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domenica 13 settembre 2015

John Reardon e le Sorelle Fantasma, Jeremiah Curtin, Irlanda

"...Nelle storie di Fate che ho raccolto e nelle conversazioni con gli uomini che me le hanno raccontate, trovo vi sia una importante libertà di interscambio tra il mondo visibile ed il mondo invisibile, tra quelle che chiamiamo la morte e la vita – una certa intima comunione tra ciò che è stato e ciò che è. Eccetto nel caso delle persone anziane, difficilmente si può dire che vi sia una cosa come la morte, nella filosofia Celtica sulle Fate. I bambini e le persone giovani vengono rapiti; al loro posto vengono messi altri corpi, apparentemente deceduti o morenti. Le persone rapite vengono portate in dimore fatate; se mangiano, sono perdute a questa vita; se se ne astengono, hanno 7 anni di tempo in cui è possibile per loro il ritorno...", Jeremiah Curtin, da "Fate, Folletti e Spiriti Inquieti".


König B.



n tempo vi era un allevatore vedovo, Tom Reardon, che viveva vicino a Castlemain. Aveva un unico figlio, un bel giovane forte che era quasi un uomo, il cui nome era John. Questo allevatore si sposò una seconda volta e la matrigna odiò il ragazzo e non gli diede tregua né riposo. Cercava sempre di rivoltare la mente del padre contro il figlio, fino al punto in cui l'allevatore decise di mandare il figlio in un luogo in cui vi era un fantasma che uccideva chiunque trovasse.
Un giorno, il padre mandò il figlio alla forgia con alcune catene che facevano parte di un aratro, a cui il giorno seguente avrebbe attaccato due cavalli.
Il ragazzo portò le catene alla forgia: era quasi sera, quando ve lo mandò, e la forgia era a quattro miglia di distanza.
Il fabbro aveva molto lavoro e non riuscì a riparare le catene fino a mezzanotte. Egli aveva due figli e loro non volevano che John andasse via, ma lui disse che doveva andare perché aveva promesso di tornare a casa ed il padre lo avrebbe ucciso se fosse rimasto fuori. Si piazzarono davanti alla porta, davanti a lui, ma lui se ne andò ugualmente.
Quando fu a due miglia dalla forgia, davanti a lui comparve un fantasma, una donna: ella lo attaccò e lottarono per due ore, quando lui riuscì a circondarla con le catene. Lei non potè più fare nulla, a quel punto, perché tutto ciò che appartiene ad un aratro è benedetto. Egli strinse le catene e trascinò il fantasma con lui fino a casa. Giuntivi, le disse di andare nella stanza da letto e dare al padre ed alla matrigna una buona lezione, senza pietà.
Il fantasma li picchiò fino a quando il padre urlò, implorando pietà, e disse che, se fosse vissuto fino al mattino, avrebbe lasciato il luogo e che era stata la moglie a volere che John venisse mandato a farsi ammazzare. John mise del cibo sul tavolo e disse al fantasma di mangiare, ma ella rifiutò e disse che avrebbe dovuto riportarla dove l'aveva trovata. John volle farlo e andò con lei. Ella gli disse di andare in quel luogo la notte seguente, che vi sarebbe stata una delle sue sorelle, molto più determinata e forte di lei. John le disse che loro due insieme avrebbero potuto attaccarlo ed ucciderlo. Ella disse che non lo avrebbero fatto, che voleva il suo aiuto contro le sorelle e che non si sarebbe pentito di averla aiutata. Lui le disse che sarebbe andato e, quando se ne andò, lei le disse di non dimenticare le catene dell'aratro.
La mattina seguente, il padre stava per lasciare la casa ma la moglie lo convinse a restare. “Quel fantasma non tornerà mai più”, disse.
John andò la notte seguente nel luogo designato ed il fantasma lo stava aspettando nel posto dove avevano lottato. Camminarono assieme per una strada diversa per due miglia e si fermarono. Stavano chiacchierando un po' quando arrivò la sorella ed attaccò John Reardon. Lottarono per due ore ed ella stava per sopraffare il ragazzo quando la prima sorella la circondò con le catene. Egli la condusse a casa con le catene e la prima sorella li seguì da presso. Quando John arrivò alla casa, aprì la porta e, quando il padre vide i due fantasmi, disse che, se fosse sopravvissuto fino al mattino, avrebbe lasciato tutto al figlio, la fattoria e la casa.
Il figlio disse al secondo fantasma di andare a dare una bella lezione alla matrigna, “Dalle qualche buona battuta” disse.
Il secondo fantasma lasciò a malapena in vita la matrigna. John portò del cibo in tavola ma esse non ne presero nemmeno un boccone e la seconda sorella disse che lui avrebbe dovuto riportarla nello stesso luogo in cui si erano incontrati prima, egli disse che lo avrebbe fatto. Ella gli disse che lui era l'uomo più coraggioso che le fosse mai capitato davanti e che non lo avrebbe mai più minacciato e gli disse di ritornare la notte seguente. Lui disse che non lo avrebbe fatto, perché loro due avrebbero potuto attaccarlo e sopraffarlo. Esse promisero che non lo avrebbero attaccato, ma aiutato ad avere la meglio sulla più giovane e forte delle sorelle. Gli dissero anche che avrebbe dovuto portare le catene dell'aratro, perché senza di esse non avrebbero potuto fare nulla.
Egli si dichiarò d'accordo ad andare se gli avessero dato la loro parola che non gli avrebbero fatto del male. Esse diedero la loro parola e promisero di aiutarlo più che potevano.
Il giorno seguente, quando il padre si stava apprestando a lasciare il luogo, la moglie non glielo permise. “Rimani dove sei - disse - non ci faranno più nulla.”
John andò la terza notte e, quando arrivò, le due sorelle comparvero davanti a lui e camminarono tutti insieme per quattro miglia, quindi gli dissero di fermarsi sull'erba verde da un lato e di non rimanere sulla strada.
Dopo poco che aspettavano, giunse la terza sorella, emettendo luci rosse dalla bocca. Andò da John e con il primo colpo che gli diede lo costrinse in ginocchio. Con l'aiuto delle due sorelle, lui si alzò e lottarono per tre ore: la sorella più giovane stava avendo la meglio sul ragazzo quando le altre due le gettarono intorno le catene. Il ragazzo la portò a casa con sé e quando la matrigna vide arrivare le tre sorelle, lei ed il padre di John furono terrificati e morirono entrambi di paura.
John mise sulla tavola del cibo e disse alle sorelle di andare a mangiare, ma esse rifiutarono e la più giovane gli disse che avrebbe dovuto riportarla nel luogo dove avevano lottato. Tutti e quattro andarono in quel luogo e, alla partenza, esse promisero di non fargli mai del male e di fare in modo che né lui né i suoi figli dopo di lui, se mai ne avesse avuti, avessero mai bisogno di lavorare. La sorella più anziana gli disse di tornare la notte seguente e di portare con sé una vanga: ella gli avrebbe raccontato la sua storia dal principio alla fine.



König B.




Egli andò e lei gli fece questo racconto: molto tempo prima, suo padre era uno degli uomini più ricchi d'Irlanda, sua madre morì quando le tre sorelle erano molto giovani, e dieci o dodici anni dopo, anche il padre morì lasciando la cura di tutte le ricchezze ed i tesori nel castello a lei, dicendole di dividerle in tre parti uguali e di darne una parte ad ognuna delle sorelle. Ma lei era innamorata di un giovane che suo padre non conosceva ed una notte, quando le due sorelle dormivano, pensò che se le avesse uccise l'intera fortuna sarebbe andata a lei ed a suo marito. Prese dunque un coltello e tagliò le loro gole e quando le ebbe uccise se ne pentì e si suicidò. La loro punizione fu che nessuna delle tre avrebbe avuto riposo o pace fino a che un uomo senza paura non fosse arrivato a vincerle e John era il primo che ci fosse riuscito.
Ella lo portò quindi al castello di suo padre: ne rimanevano solo le rovine, era senza tetto ed aveva solo alcuni muri, e gli mostrò dove fossero tutte le ricchezze ed i tesori. John, per accertarsene, prese le sua vanga e vangò, vangò con tutte le sue forze e, poco prima dell'alba, arrivò al tesoro. In quel momento, le tre sorelle lo benedirono, si mutarono in tre colombe e volarono via.
Egli divenne abbastanza ricco per sé e per sette generazioni dopo di lui.


V. Francés


mercoledì 5 agosto 2015

Il Castello di Galtelli (Sardegna), Leggenda Raccontata da Grazia Deledda

na notte dello scorso dicembre restai più di due ore ascoltando attentamente una donna di Orosei che mi narrava le leggende del castello di Galtellì.
Il suo accento era così sincero e la sua convinzione così radicata che spesso io la fissavo con un indefinibile sussulto, chiedendomi se, per caso, queste bizzarre storie a base di soprannaturale, che corrono pei casolari del popolo, non hanno un fondamento, e qualcosa di vero.
Il castello di Galtellì - la Civitas Galtellina, altre volte così fiorente e popolata, ora decaduta in miserabile villaggio - è interamente distrutto; restano solo i ruderi neri e desolati, dominanti il triste villaggio, muti e severi nel paesaggio misterioso.





La leggenda circonda quelle meste rovine con un cerchio magico di credenze strane, fra cui la principale è che l'ultimo Barone, ovvero lo spirito suo, vegli giorno e notte sugli avanzi del castello, in guardia dei suoi tesori nascosti.
Di giorno è invisibile, ma nella notte, sia calma o procellosa, chi si azzarda a visitare le rovine vede il Barone passeggiare lentamente, intorno intorno, vagando per i roveti e i massi, o lungo le nere muraglie, ricordando i giorni fastosi della sua esistenza. È giovine ancora, tristissimo in viso, vestito alla medioevale, con la spada al fianco e il collo circondato dal vaporoso collare di lattughe trapuntate. Qual fato lo ha condannato a vagare così, sempre, per secoli e secoli, sulle rovine del suo superbo maniero, ritrovo un giorno di letizia e di splendida potenza? Non si sa; forse è una scomunica del papa, forse una maledizione particolare. Oltre a lui si crede che altri spiriti, ancora in forma umana, esistenti nel castello, vaghino in sotterranee stanze, ma che non escano mai.
È la famiglia dell'ultimo Barone: la moglie, la figlia, il genero ed un nipotino, nato, quest'ultimo, nel modo strano che racconterò poi.
Come in Castel Doria si dice che anche qui ci sia un condotto sotterraneo, però questo conduce assai lontano, sino ai castelli del sud dell'isola, sino a Cagliari anzi, attraversando grandi catene di montagne, fiumi e pianure!...
Lo spirito del Barone è mite e generoso. Non ha mai fatto del male a nessuno, anzi ha spesso beneficato dei poveri viventi.
Una volta un misero contadino del villaggio, mentre ritornava dalla campagna con un fascio di legna sulle spalle, sopravvenutagli la sera in cammino, si fermò un momento ai piedi del castello rovinato.
La notte era freddissima, ma la luna splendeva vivamente, e il contadino poté distinguere un signore che passeggiava sulle alture vicine. Curioso e coraggioso il contadino salì un poco più su e guardò questo bizzarro signore che si permetteva di passeggiare tranquillamente in tal luogo e così tanto freddo.


Francés V.


Il signore allora si accorse di lui e si fermò. Era biondo e soave di volto, con due grandi occhi vitrei ed appannati, immersi nel dolore di una eterna tristezza.
"Chi sei?", chiese dolcemente al viandante.
Sentita la risposta, guardò fissamente il fascio della legna che il contadino aveva deposto nel sentiero, e disse:
"Mia figlia e mia moglie hanno tanto freddo, tanto! Vuoi tu darmi la tua legna?..".
"E perché no?", esclamò l'altro conquiso dalle belle maniere del misterioso signore. E trasportò il fascio sulle rovine, e non volle accettare la piccola ricompensa che il signore voleva dargli. Ma poco tempo dopo tutti nel villaggio videro una cosa sorprendente. Il povero contadino acquistava terreni, case, pascoli e spendeva come un riccone. In breve egli diventò il più benestante del paese, e per liberarsi dalla fama di ladro o che, dovette rivelare la verità.
Dopo la prima notte egli era ritornato molte volte al castello e aveva provveduto di legna, per tutto l'inverno, gli abitanti invisibili e spirituali di quelle rovine. In cambio il Barone gli aveva donato molte e molte borse piene d'oro!...
La leggenda poi, o la tradizione, che pare recentissima, del nipotino del Barone è questa. Una notte una donna del villaggio sentì picchiare alla sua porta, e apertala vide un cavaliere magnificamente vestito, che le disse:
"Presto, venite con me. Si ha bisogno di voi!".
Essa, che era poverissima e che trovava pochissime occasioni di tentare la fortuna, non si fece pregare. Vestì la sua tunica e seguì il cavaliere, che camminava rapidamente, senza fare il minimo rumore, davanti a lei. Attraversarono il villaggio e uscirono in campagna. La donna, inquieta, chiese: "Ma per dove mi conduce, monsignore?".
"Venite e non temete di nulla!", rispose lui. La sua voce era così gentile e soave che la donna si rassicurò e continuò a seguirlo in silenzio. Il cavaliere la condusse alle rovine del castello e pigliandola per mano l'introdusse nelle sale sotterranee di cui essa aveva tante volte sentito parlare.
Queste sale erano uno splendore di lusso e di magnificenza. Coperte di arazzi e di cortinaggi di broccato, ammobigliate come deve essere ammobigliato il Paradiso, venivano illuminate da grandi candelabri d'oro e di perle preziose. In una di esse v'era un letto ricchissimo, e su stava coricata una giovine dama pallidissima e bella, in preda a crudeli sofferenze. Un'altra dama, più vecchia, bella e soave anch'essa, l'assisteva, e un giovine cavaliere andava disperatamente da un capo all'altro della sala.


Gilbert A.Y.


Più tardi, la donna presentava, affondato fra nastri e trine, un bellissimo pargoletto, dicendo alla dama attempata:
"Ecco un grazioso dono, monsignora!...". Ma la dama, baciato il bambino, sorrise tristemente e rispose: "Ma non è del tuo mondo, buona donna!...".
Finito tutto, il cavaliere vecchio riprese per mano la donna, la condusse fuori e l'accompagnò fino a casa sua. Rimasta sola essa si meravigliò del come non era stata ricompensata da quella strana gente, ma l'indomani mattina, aprendo la porta, trovò sul limitare una gran borsa piena di monete d'oro.
"Per ciò - conchiuse la donna che mi schizzò le leggende del castello di Galtellì - per ciò ora i discendenti di quella donna sono fra i più ricchi del paese!".

Grazia Deledda, "Leggende Sarde".

(Vedi post precedente per notizie storiche sul Castello di Galtelli.)


Gilbert A.Y.


E' la consorella della "Levatrice delle Fate/Elfi" , inglese, scozzese, irlandese, protagonista di innumerevoli racconti, tutti piuttosto ripetitivi, devo aggiungere. Lo schema è sempre lo stesso. Una donna - a volte la levatrice di un villaggio, a volte una semplice madre di famiglia - viene rapita o gentilmente invitata in uno dei tumuli delle Fate. Là, una partoriente elfica aspetta il suo aiuto. E, come si desume facilmente, l'aiuto consiste nella presenza della donna, perché le "Fate" celtiche hanno bisogno della presenza di un essere umano per nascere e per morire. Poi, la donna viene liberata e ricompensata con monete d'oro, che, spesso, una volta tornata a casa, si riveleranno foglie secche. Una complicazione della trama prevede che, del tutto involontariamente, la levatrice, durante il suo soggiorno nel mondo altro, venga in contatto con una qualche sostanza e si tocchi sbadatamente un occhio. Tempo dopo, visitando la fiera di un paese vicino, la levatrice incontra il signore elfico e lo saluta rispettosamente, ma lui le chiede meravigliato:"Riesci a vedermi?", e, alla sua risposta affermativa, insiste:"Con quale occhio?". La donna glielo dice e l'Elfo glielo acceca.
In questa leggenda sarda i Morti sono ciò che sono: morti. Cade il pudore delle parole. 
A seguire una piccola storia nordica, per non riproporre l'ennesima variante irlandese.

Mab

giovedì 12 dicembre 2013

Molly Cass e il Nove di Cuori, K.Briggs (Inghilterra)

olly Cass visse per molti anni in una casetta vicino al mulino di Leeming, o forse nel mulino stesso. C'è una strana leggenda sul suo conto.
Il mugnaio stava giocando a carte al mulino con alcuni amici, e per otto volte di fila George Winterfield si trovò in mano servito il nove di cuori. Quando le carte stavano per essere distribuite la nona volta, uno dei giocatori posò una ghinea sul tavolo, e disse che puntava quella contro uno scellino che Winterfield non avrebbe più avuto il suo nove di cuori.

Monge J.B.

In quel preciso istante, la vecchia Molly fece capolino dalla porta e disse:
"Metti via quella moneta. I tuoi soldi non sono per lui, e i suoi non sono per te".
L'uomo era talmente spaventato all'idea di offenderla in qualche modo che si affrettò a rimettersi in tasca la ghinea, e Molly aggiunse, guardando le carte ancora coperte sul tavolo:
"L'hai avuto di nuovo, George, prendi la tua mano e guardala - Era vero e la vecchia proseguì - L'hai già avuto otto volte e mal te ne verrà. Hai il Maligno dentro, adesso, e non ti lascerà finché non ti avrà preso del tutto. Hai avuto una possibilità, l'hai buttata via, ed è finita nel fiume. E il fiume ti aspetta, sarà il tuo letto nuziale. Corri; più aspetti, più ci starai".
George divenne bianco come la morte, e saltò su gridando:
"La sposerò. Dammi un'altra possibilità. Mi pento e maledico ciò che ho fatto"
"Do raramente una possibilità, figuriamoci due. Va' per la tua strada. La tua sposa ti attende in un letto di giunchi. Che letto nuziale!"
George uscì dal mulino dicendo che correva a sposare la ragazza che aveva abbandonato. E Molly gli gracchiò dietro:
"Buona notte, George. Stanotte tutte le strade conducono al fiume".
E vuoi che si sia perso al buio, vuoi per qualche altro motivo, il mattino dopo trovarono il suo cadavere e quello della fidanzata aggrovigliati insieme tra i giunchi. Lui non aveva fatto in tempo a vederla viva, perchè lei si era annegata prima del suo arrivo.
Per molti anni ancora si disse che chi passava in quel punto a mezzanotte vedeva passare nel fiume prima il cadavere di una fanciulla, poi quello di un uomo, e poi entrambi andavano a incagliarsi fra i giunchi e scomparivano.


Francés V.

domenica 1 dicembre 2013

La Fidanzata dello Scheletro, Emma Perodi

’era una volta a Bibbiena una ragazza per nome Amabile, che era reputata in paese la bella delle belle. Il padre di lei faceva il tessitore di panni, dunque Amabile non era punto, ma punto ricca. Però le piaceva di comparire, e avrebbe fatto a meno di desinare pur di mettersi un fronzolo nuovo. Dovete sapere che da anni e anni a Bibbiena c’è la costumanza di far baldoria l’ultimo giorno di carnevale. In quel dì una comitiva di Fondaccini, con nastri celesti e merli, vivi o morti, legati per le zampe al cappello, gira di giorno la città suonando il trescone sul violino o sull’organetto. Ogni tanto questa comitiva dei Fondaccini si ferma davanti alla casa di qualche persona facoltosa, acclama il proprietario che dispensa denari e rinfreschi. Nello stesso tempo un’altra comitiva, detta dei Piazzolini, percorre altre strade, e a una cert'ora si ferma in Piazza Grande. Costì uomini e donne si mettono in giro alla fonte e cantano la canzone del Pomo Bello. Appena suona la campana della torre, tutta questa gente va in Piazzolina, dove i Fondaccini hanno acceso il Pomo Bello, che è un rogo formato di fascine di ginepro. Mentre la fiamma avvolge il rogo, anche i Fondaccini cantano la canzone del Pomo Bello, suonano il trescone, e le ragazze e i giovinotti ballano a più non posso. Ora avvenne che Amabile, la bella fra le belle di Bibbiena, si trovasse sulla Piazzolina quando fu incendiato il Pomo Bello. Ella era accompagnata dal padre, che, essendo uomo faceto, cantava a squarciagola: e le ronzava intorno Bindo, un altro tessitore, che era tanto innamorato di lei che pareva lo avesse stregato. Amabile, che era vana e ambiziosa, lo teneva a bada, ma non gli dava troppe speranze, perché il giovanotto non aveva terre al sole. Quell’ultima sera di carnevale, dunque, era mescolato alla folla un giovine signore di casa Dovizî, venuto da qualche giorno da Pisa, dove compieva gli studî. Costui appena vide Amabile se ne innamorò a tal segno che non si rammentò neppure che la ragazza era di bassa condizione, e lui di famiglia nobile. Voleva lasciare gli studî e non moversi più da Bibbiena, e dopo aver ballato con lei e averle dette tante dolci parole, consumò la strada davanti la casa di Amabile cantando le ultime strofe della canzone del Pomo Bello, che dicono:

La Brunettina mia,
Coll’acqua della fonte,
La si bagna la fronte,
Il viso e il petto.
Un bianco guarnellino,
Ell’ha con che si veste,
E pel dí delle feste,
Quello adopra.

La voce del giovane si faceva specialmente forte per cantare gli ultimi quattro versi, che sono questi:

S’io fossi in campo acciso,
Fra suoni e canti,
Io mi vedrei davanti,
Il suo bel viso.

Amabile, cui non era sfuggita la cortesia del giovine signore, capì che era lui che cantava, e disse fra sé: 'Bindo non mi avrà certo; di qui a poco, sarò la moglie del bel cavaliere'.
Il dì appresso ella stava filando sull’uscio di casa, quando Desiderio Dovizî, passando di là, la salutò cortesemente. Ella rispose al saluto, e con belle maniere lo invitò a fermarsi per scambiare alcune parole. Desiderio accondiscese, e da quel giorno non cessò di passare dalla casa di Amabile, finché le due chiacchiere diventarono lunghi discorsi. A farla breve, egli, che era sempre più consumato dalla fiamma d’amore, le promise di sposarla appena terminati gli studî.

Leighton E.B.

Amabile era al colmo della felicità, perché aveva sempre bramato di crescere di grado e di vestire abiti di drappo, come aveva veduto portare alle signore del castello di Bibbiena. Ma intanto che i due giovani parlavano del loro avvenire, il fratello maggiore di Desiderio, cui non era sfuggita la passione del giovane per la bella fra le belle, gli ordinò di tornarsene a Pisa agli studî. Desiderio, prima di partire, pose in dito ad Amabile un ricco anello, e si fece promettere di restargli fedele. In capo a tre mesi egli sarebbe tornato e allora avrebbero pensato a celebrare le nozze. Amabile pianse in sulle prime, ma il timore di guastarsi i begli occhi, che tutti decantavano, la fece smettere, e, ripreso il fuso, tornò sulla porta a cantare per svagarsi. I giovinotti, che si erano allontanati per lasciare il campo libero a messer Desiderio, appena lo videro partire ricominciarono a ronzare intorno ad Amabile, la quale li trattava gentilmente, e alle loro parole melate rispondeva senza scoraggiarli, come sogliono far le ragazze che desiderano di sentirsi sempre adulare. Intanto messer Desiderio non s’era fatto vivo, e Amabile si cominciava ad annoiare di doverlo attendere tanto tempo.
Un giorno ella era andata a merenda a Fonte Chiara da una sua comare, e verso sera se ne tornava a Bibbiena, quando le si accostò un cavaliere montato sopra un bellissimo cavallo morello:
"Che cosa desiderate, signor cavaliere?", domandò Amabile alzando su di lui i bellissimi occhi.
"Bella fra le belle, vorrei offrirti questa rosa, meno fresca delle tue labbra", rispose il signore. Amabile fece una risata. "Voi non sapete certo che io sono promessa sposa, e che non posso accettare neppure un fiore da altri che dal mio sposo".
Il cavaliere non rispose, ma balzato di sella infilò il braccio nella briglia e si mise a camminare accanto ad Amabile, sussurrandole nell’orecchio paroline dolci. Fra le altre cose egli le disse: "Se la bella fra le belle non vuole accettare una rosa, posso offrirle un bel fiore d’argento, poiché mio padre mi ha lasciato tanti fiorini d’oro da caricare tre carri"
"Anche il mio sposo è ricco e non mi ricuserebbe nulla", rispose Amabile. Quand’ebbero fatto un pezzo di strada il cavaliere disse: "Oltre l’eredità di mio padre, ho anche i beni che mi ha lasciati mia madre, i quali consistono in campi e vigneti; e se la bella fra le belle ricusa il fiore d’argento, posso offrirglielo d’oro".
"Non vi ascolto", rispose Amabile turbata.
Così doveva parlare il serpente alla nostra prima madre.
Fecero un altro pezzo di strada e il cavaliere disse: "Fin qui ho parlato alla bella fra le belle soltanto dei beni ereditati da mio padre e da mia madre; ma ho ancora dei boschi immensi lasciatimi da mio zio, e se il fiore d’oro le par cosa troppo misera, posso offrirgliene uno tutto scintillante di diamanti e rubini".
Questa volta Amabile rispose:"Tacete, messer lo cavaliere, voi volete la mia dannazione".
Ma lo sconosciuto continuò a parlare a voce bassa di ciò che voleva offrire alla bella fra le belle. Prima di tutto abiti più ricchi di quelli di una regina e un palazzo degno di un re di corona. Amabile non poté resistere a siffatte tentazioni. Ella si tolse di dito l’anello da sposa e l’offrì al cavaliere, e invece di tornare a casa si lasciò condurre lontano, nel luogo ove doveva trovare il palazzo promessole. Ma più che camminavano, più il cielo si faceva scuro, e a una a una sparivan le stelle. Nella campagna non si udiva altro canto che quello sinistro della civetta. Allora ella ebbe paura e disse allo sconosciuto:
"Signor cavaliere, è tanto che camminiamo e non vedo dinanzi a me altro che una spianata, che somiglia a un camposanto".
"È il cortile del mio palazzo", rispose il signore.
"Vedo una croce come quelle che piantano sul margine delle vie, nel luogo ove fu commesso un delitto".
"È la banderuola del mio tetto", rispose lo sconosciuto.
Amabile fece alcuni passi e poi si fermò. "Mi par di camminare sopra una cava abbandonata, dove gettano gli animali morti".
"È la soglia della mia dimora", disse il cavaliere, e la trascinò giù per la discesa. Ma appena ebbero toccato il fondo della cava, la luna ricomparve ed Amabile si vide dinanzi, invece del bel cavaliere, uno scheletro avvolto in un lenzuolo sbrandellato. Amabile cadde in ginocchio, gridando: " Misericordia!"
Allora il morto le disse: "Non urlare: son Desiderio, lo sposo tuo. Tornavo per celebrare le nozze e sono stato aggredito da due ladroni, i quali, dopo avermi spogliato, mi hanno messo questa corda al collo e mi hanno gettato in questa cava. Il mio cadavere marciva sopra a terra, quando Gesù s’è impietosito e mi ha dato le sembianze d’uomo per provare la tua fede. Tu sei una spergiura, ma io voglio mantenere le promesse che ti ho fatte poco fa. Avrai abiti da regina, perché anche le regine sono rivestite di terra dopo morte; avrai un palazzo degno di un re di corona, perché anche i re, una volta spirati, son posti sottoterra. Dammi la mano, sposa mia, e mettiti al mio fianco, perché è sonata per me l’ora di tornare in seno alla morte".
Ciò dicendo lo scheletro legò la corda attorno al collo della ragazza con un nodo così forte che nessuno avrebbe potuto sciogliere; e si coricò sulla terra umida. Amabile passò tutta la notte a pregare la Madonna, che non la udiva. Verso l’alba vide qualche cosa che si moveva ai suoi piedi. Era un topolino che stava fermo a guardarla. Nel medesimo tempo apparve qualche cosa di nero sopra la casa, e un corvo bigio andò a posarsi sopra una pietra. Il corvo e il topo erano due Maghi, che andavano in quel luogo a pascersi di cadaveri.
"Corpo del diavolo, compare! - disse il corvo. - Sei giunto presto e scommetto che hai già scelto quel che ti piace meglio di quella ragazza!"
"Ma Satanasso non ci permette di toccar carne viva, - rispose il topo - Ebbene, aspetteremo che sia morta".
"Sì, - disse il topo - io mi sono scelto le gote".
"E io le labbra", replicò il corvo.
"Le mangeremo gli occhioni neri".
"E le orecchie rosee".
Amabile si sentiva gelare, ma ebbe la forza di dire: -"Ahimè! sono tanto giovane e smilza che avrete poco da mangiare; scommetto che vi tornerebbe più conto di salvarmi".
"Salvarti! E come si farebbe mai?"
"Non è difficile; basta che il topo roda la corda che mi tien legata al cadavere, e che il corvo mi porti fuori da questa caverna".
"Che cosa ci daresti se ti si contentasse?", domandarono i due Maghi. "Supplicherei mio padre di tesservi un bell’abito di drappo per ciascuno".
I Maghi si misero a ridere.
"Una camicia di finissimo lino". I Maghi risero più forte.
"Anche un mantello di velluto".
"No, - disse il topo, - non ho bisogno di vestiti né di biancheria; ma voglio due ali per volare".
"Ed io, - continuò il corvo - voglio quattro piedi per camminare"
"Se domani non ci dài quello che chiediamo, l’anima tua è perduta", aggiunsero tutti e due. Quelle condizioni parvero abbastanza dure a Amabile; ma accettò tutto, piuttosto che restare in quella caverna legata allo scheletro. I Maghi le fecero fare un giuramento sulla crocellina d’oro che portava appesa al collo, e appena ella ebbe giurato, il topo si mise a rosicare la corda, finché non fu spezzata, e poi il corvo si avvicinò, se la fece salire in groppa e la ricondusse fino dal padre. Quando l’ebbe posata nell’orticello del tessitore, l’avvertì che il giorno dopo sarebbe tornato in quel luogo insieme col compagno, affinché ella mantenesse la promessa. Amabile corse subito a picchiare all’uscio di cucina, che dava sull’orto, e il padre andò ad aprire. Ma vedendo la sua bella figliuola pallida, infangata, con gli occhi sbarrati, cominciò ad urlare che doveva esserle accaduta qualche disgrazia, e dallo strepito destò tutta la gente del vicinato. Amabile raccontò tutto quello che le era accaduto, e il padre disse che bisognava ricorrere a fra’ Cirillo, che era un frate francescano, famoso per dar consigli. Appena fu giorno, Amabile andò al convento, accompagnata dal suo babbo e in confessione raccontò tutto a fra’ Cirillo, che le disse:"Figlia mia, tu hai giurato sulla croce e nessuno ti può prosciogliere dal giuramento; ti conviene fare quanto hai promesso".
"Dio mio, sarò dannata!", esclamò Amabile.
"Stammi a sentire - replicò il Frate - e fa quanto ti ordino". La ragazza promise di non dimenticar nulla.
"Prenderai prima un coltello che non abbia mai toccato carne; andrai lungo le siepi ascoltando il soffio del vento nell’erbe; quando udrai un lieve rumor di sonaglio, taglia la parte superiore dell’erba, che è quella del sonno, portala nell’orto, stendila in terra e torna ad avvertirmi". Amabile fece come le aveva ordinato il Frate e, trovata l’erba, la tagliò con un coltello nuovo e la stese nell’orto, e poi tornò dal Frate, il quale la rimandò a casa dopo averle insegnato quel che doveva fare. Fino a sera l’Amabile rimase nell’orto in orazione, e quando fu notte, sentì la voce del topo, che la chiamava.
"Sono pronte le ali?", domandò in tono di scherno.
"Non ancora, - rispose Amabile - ma presto sì".
"Sbrigati, sbrigati, - replicò il Mago - ho furia, e domani sera devo essere a Firenze per certi affari miei".
"Riposatevi un momento, - rispose la ragazza - e vi contento subito. Il topo, che si sentiva volentieri trattato come persona di riguardo, si sedé sull’erba preparata da Amabile; ma l’erba del sonno produsse il suo effetto e di lì a poco il topo dormiva e russava. Dopo qualche momento comparve il corvo, e domandò:
"Ebbene, carina, dove sono i miei quattro piedi?"
"Ahimè non ho potuto trovarli, neppure pagandoli a peso d’oro", rispose Amabile.
"Ne ero sicuro, - disse il Mago sghignazzando - Ora dunque mi spetta metà della tua animaccia, e la voglio fra poco".
"Concedetemi un po’ di tempo, caro Mago! - esclamò Amabile - Spero che avrete compassione di una povera ragazza innocente, che vi reca la cena".
"Come mai?", domandò il corvo.
"Ho acchiappato un topo con la trappola e l’ho portato qui per offrirvelo", disse accennando al topo che dormiva sdraiato sull’erba.
Il corvo lo guardò. "È un bocconcino ghiotto e lo accetto, a condizione di non rinunziare ai miei diritti".
"Fate quello che vi pare", replicò Amabile. Il corvo non si fece pregare: chiappò il topo per la collottola e giù in un boccone. Ma quello, svegliandosi, si mise a gridare e a dimenarsi tanto forte che con le quattro zampe forò lo stomaco del ghiottone. Allora comparve fra’ Cirillo, che aveva veduto tutto. Egli recava la croce, e gridò: "Via, razza nata dal Diavolo! Questa ragazza non vi appartiene più perché ha adempiuto la sua promessa. A te, topo, ha dato le ali, perché oramai sei una cosa sola col corvo; a te, corvo, ha dato le quattro zampe che volevi. Andate dunque, e restate così come avete voluto essere, fino al giorno del Giudizio".
I due Maghi, scorbacchiati, se ne andarono, ma non per questo la ragazza fu salva. Il grande spavento che aveva avuto nella caverna la fece ammalare, e presto si ridusse al lumicino. Il tessitore si rodeva le mani dal dispiacere. Avere una figliuola così bella, la bella fra le belle, e vedersela morire nel fiore degli anni! Il padre mandò a chiamare un forestiero che curava gl’infermi; costui le dette intrugli sopra intrugli, ma Amabile non risanò. Mandò a chiamare fra’ Cirillo, e fra’ Cirillo l’asperse di acqua benedetta; ma Amabile non risanò. Allora mandò a chiamare una vecchia, che stava in una capannuccia su verso la Beccia, e che tutti chiamavano la Strega, e costei, guarda e riguarda, esamina che ti esamino, disse che Amabile non sarebbe guarita, perché il suo male aveva sede nel cervello. E infatti non guarì. Di giorno era un po’ più tranquilla, ma la notte pareva una indemoniata, perché appena l’aria si faceva buia, lo scheletro si alzava dal fondo della cava, si avvolgeva nel lenzuolo sbrindellato, e via accanto a lei a tormentarla, a coprirla di rimproveri per la fede mancata e per esserle fuggita con l’inganno.
"Spergiura! Spergiura!", le diceva, e con le mani scheletrite le cingeva il collo, e con le guance ghiacciate toccava il viso infocato di Amabile. La malata urlava, si dibatteva tutta la notte, e ogni momento faceva atto di gettarsi giù dal letto; ma lo scheletro la tratteneva con le lunghe braccia. Amabile lo vedeva e lo sentiva, ma il padre, che l’assisteva, non vedeva nulla e attribuiva quelle smanie alla febbre che divorava la figliuola.

Ortega R.F.

Una sera, Amabile morì. Le donne del vicinato la vestirono dei suoi abiti più belli, accesero molti ceri attorno al cadavere e le misero una croce fra le mani. Prima esse pregarono per l’anima di lei, poi, stanche, cederono al sonno. Quando si destarono all’alba, che è che non è, il cadavere era sparito. Figuriamoci lo spavento del padre e delle donne! Chi diceva che i ladri lo avevano rubato per spogliarlo degli abiti! Chi diceva che il Diavolo se l’era portato via! Figuriamoci se il padre cercò il cadavere della sua Amabile per fargli dare onorata sepoltura! Si mise alla testa di una comitiva di amici, e frugò per le macchie, per i burroni; tutto fu inutile. Allora fece fare delle novene; ma sì, il corpo d’Amabile era sparito e nessuno l’aveva veduto, né in città, né nel contado. Poi, come succede sempre, egli si stancò di cercare e riprese a tessere pensando sempre alla figliuola.
Ecco com’erano andate le cose. Il corvo e il topo, che ormai formavano una sola persona, perfida per cento, appena che furono burlati a quel modo da Amabile pensarono di vendicarsi atrocemente di lei, e, aspettato il sabato notte, si recarono a un luogo dove sapevano d’incontrare il Diavolo, e gli esposero l’accaduto.
"Che cosa posso fare per compiacervi, figli diletti?" domandò Satanasso quando ebbe udita tutta la narrazione.
"Noi vorremmo un piccolo favore soltanto - rispose il corvo che era molto loquace e parlava anche per il compagno - Vorremmo cioè che ogni notte lo scheletro di messer Desiderio si destasse dal sonno della morte e andasse a tormentare Amabile. All’ora della di lei morte, poi, sarebbe nostra brama che Desiderio portasse la sua promessa sposa nella cava abbandonata, e se la tenesse a fianco fino al giorno del Giudizio".
"Compare, - disse il topo, che vinceva in perfidia il corvo - non ti pare che sarebbe meglio ottenere che tanto Desiderio quanto Amabile tornassero in vita per alcune ore; così il tradito continuerebbe a tormentare la spergiura?"
"Bravo!", esclamò il corvo.
Il Diavolo, che era stato a sentire, si dette una fregatina alle mani in segno di allegrezza, e concesse ai due Maghi quello che volevano.
"Ora, - disse il topo - voliamo pur via e andiamo a godere dello spettacolo di Amabile alle prese con lo scheletro. Quella vista ci farà buon sangue". Infatti il corvo, nelle notti della malattia di Amabile, non si mosse più di sul davanzale della finestra, e quando la ragazza fu morta volò dietro allo scheletro, che se la portava nella sua caverna umida. Nel destarsi in quel luogo d’orrore, Amabile gettò un grido, e il topo le disse: "Perfida fra le perfide, ora non c’è nessuno che ti roda la corda".
"Né che ti prenda sulle proprie ali per cavarti di qui", aggiunse il corvo.
"Sposa mia, sei diventata tanto brutta che mi fai orrore - le diceva lo scheletro - ma posa la testa più qua, affinché mi serva da guanciale".
E allora lo scheletro posava il teschio sul viso di Amabile e la copriva d’improperî. "Spergiura!... Vile!... Anima nera!... Strega!..."
Questa scena si ripeteva ogni notte, e il corvo e il topo non la perdevano mai; venivano da lontano per assistervi, e a tutti e due pareva di andare a nozze. Ora avvenne che, dopo un certo tempo, fu stabilito a Bibbiena di costruire una nuova chiesa in onore della Madonna, e pensarono di prender la pietra nella cava abbandonata dove giacevano insepolti i cadaveri di Desiderio e di Amabile. Gli scavatori, appena vi scesero e videro quei due corpi, corsero a Bibbiena a raccontare il fatto, e il povero tessitore, che non aveva dimenticata la figlia, andò subito nella cava con la speranza di riconoscere in uno dei due cadaveri la sua Amabile. La riconobbe infatti dalle vesti, e con molta solennità fece trasportare la salma nel sagrato della Pieve, dove le dette onorata sepoltura. Le ossa di Desiderio furono poste in altro luogo. Da quel momento in poi Amabile riposò in pace, aspettando il giorno del Giudizio, e Desiderio la cercò invano accanto a sé. Si dice che per anni e anni un corvo stesse sempre, di notte, sul sagrato della Pieve gracchiando. Era il Mago col topo in corpo. Nessun dei due aveva potuto dimenticare il tradimento. Ora saranno crepati di vecchiaia, almeno si spera. E qui la novella è finita.

Frances V.

Da:
Le Novelle della Nonna, Emma Perodi

martedì 12 novembre 2013

Storie di Streghe, Russia (Afanas'ev n.134)

na sera tardi un cosacco tornava al paese; si fermò sul limitare di un'isba e cominciò a chiedere:
"Ehi, padrone! lasciami pernottare".
"Entra, se non hai paura della morte".
'Che discorso è questo!' pensa il cosacco; mise il cavallo nella rimessa, gli diede da mangiare, poi va nell'isba. Guarda: e contadini, e donne, e bambinelli, tutti piangono a calde lacrime e pregano il Signore; pregato che ebbero, indossarono delle camicie pulite.
"Perché piangete?" domanda il cosacco.
"Vedi - risponde il padrone - nel nostro paese la notte passeggia la morte; in qualunque isba getti lo sguardo, al mattino non resta che mettere tutti gli abitanti nella bara e portarli al cimitero. Questa notte è la volta nostra".
"Eh, padrone! non temere: non muove foglia che Dio non voglia!"
I padroni si misero a dormire; ma il cosacco ha un'idea, e non chiude occhio.
A mezzanotte in punto la finestra si spalancò: s'affacciò una strega tutta in bianco; prese l'aspersorio, tese il braccio dentro l'isba, e stava già per aspergere quando il cosacco mulinò la sua sciabola e le tagliò il braccio fino alla spalla. La strega diede un gemito, squittì, abbaiò come un cane e corse via. Il cosacco raccolse il braccio tagliato, se lo nascose sotto il mantello, asciugò il sangue e si mise a dormire. Al mattino i padroni si svegliano, guardano: sono tutti vivi e sani, dal primo all'ultimo. Impossibile dire come furono tutti contenti.
"Volete che vi mostri la morte? - dice il cosacco - Riunite alla svelta tutti i centurioni e i decurioni, e andiamo a cercarla per il paese". Subito tutti i centurioni e i decurioni si radunarono, e andarono per le case; là niente, qua niente, finalmente raggiunsero la casa del sacrestano.
"Tutta la famiglia è qui presente?", domanda il cosacco.
"No, caro! Ho una figliola malata, è stesa sulla stufa".
Il cosacco guardò sulla stufa, la ragazza aveva un braccio tagliato; qui egli spiegò tutto com'era successo, tirò fuori e mostrò il braccio tagliato. La comunità ricompensò il cosacco in denaro, e condannò la strega a essere affogata.



Francés V.

martedì 14 maggio 2013

Mr. Fox - Il Barbablu Inglese


Victoria Francés


Lady Mary era giovane, Lady Mary era bella. Aveva  due fratelli e tanti innamorati che non riusciva a contarli. Ma fra tutti, il più audace e elegante era un certo signor Fox, che aveva conosciuto mentre si trovava nella residenza di campagna di suo padre. Nessuno sapeva chi fosse questo Fox, ma era certamente ricco e valoroso, ed era l'unico corteggiatore a cui Lady Mary tenesse davvero. Alla fine decisero di sposarsi. Lady Mary chiese al signor Fox dove avrebbero vissuto, e lui le descrisse il suo castello, e i dintorni, ma stranamente, non invitò né lei né i fratelli a visitarlo.
Così, un bel giorno, poco prima delle nozze, mentre i fratelli erano fuori e il signor Fox era via per qualche giorno per affari, Lady Mary andò a cercare il castello del signor Fox. Cerca cerca, alla fine lo trovò, ed era proprio un bell'edificio, solido, con alte mura e tutto intorno un profondo fossato. Quando giunse al castello, vide che sopra c'era scritto:

OSA, OSA

Il cancello era aperto e lei entrò, ma non incontrò nessuno. Raggiunse il portone, e sopra c'era scritto:

OSA, OSA, MA NON OSARE TROPPO

Lei pero proseguì, e giunse nell'ingresso, e salì lo scalone, finché, nella galleria, si trovò davanti a una porta chiusa su cui c'era scritto:

OSA, OSA, MA NON OSARE TROPPO
O IL SANGUE NEL TUO CUORE SI GHIACCERA' DI BOTTO

Ma Lady Mary era una ragazza coraggiosa, così aprì la porta, e indovinate cosa vide? Corpi e scheletri  di bellissime fanciulle tutte imbrattate di sangue. Lady Mary decise che era arrivato il momento di filarsela da quel postaccio tremendo, perciò chiuse la porta, riattraversò la galleria, e stava proprio scendendo lo scalone quando dalla finestra chi vide se non il signor Fox che trascinava una bellissima ragazza dal cancello al portone. Lady Mary si precipitò giù, e fece appena in tempo a nascondersi dietro un barile in anticamera, prima che il signor Fox entrasse portando fra le braccia la ragazza, che sembrava svenuta.
Mentre passava accanto al barile, il signor Fox si accorse che la ragazza svenuta aveva al dito uno splendido brillante, e cercò di tirarlo via. Ma era un anello stretto e non veniva via, nonostante tutte le maledizioni e le bestemmie del signor Fox, che alla fine si vide costretto a tagliare la mano della ragazza con un colpo di spada.
La mano volò in aria e tra tanti posti andò a cadere proprio dritta in grembo a Lady Mary. Il signor Fox la cercò, ma non pensò di guardare dietro il barile, e alla fine lasciò perdere, e si portò la ragazza su, nella camera del sangue.
Appena lo sentì camminare al piano di sopra, Lady Mary sgattaiolò fuori dalla porta, corse al cancello, uscì, e poi dritta a casa più in fretta che potè.
Il giorno seguente era proprio quello in cui si sarebbero poste le firme al contratto di matrimonio, e per l'occasione era stata imbandita una sontuosa colazione.
Il signor Fox si sedette a tavola di fronte a Lady Mary, la guardò in viso e disse:
"Come sei pallida, stamattina, mia cara."
"Sì - rispose lei - stanotte ho dormito malissimo. Ho fatto un sogno tremendo."
"I sogni significano sempre il contrario - disse il signor Fox - ma tu raccontacelo, e la tua dolce voce farà volare il tempo fino al felice momento in cui saremo uniti."
"Ho sognato di andare al tuo castello, e di trovarlo in mezzo al bosco, e tutto intorno aveva alte mura e un profondo fossato, e sul cancello c'era scritto:

OSA, OSA

"No, non è così, né così è mai stato"
"E poi arrivavo al portone, e sopra c'era scritto:

OSA, OSA, MA NON OSARE TROPPO

"Non è così, né così è mai stato."
"Poi salivo le scale, attraversavo la galleria, e arrivavo di fronte a una porta su cui era scritto:

OSA, OSA, MA NON OSARE TROPPO
O IL SANGUE NEL TUO CUORE SI GHIACCERA' DI BOTTO

"Non è così, né così è mai stato."
"E poi ho sognato di correre di nuovo giù, ma proprio mentre scendevo le scale ti vedevo che attraversavi il cortile, trascinando una povera fanciulla, bella e ricca."
"Non è così, così non è mai stato, e Dio non voglia che lo sia mai."


Gilbert A.Y.


"Facevo appena in tempo ad arrivare in anticamera e a nascondermi dietro un barile, prima che entrassi tu trascinando la poverina svenuta. E ti ho visto che cercavi di toglierle un anello di diamanti, ma l'anello non veniva, e allora, in sogno, mi è sembrato di vederti estrarre la spada, e tagliare via di netto la mano per prendere l'anello."
"Non è così, così non è mai stato, e Dio non voglia che lo sia mai", disse il signor Fox, e stava per dire qualcos'altro, mentre si alzava dalla sedia, quando Lady Mary gridò:
"E' così, è stato così, lo dice proprio la mano che ho qui!", e tirò fuori la mano, puntandola contro il signor Fox.
E in un lampo i suoi fratelli e gli amici presenti balzarono addosso al signor Fox  e lo tagliarono in mille pezzi.


Katharine Briggs, (da J.Jacobs), in "Fiabe Popolari Inglesi".

Nota di K. Briggs:
"Canaglie meno simpatiche sono protagoniste delle versioni inglesi di Barbablu. Shakespeare e Spenser conoscevano "Mr Fox", che è sopravvissuta nella tradizione orale del Somerset, mentre altre versioni sono state tramandate dalla tenace memoria dei vagabondi delle nostre isole."

E, a riprova, da Much Ado About Nothing di Shakespeare:

Like the old tale, my lord: "it is not so, nor `t was not so; but, indeed, God forbid it should be so."