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domenica 19 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Terza e Ultima Parte)


Gabriel Pacheco



E la Sirenetta abbandonò la sua aiuola e nuotò fino al gorgo mugghiante al di là del quale abitava la Strega. Non si era mai spinta in quei luoghi remoti, dove non crescevano fiori né erbe marine. Solo nuda sabbia grigia si estendeva fino al vertiginoso abisso dove un terribile vortice d'acqua turbinava come la ruota di un mulino, e trascinava nello sprofondo tutto ciò che riusciva a ghermire.
E i vapori velenosi di quel vortice dovette attraversare la Sirenetta per raggiungere il dominio della Strega del Mare, e, per un lungo tratto, fu costretta a nuotare sul pantano ribollente che la Strega chiamava la sua torbiera.
E al di là del pantano era la sua dimora, nel mezzo di una foresta ben strana, i cui alberi, rami e sterpeti erano, infatti, polipi, per metà animali e per metà piante.
Parevano serpenti dalle cento teste che spuntavano dal suolo: i rami erano lunghe braccia viscide, con dita mollicce come vermi, ed era tutto un torcersi ed uno strisciare, e ciò che riuscivano a brancicare lo avvinghiavano stretto e non lo lasciavano andare mai più.
Per un istante, alla Sirenetta mancò il cuore per lo spavento: fu tentata di tornare indietro, ma ripensò al Principe, ripensò all'agognata anima immortale, e riprese coraggio. Si avvolse i lunghi, fluttuanti capelli intorno alla testa perché i polipi non glieli afferrassero, si strinse le braccia sul petto, e continuò ad avanzare, guizzando come un pesce, tra le orribili lunghe braccia e le dita mollicce protese per afferrarla.
Vide uomini annegati e colati a picco sul fondo, e, adesso, bianchi scheletri nella morsa dei polipi, e remi e relitti di naufragi, e ossa di animali marini, e scheletri di navi affondate, e persino una piccola sirena che i polipi avevano ghermito e strangolato, e questo fu lo spettacolo più orribile da sopportare per la Principessina.
Giunse, infine, ad una grande palude nel cuore della spaventosa foresta, dove enormi bisce d'acqua strisciavano all'intorno, e svolgevano le loro spire mostrando il ventre giallastro. E nella palude sorgeva la dimora della Strega, edificata con bianche ossa di naufraghi, e là se ne stava la Strega, impegnata a dar da mangiare ad un rospo dalla propria bocca, così come noialtri, a volte, porgiamo un pezzetto di zucchero ad un canarino.
La Strega chiamava gli orridi serpenti  i "suoi cari pulcini", e lasciava che le strisciassero in grembo e intorno alle spalle.



Lomaev A.


sabato 11 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Seconda Parte)

Quando la Sirenetta emerse dalle onde, il sole era appena tramontato; pure, le nuvole avvampavano ancòra di rosa e oro, e, nel cielo trasparente, risplendeva, nella sua solitaria bellezza, la stella della sera. L'aria era pura e fresca, e il mare, calmo, senza un'increspatura. C'era un grande bastimento a tre alberi, ma con una sola vela spiegata, poiché non spirava un alito di vento; e i marinai se ne stavano seduti sulle sartie e sui fasci di cordami. Risuonavano musica e canti, e, quando si addensarono le ombre della sera, vennero accese centinaia di luci colorate, e pareva che avessero issato le bandiere di tutte le nazioni del mondo.



Galya Zinko


venerdì 3 febbraio 2017

La Sirenetta, H.C. Andersen, Traduzione Mia (Prima Parte)


Illarionova N.



In mare aperto, l'acqua è blu come i petali dei fiordalisi più belli, e trasparente come il cristallo più puro, ma è molto profonda, così profonda che non è possibile gettare l'ancora; così profonda che bisognerebbe mettere i campanili di tante, tante chiese l'uno sopra l'altro per arrivare a scorgere la cima dell'ultimo.
Ed è laggiù che ha la sua dimora il Popolo del Mare.
Ma non crediate che sul fondo ci siano solo distese di candida sabbia! Vi crescono stranissimi alberi e piante i cui rami e steli e petali sono così flessuosi che ondeggiano al minimo movimento dell'acqua tanto da sembrare esseri viventi.
Pesci grandi e piccoli nuotano tra i loro rami, proprio come gli uccelli volano fra i rami degli alberi sulla terra.
E, nel profondo più profondo, si erge il Castello del Re del Mare. Le mura sono di corallo, e le alte finestre ad ogiva dell'ambra più trasparente, ma il tetto, formato da conchiglie che si aprono e si chiudono secondo il movimento dell'acqua, è uno spettacolo meraviglioso perché ogni conchiglia racchiude una luminosa perla, e una sola di quelle perle sarebbe il più superbo ornamento per la corona di qualsiasi regina.


Lomaev A.


lunedì 6 gennaio 2014

La Baba Jaga - Afanas'ev (Russia)

'erano una volta un marito e una moglie, ed ebbero una figlia; ma la moglie morì. Il contadino si risposò, e nacque un'altra figlia. Però la seconda moglie non amava la figliastra, e rendeva la vita impossibile alla povera orfanella. Pensa e ripensa, il nostro contadino portò la figlia nel bosco. Cammina per il bosco, guarda: c'è un' izba con le zampe di gallina. Ecco che il contadino dice: "Izba, izba! Volgi il dorso alla foresta e guardami". L'izba si voltò. Il contadino entra nell'izba e dentro c'è la Baba-jaga: prima la testa, in un angolo un piede, nell'altro, l'altro piede.




"Sento odor di russo!", dice la Baba-jaga.
Il contadino s'inchina: "Baba-jaga gamba d'osso! Ti ho portato mia figlia a servizio".
"Benissimo! Servimi, servimi - dice la Baba-jaga alla fanciulla - ed io ti ricompenserò".
Il padre si accomiatò e tornò a casa. La Baba-jaga diede alla fanciulla un mucchio di roba da filare, e la stufa da accendere, e da provvedere a tutto, e poi se ne andò. La fanciulla si appoggia alla stufa e piange amaramente. Accorrono dei topolini e le dicono: "Ragazza; ragazza, perché piangi? Dacci la polentina, e noi ti diremo una bella cosina".
La fanciulla diede la polentina.
"Ecco - dicono - tu infila un filo per ogni fuso".
Tornò la Baba-jaga: "Beh - dice - hai provveduto a tutto?".
La ragazza ha tutto pronto.
"Bene, adesso va', preparami il bagno".
La Baba-jaga lodò la fanciulla e le regalò un sacco di cose. Poi uscì di nuovo e le lasciò degli incarichi ancora più difficili. La fanciulla piange di nuovo. Arrivano i topolini: "Perché piangi dicono bella ragazza? Dacci la polentina, e noi ti diremo una bella cosina".
Essa diede loro la polentina, e i topi le insegnarono di nuovo che cosa doveva fare e come. La Baba-jaga, tornata che fu, la lodò un'altra volta e le fece dei regali ancora più belli...

Kinuko Y Craft


Ma la matrigna intanto manda il marito a vedere se la figlia è ancora viva. Il contadino andò, arriva e vede che la figlia è diventata ricca, anzi, ricchissima.
La Baba-jaga non era in casa, ed egli portò via la figlia con sé. Mentre si avvicinano al loro villaggio, a casa il cagnolino abbaia: "Bu, bu, bu! Arriva la padroncina, arriva la padroncina!".
La matrigna corre fuori, e picchia il cane col matterello. "Bugiardo - lo sgrida - faresti meglio a dire: sento il rumore delle sue ossa nella cassettina!"


Illarionova N.


Ma il cane continua tale e quale. Arrivano. La matrigna non dà pace al marito, perché non porti dalla Baba-jaga anche l'altra figlia. Il contadino ce la porta. La Baba-jaga lasciò anche a lei il lavoro e uscì. La ragazza è fuori di sé per la stizza e piange. Accorrono i topolini. "Ragazza, ragazza, perché piangi?", chiedono.
Ma lei non li fece neppure finire, e giù botte, col matterello e col resto; con loro si diede un gran daffare, ma, quanto al resto, non fece un bel nulla! Arrivò la Baba-jaga, si arrabbiò. La volta dopo, stessa cosa: allora la Baba-jaga se la mangiò, e mise le ossa in una cassettina.
A questo punto la madre manda il marito a cercare la figlia. Il padre andò, ma riportò solo gli ossicini. Quando è vicino al villaggio, il cagnolino, davanti alla casa, abbaia di nuovo: "Bu, bu, bu! Sento il rumore delle ossa nella cassettina!". Arrivò il marito; la moglie stramazzò, morta.
Eccoti una storiella, e a me una ciambella.

Afanas'ev, "Fiabe Popolari Russe".

Posto, in successione, due varianti de "La Baba-jaga". In questa, è evidente che la Baba-jaga e Morozco svolgono esattamente la stessa funzione.