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lunedì 11 settembre 2017

Hänsel e Gretel, Grimm n.15 (versione integrale) - Traduzione Mia

Non lontano da una grande foresta abitava un povero taglialegna che riusciva a stento a sfamare se stesso, sua moglie e i suoi due bambini, Hänsel e Gretel. Infine, la carestia si abbatté sul paese e l'uomo non poté più procurarsi neanche il pane quotidiano, e non sapeva a che santo votarsi. Una notte, mentre si voltava e rivoltava nel letto in preda all'angoscia, la moglie gli disse:
"Ascolta, marito mio, domattina all'alba, prendiamo i bambini e conduciamoli nel bosco, là dov'è più fitto. Accendiamo un fuoco, diamo loro un pezzetto di pane e poi ci allontaneremo per lavorare, e li abbandoneremo laggiù. Non ce la facciamo più a nutrirli."



 Russian Artist (I don't know his name)



"No, moglie - disse l'uomo - non ho il cuore di abbandonare i miei amati bambini nel bosco. Le bestie feroci non tarderebbero ad arrivare e li sbranerebbero."
"Sciocco! - disse la donna - Se non lo fai, non ti resta che piallare le tavole per le nostre bare poiché moriremo tutti e quattro di fame".
E non lo lasciò in pace finché l'uomo non acconsentì. Ma la compassione per i suoi poveri bambini gli spezzava il cuore.
Anche i bambini erano svegli - non riuscivano a dormire perché avevano troppa fame - e udirono le parole della madre. Gretel pensò che per loro fosse finita e incominciò a piangere disperatamente, ma Hänsel le disse:
"Non piangere più, Gretel, non angosciarti, ci penso io."
Si alzò, si infilò la giacchetta, aprì lo sportello inferiore della porta di casa e scivolò fuori. La luna splendeva chiara e i sassolini bianchi brillavano come monete nuove di zecca. Hänsel se ne riempì le tasche della giacchetta e tornò a casa.
"Chetati, Gretel e dormi tranquilla", disse. Si rimise di nuovo a letto e si addormentò.


Jeffers Susan


Ai primi chiarori dell'alba, la madre andò a svegliarli:
"Alzatevi pigroni, vogliamo andare a far legna nel bosco. Eccovi un pezzetto di pane, ma serbàtelo per il pranzo perché non avrete altro."
Gretel conservò i due tozzi di pane sotto il grembiule perché Hänsel aveva le tasche piene di sassolini, e si incamminarono alla volta della grande foresta. Dopo un po', Hänsel si fermò e si voltò a guardare verso casa; e continuò a farlo per un bel pezzetto di strada.
Il padre disse:
"Hänsel, ma che fai? Perché ti fermi a guardare indietro? Muoviti!"
"Ah, padre, guardo solo il mio gattino bianco che è salito sul tetto per dirmi addio."
E la madre:
"Sciocco, non è il tuo gattino, ma il primo sole che brilla sul comignolo".
Hänsel non guardava il suo gattino, ma, di tanto in tanto, si fermava per lasciar cadere lungo il sentiero i sassolini bianchi e lucenti che nascondeva in tasca.
Quando giunsero nel folto del bosco, il padre disse:
"Ora raccogliete un po' di legna, bambini, voglio accendere un bel fuoco, così non congelerete".
Hänsel e Gretel raccolsero dei rami secchi e ne fecero un mucchietto. Accesero il fuoco, e, quando la fiamma divampò, la madre disse:
"Coricatevi accanto al fuoco e dormite, noi andiamo a spaccar legna più in là. Aspettate finché non torniamo a prendervi".
Hänsel e Gretel rimasero accanto al fuoco fino a mezzogiorno, poi ognuno mangiò il proprio pezzetto di pane. Aspettarono e aspettarono, e, infine, le loro palpebre si chiusero, e, quando si svegliarono, era già notte [1]. Gretel scoppiò a piangere, ma Hänsel le disse:
"Aspetta, tra un po' sorgerà la luna."



Jeffers Susan


E, quando la luna si levò alta nel cielo, prese Gretel per mano: i ciottoli bianchi brillavano come monetine nuove di zecca e indicavano loro il cammino.
Camminarono per tutta la notte, e, la mattina dopo, tornarono a casa. Il padre si rallegrò sinceramente quando vide i suoi bambini poiché abbandonarli gli aveva spezzato il cuore, mentre la madre finse di rallegrarsi, ma, segretamente, era furiosa [2].


Andrew Simanchuk


Non passò molto tempo che il pane tornò a scarseggiare in casa, e, una sera, Hänsel e Gretel udirono la madre che, a letto, diceva al padre:
"La prima volta i bambini hanno ritrovato la strada di casa e io ho fatto buon viso, ma adesso siamo di nuovo alle strette: nella dispensa c'è solo una mezza pagnotta rafferma. Domani dobbiamo condurli ancòra più lontano nel bosco perché non ritrovino la strada. Non c'è altro rimedio".
L'uomo si sentì stringere il cuore e pensò che sarebbe stato meglio dividere l'ultimo boccone di pane con i suoi bambini, ma, dal momento che aveva già ceduto una volta, non poté dire di no.
I bambini udirono la conversazione dei genitori. Hänsel si alzò per raccogliere di nuovo i sassolini bianchi, ma, quando raggiunse la porta, scoprì che la madre l'aveva chiusa a chiave. Tuttavia, consolò Gretel e disse:
"Dormi, mia cara Gretel, il buon Dio ci aiuterà".
Il mattino dopo, all'alba, la madre li svegliò e diede loro due tozzi di pane ancòra più piccoli della volta precedente. Strada facendo, Hänsel sbriciolava il pezzetto di pane, che teneva in tasca, e si attardava per lasciarne un po' lungo il sentiero.
"Hänsel, perché ti fermi a guardare indietro? -  disse il padre - Muoviti!"
"Ah, padre, guardo solo il mio piccioncino che si  è posato sul tetto per dirmi addio."
E la madre:
"Sciocco, non è il tuo piccioncino, ma il primo sole che brilla sul comignolo".


Don Daily


Ma Hänsel sbriciolò l'intero tozzo di pane e gettò le molliche lungo il sentiero.
La madre li condusse ancòra più addentro nel bosco, là dove i bambini non erano mai stati in vita loro. Accesero il fuoco e la madre disse:
"Bambini, sdraiatevi accanto al fuoco, e, se avete sonno, dormite pure. Stasera, quando avremo finito di lavorare, verremo a prendervi"
A mezzogiorno, Gretel divise il suo tozzo di pane con Hänsel, che aveva sbriciolato il suo lungo il sentiero. Si addormentarono, e calò la sera, ma nessuno venne a prendere i poveri bambini. Si svegliarono che era notte. Hänsel confortò Gretel e le disse:
"Aspetta, tra un po' sorgerà la luna: e potrò vedere le briciole di pane che ho sparso e che ci mostreranno la via di casa".
La luna si levò alta nel cielo, ma, quando Hänsel cercò le briciole non le trovò: le migliaia di uccellini che volavano nel bosco le avevano viste e le avevano mangiate. Hänsel disse a Gretel:
"Non preoccuparti, troveremo ugualmente il sentiero"
Ma si persero nella grande foresta: camminarono tutta la notte e poi tutto il giorno seguente, dalla mattina alla sera, ed erano affamati poiché si erano nutriti solo di poche bacche. Erano esausti, le gambe non li reggevano più, così si sdraiarono sotto un albero e si addormentarono.


Jeffers Susan



Il terzo giorno - era ormai mezzogiorno - giunsero a una casina fatta di pane e ricoperta di dolci, e aveva le finestre di zucchero trasparente [3].
"Forza, finalmente potremo sfamarci - disse Hänsel - Io mangerò un pezzo di tetto, e tu, Gretel, assaggia un pezzo di finestra: sembra molto buona"
Quando Gretel incominciò a rosicchiare lo zucchero, una voce gentile gridò dall'interno:

"Rosicchia, rosicchia, topolina,
Chi rosicchia la mia casina?"

E, all'improvviso, la porta della casetta si aprì e una vecchia decrepita uscì zoppicando e
appoggiandosi ad una gruccia.


Vogel


Hänsel e Gretel si spaventarono moltissimo, tanto che lasciarono cadere il cibo che avevano in mano. Ma la vecchia tentennò il capo e disse:
"Ah, cari bambini, come siete arrivati fin qui? Venite, venite. Non vi accadrà nulla di male".
Li prese per mano e li condusse all'interno della casina.
Offrì loro latte e frittelle ricoperte di zucchero, mele e noci, poi li accompagnò a due bei lettini candidi, e Hänsel e Gretel si coricarono e pensavano di essere in Paradiso.


Lucia Campinoti


Ma la vecchia, nonostante la gentilezza dei modi, era una strega cattiva che attendeva avidamente l'arrivo di qualche sfortunato bambino, e che, proprio per attirare i bambini, aveva costruito la casetta di pane e dolciumi. Quando un bambino cadeva nelle sue mani, lo uccideva, lo cucinava e lo mangiava, e per lei quello era un giorno di festa grande, ed era felicissima che Hänsel e Gretel fossero capitati lì.
L'indomani mattina, alle prime luci dell'alba, si alzò e andò accanto ai lettini, e, quando vide i bambini dormire tranquilli, si rallegrò pensando che avrebbe banchettato sontuosamente.


Don Daily


Poi afferrò Hänsel e lo rinchiuse in una stia. Quando questi si svegliò, si trovò circondato da una grata, come un pollo all'ingrasso, e non poteva muovere che pochi passi. Quindi, la vecchia svegliò Gretel scuotendola rudemente e gridò:
"Alzati, pigrona, attingi l'acqua, e va' in cucina a preparare qualcosa di buono per tuo fratello che ho messo all'ingrasso nella stia, e, quando sarà più in carne, me lo mangerò".
Gretel si spaventò e pianse amaramente, ma dovette fare quello che voleva la strega.



Don Daily


E così ogni giorno venivano cucinati per Hänsel  i manicaretti più squisiti poiché doveva ingrassare, mentre a Gretel non toccavano che gusci di gambero. E ogni giorno Hänsel doveva sporgere un dito per saggiare se fosse ingrassato, ma Hänsel tendeva sempre un ossicino e  la strega si meravigliava che non volesse proprio saperne di ingrassare.
Dopo quattro settimane, la strega disse a Gretel:
"Vai ad attingere l'acqua, svelta: grasso o magro che sia, domani ammazzerò il tuo fratellino e lo cucinerò a fuoco lento; nel frattempo  impasterò il pane da cuocere nel forno".
Con il cuore pesante, Gretel portò l'acqua nella quale doveva essere cucinato Hänsel. Il mattino dopo, dovette alzarsi all'alba, accendere il fuoco e appendere al gancio il paiolo pieno d'acqua.
"Adesso - disse la strega - Accendo il fuoco nel forno per cuocere il pane".
Gretel era in cucina e piangeva lacrime di sangue e pensava: 'Ah, ci avessero divorato le bestie feroci nel bosco! Almeno saremmo morti insieme e non avrei dovuto sopportare la pena di far bollire l'acqua che deve servire per uccidere mio fratello. Che il buon Dio ci aiuti, poveri infelici!'
La vecchia gridò: "Gretel, vieni subito qui, vicino al forno! - e, quando Gretel arrivò, disse - Da' un'occhiata dentro per controllare se il pane è ben cotto e dorato, io ci vedo poco e non ci riesco. Siedi sulla pala e ti spingerò dentro, così potrai guardare da vicino".


Don Daily



La strega malvagia meditava, una volta che Gretel si fosse seduta sulla pala, di spingerla nel forno di chiudere lo sportello alle sue spalle e di farla arrostire, per mangiare anche lei. Ma, ispirata da Dio, Gretel chiese ala strega di mostrarle come fare. La vecchia si sedette sula pala e Gretel la spinse più in fondo possibile; poi chiuse in fretta lo sportello del forno e mise il paletto di ferro. Allora la strega incominciò a gridare e a lamentarsi nel forno rovente, ma Gretel scappò via, e la vecchia malvagia arse miseramente.
Gretel corse da Hänsel, aprì la porticina della stia e lo liberò, e i due bambini si abbracciarono, piangendo di gioia. La casa della strega era piena di perle e di pietre preziose, Hänsel e Gretel se ne riempirono le tasche e corsero a casa. Il padre, che non aveva avuto un'ora di serenità da quando li aveva abbandonati nel bosco, li accolse con grande gioia. La madre, nel frattempo, era morta.



Don Daily


[1] Nell'edizione definitiva, i bambini credono che i genitori siano ancòra nel bosco perché un ramo legato ad un albero, e mosso dal vento, ricorda il rumore dell'ascia. Non è specificato che sia un inganno dei genitori, ma è sottinteso.

[2] Nell'edizione definitiva, la madre non si limita a far buon viso a cattivo gioco, ma accusa i bambini di aver bighellonato in giro.

[3] Nell'edizione definitiva:
"Il terzo giorno, verso mezzogiorno, scorsero un bellissimo uccellino bianco come la neve, che, posato su un ramo, cantava così melodiosamente che si fermarono per ascoltare. Quando il canto cessò, spiegò le ali e spiccò il volo e i bambini lo seguirono. L'uccellino li guidò fino ad una casina...".
Avrei voluto tradire la traduzione del 1812 e inserire questo episodio. Nella mitologia e nella tradizione popolare, dal nord dell'Europa al Medio Oriente pre-islamico ed islamico, le anime dei bambini morti si incarnano in un uccellino bianco, azzurro o verde (v. Il Ginepro). Che un bambino presumibilmente vittima della strega guidi Hänsel  e Gretel verso lo stesso destino sembra improbabile, a meno che non si tenga presente il fenomeno dell'Inversione.



Lin Wang


[4]  Nell'edizione definitiva:
"I bambini risposero:
"E' solo il vento,
Il fanciullo celeste".
E continuarono tranquillamente a mangiare. Hänsel staccò un bel pezzo di dolce dal tetto e lo lasciò cadere per Gretel, che, seduta sul prato, gustava un vetro rotondo che aveva staccato dalla finestra..."

[5] Nell'edizione definitiva:
"... Giunsero a un grande fiume e non sapevano come attraversarlo. La sorellina scorse un'anatrella bianca e le gridò: 'Ah, anatrella cara, portaci sul tuo dorso!' 
A queste parole, l'anatra bianca si avvicinò nuotando e trasportò prima Gretel e poi Hänsel sull'altra sponda del fiume... "
E con questo si chiude il cerchio. L'uccello bianco che li conduce nella casa della padrona degli animali, della vecchia nel bosco, il grande fiume (il fiume Giordano nelle fiabe italiane) che è il confine tra il mondo dei Morti e il mondo dei Vivi, e di nuovo un uccello bianco che rivela la sua funzione di psicopompo e traghetta i bambini sull'altra riva.


Grimm n.15, "Hänsel und Gretel".
Classificazione: AaTh 327A  [Hansel and Gretel] Aa Th 1121, [Burning the Witch in Her Own Oven].
Traduzione e note: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm".

giovedì 5 gennaio 2017

La Capanna col Tetto di Formaggio, Hansel e Gretel in Svezia


olto lontano, in una capanna in mezzo al bosco, viveva una malvagia strega cui piaceva molto mangiare carne di bambini. Così copriva di formaggio tutta la sua capanna per attirare bambini e bambine che andavano in giro nel bosco. E quando metteva le mani su qualche bambino lo infilava nel forno e poi lo mangiava.
Poco lontano viveva un povero contadino che aveva un figlio e una figlia. Poiché il cibo in casa era scarso, un giorno il contadino disse ai suoi figli che dovevano andare nel bosco a raccogliere bacche. I bambini partirono e alla fine giunsero alla montagna, dove videro la capanna col tetto di formaggio. Visto che a entrambi sarebbe piaciuto avere un po' di quel formaggio, si consigliarono sul da farsi.


K. Nielsen

giovedì 15 gennaio 2015

Il Cervo Meraviglioso (Lotaringia)

na volta un fabbricante di scope viveva con la moglie e due figlie in una capanna nei pressi del bosco. Pur essendo molto poveri, i due coniugi vivevano onestamente. Ogni giorno si recavano nel bosco a cercare le ginestre e i rami secchi che occorrevano loro per costruire le scope. Un giorno però la moglie si ammalò e morì, lasciando da solo il marito con le due piccole figlie, che si chiamavano Magretl e Annele. Non potendo portare le bambine con sé nel bosco e non volendo nemmeno lasciarle sempre sole, l'uomo decise di risposarsi, ma la nuova moglie, ben lungi dall'essere una buona madre, elaborò un crudele progetto per liberarsi della piccola Annele, che non era buona a nulla e le sembrava solo di impiccio. Magretl invece poteva esserle utile perché l'aiutava nei lavori domestici, nel fare le scope, nel badare alle capre. Per questo iniziò a manifestare una netta preferenza per Magretl, e a trattare male Annele. Cercò di convincere Magretl che sarebbe stato molto meglio se la sorellina non fosse proprio esistita, e che le loro condizioni sarebbero migliorate se non avessero avuto da nutrirla e vestirla. E poi tutti i soldi che ora spendevano per i vestiti di Annele, li avrebbero potuti spendere per farne di più belli a Magretl. Magretl, che era una bimba superba, cadde facilmente nel tranello preparato dalla matrigna. Così entrambe cominciarono a cercare un sistema per sbarazzarsi di Annele.
Pensarono di recarsi in mezzo al bosco con la scusa di raccogliere funghi e bacche e far provvista di legna per l'inverno, e qui giunte abbandonare Annele e fuggire. In questo modo non le avrebbero fatto del male e si sarebbero liberate di lei senza incorrere nell'ira del padre. Annele però si trovava proprio davanti alla porta della stube (Soggiorno caratteristico delle abitazioni tirolesi) quando udì questi discorsi e scoprì così il piano ordito dalla matrigna e dalla sorella. Si chiedeva che cosa avrebbe fatto una volta sola nel bosco; aveva anche udito che vi si aggiravano branchi di lupi, e ne aveva una gran paura.
Pensò allora di correre dalla sua madrina, che era sorella della sua vera mamma e che sicuramente l'avrebbe aiutata. Non appena Annele le ebbe raccontato tutto, costei le disse:
"Su, non piangere più cara; ora ti do un sacchettino di segatura e domani, quando andrete nel bosco, senza farti vedere spargerai dietro di te la segatura, in modo da poter poi ritrovare la strada".
La bimba fece come le aveva consigliato la madrina. Il mattino seguente, dopo aver camminato per un tratto nel bosco, le tre donne si fermarono su una roccia coperta di muschio, mangiarono il loro pane e colsero qualche bacca.
A un certo punto la matrigna, rivolgendosi a Magretl, disse:
"Ho un tale fastidio in testa! Spidocchiami un po' mentre Annele ci precede giù per la discesa a raccogliere la legna".
Pur sapendo che si trattava di una scusa per farla allontanare Annele ubbidì e andò in cerca di rami secchi, continuando però a spargere dietro di sé la segatura. Raccolse la legna e quando vide che le altre non la raggiungevano, tornò alla roccia dov'erano sedute poco prima; la matrigna e Magretl non c'erano già più come la bimba supponeva. Allora Annele continuò a seguire la striscia di segatura e giunse felicemente a casa. Gettò il fascio di legna sotto la tettoia ed entrò in cucina. Quando la matrigna la vide corse in camera e disse a bassa voce: "Magretl, Annele è riuscita a tornare. Domani dobbiamo ritornare nel bosco, e portarla ancora più lontano in modo che non ritrovi la strada".
Annele, che aveva origliato alla porta, si rivolse di nuovo alla sua madrina che le disse: "Vedo che quella donna malvagia non si dà pace, finché non si libera di te. Prendi questo sacchetto di farina d'avena e spargila dietro di te come hai fatto con la segatura e anche questa volta ritroverai la strada per tornare a casa". Annele rincasò e mentre tutti sedevano a tavola per la cena la matrigna disse: "Domani andiamo di nuovo a cercare funghi e quindi dobbiamo inoltrarci più di oggi nella foresta".
Annele sapeva già il vero significato di quelle parole, ma non aveva paura; prima di coricarsi si inginocchiò davanti al letto e nella sua preghiera serale chiese a Dio di proteggerla.
Il giorno seguente si recarono nuovamente nel bosco. La matrigna e Magretl procedevano, entrambe molto divertite. Annele le seguiva triste, chiedendosi che cosa avesse fatto di male per meritarsi il loro odio. Quando furono nel bosco si sedettero ancora su una roccia e mangiarono il loro pane. Questa volta la matrigna disse:
"Mi sento mordere sulla gamba. Vieni Magretl, deve esserci una pulce nella mia calza: cerca di prendermela, tu che ci vedi bene e sei più svelta di me".
Magretl si inginocchiò per catturare la pulce della matrigna, e Annele fu spedita avanti con la solita scusa della legna. Anche questa volta Annele sparse dietro di sé la farina d'avena e così la sera giunse di nuovo a casa. Questa volta la matrigna si adirò moltissimo e disse a Magretl:
"Vorrei proprio sapere chi ha messo il suo zampino in questa vicenda. La prossima volta non deve tornare a casa in nessun modo, costi quel che costi". Udite queste parole Annele corse dalla sua madrina.
"Quella donnaccia! - disse la madrina - Stai tranquilla che ti aiuterò. Ora non ho però nient'altro che questo sacchettino di semi di canapa; prendilo e getta dietro di te i semi".
La madrina non si rese però conto di averle dato un cattivo consiglio. Il mattino seguente tornarono nel bosco; a mezzogiorno si sedettero sul tronco di un albero a mangiare il loro pane, Magretl ricominciò a spidocchiare la matrigna e Annele fu mandata più avanti. Al momento di far ritorno sui suoi passi, la bimba si accorse con terrore che gli uccellini stavano beccando gli ultimi semi di canapa rimasti. Non ritrovò quindi più la strada di casa e scoppiò a piangere Quando poi le ombre degli alberi cominciarono ad allungarsi e iniziò a calare la sera, Annele si mise a pregare; poi fu assalita dalla paura dei lupi, che sarebbero sopraggiunti nel corso della notte e, visto che era una bimba furba e sapeva arrampicarsi come uno scoiattolo, decise di salire su un albero per guardarsi intorno e vedere se nelle vicinanze non vi era per caso un maso o un paese. Così si accorse che in lontananza, nel mezzo del bosco, si levava un sottile filo di fumo. Si precipitò allora verso quel fumo e si trovò davanti a un'alta roccia incavata, chiusa con una parete di rami secchi, dove si poteva scorgere una piccola porta.




La bimba abbassò la maniglia e dall'interno una voce domandò: "Chi è?"
Ella rispose: "Sono Annele", e chiese ospitalità per la notte.
La voce disse: "Puoi entrare solo se mi prometti che rimarrai tutta la vita con me, che non lascerai mai entrare nessuno in questa casa e che non mi tradirai mai". La bimba promise tutto, perché voleva trovare un rifugio prima che calasse la notte. Fu fatta entrare, e invece di un uomo vide un cervo dietro alla stufa. Annele si spaventò e stava per scappare quando il cervo le si rivolse con una voce d'uomo, e con uno sguardo così dolce che le fece passare ogni paura. Sollevando le sue corna enormi disse:
"Non devi fare altro che mungermi ogni mattina prima dell'alba e ogni sera prima del tramonto. Potrai bere il mio latte e se non farai entrare nessuno, nemmeno la tua sorella di sangue, io ti procurerò tutti i vestiti di velluto e seta che vorrai. Se tu però mi tradisci la nostra fortuna terminerà".
Annele promise, si mise nel letto che si trovava nell'angolo e sprofondò nelle piume come in una nuvola.
All'indomani, come aveva promesso, il cervo le portò dei vestiti così belli che sembravano quelli di una principessa. Da quel momento i due vissero felici e contenti nella grotta e gli anni passavano come fossero giorni.
Nel frattempo Magretl era diventata più giudiziosa e spesso pensava alla sua povera sorella e a ciò che le aveva fatto. Un bel mattino, andando nel bosco a far legna, smarrì la strada tra le felci e i cespugli. Giunta allo stremo delle forze si fermò a riposare e pregò Dio di aiutarla, ora che si trovava nella stessa situazione di pericolo e paura nella quale anni prima aveva gettato la sorella.


Rackham A.



Quando si svegliò il sole era al tramonto; piangendo e pregando si arrampicò anche lei su un albero come aveva fatto Annele e scorse in lontananza una sottile striscia di fumo. Seguendo quel segnale giunse alla roccia e bussò ripetutamente alla porta senza ottenere risposta. Proseguì allora il suo cammino fino a una grossa quercia dal tronco incavato, che le offrì protezione per la notte.
Il mattino dopo si alzò e cercando la via del ritorno giunse nuovamente alla roccia. Essendo ancora stanca, affamata e impaurita, e non conoscendo la strada, cominciò di nuovo a bussare alla porta, pregando e implorando di farla entrare per pietà di Dio, che lei era solo una povera ragazza che si era smarrita nel bosco. Annele riconobbe la sorella dalla voce, ma ricordando la promessa fatta al cervo non aprì e disse:
"Non posso far entrare nessuno, anche se lo volessi; non posso aprire la porta nemmeno alla mia sorella di sangue, perciò andatevene pure, perché se io non ubbidissi accadrebbe una disgrazia".
La sorella cominciò allora a lamentarsi e piangere, in modo tale da impietosire anche i sassi. Annele, che era buona di animo, non riuscì a sopportare a lungo le lacrime e le preghiere della sorella maggiore, e alla fine le aprì la porta e la accolse. Magretl, trovandosi davanti la sorella, le chiese scusa per i dolori che le aveva causato. Accortasi dei magnifici abiti che la sorella minore indossava, le si sedette vicino sulla panca del focolare e cominciò a tempestarla di domande. Annele, per non tradire la sua promessa, inventò una serie di storie dicendo dapprima di abitare presso un orso, poi presso un lupo e infine, cedendo alle lusinghe della sorella che non le credeva, le raccontò tutto.
Dopo essersi tradita Annele divenne molto triste. Magretl, invidiosa della sorte toccata alla sorella, si fece indicare la strada del ritorno e una volta a casa raccontò tutto alla matrigna che le disse:
"Domani andremo nel bosco e cercheremo la grotta, poi prenderemo Annele con il suo cervo e i suoi vestiti. I bei vestiti ce li terremo per noi e il cervo lo faremo uccidere".
Quando quella sera il cervo tornò a casa, era molto triste, e senza dire nulla si mise dietro la stufa e fece finta di dormire. Annele non osava guardarlo per la vergogna e il pentimento. D'un tratto però gli chiese:
"Perché sei così silenzioso stasera, caro cervo?".
"Come farei a non tacere - rispose il cervo - quando tu hai parlato così tanto? Non hai seguito il mio ordine e ora è la fine! Tutto è perduto per entrambi. E pensare che tu avresti potuto liberarmi! Invece ora io devo morire e tu sarai costretta a far ritorno alla tua antica miseria. La tua matrigna verrà a prenderti assieme a tua sorella e io non potrò più aiutarti, perché mi uccideranno".
Annele pianse per tutta la notte, il dolore le spezzava il cuore. Il cervo non poté resistere a questa vista e la consolò dicendole:
"Io ora devo morire per te, ma questo fatto si muterà nella tua fortuna. Quando la tua matrigna mi avrà ucciso, fatti consegnare il mio cuore, le mie corna e il mio zoccolo posteriore sinistro. Poi sotterra il mio cuore, mettigli sopra le mie corna e per ultimo il mio zoccolo. Tre giorni dopo ritorna sulla mia tomba: vi troverai un albero di ciliegie rosso scure, che avranno la forma del mio cuore. Le ciliegie cresceranno d'estate e d'inverno, e nessuno, eccetto te, sarà in grado di coglierle. Queste ciliegie, nate dal mio cuore, ti faranno diventare la donna più ricca e più felice del paese".
Il giorno seguente la matrigna e la sorella giunsero alla grotta a prendere Annele, e condussero via anche il cervo, che le seguì senza opporre alcuna resistenza, poiché la matrigna era una strega cattiva e lo teneva in suo potere. Fece quindi uccidere l'animale da un cacciatore. Annele pianse con tutto il cuore la morte del suo amico, ma questa volta non si dimenticò di seguire i consigli che il cervo le aveva dato prima di morire. Si fece consegnare il cuore, le corna e lo zoccolo, e fece come le era stato detto.
Quando dopo tre giorni tornò sul posto trovò un albero di ciliegie a forma di cuore, così rosse e così grosse come non se ne erano mai viste da quelle parti.
Un giorno d'inverno, dopo un'abbondante nevicata, passarono davanti alla casa di Annele il duca di Lotaringia e suo figlio, di ritorno da un lungo viaggio. Erano stati infatti in pellegrinaggio in Terra Santa e il figlio aveva riportato in battaglia gravi ferite, provocate dal misterioso veleno con cui i pagani avevano cosparso le punte delle lance, e che nessuno era in grado di guarire. Quando il duca vide in mezzo alla neve quell'albero carico di ciliegie così grosse, pensò a un prodigio: forse quelle ciliegie miracolose avrebbero potuto guarire suo figlio! Nello stesso momento anche il giovane aprì gli occhi, vide le ciliegie e subito sembrò desiderarle. Il duca si avvicinò allora alla staccionata del giardino, chiamò a gran voce verso la casa e, senza farsi riconoscere, chiese alcune ciliegie. Magretl uscì e cercò di cogliere quei frutti, ma ogni volta che allungava la mano i rami si sollevavano e le ciliegie non si facevano cogliere. Allora provò la matrigna, ma nemmeno lei riuscì a raggiungere i rami che si erano allontanati. Il duca, meravigliato, chiese se in casa non c'era nessun altro. La matrigna e la figlia dissero di no ma in quel momento uscì di casa Annele, alla quale il duca ripeté la richiesta. Molto volentieri rispose la ragazza e si diresse verso l'albero. I rami si piegarono allora verso di lei e le ciliegie le caddero in mano.



Westerman J.


Il figlio del duca pensò che Annele fosse una santa mandata da Dio, mangiò le ciliegie e immediatamente guarì. Il vecchio duca era molto contento e disse: "Come ringraziamento diverrai la sposa di mio figlio".
Annele si rifiutò perché provava soggezione per quel nobile signore, lei che era solo una povera ragazza. Ma anche il giovane duca insistette: erano state le sue ciliegie a guarirlo e quindi lei doveva diventare sua moglie. Non avrebbe ceduto per nessuna ragione. Annele allora raccontò al duca tutta la sua storia e pianse per la misera sorte toccata al suo amico cervo. Il giovane duca le regalò un anello con un carbonchio sul quale era inciso lo stemma di Lotaringia, le rivelò di essere l'erede al trono, e che il padre era l'attuale regnante, e le disse che sarebbe diventata duchessa. Dopodiché l'accolse sulla sua carrozza. La matrigna divenne verde dall'invidia e dall'ira. Prima di andarsene Annele fece salire sulla carrozza anche il suo vecchio padre. Giunti al palazzo vennero celebrate le nozze più belle e sontuose che si fossero mai viste. Annele lasciò vivere suo padre con lei al castello in una bella stube ampia. Perdonò poi anche la sorella, mentre quella vecchia strega della sua crudele matrigna venne messa al rogo dal duca.
In seguito si ordinò che non venisse più ucciso un cervo in tutto il ducato di Lotaringia, e che si coltivassero le ciliegie a forma di cuore in tutta la regione. Ancora oggi in Lotaringia si possono trovare queste bellissime ciliegie.

Di Angelika Merkelbachpinck, dalla raccolta "Il Bosco. Miti leggende e fiabe", Mari-Kindl.

martedì 9 dicembre 2014

Ninnillo e Nennella, Pentamerone, Giornata Quinta, Cunto Ottavo, G.B. Basile

Iannuccio ha due figli dalla prima moglie i quali, essendosi esso riammogliato, sono odiati dalla matrigna, ed è costretto a lasciarli in un bosco. Sperduti e separati l'uno dall'altro, Ninnillo diventa caro cortigiano di un principe; e Nennella, naufragando, è ingoiata da un pesce fatato; ma, gettata poi sopra uno scoglio e riconosciuta dal fratello, è dal principe riccamente maritata.


'era una volta un padre chiamato Iannuccio, che aveva due figli, Ninnillo e Nennella, ai quali voleva bene quanto alle sue pupille. Ma, avendo la morte con la lima sorda spezzato le inferriate del carcere dell'anima della moglie, egli si prese una brutta strega, che era un pescecane maledetto; la quale, tosto che ebbe messo piede nella casa del marito, cominciò ad essere cavallo di una stalla e a dire:
"Sono venuta, dunque, a spidocchiare i figli di un'altra! Questo mi mancava che mi prendessi tale impiccio e mi vedessi attorno due rompimenti di stinchi! Oh, che mi fossi rotto l'osso del collo prima di venire a quest'inferno per mangiar male e dormir peggio col fastidio di queste zecche! Non è vita da soffrire! Sono venuta per moglie e non per serva. Bisogna che prenda il mio partito e trovi recapito a queste pittime, o trovi recapito per me stessa. È meglio arrossire una volta che impallidire cento volte. Ora c'imparentiamo per sempre! Sono risoluta o di vederne il costrutto o di rompere in tutto e per tutto".
Il povero marito, che aveva posto un po' d'affetto a questa femmina, le disse: "Senza collera, moglie mia, che lo zucchero costa caro! Domattina, prima che canti il gallo, ti leverò questo fastidio dattorno, per tenerti contenta".
Cosi la mattina dopo, innanzi che l'Alba spandesse la coperta di Spagna rossa per scuotere le pulci alla finestra d'oriente, esso, presi per mano i due figli, infilzato al braccio un buon paniere di cose da mangiare, li condusse in un bosco, dove un esercito di pioppi e di faggi stringevano d'assedio le Ombre. Colà giunto, Iannuccio disse:
"Bambini miei, statevene qui; mangiate e bevete allegramente e, se qualcosa vi mancherà, vedete questa striscia di cenere che vado seminando? Questa sarà il filo che, cavandovi dal labirinto, vi porterà passo passo a casa vostra".


Carl Offterdinger, (Hansel Gretel)


E, dato un bacio all'una e all'altro, se ne tornò piangendo a casa. Ma nell'ora in cui tutti gli animali, citati dagli sbirri della Notte, pagano alla natura il censo del necessario riposo, i due fanciulli, per la paura di stare in quel luogo deserto, dove le acque di un fiume, percotendo, per castigarle, le pietre impertinenti, avrebbero fatto sbigottire un Rodomonte, s'avviarono pian piano per quella straduccia di cenere, ed era già mezzanotte quando adagino adagino giunsero a casa.
Al vederli, Pascozza, la matrigna, fece cose non da femmina ma da furia infernale, levando le strida al cielo, battendo mani e piedi, sbuffando come cavallo che s'è adombrato, dicendo:
"Che bella cosa è questa? Donde sono rispuntati questi mocciosi fastidiosi? È possibile che non ci sia argento vivo che valga a scrostarli da questa casa? E possibile che tu me li voglia tenere dattorno proprio per rovello al mio cuore? Va', levameli sul momento dagli occhi, che non voglio aspettare musica di galli e lamenti di galline. Se no, ti puoi stuzzicare i denti ch'io dorma mai più con te; e domattina me la filo a casa dei parenti miei: che tu non mi meriti! Non ti ho portato in casa tanti bei mobili per vederli scacazzati dal puzzo dei deretani altrui; né ti ho dato cosi buona dote per vedermi schiava di figli che non sono miei".
Lo sventurato Iannuccio, che vide la barca male avviata e la cosa andar troppo nel caldo, si prese sull'istante i bambini, e, tornato nel bosco, e, dato loro un altro panierino di cosette da mangiare, disse:
"Voi vedete, figli miei, quanto vi ha in uggia quella cagna di mia moglie, venuta alla casa mia per la rovina vostra e per chiodo di questo cuore. Perciò restatevene in questo bosco, dove gli alberi, più pietosi di lei, vi faranno tetto contro il sole; dove il fiume, più caritatevole, vi darà da bere senza veleno; e la terra, più cortese, vi offrirà sacconi d'erba senza pericoli. E, quando vi mancherà da mangiare, vedete la viuzza di crusca che io vi fo, diritta diritta, e voi potrete venire a domandare soccorso".
Cosi detto, torse il viso dall'altra parte per non farsi vedere a piangere e toglier animo ai poveri piccini. Quando ebbero consumato il contenuto del panierino, i due bambini vollero tornare a casa; ma un asino, figlio della mala ventura, s'era leccata la crusca sparsa per terra, ed essi sbagliarono strada, tanto che andarono per un paio di giorni errando per entro il bosco, pascendosi di ghiande e castagne che raccattavano da terra.


Goble W.


Ma, poiché il Cielo stende sempre la sua mano sugl'innocenti, capitò a caccia, in quel bosco, un principe; e Ninnillo, sentendo l'abbaiar dei cani, ebbe tanta paura che si gettò nel cavo di un albero, e Nennella prese tale fuga che si trovò a una marina. Qui erano sbarcati certi corsari per far legna, e il capo loro se la portò a casa, dove la moglie, alla quale era testé morta una figlia, la tenne in luogo di questa.
Ninnillo intanto, rannicchiato in quella corteccia d'albero, fu attorniato dai cani, che facevano abbaiate da stordire; sicché il principe volle vedere che cosa fosse, e, trovato quel bel bambino, che non seppe dire come si chiamavano il padre e la madre tanto era piccolo, lo aggiustò sul cavallo di un cacciatore e lo portò con sé. E con grande cura fece allevarlo nel suo palazzo e insegnargli le virtù, e, tra le altre, l'arte dello scalco, che non passarono tre o quattro anni, ed egli vi divenne cosi bravo, che spartiva a capello.
In questo tempo, essendosi scoperto che il corsaro, presso cui si trovava Nennella, era ladrone di mare, vollero metterlo in prigione; ma esso, che aveva amici gli scrivani e li teneva a stipendio, se la svignò con tutti i suoi. E forse fu giustizia del Cielo che, avendo egli commesso i suoi imbrogli sul mare, sul mare ne pagasse la pena; sicché, imbarcatosi sopra una barca sottile, nel mezzo del mare gli venne tale raffica di vento e furia di onde che il legnetto si capovolse e tutti affogarono. Solo Nennella, che non aveva, come la moglie e i figli del corsaro, colpa in quei ladrocini, scampò dal pericolo; e, nel momento che gli altri cadevano nell'acqua, si trovò presso la barca un pesce fatato, il quale, aprendo un abisso di gola, se la inghiotti. E, quando la giovinetta credette di aver terminato i giorni suoi, proprio allora ammirò cose da trasecolare nel ventre di quel pesce. C'erano colà campagne bellissime, giardini magnifici, e una casa da signore con tutti gli agi, dove Nennella fu trattata da principessa. Ora accadde che quel pesce la portasse di peso a uno scoglio, dove, essendo la maggiore afa dell'estate e la più ardente fornace, il principe era venuto a prendere il fresco. E, mentre si preparava un gran banchetto, Ninnillo s'era posto a un verone del palazzo, che sorgeva su quello scoglio, ad affilare certi coltelli, assai dilettandosi dell'ufficio suo per farsi onore.


Goble W.


Nennella lo vide e lo conobbe dal fondo delle fauci aperte del pesce, e subito mosse una voce di lamento:

Fratello, mio fratello! 
Affilato è già il coltello, 
già la mensa è preparata, 
e gran gioia a tutti è data:
 solo a me la vita incresce, 
senza te, qui in gola al pesce! 

Sulle prime, Ninnillo non fece attenzione a queste parole, ma il principe, che stava a un altro balcone, vide il pesce e udì un'altra volta le stesse parole, e fu preso da meraviglia. Inviò, dunque, una mano di servitori per vedere se in qualche modo potessero gabbare il pesce e tirarlo a terra; ma poiché, intanto, sempre si udiva replicare quel "Fratello, mio fratello!", domandò uno per uno a tutte le genti se qualcuno avesse perduto la sorella. Rispose Ninnillo, che in quel momento si andava ricordando della cosa come in sogno, che, quando si trovava nel bosco, aveva con sé una sorella, della quale non aveva saputo più nulla.
Il principe gli disse di accostarsi al pesce e vedere che cosa fosse, perché tale ventura, forse, toccava a lui. E, al suo appressarsi, il pesce posò la testa sullo scoglio, e, spalancando sei canne di fauci, lasciò uscire Nennella, che parve appunto lo spettacolo di un intermezzo, nel quale una Ninfa, per incanto di un mago, esce da un animale. Al principe, che la interrogava, Nennella accennò qualche parte dei travagli suoi e dell'odio della matrigna; ma né essa né il fratello sapevano ricordarsi il nome del padre né il luogo dov'era la loro casa. Onde fu gettato un bando che chi avesse perduto in un bosco due figli, Ninnillo e Nennella, andasse al palazzo reale e ne avrebbe avuta buona nuova.
Iannuccio, che stava sempre triste e sconsolato, perché credeva che i figli fossero stati divorati dai lupi, corse giubilando al principe a dirgli che esso proprio aveva smarrito i fanciulli. E, avendo raccontato la storia di come fosse stato sforzato a portarli nel bosco, il principe gli somministrò una grande intemerata, chiamandolo scioccone bestione, che s'era fatto mettere i piedi sul collo da una femmina, riducendosi a mandare all'avventura due gioielli, com'erano i suoi figli. Ma, dopo che gli ebbe rotto il capo con queste parole, vi mise l'empiastro della consolazione, mostrandogli i figli che egli non si saziò di abbracciare e baciare per più di mezz'ora; e il principe, fattogli levare di dosso il rozzo gabbano, lo fece rivestire da gentiluomo. Chiamò poi la moglie di Iannuccio e le additò quelle due foglie d'oro, domandandole:"Che cosa meriterebbe chi loro facesse male e li mettesse a rischio di morte?".
Colei rispose: "Per me, lo metterei chiuso in una botte e lo rotolerei dall'alto di una montagna".
"Ecco che hai quello che chiedi: la capra ha rivolto le corna contro se stessa. Orsù, poiché tu hai scritto la sentenza, e tu la paga; tu che hai portato tant'odio a cotesti belli tuoi figliastri".
E die ordine che si eseguisse la sentenza ch'essa medesima aveva pronunziata. Nel tempo stesso trovò un ricco gentiluomo suo vassallo, e lo die per sposo a Nennella, e la figlia di un altro signore pari a questo, e la die per moglie al fratello; e all'uno e all'altra entrate bastevoli per vivere essi e il padre, senz'aver bisogno di alcuno al mondo.
La matrigna, intanto, fasciata da una botte, sfasciò la propria vita, gridando sempre pel buco finché le restò fiato:

 Tarda il castigo, ma non ti fidare! 
Viene una volta e tutte fa pagare!



Victor Nizovtsev



"Ninnillo e Nennella", G.B. Basile, Pentamerone, Giornata V, Cunto 8.
Traduzione di Benedetto Croce.
Il testo originale è nella Pagina: G.B. Basile.

venerdì 5 dicembre 2014

Bee! Coltello Arrotato! (Romagna)

'era una volta un uomo che aveva due figli, una ragazzetta e un bambino. Questo povero cristiano ebbe la disgrazia di perdere la sua donna. Dopo poco tempo, più che altro per dare una mamma ai propri bambini, tornò a sposarsi. Ma capitò in una caporala, che voleva poco bene a lui e ancor meno ai suoi figli. Non poteva soffrirli e gonfiava qualunque sciocchezza essi facessero per metterli in cattiva luce agli occhi del loro padre. Il marito le andava dicendo: "Sta' loro dietro con le buone: sono piccini!", ma questa donnaccia cresceva sempre in cattiveria e nell'avversione a quella povera innocenza.
Un giorno che la sua stizza era più grande del solito, dice a suo marito:
"Così non si dura! Io son decisa: o fuori loro o via io!".
Credendo che fosse una sfuriata passeggiera, lui, andando al lavoro, le fa una delle solite preghiere, ma poco dopo essa li bastonò e li mise fuori dalla porta. Verso sera, quando tornò stanco, gli fece una testa grossa così. I bambini erano ancora fuori senza mangiare ed egli li chiamò e volle che mangiassero insieme con lui. La notte essa continuò ancora, tanto che il marito dovette promettere di condurli via e di lasciarli andare in balia della fortuna. Ma, mentre essi litigavano, la ragazzetta, che era più grandicella, vegliava e, sentendo quei discorsi, si raccomandava alla sua mamma morta.
La mattina presto, la matrigna si alza e si mette al tagliere a smorzare della farina da far delle piade sul testo. Poco dopo, il babbo chiama i bambini:
"Ragazzi, volete venir con me al bosco della Stenta? (Località nella valle del Senio, presso Tebano, così come le altre ricordate di seguito)".
Il bambino, che non sapeva niente, salta su: "Oh, sì, babbo, tanto volentieri!".
Ma la bambina, che aveva sentito quello che dicevano, potete ben pensare che cosa passasse in quel momento per quella povera testina. Saltano giù dal letto e pian piano si vestono. Intanto che il babbo faceva i preparativi per la partenza, questa bambina si riempì un sacchettino di aghi e lo nascose in tasca, e, mentre il suo babbo e il fratellino camminavano avanti, essa li seguiva facendo una sparpagliatina di aghi lungo la strada. Quando arrivarono nel bosco della Stenta, il babbo si mette a segare un sacco di fieno e loro, intanto, per passare il tempo s'erano messi a cogliere dei ciclamini, dei mazzetti di rose salvatiche per farsi i pendenti [Non abbiamo trovato il termine corrispondente al "craver" del testo - N.d.C.] e dei colchici, perché si era in autunno. Quando l'uomo ebbe raccolto il sacco del fieno, era già passato mezzogiorno; allora egli tirò fuori le piade. Erano sopra un monticello e la piada ruzzolò giù per la china. E, intanto che i ragazzi scesero a prenderla, lui scappò. Credevano di tornare dal loro babbo, ma questi non c'era più. Il ragazzino scoppiò in un gran pianto, ma la bambina lo confortò: "Sta' quieto, fratellino mio, ché la strada la so io!".
Lui si quietò, e si misero sotto un castagno a mangiarsi la piada. Seguirono sempre la traccia degli aghi. Passano la piana della Falcona, scendono per altre stradine e finalmente arrivano a casa che era verso sera. Ma non avevano l'ardire di entrare e stavano fuori dall'uscio, quando udirono il loro babbo che diceva:
"C'è rimasta della minestra: se ci fossero quei ragazzetti la mangerebbero".
Il piccolino, senza tanto pensarci, esclama: "Siamo qui, babbo!".
Il babbo vien fuori e li fa entrare. La matrigna brontolava senza dire una parola. Quando ebbero mangiato, il babbo li mise a letto. Fu allora che quella cattivaccia cominciò a sfilare la sua corona:
"Eh, avevi detto di condurli via! Hai fatto una bella commedia per confondermi!". E non la finiva più.
Egli dovette promettere che la mattina seguente li avrebbe condotti in un bosco più lontano, di là da Pergola. Non si vedeva ancora luce che il babbo li chiamò, ma il ragazzetto gli disse sottovoce: "Basta però che non ci abbandoniate!".
La ragazzetta, dato che le ragazze son sempre più assennate, prende su un sacchettino di semola e poi la sparge come aveva fatto l'altra volta. Passano la Stenta, il Romitorio, scendono dalla Pirotta e il babbo da una china gli ruzzola giù le piade. Il bambino non voleva scendere, ma la sorellina gli disse:
"Vacci pure: starò io qui a badare il babbo".
Ma lui confonde la bambinetta dicendo che si sarebbe allontanato un momento per fare un fatto suo: e sparì. Per farla breve, la bambina fece ancora coraggio al fratellino; per tornare a casa vanno dietro la traccia della semola, ma, di quella semola, buona parte se l'eran mangiata le formiche, e ne era restato soltanto qualche poco di quando in quando, tanto che poterono ugualmente trovare la strada per tornare a casa. Era verso sera quando arrivarono all'uscio e sentirono ancora il loro babbo che li ricordava perché era avanzata la minestra anche quella volta. E non aveva ancora finito di parlare che si fece sentire una vocettina:
"Oh, babbo, siamo qui!".
E così poterono ancora mangiare e dormire nel loro letto. Tutta la notte la matrigna non fece altro che brontolare contro il marito e i ragazzi. E lui dovette prometterle che li avrebbe condotti ancor più lontano. La mattina, nell'andarsene, la bambina s'era fatto un sacchettino di miglio. Cammina cammina, dopo aver passato boschi e boschi, arrivano nel grande bosco della Pideura. Nel fondo scorreva il rio Barbavera con delle rive che sembravano toccare il cielo. Sulle querce e sui castagni si sentiva il rigogolo, il gruccione, i voli delle starne, il chiacchiericcio delle ghiandaie; lungo le rive era tutto frassini, avellani, ginepri, e, al disotto, una bella distesa d'erba da presepio, di licheni, di bei funghi: orecchiette, ovuli, porcini. Sarebbe stato un vero paradiso per quei poveri bambini, se non avessero pensato a ciò che stava per succedergli. Il loro babbo, passato il mezzogiorno, gli diede le piade e si mise seduto sotto una quercia; ma, intanto che mangiavano, il babbo si nasconde dietro ad un terrapieno che faceva il monte, così folto di prugnoli, di marucche e di vitalba che un branco di porci ci si sarebbe benissimo potuto smarrire. I bambini se ne accorgono e lo chiamano, e cercano il loro babbo: ma hanno un bel chiamare e cercare! Allora vanno per ritrovare la stradina, ma gli uccelli s'eran mangiato tutto il miglio e i formiconi avevano fatto il resto. Non sapevano come fare e si disperavano. Si mettono a girare. Gira che ti gira, capitano in un posto dove c'era una fontana, sopra cui c'era questa scritta: Chi beverà quest'acqua un animale diventerà!. Il bimbetto aveva una gran sete, tanto più grande in quanto la piada che avevano mangiato, era un po' salata. Ma la sorellina assolutamente non volle: "Chissà che animalaccio diventerai, e io avrò paura di stare con te".
Allora vanno ancora avanti e trovano un'altra fontana, con una scritta che diceva: Chi beverà quest'acqua un agnellino diventerà. La sorellina non voleva che bevesse, ma lui non ne poteva più e si mise a bere, e mentre egli beve, la sorellina disse: "Pazienza se diventerà un agnellino!". E infatti divenne un bell'agnellino. Allora la sorella si toglie la cordella dal grembiule e gliela lega al collo, trascinandosi dietro l'agnello.



Stokes M.


Al giorno mangiarono i marroni colati che cadevano dai castagni: venivan giù con dei tonfi che sembravano sassi. Quei marroni li chiamano i furioni. Quando fu verso sera, andavano pensando dove potessero dormire. Delle case vicine, dove poter chiedere la carità di un po' di alloggio, non se ne vedevano. Verso il fondo del rivo vedono un salice cavo e ci si mettono dentro. Alla levata del sole ne escono e si mettono in braccio alla Provvidenza. Il suo agnellino pascolava l'erba un po' dappertutto, ed essa domandava la carità di un po' di pane e di un po' di alloggio. Dio non abbandona mai nessuno, e trovarono sempre da mangiare e da dormire. Tutti facevano l'elemosina a questa giovinetta che girava il mondo col suo agnellino e in ogni casa c'erano delle brave donne che le facevano la carità di un po' di alloggio. Cominciava a farsi una bella giovanottina e l'agnellino cresceva sempre più bello anche lui. Un giorno arrivano in un bel prato che era del Re. Il figlio del Re capita da quelle parti e scorge questa bambinetta che pascolava il suo agnellino. Le chiede chi sia e chi non sia; lei gli racconta tutta la sua storia dolente. Tutto commosso, torna a casa e dice alla sua matrigna, dato che il babbo gli era morto: "Ho trovato nel prato una giovanottina che non ha nessuno: la prenderemo con noi: qualcosa farà. L'aspetto dimostra che ha da essere una buona ragazza; con sé ha un agnellino, che non abbandona mai".
La matrigna nel sentir questo, disse che la prendesse pure insieme col suo agnellino. La misero in cucina ad aiutare la cuoca. Ogni giorno prendeva con sé il suo agnellino e lo conduceva a pascolare. Passando il tempo e mangiando bene, diventava sempre più bella ed anche brava nel cucire e nel ricamare. Il figlio del Re ben presto s'innamorò di lei e volle sposarla. Ma non era ancora passato un anno dal matrimonio, che venne un ordine che il giovane doveva andare alla guerra. Prima di partire si raccomandò tanto alla sua matrigna che cercasse di avere ogni cura della sposa e, siccome voleva comprarsi dei bambini dopo che fosse nata la creatura, che gli facessero sapere in qualunque modo che cos'era nato, se uomo o donna, e che gli mettessero il nome del proprio padre. Il giovane non se n'era - si può dire - ancora andato, che la matrigna cominciò ad avere in uggia la sposa e l'agnellino.
Quando la creatura nacque, la matrigna gli mandò a dire che era nato uno scherzo di natura. Lui rispose che era lo stesso e che bisognava rassegnarsi alla volontà di Dio: che si facesse conto di quel che era nato, e che egli sperava di ritornare presto. Viceversa era venuto al mondo un bambino sano e bello. Essa teneva dentro il suo dolore con la speranza che suo marito tornasse presto a casa. Si consolava col suo bambino e col suo agnellino. Un giorno la vecchia le disse che era una bella giornata e che sarebbe stato bene far prendere un po' di aria buona al bambino. Vanno a passeggio sulla riva del mare. E la vecchia, sul più bello, le dà uno spintone e buttò nell'acqua lei e il suo bambino in braccio.
Quando l'agnellino venne a sapere la fine della sua sorella, andava tutti i giorni sulla riva a chiamare e a parlare con sua sorella. Intanto la vecchia, non ancora contenta di quello che aveva fatto, comincia a dire che non voleva più vedere l'agnellino, che lo portassero via e che lo ammazzassero: voleva vederne la coratella. Il servitore, che era affezionato anche lui all'agnellino, non fu capace di ammazzarlo e lo diede ad un contadino, dicendo di tenerlo bene, ché sarebbe stato ricompensato. Poi comperò una coratella di lepre e la mostrò alla vecchia.
L'agnellino sapeva la sorte che voleva riservargli la vecchia, e andava sulla riva del mare: "Bee! Coltello arrotato: mi vogliono ammazzare!"
E la sorellina:
"Fratello mio, non ti posso aiutare, ché sono nella panza del pesce pagano che ha sposato la figlia del Re prussiano".


Amelia Bauerle (Bowerley)

Dopo pochi giorni arrivò il Re. Appena sceso da cavallo, chiede della sua donna; ma la vecchia gli risponde che tanto lei che quello scherzo di natura erano morti. Egli scoppiò in un gran pianto e domandò dell'agnellino. E il servitore gli disse: "Ce l'ha un contadino: venga a vederlo. E va sulla riva del mare a parlare!".
Egli ci va. L'agnellino, quando lo vede, lo conduce alla riva del mare e poi dice: "Bee! Coltello arrotato! Mi vogliono ammazzare!".
E dal mare viene una voce:
"Fratello mio, non ti posso aiutare ché sono nella panza del pesce pagano che ha sposato la figlia del Re prussiano".
Lui distingue la voce della sua sposa, subito ordina che sia prosciugato il mare e, quando trovano la balena, la aprono e vedono che ne salta fuori la sposa con il bambino in braccio. L'abbraccia, diede tanti baci al bambino e si fece raccontare ogni cosa. Allora diede ordine di prendere la sua matrigna e la matrigna della sua donna, e le fece bruciare in una botte di zolfo nel mezzo della piazza.

La mia favola non è più lunga; 
chi vuole che gliene aggiunga, 
un panetto e una sardella 
e ve ne dirò una ancor più bella; 
un panetto e un po' da bere 
ve ne dirò una di qui, a sedere.

"Fiabe e Leggende Romagnole", Paolo Toschi (A cura di Angelo Fabi)


mercoledì 8 gennaio 2014

Hänsel e Gretel, Grimm n.15

avanti a un gran bosco abitava un povero taglialegna che non aveva di che sfamarsi; riusciva a stento a procurare il pane per sua moglie e i suoi due bambini: Hänsel e Gretel. Infine giunse un tempo in cui non potè più provvedere neanche a questo e non sapeva più a che santo votarsi. Una sera, mentre si voltava inquieto nel letto, la moglie gli disse: "Ascolta marito mio, domattina all'alba prendi i due bambini, dai a ciascuno un pezzetto di pane e conducili fuori in mezzo al bosco, nel punto dov'è più fitto; accendi loro un fuoco, poi vai via e li lasci soli laggiù. Non possiamo nutrirli più a lungo."
"No moglie mia - disse l'uomo - non ho cuore di abbandonare i miei cari bambini nel bosco, le bestie feroci li sbranerebbero subito."
"Se non lo fai - disse la donna - moriremo tutti quanti di fame." E non lo lasciò in pace finché‚ egli non acconsentì.
Anche i due bambini non potevano dormire per la fame, e avevano sentito quello che la madre aveva detto al padre. Gretel pensò che per loro fosse finita e incominciò a piangere amaramente, ma Hänsel disse:
"Stai zitta Gretel, non ti crucciare, ci penserò io."
Si alzò, si mise la giacchettina, aprì l'uscio da basso e sgattaiolò fuori. La luna splendeva chiara e i ciottoli bianchi rilucevano come monete nuove di zecca. Hänsel si chinò, ne ficcò nella taschina della giacca quanti potè farne entrare e se ne tornò a casa. "Consolati Gretel e riposa tranquilla", disse; si rimise di nuovo a letto e si addormentò. Allo spuntar del giorno, ancor prima che sorgesse il sole, la madre venne e li svegliò entrambi:
"Alzatevi bambini, vogliamo andare nel bosco; qui c'è un pezzetto di pane per ciascuno di voi, ma siate saggi e conservatelo per mezzogiorno."




Gustafson S.



Gretel mise il pane sotto il grembiule perché Hänsel aveva le pietre in tasca, poi si incamminarono verso il bosco. Quando ebbero fatto un pezzetto di strada, Hänsel si fermò e si volse a guardare la casa; così fece per più volte. Il padre disse: "Hänsel, che cos'è che ti volti a guardare e perché ti fermi? Su, muoviti!"
"Ah, babbo, guardo il mio gattino bianco che è sul tetto e vuole dirmi addio." Disse la madre: "Ehi, sciocco, non è il tuo gattino, è il primo sole che brilla sul comignolo."
Hänsel però non aveva guardato il gattino, ma aveva buttato ogni volta sulla strada uno dei sassolini lucidi che aveva in tasca. Quando giunsero in mezzo al bosco, il padre disse: "Ora raccogliete legna, bambini, voglio accendere un fuoco per non gelare." Hänsel e Gretel raccolsero rami secchi e ne fecero un mucchietto. Poi accesero il fuoco e quando la fiamma si levò alta, la madre disse: "Adesso stendetevi accanto al fuoco e dormite, noi andiamo a spaccare legna nel bosco; aspettate fino a quando non torniamo a prendervi." Hänsel e Gretel rimasero accanto al fuoco fino a mezzogiorno, poi ciascuno mangiò il proprio pezzetto di pane. Credevano che il padre fosse ancora nel bosco perché udivano i colpi d'accetta; invece era un ramo che egli aveva legato a un albero e che il vento sbatteva di qua e di là. Così attesero fino a sera, ma il padre e la madre non tornavano e nessuno veniva a prenderli.
Quando fu notte fonda, Gretel incominciò a piangere, ma Hänsel disse: "Aspetta soltanto un poco, finché‚ sorga la luna." E quando la luna sorse, prese Gretel per mano; i ciottoli brillavano come monete nuove di zecca e indicavano loro il cammino. Camminarono tutta la notte e quando fu mattina giunsero alla casa paterna. Il padre si rallegrò di cuore quando vide i suoi bambini poiché gli era dispiaciuto doverli lasciare soli; la madre finse anch'essa di rallegrarsi, ma segretamente ne era furiosa. Non passò molto tempo e il pane tornò a mancare in casa, e Hänsel e Gretel udirono una sera la madre che diceva al padre:
"Una volta i bambini hanno ritrovato il cammino e io ho lasciato correre: ma adesso non c'è di nuovo più niente, rimane solo una mezza pagnotta in casa; devi condurli domani più addentro nel bosco, perché non ritrovino la strada: per noi non c'è altro rimedio."
L'uomo si sentì stringere il cuore e pensò: 'Sarebbe meglio se dividessi l'ultimo boccone con i tuoi bambini.'
Ma siccome aveva già ceduto una volta, non potè dire di no. Quando i bambini ebbero udito quel discorso, Hänsel si alzò per raccogliere di nuovo i ciottoli, ma quando giunse alla porta, la madre l'aveva chiusa. Tuttavia consolò Gretel e disse: "Dormi, cara Gretel, il buon Dio ci aiuterà." Allo spuntar del giorno ebbero il loro pezzetto di pane, ancora più piccolo della volta precedente. Per strada Hänsel lo sbriciolò in tasca; si fermava sovente e gettava una briciola per terra.
"Perché‚ ti fermi sempre, Hänsel, e ti guardi intorno? - disse il padre - Cammina!" "Ah! Guardo il mio piccioncino che è sul tetto e vuole dirmi addio."
"Sciocco - disse la madre - non è il tuo piccione, è il primo sole che brilla sul comignolo." Ma Hänsel sbriciolò tutto il suo pane e gettò le briciole per via. La madre li condusse ancora più addentro nel bosco, dove non erano mai stati in vita loro. Là dovevano di nuovo sedere accanto al fuoco e dormire e alla sera i genitori sarebbero venuti a prenderli. A mezzogiorno Gretel divise il proprio pane con Hänsel, che aveva sparso tutto il suo per via. Ma passò mezzogiorno e passò anche la sera senza che nessuno venisse dai poveri bambini. Hänsel consolò Gretel e disse: "Aspetta che sorga la luna: allora vedrò le briciole di pane che ho sparso; ci mostreranno la via di casa." La luna sorse, ma quando Hänsel cercò le briciole non le trovò: i mille e mille uccellini del bosco le avevano viste e le avevano beccate. Hänsel pensava di trovare ugualmente la via di casa e si portava dietro Gretel, ma ben presto si persero nel grande bosco; camminarono tutta la notte e tutto il giorno, poi si addormentarono per la gran stanchezza. Poi camminarono ancora tutta una giornata, ma non riuscirono a uscire dal bosco, e avevano tanta fame, perché non avevano nient'altro da mangiare che un po' di bacche trovate per terra. Il terzo giorno, quand'ebbero camminato fino a mezzogiorno, giunsero a una casina fatta di pane e ricoperta di focaccia, con le finestre di zucchero trasparente.
"Ci siederemo qui e mangeremo a sazietà - disse Hänsel - Io mangerò un pezzo di tetto; tu, Gretel, mangia un pezzo di finestra: è dolce."



Gustafson S.



Quando Gretel incominciò a rosicchiare lo zucchero, una voce sottile gridò dall'interno: "Chi mi mangia la casina zuccherosa e sopraffina?"
I bambini risposero: "E' il vento che piega ogni stelo, il bel bambino venuto dal cielo." E continuarono a mangiare. Gretel tirò fuori tutto un vetro rotondo e Hänsel staccò un enorme pezzo di focaccia dal tetto. Ma d'un tratto la porta della casa si aprì e una vecchia decrepita venne fuori piano piano. Hänsel e Gretel si spaventarono tanto che lasciarono cadere quello che avevano in mano. Ma la vecchia scosse il capo e disse: "Ah, cari bambini, come siete giunti fin qui? Venite dentro con me, siete i benvenuti."



Cramer R.



Prese entrambi per mano e li condusse nella sua casetta. Fu loro servita una buona cena, latte e frittelle, mele e noci; poi furono preparati due bei lettini bianchi, e Hänsel e Gretel si coricarono e pensavano di essere in Paradiso. Ma la vecchia era una strega cattiva che attendeva con impazienza l'arrivo dei bambini e, per attirarli, aveva costruito la casetta di pane. Quando un bambino cadeva nelle sue mani, lo uccideva, lo cucinava e lo mangiava; e per lei quello era un giorno di festa. Era proprio felice che Hänsel e Gretel fossero capitati lì. Di buon mattino, prima che i bambini fossero svegli, ella si alzò, andò ai loro lettini, e quando li vide riposare così dolcemente, si rallegrò e mormorò fra sé: "Saranno un buon bocconcino per me!" Poi afferrò Hänsel e lo rinchiuse in una stia. Quando questi si svegliò, si trovò circondato da una grata come un pollo da ingrassare, e poteva fare solo pochi passi. Poi la vecchia svegliò Gretel con uno scossone e le gridò: "Alzati, poltrona, prendi dell'acqua e vai in cucina a preparare qualcosa di buono; tuo fratello è là nella stia e voglio ingrassarlo per poi mangiarmelo; tu devi dargli da mangiare." Gretel si spaventò e pianse, ma dovette fare quello che voleva la strega. Ora ad Hänsel venivano cucinati ogni giorno i cibi più squisiti poiché doveva ingrassare; Gretel invece non riceveva altro che gusci di gambero. Ogni giorno la vecchia veniva e diceva: "Hänsel, sporgi le dita, che senta se presto sarai grasso." Ma Hänsel le sporgeva sempre un ossicino ed ella si meravigliava che non volesse proprio ingrassare. Dopo quattro settimane, una sera disse a Gretel: "Vai a prendere dell'acqua, svelta; grasso o magro che sia, domani ammazzerò il tuo fratellino e lo cucinerò; nel frattempo mi metterò a impastare il pane da cuocere nel forno." Con il cuore grosso, Gretel portò l'acqua nella quale doveva essere cucinato Hänsel. Dovette poi alzarsi di buon mattino, accendere il fuoco e appendere il paiolo pieno d'acqua. "Ora fa' attenzione - disse la strega - Accendo il fuoco nel forno per cuocere il pane." Gretel era in cucina e piangeva a calde lacrime mentre pensava: 'Ci avessero divorato le bestie feroci nel bosco! Almeno saremmo morti insieme senza dover sopportare questa pena, e io non dovrei far bollire l'acqua che deve servire per la morte di mio fratello. Buon Dio, aiuta noi, miseri bambini!'
La vecchia gridò: "Gretel, vieni subito qui al forno!" e quando Gretel arrivò, disse: "Dai un'occhiata dentro se il pane è ben cotto e dorato; i miei occhi sono deboli e io non arrivo a vedere fin là. E se anche tu non ci riesci, siediti sull'asse: ti spingerò dentro, così potrai controllare meglio."
Ma la perfida strega aveva chiamato Gretel perché pensava, una volta spintala dentro al forno, di chiuderlo e di farla arrostire per mangiarsi pure lei. Ma Dio ispirò alla fanciulla un'idea, ed ella disse: "Non so proprio come fare, fammi vedere tu per prima: siediti sull'asse e io ti spingerò dentro."



Rackham A.



La vecchia si sedette e, siccome era leggera, Gretel poté spingerla dentro, il più in fondo possibile; poi chiuse in fretta la porta e mise il paletto di ferro. Allora la vecchia incominciò a gridare e a lamentarsi nel forno bollente, ma Gretel scappò via, ed ella dovette bruciare miseramente. Gretel corse da Hänsel, gli aprì la porticina e gridò: "Salta fuori, Hänsel, siamo liberi!"
Allora Hänsel saltò fuori, come un uccello quando gli aprono la gabbia. Ed essi piansero di gioia e si baciarono. Tutta la casetta era piena di perle e di pietre preziose: essi se ne riempirono le tasche e se ne andarono in cerca della via che li riconducesse a casa. Ma giunsero a un gran fiume che non erano in grado di attraversare. Allora la sorellina vide un'anatrina bianca nuotare di qua e di là. E le gridò: "Ah, cara anatrina, prendici sul tuo dorso."



Offterdinger C.



Udite queste parole, l'anatrina si avvicinò nuotando e trasportò prima Gretel e poi Hänsel dall'altra parte del fiume. Dopo breve tempo ritrovarono la loro casa: il padre si rallegrò di cuore quando li rivide poiché non aveva più avuto un giorno di felicità da quando i suoi bambini non c'erano più. La madre invece era morta. Ora i bambini portarono ricchezze a sufficienza perché non avessero più bisogno di procurarsi il necessario per vivere.

Grimm n.15, "Hänsel und Gretel".
Classificazione: AaTh 327A  [Hansel and Gretel] Aa Th 1121, [Burning the Witch in Her Own Oven].

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm".

giovedì 15 agosto 2013

La Storia di Luda, Fiaba Popolare Araba

n tempi antichi viveva una donna di età avanzata che aveva sei figli. Alla soglia della vecchiaia ne mise al mondo un settimo che, al momento della nascita, era piccolissimo.
Sette giorni dopo la nascita il bambino parlò e disse:
"Madre mia, chiamami Luda. Mettimi in un piccolo scrigno, e io vivrò lì, protetto dal resto del mondo".
La madre prese il piccolo e lo mise in uno scrigno. Ogni giorno si recava da lui e lo allattava.
Un giorno, i suoi fratelli ormai grandi decisero di partire per un lungo viaggio. Luda chiese di poterli accompagnare ma essi gli risposero:
"Sei troppo piccolo e non ci serviresti a nulla; anzi ci saresti di intralcio."
Luda allora si trasformò in un anello di pietre preziose e si piazzò sulla strada, lungo il cammino. Il fratello più giovane lo trovò e disse:
"Che fortuna trovare un anello così prezioso!". Lo prese e se lo mise al dito.
Giunti alla fine del viaggio, l'anello gridò:
"Fratello, il tuo dito è troppo grosso e mi fa male. Scuotilo forte!"
Il fratello obbedì e l'anello cadde a terra. Subito si trasformò in un fez* e il fratello se lo mise in testa. Poco dopo il fez parlò:
"Fratello, il sole mi brucia, mettimi all'ombra."
Il fratello obbedì, e non appena il fez fu all'ombra, riprese le sembianze di Luda.
I fratelli lo videro e, pensando che era troppo tardi per rimandarlo indietro, decisero di tenerlo con loro.
Durante il cammino, i giovani incontrarono una vecchia che sorvegliava un gregge di pecore. Ella fu molto gentile e offrì loro ospitalità nella sua casa.
Ma Luda disse sottovoce ai fratelli:
"Fratelli, state attenti perché la vecchia in realtà è una ghula.**"
Infatti, ella preparò loro una bella cena, poi li condusse in una camera e aspettò che si addormentassero per poterli mangiare.
Ma Luda non dormiva e quando la ghula entrò cominciò a piagnucolare. La ghula, irritata, disse:
"Luda, Luda, come faceva la tua mamma a farti addormentare?"
Luda rispose: "Prendeva del grasso di montone e me lo faceva mangiare a piccoli bocconi."
La ghula andò a sgozzare un montone del suo gregge, fece cuocere il grasso e lo portò a Luda. Glielo fece mangiare e poi aspettò che si addormentasse.
Quando ritornò, Luda piagnucolava ancora.
"Che cosa c'è adesso?" chiese la ghula sempre più irritata.
"Portami dell'acqua fresca del pozzo" rispose Luda.
Non appena la ghula si fu allontanata, Luda svegliò i suoi fratelli e disse:
"Presto, presto, scappiamo: la ghula ci vuole mangiare."
Tutti insieme fuggirono verso casa.
Quando arrivarono alle porte del loro villaggio, videro che era cresciuto un grosso giuggiolo carico di frutti.
I fratelli stavano per raccoglierne, ma Luda li fermò:
"Non toccatelo! È la ghula che ha preso quell'aspetto."
I sette fratelli corsero a casa e sprangarono porte e finestre.
Il giorno seguente, tutti i bambini del villaggio andarono a raccogliere le giuggiole e vennero catturati dalla ghula che li mise a guardia dei suoi montoni, un attesa di mangiarli.
Le mamme del villaggio si recarono da Luda e gli chiesero di aiutarle a ritrovare i loro bambini. Luda si trasformò in un agnellino. Andò a casa della ghula e disse ai bambini che sorvegliavano il gregge:
"Mi chiamo Luda e sono venuto per aiutarvi. Andate dalla ghula e ditele che una pecora ha partorito un agnello."
La vecchia accorse subito e domandò:
"O agnellino, sei proprio figlio della mia pecora? Se è così, diventa giallo."
L'agnellino diventò giallo.
La ghula, ancora sospettosa, chiese:
"Se sei veramente figlio della pecora diventa verde."
E l'agnello diventò verde.
"Se sei figlio della mia pecora diventa rosso."
E l'agnello diventò rosso.
Allora la ghula, tranquillizzata, se ne andò.
I bambini, uno alla volta, fuggirono e tornaronoal villaggio dalle loro mamme.
Quando la ghula se ne accorse, si trasformò in una fanciulla bellissima e andò al villaggio, dove tutti gli uomini si innamorarono di lei e chiesero la sua mano.



Dugina O.

Ella disse: "Sposerò solamente colui che riuscirà a vincere la forza del mio pugno." Ella, infatti, aveva un pugno fortissimo.
Uno dei fratelli di Luda accettò la sfida e riuscì a vincere la fanciulla.
Ben presto vennero celebrate le nozze con grandi festeggiamenti.
Quella sera gli sposi si addormentarono e la ghula aspettò che il marito si addormentasse per poterlo mangiare.
Ma Luda, che era piccolo piccolo, si era nascosto sotto il letto e ogni volta che la ghula domandava: "Dormi, maritino mio?" egli rispondeva:
"Non riesco a dormire per la felicità di aver sposato una donna così bella."
Così fino al mattino.
Allora la ghula, arrabbiata, strappò gli occhi al marito e fuggì. Luda la precedette. Prese le sembianze della figlia della ghula e si mise della paglia sotto la veste per formarsi un grosso ventre.
Non appena la ghula arrivò, disse:
"Madre mia, sono di nuovo incinta e il marito mio è diventato cieco."
"Prendi questi due occhi, li ho strappati or ora al fratello di Luda. Con questa colla magica li incollerai al posto di quelli di tuo marito."
Allora Luda prese gli occhi, poi si sbarazzò del falso ventre e gridò:
"Sono Luda, grazie degli occhi, brutta ghula! Grazie tante!"
La ghula scoppiò di rabbia e morì sul colpo.

*  Un tipo di Copricapo.
** E' la femmina del Ghoul, sorta di Dèmone-Orco. Ricordano le Lamie, rapitrici di bambini e cannibali.

Da: "Fiabe popolari Arabe"

domenica 11 agosto 2013

Puccettino, Collodi Traduce Perrault, (Illustrazioni G.Dorè)

'era una volta un taglialegna e una taglialegna, i quali avevano sette figliuoli, tutti maschi: il maggiore aveva dieci anni, il minore sette. Farà forse caso di vedere come un taglialegna avesse avuto tanti figliuoli in così poco tempo: ma egli è, che la sua moglie era svelta nelle sue cose, e quando ci si metteva, non faceva meno di due figliuoli alla volta. E perché erano molto poveri, i sette ragazzi davano loro un gran pensiero, per la ragione che nessuno di essi era in grado di guadagnarsi il pane.
La cosa che maggiormente li tormentava, era che il minore veniva su delicato e non parlava mai: e questo che era un segno manifesto di bontà del suo carattere, lo scambiavano per un segno di stupidaggine.
Il ragazzo era minuto di persona; e quando venne al mondo, non passava la grossezza di un dito pollice; per cui lo chiamarono Puccettino.
Capitò un'annata molto trista, nella quale la carestia fu così grande, che quella povera gente risolvettero di disfarsi de' loro figliuoli.





Una sera che i bambini erano a letto, e che il taglialegna stava nel canto del fuoco, disse, col cuore che gli si spezzava, alla sua moglie:
"Come tu vedi, non abbiamo più da dar da mangiare ai nostri figliuoli: e non mi regge l'animo di vedermeli morir di fame innanzi agli occhi: oramai io sono risoluto a menarli nel bosco e farveli sperdere; né ci vorrà gran fatica, perché, mentre essi si baloccheranno a far dei fastelli, noi ce la daremo a gambe, senza che abbiano tempo di addarsene".
"Ah!- gridò la moglie - e puoi tu aver tanto cuore da sperdere da te stesso le tue creature?"
Il marito ebbe un bel tornare a battere sulla miseria, in cui si trovavano; ma la moglie non voleva acconsentire a nessun patto. Era povera, ma era madre: peraltro, ripensando anch'essa al dolore che avrebbe provato se li avesse veduti morire di fame, finì col rassegnarvisi, e andò a letto piangendo. Puccettino aveva sentito tutti i loro discorsi: e avendo capito, dal letto, che ragionavano di affari, si levò in punta di piedi, sgattaiolando sotto lo sgabello di suo padre, per potere ascoltare ogni cosa senz'esser visto.





Quindi ritornò a letto, e non chiuse un occhio nel resto della nottata, rimuginando quello che doveva fare. Si levò a giorno, e andò sul margine di un ruscello, dove si riempì la tasca di sassolini bianchi: poi chiotto chiotto se ne tornò a casa.
Partirono, ma Puccettino non disse nulla ai suoi fratelli di quello che sapeva.
Entrarono dentro una foresta foltissima, dove alla distanza di due passi non c'era modo di vedersi l'uno coll'altro. Il taglialegna si messe a tagliar legne, e i ragazzi a raccogliere delle frasche per far dei fastelli.
Il padre e la madre, vedendoli intenti al lavoro, si allontanarono adagio adagio, finché se la svignarono per un viottolo fuori di mano.
Quando i ragazzi si videro soli, si misero a strillare e a piangere forte forte.
Puccettino li lasciò berciare, essendo sicuro che a ogni modo sarebbero tornati a casa; perché egli, strada facendo, aveva lasciato cadere lungo la via i sassolini bianchi che s'era messi nella tasca.
"Non abbiate paura di nulla, fratelli miei - disse loro - il babbo e la mamma ci hanno lasciati qui soli; ma io vi rimenerò a casa: venitemi dietro."
Essi infatti lo seguirono, ed egli li menò per la stessa strada che avevano fatta, andando al bosco. Da principio non ebbero coraggi d'entrarvi: e si messero in orecchio alla porta di casa per sentire quello che dicevano fra loro, il padre e la madre.
Ora bisogna sapere che quando il taglialegna e sua moglie rientrarono in casa, trovarono che il signore del villaggio aveva mandato loro dieci scudi, di cui era debitore da molto tempo, e sui quali non ci contavano più. Questo bastò per rimettere un po' di fiato in corpo a quella povera gente, che era proprio a tocco e non tocco per morir di fame.
Il taglialegna mandò subito la moglie dal macellaro. E siccome era molto tempo che non s'erano sfamati, essa comprò tre volte più di carne di quella che ne sarebbe abbisognata per la cena di due persone.
Quando furono pieni, la moglie disse:
"Ohimè! dove saranno ora i nostri figliuoli? se fossero qui potrebbero farsi tondi coi nostri avanzi! Ma tant'è, Guglielmo, se' stato tu che hai voluto smarrirli: ma io l'ho detto sempre che ce ne saremmo pentiti. Che faranno ora nella foresta? Ohimè! Dio mio! i lupi forse a quest'ora l'hanno bell'e divorati. Proprio non bisogna aver cuore, come te, per isperdere i figliuoli a questo modo!...".
Il taglialegna perse la pazienza, perché la moglie tornò a ripetere più di venti volte che egli se ne sarebbe pentito, e che essa l'aveva di già detto e ridetto: e minacciò di picchiarla se non si fosse chetata.
Questo non voleva dire che il taglialegna non potesse essere anche più addolorato della moglie; ma essa lo tormentava troppo: ed egli somigliava a tanti altri, che se la dicono molto colle donne che parlano con giudizio, ma non possono soffrire quelle che hanno sempre ragione.
La taglialegna si struggeva in pianti, e seguitava sempre a dire:
"Ohimè! dove saranno ora i miei bambini? i miei poveri bambini?".
Una volta, fra le altre, lo disse così forte, che i ragazzi, che erano dietro l'uscio, la sentirono e gridarono tutti insieme:
"Siamo qui! siamo qui!".
Essa corse subito ad aprir l'uscio e, abbracciandoli, disse:
"Che contentezza a rivedervi, miei cari figliuoli! Chi lo sa come siete stanchi, e che fame avete! e tu, Pieruccio, guarda un po' come ti sei inzaccherato! vien qua, che ti spillaccheri".
Pieruccio era il maggiore dei figliuoli e la madre gli voleva più bene che agli altri, perché era rosso di capelli come lei.
Si messero a tavola e mangiarono con un appetito, che fecero proprio consolazione al babbo e alla mamma, ai quali raccontarono, parlando quasi tutti nello stesso tempo, la gran paura che avevano avuta nella foresta.







Quella buona gente era tutta contenta di rivedere i figliuoli in casa; ma la contentezza durò finché durarono i dieci scudi. Quando questi finirono, tornarono al sicutera delle miserie, e allor decisero di smarrirli daccapo; e per andare sul sicuro, pensarono di condurli molto più lontani della prima volta. Peraltro di questa cosa non poterono parlarne con tanta segretezza, che Puccettino non sentisse tutto; il quale pensò di cavarsene fuori col solito ripiego: se non che, quantunque si alzasse sul far del giorno per andare in cerca di sassolini bianchi, rimase proprio come quello, e non poté far nulla, perché trovò l'uscio di casa serrato a doppia mandata.
Egli non sapeva davvero che cosa stillarsi, quando ecco che la madre dette a ciascuno di loro un pezzo di pane per colazione. Allora gli venne in capo che di quel pane avrebbe potuto servirsene, invece dei sassolini, seminando i minuzzoli lungo la strada per dove sarebbero passati. E si messe il pane in tasca.




Il padre e la madre li condussero nel punto più folto e più oscuro della foresta: e quando ci furono arrivati, essi presero una scappatoia e via.
Puccettino non se ne fece né in qua né in là, perché sapeva di poter ritrovare facilmente la strada coll'aiuto dei minuzzoli sparsi; ma figuratevi come rimase, quando si accorse che i minuzzoli glieli avevano beccati gli uccelli.
Eccoli dunque tutti afflitti, perché più camminavano e più si perdevano nella foresta. Intanto si fece notte e si alzò un vento da far paura. Pareva ad essi di sentire da tutte le parti urli di lupi, che si avvicinavano per mangiarli. Non avevano fiato né per discorrere, né per voltarsi indietro.
Venne poi una grand'acqua che li bagnò fin sotto la pelle: a ogni passo sdrucciolavano e cascavano nella mota: e quando si rizzavano tutti infangati, non sapevano dove mettersi le mani.





Puccettino montò in cima a un albero per vedere se scuopriva paese; e guardando da ogni parte, vide un lumicino piccino, come quello di una candela, il quale era lontano lontano, molto al di là della foresta.
Scese dall'albero: e quando fu in terra, non vide più nulla. Questa cosa gli diede un gran dolore. Nonostante, camminando innanzi coi suoi fratelli, verso quella parte dove aveva veduto il lumicino, finì col rivederlo da capo mentre usciva fuori del bosco.
Arrivarono finalmente alla casa dove si vedeva questo lume: non senza provare delle grandi strette al cuore, perché di tanto in tanto lo perdevano di vista, segnatamente quando camminavano in qualche pianura molto bassa.
Picchiarono a una porta: una buona donna venne loro ad aprire, e domandò loro che cosa volevano. Puccettino disse che erano poveri ragazzi che s'erano spersi nella foresta, e che chiedevano da dormire per amor d'Iddio.





La donna, vedendoli tutti così carini, si messe a piangere, e disse:
"Ohimè! poveri miei figliuoli, dove siete mai capitati? Ma non sapete che questa è la casa dell'Orco che mangia tutti i bambini?".
"Ah, signora - rispose Puccettino, il quale tremava come una foglia, e così i suoi fratelli - Che cosa volete che facciamo? Se non ci pigliate in casa, è sicuro che i lupi stanotte ci mangeranno. E in tal caso, è meglio che ci mangi questo signore. Forse se voi lo pregate, potrebbe darsi che avesse compassione di noi."
La moglie dell'Orco, sperando di poterli nascondere a suo marito fino alla mattina dopo, li lasciò entrare e li menò a riscaldarsi intorno a un buon fuoco, dove girava sullo spiede un montone tutt'intero, che doveva servire per la cena dell'Orco.
Mentre cominciavano a riscaldarsi, sentirono battere tre o quattro colpi screanzati alla porta. Era l'Orco che tornava.
In men d'un baleno, la moglie li nascose tutti sotto il letto ed andò ad aprire.
L'Orco domandò subito se la cena era lesta e il vino levato di cantina: e senza perder tempo si mise a tavola. Il montone non era ancora cotto e faceva sempre sangue, e per questo gli parve anche più buono. Poi, fiutando di qua e di là, cominciò a dire che sentiva odore di carne viva.
"Sarà forse - disse la moglie - quel vitello che ho spellato or ora, che vi mette per il naso quest'odore."
"E io dico che sento l'odore di carne viva - riprese l'Orco guardando la moglie di traverso - e qui ci deve essere qualche sotterfugio!..."
Nel dir così si alzò da tavola e andò difilato verso il letto.
"Ah!- egli gridò - tu volevi dunque ingannarmi, brutta strega? Non so chi mi tenga dal fare un boccone anche di te. Buon per te, che sei vecchia e tigliosa! Ecco qui della selvaggina, che mi capita in buon punto per far trattamento a tre Orchi miei amici, che verranno da me in questi giorni."
E li tirò fuori di sotto il letto, uno dietro l'altro.






Quei poveri bambini si buttarono in ginocchio, chiedendogli perdono, ma avevano da fare col più crudele di tutti gli Orchi, il quale, facendo finta di sentirne compassione, li mangiava di già cogli occhi prima del tempo, dicendo alla moglie che sarebbero stati una pietanza delicata, in specie se gli avesse accomodati con una buona salsa.
Andò a prendere un coltellaccio, e avvicinandosi a quei poveri figliuoli, lo affilava sopra una lunga pietra che egli teneva nella mano sinistra. 
E ne aveva già agguantato uno, quando la moglie gli disse:
"Che ne volete voi fare a quest'ora? non sarebbe meglio aspettare a domani?".
"Chetati, te!- riprese l'Orco - Così saranno più frolli."
"Ma ve ne avanza ancora tanta della carne! C'è qui un vitello, un montone e un mezzo maiale..."
"Hai ragione - disse l'Orco - rimpinzali dunque per bene, perché non abbiano a smagrire, e portali a letto."





Quella buona donna, fuor di sé dalla contentezza, dette loro da cena: ma essi non poterono mangiare a cagione della gran paura che avevano addosso.
In quanto all'Orco, ricominciò a bere, soddisfattissimo di aver trovato di che regalare ai suoi amici. Vuotò una dozzina di bicchieri di più del solito, finché il vino gli die' al capo e fu obbligato ad andare a letto.
L'Orco aveva sette figliuole, che erano sempre bambine, le quali erano tutte di un bel colorito, perché, come il padre, si cibavano di carne cruda; ma avevano degli occhiettini grigi e tondi, e il naso a punta e una bocca larghissima, con una rastrelliera di denti lunghi, affilati e staccati l'uno dall'altro.
Non erano ancora diventate cattive: ma promettevano bene, perché di già mordevano i fanciulli per succhiare il sangue.
Le avevano mandate a dormire di buon'ora, ed erano tutte e sette in un gran letto, ciascuna con una corona d'oro sulla testa.
Nella stessa camera c'era un altro letto della medesima grandezza. Fu appunto in questo letto che la moglie dell'Orco messe a dormire i sette ragazzi; e dopo andò a coricarsi accanto a suo marito. Puccettino, che s'era avviso che le figlie dell'Orco portavano una corona d'oro in capo, e che aveva sempre paura che l'Orco non si ripentisse di averli sgozzati subito, si levò verso mezzanotte, e prendendo i berretti dei fratelli ed il suo, andò pian pianino a metterli sul capo delle sette figlie dell'Orco, dopo aver loro levata la corona d'oro, che pose sul capo suo e de' suoi fratelli, perché l'Orco li scambiasse per le proprie figlie, e pigliasse le sue figlie per i fanciulli che voleva sgozzare.
E la cosa andò appuntino com'egli se l'era figurata; perché l'Orco, svegliatosi sulla mezzanotte, si pentì di aver differito al giorno dopo quello che poteva aver fatto la sera stessa.
Saltò dunque il letto bruscamente, e prendendo il coltellaccio:
"Andiamo un po' a vedere - disse - come stanno queste birbe; e facciamola finita una volta per tutte". Quindi salì a tastoni nella camera delle sue figlie, e si avvicinò al letto dove erano i ragazzi, i quali dormivano tutti, meno Puccettino, che ebbe una gran paura quando sentì l'Orco che gli tastava la testa, come l'aveva già tastata ai suoi fratelli.
L'Orco sentendo la corona d'oro, disse:
"Ora la facevo bella davvero! Si vede proprio che ieri sera ne ho bevuto mezzo dito di più".
Allora andò all'altro letto, e avendo sentito i berretti dei ragazzi:
"Eccoli - disse - questi monellacci! Lavoriamo di fine".
E nel dir così, senza esitare, tagliò la gola alle sue sette figliuole.






Contentissimo del fatto suo, andò di nuovo a coricarsi accanto alla moglie.
Appena che Puccettino sentì l'Orco che russava, svegliò i suoi fratelli e disse loro di vestirsi subito e di seguirlo. Scesero in punta di piedi nel giardino e scavalcarono il muro. Corsero a gambe quasi tutta la notte, tremando come foglie, e senza sapere dove andavano.
Quando l'Orco si svegliò, disse alla moglie: 
"Va' un po' a vestire quei monelli di ieri sera".
L'Orchessa restò molto meravigliata della bontà insolita di suo marito, e non le passò neanche dalla mente che per vestirli egli volesse intendere un'altra cosa, credendo in buona fede di doverli andare a vestire. Salì dunque di sopra, e rimase senza fiato in corpo, vedendo le sue sette figliuole scannate e immerse nel proprio sangue. Cominciò subito dallo svenirsi, essendo questo il primo espediente, a cui in simili casi ricorrono tutte le donne.
L'Orco, temendo che la moglie non mettesse troppo tempo a far quello che le aveva ordinato, salì di sopra anche lui per darle una mano; e non rimase meno sconcertato alla vista di quello spettacolo orrendo.
"Ah! che ho mai fatto? - gridò - Ma quei disgraziati me la pagheranno, e subito!"
E senza mettere tempo in mezzo, gettò una brocca d'acqua sul naso della moglie, e così avendola fatta tornare in sé:
"Dammi subito - disse - i miei stivali di sette chilometri, perché io li voglio raggiungere".
E uscì fuori all'aperta campagna, e dopo aver corso di qua e di là, finalmente infilò la striù di carne di quella che ne saquei poveri ragazzi, che erano forse distanti non più di cento passi dalla casa paterna.
Essi videro l'Orco che passava di montagna in montagna, traversando i fiumi colla stessa facilità come se fossero stati rigagnoli.
Puccettino avendo occhiata una roccia incavata, lì vicino al luogo dove si trovavano, vi fece nascondere i sei fratelli, e vi si nascose anch'esso, senza perdere peraltro di vista tutte le mosse dell'Orco.
L'Orco che cominciava a sentirsi rifinito dalla strada fatta (perché gli stivali di sette chilometri son molto faticosi per chi li porta), pensò di ripigliar fiato, e il cielo volle che andasse per l'appunto a sedersi sopra la roccia, dove quei ragazzi si erano nascosti.
E siccome era stanco morto, dopo essersi sdraiato si addormentò, e si messe a russare con tanto fracasso, che i poveri ragazzi ebbero la stessa paura di quando lo videro col coltellaccio in mano, in atto di far loro la festa.
Ma Puccettino non ebbe tutta questa paura, e disse ai fratelli di scappare a gambe verso casa, mentre l'Orco dormiva come un ghiro; e di non stare in pena per lui.
Essi non se lo fecero dir due volte, e in pochi minuti arrivarono a casa.
Puccettino intanto si avvicinò all'Orco: gli levò adagino gli stivali, e se l'infilò per sé.
Questi stivali erano molto grandi e molto larghi, ma perché eran fatati, avevano la virtù d'ingrandirsi e di rimpicciolirsi, secondo la gamba di chi li calzava: per cui, gli tornavano precisi, come se fossero stati fatti per il suo piede.






Eglì andò di carriera alla casa dell'Orco, dove trovò la moglie che piangeva per le figlie uccise. "Vostro marito - le disse Puccettino - si trova in un gran pericolo: è cascato fra le mani di una banda di assassini, che hanno giurato di ucciderlo, se non consegna loro tutto il suo oro e il suo argento. Mentre gli stavano col pugnale alla gola, esso mi ha visto, e mi ha pregato di venir qui per avvertirvi della sua trista condizione e per invitarvi a darmi tutto quello che egli possiede di prezioso, senza ritenervi nulla, perché caso diverso, lo uccideranno senz'ombra di misericordia. E siccome il tempo stringe, egli ha voluto che prendessi i suoi stivali di sette chilometri, come vedete, e non solo perché mi spicciassi, ma anche perché possiate accertarvi che non sono un imbroglione."
La buona donna, tutta spaventata, gli diede ogni cosa che aveva; perché l'Orco, in fin dei conti, era un buon marito, quantunque fosse ghiotto di bambini.
Puccettino, col carico addosso di tutte le ricchezze dell'Orco, tornò a casa del padre, dove fu accolto con grandissima festa.
C'è per altro della gente che non crede che la cosa finisse così; e pretendono che Puccettino non commettesse mai questo furto a danno dell'Orco: e che solo non si facesse scrupolo di prendergli gli stivali di sette chilometri, perché egli se ne serviva unicamente per dare la caccia ai ragazzi.
Questi tali accertano di aver saputo la verità proprio sul posto, per essersi trovati a mangiare e bere nella stessa casa del taglialegna.
Raccontano, dunque, che quando Puccettino ebbe infilato gli stivali dell'Orco, se ne andò alla Corte, dove stavano tutti in gran pensiero per un'armata, che era in campagna alla distanza di duecento chilometri, e per l'esito di una battaglia data pochi giorni avanti.
Dimodoché Puccettino andò a trovare il Re e gli disse che se lo desiderava avrebbe potuto portargli le notizie dell'armata, prima del calar del sole. E il Re gli promise una grossa somma, se egli fosse stato da tanto.
La sera stessa Puccettino ritornò colle notizie dell'armata; e questa prima corsa avendolo messo in buona vista, guadagnava quel che voleva; perché il Re lo pagava profumatamente, valendosi di lui per portare i suoi ordini al campo; e un'infinità di signore gli davano quel che chiedeva, per aver le nuove dei loro amanti; e questo fu il guadagno più concludente di tutti gli altri. Ci furono anche alcune mogli che gli consegnarono delle lettere per i loro mariti; ma esse pagavano coi gomiti, e il profitto era così meschino, che egli non si degnò nemmeno di segnare nel libro degli utili i piccoli benefizi che gli pervenivano per questo titolo.
Dopo aver fatto per qualche tempo il mestiere del corriere, e avere ammassato grandi ricchezze, ritornò alla casa di suo padre, dove non è possibile immaginarsi la festa che gli fecero nel rivederlo fra loro.
Egli messe la sua famiglia nell'agiatezza; comprò degl'impieghi, di recente fondazione, per il padre e per i fratelli: formò a tutti uno stato conveniente; e gli rimase sempre un ritaglio di tempo, tanto da fare il damerino colle signore.
La storia di questo piccolo eroe, che i francesi chiamano Petit Poucet, perché era grande appena come il dito pollice, è stata forse inventata apposta per dar ragione e autorità a quell'antico proverbio che dice:
"Gli uomini non si misurano a canne!".

Traduzione di "Le Petit Poucet" (C. Perrault) di Carlo Collodi, "I Racconti delle Fate".
Illustrazioni di G. Dorè.

Qui, per quel che riguarda, in generale, considerazioni e rimandi.