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sabato 6 maggio 2017

Monna Bice e i Tre Figli Storpi, Emma Perodi

'era dunque molti, ma molti anni addietro, un vicario di Poppi, inviato dalla Repubblica Fiorentina, che tutti temevano in paese per la sua perfidia. Questi avea nome Bindo Sergrifi, ed era di famiglia nobilissima. La moglie di lui, madonna Bice, lo temeva più degli altri, perché, se era duro con i suoi dipendenti, si mostrava intrattabile in famiglia e non c’era caso che sorridesse mai. Oltre a questo, era avaro e sprezzante quanto mai, e non permetteva nemmeno che madonna Bice, la quale tuttavia discendeva dalla nobile famiglia degli Agli, si sedesse a mensa insieme con lui, e le faceva indossare abiti più adattati per una contadina che per una gentildonna.
Però, anche vestita poveramente, madonna Bice, giovane e amabile, era bellissima e ser Bindo era brutto come il diavolo nonostante i giustacori di velluto e di seta e le zimarre di drappo foderato di pelliccia. Quando la Repubblica inviò ser Bindo a Poppi, egli aveva da poco menato in moglie la bella madonna Bice, ma già la trattava come una serva, ed ella sopportava tutto senza mai lagnarsi, come si conviene ad una buona e devota moglie.
Multe, imprigionamenti, impiccagioni, furono gli atti con i quali ser Bindo inaugurò la sua vicarìa; madonna Bice, per conto proprio, visitava i poveri, soccorreva le famiglie dei carcerati ed aiutava tutti coloro che sapeva colpiti dalla prepotenza del marito. Questa pietà della bella donna frenava le ire dei malcontenti, e ser Bindo avrebbe dovuto ringraziarla dalla mattina alla sera per averlo, con queste sue opere caritatevoli, salvato dal coltello degli offesi. Invece non faceva altro che rimproverarla, e la povera donna doveva attendere che egli fosse partito a cavallo, per recarsi nelle case dei bisognosi e portarvi conforto.
Dopo pochi mesi che madonna Beatrice era a Poppi, mise al mondo un maschietto; ma un po’ forse per la vita disagiata, un po’ per gli spaventi avuti mentre lo portava nel seno, il bambino nacque con un piede rivoltato in dentro. Ser Bindo, appena lo vide, invece di consolare la madre piangente, disse con la sua vociaccia di disprezzo:
"Meriterebbe che lo gettassi dal merlo più alto della torre; per i deformi non ci dovrebbe essere posto nel mondo"
"Che nome gli daremo?", domandò la signora piangente.
"Quello che ti pare; per me sarà sempre lo storpio", rispose ser Bindo.
La nascita del primo figlio, che è sempre una gioia, una grandissima gioia per ogni donna, fu dunque per madonna Bice un accrescimento di pena. Il vicario, irritato dalla vista di quel povero bimbo deforme, fuggiva le stanze della moglie e aggravava la mano sui suoi dipendenti. Le condanne fioccavano, e la gente era presa dal terrore. L’eco di questo malcontento giungeva agli orecchi della povera signora, la quale, cullando il suo bambino, lo copriva di lacrime.



Nikolas Gysis

domenica 15 gennaio 2017

L'Impietrito, da La Novellaja Fiorentina di V. Imbriani

'era una volta un gran ricchissimo mercante, che aveva tre bastimenti: uno d'oro, uno d'argento e uno di pietre preziose e diamanti. Aveva tre figlie questo mercante. Di queste tre figlie, che lui aveva, ne aveva due che erano perfide e scellerate; e una era bona, che non sortiva mai del suo quartiere e non confavolava mai con le sorelle. Questo mercante va da quella bona delle figlie e dice:
"Sai, figlia mia, domani andrò a mercanteggiare con il primo bastimento. Posso esser sicuro, che le mie figlie, che non mi sciuperanno niente del palazzo?"
"Eh, signor padre, vada, vada, vada; faccia Lei il suo interesse".


Gordeev

lunedì 22 febbraio 2016

Oraggio e Bianchinetta, V.Imbriani

'era una volta una signora, che aveva due figli: il maschio si chiamava Oraggio, la femmina Bianchinetta. Da ricchissimi, che erano, per alcune disgrazie divennero poveri. Fu deciso che Oraggio sarebbe andato a servire; come infatti s'impiegò in casa di un Principe come cameriere. Dopo diverso tempo, contento il Principe del suo servigio, lo cambiò e lo mise a pulire i quadri della sua quadreria. Fra le varie pitture un ritratto di donna bellissimo formava continuamente l'ammirazione di Oraggio. Spesse volte il Principe lo sorprese ammirando il ritratto. Un giorno gli domandò per qual ragione passava tanto tempo innanzi a quella pittura. Oraggio rispose che quel ritratto era la vera immagine di sua sorella. Essendone lontano da diverso tempo, sentiva il bisogno di rivederla. Il Principe rispose che non credeva che quella pittura somigliasse alla sua sorella, giacchè aveva fatto cercare e non era stato possibile trovare nessuna donna, che a quella somigliasse. Inoltre soggiunse: "Falla venire qua; e, se è bella come dici, la farò mia sposa."
Subito scrisse Oraggio a Bianchinetta; ed essa immantinenti partì. Oraggio andò a attenderla al porto; e, quando cominciò da lontano a scorger la nave, ad intervalli gridava: "Marinari dall'alta marina, guardate la mia Bianchina, che il sol non la tinga.





Nella nave, dove si trovava Bianchinetta, eravi pure un'altra giovane con la madre, bruttissime ambedue. Giunte vicine al porto, la figlia dette un colpo alla Bianchinetta e la gettò nel mare. Giunte, Oraggio non sapeva riconoscere la sua sorella; e quella brutta ragazza si presentò dicendo che il sole l'aveva così tinta, che non si riconosceva più. Il Principe rimase sorpreso a vedere quella donna così brutta, rimproverò Oraggio e lo cambiò di ufficio; lo mise a guardare le oche. Tutti i giorni conduceva al mare le oche. E tutte le volte che le portava al mare, Bianchinetta usciva e le ornava di fiocchettini di diversi colori. Ed esse tornando a casa dicevano:

Crò! crò! 
Dal mar venghiamo, 
D'oro e perle ci cibiamo. 
La sorella d'Oraggio è bella, 
È bella come il sole: 
Sarebbe bene al nostro padrone. 

Domandò il Principe ad Oraggio, come mai le oche dicevano tutt'i giorni quelle parole. Ed esso raccontò che la sua sorella, gettata in mare, era stata presa da un pesce marino e l'aveva condotta in un bellissimo palazzo sott'acqua, ove la teneva incatenata. Però, con una lunga catena, che gli permetteva di venire fino alla sponda, allorquando lui portava fuori le oche.





venerdì 15 gennaio 2016

Una Guida ai Misteri della Toscana Esoterica - di Fulvio Paloscia



Per vedere le piramidi non c'è bisogno di un viaggio in Egitto. Basta andare a Pontassieve, in località Le Sassaie, dove dal nulla sbucano tre colline che hanno la stessa esatta forma dei giganteschi, immortali sepolcri egizi. Come non riconoscere, in quei tre colossi nascosti dietro capannoni industriali, una specie di necropoli di Giza in riva d'Arno? Perché ebbene sì, sono nella stessa posizione di Cheope, Chefren e Micerino. E a rendere più suggestiva questa presenza oscura, ci sono non solo le tracce di insediamenti preistorici, ma anche numerosi avvistamenti ufo. E uno strano ronzio che fa pensare ad uno straordinario campo magnetico. Le piramidi di Pontassieve sono una delle tappe del baedeker Toscana misteriosa, edito da Castelvecchi e scritto da Carlo A. Martigli: una guida in 52 luoghi (uno a settimana) dove si manifestano strani e inspiegabili fenomeni, o che sono stati teatro di efferati delitti tanto da sprigionare un irresistibile, perverso fascino.
All'escursionista del macabro, Martigli - toscano, autore del best seller 999. L' ultimo custode, 100 mila copie vendute, e fiero erede di un capitano di ventura "che disarcionava i guerrieri con delle bolas uncinate, per poi sbudellarli: il mio cognome deriva proprio da quegli artigli" - offre anche locande e ristoranti dove riposarsi e rinfrancarsi dalle emozioni forti. Scordarsi il solito fantasma di Vincigliata. Martigli preferisce spedire il turista dell'horror nel quadrilatero della morte Baccaiano-Scandicci-San Casciano-Signa, i quattro punti cardinali dove operarono i sanguinosi compagni di merende.
O al misconosciuto Museo anatomico fiorentino, in viale Morgagni, che conserva le mirabolanti mummificazioni di Girolamo Segato, un incrocio tra scienziato e stregone. Nell' Ottocento, pietrificava i cadaveri con un procedimento mai svelato; regalò al Granduca di Toscana un tavolino: sembrava di marmo, in realtà era fatto di membra umane.
E ancora, è difficile, ma non impossibile incontrare, a Pontassieve, il regolo, un basilisco che incanta con il suo sguardo, o si può sognare di restare giovani tutta la vita abbeverandosi alla fonte della fata Morgana, sulle colline intorno a Bagno a Ripoli. Persino Pinocchio, tra le mani di Martigli, si trasforma da libro per l'infanzia ad una rappresentazione alchemico-massonica, proprio come Villa Garzoni a Collodi, con il suo sontuoso e metaforico giardino.
Del resto, dice Martigli, la Toscana è così: tanto oro ma, gratta gratta, ecco che spunta il nero più cupo.


Scorpion Dagger



A Magliano, in Maremma, ad esempio: dietro la chiesa della Santissima Annunziata c' è un olivo, forse il più vecchio d' Italia [bum!].
Qui le streghe consumavano i loro riti, e si sono reincarnate in gatti neri che i più fortunati potranno incontrare proprio lì, a fare le fusa intorno ai vetusti e contorti rami.
E a Chiusdino: non lontano dall' abbazia di San Galgano, a sud del Mulino delle Pile, utilizzato dalla pubblicità come marchio di una celebre griffe dolciaria, esistono ancora paludi (chiamate di Sant'Andrea) che inghiottirono decine e decine di donne condannate a morte dalla Chiesa perché reputate fattucchiere. Qui zero gatti. Peggio: si sentono le loro grida.
"I misteri toscani- spiega Martigli - hanno la caratteristica di essere poco leggendari: sono infatti legati a personaggi esistiti e a fatti storicamente documentati". Lui è persino in possesso di qualche prova:"Una costola umana che ho trovato nell' impervio cunicolo che collega la Verruca, fortezza in rovina nei pressi di Calci, alla torre di Caprona". Lì si celano anche i bottini di antiche scorrerie. Ma Martigli ha dovuto accontentarsi di un osso.
E poi, i misteri toscani fanno paura, sì. Ma non rinunciano all' ironia. Chi si reca a Livorno in treno, ad esempio, sappia che a notte fonda, alla stazione, si possono udire i passi della Limonaia, un donnone che vide richiamare il proprio figlio alle armi nel 1940. Il ragazzo morì, e sembrava che la donna se lo sentisse. Perché quando il treno che le portò via il figliolo iniziò a sferragliare, lei lo inseguì con tutta la sua mole esclamando: "Bimbo, quando vai alla guerra buttati bocconi, che le medaglie te le compra tutte mamma".

Fulvio Paloscia -16 luglio 2010
la Repubblica.it

Naturalmente, la gif animata l'ho aggiunta io.

domenica 1 marzo 2015

"Grida"dei Merciajoli Fiorentini, V.Imbriani

Nel riportare le note alla novella "La Verdea" di Vittorio Imbriani, ne ho volutamente tralasciato una particolarmente interessante e gustosa. Il punto è che, oggi, non trattasi più di una "nota curiosa", ma sia le "grida" che i merciajoli sono materia per un archeologo.
Eccola:

[5] Sarà forse non inopportuno il dar qui una scelta delle voci de' venditori ambulanti o di strada in Firenze, ossia di quegli intercalari co' quali profferiscono la loro mercanzia al pubblico, alcuni de' quali sono notevoli per umorismo e molti per gli equivoci licenziosi. Ma già l'Italiano è sboccato di natura.

Donne, laceratevi la camicia! c'è il Cenciajolo! (Il cenciajo).
I' ho la bella bionda! (L'avellanajo).
Assuntina, ce l'ho un bocconcino, o Meo! (Il trippajo).
A chi le taglio le palle! (Il cavolfiorajo).
Chi ha i' dente diacciolo, 'un l'accosti (L'acquacedratajo).
Eccolo, i' vero medico! (Il perecottajo)
Chi mi dà un soldo, gnene do due! (cioè: due scatole, non mica du' soldi come parrebbe. Il fiammiferajo).
Meglio che di cera! (Il zolfanellajo),
I' l'ho con l'uva! (sottintendi: la stiacciata).
Che robe! (Il merciajo).
Canarini che ballano! (Venditore di polenta fritta, napoletanescamente detta: scagliozzi).
Un soldo pieno, una crazia pieno! (cioè, il misurino di castagne secche).
Vero Cancelli! (Il pentolajo).
Queste le cavo ora! (Il caldarrostajo).
Co' i' pelo la càtera! (cioè: le mandorle ancor lattiginose, che mangian col guscio e col mallo).
Tutti drento dal sor Luigi! (Il venditor di siccioli).
Beccatelo ritto! (cioè: il carciofo).
Voitta come le ridono! (cioè: le testicciuole d'agnello).
I' ho de' bei bambini senza la mamma! (Il figurinajo).
Tre volte ve l'ho salati! (Il lupinajo).
Bolle, bolle, bolle, bolle. La me lo senta come l'ho caldo! (cioè: il castagnaccio).
Semina trastullino! (cioè: semi di zucca. In Sicilia i semenzari sogliono gridare: Svia-sonnu).
I' ho i moscioni! (Il marronajo).
A chi lo sbuccio i' gobbo! (L'ortolano).
I' l'ho co' i' mantiglione! (cioè: le barbebietole).
Rompi, bambino, rompi! (Il bicchierajo).
Come la me gli ha fatti la monachina! (Il brigidinajo).
Ce l'ho di Bologna! (cioè: le spazzole di padule).
I' ho i' core! (cioè: le susine).
Queste le vendo! (cioè: le granate di saggina)
Donne, buttachevi di sotto! (Il cenciajolo).
Gli è per l'oche! Ci 'ole i' pittore! Votta che tocchi! Questo ve lo do a taglio! Zucchero, oh! Sangue di drago! (Il cocomerajo), ecc. ecc.

Da: "La Novellaja Fiorentina"


Von Blaas E.

sabato 28 febbraio 2015

"La Verdea" , La Novellaja Fiorentina, Novella Terza, V.Imbriani

'era una volta un legnajolo di corte, e aveva tre figliole. Queste eran ragazze. Dunque il Re gli comanda di andare a fare un lavoro fori via, ma di molto; per cinque o sei anni. Quest'omo non poteva dire: - "Non ci vado!" - A voler mangiare!... Ma gli rincresceva d'andarsene lontano, in un paese, per affare di quattro o sei anni di lavoro. Torna a casa dalle figliole tutto inconsolabile, afflitto; e gli dice:
"Ragazze, Sua Maestà m'ha ordinato questo lavoro. Bisogna ch'io vada via, ch'io vi abbandoni. Ma voglio una grazia da voi."
"Qual'è, babbo, - dice - la grazia?"
"Che voi vi contentiate ch'io vi muri l'uscio."
Dice: - "Oh come questo è, noi siamo contentissime!"
E così quest'omo fa murare la porta. Gli mette tutto tutto tutto quello necessario; gli lascia quattrini; e gli dice:
"Prendete questo bel paniere grande, e la fune del pozzo. E quando passa questi omini che vendon la roba, calategnene, e comprate quel che volete e così mangerete. E addio!"
"Addio!"
Le bacia: potete credere, gua', che pianti! E gli fa finire di murare la porta, perchè ne avea lasciato un pochino per passare; e si mette in viaggio.
Lasciamo che Sua Maestà stava dalla parte di dietro del palazzo, affacciato alla finestra. Ed appunto rimaneva di faccia alle finestre di queste ragazze; e le erano tutte e tre alla finestra sulle ventitrè, facevano per prendere un po' d'aria. Gli vien voltato l'occhio per caso e vede queste tre belle ragazze; che l'eran proprio di latte e sangue, belle! Non istà a dire: - "Che c'è stato?". La mattina si veste da poerone con un paniere di fila d'oro, e va girando: "I' ho le belle fila d'oro! I' ho le belle fila! I' ho le belle fi'!"
E le ragazze dice:"Si chiama quest'omo? Intanto che si sta chiuse si farà un bel lavoro, via."
Lo chiamano; e lui:"Comandino, cosa vogliono, signore?"
"Quanto le fate le fila d'oro?"
Gli dice il prezzo e loro gli calano i quattrini. Cari l'erano: il prezzo proprio non lo so, ma potrei anche dire immaginandolo. Dirò uno zecchino.
"Ma badino - dice il Re - le pesan di molto."
"Eh! - dice loro - siamo in tre! Diamine, che in tre non s'abbiano a potere?"
E che ti fa, lui? S'attacca alla fune, al paniere; e su. Loro credon che le sian le fila d'oro che pesano e invece gli era il Re proprio. Loro, quando vedono che gli era un omo, loro non raccapezzano, no: lo volevan buttar di sotto. Ma lui disse: "Ferme! sono il Re! - e s'afferrò alla finestra - Avendo saputo che voi èrate sole, son venuto a farvi compagnia."
Queste ragazze, potete comprendere, vergognate in quel momento, perchè poere; e dissero:
"Maestà, perdonate: noi siamo poere ragazze. Non vi si pol ricevere com'è il vostro merito. Ci vorrebbe altro!"
"Ah! - dice - Niente, niente! Io non ricerco la ricchezza. Io vengo da voi perchè di certo so che siete tanto bone ragazze. Ed io vengo per passare un'ora con voi. Quanto mi rincresce - dice - che non ci sia vostro padre! perchè io do tre festini: e m'incresce, perchè voi poerine non possiate venire."
Le fanciulle gli fanno i complimenti:
"Troppo garbato, Maestà, troppo garbato."
"Ma - dice - quando ci sarà vostro padre, io ne darò degli altri ed allora vo' ci verrete."
Si trattenne un altro poco, un'altra mezz'ora, dirò; e poi gli dice:
"Addio, addio a domani."
Si rimette nello stesso panierino, e loro lo ricalano con la stessa fune, come gli è salito. Lui va al palazzo e le ragazze rimangon lì chiacchierando di questa cosa. Dice la minore:"Che credete che questa sera vo' non abbiate a calarmi?" - a calar giù ancora lei.
"A fare icchè - dice le sorelle - ti s'ha a calare?"
"Voi mi dovete calare e non ricercare quel ch'io farò." - Dunque insisteva.
Loro di no; e lei sempre:"Voi mi calerete, vo' m'avete a calare."
S'erano stancate: dicevan di no e lei la diceva sì. "Vuoi calare? e tu cala!" - e con la fune la calarono.
Questa ragazza l'avea preso un paniere grande. Va all'usciolino secreto di Sua Maestà. Sta in orecchi; non sente nessuno. Lesta lei principia a salire e entra nella cucina. E siccome [3] tutte le guardie erano a guardare, sapete bene, là dove s'appartiene, qua non ci pensavan neppure. Che ti fa? La prende tutte le meglio robe, tutto arrosto, potete immaginare cosa ci sarà stato! e mette tutto nel paniere la meglio roba. E poi l'altra roba, quello che era rimasto lì per Sua Maestà, tutto cenere e acqua, la gnene sciupò tutta. E poi la va via, e va in cantina: prende i meglio vini, le meglio bottiglie, tutte le qualità che lei poteva prendere. E poi dà l'andare a tutte le botti, bottiglie e tutto quel che rimase; e vien via. Corre verso casa.
"Tiratemi su! tiratemi su!", alle sorelle.
Eccoti le sorelle la tiran su: e videro un paniere di roba, pieno d'ogni grazia di dio. Gli domandano:"In che maniera?"
E lei:"Zitto! ve lo dirò. Serrate le finestre e ve lo dirò!"
Serrano e gli dice:"Io sono stata così da Sua Maestà. Ho fatto questo e questo. Ho preso tutta la meglio roba; e poi ho spento con cenere la roba da mangiare ch'era rimasta. E poi ho dato l'andare alle botti."
Dice le sorelle:"O cos'hai tu fatto!"
"Pensiamo a mangiare - dice - e non pensiamo ad altro."
Venghiamo a Sua Maestà che di certo dopo aver ballato, ordina che gli sia messo in tavola: in tutti i festini ci è il suo buffè. Vanno i cuochi in cucina e trovan questo spettacolo. Rimangon più morti che vivi, addolorati molto, perchè non sapevan loro quel che dovevano andare a dire a Sua Maestà. Sua Maestà insisteva: - "Mettete in tavola!"
Allora un di quelli disse:"Maestà, abbiate la bontà di venir con noi, e vedere la disgrazia che n'è seguita."
"Ah bricconi! - dice - Traditori! Uno di voi gli è che m'ha fatto questo spregio!" Loro gli si buttano ai piedi piangendo:
"Maestà, noi siamo innocenti!"
"Ah! - dice - alzatevi. Almeno andate in cantina a prendere qualcosa da bere."
E va da' signori e dice:"Signori, ci è questo e questo. Si contenteranno di rinfrescarsi. Ormai la disgrazia qui c'è: qualche astro maligno, qualche fata che mi vol male assoluto."
Gli òmini di corte vanno alla cantina e trovano il lago, più di mezz'omo. Urlano! "Maestà, abbiate bontà di venire con noi, perchè..."
Va giù e vede tutto un lago, tutto buttato. Torna in su e dice a' signori:
"Signori, abbiano bontà. Veggon bene, non ho neppure da dar loro a rinfrescarsi. Questi birbanti chi sono?". E piangeva per la vergogna.
"Ma domani sera, signori, metterò le guardie doppie. Così non seguirà. Perchè il primo che io posso scoprire, il pezzo più grosso dev'essere un chicco di rena. Questo ladro, questo birbante..."
I signori si licenziarono a corpo voto e Sua Maestà si mette a piangere; e pianse tutta la notte dicendo sempre:"Sconta [4] delle mie bambine, che mi voglion tanto bene, con questi traditori che mi voglion tanto male."
Venghiamo alle ragazze. "Oh! - dice - tra poco c'è da aspettarselo, Sua Maestà; c'è da vederlo, gua', chè ce lo promesse. Non facciamo vistosità che s'è fatta questa cosa."
E così, dopo un quarto d'ora, Sua Maestà:"Ho le belle fila d'oro! [5]"
"Eccolo!" - dice. Gli calan la fune, e lui vien su; afflitto, con gli occhi rossi. "Maestà, cos'avete oggi?", gli dicono.
"Ah le mie bambine, ora vi conterò quel ch'i' ho, - dice. - Vi ricordate voi ieri che io dissi, che io dava tre festini?"
"Sissignore."
"Abbiate da sapere che ieri sera all'ora che io doveva far mettere in tavola, i miei vanno in cucina e trovano tutta la roba con cenere e acqua, tutto straziato, ma uno strazio impossibile a dirlo. Loro rimasero più morti che vivi, questi miei servitori. Io insisteva che mettessero in tavola. Allora si buttarono ai piedi e dissero: Maestà, venite a vedere il caso brutto che è seguito. Ed io gli dissi: Ah, traditori, bricconi, uno di voi siete. Loro si gittarono ai piedi e conobbi bene la sua innocenza. Ma qui un astro maligno c'è, o una fata; o un traditore c'è. Ma se io lo scopro dev'essere più grosso un chicco di rena della sua persona! dev'essere spezzato più fine che un chicco di rena."
"Ma come si fa a fare queste cose? - gli rispondono le ragazze - Mentre che il Re è tanto il bon signore. Come si fa a fargli questi strazii di buttargli la roba?"
"Oh, ma stasera ci sono le guardie doppie, oh!". Egli fa come a dire, gli pare d'averla tra le mani questa persona. Si trattiene un altro poco, poi se ne va: "Addio, addio, a domani."
Quando gli è verso le ventitrè, dice la sorella minore:
"Che credete voi che non abbiate a calarmi stasera?"
Dice le sorelle:"Oh questa sera poi, non ti si calerà davvero. Avresti aver sentito! Gli ha detto, s'egli scopre questa persona, gli ha da essere più grosso un chicco di rena. Noi non ti si cala."
No e sì, no e sì, bisogna che la calino, son costrette a calarla. Quando l'hanno calata, lei via dall'usciolino solito. Sta in orecchi, cheh! non sente un'anima. Tutti erano attenti dove potevan credere che venivan le genti, ma di qua non c'era nessuno, non sapevan dell'usciolino segreto. La ragazza lo sapeva, perchè gnene aveva detto suo padre. Prende tutta la roba più dell'altra sera, perchè c'era più roba e più squisita; e fa l'istesso: quello che rimane tutto cenere ed acqua e tutto un piaccicume. Va alla cantina e piglia la meglio roba che ci possa essere, mah! bottiglie più squisite, sempre più della prima volta. La dà l'andare alle botti e poi la scappa a casa. "Tiratemi su, tiratemi su!". Va su; e le si mettono a mangiare in festa, tutte allegre.
Venghiamo a Sua Maestà, che dice ai signori:"Questa sera non è come ieri sera, no! Io ho messo le guardie doppie."
"Mettete in tavola!", dice ai cuochi, alla servitù.
Vanno in cucina e trovano peggio dell'altra sera: tutto cenere, acqua; un marume. "Maestà - dice - abbiate la bontà di venir di qua da noi."
"Ah? forse ci sarebbe lo stesso tradimento?"
"Maestà, venite a vedere."
"Ah traditori, ora poi conosco che siete voi davvero. Con le guardie doppie non è entrato qui nessuno."
Questi urlavano appiedi:"Maestà, salvateci! siamo innocenti."
Maestà dice:
"Qui c'è qualcheduno che mi vole un male a questo punto! Alzatevi, io vi perdono. Andate almeno in cantina: questi signori scuseranno, e si contenteranno di rinfrescarsi."
Vanno alla cantina, e se la prima sera gli veniva sin qui a mezza persona, questa poi non si poteva neppure entrare, si affogava dal lago. Maestà è costretto a dire a que' signori:"Vengano a vedere la disgrazia che ho addosso. Non solo... ma che quest'astro maligno vi sia e di non lo potere scoprire!". E quei signori ebbero a andare con le trombe nel sacco, come si suol dire, senza prender niente, quella seconda sera.

"Ma - dice il Re - "domani sera ci sto in persona io.". Vanno via. Venghiamo al Re che dà in un dirotto pianto. Piange sempre dicendo:"Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!".
Venghiamo alle ragazze. "Oh! - dice - badate! Non ci sarà molto, che ora verrà Maestà. Procacciamo di non fare vistosità, sennò noi siam morte."
E così dopo mezz'ora, ecco Maestà con le fila d'oro: non avea nemmanco fiato. "Oh - dice - eccolo! coraggio!"
Calan la fune e lui va su, più morto che vivo. "Felice giorno, Maestà. O come va? che si sente male?"
Un viso gli aveva, morto. Dice:
"Ah le mie bambine, voi non sapete! Iersera fu peggio dell'altra sera il tradimento."
"Ah, ma come mai, signore? gli è tanto il bon signore! che gli debban fare queste cattività?"
"Eh, ma stasera ci sto in persona. Non ci sarà scusa. Eh se lo posso avere!... se io posso scoprire!... vi replico quel ch'io vi dissi: il chicco d'arena dev'essere più grosso di questa persona quando lo mando in tritoli."
"Oh l'ha ragione! È tanto il bon signore!", le replicano. Sua Maestà va via dopo essersi trattenuto un'altra mezz'ora. Ci era andato per passarvi un'altra mezz'ora, non per fin di nulla, via. Quando gli è andato via:
"Che credete che stasera non mi abbiate a calare?", disse la minore di tutte.
"Ah che non ti si cala davvero noi, stasera. Non ti si cala; e si scriverà al babbo in qualche maniera, perchè noi non si vole di queste cose."
Che volete? Sì, no, sì, no; furono costrette a calarla anche stasera. Figuratevi, entra nell'usciolino: chè se la prima sera ci era d'ogni bene di dio, l'ultima non si pole spiegare, ecco! Prende il suo paniere e comincia a metter roba, tutta la più meglio che ci fosse. L'altra, fa il solito: tutt'acqua e cenere; la mette giù nel camino tutta sciupata come l'altra sera. E va in cantina. Scende in cantina, prende il meglio vino e le bottiglie le migliori [7], poi si volta e vede un vaso di verdea. Lesta lei, lo prende e lo mette nel panierino. Dà l'andare alle botti, poi lesta a casa:"Tiratemi su, tiratemi su!". La va su a mangiare con le sorelle.
Lasciamo là quelle che sono in gaudeamus, a cenare come principesse, e venghiamo a Maestà che dice:
"Signori, stasera non sarà come l'altra sera: ci sono stato da me a guardare."
E questi signori tutti contenti dentro di sè. Ora ordina di mettere in tavola. I cochi entrano in cucina e veggono più cento volte straziato delle prime sere. Più lesti andierono da Sua Maestà, perchè:"Se stasera - dice - c'è stato da sè, non ci pole incolpare."
"Maestà, venite a vedere."
"E cosa c'è da vedere?"
"Venite a vedere", dice.
Va a vedere, che? figuratevi la cosa!
"Qui c'è un astro maligno, qualche fata che si gioca di me!"
Va dai signori:"Signori, siamo alle medesime. Venghino a vedere anche loro!"
Poveretto, gua'. Vanno alla cantina, figuratevi, tutto un lago: non si vedeva proprio dove andare. Tutto cascato il vino e poi tutto mescolato. Dice a questi signori che gli abbino pazienza, ma che dei festini non ne dà più, perchè non poteva dar loro nemmanco da rinfrescarsi. Tutto un lago giù, non ci si raccapezzava nulla. Piangendo, sospirando, gli pareva mill'anni d'arrivare alla mattina, d'andare alle sue bambine. Dice:
"Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!"
Per tornare un passo addietro, queste ragazze:"Dove si metterà" - dice - "questo vaso di verdea?"
La verdea, l'è roba che si mangia come una conserva, io m'immagino; ma cosa sia appuntino io non so [8]. Le non ci avevan posto: pensano di metterlo sotto al letto, rimpetto alla finestra, questo vaso. Eccoti Maestà:
"Ho le belle fila d'oro! ho le belle fila! ho le belle fi'."
"Eccolo, eccolo! per l'amor d'iddio non ci facciamo conoscere. Ci vuol coraggio, gua'."
Calano il paniere, le funi solite; lo tiran su. Piangeva a calde lacrime.
"Oh Maestà! Ma cos'avete?", lo vedevan troppo disperato.
"Ah quel ch'i' ho? Peggiore di tutte l'altre sere! Non basta essere stato da me in persona. Questo è qualche astro maligno o qualche fata. Ma io non ne darò mai più di questi festini."
Discorrevano del più e del meno, loro dicendo sempre:"Tanto bon signore!", e sempre replicavano questa parola. Sua Maestà si è trattenuto altra mezz'ora, come il solito, da queste ragazze, e se ne va: "Addio, addio, a domani."
Nel mentre le ragazze lo calano, lui vede il vaso della verdea sotto il letto: "Oh traditore!", gli dice, e fa per ritornare su in casa. E loro lo buttano di sotto senz'altri discorsi. Chi lo buttò fu la sorella minore. Sua Maestà si fece un male, ma male passabile. Lascio considerare le ragazze maggiori come rimasero, dicendogli, alla sorella:"Qualunque sia il caso, la rea tu siei te. Noi non ci s'ha colpa."
Venghiamo a Maestà. Va nel suo quartiere e subito scrive al suo padre, delle ragazze, una lettera fulminante: che in due ore e mezza, lui fosse al palazzo, altrimenti, pena la testa. Lascio considerà' quest'omo nella massima disperazione, pensando a più cose e non sapendo perchè Sua Maestà gli avea detto per sei anni e in capo a pochi giorni lo manda a chiamare:
"Eh, qualcosa ci è! - dice - Le mie figliole non possan essere, perchè gli ho murato l'uscio; impossibile!"
Si mette in viaggio, più morto che vivo con questa pena, con questo pensiero; e arriva al palazzo. Dice:"Sua Maestà mi ha mandato a chiamare."
E così Sua Maestà sente che gli è arrivato, dice:"Fatelo passare."
E passa quest'omo.
"Che mi comanda Sua Maestà?"
"Mettetevi a sedere", dice.
E quest'omo si mette a sedere.
"Ditemi, quante figlie avete voi?"
 Lui, si sente una stilettata, perchè:"qualcosa c'è sulle mie figliole!"
Dice:"Tre, Maestà."
"Bene: si potranno vedere queste tre figlie?"
"Maestà, quando Lei voglia. Ma si ricordi, che noi siam poverelli, noi. Non si pò riceverla come Lei meriterebbe di certo."
"Non m'importa! - disse Sua Maestà. - Io bramo di conoscerle; ed una di loro la voglio in isposa."
Quest'omo si butta a' piedi dicendo:"Maestà, io sono un pover'omo. Impossibile che voi vogliate abbassarvi a prendere una delle mie figliole."
"Oh io vi replico che una di tre io la voglio."
"Allora, - dice - Maestà, mi permetterete che io faccia smurare l'uscio, perchè io gli ho lasciato l'uscio murato. E allora potremo andare."
Va e fa buttare giù l'uscio, e va su dalle figliole, tutto... non sapeva nemmen lui quel ch'egli era.
"Oh babbo!"
Gli fanno le feste, lascio pensare.
"Oh babbo, ben tornato. In che maniera così presto?"
"Maestà mi ha mandato a chiamare, e io son dovuto tornare, eh. E mi ha detto: Quante figlie avete?"
Loro, figuriamoci, le maggiori, il suo core dove gli andiede:"Ci siamo, gua'!"
"E io gli ho detto: Tre, Maestà; tre figlie ho - Si potrebbero vedere?- Io gli ho detto: Maestà, sapete bene, noi siamo poveri; non vi si potrà ricevere secondo il vostro merito. E lui ha detto: Cheh! no, no, vi replico; io voglio vederle, perchè una di tre la voglio per isposa. Quella che mi vole."
La maggiore dice a suo padre:
"Io no, io non lo prenderei davvero."
La seconda:"Neppure io, sa, babbo; perchè..."
La minore:"Lo prenderò io - dice. - Io lo prenderò volentieri."
Eccoti Sua Maestà che viene in casa con suo padre e va su, e si mette a parlare, a discorrere del più, del meno. Suo padre è costretto a dirgli:
"Sua Maestà una di voi vi accetta per isposa."
La maggiore dice di no:"Non per... ma che vole! ci vorrebbe altro! io non posso essere capace..."
La seconda l'istesso:"Noi non siamo istruite, quel che Lei merita."
La minore dice:"Lo prenderò io, io sono contenta."
Era lei che aveva fatta la mancanza.
Ecco, conchiudono le nozze; fecero presto, in quattro o sei giorni. Così il giorno dello sposalizio, dopo l'anello, un momento di libertà ci vole. La gli dice alle sue damigelle:"Io voglio fare una celia al Re."
"Cosa, signora, vol fare?"
"Stai zitta. Io voglio fare una celia. Voglio far fare una donna tutta di pasta, e da qui in su tutta zucchero e miele: e poi ci siano ordinghi da potergli fare dire di sì e dire di no."
Figuriamoci, non aveva finito d'ordinare che gli era bell'e fatta!
"Perchè la voglio mettere nel letto, voglio fargli una celia al Re. Come a dire invece d'io [9] che ci sia questa donna di pasta [10]."
Ed appena fatta, la fa mettere in letto con la berretta, tutta vestita, come se la fosse stata lei in persona. Dopo pranzo, dopo la cena, dopo tutta l'allegria, vien l'ora di coricarsi. E chiede lei d'andare prima un momento a letto. Invece di spogliarsi entra sott'il letto e si prepara con questi ordinghi, se mai, a tirare e a dire di sì e di no.
Venghiamo a Maestà che dice ai servi:"Non occorre che mi spogliate stasera: faccio da me."
Entra in camera, e serra. E dice:
"Briccona! Ti ricordi eh, quando io diedi tre festini e mi eran fatti quegli spregi; e che te andavi dicendo: è tanto bon signore!, traditora."
Lei, sotto al letto:"Sì, me ne ricordo."
E tirava i fili, perchè dicesse sì la donna di pasta.
"Ah, te ne ricordi, eh?"
"Sì - la dice - Me ne ricordo."
"Adesso è tempo della mia vendetta."
Prende la spada e va al letto e la ferisce; via, ferisce quella bambola ch'era lì coricata. E gli spruzza tutto zucchero e miele.[11] E lui sentendo dolce, zucchero e miele, comincia a dire:
"Oh Leonarda mia di zucchero e miele! se io ti avessi ora ti vorrei gran bene." - Lei dice:"Io son morta."
Lo dice, gua'! con una voce flebile.
E lui insiste:
"Ah Leonarda mia di zucchero e miele! se ti avessi ora ti vorrei un gran bene."
E lei ridice:"Son morta."
Quando la vede che lui gli era veramente per ammazzarsi (lui s'ammazzava), la sorte fôra e dice: "I' son viva, son viva!"
S'attaccano al collo, si baciano, si perdonano, e nessun seppe nulla, perchè rimase in loro. Se l'ammazzava davvero, era morta: ma fu celia. La mattina s'alzarono, come fanno il solito. Leonarda la fece venire il padre e le sorelle e li fa i primi signori del palazzo. E così una cosa di celia, le riuscì di divenire una Regina. E visse bene, ma ci vol di quelle furberie.



Von Blaas E.


Dalle Note:

[3] Siccome nel senso di poichè, ben è dell'uso fiorentino odierno, come pure dell'uso universale in quel gergo infranciosato che fa le veci dell'italiano a' dì nostri: bene ha numerosi esempli di scrittori valenti come l'Alfieri; ma sarà sempre cansato, come un brutto gallicismo, da chiunque vuol serbar fattezze italiane nello scrivere. Il costrutto, veramente nostro, sarebbe col gerundio: Ed essendo tutte le guardie a guardare ecc.

[7] Altro barbarismo dell'uso e de' più goffi, de' più ripugnanti all'indole della nostra lingua, è questa reduplicazione dell'articolo. In Italiano si dirà sempre le bottiglie migliori o le migliori bottiglie; e l'intrusione d'un secondo articolo innanzi allo aggettivo (le bottiglie le migliori) sarà sempre non solo un pleonasmo, anzi pure uno sproposito majuscolo, un francesismo imperdonabile; un peccato mortale e non già veniale di lingua.

[8] Verdea è veramente una specie di vino. Tassoni, Secchia rapita, VI, 46:

I tedeschi del vino ingordi e ghiotti
Dietro a certi barili eran trascorsi,
Che ne credeano far dolce rapina;
E in cambio di verdea trovâr tonnina.

[9] Il caso obliquo de' pronomi usurpa tante volte il posto del retto, che non è da stupire se anche il retto qualche volta in bocca del popolo s'intrude nel posto dell'obliquo. Chi la fa, l'aspetti.

[10] Questo episodio della bambola si ritrova anche intruso in fine delle Novelle sicule Die Geschichte der Sorfarina, appo la Gonzenbach e Trisicchia (di Ficarazzi) ricordata dal Pitrè in nota a Li tridici sbannuti. Alquanto variato è nella fiaba veneziana El diavolo, appo il Bernoni. Matteo Bandelle narra come Faustina romana fosse informata che il marito Marc'Antonio intendeva ucciderla e fuggirsi con una Cornelia: 'E volendo alla mina del marito fabbricare una contrammina, ebbe segreta pratica con uno eccellente legnajuolo, e fece fare una statua e della grandezza che ella era, ma di modo fabricata, che se le accomodava benissimo la pelle d'una bestia attorno; alla quale, ella avendo inteso il determinato punto che il marito voleva ucciderla, acconciò certe vessiche piene di acque rosse assai spesse, acciò facessero fede di sangue...

[11] I costumi toscani richieggono che il latte ed il miele spruzzino casualmente sulle labbra del Re. Nelle varianti meridionali ch'io posseggo, con miglior motivazione (dal punto di vista estetico), il Re lecca quel sangue volontariamente sul coltello, perchè la superstizione popolare porta, che chi così fa, non è poi tormentato da rimorsi.
E' verissimo, e il testo dell'Imbriani è l'unico fra quelli che ho letto a fare un riferimento preciso alla popolare superstizione meridionale. Del resto, Vittorio Imbriani era napoletano e lo sapeva bene. Troppe volte, questo gesto è stato rappresentato, anche in altri contesti, come una mèra manifestazione di bestiale crudeltà.

Molto spesso, le note sotto le novelle dell'Imbriani occupano pagine e pagine, essendo, alla fine, un testo a parte, più lungo e ricco della novella stessa. Ricco di appunti, puntualizzazioni, curiosità, parallelismi, e anche strane (spesso errate, ma sempre interessanti) ipotesi. Ho riportato per intero, o quasi, quelle de "La Verdea", sfrondandole da un eccesso di citazioni di altri testi. Ho volontariamente omesso un gustoso campionario di antiche voci dei venditori ambulanti fiorentini, che merita un post a parte.

Naturalmente, non ho toccato il testo della novella (errori di ortografia e grammaticali compresi), ma, poiché è un po' faticoso a leggersi, ho lavorato di "punto e a capo" e di corsivo.

 V. Imbriani, da La Novellaja Fiorentina, Novella Terza.




giovedì 11 settembre 2014

Occhi-Marci, G.Nerucci

A’ tempi antichi ci fu un Re che aveva tre figliole.
Un giorno le chiamò tutt’assieme e disse alla maggiore:
"Quanto mi vo’ tu bene?"
"Quant’al pane", quella gli arrispose.
"Allora i’ son contento", dice ’l padre.
Poi s’arrivolse alla mezzana:
"E te quanto mi vo’ tu bene?"
"Babbo mio, quant’al vino".
Fa il padre: "Anco di te i’ son contento, perché il vino mi garba e il paragone è giusto. E te, piccina, dimmelo anco te, quanto mi vo’ tu bene?"
Dice la piccina: "Quant’al sale".
"Oh! birbona - sbergola il Re - dunque, tu mi vo’ veder distrutto?"
E s’incattivì, ché alla figliola, per bone ragioni che lei gli portassi del su’ pensieri, nun ci fu verso di farlo persuaso e d’abbonirlo.
Dice lui: "Sì, tu mi vo’ distrutto, perché ’l sale si strugge anco da sé indove si mette. Dunque una figliolaccia come te con meco nun ci pole più stare. Va’ via di casa e ti maledico, e vai indove più ti garba. Ma fuggi via subbito dalla mi’ presenzia e ch’i’ nun ti rivegga più mai".


"Re Lear", Abbey E.A.


Quella poera ragazza, che gli aveva a mala pena quindici anni, fu ubbligata dalle cattive parole di su’ padre a nuscire dalla stanza, e con le lagrime agli occhi andiede a trovare la su’ balia e gli raccontò quel che gli era intravvienuto.
Dice:
"Oh! come farò io, me sciaurata, a girar sola per il mondo e maladetta da mi’ padre?"
La balia la racconsolò, e poi gli disse:
"Nun vi sgomentate. I’ vierrò con voi. Pigliate un sacchetto di monete d’oro e si partirà assieme per indove ci mena la fortuna".
Fecero dunque accosì le du’ donne, e quand’ebbano in mano il sacchetto con le munete e messo a ordine un fagottino di panni, la mattina fuggirno dal palazzo e s’avviorno fora di una porta. Loro camminorno per dimolti giorni; ma tutti i giovani che riscontravano devan dietro alla ragazza e nun la lassavano ben avere, perché la gli dasse retta: la balia era sgomenta, nun sapendo come salvargli l’onore, e sempre con la paura che gli portassen via la ragazza per forza.
Una sera però, arrivate a una città le du’ donne, s’imbatterno in un mortorio e gli dissano che era il funerale d’una vecchia morta a cento anni. Pensa subbito la balia: 'Se mi vendano la pelle di questa vecchia, no’ siemo salve'.
Vanno dunque nella chiesa, e doppo finite le funzioni la balia cerca del becchino e gli domanda, se lui vole vendere la pelle della vecchia. Il becchino in sulle prime gli arrispose di no; ma poi, siccome la balia gli profferse venti scudi, lui s’accordò, e con un coltello scorticata per bene tutta la vecchia, la su’ pelle la diede alla balia. La balia quand’ebbe avuto in mano la pelle della vecchia col viso, i capelli bianchi, le mane con l’ugne e tutto, la fece conciare e cucitala su del cambrì, mascherò con quella la ragazza, sicché la nun si ricognosceva più, e pareva propio la vecchia co’ su’ cento anni addosso e più i quindici della ragazza. Doppo si rimessane in cammino, e i giovanotti alla ragazza nun gli devan più noia; ma la gente correva a vedere quella vecchina che parlava tanto sverta e camminava lesta com’un frullino.
Un giorno le du’ donne arrivorno a una gran città e per istrada riscontrorno il figliolo del Re, che era un giovanotto piuttosto allegro, e andeva a spasso co’ su’ genitori. Quando lui vedde la ragazza travestita da vecchia gli parse di molto buffa, sicché fermò la balia e gli disse:
"Quella donna, quant’anni ha ella codesta vecchia? "
Arrisponde la balia: " Addimandategliene".
E lui: "Nonnina, oh! quant’anni avete voi?"
"I’ n’ho centoquindici".
Scrama il figliolo del Re: "Càspita! Nun mi burlate voi? E d’addove siete?"
E la vecchia: "Del mi’ paese".
"E i vostri genitori chi sono?"
"Guà! il mi’ babbo e la mi’ mamma".
"E ’l mestieri, che mestieri vo’ fate?"
"To’! i’ vo a spasso".
Il figliolo del Re in nel sentire tutte quelle matte risposte rideva a più nun posso; poi dice al Re e alla Regina:
"Vo’ m’avete a fare una grazia".
Dicon loro: "Chiedi pure".
"S’ha da pigliare questa vecchina allegra in nel palazzo e camparla insino a fin di vita".
Dissan loro: "Sì, come ti garba".
A farla corta, la vecchina la condussan nel palazzo reale, e gli assegnorno una stanza nel mezzanino, e il figliolo del Re andeva spesse volte ugni giorno a parlargli, perché ci si divertiva. La balia poi, quand’ebbe accomido al sicuro la su’ ragazza, se ne tornò diviata a casa sua.
La finta vecchia, dunque, la steva lì nel palazzo reale, che nun gli mancava nulla; e siccome pareva che ’gli avessi gli occhi cisposi, e’ gli messane il soprannome d’Occhi-Marci.
Un giorno la Regina gli disse: "Ma che propio vo’ nun sapete far nulla?" Arrisponde la vecchia: "Che vole! Quand’i’ avevo soltanto quindici anni i’ sapevo fare dimolte cose, e anco filavo bene e cucivo. Ma ora, con questi mi’ occhi i’ lavoro male, e le mane e le labbra nun mi servan più al filato".
Dice la Regina: "In ugni mo’, vi potete almanco provare a filarmi un po’ di lino, tanto per nun v’annoiare".
E la vecchia: "Guà! i’ farò l’ubbidienza".


Frederick G.

Gli fece dunque portare la Regina del lino scardassato, e la vecchia, quando tutti furno iti via, si serrò a chiave in cammera e, cavatosi d’addosso la finta buccia, filò tutto quel lino, che era proprio una maraviglia a vedersi. Il figliolo del Re, la Regina e tutta la Corte rimasano sbalorditi, che una vecchia grinzosa, mezzo cieca e con le mane tremolanti avessi possuto lavorare a quel modo. Doppo un po’ di tempo dice la Regina alla vecchia:
"Siccome vo’ lavorate tanto bene di filato, vo’ dovete provarvi a cucire una camicia al mi’ figliolo".
E la vecchia: "Com’i’ so e posso, veh!"
Gli portorno dunque della tela sopraffina; e la vecchia, serrata al solito la porta di cammera sua, tagliò e cucì la camicia tutta di trapunto, e nella pettorina ci ricamò delle rappe a fiori d’oro, ché di meglio era ’mpossibile trovare. Tutti, guà! ’gli è naturale, erano istupiditi e nun sapevano che si pensare di simile bravura. Ma il figliolo del Re poi nun era dimolto persuaso, che non ci fussi qualche malìa sotto, e però si mettiede ’n capo di scoprire ugni cosa; perché lui ragionava ’ntra di sé accosì: 'Questa vecchia la si serra in cammera a chiave, quando lei lavora e quando mangia, che nissuno la pole vedere allora. I’ vo’ sapere quel che lei ci fa lì sola'. Con questo pensieri il figliolo del Re, quando alla vecchia gli portorno da desinare, se n’andiede al buco della toppa, e vede che la vecchia si spogliava ignuda e poi si levava quella buccia finta, e che di sotto c’era una bellissima ragazza. Nun fece discorsi il figliolo del Re; con un calcio butta giù la porta, nentra in cammera e abbraccia la ragazza diviato, sicché lei tutta vergognosa scappò in un cantuccio a ricoprirsi con quel che potiede.
Dice il figliolo del Re: "Oh! chi siei? Perché tu stevi travestita a quel modo?" Arrispose con gli occhi bassi la ragazza e gli raccontò tutta la su’ storia, e come il babbo, che era pur lui un Re, l’aveva scacciata di casa e maladetta.
Il figliolo del Re, allegro a quelle novità, corse a chiamare i su’ genitori e gli disse: "Sapete, i’ ho trovo moglie. Una figliola d’un Re. Vienite a vederla". Vanno, e la ragazza s’era in quel mentre vestita per bene, che pareva un occhio di sole: e anco il Re e la Regina rimaseno a quella bellezza di quindici anni e al racconto che lei fece di quel che gli era successo. Insomma e’ s’accordorno che diventassi moglie del figliolo, e bandirno lo feste per lo sposalizio a tutti i regni vicini e lontani.
Il giorno del banchetto delle nozze ci viense pure il Re babbo della sposa; ma lui nun la ricognoscette. L’apparecchio era, che ognuno aveva a tavola pietanze da sé, e la sposa si mettiede a siedere tra su’ padre e ’l su’ sposo; ma a su’ padre gli fece servire tutto insenza sale, sicché lui nun mangiò propio nulla.
Quando fu finito il desinare, disse la sposa a su’ padre:
"E lei, che è vienuto di tanto lontano, com’è contento di queste feste? Perché lei nun ha mangiato nulla?"
Dice lui: "Che vole! Se ’gli è uso di questi paesi, istarò zitto; ma la robba insenza sale io nun la posso mangiare".
"Dunque lei al sale gli vole bene?", addimandò la sposa.
Dice lui: "Sicuro, ché insenza sale i’ nun so fare io".


 Bussière G.


"Oh! allora, signor padre - scramò la sposa - perché mi mandò via di casa, quand’i’ paragonai il bene ch’i’ gli volevo al bene ch’i’ voglio al sale?"
A queste parole ’mprovvise il padre s’accorgette che era la su’ figliola e disse forte: "T’ha’ ragione! I’ feci male dimolto, e ti chieggo perdono, e ti benedisco con tutto il core".
Accosì, fatte le paci e tornati tutti d’accordo, si feciano grandi allegrie, ché di simili nun se n’eran ma’ viste, e poi ognuno ritornò a casa sua lassando gli sposi a godersela libberamente.

(Raccontata dalla Luisa vedova Ginanni)

Novella n.13 da: "Sessanta Novelle Popolari Montalesi", di Gherardo Nerucci

giovedì 7 agosto 2014

La Bella Ostessina, V.Imbriani, la Novellaja Fiorentina (N.19) - Integrale


In precedenza, - trattamento riservato anche ad altre fiabe per non affollare troppi tipi e motivi - avevo postato solo la prima parte della fiaba, poiché nella seconda parte ricalca la trama de La Bella Addormentata nel Bosco... dopo il risveglio, feroce suocera compresa. E l'orribile Madre si allea con l'orribile Suocera per perdere Biancaneve.


Juan Gonzalez Alacreu


'era una volta (dove non me ne ricordo) una Ostessa, la quale era di molto bella, sicché aveva una grande nomèa e tutti correvano al suo albergo, se non foss'altro per la curiosità di vederla e parlarci. L'Ostessa aveva pure una figlia, che crescendo superò la madre in bellezza e grazia, e a diciott'anni non c'era donna che gli potesse stare al paragone. La gente pertanto, se andava all'Albergo in gran numero, ora non ci andava più per la madre, bensì per la figliola, che veniva chiamata la Bell'Ostessina, per distinguerla dalla prima. Gli è un vizio delle donne, specialmente quando le cominciano a invecchiare, di farsi invidiose della gioventù; e così accadde all'ostessa. La figliola gli era un pruno negli occhi e non poteva soffrirsela d'attorno. E gli crebbe tanto l'odio e la rabbia contro il proprio sangue, che deliberò ammazzare la Bell'Ostessina, dove non gli riuscisse ridurla imbruttita. Piena di stizza, l'Ostessa cominciò a tenere la figliola sempre chiusa, a dargli poco da mangiare e a strapazzarla in tutti i modi acciò la cascasse in isfinimento; ma, non si sa come, la ragazza non ne pativa nulla e la bellezza gli cresceva. La madre avrebbe dato il capo per le mura; e finalmente deliberò di cavarsi la figliola dinanzi agli occhi e finirla.


Emile Auguste Hublin 


Per non dare sospetto, chiamò un servitore, su cui gli pareva poterci contare, e gli diede ordine di condurre la Bell'Ostessina in un bosco e lì ammazzarla, e poi a testimonianza del fatto portare a lei le mani, il core e una boccetta piena del sangue della figliola. Il servitore, a quel comando, rimase di sasso; ma, conoscendo l'umore della padrona, temette che rifiutandosi non salvava di certo la ragazza, perchè la barbara madre in un modo o in un altro l'avrebbe scannata. Disse dunque di obbedire e il giorno dopo andò nella camera in cui era chiusa l'Ostessina e gli fece assapere che la sua mamma voleva che lui la menasse un po' a spasso in poggio a svagarsi.
L'Ostessina, che era di cuor bono, non sospettò a male; anzi la si persuase che la sua mamma si fosse rimutata; però quest'idea gli era venuta con un tantino di turbamento: pure la si vestì de' meglio abiti e col servitore avviossi al bosco nel poggio vicino. Cammin facendo, il servitore stava sopra a pensiero, e non sapeva capacitarsi di dovere ammazzare quella bellissima creatura e mulinava al come avrebbe salvato capra e cavoli. Nel frattempo giunsero in mezzo del più folto del bosco. Qui il servitore, buttatosi in ginocchioni, raccontò all'Ostessina quel che la sua mamma gli aveva comandato. L'Ostessina a quella scoperta si sentì tutta diacciare e quasi la dubitava una invenzione del servitore. Ma questo gli giurò che pur troppo era vero quel che diceva e che bisognava pensare a rimediarci, sicché l'Ostessa non la pigliasse con lui se disobbediva e non s'arrapinasse per trovare la figliola per finirla dove sapesse che non era stata morta.
L'Ostessina disperata disse:
"Piuttosto che vivere così e odiata dalla mamma, voglio morire. Ammazzami dunque e esegui quel che lei ti ha ordinato."
Ma il servitore replicava:
"Ma vi pare che sia tanto spietato e birbone? V'ho menato qui apposta per salvarvi e vi salverò a tutti i patti!"
Nel mentre che que' due discorrevano contrastando, venne a passare un pecoraio con di molti agnellini nati di poco. Al servitore gli nacque il pensamento di comprarne uno, scannarlo e cavargli il core, e portar questo assieme col sangue all'Ostessa, dandogli ad intendere che fossero della sua figliola: ma le mani?
La ragazza disse:
"Tagliamele, che l'avrai."
E il servitore:
"Come volete campar la vita senza le mani? Ne farò di meno."
Comprato dunque l'agnellina, il servitore messe ad effetto quanto aveva macchinato. La ragazza si spogliò di tutti i panni, e rimasta colla camicia sola, li diede al servitore perché anco quelli riportasse a casa, e fu lasciata in abbandono nel bosco.
L'Ostessa, che impaziente aspettava il servitore, gongolò dalla gioia, vedendolo ritornare con i segni dell'ammazzamento commesso; ma, quando s'accorse che mancavano le mani, gridò con mal viso al servitore:
"E le mani dove sono?"
Rispose il servitore:
"Che volete? non ho avuto coraggio di tagliargliele alla vostra figliola, dopo tanto male che per obbedirvi gli ho fatto. O che non vi bastano quest'altri segni? Ci son fino i vestiti."
Abbene che l'Ostessa rimanesse con un po' di sconcerto nell'animo, pure s'addimostrò contenta. E imposto al servitore di stare zitto, sparse voce che la figliola era morta presso un parente lontano, da cui era andata per istarci qualche mese.
La Bell'Ostessina intanto, lasciata lì sola e quasi ignuda nel bosco, fu sorpresa dalla notte, dal freddo e dalla fame; sicché, piena di paura, intirizzita e rifinita, si sentiva morire. Tutt'a un tratto gli comparve dinanzi una vecchia, che gli domandò chi fosse e che facesse lì a quell'ora nel bosco e in quell'arnese.
La ragazza gli raccontò per filo e per segno la sua cattiva ventura, per cui la vecchia gli disse:
"Povera fanciulla! ti piglierò con meco, ma a patto che tu mi sia sempre ubbidiente."
L'Ostessina glielo promise; e la vecchia, presala per la mano, la condusse ad uno splendido palazzo incantato, dove nulla gli fece mancare ed era trattata al pari di una Regina. La vecchia tutti i giorni andava a girondolare per gli affari suoi e non tornava che a sera tarda.
Prima di uscire disse all'Ostessina:
"Senti, dammi retta e fai a modo mio. Io sono una Fata di quelle bone, e ti avverto che tu non ti lasci adescare da nessuno, che venga in questi dintorni. La tua mamma malandrina sta in sospetto che tu non sia morta, e tra poco lo saprà di certo e manderà a cercarti, perchè t'ammazzino. Dunque bada a tenere gli occhi aperti."
Ciò detto, uscì.
In quel frattempo l'Ostessa ripensava a quelle mani, che il servitore non gli aveva portato dopo morta la sua figliola, e sempre più gli cresceva il dubbio, che il servitore fosse un bugiardo e non avesse eseguito i comandi.
Un dì, stando sulla porta dell'albergo, l'Ostessa vedde passare una Strolaga, sicchè la chiamò per farsi strolagare; a questo effetto gli porse la mano e gli domandò se gli poteva leggere in core.


G.de la Tour


La Strolaga, fatti i suoi esami, disse:
"Bell'Ostessa, voi avete una figliola che pensate morta e invece è viva, e sta da gran signora nel palazzo di una Fata, che gli vole di molto bene, e nessuno la potrà mai ammazzare."
Questa notizia riescì amara di molto all'Ostessa; per cui, arrabbiata, macchinò un nuovo modo per giungere a far morire la figliola. Siccome sapeva che gli piacevano i fiori, fece un gran mazzo e lo sparse di veleno; poi chiamato un servitore gli disse di fingersi un venditore di fiori e andare a urlare: Chi vuol fiori?- sotto il palazzo della Fata. Il servitore obbedì a' comandi appuntino.
La Bell'Ostessina, sentendo quel gridìo, dismenticando gli avvisi della vecchia Fata, scese e comprò il mazzo de' fiori; ma a mala pena c'ebbe messo il naso, che cascò morta in sul momento.
Rivenuta la Fata a casa, picchia e ripicchia e nissuno gli apriva; infine, impazientita, diede un urtone all'uscio e lo spalancò e su per le scale vedde lo spettacolo della ragazza morta stecchita. Esclamò:
"Te l'avevo detto, scapataccia, e non hai voluto ubbidirmi. La tua mamma l'ha lunghe le mani. Sarè' capace di lasciarti star costì e non ricorrere all'arte mia per farti rinvivire."
Ma, riguardando quel corpo tanto bello e ripensando quanto l'Ostessina era bona, si ripentì; e con certi unguenti e scongiuri ridiede alla vita l'Ostessina, che vispola e rinsanichita si alzò in piedi. Allora la vecchia soggiunse:
"Bada di non cascare un'altra volta in queste reti, perché un'altra volta non sarò così misericordiosa. Voglio che tu m'ubbidisca, ha' tu 'nteso?"
La giovane promise, che da lì innanzi sarebbe stata ubbidiente.
Qualche giorno dopo, la Strolaga venne a ripassare dall'albergo della bell'Ostessa; questa la chiamò per farsi di nuovo strolagare e gli perse la mano.
La strolaga, esaminatala a garbo, disse:
"Quella figliola, che sta nel palazzo della Fata non si può ammazzare: la Fata l'ha in protezione e oggi è viva come prima."


Yuri Sergeyev


L'Ostessa non si perdette d'animo, ma volle ritentare la prova. Sicchè, sapendo che la sua figliola era ghiotta delle stiacciate, ne manipolò un certo numero e le empì di veleno; e poi le diede ad un servitore, che in figura di pasticciere l'andasse a vendere sotto il palazzo della Fata.
La Bella Ostessina, che già più non pensava al risico trascorso, scese, comprò le focacce e, rimontata in camera, le mangiò tutte; se non che di lì a poco cadette morta in terra. Rieccoti la vecchia Fata, e picchia e ripicchia, e nessuno gli apre: dato un calcio all'uscio, lo spalanca; e, giunta in camera, trova l'Ostessina stecchita. Alla vecchia gli girò il boccino; e quasi quasi voleva tenere la promessa fatta alla ragazza di lasciarla morta; ma poi, il buon core gli parlò meglio e la rinvivì. Quando la vedde in piedi, gli disse con faccia seria:
"Senti bene, e ti giuro che la mia parola la custodirò: se ti avviene un'altra volta un simil fatto, per me ti lascio stare e alla vita tu non ci ritorni."
L'Ostessina gli disse che aveva ragione, e che da ora in là baderebbe di non ricadere in quelli sbagli. Accadde, che di lì a pochi giorni venne a cacciare per la selva il Re di una città vicina; e passando dal palazzo della Fata, vedde l'Ostessina alla finestra e se ne innamorò.
Lui seguitando per varie volte quelle passeggiate e quelle occhiatine, anche l'Ostessina si sentiva tirata verso il Re; nulla di meno, siccome il Re non gli aveva detto niente, né mandato ambasciate, così non sapeva quel che sarebbe nato. Intanto la Strolaga era ritornata dalla Bell'Ostessa, informandola come la figliola sua viveva sempre e come un Re se n'era invaghito. L'Ostessa, incaponita di riuscire nell'ammazzamento della figliola, sapendola alquanto ambiziosa e credenzona, macchinò di giungere a quell'intento con un novo inganno. Fece fare de' bellissimi abiti alla reale e una corona di oro piena zeppa di pietre preziose, e dappertutto messe del veleno, che al solo toccarlo credeva fosse capace di fare morire; poi, chiamati diversi servitori, li mascherò con livree e gli comandò di andare al palazzo della Fata, di cercare l'Ostessina e presentargli quelle robbe come un dono del Re suo amante.
Quelli ubbidirono appuntino.
L'Ostessina credette davvero che i servitori venissero da parte del Re; sicché, presi gli abiti e la corona, senza frappor tempo se ne acconciò. Ma di lì a poco cascò morta in terra. Quando la vecchia Fata rivenne a casa e trovossi a quella tragedia, imbizzarrita disse:
"Tu l'hai voluta, e sia. Ora poi non ti rinvivisco a nessun patto. Ma anche questi luoghi tu me gli hai fatti venire in uggia."
Presa quindi in su le braccia la giovane, costruito un ricco catafalco nel mezzo del salone e per arte magica circondatolo di ceri perpetuamente accesi, ci pose sopra il corpo morto vestito com'era alla reale. Poi chiuse tutte le finestre del palazzo; e statuì che dentro vi fosse per tre anni quanto occorreva per il servizio abbondante di tre principi; e trasmutata la posizione della selva perché il palazzo non si ritrovasse tanto facile, serrò l'uscio di entrata e ne tolse seco la chiave; la quale, giunta al mare, ve la scaraventò nel fondo e dietro a quella andò lei medesima.
Il Re, di cui s'è fatto menzione, e che era un bel giovane scapolo, ritornando alla caccia, rimase sbalordito non ritrovando più la via del palazzo in cui aveva veduto l'Ostessina, e si confondeva nel pensare come accadesse tal contrattempo. Ora bisogna sapere, che al servizio di cotesto Re stavano certi pescatori, che gli fornivano ne' giorni di magro il meglio pesce marino. Un venerdì, non si sa come, pesce in mare non ne pigliarono punto, per cui il coco stimò necessario farne cercare sul pubblico mercato; ma sul pubblico mercato non c'era che un pescione sterminato, e agli spenditori gli convenne comprarlo in mancanza d'altro. Lo stupore del coco fu però grande, quando, sparato il pesce, gli rinvenne in capo una grossa chiave. Subito la portarono al Re, il quale non conoscendo che uscio aprisse, e sospettando che andasse a qualche toppa di palazzo meraviglioso, deliberò di non separarsene mai e a quest'effetto se l'appese al collo con una catena d'oro. Il Re intanto non si dava pace nel ricercare l'abitazione dell'Ostessina. Un giorno, presi con seco due servitori fedeli e messosi tutti lo stioppo da caccia ad armacollo, partirono a levar di sole. Dopo percorso gran paese e folte boscaglie, sopraggiunse una notte tanto buja, che nessuno sapeva dove mettesse i piedi fra mezzo agli alberi e a' pruni. Si tenevano per perduti; e difatto il Re smarrì un compagno, sicché andava solo a tentoni coll'altro. Ad un tratto gli parve da lontano scorgere un chiarore e a quello con molta pena s'indirizzarono; e stanchi e trafelati e intirizziti dal freddo, giunsero alla porta di un palazzo. Picchiarono e ripicchiarono, ma nessuno apriva. Al Re allora venne in mente la chiave, che teneva al collo; e avendola provata nella toppa, rimase stupito nell'accorgersi, che pareva la sua e che apriva la porta benissimo. Entrano, salgono le scale, e sebbene il palazzo fosse pieno di lumi, non appariva anima viva. Nella sala trovarono una mensa riccamente apparecchiata, su cui stava un gran mazzo di chiavi, e in un canto della sala istessa vi era un camminetto acceso. Il Re ed il servitore, esaminato ogni cosa, nell'idea di aspettare se qualcuno venisse a salutarli, si posero intanto al foco per rasciugarsi. Poi si sedettero a tavola e mangiarono. E ogni volta che le pietanze erano finite, mani invisibili ne recavano delle altre sempre più squisite e appetitose. Il Re capì bene che quel palazzo doveva essere incantato; per cui non istava senza temenza; ignorando se chi lo possedeva fosse un Genio buono o cattivo. Ad ogni modo, siccome il Re era di molto ardito, quando fu ristorato, disse al servo:
"Piglia un lume e visitiamo il palazzo; questo mazzo di chiavi di certo apre le porte degli appartamenti."
Girarono tutto il palazzo, ma da ogni parte riscontrarono il medesimo deserto e la medesima solitudine. Quindi l'ammirazione di que' due era grande, tanto più che scorgevano una ricchezza di addobbi e di mobili incredibile; l'oro e le gemme luccicavano ammonticchiate. Quasi disperati di arrivare a scoprire i padroni del palazzo, si avviavano di novo nella sala, e nel ragionare il Re gettò gli occhi ad una porticella, che prima non aveva veduta: subito col servo e co' lumi corse a quella, e dopo provatovi più chiavi nella toppa gli riuscì aprirla. La porticina dava accesso ad una fuga di stanze, anche più di lusso dell'altre; ma, giunti ad un salone, il Re ed il servitore restarono fra istupiditi e impauriti nel mirarvi in mezzo un catafalco circondato di ceri accesi e con sopra una donna morta. Rimessi un po' in calma, il Re s'avvicinò al catafalco, ed ebbe quasi a svenirsi, nella morta riconoscendo l'Ostessina tanto ricercata. Diè in disperazioni, e il servitore pensò bene di tirarlo via di là. Ma prima volle prendere un ricordo della giovane, e a quest'effetto gli levò un anello gemmato da un dito; se non che dal terrore gli si rizzarono i capelli in capo, giacché appena cavato fuori l'anello la giovane morta mosse la mano. A quella veduta il Re disse:
"Qui c'è qualche incanto, e la ragazza non è morta. Proviamo a spogliarla."


Duncan J.


Detto fatto, la misero nuda come Dio la creò. E a mala pena nuda l'Ostessina si stirava e sbadigliava, come se svegliata da un lungo sonno; e finalmente, aperti gli occhi, nello scorgersi in quello stato in faccia a due òmini, stava fra l'ingrullita e la vergognosa e cercava scappare e nascondersi.
Avendola non pertanto il Re assicurata che nulla aveva da temere e raccontatogli in brevi parole l'accaduto, l'Ostessina si rinfrancò, e fattasi menare nella camera sua del palazzo, coi vestiti che ci erano sempre, in un momento acconciossi a garbo. A non andar per le lunghe, il Re e l'Ostessina, innamorati com'erano, si sposarono e vissero lì in quel palazzo da due o tre anni, senza che di nulla mancassero; anzi il matrimonio loro fu così felice, che ne nacquero due be' figlioli maschi. Frattanto la madre del Re, che dal giorno della partenza non aveva più nulla saputo del figliolo, ne faceva fare continua ricerca; ma indarno, e oramai credeva che fosse morto, e però aveasi rimesso l'animo in pace. Se non che in quel mentre capitò la solita Strolaga dalla Bell'Ostessa e gli disse come la figliola sua non era mica morta, e che invece se ne godeva gaudiosa vita, sposa del Re, nel palazzo incantato. L'Ostessa, sempre di mal'animo, che ti fa? corre dalla Regina e gli racconta tutto; per cui la Regina, se da una parte s'allegrò nel sentire vivo il figliolo, dall'altra era arrabbiata di molto in quantoché lui avesse preso in moglie una ragazza di bassa nascita e di vile mestiere.
Non pose dunque tempo in mezzo e pensò al rimedio, che fu di dividere a qualunque costo gl'innamorati; e a questo anche l'Ostessa per odio contro il proprio sangue la istigava, mettendola su con parole infinite e false calunnie.
La Regina scrisse una lettera al figliolo, e siccome la via del palazzo incantato l'avevano ritrovata, gliela mandò con ordine di tornare subito alla Reggia a riprendere il governo del popolo. Ma il Re gli rispose che stava là troppo bene e non voleva per niente separarsi dalla sua cara moglie e da' suoi bambini.
Allora la Regina ricorse a un ripiego: diede ad intendere al figliolo che la sua assenza aveva provocato l'ambizione del Re confinante, il quale s'era mosso colle sue genti ad assaltare lo Stato, di modo che lei stessa e il Regno si trovavano in gran pericolo, e il dovere del Re era quello di difendere tutti coll'armi e in persona. A colorire la invenzione richiese a un suo parente di radunare de' soldati a' confini, sicché paressero i nemici. Il Re, che sull'onore non ischerzava, cadette nella rete, e apparecchiossi a partire, come di fatto partì per il campo colle sue schiere, dopo avere raccomandato a sua moglie di essere prudente per iscansare le insidie di chi gli volesse male; anzi, tirato fuori un vestimento tutto pieno di sonaglioli, lo porse all'Ostessina, dicendogli:
"Se caso mai t'avviene qualche cosa a traverso e tu sei in risico, mettiti questo vestimento e scotilo, ch'io lo sentirò, quantunque lontano, e correrò senza indugio a darti soccorso."
Di lì a pochi giorni, eccoti càpita al palazzo un'ambasceria da parte della Regina madre a fine d'invitare l'Ostessina a portarsi in città con i due bambini, perché la Regina mandava a dirgli che voleva fare la conoscenza della moglie del suo figliolo, come pure dei nipoti; e che non avesse paura di nulla; anzi sarebbe onorata al pari di una Principessa. L'Ostessina, minchiona com'era, credette sincere le profferte della Regina; per cui, presi con seco i ragazzi, uscì dal palazzo assieme cogli ambasciatori e venne alla città. Giunta alla presenza della Regina, ci trovò accanto anche la sua cattiva madre: tutte e due la caricarono d'improperî, e finalmente la Regina diede ordine alle guardie che l'Ostessina si arrestasse e si buttasse in prigione co' figlioli; e volendo ammazzarla e spergere con lei la sua generazione, si consigliò coll'Ostessa. La quale, per isfogare la invidia rabbiosa che la rodeva, gli disse che facesse bollire una caldaia di olio e lì dentro sulla piazza pubblica ci gettasse l'Ostessina ed i figlioli. Era dunque tutto pronto per il supplizio, e l'Ostessina si rassegnava ormai al suo fine, quando si ricordò dell'avviso del suo caro sposo. E siccome in prigione gli avevano lasciato il fagotto de' panni, lei levò via da quello il vestito co' sonaglioli e se lo messe.
E arrivata che fu in piazza vicino alla caldaia dell'olio bollente, si dette a scoterli a tutto potere. Allo scampanellìo, eccoti comparisce il Re di galoppo sul suo cavallo. Veduto il brutto spettacolo e informatosi delle cose accadute, per la sua autorità di Re, comandò l'arresto della Regina e della Bella Ostessa. Ed il giorno appresso, radunato un Consiglio, tutte e due le malvage donne dovettero morire legate assieme, bollite in quella caldaja di olio, che era stata ordinata per l'Ostessina e pe' suoi figliuoli. Così il Re e l'Ostessina, liberati da ogni paura, regnarono amati da tutti; e se non fossero morti per la vecchiaja, vivrebbero tuttavia.

Il fosso sta tra il campo e tra la via;
Dite la vostra, che ho detto la mia.



Ne "La Novellaja Fiorentina", Vittorio Imbriani riporta, rendendole leggibili, diverse fiabe attinte dalla raccolta del prof. Gherardo Nerucci: "Sessanta Novelle popolari Montalesi". In questo caso, la n.29.
"La Bella Ostessina", è una di queste, la n. 6. Il testo originale è nella Pagina: Fiabe Popolari - Italia.
"La Bella Venezia", ovvero la Biancaneve della raccolta di Italo Calvino, è quasi identica.

Le caratteristiche de La Bella Ostessina, comuni a molte versioni autenticamente popolari, italiane e internazionali, e che, in parte, svelano l'autocensura perpetrata dai Grimm:
La Matrigna non esiste. E' la Madre che diventa l'assassina di Biancaneve.
La funzione del Cacciatore è svolta da un Servitore dell'Osteria - su cui gli pareva poterci contare - uno su cui l'Ostessa crede di poter fare affidamento (in versioni simili, si allude chiaramente che tale fiducia deriva da una relazione tra i due).
La Madre esige che il Servitore le riporti le mani, il core e una boccetta piena del sangue della figliola, e lo richiede a testimonianza del fatto. E già qui l'originale sete di sangue si edulcora in una più concreta pretesa di prove dell'avvenuto ammazzamento. Nessuna cena macabra.
Con molta coerenza rispetto al mestiere della Madre e al proprio, il Servitore, per ingannare l'Ostessa-madre, non scanna un animale selvatico, un bambi, ma un agnellino (acquistato da un pastore), che, presto o tardi, sarebbe finito comunque in casseruola.
Il soggiorno nella Foresta è obbligatorio, ma la casina piccinapicciò è un Palazzo degno di un re e i Nani sono sostituiti (ad esser precisi: i Nani sostituiranno...) da una vecchia, ostinata, burbera "Fata", che, nel rassicurare Biancaneve - Io sono una Fata di quelle bone - conferma una mia precedente osservazione: in Toscana, e non solo, soprattutto se le Streghe svolgono una funzione anche benigna (come ne La Bella e la Brutta), vengono chiamate immancabilmente Fate o le Mamme. A scanso di equivoci.
Da notare che in "Giricoccola", la buona ma intransigente "Madrina" è la Luna, e nella greca "Rodia", è Ecate, con tanto di feroce corteo, che s'imbatte, nella notte, in Biancaneve. Su: la Luna, Ecate e Biancaneve, vedi QUI.


Lauren Indovina


Sempre coerentemente con l'ambientazione popolare e popolana, gli oggetti di morte sono: un mazzo di fiori, delle schiacciate, e, infine, finti doni da parte dell'amante regale. Magistralmente sinistre le motivazioni che spingono l'Ostessa a scegliere proprio quegli oggetti da avvelenare: essendo la Madre, mostra di conoscere bene la vittima: "Siccome sapeva che gli piacevano i fiori" - "Sapendo che la sua figliola era ghiotta delle stiacciate" - "Sapendola alquanto ambiziosa e credenzona".
Evapora la Necrofilia del giovane Re, imbarazzante in altre versioni non solo di Biancaneve, ma, più genericamente, di tutte le fiabe comprendenti il motivo de La Bella nella Bara. Per l'appunto, sospettando che la morte dell'amata sia solo apparente, decide che spogliarla sia un ottimo sistema per accertarsene. E, poiché i vestiti regali intrisi di veleno erano l'ultimo "regalo" dell'Ostessa, la logica interna è salva.
Lo Specchio = la Strolaga. Ma la funzione dello Specchio, quella iniziale, che scatena la Disgrazia, è svolta dagli inconsapevoli, innocenti avventori dell'Osteria, che trasferiscono la propria villica ammirazione dalle mature grazie materne a quelle dell'acerba Ostessina.

Mab's Copyright

lunedì 9 dicembre 2013

La Prezzemolina,Vittorio Imbriani (La Novellaja Fiorentina)

Naturalmente, per rispetto, non ho tradotto il Toscano... Che possa rifulgere in tutto il suo splendore! Ho riordinato e organizzato la sola punteggiatura, tanto per renderlo decifrabile.
La "Prezzemolina" è legata a "Raperonzolo", la "Maiden in the Tower", ma non presenta la prigionia. Piuttosto, fedele, in questo, ad "Amore e Psiche", propone le prove impossibili cui è sottoposta la protagonista.
La Dèa Venere si rimpicciolisce e si moltiplica nelle "fate", altrimenti dette "mamme", (in reltà, streghe cannibali, ma è usanza diffusa quella di chiamarle con nomi più innocui). Amore è Memè,il "cugino delle fate", ovvero un Essere originariamente diabolico. La povera Psiche perde completamente la sua sensualità e risponde con una lagna ciellina ad ogni offerta di Memè (un bacio in cambio dell'aiuto salva-vita): "Piuttosto dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata."...che riecheggia sinistramente il Non lo Fo per Piacer Mio ma per Dare Figli a Dio ricamato sulla camicia da notte delle bisavole.


'era una volta marito e moglie. E la sua finestra, di questo marito e moglie, rimaneva sull'orto delle fate. Questa donna era incinta. Un bel giorno s'affaccia alla finestra, e vede un prato di prezzemolo, il più bello! Lei sta attenta che le fate le vadan via, prende la scala di seta e si cala e si mette a mangiare il prezzemolo a tutto spiano. Mangia, mangia, poi la risale la scala, serra la sua finestra e via! Ogni giorno faceva questa storia. Un giorno le fate passeggiavano in giardino:
"E dimmi - dice la più bella - non ti pare che manchi del prezzemolo?"
Dicono le altre: "E forse poco ne manca! Sai quel che si farà? Si figurerà di andare fòri tutte; e una si rimarrà niscosta; perchè qui c'è qualcheduno che viene a mangiare."
Le fate le figurano di andar via tutte e la donna si cala a mangiare. Quando l'è per ritornare in su, la fata gli sorte di dietro: "Oh briccona - dice - ora ti ho scoperta, eh?"
"Abbiate pazienza - dice questa donna - io sono gravida; avevo questa voglia..."
"Ebbene - dice la fata - Ti sia perdonato. Senti, se tu fai un bambino, tu gli hai a mettere nome Prezzemolino; se tu hai una bambina, Prezzemolina; e, come è grande, la si vol noi: è per noi, via, non è più tua."
Figuratevi questa donna! un dirotto pianto, dicendo: "Malandrina la mia gola, la mi è costata assai!"
Dal marito era sempre rimproverata: "Golaccia! l'hai visto?"
La partorisce la bambina e gli mette nome Prezzemolina; e quando l'è grandettina, la la manda a scuola. Le fate, tutti i giorni che la passava, gli dicevano: "Bambina, dì alla mamma, che la si ricordi di quella roba."
"Mamma - dice la Prezzemolina - hanno detto le fate che vo' vi ricordiate di quella cosa."
Un giorno la donna era sopraffatta; torna la bambina e gli dice: "Vi dicono le fate che vi ricordiate quella cosa."
Risponde: "Sì, dì che se la piglino."
La bambina la va a scola. Dicono le fate: "Cosa ti disse la mamma ieri sera?"
"Mi disse che la possin prendere, che la prendino quella roba."
"Oh vieni, sei te quella roba che si deve prendere." Urli senza fine, questa bambina: lo credo io! Lasciamo questa bambina e torniamo alla madre, che passan ore e non la vede tornare. La si ricorda d'aver detto che la prendino quella roba: 'Oh, mi son tradita! Ora addietro non si torna.'
Dunque queste fate le dicono alla bambina: "Sai, Prezzemolina, la vedi questa stanza nera nera?" - le ci tenevano il carbone, la brace. - Come si torna, la deve essere tutta bianca come il latte e dipinta con tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti noi ti si mangia".

Kaine C.

Come volete che la facesse questa bambina? Le vanno via e la bambina si mette a piangere, piangi ch'io piango, singhiozzando; non si poteva chetare. Dunque l'è picchiato: lei va a vedere e crede che le sian le fate; apre e vede Memè, che gli era un cugino delle fate.[3]
"Che hai tu, Prezzemolina, che tu piangi?"
"Vo' piangereste anche voi - dice - Vedete questa stanza? Quando le torna, le torna le mamme, di nera così dev'esser bianca e dipinta di tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti le mi mangiano"
"Se tu mi dài un bacio - dice Memè, - te la fo nel momento questa stanza."
Lei dice: "Piuttosto dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata."
Dice Memè: "Tu hai detto tanto benino! ti voglio far la grazia."
Batte la bacchettina e divien la stanza tutta bianca, tutta uccelli, come avevan detto le mamme. Dunque Memè va via e torna le fate. Dice: "L'hai fatto, Prezzemolina?"
"Sissignora, vengano a vedere."
Le si guardano in viso: "Eh, Prezzemolina, c'è stato Memè!"
"Non conosco Memè, nè la mia bella mamma che mi fè."
Dunque la mattina: "Come si fa? - dicono - non ci riesce di mangiarla." "Prezzemolina!"
"Cosa comandano?"
E allora gli dicono: "Domani mattina devi andare dalla fata Morgana e devi dire la ti dia la scatola del Bel-Giullare."
"Sissignore", la dice. Eccoti la mattina la si mette in viaggio, la ragazza. E viaggia. Cammina, cammina, la trova una donna. "E dove vai - la dice - bella bambina?"
"Vado dalla fata Morgana a prendere la scatola del Bel-Giullare."
"La ti mangerà, sai, poerina?"
"Meglio per me - dice - così la sarà finita."
"Tieni - dice la donna - queste due pentole di lardo. Tu troverai due porte che si battono insieme. Ungile tutte, e tu vedrai che ti lascian passare."
Eccoti la bambina la giunge a queste porte e le unge tutte da capo a piede e loro la lascian passare, gua'. Dopo che l'ha camminato un pezzo, la trova un'altra donnina. E la gli dice lo stesso: "Dove tu vai, bambina?"
Dice: "Vado dalla fata Morgana per la scatola del Bel-Giullare."
"Poerina, la ti mangerà, sai?"
"Meglio per me, così la sarà finita."
"Tieni questi due pani, tu troverai due cani che si mordono l'un con l'altro. Buttagnene uno per uno: così tu passi", dice. Eccoti la Prezzemolina la trova questi due cani; la gnene butta uno per uno, e loro la lascian passare. Quando l'ha fatto un altro pezzo di strada, la trova un'altra donnina. Gli dice: "Dove vai?" "Dalla fata Morgana per la scatola del Bel-Giullare."
"Poerina, la ti mangerà, sai?"
"Meglio per me, così la sarà finita."
"Tu troverai un ciabattino che si strappa la barba per cucire e i capelli. Tieni, questo è spago per cucire, questa è lesina: tutto il necessario. Dagnene e lui ti lascerà passare."
Eccoti la bambina la trovava questo ciabattino. Quando la gli dà tutta questa roba, lui la ringrazia e la lascia passare. Fatto un altro pezzo di strada, la trova l'istessa donnina e gli dice l'istesso: "Bada, la ti mangerà sai?"
"Meglio per me, così la sarà finita."
"Troverai una fornaja che spazza il forno con le mani: la si brucia tutta. Tieni: questi son cenci, queste sono spazzole; tutto il necessario. Tu vedrai, la ti lascia passare. Dopo poco tu troverai una piazza: quel bel palazzo che c'è, gli è codesto la fata Morgana. Tu picchi, e la scatola del Bel-Giullare, gli è dopo che tu hai salito due scale. Lei, quando tu picchi, la ti dirà: Aspetta bambina; aspetta un poco. Te, tu sali, prendi la scatola e vien via."
Eccoti la bambina la trova questa fornaja. Quando la gli dà tutta questa roba, lei la ringrazia e la lascia passare. La picchia, la sale, la prende la scatola e la scappa via. La fata che sente serrar l'uscio, la s'affaccia alla finestra e vede la bambina che scappa via. "O fornaja, che spazzate il forno con le mani, tenetemela, tenetemela."
"Se fossi minchiona! Dopo tanti anni, che fatico, la mi ha dato i cenci e la spazzola! Passa, poerina, vai, vai!"
"O ciabattino, che cucite con la barba e vi strappate i capelli, tenetemela, tenetemela!"
"O io sì, che sarò un minchione! Dopo tant'anni, ch'io fatico, la mi ha portato tutto il necessario. Vai, vai, poerina."
"O cani che vi mordete tanto, tenetemela, tenetemela!"
"O noi sì, che saremo minchioni! La ci ha dato un pane per uno! Vai, vai, poerina!"
"O porte, che vi battete tanto, tenetemela, tenetemela!"
"Oh noi sì, che saremo minchione! La ci ha unte da capo a piedi! Vai, vai poerina."E la fanno passare.
Quando l'è libera, la dice: 'Che ci sarà egli in questa scatola?'
La trova una piazza, la si mette a sedere e apre la scatola. Esce fori persone, persone, persone, persone: gli escono da questa scatola; che cantavano, che sonavano, tutte. Figuratevi la disperazione di questa bambina. Lei le voleva rimettere in questa scatola: ne prendeva una e ne scappava dieci. La si mette a piangere, potete credere! Eccoti Memè.
"Briccona, l'hai visto quel che t'hai fatto?"
"Oh! voleva vedere..."
"Eh - dice Memè, - ora non c'è rimedio. Se tu mi dài un bacio, io ti rimedio." "Meglio dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata."
"Sai? tu l'hai detto tanto benino, che ti vo' far la grazia." Batte la bacchettina e ritorna tutta la scatola come prima: serrata come l'era. La Prezzemolina va là a casa e picchia. "Oh dio! - dice - È la Prezzemolina. Come mai non l'ha mangiata, la fata Morgana?"
Dice: "Felice giorno - la dice la bambina - Ecco la scatola."
Dicono le mamme: "Che t'ha ella detto la fata Morgana?"
"La me l'ha data e m'ha detto: Fagli tanti saluti."
"Eh - dicono le fate - abbiamo bell'e inteso! bisognerà mangiarla noi. Stasera, come viene Memè, gli si dice che la si deve mangiare."
Eccoti la sera vien Memè: "Sai? - gli dicono - la non l'ha mangiata, la Prezzemolina; la s'ha da mangiar noi."
"Oh bene! - dice lui - oh bene!"
"Domani, quando l'ha fatte le sue faccende, gli si fa mettere al foco le caldaje, quelle grandi che si fa il bucato. E quando le bollan bene, in tutte e quattro la si butta dentro a cocere."
Lui dice: "Bene, bene, sì, sì; riman fissato così."
Eccoti la mattina le vanno via loro e non dicon nulla; le vanno via come eran solite. Quando le sono ite, ite via, eccoti Memè dalla Prezzemolina:
"Sai - dice - oggi, a un'ora, le ti ordineranno di mettere al foco le caldaje, quelle grandi del bucato. E, quando le bollan bene, le ti diranno, chiamaci; le ti dicono: diccelo. E le ti buttan te a cocere dentro. E invece noi s'ha a guardare se ci si butta loro."
Eccoti Memè va via e dopo poco tornan le fate: "Sai - dice - Prezzemolina, quando s'è pranzato oggi, che t'hai fatte tutte le faccende, metti le caldaje, quelle del bucato, che si fa il bucato; e quando le bollan bene, chiamaci."
Quando l'ha finite tutte le sue faccende, la mette tutte queste caldaje. Le dicono: "Fa gran foco."
La fa foco, figuratevi, anche di più di quel che gli avevan detto. Picchia Memè: "Oh! - dice - ora ora la s'ha a mangiare!", e si fregava le mani.
"Oh - dicono - altro!"
Eccoti l'acqua quando la bolle, Prezzemolina la dice: "Mamme, le venghino a vedere; l'acqua la bolle." Le fate le vanno a vedere lì alla caldaja se la bolle. Dice: "Coraggio!", alla Prezzemolina - gli dice Memè. Lui ne acchiappa due e le mette dentro; lei prende quell'altre e le butta; e bolli, bolli, bolli, finchè non fu staccato il collo non le levorno: sempre a bollire!
"Ora poi siamo padroni di tutto, la me' bambina. Vieni con me." La conduce giù in cantina, dove c'era una infinità di lumi e c'era quello della fata Morgana, grosso, grande; quello gli era il più grosso di tutti. La maggiore delle fate! La sua anima, gli era un lume. Spenti che gli erano, le eran morte tutte, ecco! "Spengi di costì e io spengo di questa parte". Così li spensero tutti e rimasero padroni di ogni cosa. Andiedero lassù nel posto della fata Morgana. Il ciabattino ne fecero un signore; la fornaja parimente; i cani li portarono nel suo palazzo; e le porte le lasciarono stare e le facevano ungere. "Te - dice Memè - sarai la mia sposa; questo è giusto." E si vissero e si godettero e in pace sempre stettero e a me nulla mi dettero.

Nota dell'Imbriani sulla supposta identità di Memè-
[3] Forse il Demogorgone del quale il Berni, Orlando Innamorato, XLII, 29-30: 

Sopra le fate è quel Demogorgone
(Non so se mai l'udiste nominare)
E giudica fra loro, e tien ragione,
E ciò che piace a lui può d'esse fare.
La notte scura cavalca un montone:
Travalca le montagne e passa 'l mare:
Con un flagel di serpi fatto, batte
Le fate e streghe che diventan gatte.

Se la mattina le trova pel mondo
(Perchè il giorno non posson comparire),
Le batte con un certo cotal tondo,
Che le vorrebbon volentier morire.
Or nel mar le incatena, e ben nel fondo;
Or sopra 'l vento scalze le fa ire;
Ed or pel foco dietro a sè le mena:
A chi dà questa, a chi quell'altra pena.

V. Imbriani, La Novellaja Fiorentina, n.16.

domenica 1 dicembre 2013

La Fidanzata dello Scheletro, Emma Perodi

’era una volta a Bibbiena una ragazza per nome Amabile, che era reputata in paese la bella delle belle. Il padre di lei faceva il tessitore di panni, dunque Amabile non era punto, ma punto ricca. Però le piaceva di comparire, e avrebbe fatto a meno di desinare pur di mettersi un fronzolo nuovo. Dovete sapere che da anni e anni a Bibbiena c’è la costumanza di far baldoria l’ultimo giorno di carnevale. In quel dì una comitiva di Fondaccini, con nastri celesti e merli, vivi o morti, legati per le zampe al cappello, gira di giorno la città suonando il trescone sul violino o sull’organetto. Ogni tanto questa comitiva dei Fondaccini si ferma davanti alla casa di qualche persona facoltosa, acclama il proprietario che dispensa denari e rinfreschi. Nello stesso tempo un’altra comitiva, detta dei Piazzolini, percorre altre strade, e a una cert'ora si ferma in Piazza Grande. Costì uomini e donne si mettono in giro alla fonte e cantano la canzone del Pomo Bello. Appena suona la campana della torre, tutta questa gente va in Piazzolina, dove i Fondaccini hanno acceso il Pomo Bello, che è un rogo formato di fascine di ginepro. Mentre la fiamma avvolge il rogo, anche i Fondaccini cantano la canzone del Pomo Bello, suonano il trescone, e le ragazze e i giovinotti ballano a più non posso. Ora avvenne che Amabile, la bella fra le belle di Bibbiena, si trovasse sulla Piazzolina quando fu incendiato il Pomo Bello. Ella era accompagnata dal padre, che, essendo uomo faceto, cantava a squarciagola: e le ronzava intorno Bindo, un altro tessitore, che era tanto innamorato di lei che pareva lo avesse stregato. Amabile, che era vana e ambiziosa, lo teneva a bada, ma non gli dava troppe speranze, perché il giovanotto non aveva terre al sole. Quell’ultima sera di carnevale, dunque, era mescolato alla folla un giovine signore di casa Dovizî, venuto da qualche giorno da Pisa, dove compieva gli studî. Costui appena vide Amabile se ne innamorò a tal segno che non si rammentò neppure che la ragazza era di bassa condizione, e lui di famiglia nobile. Voleva lasciare gli studî e non moversi più da Bibbiena, e dopo aver ballato con lei e averle dette tante dolci parole, consumò la strada davanti la casa di Amabile cantando le ultime strofe della canzone del Pomo Bello, che dicono:

La Brunettina mia,
Coll’acqua della fonte,
La si bagna la fronte,
Il viso e il petto.
Un bianco guarnellino,
Ell’ha con che si veste,
E pel dí delle feste,
Quello adopra.

La voce del giovane si faceva specialmente forte per cantare gli ultimi quattro versi, che sono questi:

S’io fossi in campo acciso,
Fra suoni e canti,
Io mi vedrei davanti,
Il suo bel viso.

Amabile, cui non era sfuggita la cortesia del giovine signore, capì che era lui che cantava, e disse fra sé: 'Bindo non mi avrà certo; di qui a poco, sarò la moglie del bel cavaliere'.
Il dì appresso ella stava filando sull’uscio di casa, quando Desiderio Dovizî, passando di là, la salutò cortesemente. Ella rispose al saluto, e con belle maniere lo invitò a fermarsi per scambiare alcune parole. Desiderio accondiscese, e da quel giorno non cessò di passare dalla casa di Amabile, finché le due chiacchiere diventarono lunghi discorsi. A farla breve, egli, che era sempre più consumato dalla fiamma d’amore, le promise di sposarla appena terminati gli studî.

Leighton E.B.

Amabile era al colmo della felicità, perché aveva sempre bramato di crescere di grado e di vestire abiti di drappo, come aveva veduto portare alle signore del castello di Bibbiena. Ma intanto che i due giovani parlavano del loro avvenire, il fratello maggiore di Desiderio, cui non era sfuggita la passione del giovane per la bella fra le belle, gli ordinò di tornarsene a Pisa agli studî. Desiderio, prima di partire, pose in dito ad Amabile un ricco anello, e si fece promettere di restargli fedele. In capo a tre mesi egli sarebbe tornato e allora avrebbero pensato a celebrare le nozze. Amabile pianse in sulle prime, ma il timore di guastarsi i begli occhi, che tutti decantavano, la fece smettere, e, ripreso il fuso, tornò sulla porta a cantare per svagarsi. I giovinotti, che si erano allontanati per lasciare il campo libero a messer Desiderio, appena lo videro partire ricominciarono a ronzare intorno ad Amabile, la quale li trattava gentilmente, e alle loro parole melate rispondeva senza scoraggiarli, come sogliono far le ragazze che desiderano di sentirsi sempre adulare. Intanto messer Desiderio non s’era fatto vivo, e Amabile si cominciava ad annoiare di doverlo attendere tanto tempo.
Un giorno ella era andata a merenda a Fonte Chiara da una sua comare, e verso sera se ne tornava a Bibbiena, quando le si accostò un cavaliere montato sopra un bellissimo cavallo morello:
"Che cosa desiderate, signor cavaliere?", domandò Amabile alzando su di lui i bellissimi occhi.
"Bella fra le belle, vorrei offrirti questa rosa, meno fresca delle tue labbra", rispose il signore. Amabile fece una risata. "Voi non sapete certo che io sono promessa sposa, e che non posso accettare neppure un fiore da altri che dal mio sposo".
Il cavaliere non rispose, ma balzato di sella infilò il braccio nella briglia e si mise a camminare accanto ad Amabile, sussurrandole nell’orecchio paroline dolci. Fra le altre cose egli le disse: "Se la bella fra le belle non vuole accettare una rosa, posso offrirle un bel fiore d’argento, poiché mio padre mi ha lasciato tanti fiorini d’oro da caricare tre carri"
"Anche il mio sposo è ricco e non mi ricuserebbe nulla", rispose Amabile. Quand’ebbero fatto un pezzo di strada il cavaliere disse: "Oltre l’eredità di mio padre, ho anche i beni che mi ha lasciati mia madre, i quali consistono in campi e vigneti; e se la bella fra le belle ricusa il fiore d’argento, posso offrirglielo d’oro".
"Non vi ascolto", rispose Amabile turbata.
Così doveva parlare il serpente alla nostra prima madre.
Fecero un altro pezzo di strada e il cavaliere disse: "Fin qui ho parlato alla bella fra le belle soltanto dei beni ereditati da mio padre e da mia madre; ma ho ancora dei boschi immensi lasciatimi da mio zio, e se il fiore d’oro le par cosa troppo misera, posso offrirgliene uno tutto scintillante di diamanti e rubini".
Questa volta Amabile rispose:"Tacete, messer lo cavaliere, voi volete la mia dannazione".
Ma lo sconosciuto continuò a parlare a voce bassa di ciò che voleva offrire alla bella fra le belle. Prima di tutto abiti più ricchi di quelli di una regina e un palazzo degno di un re di corona. Amabile non poté resistere a siffatte tentazioni. Ella si tolse di dito l’anello da sposa e l’offrì al cavaliere, e invece di tornare a casa si lasciò condurre lontano, nel luogo ove doveva trovare il palazzo promessole. Ma più che camminavano, più il cielo si faceva scuro, e a una a una sparivan le stelle. Nella campagna non si udiva altro canto che quello sinistro della civetta. Allora ella ebbe paura e disse allo sconosciuto:
"Signor cavaliere, è tanto che camminiamo e non vedo dinanzi a me altro che una spianata, che somiglia a un camposanto".
"È il cortile del mio palazzo", rispose il signore.
"Vedo una croce come quelle che piantano sul margine delle vie, nel luogo ove fu commesso un delitto".
"È la banderuola del mio tetto", rispose lo sconosciuto.
Amabile fece alcuni passi e poi si fermò. "Mi par di camminare sopra una cava abbandonata, dove gettano gli animali morti".
"È la soglia della mia dimora", disse il cavaliere, e la trascinò giù per la discesa. Ma appena ebbero toccato il fondo della cava, la luna ricomparve ed Amabile si vide dinanzi, invece del bel cavaliere, uno scheletro avvolto in un lenzuolo sbrandellato. Amabile cadde in ginocchio, gridando: " Misericordia!"
Allora il morto le disse: "Non urlare: son Desiderio, lo sposo tuo. Tornavo per celebrare le nozze e sono stato aggredito da due ladroni, i quali, dopo avermi spogliato, mi hanno messo questa corda al collo e mi hanno gettato in questa cava. Il mio cadavere marciva sopra a terra, quando Gesù s’è impietosito e mi ha dato le sembianze d’uomo per provare la tua fede. Tu sei una spergiura, ma io voglio mantenere le promesse che ti ho fatte poco fa. Avrai abiti da regina, perché anche le regine sono rivestite di terra dopo morte; avrai un palazzo degno di un re di corona, perché anche i re, una volta spirati, son posti sottoterra. Dammi la mano, sposa mia, e mettiti al mio fianco, perché è sonata per me l’ora di tornare in seno alla morte".
Ciò dicendo lo scheletro legò la corda attorno al collo della ragazza con un nodo così forte che nessuno avrebbe potuto sciogliere; e si coricò sulla terra umida. Amabile passò tutta la notte a pregare la Madonna, che non la udiva. Verso l’alba vide qualche cosa che si moveva ai suoi piedi. Era un topolino che stava fermo a guardarla. Nel medesimo tempo apparve qualche cosa di nero sopra la casa, e un corvo bigio andò a posarsi sopra una pietra. Il corvo e il topo erano due Maghi, che andavano in quel luogo a pascersi di cadaveri.
"Corpo del diavolo, compare! - disse il corvo. - Sei giunto presto e scommetto che hai già scelto quel che ti piace meglio di quella ragazza!"
"Ma Satanasso non ci permette di toccar carne viva, - rispose il topo - Ebbene, aspetteremo che sia morta".
"Sì, - disse il topo - io mi sono scelto le gote".
"E io le labbra", replicò il corvo.
"Le mangeremo gli occhioni neri".
"E le orecchie rosee".
Amabile si sentiva gelare, ma ebbe la forza di dire: -"Ahimè! sono tanto giovane e smilza che avrete poco da mangiare; scommetto che vi tornerebbe più conto di salvarmi".
"Salvarti! E come si farebbe mai?"
"Non è difficile; basta che il topo roda la corda che mi tien legata al cadavere, e che il corvo mi porti fuori da questa caverna".
"Che cosa ci daresti se ti si contentasse?", domandarono i due Maghi. "Supplicherei mio padre di tesservi un bell’abito di drappo per ciascuno".
I Maghi si misero a ridere.
"Una camicia di finissimo lino". I Maghi risero più forte.
"Anche un mantello di velluto".
"No, - disse il topo, - non ho bisogno di vestiti né di biancheria; ma voglio due ali per volare".
"Ed io, - continuò il corvo - voglio quattro piedi per camminare"
"Se domani non ci dài quello che chiediamo, l’anima tua è perduta", aggiunsero tutti e due. Quelle condizioni parvero abbastanza dure a Amabile; ma accettò tutto, piuttosto che restare in quella caverna legata allo scheletro. I Maghi le fecero fare un giuramento sulla crocellina d’oro che portava appesa al collo, e appena ella ebbe giurato, il topo si mise a rosicare la corda, finché non fu spezzata, e poi il corvo si avvicinò, se la fece salire in groppa e la ricondusse fino dal padre. Quando l’ebbe posata nell’orticello del tessitore, l’avvertì che il giorno dopo sarebbe tornato in quel luogo insieme col compagno, affinché ella mantenesse la promessa. Amabile corse subito a picchiare all’uscio di cucina, che dava sull’orto, e il padre andò ad aprire. Ma vedendo la sua bella figliuola pallida, infangata, con gli occhi sbarrati, cominciò ad urlare che doveva esserle accaduta qualche disgrazia, e dallo strepito destò tutta la gente del vicinato. Amabile raccontò tutto quello che le era accaduto, e il padre disse che bisognava ricorrere a fra’ Cirillo, che era un frate francescano, famoso per dar consigli. Appena fu giorno, Amabile andò al convento, accompagnata dal suo babbo e in confessione raccontò tutto a fra’ Cirillo, che le disse:"Figlia mia, tu hai giurato sulla croce e nessuno ti può prosciogliere dal giuramento; ti conviene fare quanto hai promesso".
"Dio mio, sarò dannata!", esclamò Amabile.
"Stammi a sentire - replicò il Frate - e fa quanto ti ordino". La ragazza promise di non dimenticar nulla.
"Prenderai prima un coltello che non abbia mai toccato carne; andrai lungo le siepi ascoltando il soffio del vento nell’erbe; quando udrai un lieve rumor di sonaglio, taglia la parte superiore dell’erba, che è quella del sonno, portala nell’orto, stendila in terra e torna ad avvertirmi". Amabile fece come le aveva ordinato il Frate e, trovata l’erba, la tagliò con un coltello nuovo e la stese nell’orto, e poi tornò dal Frate, il quale la rimandò a casa dopo averle insegnato quel che doveva fare. Fino a sera l’Amabile rimase nell’orto in orazione, e quando fu notte, sentì la voce del topo, che la chiamava.
"Sono pronte le ali?", domandò in tono di scherno.
"Non ancora, - rispose Amabile - ma presto sì".
"Sbrigati, sbrigati, - replicò il Mago - ho furia, e domani sera devo essere a Firenze per certi affari miei".
"Riposatevi un momento, - rispose la ragazza - e vi contento subito. Il topo, che si sentiva volentieri trattato come persona di riguardo, si sedé sull’erba preparata da Amabile; ma l’erba del sonno produsse il suo effetto e di lì a poco il topo dormiva e russava. Dopo qualche momento comparve il corvo, e domandò:
"Ebbene, carina, dove sono i miei quattro piedi?"
"Ahimè non ho potuto trovarli, neppure pagandoli a peso d’oro", rispose Amabile.
"Ne ero sicuro, - disse il Mago sghignazzando - Ora dunque mi spetta metà della tua animaccia, e la voglio fra poco".
"Concedetemi un po’ di tempo, caro Mago! - esclamò Amabile - Spero che avrete compassione di una povera ragazza innocente, che vi reca la cena".
"Come mai?", domandò il corvo.
"Ho acchiappato un topo con la trappola e l’ho portato qui per offrirvelo", disse accennando al topo che dormiva sdraiato sull’erba.
Il corvo lo guardò. "È un bocconcino ghiotto e lo accetto, a condizione di non rinunziare ai miei diritti".
"Fate quello che vi pare", replicò Amabile. Il corvo non si fece pregare: chiappò il topo per la collottola e giù in un boccone. Ma quello, svegliandosi, si mise a gridare e a dimenarsi tanto forte che con le quattro zampe forò lo stomaco del ghiottone. Allora comparve fra’ Cirillo, che aveva veduto tutto. Egli recava la croce, e gridò: "Via, razza nata dal Diavolo! Questa ragazza non vi appartiene più perché ha adempiuto la sua promessa. A te, topo, ha dato le ali, perché oramai sei una cosa sola col corvo; a te, corvo, ha dato le quattro zampe che volevi. Andate dunque, e restate così come avete voluto essere, fino al giorno del Giudizio".
I due Maghi, scorbacchiati, se ne andarono, ma non per questo la ragazza fu salva. Il grande spavento che aveva avuto nella caverna la fece ammalare, e presto si ridusse al lumicino. Il tessitore si rodeva le mani dal dispiacere. Avere una figliuola così bella, la bella fra le belle, e vedersela morire nel fiore degli anni! Il padre mandò a chiamare un forestiero che curava gl’infermi; costui le dette intrugli sopra intrugli, ma Amabile non risanò. Mandò a chiamare fra’ Cirillo, e fra’ Cirillo l’asperse di acqua benedetta; ma Amabile non risanò. Allora mandò a chiamare una vecchia, che stava in una capannuccia su verso la Beccia, e che tutti chiamavano la Strega, e costei, guarda e riguarda, esamina che ti esamino, disse che Amabile non sarebbe guarita, perché il suo male aveva sede nel cervello. E infatti non guarì. Di giorno era un po’ più tranquilla, ma la notte pareva una indemoniata, perché appena l’aria si faceva buia, lo scheletro si alzava dal fondo della cava, si avvolgeva nel lenzuolo sbrindellato, e via accanto a lei a tormentarla, a coprirla di rimproveri per la fede mancata e per esserle fuggita con l’inganno.
"Spergiura! Spergiura!", le diceva, e con le mani scheletrite le cingeva il collo, e con le guance ghiacciate toccava il viso infocato di Amabile. La malata urlava, si dibatteva tutta la notte, e ogni momento faceva atto di gettarsi giù dal letto; ma lo scheletro la tratteneva con le lunghe braccia. Amabile lo vedeva e lo sentiva, ma il padre, che l’assisteva, non vedeva nulla e attribuiva quelle smanie alla febbre che divorava la figliuola.

Ortega R.F.

Una sera, Amabile morì. Le donne del vicinato la vestirono dei suoi abiti più belli, accesero molti ceri attorno al cadavere e le misero una croce fra le mani. Prima esse pregarono per l’anima di lei, poi, stanche, cederono al sonno. Quando si destarono all’alba, che è che non è, il cadavere era sparito. Figuriamoci lo spavento del padre e delle donne! Chi diceva che i ladri lo avevano rubato per spogliarlo degli abiti! Chi diceva che il Diavolo se l’era portato via! Figuriamoci se il padre cercò il cadavere della sua Amabile per fargli dare onorata sepoltura! Si mise alla testa di una comitiva di amici, e frugò per le macchie, per i burroni; tutto fu inutile. Allora fece fare delle novene; ma sì, il corpo d’Amabile era sparito e nessuno l’aveva veduto, né in città, né nel contado. Poi, come succede sempre, egli si stancò di cercare e riprese a tessere pensando sempre alla figliuola.
Ecco com’erano andate le cose. Il corvo e il topo, che ormai formavano una sola persona, perfida per cento, appena che furono burlati a quel modo da Amabile pensarono di vendicarsi atrocemente di lei, e, aspettato il sabato notte, si recarono a un luogo dove sapevano d’incontrare il Diavolo, e gli esposero l’accaduto.
"Che cosa posso fare per compiacervi, figli diletti?" domandò Satanasso quando ebbe udita tutta la narrazione.
"Noi vorremmo un piccolo favore soltanto - rispose il corvo che era molto loquace e parlava anche per il compagno - Vorremmo cioè che ogni notte lo scheletro di messer Desiderio si destasse dal sonno della morte e andasse a tormentare Amabile. All’ora della di lei morte, poi, sarebbe nostra brama che Desiderio portasse la sua promessa sposa nella cava abbandonata, e se la tenesse a fianco fino al giorno del Giudizio".
"Compare, - disse il topo, che vinceva in perfidia il corvo - non ti pare che sarebbe meglio ottenere che tanto Desiderio quanto Amabile tornassero in vita per alcune ore; così il tradito continuerebbe a tormentare la spergiura?"
"Bravo!", esclamò il corvo.
Il Diavolo, che era stato a sentire, si dette una fregatina alle mani in segno di allegrezza, e concesse ai due Maghi quello che volevano.
"Ora, - disse il topo - voliamo pur via e andiamo a godere dello spettacolo di Amabile alle prese con lo scheletro. Quella vista ci farà buon sangue". Infatti il corvo, nelle notti della malattia di Amabile, non si mosse più di sul davanzale della finestra, e quando la ragazza fu morta volò dietro allo scheletro, che se la portava nella sua caverna umida. Nel destarsi in quel luogo d’orrore, Amabile gettò un grido, e il topo le disse: "Perfida fra le perfide, ora non c’è nessuno che ti roda la corda".
"Né che ti prenda sulle proprie ali per cavarti di qui", aggiunse il corvo.
"Sposa mia, sei diventata tanto brutta che mi fai orrore - le diceva lo scheletro - ma posa la testa più qua, affinché mi serva da guanciale".
E allora lo scheletro posava il teschio sul viso di Amabile e la copriva d’improperî. "Spergiura!... Vile!... Anima nera!... Strega!..."
Questa scena si ripeteva ogni notte, e il corvo e il topo non la perdevano mai; venivano da lontano per assistervi, e a tutti e due pareva di andare a nozze. Ora avvenne che, dopo un certo tempo, fu stabilito a Bibbiena di costruire una nuova chiesa in onore della Madonna, e pensarono di prender la pietra nella cava abbandonata dove giacevano insepolti i cadaveri di Desiderio e di Amabile. Gli scavatori, appena vi scesero e videro quei due corpi, corsero a Bibbiena a raccontare il fatto, e il povero tessitore, che non aveva dimenticata la figlia, andò subito nella cava con la speranza di riconoscere in uno dei due cadaveri la sua Amabile. La riconobbe infatti dalle vesti, e con molta solennità fece trasportare la salma nel sagrato della Pieve, dove le dette onorata sepoltura. Le ossa di Desiderio furono poste in altro luogo. Da quel momento in poi Amabile riposò in pace, aspettando il giorno del Giudizio, e Desiderio la cercò invano accanto a sé. Si dice che per anni e anni un corvo stesse sempre, di notte, sul sagrato della Pieve gracchiando. Era il Mago col topo in corpo. Nessun dei due aveva potuto dimenticare il tradimento. Ora saranno crepati di vecchiaia, almeno si spera. E qui la novella è finita.

Frances V.

Da:
Le Novelle della Nonna, Emma Perodi