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domenica 1 dicembre 2013

La Fidanzata dello Scheletro, Emma Perodi

’era una volta a Bibbiena una ragazza per nome Amabile, che era reputata in paese la bella delle belle. Il padre di lei faceva il tessitore di panni, dunque Amabile non era punto, ma punto ricca. Però le piaceva di comparire, e avrebbe fatto a meno di desinare pur di mettersi un fronzolo nuovo. Dovete sapere che da anni e anni a Bibbiena c’è la costumanza di far baldoria l’ultimo giorno di carnevale. In quel dì una comitiva di Fondaccini, con nastri celesti e merli, vivi o morti, legati per le zampe al cappello, gira di giorno la città suonando il trescone sul violino o sull’organetto. Ogni tanto questa comitiva dei Fondaccini si ferma davanti alla casa di qualche persona facoltosa, acclama il proprietario che dispensa denari e rinfreschi. Nello stesso tempo un’altra comitiva, detta dei Piazzolini, percorre altre strade, e a una cert'ora si ferma in Piazza Grande. Costì uomini e donne si mettono in giro alla fonte e cantano la canzone del Pomo Bello. Appena suona la campana della torre, tutta questa gente va in Piazzolina, dove i Fondaccini hanno acceso il Pomo Bello, che è un rogo formato di fascine di ginepro. Mentre la fiamma avvolge il rogo, anche i Fondaccini cantano la canzone del Pomo Bello, suonano il trescone, e le ragazze e i giovinotti ballano a più non posso. Ora avvenne che Amabile, la bella fra le belle di Bibbiena, si trovasse sulla Piazzolina quando fu incendiato il Pomo Bello. Ella era accompagnata dal padre, che, essendo uomo faceto, cantava a squarciagola: e le ronzava intorno Bindo, un altro tessitore, che era tanto innamorato di lei che pareva lo avesse stregato. Amabile, che era vana e ambiziosa, lo teneva a bada, ma non gli dava troppe speranze, perché il giovanotto non aveva terre al sole. Quell’ultima sera di carnevale, dunque, era mescolato alla folla un giovine signore di casa Dovizî, venuto da qualche giorno da Pisa, dove compieva gli studî. Costui appena vide Amabile se ne innamorò a tal segno che non si rammentò neppure che la ragazza era di bassa condizione, e lui di famiglia nobile. Voleva lasciare gli studî e non moversi più da Bibbiena, e dopo aver ballato con lei e averle dette tante dolci parole, consumò la strada davanti la casa di Amabile cantando le ultime strofe della canzone del Pomo Bello, che dicono:

La Brunettina mia,
Coll’acqua della fonte,
La si bagna la fronte,
Il viso e il petto.
Un bianco guarnellino,
Ell’ha con che si veste,
E pel dí delle feste,
Quello adopra.

La voce del giovane si faceva specialmente forte per cantare gli ultimi quattro versi, che sono questi:

S’io fossi in campo acciso,
Fra suoni e canti,
Io mi vedrei davanti,
Il suo bel viso.

Amabile, cui non era sfuggita la cortesia del giovine signore, capì che era lui che cantava, e disse fra sé: 'Bindo non mi avrà certo; di qui a poco, sarò la moglie del bel cavaliere'.
Il dì appresso ella stava filando sull’uscio di casa, quando Desiderio Dovizî, passando di là, la salutò cortesemente. Ella rispose al saluto, e con belle maniere lo invitò a fermarsi per scambiare alcune parole. Desiderio accondiscese, e da quel giorno non cessò di passare dalla casa di Amabile, finché le due chiacchiere diventarono lunghi discorsi. A farla breve, egli, che era sempre più consumato dalla fiamma d’amore, le promise di sposarla appena terminati gli studî.

Leighton E.B.

Amabile era al colmo della felicità, perché aveva sempre bramato di crescere di grado e di vestire abiti di drappo, come aveva veduto portare alle signore del castello di Bibbiena. Ma intanto che i due giovani parlavano del loro avvenire, il fratello maggiore di Desiderio, cui non era sfuggita la passione del giovane per la bella fra le belle, gli ordinò di tornarsene a Pisa agli studî. Desiderio, prima di partire, pose in dito ad Amabile un ricco anello, e si fece promettere di restargli fedele. In capo a tre mesi egli sarebbe tornato e allora avrebbero pensato a celebrare le nozze. Amabile pianse in sulle prime, ma il timore di guastarsi i begli occhi, che tutti decantavano, la fece smettere, e, ripreso il fuso, tornò sulla porta a cantare per svagarsi. I giovinotti, che si erano allontanati per lasciare il campo libero a messer Desiderio, appena lo videro partire ricominciarono a ronzare intorno ad Amabile, la quale li trattava gentilmente, e alle loro parole melate rispondeva senza scoraggiarli, come sogliono far le ragazze che desiderano di sentirsi sempre adulare. Intanto messer Desiderio non s’era fatto vivo, e Amabile si cominciava ad annoiare di doverlo attendere tanto tempo.
Un giorno ella era andata a merenda a Fonte Chiara da una sua comare, e verso sera se ne tornava a Bibbiena, quando le si accostò un cavaliere montato sopra un bellissimo cavallo morello:
"Che cosa desiderate, signor cavaliere?", domandò Amabile alzando su di lui i bellissimi occhi.
"Bella fra le belle, vorrei offrirti questa rosa, meno fresca delle tue labbra", rispose il signore. Amabile fece una risata. "Voi non sapete certo che io sono promessa sposa, e che non posso accettare neppure un fiore da altri che dal mio sposo".
Il cavaliere non rispose, ma balzato di sella infilò il braccio nella briglia e si mise a camminare accanto ad Amabile, sussurrandole nell’orecchio paroline dolci. Fra le altre cose egli le disse: "Se la bella fra le belle non vuole accettare una rosa, posso offrirle un bel fiore d’argento, poiché mio padre mi ha lasciato tanti fiorini d’oro da caricare tre carri"
"Anche il mio sposo è ricco e non mi ricuserebbe nulla", rispose Amabile. Quand’ebbero fatto un pezzo di strada il cavaliere disse: "Oltre l’eredità di mio padre, ho anche i beni che mi ha lasciati mia madre, i quali consistono in campi e vigneti; e se la bella fra le belle ricusa il fiore d’argento, posso offrirglielo d’oro".
"Non vi ascolto", rispose Amabile turbata.
Così doveva parlare il serpente alla nostra prima madre.
Fecero un altro pezzo di strada e il cavaliere disse: "Fin qui ho parlato alla bella fra le belle soltanto dei beni ereditati da mio padre e da mia madre; ma ho ancora dei boschi immensi lasciatimi da mio zio, e se il fiore d’oro le par cosa troppo misera, posso offrirgliene uno tutto scintillante di diamanti e rubini".
Questa volta Amabile rispose:"Tacete, messer lo cavaliere, voi volete la mia dannazione".
Ma lo sconosciuto continuò a parlare a voce bassa di ciò che voleva offrire alla bella fra le belle. Prima di tutto abiti più ricchi di quelli di una regina e un palazzo degno di un re di corona. Amabile non poté resistere a siffatte tentazioni. Ella si tolse di dito l’anello da sposa e l’offrì al cavaliere, e invece di tornare a casa si lasciò condurre lontano, nel luogo ove doveva trovare il palazzo promessole. Ma più che camminavano, più il cielo si faceva scuro, e a una a una sparivan le stelle. Nella campagna non si udiva altro canto che quello sinistro della civetta. Allora ella ebbe paura e disse allo sconosciuto:
"Signor cavaliere, è tanto che camminiamo e non vedo dinanzi a me altro che una spianata, che somiglia a un camposanto".
"È il cortile del mio palazzo", rispose il signore.
"Vedo una croce come quelle che piantano sul margine delle vie, nel luogo ove fu commesso un delitto".
"È la banderuola del mio tetto", rispose lo sconosciuto.
Amabile fece alcuni passi e poi si fermò. "Mi par di camminare sopra una cava abbandonata, dove gettano gli animali morti".
"È la soglia della mia dimora", disse il cavaliere, e la trascinò giù per la discesa. Ma appena ebbero toccato il fondo della cava, la luna ricomparve ed Amabile si vide dinanzi, invece del bel cavaliere, uno scheletro avvolto in un lenzuolo sbrandellato. Amabile cadde in ginocchio, gridando: " Misericordia!"
Allora il morto le disse: "Non urlare: son Desiderio, lo sposo tuo. Tornavo per celebrare le nozze e sono stato aggredito da due ladroni, i quali, dopo avermi spogliato, mi hanno messo questa corda al collo e mi hanno gettato in questa cava. Il mio cadavere marciva sopra a terra, quando Gesù s’è impietosito e mi ha dato le sembianze d’uomo per provare la tua fede. Tu sei una spergiura, ma io voglio mantenere le promesse che ti ho fatte poco fa. Avrai abiti da regina, perché anche le regine sono rivestite di terra dopo morte; avrai un palazzo degno di un re di corona, perché anche i re, una volta spirati, son posti sottoterra. Dammi la mano, sposa mia, e mettiti al mio fianco, perché è sonata per me l’ora di tornare in seno alla morte".
Ciò dicendo lo scheletro legò la corda attorno al collo della ragazza con un nodo così forte che nessuno avrebbe potuto sciogliere; e si coricò sulla terra umida. Amabile passò tutta la notte a pregare la Madonna, che non la udiva. Verso l’alba vide qualche cosa che si moveva ai suoi piedi. Era un topolino che stava fermo a guardarla. Nel medesimo tempo apparve qualche cosa di nero sopra la casa, e un corvo bigio andò a posarsi sopra una pietra. Il corvo e il topo erano due Maghi, che andavano in quel luogo a pascersi di cadaveri.
"Corpo del diavolo, compare! - disse il corvo. - Sei giunto presto e scommetto che hai già scelto quel che ti piace meglio di quella ragazza!"
"Ma Satanasso non ci permette di toccar carne viva, - rispose il topo - Ebbene, aspetteremo che sia morta".
"Sì, - disse il topo - io mi sono scelto le gote".
"E io le labbra", replicò il corvo.
"Le mangeremo gli occhioni neri".
"E le orecchie rosee".
Amabile si sentiva gelare, ma ebbe la forza di dire: -"Ahimè! sono tanto giovane e smilza che avrete poco da mangiare; scommetto che vi tornerebbe più conto di salvarmi".
"Salvarti! E come si farebbe mai?"
"Non è difficile; basta che il topo roda la corda che mi tien legata al cadavere, e che il corvo mi porti fuori da questa caverna".
"Che cosa ci daresti se ti si contentasse?", domandarono i due Maghi. "Supplicherei mio padre di tesservi un bell’abito di drappo per ciascuno".
I Maghi si misero a ridere.
"Una camicia di finissimo lino". I Maghi risero più forte.
"Anche un mantello di velluto".
"No, - disse il topo, - non ho bisogno di vestiti né di biancheria; ma voglio due ali per volare".
"Ed io, - continuò il corvo - voglio quattro piedi per camminare"
"Se domani non ci dài quello che chiediamo, l’anima tua è perduta", aggiunsero tutti e due. Quelle condizioni parvero abbastanza dure a Amabile; ma accettò tutto, piuttosto che restare in quella caverna legata allo scheletro. I Maghi le fecero fare un giuramento sulla crocellina d’oro che portava appesa al collo, e appena ella ebbe giurato, il topo si mise a rosicare la corda, finché non fu spezzata, e poi il corvo si avvicinò, se la fece salire in groppa e la ricondusse fino dal padre. Quando l’ebbe posata nell’orticello del tessitore, l’avvertì che il giorno dopo sarebbe tornato in quel luogo insieme col compagno, affinché ella mantenesse la promessa. Amabile corse subito a picchiare all’uscio di cucina, che dava sull’orto, e il padre andò ad aprire. Ma vedendo la sua bella figliuola pallida, infangata, con gli occhi sbarrati, cominciò ad urlare che doveva esserle accaduta qualche disgrazia, e dallo strepito destò tutta la gente del vicinato. Amabile raccontò tutto quello che le era accaduto, e il padre disse che bisognava ricorrere a fra’ Cirillo, che era un frate francescano, famoso per dar consigli. Appena fu giorno, Amabile andò al convento, accompagnata dal suo babbo e in confessione raccontò tutto a fra’ Cirillo, che le disse:"Figlia mia, tu hai giurato sulla croce e nessuno ti può prosciogliere dal giuramento; ti conviene fare quanto hai promesso".
"Dio mio, sarò dannata!", esclamò Amabile.
"Stammi a sentire - replicò il Frate - e fa quanto ti ordino". La ragazza promise di non dimenticar nulla.
"Prenderai prima un coltello che non abbia mai toccato carne; andrai lungo le siepi ascoltando il soffio del vento nell’erbe; quando udrai un lieve rumor di sonaglio, taglia la parte superiore dell’erba, che è quella del sonno, portala nell’orto, stendila in terra e torna ad avvertirmi". Amabile fece come le aveva ordinato il Frate e, trovata l’erba, la tagliò con un coltello nuovo e la stese nell’orto, e poi tornò dal Frate, il quale la rimandò a casa dopo averle insegnato quel che doveva fare. Fino a sera l’Amabile rimase nell’orto in orazione, e quando fu notte, sentì la voce del topo, che la chiamava.
"Sono pronte le ali?", domandò in tono di scherno.
"Non ancora, - rispose Amabile - ma presto sì".
"Sbrigati, sbrigati, - replicò il Mago - ho furia, e domani sera devo essere a Firenze per certi affari miei".
"Riposatevi un momento, - rispose la ragazza - e vi contento subito. Il topo, che si sentiva volentieri trattato come persona di riguardo, si sedé sull’erba preparata da Amabile; ma l’erba del sonno produsse il suo effetto e di lì a poco il topo dormiva e russava. Dopo qualche momento comparve il corvo, e domandò:
"Ebbene, carina, dove sono i miei quattro piedi?"
"Ahimè non ho potuto trovarli, neppure pagandoli a peso d’oro", rispose Amabile.
"Ne ero sicuro, - disse il Mago sghignazzando - Ora dunque mi spetta metà della tua animaccia, e la voglio fra poco".
"Concedetemi un po’ di tempo, caro Mago! - esclamò Amabile - Spero che avrete compassione di una povera ragazza innocente, che vi reca la cena".
"Come mai?", domandò il corvo.
"Ho acchiappato un topo con la trappola e l’ho portato qui per offrirvelo", disse accennando al topo che dormiva sdraiato sull’erba.
Il corvo lo guardò. "È un bocconcino ghiotto e lo accetto, a condizione di non rinunziare ai miei diritti".
"Fate quello che vi pare", replicò Amabile. Il corvo non si fece pregare: chiappò il topo per la collottola e giù in un boccone. Ma quello, svegliandosi, si mise a gridare e a dimenarsi tanto forte che con le quattro zampe forò lo stomaco del ghiottone. Allora comparve fra’ Cirillo, che aveva veduto tutto. Egli recava la croce, e gridò: "Via, razza nata dal Diavolo! Questa ragazza non vi appartiene più perché ha adempiuto la sua promessa. A te, topo, ha dato le ali, perché oramai sei una cosa sola col corvo; a te, corvo, ha dato le quattro zampe che volevi. Andate dunque, e restate così come avete voluto essere, fino al giorno del Giudizio".
I due Maghi, scorbacchiati, se ne andarono, ma non per questo la ragazza fu salva. Il grande spavento che aveva avuto nella caverna la fece ammalare, e presto si ridusse al lumicino. Il tessitore si rodeva le mani dal dispiacere. Avere una figliuola così bella, la bella fra le belle, e vedersela morire nel fiore degli anni! Il padre mandò a chiamare un forestiero che curava gl’infermi; costui le dette intrugli sopra intrugli, ma Amabile non risanò. Mandò a chiamare fra’ Cirillo, e fra’ Cirillo l’asperse di acqua benedetta; ma Amabile non risanò. Allora mandò a chiamare una vecchia, che stava in una capannuccia su verso la Beccia, e che tutti chiamavano la Strega, e costei, guarda e riguarda, esamina che ti esamino, disse che Amabile non sarebbe guarita, perché il suo male aveva sede nel cervello. E infatti non guarì. Di giorno era un po’ più tranquilla, ma la notte pareva una indemoniata, perché appena l’aria si faceva buia, lo scheletro si alzava dal fondo della cava, si avvolgeva nel lenzuolo sbrindellato, e via accanto a lei a tormentarla, a coprirla di rimproveri per la fede mancata e per esserle fuggita con l’inganno.
"Spergiura! Spergiura!", le diceva, e con le mani scheletrite le cingeva il collo, e con le guance ghiacciate toccava il viso infocato di Amabile. La malata urlava, si dibatteva tutta la notte, e ogni momento faceva atto di gettarsi giù dal letto; ma lo scheletro la tratteneva con le lunghe braccia. Amabile lo vedeva e lo sentiva, ma il padre, che l’assisteva, non vedeva nulla e attribuiva quelle smanie alla febbre che divorava la figliuola.

Ortega R.F.

Una sera, Amabile morì. Le donne del vicinato la vestirono dei suoi abiti più belli, accesero molti ceri attorno al cadavere e le misero una croce fra le mani. Prima esse pregarono per l’anima di lei, poi, stanche, cederono al sonno. Quando si destarono all’alba, che è che non è, il cadavere era sparito. Figuriamoci lo spavento del padre e delle donne! Chi diceva che i ladri lo avevano rubato per spogliarlo degli abiti! Chi diceva che il Diavolo se l’era portato via! Figuriamoci se il padre cercò il cadavere della sua Amabile per fargli dare onorata sepoltura! Si mise alla testa di una comitiva di amici, e frugò per le macchie, per i burroni; tutto fu inutile. Allora fece fare delle novene; ma sì, il corpo d’Amabile era sparito e nessuno l’aveva veduto, né in città, né nel contado. Poi, come succede sempre, egli si stancò di cercare e riprese a tessere pensando sempre alla figliuola.
Ecco com’erano andate le cose. Il corvo e il topo, che ormai formavano una sola persona, perfida per cento, appena che furono burlati a quel modo da Amabile pensarono di vendicarsi atrocemente di lei, e, aspettato il sabato notte, si recarono a un luogo dove sapevano d’incontrare il Diavolo, e gli esposero l’accaduto.
"Che cosa posso fare per compiacervi, figli diletti?" domandò Satanasso quando ebbe udita tutta la narrazione.
"Noi vorremmo un piccolo favore soltanto - rispose il corvo che era molto loquace e parlava anche per il compagno - Vorremmo cioè che ogni notte lo scheletro di messer Desiderio si destasse dal sonno della morte e andasse a tormentare Amabile. All’ora della di lei morte, poi, sarebbe nostra brama che Desiderio portasse la sua promessa sposa nella cava abbandonata, e se la tenesse a fianco fino al giorno del Giudizio".
"Compare, - disse il topo, che vinceva in perfidia il corvo - non ti pare che sarebbe meglio ottenere che tanto Desiderio quanto Amabile tornassero in vita per alcune ore; così il tradito continuerebbe a tormentare la spergiura?"
"Bravo!", esclamò il corvo.
Il Diavolo, che era stato a sentire, si dette una fregatina alle mani in segno di allegrezza, e concesse ai due Maghi quello che volevano.
"Ora, - disse il topo - voliamo pur via e andiamo a godere dello spettacolo di Amabile alle prese con lo scheletro. Quella vista ci farà buon sangue". Infatti il corvo, nelle notti della malattia di Amabile, non si mosse più di sul davanzale della finestra, e quando la ragazza fu morta volò dietro allo scheletro, che se la portava nella sua caverna umida. Nel destarsi in quel luogo d’orrore, Amabile gettò un grido, e il topo le disse: "Perfida fra le perfide, ora non c’è nessuno che ti roda la corda".
"Né che ti prenda sulle proprie ali per cavarti di qui", aggiunse il corvo.
"Sposa mia, sei diventata tanto brutta che mi fai orrore - le diceva lo scheletro - ma posa la testa più qua, affinché mi serva da guanciale".
E allora lo scheletro posava il teschio sul viso di Amabile e la copriva d’improperî. "Spergiura!... Vile!... Anima nera!... Strega!..."
Questa scena si ripeteva ogni notte, e il corvo e il topo non la perdevano mai; venivano da lontano per assistervi, e a tutti e due pareva di andare a nozze. Ora avvenne che, dopo un certo tempo, fu stabilito a Bibbiena di costruire una nuova chiesa in onore della Madonna, e pensarono di prender la pietra nella cava abbandonata dove giacevano insepolti i cadaveri di Desiderio e di Amabile. Gli scavatori, appena vi scesero e videro quei due corpi, corsero a Bibbiena a raccontare il fatto, e il povero tessitore, che non aveva dimenticata la figlia, andò subito nella cava con la speranza di riconoscere in uno dei due cadaveri la sua Amabile. La riconobbe infatti dalle vesti, e con molta solennità fece trasportare la salma nel sagrato della Pieve, dove le dette onorata sepoltura. Le ossa di Desiderio furono poste in altro luogo. Da quel momento in poi Amabile riposò in pace, aspettando il giorno del Giudizio, e Desiderio la cercò invano accanto a sé. Si dice che per anni e anni un corvo stesse sempre, di notte, sul sagrato della Pieve gracchiando. Era il Mago col topo in corpo. Nessun dei due aveva potuto dimenticare il tradimento. Ora saranno crepati di vecchiaia, almeno si spera. E qui la novella è finita.

Frances V.

Da:
Le Novelle della Nonna, Emma Perodi

domenica 17 novembre 2013

Sul Cane Nero - "Il Cane Nero di Tring"


Dalla introduzione alla sezione " Cani Neri " di Katharine Briggs:
"I cani neri, buoni e cattivi, fanno parte della tradizione in tutta l'Inghilterra, ma i compilatori di indici internazionali tendono a ignorarli. Non sono una tradizione esclusivamente britannica, perché sono conosciuti anche in Britannia e in Scandinavia. Sul Continente, il cane nero è considerato, di solito, l'animale domestico della strega, come il cane nero che segue Faust .. "

Beh, che non sia diffuso nel "Continente" esattamente nella stessa accezione nordica è già confutato dalla storia che ho postato. Ma potrei portare altri esempi, anche di leggende italiane. Certo, come "aiutante magico" della strega è più comune il gatto nero, ma come misterioso messaggero o incarnazione di un fantasma o di uno spirito maligno del tutto autonomo è ben presente anche da noi, di qua dalla Manica.

"In Scozia , il 'Cagnaccio Nero e Sporco' che presiede al sabba delle streghe sarebbe il diavolo in persona, mentre il cane delle fate è verde scuro."

Vero, può essere verde scuro, ma, a parte l'incomprensibile "delle fate" (= i folletti? Ma, allora...), in Scozia, come in tutto il mondo profondamente intriso di cultura celtica, gli animali fatati, in genere, sono bianco-latte con le orecchie rosso sangue.

" ...Talvolta in Scozia i cani neri stanno a guardia di un tesoro, come nella fiaba di Andersen 'L'Acciarino'. Vicino a Murthly, nel Pertshire, c'è un macigno e la leggenda vuole che l'uomo tanto audace da spostarlo troverrà uno scrigno con seduto sopra un cane nero che lo custodisce [...]" 

Il cane più famoso, come Male incarnato, è il Barguest, che può anche mutare forma. Le funzioni rimangono le stesse ovunque, a prescindere dalla "fortuna" e dal numero delle leggende che lo riguardano.

1) Guardiano (e qui possiamo dare una lettura a ciò che scrive Propp sul guardiano di tesori per eccellenza, ossia il Dragone)

2) Incarnazione diabolica

3) Incarnazione di uno spettro inquieto

Per quanto riguarda la fiaba di Andersen, credo sia di origine orientale. Laddove il mostruoso guardiano di tesori, rapitore di fanciulle dormienti, ed insolito "aiutante magico dell'Eroe" è un Djinn. Ma ecco un breve esempio dalla raccolta della Briggs.

el 1751 una povera vecchia del villaggio di Tring fu annegata perché sospetta di stregoneria. Il colpevole principale di questo assassinio era uno spazzacamino che fu impiccato e lasciato esposto sul patibolo vicino al luogo dove era avvenuto il fatto. E finché il patibolo restò lì, e anche per molto tempo dopo che l'ebbero smontato, il luogo fu infestato dall' apparizione di un cane nero. Un corrispondente del ' Book of Days ' scrive che il maestro del villaggio gli raccontò di aver visto lui stesso il diabolico cane, mentre tornava da un viaggio ' all'estero '.
"Ero sulla via di casa - disse - e viaggiavo a notte fonda in un calesse, accanto al guidatore. Quando arrivammo al punto in cui fino a poco tempo prima era sorto il patibolo, il mio compagno notò sul ciglio della strada una lingua di fuoco grande pressappoco come il mio cappello. 'Che roba è?', esclamai.
'Zitto!"disse il mio compagno, e, all'improvviso, tirò le briglie, e fermò di colpo il calesse. Allora vidi un immenso cane nero proprio di fronte al nostro cavallo, ed era la più incredibile creatura su cui avessi mai posato gli occhi. Era grande come un terranova ma sparuto e irsuto, con orecchie e coda molto lunghe, occhi come palle di fuoco, e quando aprì la bocca in un ringhio vidi denti enormi e lunghi. Dopo pochi minuti il cane scomparve, svanì come un'ombra, o fu risucchiato sottoterra, e noi passammo sul punto dove era comparso."

p.s.
Il "Pescatore e la sua Anima": la Strega Rossa, dando appuntamento al giovane Pescatore per il Sabba, lo ammonisce di battere con una verga di salice il cane nero che si troverà sul cammino.

Sbaglio o era detto "cane nero" il segno di morte, ovvero la comunicazione di una condanna a morte da parte della confraternita dei pirati ne "L'Isola del Tesoro?". 

E un demoniaco cane nero non è il protagonista di un romanzo del solito Stephen King, da cui è stato tratto il solito film made in U.S.A.? E per tornare alla "materia" leggendaria, vogliamo parlare delle "cacce selvagge" con tanto di mute infernali?

Mab


"...And Now I Wanna Be...Your Dog", Kruger S.