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martedì 27 dicembre 2016

Urashima Tarō, e la Tir-na-n-Og Giapponese

La leggenda giapponese di Urashima Tarō è probabilmente la più conosciuta in Occidente, forse perché il tema principale, il viaggio in una terra soprannaturale dove il trascorrere del Tempo è pericolosamente diverso, è diffusissimo anche nelle nostre storie. Vengono in mente Oisin e Niam e Tir-na-n-Og, Thomas the Rhymer, e persino le contaminazioni cristiane del tema, con le estasi mistiche che annullano e moltiplicano il passare del Tempo.
Della leggenda di Urashima Tarō esistono numerose varianti. Ne ho ricostruita una, basandomi su quella più diffusa e attendibile.
La variante che si stacca marcatamente da quella che considero l'originale, (o, chissà, forse è, invece, l'ultima traccia dell'antico nucleo), narra di un giovane e ardito pescatore che, in una notte di luna piena, si sporge pericolosamente dalla barca, i lunghi e bellissimi capelli inzuppati di raggi lunari e acqua marina, e cade negli abissi, "reso pazzo dalla Luna", attratto dagli incantamenti della figlia del Dio degli Abissi del Mare, che lo imprigiona nella sua "fredda grotta", disteso su di un letto di sabbia.


Ford H.J.


Nessuna traccia, quindi, del Palazzo del Re Drago e della sua elegante Corte.
E inizia un dialogo in versi, una sorta di nenia, tra la Creatura che chiede l'amore del giovane pescatore poiché i suoi lunghi capelli  "si sono attorcigliati intorno al suo cuore",  e Urashima Tarō, qui sorprendentemente padre di famiglia, che si ostina a rifiutarla invocando la tenerezza verso i proprii bambini e la sua preoccupazione per il loro destino. Infine, la Figlia del Dio del Mare acconsente a lasciarlo libero, in cambio di un'unica notte. Il pescatore acconsente. Liberato con il cofanetto da-non-aprire-mai, ritorna nel suo villaggio. Il finale della storia non muta, se non per una disperata ricerca fra le lapidi del cimitero, alla ricerca di una conferma di cui è, in cuor suo, già consapevole. E, infatti, trova i nomi di tutti i suoi figli, morti vecchissimi, e dei figli dei suoi figli.  E il dono di addio, qui, potrebbe avere in senso, il senso di una fredda vendetta, basato sulla consapevolezza delle debolezze umane.


Yamamoto Hōsui



anto tanto tempo fa, sulle coste del Giappone, nella provincia di Tago, in un modesto villaggio di pescatori,viveva un giovane di nome Urashima Tarō (浦島太郎). Suo padre era stato un abile pescatore, e aveva trasmesso la sua abilità al figlio, che era certamente il pescatore più audace del villaggio e non temeva di spingersi in mare aperto. Tuttavia, più che per il suo ardimento nell'affrontare le onde con qualsiasi tempo, era rinomato per la gentilezza e la grande generosità del suo animo.

giovedì 2 giugno 2016

La Figlia del Sole, Grecia (A. Lang-Traduzione Mia)


'era una volta una donna che non riusciva ad avere figliuoli ed era molto infelice. Così, un giorno, si rivolse al Sole dicendo: "Sfera di sole, sfera di sole, mandami una bambina, e, quando avrà dodici anni, potrai riprendertela!"
Subito dopo l'accorato appello della donna, il Sole le inviò una bambina che lei chiamò Letiko e se ne prese gran cura finché la piccola non compì dodici anni.


Stokes M.


Di lì a poco, mentre Letiko era intenta a raccogliere delle erbette aromatiche, il Sole venne a lei e disse: "Letiko, quando torni a casa, di' a tua madre di rammentare la sua promessa".

sabato 9 aprile 2016

La Moglie Morta - Nativi Americani (A. Lang)






C'era una volta un uomo che viveva con sua moglie nel cuore della foresta, molto lontano dalla loro tribù. Trascorrevano quasi l'intera giornata andando a caccia insieme, finché la donna non fu costretta a restare in casa poiché c'erano tante cose da fare. Così l'uomo andò a caccia da solo, ma scoprì che, da quando la moglie non lo accompagnava più, anche la fortuna lo aveva abbandonato. Una volta, mentre l'uomo era fuori a caccia, la moglie si ammalò, e, dopo qualche giorno, morì.
Il marito, profondamente addolorato, la seppellì nella casa dove aveva trascorso l'intera esistenza. Ma si sentiva così solo che fabbricò una bambola di legno, in tutto simile alla moglie morta, e la vestì con i suoi abiti. Sedette davanti al fuoco e cercò di fingere che sua moglie fosse tornata. Il giorno dopo, andò a caccia, ma, al suo ritorno, per prima cosa, corse dalla bambola e le pulì il viso dalla cenere del focolare che vi si era depositata. Ma, adesso, aveva tanto da fare, doveva cucinare e rammendare, e badare al fuoco, e non aveva nessuno che lo aiutasse. Trascorse così un intero anno.
Una sera, tornando a casa, vide un po' di legna ammonticchiata accanto all'uscio ed un bella fiamma vivace nel focolare. La sera seguente, non trovò solo la legna tagliata e il fuoco acceso, ma anche un bel pezzo di carne nella pentola, quasi pronto per essere mangiato. Si guardò intorno per scoprire chi avesse fatto tutto ciò per lui, ma non vide nessuno. La mattina seguente, andò a caccia, ma nelle vicinanze, e rincasò molto più presto del solito. Era ancòra piuttosto distante quando vide una donna entrare in casa con una fascina sulle spalle. Così, si affrettò verso casa e aprì di colpo la porta: davanti al focolare non sedeva la bambola, ma sua moglie morta.





"Il Grande Spirito si è impietosito per il tuo dolore, così mi ha permesso di tornare da te, ma bada: se tu allungherai la tua mano per toccarmi prima che abbiamo rivisto il nostro popolo, io morirò".
L'uomo ascoltò le sue parole, e, da allora, la donna rimase con lui: raccoglieva la legna e curava il fuoco, finché un giorno, il marito le disse: "Sono passati due anni dalla tua morte. Torniamo dalla nostra tribù. Là starai bene e io potrò toccarti".
E preparò le provviste per il viaggio: una striscia di carne di cervo secca che avrebbe portato lui, e una per lei. La tribù era accampata a sei giorni di cammino, e, quando ne restava solo uno, incominciò a nevicare, ed erano esausti e decisero di fare una sosta. Accesero il fuoco, cucinarono un po' di carne e srotolarono le pelli per coricarsi. Ma il cuore dell'uomo era in tumulto e tese le braccia verso la moglie. Lei agitò le mani e disse:"No, non abbiamo ancòra incontrato nessuno, è troppo presto!"
Ma l'uomo non volle ascoltarla e l'attirò a sé e l'abbracciò... Ed ecco, stava abbracciando la bambola di legno! Nella sua disperazione, l'uomo la lanciò lontano da sé e corse all'accampamento, dove raccontò tutta la storia. Ma c'era chi non gli credeva. Andarono nel punto in cui si erano fermati a riposare e là, giaceva la bambola. Inoltre, sulla neve c'erano le orme di due individui, e due di quelle impronte erano le impronte del piede di una bambola. E l'uomo trascorse nel più amaro rimpianto il resto della sua vita.

Nativi Americani, The Dead Wife,  da "The Yellow Fairy Book", A. Lang
Traduzione: Mab's Copyright


venerdì 18 marzo 2016

Il Soldatino, (Francia) A.Lang - Traduzione Mia


'era una volta un soldatino che era appena tornato dalla guerra: si era comportato da valoroso in battaglia, e, tuttavia, non aveva perso né una gamba né un braccio.
Ma la guerra era finita, l'esercito era allo sbando, e il soldatino dovette prendere la via per il suo villaggio natìo. Ora, il nome del ragazzo era John, ma, per una ragione o per un'altra, gli amici lo chiamavano "Reuccio": il perché nessuno lo sapeva, ma tant'è...
Poiché non aveva né padre né madre ad attenderlo, non aveva fretta, e se la prendeva comoda, zaino in spalla e spada al fianco. Una sera, all'improvviso, fu preso dal desiderio di fumare la pipa: cercò i fiammiferi, ma, con suo grande disappunto, si accorse di averli smarriti. Ad un tiro di pietra dal punto in cui aveva cercato inutilmente i fiammiferi, scorse una luce brillare tra gli alberi. Quando la raggiunse, si ritrovò davanti ad un vecchio castello le cui porte erano spalancate.
Il soldatino entrò nella corte del castello, e, sbirciando attraverso una finestra, scorse un gran fuoco che divampava in fondo ad una sala. Mise la pipa in tasca e bussò con discrezione, chiedendo educatamente:
"Potreste darmi un po' di fuoco?", ma non ottenne risposta. Dopo aver atteso per qualche istante, bussò di nuovo - più energicamente questa volta - ma l'esito fu il medesimo.
Alzò il chiavistello ed entrò: la sala era vuota. Si diresse immediatamente verso il caminetto, e, quando, afferrate le molle, si chinò per cercare un pezzetto di brace per la sua pipa... Clic! Qualcosa scattò proprio in mezzo alle fiamme, e comparve un enorme serpente, che si rizzò fino ad arrivare all'altezza del suo viso.


H.J. Ford


Ad una tale vista molti uomini sarebbero scappati via a gambe levate temendo per la propria vita, ma John, benché fosse un piccoletto, aveva il cuore di un autentico soldato. Si limitò ad indietreggiare e ad afferrare l'elsa della sua spada.
"Non sguainarla - disse il serpente - poiché tu sarai il mio liberatore"
"Chi sei?"
"Mi chiamo Ludovina e sono la figlia del Re dei Paesi Bassi. Liberami e io ti sposerò e ti renderò felice per tutta la vita!"
Beh, parecchi uomini non avrebbero gradito la prospettiva di essere resi felici da un enorme serpente con la testa di donna, ma Reuccio non si lasciava confondere da simili paure. Inoltre, subiva il fascino degli occhi di Ludovina, che lo guardava come un serpente guarda un uccellino. Erano meravigliosi occhi verdi, non rotondi come quelli di un gatto, ma allungati, a forma di mandorla, e brillavano di una strana luce, e i fluttuanti capelli d'oro che li incorniciavano risplendevano ancor di più. Il volto aveva la bellezza di un angelo anche se il corpo era quello di un serpente.
"Che cosa devo fare?", chiese Reuccio.
"Apri quella porta. Ti ritroverai in una galleria che termina in una sala simile a questa. Attraversala. Vedrai un armadio in cui c'è una tunica. Portamela".
Il soldatino si accinse impavidamente ad eseguire la missione che gli era stata affidata. Attraversò senza problemi la galleria, ma, una volta entrato nella sala, vide, alla luce delle stelle, otto mani che fluttuavano all'altezza del suo viso, minacciando di picchiarlo, però, per quanto scrutasse in giro, non riuscì a scorgere i corpi a cui appartenevano.
Il soldatino si slanciò in avanti a testa bassa in mezzo ad una vera tempesta di colpi a cui rispose a suon di pugni. Raggiunto l'armadio, lo aprì, prese la tunica e la portò nella prima sala.
"Eccola", ansimò, quasi senza fiato.
Clic! Ancòra una volta, le fiamme si divisero ed apparve Ludovina: adesso, era donna fino alla vita. Prese la tunica e la indossò. Era una splendida tunica di velluto arancione tempestata di perle, eppure le perle non erano candide come il suo collo.
"Non è finita qui - disse - Ritorna nella galleria, sali su per lo scalone a sinistra, e, nella seconda sala del primo piano, troverai un altro armadio: dentro c'è la mia gonna. Portamela".
Reuccio seguì le istruzioni, ma, entrando nella stanza, invece di otto mani, scorse otto braccia, e ogni braccio reggeva un enorme bastone. Immediatamente, sguainò la spada, e si fece largo con un vigore tale che se la cavò solo con qualche graffio. Prese la gonna, che era di seta, blu come i cieli di Spagna.
"Eccola", disse John quando il serpente fece la sua comparsa: adesso era donna fino alle ginocchia.
"Non voglio altro che le scarpe e le calze - disse - va' e prendile dall'armadio del secondo piano".
Il soldatino si avviò, ma s'imbatté in otto goblins armati di bastoni e con gli occhi che saettavano fiamme. Questa volta, si bloccò sulla soglia.
"La spada non mi servirà a nulla - si disse - Questi miserabili la infrangerebbero come se fosse di vetro. Se non mi faccio venire un'idea, sono un uomo morto."



Lucia Campinoti


Lo sguardo gli cadde sulla porta, che era di robusta e massiccia quercia: la divelse dai cardini, la sollevò sul capo e si slanciò contro i goblins schiacciandoli sotto di essa. Quindi, prese le scarpe e le calze dall'armadio e le portò a Ludovina, che, non appena le ebbe indossate, divenne donna dalla testa ai piedi.
Quando fu completamente vestita, con le calze di seta bianca e gli scarpini blu tempestati di carbonchi ai piedi, ella disse al suo liberatore:

giovedì 25 febbraio 2016

Le Tre Foglie della Serpe, Grimm n16, Traduzione Mia




Denis Forkas



'era una volta un pover'uomo che non poteva più mantenere il suo unico figlio. Il figlio, allora, gli disse:
"Caro padre, viviamo in una miseria tale che io sono diventato solo un peso per voi; me ne vado per il mondo e cercherò di guadagnarmi il pane."
Così il padre gli diede la sua benedizione e si accomiatò da lui con grande dolore. A quel tempo, c'era il Re di un immenso impero, e questo Re era in guerra. Il giovane si arruolò nel suo esercito e andò a combattere per lui.
Quando fronteggiò il nemico, si ritrovò al culmine della battaglia e in estremo pericolo: piovevano proiettili e i suoi camerati cadevano da ogni parte, e, quando anche il comandante cadde, i superstiti volevano fuggire, ma il giovane si fece avanti e li apostrofò gridando:
"Non lasciamo che la Patria vada in rovina!".
Allora gli altri lo seguirono, ed egli li condusse all'assalto del nemico e lo sconfisse. Quando al Re giunse notizia che a lui solo doveva la vittoria, lo innalzò sopra tutti, gli donò grandi ricchezze e ne fece il primo uomo del Regno.
Il Re aveva una figlia, che era molto bella ma piuttosto eccentrica. Ella, infatti, aveva giurato che chi volesse diventare suo signore e sposo avrebbe dovuto promettere di lasciarsi seppellire vivo con lei, nel caso le fosse sopravvissuto.
"Se mi amerà davvero con tutto il cuore, che senso avrebbe per lui la vita dopo la mia morte?"
Da parte sua, se il suo sposo fosse morto per primo, ella sarebbe scesa nella tomba con lui.
Questo giuramento aveva scoraggiato tutti i pretendenti, ma il giovane fu così affascinato dalla bellezza della Principessa che la chiese in sposa al Re suo padre.
Allora, il Re disse:
"Ma tu conosci il suo giuramento?"
"Sarò seppellito vivo con lei se dovessi sopravviverle - rispose il giovane - Il mio amore è così grande che affronterò il rischio".
Allora il Re diede il suo consenso e le nozze furono celebrate con grande solennità.
Per un po', i due sposi vissero felici e contenti, amandosi teneramente, ma avvenne che la giovane Regina fosse aggredita da una perniciosa malattia e che nessun medico riuscisse a guarirla, cosicché ella, in breve tempo, morì.
E, guardando la sua sposa giacere morta, il giovane rammentò il suo giuramento e inorridì al pensiero d'essre calato vivo e seppellito nella tomba della moglie, ma non aveva scampo: il Re aveva ordinato che ogni via d'uscita fosse sorvegliata da sentinelle armate perché non fuggisse, e, non c'era modo di sottrarsi al suo destino. Quando il cadavere fu inumato nella cripta regale, anche il giovane sposo fu calato giù, e le porte furono chiuse e sigillate.
Accanto alla bara, c'era un tavolo, e sul tavolo c'erano quattro candele, quattro pani e quattro bottiglie di vino. Una volta consumate queste provviste, egli sarebbe morto di fame. E lui se ne stava seduto là, vicino alla bara, oppresso dal dolore, e ogni giorno mangiava soltanto un morso di pane e beveva soltanto un sorso di vino, eppure vedeva la morte avvicinarsi sempre di più.
Un giorno, egli scorse una serpe strisciare fuori da un angolo della cripta e avvicinarsi al cadavere. Pensando che volesse morderlo, sguainò la spada e disse:
"Finché sarò vivo, non la toccherai", e tagliò la serpe in tre pezzi.



Jeremy Hush

venerdì 28 agosto 2015

Il Forno, Grimm n.127 - Traduzione Mia

Benché rientri, giocoforza, nella categoria "Lo Sposo Animale", questa fiaba giunge all'estremo: il Principe non è prigioniero della pella (leggi: sembiante) di un leone, un orso, un cinghiale o un serpente, ma delle pareti di un vecchio forno di ferro abbandonato nel cuore della cupa foresta (il luogo non cambia mai). E, come spesso accade in questo tipo fiabesco, alla fine del racconto si perde memoria del Regno del Principe, che governa, invece, il Regno del padre della novella sposa, secondo la dinamica delle unioni esogamiche, che questa fiaba riflette.


l tempo in cui desiderare serviva ancòra a qualcosa, un Principe fu incantesimato da una vecchia Strega, che lo rinchiuse in un grande forno di ferro nel folto della foresta, e là egli trascorse anni ed anni poiché nessuno poté aiutarlo. Un giorno, una Principessa si smarrì per i sentieri della foresta. Dopo aver errato per nove giorni senza riuscire a ritrovare la via per il Regno paterno, capitò, infine, dov'era il forno di ferro.
E udì una voce chiederle:
"Da dove vieni, e dove vai?"
La Principessa rispose:
"Ho smarrito la strada per il Regno di mio padre e non riesco a tornare a casa".
Allora, la voce proveniente dal forno disse:
"Ti aiuterò a tornare a casa in un baleno se mi prometti solennemente di esaudire il mio desiderio. Io sono figlio di un Re molto più potente di tuo padre, e voglio sposarti".
La Principessa  rimase sconvolta e pensò:
'Giusto Cielo, che me ne faccio di questo forno di ferro?'.
Ma, poiché desiderava tornare dal padre, promise di fare ciò che voleva. Il Principe disse:
"Dovrai ritornare qui con un coltello e scavare un buco nel ferro".


Sauvant


Poi le diede un compagno che le camminò al fianco senza pronuciare una parola, ma la riportò a casa in due ore. Al castello, grande fu la gioia quando tornò la Principessa, ed il vecchio Re le gettò le braccia al collo e la baciò. Ma la Principessa era molto triste e disse:
"O caro padre, sapeste quanto ho tribolato! Mi ero smarrita nella grande foresta tenebrosa e non sarei mai riuscita a tornare a casa se non avessi trovato sulla mia strada un forno di ferro, ma ho dovuto dargli la mia parola che sarei tornata da lui per liberarlo e sposarlo".
Il vecchio Re si sconvolse al punto da perdere i sensi poiché non aveva che quell'unica figlia. Così decisero di mandare al  posto della Principessa la figlia del mugnaio, che era molto bella.
Condussero la ragazza nella foresta, le diedero un coltello e le dissero di raschiare il forno. La ragazza raschiò per ventiquattro ore, ma non riuscì neanche a scalfirlo.
Al sorgere del sole, una voce disse dall'interno del forno:
"Mi sembra che fuori incominci ad albeggiare".
E la ragazza rispose:
"Sembra anche a me, mi pare quasi di sentire il rumore dela ruota del mulino di mio padre".
"Allora tu sei la figlia di un mugnaio! Vattene all'istante e fa' venire qui la Principessa".
La ragazza corse via e raccontò al vecchio Re che il forno della grande foresta non sapeva che farsene di lei, e voleva la Principessa. Ma c'era la figlia di un porcaro, che era ancora più bella della figlia del mugnaio: così le regalarono una moneta d'oro perché andasse dal forno di ferro al posto della Principessa.
E la condussero nella foresta e anche lei fu costretta a raschiare per ventiquattro ore, ma senza venire a capo di nulla. All'alba, si udì una voce dall'interno del forno:
"Mi sembra che fuori incominci ad albeggiare"
E la ragazza rispose:
"Sembra anche a me, mi pare quasi di sentire il suono della cornetta di mio padre"
"Allora sei la figlia di un porcaro! Vattene all'istante e fa' venire la Principessa, e dille che dovrà mantenere tutto ciò che ha promesso: se non verrà, il suo Regno sarà ridotto in macerie, e non ne resterà pietra su pietra".
All'udire quelle parole, la Principessa scoppiò a piangere, ma non le restava altro da fare che mantenere la promessa. Così prese congedo dal padre, si mise in tasca un coltello e andò a piedi nel folto della foresta, dov'era il forno. Prese a raschiare, e il ferro cedette, e, dopo due ore, aveva già aperto un piccolo buco. Sbirciò all'interno del forno attraverso quel forellino e scorse un giovane di così grande bellezza e tutto risplendente di oro e di gemme che ne rimase estasiata. Continuò a raschiare, e allargò il buco tanto da permettergli di uscire. Allora il Principe esclamò:
"Tu sei mia e io sono tuo: sei la mia sposa e mi hai liberato!".
Egli avrebbe voluto condurla immediatamente nel suo Regno, ma la Principessa lo pregò di lasciarla andare un'ultima volta da suo padre: il Principe acconsentì, a patto che non pronunciasse più di tre parole, e che si affrettasse a tornare da lui.
La Principessa tornò a casa, ma disse più di tre parole: il forno scomparve al'istante e fu trasportato lontano, oltre monti di vetro e spade taglienti, anche se il Principe era ormai libero e non più rinchiuso al suo interno.


Ford H.J.


Intanto, la Principessa  si congedò dal padre, prese un po' di denaro, e tornò nella foresta, ma, per quanto cercasse, non le riuscì di ritrovare il forno.
Cercò per nove giorni ed era tanto affamata, poiché non c'era nulla di cui cibarsi, e la fine era vicina. Verso sera, salì su di un alberello, per passarci la notte poiché aveva una gran paura delle bestie feroci. Era quasi mezzanotte, quando scorse un lumicino lontano lontano, e pensò: 'Ah, laggiù sarò salva!'
Scese dall'albero e s'incamminò verso quella luce, e, camminando, pregava. Giunse ad una vecchia casetta: tutt'intorno alla casina l'erba era alta, e, sul davanti, c'era un mucchietto di legna.
'Ah, dove sono capitata?!' pensò.
Sbirciò attraverso la finestra, e non vide altro che rospi, grossi rospi e piccoli rospi, ma c'era anche una tavola ben imbandita, con del buon vino e un bell'arrosto, e i piatti e i bicchieri erano d'argento. Allora, le tornò il coraggio e bussò alla porta.
Subito un grosso rospo gridò:

"O servetta verde e piccoletta, 
servetta zampetta zoppetta,  
salta là e salta qua,
presto, dimmi chi c'è là".


Si fece avanti una rospetta e aprì la porta alla Principessa. Quando la fanciulla entrò, tutto le diedero il benvenuto e la obbligarono a sedersi. Le domandarono:
"Da dove venite? Dove andate?".
La Principessa raccontò tutto quello che le era capitato, che non aveva obbedito all'ordine di pronunciare non più di tre parole, e che il forno era scomparso e anche il Principe. Adesso non le restava che cercarlo per monti e valli finché non l'avesse trovato.
Allora, il vecchio, grosso rospo disse:


"O servetta verde e piccoletta, 
servetta zampetta zoppetta,  
salta là e salta qua,
la scatola grande portami in fretta".


La rospetta andò a prendere la scatola. Poi, offrirono da mangiare e da bere alla Principessa, e l'accompagnarono ad un bel letto che pareva di seta e di velluto: ella vi si coricò, in nome di Dio, e si addormentò.
Allo spuntar del giorno, si alzò. Il vecchio rospo prese tre aghi dalla grande scatola e glieli diede perché li portasse con sé: ne avrebbe avuto bisogno per valicare un'alta montagna di vetro, oltrepassare tre spade taglienti e attraversare un grande fiume. Se ci fosse riuscita, avrebbe ritrovato il suo innamorato.
Le diede alcuni oggetti che doveva serbare con cura, cioè tre grossi aghi, una ruota d'aratro e tre noci.
La Principessa se ne andò, e, quando raggiunse la montagna di vetro, che era liscia come uno specchio, piantò i tre aghi dietro ai piedi, poi davanti ai piedi, e così via, finché arrivò dall'altra parte. Nascose gli aghi in un luogo che contrassegnò per ritrovarlo in seguito, poi giunse alle tre spade taglienti: sedette sulla ruota, e le superò. Infine, attraversò un grande fiume, e giunse nei pressi di un imponente e splendido castello.


Ford H.J.


Entrò. Era una povera fanciulla - disse - e aveva bisogno di lavorare. Sapeva che là abitava il Principe che aveva liberato dal forno nella grande foresta. Così fu presa come sguattera per un salario da fame.
Ormai il Principe aveva un'altra donna al suo fianco, e voleva sposarla, poiché pensava che la Principessa fosse morta da un pezzo. La sera, dopo aver rigovernato le cucine, la Principessa infilò la mano in tasca e trovò le tre noci che le aveva dato il vecchio rospo. Ne spaccò una con i denti e voleva mangiarne il gheriglio, ma dentro c'era una splendida veste, degna di una regina. Quando la promessa sposa del Principe venne a saperlo, andò da lei e chiese di comprarla: non era certo una veste adatta ad una sguattera. La Principessa rifiutò, ma disse che le avrebbe ceduto l'abito se le avesse consentito di trascorrere una notte nella camera del promesso sposo. La fidanzata glielo concesse perché non aveva mai posseduto una veste così bella. La sera, disse al suo fidanzato:
"Quella sciocca sguattera vuole dormire nella tua camera"
"Se sta bene a te, va bene anche a me ", rispose il Principe.
Ma la fidanzata gli offrì un bicchiere di vino in cui aveva sciolto un sonnifero. Così, il promesso sposo e la sguattera trascorsero la notte nella stessa camera, ma il Principe dormì così profondamente che la Principessa non riuscì a svegliarlo.
Pianse però tutta la notte, e gridava:
"Ti ho liberato dal forno di ferro e dalla foresta tenebrosa, per te ho scalato una montagna di vetro, per te ho oltrepassato tre spade taglienti e attraversato un grande fiume, e adesso che ti ho trovato, non vuoi neanche ascoltarmi".
I domestici che vegliavano davanti alla porta della camera, la udirono piangere e lamentarsi tutta la notte, e, il mattino seguente, riferirono ogni cosa al Principe.
La sera, dopo aver sbrigato le faccende, spaccò la seconda noce, e, dentro, c'era una veste ancòra più bella della prima. La promessa sposa, non appena la vide, le chiese quanto ne volesse, ma la Principessa si rifiutò di cederla per denaro, e la pregò di poter passare un'altra notte nella camera del Principe. Ma la fidanzata del Principe gli offrì un bicchiere di vino in cui aveva sciolto un sonnifero, e il Principe dormì profondamente e non udì una sola parola. La sguattera pianse tutta la notte e gridava:
"Ti ho liberato dal forno di ferro e dalla foresta tenebrosa, per te ho scalato una montagna di vetro, per te ho oltrepassato tre spade taglienti e attraversato un grande fiume, e adesso che ti ho trovato, non vuoi neanche ascoltarmi".
I domestici che vegliavano davanti alla porta della camera, la udirono piangere tutta la notte, e, il mattino dopo, riferirono ogni cosa al Principe.
La terza sera, finito di rigovernare le cucine, ella spaccò la terza noce, e, dentro, c'era un abito splendente d'oro. Non appena la promessa sposa lo vide, lo volle per sé, e la Principessa glielo diede, a patto che la lasciasse dormire nella camera del Principe. E il Principe, questa volta, tenne gli occhi ben aperti e versò in terra il sonnifero.
E, quando ella si mise a piangere e a gridare: "Ti ho liberato dal forno di ferro e dalla foresta tenebrosa...", il Principe balzò in piedi e disse: "Tu sei mia e io sono tuo".
E, quella notte stessa, fuggirono in carrozza. Attraversarono in barca il grande fiume, oltrepassarono le tre spade taglienti seduti sulla ruota d'aratro, e valicarono la montagna di vetro con l'aiuto dei tre aghi.
Giunsero, infine, alla vecchia casetta: non appena vi misero piede, la casetta si trasformò in un grande castello, e i rospi, liberati dall'incantesimo, tornarono ad assumere il loro antico sembiante, poiché erano principi e principesse, e festeggiarono la loro liberazione. Le nozze vennero celebrate con gran pompa, e il Principe e la Principessa rimasero nel castello, che era molto più vasto e imponente di quello della novella sposa. Ma, poiché il vecchio Re soffriva molto per il distacco dall'unica figlia, lo invitarono a vivere con loro, e così governarono due Regni e vissero insieme felici e contenti.



Goble W.


Grimm n.127, "Der Eisenofen".
Classificazione: AaTh 425A [The Animal Bridegroom-Lo Sposo animale]
Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"

venerdì 7 giugno 2013

La Ragazza nel Baule, la Pelle d'Asino Rumena

'era una volta, e adesso non c'è più, un ricco possidente terriero, che era sposato e aveva sia una suocera, sia una figlia, tanto bella che chi la vedeva restava a bocca aperta.
Sua moglie, chissà per quale motivo, un giorno si ammalò molto gravemente. Essendo in punto di morte, fece venire il marito al suo capezzale, gli diede un anello che portava al dito e gli disse:”Marito, tu sei giovane e non resterai senza risposarti; quando ti risposerai, non prendere nessun'altra moglie all'infuori di quella che potrà infilarsi al dito il mio anello!”
Eh, sì, il marito cercò di farle coraggio come poteva; le disse che non sarebbe morta, che le sarebbe passato tutto, e questo e quello; ma lei, poveretta, non ne ebbe più per molto e, quando arrivò la sua ora, rese l'anima a Dio.
Suo marito pianse disperato: diceva che era bella (la figlia assomigliava a lei), che era buona e così via. Ma anche lui pianse finché pianse, poi smise.
Non era trascorso un anno che al vedovo venne in mente di risposarsi; di villaggio in villaggio, di città in città, andò alla ricerca di una ragazza o di una vedova che potesse infilarsi al dito l'anello datogli da sua moglie moribonda. L'uomo girò molto, moltissimo, dicono che abbia girato per anni; ma una ragazza o una vedova cui andasse bene l'anello non c'era. E così tornò a casa triste.
Quando arrivò e posò il piede sulla soglia di casa, sua figlia stava lavorando al telaio. Dalla soglia, gettò con rabbia l'anello sul pavimento, dicendo:”Che tu sia maledetto, perché chi ti ha fatto ti ha fatto male!”.
La ragazza, vedendo l'anello cadere per terra, andò a raccoglierlo e se lo infilò al dito. Ed ecco il prodigio del diavolo, ché non sarà stato certo di Dio: le si adattò perfettamente, come se lo avesse sempre portato al dito! “Ah, babbo!- disse – Dallo a me questo bell'anello! Guarda come si adatta perfettamente al mio dito!”
Vedendo ciò, il possidente rimase di sasso. Che fare? Doveva sposare sua figlia, no? L'ultima volontà di sua moglie, sul letto di morte, era stata che il marito dovesse sposare quella cui si sarebbe adattato l'anello. Meglio non si poteva adattare, sembrava che fosse sempre stato su quel dito!
Allora l'uomo disse:” Che il diavolo ti porti, anello! Mi hai fatto fare il giro del mondo per tutto questo tempo!”


Burne Jones E.

Poi disse alla ragazza:” Figlia mia, preparati per le nozze, perché devo prenderti in moglie. Sul letto di morte, tua madre mi disse così e così”. E riferì alla ragazza quello che gli aveva detto sua madre. La ragazza era terrorizzata. Come era possibile che suo padre la prendesse in moglie? Non era una cosa da esseri umani! Perciò andò da sua nonna a dirglielo e a chiederle che cosa doveva fare per evitare una tale sciagura. “ Bambina mia, io non so proprio che cosa tu possa fare – disse la vecchia dopo essersi fatta il segno della croce, all'udire una cosa del genere – Per adesso digli che non lo sposerai finché non ti avrà portato un vestito che non possa essere tagliato dalle forbici né punto dall'ago.”
Il possidente fece fare un vestito di metallo e glielo portò.
“ Che facciamo, nonna?” chiese la ragazza, vedendo che suo padre le aveva portato il vestito.
“Che cosa dobbiamo fare? Digli che ti porti un altro vestito, con la luna sul dorso, il sole davanti e le stelle tutto intorno, proprio come la luna, il sole e le stelle del cielo; e anche questo, che non possa essere tagliato dalle forbici né punto dall'ago.” Il possidente, di soldi ne aveva in abbondanza. Le fece fare un vestito; poi pagò un orefice perché facesse sole, luna e stelle d'oro, d'oro puro, in modo che assomigliassero perfettamente al sole, la luna e alle stelle del cielo; quindi le portò il vestito, così come lei aveva chiesto.
Anche stavolta la ragazza corse dalla nonna. “Che facciamo, nonna?”
“Adesso, bambina mia, ecco che cosa ho pensato che dobbiamo fare, perché non c'è altro modo per saltarne fuori, ma sarà difficile.”
“Sia come sia, piuttosto che un sacrilegio di questo genere!”
“Andiamo da un bravo falegname, uno che conosco io, e commissioniamogli un baule di legno, ben decorato, nel quale nel quale tu possa entrare e coricarti, e che si chiuda dall'interno.”
“E che cosa ci dovrò fare?”
“Tu ti ci chiuderai dentro e io lo getterò nel torrente e sarà quel che Dio vorrà, perché per te è meglio morire, piuttosto che fare quello che vorrebbe quel demonio di tuo padre.”
La povera ragazza sospirò, poverina perché dopo tutto era giovane, amava la vita e non avrebbe voluto morire; ma che cosa poteva fare? Decise di fare quello che sua nonna le consigliava. Il falegname le portò il vestito proprio il giorno in cui suo padre aveva deciso di celebrare le nozze. Poco prima del matrimonio, la ragazza indossò il vestito con il sole e la luna, entrò nel baule, e si chiuse dentro. Quando si fu chiusa dentro, sua nonna cominciò a urlare e a gridare che alla ragazza era successo qualcosa di brutto, che era scomparsa di casa. Il possidente la sentì, fece cercare la ragazza, corse dappertutto, sarà qua, sarà là...
La ragazza era nel baule, con il cuore che le batteva forte per la paura di essere scoperta. Ma non la scoprì, perché non lo sfiorò neanche di lontano il sospetto che poteva essere là dentro. Anzi, camminando in fretta per la stanza, ci andò a sbattere contro e stava quasi per cadere.
”Che cos'è questa roba qui?” gridò allora irritato.
La nonna della ragazza, che era lì, gli disse:" È un baule, lo aveva comprato la ragazza. Non saprei che farne!".
" Buttatelo nel fuoco, che sia maledetto!" gridò lui. La vecchia non aspettava altro. Chiamò un servo e gli disse:" Prendi questo baule e seguimi, dài!".
Il servo lo prese e andò dietro di lei, che si incamminò verso il torrente. Quando vi giunsero, ordinò al servo di gettar dentro il baule e il servo lo gettò. Il torrente trasportò rapidamente il baule a valle e la vecchia tornò a casa piangendo.
Intanto il baule galleggiava sul torrente e viaggiò finché arrivò vicino ad alcuni pescatori che stavano pescando. Come lo videro, lo presero. Lo guardarono, lo trassero a riva, lo rigirarono.
" Che sarà mai?" chiese uno di loro.
" È un baule, non vedi?"
" Ma che baule meraviglioso!- fece un altro - Non vedi che fiori ci sono sul legno? Questo è un baule da imperatore!".
 “ Giusto! Lo sai che facciamo?- disse quello che aveva parlato per primo – Lo portiamo come omaggio all'imperatore e ci dividiamo il compenso che lui ci darà.”
“ Ben detto, compare! Portiamolo!”
Ritirarono le reti, si allontanarono dalla riva e andarono a casa ad abbigliarsi con i vestiti migliori che avevano, poi si recarono con il baule alla corte dell'imperatore.
L'imperatore era giovane. Come vide il baule, gli piacque; diede ai pescatori una ricompensa e lo fece mettere in una stanza dove egli dormiva e mangiava. Come d'abitudine, la sera gli apparecchiavano la mensa e gli preparavano il letto; poi lui andava a mangiare e si coricava quando gliene veniva voglia. Ma alla sera di quella giornata in cui aveva fatto mettere il baule nella propria stanza, andando a mangiare non trovò le vivande sulla tavola e il letto era tutto un groviglio, tanto era disfatto. Che diavoleria era questa? L'imperatore incominciò a chiamare i servi e a sgridarli duramente: che razza di letto gli avevano preparato, che razza di vivande gli avevano portato?
Le sue grida furono udite da sua madre, la quale gli voleva molto bene e non voleva che si arrabbiasse; perciò gli disse che il giorno dopo sarebbe andata a vedere lei, quando gli avrebbero portato da mangiare e gli avrebbero fatto il letto. Così l'imperatore si calmò.
Il giorno dopo, alla solita ora, la mamma dell'imperatore andò coi servi a vedere come gli rifacevano il letto e come gli sistemavano le vivande. Ma al momento della cena, il cibo non c'è più e il letto è ancora più disfatto che il giorno prima.
' Qui c'è sotto qualcosa – pensò l'imperatore – non c'è altra possibilità.' Tanto più che sua madre gli aveva detto che era stata presente quando i servi avevano portato da mangiare e gli avevano rifatto il letto. Allora decise che il terzo giorno sarebbe rimasto di guardia per vedere chi era a mangiargli il cibo e a disfargli il letto. E così fece.
Il giorno dopo, si nascose per benino sotto il letto e restò là fino al momento della cena. Vide che i servi portavano in tavola quello che dovevano portare, facevano pulizia nella stanza e rassettavano il letto. E dopo, un po' più tardi, cosa vide? Vide che il baule si apriva e ne usciva una fanciulla meravigliosa, così bella che l'imperatore dovette stropicciarsi gli occhi, perché non sapeva che cosa pensare: era un'allucinazione o che cosa? I capelli, come fili d'oro, toccavano il pavimento, al di sopra del vestito con la luna sul dorso, il sole davanti e le stelle tutt'intorno. Ma non restò sbalordito per lungo tempo e si riebbe. E riavutosi, la osservò. Per prima cosa essa mangiò per bene e bevve tutto quello che trovò sulla tavola; poi andò verso il letto, vi si coricò sopra e dormì un poco. Allora l'imperatore uscì pian piano da sotto il letto e andò a baciarla. Lei se ne accorse e, accorgendosene, si svegliò. Svegliandosi e vedendo l'imperatore vicino a sé, volle precipitarsi dentro il baule, ma l'imperatore pensò che volesse fuggire e la afferrò per il vestito. Lei cercò di sottrarsi a forza, ma non poté evitare che lui la afferrasse per bene; d'altronde il vestito non si poteva strappare, perché non lo tagliavano le forbici né lo forava l'ago. Visto che non poteva fuggire, rimase ferma; che altro poteva fare? Allora l'imperatore le domandò in che modo era venuta a trovarsi dentro quel baule nel torrente. Lei gli raccontò tutto quella che era successo. E lui si innamorò moltissimo di lei e tosto le disse che l'avrebbe presa in moglie. Lei acconsentì, badate bene, e fecero un matrimonio bello e grandioso, un matrimonio imperiale!
Dopo che si furono sposati, un anno dopo, l'imperatrice fece un figlio, un bambino bellissimo che le assomigliava.
Passò del tempo. Il bambino aveva ormai tre anni. Il padre dell'imperatrice, il possidente terriero, era decaduto, era precipitato nella totale povertà e pensava di andare a fare il servo per guadagnarsi il pane. Capitò che al palazzo dell'imperatore venne a mancare un servo e che lui lo venne a sapere; corse dunque subito a farsi assumere. E lo misero a badare alle galline. Con le galline rimase molto tempo, ci rimase all'incirca nove anni. Dopo questi nove anni accadde che si ammalò un altro servo che era al servizio dell'imperatore e dell'imperatrice e che aveva la sua stanza accanto alla loro. Chi mettere al suo posto? ” Mettiamoci quello delle galline, che si è comportato bene e ha fatto il suo lavoro come si deve.” E ci misero lui. Egli fu molto contento, perché, entrato nel palazzo dell'imperatore e veduta l'imperatrice, aveva riconosciuto in lei sua figlia e si era messo in testa che le avrebbe fatto pagare di essersene andata di casa nel giorno delle nozze. E così aveva pazientato, pensate un po', per nove anni; a lei non si era potuto avvicinare, ma quel pensiero diabolico non lo aveva abbandonato. Prendendo il posto del servo ammalato, non esitò.
Dopo due o tre giorni riuscì a rimanere solo durante la giornata; unse per bene le porte affinché non cigolassero e di notte aprì quella stanza in cui dormiva l'imperatrice con il bambino. Tagliò il collo del bambino con un coltello, asciugò il coltello insanguinato sulla camicia da notte dell'imperatrice, le infilò il coltello sotto il cuscino e poi andò a dormire.
Che successe il mattino dopo? Urla e strepiti per tutto il palazzo, ché non si sapeva chi avesse ucciso il figlio dell'imperatore. Cominciarono le indagini. Su chi doveva cadere il primo sospetto? Sul servo ultimo arrivato.

Ford H.J.

Dopo che lo ebbero portato ed egli vide che era condannato a morte, disse:” Voi mi condannate, ma non fate bene perché io sono innocente. Cercate meglio le prove per vedere chi ha commesso questo crimine; oppure lasciate che sia io a cercarle, per difendere la mia vita”. L'imperatore acconsentì. Così quello andrò dritto al letto dell'imperatrice e tirò fuori, da sotto il cuscino, il coltello insanguinato: e furono viste anche le macchie di sangue sulla camicia da notte. Così lui si salvò e tutte le colpe ricaddero sulla povera imperatrice.
Lei, poverina, cominciò a piangere e a gridare che non era colpevole, che non ci guadagnava niente a restare senza il suo bambino; e dovevano anche accusarla di averlo ucciso? Ma tutto fu vano. L'imperatore e i suoi consiglieri le diedero questa condanna: che le fossero tagliate le mammelle e le mani, che fossero messe dentro a una bisaccia, che gliela appendessero al collo e la abbandonassero in una grande foresta in preda alle bestie selvagge, perché la divorassero. La condanna venne eseguita. Dopo che le ebbero tagliate le mani e le mammelle, le misero dentro a una bisaccia, gliela appesero al collo e la consegnarono a un servo, il quale la portò in una fitta boscaglia e ve la lasciò.
Là la povera donna piangeva disperatamente e aspettava che il dolore o la fame la facessero morire, oppure che venisse qualche fiera e la sbranasse.
Ma Dio non dormiva. Lui venne a sapere, fate attenzione, che cosa le era accaduto.
Si mosse dal cielo e venne sulla terra.
Arrivato sulla terra, fece finta di passare per caso, nelle sembianze di un vecchio, per la boscaglia in cui si trovava l'imperatrice; e le domandò che cosa le era successo, per trovarsi in quelle condizioni. Lei gli raccontò tutto. Ma, raccontando, non fece come altri che bestemmiano Dio; al contrario, diceva:” Se Dio ha voluto così, io che posso farci? Dio sa che cosa deve fare con ciascuno!”.
Questo piacque molto a Dio, il quale tirò fuori dalla bisaccia le mani della donna, sputò sul punto in cui erano state tagliate e poi le riattaccò al loro posto, sicché sembrava che fossero sempre rimaste lì. Poi fece lo stesso anche con le mammelle. Poi sputò anche sul collo del bambino e prese la sua testa, perché nella bisaccia c'era anche la testa del bambino, e la attaccò al collo; poi soffiò su di lui e lo resuscitò. Quindi diede un ordine ed apparve, come se fosse uscito dalla terra, un palazzo meraviglioso, in una bella radura, al posto della fitta boscaglia.
Passò il tempo che passò ed ecco che l'imperatore andò a caccia e si recò proprio nella foresta dove si trovava il palazzo che Dio aveva fatto per quella donna innocente.
Caccia a destra, caccia a sinistra, alla fine ebbe fame. Quando ebbe fame, il suo sguardo cadde sul palazzo meraviglioso della radura in mezzo alla foresta.
“ Che cos'è quello?” chiese a un servo che era con lui.
“ Non lo so, maestà; non sapevo che in questa foresta ci fosse un palazzo.”
“ Che meraviglia! Sai che ti dico? Siccome ho fame, prendi due o tre cacciatori, vai laggiù e di' che l'imperatore di questo paese ha fame e chiede al padrone del palazzo di lasciargli arrostire due o tre uccelli nella sua cucina.”
Il servo andò e batté alla porta. La porta gli domandò:” Chi sei?”
“ Un uomo buono” rispose il servo.
“ Che cosa vuoi?” L'uomo disse quello che l'imperatore mandava a dire al padrone del palazzo. Allora la porta chiamò l'imperatrice.
L'imperatrice disse che non c'era bisogno che si affaticasse ad arrostire la selvaggina; gli rispondesse che la padrona del palazzo lo invitava e che il cibo mandato da Dio era sufficiente.
Quando gli dissero che era invitato, l'imperatore andò.
Nella padrona egli non riconobbe sua moglie. D'altronde, rifletteteci bene, come poteva pensare che quella donna lì, che aveva le mani intere e tutto quanto, era la stessa che lui aveva fatto mutilare davanti ai suoi occhi?
Adesso, nel palazzo, la mensa si apparecchiava da sola, i cibi arrivavano da soli, i tovaglioli sporchi se ne andavano via ed altri puliti arrivavano pure da soli, perché avevano un potere dato da Dio, sicché l'imperatore era rimasto a bocca aperta per lo stupore. Finalmente si mise a mangiare e dopo aver mangiato per bene rimase a far quattro chiacchiere con la padrona del palazzo. Parlando, ella lo invitò a venire ancora alla sua mensa quella settimana stessa, con tutti quelli di casa sua; con la moglie se era sposato, con i genitori se erano ancora vivi. Ma che portasse con loro anche un qualche servo vecchio e fedele, il quale possa fare ciò di cui vi sia bisogno, perché lei non aveva servi.
L'imperatore promise che sarebbe venuto con sua madre, perché altri congiunti non ne aveva, essendo vedovo. E difatti, tre giorni dopo, l'imperatore venne con sua madre; e come servo aveva preso quello che faceva la guardia alla sua camera, il padre della donna alla quale aveva fatto tagliare le mani!
Si misero a tavola a mangiare e, mentre loro mangiavano, la padrona del palazzo uscì un attimo fuori. Ordinò ad un cucchiaio, uno di quelli prodigiosi che andavano da soli, di andarsi a nascondere nello stivale dell'imperatore. Poi entrò di nuovo nella sala in cui gli ospiti stavano parlando e cominciò a parlare con loro.
Quando l'imperatore e gli altri si alzarono per andarsene, si levò un chiasso assordante. Che cosa era successo? Tutti i cucchiai si urtavano tra loro e gridavano che quel forestiero giovane aveva rubato un loro compagno.
“ Io? Dio me ne guardi Non ho mai rubato da quando sono al mondo! Come potrei mettermi a rubare cucchiai, adesso?”
“ Sia perquisito, così vediamo se ha rubato o no!” gridarono all'unisono tutti i cucchiai.
“ Perquisitemi pure!” disse l'imperatore.
Allora entrò dalla porta il figlioletto della padrona del palazzo e sua madre gli fece perquisire l'imperatore. L'imperatore non riconobbe nemmeno il bambino: primo perché era stato cresciuto da Dio, secondo perché non poteva pensare che quello potesse essere suo figlio, dato che suo figlio lo aveva visto come tutti i morti, col collo tagliato e con la testa staccata dal corpicino.
Il ragazzino lo perquisì e trovò il cucchiaio nello stivale. L'imperatore giurò di non saperne nulla, di non essere stato lui a rubare il cucchiaio, di non sapere che cosa fosse successo...
Allora suo figlio gli disse:” Allo stesso modo non è stata mia madre a uccidermi, eppure tu hai dato ascolto a un farabutto e l'hai fatta straziare, babbo!”.
Così l'imperatore venne a sapere chi erano quella donna e quel ragazzino; cadde in ginocchio e rese glorie a Dio perché li aveva aiutati col suo potere, facendoglieli ritrovare sani e salvi; baciò le mani della moglie chiedendole perdono e diede a suo figlio centinaia di migliaia di baci.
Dopo di ciò mandò a morte il vecchio servo, del quale sua moglie gli raccontò tutto per filo e per segno.
E io una nocciola mangiai 
e una fandonia vi raccontai. 

Storie e Leggende della Transilvania, a cura di Claudio Mutti, per la Mondadori

Non so cosa ci sia di prettamente rumeno in una fiaba che ricalca la Penta Manomozza (III, 2) del Basile, ma la grandissima parte delle fiabe europee deriva dal Pentamerone, che, in questo caso, si rifa, a sua volta, ad una leggenda edificante medievale, la leggenda di Sant'Uliva.