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martedì 10 gennaio 2017

Kalevala: le Vergini Ilmatar e Marjatta e i Loro Figli Divini

Il Kalevala (ovvero Terra degli Eroi)  è una raccolta di rune finniche che narrano le avventure di tre personaggi favolosi, tre Eroi dalle origini divine.
Questo monumento letterario nazionale, conservatisi solo grazie alla trasmissione orale fu raccolto e trascritto da un medico finlandese, Elias Lonnrot, e pubblicato nel 1835. Nel corso dei secoli, e soprattutto con l'avvento del Cristianesimo (1150), la trasmissione non scritta determinò la contaminazione dell'originario carattere magico e cosmico dei miti, che riflettevano la spiritualità "animistica e sciamanica" delle popolazioni finniche.
Così, gli antichi Eroi, gli antichi Dèi, personificazione dei Miti della Natura, furono costretti ad allontanarsi per sempre, come i Túatha Dé Danann, gli Dèi luminosi d'Irlanda, che lasciarono l'Isola sacra o si confusero con il preesistente popolo magico abitatore dei Tumuli, dopo l'invasione vittoriosa degli Uomini e del loro nuovo Dio.





n principio era Ilmatar/Luonnotar, unico Essere, figlia dell'Aria e discesa sulle onde del Mare. Fecondata dal Vento, vagò a lungo, settecento dei nostri anni, senza poter partorire il figlio che portava in grembo. Il Figlio non può nascere perché il Mondo che deve accoglierlo non è stato creato. E un'anatra si posò sul suo ginocchio e nidificò, ma Ilmatar mosse il ginocchio e le uova rotolarono e caddero, e si ruppero, e dai loro frammenti nacquero il Cielo, la Terra, il Sole, la Luna, le Stelle e le Nuvole. In seguito, Ilmatar creò gli abissi marini, le terre sommerse e le terre emerse, i promontori e le montagne. E, finalmente, partorì Väinämöinen, che nacque già vecchio, e trascorsero altri sette anni, e Väinämöinen era in balìa delle onde.

martedì 13 dicembre 2016

13 Dicembre. Lussi. La Tenebra e la Luce.





La Notte di Lussi, Lussinatta. Il lato oscuro di santa Lucia. O meglio, è santa Lucia l'idilliaca usurpatrice cristiana dell'antica Dèa del solstizio d'inverno.
Lussi, l'aspetto terrifico della Dèa Madre, imperversava nelle gelide regioni nordiche, accompagnata, come le pre-olimpiche Iside o Ecate, dalla caccia selvaggia [Lussiferda], tra i fischi delle bufere e le tempeste di neve. Guai a chi l'avesse incontrata di notte. I dèmoni e gli spiriti e i troll che la scortavano erano partecipi della sua natura maligna. La Lussinatta, a ridosso del solstizio invernale, era una notte di veglia e di terrore. Nelle case si accendevano lumi e candele per tenere lontani gli spiriti delle tenebre al massimo della loro potenza e del loro furore nell'imminenza del rinnovato trionfo della Luce. Il sonno costituiva un pericolo pari a quello delle tenebre né si era al sicuro fra le mura domestiche. Lussi la Terribile si calava dai camini delle case dove i lavori giornalieri non erano stati portati a termine prima del crepuscolo e rapiva i colpevoli.
Di questo aspetto minaccioso restano tracce anche nella soavità della festa cristiana di santa Lucia, della santa Lucia buona. I bambini, in attesa dei doni, le lasciano dolci, biscotti e latte (v. Befana!), ma non devono arrischiarsi ad aspettarla svegli perché potrebbero essere accecati per punizione con la cenere del focolare.

venerdì 29 aprile 2016

La Storia di Lamia. Eppure la Amo

Eppure la amo. Le amo. Appartiene a quelle che chiamo "Regine Spodestate", le antiche Dèe scalzate dalle nuove religioni, deposte, frantumate, demonizzate. "O Venerate dal Tremendo Sguardo", le chiama Sofocle per bocca di Edipo. Il Destino, il mistero stesso della Vita, la Fecondità e la Morte. La lontananza dai mortali - troppo enigmatica e complessa e assoluta la loro essenza - che ne aumenta il mistero e alimenta il timore. Sopravvissero agli Dèi "moderni", gli Olimpici, che le temevano e le ascoltavano. Brandelli di ciò che erano riemersero, sconvolti, sovvertiti, incompresi, nelle nuove storie. Lamia (Λάμια) riassume molti aspetti di questa Inversione, come la definirebbe Propp. E la genesi dell'Inversione, ovvero l'involuzione deformante di ciò che furono, è involontariamente rappresentata nei miti.



H.J. Draper



Nascono bellissime, e Lamia, che fosse raccontata come figlia di Poseidone o del re libico Belo, lo era, tanto da affascinare il "nuovo" Re degli Dèi, Zeus. Era buona e feconda e partorì molti figli e belli all'amante prestigioso. Hera, la sposa ufficiale, sterminatrice dei frammenti dell'Unica, accanita custode della sua forzata sterilità, li uccise tutti, o - si dice anche - le indusse una follia omicida che la costrinse a ucciderli con le sue proprie mani. Hera è la Dèa olimpica che mi è meno simpatica in assoluto. E' lo sgherro, il sicario del nuovo ordine. Là dove la regalità maschile non potrebbe che sbriciolarsi nella meschinità, interviene la pochezza della sua proverbiale gelosia femminile e riporta lo stato delle cose nella "giusta" direzione. Per assurdo, sia nel mondo greco che in quello romano, è associata alla maternità, alla fecondità, e, più comprensibilmente, all'amore coniugale, di cui è spietata guardiana.


H.J. Draper


Tornando a Lamia, Hera non si limita ad ucciderle i figli. La tortura negandole il Sonno. Non è difficilissimo leggere anche questa ulteriore crudeltà di Hera. Mutilata nella sua fecondità, privata del Sonno, ovvero dei Sogni, della Seconda Vista, Lamia viene soccorsa dal prode Zeus, che, come sempre, mitiga le efferatezze della consorte, nel ruolo della Fata più giovane che ammorbidisce la maledizione (profezia) della vecchia Fata al battesimo di Aurora.

sabato 24 maggio 2014

Ecate, la Luna e Biancaneve

La Giricoccola greca, "Rodia", sola e piangente nel cuore della notte, s'imbatte nel terribile corteo di Ecate. La Dèa, un po' per capriccio, un po' per pietà, la prende sotto la sua protezione. Che la Luna e Ecate ricoprano lo stesso ruolo in due fiabe parallele non è sorprendente. Il culto di Ecate si è spesso affiancato e/o confuso con quello di Selene e di Artemide, divinità "lunari".


Maximilian Pirner

In realtà, Ecate ha tutte le caratteristiche delle grandi e temute Dèe pre-olimpiche: lo stesso Zeus non può opporle un rifiuto, e lei, che, sola, ha ascoltato il pianto di Demetra, si batterà perché Persefone possa riemergere dal suo tetro Regno.
Con il tempo, Ecate aveva subito la sorte di tutte le Dèe Madri (o meglio, di tutte le rappresentazioni della Dèa Madre): la divinità che presiedeva ai parti, alla generazione e alla rigenerazine della Terra, che, pur vergine, era madre e portatrice di fecondità, aveva un ovvio rapporto anche con il mondo sotterraneo, in un inesauribile ciclo vitale. Era prevalso questo aspetto. Guardiana feroce dell'Oltretomba, scortata da spettri e cani infernali che ululavano come lupi (e cuccioli di cane venivano sacrificati in suo onore), terrorizzava le notti degli uomini forando il buio con le torce delle sue processioni, tendendo agguati là dove più strade si incrociavano. Scontata la sua elezione a divinità regina e protettrice delle streghe, della magia, degli incantesimi; ispiratrice di filtri, di pozioni (Medea e Circe) e di veleni inesorabili.


Lacombe B. (Blanche-Neige)


Dov'è il nesso con Biancaneve? La Morte e la Rinascita (quella che Propp chiama la "Morte Temporanea", che ogni iniziando doveva affrontare). Biancaneve è una morta.
La Notte e le bestie feroci, spesso lupi, che la terrorizzano nella sua fuga.
La Mela, frutto sacro e attributo di Ecate.
Il Veleno (vedi sopra).
La Fecondità: queste versioni, molto più antiche della Biancaneve grimmesca, si sviluppano, nella seconda parte, parallelamente a La Bella Addormentata nel Bosco. Con il principe, Biancaneve genera immancabilmente due gemelli.
Propp afferma che nelle fiabe si verifica quella che chiama Inversione fiabesca: in seguito al distacco della società degli uomini dal profondo significato dei Riti di Iniziazione, la Maestra e Celebrante diventa la strega del bosco, torturatrice e cannibale. Ma è vero anche il contrario. Forse solo nelle fiabe, e questo è il caso, una Dèa come Ecate è ancòra Tutto: è veleno, ma anche il suo antidoto, è terrore, ma anche salvezza, è il Principio e la Fine, la Fine e il Principio.

giovedì 5 dicembre 2013

Faust, Le Madri! Madri!

Mefistofele
Svelo di malavoglia segreto così alto.
Dèe dominano altere in solitudine.
Non Luogo intorno ad esse e meno ancora Tempo.
Parlarne è arduo.
Sono le Madri!

Faust (rabbrividendo) Madri!

M.   Ti dà i brividi

F.   Le Madri! Madri!... Come suona strano!

M.
E strano è. A voi mortali Dèe
ignote, da noi
non volentieri nominate.
Sulla via delle loro dimore dovrai esplorare gli abissi.
Ne hai colpa tu, se ne abbiamo bisogno.






Dal Faust di Goethe.
Citazione in nota alla leggenda del Khodr e la Djinn.


Il Khodr e la Djinn

uesta è una storia antica e l'eroe si chiama Khodr. La sua patria era la steppa. Un giorno, mentre pascolava il gregge, vide una strana donna che aveva unghie come artigli. Lunghi capelli neri le incorniciavano il volto enigmatico e duro. Lo salutò: "Salve, Khodr. Come stai?"
Lui fu sorpreso e imbarazzato da quello sguardo sfrontato, e, tremante, le chiese: "Chi sei? Non ti conosco."
Gli diede il nome di una fanciulla del suo clan. Ma non era lei. Da quel giorno, si mise a seguirlo ovunque andasse a pascolare, e, una mattina, gli disse di volerlo amare. Khodr rifiutò spaventato. Inutilmente, lei gli promise tesori e castelli. La respinse. Inutilmente.
Lei, imperterrita, continuò a seguirlo, a sorridergli, a offrirgli fresche bevande e cibi succulenti. Se dormiva, lei dormiva; se mangiava, lei mangiava; si sedeva, sedeva anche lei. Si toccava, lo imitava. E diventò la sua ombra.
Khodr ormai aveva un solo pensiero: sfuggire a quella ossessione. Ci pensava notte e giorno.
Infine, trovò la soluzione. Prese un pingue agnello, lo sgozzò, e con il grasso si unse il corpo e i capelli. Lei, che osservava attenta, lo imitò: si unse il corpo e la lunga chioma corvina, senza accorgersi del fuoco che ardeva lì accanto. Le fiamme raggiunsero la sua capigliatura, che si incendiò. Bruciò, bruciò, bruciò.
Rimase soltanto un pugno di cenere.
E la cenere, tenace, seguì ancora Khodr il pastore. Per due lunghi anni,
implacabile, la grigia polvere lo tormentò.
Poi, all'improvviso, svanì.

Baddeley J

La curatrice della raccolta sottolinea, ovviamente, l'arcaico terrore dell'uomo per il mistero femminile, associato al timore sacro della Natura  oscura. E rimanda al culto ancestrale della Dèa Madre.
Ecco le benefiche e temibili dee dallo sguardo misterioso che troviamo nell'Edipo a Colono di Sofocle e che Edipo implora:
"O Venerate dal tremendo sguardo"...

venerdì 14 giugno 2013

Le "Signore" Spodestate

Vivane, Anguane, Salvane, le Beate Donnette, la Monachina dell'Acqua siciliana... ci avviciniamo. Eredi delle ninfe silvestri, eredi delle Ondine, a loro volta, antiche ancelle-figlie di divinità spodestate. Ultime testimonianze di “tempi più gloriosi”, prima della definitiva trasformazione in Fate. Le fate buone e le fate cattive. Non esistono nelle fiabe autentiche le Fate Buone. Questi esseri sospesi tra cielo, terra e le acque dei fiumi e dei laghi non rientrano in alcuna categoria morale umana. Seguono impulsi apparentemente incoerenti e capricciosi, incomprensibili passi di una incomprensibile natura. A volte, agiscono unicamente per il loro piacere. Fortunato il mortale che lo suscita. La Fata del Colombéra potrebbe essere il manifesto di questo snaturamento. Potrebbe essere la Dame sans Merci che incanta Zanut. O l'ondina che ruba il bel cacciatore alla giovane moglie. Capelli d'oro lunghissimi, ravviati con un pettine d'oro, come in un rito, sulle rive di un fiume, su di uno scoglio, sulla soglia di una grotta.Tessono su telai d'oro. L'oro, il simbolo del soprannaturale, dell'Altrove, della Morte come Regno lontano nel Rito di passaggio, “il Reame al di là del Mare”, “l'Ultimo dei Regni”, ecc. Unicorni, leoni, cinghiali, linci le scortano e abitano le loro dimore così come abitavano il Palazzo di Circe, figlia del Sole, o della ninfa Calipso... Le “Padrone degli Animali”, a volte streghe dagli occhi rossi nella izba che ruota sulle zampe di gallina, a volte incantatrici sensuali.


Collier J.

La Fata del Colombéra, distaccata, radiosa e aristocratica, assisa sull'onda di piena, con il suo piccolo Calibano, è ciò che resta di una divinità minore locale, un tempo invocata e temuta, blandita, adesso, con un complimento impulsivo e irriverente. E lei, con la stessa grazia remota e indifferente con cui avrebbe travolto un intero paese, china il capo e concede la sua benevolenza.
La regina Vittoria, dopo anni di volontaria segregazione, in seguito alla morte dell'amatissimo consorte, pressata dal Primo Ministro, si decise, rabbiosa e timorosa, ad affrontare la folla, i sudditi che pretendevano la sua attenzione. Ad un tratto, una voce maschile si levò su tutte “E' ancòra in gamba la vecchia ragazza!”, e lei immortalò quell'irriverente, affettuoso complimento e non si negò più al suo popolo.

 Mab's Copyright

sabato 1 giugno 2013

Yuki Onna, la Signora delle Nevi Giapponese

Yuki On Na  è la Signora delle Nevi giapponese, la Regina della neve, lo Spirito dell'Inverno che con la fiaba di Andersen effettivamente ha qualche punto in comune. Talvolta essa appare con l'aspetto di donna mortale, si sposa e ha dei figli, a volte, invece, appare durante le bufere di neve o semplicemente sulle montagne innevate, attira gli uomini, li fa innamorare di sé e li fa morire congelati. [Aggiungo una curiosità: in D&D Oriental Adventures Yuki On Na è un non morto, un fantasma, oltre che la Signora delle Nevi... Probabilmente perché nell'iconografia giapponese i fantasmi sono spesso belle donne vestite di bianco e la cosa ci stava bene... ]
Ecco una leggenda che riguarda la Dama delle Nevi [...]




In un villaggio della provincia di Musashi vivevano due taglialegna: Mosaku e Minokichi. Mosaku era un vecchio e Minokichi, il suo apprendista, era un ragazzo di diciotto anni. Ogni giorno, i due si recavano in un bosco vicino al villaggio, e sulla strada si trovava un ampio fiume da oltrepassare, per cui erano costretti a farsi traghettare dall'altra parte. Qualche volta si era tentato di costruire un ponte dove si trovava il traghetto, ma ogni volta il ponte era stato portato via dalla corrente. Una notte Mosaku e Minokichi si erano attardati più del solito e stavano tornando a casa, quando furono sorpresi da una tempesta di neve. Raggiunsero il fiume, ma si accorsero che il traghettatore se n’era andato abbandonando la sua barca sulla riva opposta. Non potendo ovviamente attraversare il fiume a nuoto, i due si rifugiarono nella capanna del traghettatore. Nella capanna non c’era alcun posto per accendere un fuoco: era soltanto una baracca con una porta e nessuna finestra. Mosaku e Minokichi rinforzarono la porta e si coricarono, coprendosi alla meglio per non morire congelati. Dapprima non sentirono molto freddo, e pensarono che la tempesta sarebbe presto cessata. Mosaku si addormentò quasi subito, ma Minokichi restò sveglio a lungo, ascoltando il terribile vento e il rumore della neve contro la porta. Il vento prese ad alzarsi, e la capanna cominciò ad ondeggiare. L’aria si faceva di momento in momento più fredda. Ma alla fine, nonostante la paura, anche lui si addormentò. Fu risvegliato dalla neve che gli cadeva sul viso. La porta della capanna era stata forzata e, al chiarore prodotto dalla neve, vide una una donna tutta vestita di bianco all'interno della casupola. Stava china su Mosaku e alitava il suo fiato su di lui, e il suo fiato era come un luminoso fumo bianco. Quasi nello stesso istante, la donna si volse verso Minokichi e si chinò su di lui. Minokichi cercò di scappare ma era terrorizzato. La donna bianca si chinò sempre più giù verso di lui, finché il suo viso lo toccò. Allora egli vide che era molto bella e pensò che i suoi occhi lo spaventavano. Lei continuò a guardarlo senza però fare nulla, poi sorrise e sussurrò: “Volevo fare a te quello che ho fatto all’altro uomo, ma non posso fare a meno di provare compassione per te, perché sei tanto giovane... Sei un bel ragazzo, e non voglio farti del male. Ma se mai racconterai a qualcuno, sia pure alla tua stessa madre, quello che hai visto questa notte, io lo verrò a sapere, e allora ti ucciderò... Ricordati quel che ti dico!
Con queste parole, gli volse le spalle e oltrepassò la porta. Minokichi si accorse allora che era in grado di muoversi, saltò in piedi e guardò fuori. Ma la donna non si vedeva da nessuna parte, e la neve si introduceva con furia nella capanna. Minokichi chiuse la porta e la sprangò assicurando parecchi ciocchi di legno contro di essa. Si meravigliò che il vento avesse soffiato tanto da aprirla e pensò, senza tuttavia riuscire ad averne la certezza, che aveva soltanto sognato e che probabilmente aveva scambiato il barlume della neve sulla porta per una donna bianca. Chiamò Mosaku e si spaventò perché il vecchio non rispondeva: allungò la sua mano nell’oscurità, sfiorò il viso di Mosaku e si accorse che era fatto di ghiaccio! Mosaku era irrigidito e morto...Al cessare della tempesta, quando il traghettatore tornò alla sua capanna poco dopo il sorgere del sole, trovò Minokichi che giaceva privo di sensi accanto al corpo congelato di Mosaku. Minokichi fu subito soccorso e presto ritornò in sé, ma rimase malato a lungo per gli effetti del freddo di quella terribile notte. Aveva anche subìto un grande spavento per la morte del vecchio, ma non disse nulla della visione della donna in bianco. Non appena stette di nuovo bene, riprese la sua occupazione, recandosi ogni mattina da solo nel bosco e facendo ritorno al calar della sera con le sue fascine di legna che la madre lo aiutava a vendere.
Una sera, l’inverno dell’anno seguente, mentre si trovava sulla via di casa, oltrepassò una ragazza che stava facendo la sua stessa strada. Era una ragazza alta, snella e di bella presenza, che rispose al saluto di Minokichi con una voce piacevole a udirsi come il canto di un usignolo. Minokichi allora si mise a camminare accanto a lei e cominciò a parlare. La ragazza disse che si chiamava O-Yuki, che era da poco rimasta orfana di entrambi i genitori e che si stava recando a Yedo dove aveva alcuni parenti di umile condizione che avrebbero potuto aiutarla a trovare un lavoro come cameriera. Ben presto Minokichi restò affascinato da quella strana ragazza e, quanto più la guardava, tanto più gli appariva bella. Le chiese se era già fidanzata e lei gli rispose ridendo che era libera, domandandogli a sua volta se lui era sposato o promesso sposo. Lui le rispose che, pur avendo da mantenere soltanto una madre vedova, la questione di una “onorevole nuora” non era stata ancora presa in considerazione, dal momento che era troppo giovane... Dopo queste confidenze, camminarono per un bel po’ senza parlare, ma, come dice il proverbio, “Ki ga aréba, mé mo kuchi hodo ni mono wo iu”: “Quando c’è il desiderio, gli occhi sanno dire più della bocca”.
Quando raggiunsero il villaggio si piacevano già molto, e allora Minokichi chiese a O-Yuki di restare per un po’ a casa sua. Dopo qualche timida esitazione, lei accettò di andare a casa di Minokichi, dove la madre le diede il benvenuto e le preparò un pasto caldo. O-Yuki si comportò in modo così amabile che la madre di Minokichi provò subito simpatia per lei e la convinse a rimandare il suo viaggio a Yedo. La conclusione naturale della faccenda fu che Yuki non andò mai a Yedo e rimase in quella casa come “onorevole nuora”.
O-Yuki si dimostrò un’ottima nuora. Quando la madre di Minokichi, circa cinque anni dopo, morì, le sue ultime parole furono parole di affetto e di lode per la moglie di suo figlio. O-Yuki diede a Minokichi dieci figli, maschi e femmine, bellissimi e di carnagione molto chiara. La gente del posto trovava che O-Yuki era splendida e di natura differente dalla loro: la maggior parte delle contadine invecchiano presto, ma O-Yuki, anche dopo essere diventata madre di dieci figli, appariva giovane e fresca come il giorno in cui era arrivata per la prima volta al villaggio.
Una sera, dopo che i bambini si erano addormentati, O-Yuki era seduta al lume di una lanterna di carta, e Minokichi, osservandola, disse: “Vederti seduta lì, con la luce sul tuo viso, mi fa pensare a una strana cosa che mi capitò quando ero un ragazzo di diciotto anni. Vidi una persona bella e bianca come sei tu ora, anzi... era proprio uguale a te”.
O-Yuki, senza sollevare gli occhi dal suo lavoro, rispose: “Parlami di lei... Dov’è che la vedesti?
Allora Minokichi le narrò della terribile notte nella capanna del traghettatore e della Donna Bianca che si era chinata su di lui, sorridendo e sussurrando, e della morte silenziosa del vecchio Mosaku. E aggiunse: “Sia che stessi dormendo o che fossi sveglio, quella fu l’unica volta in cui vidi una creatura bella come te. Naturalmente non era un essere umano, ed ebbi paura di lei, molta paura, ma era così bianca che... Veramente, non ho mai avuto la certezza se quello che ho visto era un sogno... o la Signora della Neve”.
O-Yuki fece cadere la sua sedia e balzò in piedi, curvandosi verso il punto dove stava seduto Minokichi e gridandogli in faccia: “Quella ero io... io... io! Quella era Yuki! E ti dissi che ti avrei ucciso se avessi mai fatto una sola parola dell’accaduto!... Ma in nome di quei bambini che là stanno dormendo, non ti ucciderò in questo momento! D’ora in avanti dovrai avere tantissima cura di loro, perché se mai avranno motivo di lamentarsi di te, allora ti riserverò il trattamento che meriti!...
Dopo che ebbe urlato ciò, la sua voce divenne sottile, come il pianto del vento, quindi si dissolse in una brillante nebbia bianca che si sollevò verso le travi del tetto e spirò via tremolante attraverso il camino. Mosaku non la rivide mai più.

da "La Torre di Vetro".

Qui si conclude il post della Torre.
Ho aggiunto l'illustrazione di Yaroslav Gerzhedovich.

Yuki Onna, letteralmente "Donna della Neve", appartiene alla categoria (amplissima) degli Yokai, démoni, spettri, spiriti giapponesi (a questa categoria appartengono anche i Kappa)
La sua assegnazione al Regno degli Spettri è spiegata da leggende che raccontano come sia lo spirito di una fanciulla morta assiderata durante una tempesta di neve.
Tende veri e proprii tranelli ai viandanti, oppure seduce gli uomini fino alla morte, oppure succhia la linfa vitale alle sue vittime, oppure irrompe nei rifugi montani. Bellezza, sensualità demoniaca, "occhi selvaggi" che abbiamo visto anche nelle seduttrici soprannaturali italiane. Veste di bianco (con il nero, il colore della Morte), la sua carnagione è candida, i capelli lunghissimi e neri (ma in qualche rappresentazione sono bianchissimi), non ha piedi, essendo uno spirito, e così vengono spesso rappresentati gli spettri giapponesi.
Nessuno la incontrerà due volte nel corso della vita, a meno che Yuki Onna non si invaghisca di lui e si incarni come donna mortale, interpretando perfettamente il ruolo della Sposa Soprannaturale. E ne riparlerò.

Eccola, nella visione di Akira Kurosawa.


lunedì 13 maggio 2013

Ifi: dal "Trans"-Mito alla "Trans"-Fiaba - (Ovidio)

Non mi infilerò in qualche ginepraio da cui non saprò o non vorrò uscire.
Antropologia, storia, mitologia, segnatamente quella greca e quella dei Goideli, fiabe - quelle della tradizione popolare, non "di autore" - sono un amore razionale, anzi, razionalizzato. Amo quel filo che serpeggia, si trasforma, si nasconde, riemerge e si fa scoprire da chi ne ha voglia. Purtroppo, Internet, se, da un lato, amplia conoscenze e libertà, dall'altro rischia di far carne macinata di personalissime conquiste... La condivisione  è / sarebbe una gran bella cosa, se giustamente tutelata. Tutto ciò per giustificare il mio volare basso, con le alucce ben strette sotto le ascelle.

L'esempio che riporto oggi non  è  certamente l'origine di questo tipo fiabesco - che annovera fra le varianti più famose l'insospettabile "Fantaghirò"! - anzi , siamo già in una fase disgregata del Mito. La fiaba - insegna Propp - non corrisponde necessariamente al gradino successivo della leggenda, che, a sua volta, rappresenterebbe la "volgarizzazione" del Mito.  A volte la fiaba è addirittura più antica del mito.




Ovidio: "Le Metamorfosi"  (Libro IX)

"Nella terra di Festo, vicina al regno di Cnosso, era nato tempo prima un certo Ligdo, dal casato sconosciuto, di condizione plebea, ma libero. Non era più ricco di quanto fosse noto, ma aveva fama di onestà e lealtà. Quando sua moglie fu vicina al parto, le comunicò queste intenzioni: ' Io ho due desideri: primo, che tu ti sgravi soffrendo il meno possibile; secondo, che tu partorisca un maschio. Se si verificasse l'altra possibilità, sarebbe per noi cosa molto gravosa, perché la fortuna non ci assiste. Dunque, nel caso deprecabile che tu dia alla luce una femmina, bisognerà sopprimerla. E' un ordine che do contro voglia e contro il mio istinto paterno'.
      A quelle parole avevano tutti e due il volto bagnato di lacrime, sia lui che dava tali ordini, sia lei che li riceveva. Tuttavia Teletusa non rinunciò ad assediare il marito con preghiere, purtroppo vane, perché non limitasse così le speranze della sua attesa. Ligdo non si mosse dalla sua decisione. E ormai ella faticava a portare il peso del ventre, giunto alla maturità, quando, nel bel mezzo di una notte, le sembrò che in sogno apparisse, o  forse apparve veramente, la figlia di Inaco, accompagnata dal sèguito dei suoi fedeli. Aveva sulla fronte le corna della luna insieme a spighe bionde e splendenti come oro, e il diadema, distintivo della dignità regale. Erano con lei il latrante Anubi, la santa Bubasti, Api, dalla pelle variegata e colui che reprime la voce  e invita col dito al silenzio; non mancavano i sistri  e c'era anche Osiride, che mai non si finisce di cercare, e il serpente gonfio di soporiferi veleni,  sconosciuto alla nostra terra.
      E a un tratto la dèa si rivolse alla donna, che aveva l'impressione di essere sveglia e di trovarsi al cospetto di una visione reale: 'O Teletusa, mia fedele, non affannarti più e ignora l'ordine di tuo marito.
Quando Lucina ti avrà fatto sgravare, solleva senza esitazione tra le braccia il pargolo e riconoscilo come tuo, di qualunque sesso sia. Io sono una dea che ama soccorrere e portare aiuto quando mi si prega. Non avrai da lagnarti di aver onorato una divinità ingrata! '
       Dopo aver comunicato  questo a Teletusa, la dèa si allontanò dalla camera. La donna di Creta si alzò felice dal letto e, levando verso le stelle in atto supplice le pure mani, pregò che quello che le era stato promesso dalla visione si avverasse. I dolori aumentarono e il feto venne espulso dal ventre materno per la naturale pressione.
       Era una bambina. La donna ordinò che la si allevasse senza dirlo al padre, cui invece annunziò, mentendo, la nascita di un maschio. La cosa fu creduta e solo la nutrice era al corrente della finzione. Il padre ringraziò gli dèi e pose alla creatura un nome di famiglia: Ifi. Così si era chiamato il nonno. La madre gioì di quel nome perché si adattava sia a una femmina che a un maschio e con quello non ingannava nessuno.
       La menzogna andava avanti coperta dal pietoso imbroglio: la bimba era abbigliata come un maschietto, aveva un aspetto bello, sia che lo si attribuisse a un fanciullo che a una fanciulla. Avevi tredici anni, Ifi, quando tuo padre ti promise alla bionda Iante, fanciulla famosa tra quelle di Festo per la sua avvenenza, figlia di Teleste del Ditte.
I due erano pari per età e bellezza e avevano appreso i primi rudimenti di un'elementare cultura dagli stessi maestri. Ne derivò un reciproco amore che toccò quei cuori fino allora ignari e inflisse loro un'uguale ferita: ma i due affrontarono il sentimento con diversa baldanza. Iante aspettava ansiosa il tempo stabilito per le nozze e riteneva che quello che credeva un uomo, da uomo si sarebbe comportato. Ifi, invece, amava una che non aveva alcuna speranza di possedere e proprio questo ostacolo fomentava la fiamma che faceva bruciare lei, vergine, per un'altra vergine.
Sforzandosi di non piangere si diceva:"Dove andrò a finire io che sono preda di una sconosciuta, strana e mostruosa passione? Se gli dèi volevano risparmiarmi, ebbene dovevano farlo! In caso contrario, volendo distruggermi, avrebbero dovuto infliggermi un male naturale e consueto! Una vacca non prova attrazione per un'altra vacca, né una cavalla per una sua simile; per amore di un ariete si infiammano le pecore e il cervo attrae le femmine della sua razza. Anche gli accoppiamenti degli uccelli sono governati dalla stessa legge: fra tutti gli animali, nesuna femmina è presa dal desiderio di un'altra! Vorrei non esistere! Riconosciamo che Creta ha la prerogativa di produrre ogni sorta di mostri: basti dire  che la figlia del Sole amò un toro, ma era sempre amore di femmina verso un maschio. Il mio amore, a voler essere sinceri, è più delirante di quello! Eppure Pasifae non rinunciò alla sua brama: ella assunse con l'inganno la forma di una vacca per congiungersi al toro, e quello era un amante che poteva benissimo essere ingannato! Nel mio caso invece, ammettiamo che ritorni in volo Dedalo con le sue ali di cera, che potrebbe mai fare? Potrebbe, con le sue arti raffinate, rendermi ragazzo da fanciulla che sono? O potrebbe cambiare la mia natura, o Iante? Perché non attingi coraggio da te stessa e ti riprendi dallo smarrimento, Ifi, liberandoti di questa stolta passione che non ha via d'uscita? Renditi conto della tua natura , a meno che tu non voglia ingannare anche te stessa: proponiti mete lecite e ama quello che una donna deve amare! E' la speranza che può catturare l'amore, è la speranza che lo nutre; ma a te la realtà la sottrae. Non è certo chi fa la guardia alla fanciulla amata a impedirti di abbracciarla, non è la sospettosa cautela di un marito, né la durezza di un padre e nemmeno un rifiuto che lei ti opponga. E tuttavia non puoi possederla! Cascasse il mondo, non puoi essere felice, anche se ci  si mettesse l'umanità intera insieme a tutti gli dèi! Anche adesso nessuno si oppone ai miei desideri. Gli dèi hanno fatto quello che hanno potuto; mio padre, Iante, il mio futuro suocero, hanno  le mie stesse aspirazioni. Ma le frustra la natura, che è più forte di tutti costoro. Lei sola mi è nemica. Ormai si appressa il giorno desiderato, quello delle nozze, e Iante sta per essere mia... ma non lo sarà mai. Avrò a disposizione tant'acqua, ma non potrò bere. Perché venite a questa cerimonia, o Giunone, protettrice delle nozze, e tu, o Imeneo,  quando manca lo sposo e ci sono invece due spose?"
Dopo questo sfogo, tacque. L'altra fanciulla era in preda a una passione non minore e auspicava che Imeneo venisse al più presto. Lei lo desiderava, ma Teletusa lo temeva: perciò cercava di temporeggiare, ora fingendosi malata, ora portando a pretesto presagi e sogni. Ma ormai non aveva più scuse da inventare e il tempo delle nozze, a lungo ritardate, era ormai prossimo: mancava solo un giorno. Teletusa allora tolse dai suoi capelli e da quelli della figlia la benda che li tratteneva e con la chioma sciolta, abbracciando l'altare, levò questa supplica: 'O Iside, che proteggi Paretonio, la palude Mareotica, Faro e il Nilo che si scinde in sette foci, aiutami, ti prego, e trova un rimedio al mio timore! Sei proprio tu, o dèa, quella che un tempo vidi, riconoscendo i distintivi del tuo potere, i suoni, le faci e i sistri del corteo che ti seguiva! I tuoi comandi mi sono rimasti impressi nella mente. Se mia figlia è viva, se io non sono per questo punita, tutto ciò è frutto dei tuoi consigli e dono tuo. Abbi pietà di tutte e due e aiutaci!'
La sua preghiera terminò in pianto. Le sembrò allora che la dèa facesse vibrare il suo altare (e lo scosse di fatto): le porte del tempio tremarono splendettero le corna simili a quelle della luna e il sistro risonante fece sentire la sua voce. Non del tutto rassicurata, ma lieta del presagio favorevole, la madre uscì dal tempio accompagnata da Ifi.
Quest'ultima camminava con passo più lungo del solito, il volto le si era fatto più abbronzato, appariva più robusta, lo sguardo era più fiero, i capelli più corti e scompigliati: era più vigorosa di quanto fu mai una femmina. Infatti non eri più una femmina, o Ifi, ma un ragazzo! Onorate i templi con doni e abbiate il coraggio della vostra fede! Essi lo fecero e incisero anche su una lapide un'iscrizione che consisteva in questo breve verso: 'Ifi, ormai uomo, scioglie quei voti che aveva fatto quando era fanciulla.'
Il sole del giorno seguente era sorto a ridare la luce all'universo intero, quando Venere, Giunone e con loro Imeneo si presentarono per partecipare alla festa e Ifi divenne il marito della sua Iante."


Traduzione di Giovanna Faranda Villa.


Qualche chiarimento per chi non amasse la mitologia...:

I Romani, famosi per il loro rispetto nei confronti delle divinità e dei culti dei popoli a loro sottomessi, se ne appropriavano con estrema disinvoltura, e, con qualche ritocco, li adattavano alle proprie credenze.

La figlia di Inaco, la dèa che visita Teletusa, è, in realtà, Iside, la grande Dèa egizia sorella e moglie di Osiride. Seth  aveva ucciso Osiride gettandolo  in mare chiuso in un'arca. Iside, dopo averlo a lungo cercato, aveva recuperato il cadavere. Ma Seth lo smembrò in quattordici pezzi che sparse per tutto l'Egitto. Iside li cercò, li riunì e seppellì il Dio. Qui Iside è identificata con Io, la Dèa-giovenca, figlia del fiume Inaco, amata da Giove. Intorno a lei, gli Dèi del pantheon egizio.

Pasifae era la moglie di Minosse, re di Creta, e dalla sua insana passione  per il toro sacro nacque il mostruoso Minotauro. Per ingannare il toro, si era rivolta al Leonardo da Vinci dell'epoca, Dedalo, che  fabbricò  una vacca meccanica in cui la regina di Creta si nascose per congiungersi all'amato.

Non bisogna lasciarsi ingannare dal repertorio di banalità, metafore zoomorfe comprese, sciorinato nella prima parte del monologo di Ifi... Ovidio mostra bene, nella seconda parte, di essersi posto il problema del "diverso da noi", della sua incolpevolezza, della sua disperazione, dell'innocente costretto a vivere nella menzogna, dell'impotenza che supera i mèri confini sessuali e diventa il marchio di una vita. Certe premesse erano diventate doverose già alla sua epoca. La penetrante sensibilità della sua intelligenza  ne riscatta  l'opportunistica rozzezza.  E non sarà l'unica volta. Tanto più apprezzabile in uno scrittore per cui l'aggettivo "maschilista" è una carezzina!

Spesso intrecciata con il famoso racconto biblico  di Giuseppe, almeno per quanto riguarda  l'Occidente, questa storia si ripete, si rinnova, si perpetua in numerosi "tipi" fiabeschi. Anche in Medio ed Estremo Oriente.

L'invenzione narrativa dei gemelli, eterno feticcio del "doppio", risolve drammaturgicamente molte di queste varianti fiabesche. La fanciulla travestita da uomo supera le "prove" e conquista la bella principessa; il fratello gemello le si sostituisce a tempo debito. Il miracolo della trasformazione di Ifi si ripete solo nelle fiabe orientali e balcaniche. Io, almeno, ho trovato esempi simili solo in quell'area geografica .


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Il Ritorno di una Signora : la Venere di Morgantina

Palermo, 17 mar. - (Adnkronos) - Torna a casa la Venere di Morgantina, la statuta trafugata oltre trent'anni fa e riconsegnata dal Getty Museum. La Venere, che misura due metri e venti di altezza, è giunta a Roma divisa in sette casse che sono state prese in consegna dagli uomini del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, coordinati dal capitano Massimiliano Quaglierella, comandante della sezione archeologia del reparto operativo. Dopo le operazioni di dogana, domani saranno tolti i sigilli e inizierà il viaggio verso la Sicilia che si concluderà sabato con l'arrivo ad Aidone.



Accompagnata dal direttore del locale museo, Enrico Caruso, l'opera, appena giunta in Sicilia, sarà rimontata, la prossima settimana, nel nuovo padiglione allestito nell'apposito spazio espositivo di Aidone, dai tecnici americani del Paul Getty e del centro di restauro regionale. L'inaugurazione è prevista per la fine di aprile.

"Oggi è una giornata storica. Il caso ha voluto che mentre si celebra l'Unità d'Italia la Sicilia può aggiungere anche la gioia per il ritorno della Venere di Morgantina" ha detto il presidente della Regione Siciliana Raffaele Lombardo, che, in questa occasione, ha anche voluto ringraziare il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che "ha seguito la vicenda con impegno e passione e ci ha promesso che appena potrà verrà ad ammirarla".

Lombardo ha assicurato l'impegno del Governo regionale. "Tutta l'area di Morgantina, con il rientro della Venere e con la riapertura della Villa del Casale di Piazza Armerina, costituirà un polo di grande attrattiva e qualità per l'offerta culturale e turistica. C'è molto da fare - ha proseguito Lombardo - soprattutto sul piano delle infrastrutture, con interventi che devono essere avviati al più presto".

Il presidente della Regione ha infine ricordato "la continuità d'azione messa in campo dall'allora ministro Rutelli e da tutti i governi nazionali che si sono succeduti. Un percorso che ha visto la Regione recitare una parte da protagonista. Mi piace ricordare, ad esempio, la manifestazione in piazza ad Aidone, organizzata dall'allora assessore per i Beni Culturali Lino Leanza, per chiedere a gran voce il ritorno della Venere in Sicilia".

Il direttore del museo archeologico di Aidone Enrico Caruso spiega: "Il montaggio della Venere comincerà lunedì prossimo". "Sabato la Venere - continua - sarà a Aidone, da lunedì partiranno le operazioni di montaggio. Contiamo di posizionare la statua nella sua sede definitiva in un paio di giorni, al massimo entro giovedi'".

Tutto pronto, dunque, al museo di Aidone, come conferma lo stesso Caruso: "Ci sono alcuni dettagli da definire - spiega - ma ci siamo preparati al meglio. Ai visitatori proporremo un abbinamento suggestivo. Nella sala che ospiterà la Venere ci sarà anche un'altra statua, quella di una musa, datata terzo secolo. Proprio dal confronto con il materiale con cui è stata realizzata questa opera, gli studiosi sono riusciti a stabilire che la Venere e la musa provenivano dalla stessa zona della Sicilia".

Caruso ha sottolineato anche "la grande disponibilità dei responsabili del Getty. A giugno torneremo a Los Angeles perché, nell'ambito degli scambi previsti dalla convenzione per la restituzione delle opere trafugate, porteremo negli Stati Uniti una collezione di oggetti provenienti da Morgantina che saranno collocati al posto della Venere nella sala degli Dei del museo californiano".


http://www.adnkronos.com/


Venere di Morgantina



Con la solita colonna vertebrale di gelatina, dobbiamo anche inchinarci , ringraziando untuosamente per la restituzione del maltolto , proprio da parte di uno dei Musei più "tombaroli" del mondo. Se il Getty Museum dovesse restituire tutto ciò che si è procurato in maniera assolutamente piratesca, credo che gli resterebbero giusto un paio delle collanine di vetro colorato con cui gli antenati consumati dalla sifilide delle "Figlie della Rivoluzione", hanno raggirato i nativi americani, prima di sterminarli in nome della libertà ( d'impresa)...
E non solo ringraziamo "per la grande disponibilità", ma paghiamo anche il riscatto : una collezione di oggettini vari per compensare la perdita...Sarà pratico, ma è surreale. Non che nei notabili che si precipitano a ricevere, scortare ed ospitare la Signora si intravedano sentimenti più nobili.  Stanno facendo sulle dita delle mani e dei piedi i conti dei possibili introiti derivanti dall'incremento del giro turistico.
Intanto, la Signora, (che forse, non è Venere, ma Persefone o Demetra, e il fatto che le grandi Dèe abbiano subito una triplicazione, che è , in realtà, una diminuzione, non rende la questione trascurabile...), felice di aver lasciato la Terra dei Barbari,  scopre che l'antica stirpe di giganti  che Lei aveva conosciuto si è trasformata in un popolino di nanetti avidi.


Mab

La Vivena del Crep Sella, Trentino-Alto Adige

ra sera sul Crep Sella e la Vivena se ne stava davanti alle finestre del "maso"ad aspettare. Da nove lune, sua figlia, la giovane Vivena, si era lasciata prendere dall'Uomo, lo aveva sposato e viveva con lui in una casa. Allo scadere di ogni luna, la Vivena scendeva dalle Guglie ed aspettava l'alba, che il sonno della figlia finisse, per vedere, non vista, se il corpo della figlia era ancora salvo dall'ombra. La vecchia ricordava i tempi felici in cui sua figlia giocava a mutarsi in uccello, o diventava cerva e si arrampicava tra le rocce, o si faceva pesce e nuotava nelle acque tiepide del ruscello. Allora era ancora una vera Vivena. La realtà, per lei ambigua e ributtante, la riportava a quei ricordi nostalgici. Forse ancora pochi mesi e la giovane Vivena sarebbe stata perduta per il mondo dei boschi.
Mesi e Mondi! La Vivena si arrabbiò con se stessa. Cominciava a pensare come gli Uomini? Chi le dava il diritto di valutare un Tempo in confronto ad un altro?
Ma che cosa avrebbe dovuto fare? Imprigionare l'uccello, afferrare il pesce guizzante nel ruscello, catturare la giovane cerva, negare a sua figlia il dono di trasformarsi e tagliarle i lunghi capelli? Ormai la Vivena era caduta preda degli Uomini, presa al laccio dal suo cacciatore.
Un solo pensiero, ormai, occupava la mente della vecchia Vivena: aspettare il sorgere del Sole. Con il Sole, tutti gli Esseri devono gettare ombra affinché l'Unica che non la getta se ne possa magnificamente distinguere!


Da:
"Fiabe del Trentino-Alto Adige ", Newton Compton


Froud B.

Puzza un po' troppo di "letteratura" per i miei gusti, anche se ho corretto qua e là un'orrida grammatica, ma è bella...
Donne, ricordate sempre che una volta eravamo le Signore dei Mondi, di questo e di quell'Altro.
Siamo tutte Regine, anzi Donne-Re spodestate.
Ma nessuno può toglierci la Regalità... quella possono solo mimarla!

Mab




domenica 12 maggio 2013

"Lamento per la Città d'Ys"


"Gwerz Kêr Is"


                                               “Quali nuove dalla città d’Ys?
Poiché la gioventù è tanto folle,
poiché io sento il suono delle cornamuse,
delle bombarde e delle arpe.
Nulla di nuovo accade ad Ys,
soltanto baldoria tutti i giorni,
null’altro ad Ys che le vecchie cose,
e gozzoviglie tutte le notti
I portoni delle chiese
sono ormai sbarrati dai rovi
E contro i poveri che piangono
vengono aizzati i cani.
Ahés, la figlia di Re Gradlon.
col fuoco d’inferno nel suo cuore
Lei, che primeggia nel vizio,
conduce la città alla perdizione
Il santo Gwenolé, con la pena nel cuore
molte volte ha visitato suo padre
con compassione l’uomo di Dio
ha messo in guardia il Re:
“Gradlon, Gradlon, prestate attenzione
alla vita dissoluta che conduce Ahès
poiché saremo alla fine dei tempi
quando Dio scatenerà la Sua collera”
Ed il buon Re, contrariato
la figlia ha ammonito,
ma reso debole dalla vecchiaia
non ha più la forza di opporsi a lei
Stanca dei rimproveri del padre
e per sottrarsi al suo sguardo,
con l’aiuto degli spiriti maligni ella ha eretto
uno splendido palazzo presso le chiuse
Là, con i suoi amanti,
trascorre le sere di peccato,
Là, fra l’oro e le perle,
come il sole Ahès risplende”








La Leggenda della Città d'Ys - La Versione Cristianizzata




e Gradlon aveva un'unica, bellissima figlia, Dahut, frutto dell'amore per una donna "pagana", antecedente alla sua conversione al Cristianesimo.
Per quest'amatissima figlia Gradlon edificò una meravigliosa città nella baia di Douarnenez, poiché Dahut non poteva vivere lontano dal mare.
La città si chiamava Ys ed era splendida: la più bella città del mondo! Ma sorgeva su di una terra assediata dalle acque, sotto il livello del mare e Gradlon la protesse con possenti dighe sigillate da porte di bronzo. Alcune versioni raccontano che l'unica chiave fosse custodita dal Re in persona, altre, dalla stessa Dahut.
La principessa era una potentissima Maga, e, grazie a lei, la Città d'Ys divenne la città più splendente e ricca della Terra. Ma Dahut non aveva mai abbandonato la sua antica religione e condusse alla perdizione gli abitanti della città, che divennero aridi, egoisti e crudeli come lei.
I poveri vennero banditi, e i pochi che osarono restare venivano sbeffeggiati e maltrattati. Le chiese cristiane erano deserte, tanto che roveti crescevano davanti alle loro porte.
Solo oggetti d'oro e d'argento erano ritenuti degni di arredare le case dell'isola e anche il cibo veniva servito esclusivamente in vasellame d'oro. Feste e banchetti ed orge si susseguivano giorno e notte; ricorrendo ai suoi Poteri, Dahut stupiva i sudditi con spettacoli meravigliosi di cui non si era mai visto l'eguale. Gradlon era ormai vecchio e la sua autorità era indebolita dalla popolarità della figlia. Più volte la ammonì, cercando di farle abbandonare la sua vita gaudente ed egoista, ma inutilmente. Il vescovo Winwaloe visitava spesso il Re rimproverandolo per la sua debolezza nei confronti di Dahut, ed avvertendolo che l'ira divina si sarebbe abbattuta su quella città dedita al vizio ed al peccato.
Intanto, feste ed orge continuavano, ma Dahut, annoiata dai rimproveri del padre, sotto l'influenza del vescovo, si ritirò in una torre che dava sulle chiuse. Lì portava ogni sera un amante diverso e gli donava una maschera magica. Se la maschera, in principio, accendeva la passione del giovane prescelto, la mattina dopo si animava e lo stringeva fino a strangolarlo! Altre versioni raccontano che la principessa si limitava ad ordinare ai suoi servi di precipitare il giovane in mare dall'alto della torre [Strano che - nelle credenze popolari - questa identica abitudine accompagni altre donne, come Caterina Sforza o Lucrezia Borgia!] .
Un giorno, giunse dal mare un bellissimo sconosciuto vestito di rosso. Alcune versioni dicono che, nel corso di un ballo indiavolato, egli strappò la chiave dal collo di Dahut, altre leggende raccontano che lo straniero convinse la principessa a rubarla al padre mentre dormiva. Comunque, appena l'ebbe in mano, egli si rivelò per ciò che era, il Demonio, e spalancò le chiuse, sommergendo la città e i suoi abitanti.
Gradlon si salvò e galoppò verso la riva sul suo cavallo, mentre l'enorme onda lo inseguiva. Ma si fermò a raccogliere la figlia Dahut che lo implorava di salvarla. Il cavallo, però, non riusciva più a correre davanti alla piena che aveva già sommerso la città. Allora, il vescovo ordinò al Re di lasciar cadere la figlia, fonte di tutti i peccati della città, ma Gradlon non ebbe il cuore di farlo, così Winwaloe toccò con il pastorale la principessa, che cadde da cavallo e sparì in mare.

Altre versioni dicono che il Re si convinse a spingere la figlia in acqua, altre affermano la stessa cosa, ma solo dopo che Dio gli parlò, ordinandogli di abbandonare Dahut al suo destino.
Così la Città d'Ys sparì, ma ancora si ode, a volte, il debole suono delle campane della cattedrale sommersa, e la leggenda dice che, quando in quella cattedrale sarà possibile celebrare una messa solenne, la città d'Ys riemergerà in tutto il suo splendore.
Dahut diviene una Sirena o, comunque, uno Spirito maligno e inquieto che attrae e uccide i marinai. Anche per lei varrebbe come riscatto la messa solenne celebrata nella cattedrale della città sommersa.
Gradlon fu incoronato Re di Kemper (Quimper) nel 338 e si dice che la statua fra le guglie della cattedrale ritragga  lui.
Si narra anche che Lutetia cambiò il proprio nome in Par-Is, cioè "uguale ad Ys", per competere con lo splendore della mitica città perduta. Ma tutti sono concordi nel ritenere che, se, un giorno, la Città d'Ys dovesse ritornare visibile agli occhi degli uomini nessuna città, in nessun luogo della Terra reggerebbe il confronto. Neanche Parigi.






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La Leggenda della Città d'Ys - (la versione Pagana)



Premessa

Non è facile raccontare questa leggenda, così come accade per la maggior parte delle leggende di origine celtica divenute estremamente popolari. "Scrostarle" da secolari stratificazioni agiografiche è un'impresa immane. Un paio di informazioni per chi sia completamente digiuno della materia: è una leggenda bretone e la Bretagna ( Nord della Francia ), pur differenziandosene nella lingua  (il P-Celtic), appartiene a quel mondo celtico che ha pagato un alto tributo ai redattori cristiani, i quali, pur salvando, trascrivendole, le antiche saghe tramandate oralmente, le hanno completamene stravolte. Occorre "scavare". Cercherò di riportare qui la versione più antica di questa storia, dandovi conto, alla fine, delle leggende più "in voga".
Occorre ricordare che esiste un intero filone celtico che si occupa di città sommerse e/o di miti eziologici ad esse collegate :il filone detto delle Inondazioni.
A questo filone hanno attinto particolarmente coloro che amano il mito di Atlantide .
E quei redattori cristiani che volevano rinnovare il mito del Diluvio o di Sodoma e Gomorra, ovvero intere civiltà sterminate dal Peccato.


Draper H.J.


n tempi remoti, viveva in Cornovaglia un uomo, Gradlon. Possedeva enormi ricchezze ed era un Guerriero valoroso, imbattibile sul mare. Un giorno, incontrò una donna bellissima che gli mòsse incontro e lo invitò a prenderla in moglie. Si chiamava Malgven, e non era, in realtà, una donna mortale, ma apparteneva ai Tuatha dé Danann, i Luminosi, gli antichi Dèi celti... Disse che veniva dal lontano Nord e che era già sposata ad un uomo vecchio. Incitato dalla bellissima Dèa, Gradlon si recò con lei a Nord, uccise l'anziano marito trapassandolo con la sua spada, e divenne Re. Si narra che vagò con l'amatissima sposa sul mare per un intero anno. Lei gli donò Morvarc'h, un cavallo che poteva galoppare sulla superficie del mare. E, nove mesi dopo il loro incontro, gli diede il dono più grande: la figlia Dahut (o Ahés), che aveva ereditato da lei la soprannaturale bellezza. Trascorse altro tempo. Malgven, un giorno, domandò a Gradlon cosa provasse per Dahut, e lui rispose che l'adorava esattamente come adorava lei.
Malgven fu soddisfatta dalla risposta: adesso poteva tornare dal suo Popolo, poiché il viso dell'amatissima figlia, identico al suo, avrebbe compensato Gradlon della sua perdita. Prima di sparire per sempre, gli disse di attraccare ad una certa isola che avrebbe incontrato sulla sua ròtta.
Gradlon obbedì. L'isola, splendida, era, però, sotto il livello del mare, nella baia di Douarnenez. Egli ordinò che venisse costruito un complicato sistema di dighe che nessuna mareggiata avrebbe potuto abbattere. Porte di bronzo sigillavano la diga, ed esisteva una sola chiave che poteva aprire quelle porte: una chiave d'oro che Gradlon portava appesa al collo e da cui non si separava mai. Di tanto in tanto, apriva le chiuse per rinnovare il flusso delle acque.
Su quell'isola Gradlon costruì la Città d'Is (o Ys) e nessuna città, in nessun angolo del mondo poteva starle a confronto. Grandi ricchezze vi affluivano continuamente, la povertà non esisteva: i suoi abitanti mangiavano adoperando soltanto vasellame d'oro.
Intanto, Dahut era cresciuta: era bella come la madre e possedeva grandi poteri poiché era una Druidessa. Non aveva mai abbandonato, infatti, il culto degli antichi Dèi.
[Alcune varianti suggeriscono che Gradlon, Re-sacerdote, e, quindi, Druida anch'egli, fosse stato spinto dalla sposa soprannaturale ad edificare la sua meravigliosa città sull'isola nella baia di Douarnenez proprio per difendersi dal minaccioso Cristianesimo trionfante].
Gli abitanti della Città d'Is davano feste e banchetti in cui profondevano le loro enormi ricchezze. Un giorno, uno straniero, un uomo bellissimo ed elegantemente vestito, giunse nella Città d'Is. Si narra che riuscisse a far innamorare follemente Dahut, di solito refrattaria a simili sentimenti.


Dominguez A.


Una notte, dopo abbondanti libagioni, e mentre infuriava una spaventosa tempesta, la indusse a prendere la chiave d'oro da cui Gradlon non si separava mai. Dahut, stregata dalla passione per lo straniero, rubò la chiave al padre mentre dormiva e la consegnò all'amante. Costui aprì le dighe e l'intera città fu perduta. Tutti i suoi abitanti perirono nella marea montante. Tutti tranne Gradlon. Egli montò sul suo meraviglioso cavallo, Morvarc'h, e galoppò sulle onde verso la terraferma. Improvvisamente, udì la voce dell'adorata figlia che disperata, lo chiamava. La vide, la afferrò e la aiutò a montare su Morvarc'h, dietro di lui. Ma il cavallo non riusciva più a lottare contro i flutti: il peso di Dahut, anzi , il peso della trasgressione di Dahut, lo portava alla morte insieme con il Re e sua figlia. Anche Gradlon lo capì, lasciò andare l'adorata Dahut ed il meraviglioso destriero volò sulle onde sino alla terraferma.

Dicono che sullo scoglio di Garrec si possa vedere l'orma impressa dallo zòccolo del cavallo meraviglioso quando, finalmente, toccò terra.
Gradlon, pare, fondò la città di Kemper (Quimper) e ne divenne il Re. Cristiano.

Dicono anche che Dahut non morì, ma si trasformò (o tornò ad essere?) una Creatura del mare, forse una Sirena, e che incanti i marinai con il fascino della sua voce melodiosa.

Dicono che, un giorno, ella tornerà e che la meravigliosa Città d'Is riemergerà con lei e che ritorneranno i canti e le feste e l'immunità dalla povertà e dalla malattia... I pescatori raccontano che, a volte, attraverso l'acqua limpida e tersa, si possono scorgere le torri dorate della Città perduta.



E' il prodotto del mio "candeggio", ma tutto torna:

Il motivo della sposa soprannaturale, che incarna la Regalità ( l'uccisione del marito vecchio) e sparisce solo dopo aver assicurato la successione e la fondazione di un Nuovo Mondo.
Il dono del cavallo meraviglioso, con le stesse caratteristiche dei cavalli di Manannan mac Lir,  il Dio del mare celtico.

La natura stessa di Dahut, che, nella tradizione popolare, "torna" al mare.

In tempi remoti, la salvezza di un popolo era strettamente legata all'integrità fisica della Regina, e poi, del Re-sacerdote. Non solo. La Regina (e poi il Re) doveva osservare strettamente i Geasa (sing.:Geis ), tradotti volgarmente, i tabu: infrangerli significava carestia, guerra, morte e distruzione. Inoltre, guardiane delle acque erano sempre delle Druidesse. Specialmente dei Pozzi Sacri. Infrangere un Geis provocava un'inondazione sterminatrice. Le saghe celtiche sono piene di simili "trasgressioni" dalle conseguenze catastrofiche. Forse Dahut era, in realtà, la responsabile delle dighe, forse era una Druidessa che si era votata alla castità. Forse le era interdetto il rapporto con uno "straniero". Siamo già in epoca tarda ed è difficile "ripulire" tutto sino ad arrivare al nucleo originario della leggenda.



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