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domenica 19 ottobre 2014

La Vergine Malvina, Grimm n.198, Traduzione Mia

'era una volta un Re. E questo Re aveva un erede che aveva chiesto la mano della figlia di un potentissimo Monarca. La Principessa veniva chiamata la vergine Malvina, ed era di straordinaria bellezza. Purtroppo, suo padre progettava di darla in sposa ad un altro pretendente, e rifiutò il Principe. Ma  i due giovani si amavano con tutto il cuore e non intendevano rinunciare l'uno all'altra.
Così, Malvina andò dal padre e gli disse:
"Non sposerò altri che lui!".
Allora il padre montò su tutte le furie, ordinò che venisse costruita un'alta torre oscura, in cui non penetrasse mai un raggio di sole o di luna, e, quando fu ultimata, disse alla figlia:
"Rimarrai chiusa qui dentro per sette anni, allo scadere dei quali, verrò in persona ad accertarmi che la tua ostinazione sia piegata"
Poi, nell'alta torre furono stipati cibo e acqua in quantità sufficiente per la durata della prigionia, e la Principessa e la sua cameriera vi furono condotte e murate vive, senza più toccare la nuda terra né vedere il cielo, e, per quei lunghissimi sette anni, sedettero nell'oscurità, senza mai accorgersi se fosse notte o giorno chiaro.
Il Principe non faceva che aggirarsi intorno all'alta torre oscura, chiamando la sua innamorata per nome, ma le impenetrabili mura non lasciavano passare il suono della sua voce.
Che altro potevano fare le povere fanciulle se non piangere e lamentarsi?


Rackham A.


Passarono gli anni, e, dalla scarsa quantità delle provviste di cibo e di acqua, capirono che la liberazione era vicina, tuttavia, non udivano colpi di martello provenire dall'esterno, e neanche la più piccola pietra della torre veniva rimossa.
Poiché non rimaneva loro che un'esigua scorta di cibo, e temevano d'essere state dimenticate e, quindi, destinate ad una fine atroce, la vergine Malvina disse alla sua compagna:
"Non ci resta altro da fare che tentare di aprirci un passaggio nel muro".
Prese il coltello del pane, ed incominciò a scavare nella malta, nel tentativo di scalzare una pietra, e, quando non ebbe più forze, la cameriera scavò al posto suo. Con grandissima fatica, riuscirono a svellere una pietra, poi una seconda, poi un'altra ancòra, e, dopo tre giorni, il primo raggio di luce fendette l'oscurità. Finalmente, allargarono l'apertura nel muro tanto da poter guardare fuori.
Il cielo era di un magnifico azzurro, e una fresca brezza accarezzò loro il volto, ma che spettacolo desolato si offrì ai loro occhi!  Del castello paterno non erano rimaste altro che rovine, e la città e i villaggi erano stati distrutti con il fuoco, e i campi tutt'intorno erano sconvolti e devastati, né si vedeva un essere umano. Quando la breccia nel muro fu abbastanza larga, le fanciulle sgusciarono fuori dalla torre. Ma il nemico aveva devastato città e villaggi e massacrato l'intera popolazione: che potevano fare se non lasciare quei luoghi desolati?
Così si misero in cammino,  e non trovarono mai un tetto sotto cui rifugiarsi, né qualcuno che donasse loro un tozzo di pane, e furono costrette a nutrirsi di ortiche per non morir di fame.


Scevola de G.


Cammina cammina, entrarono in un altro Regno. Cercarono un lavoro, anche il più umile, ma non ricevettero che rifiuti e nessuno ebbe pietà di loro. Infine, giunsero in una grande città, e cercarono un lavoro presso il Palazzo Reale, ma le scacciatono anche da lì. Un giorno, un cuoco ne ebbe pietà e le prese come sguattere.
Il figlio del Re era proprio l'antico fidanzato della vergine Malvina. Il padre gli aveva destinato un'altra sposa, brutta in volto e d'animo. Alla vigilia delle nozze, era arrivata a Palazzo la promessa sposa, ma, a causa della sua grande bruttezza, non usciva dalle sue stanze e a nessuno era permesso avvicinarla: soltanto la vergine Malvina fu ammessa alla sua presenza, perché le era stato ordinato di recarle i pasti dalle cucine.
Giunto il momento di recarsi in Chiesa, la sposa si vergognò della sua bruttezza, e, temendo che, in strada, il popolo la prendesse in giro e la deridesse, disse a Malvina:
"Sappi che ti è toccata una grande fortuna: mi sono rotta un piede e non posso camminare. Tu indosserai l'abito nuziale e ti presenterai in chiesa al posto mio: non potrebbe capitarti onore più grande!".
Ma la vergine Malvina rifiutò, dicendo che non poteva accettare un onore a cui non aveva diritto. Dopo aver tentato inutilmente di comprare il suo consenso offrendole una quantità d'oro, la sposa, infuriata, gridò:
"Se non ubbidirai, perderai la vita: una mia parola e la tua testa rotolerà!"
E così la vergine Malvina fu obbligata ad indossare la magnifica veste nuziale e gli sfolgoranti gioielli della sposa.
Il suo ingresso nella Sala del Trono provocò stupore e ammirazione, e il Re disse al figlio:
"Ecco, questa è la sposa che ho scelto per te e che condurrai all'altare."
Lo sposo, colpito dalla sua grande bellezza, pensò: ' Se non sapessi che la mia vergine Malvina è da anni prigioniera nella torre, e, forse, a quest'ora, è morta, giurerei che sia lei in persona! '


Ethel Leontine Gabain


La prese per mano e la condusse in chiesa.
Lungo la strada, c'era una pianticella di ortica, e la sposa disse:
"O pianticella d'ortica, tu, pianticella di ortica! Un tempo, né lessata né arrostita, ma amara e cruda ti ho colta e ti ho mangiata!"
"Cosa hai detto?", chiese il Principe.
"No, niente, niente - rispose - pensavo alla vergine Malvina."
Lo sposo si meravigliò che la sua promessa conoscesse la vergine Malvina, ma tacque. Quando arrivarono in prossimità del cimitero, la sposa disse ancora:
"Ti prego, strada, non sprofondare, anche se non è la vera sposa quella che senti arrivare!"
"Cosa hai detto?", chiese il Principe.
"No, niente, niente -  rispose - pensavo alla vergine Malvina."
"Come? La conosci?".
"No, come potrei? Ne ho sentito parlare."
Giunta sulla soglia della chiesa, la sposa disse ancora:
"O porta, non crollare anche se non è la vera sposa quella che vedi entrare!"
"Cosa hai detto?", chiese il Principe.
"No, niente, niente. Pensavo alla vergine Malvina."
Il Principe prese una collana di inestimabile valore e gliela mise al collo. Gli sposi entrarono in chiesa, e, sull'altare, il sacerdote unì le loro mani e li dichiarò marito e moglie.
Sulla via del ritorno, la vergine Malvina non disse una parola. Salita in gran fretta nella camera nuziale, si tolse le ricche vesti ed i gioielli e indossò nuovamente i suoi stracci: ma tenne per sé la preziosa collana che le aveva donato il Principe.
Al calar della notte, la vera sposa fu condotta nella stanza nuziale, e  non alzò il velo che le nascondeva il volto, perché lo sposo non si accorgesse dell'inganno. Appena furono lasciati soli, il Principe le chiese:
"Che cosa hai detto alla pianticella d'ortica lungo la strada?"
"Una pianticella di ortica? - si stupì lei - io non parlo mica con le ortiche!"
"Se all'ortica non hai parlato, non sei la donna che ho sposato!", ribattè il Principe.
La sposa si spaventò e disse:
"Aspetta! Chiederò alla mia serva, che è la custode dei miei pensieri."
Quindi, si precipitò dalla vergina Malvina e le chiese:
"Cosa hai detto alla pianticella di ortica lungo la strada?"
E la fanciulla rispose:
"Ho detto soltanto:O pianticella d'ortica, tu, pianticella di ortica! Un tempo, né lessata né arrostita, ma amara e cruda ti ho colta e ti ho mangiata!"


Hughes A.



La sposa tornò dal Principe e gli disse:
"Adesso ricordo cosa ho detto all'ortica." e ripeté esattamente le parole che aveva appena appreso dalla vergine Malvina.
Poco dopo, il Principe le chiese:
"Cosa hai detto alla strada per il cimitero?"
"Alla strada? Io non parlo con le strade."
"Se alla strada  non hai parlato, non sei la donna che ho sposato!"
Ed ella rispose ancora:
"Aspetta! Chiederò alla mia serva, che è la custode dei miei pensieri."
E si precipitò dalla vergine Malvina e le chiese:
"Cosa hai detto alla strada per il cimitero?"
"Ho detto soltanto: 'Ti prego, strada, non sprofondare, anche se non è la vera sposa quella che senti arrivare!' "
"Questo ti costerà la vita!" gridò la sposa, e ritornò dal Principe, e gli disse:
"Adesso ricordo cosa ho detto alla strada", e ripeté esattamente le parole che aveva appena appreso dalla vergine Malvina.
"Cosa hai detto alla porta della chiesa?", la incalzò il Principe.
"Alla porta della chiesa? Io non parlo con le porte."
"Se alla porta  non hai parlato, non sei la donna che ho sposato!"
E così la sposa si precipitò fuori dalla camera e interpellò nuovamente la vergine Malvina.
"Ho detto soltanto, 'O porta, non crollare anche se non è la vera sposa quella che vedi entrare!' "
"Giuro che me la pagherai! Ti farò tagliare la testa!" gridò la sposa, pazza di rabbia, e corse dal Principe e gli ripetè le parole che aveva appena ascoltato.
"E dov'è la collana che ti ho donato in chiesa?"
"Che collana? Non mi hai regalato nessuna collana!"
"Ma se te l'ho allacciata io stesso! Se la collana non hai rammentato, non sei la donna che ho sposato!", disse il Principe, e  le strappò via il velo che le nascondeva il volto, e, quando vide la sua spaventosa bruttezza, fece un balzo indietro, e gridò: "Chi sei? Da dove vieni?"
"Sono io la tua sposa, ma avevo paura che mi deridessero per il mio aspetto e ho ordinato alla sguattera di indossare la mia veste nuziale e di recarsi in chiesa, in mia vece."
"Dov'è la ragazza? - chiese il Principe - Voglio vederla: va' a cercarla e portala qui."
Uscita dalla camera, la sposa ordinò ai servi di condurre la sguattera nella corte e di mozzarle la testa, poiché era una truffatrice. I servi l'afferrarono e tentarono di trascinarla al supplizio, ma la vergine Malvina invocò aiuto gridando forte: il Principe, udì le sue grida e accorse, scacciando i servi.
Guardandola alla luce, egli si accorse della collana che portava al collo e disse: "Tu sei la mia vera sposa, quella che ho condotto in chiesa e che ho sposato sull'altare. Vieni nella mia camera."


Greiffenhagen O.


Una volta soli, il Principe disse:
"Andando in chiesa, hai  nominato la vergine Malvina, che fu la mia promessa sposa. Se osassi sperare nell'impossibile, giurerei di vederla davanti a me poiché tu le assomigli come una goccia d'acqua."
"Sono io, sono la vergine Malvina, la tua fidanzata, e per amor tuo ho sopportato grandi dolori, imprigionata in quella torre oscura per sette lunghi anni, soffrendo fame e sete, e ho vissuto nella miseria: ma oggi torna a risplendere il sole su di me perché davanti al sacerdote c'ero io, e io sono stata dichiarata la tua legittima sposa."
E si baciarono, e vissero felici e contenti per il resto della loro vita.
La falsa sposa fu punita per la sua malvagità con il taglio della testa.
La torre in cui la vergine Malvina aveva vissuto prigioniera, rimase in piedi per molto molto tempo, e, ogni volta che i bambini passavano lì vicino, cantavano:

"Kling, Klang! Kling Klang!
Nella torre chi c'è?
C'è una Principessa:
Mai nessuno potrà vederla,
E il muro mai si romperà,
E la pietra mai si scalfirà.
Hans, Hans,
vestiti a festa e
corri via con me."


Grimm n.198, "Jungfrau Maleen".
Classificazione: Aa Th 870 [The Entombed Princess]
Traduzione: Mab's Copyright.

Il testo originale è nella Pagina: "Brüder Grimm".

venerdì 28 marzo 2014

Petrosinella di G.B. Basile, Cunto Primo, Giornata Seconda

'era una volta una donna incinta chiamata Pascadozia che, affacciata ad una finestra che dava sul giardino di un'orca, vide una bella aiuola di prezzemolo, di cui le venne una tale voglia che si sentiva svenire: tanto che, non riuscendo a resistere, facendo attenzione a quando l'orca usciva, se ne colse una manciata. Ma, rincasata l'orca e volendo fare la salsa, si accorse che c'era stata la menata della falce e disse:
"Mi si possa svitare l'osso del collo se non acciuffo questo manico d'uncino e non lo faccio pentire, così che impari a mangiare nel proprio tagliere e a non succhiare nelle pentole altrui".
Ma la povera donna continuava a scendere nell'orto e una mattina fu sorpresa dall'orca che, tutta arrabbiata e invelenita, le disse:
"Ti ho acchiappata, ladra mariuola! forse paghi l'affitto di quest'orto e vieni con così poca discrezione a rubare le mie erbe? parola mia che non ti manderò a Roma a fare penitenza!"
La povera Pascadozia cominciò a scusarsi dicendo che non per gola o per ingordigia corporale il diavolo l'aveva accecata per commettere quest'errore, ma perché era incinta e temeva che la faccia del bambino venisse seminata di prezzemolo; anzi avrebbe dovuto esserle grata perché non le aveva mandato neanche un orzaiuolo.
"Altro che parole vuole la sposa! - replicò l'orca - non mi prendi all'amo con queste chiacchiere! tu hai finito il cottimo della vita se non prometti di darmi la creatura che farai, maschio o femmina che sia."
La povera Pascadozia, per scampare al pericolo incombente, giurò con una mano sull'altra, così l'orca la lasciò libera. Ma, al momento del parto, fece una bambina così bella che era un gioiello, che fu chiamata Petrosinella perché aveva sul petto un bel ciuffo di prezzemolo e che, crescendo di un palmo al  giorno, quando ebbe sette anni, cominciò ad andare dalla maestra.
E ogni volta che per strada incontrava l'orca, questa le diceva:
"Di' a tua madre di ricordarsi della promessa!"
E tante volte ripeté questa lamentela che la povera madre alla fine, non riuscendo più a sopportare quella musica, le disse una volta:
"Se incontri la solita vecchia e se ti chiede di quella maledetta promessa, tu rispondile: Prenditela!"
Petrosinella, che non sapeva di che cosa si trattasse, incontrò l'orca e, appena questa le disse la solita frase, le rispose innocentemente come aveva detto la mamma e l'orca, afferratela per i capelli, se la portò in un bosco dove non entravano mai i cavalli del Sole, per non pagare l'affitto per quei pascoli delle ombre - chiudendola in una torre che fece sorgere per incantesimo, senza porta, senza scale, solo con una finestrella, dalla quale, lungo i capelli di Petrosinella che erano lunghissimi, saliva e scandeva come suole fare il mozzo nella nave sulle sartie dell'albero.

A. Berenzy

Allora capitò che, mentre l'orca era lontana dalla torre, Petrosinella aveva messo la testa fuori da quel buco e aveva sparso le trecce al sole e passò il figlio di un principe che, vedendo due bandiere d'oro che chiamavano le anime ad arruolarsi nell'esercito di Amore e scorgendo in mezzo a quelle onde preziose una faccia da Sirena, si incapricciò oltre misura di tante bellezze; e, dopo averle inviato un memoriale di sospiri, fu decretato che la piazza si arrendesse alla sua grazia.
E la trattativa riuscì in tal maniera che il principe ebbe cenni del capo in cambio di baci sulle mani, strizzatine d'occhi in cambio di riverenze, ringraziamenti in cambio di offerte, speranze in cambio di promesse, buone parole in cambio di salamelecchi. La qual cosa, continuata per più giorni, familiarizzarono tanto che decisero di incontrarsi; il che doveva avvenire di notte - quando la Luna gioca a passera muta con le Stelle - lei avrebbe dato un sonnifero all'orca e l'avrebbe fatto salire con i capelli.

A. Berenzy

E rimasti così d'accordo, giunse l'ora stabilita e il principe arrivò alla torre, dove, fatte calare con un fischio le trecce di Petrosinella, e afferratosi a due mani, disse:"Alza!"; e tirato sopra, gettatosi attraverso la finestrella nella camera, si fece un pranzetto di quel prezzemolo della salsa d'Amore e - prima che il Sole insegnasse ai suoi cavalli a saltare nel cerchio dello Zodiaco - se ne scese per la stessa scala d'oro per fare i fatti suoi.

A. Berenzy

E continuando a fare così per molte volte, una comare dell'orca se ne accorse, e, prendendosi il fastidio del Russo, volle ficcare il muso nella merda e disse all'orca di stare attenta perché Petrosinella faceva l'amore con un certo giovane e sospettava che le cose fossero andate molto avanti perché vedeva il ronzio e il traffico che c'era e sospettava che, se fosse fatta una retata, sarebbero state sfrattate da quella casa prima di maggio*.
L'orca ringraziò la comare del buon consiglio e disse che sarebbe stato pensiero suo chiudere la strada a Petrosinella; a parte il fatto che non avrebbe potuto fuggire perché le aveva fatto un incantesimo: se non avesse avuto in mano tre ghiande nascoste in una trave della cucina era lavoro sprecato quello di tentare di scappare.
Ma, mentre facevano questi ragionamenti, Petrosinella, che stava con le orecchie tese e temeva un poco la comare, sentì tutto; e - appena la Notte stese i vestiti neri per preservarli dalle tarme - venuto come al solito il principe, lo fece salire sulle travi e, trovate le ghiande, che sapeva come adoperare perché era stata fatata dall'orca, fatta una scala di spago, se ne scesero tutti e due e cominciarono a correre in direzione della città.
Ma, visti dalla comare mentre uscivano, questa cominciò a strillare chiamando l'orca e tanto clamoroso fu il gridare che quella si svegliò e, sentendo che Petrosinella se n'era fuggita, se ne scese per la stessa scala che era legata alla finestrella e cominciò a correre dietro agli innamorati
Questi, quando la videro arrivare verso di loro più veloce di un cavallo imbizzarrito, pensarono di essere perduti; ma ricordandosi Petrosinella delle tre ghiande, ne gettò subito una a terra ed ecco spuntare un cane corso così terribile, che, mamma mia! con tanto di bocca aperta abbaiando corse incontro all'orca per farne un sol boccone. Ma quella, che era più maliziosa del diavolaccio, messa una mano in tasca tirò fuori una pagnotta e, dandola al cane, gli fece calare la coda e calmare la furia.
E ricominciò a correre dietro a quelli che scappavano. Petrosinella, visto che si avvicinava, gettò la seconda ghianda ed ecco uscire un feroce leone che, sbattendo la coda a terra e scuotendo la criniera, con due palmi di golaccia spalancata si era preparato a metterci dentro l'orca. E l'orca, tornando indietro, scorticò un asino che pascolava in mezzo a un prato e, indossata la sua pelle, corse di nuovo incontro a quel leone che, credendo che fosse un asino, ebbe tanta paura che scappa ancora.
Per questo, saltato questo secondo fosso, l'orca tornò ad inseguire quei poveri ragazzi che, sentendo lo scalpiccio e vedendo la nuvola di polvere che s'alzava fino al cielo, ne dedussero che l'orca arrivava di nuovo.
La quale, sospettando che il leone la inseguisse ancora, non si era tolta la pelle d'asino, e quando Petrosinella gettò la terza ghianda, ne uscì un lupo, che senza dar tempo all'orca di cercare un'altra soluzione, la inghiottì come un asino.
E gli innamorati, uscendo dai guai, se ne andarono pian piano nel regno del principe, dove, con buona licenza del padre, la prese per moglie e provarono dopo tante tempeste di difficoltà che

Un'ora di buon porto
Fa scordare cent'anni di tempesta

Traduzione di Angela Matassa

*A maggio, secondo una tradizione risalente al '600, e precisamente il 4 maggio,  si decideva il cambiamento di casa e si effettuavano i traslochi.

Testo Originale nella pagina: G.B. Basile.

sabato 15 febbraio 2014

Biancoviso, G.B. Basile, Pentamerone, Cunto Terzo della Terza Giornata

Renza, chiusa dal padre in una torre, per esserle stato predetto dagli astrologi che sarebbe morta a causa di un osso maestro, s'innamora di un principe, e con un osso, portatole da un cane, fora il muro e fugge. Ma, vedendo l'amante suo ammogliato baciare la sposa, muore di crepacuore, e il principe, per l'angoscia, si ammazza.



'era una volta un re di Fossostretto. che aveva una bella figlia, e, desiderando conoscere la sorte scritta per lei nel libro delle stelle, chiamò tutti i necromanti, astrologi e zingari di quel paese. Venuti costoro alla corte reale, chi scrutò le linee della mano, chi i segni della faccia, chi i nei sulla persona di Renza (che cosi si chiamava la figlia del re), e ognuno disse il suo parere. La maggioranza dei convenuti, per altro, concluse che essa correva pericolo, per un osso maestro [1], di sturare la chiavica maestra della vita.
Avuto quest'oroscopo, il re volle gittarsi innanzi per non cadere, e fece fabbricare una bella torre, dove rinchiuse la figliuola con dodici damigelle e una donna di governo, che la servissero: ordinando, pena la vita, di porgerle sempre, per evitare l'avverso pianeta, carne senz'osso.


Strudwick J.M.


Ora, essendo Renza cresciuta come la Luna, un giorno che guardava dalla finestra della torre, attraverso un cancello di ferro, passò Cecio, figlio della regina di Vignalarga, il quale, a vedere una cosa cosi bella, subito si senti tutto rimescolare. E, poiché quella gli rese il saluto e accennò un bocchino a riso, prese animo e, fattosi più sotto la finestra, le disse:"Addio, protocollo di tutti i privilegi della natura; addio, archivio di tutte le concessioni del Cielo; addio, tavola universale di tutti i titoli della bellezza!".
Renza, all'udirsi dare queste lodi, per la vergogna si fece più bella, e, buttando nuove legna sul fuoco di Cecio, gli versò, come disse quello, sulle scottature acqua bollente. E, non volendo essere vinta di cortesia da Cecio, rispose:"Sii il benvenuto, o dispensa del companatico delle Grazie, o magazzino delle mercanzie della Virtù, o dogana dei traffici di Amore!"
Cecio replicò:"Come mai sta in una torre rinchiuso il castello delle forze di Cupido? Come sta cosi carcerata colei, che è la prigione delle anime? Come sta dietro un cancello di ferro un pomo di oro?".
Renza gli raccontò allora come la cosa andava; e Cecio le disse com'egli fosse figlio di regina, ma vassallo della bellezza sua, e che, se si fosse contentata di svignarsela al regno suo, le avrebbe posto sul capo la corona. E quella, che, sentendo di aver preso odor di chiuso tra quelle quattro mura, non vedeva l'ora di sciorinarsi all'aria aperta, accettò il partito; e gli die appuntamento per la mattina, quando l'Alba chiama gli uccelli a testimoni della macriata [2] che le ha fatto l'Aurora, per scappar via insieme. Cosi, gettatogli un bacio dall'alto della finestra, rientrò, e il principe si ritrasse al suo alloggiamento.
Renza stava pensando al modo di scapolarsela e gabbare le damigelle, quando un certo cane corso, che il re teneva per guardia della torre, entrò in camera sua con un grande osso maestro in bocca, e, mentre se lo rosicchiava sotto il Ietto, Renza, chinandosi, vide l'osso. Subito pensò che fosse strumento che la Fortuna le mandava ai casi suoi; e, scacciando il cane dalla camera, glielo strappò. Die poi a intendere alle damigelle che le doleva il capo, e che perciò la lasciassero riposare senza disturbarla; e puntellò la porta. Cosi sola, si mise con l'osso a lavorare come un muratore di mestiere; e, scantonando una pietra dal muro, tanto fece che la distaccò e sfabbricò in modo che si poteva senza fatica passare per l'apertura. Stracciò poi un paio di lenzuola e le attorcigliò come una corda; e, quando fu rimossa la tela delle ombre dalla scena del Cielo perché l'Aurora usciva a fare il prologo della Tragedia della Notte, avendo udito il fischio di Cecio, attaccò il capo delle lenzuola a uno stipite, e si lasciò scivolare giù nella via. Cecio l'abbracciò teneramente e, postala sopra un asino sul cui dosso aveva gittato un tappeto, s'avviarono alla volta di Vignalarga. A sera, giunsero in un luogo chiamato Viso e alloggiarono in un bellissimo palazzo, dove Cecio appose i termini al bel podere che aveva acquistato, come segnali della possessione amorosa. Ma la Fortuna ha il vizio di arruffar la matassa, di guastare il giuoco e di dar di naso in tutti i buoni disegni degli innamorati; e questa volta, nel meglio dei loro diletti, fece arrivare un corriere con una lettera della madre di Cecio, la quale gli diceva di partire sull'istante per rivederla, altrimenti non l'avrebbe ritrovata viva; giacché essa tirava quanto più poteva, ma si trovava già sul punto di arrivare al rum e bus dell'alfabeto della vita.
A questa cattiva notizia, Cecio disse a Renza:"Cuor mio, il negozio è d'importanza, e bisogna che io corra per le poste per giungere in tempo. Tu trattieniti cinque o sei giorni in questo palazzo, che io torno subito o mando gente a prenderti".
Scoppiò in pianto Renza, al triste annunzio, e rispose:"Oh sciagurata la mia sorte, come presto è calata alla feccia la botte dei miei piaceri ! Come è scesa al fondigliolo la pignatta dei miei spassi! Com'è ridotta al rimasuglio la cesta delle mie contentezze! Me misera, che se ne scorrono con l'acqua le mie speranze; mi vanno in crusca i disegni, e si risolve in fumo ogni mia soddisfazione! Appena ho cominciato a gustare questa salsa reale, che il boccone mi si è fermato in gola; appena ho appressato le labbra a questa fontana di dolcezza, che mi si è intorbidato il diletto; appena ho visto spuntare il sole, che posso dire: Buonanotte, zio pagliericcio!".
Queste e altrettali parole uscivano dagli archi turcheschi di quelle labbra a trafìggere l'anima di Cecio, quando questi le disse:"Sta' zitta, o bel palo della mia vita, o chiara lanterna di questi occhi, o giacinto confortativo [3] di questo cuore,che presto sarò di ritorno. Le miglia di lontananza non potranno fare ch'io mi scosti un palmo da questa bella persona; non potrà la forza del tempo sbalzar via l'immagine tua da questa testa. Calmati, riposa il cervello, asciuga gli occhi, e serbami nel cuore".
Con queste parole, montò a cavallo e prese a galoppare verso il suo regno.
Renza, che si vide piantata come un cetriuolo, s'avviò appresso a lui, dietro le orme di lui; e, spastoiato un cavallo che trovò a pascere in un prato, si mise a correre sulla via che egli aveva percorsa.

                                                                  Strudwick J.M.


Nel cammino, si scontrò col garzone di un romito; e subito scese da cavallo e fece cambio delle sue vesti, che erano tutte guarnite d'oro, col sacco e con la corda che quegli portava. Si gettò addosso il sacco, si cinse la corda, essa che cingeva le anime col laccio d'amore, e tornò a cavalcare, spronando con le calcagna il cavallo, tanto che in poco tempo raggiunse Cecio, e gli disse:"Ben trovato, gentiluomo mio!".
"Ben venuto, padricello mio, - rispose l'altro - donde si viene e dove siete avviato?".
E Renza:
"Vengo da parte dove sempre in pianto 
si sta una donna, e dice: Oh bianco viso! 
Deh, come ti perdei, che m'eri accanto!".

Cecio, che non la riconosceva e credeva che fosse un ragazzo, esclamò: "O bel giovane mio, quanto mi è cara la tua compagnia! Perciò fammi un piacere, e prenditi le mie pupille: non ti partire mai dal mio fianco e, di volta in volta, ripetimi questi versi, che, proprio, mi solletichi il cuore!".
Cosi, col ventaglio delle chiacchiere sventolandosi pel caldo della via, giunsero insieme a Vignalarga. Colà trovarono che la regina aveva dato moglie a Cecio, e per questo lo aveva mandato a chiamare con un'astuzia; e la moglie già stava in ordine e l'aspettava. Cecio pregò la madre di tenere in casa e trattare come suo fratello il giovane che l'aveva accompagnato; e, poiché la madre acconsenti, lo fece stare sempre accanto a sé e mangiare a una stessa tavola con la sposa. Considerate che cuore faceva la sventurata Renza e se inghiottiva noce vomica! Con tutto ciò, essa di volta in volta ripeteva i versi che tanto piacevano a Cecio. Ma, quando si fu levata la mensa e la sposa si ritirò in una cameretta per parlare da sola a solo con Cecio, Renza, per aver campo di sfogare la passione del cuore, entrò in un orto che era in piano colla casa, e, postasi sotto un gelso, cosi prese a lamentarsi: "Oimè, Cecio crudele, questo è il 'mille grazie' dell'amore che ti porto? Questa è la 'gran mercé' del bene che ti voglio? Questo è il beveraggio dell'affezione che ti mostro? Ecco che ho piantato mio padre, abbandonato la mia casa, calpestato il mio onore, e mi son data in potere di un cane feroce per vedermi tagliato il passo, serrata la porta in faccia e levato il ponte, quando credevo di prender dominio di cotesta bella fortezza; per vedermi scritta alla gabella dell'ingratitudine tua, mentre mi pensavo di stare alla Duchesca [4] della grazia tua; per vedermi fatto il giuoco di fanciullo: 'Bando e comandamento da parte di mastro Chiomento ', mentre immaginavo di giocare con te ad ' Anca Nicola ' !, Ne ho seminate, di speranze; e ora raccolgo caciocavalli; ne ho gittati di razzi del desiderio, e ora tiro dalla pesca arena d'ingratitudine; ne ho fatti di castelli in aria, e, pùnfete, ho battuto col corpo in terra! Ecco il ricambio che ricevo; ecco la pariglia che m'è data; ecco il pagamento che ottengo! Ho calato la secchia nel pozzo delle voglie amorose e m'è rimasto il manico in mano; ho steso il bucato dei disegni miei e mi vi è piovuto sopra a cielo aperto; ho messo a cucinare la pentola dei pensieri al fuoco del desiderio, e c'è cascata dentro la fuliggine delle disgrazie. Ma chi credeva, o voltabandiera, che la fede tua dovesse scoprirsi rame? che la botte delle promesse scendesse alla feccia? che il pane della bontà prendesse muffa? Bel tratto d'uomo da bene! Belle prove di persona onorata! Bei termini da figlio di re: burlarmi, impastocchiarmi, imbrogliarmi, farmi larga la cappa per darmi corto il giubbone, promettermi mari e monti per gettarmi dentro un fosso, lavarmi la faccia, perché mi trovassi il cuore nero! O promesse di vento, o parole di crusca, o giuramento di milza soffritta! Ecco che tu hai detto quattro prima che fosse nel sacco; ecco che sei cento miglia discosto, quando credevi di essere arrivata a una casa di barone: ben si prova che parole di sera il vento le mena! Oimè, quando pensavo di essere carne ed unghia con questo crudele, sarò con lui come cane e gatto; dove m'immaginavo di essere scodella e cucchiaio con questo cane rabbioso, sarò con lui come biscia e rospo; perché non potrò sopportare che un altro, con un cinquantacinque di buona fortuna, mi tolga di mano la primiera passante delle speranze mie; non potrò sopportare che mi sia dato scacco matto. O Renza male avviata, va' e ti fida, va' e ti gonfia di parole d'uomini! uomini senza legge e senza fede, povera chi vi si mescola, trista chi vi si attacca, sventurata chi si corica al largo letto, che essi ti sogliono fare! Ma non ti curare: tu sai che chi gabba fanciulli, fa la morte dei grilli; sai che alla banca del Cielo non ci sono scrivani marranchini, che imbroglino le carte; e, quando meno te l'aspetti, verrà la giornata tua, tu che hai fatto questo giuoco di mano a chi ti ha dato se stessa in credenza per ricevere una mala azione in contanti. Ma io non m'avvedo che dico le mie ragioni al vento e sospiro al vuoto; sospiro in perdita, e mi lamento, ma sola. Esso stasera salda i conti con la sposa e rompe la taglia; e io faccio i conti con la Morte e pago il debito alla natura. Esso starà in un letto bianco e odoroso di bucato; io dentro un'oscura bara, che puzza d'ammazzato. Esso giocherà a 'scarica - la - botte' con quella fortunata, ed io farò: 'Compagno mio, ferito sono', vibrandomi uno stecco appuntito alle costole per dare fondo alla vita".
Dopo queste e altre parole di dolore e di rabbia, Renza, venuta l'ora di lavorare coi denti, fu chiamata a tavola, dove gl' ingratinati e gli spezzati le erano arsenico e titimalo avendo altro pel capo che il pensiero di mangiare, altro andandole per lo stomaco che l'appetito di riempirlo. Tanto che Cecio, a vederla cosi pensosa e avvilita, le disse: "Che cos'è che non fai onore a queste vivande? Che hai? che pensi? che senti? ".
"Non mi sento niente bene - rispose Renza - né so se è indigestione o vertigine". "Fai bene a lasciare il pranzo - replicò l'altro, - perché la dieta è il miglior tabacco [5] d'ogni male; ma, se ti bisogna il medico, manderemo a chiamare un tal dottore di urina [6] che, alla sola faccia, senza toccare il polso, conosce le malattie della gente".
"Non è male da ricette - disse Renza - e nessuno sa i guai della pignatta fuori del mestolo!".
"Esci un po' a prender aria", aggiunse Cecio.
E Renza: "Quanto più muovo in giro gli occhi, più mi si rompe il cuore".
Cosi parlando, terminò il pranzo e venne l'ora di dormire; e Cecio, per udire sempre quella canzone, volle che il compagno si ponesse in un lettuccio nella camera stessa in cui egli si doveva coricare con la sposa. E ad ora ad ora lo chiamava a ripetere quei versi, che erano pugnalate al cuore di Renza e intronamenti alia testa della sposa. La quale stette e stette, e alla fine, scoppiando, disse: "Mi avete rotto tutto il di dietro con cotesto ' bianco viso ' ! Che trista musica è questa? Oramai è una vera dissenteria, che non finisce più! Basta, poffar il mondo! E che cosa è? un dirizzone di testa, che replicate sempre la stessa cosa? Io credevo, coricandomi con te, di sentire musica di strumenti e non repetii di voce. E vedi come l'hai presa meticolosa a toccare sempre lo stesso tasto! Di grazia, non più, marito mio; e tu, caglia, che senti d'aglio, e lasciaci in pace un po'".
"Sta' zitta, moglie mia! - rispose Cecio -  che ora spezziamo il filo del parlare".
E, nel dir questo, le dette un bacio cosi forte che se ne senti un miglio lontano lo schiocco. Quel rumore di labbra fu tuono al petto di Renza, la quale ne provò tanto dolore che, essendo corsi tutti gli spiriti a dar soccorso al cuore, accadde, come dice il proverbio, che il soperchio rompe il coperchio, perché tale e tanto fu il concorso del sangue che, soffocatala, le fece stendere i piedi.
Cecio, somministrati che ebbe quattro vezzi alla sposa, chiamò sottovoce Renza, perché gli ripetesse quelle parole che gli piacevano tanto; e, non sentendosi rispondere come aspettava, tornò a pregarla, che gli desse quel po' di gusto; e, vedendo che rimaneva in silenzio, levandosi pian piano, la tirò per un braccio; e, poiché nemmeno rispondeva, le mise la mano al volto; e, a toccare il naso freddo freddo, s'accorse che era spento il fuoco del calore naturale di quel corpo. Sbigottito, atterrito, chiamò subito le candele, e, scoprendo quel corpo, riconobbe Renza a un bel neo che aveva in mezzo al petto. E allora alzò le strida: « Che cosa vedi, o sciagurato Cecio? Che t'è accaduto, sventurato? Quale spettacolo ti sta dinanzi agli occhi? Quale rovina ti cade sulle giunture? O fiore mio, chi ti ha còlto? O lucerna mia, chi ti ha spenta? O pignatta dei gusti d'amore, come ti sei rovesciata fuori? Chi ti ha abbattuta, o bella casa delle mie contentezze? Chi ti ha stracciata, o carta franca dei miei piaceri? Chi ti ha mandata a picco, o bella nave degli spassi di questo cuore? O bene mio, che, al chiudere dei tuoi begli occhi, è fallita la bottega della bellezza, sono state interrotte le faccende delle Grazie, e Amore è andato a buttare le ossa al ponte! [7]. Al partire di questa bell'anima si è persa la semenza delle belle, si è guastata la stampa delle vezzose, e non si trova più la bussola pel mare delle bellezze amorose. Oh danno senza riparo, oh strazio senza comparazione, oh rovina senza misura! Va' e vantati, madre mia, che hai fatto una bella prova a maritarmi a forza, perch'io perdessi questo bel tesoro! Che farò, disgraziato, scempio d'ogni piacere, netto di consolazione, nudo di spasso, squattrinato di contentezza! Non credere, vita mia, ch'io voglia senza di te restarmene in questo mondo, perché ti voglio perseguitare e assediare dovunque vai, e, a dispetto del dispetto della morte, ci congiungeremo insieme; e, se ti aveva presa a compagna di uffizio al mio letto, ti sarò caratarlo alla tomba, e un solo epitaffio narrerà l'infortunio di entrambi noi!".
Disse e die di mano a un chiodo e si fece una cura sconfortativa sotto la mammella mancina, per la quale lasciò scorrere col sangue la vita sua.
La sposa restò atterrita e gelata; e, quando le fu possibile sciogliere la lingua e mandar fuori la voce, chiamò la regina, che accorse al rumore con tutta la corte. Al vedere morti il figlio suo e Renza, e all'apprendere la causa della sciagura, essa si strappò i capelli, e, dibattendosi come un pesce fuor dell'acqua, gridò crudeli le stelle che avevano piovuto alla casa sua tante disgrazie e maledisse la trista vecchiezza, che l'aveva serbata a tanta rovina. Fatto cosi un grande strillatorio, battitorio, strappatorio e schiamazzatorio, fece collocare i due insieme in una stessa fossa e scrivervi sopra la storia delle loro fortune.
In quel tempo stesso arrivò il re, padre di Renza, il quale, andando pel mondo in cerca della figlia fuggita, s'era incontrato col ragazzo del romito, che offriva in vendita le vesti di quella e che lo informò del caso; e cosi, perseguitando il principe ereditario di Vignalarga, giunse proprio nel punto che, mietute le spighe degli anni suoi, si stava per calarle nella fossa. E, vedendo e conoscendo Renza sua, e piangendola e sospirandola, bestemmiò l'osso maestro, che aveva dato il grasso alla minestra delle sue rovine. Quell'osso egli aveva ritrovato a terra nella stanza della figliuola, e lo riconosceva ora strumento dei crudele caso, avverandosi a questo modo, in genere e in ispecie, il triste augurio di quei saltimbanchi, che avevano predetto che Renza sarebbe morta per un osso maestro, e dimostrandosi chiaramente che
quando un malanno c'è segnato in sorte, 
entra per le fessure delle porte.

[1] Il femore degli animali.
[2] Imbrattamento di rosso alla parte esterna delle case, che era atto di grave offesa che s'intendeva arrecare a colui che vi abitava, e perciò causa di fatti di sangue, e severamente represso dalle leggi...
[3] Forse non è qui il fior di giacinto, ma la gemma giacinto, la quale, portandosi addosso in anello, tra le altre virtù, faceva "l'uomo allegro, conservando il cuore in vigore", e conciliava il sonno; come si legge nel Donzelli, Teatro farmaceutico [4] Si chiama cosi un luogo di Napoli (prossimo alla stazione centrale della ferrovia), dove, circa il 1487, il duca di Calabria, Alfonso d'Aragona, aveva costruito un palazzo e un giardino (...). Per dono di Carlo V passò poi al viceré Toledo e agli eredi di costui, i quali abbatterono palazzo e giardini e censirono il luogo per case, e in quei vicoli "della Duchesca" si raccolsero prostitute e gente di mala vita. A ciò alludono le parole di Renza, che vogliono dire: una donna credeva di star libera a godere alla Duchesca, e fu iscritta alla gabella delle meretrici e assoggettata alla polizia e al fisco.
[5] Il tabacco, che allora proprio entrava nel costume generale, si adoprava o si stimava rimedio a molte e diverse infermità...
[6] Com'è noto, allora si distinguevano i "medici di urina", che erano propriamente i medici, e i "medici di piaga", che erano i chirurgi.
[7] Testo: "ed è iuto a votare (= voltare) ossa a lo ponte Ammore". Mi par da correggere nel modo in cui ho tradotto; e vorrebbe dire che Amore butta le ossa al ponte Ricciardo o ponte della Maddalena, a Napoli, sul Sebeto (per antonomasia il ponte): luogo in cui si gettavano le ossa dei giustiziati e suicidi, e le carcasse dei cavalli e di altri animali.

Traduzione e note al testo di Benedetto Croce.
Il testo originale è nella pagina: G.B. Basile.

domenica 29 settembre 2013

Raperonzolo, La Fanciulla nella Torre, Grimm n.12

'era una volta un uomo e una donna che da molto tempo desideravano invano un bimbo. Finalmente la donna scoprì di essere in attesa. Sul retro della loro casa c'era una finestrella dalla quale si poteva vedere nel giardino di una maga, pieno di fiori ed erbaggi di ogni specie. Nessuno, tuttavia, osava entrarvi. Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un'aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse e, spaventato, gliene domandò la ragione.
"Ah! Morirò se non riesco a mangiare un po' di quei raperonzoli che crescono nel giardino dietro casa nostra." L'uomo, che amava la propria moglie, pensò fra sè: 'Costi quel che costi, devi riuscire a portargliene qualcuno.' Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie La donna si preparò subito un'insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L'uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino. Ma grande fu il suo spavento quando si vide davanti la maga che incominciò a rimproverarlo aspramente per aver osato entrare nel giardino a rubarne i frutti. Egli si scusò come potè‚ raccontando delle voglie di sua moglie e di come fosse pericoloso negarle qualcosa in quel periodo. Infine la maga disse:
"Mi contento di quel che dici e ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo."
Impaurito, l'uomo accettò ogni cosa e quando sua moglie partorì, subito comparve la maga, diede il nome di Raperonzolo alla bimba e se la portò via.
Raperonzolo divenne la più bella bambina del mondo, ma non appena compì dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre alta alta che non aveva scala né porta, ma solo una minuscola finestrella in alto. Quando la maga voleva salirvi, da sotto chiamava:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli 
che per salir mi servirò di quelli." 

Raperonzolo aveva infatti capelli lunghi e bellissimi, sottili come oro filato. Quando la maga chiamava, ella scioglieva le sue trecce, annodava i capelli in alto, al contrafforte della finestra, in modo che essi ricadessero per una lunghezza di venti braccia, e la maga ci si arrampicava.



Un giorno un giovane principe venne a trovarsi nel bosco ove era la torre, vide la bella Raperonzolo alla finestra e la udì cantare con voce così dolce che tosto se ne innamorò. Egli si disperava poiché‚ la torre non aveva porta e nessuna scala era alta a sufficienza. Tuttavia ogni giorno si recava nel bosco, finché‚ vide giungere la maga che così parlò:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli 
che per salir mi servirò di quelli!"

Così egli capì grazie a quale scala si poteva penetrare nella torre. Si era bene impresso nella mente le parole che occorreva pronunciare, e il giorno seguente, all'imbrunire, andò alla torre e gridò:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli 
che per salir mi servirò di quelli!" 

Ed ecco, ella sciolse i capelli e non appena questi toccarono terra egli vi si aggrappò saldamente e fu sollevato in alto.
Raperonzolo da principio si spaventò, ma ben presto il giovane principe le piacque e insieme decisero che egli sarebbe venuto tutti i giorni a trovarla. Così vissero felici e contenti a lungo, volendosi bene come marito e moglie. La maga non si accorse di nulla fino a quando, un giorno, Raperonzolo prese a dirle:
"Ditemi, signora Gothel, come mai siete tanto più pesante da sollevare del giovane principe?"
"Ah, bimba sciagurata!- replicò la maga - cosa mi tocca sentire!"
Ella comprese di essere stata ingannata e andò su tutte le furie. Afferrò allora le belle trecce di Raperonzolo, le avvolse due o tre volte intorno alla mano sinistra, prese le forbici con la destra e zic zac, le tagliò. Indi portò Raperonzolo in un deserto ove ella fu costretta a vivere miseramente e, dopo un certo periodo di tempo, diede alla luce due gemelli, un maschio e una femmina.




La stessa sera del giorno in cui aveva scacciato Raperonzolo, la maga legò le trecce recise al contrafforte della finestra e quando il principe giunse e disse:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli!" 

ella lasciò cadere a terra i capelli. Come fu sorpreso il principe quando trovò la maga al posto dell'amata Raperonzolo!
"Sai una cosa?- disse la maga furibonda - per te, ribaldo, Raperonzolo è perduta per sempre!"
Il principe, disperato, si gettò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma perse la vista da entrambi gli occhi. Triste errò per i boschi nutrendosi solo di erbe e radici e non facendo altro che piangere.




Alcuni anni più tardi, capitò nello stesso deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti con i suoi bambini. La sua voce gli parve nota, e nello stesso istante anch'ella lo riconobbe e gli saltò al collo. Due lacrime di lei gli inumidirono gli occhi; essi si illuminarono nuovamente, ed egli potè vederci come prima.








Illustrazioni di P. Zelinsky


Grimm n.12, "Rapunzel"
Classificazione:  AaTh 310 [The Maiden in the Tower]

Il testo in lingua originale è nella pagina Brüder Grimm.