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domenica 15 gennaio 2017

L'Impietrito, da La Novellaja Fiorentina di V. Imbriani

'era una volta un gran ricchissimo mercante, che aveva tre bastimenti: uno d'oro, uno d'argento e uno di pietre preziose e diamanti. Aveva tre figlie questo mercante. Di queste tre figlie, che lui aveva, ne aveva due che erano perfide e scellerate; e una era bona, che non sortiva mai del suo quartiere e non confavolava mai con le sorelle. Questo mercante va da quella bona delle figlie e dice:
"Sai, figlia mia, domani andrò a mercanteggiare con il primo bastimento. Posso esser sicuro, che le mie figlie, che non mi sciuperanno niente del palazzo?"
"Eh, signor padre, vada, vada, vada; faccia Lei il suo interesse".


Gordeev

martedì 21 giugno 2016

Fanta-Ghirò, Persona Bella, (V. Imbriani)

A' tempi antichi vivette un Re, che de' figlioli maschi non n'aveva, ma soltanto tre belle fanciulle, e si chiamavano così: la prima Carolina, la mezzana Assuntina e l'ultima Fanta-Ghirò, persona bella, perchè gli era la più bella di tutte.
Questo Re pativa d'un certo male, che nessuno l'aveva saputo guarire, sicchè passava le su' giornate nella cambera. E nella cambera, ci teneva tre siede, una celeste, una nera e una rossa. E le su' figliole, quando andevan da lui la mattina, guardavan sempre su che sedia s'era messo il padre; se su quella celeste, voleva dire allegria; su quella nera, morte; su quella rossa, guerra.
Un giorno, entrano in cambera e il Re siedeva sulla sedia rossa.
Dice la maggiore: "Signor padre, oh! che gli è intravvenuto?"
"Ho ricevuto una lettera dal Re a confino, e lui mi dichiara la guerra. Ma io, a questo modo ammalato, non so dove sbacchiare il capo, perchè da me non posso andare al comando dell'assercito. Bisognerà, che trovi un bon generale."
Dice la maggiore: "Se lei me lo permette, il generale sarò io. Vedrà, che son capace a comandare a' soldati."
"Chê! non son affari da donne", gli arrispose il Re.
"Oh! la mi provi."
"Sì, farò a tu' modo,- disse il Re - Ma con questo, che, se per istrada tu rammenti cose da donne, subbito 'ndietro e a casa."


Rosalind and Celia, "As You Like It"


lunedì 22 febbraio 2016

Oraggio e Bianchinetta, V.Imbriani

'era una volta una signora, che aveva due figli: il maschio si chiamava Oraggio, la femmina Bianchinetta. Da ricchissimi, che erano, per alcune disgrazie divennero poveri. Fu deciso che Oraggio sarebbe andato a servire; come infatti s'impiegò in casa di un Principe come cameriere. Dopo diverso tempo, contento il Principe del suo servigio, lo cambiò e lo mise a pulire i quadri della sua quadreria. Fra le varie pitture un ritratto di donna bellissimo formava continuamente l'ammirazione di Oraggio. Spesse volte il Principe lo sorprese ammirando il ritratto. Un giorno gli domandò per qual ragione passava tanto tempo innanzi a quella pittura. Oraggio rispose che quel ritratto era la vera immagine di sua sorella. Essendone lontano da diverso tempo, sentiva il bisogno di rivederla. Il Principe rispose che non credeva che quella pittura somigliasse alla sua sorella, giacchè aveva fatto cercare e non era stato possibile trovare nessuna donna, che a quella somigliasse. Inoltre soggiunse: "Falla venire qua; e, se è bella come dici, la farò mia sposa."
Subito scrisse Oraggio a Bianchinetta; ed essa immantinenti partì. Oraggio andò a attenderla al porto; e, quando cominciò da lontano a scorger la nave, ad intervalli gridava: "Marinari dall'alta marina, guardate la mia Bianchina, che il sol non la tinga.





Nella nave, dove si trovava Bianchinetta, eravi pure un'altra giovane con la madre, bruttissime ambedue. Giunte vicine al porto, la figlia dette un colpo alla Bianchinetta e la gettò nel mare. Giunte, Oraggio non sapeva riconoscere la sua sorella; e quella brutta ragazza si presentò dicendo che il sole l'aveva così tinta, che non si riconosceva più. Il Principe rimase sorpreso a vedere quella donna così brutta, rimproverò Oraggio e lo cambiò di ufficio; lo mise a guardare le oche. Tutti i giorni conduceva al mare le oche. E tutte le volte che le portava al mare, Bianchinetta usciva e le ornava di fiocchettini di diversi colori. Ed esse tornando a casa dicevano:

Crò! crò! 
Dal mar venghiamo, 
D'oro e perle ci cibiamo. 
La sorella d'Oraggio è bella, 
È bella come il sole: 
Sarebbe bene al nostro padrone. 

Domandò il Principe ad Oraggio, come mai le oche dicevano tutt'i giorni quelle parole. Ed esso raccontò che la sua sorella, gettata in mare, era stata presa da un pesce marino e l'aveva condotta in un bellissimo palazzo sott'acqua, ove la teneva incatenata. Però, con una lunga catena, che gli permetteva di venire fino alla sponda, allorquando lui portava fuori le oche.





mercoledì 2 settembre 2015

Il Re Porco, Novellaja Fiorentina - n. 12, V. Imbriani

'era una volta una Regina che era gravida e stava lì al terrazzino a prendere il fresco. Passa una poera donna e gli chiede la limosina. Dice:
"Andate via, vecchia porca!"
Ma che son maniere quelle? Risponde la poera vecchia:
"Lei, la facesse un porco!".
Giusto era gravida. La partorisce e fa un porco! Figuratevi che bisbiglìo nel palazzo che ci fu: non si poteva spiegare. La Regina non faceva che piangere ricordandosi della parola detta:
"Eh! - diceva - Iddio mi ha castigata!".
Il porco cresce e lo mettono nel giardino. Che volete farne nella casa? Ma sotto questo pelo di porco era un giovinotto, un omo, aveva sentimenti come noi. Lì vicino c'era marito e moglie che avevan tre ragazze. Il porco vede queste belle ragazze e se ne innamora: pur che ne abbia una! E non dava pace di sè; urla; mugolìo; non voleva mangiare; si spiegava che accennava in là; s'avvidero che voleva una di quelle ragazze. Andiedero a dire ai suoi genitori che una delle figliole bisognava che la prendesse questo porco, che li facevan ricchi.
La minore dice: "Io non lo voglio." - La seconda l'istesso.
La maggiore dice: "Lo prenderò io per far felici il babbo e la mamma; io non guardo, io mi accordo."
Che volete? lì non si fa sposalizio; altro che la sera andava a letto con questo porco senza andare a fare le cerimonie: se era una bestia! Quando gli è in camera, il porco serra e gli viene un bellissimo giovinotto. Lei urla che la voleva il porco, non voleva quello: "Ah no! no! io ho sposato il porco; voi non vi conosco."
"Ah - gli dice - abbi da sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre, altrimenti ti costa caro!".


Puttapipat Niroot



Lei gli promette; ma dopo otto o dieci giorni chiede di parlare alla Regina. Dice: "Ho una cosa da confidarvi, ma in secreto: mi raccomando che nessuno ci senta!" "Venite pure - dice la Regina - nelle mie stanze."
La ordina alla servitù che nessuno entri.
"Venga chissisia, la Regina non c'è." - E dice alla nora:
"Dite pure, dite." Serra tutti gli scuri per paura che nessun la sentisse.
"Abbia da sapere, la sera il suo figlio, vedesse il bel giovinotto che egli è!"
"Ah!", la fa la madre.
"Ma per amore di dio la prego a non palesarlo. Altrimenti, mi ha detto che la pagherò."
"Ah! - dice la madre - La mia superbia è stata! e questo è il mio castigo."
E vanno ognuna nel suo quartiere ed è finita: perchè lui, essendo fatato, sentì tutto. La sera va nella camera per andare dalla sposa e gli dice:
"Briccona, son queste le promesse?"
"Ah! ma io....", dice.
"Chètati, insolente!"
Prende un ago calamitato [3] e l'ammazza. La more che non si distingue che è stata uccisa. Venghiamo alla mattina. La Regina non c'è, non s'alza, non chiama. I servitori giran la gruccia, vanno là e la vedon morta.
Urli per il palazzo: "Si vede che il porco l'ha soffocata!"
Credono che l'ha soffocata: una bestia, che volete! Più che mai la Regina madre gli rimane il rammarico, dicendo: "Io sono stata causa di questo gran male, perchè se io non diceva quella parola, non aveva un figlio porco e non seguiva questo!"
Il porco comincia a mugliare, a raspare il muro, peggio di prima; a fare cenni che voleva un'altra di quelle: s'intendeva bene. La seconda: "Va - dice - lo prenderò io!" Che volete? facevano uno sborso di quattrini ai genitori!
"Almeno starete bene voi."
E così la sera il porco, quando entra in camera, viene un bellissimo giovinotto, come per quell'altra. E dice, assolutamente impone silenzio che la non dica nulla alla signora madre. Se quell'altra la stiede dieci giorni, la sarà stata anche venti, questa, zitta. Ma poi un bel giorno la chiede un abboccamento alla Regina, come quell'altra; e quando l'è nella stanza, tutta serrata, la gli palesa che suo figlio diviene un bel giovane, come quell'altra donna.
"Pur troppo lo so, per mia disgrazia, che lui viene un bel giovane!"
"Ma la prego a non dir niente."
"Eh state pure contenta che io non parlo."
Vanno ognuna nel suo quartiere. Quando è la sera, il porco entra in camera e fa l'istesso.
"Ah briccona! - dice. - Son queste le promesse, eh?"
Prende l'istess'ago, cos'era? e l'ammazza. La mattina, la servitù, eran l'undici, mezzogiorno: "Ma che fa la Regina?"
Apron la camera e la trovan morta ancor lei. Vanno dalla Regina madre e dicono: "Venga a vedere, Maestà, anche questa l'è morta!"
E il rimorso! potete credere! Il porco riprincipia a mugliare al muro per aver quell'altra, la terza sorella. Ma i suoi non gnene volevan dare, lo credo! Ma poi s'ebbe da accordare e viene sposa del porco; e portano anche i genitori nel palazzo, in disparte. La sera il Re diviene un bel giovinotto come nell'altre sere: "Abbi da sapere che io sono un omo, vedi; ma per castigo della signora madre, il giorno sono un porco. Ho da ringraziarne la superbia della signora madre. Ti prego di non dir nulla alla signora madre."
"E io ti prometto di non dir nulla."
La sarà stata anche un mese senza dir nulla, ma poi la chiede di parlare alla Regina e gli racconta che il suo figlio diviene un bel giovine; come le altre, tal quale: "Ma io la prego di non parlarne neppure all'aria."
"Eh state pure contenta, io non lo dico."
Eccoti la sera il porco entra in camera e viene un bellissimo giovane:
"Briccona, son queste le promesse, eh? Te, non ti ammazzo. Ma, prima di ritrovarmi, tu devi consumare sette mazze di ferro, sette vestiti di ferro, sette paja di scarpe di ferro ed empire sette fiaschettini di lacrime."
E va via, sparisce: non c'è più porco, non c'è più nulla. La mattina, appena giorno, la sposa s'alza e va dalla Regina Madre, e gli racconta il caso. Potete credere il rimorso di questa donna! "Guardate di che sono stata causa!"
Ordina tutta questa roba la Regina madre, e quando l'è fatta, la sposa la si veste di questa roba e si mette in viaggio; dice addio alla socera, la bacia: "Addio! Addio!", e si mette in viaggio.


Chris Beatrice


Cammina, cammina, con il baroccio, perchè l'altra roba l'aveva sovra il baroccio, sennò come si fa portarla! La trova una vecchina.
"Dove vai, poerina?"
"Oh! - dice; la gli fa tutto il racconto.
!Tu non sai ch'egli è stato sposo il tuo sposo? Il tuo sposo gli ha preso moglie, lassù dove è andato. Tieni questa nocciòla. Quando sarai sulla piazza del Re, quando avrai ben camminato, non so in che posto, molto lontano, schiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle. La Regina - dice - se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire: Una notte a dormire col suo sposo".
Gli dà la nocciòla e va via, sparisce questa vecchia.
"Grazie! addio, addio!"
Cammina, cammina, cammina e la trova l'istessa vecchina, l'istessa [5] proprio:
"Poerina, dove vai?"
Gli fa tutto il racconto e questa vecchina gli dice:
"Sai! Tieni questa mandorla, fai lo stesso, stiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle! La Regina se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu non chieder quattrini: chiedi una notte a dormire con lo sposo".
Quando l'è quasi per essere alla piazza gli si presenta un vecchino e gli dice l'istesso:
"Tieni - dice - questa noce. Vedi, tu ci hai pochino, vedi: l'è lì la piazza. Stiacciala questa noce e tu vedrai le galanterie che gli esce fori. La Regina se ne invaghirà e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire: Una notte a dormire col suo sposo".
L'aveva consumato le sette paja di scarpe dì ferro, l'aveva consumato le sette mazze di ferro, l'aveva consumato i sette vestiti di ferro e l'aveva riempite tutte le fiaschettine di lagrime. Entra nella piazza e vede un palazzo: si mette a sedere in mezzo alla piazza e schiaccia la nocciòla. E viene le più belle galanterie, ma una cosa da non poter spiegare, ecco.
"Maestà - dicono i servitori alla Regina - Maestà, s'affacci; venga a vedere le gran galanterie che ci sono sulla piazza".
"Dimandate quel che ne vole, che io le voglio comprare".
Queste galanterie erano molte cose preziose, tutte pietre preziose; ci si accecava a guardarle. Gli domandano quanto ne vole:
"Una notte a dormire col suo sposo!"
I servitori si mettono a ridere:
"Una donna strana, vuol dormire con lo sposo della Regina!"
La Regina:
"Bene! gli sia accordato! Prendete queste belle cose e stasera dite che alle dodici venga qua".
La ordina al bottigliere che alloppî tutto tutto il vino; le bottiglie, tutto, sia alloppiato per il Re. Il Re, che non sapeva nulla, beve, un poco anche più del solito. Quando gli è un'ora, cade addormentato, lo portano a letto e dorme come un masso. Ecco la donna alle dodici entra nel palazzo e la portano in camera. Entra nel letto, e dice:
"Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumate sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschetti di lacrime".
Quello dormiva, lo stesso che dire a questo tavolino. Si fece giorno, la donna fu mandata via e fu finito. La mattina schiaccia la mandorla. Figuratevi: tutte figurine che si movevano e saltavano, di pietre preziose.
"Maestà, c'è l'istessa donnina d'ieri: ma se la vedesse! che belle galanterie: assai più belle sono!"
La Regina dice:
"Domandatele icchè ne vole".
Gli domandano quel che la vole.
"La notte a dormire col suo sposo".
Dice la Regina:
"Sì, sì, sì. Prendete e pure; e stasera fatela venire alla solit'ora".
Eccoti, dà ordine al cantiniere, che faccia l'istesso del giorno avanti, che alloppî tutto il vino: bottiglie, tutto. Il Re va al pranzo e beve più di quell'altro giorno, ma come! Quando gli è la sera, ecco la donna, gua', entra nel letto e principia a dire:
"Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lagrime".
Ma qui, dichiamo, questa fosse la camera; e qui, dichiamo, ci fosse le guardie. Sentono un mugolìo, stanno attenti; ed imparano tutto il lamento come l'avemmaria. E la mattina, appena giorno, i servitori la mandorono via questa donna. E queste guardie, quando s'è levato il Re, gli raccontano tutto:
"La notte ci viene una donna da Lei e Le dice: Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lacrime." - Ah, il Re si ricorda della sposa; chè aveva dimenticata ogni cosa. Andato via da il palazzo della madre, si scordò di tutto.
"Non sa? Le dànno il vino alloppiato - dice questa guardia. - Bisogna che Lei non lo beva. Ci starò attento io. [7]"
La mattina, stiaccia la noce quella poera donna. Figuratevi! che galanterie! più belle dell'altro giorno. La noce gli era più grossa della nocciola e della mandorla e ne sortì più robba. La Regina dice:
"Domandatele icchè ne vole".
Gli domandano quel che la vole e lei dice:
"Una notte a dormì' con lo sposo".
"Prendete le ricchezze - dice la Regina - e ditegli che stasera venga all'istess'ora" Questa guardia che aveva fatto la spia al Re, dice al cantiniere:
"Pena la morte, se tu metti l'oppio nel vino del Re. Figura di metterlo, ma non lo mettere. Poi, sarai ricompensato. Invece mettilo a quello della Regina, l'oppio".
Il giorno a pranzo, com'era solito, il Re beve, mangia. La Regina con quell'oppio s'addormenta; la mettono a letto; è finita. Eccoti Maestà che va alla camera, si spoglia e va a letto. Quando sono le dodici [8], eccoti la donnina. Lui figura di dormire; e lei principia a dire:
"Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e riempiuti sette fiaschettini di lacrime".
Lui per tre o quattro volte glielo lascia dire; allora figura di svegliarsi e l'abbraccia così, poerina! e la riconosce per isposa, e dice:
"Bisogna partì' subito! subito! far fagotto e via".
Prendon tutte quelle belle robe che l'aveva schiacciate dalla nocciola, dalla mandorla e dalla noce, tutte quelle ricchezze, fanno fagotto, spogliano il palazzo, ecco! Prende la guardia che gli aveva fatta la spia con seco, prende il cantiniere e tutti via; e vanno a il palazzo della madre. Cheh! era quasi sempre a letto piangendo di dolore per questo figlio, gua'! Urli, strepiti di contentezza: Oh viva! viva! - Tutta la servitù, dicendo: Ecco la nostra sposa! ecco il nostro padrone! - perchè raccontano. La Regina che sente questi urli, va di là e vede la nora.
Dice:
"Questo è il suo figlio, che io sposai che era un porco e adesso è un bel giovane".
Va nelle braccia la madre del figlio, chiedendogli perdono di quel ch'ella era stata causa ch'egli aveva patito. Lui gli perdona e così se ne vivono in santa pace. Venghiamo alla Regina, quell'altra moglie, che si desta. Chiama, chiama, nessun risponde, non c'è nessuno. La va per le stanze: tutte vote; tutto portato via; ogni cosa, tutto sparito. La va allo scrigno a vedere in dove l'aveva messe tutte quelle belle cose, tutte quelle gioje: la non trova più nulla. Caccia un grand'urlo e dal dolore cade e more. E così è finita.

Stretta la foglia e larga la via, 
Dite la vostra che ho detto la mia.



J.Brett



Dalle Note di V. Imbriani

Il Liebrecht annota: - Grimm 108, Hans mein Igel.[...]
È lo stesso argomento della Favola I, Notte II dello Straparola: Galeotto, Re d'Anglia, ha un figliuolo nato porco, il quale tre volte si marita; e posta giù la pelle porcina de divenuto un bellissimo giovane, fu chiamato Re Porco.
Pitré (Op. cit.) Lu Sirpenti e varianti ivi abbreviate.[...]
De Gubernatis. Novelline di Santo Stefano di Calcinaja: XIV. Sor Fiorante mago, ed anche in parte: XIII. La Cieca (da paragonarsi con la III favola della III notte dello Straparola).[...]
Vedi pure nel Malmantile Racquistato, Cantare IV, dalla stanza XXXII in poi. Tutte queste versioni hanno attinenza con l'antica fola di Psiche.

[3] Calamitato poi perchè? Che sì che sì che la novellaja derivava la parola da calamità, quasi equivalesse a calamitoso, anzichè da calamita, ripetendo inconsciamente il bisticcio che fa il cav. Marino (Adone, IV. 282): D'ogni calamità sia calamita. Bisticcio di cui lo Stigliani pretendeva alla paternità...

[5] Anche qui l'istessa sta per una somigliantissima, una tal' e quale. Non era la vecchia medesima, no, ma la simillima della prima vecchina.

[7] Questo particolare delle tre nottate vendute a carissimo prezzo e frodate con l'alloppiamento, si ritrova con qualche diversità nella Novella I della Giornata IV del Pecorone...

[8] Le dodici, cioè mezzanotte. E qui la Novellaja, che pur dianzi avea contate le ore alla italiana, le conta alla francese. Perchè già i due modi di contare sono in uso, e quando si adopera l'uno e quando l'altro. E mi pare di avere osservato, come per quel bisogno naturale che ha l'uomo di distinguere, per quello istinto che lo spinge a ricercar la chiarezza, acciò possa capirsi quando si parla all'italiana e quando alla francese, sia prevalso l'uso di aggiungere al numero la parola ore, quando si conta all'italiana; e di adoperare il numero assolutamente, quando si conta alla francese. Un'ora, due ore, tre ore, dodici ore, s'intende un'ora dopo le ventiquattro, due, tre, dodici ore dopo le ventiquattro, all'italiana. L'una, o il tocco, le due, le tre (antimeridiane o pomeridiane) significa una, due, tre ore, dopo mezzogiorno o mezzanotte, alla francese; le dodici, mezzogiorno o mezzanotte. - Voglio anche notar qui che il toscano divide l'ora in quarti e metà; ma non dice mai un terzo d'ora per venti minuti; com'è bell'uso meridionale.]

martedì 7 aprile 2015

La Cenerentola, V. Imnbriani (La Novellaja Fiorentina n. 11)

Come avviene in molte versioni popolari italiane, in questa novella di Imbriani, la "magia" non si limita a mutare le vesti e quindi lo status di Cenerentola, ma il suo stesso aspetto fisico: da brutta, addirittura ripugnante che era, la fa bellissima, il che rende più logico che le sorelle (qui, il padre e le sorelle come ne La Bella e la Bestia, non la matrigna e le sorellastre) non la riconoscano. E nessuno la esclude, nessuno la perseguita, anzi, le sorelle la spingono a andare con loro, ma Cenerentola rifiuta con la solita rudezza di queste fiabe.E il primo pensiero, quando la bellissima signora sconosciuta fa loro un regalo (con una certa condiscendenza) è per la Cenerentola cocciuta e infelice che non condivide la loro fortuna. E il padre - meschino - non la nasconde ai servitori del Re per cattiveria, ma per vergogna, perché: "Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure. Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo nemmen figliola per vergogna." E non manca il tocco stile "The Ring": l'uccellino Verdeliò l'ha fatta ancor più bella che in precedenza e l'ha dotata delle vesti dell'ultima sera, così belle da accecare, "e l'aveva per dippiù tutte catene d'oro, ma grosse! messe così". Laddove, l'eleganza da "gran signora" è misurabile con il numero, il peso e la grossezza dei giri di collane d'oro di cui è adornata, ma il padre fraintende: "La sentono? - dice il padre - la sentono? La si strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che sarà quella!"
In queste fiabe il mistero non è tanto nell'uccellino Verdeliò che sostituisce madre morta, alberi meravigliosi nati da una tomba, ecc., e non accetta di sparire quando il  destino è compiuto (Dice l'uccellino: "Portami via, sai? mettimi in seno, via, sai?"
Si mette l'uccellino in seno e principia a scender le scale.), ma nella persistenza del motivo della strana ostinazione di Cenerentola di volersi recare alle feste da ballo in incognito.


Olga Popugaeva & Dmitry Nepomnyastchy


'era una volta un omo che aveva tre figliole. Dunque gli ebbe ordinazione di andare fori via per lavoro. E gli dice: "Giacchè io sono in viaggio, che volete voi quando io torno?"
Una, la gli ordina un bel vestito: l'altra, un bel cappello e un bello scialle.
Dice alla minore: "O te, Cenerentola, o che tu vuoi?" - La chiamavano Cenerentola, perchè la stava sempre nel cammino.
"Vo' m'avete a comperare un uccellin Verdeliò."
"La sciocca! Non si sa che gli abbia a fare dell'uccellino! Invece di ordinarsi un bel vestito, un bello scialle, si piglia l'uccello chi sa per farne che!"
"Chetatevi! - dice - Io son contenta così".
Eccoti il padre va via. Quando torna, a quella porta il vestito; a quella lo scialle, il cappello; e alla Cenerentola l'uccellino.
Eccoti, siccome gli era uno che lavorava a corte, dunque il Re gli dice a quest'omo:
"Io dò tre feste di ballo, tre festini; se tu vuoi condurre anche le tue figliole, conducile; tanto quel poco le si spasseranno".
"Come Lei comanda - dice - "Grazie!" - e accetta.
Torna a casa:
"Sapete, ragazze? Questo e questo; Sua Maestà vole che si vada alla festa da ballo, così e così."
"Vedi tu, Cenerentola, se ti avevi ordinato un bel vestito? Stasera s'ha a fare di andare alla festa di ballo."
Dice: "Non me ne importa nulla! Andate pure, io non ci vengo"
Eccoti la sera, quando gli è l'ora, si preparano tutte per bene, tutte pettinate, dicendo alla Cenerentola: "Vien via, ti si accomoderà anche te."
"Eh, io non voglio venire, andate voi, io non voglio venire."
"Ma - dice suo padre - andiamo, andiamo! Vestitevi e venite via: lasciatela stare."
Quando le sono andate via, la va dall'uccellino:
"Oh Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so' [2]".
La vien tutta vestita di verdemare e tutta brillanti che a guardarla si accecava. Prepara due sacchette di quattrini l'uccellino; gli dice: "Porta questi due sacchetti; e entra in carrozza e va via."
Va alla festa e l'Uccellin Verdeliò lo lascia a casa. Entra nella festa. Appena i signori veggono questa bella signora (la faceva accecare da tutte le parti), il Re, figuratevi, principia a ballare con lei tutta la sera. Eccoti dopo che lei gli ha ballato tutta la sera, si ferma Sua Maestà; e lei si mette accanto alle sorelle. Mentre che lei gli è accanto alle sorelle, caccia fori un fazzoletto e gli casca un braccialetto.
"Oh Signora, - dice la maggiore - Le è cascato questa roba".
"Prendetelo per voi", dice.
"Oh se ci fossi la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei?".


E. Le Cain


Il Re aveva dato ordine, che quando andava via questa signora, stessero attenti dove stava di casa. Quando s'è trattenuta un poco, vien via dalla festa. I servitori figuratevi se erano attenti! Lei entra in carrozza e via. Lei si avvide d'essere perseguitata, la prende i quattrini e la comincia a buttarli via, fori della finestra della carrozza. I servitori ingordi, vi lascio dire, vedendo tutte quelle monete, non pensorno più a lei, si fermarono a raccattare i quattrini [3]. Lei la va al palazzo e sale su: "Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'".
La vien così brutta, orrenda tutta, tutta cenere, bisognava vedere in che modo! Eccoti le sorelle che tornano: "Ce-ne-reen-to-laa!"
"Oh lasciatela stare! - dice suo padre - la dormirà ora; lasciatela stare!"
Dunque le vanno su e gli fanno vedere questo gran bel braccialetto:
"Vedi, scimunita? Lo potevi aver te."
"Non me ne importa nulla a me."
Eccoti che vanno a cena. Il padre dice: "Andiamo, andiamo a cena, a mangiare, scioccherelle."
Venghiamo a il Re che stava ad aspettare i servitori. I servitori non avevano il coraggio di presentarsi a Sua Maestà, stavano lontani. Li chiama:
"O come è andata?"
Si buttano a' piedi: "Così e così!... Ci ha buttati tanti quattrini!..."
"Vili! che non siete altro - dice - Avevi paura di non essere ricompensati?", dice. "Ahn? bene! - dice - domani sera, pena la morte se voi non istate attenti." Venghiamo la sera dopo, c'è la solita festa. Dicono le sorelle:
"Stasera verrai, eh, Cenerentola?"
"Oh! - dice - non mi seccate! Io non ci voglio venire".
E suo padre le grida: "Oh, quanto siete seccanti! Lasciatela stare!"
Eccoti le si mettono ad abbigliarsi, figuratevi, più meglio dell'altra sera; e vanno via.
"Addio, sai, Cenerentola!"
Eccoti la Cenerentola, quando le sono andate via, la va dall'uccellino:
"Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'."
La vien tutta vestita di verdemare; ricamate tutte le qualità di pesci del mare e poi brillanti mescolati che non si pol credere, ecco. L'uccellino gli dice: "Prendi due sacchetti di rena. E quando - dice - sarai perseguitata, buttala fora. - dice - Così, rimarranno ciechi."
Così la fa: la va via, si mette in carrozza e la va alla festa. Eccoti Sua Maestà che la vede, mah! subito si mette a ballare con lei e balla quanto può ballare, ecco! Dopo che l'ha ballato quanto poteva (lei non si straccava, ma lui si straccava!) la si mette accanto alle sorelle; tira fori il fazzoletto e gli cade fori un vezzo, ma un vezzo tutto di carbonelle, bello! Dice la seconda sorella:
"Signora, Le è caduta questa roba"
Dice: "Prendetelo per voi."
"Se c'era la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei! Eh ma domani sera la s'ha a far venire!"
Eccoti dopo un poco, lei la va via dalla festa. I servitori (figuratevi: pena la morte!) tutti attenti, eh! dietro! La principia a buttar tutta questa rena e rimangon ciechi. Eh, l'arena negli occhi, lascio dire! La va a casa, la smonta e va su. "Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'."
La viene così brutta, uno spavento, ecco! Veniamo alle sorelle che tornano:
"Ce-ne-reen-to-laa! - le principian di giù. - Se tu sapessi, che la ci ha dato quella signora!"
"'Un me ne importa nulla!"
"Ma domani sera tu ci hai a venire!"
"Sì, sì! vo' l'areste aère!"
Suo padre dice: "Andiamo a cena, e lasciatela stare: impertinenti proprio che voi siete! Venite a cena". Vanno a cena.
Venghiamo a Maestà che sta aspettando i servitori perchè gli dicano dove sta di casa. Invece gnene riportan tutti ciechi, perchè s'ebbero a fare accompagnare, gua'!
"Briccona! - dice - Questa signora o l'è qualche fata o dove avere qualche fata che la protegge."
Eccoti il giorno dopo le sorelle: "Cenerentola, t'ha' a venire stasera! Senti: l'è l'ultima sera, t'hai a venire."
Suo padre: "Oh lasciatela stare! siete sempre a tormentarla!"
Allora le vengon via e si mettono a prepararsi per la festa. Quando le son bell'e preparate, le vanno via con suo padre, le vanno alla festa. Quando le sono ite via, la Cenerentola va dall'uccellino:
"Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'."
La viene tutta colore del cielo, proprio dell'aria del cielo; tutte le comete; le stelle, la luna nel vestito, e il sole in mezzo alla fronte. Entra nella festa: chi la poteva guardare! solamente pel sole, gua', bassavan gli occhi, accecavan tutti [4].
Eccoti Maestà si mette a ballare, ma non poteva guardarla, perchè l'accecava: ballava, ma guardare non poteva. Di già aveva dato ordine Maestà ai servitori che stessero attenti, pena la morte: non andassero a piedi, montassero a cavallo quella sera. Eccoti, quando ella ha ballato anche più delle altre sere, la si mette accanto a suo padre codesta sera; tira fori il suo fazzoletto e gli cade una tabacchiera d'oro piena di zecchini d'oro.
"Signora, Le è caduta questa tabacchiera."
"Prendetela per voi!"
Figuratevi quest'omo, l'apre e la vede tutta piena di zecchini: che contentezza!





Quando la s'è trattenuta, la va via come l'altra sera e la va verso la casa. I servitori via a cavallo, lesti; stavano discosti dalla carrozza, ma col cavallo si pena poco. Ella s'avvede di non aver preparato nulla da gittare; non aveva nulla stasera: "Oh! - dice - come ho a fare?"
Ma non poteva buttar nulla, perchè non aveva nulla. Lesta la smonta e gli cade una pianella nel far presto. I servitori la raccattano; prendono il numero dell'uscio; e vengon via. Venghiamo alla Cenerentola che va su:
"Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'!"
Non gli risponde l'uccello. Quando la gnene ha detto tre o quattro volte, gli risponde:
"Briccona! bisognerebbe che non ti facessi divenire più brutta, ma....", e la fa divenire brutta e poi gli dice: "Ora e che vuoi fa'? Tu sei scoperta."
La si mette a piangere, piangeva proprio. Venghiamo alle sorelle che tornano: "Ce-ne-reen-to-laa!"
Eh figuratevi questa sera, non gli risponde, cheh!
"Guarda che bella tabacchiera! Se te fossi venuta, la potevi aver te."
"Non me ne importa nulla! Escite di costì!"
"Andiamo, andiamo; venite a cena", dice suo padre. Vanno a cena ed è finito. Venghiamo ai servitori che tornano con la pianella e il numero dell'uscio.
"Che dimani - dice Maestà - appena fatto giorno voi andiate a questa casa; prendetemi la carrozza e portatemi questa signora nel palazzo".
I servitori prendon la pianella: quella che gli stava, era lei; e vanno via. E picchiano. Si affaccia suo padre:
"Oh dio! è la carrozza di Sua Maestà! cosa ci sarà?"
Tiran la corda e van su i servitori. Vanno su.
"Cosa mi comandano?", gli dice il padre, gua', a questi servitori.
"Quante figlie avete voi?"
Dice: "Due."
"Bene, fatecele vedere".
Ecco il padre le fa venire di qua.
"Mettetevi a sedere", dicono a una di quelle. Gli provano la pianella, cheh! la ci entrava dieci volte. Quest'altra si mette a sedere: gli era piccola.
"Ma ditemi, galantomo, non avete altre figlie voi? Badate a dire la verità, veh! Perchè Maestà lo vole: pena la morte!"
"Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure. Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo nemmen figliola per vergogna."
"Nojaltri non siamo venuti nè per bellezza, nè per abbigliatura: si vol vedere la ragazza!"
Eccoti, le sorelle chiamano: "Ce-ne-reen-to-laa!", ma urla, urla! Ma lei non rispondeva. Dopo un pezzo: "Che v'è egli?", la risponde.
"Bisogna che tu venga giù! c'è de' signori che ti vogliono vedere."
"Io non vo' venire, io."
"Ma bisogna che tu venga, ti pare?", dice.
"Sì, ditegli che or'ora vengo."
La và dall'uccellino: "Ah Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'".
La vien vestita come l'ultima sera, col sole, con la luna e con le stelle, e l'aveva per dippiù tutte catene d'oro, ma grosse! messe così.
Dice l'uccellino: "Portami via, sai? mettimi in seno, via, sai?"
Si mette l'uccellino in seno e principia a scender le scale.
"La sentono? - dice il padre - la sentono? La si strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che sarà quella!"
Eccoti quelli, quando è l'ultimo scalo, la veggono apparire.
"Ah!", riconoscono la signora dell'altra sera.
Il padre, le sorelle, figuratevi che affanno che fu quello! La fanno mettere a sedere, la gli provano la pianella, eh! l'era sua, la gli stava! La fanno montare in carrozza e la portano a Sua Maestà. E riconosce la signora di queste sere. E figuratevi, innamorato com'egli era, gli dice:
"Assolutamente, voi siete la mia sposa".
Lei acconsente, gua', lo credo! Manda a chiamare il padre, le sorelle e le fa venire tutte nel palazzo. Concludono le nozze. Figuratevi, che feste belle, che cosa che fece a questo sposalizio! I servitori li fa de' maggiori del palazzo, quelli che avevano scoperto dove la stava, in ricompensa. Se ne vissero e se ne godettero e a me nulla mi dettero.


Gilbert A.Y.


Dalle Note:

Cf. con la fiaba XVI: La Maestra
È lo stesso argomento del trattenimento VI, giorn. I del Pentamerone ["La Gatta Cenerentola"]: - Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' mmarito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma ppe' bertute de le fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe 'mmarito.

Prima che il libretto e la musica di due Italiani, ringiovanissero la fiaba della Cenerentola e fin dall'anno M.DCC.LIX, fu recitata a Parigi una Cendrillon, parole dell'Anseaume, musica del La Ruette, che non incontrò gran fatto.
Gli aneddotisti dànno per certo, che alcuni anni prima, il basso Thevenard, passando innanzi ad una calzoleria, stupisse della piccolezza elegante d'una pantoffola da ricucirsi; e che s'informasse dello indirizzo della padrona di quella calzatura; e volesse conoscerla; e se ne innamorasse perdutamente; e la chiedesse in matrimonio lì per lì, su due piedi; e non fosse in seguito nè più scontento, nè più infelice di tanti e tanti che hanno arrischiato il duro passo solo dopo mature considerazioni, ponderatamente. Anche il poeta tedesco Di Platen-Hallermünde, sepolto a Siracusa, ha trattato drammaticamente questo tema vaghissimo.

[2] Presso il Basile, invece dell'uccello, abbiamo una palma, ed il carme è questo:

Dattolo mmio 'nnaurato!
Co' la zappetella d'oro t'haggio zappato;
Co' lo secchietiello d'oro t'haggio adacquato;
Co' la tovaglia de seta t'haggio asciuttato:
Spoglia a te e vieste a mme 

[3] Polieno, Stratagemmi, lib. III. - Poscia che Demetrio prese la città di Atene, Lacare vestitosi con certa veste da servo e da villano ed inchiostratasi la faccia, portando un cesto coperto di sterco, segretamente uscì dalla città per una postierla; e montato a cavallo, tenendo dei darici d'oro in mano, se ne fuggì. I cavalieri tarantini però, tennergli dietro a speron battuto senza punto arrestare il corso. In allora egli incominciò a spargere i darici d'oro per la via; i quali veggendo, i tarantini smontavano da cavallo e raccoglievano. Fatto questo più volte, egli tagliò loro il seguitarlo; e perciò Lacare cavalcando se ne venne in Beozia. - Nè molto dissimile è l'altro stratagemma che nel libro IV Polieno narra di Mitridate. Cf. con la favola d'Ippomene ed Atalanta. (V. Guicciardini, Detti e fatti, il racconto intitolato: - Quanto possa l'ajutorio divino nelle cose umane et per contra quanto nuoca la divina indegnatione. - Vedi anche nel XXI dell'Orlando Innamorato del Berni, la storia della figliuola del Re Monodante).


mercoledì 1 aprile 2015

Zezolla, ovvero la Gatta Cenerentola, e le Altre...

Dal commento di Anna Buia a La Gatta Cenerentola di G.B. Basile. Poiché io per prima, spesso, mi infastidisco a scorrere una pagina in cerca di una nota, ho collocato i miei appunti, in corsivo, immediatamente sotto gli argomenti salienti.


Il ciclo di Cenerentola include tre tipi narrativi:
Nel primo tipo, Aa Th 510A, Cenerentola, particolarmente diffuso in Europa, compaiono il motivo della fanciulla maltrattata, della matrigna e/o delle sorellastre e quello della scarpetta perduta. [...]
Il padre è morto o è completamente passivo rispetto al rapporto tra le donne della sua casa.
Mi autocito, da un personalissimo racconto del primo capitolo de Il Castello Errante di Howl (libro di cui raccomando la lettura).
"E arriviamo ad un altro stereotipo fiabesco: la Matrigna. Anch'esso, in un primo tempo, viene argutamente "smontato" per poi essere riproposto con uno stile da "novella" ottocentesca. Il padre di Sophie, come molti papà fiabeschi, adempie con bovina mitezza al suo dovere drammaturgico: muore improvvisamente lasciando sull'orlo della rovina economica la vedova e le amatissime figlie, ma, prima del sacrificio supremo condiviso con una moltitudine di sbiadite figure paterne, ha coscienziosamente adempiuto al dovere primario: introdurre in famiglia la Matrigna. Rimasto precocemente vedovo con due figlie in tenerissima età, Sophie e Lettie, aveva sposato in seconde nozze "la commessa più giovane del loro negozio una biondina molto graziosa di nome Fanny. Ed è pur vero che Fanny aveva dato ben presto alla luce un'altra bimba, Martha..." Dopo averci ricordato che il peso fiabesco della primogenitura si era definitivamente aggravato per Sophie con la nascita della terzogenita, fatalmente predestinata ad un matrimonio regale, l'autrice sfata (vedremo presto se apparentemente o meno) lo stereotipo conseguente ad una simile dinamica domestica. Infatti, puntualizza che Sophie e Lettie non si trasformarono automaticamente in due sorellastre brutte e cattive, né, d'altra parte, Fanny si rivelò una Matrigna perfida, in adorazione della figlia "vera", anzi... "...tutte e tre le bimbe crescendo divennero molto carine (anche se Lettie era considerata da tutti la più bella) e venivano trattate da Fanny senza alcun favoritismo, con la stessa identica dolcezza." E così, sappiamo ciò che Sophie NON è: NON è la "predestinata", la figlia minore, NON è la più bella (segno della benevolenza degli Dèi e garanzia di un futuro radioso nell'immaginario fiabesco), NON è poverissima, e NON è bistrattata da una Matrigna perfida e crudele. Eppure, siamo pienamente in una situazione fiabesca".
La prima parte di questo tipo cenerentolesco può avere affinità con la Bella e la Bestia (la richiesta di un dono apparentemente modesto e banale, che, se ne La Bella e la Bestia scatena la "disgrazia" iniziale che avvia la trama, in Cenerentola si rivela il mezzo/aiutante magico).
A questo tipo appartiene La Gatta Cenerentola di G.B. Basile, la "madre" di tutte le Cenerentole occidentali, che posterò a breve.



Z. Basic


Il secondo tipo, diffuso in Europa, in Medio Oriente e in Asia, unisce motivi degli intrecci AaTh 510A e Aa Th 511 ("Occhietto, Duocchietti, Treocchietti").
La fiaba si apre con il motivo della fanciulla trascurata dalla matrigna, ma aiutata da una mucca o una capra; l'animale viene ucciso dalla matrigna, e dalle sue interiora cresce un albero meraviglioso con foglie d'argento e frutti d'oro, che solo l'eroina può cogliere. La seconda parte della fiaba coincide con quella di Cenerentola.
Nelle fiabe appartenenti a questo tipo la figura del padre è inesistente. L'animale magico, ucciso dalla Matrigna (e delle cui carni a Cenerentola è vietato cibarsi) svolge la funzione della Madre Morta del primo tipo. Lì, è dal ramo piantato sulla sua tomba che sorge l'albero meraviglioso con l'uccellino dispensatore di doni. Qui, l'albero magico che farà la fortuna di Cenerentola cresce in una notte dai resti seppelliti dell'animale.
A questo tipo appartiene "Picuredda" di G. Pitrè.


Ségur A.


Nel terzo tipo (Aa Th 510B L'Abito d'Oro, d'Argento e di Stelle o Pelle d'Asino), registrato soprattutto in Europa, manca il motivo della Matrigna; la fiaba si apre con la morte della madre dell'eroina e il desiderio del padre di sposare la figlia, che fugge sotto un qualche travestimento e trova un'umile occupazione alla corte di un re. Seguono l'episodio del ballo, l'incontro del principe ecc., fino alle nozze.
[...]
Mancano le sorelle o sorellastre invidiose (presenti anche ne La Bella e la Bestia, in cui, però, è d'obbligo il parallelo con le invidiose sorelle di Psiche).



Dudaite L.


La fiaba di Basile si apre con l'episodio della prima matrigna uccisa da Zezolla con il coperchio di un cassone per istigazione della Maestra che aspira a sposare il padre (nello stesso modo, nella novella 22 di Masuccio Salernitano, un marito si libera della moglie adultera). Il motivo del Matricidio non si è generalmente conservato nella tradizione di Cenerentola, ma è in diverse fiabe in cui l'antagonista à una Matrigna Malvagia [...] La maggior parte delle successive versioni di Cenerentola, a cominciare da quella famosissima di Perrault, introducono invece direttamente il tema della ragazza perseguitata dalla matrigna e/o dalle sorellastre; alla degradazione sociale si associa un abbrutimento che culmina nell'acquisizione del nomignolo di Cenerentola o simili.
Non è certamente l'unico caso (vedi Biancaneve) in cui i raccoglitori-redattori di fiabe popolari censurano la crudeltà materna introducendo il personaggio della Matrigna Malvagia. Matricidio o Matrignicidio a parte, nel bene e nel male, la Cenerentola di Basile, anche nelle varianti autenticamente popolari, non è affatto passiva, dolce, piangente e sottomessa: risponde rudemente alle provocazioni delle sorelle, lancia un'efficacissima maledizione al padre, trova in sé la magia senza ricorrere alla madre defunta, che sia umana o sotto forma di un animale, strapazza e si burla del Principe.



Melissa Forman



Gli Aiutanti Magici:

[...] Il padre che alla partenza chiede alle figlie che cosa desiderino in dono è in molte versioni della fiaba, ma non in Perrault. Zezolla chiede di essere raccomandata alle fate di Sardegna e riceve una pianta di datteri. Ashenputtel, nei Grimm, chiede al padre "il primo ramo che gli urterà il cappello sulla via del ritorno", le Cenerentole di Imbriani, Busk, Guarnerio un uccellino, in ogni caso, l'eroina esprime un desiderio apparentemente più modesto di quello delle sorellastre, proprio come nelle fiabe del tipo Aa Th 425C, La Bella e la Bestia.
La palma da dattero è un antico simbolo di fecondità e immortalità, associato a divinità femminili come Hathor e Iside prima che il cristianesimo ne facesse l'icona di Cristo; la pianta di nocciòlo è stata messa in relazione con la Luna e altre divinità femminili, poi, con le fate; la colomba è un'epifania della Grande Madre, collegata di volta in volta a Hathor, Isthar, Cibele, Afrodite, prima di diventare a sua volta simbolo cristiano dell'anima immortale.
Con Perrault e Madame d'Aulnoy fa la sua comparsa la figura della Fata Madrina [...]
Al di là dell'invenzione meramente artistica, è bene ricordare che, nella tradizione cattolica, la Madrina, in caso di morte della madre, è una sua vera e propria sostituta.


Welz Stein C

Nella fiaba di Basile, come peraltro nella maggior parte delle versioni popolari della fiaba, non compare l'episodio del ballo in cui Perrault colloca l'incontro tra l'eroina e il principe: Zezolla si imbatte un po' casualmente nel futuro sposo, per strada, durante una festa con processione. Molto spesso, nelle fiabe italiane, l'incontro avviene alla messa domenicale [...]
L'incontro con il Principe alla messa domenicale non è frequente solo nelle fiabe popolari italiane, ma anche in quelle russe e balcaniche, ad esempio. E non è un motivo presente solo nelle fiabe del tipo Cenerentola. Oltre l'ovvia considerazione che una messa è meno elitaria e "mondana" di un ballo regale, certamente le funzioni domenicali e/o le processioni costituivano un raro momento in cui uomini e donne, e uomini e donne appartenenti a "caste" molto distanti avevano occasione di incontrarsi.


Carl Frederick Bodri, Procession at the Cathedral of the Annunciation in Moscow


La Prova di Identità attraverso la scarpetta è il motivo che più identifica la fiaba di Cenerentola - ed è quello di maggior frequenza, anche se talvolta è sostituito da altri, come l'inseguimento di un filo o la ricerca della proprietaria di un anello... L'epoca e l'ambientazione della fiaba impongono una grande varietà di calzature, dall'altissima pianella di Zezolla allo zoccolo d'oro di Carter, Il Pesciolino d'Oro e lo Zoccolo d'Oro [...]
Il motivo della scarpetta perduta è, probabilmente, il più legato alle origini remote della fiaba. Vedi QUI. Ma le altre prove non fanno che dimostrare la natura "magica" di Cenerentola.



Hilary Knight



Resta difficile spiegare l'appellativo di "Gatta" che Basile ha attribuito alla sua Cenerentola. Lo Nigro, che assegna l'origine dell'intreccio all'area balcanica, ritiene che da lì venga anche la denominazione della protagonista, traducendo il nome greco della protagonista, Statopoùtta, come "gatta del focolare". De Simone ipotizza una tradizione perduta in cui l'eroina subiva una metamorfosi animale. E' comunque difficile per chi conosce la fiaba di Cagliuso e la sua gatta fatata, pensare che Basile apponendo a Cenerentola il nome di "Gatta" non abbia voluto intenzionalmente rinviare ai magici poteri di Zezolla, che le permetteranno di parlare con una colomba, di bloccare la nave del padre con la forza della sua maledizione e di convocare le Fate del Dàttero ogni volta che le serve.
Avrei iniziato con questo paragrafo. Mi domando perché, dopo aver associato la palma da dàttero, il nocciolo e la colomba ad antiche Dèe come Iside o Ishtar, "resti difficile" fare lo stesso con i felini o, addirittura, con la natura felina di Cenerentola. Per non parlare della Dèa Gatta per eccellenza, l'egizia Bastet, figlia di Ra e della sorella/alter ego, Sekhmet, feroce divinità della Guerra con la testa di leonessa.



Bastet



Sekhmet

domenica 1 marzo 2015

"Grida"dei Merciajoli Fiorentini, V.Imbriani

Nel riportare le note alla novella "La Verdea" di Vittorio Imbriani, ne ho volutamente tralasciato una particolarmente interessante e gustosa. Il punto è che, oggi, non trattasi più di una "nota curiosa", ma sia le "grida" che i merciajoli sono materia per un archeologo.
Eccola:

[5] Sarà forse non inopportuno il dar qui una scelta delle voci de' venditori ambulanti o di strada in Firenze, ossia di quegli intercalari co' quali profferiscono la loro mercanzia al pubblico, alcuni de' quali sono notevoli per umorismo e molti per gli equivoci licenziosi. Ma già l'Italiano è sboccato di natura.

Donne, laceratevi la camicia! c'è il Cenciajolo! (Il cenciajo).
I' ho la bella bionda! (L'avellanajo).
Assuntina, ce l'ho un bocconcino, o Meo! (Il trippajo).
A chi le taglio le palle! (Il cavolfiorajo).
Chi ha i' dente diacciolo, 'un l'accosti (L'acquacedratajo).
Eccolo, i' vero medico! (Il perecottajo)
Chi mi dà un soldo, gnene do due! (cioè: due scatole, non mica du' soldi come parrebbe. Il fiammiferajo).
Meglio che di cera! (Il zolfanellajo),
I' l'ho con l'uva! (sottintendi: la stiacciata).
Che robe! (Il merciajo).
Canarini che ballano! (Venditore di polenta fritta, napoletanescamente detta: scagliozzi).
Un soldo pieno, una crazia pieno! (cioè, il misurino di castagne secche).
Vero Cancelli! (Il pentolajo).
Queste le cavo ora! (Il caldarrostajo).
Co' i' pelo la càtera! (cioè: le mandorle ancor lattiginose, che mangian col guscio e col mallo).
Tutti drento dal sor Luigi! (Il venditor di siccioli).
Beccatelo ritto! (cioè: il carciofo).
Voitta come le ridono! (cioè: le testicciuole d'agnello).
I' ho de' bei bambini senza la mamma! (Il figurinajo).
Tre volte ve l'ho salati! (Il lupinajo).
Bolle, bolle, bolle, bolle. La me lo senta come l'ho caldo! (cioè: il castagnaccio).
Semina trastullino! (cioè: semi di zucca. In Sicilia i semenzari sogliono gridare: Svia-sonnu).
I' ho i moscioni! (Il marronajo).
A chi lo sbuccio i' gobbo! (L'ortolano).
I' l'ho co' i' mantiglione! (cioè: le barbebietole).
Rompi, bambino, rompi! (Il bicchierajo).
Come la me gli ha fatti la monachina! (Il brigidinajo).
Ce l'ho di Bologna! (cioè: le spazzole di padule).
I' ho i' core! (cioè: le susine).
Queste le vendo! (cioè: le granate di saggina)
Donne, buttachevi di sotto! (Il cenciajolo).
Gli è per l'oche! Ci 'ole i' pittore! Votta che tocchi! Questo ve lo do a taglio! Zucchero, oh! Sangue di drago! (Il cocomerajo), ecc. ecc.

Da: "La Novellaja Fiorentina"


Von Blaas E.

sabato 28 febbraio 2015

"La Verdea" , La Novellaja Fiorentina, Novella Terza, V.Imbriani

'era una volta un legnajolo di corte, e aveva tre figliole. Queste eran ragazze. Dunque il Re gli comanda di andare a fare un lavoro fori via, ma di molto; per cinque o sei anni. Quest'omo non poteva dire: - "Non ci vado!" - A voler mangiare!... Ma gli rincresceva d'andarsene lontano, in un paese, per affare di quattro o sei anni di lavoro. Torna a casa dalle figliole tutto inconsolabile, afflitto; e gli dice:
"Ragazze, Sua Maestà m'ha ordinato questo lavoro. Bisogna ch'io vada via, ch'io vi abbandoni. Ma voglio una grazia da voi."
"Qual'è, babbo, - dice - la grazia?"
"Che voi vi contentiate ch'io vi muri l'uscio."
Dice: - "Oh come questo è, noi siamo contentissime!"
E così quest'omo fa murare la porta. Gli mette tutto tutto tutto quello necessario; gli lascia quattrini; e gli dice:
"Prendete questo bel paniere grande, e la fune del pozzo. E quando passa questi omini che vendon la roba, calategnene, e comprate quel che volete e così mangerete. E addio!"
"Addio!"
Le bacia: potete credere, gua', che pianti! E gli fa finire di murare la porta, perchè ne avea lasciato un pochino per passare; e si mette in viaggio.
Lasciamo che Sua Maestà stava dalla parte di dietro del palazzo, affacciato alla finestra. Ed appunto rimaneva di faccia alle finestre di queste ragazze; e le erano tutte e tre alla finestra sulle ventitrè, facevano per prendere un po' d'aria. Gli vien voltato l'occhio per caso e vede queste tre belle ragazze; che l'eran proprio di latte e sangue, belle! Non istà a dire: - "Che c'è stato?". La mattina si veste da poerone con un paniere di fila d'oro, e va girando: "I' ho le belle fila d'oro! I' ho le belle fila! I' ho le belle fi'!"
E le ragazze dice:"Si chiama quest'omo? Intanto che si sta chiuse si farà un bel lavoro, via."
Lo chiamano; e lui:"Comandino, cosa vogliono, signore?"
"Quanto le fate le fila d'oro?"
Gli dice il prezzo e loro gli calano i quattrini. Cari l'erano: il prezzo proprio non lo so, ma potrei anche dire immaginandolo. Dirò uno zecchino.
"Ma badino - dice il Re - le pesan di molto."
"Eh! - dice loro - siamo in tre! Diamine, che in tre non s'abbiano a potere?"
E che ti fa, lui? S'attacca alla fune, al paniere; e su. Loro credon che le sian le fila d'oro che pesano e invece gli era il Re proprio. Loro, quando vedono che gli era un omo, loro non raccapezzano, no: lo volevan buttar di sotto. Ma lui disse: "Ferme! sono il Re! - e s'afferrò alla finestra - Avendo saputo che voi èrate sole, son venuto a farvi compagnia."
Queste ragazze, potete comprendere, vergognate in quel momento, perchè poere; e dissero:
"Maestà, perdonate: noi siamo poere ragazze. Non vi si pol ricevere com'è il vostro merito. Ci vorrebbe altro!"
"Ah! - dice - Niente, niente! Io non ricerco la ricchezza. Io vengo da voi perchè di certo so che siete tanto bone ragazze. Ed io vengo per passare un'ora con voi. Quanto mi rincresce - dice - che non ci sia vostro padre! perchè io do tre festini: e m'incresce, perchè voi poerine non possiate venire."
Le fanciulle gli fanno i complimenti:
"Troppo garbato, Maestà, troppo garbato."
"Ma - dice - quando ci sarà vostro padre, io ne darò degli altri ed allora vo' ci verrete."
Si trattenne un altro poco, un'altra mezz'ora, dirò; e poi gli dice:
"Addio, addio a domani."
Si rimette nello stesso panierino, e loro lo ricalano con la stessa fune, come gli è salito. Lui va al palazzo e le ragazze rimangon lì chiacchierando di questa cosa. Dice la minore:"Che credete che questa sera vo' non abbiate a calarmi?" - a calar giù ancora lei.
"A fare icchè - dice le sorelle - ti s'ha a calare?"
"Voi mi dovete calare e non ricercare quel ch'io farò." - Dunque insisteva.
Loro di no; e lei sempre:"Voi mi calerete, vo' m'avete a calare."
S'erano stancate: dicevan di no e lei la diceva sì. "Vuoi calare? e tu cala!" - e con la fune la calarono.
Questa ragazza l'avea preso un paniere grande. Va all'usciolino secreto di Sua Maestà. Sta in orecchi; non sente nessuno. Lesta lei principia a salire e entra nella cucina. E siccome [3] tutte le guardie erano a guardare, sapete bene, là dove s'appartiene, qua non ci pensavan neppure. Che ti fa? La prende tutte le meglio robe, tutto arrosto, potete immaginare cosa ci sarà stato! e mette tutto nel paniere la meglio roba. E poi l'altra roba, quello che era rimasto lì per Sua Maestà, tutto cenere e acqua, la gnene sciupò tutta. E poi la va via, e va in cantina: prende i meglio vini, le meglio bottiglie, tutte le qualità che lei poteva prendere. E poi dà l'andare a tutte le botti, bottiglie e tutto quel che rimase; e vien via. Corre verso casa.
"Tiratemi su! tiratemi su!", alle sorelle.
Eccoti le sorelle la tiran su: e videro un paniere di roba, pieno d'ogni grazia di dio. Gli domandano:"In che maniera?"
E lei:"Zitto! ve lo dirò. Serrate le finestre e ve lo dirò!"
Serrano e gli dice:"Io sono stata così da Sua Maestà. Ho fatto questo e questo. Ho preso tutta la meglio roba; e poi ho spento con cenere la roba da mangiare ch'era rimasta. E poi ho dato l'andare alle botti."
Dice le sorelle:"O cos'hai tu fatto!"
"Pensiamo a mangiare - dice - e non pensiamo ad altro."
Venghiamo a Sua Maestà che di certo dopo aver ballato, ordina che gli sia messo in tavola: in tutti i festini ci è il suo buffè. Vanno i cuochi in cucina e trovan questo spettacolo. Rimangon più morti che vivi, addolorati molto, perchè non sapevan loro quel che dovevano andare a dire a Sua Maestà. Sua Maestà insisteva: - "Mettete in tavola!"
Allora un di quelli disse:"Maestà, abbiate la bontà di venir con noi, e vedere la disgrazia che n'è seguita."
"Ah bricconi! - dice - Traditori! Uno di voi gli è che m'ha fatto questo spregio!" Loro gli si buttano ai piedi piangendo:
"Maestà, noi siamo innocenti!"
"Ah! - dice - alzatevi. Almeno andate in cantina a prendere qualcosa da bere."
E va da' signori e dice:"Signori, ci è questo e questo. Si contenteranno di rinfrescarsi. Ormai la disgrazia qui c'è: qualche astro maligno, qualche fata che mi vol male assoluto."
Gli òmini di corte vanno alla cantina e trovano il lago, più di mezz'omo. Urlano! "Maestà, abbiate bontà di venire con noi, perchè..."
Va giù e vede tutto un lago, tutto buttato. Torna in su e dice a' signori:
"Signori, abbiano bontà. Veggon bene, non ho neppure da dar loro a rinfrescarsi. Questi birbanti chi sono?". E piangeva per la vergogna.
"Ma domani sera, signori, metterò le guardie doppie. Così non seguirà. Perchè il primo che io posso scoprire, il pezzo più grosso dev'essere un chicco di rena. Questo ladro, questo birbante..."
I signori si licenziarono a corpo voto e Sua Maestà si mette a piangere; e pianse tutta la notte dicendo sempre:"Sconta [4] delle mie bambine, che mi voglion tanto bene, con questi traditori che mi voglion tanto male."
Venghiamo alle ragazze. "Oh! - dice - tra poco c'è da aspettarselo, Sua Maestà; c'è da vederlo, gua', chè ce lo promesse. Non facciamo vistosità che s'è fatta questa cosa."
E così, dopo un quarto d'ora, Sua Maestà:"Ho le belle fila d'oro! [5]"
"Eccolo!" - dice. Gli calan la fune, e lui vien su; afflitto, con gli occhi rossi. "Maestà, cos'avete oggi?", gli dicono.
"Ah le mie bambine, ora vi conterò quel ch'i' ho, - dice. - Vi ricordate voi ieri che io dissi, che io dava tre festini?"
"Sissignore."
"Abbiate da sapere che ieri sera all'ora che io doveva far mettere in tavola, i miei vanno in cucina e trovano tutta la roba con cenere e acqua, tutto straziato, ma uno strazio impossibile a dirlo. Loro rimasero più morti che vivi, questi miei servitori. Io insisteva che mettessero in tavola. Allora si buttarono ai piedi e dissero: Maestà, venite a vedere il caso brutto che è seguito. Ed io gli dissi: Ah, traditori, bricconi, uno di voi siete. Loro si gittarono ai piedi e conobbi bene la sua innocenza. Ma qui un astro maligno c'è, o una fata; o un traditore c'è. Ma se io lo scopro dev'essere più grosso un chicco di rena della sua persona! dev'essere spezzato più fine che un chicco di rena."
"Ma come si fa a fare queste cose? - gli rispondono le ragazze - Mentre che il Re è tanto il bon signore. Come si fa a fargli questi strazii di buttargli la roba?"
"Oh, ma stasera ci sono le guardie doppie, oh!". Egli fa come a dire, gli pare d'averla tra le mani questa persona. Si trattiene un altro poco, poi se ne va: "Addio, addio, a domani."
Quando gli è verso le ventitrè, dice la sorella minore:
"Che credete voi che non abbiate a calarmi stasera?"
Dice le sorelle:"Oh questa sera poi, non ti si calerà davvero. Avresti aver sentito! Gli ha detto, s'egli scopre questa persona, gli ha da essere più grosso un chicco di rena. Noi non ti si cala."
No e sì, no e sì, bisogna che la calino, son costrette a calarla. Quando l'hanno calata, lei via dall'usciolino solito. Sta in orecchi, cheh! non sente un'anima. Tutti erano attenti dove potevan credere che venivan le genti, ma di qua non c'era nessuno, non sapevan dell'usciolino segreto. La ragazza lo sapeva, perchè gnene aveva detto suo padre. Prende tutta la roba più dell'altra sera, perchè c'era più roba e più squisita; e fa l'istesso: quello che rimane tutto cenere ed acqua e tutto un piaccicume. Va alla cantina e piglia la meglio roba che ci possa essere, mah! bottiglie più squisite, sempre più della prima volta. La dà l'andare alle botti e poi la scappa a casa. "Tiratemi su, tiratemi su!". Va su; e le si mettono a mangiare in festa, tutte allegre.
Venghiamo a Sua Maestà, che dice ai signori:"Questa sera non è come ieri sera, no! Io ho messo le guardie doppie."
"Mettete in tavola!", dice ai cuochi, alla servitù.
Vanno in cucina e trovano peggio dell'altra sera: tutto cenere, acqua; un marume. "Maestà - dice - abbiate la bontà di venir di qua da noi."
"Ah? forse ci sarebbe lo stesso tradimento?"
"Maestà, venite a vedere."
"Ah traditori, ora poi conosco che siete voi davvero. Con le guardie doppie non è entrato qui nessuno."
Questi urlavano appiedi:"Maestà, salvateci! siamo innocenti."
Maestà dice:
"Qui c'è qualcheduno che mi vole un male a questo punto! Alzatevi, io vi perdono. Andate almeno in cantina: questi signori scuseranno, e si contenteranno di rinfrescarsi."
Vanno alla cantina, e se la prima sera gli veniva sin qui a mezza persona, questa poi non si poteva neppure entrare, si affogava dal lago. Maestà è costretto a dire a que' signori:"Vengano a vedere la disgrazia che ho addosso. Non solo... ma che quest'astro maligno vi sia e di non lo potere scoprire!". E quei signori ebbero a andare con le trombe nel sacco, come si suol dire, senza prender niente, quella seconda sera.

"Ma - dice il Re - "domani sera ci sto in persona io.". Vanno via. Venghiamo al Re che dà in un dirotto pianto. Piange sempre dicendo:"Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!".
Venghiamo alle ragazze. "Oh! - dice - badate! Non ci sarà molto, che ora verrà Maestà. Procacciamo di non fare vistosità, sennò noi siam morte."
E così dopo mezz'ora, ecco Maestà con le fila d'oro: non avea nemmanco fiato. "Oh - dice - eccolo! coraggio!"
Calan la fune e lui va su, più morto che vivo. "Felice giorno, Maestà. O come va? che si sente male?"
Un viso gli aveva, morto. Dice:
"Ah le mie bambine, voi non sapete! Iersera fu peggio dell'altra sera il tradimento."
"Ah, ma come mai, signore? gli è tanto il bon signore! che gli debban fare queste cattività?"
"Eh, ma stasera ci sto in persona. Non ci sarà scusa. Eh se lo posso avere!... se io posso scoprire!... vi replico quel ch'io vi dissi: il chicco d'arena dev'essere più grosso di questa persona quando lo mando in tritoli."
"Oh l'ha ragione! È tanto il bon signore!", le replicano. Sua Maestà va via dopo essersi trattenuto un'altra mezz'ora. Ci era andato per passarvi un'altra mezz'ora, non per fin di nulla, via. Quando gli è andato via:
"Che credete che stasera non mi abbiate a calare?", disse la minore di tutte.
"Ah che non ti si cala davvero noi, stasera. Non ti si cala; e si scriverà al babbo in qualche maniera, perchè noi non si vole di queste cose."
Che volete? Sì, no, sì, no; furono costrette a calarla anche stasera. Figuratevi, entra nell'usciolino: chè se la prima sera ci era d'ogni bene di dio, l'ultima non si pole spiegare, ecco! Prende il suo paniere e comincia a metter roba, tutta la più meglio che ci fosse. L'altra, fa il solito: tutt'acqua e cenere; la mette giù nel camino tutta sciupata come l'altra sera. E va in cantina. Scende in cantina, prende il meglio vino e le bottiglie le migliori [7], poi si volta e vede un vaso di verdea. Lesta lei, lo prende e lo mette nel panierino. Dà l'andare alle botti, poi lesta a casa:"Tiratemi su, tiratemi su!". La va su a mangiare con le sorelle.
Lasciamo là quelle che sono in gaudeamus, a cenare come principesse, e venghiamo a Maestà che dice:
"Signori, stasera non sarà come l'altra sera: ci sono stato da me a guardare."
E questi signori tutti contenti dentro di sè. Ora ordina di mettere in tavola. I cochi entrano in cucina e veggono più cento volte straziato delle prime sere. Più lesti andierono da Sua Maestà, perchè:"Se stasera - dice - c'è stato da sè, non ci pole incolpare."
"Maestà, venite a vedere."
"E cosa c'è da vedere?"
"Venite a vedere", dice.
Va a vedere, che? figuratevi la cosa!
"Qui c'è un astro maligno, qualche fata che si gioca di me!"
Va dai signori:"Signori, siamo alle medesime. Venghino a vedere anche loro!"
Poveretto, gua'. Vanno alla cantina, figuratevi, tutto un lago: non si vedeva proprio dove andare. Tutto cascato il vino e poi tutto mescolato. Dice a questi signori che gli abbino pazienza, ma che dei festini non ne dà più, perchè non poteva dar loro nemmanco da rinfrescarsi. Tutto un lago giù, non ci si raccapezzava nulla. Piangendo, sospirando, gli pareva mill'anni d'arrivare alla mattina, d'andare alle sue bambine. Dice:
"Le mie povere bambine quanto mi voglion bene, e questi traditori quanto mi voglion male!"
Per tornare un passo addietro, queste ragazze:"Dove si metterà" - dice - "questo vaso di verdea?"
La verdea, l'è roba che si mangia come una conserva, io m'immagino; ma cosa sia appuntino io non so [8]. Le non ci avevan posto: pensano di metterlo sotto al letto, rimpetto alla finestra, questo vaso. Eccoti Maestà:
"Ho le belle fila d'oro! ho le belle fila! ho le belle fi'."
"Eccolo, eccolo! per l'amor d'iddio non ci facciamo conoscere. Ci vuol coraggio, gua'."
Calano il paniere, le funi solite; lo tiran su. Piangeva a calde lacrime.
"Oh Maestà! Ma cos'avete?", lo vedevan troppo disperato.
"Ah quel ch'i' ho? Peggiore di tutte l'altre sere! Non basta essere stato da me in persona. Questo è qualche astro maligno o qualche fata. Ma io non ne darò mai più di questi festini."
Discorrevano del più e del meno, loro dicendo sempre:"Tanto bon signore!", e sempre replicavano questa parola. Sua Maestà si è trattenuto altra mezz'ora, come il solito, da queste ragazze, e se ne va: "Addio, addio, a domani."
Nel mentre le ragazze lo calano, lui vede il vaso della verdea sotto il letto: "Oh traditore!", gli dice, e fa per ritornare su in casa. E loro lo buttano di sotto senz'altri discorsi. Chi lo buttò fu la sorella minore. Sua Maestà si fece un male, ma male passabile. Lascio considerare le ragazze maggiori come rimasero, dicendogli, alla sorella:"Qualunque sia il caso, la rea tu siei te. Noi non ci s'ha colpa."
Venghiamo a Maestà. Va nel suo quartiere e subito scrive al suo padre, delle ragazze, una lettera fulminante: che in due ore e mezza, lui fosse al palazzo, altrimenti, pena la testa. Lascio considerà' quest'omo nella massima disperazione, pensando a più cose e non sapendo perchè Sua Maestà gli avea detto per sei anni e in capo a pochi giorni lo manda a chiamare:
"Eh, qualcosa ci è! - dice - Le mie figliole non possan essere, perchè gli ho murato l'uscio; impossibile!"
Si mette in viaggio, più morto che vivo con questa pena, con questo pensiero; e arriva al palazzo. Dice:"Sua Maestà mi ha mandato a chiamare."
E così Sua Maestà sente che gli è arrivato, dice:"Fatelo passare."
E passa quest'omo.
"Che mi comanda Sua Maestà?"
"Mettetevi a sedere", dice.
E quest'omo si mette a sedere.
"Ditemi, quante figlie avete voi?"
 Lui, si sente una stilettata, perchè:"qualcosa c'è sulle mie figliole!"
Dice:"Tre, Maestà."
"Bene: si potranno vedere queste tre figlie?"
"Maestà, quando Lei voglia. Ma si ricordi, che noi siam poverelli, noi. Non si pò riceverla come Lei meriterebbe di certo."
"Non m'importa! - disse Sua Maestà. - Io bramo di conoscerle; ed una di loro la voglio in isposa."
Quest'omo si butta a' piedi dicendo:"Maestà, io sono un pover'omo. Impossibile che voi vogliate abbassarvi a prendere una delle mie figliole."
"Oh io vi replico che una di tre io la voglio."
"Allora, - dice - Maestà, mi permetterete che io faccia smurare l'uscio, perchè io gli ho lasciato l'uscio murato. E allora potremo andare."
Va e fa buttare giù l'uscio, e va su dalle figliole, tutto... non sapeva nemmen lui quel ch'egli era.
"Oh babbo!"
Gli fanno le feste, lascio pensare.
"Oh babbo, ben tornato. In che maniera così presto?"
"Maestà mi ha mandato a chiamare, e io son dovuto tornare, eh. E mi ha detto: Quante figlie avete?"
Loro, figuriamoci, le maggiori, il suo core dove gli andiede:"Ci siamo, gua'!"
"E io gli ho detto: Tre, Maestà; tre figlie ho - Si potrebbero vedere?- Io gli ho detto: Maestà, sapete bene, noi siamo poveri; non vi si potrà ricevere secondo il vostro merito. E lui ha detto: Cheh! no, no, vi replico; io voglio vederle, perchè una di tre la voglio per isposa. Quella che mi vole."
La maggiore dice a suo padre:
"Io no, io non lo prenderei davvero."
La seconda:"Neppure io, sa, babbo; perchè..."
La minore:"Lo prenderò io - dice. - Io lo prenderò volentieri."
Eccoti Sua Maestà che viene in casa con suo padre e va su, e si mette a parlare, a discorrere del più, del meno. Suo padre è costretto a dirgli:
"Sua Maestà una di voi vi accetta per isposa."
La maggiore dice di no:"Non per... ma che vole! ci vorrebbe altro! io non posso essere capace..."
La seconda l'istesso:"Noi non siamo istruite, quel che Lei merita."
La minore dice:"Lo prenderò io, io sono contenta."
Era lei che aveva fatta la mancanza.
Ecco, conchiudono le nozze; fecero presto, in quattro o sei giorni. Così il giorno dello sposalizio, dopo l'anello, un momento di libertà ci vole. La gli dice alle sue damigelle:"Io voglio fare una celia al Re."
"Cosa, signora, vol fare?"
"Stai zitta. Io voglio fare una celia. Voglio far fare una donna tutta di pasta, e da qui in su tutta zucchero e miele: e poi ci siano ordinghi da potergli fare dire di sì e dire di no."
Figuriamoci, non aveva finito d'ordinare che gli era bell'e fatta!
"Perchè la voglio mettere nel letto, voglio fargli una celia al Re. Come a dire invece d'io [9] che ci sia questa donna di pasta [10]."
Ed appena fatta, la fa mettere in letto con la berretta, tutta vestita, come se la fosse stata lei in persona. Dopo pranzo, dopo la cena, dopo tutta l'allegria, vien l'ora di coricarsi. E chiede lei d'andare prima un momento a letto. Invece di spogliarsi entra sott'il letto e si prepara con questi ordinghi, se mai, a tirare e a dire di sì e di no.
Venghiamo a Maestà che dice ai servi:"Non occorre che mi spogliate stasera: faccio da me."
Entra in camera, e serra. E dice:
"Briccona! Ti ricordi eh, quando io diedi tre festini e mi eran fatti quegli spregi; e che te andavi dicendo: è tanto bon signore!, traditora."
Lei, sotto al letto:"Sì, me ne ricordo."
E tirava i fili, perchè dicesse sì la donna di pasta.
"Ah, te ne ricordi, eh?"
"Sì - la dice - Me ne ricordo."
"Adesso è tempo della mia vendetta."
Prende la spada e va al letto e la ferisce; via, ferisce quella bambola ch'era lì coricata. E gli spruzza tutto zucchero e miele.[11] E lui sentendo dolce, zucchero e miele, comincia a dire:
"Oh Leonarda mia di zucchero e miele! se io ti avessi ora ti vorrei gran bene." - Lei dice:"Io son morta."
Lo dice, gua'! con una voce flebile.
E lui insiste:
"Ah Leonarda mia di zucchero e miele! se ti avessi ora ti vorrei un gran bene."
E lei ridice:"Son morta."
Quando la vede che lui gli era veramente per ammazzarsi (lui s'ammazzava), la sorte fôra e dice: "I' son viva, son viva!"
S'attaccano al collo, si baciano, si perdonano, e nessun seppe nulla, perchè rimase in loro. Se l'ammazzava davvero, era morta: ma fu celia. La mattina s'alzarono, come fanno il solito. Leonarda la fece venire il padre e le sorelle e li fa i primi signori del palazzo. E così una cosa di celia, le riuscì di divenire una Regina. E visse bene, ma ci vol di quelle furberie.



Von Blaas E.


Dalle Note:

[3] Siccome nel senso di poichè, ben è dell'uso fiorentino odierno, come pure dell'uso universale in quel gergo infranciosato che fa le veci dell'italiano a' dì nostri: bene ha numerosi esempli di scrittori valenti come l'Alfieri; ma sarà sempre cansato, come un brutto gallicismo, da chiunque vuol serbar fattezze italiane nello scrivere. Il costrutto, veramente nostro, sarebbe col gerundio: Ed essendo tutte le guardie a guardare ecc.

[7] Altro barbarismo dell'uso e de' più goffi, de' più ripugnanti all'indole della nostra lingua, è questa reduplicazione dell'articolo. In Italiano si dirà sempre le bottiglie migliori o le migliori bottiglie; e l'intrusione d'un secondo articolo innanzi allo aggettivo (le bottiglie le migliori) sarà sempre non solo un pleonasmo, anzi pure uno sproposito majuscolo, un francesismo imperdonabile; un peccato mortale e non già veniale di lingua.

[8] Verdea è veramente una specie di vino. Tassoni, Secchia rapita, VI, 46:

I tedeschi del vino ingordi e ghiotti
Dietro a certi barili eran trascorsi,
Che ne credeano far dolce rapina;
E in cambio di verdea trovâr tonnina.

[9] Il caso obliquo de' pronomi usurpa tante volte il posto del retto, che non è da stupire se anche il retto qualche volta in bocca del popolo s'intrude nel posto dell'obliquo. Chi la fa, l'aspetti.

[10] Questo episodio della bambola si ritrova anche intruso in fine delle Novelle sicule Die Geschichte der Sorfarina, appo la Gonzenbach e Trisicchia (di Ficarazzi) ricordata dal Pitrè in nota a Li tridici sbannuti. Alquanto variato è nella fiaba veneziana El diavolo, appo il Bernoni. Matteo Bandelle narra come Faustina romana fosse informata che il marito Marc'Antonio intendeva ucciderla e fuggirsi con una Cornelia: 'E volendo alla mina del marito fabbricare una contrammina, ebbe segreta pratica con uno eccellente legnajuolo, e fece fare una statua e della grandezza che ella era, ma di modo fabricata, che se le accomodava benissimo la pelle d'una bestia attorno; alla quale, ella avendo inteso il determinato punto che il marito voleva ucciderla, acconciò certe vessiche piene di acque rosse assai spesse, acciò facessero fede di sangue...

[11] I costumi toscani richieggono che il latte ed il miele spruzzino casualmente sulle labbra del Re. Nelle varianti meridionali ch'io posseggo, con miglior motivazione (dal punto di vista estetico), il Re lecca quel sangue volontariamente sul coltello, perchè la superstizione popolare porta, che chi così fa, non è poi tormentato da rimorsi.
E' verissimo, e il testo dell'Imbriani è l'unico fra quelli che ho letto a fare un riferimento preciso alla popolare superstizione meridionale. Del resto, Vittorio Imbriani era napoletano e lo sapeva bene. Troppe volte, questo gesto è stato rappresentato, anche in altri contesti, come una mèra manifestazione di bestiale crudeltà.

Molto spesso, le note sotto le novelle dell'Imbriani occupano pagine e pagine, essendo, alla fine, un testo a parte, più lungo e ricco della novella stessa. Ricco di appunti, puntualizzazioni, curiosità, parallelismi, e anche strane (spesso errate, ma sempre interessanti) ipotesi. Ho riportato per intero, o quasi, quelle de "La Verdea", sfrondandole da un eccesso di citazioni di altri testi. Ho volontariamente omesso un gustoso campionario di antiche voci dei venditori ambulanti fiorentini, che merita un post a parte.

Naturalmente, non ho toccato il testo della novella (errori di ortografia e grammaticali compresi), ma, poiché è un po' faticoso a leggersi, ho lavorato di "punto e a capo" e di corsivo.

 V. Imbriani, da La Novellaja Fiorentina, Novella Terza.




lunedì 23 febbraio 2015

Gràttula-Beddàttula, Calvino n.148 - (Pitrè n. 42) - Seconda Parte

Così come dalla prima parte discende il tipo, o, almeno, l'incipit (nonché la causa scatenante della "disgrazia" che muove il racconto) de "La Bella e la Bestia", questa seconda parte, con il motivo delle ragazze murate e delle fughe dell'eroina con sconfinamento nelle cucine del Re, richiama le novelle come "La Verdea", raccolta da V.Imbriani ne "La Novellaja Fiorentina".

[Dalle note dell'Imbriani:
"È sottosopra l'argomento della Sapia Liccarda, Trattenimento quarto della terza giornata del Pentamerone: 'Sapia co' lo 'ngiegno ssujo, essenno lontano lo patre, sse mantene 'nnorata co' tutto lo male esempio de le sore. Burla lo 'nnamorato, e previsto lo pericolo che passava, repara lo danno. Ed all'utemo lo figlio de lo Rre sse la piglia pe' mogliere.' Variante della presente è la fiaba di questa raccolta, intitolata: La bella Giovanna.
Nella Grattula-Beddattula e ne La figghia di lu mircanti di Palermu, appo il Pitrè vi sono similmente de' padri, che partendo lasciano le figliuole murate in casa.]

Queste sono novelle - non fiabe - e hanno una forte valenza umoristica. La protagonista è la ragazza furba, non una Cenerentola. Il racconto ruota intorno al motivo della ragazza che, per sottrarsi ai tentativi di seduzione e/o per gusto personale, beffa ripetutamente il Re, il quale, solitamente, decide di sposarla per avere diritto di vita e di morte su di lei, non riuscendo a batterla in astuzia (sic!). Naturalmente, l'eroina riesce a scampare anche al tentativo di omicidio della prima notte nuziale. E vissero felici e contenti.

Sull'interpretazione di Calvino, lascio al confronto con il testo del Pitrè. Perduta l'esclamazione del narratore, che, una volta conclusa la vicenda del mercante con il suo ritorno a casa, impreca contro la propria sbadataggine per aver tralasciato le avventure di Ninetta durante l'assenza paterna e ce ne dà conto - con la freschezza e il ritmo del cunto orale - Calvino ci regala, in compenso, espressioni come:
"Ma hai le traveggole o hai bevuto?" (le sorelle a Ninetta che vuol calarsi nel pozzo), laddove "Ma sei matta o ubriaca?" costituirebbe il minimo sindacale non di una puntigliosità filologica, ma del rispetto per un linguaggio colorito e popolare.
E, a proposito dei cambiamenti veniali ma incomprensibili della prima parte... perché sostituire ai doni del testo originale - tre abiti a testa per le figlie maggiori che anticipavano i famosi tre balli - il vestito color del cielo e quello color dei diamanti (non una grande invenzione, peraltro)?



ntanto, mentre il mercante era via, le tre ragazze stavano nella casa dalle porte murate. Non mancava loro niente, avevano anche un pozzo dentro il cortile cosicché potevan sempre prendere l'acqua. Accadde che un giorno, alla grande delle sorelle cadde il ditale nel pozzo. E Ninetta disse:
"Non vi angustiate, sorelle, calatemi nel pozzo e vi ripiglio il ditale"
"Scendere nel pozzo? Scherzi", le disse la più grande.
"Sì, voglio scendere a pigliarlo", e le sorelle la calarono.
Il ditale galleggiava sul pel dell'acqua e Ninetta lo prese, ma, rialzando il capo, vide un pertugio nella parete del pozzo, donde veniva la luce. Tolse un mattone e vide di là un bel giardino, con ogni sorta di fiori, alberi e frutti. Si aperse un varco spostando i mattoni e s'infilò dentro il giardino, e là i meglio fiori e i meglio frutti erano tutti per lei. Se ne riempì il grembiule, rifece capolino in fondo al pozzo, rimise a posto i mattoni, gridò alle sorelle:
"Tiratemi!", e se ne tornò su fresca come una rosa.
Le sorelle la videro uscire dalla bocca del pozzo col grembiule pieno di gelsomini e di ciliege.
"Dove hai preso tante belle cose?"
"Che ve ne importa? Domani mi calate di nuovo e prendiamo il resto".
Quel giardino era il giardino del Reuzzo del Portogallo. Quando vide saccheggiare le sue aiole, il Reuzzo cominciò a far lampi e saette contro il povero giardiniere.
"Non so niente, come può essere?", badava a dire il giardiniere ma il Reuzzo gli ordinò di stare più in guardia d'ora in poi, sennò guai a lui.
L'indomani Ninetta era già pronta per scendere nel giardino.
Disse alle sorelle:
"Ragazze, calatemi!"
"Ma hai le traveggole o hai bevuto?"
"Non sono né pazza né ubriaca: calatemi", e la dovettero calare.
Spostò i mattoni e scese nel giardino: fiori, frutti, una bella grembiulata e poi:
"Tiratemi su!"
Ma, mentre se ne andava, il Reuzzo s'era affacciato alla finestra e la vide saltar via come un leprotto: corse in giardino ma era già scappata. Chiamò il giardiniere:
"Quella ragazza, per dove è passata?"
"Che ragazza, Maestà?"
"Quella che coglie i fiori e i frutti nel mio giardino"
"Io non ho visto niente, Maestà, glielo giuro"
"Bene, domani, mi metterò alla posta io".
Difatti, l'indomani, nascosto dietro una siepe, vide la ragazza far capolino tra i mattoni, entrare, riempirsi il grembiule di fiori e frutti fino al petto. Salta fuori e fa per afferrarla, ma lei, svelta come un gatto, salta nel buco del muro, lo chiude con i mattoni ed è sparita. Il Reuzzo guarda il muro da tutte le parti ma non riesce a trovare un punto coi mattoni che si muovono. Aspetta l'indomani, aspetta un altro giorno, ma Ninetta, spaventata d'esser stata scoperta, non si fece calare più nel pozzo. Al Reuzzo quella ragazza era parsa bella come una fata: non ebbe più pace, cadde ammalato e nessuno dei medici del Regno ci capiva niente. Il Re fece un consulto con tutti i medici, i sapienti e i filosofi. Parla questo e parla quello, all'ultimo fu data la parola a un Barbasavio.
"Maestà - disse il Barbasavio - chiedete a vostro figlio se ha una qualche simpatia per una giovane. Perché allora tutto si spiega."
Il Re fa chiamare il figlio e gli domanda: il figlio gli racconta tutto: che se non si sposa questa ragazza non può trovare pace.
Dice il Barbasavio:
"Maestà, fate tre giorni di feste a palazzo, e fate gridare un bando che tutti i padri e le madri d'ogni condizione vi portino le figlie, pena la vita". Il Re approvò e proclamò il bando.
Intanto, il mercante era tornato dal vaggio, aveva fatto smurare le porte, e aveva dato i vestiti a Rosa e a Giovanna, e a Ninetta il ramo di datteri nel vaso d'argento. Rosa e Giovanna non vedevano l'ora che ci fosse un ballo e si misero a cucire i loro vestiti. Ninetta invece se ne stava chiusa col suo ramo di datteri e non pensava a feste né a balli. Il padre e le sorelle dicevano che era matta.




Stephen Mackey



Da Pitrè n. 42



etti pi mia: mi scurdava lu megghiu. Mentri stu mircanti era 'n viaggiu, successi 'na vota ca a la soru granni cci cadíu lu jiditali 'ntra lu puzzu: (cà lu patri cci avia fattu fari un puzzu pi 'un cci ammancari l'acqua). Si vôta Ninetta e cci dici a li soru:
"Picciotti, nun vi 'ngustiati; calatimi 'ntra lu puzzu, e vi lu pigghiu io stu jiditali."
"Tu chi lucchíi?", cci dici la soru granni.
"Sì; io cci vogghiu scinniri a pigghiallu."
Iddi a diri no, idda a diri sì, l'àppiru a calari. Comu Ninetta scinni a tuccari l'acqua, si sbrazza e pigghia lu jiditali, ma comu nesci la manu di l'acqua, s'adduna d'un pirtusu, d'unni vinía lustru. Leva la tistetta di lu muru, e vidi un bellu jardinu, ma un jardinu veru diliziusu, ca cc'eranu tutti sorti di ciuri, d'arvuli e di frutti. Senza sapiri leggiri e scriviri, si 'nfila e si metti a cògghiri li megghiu ciuri, li megghiu frutti e ogni cosa di qualità. Si nni fa 'na falarata nè gattu fu nè dammàggiu fici, trasi 'ntra lu puzzu, metti la tistetta:
"Tiratimi!", e si nn'acchiana frisca comu li rosi. Comu li soru vidinu dda falarata di robba: "Unni li cugghisti tu sti belli cosi?"
"Chi nn'aviti a fari? - rispunni Ninetta - dumani mi calati arreri e pigghiamu lu restu."
Jamu ca lu jardinu era di lu Riuzzu di lu Purtugallu, e lu Riuzzu comu vitti dda gran ruina si misi a fari un gran tempu d'acqua cu lu giardineri. Lu poviru giardineri cci dissi ca di sta cosa 'un nni sapia nenti, ma lu Riuzzu cci ordinau di stari cchiù vigilanti pi l'appressu; masinnò, guai pi iddu.
Lu 'nnumani Ninetta si misi a lenza pi scinniri 'nta lu jardinu. Dici:
"Picciotti, calatimi!"
"Tu chi si' foddi o 'mbriaca?"
"'Un sugnu nè foddi nè 'mbriaca: calatimi."
Iddi a diri no, idda a diri si, l'àppiru a calari. Leva la tistetta, si cala 'nta lu jardinu: ciuri, frutti, nni fa 'na falarata, e si fa tirari susu. Lu Riuzzu si truvò a'ffacciari: e 'mmenzu l'arvuli la vitti filiari: scinni jusu, ma 'un vitti cchiù a nuddu. Chiama lu giardineri:
"D'unni trasíu sta fimmina?"
"Quali fimmina, Maistà?"
"Sta fimmina chi s'ha cugghiutu frutti e ciuri 'nta lu mè jardinu?"
"Io nu nni sacciu nenti, Maistà" e si misi a jurari e spirgiurari ca 'un ni sapia nenti. Lu Riuzzu vitti la sò 'nnuccintitùtini, e si nn'acchianau nna li so' cammari. La 'nnumani si misi a la posta:
"Si tu veni - dissi 'ntra iddu - di li mei granfi nun pôi sgagghiari."
Ninetta, a lu terzu jornu, si metti, a lu solitu, a cutturiari a li so' soru pi calalla: la specia di l'àutri jorna cci avia piaciutu! E iddi a diri no, e idda a diri sì, l'àppiru a calari. Leva la tistetta, si 'nfila 'nta lu jardinu, cogghi li megghiu cosi, cchiù megghiu di l'àutri jorna; si nni fa 'na falarata, si nni jinchi lu pettu, nenti sapennu ca lu Riuzzu era ammucciatu pi idda. 'Nta lu megghiu senti 'na rumurata, si vôta e vidi ca lu Riuzzu s'avia jittatu p'affirralla. Jetta un sàutu nna lu pirtusu, metti la tistetta, e, santi pedi, ajutatimi!  Ddoppu stu fattu, lu poviru Riuzzu 'un appi cchiù paci, e di la pena nni cadíu malatu, pirchì dda picciotta cci parsi 'na vera fata.



Stephen Mackey


Tutti li medici di lu Regnu nuddu avia l'abilità di fallu stari bonu. 'Na jurnata lu Re 'n vidennu ca sò figghiu java pirdennu tirrenu, chiama tutti li savii e filosufi di lu Regnu pi discurriri supra la malatia di lu Riuzzu. Parra chistu, parra chiddu: all'urtimu parra un varvasàviu e dici:
"Maistà, spijati a vostru figghiu si havi quarchi simpatia pi quarchi giuvina; e allura si pensa di 'n'àutra manera."
Lu Re ha fattu chiamari a sò figghiu e cci ha spijatu; e lu figghiu cci cuntau una di tuttu, e cci dissi ca si nun si pigghia a sta picciotta, nun si pò cuitari.
Dici lu varvasàviu:
"Maistà, faciti tri jorna di festa a palazzu, e jittati un bannu ca ogni patri e matri di tutti sorti di pirsuni cci purtassiru a li so' figghi, pena la vita a cui s'ammùccia." Lu Re appruvau, e jittau lu bannu.
Jamu a li figghi di lu mircanti. Comu iddi àppiru ddi vesti chi cci purtò sò patri si li misiru a cusiri pi la prima festa di ballu chi vinia. Ninetta si 'nchiuiju cu la sò grasta, e addiu festi! e addiu divirtimenti! Lu patri e li soru, sta cosa 'un la putianu addiggiriri, ma poi si pirsuasiru ca chista era 'na fuddía, e la lassaru fari. 

(continua)

Dalle Note del Pitrè:

Metti pi mia: In Salaparuta: mentu a mia; in Alimena: menti a o pri mia; ed un amico di là mi scrive: "È quasi un rimprovero che il narratore fa a sè stesso per ricordarsi bene della storiella; infatti l'esclama appunto quando finge o si dimentica veramente del filo da tenere."

Fari un gran tempu d'acqua: lett. piovere a dirotto con lampi e tuoni; ed in senso fig. come qui, fare un casaldiavolo. 

Mittirisi a lenza: mettersi pronto, frase presa in senso fig. dal prepararsi che fa il pescatore prendendo la lenza per pescare.

Filiari: v. intr., aliare, e lo si dice de' conigli quando si va a farne caccia, e se ne intravede saltare qualcuno. Il Principe del Portogallo vide appena aliare la Ninetta in mezzo al giardino.

Varvasàviu: parola composta di varva e saviu, come a dire savio, sapiente, filosofo, di quei dalla barba lunga come ce li offre l'antichità.