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lunedì 18 novembre 2013

Il Principe Dracula nel Leggendario Rumeno

La Giustizia di Dracula


l tempo di Vlad l'Impalatore, un mercante che viaggiava nelle nostre terre fece gridare ai banditori la notizia che aveva perduto un sacchetto con mille lei e che prometteva cento lei a chi lo avesse trovato e restituito. Non trascorse molto tempo che un cristiano, un uomo timorato di Dio come erano molti romeni al tempo dell'Impalatore, si presentò da lui e gli disse:" Signor mercante, mentre stavo camminando vicino all'angolo dell'incrocio dietro il mercato del pesce, ho trovato questo sacchetto. Credo che sia vostro, perché ho sentito gridare che avete perduto un sacchetto con del denaro".
"In effetti è mio, e ti ringrazio tanto per avermelo riportato."
Mentre contava il denaro, il mercante pensava come potesse trovare il modo per non dargli i cento lei che aveva promesso. Finito che ebbe di contare il denaro, lo ripose nel sacchetto e poi disse all'uomo che glielo aveva portato:
"Ho contato, mio caro, e ho visto che ti sei trattenuto il compenso. Anziché mille lei, ne ho trovati novecento. Hai fatto bene, perché era tuo diritto!"
"Signor mercante - rispose il cristiano - vi sbagliate se dite che dal sacchetto mancano cento lei. Io non l'ho nemmeno aperto per vedere quanti soldi ci sono dentro. Come l'ho trovato, così ve l'ho portato!"
" Ti ho detto - replicò il mercante tagliando corto - che ho perso il sacchetto con mille lei e che me lo hai portato con soli novecento. Così è!"

L'uomo non disse più nulla, ma si allontanò e andò dal Principe per dolersi dell'accaduto. "Altezza - disse - non mi ha dato i cento lei promessi; ma non è tanto per i cento lei che sono indispettito, quanto per il fatto che sospetta che io non sono stato onesto. Io sono stato corretto e non mi è neppure passato per la testa di toccare la roba di un altro."  Il principe comprese l'inganno del mercante e ordinò che lo portassero davanti a lui. Dopo aver ascoltato l'uno e l'altro e soppesate le loro parole sulla bilancia della giustizia, vide da che parte questa pendeva. Poi, guardando il mercante dritto negli occhi, disse:" Se tu, mercante, hai perduto un pacchetto con mille lei e quest'uomo ne ha trovato uno con novecento, allora è chiaro che questo sacchetto non è il tuo. Tu, cristiano, prendi il sacchetto che hai trovato e consegnalo a chi dimostrerà di aver perduto un sacchetto con novecento lei; tu, mercante, aspetta che venga ritrovato il sacchetto coi mille lei che dici di aver perduto!".
E così si fece, perché non c'era modo di fare altrimenti. Il principe Vlad l'Impalatore aveva dato il giudizio. Il mercante dovette fare buon viso a cattiva sorte e si dolse per tutta la vita dell'azione disonesta che aveva commesso.


Dracula e i Mendicanti


i tramanda che al tempo del principe Vlad l'Impalatore [Vlad Tepes] si erano straordinariamente moltiplicate le persone pigre. Per vivere dovevano mangiare, perché il ventre impietoso lo richiedeva. E per mangiare andavano a chiedere l'elemosina, Mendicavano e così vivevano senza lavorare. Se qualche insolente a cui piaceva immischiarsi nelle vicende altrui domandava a qualcuno di questi mendicanti perché non esercitasse anche lui un lavoro, gli veniva risposto:
"Come? Non mi do da fare tutta la giornata? E se non trovo da lavorare, che colpa ne ho io?" Altri cercavano il pelo nell'uovo: " Il farsettaio si arrabatta giorno e notte, ma non guadagna nulla; il sarto lavora tutta la vita e il suo gruzzolo è grande quanto l'ombra di un ago; il ciabattino quando è vecchio è diventato gobbo, e per fargli i funerali bisogna fare la colletta..." E così via, su ogni mestiere avevano da ridire.
Tutto ciò giunse agli orecchi del Principe e lui stesso vide coi propri occhi quella folla di accattoni, tutta gente in grado di lavorare. Restò pensieroso e disse fra sé e sé: ' Solo col sudore della sua fronte, dice la Scrittura, l'uomo si guadagnerà il pane. Costoro vivono del sudore altrui, quindi sono inutili all'umanità. Questa è una sorta di rapina. Il bandito di strada ti chiede la borsa o la vita. Se sei più svelto di mano e più coraggioso, ne scampi. Questi invece ti portano via i beni un po' alla volta e supplicando, ma te li portano via continuamente. Perciò sono peggio dei ladroni. Questa razza di individui deve essere estirpata dalla mia terra!'
Dopo aver così riflettuto, ordinò che venisse dato dappertutto questo avviso: tutti i mendicanti si dovevano radunare, in un certo giorno e in un certo luogo, perché il principe doveva distribuire tra loro dei vestiti e doveva invitarli a un banchetto straordinario. Nel giorno stabilito, Targoviste era piena zeppa di pitocchi.
I servi del principe distribuirono tra loro gli abiti, uno a ciascuno; poi li portarono in certe case grandi dove erano apparecchiate delle mense. I mendicanti si meravigliarono della generosità del principe e dicevano l'uno all'altro:
" Una vera benevolenza principesca!".
"Anche questa carità proviene dal sudore del popolo! Pensate che provenga dalle tasche del principe?"
"Il principe è cambiato; non è più come lo conoscevate voi!"
"Il lupo perde il pelo, ma non il vizio." Si sedettero a tavola. Che cosa c'era? Piatti da mensa principesca. Vini, di quelli che ti fanno girare la testa. I pidocchi fecero una baldoria indimenticabile. Mangiarono a quattro ganasce; bevvero fino ad ubriacarsi, tanto che molti andarono a finire sotto la tavola. Quando ormai farfugliavano e non riuscivano più a comprendersi tra loro, si ritrovarono circondati dal fuoco. Il Principe aveva ordinato ai suoi servi di appiccare fuoco alla casa. Si precipitarono tutti contro le porte, per uscire, ma le porte erano state sprangate. Il fuoco avanzava, le fiamme si levavano in alto come giganti infuocati. Grida, urla, lamenti uscivano dalla gola dei mendicanti rinchiusi là dentro. Ma la fiamma non poteva ascoltare i loro lamenti. Si gettavano gli uni sopra gli altri. Si abbracciavano. Chiedevano aiuto. Ma non c'era orecchio umano che li ascoltasse. Cominciarono a dimenarsi in mezzo alla fiamma che li bruciava. Il fumo ne soffocò alcuni, la brace ne incenerì altri, le fiamme li bruciarono tutti. Quando il fuoco si spense, non c'era più anima viva. Ma voi credete che sia stata estirpata la razza dei pitocchi? Macché! Non credete alle chiacchiere! Guardate intorno a voi! Oggi è come allora. I mendicanti spariranno quando sparirà il mondo.


Christensen J.


Da: "Storie e Leggende della Transilvania", di Claudio Mutti.

sabato 15 giugno 2013

Erzsébet Bathory, la "Contessa Dracula" Ungherese - Seconda Parte

E' poco credibile che il marito-soldato, il marito perennemente impegnato a combattere i Turchi, non sapesse nulla circa le tendenze di Erzsébet.
Si racconta che il conte Ferencz Nadasdy, nei suoi anni giovanili, durante il suo soggiorno a Vienna da mediocre studente, si conquistò la fama di buon spadaccino e di violento: pare che appartenesse ad una congregazione studentesca segreta nota per i suoi eccessi. Si dice anche che uno dei suoi bucolici piaceri fosse quello di spalmare di miele ragazze nude e di esporle all'assalto di sciami di api  (piacere che, almeno in un'occasione, condivise anche con la giovane sposa); né si tratteneva dal malmenare i suoi servi fino alla tortura. Si ha traccia della complicità esistente fra i due coniugi: per punire la pigrizia di una serva, colpa vera o presunta, ordinarono che le venissero inserite fra le dita dei piedi striscioline di carta imbevute d'olio, pezzetti di carta a cui fu poi dato fuoco. Mi sembra altamente improbabile, quindi, che il Conte non avesse riconosciuto nella giovane moglie la sua stessa indole crudele e violenta, né che potesse ignorare ciò che accadeva nella sua tenuta.





A meno che non sia valida la mia ipotesi: gran parte della classe a cui la coppia apparteneva per nascita era dedita alle stesse crudeltà, nell'indifferenza dei propri pari e la rabbiosa rassegnazione delle vittime. Poi, la Contessa si perse in una personale, incontrollabile ossessione, che una coincidenza di eventi e di interessi economici e politici rese unica, pericolosa e, quindi,  perseguibile.

Figlia di due cugini di primo grado, nata in una famiglia incestuosa e afflitta da numerosi casi di epilessia e schizofrenia, sembra che, già da bambina, ella soffrisse di improvvise crisi nervose, accompagnate da violenti mal di testa, seguite da lunghi momenti di “assenza”, crisi che non cessarono mai (pare che soltanto le sue furie sanguinarie le placassero). A sintomi e tare reali, credibile preannuncio di una futura patologia (o perversione, a seconda di come si voglia o vollero leggerla), nel momento del Giudizio, si preferì calcare la mano sulle scandalose “trasgressioni morali” della giovane Contessa, come la sua abitudine di indossare spesso abiti maschili, o la segreta, illegittima gravidanza precoce. Né, all'epoca, potevano essere prese in considerazione come causa scatenante della follia in una bambina di singolare intelligenza e sensibilità le efferatezze a cui aveva assistito, destino che condivideva con la maggior parte delle sue pari. Ai tempi della sua infanzia, il Principe di Transilvania, suo cugino, ordinò che venissero tagliati naso ad orecchie ad una cinquantina di contadini accusati di aver capeggiato una rivolta, e la bambina fu testimone del supplizio. Uno zingaro, accusato di aver venduto la propria figlia ai Turchi, fu cucito vivo nel ventre squarciato di un cavallo, e Erzsébet vide anche questo.

Il marito lontano in guerra, padrona assoluta della propria e di molte altre vite, Erzsébet si concentrò ossessivamente sulla propria bellezza, sugli studi alchemici (probabilmente, anche con l'intento di preservarla dall'insidia del Tempo), e, si dice, sulla Magia Nera. Come ogni brava assassina seriale di nobile nascita, ebbe le sue anime ner: servi, complici, istigatori. Uno era un essere deforme, Ficzko. Un'altra era Dorotea Szentes, soprannominata “Dolore”, una donna che le viveva accanto da tempo, sospettata di essere stata la sua iniziatrice alla Magia Nera, e sadica almeno quanto lei.
Il crescendo di pratiche cruente, comunque, pur nella sua costante ferocia, fu graduale. I primi tempi - l'odiata suocera ancòra vivente - la giovane Contessa si limitò a creare un laboratorio alchemico personale, in cui passava lunghe ore occupandosi prevalentemente di erboristeria. Parrebbe evidente che già cercasse le pozioni miracolose capaci di preservare nel tempo la sua grande bellezza. Furono ritrovati - e, in seguito, consultati e tenuti in gran conto dagli studiosi ufficiali -  studi accurati, meticolose catalogazioni, osservazioni e sperimentazioni condotte con grande perizia e indiscutibile talento, sulle proprietà di ciascun vegetale.
Parallelamente, la cura ossessiva del proprio aspetto si estendeva a tutta la sua persona, dalla toilette quotidiana all'abbigliamento. All'inizio, la sua violenza si sfogò in feroci punizioni inflitte alle cameriere personali e alla servitù per ogni lieve negligenza. Oltre al sistematico impiego della fustigazione, ad esempio, marchiava una serva con il medesimo ferro bollente con cui non aveva stirato alla perfezione un abito, e, frequentemente, ordinava che l'una o l'altra venisse denudata ed esposta, oltre che al freddo di una neve perenne, al ludibrio della soldataglia che bivaccava nei suoi cortili, cerimonia che si trasformò in un ineludibile rito in tutte le sue future atrocità. La sua violenza sadica si manifestò sempre e soltanto nei confronti di altre donne, unendo alla devastazione fisica l'umiliazione e l'annichilimento.
Tutte le sue cameriere recavano sul viso o sul corpo i segni della sua collera. 
Una volta, ordinò che la bocca di una delle ragazze, rèa di essersi lasciata sfuggire un lamento durante una punizione, venisse cucita con il fil di ferro. Poi, le sue punizioni si trasformarono in lunghe torture nelle segrete della tenuta, torture, che, da un certo momento in avanti, si conclusero immancabilmente con la morte della vittima: ragazze uccise perché non parlassero, o perché straziate da rituali sadici (mutilazioni dei genitali) portati alle estreme conseguenze.

Per anni, la Contessa si era dedicata con slancio ad una vorticosa vita mondana; forse, i suoi trionfi in società, la morte dell'odiatissima, dispotica, ignorante suocera e la nascita di quattro figli, compreso l'agognato erede, dopo dieci anni di frustrante infecondità, avevano rallentato la sua corsa sfrenata verso l'omicidio seriale. Non fu una madre ostile o indifferente, anzi, pare amasse sinceramente tutti i suoi figli, dimostrandosi sempre attenta ed affettuosa. Anche se, stranamente, nella ricostruzione processuale, i suoi primi assassinii vengono fatti risalire proprio all'anno di nascita della sua primogenita (legittima).  
Intanto, mentre i suoi studi si spostavano sempre più dall'erboristeria all'alchimia e alla magia nera, la sua tenuta divenne gradualmente il regno di maghi, alchimisti, streghe, astrologi, fattucchiere. Una donna superiore in tutto alle sue contemporanee, affascinante, intelligente e colta si lasciava totalmente irretire da imbroglioni e saltimbanchi. 

Il punto di non ritorno venne sbrigativamente fatto coincidere con una leggenda domestica. Si racconta che, un giorno, percosse violentemente con una spazzola una sua cameriera, rèa di averle pettinato la splendida chioma con eccessiva forza: alcune gocce di sangue caddero dal viso della poveretta sul suo braccio. Ebbene, proprio in quel punto, nei giorni e nelle settimane seguenti, la Contessa notò, o se ne convinse, che la sua pelle era diventata straordinariamente fresca, bianca ed elastica. Le tornarono in mente antiche leggende sulle miracolose proprietà taumaturgiche del sangue di una vergine, e, ovviamente, si consultò con la sua corte di maghi e streghe che confermarono le vecchie superstizioni. Da quel momento, la sua furia omicida e il suo sadismo trovarono una valvola di sfogo, un apparente scopo superiore, ovvero, la ricerca dell'eterna giovinezza. E non ebbe più freni.

Nel 1601, intanto, suo marito si era ammalato gravemente, e, tre anni più tardi, morì, nominandola tutrice dell'unico figlio maschio: adesso, Erzsébet è l'unica signora e padrona di uno sterminato dominio e di enormi ricchezze (è la maggiore creditrice della Casa Reale, continuamente rinsanguata dal denaro dei Bathory). Secondo l'uso, ha conservato il proprio cognome, in quanto la sua famiglia è più antica e potente (e ricca) di quella del marito. E' già un'indisturbata assassina da anni. Soltanto il Tempo con le sue devastanti conseguenze, e il proprio smisurato delirio di onnipotenza sfuggono inesorabilmente al suo controllo.

(continua)

Mab's Copyright

sabato 1 giugno 2013

Il Bosco nelle Leggende Rumene

I motivi leggendari rumeni non mancano di particolari curiosi.
In una storia, dall'antefatto comune a tante altre, come quella di Hansel e Gretel, un fratello e una sorella vengono più volte abbandonati nel bosco da una matrigna e nonostante lo stratagemma della cenere lungo il percorso, rimangono nel bosco per tre giorni e tre notti.
A un certo punto i due incontrano un drago che si allea o si sposa con la sorella del ragazzo; in seguito a questa curiosa unione il drago e la ragazza trovano che il fratello di lei è di troppo e decidono di sopprimerlo.
Il ragazzo, salvatosi grazie all'aiuto di una volpe, di un lupo e di un orso, uccide il drago e punisce la sorella.[1]

La storia di Bussuioc e Siminoc è invece una specie di versione del principe e il povero (un servo).
I due entrano nel bosco per gioco e ne rimangono affascinati: Quando videro la bellezza dei boschi rimasero a bocca aperta.
Non avevano visto simili meraviglie da quando erano al mondo.
Quando il vento soffiava e le foglie frusciavano sembrava di sentire il vestito di seta di una principessa sfiorare l'erba del prato....
I ragazzi si sdraiano sotto un albero a contemplare quell'atmosfera di sogno.
Ma il ritorno alla realtà è molto duro.
Bussuioc scompare durante una battuta di caccia. Siminoc, geloso perché pensa che sia fuggito con la fanciulla del bosco, va a cercarlo e quando trova l'amico morto in fondo a un pozzo, muore di crepacuore. Alla fine i ragazzi si trasformano in due stelle.

Tugulea è un povero ragazzo disgraziato senza gambe che un giorno chiede ai fratelli di portarlo a caccia nel bosco con loro e si dimostra sorprendentemente abile nel colpire le prede.
I ragazzi continuano a cacciare nella boscaglia per tre giorni e l'ultima notte Tugulea fa un sogno in cui supplica una fata di farlo guarire.
All'insaputa dei fratelli egli acquisisce dei poteri magici e parte alla ricerca delle sue vene rubategli da un drago.
Dopo una serie di vicissitudini Tugulea uccide il drago, guarisce e sposa una principessa.[2]

Vi è poi il motivo ricorrente del padre che vuole che i figli veglino la sua tomba dopo la sua morte.
I primi due riescono a scacciare lo spirito della notte, il terzo invece lotta contro di lui tutta la notte e al mattino, quando il gallo canta, si ritrova in un bosco e si smarrisce.
Dopo varie peripezie egli riesce a sconfiggere sette draghi e a liberare la solita principessa. [3]

Nelle leggende rumene compaiono spesso le tre vecchie divinità del destino, simili alle Moire greche; queste vecchie appaiono quando nasce un figlio da un'anziana coppia e gli predicono avversità e fortuna.
Il ragazzo, grazie all'aiuto di un libro magico, riesce a superare varie disavventure e a ritrovare la via dopo essersi smarrito in un bosco.[4]

In un'altra leggenda ricorre il motivo della freccia del destino.
I figli di un re tirano dall'alto di una torre una freccia; nel punto in cui cadrà si compirà la sorte di ognuno di loro.
Il terzogenito colpisce un albero in un bosco lontano; dopo una lunga ricerca lo trova grazie all'aiuto della regina delle Fate, che egli poi sposerà.[5]

Ancora il destino è protagonista nella leggenda della giovane figlia di un re alla quale viene predetto che sposerà un principe tramutato in porco.
Dopo il matrimonio però il principe porco scompare.La ragazza lo cerca disperatamente, e chiede aiuto alla madre del vento la quale le dice che il marito si trova in un bosco grande e fitto dove l'ascia non è ancora arrivata, e che si è costruito una specie di capanna fatta di arbusti e rami intrecciati.
La fanciulla entra allora nel bosco e cammina fra gli arbusti fitti fitti per tre giorni e tre notti, senza riuscire a trovare l'amato.
Per un giorno e una notte rimane sdraiata sul terreno erboso a riposare, senza mangiare e bere nulla.
Finalmente quando gli tornano le forze, riprende a camminare, e scorge una specie di capanna, uguale a quella che le aveva descritto la madre del vento.[6]

Tracce indicative del vampiro rumeno si trovano in alcune storie che parlano dello "strigoi", un fantomatico personaggio che si dice compaia spesso avvolto da una specie di nebbia, punteggiata di luci.
D'altra parte il famoso Dracula di Bram Stoker presenta diverse analogie con questa figura leggendaria, e la scelta della Transilvania come sfondo ambientale non è casuale: nella regione di Bistrita viveva infatti una antica famiglia chiamata Szeckler ma soprannominata "Ordog", equivalente ungherese della parola "Dracul", che in rumeno significa "diavolo". [7]
Gli abitanti di questa regione, nel famoso romanzo, pronunciano infatti la parola "ordog", quando il protagonista Jonathan Harker viaggia in carrozza verso il Borgo Pass.
Queste ipotesi trovano una conferma nell'opera "Il ramo d'oro", in cui lo studioso James Frazer fa notare che fra le popolazioni rumene della Transilvania esisteva una vasta documentazione sui vampiri, e osserva tra l'altro che l'aglio, il noto antidoto, era un rimedio naturale tipico di queste zone, e che il modo stesso di uccidere il vampiro (mediante decapitazione, o trafiggendogli il cuore con un cuneo) descritto nel romanzo di Stoker, trova puntuale riscontro nelle varie credenze del folclore rumeno e dell'Est europeo.
Anche la metamorfosi in pipistrello (oltre che in lupo) può essere collegata al vampirismo di un certo folclore transilvano.

Sui vampiri letterari è inutile dilungarsi: da Emily Gerard, a Charles Nodier, a Polidori, alla celebre Carmilla di Le Fanu fino ad altri autori famosi come lo stesso Maupassant.
Letteratura e cinema hanno sfruttato a fondo questo filone, ma il materiale documentario è spesso irreperibile e di difficile consultazione. D'altra parte la stessa collocazione del vampiro tra le creature caratteristiche del bosco risulta dubbia: spesso egli è infatti il signore di un castello situato in cima a una montagna. Il bosco comunque è quasi sempre presente, almeno come sfondo alla vicenda.
Le leggende più antiche sono ricche di esempi di vampirismo: in Mesopotamia e in Egitto erano i morti, che succhiando il sangue potevano tornare in vita; in Perú gli adoratori del demonio succhiavano il sangue ai bambini addormentati; un vampiro indiano, Baital, venne trovato appeso a un albero come un pipistrello; le stesse Cicladi, le famose isole greche, abbondavano di vampiri.
La Transilvania in ogni caso, non smentisce la sua fama di terra di vampiri: all'inizio del secolo scorso i casi segnalati furono numerosi specialmente nel nord, nella zona del famoso romanzo di Stoker.
Una supposizione attendibile è che i mongoli del Tibet, che credevano nel dio pipistrello e nei vampiri, siano emigrati anche in Transilvania.
Tali credenze sono particolarmente vive fra gli Székely della Transilvania che si proclamano discendenti degli unni; secondo la leggenda lo stesso Attila morì in seguito al morso di un pipistrello. Lo "strigoi" femmina pare che sia più terribile del maschio: è uno spirito che può apparire anche con sembianze di lupo, corvo o altro animale; dorme durante il giorno e di notte si incontra con altri spiriti maligni o creature del male.
Le "strigoiche" succhiano il sangue dei bambini, rovinano i matrimoni, danneggiano i raccolti e sono portatrici di disgrazie.
Per completare questa breve esposizione occorre almeno accennare ad altre creature fantastiche come lo "sburator", un bell'uomo che entra nella case attraverso le finestre, come Dracula, per baciare le donne che il giorno dopo si sentono inquiete e turbate.
Lo "zmeu" rapisce invece i figli dei potenti, ha una specie di coda pelosa e come lo "sburator" vola di notte; il "vircolac" è associabile al lupo mannaro: gli si attribuiscono anche poteri di controllo sulle fasi lunari.
La figura del "pricolici", infine, è più vicina a quella del vampiro tradizionale: si tratta di un morto vivente che esce di notte dalla tomba sotto forma di uomo, di lupo o di cane; questo spiegherebbe anche il raggelante ululare dei lupi come segnale della presenza dei vampiri.

Da: "Il Bosco - Miti, Leggende e Fiabe", A.Mari e Ulrike Kindl.



Zhong Biao


[1] E' il motivo "Latte di Fiera", (di cui abbiamo un esempio anche nella raccolta di Calvino), diffuso in tutto il mondo, ma  proveniente dal Medio Oriente. Esistono diverse varianti siriane, palestinesi, ecc.

[2] Sia il motivo dell'Eroe senza gambe che "il furto delle vene" sono molto diffusi nelle fiabe russe (v. la raccolta di Afanas'ev).

[3] Anche la veglia richiesta dal padre sulla propria tomba è diffuso (in Europa). Propp ne parla diffusamente, partendo dalle fiabe russe. E' il prologo di fiabe del tipo "Il Cavallino Gobbo".

[4] E' il motivo de "Il Predestinato".

[5] "La Fata Paribanu", dalle Mille e una Notte.

[6] "Il Re Porco" italiano. Motivo de "Lo Sposo Animale" che discende direttamente da Amore e Psiche.

[7] Credo che il termine abbia a che fare con  "drago" più che con "diavolo". Del resto, se la credenza nel vampirismo era diffusa in Romania, non era legata alla figura di Dracula, "Il Figlio del Drago" o "Il Drago", dal soprannome paterno. Dracula, a lungo prigioniero, da ragazzo, dei Turchi, li combatté strenuamente e crudelmente, ed è popolarmente vissuto come estremo baluardo del nazionalismo rumeno e della libertà europea. E' un po' la sorte ambivalente toccata al "feroce Saladino". Posto due leggende romene a sfondo storico, La Giustizia di Dracula e Dracula e i Mendicanti, che illustrano questa visione del personaggio.

Mab


venerdì 24 maggio 2013

Erzsébet Bathory, la "Contessa Dracula" Ungherese

Questo è il racconto - il più possibile al di là della leggenda - della “vita ed opere” di una Donna realmente vissuta che fu accusata di crimini terribili, di aver seviziato ed ucciso più di seicento ragazze, alcune delle quali bambine addirittura, inseguendo - si narra - il folle sogno dell'eterna giovinezza.
Libri, film e fumetti ne hanno tramandato le “gesta”, creato e poi modificato il personaggio, spesso assecondando le derive voyeuristiche proprie e/o quelle del pubblico a cui si rivolgevano.
Possiamo solo tentare di separare la leggenda dalla cronaca, il giudizio da un effettivo approfondimento degli eventi, senza trascurare l'intreccio degli interessi economici e politici che troppo spesso fanno da sfondo alla genesi di  certe popolari “leggende nere”, cercando di comprendere, inoltre, quanta parte abbiano in questa storia tare ereditarie, patologia, e devastanti esperienze traumatiche, reali o presunte. Né possiamo dimenticare, magari in combinazione con alcune delle altre ipotesi, la più semplice e terribile: forse, questa storia, all'epoca, non era così straordinaria, ovvero fuori dall'ordinario. 
Sembrerebbe che personaggi simili seguano la stessa parabola... Gilles de Rais  (il Barbablu francese, compagno d'arme di Giovanna D'Arco, di cui parlerò in seguito) spese una fortuna regale alla ricerca della pietra filosofale... Ma sarà tutto vero? Oppure, nel momento in cui un personaggio di alto rango - con un enorme patrimonio e parenti “affettuosi” appoggiati da amici influenti - in un delirio di onnipotenza, faceva ostentata (ed imbarazzante) indigestione di quei vizi, di quelle stesse perversioni e di quella feroce immunità che condivideva con larga parte degli appartenenti alla medesima casta, veniva, magari, “sacrificato”, quando ciò conveniva politicamente ed economicamente alla maggior parte dei suddetti parenti, amici ed ex-protettori, soddisfacendo al contempo, anche se per un solo giorno, l'atavica sete di giustizia e di vendetta del popolino oppresso, umiliato, sfruttato, schiavizzato e “oggettivizzato” dalla fame di sangue e dalle perversioni dei Signori? Una bella ripulita, magari accompagnata da un'esemplare confessione, e poi la casta continuava ad esercitare il suo potere incontrollato, con maggiore discrezione e un'ossessione omicida numericamente meno imbarazzante. Ma vedremo in seguito.





L'inizio è simile ad una fiaba, la fiaba di una piccola, fortunata principessa.
Nel 1560, in un villaggio ungherese, nacque una bella bambina.
La neonata, Erzsébet Bathory, non era una semplice contadinella: il suo villaggio natale, con molti altri, apparteneva alla nobile famiglia dei Conti Bathory, del cui immenso patrimonio costituiva solo una briciola. I suoi genitori erano discendenti e parenti di grandi personaggi di sangue reale: sua madre era sorella del Re di Polonia, e i Bathory avevano legami di sangue con gli stessi Sovrani di Ungheria.
La piccola venne condotta in Transilvania, a Ecsed, dove, nel grande castello di famiglia, fu allevata come una regina, anzi, meglio di una regina, perché non tutte le nobildonne del tempo potevano vantare la fine educazione che ella ricevette; molte fra loro erano addirittura analfabete. Erzsébet, invece, in tenerissima età, era non solo capace di leggere e scrivere, ma studiava latino, greco, storia...
Aveva poco più di dieci anni quando il suo futuro fu stabilito: avrebbe sposato Ferencz Nadasdy, di pochi anni più grande di lei, rampollo di una famiglia nobile e ricca, anche se non quanto quella dei Bathory a cui era lontanamente imparentata. Ed è per questo motivo che, secondo l'uso ungherese, Erzsébet conservò sempre il nome della propria Casata di origine. Alla base del contratto di nozze, naturalmente, comuni interessi politico-economici.
Il padre morì improvvisamente nel 1571, quando la bambina aveva undici anni, e, in attesa di raggiungere l'età giusta per le nozze, Erzsébet fu condotta a Sarvar, in Ungheria, in una proprietà della famiglia del suo futuro sposo, perché la sua educazione  (o meglio, il suo addestramento, in questo caso) venisse completata secondo gli usi ed i cerimoniali della Casata in cui stava per entrare.
Si racconta che, a tredici anni, Erzsbét partorì una figlia illegittima, illegittima e certamente neanche figlia del futuro marito, che, in quegli anni, completava i suoi studi lontano da Sarvar. Della neonata, comunque, non si conoscono altre notizie: chi la dice figlia di un “plebeo” locale, chi frutto dell'amore di Erzsébet per un giovane nobile di altissimo rangoComunque, nel 1575, andò sposa a Ferencz Nadasdy, come stabilito. La cerimonia fu fastosa, degna di due rampolli di sangue reale.
Per dieci lunghi anni, da questa unione non nacquero figli. Poi, finalmente, nel 1585, Erzsébet diede alla luce una bambina. E, nei successivi dieci anni, partorì altre due figlie femmine e il piccolo Pal, l'attesissimo erede. Ma, in questi anni in cui diveniva finalmente e ripetutamente madre (e pare fosse una madre attenta e sollecita), qualcosa di “straordinario”, di oscuro e terribile, stava già segnando la sua vita.
Perché fu  proprio in questi anni, anni teoricamente, di appagamento e serenità, che Erzsébet - secondo le accuse che le vennero rivolte e la leggenda che è giunta sino a noi - incominciò a dedicarsi alla stregoneria, alla magia nera, e all'alchimia.
La Contessa era molto bella, era intelligente, sappiamo che aveva una cultura notevole, avendo potuto usufruire di un'istruzione decisamente superiore rispetto alle altre rampolle di nobili casate. Dieci anni e tre figlie dopo una gravidanza indesiderata, aveva adempiuto al massimo o, forse, all'unico dovere che le venisse richiesto: aveva partorito l'erede maschio. E' vero, era spesso sola, perché il marito era continuamente impegnato in campagne militari, ma ho il sospetto che non morisse di dolore e di nostalgia, soprattutto dopo l'agognato decesso dell'odiata suocera, una donna dura, autoritaria ed analfabeta con cui non ebbe mai un buon rapporto. Padrona e signora assoluta del Castello di famiglia, godeva di grande libertà. Che cosa le successe? Dicono che prese a circondarsi di strani personaggi, suoi servitori, che la iniziarono di nascosto alle Arti magiche ed alla stregoneria, divenendo, in seguito, suoi complici e sicari.
In una lettera inviata al marito impegnato in una campagna militare, spiega, nel dettaglio, una pratica magica per avere la meglio sul nemico. Gli suggerisce di uccidere una gallina nera, con un bastone bianco, e di spargerne il sangue sul nemico, oppure su di un capo di vestiario che gli appartenesse. Quindi, per il marito non era affatto un segreto ch'ella si dedicasse a certe Arti oscure. E qui veniamo ad un altro aspetto della vicenda che mi pare piuttosto controverso e contraddittorio.
Da una parte, si tramanda l'evoluzione negli anni di una innata vena sadica di Erzsébet, sfociata, poi, nel delirio omicida. Gli argomenti a sostegno dell'accusa riguardanti questo periodo (stiamo parlando di una Erzsébet non ancòra assassina) in realtà, avrebbero potuto insinuare forti dubbi sui tre quarti della nobiltà dell'epoca: trattava con estrema volubilità e durezza le ragazze al suo servizio, punendole severamente anche per infime negligenze, vere o presunte; le obbligava ad accontentare i suoi capricci più fantasiosi e ad obbedire ad ordini assurdi. Bisogna dire che, secondo altre fonti, si sottolinea come il marito non fosse da meno, anzi, che le fosse complice e istigatore.

( continua )

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