cui erano diventati maestri. Un giorno, decisero che ne avevano abbastanza di una vita solitaria fra le nevi e i tramonti d'oro del monte Emei, e, curiosi di sperimentare la vita dei mortali, dopo aver assunto l'aspetto di due bellissime fanciulle umane, scesero al meraviglioso Lago dell'Ovest, che si diceva nato da una perla caduta dalla Via Lattea, nel distretto di Hangzhou. Mentre si trovavano sul ponte Duan Qiao, ammirando l'incantevole bellezza del lago, vennero sorprese da un improvviso e violento acquazzone. Un giovane e bellissimo uomo di nome Xu Xian, che lavorava presso una farmacia, accorse in loro aiuto offrendo la protezione del proprio ombrello.
sabato 10 settembre 2016
I Re Elle, Danimarca
Secondo la tradizione danese, i re Elle, sotto la denominazione di re del promontorio (Klintekonger), sorvegliano e proteggono tutto il paese. Quando guerra o qualche altra sfortuna minacciano di arrivare nel paese, sul promontorio si possono vedere eserciti completi allineati fermi a difesa del paese.
Uno di questi re risiede a Möen, sulla macchia che porta tuttora il nome di Collina del Re (Kongsbjerg). La sua regina è la più bella tra le creature e dimora al Seggio della Regina (Dronningstolen). Quel re è un grande amico del re di Stevns ed entrambi sono nemici di Grap, il re del promontorio di Rűgen, che deve tenersi alla larga e scrutare oltre il mare per vedere se si avvicinano.
Un'altra tradizione, tuttavia, dice che vi è un solo re che governa sulle terre dei promontori di Möen, Stevns e Rűgen. Egli possiede una magnifica carrozza tirata da quattro cavalli neri. Su di essa egli attraversa il mare, da un promontorio all'altro. In quelle occasioni il mare diventa nero ed è molto agitato e si possono udire distintamente lo sbuffare e nitrire dei suoi cavalli.
Un tempo si credeva che nessun monarca mortale osasso andare a Stevns, perché il re Elle non gli avrebbe permesso di attraversare il fiume che lo circonda, ma Christian IV lo passò senza opposizione e da allora diversi monarchi danesi sono stati là.
A Skjelskör, in Zelanda, regna un altro di questi gelosi sovrani di promontorio di nome Toly (Twelve = Dodicesimo). Egli non tollera che un principe mortale passi il ponte di Kjelskör. Egli avverte anche la sentinella che se si dovesse avventurare in zona deve gridare "dodici in punto al villaggio" e potrebbe accadergli di trovarsi trasportato al villaggio di Borre o presso i mulini a vento. Gli anziani che hanno occhio per queste cose dichiarano che spesso vedono il re Toly rotolarsi sull'erba alla luce del Sole.
La notte di capodanno egli prende dalla forgia di un fabbro o dell'altro nove nuovi ferri per i suoi cavalli; devono essere sempre lasciati lì pronti per lui e con essi i chiodi necessari a complemento.
Il re Elle di Bornholm si lascia occasionalmente sentire mentre suona il piffero e il tamburo, in particolare quando la guerra è vicina; lo si può vedere nei campi con i suoi soldati. Questo re non tollera che un monarca terreno passi più di tre notti sulla sua isola.
Nel credo popolare vi è una qualche strana connessione tra gli Elfi e gli alberi. Non solo essi li frequentano, ma hanno un interscambio di forma con loro. Nel cimitero di Store Heddinge, in Zelanda, vi sono i resti di un bosco di querce. Questi, dice la gente comune, sono i soldati del re Elle; di giorno sono alberi, di notte valenti guerrieri.
Da "Fate nordiche, francesi e medioevali - mito e leggende", Thomas Keightley
Uno di questi re risiede a Möen, sulla macchia che porta tuttora il nome di Collina del Re (Kongsbjerg). La sua regina è la più bella tra le creature e dimora al Seggio della Regina (Dronningstolen). Quel re è un grande amico del re di Stevns ed entrambi sono nemici di Grap, il re del promontorio di Rűgen, che deve tenersi alla larga e scrutare oltre il mare per vedere se si avvicinano.
Un'altra tradizione, tuttavia, dice che vi è un solo re che governa sulle terre dei promontori di Möen, Stevns e Rűgen. Egli possiede una magnifica carrozza tirata da quattro cavalli neri. Su di essa egli attraversa il mare, da un promontorio all'altro. In quelle occasioni il mare diventa nero ed è molto agitato e si possono udire distintamente lo sbuffare e nitrire dei suoi cavalli.
Un tempo si credeva che nessun monarca mortale osasso andare a Stevns, perché il re Elle non gli avrebbe permesso di attraversare il fiume che lo circonda, ma Christian IV lo passò senza opposizione e da allora diversi monarchi danesi sono stati là.
A Skjelskör, in Zelanda, regna un altro di questi gelosi sovrani di promontorio di nome Toly (Twelve = Dodicesimo). Egli non tollera che un principe mortale passi il ponte di Kjelskör. Egli avverte anche la sentinella che se si dovesse avventurare in zona deve gridare "dodici in punto al villaggio" e potrebbe accadergli di trovarsi trasportato al villaggio di Borre o presso i mulini a vento. Gli anziani che hanno occhio per queste cose dichiarano che spesso vedono il re Toly rotolarsi sull'erba alla luce del Sole.
La notte di capodanno egli prende dalla forgia di un fabbro o dell'altro nove nuovi ferri per i suoi cavalli; devono essere sempre lasciati lì pronti per lui e con essi i chiodi necessari a complemento.
Il re Elle di Bornholm si lascia occasionalmente sentire mentre suona il piffero e il tamburo, in particolare quando la guerra è vicina; lo si può vedere nei campi con i suoi soldati. Questo re non tollera che un monarca terreno passi più di tre notti sulla sua isola.
Nel credo popolare vi è una qualche strana connessione tra gli Elfi e gli alberi. Non solo essi li frequentano, ma hanno un interscambio di forma con loro. Nel cimitero di Store Heddinge, in Zelanda, vi sono i resti di un bosco di querce. Questi, dice la gente comune, sono i soldati del re Elle; di giorno sono alberi, di notte valenti guerrieri.
Maud Tindal Atkinson
Da "Fate nordiche, francesi e medioevali - mito e leggende", Thomas Keightley
lunedì 15 agosto 2016
Il Ragazzo-Pesce Nichola de Bar, o Colapesce, Papi che Odiano i Grandi Re, 'E Figlie 'e Nettuno...
La storia di "Nichola de Bar", il ragazzo-pesce di origine pugliese, compare nelle cronache grazie ad un trovatore provenzale vissuto alla fine del 1100, Raimon Jordan, libero pensatore, oserei dire. Nichola de Bar era un nuotatore prodigioso, in grado di resistere in mare, anzi, sotto le onde del mare, per giorni.
Walter Map (chi legge spesso i post lo avrà già incontrato più volte), interessante uomo di lettere gallese nonché arcidiacono di Oxford, "scopritore" dei Valdesi e arguto e sprezzante critico dei Benedettini e di Bernardo di Chiaravalle, (ispiratore dei monaci-guerrieri, leggi Templari, e sponsor di Crociate), gli fa eco parlando di "Nicolaus", soprannominato Pipe, ormai più pesce che uomo, e della fatale visita a Messina di Guglielmo II, che porterà alla sua morte.
Anche Gervàsio di Tilbury autore degli Otia Imperialia (altra frequentazione nei post, vedi Virgilio Mago) vissuto a cavallo del dodicesimo e tredicesimo secolo, parla di un pescatore pugliese, "Nicolaus", soprannominato "Papa", famoso per la sua abilità di nuotatore, ma soprattutto, di sommozzatore, che esplora i fondali del mare di Messina dal Porto al Faro e ne descrive le meraviglie.
Qui, il Re è Ruggero II, non più incolpevole, in quanto spinge Nicolaus ad esplorazioni sempre più lunghe e ardite fino a provocarne la morte.
Walter Map (chi legge spesso i post lo avrà già incontrato più volte), interessante uomo di lettere gallese nonché arcidiacono di Oxford, "scopritore" dei Valdesi e arguto e sprezzante critico dei Benedettini e di Bernardo di Chiaravalle, (ispiratore dei monaci-guerrieri, leggi Templari, e sponsor di Crociate), gli fa eco parlando di "Nicolaus", soprannominato Pipe, ormai più pesce che uomo, e della fatale visita a Messina di Guglielmo II, che porterà alla sua morte.
Anche Gervàsio di Tilbury autore degli Otia Imperialia (altra frequentazione nei post, vedi Virgilio Mago) vissuto a cavallo del dodicesimo e tredicesimo secolo, parla di un pescatore pugliese, "Nicolaus", soprannominato "Papa", famoso per la sua abilità di nuotatore, ma soprattutto, di sommozzatore, che esplora i fondali del mare di Messina dal Porto al Faro e ne descrive le meraviglie.
Qui, il Re è Ruggero II, non più incolpevole, in quanto spinge Nicolaus ad esplorazioni sempre più lunghe e ardite fino a provocarne la morte.
lunedì 6 giugno 2016
Demetra e Persefone. La Madre e la Fanciulla
Pinax conservato nel Museo di Taranto, Persefone e Ade, Re e Regina dell'Oltretomba, smbolo della Morte e della Rinascita.
Demetra (la Cerere romana), Dèa antica, pre-olimpica, poi inserita nel nuovo ordine (perché, evidentemente, il suo culto era duro a morire) come sorella di Zeus. Più delle consorelle greco-romane ricorda le grandi Dèe di altri culti, tutte frammenti dispersi dell'Unica e Trina. Era diventato inconcepibile, in un mondo "nuovo", con nuovi concetti del Bene e del Male, che morte e vita, abbondanza e carestia, natura madre e natura matrigna potessero coesistere in una unica Dèa. Se la purezza dei cicli naturali non fosse stata disconosciuta, non sarebbe stata inventata Persefone, figlia di un'unione eugamica, di un incesto regale (e divino) tra Demetra e il fratello Zeus. Persefone o Kore, la Fanciulla.
Particolarmente amata e, insieme con la madre, di cui era l'alter ego, oggetto di culti misterici segnatamente nella Magna Grecia. E proprio in Sicilia - si narrava - fu rapita, all'insegna di un secondo incesto, da Ade (Plutone), il Dio degli Inferi, fratello di Demetra e Zeus.
La disperazione, la sete di vendetta e la ricerca dell'amatissima figlia da parte di Demetra segnarono la nascita del mito delle Sirene, del mito eziologico del Barbagianni, e del Prometeo agricolo che insegnò agli uomini la coltivazione dei cereali. Infine, Demetra, mentre la terra inaridiva, si appellò ad Ecate, l'antica sorella esule, ma temuta dallo stesso Zeus che non poteva disubbidirle.
E Zeus le concesse il ritorno della figlia, purché, durante la sua permanenza, non avesse toccato il cibo degli Inferi. Hermes riportò la giovane dalla madre, ma Persefone aveva mangiato sei chicchi di melograno, così il suo Destino si divise tra sei mesi giù, accanto allo sposo infernale - e la terra non dava più frutti - e sei mesi con Demetra, e la gioia della Dèa rendeva nuovamente fiorente e feconda la terra. Si dice, anche, che Persefone avesse mangiato sei semi di papavero, poiché il papavero e l'oppio erano sacri a Demetra.
Persefone e Ade, A.Y. Gilbert
mercoledì 11 maggio 2016
Reuzzo Marko Dopo la Morte nella Fossa, Balcani
Caratteristiche simili a quelle delle innumerevoli leggende riguardanti gli Eroi mitici: il Dormiente - in una grotta, o dietro una parete scoscesa, o sottoterra - in attesa della grande battaglia, del giorno in cui la sua gente avrà nuovamente bisogno di lui.
Le proporzioni gigantesche dell'Eroe se, da una parte, ne esaltano anche la grandezza morale e virile, dall'altra, lo allontanano nel Tempo, fino ad una immaginifica età dell'oro di cui lui è stato l'ultimo prestigioso rappresentante. In realtà, come sempre, si parla di un viaggio nell'Oltretomba, e del dialogo con lo spettro di un Eroe. Infatti, paura e fuga finale caratterizzano spesso questo genere di leggende.
urante una battuta di caccia a Stolac, un cane cascò in una fossa profonda. Il padrone, visto come stavano le cose, si calò giù con una corda per tirarlo fuori. Portò con sé un mazzafrusto. Arrivato al fondo si trovò difronte una bella sorpresa: un palazzo che doveva certamente essere quello di Reuzzo Marko* perché proprio davanti c'era legato Sarko! Il nostro Marko stava lì seduto (com'era invecchiato però!) e cominciò a parlare al cacciatore:
"Come si sta di là nel vostro mondo, giovanotto? Ce ne sono di eroi e di grandi guerre ora?"
"Da quando non c'è più Reuzzo Marko - gli rispose il cacciatore - di guerre non ci sono più state".
"E ci saranno, adesso, degli eroi migliori di lui?"domandò.
"Ce ne sono di bravi, ma temo che non siano bravi come lui".
"È vero che ci sarà presto una guerra? Se così sarà, uscirò anch'io lassù per insanguinare la mia spada".
Poi, Reuzzo Marko aggiunse:
"Avvicina la testa qui, voglio vedere come sono fatti gli eroi di adesso".
Ma l'altro, vedendo quant'era robusto, non ebbe il coraggio di avvicinare la testa e gli porse la sua mazza. Reuzzo Marko la prese in mano e ci conficcò tutte le dita, poi chiese: "Ti fa male la testa?"
Il giovane rispose: "Veramente, non mi fa male". E intanto si diresse verso la corda, diede il segnale e lo tirarono fuori.
*Reuzzo Marko è un leggendario cavaliere medievale; nelle imprese eroiche lo aiutavano il fedele cavallo alato Sarko e la sua amata, Fata Ravijojla. La leggenda dice che i Turchi riuscirono a conquistare i Balcani perché Marko, per far dispetto, si era convertito all'Islam.
Da: "Fiabe dei Balcani", traduzione di Aleksandra Sùcur.
Le proporzioni gigantesche dell'Eroe se, da una parte, ne esaltano anche la grandezza morale e virile, dall'altra, lo allontanano nel Tempo, fino ad una immaginifica età dell'oro di cui lui è stato l'ultimo prestigioso rappresentante. In realtà, come sempre, si parla di un viaggio nell'Oltretomba, e del dialogo con lo spettro di un Eroe. Infatti, paura e fuga finale caratterizzano spesso questo genere di leggende.
urante una battuta di caccia a Stolac, un cane cascò in una fossa profonda. Il padrone, visto come stavano le cose, si calò giù con una corda per tirarlo fuori. Portò con sé un mazzafrusto. Arrivato al fondo si trovò difronte una bella sorpresa: un palazzo che doveva certamente essere quello di Reuzzo Marko* perché proprio davanti c'era legato Sarko! Il nostro Marko stava lì seduto (com'era invecchiato però!) e cominciò a parlare al cacciatore:
"Come si sta di là nel vostro mondo, giovanotto? Ce ne sono di eroi e di grandi guerre ora?"
"Da quando non c'è più Reuzzo Marko - gli rispose il cacciatore - di guerre non ci sono più state".
"E ci saranno, adesso, degli eroi migliori di lui?"domandò.
"Ce ne sono di bravi, ma temo che non siano bravi come lui".
"È vero che ci sarà presto una guerra? Se così sarà, uscirò anch'io lassù per insanguinare la mia spada".
Poi, Reuzzo Marko aggiunse:
"Avvicina la testa qui, voglio vedere come sono fatti gli eroi di adesso".
Ma l'altro, vedendo quant'era robusto, non ebbe il coraggio di avvicinare la testa e gli porse la sua mazza. Reuzzo Marko la prese in mano e ci conficcò tutte le dita, poi chiese: "Ti fa male la testa?"
Il giovane rispose: "Veramente, non mi fa male". E intanto si diresse verso la corda, diede il segnale e lo tirarono fuori.
*Reuzzo Marko è un leggendario cavaliere medievale; nelle imprese eroiche lo aiutavano il fedele cavallo alato Sarko e la sua amata, Fata Ravijojla. La leggenda dice che i Turchi riuscirono a conquistare i Balcani perché Marko, per far dispetto, si era convertito all'Islam.
Dreamers, Moore A.J.
Da: "Fiabe dei Balcani", traduzione di Aleksandra Sùcur.
venerdì 29 aprile 2016
La Storia di Lamia. Eppure la Amo
Eppure la amo. Le amo. Appartiene a quelle che chiamo "Regine Spodestate", le antiche Dèe scalzate dalle nuove religioni, deposte, frantumate, demonizzate. "O Venerate dal Tremendo Sguardo", le chiama Sofocle per bocca di Edipo. Il Destino, il mistero stesso della Vita, la Fecondità e la Morte. La lontananza dai mortali - troppo enigmatica e complessa e assoluta la loro essenza - che ne aumenta il mistero e alimenta il timore. Sopravvissero agli Dèi "moderni", gli Olimpici, che le temevano e le ascoltavano. Brandelli di ciò che erano riemersero, sconvolti, sovvertiti, incompresi, nelle nuove storie. Lamia (Λάμια) riassume molti aspetti di questa Inversione, come la definirebbe Propp. E la genesi dell'Inversione, ovvero l'involuzione deformante di ciò che furono, è involontariamente rappresentata nei miti.
Nascono bellissime, e Lamia, che fosse raccontata come figlia di Poseidone o del re libico Belo, lo era, tanto da affascinare il "nuovo" Re degli Dèi, Zeus. Era buona e feconda e partorì molti figli e belli all'amante prestigioso. Hera, la sposa ufficiale, sterminatrice dei frammenti dell'Unica, accanita custode della sua forzata sterilità, li uccise tutti, o - si dice anche - le indusse una follia omicida che la costrinse a ucciderli con le sue proprie mani. Hera è la Dèa olimpica che mi è meno simpatica in assoluto. E' lo sgherro, il sicario del nuovo ordine. Là dove la regalità maschile non potrebbe che sbriciolarsi nella meschinità, interviene la pochezza della sua proverbiale gelosia femminile e riporta lo stato delle cose nella "giusta" direzione. Per assurdo, sia nel mondo greco che in quello romano, è associata alla maternità, alla fecondità, e, più comprensibilmente, all'amore coniugale, di cui è spietata guardiana.
Tornando a Lamia, Hera non si limita ad ucciderle i figli. La tortura negandole il Sonno. Non è difficilissimo leggere anche questa ulteriore crudeltà di Hera. Mutilata nella sua fecondità, privata del Sonno, ovvero dei Sogni, della Seconda Vista, Lamia viene soccorsa dal prode Zeus, che, come sempre, mitiga le efferatezze della consorte, nel ruolo della Fata più giovane che ammorbidisce la maledizione (profezia) della vecchia Fata al battesimo di Aurora.
H.J. Draper
Nascono bellissime, e Lamia, che fosse raccontata come figlia di Poseidone o del re libico Belo, lo era, tanto da affascinare il "nuovo" Re degli Dèi, Zeus. Era buona e feconda e partorì molti figli e belli all'amante prestigioso. Hera, la sposa ufficiale, sterminatrice dei frammenti dell'Unica, accanita custode della sua forzata sterilità, li uccise tutti, o - si dice anche - le indusse una follia omicida che la costrinse a ucciderli con le sue proprie mani. Hera è la Dèa olimpica che mi è meno simpatica in assoluto. E' lo sgherro, il sicario del nuovo ordine. Là dove la regalità maschile non potrebbe che sbriciolarsi nella meschinità, interviene la pochezza della sua proverbiale gelosia femminile e riporta lo stato delle cose nella "giusta" direzione. Per assurdo, sia nel mondo greco che in quello romano, è associata alla maternità, alla fecondità, e, più comprensibilmente, all'amore coniugale, di cui è spietata guardiana.
H.J. Draper
Tornando a Lamia, Hera non si limita ad ucciderle i figli. La tortura negandole il Sonno. Non è difficilissimo leggere anche questa ulteriore crudeltà di Hera. Mutilata nella sua fecondità, privata del Sonno, ovvero dei Sogni, della Seconda Vista, Lamia viene soccorsa dal prode Zeus, che, come sempre, mitiga le efferatezze della consorte, nel ruolo della Fata più giovane che ammorbidisce la maledizione (profezia) della vecchia Fata al battesimo di Aurora.
domenica 24 aprile 2016
Bousse-Tabac, Haiti
anto tempo fa viveva un re cattivo che governava un enorme regno. Aveva anche una bellissima figlia, tanto buona e carina che non c'era abitante che non l'adorasse.
Il re padre, invece, era inviso a tutti ed era così malvagio che persino i buoni sentimenti, quando riuscivano a raggiungergli il cuore, si macchiavano come si macchia il latte versato in una casseruola lavata male. E anche il suo amore per la piccola era così egoistico e possessivo, che era diventato ormai solo un nuovo e grande difetto.
Quando la principessa compì vent'anni, tutti i parenti e le persone di corte chiesero al re che la facesse maritare, altrimenti, dicevano, tanta bellezza sarebbe sfiorita senza essere mai stata colta da alcuno. Il re, a malincuore, dovette convenire che era vero e così fu costretto a proclamare un bando, con tanto di tamburi e trombe, nel quale si diceva che la principessa sarebbe andata in sposa a chiunque avesse saputo riempire con le lacrime la più piccola delle sue botti.
A sentire ciò i numerosi pretendenti furono costretti a rinunciare alla mano della principessa, salvo tre, i più tenaci, che, sebbene impauriti dalla difficoltà della prova, decisero di presentarsi il giorno dopo alla corte del re.
Il re vedendoli rideva tra sé e sé, conoscendo il destino di quei poveri infelici.
Il primo cominciò la prova, ma era un unico figlio viziatissimo, fin dall'infanzia poco avvezzo al pianto, cosicché non riuscì a riempire la botte neanche di un dito di lacrime, che queste erano già terminate. Sconfitto, stava per andare via quando il re gli intimò di rimanere, con un sorriso sinistro sulle labbra che lasciava intravedere i suoi lunghi denti.
Quando la principessa compì vent'anni, tutti i parenti e le persone di corte chiesero al re che la facesse maritare, altrimenti, dicevano, tanta bellezza sarebbe sfiorita senza essere mai stata colta da alcuno. Il re, a malincuore, dovette convenire che era vero e così fu costretto a proclamare un bando, con tanto di tamburi e trombe, nel quale si diceva che la principessa sarebbe andata in sposa a chiunque avesse saputo riempire con le lacrime la più piccola delle sue botti.
A sentire ciò i numerosi pretendenti furono costretti a rinunciare alla mano della principessa, salvo tre, i più tenaci, che, sebbene impauriti dalla difficoltà della prova, decisero di presentarsi il giorno dopo alla corte del re.
Il re vedendoli rideva tra sé e sé, conoscendo il destino di quei poveri infelici.
Il primo cominciò la prova, ma era un unico figlio viziatissimo, fin dall'infanzia poco avvezzo al pianto, cosicché non riuscì a riempire la botte neanche di un dito di lacrime, che queste erano già terminate. Sconfitto, stava per andare via quando il re gli intimò di rimanere, con un sorriso sinistro sulle labbra che lasciava intravedere i suoi lunghi denti.
Donato Giancola
venerdì 22 aprile 2016
La Papessa Giovanna, Cristina di Svezia e Liv Ullmann
Per una che ha già visto una marea di amatissimi (ma anche no) libri inesorabilmente strapazzati sullo schermo, il remake compulsivo di questi anni privi di creatività e fantasia - se non meramente fumettistica - (e parlo di cattivi fumetti) è una tragedia: straziano anche film, più o meno cult, che, ai loro tempi, e a loro volta, avevano straziato dei buoni libri... Le eccezioni ci sono, ovviamente. Su Tim Burton, ad esempio, vado sul sicuro, con la fiducia di una treenne la vigilia di Natale: anche se stravolge il libro o la storia originale, crea un'altra narrazione , "sua", altrettanto fantastica, magari più affascinante (vedi Sweeney Todd)... e lo perdòno sistematicamente.
Titolo originale : "Die Papstin"
Regia : Sonke Wortman
Genere : Drammatico
Durata : 149 min
Interpreti : Johanna Wokalek, David Wenham, John Goodman, Iain Glen, Anatole Taubman.
Co-produzione Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna (2009)
Voglio segnalare un bel film del 1971, di cui questo è, con tutta evidenza, il remake in incognito. La leggenda della papessa Giovanna, infatti, è un intrico tale di versioni che si stratificano, si intrecciano e si differenziano che la scusa della fonte comune non regge proprio. Qui c'è qualcuno che copia. Male.
Da vedere assolutamente questo film del '71, di produzione inglese, regia di Michael Anderson, con una Liv Ullmann all'apice della sua carriera e quasi insopportabilmente brava. Certo, qualcuno userà un 'espressione che mi infastidisce assai, ovvero: "E' datato!"
Non essendo un capolavoro assoluto, mi sembra normale che mostri qualche ingenuità, qualche scoloritura... cosa sembrerà l'orrido "Troy" fra quarant'anni?
Titolo originale : "Die Papstin"
Regia : Sonke Wortman
Genere : Drammatico
Durata : 149 min
Interpreti : Johanna Wokalek, David Wenham, John Goodman, Iain Glen, Anatole Taubman.
Co-produzione Germania, Gran Bretagna, Italia, Spagna (2009)
Voglio segnalare un bel film del 1971, di cui questo è, con tutta evidenza, il remake in incognito. La leggenda della papessa Giovanna, infatti, è un intrico tale di versioni che si stratificano, si intrecciano e si differenziano che la scusa della fonte comune non regge proprio. Qui c'è qualcuno che copia. Male.
Da vedere assolutamente questo film del '71, di produzione inglese, regia di Michael Anderson, con una Liv Ullmann all'apice della sua carriera e quasi insopportabilmente brava. Certo, qualcuno userà un 'espressione che mi infastidisce assai, ovvero: "E' datato!"
Non essendo un capolavoro assoluto, mi sembra normale che mostri qualche ingenuità, qualche scoloritura... cosa sembrerà l'orrido "Troy" fra quarant'anni?
giovedì 21 aprile 2016
La Donna che Volle Farsi Papa - La Papessa Giovanna
Il succo della leggenda è questo:
una giovane donna inglese, spinta da motivi di intelletto (l'amore per lo studio, precluso alle donne) e/o di "alcova", (ovvero, per seguire in piena libertà un suo amante), si finse un monaco, Johannes Anglicus, e compì i suoi studi a Magonza.
Giunta a Roma, si distinse per la brillantezza del suo ingegno, tanto che, in un'epoca in cui l'elezione dei papi era, spesso, estemporanea, alla morte di Leone IV, nell'anno 855, venne eletta papa ed assunse il nome di Giovanni VIII . Essendo sessualmente attiva, rimase incinta. Nell'anno 857, quindi, mentre partecipava alla solenne processione pasquale , dal Laterano a San Pietro, venne còlta dalle doglie, svelando drammaticamente la sua vera natura.
Il sèguito, o l'epilogo, è raccontato in svariati modi.
1) L'epilogo meno truculento (e assolutamente minoritario) appartiene alla versione "ufficiale" che riporto sotto, che la vede pentita e penitente, e addirittura madre di un vescovo.
2 ) Morì di parto.
3 ) Fu lapidata (o fatta a pezzi) dalla folla inferocita.
4) Fu legata alla coda di un cavallo e trascinata per le vie di Roma finché non morì sfracellata.
Nelle versioni che contemplano un epilogo fatale, che si tratti di morte naturale o meno, il neonato muore con lei.
Dalla leggenda (?) della papessa Giovanna ne deriva almeno un'altra.
giovedì 7 aprile 2016
Il Bosco di Tontla. (Estonia)
Piatto Ricco. Antica leggenda, purtroppo offuscata pesantemente dalle solite incrostazioni cristianizzanti. Tir-Na-N'Og, o La Terra degli Eternamente Giovani. Gli "Altri". La proto-"Cenerentola", ovvero la Predestinata (da qui, il soggiorno nella Terra degli "Altri").
Magia su basi reali, ovvero pratiche reali. Il Doppio. La Bambola-sosia, non la bambola di Vasilisa, minuscola statuina dell'Antenata, non la bambola rapita dai briganti, simile alla Giricoccola-statua di cui si innamora il principe feticista-necrofilo. Qui, la Bambola è simile ad un Doppelganger che, però, non rappresenta il Doppio inquietante sopratutto per l'Originale, ma il Doppio Giustiziere.
ei tempi antichi a nord del lago di Peipus si trovava un bel boschetto, chiamato bosco di Tontla, in cui nessuno osava entrare. Alcuni sfrontati, che per caso una volta si erano avvicinati per spiare, raccontarono di aver visto degli strani esseri dalle forme umane, che brulicavano come formiche sull'erba nei pressi di una casa diroccata. Tra questi individui sporchi e stracciati, che sembravano vagabondi, v'erano molte donne anziane e bambini seminudi.
Una volta un contadino, rincasando da un banchetto a tarda notte attraverso il bosco di Tontla, raccontò di aver visto un gruppo di donne e bambini raccolto attorno al fuoco; alcuni sedevano a terra, altri ballavano sull'erba. Una vecchia, con un grosso mestolo di ferro, di tanto in tanto spargeva della brace ardente sull'erba: i bambini allora, trasformatisi in allocchi, cominciavano a svolazzare gridando intorno al fumo che si sollevava, per poi posarsi nuovamente a terra. Poi vide uscire dal bosco un piccolo ometto, molto vecchio e con una lunga barba, che portava sulla schiena un sacco più grande di lui. Donne e bambini gli corsero incontro ballando e cercarono di strappargli il sacco dalla schiena, ma il vecchio si liberò di loro. In quel momento un gatto nero, grosso come un puledro e con gli occhi ardenti, che fino a poco prima era rimasto accucciato davanti a una porta, saltò sul sacco del vecchio per poi sparire nella capanna.
Anche se non si poté stabilire con certezza cosa vi fosse di vero e cosa di falso nel racconto di quel contadino, notevole resta il fatto che tali storie sul bosco di Tontla venivano tramandate di generazione in generazione. Nessuno sapeva dare delle notizie più precise.
Il re di Svezia aveva ordinato più di una volta di abbattere quel bosco così temuto, ma la gente non aveva il coraggio di eseguire l'ordine.
Una volta un uomo particolarmente audace diede alcuni colpi con un'accetta sul tronco di un albero. Immediatamente dalla ferita cominciò a sgorgare del sangue e si udirono grida di dolore simili a lamenti umani. Il boscaiolo fuggì terrorizzato. Da quella volta nessun ordine e nessuna ricompensa riuscirono ad attirare un boscaiolo nella foresta di Tontla.
Un altro particolare inquietante era che il bosco non presentava alcuna via di accesso né di uscita, né si vedeva mai alzarsi un po' di fumo che indicasse la presenza di esseri umani. Se il bosco fosse veramente stato popolato da esseri viventi, questi dovevano essere probabilmente simili alle streghe, capaci di muoversi nell'aria, durante la notte, quando i campi e i paesi intorno erano immersi nel sonno.
A poca distanza dal bosco di Tontla si trovava un paese piuttosto grande, dove un contadino vedovo si era risposato con una giovane donna. Dalla prima moglie aveva avuto una figlia, che ora aveva sette anni; una bimba sveglia e affettuosa di nome Else. La cattiva matrigna però rendeva la vita impossibile alla poveretta; la picchiava da mattina a sera e le dava da mangiare un cibo peggiore di quello dei cani. Né la bimba poteva contare sull'appoggio del padre perché lui stesso temeva la matrigna. Per più di due anni Else sopportò questa dura vita versando lacrime amare. Una domenica però andò con altri bambini del paese a raccogliere bacche, e senza accorgersene giunsero al margine del bosco di Tontla, dove crescevano delle bellissime fragole. I bimbi ne mangiarono un bel po' e riempirono i loro cestini. D'un tratto uno dei più grandicelli, avendo riconosciuto il posto, gridò: Fuggite, fuggite, siamo nel bosco di Tontla!, e tutti scapparono. Else, che si era allontanata un po' più degli altri, sentì il grido del ragazzo, ma non volle lasciare quel luogo tanto ricco e, convinta che comunque gli abitanti del bosco di Tontla non avrebbero potuto essere peggiori della sua matrigna, si trattenne ancora.
Poco dopo giunse abbaiando un piccolo cane nero con un campanellino d'argento al collo, seguito da una bimba avvolta in un bellissimo vestito di seta, che fece star buono il cane e disse a Else:
"Che bello che tu non sia fuggita con gli altri bambini. Rimani a farmi
compagnia, ci divertiremo molto insieme. La mamma sicuramente non mi negherà questo favore, se glielo chiedo. Vieni, andiamo subito da lei".
Detto ciò la bambina sconosciuta prese Else per mano e la condusse nella profondità del bosco. Il piccolo cane nero abbaiava divertito, saltellava vicino a Else e le leccava le mani, come se la conoscesse da tanto tempo. Quale meraviglia e splendore si aprì ora davanti agli occhi di Else! Un lussureggiante giardino pieno di alberi da frutta e cespugli dl bacche di mille tipi; sui rami degli alberi v'erano uccelli variopinti, coperti di penne d'oro e d'argento, che non avevano paura, e si lasciavano prendere in mano senza timore.
Nel mezzo del giardino sorgeva una casa di vetro incastonata di pietre preziose, con le pareti e il tetto splendenti come il sole. Una signora, vestita molto elegantemente, sedeva davanti alla porta e chiese alla figlia:
"Chi è l'ospite che ci conduci?".
La bimba rispose:
"L'ho trovata sola nel bosco e l'ho portata con me per avere compagnia. Permetti che rimanga qui?".
La madre sorrise, non proferì parola, ma squadrò Else dalla testa ai piedi con uno sguardo penetrante. Poi la fece avvicinare, le accarezzò le guance e le chiese con gentilezza dove abitava, se i suoi genitori erano ancora in vita e se desiderava rimanere. Else baciò la mano della signora, si inginocchio ai suoi piedi, le abbracciò le gambe e rispose tra le lacrime:
"La mamma riposa già da tempo sottoterra. Mio padre vive ancora, ma la cosa non mi è d'aiuto. La matrigna mi odia e mi picchia senza pietà ogni giorno. Niente di quello che faccio le va bene. La prego, mi lasci restare qui. Custodirò il gregge o farò qualsiasi altro lavoro, farò tutto ciò che vorrà e le ubbidirò, ma non mi rispedisca dalla mia matrigna: mi picchierebbe a morte perché non sono tornata con gli altri bambini".
La signora sorrise e disse:
"Vediamo cosa posso fare per te".
Poi si alzò dal suo posto ed entrò in casa. La figlia però disse a Else:
"Non temere, mia madre è molto gentile. Ho capito dal suo sguardo che esaudirà la nostra preghiera, dopo aver riflettuto un momento. Su, andiamo a giocare. Sei già stata al lago?".
Else spalancò gli occhi e chiese: "Che cos'è?".
"Lo vedrai subito", rispose la bimba e prese una conchiglia, due lische di pesce e una foglia di erba stella da uno scatolino. Poi, scuotendo la foglia, fece cadere un paio di gocce dl rugiada sul prato; subito si formò un lago enorme che si estendeva fino all'orizzonte. La conchiglia e le lische di pesce si trasformarono in una barca munita di remi. Le bimbe si cullarono felici sulle onde finché una voce chiamò: Kiisike!.
"Che significa?", chiese Else.
"E' il mio nome - rispose la bimba - è ora di tornare".
Così dicendo immerse lo scatolino nell'acqua: d'un tratto l'intero incantesimo svanì e loro si trovarono nuovamente davanti a casa. Le fanciulle entrarono. In una grande stanza sedevano intorno a un tavolo ventiquattro donne, tutte vestite elegantemente, a capotavola sedeva la signora su una sedia d'oro. Sul tavolo v'erano tredici diversi tipi di cibo, serviti in scodelle d'oro e d'argento. Uno dei piatti rimase però intatto e venne tolto da tavola come era stato portato, senza che nemmeno venisse alzato il coperchio. Else mangiò quelle prelibate pietanze, che le piacquero come non le era mai piaciuto nulla fino a quel momento. A tavola si parlava sottovoce in una lingua straniera, della quale Else non capiva nulla. La signora rivolse poi alcune parole alla cameriera, che stava alle sue spalle e che subito corse via per tornare con un piccolo ometto molto anziano, con una barba lunghissima. Il vecchio si inchinò e rimase sulla porta. La signora gli indicò Else e gli disse:
"Guarda bene questa contadinella. La voglio tenere come figlia adottiva e tu mi devi modellare una sua sosia che domani potremo mandare al paese in vece sua". Il vecchio guardò attentamente Else, come se volesse prendere le misure,
s'inchinò poi nuovamente davanti alla signora e lasciò la stanza. Dopo il pasto la signora disse con gentilezza a Else:
"Kiisike mi ha pregata di tenerti qui a farle compagnia e tu stessa mi hai detto che desideravi rimanere. E' veramente così?".
Else cadde m ginocchio e baciò le mani alla donna per ringraziarla. La signora però la fece alzare, e accarezzandole la testa le disse:
"Voglio prendermi cura di te e della tua educazione finché sarai adulta e potrai arrangiarti da sola. Le mie donne, che danno lezioni a Kiisike, le daranno anche a te, ti insegneranno i lavori manuali più raffinati e molte altre cose".
Poco dopo il vecchio fece ritorno: sulle spalle aveva un recipiente pieno di fango e nella mano sinistra un piccolo cesto coperto che depositò a terra. Prese poi un po' di fango e modellò una bambola dalle forme umane; nel ventre ancora aperto pose tre pesci sotto sale e un pezzo di pane. Poi fece un buco nel petto della bambola, prese dal suo cesto una serpe lunga e nera e ve la infilò.
Dopo che la signora ebbe osservato con attenzione la bambola; il vecchio disse: "Adesso ci serve solo una goccia di sangue della contadinella".
Else quando udì queste parole impallidì, pensando che questo significasse vendere l'anima al demonio. Ma la signora la rassicurò:
"Non avere paura, non vogliamo il tuo sangue per qualche scopo malvagio, ma solo per il tuo bene futuro".
ei tempi antichi a nord del lago di Peipus si trovava un bel boschetto, chiamato bosco di Tontla, in cui nessuno osava entrare. Alcuni sfrontati, che per caso una volta si erano avvicinati per spiare, raccontarono di aver visto degli strani esseri dalle forme umane, che brulicavano come formiche sull'erba nei pressi di una casa diroccata. Tra questi individui sporchi e stracciati, che sembravano vagabondi, v'erano molte donne anziane e bambini seminudi.
Una volta un contadino, rincasando da un banchetto a tarda notte attraverso il bosco di Tontla, raccontò di aver visto un gruppo di donne e bambini raccolto attorno al fuoco; alcuni sedevano a terra, altri ballavano sull'erba. Una vecchia, con un grosso mestolo di ferro, di tanto in tanto spargeva della brace ardente sull'erba: i bambini allora, trasformatisi in allocchi, cominciavano a svolazzare gridando intorno al fumo che si sollevava, per poi posarsi nuovamente a terra. Poi vide uscire dal bosco un piccolo ometto, molto vecchio e con una lunga barba, che portava sulla schiena un sacco più grande di lui. Donne e bambini gli corsero incontro ballando e cercarono di strappargli il sacco dalla schiena, ma il vecchio si liberò di loro. In quel momento un gatto nero, grosso come un puledro e con gli occhi ardenti, che fino a poco prima era rimasto accucciato davanti a una porta, saltò sul sacco del vecchio per poi sparire nella capanna.
Anche se non si poté stabilire con certezza cosa vi fosse di vero e cosa di falso nel racconto di quel contadino, notevole resta il fatto che tali storie sul bosco di Tontla venivano tramandate di generazione in generazione. Nessuno sapeva dare delle notizie più precise.
Il re di Svezia aveva ordinato più di una volta di abbattere quel bosco così temuto, ma la gente non aveva il coraggio di eseguire l'ordine.
Una volta un uomo particolarmente audace diede alcuni colpi con un'accetta sul tronco di un albero. Immediatamente dalla ferita cominciò a sgorgare del sangue e si udirono grida di dolore simili a lamenti umani. Il boscaiolo fuggì terrorizzato. Da quella volta nessun ordine e nessuna ricompensa riuscirono ad attirare un boscaiolo nella foresta di Tontla.
Un altro particolare inquietante era che il bosco non presentava alcuna via di accesso né di uscita, né si vedeva mai alzarsi un po' di fumo che indicasse la presenza di esseri umani. Se il bosco fosse veramente stato popolato da esseri viventi, questi dovevano essere probabilmente simili alle streghe, capaci di muoversi nell'aria, durante la notte, quando i campi e i paesi intorno erano immersi nel sonno.
H.J.Ford
A poca distanza dal bosco di Tontla si trovava un paese piuttosto grande, dove un contadino vedovo si era risposato con una giovane donna. Dalla prima moglie aveva avuto una figlia, che ora aveva sette anni; una bimba sveglia e affettuosa di nome Else. La cattiva matrigna però rendeva la vita impossibile alla poveretta; la picchiava da mattina a sera e le dava da mangiare un cibo peggiore di quello dei cani. Né la bimba poteva contare sull'appoggio del padre perché lui stesso temeva la matrigna. Per più di due anni Else sopportò questa dura vita versando lacrime amare. Una domenica però andò con altri bambini del paese a raccogliere bacche, e senza accorgersene giunsero al margine del bosco di Tontla, dove crescevano delle bellissime fragole. I bimbi ne mangiarono un bel po' e riempirono i loro cestini. D'un tratto uno dei più grandicelli, avendo riconosciuto il posto, gridò: Fuggite, fuggite, siamo nel bosco di Tontla!, e tutti scapparono. Else, che si era allontanata un po' più degli altri, sentì il grido del ragazzo, ma non volle lasciare quel luogo tanto ricco e, convinta che comunque gli abitanti del bosco di Tontla non avrebbero potuto essere peggiori della sua matrigna, si trattenne ancora.
Poco dopo giunse abbaiando un piccolo cane nero con un campanellino d'argento al collo, seguito da una bimba avvolta in un bellissimo vestito di seta, che fece star buono il cane e disse a Else:
"Che bello che tu non sia fuggita con gli altri bambini. Rimani a farmi
compagnia, ci divertiremo molto insieme. La mamma sicuramente non mi negherà questo favore, se glielo chiedo. Vieni, andiamo subito da lei".
Detto ciò la bambina sconosciuta prese Else per mano e la condusse nella profondità del bosco. Il piccolo cane nero abbaiava divertito, saltellava vicino a Else e le leccava le mani, come se la conoscesse da tanto tempo. Quale meraviglia e splendore si aprì ora davanti agli occhi di Else! Un lussureggiante giardino pieno di alberi da frutta e cespugli dl bacche di mille tipi; sui rami degli alberi v'erano uccelli variopinti, coperti di penne d'oro e d'argento, che non avevano paura, e si lasciavano prendere in mano senza timore.
Nel mezzo del giardino sorgeva una casa di vetro incastonata di pietre preziose, con le pareti e il tetto splendenti come il sole. Una signora, vestita molto elegantemente, sedeva davanti alla porta e chiese alla figlia:
"Chi è l'ospite che ci conduci?".
La bimba rispose:
"L'ho trovata sola nel bosco e l'ho portata con me per avere compagnia. Permetti che rimanga qui?".
La madre sorrise, non proferì parola, ma squadrò Else dalla testa ai piedi con uno sguardo penetrante. Poi la fece avvicinare, le accarezzò le guance e le chiese con gentilezza dove abitava, se i suoi genitori erano ancora in vita e se desiderava rimanere. Else baciò la mano della signora, si inginocchio ai suoi piedi, le abbracciò le gambe e rispose tra le lacrime:
"La mamma riposa già da tempo sottoterra. Mio padre vive ancora, ma la cosa non mi è d'aiuto. La matrigna mi odia e mi picchia senza pietà ogni giorno. Niente di quello che faccio le va bene. La prego, mi lasci restare qui. Custodirò il gregge o farò qualsiasi altro lavoro, farò tutto ciò che vorrà e le ubbidirò, ma non mi rispedisca dalla mia matrigna: mi picchierebbe a morte perché non sono tornata con gli altri bambini".
La signora sorrise e disse:
"Vediamo cosa posso fare per te".
Poi si alzò dal suo posto ed entrò in casa. La figlia però disse a Else:
"Non temere, mia madre è molto gentile. Ho capito dal suo sguardo che esaudirà la nostra preghiera, dopo aver riflettuto un momento. Su, andiamo a giocare. Sei già stata al lago?".
Else spalancò gli occhi e chiese: "Che cos'è?".
"Lo vedrai subito", rispose la bimba e prese una conchiglia, due lische di pesce e una foglia di erba stella da uno scatolino. Poi, scuotendo la foglia, fece cadere un paio di gocce dl rugiada sul prato; subito si formò un lago enorme che si estendeva fino all'orizzonte. La conchiglia e le lische di pesce si trasformarono in una barca munita di remi. Le bimbe si cullarono felici sulle onde finché una voce chiamò: Kiisike!.
"Che significa?", chiese Else.
"E' il mio nome - rispose la bimba - è ora di tornare".
Così dicendo immerse lo scatolino nell'acqua: d'un tratto l'intero incantesimo svanì e loro si trovarono nuovamente davanti a casa. Le fanciulle entrarono. In una grande stanza sedevano intorno a un tavolo ventiquattro donne, tutte vestite elegantemente, a capotavola sedeva la signora su una sedia d'oro. Sul tavolo v'erano tredici diversi tipi di cibo, serviti in scodelle d'oro e d'argento. Uno dei piatti rimase però intatto e venne tolto da tavola come era stato portato, senza che nemmeno venisse alzato il coperchio. Else mangiò quelle prelibate pietanze, che le piacquero come non le era mai piaciuto nulla fino a quel momento. A tavola si parlava sottovoce in una lingua straniera, della quale Else non capiva nulla. La signora rivolse poi alcune parole alla cameriera, che stava alle sue spalle e che subito corse via per tornare con un piccolo ometto molto anziano, con una barba lunghissima. Il vecchio si inchinò e rimase sulla porta. La signora gli indicò Else e gli disse:
"Guarda bene questa contadinella. La voglio tenere come figlia adottiva e tu mi devi modellare una sua sosia che domani potremo mandare al paese in vece sua". Il vecchio guardò attentamente Else, come se volesse prendere le misure,
s'inchinò poi nuovamente davanti alla signora e lasciò la stanza. Dopo il pasto la signora disse con gentilezza a Else:
"Kiisike mi ha pregata di tenerti qui a farle compagnia e tu stessa mi hai detto che desideravi rimanere. E' veramente così?".
Else cadde m ginocchio e baciò le mani alla donna per ringraziarla. La signora però la fece alzare, e accarezzandole la testa le disse:
"Voglio prendermi cura di te e della tua educazione finché sarai adulta e potrai arrangiarti da sola. Le mie donne, che danno lezioni a Kiisike, le daranno anche a te, ti insegneranno i lavori manuali più raffinati e molte altre cose".
Poco dopo il vecchio fece ritorno: sulle spalle aveva un recipiente pieno di fango e nella mano sinistra un piccolo cesto coperto che depositò a terra. Prese poi un po' di fango e modellò una bambola dalle forme umane; nel ventre ancora aperto pose tre pesci sotto sale e un pezzo di pane. Poi fece un buco nel petto della bambola, prese dal suo cesto una serpe lunga e nera e ve la infilò.
Dopo che la signora ebbe osservato con attenzione la bambola; il vecchio disse: "Adesso ci serve solo una goccia di sangue della contadinella".
Else quando udì queste parole impallidì, pensando che questo significasse vendere l'anima al demonio. Ma la signora la rassicurò:
"Non avere paura, non vogliamo il tuo sangue per qualche scopo malvagio, ma solo per il tuo bene futuro".
H.J.Ford
lunedì 21 dicembre 2015
La Capra di Natale e le Capre di Thor
Questa è una tradizione prettamente scandinava. La Christmas Goat deriva, molto probabilmente, dal mito (incerto) delle magiche capre di Thor: Tanngnjóstr e Tanngrisnir. Anch'esse rappresentano l'Abbondanza. Infatti, Thor si cibava delle loro carni, e le condivideva con ospiti e compagni di viaggio, badando bene a lasciare integre la pelle e le ossa. Il mattino dopo, con l'ausilio del suo magico martello, da quei resti risorgevano Tanngnjóstr e Tanngrisnir.
Non è una tradizione celtica, anche perché era il maiale al centro dell'alimentazione dei Celti di Erin e dei relativi miti, non dissimili da quelli delle capre di Thor.
Tra l'altro, era in occasione della Festa di Yule che venivano macellati i maiali.
Non è una tradizione celtica, anche perché era il maiale al centro dell'alimentazione dei Celti di Erin e dei relativi miti, non dissimili da quelli delle capre di Thor.
Tra l'altro, era in occasione della Festa di Yule che venivano macellati i maiali.
Bauer
Bauer
Nyström "The Yule Goat",1908
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