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venerdì 2 ottobre 2015

Il Fuso, l'Aspo e l'Arcolaio, la Vecchina nella Torre

La Fata, la Strega e la Vecchietta ne La Bella Addormentata.
La Fata cattiva e vendicativa che lancia la maledizione sulla regale neonata e la Fata buona - la minore delle "sorelle", come sempre - che addolcisce il maleficio trasformando la Morte in un Sonno secolare. Quindi, Fata cattiva, non strega.
Ma il dualismo non è certo tra la definizione "Fata" - che presuppone una natura benevola - e il suo comportamento crudele e vendicativo. Ho già sottolineato come, sia nelle fiabe popolari che in quelle colte, raramente si usi il termine strega se non per indicare la canonica vecchiaccia di Hansel e Gretel.
Laddove la natura della strega non è sempre e completamente truce - vedi le fiabe del tipo La Bella e la Brutta -  si preferisce il termine Fata, anche contro ogni evidenza (vedi le "mamme" delle varianti feline de La Bella e la Brutta, ad esempio). La vera ambiguità è appresentata dalla sbiadita e stordita vecchina in cima alla torre: forse un dolce Essere fuori dal Mondo, forse la Fata cattiva della maledizione trasformatasi in mite adescatrice...
Riflettendoci, sono speculari: la vecchia Fata non invitata al battesimo della piccola Principessa perché era da così tanti anni rinserrata nel suo vecchio castello che il mondo l'aveva creduta morta, e la vecchina appartata in una delle centinaia di stanze della reggia, a cui il mondo era estraneo, tanto da non sapere nulla dell'editto sugli arcolai, pur vivendo nella Casa del Re e da non riconoscere la giovane Principessa che s'affaccia, curiosa, nella sua stanzina.


Dorè G.


Anche le illustrazioni riflettono, nel tempo, questa ambiguità. In alcune, all'arcolaio è seduta una dolce nonnina con scialletto e cuffietta, in altre, il dubbio è insinuato da un gatto nero ch'ella tiene in grembo o sulla spalla, o che striscia come una pantera lungo la parete. Nelle illustrazioni più moderne, il dubbio è sciolto e la vecchina è dipinta senz'altro come la cattiva Fata in agguato. Una più attenta riflessione, una diversa sensibilità o l'assorbimento tout court della versione disneyana? (stra-sic!).




Innocenti R.

Quanto al fuso e all'arcolaio, lascerei perdere azzardati confronti mitologici (e/o il sanguinamento del ditino principesco immancabilmente accostato al menarca): solo nell'Italia del Sud (da Roma in giù) e in Grecia il Filo non si è mai spezzato e la presenza di Iside o Ecate o Medusa o Medea o Febo nelle fiabe è altrettanto naturale di quanto sia far risalire la fondazione di una grande città a Eracle, così come raccontano gli antichi storiografi. E, sinceramente, da Roma al nord Europa, mi risulta stranamente difficile immaginare, nelle loro capanne di fango riscaldate da fuochi di sterco essiccato, i narratori analfabeti (ai tempi in cui neanche avevano raggranellato un proprio alfabeto) dissertare degli amori di Afrodite o della furiosa castità di Artemide.
E' molto più complesso di così... e molto più semplice. Le fiabe, una cinquantina di archetipi in tutto il mondo, raccontate come mantra da centinaia e centinaia di anni, inevitabilmente risentono del luogo, dei tempi, delle peculiari culture e
convenzioni sociali. E, quindi, Mai in un'unica e definitiva versione. Si tratta di innumerevoli stratificazioni. E' il medesimo fenomeno che accade per quanto riguarda una Lingua. Più  che antropologo, un amante delle fiabe deve essere  un po' geologo un po' Indiana Jones!

A proposito de Il Fuso, l'Aspo e l'Arcolaio..
Storia e folklore nell'opera museografica di Giuseppe Pitrè, di Pasqualina Manzo:
"... Non a caso quindi gli arnesi della filatura sono donati dai fidanzati alle future spose; 'Nelle concezione popolare - dice Pitrè -  il fuso ha il naso (muscola) sul cappello (fusaiuolo), unito alla conocchia è sempre un figliuolo; la mamma (la conocchia) dimagra fino a diventare uno stecco ed il figliuolo balla ed ingrassa'. Fuso, aspo, arcolaio 'aprono l'adito a pregiudizi incredibili', carichi come sono di valenze simboliche; il fuso nella stanza di una partoriente è di ostacolo al parto, ma contro la jettatura è molto efficace; una leggenda modicana parla di una vecchia che sta in guardia di un tesoro filando senza mai smettere: se le si tolgono fuso e rocca, sarà possibile cavare il tesoro; l'aspo è efficace contro le "donne di fuori"* se è unito a un corno, una crocetta di canna o a uno straccio rosso; anche le streghe sono tenute lontano dalle case dall'aspo, invece l'arcolaio (animulu) è simbolo del volo vorticoso delle streghe, che di notte percorrono i cieli cavalcando un caprone o un manico di scopa." Gli usi e le credenze connessi al lavoro della filatura sono riportati da Pitrè in più punti della sua Biblioteca: ci sono giorni ritenuti infausti per filare, alcuni infortuni durante la filatura che sono ritenuti cattivi auspici, ci sono formule usate contro il malocchio ed invocazioni devote a sant'Agata, protettrice delle filatrici.

*Le "Donne di fuori" o "donne di casa" o "belle sinore" sono chiamate in Sicilia le Dominae Nocturnae o "bonae res" ricordate nella letteratura medievale italiana e d'oltralpe, girovaganti la notte con Diana, Erodiade o con la "Signora d'Oriente" per visitare le case degli uomini in cerca di cibo e bevande. Se non trovano tavole imbandite, scagliano maledizioni [...] Amano specialmente i bambini, li coccolano e li colmano di doni, ma possono fargli dispetti pericolosi per la loro salute e il loro sviluppo.
(G. Bonomo)


A. Anker, La regina Berta e le filatrici

Ciò detto, sempre da Proppiana convintissima, ricordo che, nel Rito di Iniziazione, la Morte Temporanea veniva indotta nell'Iniziando anche tramite l'introduzione, da parte del celebrante, di oggetti acuminati sotto la pelle e le unghie. E Propp include il fuso de La Bella Addormentata, o il pettine infilato nei capelli di Biancaneve o lo spillone conficcato nella testa della sfortunata eroina di tante fiabe russe tra gli epigoni di quegli oggetti sciamanici.

Mab's Copyright


martedì 5 maggio 2015

La Bara di Vetro, Grimm n.163 (Traduzione Mia)

che nessuno dica che un povero sarto non possa arrivare lontano e assurgere a grandi onori! E' sufficiente che bussi alla porta giusta, e - ciò che è più importante - che abbia un pizzico di fortuna.
Un giorno, un cortese e abile apprendista sarto si addentrò in una grande foresta e si smarrì, poiché non ne conosceva i sentieri. Scese la notte e non gli restò altro da fare che cercare un giaciglio in quella paurosa solitudine. Avrebbe potuto dormire su di un letto di soffice muschio, ma aveva troppa paura delle bestie feroci, così decise di trascorrere la notte tra i rami di un albero. Si arrampicò in cima ad un'alta quercia, e ringraziò Dio poiché aveva il suo ferro da stiro con sé, altrimenti il vento, che lassù soffiava forte, lo avrebbe trascinato via. Dopo aver trascorso qualche ora immerso nelle tenebre, tremando di paura, vide brillare una luce a poca distanza, e, pensando che provenisse da una abitazione dove, certamente, sarebbe stato più comodo che in cima ad un albero, scese con ogni cautela dalla quercia e si incamminò in quella direzione.


Christensen J.


La luce lo condusse ad una capannuccia di canne e giunchi intrecciati. Bussò coraggiosamente, la porta si aprì, e, al chiarore che proveniva dall'interno della capanna, vide un piccolo vecchio uomo dai capelli bianchi con indosso una veste fatta di tante pezze colorate cucite insieme.
"Chi sei? E cosa vuoi?", gli chiese questi, con voce ruvida.
"Sono un povero sarto che la notte ha sorpreso in queste contrade selvagge. Vi supplico di ospitarmi nella vostra capanna fino al mattino".
"Va' via - gli rispose quello aspramente - non voglio avere niente a che fare con i vagabondi, io! Cerca  riparo su di un albero", e fece per rientrare, ma il sarto lo afferrò per un lembo della veste e lo scongiurò con accenti talmente toccanti che il vecchio - il quale non era poi così cattivo come voleva far credere - finì per addolcirsi e lo lasciò entrare in casa. Gli offrì da mangiare e gli indicò un buon letto in un angolo della capanna. Stanco com'era, il sarto non aveva certo bisogno d'esser cullato: dormì profondamente fino al mattino, e avrebbe anche continuato se un improvviso e orrendo baccano non l'avesse destato di soprassalto. Grida feroci e muggiti possenti gli giunsero all'orecchio attraverso le sottili pareti della capanna.
Animato da un improvviso coraggio, il sarto si alzò, si rivestì in gran  fretta e si precipitò fuori: un grande toro nero ed un magnifico cervo erano impegnati in un violento combattimento. Si lanciavano l'uno contro l'altro con tale furia che la terra tremava sotto i loro zoccoli e l'aria rimbombava delle loro grida. Lo scontro durò a lungo, e a lungo l'esito del combattimento sembrò incerto, finché il cervo non sventrò il toro con una cornata. Il toro crollò a terra con un terribile muggito e il cervo lo finì rapidamente. Il sarto, che, stupefatto, aveva seguito il feroce combattimento, era rimasto lì, impietrito, e non ebbe il tempo di fuggire quando il cervo, all'improvviso, si slanciò verso di lui e lo sollevò sulle sue grandi corna. Il sarto non riusciva neanche a riflettere su ciò che gli stava accadendo perché il cervo si era lanciato in una folle corsa per monti e valli, per prati e foreste; si aggrappò con tutt'e due le mani alle estremità delle corna e si abbandonò al suo destino: aveva l'impressione di volare. Infine, il cervo si fermò davanti ad una parete di roccia e lasciò scivolare delicatamente il sarto a terra. Questi, più morto che vivo, ebbe bisogno di un po' di tempo per riaversi. E il cervo, che era rimasto immobile aspettando che si riprendesse, si slanciò con tale impeto contro una porta nella roccia che essa si spalancò al primo assalto. Ne scaturirono alte fiamme e un fumo così denso che nascose il cervo alla vista del sarto. Mentre questi se ne stava sbalordito e indeciso sul da farsi per riuscire ad abbandonare quelle lande selvagge e tornare tra gli esseri umani, una voce si levò dalla roccia e disse:"Entra senza timore, non te ne verrà alcun male". A dire il vero, il sarto esitava, ma, sospinto da una forza misteriosa, oltrepassò la porta di ferro entrando in una grande sala, dove le pareti, il soffitto e il pavimento erano ricoperti da lucide e levigate lastre di pietra su cui erano incise misteriose lettere. Il sarto si guardò intorno con grande stupore, e stava per tornare sui suoi passi, quando, nuovamente, la voce gli parlò:
"Va' sulla grande lastra al centro della sala e attendi la grande felicità che è in serbo per te". Il sarto era diventato così coraggioso che obbedì all'ordine. La pietra incominciò a cedere sotto i suoi piedi, sprofondando lentamente. Quando si fermò, il sarto si guardò intorno e scoprì di trovarsi in una sala che era vasta come la precedente, ma conteneva cose ancòra più interessanti e stupefacenti.
Nelle pareti si aprivano numerose nicchie e nelle nicchie c'erano vasi di vetro trasparente colmi di alcol colorato o di un fumo azzurrognolo. A terra, collocate l'una di fronte all'altra, c'erano due grandi casse di vetro, che suscitarono immediatamente la sua curiosità. Accostatosi alla prima, scoprì che conteneva una costruzione in miniatura, un castello con le sue case coloniche, e magazzini e fienili e una miriade di tante altre cose del genere. Tutto era di minuscole dimensioni, ma di finissima fattura, come se fosse stato cesellato con estrema perizia da un'abile mano. Si sarebbe soffermato a contemplare a lungo quella meraviglia, se non si fosse fatta sentire ancòra una volta la voce di prima.  E la voce gli ordinò di voltarsi e di andare a guardare il contenuto dell'altra cassa di vetro. E con quanta ammirazione scoprì che all'interno della seconda cassa giaceva una fanciulla di straordinaria bellezza! Sembrava immersa in un profondo sonno, ed era avvolta nei lunghissimi capelli come fossero un mantello prezioso. I suoi occhi erano chiusi, ma lo splendore dell'incarnato e un nastro che si alzava e si abbassava, mosso dal soffio del suo respiro regolare, non lasciavano alcun dubbio che fosse viva. Il sarto se ne stava lì a contemplarla, con il cuore che gli batteva forte, quando, all'improvviso, ella spalancò gli occhi, e, vedendolo, saltò su, in preda ad ina gioiosa eccitazione mista a paura. "Cielo! - gridò - la mia liberazione è vicina! Presto, presto, liberami dalla mia prigione: se farai scorrere il chiavistello di questa bara di vetro, sarò libera!". Il sarto obbedì senza esitare. La fanciulla sollevò il coperchio della bara, saltò fuori, e si precipitò in un angolo della sala, avvolgendosi in un grande mantello. Quindi, sedette su una pietra, invitò accanto a sé il giovane sarto, e, dopo averlo teneramente baciato sulle labbra, disse:


Cheval M.


"Oh, il liberatore che ho atteso tanto a lungo! Il Cielo ti ha condotto fino a me per porre fine alle mie sofferenze. E lo stesso giorno in cui esse cesseranno avrà inizio la tua felicità, poiché sei lo sposo che il Cielo ha scelto per me e trascorrerai il resto della tua vita nella più grande letizia, ricco del mio amore, e, in sovrappiù, di ogni bene terreno. Siedi al mio fianco e ascolta la mia storia.
Sono figlia di un ricco Conte. I miei genitori morirono quando ero ancòra in tenera età e mi affidarono a mio fratello, più grande di me, che mi allevò. Ci amavamo teneramente ed eravamo talmente simili nel modo di pensare e nelle nostre inclinazioni che risolvemmo di non sposarci e di vivere insieme per tutta la vita. La nostra casa non era mai vuota: vicini ed amici venivano spesso a trovarci e noi li accoglievamo con la più generosa ospitalità. Così accadde che, una sera, uno straniero a cavallo giunse alla nostra porta, e, con il pretesto di non essere in grado di proseguire oltre, implorò un rifugio per la notte. Accogliemmo con sollecita cortesia la sua richiesta. Quella sera, durante la cena, egli ci intrattenne con la più brillante conversazione, arricchita da interessanti racconti.



Balbusso T.


Mio fratello era così entusiasta del forestiero che lo pregò di trattenersi per qualche giorno, e lui, dopo qualche esitazione, accettò. Lasciammo la tavola a tarda ora. Allo straniero fu mostrata la sua camera, ed io mi affrettai verso la mia perché ero molto stanca. Mi ero appena addormentata quando fui destata dal soave suono di una musica celestiale. Poiché non riuscivo a capacitarmi della sua provenienza, pensai di chiamare la mia cameriera, che dormiva nella stanza accanto, ma, con mio grande terrore, mi resi conto che una forza sconosciuta mi aveva tolto la favella: era come se una montagna premesse sul mio petto, impedendomi di emettere il benché minimo suono. Intanto, alla luce della mia lampada da notte, vidi il forestiero penetrare nella mia camera, nonostante due porte rinserrate con il catenaccio. Si avvicinò al mio letto e mi disse che, grazie alle potenze magiche al suo comando, aveva evocato la musica celestiale che mi aveva svegliato e aveva aperto le porte rinserrate per offrirmi la sua mano ed il suo cuore. Tuttavia, la mia repulsione per le sue arti magiche era talmente grande che non lo degnai di una risposta. Egli si trattenne per un po' accanto al mio letto, immobile, sperando in una risposta favorevole, ma, poiché restavo chiusa nel mio silenzio, s'infuriò e, dopo aver affermato che si sarebbe vendicato e avrebbe escogitato il modo di punire la mia superbia, lasciò la stanza.


Alexander Timofeev 


Trascorsi la notte nella più grande inquietudine e mi addormentai solo verso il mattino. Mi precipitai da mio fratello per raccontargli l'accaduto, ma i suoi domestici mi dissero che, all'alba, era uscito a cavallo con lo straniero, per una battuta di caccia. In preda ai più funesti presagi, mi vestii in gran fretta, ordinai al palafreniere di sellare il mio cavallo, e, con la sola compagnia di un servo, mi inoltrai al galoppo nella foresta. Il servo cadde rovinosamente e non poté più seguirmi poiché il suo cavallo si era spezzato una zampa. Continuai senza esitare finché non vidi avanzare verso di me il forestiero: teneva al laccio un bellissimo cervo. Gli chiesi dove fosse mio fratello e come fosse entrato in possesso di quel cervo dai cui magnifici occhi scendevano copiose lacrime. Invece di rispondermi, lo straniero scoppiò in una clamorosa risata.


Balbusso T.


Furiosa, impugnai la mia pistola e la scaricai addosso a quel mostro, ma il proiettile rimbalzò sul suo petto, conficcandosi nella testa del mio cavallo. Rovinai al suolo e lo straniero mormorò alcune parole che mi privarono della coscienza. Quando ripresi i sensi, mi ritrovai in questa grande caverna sotterranea, in una bara di vetro. Ancòra una volta mi apparve lo stregone. Mi disse che aveva mutato mio fratello in un cervo, che, sempre grazie alle sue arti, aveva miniaturizzato il castello e gli altri possedimenti collocandoli nell'altra cassa di vetro, ed aveva trasformato la nostra gente in fumo azzurrognolo, imprigionandola in bottiglie di vetro. Quindi, mi annunciò che, se mi fossi piegata al suo volere, sarebbe stato facile per lui far ritornare gli esseri umani ed il castello al loro primitivo aspetto, ma io rimasi in silenzio, come la notte precedente. Allora, mi lasciò nella mia prigione, ed un sonno magico si è impossessato di me, un sonno popolato da visioni, e, fra tutte, la più confortante era quella di un giovane uomo che veniva a liberarmi. Oggi, quando ho aperto gli occhi e ti ho visto, ho capito che il mio sogno era diventato realtà. Aiutami a realizzare anche le altre visioni. Per prima cosa, spingiamo la cassa di vetro con il castello sulla grande pietra centrale". Non appena la fanciulla, il sarto e la cassa di vetro si trovarono sulla pietra, essa salì lentamente fino alla sala superiore, da dove i due giovani riuscirono facilmente ad uscire all'aperto. Lì, la fanciulla aprì il coperchio della cassa e, con meravigliosa rapidità, il castello, le costruzioni adiacenti e le case coloniche tornarono alle primitive dimensioni.  Ella ritornò nella grotta ed aprì, una dopo l'altra, le bottiglie di vetro, e tutti coloro che vi erano imprigionati, cortigiani, servi, contadini, e gli abitanti del villaggio furono liberi. Ma la gioia della fanciulla fu al colmo quando ella vide uscire dalla foresta l'amato fratello che, ucciso lo stregone quand'era in forma di toro, aveva riacquistato l'antico sembiante, e avanzava verso di loro. Quello stesso giorno, la fanciulla mantenne la sua promessa e si unì in matrimonio al fortunato giovane sarto.


Più vicina ad una novella gotica che ad una fiaba, è una delle fiabe dei Grimm meno conosciuta - o, forse - meno popolare in Italia. Non ne conosco varianti, se non pescando in altri mari. Ha poco a che vedere con La Bella Addormentata, giusto la bara di vetro e il "sonno" indotto magicamente.


Grimm n.163, "Der gläserne Sarg".
Classificazione: Aa Th 410 [Sleeping Beauty]
Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"

venerdì 1 maggio 2015

Sole, Luna e Talia, (Pentamerone:Cunto Quinto, Quinta Giornata), G. B. Basile

'era una volta un gran signore, il quale, essendogli nata una figlia, a cui die nome Talia, fece venire tutti i sapienti e gl'indovini del suo regno perché le dicessero la ventura. Costoro, dopo vari consulti, conclusero che essa era esposta a gran pericolo a causa di una lisca di lino. E il re proibì che in casa sua entrasse mai lino o canapa o altra roba simile, per evitare ogni cattivo incontro.


Mascia Kurbatova


Ora, essendo Talia grandicella e stando alla finestra, vide passare una vecchia che filava; e, poiché non aveva mai visto né conocchia né fuso, piacendole assai quel danzare che il fuso faceva, fu presa da curiosità e la fece venir su, e, tolta in mano la rocca, cominciò a stendere il filo. Ma, per disgrazia, una lisca le entrò nell'unghia e subito cadde a terra morta. La vecchia, a tanta disavventura, scappò che ancora salta a precipizio per le scale; e lo sventurato padre, dopo aver pagato con un barile di lacrime una secchia di asprinio, collocò la morta Talia in quello stesso palazzo, che era in un bosco, seduta su una sedia di velluto, sotto un baldacchino di broccato. Poi, serrate le porte, abbandonò per sempre la casa, cagione di tanto suo male, per cancellare in tutto e per tutto dalla memoria la sciagura sofferta.


Mascia Kurbatova


Dopo qualche tempo, a un re, che andava a caccia per quei luoghi, sfuggì un falcone e volò a una finestra di quella casa; né tornando al richiamo, il re fece picchiare alla porta, credendo che la casa fosse abitata. Ma, dopo aver bussato invano lunga pezza, il re, domandala una scala da vendemmiatore, volle di persona scalare la casa e vedere che cosa ci fosse dentro. Salito ed entrato, rimase stupito, non trovando in nessun luogo persona vivente; e, in ultimo, giunse alla camera, dove stava Talia come incantata.
Il re, credendo che dormisse, la chiamò. Ma, non ritornando quella in sé, per quanto facesse e gridasse, e, intanto, essendosi egli acceso di quelle bellezze, la portò di peso sopra un letto e ne colse i frutti d'amore, e, lasciandola coricata, se ne tornò al suo regno, dove non si ricordò più per lungo tempo di quel caso.



Kinuko Y. Craft


Dopo nove mesi, Talia partorì una coppia di bambini, un maschio e una femmina, due monili splendenti, che, governati da due fate, apparse in quel palazzo, furono da esse posti alle mammelle della madre. E una volta che i bambini, volendo succhiare, non riuscivano a trovare il capezzolo, si misero in bocca proprio quel dito che era stato punto, e tanto lo succhiarono che ne trassero fuori la lisca. Subito parve che Talia si svegliasse da un gran sonno; e, vedutesi quelle due gioie accanto, porse loro il petto e le tenne care quanto la vita. Ma non sapeva rendersi conto di quel che le era accaduto, trovandosi sola sola in quel palazzo e con due figli allato, e vedendosi portare quel che le occorreva per mangiare senza scorgere persona alcuna.


Chris Beatrice


Il re, un giorno, si ricordò dell'avventura con la bella dormente, e, presa occasione da una nuova caccia in quei luoghi, venne a vederla. E, avendola ritrovata desta e con quei due prodigi di bellezza, ne ebbe un piacere da stordire. A Talia raccontò allora chi egli era e come era andato il fatto; e fecero tra loro amicizia e lega grande, ed egli rimase parecchi giorni in sua compagnia. Poi si accommiatò con promessa di venirla a prendere e condurla al suo regno; e, intanto, tornato a casa sua, nominava a ogni ora Talia e i figli.
Se mangiava, aveva Talia sulla bocca, e Sole e Luna (che questi erano i nomi dei bambini); se si coricava, chiamava l'una e gli altri. La moglie del re, che già dall' indugiare il marito a caccia aveva avuto qualche lampo di sospetto, a queste invocazioni di Talia, Luna e Sole fu presa da altro calore che di sole; e perciò, chiamato il segretario, gli disse: "Ascolta, figlio mio: tu stai tra Scilla e Cariddi, tra lo stipite e la porta, tra la grata e la sbarra. Se tu mi dici di chi mio marito è innamorato, ti fo ricco; e, se mi nascondi la verità, non ti fo più trovare né morto né vivo". E colui, da una parte sconvolto dalla paura, dall'altra tirato dall'interesse, che è una fascia agli occhi dell'onore, una benda della giustizia, uno sferracavallo della fede, le disse pane pane e vino vino.
Allora la regina mandò lo stesso segretario in nome del re a Talia, facendole dire che egli voleva rivedere i figli; ed essa, con grande gioia, glieli inviò. Ma quel cuore di Medea, tosto che li ebbe tra le mani, ordinò al cuoco di scannarli e farne diversi manicaretti e salse per darli a mangiare al misero padre.
Il cuoco, che era tenerino di polmone, al vedere quei due aurei pomi di bellezza, ne senti pietà, e, affidatili alla moglie perché li nascondesse, apparecchiò due capretti in cento varie pietanze. Quando fu l'ora del desinare, la regina fece portare le vivande; e, mentre il re mangiava di gran gusto, esclamando: "Com'è buono questo, per la vita di Lanfusa!", o "Com'è saporito quest'altro, per l'anima di mio nonno!", essa lo incoraggiava, dicendogli: "Mangia, che mangi del tuo". Il re, per due o tre volte, non fece attenzione a queste parole; ma poi, udendo la musica che continuava, rispose: "So bene che mangio del mio, perché tu non hai portato niente in questa casa". E, levatosi con collera, se ne andò a una villa poco lontana per acquietarsi.
Non ancora sazia la regina di quanto credeva di aver fatto, mandò di nuovo il segretario a chiamare la stessa Talia, col pretesto che il re l'aspettava; ed essa venne immediatamente, desiderosa di trovare la sua luce e non sapendo che l'attendeva il fuoco. Condotta innanzi alla regina, costei, con un volto da Nerone, tutta inciprignita, le disse: "Sii la benvenuta, madama Troccola! Tu sei quella fine stoffa, quella buon'erba che ti godi mio marito? Tu sei quella cagna malvagia, che mi fa stare con tante giravolte di capo? Va', che sei giunta al purgatorio, dove ti farò scontare il danno che mi hai fatto!".



Mascia Kurbatova


Talia cominciò a scusarsi che la colpa non era sua e che il marito aveva preso possessione dei suoi territori mentre essa era adoppiata. Ma la regina non volle intendere scuse, e, fatto accendere in mezzo allo stesso cortile del palazzo un gran fuoco, comandò che ve la gettassero dentro.
La misera, che si vide perduta, inginocchiatasi dinanzi a lei, la supplicò che le desse almeno tanto tempo da spogliarsi dei vestiti che aveva addosso. E la regina, non tanto per misericordia verso la sventurata quanto per risparmiare quegli abiti ricamati d'oro e di perle, le disse: "Spogliati, che mi contento".
Cominciò Talia a spogliarsi, e a ogni pezzo di vestito che si toglieva dalla persona gettava uno strido; tanto che, essendosi già tolta la roba, la gonna e il giubbone, quando fu a togliersi il sottanino, gettò l'ultimo strido, mentre al tempo stesso la trascinavano a fare la cenerata per l'acqua bollente da lavare le brache a Caronte. Ma, in quel punto, accorse il re, che, visto lo spettacolo, volle sapere tutto l'accaduto. E, avendo domandato dei figli, udi dalla stessa moglie, che gli rinfacciava il tradimento usatole, come glieli avesse fatti mangiare.
Il re si die in preda alla disperazione. "Dunque, sono stato io stesso - gridava - lupomannaro delle mie pecorelle? Oimè, e perché le vene mie non conobbero la fontana del loro stesso sangue? Ah, turca rinnegata, e quale ferocia è stata la tua? Va', che tu raccoglierai i torsoli, e non manderò cotesta faccia di tiranno al Colosseo per la penitenza!".
Cosi dicendo, ordinò che la regina fosse gettata nello stesso fuoco acceso per Talia, e insieme con essa il segretario, che era stato maniglia di questo tristo giuoco e tessitore della malvagia trama; e voleva fare il medesimo del cuoco, che credeva avesse tritato con la coltella i figli suoi. Ma questi gli si gettò ai piedi e gli disse: "Veramente, signore, non ci vorrebbe altra piazza morta pel servigio che ti ho reso che una calcara di bragia; non ci vorrebbe altro aiuto di costa che un palo dietro; non ci vorrebbe altro trattenimento che di storcermi e rattrappirmi nel fuoco; non ci vorrebbe altro onore che di veder mischiate le ceneri di un cuoco con quelle di una regina ! Ma non è questo il ringraziamento che attendo per averti salvato i figli, a dispetto di quel fiele di cane, che voleva farli uccidere per restituire al corpo tuo quello che era parte dello stesso corpo".
Il re, che udi queste parole, restò fuori di sé e gli pareva di sognare, né poteva credere quello che le sue orecchie sentivano. Poi, rivolto al cuoco, disse: "Se è vero che mi hai salvato i figli, sta' pur sicuro che ti toglierò dal girare gli spiedi e ti porrò nella cucina di questo petto a girare, come a te piacerà, le voglie mie, dandoti premi tali che ti chiamerai felice al mondo".



Nadezhda Illarionova


Mentre il re diceva queste parole, la moglie del cuoco, che vide il bisogno del marito, portò Luna e Sole dinanzi al padre, il quale, giocando a tre con la moglie e i figli, faceva mulinello di baci or con l'uno or con l'altro. E, data grossa mancia al cuoco e fattolo gentiluomo suo di camera, si prese in moglie Talia, la quale godette lunga vita col marito e i figli, conoscendo a tutta prova che quei ch'ha ventura,

il bene anche dormendo, ottiene.


Il Testo originale è nella Pagina: "G.B. Basile".

giovedì 30 aprile 2015

Il "Seppellimento" de La Bella Addormentata

Dalle braccia di Papi a quelle del Principe.
In quasi tutte le varianti, letterarie e popolari, de La Bella Addormentata, la Regina si limita a mettere al mondo l'agognata erede. E' il padre che tenta una impossibile lotta contro un destino segnato, e, una volta che il maleficio si è compiuto, si occupa di quelle che sono, a tutti gli effetti, onoranze funebri.
Nelle fiabe meridionali, ordina che la figlia venga rivestita con i tre abiti da sposa che non potrà mai indossare - un'usanza che corrispondeva alla realtà sociale: sia le spose giovanissime che le adolescenti nubili venivano seppellite con le vesti nuziali. Plurale perché c'era l'abito della cerimonia civile, quello del rito religioso e quello del "giorno dopo".
Poi, il padre ordina che la Casa o il Castello venga chiuso per sempre (è diventato una cappella cimiteriale) e parte, per non tornare mai più. A volte, le fiabe sembrano popolate da scimmie merlettate che mimano gesti e azioni senza più comprenderne il significato. Propp, solo tu...


Kinuko Y. Craft



La Bella Addormentata: Giudizi e Pregiudizi. Le Prince Charmant era un Re Adultero e uno Stupratore

Come ho già detto, mi sono allontanata dalla (retta?) via (Cenerentola) perché, nel tentativo di riorganizzare, correggere, ed, eventualmente, rieditare, tutto il materiale già postato, ho incontrato  per l'ennesima volta la Bella Addormentata. Divido le "eroine" fiabesche in passive e intraprendenti.
Rosaspina-Aurora-Talia è il simbolo dell'eroina passiva, la sua apoteosi.
Evito accuratamente di farlo, ma, quando mi capita di leggere anche due righe delle varie interpretazioni pseudo-psicologiche delle fiabe, mi piglia male. Sono più indulgente con le testoline imbottite di "Fiabe sonore" e Disney: ingenuamente, credono di conoscere la fiaba originale e, vele al vento, navigano sull'onda di pregiudizi e luoghi comuni.
Ho anticipato qualcosa parlando della Biancaneve-Bella Addormentata, una per tutte, "Giricoccola". Il Prince Charmant si innamora all'istante di una morta (o di una Biancaneve trasformata in una statua). Non contento, se la porta a casa e la chiude a chiave nella sua cameretta, dove solo lui può adorarla. Il motivo è diffuso in tutta Europa, e ne esistono diverse varianti anche in Russia.
In Italia, molte fiabe iniziano con il Principe o il "Reuzzo" che s'innamora di una bambola a grandezza naturale, simile in tutto e per tutto all'eroina. In queste fiabe, varianti o imitazioni popolari di "Sole, Luna e Talia" (Pentamerone-Basile), la madre di tutte le Belle Addormentate, è evidente che non è il Principe a liberare la Bella dall'incantesimo con "il bacio del vero amore".
Nelle fiabe tipo Giricoccola, le sorelle o la madre del Principe necrofilo, casualmente, tolgono il pettine o la camicia che hanno incantesimato l'Eroina, risvegliandola. Persino i Grimm non parlano del bacio, ma Rosaspina si desta semplicemente perché sono scaduti i cento anni del maleficio.






Voglio dire, nulla fa pensare che la visita del Principe sia terapeutica: si trova nel posto giusto al momento giusto (capacità indispensabile nelle versioni meno antiche di fiabe famose o meno). In realtà, una funzione, porello, ce l'avrebbe, ma non è né quella della vulgata stile Disney né quella degli antropo-psicologi. Queste immagini, così in sequenza, riassumono discretamente i luoghi comuni, o quello che è stato plasmato come "sentire comune", su La Bella Addormentata. La bambina-lettrice non è più tanto bambina, oscilla tra Moccia e i film su Sissi. Aurora-Rosaspina non è niente di più di una bambola da ritagliare, prende vita quando riflette la lettrice, i suoi sogni (un po' da bimbaminkia), le sue fantasie sentimentali. Il Romanticismo è altro.



Tokuhiro Kawai


Tokuhiro Kawai


Questa illustrazione interpreta esattamente ciò che vado dicendo: il "bacio magico", l'attesa del bacio reale, il Prince Charmant...



Tokuhiro Kawai


Questo è un po' lo stereotipo del Principe ante Disney: gentiluomo francese, cappello piumato, tanto di baffetto biondo arricciato, ma, soprattutto, cavalier cortese, timido e quasi paralizzato dalla bellezza della Bella.






Poi, è arrivato lui, il giovanottone del Kansas, più boscaiolo che principe, mascella alla Ridge e ciuffo da tamarrone anni '50, mantello rosso con baverone alla Dracula (buono).






Le immagini, che, sotto molti punti di vista, rendono al meglio l'atmosfera della fiaba potrebbero essere queste di Jennie Harbour.






Non è una quindicenne curiosa ma spaventata, consapevole che il suo destino si sta compiendo.
E questo non è le Prince Charmant, ma il Re della fiaba di tutte le fiabe - Sole, Luna e Talia - adultero, stupratore, forse necrofilo (dubita che Talia sia addormentata o morta). Consuma e torna dalla moglie. non senza aver messo incinta Talia (sempre addormentata).




Anche questa di A. Rackham non scherza.



Prima di postare "Sole, Luna e Talia", rimando ad un breve ma - spero - illuminante post sulle origini de "La Bella Addormentata".

venerdì 24 aprile 2015

Rosaspina, Grimm n.50 - Tradotta da Me e Rieditata








'erano una volta un Re e una Regina, che, ogni giorno, si ripetevano l'un l'altro: "Ah, se solo avessimo un figlio!". Ma il bambino tanto desiderato non arrivava mai. Un giorno, mentre la Regina prendeva un bagno, una ranocchia saltò fuori dall'acqua, toccò terra e le disse: "I tuoi voti saranno esauditi. Prima che sia trascorso un anno, darai alla luce una bimba".


Kinuko Y. Craft


Ciò che la ranocchia aveva predetto si avverò. La Regina mise al mondo una bambina tanto bella che il Re era fuor di sé dalla gioia e organizzò una gran festa, e non si contentò d'invitare parenti, amici e conoscenti, ma anche le Sagge Donne del Regno, affinché prendessero la piccola Principessa sotto la loro protezione. C'erano tredici Sagge Donne nel Paese, ma il Re possedeva solo dodici piatti d'oro massiccio, così una non poté essere invitata.

lunedì 8 dicembre 2014

La Zarevna Morta e i Sette Bogatyri, A. Pushkin (Ultima Parte)

Elisej Prence va galoppando
pel vasto mondo sempre cercando
la sua promessa da che l'ha persa,
lacrime amare intanto versa.
Domanda a destra, domanda a manca,
di domandare mai non si stanca:
chi gli sghignazza proprio sul volto,
chi invece gli occhi subito ha volto.
E disperato alfin al Sole stesso
rivolge queste parole:
"O Sole nostro tu che altero
nel cielo corri per l'anno intero,
che porti inverno e primavera
e tutto vedi da mane a sera,
dai tu risposta al mio quesito:
non hai tu visto in qualche sito
giovane e bella la Principessa,
la mia amata sposa promessa?"


"Mio caro amico - risponde il Sole -
io non l'ho vista e me ne duole.
Chissà s'è viva la poverina.
Forse la Luna, la mia vicina,
può averla vista in qualche sito
o le sue tracce può aver seguito."
Lì della notte le oscure ore
Elisej brama col suo dolore.
Come la Luna in ciel si leva
la sua preghiera a lei solleva:
"Luna tu cara Luna fidata
o tu brillante falce dorata
che ti sollevi nel buio fondo
sguardo splendente in viso tondo,
tu che le stelle innamorate
guardano fisse come incantate,
dai tu risposta al mio quesito:
non hai tu visto in qualche sito
giovane e bella la Principessa,
la mia amata sposa promessa?"
"Fratello caro - dice la Luna -
io non ho visto fanciulla alcuna.
È vero, monto io di vedetta,
ma solamente quando mi spetta.
La Principessa sarà passata
di certo quando non ero alzata."
Fa Elisej Prence: "Ah, che disdetta!"
E a lui la Luna: "Però, aspetta!
Di lei qualcosa forse sa il Vento.
Se glielo chiedi sarà contento
lui d'aiutarti a ritrovare
la tua amata, non disperare!"


Elisej Prence incoraggiato
il Vento invoca ora accorato:
"Vento veloce, vento possente
tu che le nubi spingi agilmente,
che agiti il mare azzurro e fondo
e soffi ovunque sul vasto mondo,
tu che nessuno temi o paventi
e di Dio solo la voce senti,
dai tu risposta al mio quesito:
non hai tu visto in qualche sito
giovane e bella la Principessa,
la mia amata sposa promessa?"
E turbinando risponde il Vento:
"Oltre un ruscello che scorre lento
alta montagna s'erge e distende,
fonda caverna in lei discende
ed entro ad essa nel buio greve
cristallo puro dondola lieve:
bara sospesa ad alti pali
e non v'è traccia lì di mortali,
vuoto all'intorno, ed entro ad essa
giace - sepolta - la tua promessa."
Fugge lontano veloce il Vento,
Elisej Prence piange sgomento,
verso quel luogo si getta allora
perché una volta almeno ancora
vuoi rivedere la sua fanciulla.


Ecco davanti gli s'erge brulla
l'alta montagna in una spoglia
vasta pianura e nera soglia
d'antro si apre sotto di essa.
Egli veloce dentro s'appressa.
A lui davanti nel buio greve,
cristallo puro dondola lieve,
la lustra bara e dentro quella
l'eterno sonno dorme la bella.
E sulla bara della sua amata
vibra tremenda una mazzata.
Quella si spezza ed immediata
ritorna in vita la fidanzata.
Si guarda intorno stupitamente
e le catene dondolan lente,
poi un sospiro profondo esala.
"Quant'ho dormito!", dice e si cala
fuor dalla bara come d'incanto,
ed ambedue scoppiano in pianto.
La prende in braccio lui e la conduce
via da quell'antro fuori alla luce.
Poi chiacchierando senza più affanno
felici a casa ritorno fanno,
e già veloce la nuova è andata:
la Principessa viva è tornata!


Intanto a casa inoperosa sta
la matrigna vile e invidiosa
allo specchietto caro davanti, e
ancor domanda come già avanti:
"Non sono dunque or la migliore
candida e rosa come un bel fiore?"
A lei lo specchio pronto risponde:
"La tua bellezza certo confonde, 
la Principessa però è migliore 
candida e rosa come un bel fiore".
Or la matrigna s'infuria e piange
ed il suo specchio a terra infrange
corre alla porta e su di essa
incontra proprio la Principessa
si che le prende un colpo al cuore
e la Zarina malvagia muore.
Appena quella han sotterrata
gran cerimonia vien celebrata:
Elisej Prence la fidanzata
or finalmente ha impalmata.
E mai al mondo s'era sentito
di sì fastoso, ricco convito.

C'ero, io. 
Birra e miel m'han dato 
tanto che i baffi sol ci ho bagnato!















Gif animate e fotogrammi sono tratti dall'omonimo film sovietico del 1954.

sabato 22 novembre 2014

La Figlia del Sole e i Dodici Principi Stregati, Svezia

'era una volta una Regina che un bel giorno d'inverno se ne andava a passeggio; piegando la testa, le uscì sangue dal naso e le gocce di sangue colorarono la neve come dei rubini. "Ah! - disse la Regina - come sono belli questi due colori! Potessi avere una figlia con la carnagione bianca e le gote rosse come questa neve macchiata!" Il Sole l'ascoltò e il suo desiderio venne esaudito ed ecco che la Regina mise al mondo una figlia così bella come non se n'era mai vista l'eguale. Nel crescere, l'ammirazione che suscitava la fece così altera e superba da renderla cattiva tanto quanto era bella.
All'età di prendere marito, andò sposa a un Re, ma la nuova condizione di vita non mutò il suo indomabile orgoglio, anzi lo rafforzò.
Avvenne che un messaggero straniero, giunto un giorno nel Regno, le disse: "Quant'è bella, mia Regina! E' bella come il Sole."
Fino a quel momento, la Regina aveva sempre sentito dire che nulla al mondo era paragonabile alla sua bellezza. Si sentì perciò profondamente offesa da questo nuovo giudizio, al punto da non trovare pace.
Rimasta sola si avvicinò alla finestra e con fare altezzoso chiese al Sole:
"Chi è più bella, tu o io?"
"Siamo ugualmente belli - disse il Sole - ma tu avrai una figlia che sarà ancòra più bella di te e di me."
La Regina andò su tutte le furie per la risposta e la profezia. Era già difficile accettare chi fosse bello come lei, ma che qualcuno dovesse batterla in bellezza, poi! Se la prese tanto con il Sole che da quel giorno non potè più sopportarne la vista. Teneva sempre le persiane chiuse e non si alzava dal letto prima del tramonto. Passato qualche tempo, secondo la predizione del Sole, alla Regina nacque una figlia di bellezza ineguagliabile.


Melissa Forman


La Regina convinse il Re a farla crescere in campagna per renderla sana e forte e affinché non fosse fuorviata dagli elogi della Corte, ma in realtà perché non la sopportava. Il luogo dove venne inviata era remoto e isolato e la bambina veniva tenuta chiusa in casa per la maggior parte del tempo perché la fama della sua bellezza non giungesse alla Capitale a offuscare la reputazione della Regina.
Un giorno, la Regina, più ingioiellata e splendente del solito, schiuse una persiana e chiese al Sole:
"E adesso, chi è più bello di noi due?"
"Siamo ugualmente belli, ma tua figlia è più bella di tutti e due", rispose il Sole.
La Regina sbattè con rabbia la persiana, e il suo odio per la figlia aumentò. Decise di non acconsentire mai che la Principessa tornasse a Corte. Il buon Re, desideroso di vedere la figlia, voleva spesso mandarla a cercare, ma, ogni volta, la Regina trovava pretesti per lasciarla in campagna. Una scusa era che il tutore doveva completarne l'educazione nella pace dei campi, ma ogni volta che la figlia aveva imparato da un maestro tutto ciò che quello poteva insegnarle, la Regina prontamente lo sostituiva con un altro.
Un giorno, il Re, in previsione del quindicesimo compleanno della figlia, diede l'ordine perentorio che fosse accompagnata a Corte. Poco prima del giorno stabilito per il viaggio, la Regina scrisse una lettera alla dama di compagnia che si occupava della figlia dandole certe precise istruzioni. Alla vigilia della partenza, la Principessa era in giardino con la sua accompagnatrice. Passando davanti a un pozzo, la donna le disse:
"Se vuole divertirsi, signorina, provi a chinarsi sul pozzo e vedrà la sua immagine riflessa nell'acqua!"
La Principessa si abbassò il più possibile sul bordo del pozzo per specchiarsi nell'acqua profonda e la dama di compagnia ne approfittò per darle una spinta e farla precipitare in fondo al pozzo. Poi fuggì. Senonché il Sole, che era al culmine della sua ascesa in cielo, rapidamente prosciugò l'acqua del pozzo e la Principessa giunse in fondo sana e salva pure se indolenzita perché in fondo al pozzo non c'erano che pietre. Ripresasi dal primo spavento, e dopo aver chiamato e pianto per un bel po', la Principessa si accorse che la luce del giorno filtrava attraverso il mucchio di pietre su cui stava seduta. Allargò con le mani quella fessura, si aprì un varco tra i sassi, ed ecco che dall'altra parte si trovò in un grande bosco tenebroso.
La Principessa si aggirò tutto il giorno per il bosco senza incontrare anima viva. Al tramonto, scorse un sentiero e, dopo averlo percorso, sbucò proprio davanti a un antico castello circondato dal folto di un giardino abbandonato. Entrò nel castello e cominciò a girare da una stanza all'altra, sempre più stupita di trovarlo completamente disabitato.
Dappertutto regnava un gran disordine. Vestiti sparsi, oggetti buttati qua e là mostravano che qualcuno vi era stato di recente; ma, malgrado la Principessa chiamasse, l'eco le rimandava la sua voce. La Principessa, che era linda e precisa, si mise a riassettare e pulire, passando di stanza in stanza. Alla fine, entrò nell'ultima grande camera dove dodici letti erano disfatti e tutto era buttato all'aria. Fece i letti e scopò per terra.
"Qualcuno deve pur abitare qui - pensò - ed è meglio che diventiamo amici."
Calata la sera, si sentì un gran baccano nel cortile.
Corse alla finestra, ma alla vista di ciò che scorse, la Principessa si rannicchiò per terra terrorizzata. Dodici esseri mostruosi si stavano avvicinando al portone; alcuni stavano già salendo le scale, ed erano creature per metà uomini e per metà animali. Non era più possibile scappare, e la Principessa trovò appena la forza di nascondersi dietro a un letto. La comitiva si avvicinava alla stanza da letto, e lei pensò che era arrivato il suo ultimo istante. Ma quando la porta si aprì e la banda entrò nella stanza, sentì una voce gentile che diceva:
"Oh, se potessimo ringraziare quella buona creatura che ha trasformato la nostra tana in una bella dimora!"
"Guardate! - rispose un'altra voce - persino i nostri letti sono fatti"
Si misero a frugare per tutta la casa, finché trovarono la Principessa che li supplicò di risparmiarle la vita.



Bauer J.


Rimirarono a bocca aperta quella bellissima fanciulla, convinti che fosse un angelo, fin quando lei raccontò ciò che le era successo. Per consolarla delle sue disgrazie, le raccontarono a loro volta di essere dodici Principi fratelli e che la matrigna, alla morte del padre, per mettere sul trono il proprio figlio, li aveva condotti in quello sperduto castello di caccia e trasformati in quei mostri che le stavano dinnanzi. L'incantesimo poteva essere infranto solo nel momento in cui avessero trovato un uccello parlante, le cui penne risplendessero come oro. Era l'unica condizione per annientare il potere della matrigna e riprendere il loro aspetto umano.
Dissero alla Principessa che intorno c'era solo un bosco fitto e inesplorato e le chiesero con tanto calore di rimanere con loro, che la Principessa decise di trattenersi nell'antico castello.
Quanto prima si abituò alla presenza dei dodici Principi stregati e visse felice in loro compagnia. Si allontanavano ogni mattina presto e ritornavano solo verso sera, portandole sempre qualcosa in regalo. La consideravano la loro sorellina e la trattavano con deferenza e rispetto.
Ma durante quelle lunghe giornate, quando i Principi erano assenti, la Principessa ripercorreva spesso il sentiero che la portava al pozzo, che era sempre rimasto prosciugato. Restava seduta a cantare le sue canzoni predilette e pensava al castello del padre, di cui aveva tanto sentita parlare, e dove non era mai giunta.
Intanto, la dama di compagnia, dopo aver spinto la Principessa nel pozzo, era andata dritta a Corte a raccontare alla Regina l'accaduto. La Regina malvagia era uscita felice sul balcone a rivolgere al Sole la solita domanda:
"Ascolta bene, Sole, sei più bello tu o io?"
"Siamo ugualmente belli, ma nostra figlia è più bella di te e di me", rispose il Sole.
Piena di rabbia nell'apprendere che la Principessa viveva ancora, e che lei stessa era stata tradita da una serva, la Regina si infuriò con la dama incaricata dell'assassinio. Costei si affrettò a tornare in campagna, e corse al pozzo, che con grande stupore trovò prosciugato. Mentre era piegata in avanti sul bordo del pozzo a ispezionarne il fondo, sentì la Principessa che cantava. La chiamò per nome, e la Principessa s'infilò tra le pietre e passò dall'altra parte. La dama di compagnia simulò una gran gioia nel vederla viva. Raccontò di non aver avuto la minima intenzione di spingerla nel pozzo, ma che, scivolando, le era caduta addosso facendola precipitare.
Dal gran dolore si era ammalata e adesso era straordinariamente felice di trovare la Principessa in vita. Concordarono che la Principessa si sarebbe accomiatata dai dodici Principi stregati e il giorno successivo la governante avrebbe portato tutto l'occorrente per tirarla su.
"Per addolcire l'attesa, ho con me una piccola leccornia - aggiunse la dama di compagnia - un po' di quello zucchero caramellato che le piaceva tanto."
E con queste parole buttò giù un bastoncino di zucchero che la Regina le aveva dato perchè rimediasse alla sua sbadataggine.
La Principessa la ringraziò e tornò al castello di caccia. Mentre stava seduta tristemente a meditare sul miglior modo di annunciare ai Principi la prossima separazione, mordicchiò un pezzetto di zucchero. Nel deglutirlo le si fermò in gola, e lei cadde come morta.


Kinuko Y Craft


Al rientro a casa la sera, i Principi correvano come prima cosa a salutare la sorellina. Ma quale fu la loro disperazione nel trovarla distesa a terra senza vita! La vegliarono tutta la notte con pianti e lamenti.
Venne infine il momento di sotterrarla. La adagiarono in una cassa d'argento, che chiusero con una chiavetta d'oro, ma sul punto di calarla sotto terra si consultarono e decisero che una tale bellezza non poteva sprofondare nel buio degli abissi. Trasportarono dunque la cassa argentata per giorni nel bosco e i rari raggi del sole che filtravano attraverso i rami intricati vi si riflettevano come saette finché un riflesso abbagliante illuminò il piccolo corteo: erano giunti al mare. Lì costruirono una zattera, vi poggiarono sopra la cassa e, piangendo, la affidatono alle onde, finché la videro sparire all'orizzonte. Poi ritornarono al vecchio maniero e non facevano che parlare dell'amata sorellina che, come un angelo, li aveva cosolati per breve tempo dalle loro sventure.
La cassa d'argento navigò e navigò finché giunse in un Regno lontano. Il destino volle che il giovane Re di quel luogo si trovasse sulla spiaggia in quel momento per fare un bagno. Non riusciva a capire cosa fosse quel luccichio al largo, che si andava man mano avvicinando. Non resistendo alla curiosità, salì su una barchetta per avvicinarsi. Quando vide che si trattava di una cassa d'argento, pensò si trattasse di un tesoro e, sfilata la chiave, trainò la zattera con una cima a riva, dando ordine che la cassa venisse portata nella sua stanza.
Il Re non intendeva aprire quello che credeva un forziere alla presenza dei cortigiani, ma li fece uscire tutti per girare la misteriosa chiavetta nella serratura. Nel sollevare il coperchio e nel vedere la bellissima fanciulla distesa, fu talmente stupito da prendere quella figura per un ritratto ma, tirate su le braccia e le mani della fanciulla, si rese conto che si trattava di una creatura in carne ed ossa. Non smetteva di rimirarla e temeva che, rivelando la sua presenza, sarebbe stato costretto a separarsi da tanta bellezza. Perciò decise di tacere e, infilata la chiave in tasca, uscì dalla stanza.
Il Re non intendeva svelare il contenuto della cassa e, vedendolo serio e afflitto, nessuno osava porgli delle domande. Ma era evidente che la comparsa di quella cassa d'argento lo turbava. Il Re era assente e silenzioso e, appena poteva, correva a chiudersi nella sua stanza. La cosa divenne una vera ossessione che rischiava di fargli perdere il sonno e il senno.


Kinuko Y Craft


La Regina madre, che era vedova, decise alla fine di scoprire la verità e, approfittando di un improvviso sonno profondo che aveva colto il figlio dopo il pranzo, gli rubò la chiave della stanza e corse su per chiarire il mistero. Aperto il coperchio della cassa, volle anche lei capire se si trattava di un essere umano o di un quadro e sollevò la fanciulla a mezzo busto. Ma in quell'istante sentì qualcuno che saliva le scale. Temendo che si trattasse del figlio, lasciò cadere di botto la Principessa, abbassò il coperchio, chiuse la porta a chiave e corse giù. Ma trovò il Re ancora addormentato.
Il colpo subìto dalla Principessa aveva sbloccato il pezzetto di zucchero rimastole in gola e, annullato l'incantesimo, la fanciulla si svegliò e scese dalla cassa d'argento, dato che la Regina, nella fretta, non ne aveva richiuso il coperchio. Scesa a terra, trovò però la porta della stanza chiusa, e si nascose dietro le tendine del letto.
Al risveglio, il Re corse nella sua stanza, e fu colto dal panico nel trovare la cassa vuota. Stava per precipitarsi fuori per scoprire l'autore di quella sparizione, quando la Principessa gli comparve davanti viva e vegeta.
Non è facile descrivere la gioia del Re. Mandò subito a chiamare la madre, e la Principessa raccontò a tutti e due il suo tragico destino. Ma questo drammatico destino si trasformò subito nella più radiosa felicità perchè il Re, innamoratosi al primo sguardo della Principessa, volle sposarla e quanto prima ebbero luogo le nozze.
I  due vivevano d'amore e d'accordo e, quando la giovane Regina rimase incinta, il Re, preoccupato della fragilità di quella creatura che il mare gli aveva regalato, emanò un proclama che invitava il più dotto dei medici a presentarsi per assisterla  durante la gravidanza, esibendo a garanzia i suoi titoli di studio e i meriti acquisiti.
Nel frattempo la Regina, madre della Principessa, aveva rivolto più volte la rituale domanda al Sole e non sentendo più nominare la figlia pensava di essersene definitivamente liberata. Quando un bel giorno ebbe dal Sole la seguente risposta:
"Io sono bello come te, ma nostra figlia è più bella di te e di me".
Non c'era dubbio che la Principessa vivesse, ma dove si trovava? La Regina voleva saperlo a tutti i costi per ucciderla. Dopo aver chiesto a destra e a sinistra, sentì dire da un viandante che al mondo c'era un'altra Regina che la uguagliava in bellezza e dopo ulteriori ricerche scoprì dove viveva e l'editto bandito dal giovane Re suo sposo.


Jeff Simpson


Senza porre alcun indugio scrisse a suo nome un elenco di benemerenze, sottoscritte da tutti i notabili del Regno e, tintasi il viso di giallo, si mise in viaggio per il Paese ai confini del mondo dove abitava la figlia.
Dopo aver attraversato foreste e mari, giunse alla Capitale di quel Regno lontano e, travestita da vecchia saggia, venne introdotta alla presenza del Re, che, dopo aver letto l'elenco degli attestati, la assunse a Corte per assistere la sua sposa. Giunto il momento del parto, la vecchia chiese di rimanere sola con la Regina e, appena questa ebbe messo al mondo un Principino, le ficcò in testa uno spillone d'oro dicendo:
"Poiché ti piace tanto volare in giro per il mondo, asseconda la tua vocazione!"
E, all'istante, la giovane Regina fu trasformata in un uccello. Ma tanto quant'era stata bella da donna, divenne un uccello meraviglioso dalle ali dorate. La madre aprì la finestra e la cacciò fuori. Poi si lavò il colore giallo dal viso, indossò gli abiti della giovane Regina e si coricò. Cominciò allora a chiamare a turno le dame di compagnia per sapere dove fosse finita la vecchia che doveva accudirla e, per rifarsi delle giornate in cui si era dimostrata mite e remissiva, cominciò a bisticciare con tutte quante. Anche il Re venne convocato e si adirò persino con lui, ma era tale la gioia per la nascita del figlioletto che questi non se la prese più di tanto per il cattivo umore della puerpera e per la misteriosa sparizione della vecchia. Portò il neonato alla Regina, perché questa si ammansisse, ma lei ordinò che venisse sistemato in una stanza lontana dalla sua, per non sentirlo strillare.
Il Re era stupito e addolorato. Fece di tutto per accondiscendere ai desideri e ai capricci della consorte, ma i suoi tentativi erano vani. Sperava a ogni istante che la moglie rinsavisse, ritornando ad essere la dolce creatura di un tempo, ma invano! Del Principino non voleva neanche sentir parlare, né tantomeno vederlo.
Ogni volta che il Re andava a trovarla, riversava su di lui solo rabbia e lamentele sule dame del suo appannaggio, e il Re finì col diradare le visite. Ciò non toglie che continuasse a preoccuparsi per lo stato di salute della Regina e a consultare medici per sapere se i travagli del parto potessero trasformare a tal punto il carattere di una donna.




L'uccellino, appena libratosi nell'aria, sostò sul ramo di un albero, colto da una profonda tristezza. Il caso volle che sotto l'albero ci fosse una fontana in cui la Principessa stregata potè rimirarsi. Appena vide che le sue ali rilucevano d'oro, si ricordò di quanto i fratellini le avevano raccontato sul modo di rompere l'incantesimo che li teneva prigionieri. Partì a volo in direzione della sua antica dimora, attraversando l'ampio mondo, le foreste e le acque del mare, finché arrivò stremata a poggiarsi sul davanzale di una finestra del Castello, appena in tempo per udire una voce che diceva:
"Come tutto è vuoto e cupo da quando la nostra sorellina ci ha lasciato! E quale infelicità nel sapere che il nostro destino è segnato e che mai più ritorneremo a vivere tra gli esseri umani!"
Dopo aver ascoltato altri gemiti e pianti, sporse la testolina dal davanzale e disse:
"Buongiorno a voi tutti!"
"Chi è che parla?", chiese il fratello maggiore.
"Sono io", rispose l'uccello, e volò dentro la stanza.
La vista dell'uccello dorato sorprese e rallegrò i poveri Principi deformi. Ci fu un coro di domande e risposte e ognuno di loro, come per incantesimo, riacquistò il suo aspetto originale. Caddero tutti in ginocchio riconoscenti per questa inaspettata liberazione.
Quale fu mai il loro stupore nell'apprendere che tra le ali d'oro di quell'uccello si nascondeva la loro sorellina! Lei raccontò loro tutto quanto le era successo dal giorno in cui l'avevano creduta morta e l'avevano adagiata nella cassa d'argento. Piansero tutti partecipando al dolore di lei per aver perso l'adorato sposo e il bambino che non aveva mai potuto abbracciare. Tentarono di consolarla e promisero d'impulso di andare dal Re a denunciare l'inganno, ma il viaggio era molto lungo, il luogo molto lontano e loro non conoscevano la strada.


Catrin Welz-Stein


La Regina-uccello aveva nostalgia del Castello dove vivevano il marito e il figlioletto. Intraprese il lungo volo di ritorno, arrivando a destinazione una mattina presto quando tutti dormivano, tranne il vecchio giardiniere che zappava la terra.
"Buongiorno, mastro giardiniere!", disse l'uccellino.
Il giardiniere si guardò intorno, ma non vedendo nessuno continuò il suo lavoro.
Udì di nuovo lo stesso saluto.
"Buongiorno, chiunque tu sia!", rispose il giardiniere.
L'uccello gli saltellò vicino e gli disse
"Come sta il mio Re?"
"Sta bene, grazie!", rispose il giardiniere.
"E il Principino?"
"Anche lui sta bene, grazie!"
"Che Dio ti benedica!", disse l'uccello dorato.
"Ma perché non chiedi della Regina?", disse il mastro giardiniere.
"Che Dio la ripaghi!", rispose l'uccello e volò via.
Il giardiniere rimase così sbigottito dalla visita dell'uccello dorato che raccontò la sua avventura, che, di bocca in bocca, giunse all'orecchio del Re, che si recò a fargli visita. E siccome il Re non riusciva a capitarsi dell'accaduto, chiese al giardiniere di lavorare sotto la sua finestra, e si nascose all'ora stabilita dietro alla tenda.
La mattina seguente, l'uccello arrivò alla stessa ora e, dopo aver salutato il giardiniere, chiese del Re e del Principino. E quando il giardiniere menzionò la Regina, l'uccello rispose come il giorno prima:
"Che Dio la ripaghi!"
E volò via.
Il Re fu anche lui assai sorpreso e ordinò che si piazzassero delle reti per acchiappare l'uccello. Ma questi, più furbo, le scansò.
Passò molto tempo e l'uccello si presentava al Castello ogni mattina alla stessa ora a dialogare allo stesso modo con il maestro giardiniere, senza rispondere ad altre domande.
Nell'animo del Re cresceva il desiderio di impadronirsi di quello strano uccello parlante e una bella mattina, presi gli abiti del giardiniere, si mise egli stesso a zappare. L'uccello gli saltellava sempre più vicino e alla fine il Re disse:
"Cos'è questo bisbiglio? Ah, eccoti qua di nuovo! Ma sto diventando proprio sordo e, se hai qualcosa da dirmi, poggiati su questo ramo e infilami il becco nell'orecchio".
L'uccello gli obbedì, e il Re ne approfittò per afferrarlo quando gli stava accanto all'orecchio. Lo portò nella sua stanza, lo mise in una gabbia e cominciò a parlargli. Ma l'uccello aveva perso la facoltà della parola.
Il Re fu felice di tenersi accanto quell'uccellino che, anche se muto, lo guardava con occhi così teneri, e gli parlava per ore, trovando grande conforto alla sua tristezza. Aveva severamente proibito di rivelare alla Regina la presenza dell'uccello dalle ali d'oro, ma le chiacchiere corrono e la Regina lo venne a sapere. Gli rimproverò allora di trascurarla per un animale irragionevole.
Un giorno, la Regina disse al medico di Corte che se non le avesse dato ascolto, ubbidendo ai suoi ordini, lo avrebbe discreditato presso il Re facendogli perdere l'incarico. E gli ordinò di dire al Re che l'unico modo di farla guarire era quello di darle in pasto l'uccello dalle ali dorate. Il medico, conoscendo la sua cattiveria, e considerando che un uccello di più o di meno non avrebbe danneggiato il Reame, si premurò di darle retta.
Il Re, pur addolorato, accondiscese alla disposizione del medico, nella speranza di riavere la sua sposa di una volta. Tirò fuori dalla gabbia l'uccello e lo stava consegnando nelle mani del cuoco, quando questi si liberò, ma invece di volar via, si poggiò sulla spalla del Re cominciando ad accarezzarlo in volto con le ali e mettendogli il suo beccuccio in bocca. Il Re ne fu così commosso che cominciò a piangere e ad accarezzare l'uccellino. Nel fare questo, sentì un nodulo sul collo dell'animale, e vide la capocchia di uno spillo.
"Povero piccolino - disse - come questo spillo deve farti male! Che ti sia concesso un attimo di sollievo, almeno prima di morire!"
Aveva appena estratto lo spillo, che si ritrovò tra le braccia la sua diletta sposa, la quale gli raccontò dell'impostura della madre. La gioia del Re nell'averla ritrovata era grande come lo sdegno per la frode della vecchia Regina cattiva.
Il cuoco ebbe l'ordine di arrostire un altro uccello e di portarlo alla Regina nella sua camera. Quando le venne portato l'uccello, lo divorò tutto, senza lasciare sul piatto neanche un ossicino.
Controllò persino che lo spillo d'oro gli fosse stato conficcato nel collo, ma il Re non aveva trascurato nemmeno questo dettaglio.
Per la prima volta la Regina si mostrò pienamente soddisfatta, e disse che non aveva mai in vita sua mangiato niente di migliore. Adesso che era di buon umore voleva che tutti fossero felici, e chiese al Re perché fosse così scuro in volto.
"Mah - rispose il Re - mi hanno dato un compito da assolvere che mi pesa molto."
"Che cosa sarà mai? - chiese la Regina - Tutto si può risolvere. Dimmi di cosa si tratta!"
"Beh - disse il Re - si tratta di condannare una madre che ha voluto mangiare la propria figlia."
"Che orrore! - disse la Regina - Chi commette una tale infamia deve essere affogato senza indugio."
"Più che giusto!", disse il Re, e, dopo esser passato nell'altra stanza, ritornò con la giovane Regina per mano.
Alla vista della figlia, la vecchia Regina fu colta da un tale terrore che le scoppiò il cuore e cadde morta stecchita sul letto.
I due giovani non riuscivano a saziarsi della gioia di essersi ritrovati e della rinata felicità, e vissero uniti fino alla fine dei loro giorni.



Fiabe Popolari Svedesi, Scelta, Traduzione e Note di Annuska Palme Sanavio.

"Variante di Biancaneve... A differenza di molte altre derivazioni svedesi della favola [sic!] dei Grimm Sneewittchen, diffusa nell'Ottocento in forma di canzone popolare, questa versione è autoctona.
Provenienza svedese: Regione dello Uppland"[N.d.A]

domenica 5 ottobre 2014

Il Palazzo dell'Omo Morto, Calvino n.32

In Italia, o segnatamente in Italia, esiste anche il Bell'Addormentato. Inoltre, vedremo che, in un certo modo, esiste un Biancaneve. Intanto, il Bell'Addormentato, qui e altrove, è esplicitamente indicato come l'Uomo Morto, senza poetici infingimenti. In questa variante calvinizzata, la  seconda parte si sviluppa secondo il motivo "Pietra Pazienza, Coltello Pazienza", (purtroppo, viene spesso omessa la bambola, vero fulcro della scena risolutiva, ma, giustamente, guardata con diffidenza) incontrato ne "La Schiavotta", e sublimato nella testa di Falada e nel forno di ferro, de "La Guardiana d'Oche".





na volta c'era un Re e questo Re aveva una figlia. Un giorno questa figlia era al balcone con le sue damigelle, quando passò una vecchia.
"Padroncina - disse la vecchia - mi faccia la carità, mi dia qualcosa".
"Sì, benedetta", le disse la giovane, e le buttò giù un cartoccio di quattrini.
"Padroncina, sono pochi...- disse la vecchia - me ne dia degli altri".
La figlia del Re buttò giù un altro cartoccetto.
La vecchia disse ancora:
"Padroncina, me ne dà un altro po'?"
Allora la figlia del Re perse la pazienza:
"Sapete cosa vi dico? Che siete una seccatrice.Ve n'ho dato due volte e non ve ne darò più altri!"
La vecchia allora si rivoltò e disse:
"Ah, è così? Ed io prego il cielo che tu non ti possa maritare se non trovi l'Omo morto!".
La figlia del Re si ritirò dal balcone e scoppiò in lagrime.
Suo padre, quando seppe la ragione del suo pianto, le disse:
"Ma non stare sempre dietro a queste storie!"
E lei:
"Non so cosa sarà di me, ma voglio andarmene, voglio andare a cercare l'Omo morto!"
"Fa' quello che vuoi! Io farò conto d'averti persa!", disse il Re scoppiando a piangere anche lui. La ragazza non gli badò e partì.
Dopo molti giorni di strada arrivò a un palazzo di marmo. La porta era aperta e dentro era tutto illuminato.
La ragazza entrò e chiese: "Chi c'è qua?"
Nessuno le rispose.
La ragazza andò in cucina: c'era la pentola che bolliva con la carne dentro; aperse: la credenza era piena di roba.
"Visto che ci sono, ci resto", disse la ragazza e si mise a mangiare perché in tanti giorni di viaggio le era venuta una gran fame. Mangiato che ebbe, aperse una porta e vide un bel letto.
"Io vado a coricarmi domani poi vedremo cosa salterà fuori".
Il giorno dopo si svegliò e riprese a girare per il palazzo. Aperse tutte le porte, finché non si trovò in una stanza dove c'era un uomo morto, lungo disteso.Vicino ai piedi c'era un cartello con su scritto:

Chi mi veglierà per un anno,
Tre mesi e una settimana,
sarà la mia dilettissima sposa.

'Ecco che ho trovato quello che cercavo - si disse la ragazza - Ora non mi resta che rimanere qui notte e giorno'. E non si mosse più di là, tranne che per farsi da mangiare.
Così passò un anno, e lei stava sempre sola a far la veglia al morto, quando un  giorno sentì gridare in Canalazzo:
"Chi vuol schiave... Chi compera schiave..."
'Guarda - disse la ragazza - vado subitò giù a prendermi una schiava. Almeno avrò compagnia e ogni tanto potrò buttarmi a dormire un momento, perché sono tanto stanca che non posso più tirare avanti'.
Andò al balcone, chiamò quello delle schiave e gliene comprò una. La portò su e la tenne sempre con sé.


Boulanger G.C.R."The Slave Market"


Passarono ancora tre mesi, e la ragazza era tanto stanca che disse alla schiava:
"Senti, adesso vado a letto; lasciami dormire tre giorni e basta; al quarto giorno chiamami. Mi raccomando, non sbagliarti!"
"Sta' tranquilla: non sbaglierò", disse la schiava.
La ragazza adò a dormire e la schiava restò notte e giorno col morto. Passarono tre giorni, ne passarono quattro, e la ragazza dormiva. La schiava pensava: 'Figuriamoci se vado a svegliarla! Che dorma! Che dorma!'
Ed ecco che viene il momento, e il morto apre gli occhi, vede la schiava, s'alza, l'abbraccia e dice:
"Tu sarai la mia dilettissima sposa!"
A quelle parole tutto il palazzo si disincantò. Saltarono fuori camerieri da una parte, damigelle dall'altra, cuochi, cocchieri: insomma si riempì di gente.
Il rumore svegliò anche la giovane. Capì che era passata la settimana.
"Ah, tradimento! - disse - Quell'anima nera non mi ha chiamato e io ho perso la mia fortuna! Maledetta l'ora e il momento in cui ho comperato quella schiava!"
L'Omo morto era Re e gran signore. E disse alla schiava:
"Sei stata sempre tu da sola a vegliarmi?"
Gli rispose la schiava:
"Avevo chiamato anche una donna, che stava un po' ogni giorno, ma dormiva sempre e mi serviva a poco."
"E adesso dov'è?", chiese il Re.
"E' chiusa in camera sua a dormire, come al solito".
E il Re sposò la schiava. Ma con tutto che la facesse vestire da gran regina, con l'oro e con brillanti, brutta era e brutta restava. Il Re fece corte bandita per otto giorni. Finito il pranzo, volle che tutti i servitori venissero con loro a tavola bianca, e disse alla sposa di far venire anche quella serva che le aveva fatto compagnia durante la veglia.
"Ma no, non vado a chiamarla - disse la sposa - Tanto non verrà: non fa altro che dormire".
Invece, la povera giovane non faceva altro che piangere e sospirare notte e giorno, perché per aver dormito un giorno di più aveva perso la sua fortuna.
Dopo gli otto giorni di corte bandita, il Re disse che doveva andare via, a vedere i suoi beni, e che aveva l'uso, ogni volta che andava via, di portare un regalo a tutta la sua servità. Fece venire tutti i servitori, e chiese cosa volevano: chi gli diceva un fazzoletto, chi un abito, chi un paio di brache, chi una velada, e lui si segnava tutto su un pezzo di carta per non dimenticarsi.
Disse alla sposa:
"Chiama quella tua serva, che senta cosa vuole, perché voglio portare qualcosa anche a lei". E fu chiamata la giovane. Il Re la trovò così bella e gentile nel tratto e nel parlare, che ne restò incantato.
"Dimmi, cara - le fece - cosa comandi che io ti porti".
"Mi faccia questo piacere - disse la ragazza sospirando - mi porti un acciarino, una candela nera e un coltello".
Il Re restò molto stupito a sentirsi chiedere quelle tre cose:
"Bene, bene, sta' tranquilla, non mi dimenticherò di portartele".
Partì, fece le cose che aveva da fare, e quand'ebbe finito andò a comprare i regali per la servitù.. E carico di tutte queste compere, salì sul bastimento per tornare. Il bastimento levò l'ancora, ma non poteva andare né avanti né indietro. I naviganti chiesero:
"Sacra Maestà, non ha per caso dimenticato niente?"
"No, niente", rispose, ma poi andò a guardare la sua nota, e vide che aveva dimenticato le tre cose per quella giovane. Scese subito a terra, andò in una bottega e domandò le tre cose.
Il negoziante lo guardò bene in faccia.
"Mi scusi se le domando per chi sono queste cose".
"Le devo dare a una mia serva", disse il Re.
"Allora, mi stia a sentire. Faccia così: quando arriva a casa, non le dia niente, la faccia aspettare tre giorni. Dopo questi tre giorni, vada nella stanza di questa serva e le dica: 'Vammi a prendere un bicchiere d'acqua e ti darò le tre cose'. Quando sarà uscita, gliele posi sul comò, e poi si nasconda sotto il letto o in qualche posto in modo da poter vedere cosa fa".
"Ho capito", disse il Re.
Arrivato a casa, tutti i servitori gli corsero incontro e a ognuno lui diede il regalo promesso. Per ultima venne quella giovane, e gli domandò se le aveva comprato quelle tre cose.
"Ah, noiosa! - fece lui - Te le ho comprate, sì, e te le darò poi".
La giovane tornò in camera sua e si mise a piangere, pensando che non le avesse portato niente.Dopo tre giorni, sente bussare alla sua porta ed era il Re.
"Sono qua per darti i tuoi regali, ma prima vammi a prendere un bicchier d'acqua, ché ho sete".
La ragazza corse via, il Re mise tutto sul comò e poi si nascose sotto il letto. Quando lei tornò e non trovò più il Re, si disse:
"Ecco, me l'ha fatta ancora una volta di lasciarmi senza niente".
Posò il bicchiere sul comò e s'accorse che c'erano i regali.
Allora chiuse la porta col catenaccio, si spogliò, battè l'acciarino, accese la candela nera e la mise su un tavolino. Poi prese il coltello e lo conficcò nel tavolino. S'inginocchiò in camicia davanti al coltello e disse:
"Ti ricordi quand'ero a casa con Sua Maestà mio padre, e una vecchia m'ha detto che non mi sarei maritata se non avessi trovato l'Omo morto?"
E il coltello rispose: "Sì, che mi ricordo"
"Ti ricordi quando sono andata per il mondo e ho trovato un palazzo e dentro ho visto l'Omo morto?"
E il coltello rispose: "Sì che mi ricordo"
"E di quando ho vegliato per un anno e tre mesi e ho comprato quella brutta schiava per mia compagnia, e le ho detto che mi lasciasse dormire tre giorni, perché ero stanca, e lei invece mi ha lasciato dormire tutta la settimana, e allora l'Omo morto s'è disincantato, l'ha abbracciata e l'ha sposata?"
E il coltello rispose: "Purtroppo mi ricordo"
"A chi sarebbe stato giusto toccasse quella fortuna? A me che ho penato un anno e tre mesi, o a lei che è restata lì pochi giorni?"
E il coltello rispose: "A te"
"Visto che ti ricordi e che dici che quella fortuna doveva toccare a me - fece la ragazza - sconficcati da questo tavolino e conficcati nel mio petto".
Il Re, da sotto al letto, appena sentì il coltello che si sconficcava dal tavolino, saltò fuori, abbracciò la giovane e disse:
"Ho sentito tutto! Sarai la mia sposa! Adesso sta' tranquilla nella tua stanza: lascia fare a me".
Andò dalla schiava e le disse:
"Ora che sono tornato dal mio viaggio voglio fare otto giorni di corte bandita".
"Sta' attento a non sprecare tanto i soldi", disse la schiava.
"Sai, ho sempre avuto quest'uso, tutte le volte che ho fatto un viaggio".
Si fece corte bandita con un gran pranzo. Disse il Re alla schiava:
"Voglio tutti i miei servitori a tavola bianca, e tu chiama la tua serva, che voglio anche lei".
"Ma lasciala stare quella là, che è un rospo!"
"Se non la vai a chiamare tu, vado io".
E così la giovane venne a tavola, tutta lagrimosa come al solito.
Finito il pranzo, il Re raccontava del suo viaggio. E disse che era stato in una città dov'era successo un caso come il suo, d'un Re fatato, che una giovane aveva vegliato per un anno e tre mesi, poi aveva preso una schiava per farle compagnia, e che la giovane, stanca com'era, era andata a dormire, e la schiava non l'aveva svegliata, e l'Omo morto ridestandosi aveva trovato la schiava, e l'aveva sposata.
"Ora mi dicano loro a chi sarebbe toccato d'esser sposa del Re: a quella della settimana, o a quella dell'anno e tre mesi?"
E tutti gli risposero:
"A quella dell'anno e tre mesi".
E il Re:
"Ecco, signori. Questa è la donna dell'anno e tre mesi, e questa la schiava da lei comprata. Mi dicano ora lor signori che morte dobbiamo dare a questa brutta mora che ha così tradito la sua padrona"
E tutti saltarono su a dire:
"Sia bruciata in mezzo alla piazza in un barile di pece!"
Così fu fatto, e il Re sposò la giovane e vissero sempre felici e contenti, e neanche di loro si parla più, ormai.


Briton Rivière


Calvino n. 32
Classificazione: AaTh 437 [The Supplented Bride]

Come (quasi) sempre, la Madre è uno dei Cunti del Pentamerone: la Fiaba introduttiva o fiaba-cornice.
Varianti che riprendono sia il motivo della Bambola e/o della Pietra  e del Coltello che il motivo della Falsa Sposa  o la Sposa Scambiata:

"Pietra Pazienza e Coltello Pazienza", (Turchia), raccontata da Pearl S. Buck.
"Nourie Hadig", (Armenia), raccontata da A.Carter
"'O Zinzulo 'e Sette Bellezze", De Simone
"Lu Sangunazzu", Pitrè n.66

Naturalmente, Calvino, di una fiaba meridionalissima, ricca di influenze orientali, sceglie di pasticciare con una variante veneta, spegnendone ritmo, colore e fantasia. Nelle sue stesse note, a parte una variante lombarda, ricorda una abruzzese, una campana, "in dialetto d'Avellino", (raccolta da V. Imbriani), la variante del Pitrè e una sarda.

In Basile, la "Disgrazia" iniziale nasce dal motivo de La Principessa che non Ride.
"Dice ch'era na vota lo Re de Valle Pelosa, lo quale aveva na figlia chiammata Zoza, che, comme n'autro Zoroastro o n'autro Eracleto, non se vedeva maie ridere..."
Per tentare di scuoterla, il Re fa costruire, proprio davanti alla Reggia, una fontana che butta olio. In ultimo, accorre anche una vecchia con una piccola oliera. L'ha appena, faticosamente, riempita che un paggio dispettoso gliela fracassa per gioco lanciando un sasso. La vecchia si risente un po'...
"Per la quale cosa la vecchia, che non aveva pilo alla lengua, né portava 'n groppa, votatose a lo paggio, commenzale a direle: 'Ah zaccaro, frasca, merduso, piscialietto, sautariello de zimmaro, pettola a culo, chiappo de 'mpiso, mulo canzirro! ente, ca puro li pulece hanno la tosse! Va', che te venga cionchia, che mammata ne senta la mala nova, che non ce vide lo primmo de maggio! va', che te sia data lanzata catalana o che te sia data stoccata co na funa, che non se perda lo sango, che te vengano mille malanne, co' l'avanzo e presa e viento a la vela, che se ne perda la semmenta, guzzo, guitto, figlio de 'ngabellata, mariuolo!'". Il paggio le risponde con lo stesso linguaggio pittoresco, e, a mo' di sfregio, la vecchia si alza la veste, e auzato la tela de l'apparato, fece vedere la scena voscareccia... provocando l'ilarità della figlia del Re, che rise fin quasi a morirne. E scatta la maledizione.
Com'è naturale, nelle versioni più antiche (e autentiche, ovvero, meno ritoccate) certi dettagli rivelano ciò che sarebbe già facilmente deducible.
Una bambola simile l'abbiamo incontrata in "Vasilisa la Bella". Ma lì, più nobilmente, sostituiva la statuina dell'Antenata.
In questo tipo fiabesco, ci allontaniamo dal culto per avvicinarci alla magia, non propriamente quella delle fatine bocciuolo con le alucce glitterate.
Una bambola, un coltello nero...

Nella fiaba del Pitrè, il nesso tra la bambola e la Schiava traditrice è palese. Man mano che, nella sala del monastero, la Schiava s'ingozza, si gonfia e gonfia sempre più. Lo stesso fa la "pupidda", sola con la ragazza, che le racconta le sue sventure. E la Schiava finisce per scoppiare, proprio nel momento in cui la ragazza racconta del matrimonio con il Re, e, nello stesso momento, scoppia la "pupidda".


Forest Rogers




"Lu Re purtau la zita a la batìa e tutti li parenti monachi ci misiru a dari cosi duci. La Scavuzza comu si mangiava li cosi duci, jia ungiannu. La giuvina chiusa pirò si misi a cuntari tutti li soi svinturi a la pupidda, la quali ci calava la testa e unghiava. Comu arrivau a lu puntu ca lu Re si pigghiau la Scavuzza, scatta la Scavuzza e tutti li monachi si spavintaru. Scatta dunca la Scavuzza, e accussì scatta pura la pupidda. Comu dda giuvina vitti ca scattau la pupidda, pigghiau lu cuteddu pri ammazzàrisi. Lu Re si misi darreri la porta d'idda, detti un càuciu a la porta e si pigghiau pri sposa ad idda".