Visualizzazione post con etichetta Pollicino. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Pollicino. Mostra tutti i post

giovedì 15 gennaio 2015

Il Cervo Meraviglioso (Lotaringia)

na volta un fabbricante di scope viveva con la moglie e due figlie in una capanna nei pressi del bosco. Pur essendo molto poveri, i due coniugi vivevano onestamente. Ogni giorno si recavano nel bosco a cercare le ginestre e i rami secchi che occorrevano loro per costruire le scope. Un giorno però la moglie si ammalò e morì, lasciando da solo il marito con le due piccole figlie, che si chiamavano Magretl e Annele. Non potendo portare le bambine con sé nel bosco e non volendo nemmeno lasciarle sempre sole, l'uomo decise di risposarsi, ma la nuova moglie, ben lungi dall'essere una buona madre, elaborò un crudele progetto per liberarsi della piccola Annele, che non era buona a nulla e le sembrava solo di impiccio. Magretl invece poteva esserle utile perché l'aiutava nei lavori domestici, nel fare le scope, nel badare alle capre. Per questo iniziò a manifestare una netta preferenza per Magretl, e a trattare male Annele. Cercò di convincere Magretl che sarebbe stato molto meglio se la sorellina non fosse proprio esistita, e che le loro condizioni sarebbero migliorate se non avessero avuto da nutrirla e vestirla. E poi tutti i soldi che ora spendevano per i vestiti di Annele, li avrebbero potuti spendere per farne di più belli a Magretl. Magretl, che era una bimba superba, cadde facilmente nel tranello preparato dalla matrigna. Così entrambe cominciarono a cercare un sistema per sbarazzarsi di Annele.
Pensarono di recarsi in mezzo al bosco con la scusa di raccogliere funghi e bacche e far provvista di legna per l'inverno, e qui giunte abbandonare Annele e fuggire. In questo modo non le avrebbero fatto del male e si sarebbero liberate di lei senza incorrere nell'ira del padre. Annele però si trovava proprio davanti alla porta della stube (Soggiorno caratteristico delle abitazioni tirolesi) quando udì questi discorsi e scoprì così il piano ordito dalla matrigna e dalla sorella. Si chiedeva che cosa avrebbe fatto una volta sola nel bosco; aveva anche udito che vi si aggiravano branchi di lupi, e ne aveva una gran paura.
Pensò allora di correre dalla sua madrina, che era sorella della sua vera mamma e che sicuramente l'avrebbe aiutata. Non appena Annele le ebbe raccontato tutto, costei le disse:
"Su, non piangere più cara; ora ti do un sacchettino di segatura e domani, quando andrete nel bosco, senza farti vedere spargerai dietro di te la segatura, in modo da poter poi ritrovare la strada".
La bimba fece come le aveva consigliato la madrina. Il mattino seguente, dopo aver camminato per un tratto nel bosco, le tre donne si fermarono su una roccia coperta di muschio, mangiarono il loro pane e colsero qualche bacca.
A un certo punto la matrigna, rivolgendosi a Magretl, disse:
"Ho un tale fastidio in testa! Spidocchiami un po' mentre Annele ci precede giù per la discesa a raccogliere la legna".
Pur sapendo che si trattava di una scusa per farla allontanare Annele ubbidì e andò in cerca di rami secchi, continuando però a spargere dietro di sé la segatura. Raccolse la legna e quando vide che le altre non la raggiungevano, tornò alla roccia dov'erano sedute poco prima; la matrigna e Magretl non c'erano già più come la bimba supponeva. Allora Annele continuò a seguire la striscia di segatura e giunse felicemente a casa. Gettò il fascio di legna sotto la tettoia ed entrò in cucina. Quando la matrigna la vide corse in camera e disse a bassa voce: "Magretl, Annele è riuscita a tornare. Domani dobbiamo ritornare nel bosco, e portarla ancora più lontano in modo che non ritrovi la strada".
Annele, che aveva origliato alla porta, si rivolse di nuovo alla sua madrina che le disse: "Vedo che quella donna malvagia non si dà pace, finché non si libera di te. Prendi questo sacchetto di farina d'avena e spargila dietro di te come hai fatto con la segatura e anche questa volta ritroverai la strada per tornare a casa". Annele rincasò e mentre tutti sedevano a tavola per la cena la matrigna disse: "Domani andiamo di nuovo a cercare funghi e quindi dobbiamo inoltrarci più di oggi nella foresta".
Annele sapeva già il vero significato di quelle parole, ma non aveva paura; prima di coricarsi si inginocchiò davanti al letto e nella sua preghiera serale chiese a Dio di proteggerla.
Il giorno seguente si recarono nuovamente nel bosco. La matrigna e Magretl procedevano, entrambe molto divertite. Annele le seguiva triste, chiedendosi che cosa avesse fatto di male per meritarsi il loro odio. Quando furono nel bosco si sedettero ancora su una roccia e mangiarono il loro pane. Questa volta la matrigna disse:
"Mi sento mordere sulla gamba. Vieni Magretl, deve esserci una pulce nella mia calza: cerca di prendermela, tu che ci vedi bene e sei più svelta di me".
Magretl si inginocchiò per catturare la pulce della matrigna, e Annele fu spedita avanti con la solita scusa della legna. Anche questa volta Annele sparse dietro di sé la farina d'avena e così la sera giunse di nuovo a casa. Questa volta la matrigna si adirò moltissimo e disse a Magretl:
"Vorrei proprio sapere chi ha messo il suo zampino in questa vicenda. La prossima volta non deve tornare a casa in nessun modo, costi quel che costi". Udite queste parole Annele corse dalla sua madrina.
"Quella donnaccia! - disse la madrina - Stai tranquilla che ti aiuterò. Ora non ho però nient'altro che questo sacchettino di semi di canapa; prendilo e getta dietro di te i semi".
La madrina non si rese però conto di averle dato un cattivo consiglio. Il mattino seguente tornarono nel bosco; a mezzogiorno si sedettero sul tronco di un albero a mangiare il loro pane, Magretl ricominciò a spidocchiare la matrigna e Annele fu mandata più avanti. Al momento di far ritorno sui suoi passi, la bimba si accorse con terrore che gli uccellini stavano beccando gli ultimi semi di canapa rimasti. Non ritrovò quindi più la strada di casa e scoppiò a piangere Quando poi le ombre degli alberi cominciarono ad allungarsi e iniziò a calare la sera, Annele si mise a pregare; poi fu assalita dalla paura dei lupi, che sarebbero sopraggiunti nel corso della notte e, visto che era una bimba furba e sapeva arrampicarsi come uno scoiattolo, decise di salire su un albero per guardarsi intorno e vedere se nelle vicinanze non vi era per caso un maso o un paese. Così si accorse che in lontananza, nel mezzo del bosco, si levava un sottile filo di fumo. Si precipitò allora verso quel fumo e si trovò davanti a un'alta roccia incavata, chiusa con una parete di rami secchi, dove si poteva scorgere una piccola porta.




La bimba abbassò la maniglia e dall'interno una voce domandò: "Chi è?"
Ella rispose: "Sono Annele", e chiese ospitalità per la notte.
La voce disse: "Puoi entrare solo se mi prometti che rimarrai tutta la vita con me, che non lascerai mai entrare nessuno in questa casa e che non mi tradirai mai". La bimba promise tutto, perché voleva trovare un rifugio prima che calasse la notte. Fu fatta entrare, e invece di un uomo vide un cervo dietro alla stufa. Annele si spaventò e stava per scappare quando il cervo le si rivolse con una voce d'uomo, e con uno sguardo così dolce che le fece passare ogni paura. Sollevando le sue corna enormi disse:
"Non devi fare altro che mungermi ogni mattina prima dell'alba e ogni sera prima del tramonto. Potrai bere il mio latte e se non farai entrare nessuno, nemmeno la tua sorella di sangue, io ti procurerò tutti i vestiti di velluto e seta che vorrai. Se tu però mi tradisci la nostra fortuna terminerà".
Annele promise, si mise nel letto che si trovava nell'angolo e sprofondò nelle piume come in una nuvola.
All'indomani, come aveva promesso, il cervo le portò dei vestiti così belli che sembravano quelli di una principessa. Da quel momento i due vissero felici e contenti nella grotta e gli anni passavano come fossero giorni.
Nel frattempo Magretl era diventata più giudiziosa e spesso pensava alla sua povera sorella e a ciò che le aveva fatto. Un bel mattino, andando nel bosco a far legna, smarrì la strada tra le felci e i cespugli. Giunta allo stremo delle forze si fermò a riposare e pregò Dio di aiutarla, ora che si trovava nella stessa situazione di pericolo e paura nella quale anni prima aveva gettato la sorella.


Rackham A.



Quando si svegliò il sole era al tramonto; piangendo e pregando si arrampicò anche lei su un albero come aveva fatto Annele e scorse in lontananza una sottile striscia di fumo. Seguendo quel segnale giunse alla roccia e bussò ripetutamente alla porta senza ottenere risposta. Proseguì allora il suo cammino fino a una grossa quercia dal tronco incavato, che le offrì protezione per la notte.
Il mattino dopo si alzò e cercando la via del ritorno giunse nuovamente alla roccia. Essendo ancora stanca, affamata e impaurita, e non conoscendo la strada, cominciò di nuovo a bussare alla porta, pregando e implorando di farla entrare per pietà di Dio, che lei era solo una povera ragazza che si era smarrita nel bosco. Annele riconobbe la sorella dalla voce, ma ricordando la promessa fatta al cervo non aprì e disse:
"Non posso far entrare nessuno, anche se lo volessi; non posso aprire la porta nemmeno alla mia sorella di sangue, perciò andatevene pure, perché se io non ubbidissi accadrebbe una disgrazia".
La sorella cominciò allora a lamentarsi e piangere, in modo tale da impietosire anche i sassi. Annele, che era buona di animo, non riuscì a sopportare a lungo le lacrime e le preghiere della sorella maggiore, e alla fine le aprì la porta e la accolse. Magretl, trovandosi davanti la sorella, le chiese scusa per i dolori che le aveva causato. Accortasi dei magnifici abiti che la sorella minore indossava, le si sedette vicino sulla panca del focolare e cominciò a tempestarla di domande. Annele, per non tradire la sua promessa, inventò una serie di storie dicendo dapprima di abitare presso un orso, poi presso un lupo e infine, cedendo alle lusinghe della sorella che non le credeva, le raccontò tutto.
Dopo essersi tradita Annele divenne molto triste. Magretl, invidiosa della sorte toccata alla sorella, si fece indicare la strada del ritorno e una volta a casa raccontò tutto alla matrigna che le disse:
"Domani andremo nel bosco e cercheremo la grotta, poi prenderemo Annele con il suo cervo e i suoi vestiti. I bei vestiti ce li terremo per noi e il cervo lo faremo uccidere".
Quando quella sera il cervo tornò a casa, era molto triste, e senza dire nulla si mise dietro la stufa e fece finta di dormire. Annele non osava guardarlo per la vergogna e il pentimento. D'un tratto però gli chiese:
"Perché sei così silenzioso stasera, caro cervo?".
"Come farei a non tacere - rispose il cervo - quando tu hai parlato così tanto? Non hai seguito il mio ordine e ora è la fine! Tutto è perduto per entrambi. E pensare che tu avresti potuto liberarmi! Invece ora io devo morire e tu sarai costretta a far ritorno alla tua antica miseria. La tua matrigna verrà a prenderti assieme a tua sorella e io non potrò più aiutarti, perché mi uccideranno".
Annele pianse per tutta la notte, il dolore le spezzava il cuore. Il cervo non poté resistere a questa vista e la consolò dicendole:
"Io ora devo morire per te, ma questo fatto si muterà nella tua fortuna. Quando la tua matrigna mi avrà ucciso, fatti consegnare il mio cuore, le mie corna e il mio zoccolo posteriore sinistro. Poi sotterra il mio cuore, mettigli sopra le mie corna e per ultimo il mio zoccolo. Tre giorni dopo ritorna sulla mia tomba: vi troverai un albero di ciliegie rosso scure, che avranno la forma del mio cuore. Le ciliegie cresceranno d'estate e d'inverno, e nessuno, eccetto te, sarà in grado di coglierle. Queste ciliegie, nate dal mio cuore, ti faranno diventare la donna più ricca e più felice del paese".
Il giorno seguente la matrigna e la sorella giunsero alla grotta a prendere Annele, e condussero via anche il cervo, che le seguì senza opporre alcuna resistenza, poiché la matrigna era una strega cattiva e lo teneva in suo potere. Fece quindi uccidere l'animale da un cacciatore. Annele pianse con tutto il cuore la morte del suo amico, ma questa volta non si dimenticò di seguire i consigli che il cervo le aveva dato prima di morire. Si fece consegnare il cuore, le corna e lo zoccolo, e fece come le era stato detto.
Quando dopo tre giorni tornò sul posto trovò un albero di ciliegie a forma di cuore, così rosse e così grosse come non se ne erano mai viste da quelle parti.
Un giorno d'inverno, dopo un'abbondante nevicata, passarono davanti alla casa di Annele il duca di Lotaringia e suo figlio, di ritorno da un lungo viaggio. Erano stati infatti in pellegrinaggio in Terra Santa e il figlio aveva riportato in battaglia gravi ferite, provocate dal misterioso veleno con cui i pagani avevano cosparso le punte delle lance, e che nessuno era in grado di guarire. Quando il duca vide in mezzo alla neve quell'albero carico di ciliegie così grosse, pensò a un prodigio: forse quelle ciliegie miracolose avrebbero potuto guarire suo figlio! Nello stesso momento anche il giovane aprì gli occhi, vide le ciliegie e subito sembrò desiderarle. Il duca si avvicinò allora alla staccionata del giardino, chiamò a gran voce verso la casa e, senza farsi riconoscere, chiese alcune ciliegie. Magretl uscì e cercò di cogliere quei frutti, ma ogni volta che allungava la mano i rami si sollevavano e le ciliegie non si facevano cogliere. Allora provò la matrigna, ma nemmeno lei riuscì a raggiungere i rami che si erano allontanati. Il duca, meravigliato, chiese se in casa non c'era nessun altro. La matrigna e la figlia dissero di no ma in quel momento uscì di casa Annele, alla quale il duca ripeté la richiesta. Molto volentieri rispose la ragazza e si diresse verso l'albero. I rami si piegarono allora verso di lei e le ciliegie le caddero in mano.



Westerman J.


Il figlio del duca pensò che Annele fosse una santa mandata da Dio, mangiò le ciliegie e immediatamente guarì. Il vecchio duca era molto contento e disse: "Come ringraziamento diverrai la sposa di mio figlio".
Annele si rifiutò perché provava soggezione per quel nobile signore, lei che era solo una povera ragazza. Ma anche il giovane duca insistette: erano state le sue ciliegie a guarirlo e quindi lei doveva diventare sua moglie. Non avrebbe ceduto per nessuna ragione. Annele allora raccontò al duca tutta la sua storia e pianse per la misera sorte toccata al suo amico cervo. Il giovane duca le regalò un anello con un carbonchio sul quale era inciso lo stemma di Lotaringia, le rivelò di essere l'erede al trono, e che il padre era l'attuale regnante, e le disse che sarebbe diventata duchessa. Dopodiché l'accolse sulla sua carrozza. La matrigna divenne verde dall'invidia e dall'ira. Prima di andarsene Annele fece salire sulla carrozza anche il suo vecchio padre. Giunti al palazzo vennero celebrate le nozze più belle e sontuose che si fossero mai viste. Annele lasciò vivere suo padre con lei al castello in una bella stube ampia. Perdonò poi anche la sorella, mentre quella vecchia strega della sua crudele matrigna venne messa al rogo dal duca.
In seguito si ordinò che non venisse più ucciso un cervo in tutto il ducato di Lotaringia, e che si coltivassero le ciliegie a forma di cuore in tutta la regione. Ancora oggi in Lotaringia si possono trovare queste bellissime ciliegie.

Di Angelika Merkelbachpinck, dalla raccolta "Il Bosco. Miti leggende e fiabe", Mari-Kindl.

martedì 6 maggio 2014

Il Diletto Orlando, Grimm n.56

'era una volta una donna che era una strega e aveva due figlie: una, brutta e cattiva, era la sua figlia; l'altra, buona e bella, era la figliastra. Ed ella tanto amava la prima, quanto odiava la seconda. Un giorno la figliastra aveva un bel grembiule che piaceva all'altra, tanto che quest'ultima, invidiosa, andò dalla madre e disse: "Quel grembiule deve essere mio".
"Sta' tranquilla, bimba mia, lo avrai - disse la vecchia - la tua sorellastra ha meritato la morte da un pezzo, e questa notte, mentre dorme, verrò a tagliarle la testa. Bada solo di coricarti dietro e spingila ben bene sul davanti".



Schirmer Jana


La povera fanciulla sarebbe stata perduta se, per caso, non si fosse trovata in un angolo da cui potè sentire tutto. Quando fu l'ora di andare a dormire, lasciò che si coricasse prima la sorella cattiva, e che si mettesse dietro, come desiderava; ma non appena questa fu addormentata, la sollevò e la mise sul davanti vicino al bordo del letto, prendendo il suo posto dall'altra parte. Durante la notte entrò quatta quatta la vecchia: nella mano destra aveva una scure, mentre con la sinistra tastava se c'era qualcuno sul davanti; poi afferrò la scure con ambo le mani e spiccò la testa alla propria figlia.






Quando se ne fu andata, la figliastra si alzò, corse dal suo innamorato, che si chiamava Orlando, e bussò alla sua porta. Quand'egli uscì, gli disse:
"Ascolta, mio diletto, dobbiamo fuggire più in fretta possibile: la matrigna voleva uccidermi, ma ha colpito sua figlia. Quando si fa giorno e vede ciò che ha fatto, siamo perduti".
Orlando disse: "Però dobbiamo portarle via la bacchetta magica, altrimenti, se c'insegue, non possiamo salvarci".
La fanciulla prese la bacchetta magica, poi afferrò la testa della morta e lasciò cadere a terra tre gocce di sangue, una davanti al letto, una in cucina, una sulla scala. E fuggì con l'innamorato. Al mattino, quando la strega si alzò, chiamò sua figlia per darle il grembiule, ma quella non venne. Allora gridò:
"Dove sei?"
"Qui sulla scala che spazzo!" rispose una goccia di sangue.
La vecchia uscì ma non vide nessuno sulla scala e gridò di nuovo:
"Dove sei?"
"Qui in cucina che mi scaldo!" rispose la seconda goccia di sangue.
La vecchia andò in cucina, ma non trovò nessuno; allora gridò per la terza volta:
"Dove sei?"
"Ah, sono qui nel letto che dormo!"disse la terza goccia di sangue.


Carla Joy Evans


Ella entrò nella camera e si accostò al letto. E cosa vide? Sua figlia era immersa in una pozza di sangue e lei stessa le aveva tagliato la testa. La strega andò su tutte le furie, si precipitò alla finestra e, poiché vedeva assai lontano, scorse la fanciulla che fuggiva con il suo diletto.
"Avete già fatto un bel pezzo di strada - gridò - ma non servirà a nulla: vi raggiungerò lo stesso!".
Infilò i suoi stivali delle sette leghe e, dopo aver fatto un paio di passi, li aveva già raggiunti. Ma la fanciulla, ben sapendo che li avrebbe inseguiti, con la bacchetta magica trasformò il suo diletto Orlando in un lago e se stessa in un'anitra che nuotava in mezzo al lago. La strega si fermò sulla riva e cercò di attirare l'anitra gettandole briciole di pane; ma essa non si lasciò sedurre e, alla sera, la vecchia dovette tornarsene a casa senza avere concluso nulla.
La fanciulla e il suo innamorato ripresero il loro aspetto umano e camminarono tutta la notte, fino allo spuntar del giorno. Allora ella si trasformò in un bel fiore in mezzo a una siepe di spine, e il diletto Orlando in un violinista. Dopo poco tempo giunse la strega a grandi passi e disse al violinista:
"Caro violinista, posso cogliere quel bel fiore?"
"Certamente - egli rispose - intanto io suonerò".
E mentre la vecchia si introduceva di furia fra le spine cercando di raggiungere il fiore, che ben conosceva, il violinista si mise a suonare ed ella, volente o nolente, dovette ballare, poiché era una danza incantata. Egli continuò a suonare, e la strega fu costretta a ballare senza posa; le spine le strapparono le vesti di dosso, la punsero e la scorticarono, finché‚ alla fine, ella giacque a terra morta. Liberatisi della strega, Orlando disse:
"Ora andrò da mio padre a preparare le nozze".
"Intanto io resterò qui ad aspettarti - rispose la fanciulla - e perché‚ nessuno mi riconosca, mi voglio tramutare in una pietra rossa".
Così Orlando se ne andò, e la fanciulla rimase nel campo ad aspettarlo, trasformata in pietra rossa. Ma quando Orlando arrivò a casa, fu ammaliato da un'altra e scordò la sua vera fidanzata. La poverina attese a lungo, ma vedendo che non tornava, divenne triste e si tramutò in un fiore pensando che qualcuno l'avrebbe calpestata. Ma avvenne che un pastore pascolasse con le sue pecore in quel campo; scorse il fiore e, poiché era tanto bello, lo colse, lo portò con sé‚ e lo mise nel suo armadio dicendo:"Non ho mai trovato un fiore così bello!".
Ma da quel giorno ne capitarono delle belle in casa del pastore! Quando si alzava al mattino, tutte le faccende di casa erano già sbrigate: la stanza era spazzata e spolverata, il fuoco acceso, il secchio riempito al suo posto; e a mezzogiorno, quando rincasava, in tavola era già servito un bel pranzetto. Egli non capiva come fosse possibile, poiché non vedeva mai anima viva; e anche se gli piaceva essere servito così bene, finì coll'impaurirsi e andò a chiedere consiglio a un'indovina. Ella disse: "C'è sotto una magia: domani mattina, all'alba, guarda bene se non si muove nulla nella stanza; se vedi qualcosa, buttaci sopra in fretta un panno bianco: l'incanto si romperà".
Il pastore fece come gli era stato detto, e il mattino seguente vide aprirsi l'armadio e uscirne il fiore. D'un balzo egli vi gettò sopra un panno bianco. Subito cessò la magia: davanti a lui c'era una bella fanciulla, colei che si era presa cura della sua casa. Ed era tanto bella che il pastore le domandò se voleva diventare la sua sposa, ma ella rifiutò perché voleva rimanere fedele al diletto Orlando, tuttavia promise di non andar via e di continuare a occuparsi della casa.
Intanto si avvicinava il giorno in cui Orlando doveva maritarsi e, secondo un'antica usanza, furono avvertite tutte le ragazze del paese, perché si presentassero a cantare in onore degli sposi.
La fedele fanciulla, quando udì che il suo diletto Orlando stava per sposare un'altra, si rattristò tanto che credette le si spezzasse il cuore, e non voleva andarci, ma alla fine vi fu costretta. Quando toccò a lei cantare, si tirò indietro, finché si trovò a essere l'ultima. Allora non poté più sottrarsi e cantò. Ma all'udirla Orlando saltò in piedi e gridò: "Questa è la vera sposa e non ne voglio altra!".
Egli l'aveva riconosciuta dalla voce, e tutto ciò che aveva dimenticato gli era ritornato in cuore. Così la fanciulla fedele sposò il suo diletto Orlando, e il dolore si mutò in gioia.


John Byam Shaw


Grimm n.56, "Der Liebste Roland".

Classificazione: Aa Th 1119 [Ogres Kill Their Own Children], AaTh 592 [La Danza nello Spineto], Aa Th 313C [The Girl Helps the Hero Flee; the Forgotten Fiancée].

Il testo originale è nella Pagina: Brüder Grimm.

Beh, è un po' difficile, c'è di tutto: la cenerentolesca "La Bella e la Brutta", la matrigna apertamente strega, clone dell'Orco sfortunato di Pollicino con il suo efferato tentativo di omicidio che si rivolge contro la propria prole - AaTh 119 [L'Orco Uccide i Proprii Figli], e l'inseguimento con i famosi stivali delle sette leghe - la fuga magica, completa di trasformazioni, la vittoria sulla strega costretta a ballare tra i rovi fino alla morte - AaTh 592 [La Danza nello Spineto] - la complicazione dell'amante fedifrago che "dimentica" la fidanzata per rinsavire nell'imminenza delle nozze con un'altra (riconoscendo la "ex" solo dal suono della sua voce - motivo interessante) - AaTh 313 [La Fidanzata Dimenticata].

sabato 17 agosto 2013

La Baba-jaga e Morto-di-fame, Fiaba Russa

'era una volta un vecchio e una vecchia, che non avevano figli. Per quanto facessero, per quanto pregassero Dio, bambini la vec­chia non ne metteva al mondo. Una volta che l'uomo andava nel bosco in cerca di funghi, incontrò per strada un vecchio nonnino.
"Io lo so cos'hai nella testa, - dice - tu pensi sempre ai bambini. Va' dunque in giro per il paese, fatti consegnare un uovo per ogni casa, e mettili sotto una chioccia; cosa succederà, lo vedrai tu stesso!"
Il vecchio tornò al paese; nel loro villaggio c'erano quarantuno famiglie, ed egli andò attorno per ogni casa, raccolse in cia­scuna un ovetto e mise la chioccia sulle quarantuno uova. Passano due settimane, il vecchio guarda, anche la vecchia guarda, ed ecco che dalle uova nacquero dei ragazzini; quaranta forti e pieni di salute, uno invece era riuscito male, debole e magrolino! Il vecchio cominciò a dar loro un nome; lo diede a tutti, ma per l'ultimo non riusciva a trovarne uno. "Be', - dice - tu sarai Morto-di-fame!"
Dal vecchio e dalla vecchia i bambini cominciano a crescere; crescono non a giorni, ma a ore; cresciuti che furono cominciarono a lavorare, ad aiutare il padre e la madre: i quaranta giovani si recano sul campo, e Morto-di-fame riordina la casa. Arrivò il tempo della fienagione; i fratelli falciarono l'erba, ammucchiarono i covoni; per una settimana lavorarono, e poi tornarono a casa; mangiarono quel che c'era, e si misero a dormire. Il vecchio li vede e dice: "Gioventù! mangiano tanto, dormono duro, ma il lavoro non l'hanno fatto di certo!"
"Va' prima a vedere, babbino!", dice Morto-di-fame. Il vecchio si vesti e andò sul campo; guarda: ave­vano ammucchiato quaranta covoni di fieno:
"Ah che bravi ra­gazzi! quanto fieno hanno tagliato e ammucchiato in una settimana!"
Il giorno dopo il vecchio si recò di nuovo sul campo, a godersi i suoi averi; arrivò e vide che mancava un mucchio! Torna a casa, e dice: "Ah figlioli! è sparito un covone".
"Non te la prendere, babbino - risponde Morto-di-fame - lo acchiapperemo noi il ladro; dammi cento rubli e vedrai che sistemo la cosa".



Dugin A. e Dugina O.

Prese dal padre cento rubli e andò da un fabbro.
"Puoi forgiarmi una catena che basti ad avvolgere un uomo dalla testa ai piedi? "
"Perché no! "
"Ma bada di farla ben forte; se la catena regge ti pagherò cento rubli, ma se non regge, il tuo guadagno andrà in fumo!"
Il fabbro forgiò una catena di ferro; Morto-di-fame se l'avvolse  tutta intorno, tirò, e la catena si ruppe. Il fabbro la fece due volte più forte, e questa volta tenne. Morto-di-fame prese quella catena, pagò cento rubli e andò a far la guardia al fieno; sedette sotto un covone e attese.
A mezzanotte in punto si levò una bufera, il mare divenne agitato e dalle profondità marine usci una cavallina fatata che corse verso il primo covone, e si mise a masticare il fieno. Morto-di-fame saltò su, l'imbrigliò con la catena di ferro e le saltò in groppa . La cavallina comincia a correre in tutte le direzioni, lo porta per monti e per valli, ma niente da fare, non riesce a disarcionare il cavaliere! Allora si fermò e disse:
"Suvvia, bravo giovanotto! Visto che hai saputo stare in sella su di me, prendi e comanda anche i miei puledri".
Corse vicino al mare e nitrì; l'azzurro mare s'agitò e vennero a riva quarantuno puledri: una bestia più bella dell'altra! puoi girare tutto il mondo, non ne troveresti una migliore!
Un mattino il vecchio ode nella corte nitriti, scalpitii; che succede? Era il suo figliolo Morto-di-fame che sospingeva un intero branco di cavalli.
"Salute fratelli! - dice - adesso c'è un cavallo per ognuno di voi; andiamo a cercarci una fidanzata"
"Andiamo!"
Il padre e la madre li benedissero e i fratelli partirono per vie e strade lontane.
A lungo cavalcarono per il mondo, ma dove trovare tante fidanzate? Separatamente non volevano sposarsi, perché gli altri non avessero a restarne offesi; e quale madre poteva vantarsi di aver fatto proprio quarantuno figlie? Millanta terre attraversarono i giovani. Arrivarono in un punto; guardano: su un ripido monte stavano dei palazzi di marmo bianco, racchiusi da alte mura, con aste di ferro ai cancelli. Le contarono, erano quarantuno; vi legarono i loro prodi cavalli ed entrarono nella corte.
Vien loro incontro una baba-jaga:
"O voi, non-chiamati non-richiesti! come avete osato legare i cavalli senza prima chiedere il permesso?"
"Su, vecchia, perché gridi? dacci prima da mangiare e da bere, portaci al bagno, e poi chiederai notizie."
La baba-jaga diede loro da mangiare e da bere, li accompagnò al bagno, e finalmente cominciò a chiedere:
"Bravi giovinotti, cercate l'avventura o fuggite la sventura?"
"Cerchiamo l'avventura, nonna!"
"E cosa v'occorre?"
"Siamo in cerca di fidanzate."
"Io ho delle figlie", dice la baba-jaga; si precipitò nell'alto terem e riportò quarantuno ragazze.
Qui si fidanzarono, cominciarono a bere, a far baldoria, a prepararsi alle nozze. La sera Morto-di-fame andò a sorvegliare la sua cavalcatura. Quando il suo buon cavallo lo scorse, disse con voce umana:
"Bada padrone! quando andrete a dormire con  le giovani spose, abbigliatele con i vostri abiti, e voi mettete quelli femminili: se no sarete tutti perduti!"
Morto-di-fame disse questo ai fratelli; essi vestirono le giovani spose dei loro abiti, e presero per sé quelli da donna, poi andarono a dormire. S'addormentarono tutti, salvo Morto-di-fame che non chiuse occhio. A mezzanotte in punto la baba-jaga gridò con voce acuta: "Ehi voi, servi miei fedeli! tagliate la testa agli ospiti indesiderati! "
I servi fedeli accorsero e tagliaron le teste impetuose delle figlie della baba-jaga, Morto-di-fame svegliò i suoi fratelli e raccontò loro tutto quel ch'era successo; essi presero le teste recise, le piantarono sulle lance di ferro che correvano lungo le mura, poi sellarono i cavalli e si allontanarono veloci.
 Al mattino la baba-jaga s'alzò, guardò dal finestrino: tutto at­torno alle mura spuntano sulle lance le teste delle figlie; allora s'infuriò terribilmente, ordinò che le portassero il suo scudo in­fuocato e si gettò all'inseguimento sparando con lo scudo da tutti e quattro i lati. Dove potevano nascondersi i giovani? Dinanzi hanno l'azzurro mare, dietro la baba-jaga che fiammeggia e spara!
Dovevano morire tutti, ma Morto-di-fame era stato previdente; egli non aveva dimenticato di prendere alla baba-jaga un fazzolettino; lo agitò dinanzi a sé, e d'improvviso un ponte attraversò tutto l'azzurro mare; i bravi giovani passarono dall'altra parte. Morto-di-fame agitò il fazzolettino dal lato opposto, e il ponte sparì; la baba-jaga tornò indietro e i fratelli se ne andarono a casa.

Afanas'ev n.71

giovedì 15 agosto 2013

La Storia di Luda, Fiaba Popolare Araba

n tempi antichi viveva una donna di età avanzata che aveva sei figli. Alla soglia della vecchiaia ne mise al mondo un settimo che, al momento della nascita, era piccolissimo.
Sette giorni dopo la nascita il bambino parlò e disse:
"Madre mia, chiamami Luda. Mettimi in un piccolo scrigno, e io vivrò lì, protetto dal resto del mondo".
La madre prese il piccolo e lo mise in uno scrigno. Ogni giorno si recava da lui e lo allattava.
Un giorno, i suoi fratelli ormai grandi decisero di partire per un lungo viaggio. Luda chiese di poterli accompagnare ma essi gli risposero:
"Sei troppo piccolo e non ci serviresti a nulla; anzi ci saresti di intralcio."
Luda allora si trasformò in un anello di pietre preziose e si piazzò sulla strada, lungo il cammino. Il fratello più giovane lo trovò e disse:
"Che fortuna trovare un anello così prezioso!". Lo prese e se lo mise al dito.
Giunti alla fine del viaggio, l'anello gridò:
"Fratello, il tuo dito è troppo grosso e mi fa male. Scuotilo forte!"
Il fratello obbedì e l'anello cadde a terra. Subito si trasformò in un fez* e il fratello se lo mise in testa. Poco dopo il fez parlò:
"Fratello, il sole mi brucia, mettimi all'ombra."
Il fratello obbedì, e non appena il fez fu all'ombra, riprese le sembianze di Luda.
I fratelli lo videro e, pensando che era troppo tardi per rimandarlo indietro, decisero di tenerlo con loro.
Durante il cammino, i giovani incontrarono una vecchia che sorvegliava un gregge di pecore. Ella fu molto gentile e offrì loro ospitalità nella sua casa.
Ma Luda disse sottovoce ai fratelli:
"Fratelli, state attenti perché la vecchia in realtà è una ghula.**"
Infatti, ella preparò loro una bella cena, poi li condusse in una camera e aspettò che si addormentassero per poterli mangiare.
Ma Luda non dormiva e quando la ghula entrò cominciò a piagnucolare. La ghula, irritata, disse:
"Luda, Luda, come faceva la tua mamma a farti addormentare?"
Luda rispose: "Prendeva del grasso di montone e me lo faceva mangiare a piccoli bocconi."
La ghula andò a sgozzare un montone del suo gregge, fece cuocere il grasso e lo portò a Luda. Glielo fece mangiare e poi aspettò che si addormentasse.
Quando ritornò, Luda piagnucolava ancora.
"Che cosa c'è adesso?" chiese la ghula sempre più irritata.
"Portami dell'acqua fresca del pozzo" rispose Luda.
Non appena la ghula si fu allontanata, Luda svegliò i suoi fratelli e disse:
"Presto, presto, scappiamo: la ghula ci vuole mangiare."
Tutti insieme fuggirono verso casa.
Quando arrivarono alle porte del loro villaggio, videro che era cresciuto un grosso giuggiolo carico di frutti.
I fratelli stavano per raccoglierne, ma Luda li fermò:
"Non toccatelo! È la ghula che ha preso quell'aspetto."
I sette fratelli corsero a casa e sprangarono porte e finestre.
Il giorno seguente, tutti i bambini del villaggio andarono a raccogliere le giuggiole e vennero catturati dalla ghula che li mise a guardia dei suoi montoni, un attesa di mangiarli.
Le mamme del villaggio si recarono da Luda e gli chiesero di aiutarle a ritrovare i loro bambini. Luda si trasformò in un agnellino. Andò a casa della ghula e disse ai bambini che sorvegliavano il gregge:
"Mi chiamo Luda e sono venuto per aiutarvi. Andate dalla ghula e ditele che una pecora ha partorito un agnello."
La vecchia accorse subito e domandò:
"O agnellino, sei proprio figlio della mia pecora? Se è così, diventa giallo."
L'agnellino diventò giallo.
La ghula, ancora sospettosa, chiese:
"Se sei veramente figlio della pecora diventa verde."
E l'agnello diventò verde.
"Se sei figlio della mia pecora diventa rosso."
E l'agnello diventò rosso.
Allora la ghula, tranquillizzata, se ne andò.
I bambini, uno alla volta, fuggirono e tornaronoal villaggio dalle loro mamme.
Quando la ghula se ne accorse, si trasformò in una fanciulla bellissima e andò al villaggio, dove tutti gli uomini si innamorarono di lei e chiesero la sua mano.



Dugina O.

Ella disse: "Sposerò solamente colui che riuscirà a vincere la forza del mio pugno." Ella, infatti, aveva un pugno fortissimo.
Uno dei fratelli di Luda accettò la sfida e riuscì a vincere la fanciulla.
Ben presto vennero celebrate le nozze con grandi festeggiamenti.
Quella sera gli sposi si addormentarono e la ghula aspettò che il marito si addormentasse per poterlo mangiare.
Ma Luda, che era piccolo piccolo, si era nascosto sotto il letto e ogni volta che la ghula domandava: "Dormi, maritino mio?" egli rispondeva:
"Non riesco a dormire per la felicità di aver sposato una donna così bella."
Così fino al mattino.
Allora la ghula, arrabbiata, strappò gli occhi al marito e fuggì. Luda la precedette. Prese le sembianze della figlia della ghula e si mise della paglia sotto la veste per formarsi un grosso ventre.
Non appena la ghula arrivò, disse:
"Madre mia, sono di nuovo incinta e il marito mio è diventato cieco."
"Prendi questi due occhi, li ho strappati or ora al fratello di Luda. Con questa colla magica li incollerai al posto di quelli di tuo marito."
Allora Luda prese gli occhi, poi si sbarazzò del falso ventre e gridò:
"Sono Luda, grazie degli occhi, brutta ghula! Grazie tante!"
La ghula scoppiò di rabbia e morì sul colpo.

*  Un tipo di Copricapo.
** E' la femmina del Ghoul, sorta di Dèmone-Orco. Ricordano le Lamie, rapitrici di bambini e cannibali.

Da: "Fiabe popolari Arabe"

domenica 11 agosto 2013

Puccettino, Collodi Traduce Perrault, (Illustrazioni G.Dorè)

'era una volta un taglialegna e una taglialegna, i quali avevano sette figliuoli, tutti maschi: il maggiore aveva dieci anni, il minore sette. Farà forse caso di vedere come un taglialegna avesse avuto tanti figliuoli in così poco tempo: ma egli è, che la sua moglie era svelta nelle sue cose, e quando ci si metteva, non faceva meno di due figliuoli alla volta. E perché erano molto poveri, i sette ragazzi davano loro un gran pensiero, per la ragione che nessuno di essi era in grado di guadagnarsi il pane.
La cosa che maggiormente li tormentava, era che il minore veniva su delicato e non parlava mai: e questo che era un segno manifesto di bontà del suo carattere, lo scambiavano per un segno di stupidaggine.
Il ragazzo era minuto di persona; e quando venne al mondo, non passava la grossezza di un dito pollice; per cui lo chiamarono Puccettino.
Capitò un'annata molto trista, nella quale la carestia fu così grande, che quella povera gente risolvettero di disfarsi de' loro figliuoli.





Una sera che i bambini erano a letto, e che il taglialegna stava nel canto del fuoco, disse, col cuore che gli si spezzava, alla sua moglie:
"Come tu vedi, non abbiamo più da dar da mangiare ai nostri figliuoli: e non mi regge l'animo di vedermeli morir di fame innanzi agli occhi: oramai io sono risoluto a menarli nel bosco e farveli sperdere; né ci vorrà gran fatica, perché, mentre essi si baloccheranno a far dei fastelli, noi ce la daremo a gambe, senza che abbiano tempo di addarsene".
"Ah!- gridò la moglie - e puoi tu aver tanto cuore da sperdere da te stesso le tue creature?"
Il marito ebbe un bel tornare a battere sulla miseria, in cui si trovavano; ma la moglie non voleva acconsentire a nessun patto. Era povera, ma era madre: peraltro, ripensando anch'essa al dolore che avrebbe provato se li avesse veduti morire di fame, finì col rassegnarvisi, e andò a letto piangendo. Puccettino aveva sentito tutti i loro discorsi: e avendo capito, dal letto, che ragionavano di affari, si levò in punta di piedi, sgattaiolando sotto lo sgabello di suo padre, per potere ascoltare ogni cosa senz'esser visto.





Quindi ritornò a letto, e non chiuse un occhio nel resto della nottata, rimuginando quello che doveva fare. Si levò a giorno, e andò sul margine di un ruscello, dove si riempì la tasca di sassolini bianchi: poi chiotto chiotto se ne tornò a casa.
Partirono, ma Puccettino non disse nulla ai suoi fratelli di quello che sapeva.
Entrarono dentro una foresta foltissima, dove alla distanza di due passi non c'era modo di vedersi l'uno coll'altro. Il taglialegna si messe a tagliar legne, e i ragazzi a raccogliere delle frasche per far dei fastelli.
Il padre e la madre, vedendoli intenti al lavoro, si allontanarono adagio adagio, finché se la svignarono per un viottolo fuori di mano.
Quando i ragazzi si videro soli, si misero a strillare e a piangere forte forte.
Puccettino li lasciò berciare, essendo sicuro che a ogni modo sarebbero tornati a casa; perché egli, strada facendo, aveva lasciato cadere lungo la via i sassolini bianchi che s'era messi nella tasca.
"Non abbiate paura di nulla, fratelli miei - disse loro - il babbo e la mamma ci hanno lasciati qui soli; ma io vi rimenerò a casa: venitemi dietro."
Essi infatti lo seguirono, ed egli li menò per la stessa strada che avevano fatta, andando al bosco. Da principio non ebbero coraggi d'entrarvi: e si messero in orecchio alla porta di casa per sentire quello che dicevano fra loro, il padre e la madre.
Ora bisogna sapere che quando il taglialegna e sua moglie rientrarono in casa, trovarono che il signore del villaggio aveva mandato loro dieci scudi, di cui era debitore da molto tempo, e sui quali non ci contavano più. Questo bastò per rimettere un po' di fiato in corpo a quella povera gente, che era proprio a tocco e non tocco per morir di fame.
Il taglialegna mandò subito la moglie dal macellaro. E siccome era molto tempo che non s'erano sfamati, essa comprò tre volte più di carne di quella che ne sarebbe abbisognata per la cena di due persone.
Quando furono pieni, la moglie disse:
"Ohimè! dove saranno ora i nostri figliuoli? se fossero qui potrebbero farsi tondi coi nostri avanzi! Ma tant'è, Guglielmo, se' stato tu che hai voluto smarrirli: ma io l'ho detto sempre che ce ne saremmo pentiti. Che faranno ora nella foresta? Ohimè! Dio mio! i lupi forse a quest'ora l'hanno bell'e divorati. Proprio non bisogna aver cuore, come te, per isperdere i figliuoli a questo modo!...".
Il taglialegna perse la pazienza, perché la moglie tornò a ripetere più di venti volte che egli se ne sarebbe pentito, e che essa l'aveva di già detto e ridetto: e minacciò di picchiarla se non si fosse chetata.
Questo non voleva dire che il taglialegna non potesse essere anche più addolorato della moglie; ma essa lo tormentava troppo: ed egli somigliava a tanti altri, che se la dicono molto colle donne che parlano con giudizio, ma non possono soffrire quelle che hanno sempre ragione.
La taglialegna si struggeva in pianti, e seguitava sempre a dire:
"Ohimè! dove saranno ora i miei bambini? i miei poveri bambini?".
Una volta, fra le altre, lo disse così forte, che i ragazzi, che erano dietro l'uscio, la sentirono e gridarono tutti insieme:
"Siamo qui! siamo qui!".
Essa corse subito ad aprir l'uscio e, abbracciandoli, disse:
"Che contentezza a rivedervi, miei cari figliuoli! Chi lo sa come siete stanchi, e che fame avete! e tu, Pieruccio, guarda un po' come ti sei inzaccherato! vien qua, che ti spillaccheri".
Pieruccio era il maggiore dei figliuoli e la madre gli voleva più bene che agli altri, perché era rosso di capelli come lei.
Si messero a tavola e mangiarono con un appetito, che fecero proprio consolazione al babbo e alla mamma, ai quali raccontarono, parlando quasi tutti nello stesso tempo, la gran paura che avevano avuta nella foresta.







Quella buona gente era tutta contenta di rivedere i figliuoli in casa; ma la contentezza durò finché durarono i dieci scudi. Quando questi finirono, tornarono al sicutera delle miserie, e allor decisero di smarrirli daccapo; e per andare sul sicuro, pensarono di condurli molto più lontani della prima volta. Peraltro di questa cosa non poterono parlarne con tanta segretezza, che Puccettino non sentisse tutto; il quale pensò di cavarsene fuori col solito ripiego: se non che, quantunque si alzasse sul far del giorno per andare in cerca di sassolini bianchi, rimase proprio come quello, e non poté far nulla, perché trovò l'uscio di casa serrato a doppia mandata.
Egli non sapeva davvero che cosa stillarsi, quando ecco che la madre dette a ciascuno di loro un pezzo di pane per colazione. Allora gli venne in capo che di quel pane avrebbe potuto servirsene, invece dei sassolini, seminando i minuzzoli lungo la strada per dove sarebbero passati. E si messe il pane in tasca.




Il padre e la madre li condussero nel punto più folto e più oscuro della foresta: e quando ci furono arrivati, essi presero una scappatoia e via.
Puccettino non se ne fece né in qua né in là, perché sapeva di poter ritrovare facilmente la strada coll'aiuto dei minuzzoli sparsi; ma figuratevi come rimase, quando si accorse che i minuzzoli glieli avevano beccati gli uccelli.
Eccoli dunque tutti afflitti, perché più camminavano e più si perdevano nella foresta. Intanto si fece notte e si alzò un vento da far paura. Pareva ad essi di sentire da tutte le parti urli di lupi, che si avvicinavano per mangiarli. Non avevano fiato né per discorrere, né per voltarsi indietro.
Venne poi una grand'acqua che li bagnò fin sotto la pelle: a ogni passo sdrucciolavano e cascavano nella mota: e quando si rizzavano tutti infangati, non sapevano dove mettersi le mani.





Puccettino montò in cima a un albero per vedere se scuopriva paese; e guardando da ogni parte, vide un lumicino piccino, come quello di una candela, il quale era lontano lontano, molto al di là della foresta.
Scese dall'albero: e quando fu in terra, non vide più nulla. Questa cosa gli diede un gran dolore. Nonostante, camminando innanzi coi suoi fratelli, verso quella parte dove aveva veduto il lumicino, finì col rivederlo da capo mentre usciva fuori del bosco.
Arrivarono finalmente alla casa dove si vedeva questo lume: non senza provare delle grandi strette al cuore, perché di tanto in tanto lo perdevano di vista, segnatamente quando camminavano in qualche pianura molto bassa.
Picchiarono a una porta: una buona donna venne loro ad aprire, e domandò loro che cosa volevano. Puccettino disse che erano poveri ragazzi che s'erano spersi nella foresta, e che chiedevano da dormire per amor d'Iddio.





La donna, vedendoli tutti così carini, si messe a piangere, e disse:
"Ohimè! poveri miei figliuoli, dove siete mai capitati? Ma non sapete che questa è la casa dell'Orco che mangia tutti i bambini?".
"Ah, signora - rispose Puccettino, il quale tremava come una foglia, e così i suoi fratelli - Che cosa volete che facciamo? Se non ci pigliate in casa, è sicuro che i lupi stanotte ci mangeranno. E in tal caso, è meglio che ci mangi questo signore. Forse se voi lo pregate, potrebbe darsi che avesse compassione di noi."
La moglie dell'Orco, sperando di poterli nascondere a suo marito fino alla mattina dopo, li lasciò entrare e li menò a riscaldarsi intorno a un buon fuoco, dove girava sullo spiede un montone tutt'intero, che doveva servire per la cena dell'Orco.
Mentre cominciavano a riscaldarsi, sentirono battere tre o quattro colpi screanzati alla porta. Era l'Orco che tornava.
In men d'un baleno, la moglie li nascose tutti sotto il letto ed andò ad aprire.
L'Orco domandò subito se la cena era lesta e il vino levato di cantina: e senza perder tempo si mise a tavola. Il montone non era ancora cotto e faceva sempre sangue, e per questo gli parve anche più buono. Poi, fiutando di qua e di là, cominciò a dire che sentiva odore di carne viva.
"Sarà forse - disse la moglie - quel vitello che ho spellato or ora, che vi mette per il naso quest'odore."
"E io dico che sento l'odore di carne viva - riprese l'Orco guardando la moglie di traverso - e qui ci deve essere qualche sotterfugio!..."
Nel dir così si alzò da tavola e andò difilato verso il letto.
"Ah!- egli gridò - tu volevi dunque ingannarmi, brutta strega? Non so chi mi tenga dal fare un boccone anche di te. Buon per te, che sei vecchia e tigliosa! Ecco qui della selvaggina, che mi capita in buon punto per far trattamento a tre Orchi miei amici, che verranno da me in questi giorni."
E li tirò fuori di sotto il letto, uno dietro l'altro.






Quei poveri bambini si buttarono in ginocchio, chiedendogli perdono, ma avevano da fare col più crudele di tutti gli Orchi, il quale, facendo finta di sentirne compassione, li mangiava di già cogli occhi prima del tempo, dicendo alla moglie che sarebbero stati una pietanza delicata, in specie se gli avesse accomodati con una buona salsa.
Andò a prendere un coltellaccio, e avvicinandosi a quei poveri figliuoli, lo affilava sopra una lunga pietra che egli teneva nella mano sinistra. 
E ne aveva già agguantato uno, quando la moglie gli disse:
"Che ne volete voi fare a quest'ora? non sarebbe meglio aspettare a domani?".
"Chetati, te!- riprese l'Orco - Così saranno più frolli."
"Ma ve ne avanza ancora tanta della carne! C'è qui un vitello, un montone e un mezzo maiale..."
"Hai ragione - disse l'Orco - rimpinzali dunque per bene, perché non abbiano a smagrire, e portali a letto."





Quella buona donna, fuor di sé dalla contentezza, dette loro da cena: ma essi non poterono mangiare a cagione della gran paura che avevano addosso.
In quanto all'Orco, ricominciò a bere, soddisfattissimo di aver trovato di che regalare ai suoi amici. Vuotò una dozzina di bicchieri di più del solito, finché il vino gli die' al capo e fu obbligato ad andare a letto.
L'Orco aveva sette figliuole, che erano sempre bambine, le quali erano tutte di un bel colorito, perché, come il padre, si cibavano di carne cruda; ma avevano degli occhiettini grigi e tondi, e il naso a punta e una bocca larghissima, con una rastrelliera di denti lunghi, affilati e staccati l'uno dall'altro.
Non erano ancora diventate cattive: ma promettevano bene, perché di già mordevano i fanciulli per succhiare il sangue.
Le avevano mandate a dormire di buon'ora, ed erano tutte e sette in un gran letto, ciascuna con una corona d'oro sulla testa.
Nella stessa camera c'era un altro letto della medesima grandezza. Fu appunto in questo letto che la moglie dell'Orco messe a dormire i sette ragazzi; e dopo andò a coricarsi accanto a suo marito. Puccettino, che s'era avviso che le figlie dell'Orco portavano una corona d'oro in capo, e che aveva sempre paura che l'Orco non si ripentisse di averli sgozzati subito, si levò verso mezzanotte, e prendendo i berretti dei fratelli ed il suo, andò pian pianino a metterli sul capo delle sette figlie dell'Orco, dopo aver loro levata la corona d'oro, che pose sul capo suo e de' suoi fratelli, perché l'Orco li scambiasse per le proprie figlie, e pigliasse le sue figlie per i fanciulli che voleva sgozzare.
E la cosa andò appuntino com'egli se l'era figurata; perché l'Orco, svegliatosi sulla mezzanotte, si pentì di aver differito al giorno dopo quello che poteva aver fatto la sera stessa.
Saltò dunque il letto bruscamente, e prendendo il coltellaccio:
"Andiamo un po' a vedere - disse - come stanno queste birbe; e facciamola finita una volta per tutte". Quindi salì a tastoni nella camera delle sue figlie, e si avvicinò al letto dove erano i ragazzi, i quali dormivano tutti, meno Puccettino, che ebbe una gran paura quando sentì l'Orco che gli tastava la testa, come l'aveva già tastata ai suoi fratelli.
L'Orco sentendo la corona d'oro, disse:
"Ora la facevo bella davvero! Si vede proprio che ieri sera ne ho bevuto mezzo dito di più".
Allora andò all'altro letto, e avendo sentito i berretti dei ragazzi:
"Eccoli - disse - questi monellacci! Lavoriamo di fine".
E nel dir così, senza esitare, tagliò la gola alle sue sette figliuole.






Contentissimo del fatto suo, andò di nuovo a coricarsi accanto alla moglie.
Appena che Puccettino sentì l'Orco che russava, svegliò i suoi fratelli e disse loro di vestirsi subito e di seguirlo. Scesero in punta di piedi nel giardino e scavalcarono il muro. Corsero a gambe quasi tutta la notte, tremando come foglie, e senza sapere dove andavano.
Quando l'Orco si svegliò, disse alla moglie: 
"Va' un po' a vestire quei monelli di ieri sera".
L'Orchessa restò molto meravigliata della bontà insolita di suo marito, e non le passò neanche dalla mente che per vestirli egli volesse intendere un'altra cosa, credendo in buona fede di doverli andare a vestire. Salì dunque di sopra, e rimase senza fiato in corpo, vedendo le sue sette figliuole scannate e immerse nel proprio sangue. Cominciò subito dallo svenirsi, essendo questo il primo espediente, a cui in simili casi ricorrono tutte le donne.
L'Orco, temendo che la moglie non mettesse troppo tempo a far quello che le aveva ordinato, salì di sopra anche lui per darle una mano; e non rimase meno sconcertato alla vista di quello spettacolo orrendo.
"Ah! che ho mai fatto? - gridò - Ma quei disgraziati me la pagheranno, e subito!"
E senza mettere tempo in mezzo, gettò una brocca d'acqua sul naso della moglie, e così avendola fatta tornare in sé:
"Dammi subito - disse - i miei stivali di sette chilometri, perché io li voglio raggiungere".
E uscì fuori all'aperta campagna, e dopo aver corso di qua e di là, finalmente infilò la striù di carne di quella che ne saquei poveri ragazzi, che erano forse distanti non più di cento passi dalla casa paterna.
Essi videro l'Orco che passava di montagna in montagna, traversando i fiumi colla stessa facilità come se fossero stati rigagnoli.
Puccettino avendo occhiata una roccia incavata, lì vicino al luogo dove si trovavano, vi fece nascondere i sei fratelli, e vi si nascose anch'esso, senza perdere peraltro di vista tutte le mosse dell'Orco.
L'Orco che cominciava a sentirsi rifinito dalla strada fatta (perché gli stivali di sette chilometri son molto faticosi per chi li porta), pensò di ripigliar fiato, e il cielo volle che andasse per l'appunto a sedersi sopra la roccia, dove quei ragazzi si erano nascosti.
E siccome era stanco morto, dopo essersi sdraiato si addormentò, e si messe a russare con tanto fracasso, che i poveri ragazzi ebbero la stessa paura di quando lo videro col coltellaccio in mano, in atto di far loro la festa.
Ma Puccettino non ebbe tutta questa paura, e disse ai fratelli di scappare a gambe verso casa, mentre l'Orco dormiva come un ghiro; e di non stare in pena per lui.
Essi non se lo fecero dir due volte, e in pochi minuti arrivarono a casa.
Puccettino intanto si avvicinò all'Orco: gli levò adagino gli stivali, e se l'infilò per sé.
Questi stivali erano molto grandi e molto larghi, ma perché eran fatati, avevano la virtù d'ingrandirsi e di rimpicciolirsi, secondo la gamba di chi li calzava: per cui, gli tornavano precisi, come se fossero stati fatti per il suo piede.






Eglì andò di carriera alla casa dell'Orco, dove trovò la moglie che piangeva per le figlie uccise. "Vostro marito - le disse Puccettino - si trova in un gran pericolo: è cascato fra le mani di una banda di assassini, che hanno giurato di ucciderlo, se non consegna loro tutto il suo oro e il suo argento. Mentre gli stavano col pugnale alla gola, esso mi ha visto, e mi ha pregato di venir qui per avvertirvi della sua trista condizione e per invitarvi a darmi tutto quello che egli possiede di prezioso, senza ritenervi nulla, perché caso diverso, lo uccideranno senz'ombra di misericordia. E siccome il tempo stringe, egli ha voluto che prendessi i suoi stivali di sette chilometri, come vedete, e non solo perché mi spicciassi, ma anche perché possiate accertarvi che non sono un imbroglione."
La buona donna, tutta spaventata, gli diede ogni cosa che aveva; perché l'Orco, in fin dei conti, era un buon marito, quantunque fosse ghiotto di bambini.
Puccettino, col carico addosso di tutte le ricchezze dell'Orco, tornò a casa del padre, dove fu accolto con grandissima festa.
C'è per altro della gente che non crede che la cosa finisse così; e pretendono che Puccettino non commettesse mai questo furto a danno dell'Orco: e che solo non si facesse scrupolo di prendergli gli stivali di sette chilometri, perché egli se ne serviva unicamente per dare la caccia ai ragazzi.
Questi tali accertano di aver saputo la verità proprio sul posto, per essersi trovati a mangiare e bere nella stessa casa del taglialegna.
Raccontano, dunque, che quando Puccettino ebbe infilato gli stivali dell'Orco, se ne andò alla Corte, dove stavano tutti in gran pensiero per un'armata, che era in campagna alla distanza di duecento chilometri, e per l'esito di una battaglia data pochi giorni avanti.
Dimodoché Puccettino andò a trovare il Re e gli disse che se lo desiderava avrebbe potuto portargli le notizie dell'armata, prima del calar del sole. E il Re gli promise una grossa somma, se egli fosse stato da tanto.
La sera stessa Puccettino ritornò colle notizie dell'armata; e questa prima corsa avendolo messo in buona vista, guadagnava quel che voleva; perché il Re lo pagava profumatamente, valendosi di lui per portare i suoi ordini al campo; e un'infinità di signore gli davano quel che chiedeva, per aver le nuove dei loro amanti; e questo fu il guadagno più concludente di tutti gli altri. Ci furono anche alcune mogli che gli consegnarono delle lettere per i loro mariti; ma esse pagavano coi gomiti, e il profitto era così meschino, che egli non si degnò nemmeno di segnare nel libro degli utili i piccoli benefizi che gli pervenivano per questo titolo.
Dopo aver fatto per qualche tempo il mestiere del corriere, e avere ammassato grandi ricchezze, ritornò alla casa di suo padre, dove non è possibile immaginarsi la festa che gli fecero nel rivederlo fra loro.
Egli messe la sua famiglia nell'agiatezza; comprò degl'impieghi, di recente fondazione, per il padre e per i fratelli: formò a tutti uno stato conveniente; e gli rimase sempre un ritaglio di tempo, tanto da fare il damerino colle signore.
La storia di questo piccolo eroe, che i francesi chiamano Petit Poucet, perché era grande appena come il dito pollice, è stata forse inventata apposta per dar ragione e autorità a quell'antico proverbio che dice:
"Gli uomini non si misurano a canne!".

Traduzione di "Le Petit Poucet" (C. Perrault) di Carlo Collodi, "I Racconti delle Fate".
Illustrazioni di G. Dorè.

Qui, per quel che riguarda, in generale, considerazioni e rimandi.

lunedì 13 maggio 2013

Le Tre Filatrici e lo Schiavo Nero, ovvero Hansel & Gretel e Pollicino in Siria

'erano una volta, tanto tempo fa, tre sorelle che facevano le filatrici, e abitavano in una casa vicino al bosco. Ogni giorno, una di loro portava la lana filata al mercato del villaggio e con il guadagno comprava da mangiare. Una volta, la sorella minore non riuscì a vendere la lana. Inutilmente, gridò tutta la mattina:
"Lana, lana, chi vuol comprare la mia lana?".


Dugin A. e Dugina O.


Nessuno rispose. Stava già per rinunciare, quando vide un uomo che vendeva un giovane schiavo nero.
Si avvicinò e gli propose:
"Prendi la lana, e dammi lo schiavo".
L'uomo accettò, fecero il baratto, e la ragazza tornò a casa, contenta. Invece, le sorelle, che aspettavano il suo ritorno per preparare la cena, si arrabbiarono con lei.
"Perché non hai portato da mangiare? Di costui che ne facciamo?"
"Non sono riuscita a vendere la lana, e ho pensato che questo bambino potrebbe esserci utile. Chissà che non ci porti fortuna" disse.
Quella sera, intanto, andarono a letto digiune.
Quando era già notte fonda, e le sorelle dormivano, lo schiavo si alzò, si affacciò alla finestra, e notò una luce che brillava in lontananza. Incuriosito, decise di andare a vedere cosa fosse. Era una casa. Entrò e trovò tre bambini seduti intorno al focolare, dove, in una grande pentola, cuoceva un agnello. Lo prese, mise i bambini al suo posto e tornò a casa con l'agnello. Le sorelle, molto contente, mangiarono a sazietà.
"Avete visto com'è utile?" disse la più giovane.
Nel frattempo, in quella casa aveva fatto ritorno la padrona, che era una ghula. Cercò i suoi figli e li trovò nella pentola, che cuocevano al posto dell'agnello. Infuriata, decise di mettersi a cercare il colpevole per divorarlo. Si trasformò in una donna vecchia, comprò dei dolci e andò da un villaggio all'altro, offrendoli ai bambini e chiedendo:
"Che cosa avete mangiato per cena?"
Soltanto verso sera incontrò il piccolo schiavo nero, e anche a lui chiese:
"Che cosa hai mangiato ieri?"
"Povera vecchia, non sai cosa ho mangiato con le mie padrone? Agnello ripieno " le rispose.
"Dimmi, dov'è la vostra casa?"
Lui gliela indicò, ma aveva capito chi era e, quando la ghula, quella stessa notte, andò a casa delle tre sorelle per mangiarlo, non lo trovò perché si era nascosto.
Lo rivide il giorno dopo, mentre giocava con i bambini del villaggio.





"Dove hai dormito?" gli chiese.
"Avvolto in una stuoia."
Anche quella notte tornò, lo cercò, ma non riuscì a trovarlo. Il mattino seguente lo cercò e gli chiese:
"Dove hai dormito?"
"Dietro la porta".
Tornò a cercarlo per la terza volta, ma non lo trovò. Quando fu stanca di cercarlo, si mise a sedere sopra una grande pentola e, proprio in quel momento, sentì un rumore: era il bambino nascosto dentro che, per lo spavento, aveva scoreggiato. La ghula scoperchiò la pentola e lo vide.
"Sei tu!" esclamò contenta, afferrandolo per mangiarlo.
"Che vuoi mangiare? Non vedi che sono sporco e senza carne? " disse lui.
"Secondo te, cosa dovrei fare?"
"Portami un pollo ripieno al giorno, fino a che non ingrasso".
Lui acconsentì. Ogni giorno portava il pollo e gli chiedeva:
"Sei grasso?"
"No" rispondeva; e intanto mangiava i polli con le sue padrone; e insieme scavarono un fosso. Quando questo fu abbastanza profondo, lo ricoprirono di paglia fine. Venne la ghula, e chiese al bambino:
"Sei ingrassato o no?"
"Adesso sono molto grasso; puoi entrare a mangiarmi " rispose. 
"Apri la porta" gli ordinò.
L'aprirono.
Appena vide la porta aperta, la ghula corse per acchiappare il bambino, e cadde nella trappola. Allora, le tre sorelle cominciarono a ricoprirla di terra. Invano gridava:
"Fatemi uscire, non vi succederà niente". 
Non lo ascoltarono neppure; la sotterrarono e attesero che morisse. Poi andarono nella sua casa. Vi trovarono tutte le ricchezze che uno può desiderare. Le portarono via e vissero felici e contenti.

Da:"Fiabe Persiane e Siriane", a cura di Inge Hoepfner e Maria Antonietta Carta.



Rimandi e Confronti:

L'Anello Magico, Calvino n.42.
Pulcino (variante di 'Pollicino'), Calvino n. 130.
La Vecchia dell'Orto (variante di 'Hansel e Gretel'), Calvino n.181.
Alì Baba e i Quaranta Ladroni, Le Mille e una Notte.

Dopo avere evocato, nel post sul Gufo, il baubau - che sia uno strano animale-vampiro, l'uomo nero, la vecia, il lupo, ecc., - non si poteva che risalire alla fiaba delle fiabe, come rappresentante di questo tipo. Ma, invece, di riproporre immediatamente la versione classica dei Grimm, ho pensato a questa ricca variante siriana.

L'inizio corrisponde a "L'Anello Magico", (Calvino n.42).
In questo tipo fiabesco, spesso , l'eroe è un non-eroe, il figlio "grullo", che spende quel poco denaro rimasto, necessario alla famiglia, in genere poverissima, per riscattare in successione tre animali, salvandoli da morte certa.  Gli animali saranno i suoi aiutanti magici [vedi "Gli animali riconoscenti"- Propp]. La stessa funzione, in questa fiaba siriana, è ricoperta dallo schiavetto nero.

In un modo, in un altro, si passa a "Pollicino" e alla "lucina nel bosco".
Ma, mentre Pollicino e i suoi fratelli, abbandonati dai genitori sfiniti dalla miseria, s'imbattono nella tana dell'Orco e rischiano di essere uccisi e divorati, lo schiavetto nero trucida disinvoltamente tre bambini e li mette a bollire nella pentola da cui preleva l'agognato bottino, l'agnello che vuol portare alle sue padrone. Niente fa capire ch'egli sapesse di essere "autorizzato" moralmente ad uccidere perché consapevole di avere scovato la figliolanza di una terribile ghula, la femmina del ghoul, un dèmone assimilabile al nostro orco.
La ghula si mette alla ricerca del colpevole, "trasformandosi" nel capo dei ladroni del racconto di Alì Baba, alla caccia del tesoro trafugato, mentre lo schiavo nero ricopre la funzione di Morgiana, la schiava di Alì Baba che salva la vita al padrone e alla sua famiglia.
Una volta scoperto il colpevole, si vira decisamente verso "Hansel e Gretel". Con la sorprendente credulità che accomuna orchi nostrani e ghoul esotici, il dèmone accetta di mettere all'ingrasso lo schiavetto prima di divorarlo. Ma, esattamente come la vecchia strega del bosco, non riesce a vedere se, effettivamente, il bambino stia ingrassando o no. Nella fiaba dei Grimm, secondo il loro stile, si precisa pragmaticamente che la vecchia strega aveva una vista debolissima. Come accade nella maggior parte dei casi, invece, qui, non viene fornita alcuna spiegazione.Non rimane che  la teoria Proppiana: la ghoula non può vedere il bambino , perché, se i vivi non possono vedere i morti, anche i morti non possono vedere i vivi. E la ghula, come la vecchia del bosco appartiene al regno dei morti.  E finisce "uccisa" nella tipica trappola delle fiabe arabe, siriane, ecc. Con una differenza: in genere, la fossa mimetizzata da una stuoia, è colma di braci ardenti, ed è il fuoco ad uccidere il ghoul, esattamente come il forno ardente divora la vecchia strega di Hansel e Gretel. Secondo quella che Propp chiama l'Inversione fiabesca, la Padrona del fuoco, la Signora degli animali che iniziava l'adepto attraverso la morte temporanea "nella stufa ardente", una volta perduto il senso del Rito, in seguito alle intervenute trasformazioni delle società , diventa il mostro, la Nemica da uccidere in quello che, ormai, è  vissuto solo come uno strumento di tortura e di morte.

Tra le Varianti:
"La Storia di Luda" da "Fiabe Popolari Arabe"

Mab's Copyright