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venerdì 31 marzo 2017

Il Funerale di Flory Cantillon, Thomas Crofton Croker

Yeats colloca questo racconto nella sezione Sirene:

"La Sirena o, se si vuole usare il nome irlandese, la Moruadh o Murrúghach, da muir, mare, e oigh, ragazza, non è infrequente, dicono, sulle coste più selvagge. Ai pescatori piace poco vederla, perché vuol sempre dire burrasche imminenti. Le Sirene maschio (se si può usare questa espressione; io non ho mai sentito il maschile di Sirena) hanno denti verdi, capelli verdi, occhi porcini e naso rosso; le loro donne invece sono belle, pur con tutta la loro coda di pesce e le dita palmate come le zampe delle anatre. A volte preferiscono i pescatori di bell'aspetto ai loro innamorati marini, e non si può biasimarle troppo. Si dice che vicino a Bantry, il secolo scorso, vivesse una donna tutta coperta di squame come un pesce, nata da un'unione di questo tipo. Alle volte escono dal mare e se ne vanno in giro per la spiaggia sotto forma di piccole mucche senza corna. Nelle loro vere sembianze portano un cappello rosso chiamato cohullen druith, in genere coperto di piume. Se questo viene loro rubato, non possono più immergersi sott'acqua. In ogni paese il rosso è il colore della magia, ed è sempre stato così, dai tempi più remoti. I cappelli delle fate e dei maghi sono quasi sempre rossi."

domenica 1 novembre 2015

Spettri Irlandesi, da W.B. Yeats



Eugène Grasset 


Gli spettri o, come sono chiamati in irlandese, i Thevshi o Task (taidhbhse, tais), vivono in una condizione intermedia tra questa e l'altra vita. Sono trattenuti in questo stato da qualche desiderio o passione, o da qualche dovere non compiuto, o ancora da animosità contro i vivi. "Ti perseguiterò" è una minaccia comune; si sentono anche dire frasi del tipo: "Lei lo perseguiterà, se ha un briciolo di vera passione". [1] Se una persona è molto addolorata per la morte di un amico, un vicino dirà: "Calmati ora, gli stai impedendo di riposare in pace" [2]; nelle isole occidentali invece, secondo la signora Wilde, [3] vi diranno: "State svegliando il cane che è all'erta per divorare le anime dei morti".
Si crede che coloro che muoiono all'improvviso diventino più frequentemente degli altri dei fantasmi persecutori. Questi si aggirano spostando mobili e cercando di attirare in tutti i modi l'attenzione. Quando l'anima ha lasciato il corpo, viene portata via, a volte, dai folletti [4]. Conosco la storia di un contadino che un giorno vide, seduti in una fortezza fatata, tutti coloro che per anni erano morti nel suo villaggio. Tali anime sono considerate perdute. Se un'anima sfugge ai folletti può essere catturata dagli spiriti del male. Le anime deboli dei bambini sono in particolare pericolo. Quando muore un bambino molto piccolo i contadini dell'ovest spruzzano la soglia con il sangue di una gallina, in modo che gli spiriti vengano attratti fuori dal sangue. Un fantasma è costretto a obbedire agli ordini dei vivi. "Il garzone di stalla, là dalla signora G. - disse un vecchio contadino - incontrò il padrone, morto da due giorni, che andava in giro per il cortile, e gli propose di andare con lui al faro e di infestare quello; ed è ancora lì in mezzo al mare, signore. La signora G. si arrabbiò moltissimo per questo e licenziò il ragazzo". Un faro desolato, povero diavolo d'un fantasma! La signora Wilde pensa che vengano castigati così soltanto gli spiriti troppo cattivi per il paradiso e troppo buoni per l'inferno. Sono obbligati ad obbedire a qualcuno a cui abbiano fatto torto.
Le anime dei morti prendono a volte la forma di animali. A Sligo c'è un giardino in cui il giardiniere vide un vecchio proprietario nelle sembianze di un coniglio. A volte prendono la forma di insetti, specialmente farfalle [5]. Se ne vedete una svolazzare vicino a un cadavere, quella è l'anima, ed è segno che essa è andata nel mondo della felicità eterna. L'autore di Parochial Survey of Ireland, 1814, sentì una donna dire a un bambino che stava inseguendo una farfalla: "Come fai a sapere che non è l'anima di tuo nonno?". Alla vigilia di Ognissanti i morti se ne vanno in giro e danzano con le creature fatate. Qui, come in Scozia, si crede comunemente alle apparizioni. Se vedete il sosia, o l'apparizione di un amico al mattino, niente di male può venirne; ma se lo vedete alla sera, sta per morire [6].

W. B. Yeats

Note mie:

[1] La diffusa, e spesso sottesa, teoria che il protagonista di un grande amore, o di una bruciante passione, vinca anche la Morte, condannando se stesso e l'oggetto del suo folle innamoramento ad una sorta di possessione delirante è stato sfruttato senza vergogna dalla letteratura romantica (e/o sentimental-gotica).
Personalmente, trovo che la disperata invocazione di Heathcliff alla sua Cathy - proprio in quel contesto di rinfacci crudeli e richiami disperati, senza requie sino alla fine, ne sia il più emozionante esempio.
"... I stood still, and was witness, involuntarily, to a piece of superstition on the part of my landlord which belied, oddly, his apparent sense. He got on to the bed, and wrenched open the lattice, bursting, as he pulled at it, into an uncontrollable passion of tears. ‘Come in! come in!- he sobbed - Cathy, do come. Oh, do - once more! Oh! my heart’s darling! hear me this time, Catherine, at last!’ (Wuthering Heights, di Emily Bronte)

"... mi soffermai nel labirinto dei corridoi, e, senza volerlo, fui testimone di uno sfogo superstizioso del mio padrone di casa che bizzarramente contrastava con il suo apparente cinismo. Montò sul letto e, spalancati i pesanti scuri, scoppiò in un irrefrenabile pianto: 'Entra, entra!- singhiozzò - Cathy, vieni... Torna da me! Oh! amore mio, dammi ascolto per questa volta, Cathy, vieni, infine!" (Cime Tempestose).


Angel Dominguez


[2] Stessa filosofia della fiaba - di origine orientale - della madre inconsolabile che impedisce il riposo del bambino perduto con il suo ininterrotto pianto, riportata anche dai Grimm, "La Camicina da Morto", KHM 109.

[3] Lady Wilde, madre di Oscar Wilde

[4] Il Cristianesimo, travolgendo e stravolgendo l'antica cultura, ha portato una confusione irrimediabile. Nel pur lodevole tentativo di preservare saghe e miti precedenti, i monaci traduttori e amanuensi irlandesi hanno spogliato di qualsiasi accenno di divinità i protagonisti del Passato. Li hanno dapprima mescolati e poi volutamente e definitivamente confusi con il Piccolo Popolo che abitava nei Tumuli sotto le colline. E, perché anche la magia sa di "soprannaturale", ne hanno fatto degli abili illusionisti capaci di ingannare i sensi delle proprie vittime. Li hanno imparentati con il Diavolo e ne hanno ipotizzato la condizioni di angeli caduti. Oppure di anime indegne di qualsiasi dimora ultraterrena. O di un antico popolo di non battezzati perché antecedente al Cristianesimo. Oppure, oppure, oppure... Mi sembra cosa buona e giusta che gli spettri inquieti rendano loro visita.


Araya Samuel


[5] In realtà, usanza funebre vuole e pretende che la "veglia" serva a tenere lontano gli spiriti maligni dell'aria che potrebbero introdursi nel corpo del defunto, che per tre giorni è una sorta di sliding door, in quanto anche la sua stessa anima potrebbe "fuggire", e poi rientrare, sotto forma di insetto (mosca). Per questo tutti gli orifizi vengono sigillati.


Yusuke Katekari


[6] Se si incontra il proprio sosia va aggredito fino ad indurlo alla fuga, altrimenti vi sostituirà.

Mab's Copyright


lunedì 28 settembre 2015

Il Korandon, il Leprecaun, e la Groac'h o la Melusina Diabolica





Addentrarsi nel mondo della classificazione dei folletti nordeuropei, in particolare, dei folletti partoriti dalla cultura celtica: irlandesi, scozzesi, bretoni,(La "Piccola Bretagna" nel nord della Francia) è un'impresa da superbi sconsiderati. Yeats, e Kennedy, e Joyce, e Crocker (ecc., ecc.) hanno umilmente virgolettato mille volte le proprie teorie in proposito, derivate dalle loro rilevazioni sul campo.
Così, grosso modo, potrei dire che il Korandon-Korrigan bretone dovrebbe essere parente stretto del Leprecaun irlandese (più che del domestico e, in fondo, benigno Brownie, come ho letto da qualche parte)






William Butler Yeats:
"Il nome Lepracaun - mi scrive Douglas Hyde - viene dall'irlandese leith brog, cioè Ciabattino-di-una-scarpa sola, perché di solito lo si vede lavorare a un'unica scarpa. In irlandese si dice Leith bhrogan o leith phrogan, che in certe parti viene pronunciato Luchryman, come riporta O'Kearney nel suo incomparabile libro Feis Tigh Chonain"
Lepracaun, Cluricaun e Far Darrig: si tratta di un solo spirito sotto sembianze e atteggiamenti differenti? Su questo sarà difficile trovare due scrittori irlandesi che concordino. Sono molte le cose in cui queste tre creature fatate, se tre sono, si assomigliano. Sono grinzose, vecchie e solitarie, diverse sotto ogni punto di vista dai socievoli spiriti delle prime sezioni. Vestono nel modo più dimesso e sono esseri più che mai sudici, trascurati, beffardi e ingannevoli. Sono i veri grandi burloni del buon popolo.
Il Lepracaun fa continuamente scarpe e ha accumulato grandi ricchezze. Molte pentole piene d'oro, seppellite tanti anni fa in tempo di guerra, ora appartengono solo a lui. All'inizio di questo secolo, secondo Crocker, nella sede di un giornale di Tipperary facevano vedere una piccola scarpa dimenticata lì da un Lepracaun. Il Cluricaun (Clobhair-Ceann in O'Kearney) si ubriaca nelle cantine dei signori. Secondo alcuni non è che un Lepracaun che fa baldoria. E' pressoché sconosciuto nel Connaught e nel Nord.
Il Far Darrig (fear dearg), che significa Uomo Rosso, perché porta un berretto e un gabbano rossi, pensa solo a combinare scherzi, in special modo macabri. Non fa nient'altro che questo.
Il Pooka sembra essenzialmente uno spirito animale. Alcuni fanno derivare il suo nome da poc, un caprone, e alcuni intellettuali lo considerano l'antenato del Puck di Shakespeare. Vive sulle montagne solitarie e tra le vecchie rovine, reso mostruoso da tanta solitudine, e appartiene alla stessa razza degli Incubi".




Scartati il cupo Pooka e altri folletti che appartengono più al mondo degli spiriti inquieti, ovviamente, rimane il Leprecaun in una delle sue innumerevoli denominazioni. Ma, a parte il legame con un favoloso tesoro, e quello con i sarti fatati - legami indiretti - il Korandon della leggenda bretone ha molto poco in comune con un Leprecaun, così come è generalmente rappresentato.
Se, invece, accettiamo l'apparentamento con il Korrigan, altro folletto bretone, o meglio, un altro nome con cui viene indicato lo stesso essere in Bretagna...






Il Korrigan è decisamente un nano, è collegato strettamente all'acqua, alla musica, è uno spirito animale, è sia benigno che maligno, come le Fate sono e devono essere. Quindi, tra Korrigan e Leprecaun, l'identificazione del Korandon della leggenda potrebbe fermarsi qui. Ma Korrigan, in Bretagna, è anche il nome attribuito ad entità femminili, Fate belle e minuscole che infestano sorgenti e pozzi, lunghi capelli neri o candidi, occhi rossi e luminosi nelle tenebre, Fate maligne, lussuriose, eterne tentatrici di uomini, meglio se preti cattolici.






E così, la Groac'h - antica divinità delle acque trasformata in dèmone lussurioso dal Cristianesimo vincente - mezza Ondina e mezza Sirena, che vive in un lago collegato al mare da una corrente magica, e trasforma i mille mariti-prigionieri in pesci (stagno) e finisce sigillata in un pozzo sino al Giorno del Giudizio, bellissima adescatrice di mortali tremebondi, sembra l'altra faccia del vecchio nano accovacciato nel grande nido, più che la moglie fedifraga.
Infine, ciò che possiamo affermare senza essere presuntuosi è che appartiene alla grande schiera delle Amanti Soprannaturali Maligne, il lato diabolico della Melusina fondatrice di nobili dinastie umane.

Ancòra Yeats:

"La Leanhaun Shee (Amante Fatata) brama l'amore dei mortali. Se loro glielo rifiutano, finisce per divenire loro schiava; se lo concedono, allora sono loro gli schiavi, e possono sottrarsi solo trovando un altro che prenda il loro posto. Questa creatura vive della loro vita, ed essi avvizziscono. La morte non basta per sfuggirle. È la musa gaelica, perché ispira coloro che perseguita. I poeti gaelici muoiono giovani, perché lei è inquieta e non sopporta che rimangano a lungo su questa terra - malefico spirito che non è altro!".


Sebastian Giacobino

Mab's Copyright

Tutte le immagini, tranne l'ultima, sono di J. B. Monge.



lunedì 23 febbraio 2015

Streghe e Guaritori, W.B. Yeats

Streghe e guaritori ricevono il loro potere da dinastie opposte: la strega lo ricava da spiriti maligni e dalla sua stessa perfida volontà; il guaritore dai folletti e da un qualcosa - un certo temperamento - che è innato in lui, o in lei. Le prime sono sempre temute e detestate, dai secondi si va per avere consigli e sono, al massimo, degli imbroglioni.
A volte i più famosi guaritori sono persone che i folletti hanno amato, rapito e tenuto con sé per sette anni; non che i prediletti dei folletti vengano sempre rapiti - possono semplicemente diventare silenziosi e strani, e darsi a vagabondaggi solitari nei luoghi di lorsignori.
Tali individui diventeranno, in seguito, grandi poeti o musicisti, oppure guaritori; non vanno confusi con quelli che hanno una Lianhaun shee [leannàn-sidhe], perché la Lianhaun shee si alimenta degli organi vitali dei suoi prediletti, che così si consumano e muoiono. Essa fa parte dei terribili spiriti solitari.
Da lei sono stati posseduti i più grandi poeti irlandesi, da Oisin in poi, fino al secolo scorso.
Le persone di cui parliamo hanno per amici i folletti in frotte, il popolo allegro e socievole delle fortezze e delle caverne. La loro conoscenza delle erbe e degli incantesimi è grande. Questi dottori vengono interpellati quando il latte non diventa burro o la mucca non dà latte, per scoprire se la causa fa parte del normale corso della natura o se c'è stata qualche stregoneria. Forse qualcuno, con il sistema della mano morta, si è portato il burro alla sua zangola. Qualunque cosa sia, c'è la contro-fattura.
Danno consigli anche in caso di sospette sostituzioni fatate, e prescrizioni contro il colpo del folletto (quando il folletto colpisce qualcuno si forma un tumore, oppure la persona rimane paralizzata. Allora si parla di colpo del folletto o di botta del folletto). Naturalmente essi possono vedere i folletti, e più di una volta hanno intimato al proprietario di demolire una casa appena costruita perché si trovava sul cammino dei folletti.

Lady Wilde ne descrive così uno che viveva sull'Isola di Sark:
"Non ha mai toccato birra, liquori o carne in tutta la sua vita, ma si è nutrito esclusivamente di pane, frutta e verdura. Un tizio che l'ha conosciuto ne parla in questo modo: "Estate e inverno, il suo abito non cambia mai - una semplice camicia di flanella e la giacca. Paga la sua quota quando si organizza una festa ma non mangia né beve il cibo e le bevande che gli vengon messi davanti. Non parla inglese, né mai si riuscirebbe a convincerlo a imparare questa lingua, benché egli dica che essa potrebbe essere usata con grande efficacia per maledire i propri nemici. Considera il cimitero un luogo sacro, e non porterebbe via da una tomba nemmeno una foglia d'edera. È convinto che la gente faccia bene a mantenere le antiche usanze, come quella di non scavare mai una tomba di lunedì e di far fare alla bara tre giri attorno alla fossa seguendo il corso del sole, perché allora i morti riposano in pace. Condivide la credenza popolare secondo cui i suicidi sono maledetti; la gente ritiene infatti che, se un suicida viene sepolto in mezzo ai morti della sua famiglia, questi voltino la faccia.
Anche se di condizione agiata, mai, neppure in giovinezza, ha pensato di prendere moglie, né mai s'è saputo che amasse una donna. Non si lascia coinvolgere dalla vita, e in questo modo mantiene il suo potere sulle forze occulte. Nessuna somma di denaro potrà tentarlo a trasmettere a un altro il suo sapere, perché se lo facesse cadrebbe morto stecchito; così egli crede. Non toccherebbe mai un bastone di nocciolo; porta però una bacchetta di frassino, che tiene nelle mani, appoggiata sulle ginocchia, quando prega; l'intera sua vita è dedicata a opere di bene e di carità e, nonostante ora sia vecchio, non è stato ammalato neanche un solo giorno. Nessuno l'ha mai visto andare in collera, né ha mai sentito uscire dalle sue labbra un'espressione di rabbia se non una sola volta e in quel caso, molto irritato com'era, recitò la preghiera del Signore all'incontrario, in oltraggio al suo nemico. Prima di morire rivelerà il mistero del suo potere, ma non prima di sentire su di sé la mano della morte con assoluta certezza".

Quando lo rivelerà, senza dubbio lo farà a una persona soltanto - il suo successore. Nella contea Sligo esistono parecchi dottori di questo tipo, davvero ricchi di scienza nel campo delle erbe medicinali, e i miei amici ne incontrano anche nelle loro contee. Tutto ciò va avanti allegramente. Invano lo spirito del Tempo ride, quando lui stesso è ormai a un soffio dal tramonto, o sta già tramontando.



Louis Rhead


Gli incantesimi delle streghe sono completamente differenti; hanno l'odore della tomba. Uno dei più potenti è la magia della mano morta. Borbottando le parole magiche mescolano l'acqua di un pozzo con una mano tagliata a un cadavere e raccolgono dalla sua superficie il burro di un vicino.
Una candela tenuta fra le dita della mano morta non può venire spenta. È utile ai ladri; ma anche gli innamorati fanno ricorso alle streghe, perché sanno produrre filtri d'amore facendo seccare il fegato di un gatto nero e triturandolo fino a ridurlo in polvere. Mescolato al tè, e versato da una teiera nera, è infallibile.
Ci sono tante storie sul successo di questo incantesimo in anni molto recenti, ma, sfortunatamente, esso deve essere continuamente rinnovato, o tutto l'amore può trasformarsi in odio.


Stephen Mackey, "The Secret People"


Ovunque però si ritiene che l'elemento centrale della stregoneria stia nella facoltà di assumere delle apparenze contraffatte; in Irlanda, di solito, quella di una lepre o di un gatto. Molto tempo fa il preferito era il lupo.
Prima che Giraldus Cambrensis arrivasse in Irlanda, un monaco che vagava di notte in un bosco si imbatté in due lupi, uno dei quali stava morendo. L'altro pregò il monaco di dare al lupo morente l'ultimo sacramento. Egli disse la messa e si fermò quando giunse al viatico. Il secondo lupo, vedendo questo, strappò la pelle dal petto del compagno morente, mettendo a nudo la forma di una vecchia. Allora il monaco impartì il sacramento. Anni dopo confessò la cosa e, quando Giraldus visitò il paese, era sotto processo da parte del Sinodo dei vescovi. Impartire un sacramento a un animale era un grande peccato. Era un essere umano o un animale? Su consiglio di Giraldus mandarono il monaco, con degli incartamenti che illustravano il caso, dal Papa, perché decidesse. Il risultato non è riportato. Quanto a Giraldus, era dell'opinione che la forma di lupo fosse un'illusione, perché, secondo quanto sosteneva, solo Dio può cambiar forma.
Il suo parere concorda con la tradizione, irlandese e non. È opinione di molti fra coloro che hanno scritto su questi argomenti che la magia consista solo nella creazione di tali illusioni.
Patrick Kennedy racconta la storia di una ragazza che a una fiera osservava un prestigiatore tenendo in mano una zolla d'erba in cui c'era, a sua insaputa, un quadrifoglio. Ora, il quadrifoglio protegge chi lo possiede da tutti i pishogues (incantesimi), e dunque, mentre gli altri fissavano un gallo che camminava sul tetto di una catapecchia portando nel becco una grossa trave, lei domandò loro cosa trovassero di strano in un gallo con un filo di paglia. Il prestigiatore le chiese la zolla d'erba, per darla al suo cavallo, disse. Immediatamente la ragazza gridò terrorizzata che la trave sarebbe caduta uccidendo qualcuno.

Questo, dunque, va ricordato - la forma di una cosa stregata è un'illusione e un capriccio della fantasia.


Stephen Mackey



Nota al Testo:
L'ultimo processo per stregoneria avvenuto in Irlanda - non ce furono mai molti - è così riportato nella History of Carrickfergus di Mac Skimin:
"1711, 31 marzo, Janet Mean, dell'isola di Braid; Janet Latimer, quartiere irlandese, Carrickfergus; Janet Millar, quartiere scozzese, Carrickfergus; Margaret Mitchel, Kilroot; Catharine M'Callmond, Janet Liston, nota anche come Seller, Elizabeth Seller e Janet Carson, le ultime quattro dell'Isola di Magee, furono qui processate, nella corte della contea di Antrim, per stregoneria".
Il reato che veniva loro imputato era di aver perseguitato una giovane, una certa Mary Dumbar di circa diciott'anni d'età, nella casa di James Hattridge, nell'Isola di Magee e negli altri luoghi dove la ragazza era stata portata. I fatti, riferiti sotto giuramento al processo, sono i seguenti:
"Nel mese di febbraio 1711, la persona perseguitata, che si trovava sull'Isola di Magee, nella casa di James Hattridge (che da qualche tempo era ritenuta infestata da spiriti maligni), rinvenne sul pavimento del salotto un grembiule di cui si era notato da tempo la scomparsa, legato con cinque strani nodi che ella sciolse.
Il giorno seguente fu improvvisamente presa da un violento dolore alla coscia e in seguito cadde in preda a convulsioni e delirio; quando si fu ripresa, sostenne d'essere tormentata da alcune donne e ne descrisse minuziosamente gli abiti e l'aspetto. Poco dopo fu nuovamente colta da simili convulsioni e, quando si fu ripresa, accusò altre cinque donne di tormentarla, fornendo anche di queste la descrizione. Fatte venire le accusate dalle diverse parti del paese, la ragazza dimostrò grande paura e sembrò patire maggiori tormenti al loro avvicinarsi. Venne inoltre testimoniato che nella casa si udivano strani rumori, con dei fischi o di uno sgrattare, e che nelle stanze si notava un odore di zolfo; che per la casa venivano gettate pietre, torba e simili e che copriletti eccetera venivano spesso strappati dai letti e disposti in forma di cadavere; che una volta un capezzale uscì da una stanza e andò in cucina indossando una camicia da notte!
Dalle deposizioni risultò anche che durante alcuni dei suoi attacchi tre uomini robusti riuscivano a malapena a tenerla nel letto; che a volte vomitava piume, filato di cotone, spilli e bottoni; e che in una occasione scivolò fuori dal letto e fu adagiata sul pavimento, come sostenuta e trascinata da una forza irresistibile.
La persona perseguitata non fu in grado di rendere alcuna testimonianza al processo, essendo all'epoca muta, ma non ebbe alcun violento attacco per tutta la durata del processo.
A difesa delle accusate, sembrava che esse fossero per lo più persone sobrie e industriose che prendevano parte alle pubbliche funzioni, erano in grado di recitare il Pater Nostro ed erano conosciute per essere persone dedite alla preghiera sia in pubblico che in privato; qualcuna aveva ricevuto la comunione da poco. Il Giudice Upton parlò alla giuria, facendo notare la regolare frequenza delle accusate alle pubbliche funzioni, osservò che riteneva improbabile che delle vere streghe potessero mantenere le consuetudini religiose al punto di seguire il culto di Dio, sia in pubblico che in privato, cosa che era stata provata a favore delle accusate. Concluse esprimendo l'opinione che la giuria non poteva dichiararle colpevoli in base alla sola testimonianza delle immagini visionarie della persona perseguitata. Dopo di lui parlò il Giudice Macarthy, che era di opinione diversa, e riteneva che la giuria potesse, in base alle testimonianze, esprimere verdetto di colpevolezza; il che di fatto fece. Questo processo durò dalle sei del mattino fino alle due del pomeriggio, e le prigioniere furono condannate a dodici mesi di prigione e a venir esposte quattro volte alla gogna di Carrickfergus. La tradizione dice che la gente era esasperata da queste infelici che divennero oggetto, mentre erano alla gogna, di violenti lanci di gambi di cavolo bolliti e simili, e che per questo una di loro perse un occhio.

Da: "Fiabe Irlandesi", W.B. Yeats

giovedì 29 gennaio 2015

La Trota Bianca, una Leggenda di Cong - Yeats


Queste storie di trote sono diffuse in tutta l'Irlanda. Molti pozzi sacri sono infestati da tali trote benedette. C'è una trota in un pozzo ai margini di Lough Gill, nello Sligo, che una volta qualche rinnegato mise sulla graticola. Ne porta ancora i segni. Ce la mise, molto tempo fa, il santo che consacrò il pozzo. Oggi possono vederla solo le anime pie che hanno fatto la giusta penitenza.
[Nota al Testo]


Alan Lee



'era una volta, tanto tempo fa, una bella dama che viveva in un castello sul lago laggiù, e si racconta fosse promessa al figlio del re, e che stessero per maritarsi quando improvvisamente lui venne ucciso, poverino (che Dio ci aiuti) e gettato nel lago di cui ho detto; e così, naturalmente, non gli fu possibile mantenere la promessa fatta alla bella dama - ma che disdetta. A quel che si dice la dama uscì di senno, per aver perduto il figlio del re - aveva il cuore tenero, che Dio aiuti lei e anche noi! - e si struggeva per la sua scomparsa, finché un giorno nessuno la vide più, nel bene e nel male; e allora si disse che i folletti se l'eran portata via. Beh, signor mio, passato un po' di tempo, comparve nel ruscello laggiù la Trota Bianca, che Dio la benedica, e la gente non sapeva proprio cosa pensarne, visto che di una trota bianca nessuno aveva mai sentito parlare prima d'allora, e neanche dopo; passarono gli anni, e la trota era sempre lì, proprio dove l'avete vista in questo istante benedetto, da un tempo ben più lungo di quanto io possa dire - in verità così indietro non arriva nemmeno la memoria del più vecchio del villaggio. Alla fine la gente cominciò a pensare che doveva trattarsi di una creatura fatata; e cos'altro poteva essere? - e nessuno mai fece mai del male alla trota bianca, fino a che non arrivò da queste parti una soldataglia malvagia e peccatrice, che rideva di tutta la gente di qui, la scherniva e la prendeva in giro perché credeva in cose del genere; e uno in particolare (che la sfortuna lo perseguiti; Dio mi perdoni per averlo detto!) giurò che avrebbe catturato la trota e se la sarebbe mangiata a cena - lo sciagurato! Beh, potete immaginare dove arrivò la malvagità del soldato? Acchiappa la trota, se la porta a casa, mette sul fuoco una padella e ci schiaffa dentro la povera bestiola.
La trota emise un urlo che pareva in tutto e per tutto quello di un cristiano, e, caro mio, lo crederesti? Il soldato si piegò in due dalle risate - perché era un furfante incallito - e quando pensò che da una parte fosse cotta, la girò per friggerla dall'altra; ma, che tu ci creda o no, non si vedeva nemmeno una traccia di bruciatura; allora il soldato si convinse che quella doveva essere una trota balzana, che non si lasciava arrostire.
"Ma - dice - la rigirerò ogni tanto", certo senza immaginare, lo sciagurato, quello che si preparava per lui. Quando pensò che quel lato fosse cotto la girò di nuovo e, sentite questa, quella parte non era cotta neanche un po' più dell'altra. "Maledetta la mia sfortuna - dice il soldato - questo è troppo! Ma con te non ho finito, bella mia - dice - per quanto tu ti creda furba", e con questo la rivolta: ma sulla bella trota il fuoco non aveva lasciato proprio alcuna traccia.
"Beh", fa il malandrino impenitente (che certo, signore, se non lo fosse stato fino in fondo avrebbe potuto capire che non stava facendo una cosa giusta, vedendo che tutti i suoi tentativi non portavano a nulla). "Beh - dice - cara la mia trotina, magari sei fritta a sufficienza, anche se all'esterno non sembri ben guarnita; forse sei meglio di quel che sembri, come un gatto scorticato, e dopo tutto chissà che tu non sia un bocconcino prelibato", dice lui; e così dicendo prende coltello e forchetta per assaggiare un pezzo di trota; ma, cribbio, nel momento in cui ficca il coltello nel pesce, ci fu un urlo terrificante, che la vita vi abbandonerebbe al solo sentirlo, e la trota salta fuori dalla padella nel mezzo del pavimento; e nel punto in cui era caduta ecco vien su una bella dama - la creatura più bella che mai si sia vista, vestita di bianco, e con una fascia d'oro nei capelli, e un rivolo di sangue che le corre giù per il braccio.
"Guarda dove mi hai ferita, sciagurato - dice lei, protendendo il braccio nella sua direzione, e quello, caro mio, credette di perdere la vista - Non potevi lasciarmi nel fiume, dov'era fresco e confortevole, invece di disturbarmi mentre ero intenta alla mia missione?", dice lei.
Beh, lui tremava come un cane in un sacco bagnato, e alla fine biascicò qualcosa, pregando che gli venisse risparmiata la vita, e chiese perdono a sua Signoria, e disse che non sapeva che fosse intenta a una missione altrimenti, da quel bravo soldato che era, non si sarebbe mai immischiato nelle sue faccende.
"Io ero in missione, proprio - dice la dama - stavo aspettando il mio vero amore, che sta arrivando da me nell'acqua - dice lei - e se arriva mentre non ci sono, e non riusciamo a incontrarci, ti trasformerò in un salmoncino, e ti darò la caccia ovunque e per sempre, finché l'erba crescerà e l'acqua continuerà a scorrere." Beh, il soldato si sentì proprio morire, all'idea di essere trasformato in un salmoncino, e implorò perdono; e allora la dama dice:
"Lascia le tue cattive abitudini - dice - disgraziato, o sarà troppo tardi per pentirsi; comportati come un brav'uomo, d'ora in poi, e fa' il tuo dovere, e ora - dice lei - riportami indietro e rimettimi nel fiume dove m'hai trovata".
"Oh, mia signora - dice il soldato - Dove mai potrei trovare il coraggio di annegare una signora così bella?".


Rackham A.



Ma prima che potesse dire un'altra parola, la dama era scomparsa, e per terra di fronte a lui vide la piccola trota. Beh, la mette in un piatto pulito e corre via con le ali ai piedi, per paura che il suo amore potesse arrivare mentre lei non c'era; e corse e corse fino a che giunse di nuovo all'anfratto, e gettò la trota nel fiume. Nell'istante preciso in cui lo fece, l'acqua per un poco divenne rossa come il sangue, per via della ferìta, credo, fino a che la corrente non lavò via la macchia; e ancor oggi c'è una macchiolina rossa sul fianco delle trote, nel punto in cui quella era stata ferita.
Beh, signore, da allora in poi il soldato fu un altro uomo, e cambiò abitudini, e andò a confessarsi regolarmente, e fece astinenza tre volte a settimana - però non mangiò mai pesce, nei giorni in cui faceva astinenza, perché dopo la paura che aveva avuto non sarebbe mai riuscito a digerirlo - con rispetto parlando. Ma in ogni caso, era cambiato completamente, come ho già detto, e nel giro di un po' di tempo lasciò l'esercito, e alla fine divenne un eremita; e dicono che pregava sempre per l'anima della Trota Bianca.


Stegg A.

"Fiabe Irlandesi", W.B. Yeats

Mi prende immancabilmente una malinconia mortale quando leggo e rileggo queste leggende (spesso una sorta di parabole eziologiche) abitate da "dame" sfortunate, incalliti peccatori agnostici, conversioni penitenziali, e santi monaci che hanno allegramente spodestato le Druide, tradizionali guardiane dei pozzi.
Le Dée dei fiumi donavano cavalli prodigiosi agli Eroi e ricevevano in offerta mucche bianche come il latte, e salmoni vengono invocati ed evocati da Amergin, poeta supremo e quindi "mago", nel momento in cui i Figli di Mil, ovvero gli Uomini, invadono Erin segnando il destino degli Déi e il proprio: 
"Io, vento del mare / Io, onda dell'oceano / Io, fragore dei marosi / Io, cervo dalle sette corna / Io, falco sulla roccia / Io, raggio del sole / Io, l'albero più bello / Io, cinghiale valoroso / Io, salmone nell'acqua / Io, lago nella piana / Io, collina della saggezza / Io, parola dei poeti / Io, sgominante lancia della vittoria / Io, divinità che modella il fuoco nelle menti / Chi altro interpreta le grandi pietre sulla montagna? / Chi conosce le fasi della luna? / Chi sa dove tramonta il sole? / Chi trae i tesori dalle dimore di Tetra? / Per chi sorridono i tesori di Tetra?"
E in trote e salmoni si trasformano gli antichi eroi. Tuan mac Cairill, unico sopravvissuto degli antichissimi invasori di Partholón, si trasforma, nei secoli, in cervo, in cinghiale, in falco, e, infine, in un salmone. Dopo cento anni viene pescato e cucinato per la Regina dell'Ulaid, che lo partorisce nuovamente in sembianze umane perché tramandi ciò che non può essere scritto.
Il "salmone della conoscenza" benedice l'Epifania di Deimne, beffando l'interminabile ed inutile attesa del suo mèntore, il Druido Finnegas, e Deimne fu Find, figlio di Cumhall, padre del "cerbiatto" e futuro poeta Oisin, (che una traduzione sbagliata trasformerà in Ossian), e  Capo delle Fianna.
[Ricordate la fiaba dei bambini gemelli, che, spinti dalla gola, mangiano il cuore ed il fegato dell'uccello cucinato per l'avvertito ospite? O il "linguaggio degli animali", in cui il protagonista, come Finn, si limita a leccarsi il dito con cui ha toccato il pesce/uccello? Tutti usurpatori involontari di poteri non destinati a chi li aveva a lungo cercati]

Mab

martedì 25 novembre 2014

The Cell and the Wilderness Shall Never Be Long Empty...

Wisdom and beauty and power may sometimes, as I think, come to those who die every day they live, though their dying may not be like the dying Shakespeare spoke of. There is a war between the living and the dead, and the Irish stories keep harping upon it. They will have it that when the potatoes or the wheat or any other of the fruits of the earth decay, they ripen in faery, and that our dreams lose their wisdom when the sap rises in the trees, and that our dreams can make the trees wither, and that one hears the bleating of the lambs of faery in November, and that blind eyes can see more than other eyes. Because the soul always believes in these, or in like things, the cell and the wilderness shall never be long empty, or lovers come into the world who will not understand the verse:

Heardst thou not sweet words among
That heaven-resounding minstrelsy?
Heardst thou not that those who die
Awake in a world of ecstasy?
How love, when limbs are interwoven,
And sleep, when the night of life is cloven
And thought to the world's dim boundaries clinging,
And music when one's beloved is singing,
Is death?


 Roberto Ferri


Da: "The Celtic Twilight", W.B. Yeats


martedì 28 ottobre 2014

Un Sogno, W.B. Yeats


Maximilian Pirner


Sentii i cani ululare nel chiarore lunare;
Andai alla finestra per vedere la scena;
Tutti i morti che mai avevo conosciuto
Se ne andavano, uno a uno, due a due.
Andavano, avanti andavano;
Tutti concittadini, dal primo all'ultimo;
Nati nel chiarore lunare del sentiero,
Nuovamente spenti nella pesante ombra.
Compagni di scuola, a passo di marcia come quando giocavamo
Un tempo ai soldati - ma più composti ora;
Ma la vista più strana erano per me
Quelli che sapevo annegati nel terribile mare.
Gente dritta e bella, e gente debole e curva,
Alcuni che amai, e tremai nel parlargli;
Alcuni morti solamente da un giorno;
Alcuni di cui non sapevo la morte.
Una lunga, lunga folla - dove ciascuno sembrava solo!
Eppure fra tutti una, solo una,
Alzò la testa e guardò verso di me.
Indugiò un momento - non poteva fermarsi.
Quanto a lungo vidi in seguito la sua pallida faccia!
Ah! Cara madre! Potessi solamente chinare
La mia testa sul tuo seno, riposare un momento
Con la tua mano posata sulla mia guancia bagnata di lacrime!
Avanti, avanti, formarono un mobile ponte
Sul flusso lunare da ombra a ombra
Giovani e vecchi, uomini e donne
Da tempo dimenticati, ma ora tornati alla mente.
E dapprima si udì una amara risata;
Un attimo dopo rumore di pianto;
E poi una musica così alta e festosa,
Che ogni mattina, giorno dopo giorno
Mi sforzo di poterla richiamare alla mente.


domenica 24 novembre 2013

La Leggenda di O'Donoghue - Yeats


Questa è una delle leggende riportate da Yeats, che l'aveva attinta da una raccolta di T.C.Croker.


n un tempo così lontano che non se ne conosce l'epoca precisa, un capo di nome O'Donoghue reggeva le terre che circondano il romantico (sic!) Lough Lean, ora chiamato il lago di Killarney. Saggezza, generosità e giustizia distinguevano il suo regno, e la prosperità e la felicità dei suoi sudditi ne erano il naturale risultato. Si dice che fosse rinomato per le sue imprese guerresche quanto per le sue virtù in tempo di pace; e, a riprova del fatto che la sua amministrazione interna pur essendo benevola non era meno rigorosa, si è soliti additare allo straniero un'isola rocciosa chiamata "la prigione di O' Donoghue", luogo in cui questo principe una volta aveva confinato il suo stesso figlio per alcuni atti di turbolenza e di insubordinazione. La sua fine - perché non può essere propriamente detta la sua morte - fu misteriosa e singolare. Durante una di quelle splendide feste per cui la sua corte era famosa, egli, circondato dai più (sic!) eccellenti fra i suoi sudditi, era impegnato in un racconto profetico degli avvenimenti che si sarebbero succeduti nelle epoche a venire.
I suoi ascoltatori seguivano ora avvinti dalla meraviglia, ora infiammati d' indignazione, bruciando dalla vergogna o abbandonandosi al dolore, mentre egli, con fedeltà e precisione, narrava gli eroismi, le offese, i crimini e le miserie dei loro discendenti. Nel mezzo delle sue predizioni egli si levò lentamente dal sedile, avanzò con passo solenne, misurato e maestoso verso le rive del lago e tranquillamente avanzò sulla sua rigida superficie. Quando ebbe quasi raggiunto il centro si fermò un momento, poi, girandosi lentamente, guardò in direzione dei suoi amici e, muovendo le braccia in segno di saluto, scomparve dalla loro vista con l'aspetto sereno di uno che prenda un breve commiato [1].
Il ricordo del buon O' Donoghue è stato custodito dalle successive generazioni con affettuosa venerazione, e si crede che all'alba di ogni Calendimaggio, anniversario della sua sparizione, egli visiti di nuovo i suoi antichi possedimenti; in genere solo a pochi privilegiati è permesso vederlo e questo onore costituisce sempre un auspicio di buona fortuna per gli spettatori prescelti.
Quando ciò è concesso a molti, è segno sicuro di raccolto abbondante - una benedizione la cui mancanza non venne mai sentita dal popolo durante il regno di questo principe. [2]
Erano trascorsi alcuni anni dall'ultima apparizione di O' Donoghue. L'aprile di quell'anno era stato piuttosto burrascoso e selvaggio, ma il mattino del primo di maggio la furia degli elementi si era del tutto placata. L'aria era tranquilla e immobile; il cielo, riflesso nel lago sereno, somigliava a un viso meraviglioso ma menzognero, i cui sorrisi, dopo le emozioni più tempestose, inducono l 'estraneo a credere che appartenga ad un'anima mai turbata da alcuna passione.
I primi raggi del sole nascente indoravano la sommità di Glenaa, quand'ecco che le acque vicino alla costa orientale del lago all' improvviso si fecero violentemente agitate, sebbene tutto il resto della sua superficie fosse liscio e immobile come una tomba di marmo levigato. Sopraggiunto il mattino, un'onda spumeggiante si scagliò in avanti e, come un orgoglioso cavallo da guerra dall'alta criniera che esulti della sua forza, si precipitò attraverso il lago verso il monte Toomies.


Pisanello


Dietro a quest'onda apparve un maestoso guerriero completamente armato, in sella a un destriero bianco come il latte; il suo pennacchio color della neve ondeggiava con grazia su un elmo d'acciaio lucente e dietro di lui fluttuava una sciarpa azzurra. Il cavallo, che sembrava esultare sotto il suo nobile peso, balzò dietro all'onda sull'acqua che lo sosteneva come fosse terraferma, mentre a ogni salto una miriade di spruzzi che scintillavano brillando al sole del mattino veniva lanciata in alto. Il guerriero era O' Donoghue; era seguito da innumerevoli giovani e fanciulle che si muovevano leggeri e senza sforzo sulla superficie dell'acqua come le fate lunari scivolano attraverso i campi dell'aria; erano uniti da ghirlande di deliziosi fiori primaverili e ritmavano i loro movimenti secondo le note di una melodia incantevole. Quando O' Donaghue ebbe quasi raggiunto la sponda occidentale del lago, girò di colpo il suo destriero e diresse il suo corso verso la costa orlata di boschi di Glenaa; era preceduto dall'onda enorme che si arricciò e spumeggiò fino all'altezza del collo del cavallo, le cui froge ardenti fremevano al di sopra di quella. Il lungo corteo delle persone che lo accompagnavano seguiva con giocose deviazioni la scia del suo capo e avanzava con incomparabile agilità al suono della musica celestiale, finché, quando entrarono nello stretto canale tra Glenaa e Dinis, furono a poco a poco avvolti dalle nebbie che fluttuavano ancora a tratti sul lago e svanirono alla vista degli stupiti osservatori. Il suono della loro musica però giungeva ancora all'orecchio e l'eco, raccogliendo le armoniose note, le ripeteva teneramente e le prolungava in toni sempre più sommessi, finché l'ultima debole risonanza svanì e coloro che avevano ascoltato si svegliarono come da un sonno di letizia.

Da una nota di Douglas Hyde riportata nell'appendice
"Tìr-na-n-Og, il Paese dei giovani, è il luogo, vi diranno i contadini irlandesi, in cui 'geabhaedh tu an sonas aer pighin', otterrete la felicità come un penny, tanto essa sarà comune e a buon prezzo. A volte, ma non spesso, è chiamato Tir-na-hoige, il Paese della Giovinezza. Crofton Croker lo scrive Thierna-na-noge, il che è uno sbaglio increscioso da parte sua, perché Thierna significa signore e non 'paese'."

Da:
Fairy and Folk Tales of Ireland, W. B. Yeats

[1] In questo tipo di leggende, l'Eroe parte convinto di allontanarsi per breve tempo. Il punto, il significato stesso del mito era che nella Terra degli Eternamente Giovani, il Tempo trascorreva in modo completamente diverso rispetto al mondo dei mortali.

[2] Così, dal "rimescolamento" cristiano riemerge l'antica Fede: l'integrità fisica, e, successivamente, morale del Re determinava il benessere materiale del popolo.

Tir-na-n-Og, La Terra degli Eternamente Giovani



C'è un paese chiamato Tir-na-n-Og che vuol dire il Paese dei Giovani, perché vecchiaia e morte non l'hanno trovato; né lacrime né forti risate vi si sono avvicinate. I boschi più ombrosi lo ricoprono permanentemente. Un uomo vi è andato e ne è ritornato. Il bardo, Oisin, che vagava in groppa a un cavallo bianco, muovendo sulla superficie della spuma con la sua fatata Niamh, ci ha vissuto per trecento anni, e poi è tornato a cercare i suoi compagni. Nell'attimo in cui ha toccato terra con un piede, i suoi trecento anni gli sono caduti addosso, si è piegato in due e la sua barba ha spazzato il terreno. Prima di morire ha descritto a San Patrizio il suo soggiorno nella Terra della Giovinezza. Da allora molti l'hanno vista, in diversi luoghi; alcuni nelle profondità di laghi da cui hanno sentito innalzarsi un vago suono di campane; più ancora l'hanno vista lontano, all'orizzonte, mentre lo scrutavano dalle scogliere occidentali. Neppure tre anni fa un pescatore ha avuto l'impressione di averla vista. Non appare mai se non per annunciare qualche sconvolgimento nel paese. Ad essa sono collegate molte credenze. 
Un pilota olandese residente a Dublino disse al signor De La Boullage Le Cong, che nel 1614 viaggiava in Irlanda, che intorno ai poli c'erano molte isole, alcune difficili da raggiungere a causa delle streghe che le abitano e che distruggono, scatenando tempeste, quelli che cercano di attraccare. 
Una volta aveva scorto e avvicinato, al largo della costa della Groenlandia, a 61 gradi di latitudine, una tale isola solo per vederla scomparire. Navigando in una direzione opposta incapparono nella stessa isola e, all'atto di accostarsi, furono quasi distrutti da una furiosa tempesta. Secondo molte storie, il Tir-na-n-Og è la residenza preferita delle creature fatate. Alcuni dicono che è triplice - l'isola dei viventi, l'isola delle vittorie e una terra sommersa. 

W.B. Yeats, "Fiabe Irlandesi"



Plutenko S.

Yeats era un poeta e quella che si direbbe "una bell'anima" . Mi piace come descrive... ciò che non condivido. Irlandese, conosceva il Gaelico quanto me, e, pur animato da un grande amore e lodevoli intenzioni, girava per le campagne alla ricerca delle sue "fonti" fiabesche con un interprete. Ma questo è il meno. "Visitava" il mondo celtico portandosi dietro la zavorra incompatibile del suo Romanticismo. Perfino Deirdre è un'eroina tragica, la sua storia è passionale, tragica, misterica, non romantica. Tir-na-n-Og, qui impastato con le stratificazioni di leggende, credenze e superstizioni successive, è un Mito che ricorre in tutte le ère di tutte le regioni del mondo. Nomi diversi, caratteristiche differenti... ma Avalon, la stessa Atlantide, le favolose Isole delle Donne... appartengono a tutti.

Mab

Jamie Freel e la Fanciulla Rapita

iù a Fannet, in tempi lontani, vivevano Jamie Freel e sua madre. Jamie era l'unico sostegno per la vedova; le sue forti braccia lavoravano instancabilmente per lei, e ogni sabato sera le versava in grembo tutta la sua paga, ringraziandola rispettosamente per il mezzo penny per il tabacco che lei gli rendeva. I vicini lo esaltavano come il miglior figliolo che mai si fosse visto o di cui si fosse mai parlato. Ma Jamie aveva dei vicini della cui opinione era all'oscuro - personaggi che vivevano molto vicini a lui, che egli non aveva mai visto, eccetto che alla vigilia di maggio e di Ognissanti.
Si diceva che un vecchio castello in rovina, a circa un quarto di miglio dalla sua capanna, fosse il rifugio della piccola gente. Ogni vigilia di Ognissanti le antiche finestre si illuminavano, e quanti passavano di là vedevano minuscole figure che volteggiavano avanti e indietro nella costruzione, mentre si sentiva musica di cornamuse e flauti. Era ben noto che vi si tenevano dei festini magici; ma nessuno aveva mai avuto il coraggio di intromettersi. Jamie aveva più volte osservato le figure di lontano e ascoltato quell'affascinante musica, chiedendosi come fosse l'interno del castello; ma una volta, alla vigilia di Ognissanti, si alzò e prese il cappello dicendo a sua madre:
"Vado al castello a cercare la mia fortuna"
"Che! - gridò lei - vuoi avventurarti lì? Tu, l'unico figlio di una povera vedova! Non essere così audace e. imprudente, Jamie! Ti uccideranno, e allora che ne sarà di me?"
"Non temere, madre; non mi succederà nulla di male, ma debbo andare."
Partì, e attraversato il campo di patate giunse in vista del castello, le cui finestre splendevano di una luce che sembrava trasformare in oro le foglie color bronzo ancora attaccate ai rami del melo selvatico. Fermatosi nel boschetto da un lato del rudere, rimase ad ascoltare la festa degli elfi, e quelle risate e quei canti lo resero ancora più risoluto a entrare. Schiere di piccoli esseri, i più grandi dei quali erano delle dimensioni d'un bimbo di cinque anni, danzavano alla musica dei flauti e dei violini, mentre altri bevevano e facevan festa.
"Benvenuto, Jamie Freel! Benvenuto, benvenuto Jamie!", esclamò la congrega scorgendo il visitatore. La parola Benvenuto fu raccolta e ripetuta da ogni voce nel castello. Il tempo volava, e Jamie si stava divertendo moltissimo, quando i suoi ospiti dissero:
"Questa notte faremo una cavalcata fino a Dublino per rapire una fanciulla. Vieni anche tu, Jamie Freel?".
"Sì che ci vengo!", gridò lo sconsiderato giovanotto che aveva sete di avventure. Molti cavalli aspettavano alla porta. Jamie saltò in groppa e il suo destriero si levò in aria con lui. Un attimo dopo sorvolava la capanna di sua madre, circondato dalla schiera degli elfi; e continuarono ad andare e andare, sopra erte montagne e basse colline, sopra il profondo Lough Swilley e sopra i villaggi e le capanne in cui la gente tostava nocciole e mangiava mele per festeggiare la vigilia di Ognissanti. A Jamie sembrò che avessero sorvolato tutta quanta l'Irlanda prima di arrivare a Dublino.
"Questa è Derry", dicevano le creature passando sopra la cima della cattedrale; e quello che veniva detto da una voce era ripetuto da tutte le altre, e alla fine cinquanta vocine gridavano insieme, "Derry! Derry! Derry!".
In questo modo Jamie venne informato mano a mano che passavano sopra ogni città che si trovava sulla loro rotta, e infine udì le voci argentine gridare: "Dublino! Dublino!". Non era una abitazione misera quella che stava per essere onorata dalla visita degli esseri magici, bensì una delle più belle case di Stephen's Green. La compagnia smontò da cavallo vicino a una finestra e Jamie vide un volto meraviglioso adagiato sul cuscino in un letto. Vide la fanciulla che veniva sollevata e portata via, mentre il ciocco che era stato poggiato al suo posto nel letto ne prendeva in tutto e per tutto la forma. La fanciulla fu collocata in sella davanti a un cavaliere e portata per un breve tratto, e poi passata ad un altro; mentre i nomi delle città venivano annunciati a tutta voce come nel viaggio precedente. Si stavano avvicinando a casa. Jamie sentiva Rathmullen, Milford, Tamney, e allora seppe che erano ormai vicini alla sua abitazione.
"Tutti quanti avete portato la fanciulla a turno - disse - e perché non dovrei portarla anch'io un pezzettino?"
"Ma certo, Jamie - risposero con gentilezza - puoi portarla anche tu per un po'."
E allora, tenendosi ben stretto il suo tesoro, smontò vicino alla porta della casa di sua madre.
"Jamie Freel, Jamie Freel! È così che ci tratti?", strillarono, scendendo anche loro da cavallo vicino alla porta. Jamie strinse forte le braccia, anche se non sapeva che cosa stesse stringendo, perché il piccolo popolo trasformava continuamente la ragazza in ogni sorta di strane forme. Un momento era un cane nero che abbaiava e cercava di mordere; subito dopo era una sbarra di ferro rovente che però non aveva calore; poi, ancora, un sacco di lana. Ma nonostante questo Jamie la teneva stretta, e gli elfi di cui s'era preso gioco se ne stavano già per andar via, quando una donnina minuscola, la più piccola del gruppo, esclamò:
"Jamie Freel ce l'ha strappata ma non gliene verrà certo alcun bene, perché la renderò sorda e muta", e gettò qualcosa sulla giovane.



Froud&Lee


Mentre si allontanavano a cavallo delusi, Jamie sollevò il chiavistello ed entrò in casa.
"Jamie, ragazzo! - gridò la madre - sei stato fuori tutta la notte; che mai ti hanno fatto?"
"Niente di male, mamma; ho avuto davvero molta fortuna. Ecco qui una bella fanciulla, che t'ho portato per farti compagnia."
"Che Dio ci assista!", esclamò la madre, e per qualche minuto rimase così sbalordita che non poté pensare a nient'altro da dire.
Jamie le raccontò la sua storia dell'avventura notturna, finendo col dire: "Certo non avresti permesso che la lasciassi con loro, per esser così perduta per sempre?".
"Ma una signora, Jamie! Come può una signora mangiare al nostro misero desco e vivere alla nostra povera maniera? Dimmelo tu, sciocco ragazzo!"
"Beh, mamma, certo è meglio per lei essere qui che non laggiù", e indicò in direzione del castello. Nel frattempo, la ragazza sorda e muta, che tremava di freddo nei suoi abiti leggeri, s'avvicinò all'umile fuoco di torba.
"Povera creatura, è strana e bella. Nessuna meraviglia che si siano invaghiti di lei - disse la vecchia, guardando la sua ospite con ammirazione e pietà - Prima di tutto dobbiamo vestirla; ma, in nome del cielo, cosa mai posso avere che sia adatto ad una come lei?"
Andò verso l'armadio della stanza e prese la sua gonna di panno scuro dei giorni di festa; poi aprì un cassetto e tirò fuori un paio di calze bianche, una lunga, candida veste di buon lino e una cuffia; i suoi abiti da morta, come lei li chiamava. Questi capi di vestiario erano pronti da tempo per una certa triste cerimonia di cui avrebbe dovuto un giorno essere la protagonista, e solo di tanto in tanto venivano tirati fuori, quando li appendeva a prendere aria; ma era disposta a dare anche queste cose alla bella e tremante visitatrice che continuava a volgere gli occhi con un'espressione di muto e stupito dolore, da lei a Jamie e da Jamie di nuovo a lei. La povera ragazza si lasciò vestire, poi sedette su una bassa panchetta nell'angolo del camino e nascose il volto tra le mani.
"Come faremo per mantenere come si deve una signora come te?", gridò la vecchia.
"Lavorerò per entrambe, mamma", rispose il figlio.
"E come potrà una signora adattarsi al nostro misero desco?", ripeté lei.
"Lavorerò per lei", fu la risposta di Jamie. E mantenne la parola.
La fanciulla fu molto triste per lungo tempo, e le lacrime le rigarono le guance per molte e molte sere, mentre la vecchia filava accanto al fuoco e Jamie fabbricava reti per i salmoni, cosa che aveva imparato a fare negli ultimi tempi nella speranza di rendere la vita più facile alla sua ospite. Lei era, però, sempre gentile, e si sforzava di sorridere quando s'accorgeva che la stavano guardando; poco per volta si adattò alle loro abitudini e al loro genere di vita. Non ci volle molto perché cominciasse a dar da mangiare ai maiali, a preparare pastoni di patate e cibo per galline, a fare calzini di lana blu. Passò così un anno, e venne di nuovo la vigilia di Ognissanti.
"Madre - disse Jamie togliendosi il cappello - vado al vecchio castello a cercar fortuna."
"Sei matto, Jamie? - gridò terrorizzata la madre - Di certo stavolta ti ammazzeranno per quello che hai combinato loro l'anno scorso."
Jamie non si curò delle sue paure e andò per la sua strada. Quando raggiunse il boschetto di meli selvatici vide le luci che illuminavano le finestre del castello, come la volta precedente, e sentì parlare ad alta voce. Strisciando sotto le finestre sentì quelli del piccolo popolo che dicevano: "È stato davvero un brutto tiro quello che ci ha fatto Jamie Freel un anno fa in questa notte, quando ci ha portato via la bella fanciulla".
"Certo - disse la minuscola donnina - e io l'ho punito per questo; che lei siede lì presso il suo focolare come una muta immagine; e lui non sa che tre gocce del liquido del bicchiere che ho in mano le restituirebbero udito e favella."


Froud&Lee

Il cuore di Jamie batté forte mentre lui entrava nel salone. Fu nuovamente accolto dalla congrega con un coro di benvenuto:
"Ecco Jamie Freel! Benvenuto, benvenuto Jamie!".
Appena il rumore si calmò, la fatina disse:
"Devi bere alla nostra salute, Jamie, da questo bicchiere che tengo in mano".
Allora Jamie le strappò di mano il bicchiere e si lanciò verso la porta. Non si rese neppure conto di come fosse riuscito a raggiungere la sua capanna, ma ci arrivò, senza fiato, e crollò su uno scaldino vicino al fuoco.
"Questa volta sei proprio conciato per le feste, povero il mio ragazzo!" disse sua madre.
"No, davvero, questa volta ho avuto più fortuna che mai!", e dette alla fanciulla tre gocce del liquido che ancora c'era in fondo al bicchiere malgrado la pazza corsa attraverso il campo di patate.
La dama cominciò a parlare, e le sue prime parole furono parole di ringraziamento per Jamie. I tre abitanti della capanna avevano tante di quelle cose da dirsi che ben dopo il canto del gallo, quando la musica magica era del tutto finita, stavano ancora parlando intorno al fuoco.
"Jamie - disse la dama - per favore portami carta, penna e inchiostro, così che possa scrivere a mio padre e raccontargli quello che mi è capitato."
Scrisse, ma passarono settimane senza che ricevesse risposta. Scrisse più e più volte, e ancora nessuna risposta. Infine disse:
"Devi venire con me a Dublino, Jamie, per trovare mio padre".
"Non ho il denaro per affittare una carrozza per te - rispose lui - e come potresti andare a piedi fino a Dublino?"
Ma lei lo implorò così tanto che Jamie acconsenti a mettersi in viaggio e a fare a piedi tutta la strada da Fannet a Dublino. Non fu certo così facile come il viaggio dei folletti, ma alla fine suonarono il campanello alla porta della casa di Stephen's Green.
"Dite a mio padre che c'è qui sua figlia", disse all'inserviente che era venuto ad aprire la porta.
"Il signore che abita qui non ha una figlia, ragazza mia. Ne aveva una, ma è morta più o meno un anno fa."
"Non mi riconoscete, Sullivan?"
"No, povera ragazza, non vi conosco."
"Consentitemi di vedere il padrone di casa. Voglio solo vederlo."
"Beh, non è una gran richiesta; vedremo quel che si può fare.".
Dopo pochi istanti il padre della dama arrivò alla porta.
"Caro padre - disse lei - non mi riconoscete?"
"Ma come osate chiamarmi padre? - gridò irato l'anziano gentiluomo - Siete una bugiarda. Io non ho una figlia."
"Guardate il mio viso, padre, e certamente vi ricorderete di me."
"Mia figlia è morta e sepolta. È scomparsa molto tempo fa.". La voce dell'anziano signore passò dall'ira al dolore: "Potete andarvene", concluse.
"Fermatevi, caro padre, finché avrete visto quest'anello che porto al dito. Guardate, porta inciso il vostro e il mio nome."
"È sicuramente l'anello di mia figlia; ma non so come lo abbiate avuto, e temo in modo poco onesto."
"Chiamate mia madre, lei mi riconoscerà di certo", disse la povera ragazza che, a questo punto, piangeva amaramente.
"La mia povera moglie sta cominciando a scordare la sua pena. Parla raramente di sua figlia ormai. Perché dovrei rinnovare il suo dolore facendole ricordare le sua perdita?".


Taylor W.L.

Ma la fanciulla insistette, finché fu mandata a chiamare la madre.
"Mamma, - iniziò a dire, appena l'anziana signora giunse alla porta - neppure tu riconosci tua figlia?"
"Non ho figlie; mia figlia è morta ed è stata sepolta molto, molto tempo fa."
"Ma guarda il mio viso, non puoi non riconoscermi."
L'anziana signora scosse la testa.
"Mi avete tutti dimenticata; ma guardate questo neo sul mio collo. Certo, mamma, ora mi riconosci?"
"Sì, sì - disse la madre - la mia Gracie aveva un neo come questo sul collo; ma io l'ho vista nella bara, e ho visto il coperchio che si chiudeva su di lei."
Allora fu la volta di Jamie di parlare, e lui raccontò la storia del viaggio dei folletti, del rapimento della fanciulla, della figura che aveva visto mettere al suo posto, della vita che lei aveva fatto a Fannet insieme alla madre, dell'ultima vigilia di Ognissanti e delle tre gocce che l'avevano liberata dal sortilegio. Quando lui si interruppe fu lei a continuare, raccontando quanto erano stati gentili con lei la madre e il figlio. I genitori non sapevano come esprimere a Jamie la loro gratitudine. Gli usarono ogni riguardo, e quando espresse il desiderio di ritornare a Fannet dissero che non sapevano cosa fare per dimostrare quanto gli erano grati. Ma sorse una strana complicazione. La figlia non voleva lasciarlo andare senza di lei.
"Se Jamie se ne va, vado con lui - diceva - Mi ha salvato dai folletti e da allora in poi ha lavorato per me. Se non fosse stato per lui, cari papà e mamma, non mi avreste rivisto mai più. Se lui se ne va, vado con lui."
Visto che questa era la sua decisione, il vecchio gentiluomo disse che Jamie avrebbe dovuto divenire suo genero. La madre fu portata da Fennet con un calesse a quattro, e ci fu un magnifico matrimonio. Vissero tutti insieme nella superba casa di Dublino, e Jamie ereditò, alla morte del suocero, incalcolabili ricchezze.

Da:
"Fiabe Irlandesi", (Fairy and Folk Tales of Ireland), W.B.Yeats

martedì 24 settembre 2013

Le Donne Cornute, Yeats W.B. (Irlanda)

na ricca signora era ancora alzata a tarda notte per cardare e preparare la lana, mentre tutti i familiari e i servi dormivano. Improvvisamente ci fu un colpo alla porta e una voce disse: "Aprite! Aprite!".
"Chi è là", disse la padrona di casa.
"Sono la Strega da un Corno", fu la risposta. La signora, pensando che fosse un vicino venuto per chiedere aiuto, aprì la porta, ed entrò una donna con in mano un paio di pettini per cardare la lana e con un corno sulla fronte che pareva proprio nato là. Si sedette in silenzio vicino al fuoco e cominciò a cardare la lana con terribile fretta. Improvvisamente si interruppe e disse a gran voce:
"Dove sono le donne? Tardano troppo".
Allora si udì un colpo alla porta e una voce disse, come prima:
"Aprite! Aprite!".
La padrona di casa sentì che qualcosa la costringeva ad alzarsi e ad aprire, e immediatamente entrò una seconda strega, che aveva sulla fronte due corna e in mano un arcolaio per filare la lana.
"Fammi posto - disse - sono la Strega dalle due Corna", e cominciò a filare alla velocità di un fulmine.
I colpi alla porta si ripeterono, si udirono le stesse parole, le streghe entrarono, e alla fine dodici donne sedevano attorno al fuoco - la prima con un corno, mentre l'ultima ne aveva dodici.
E cardavano il filato, facevano girare i loro arcolai, avvolgevano le matasse e tessevano.
Cantavano tutte insieme antichi versi, ma non dissero una sola parola alla padrona di casa. Strane a udirsi e spaventose a vedersi erano queste dodici donne, con le loro corna e i loro arcolai; e la padrona si sentiva sul punto di morire, e si sforzò di alzarsi per andare a cercare aiuto, ma non poteva muoversi né pronunciare una parola o lanciare un grido, poiché era sotto l'effetto dell'incantesimo delle streghe.
Allora una di loro le si rivolse in Irlandese e disse:
"Alzati, donna, e preparaci un dolce".
La signora cercò quindi un recipiente con cui portare l'acqua dal pozzo per poter impastare la farina e preparare il dolce, ma non riuscì a trovarne neppure uno.
E le streghe le dissero: "Prendi un setaccio e usa quello per portare l'acqua".
La donna prese il setaccio e andò al pozzo; ma l'acqua ne usciva, e non riusciva a prenderne neanche un po' per il dolce, e allora sedette vicino al pozzo e pianse.
Le giunse allora una voce che diceva: "Prendi dell'argilla fresca e del muschio, impastali insieme, poi rivesti il setaccio in modo che tenga".
La donna fece così e il setaccio tenne l'acqua per il dolce; e la voce disse ancora:
"Ritorna fuori, e, quando arrivi sull'angolo nord della casa, grida forte per tre volte: La montagna delle donne Feniane e il cielo sopra di essa sono in fiamme".
Così fece.


Lempicka Tamara de’


Quando le streghe che erano all'interno udirono il grido, un urlo alto e terribile uscì dalle loro labbra, si precipitarono fuori tra grida e lamenti selvaggi, e fuggivano via verso Slievenamon [1], dove era la loro abituale dimora. Ma lo Spirito del Pozzo disse alla padrona di casa di entrare e prepararsi a difendere la casa dagli incantesimi delle streghe, nel caso fossero tornate.
In primo luogo, per spezzare i loro incantesimi, sparse fuori dalla porta, sulla soglia, l'acqua nella quale aveva lavato i piedi del suo bambino (l'acqua dei piedi); in secondo luogo prese il dolce che le streghe avevano fatto in sua assenza con farina mescolata al sangue tolto alla famiglia addormentata, la fece a pezzetti e ne mise un pezzetto in bocca a ciascuno dei dormienti, ed essi tornarono a star bene; poi prese la stoffa che aveva intessuto e la mise mezza dentro e mezza fuori di una cassapanca col lucchetto; infine chiuse la porta con una grossa trave fissata agli stipiti, in modo che non potessero entrare. Una volta fatte queste cose attese. Le streghe non tardarono molto a tornare; erano furibonde e invocavano vendetta.
"Apri, apri!- urlarono - apri, acqua dei piedi!"
"Non posso - disse l'acqua dei piedi - sono stata sparsa per terra e ora sto scorrendo verso il Lago."
"Aprite, aprite, legno e alberi e trave!", gridarono alla porta.
"Non posso - disse la porta - perché la trave è fissata agli stipiti e non posso muovermi."
"Apri, apri, dolce che abbiamo fatto e impastato col sangue!", gridarono ancora.
"Non posso - disse il dolce - perché sono stato rotto e fatto a pezzi e il mio sangue è nelle labbra dei bambini addormentati."
Allora le streghe svolazzarono per l'aria con grandi grida e tornarono in volo a Slievenamon, lanciando oscure maledizioni allo Spirito del Pozzo, che aveva voluto la loro rovina; ma la donna e la casa furono lasciate in pace e un mantello caduto a una delle streghe in volo fu conservato dalla padrona, appeso al muro, a ricordo dell'orribile lotta di quella notte; e quel mantello è rimasto in possesso della famiglia, di generazione in generazione, per altri cinquecento anni.

 [1] Sliàbh-na-mban - cioè montagne delle donne.

Dalla raccolta di fiabe e leggende popolari di William Butler Yeats:
"Fiabe Irlandesi".

domenica 19 maggio 2013

La Distillazione dei Gusci d'Uovo (Changeling) - Yeats W.B.

Ed ecco che mi riallaccio al "meccanismo di smascheramento" delle storie precedenti.
Parto da una prefazione "nobile": dalle parole di W.B.Yeats che introduce una delle sezioni della sua raccolta, "Fairy and Folk Tales of Ireland".


Rackham A.

 "A volte i folletti si invaghiscono di esseri mortali e li portano con sé nel loro paese, lasciando in cambio un qualche malaticcio bimbo-folletto, o un ceppo di legno che per incantesimo appare come un mortale, e a poco a poco si consuma e muore e viene sepolto.
Rubano per lo più bambini.
Se si guarda troppo un bambino, se cioè lo si osserva con invidia, i folletti lo hanno in loro potere. Si possono fare molte cose per scoprire se un bambino è un'incarnazione dei folletti, ma c'è un sistema infallibile: metterlo sul fuoco con questa formula riportata da Lady Wilde:
' Brucia, Brucia, Brucia, se sei del diavolo, Brucia;
ma se sei di Dio e dei Santi, sii salvo da ogni male'.
Allora, se è un'incarnazione dei folletti, scapperà su per il camino con un grido, perché, secondo Giraldus Cambrensis, 'Il Fuoco è il nemico più grande di ogni genere di spettro...'

A volte ci si libera della creatura in un modo molto meno brutale. Risulta che un giorno, mentre una madre stava curva su una incarnazione avvizzita, il chiavistello fu sollevato ed entrò un folletto riportando a casa il bambino sano rapito. 'Sono stati gli altri, - disse - a rapirlo'.
Lady Wilde riporta una fosca tradizione secondo la quale ci sono due tipi di folletti: i primi allegri e gentili; gli altri cattivi, che ogni anno sacrificano una vita a Satana ed è a tale scopo che rubano i mortali.
Nessun altro scrittore irlandese riferisce di questa tradizione: se esistono tali tipi di folletti devono essere fra gli spiriti solitari, i Pooka, i Fir Darrig e simili."

Allora:

1)  Lady Wilde, Lady Jane Francesca Elge Wilde, era la madre di Oscar Wilde. A lei e a Lady Gregory, più che ad ogni altro, si deve il "risveglio" celtico-irlandese, soprattutto da parte di quegli Irlandesi completamente inglesizzati che, come Yeats, dovevano girare per le campagne in cerca di antiche storie accompagnati da un interprete, non conoscendo il gaelico.

2 ) La "fosca tradizione" riportata da Lady Wilde rispecchia antichi, atavici terrori... Ormai il Cristianesimo si è impossessato del Mito e della Storia, Satana è il Principe del Male, e il ricordo di sacrifici umani alle forze della Natura , unanimamente condivisi, è remoto, se non rimosso. Per non parlare dell'osservazione di Yeats, che, immediatamente respinge l'ipotesi. Come tutti i grandi scrittori irlandesi, come lo stesso Joyce, rifiuta energicamente l'idea dei sacrifici umani, benché ai sacrifici fosse collegato, senza ombra di dubbio, il "cannibalismo onorifico", praticato dagli Irlandesi (come da tutti i popoli della Terra).

3 ) Lo "scambio" (changeling) è argomento di centinaia di storie, racconti e aneddoti raccontati come fossero VERI. Non è appannaggio degli Irlandesi, nessuna "storia" è appannaggio di un popolo solamente. Senza entrare nelle "trappole" delle spiegazioni labirintiche (mie), credo ce ne sia una molto semplice. E triste, aggiungerei. L'Irlanda era più che povera, moriva letteralmente di fame, ciclicamente, al ritmo delle carestie o delle epidemie che la affliggevano. I vecchi (e a quarant'anni già lo erano) e i bambini erano, come sempre, le prime vittime. Consunzione e rachitismo potevano certamente trasformare un bimbo nato sano, nel giro di pochi mesi, in una larva raggrinzita, in un simil-vecchietto. Queste storie aiutavano a spiegare l'inaccettabile. E anche a rimuovere da sé quel senso di vergogna che ancora, purtroppo, accompagna le donne che generano figli "malati".



Rackham A.





a signora Sullivan aveva il sospetto che il suo ultimo nato fosse stato scambiato da 'ladri folletti' e certamente le apparenze giustificavano tale conclusione; in una sola notte, infatti, il suo sano bimbetto dagli occhi azzurri si era raggrinzito fino a diventare quasi un niente e non la smetteva di strepitare e piangere.
La povera signora Sullivan era naturalmente molto triste, e tutti i vicini, per confortarla, le dicevano che sicuramente il suo bambino era con il 'buon popolo' e che al suo posto era stato messo un folletto. Certamente la signora Sullivan non poteva non credere a ciò che tutti quanti le dicevano, ma non voleva far del male alla creaturina, perché, sebbene la sua faccia fosse così avvizzita e il corpo ridotto al solo scheletro, conservava tuttavia una forte somiglianza con il suo vero bambino.
Non riusciva perciò a trovare il coraggio di arrostirlo vivo sulla graticola o di bruciargli via il naso con le molle incandescenti o di gettarlo sul lato della strada in mezzo alla neve, malgrado questi e altri simili procedimenti le venissero caldamente raccomandati come sistemi per recuperare il suo bambino.

[ Inutile dire, riallacciandomi alle ultime osservazioni, che questa è un'agghiacciante lista di infanticidi. Nel senso che non venivano praticati sui folletti...]

Un giorno successe che la signora Sullivan incontrò per caso proprio una donna che la sapeva lunga di queste cose, ben conosciuta nel paese col nome di Ellen Leah (o la Grigia Ellen). Aveva il dono, comunque l'avesse acquistato, di dire dove erano i morti e che cosa potesse essere utile al riposo delle loro anime; e con arti magiche aveva il potere di togliere porri e gozzi, e di compiere tutta una serie di meraviglie di tal genere. 
"Vi vedo afflitta questa mattina, signora Sullivan " furono le prime parole che Ellen Leah le rivolse. 
"Lo potete ben dire, Ellen - disse la signora Sullivan - e ho ben ragione di essere afflitta, dal momento che il mio bel bambino, che era nella culla, mi è stato strappato via senza neanche un , e al suo posto c'era un brutto sgorbio di folletto grinzoso; non c'è da sorprendersi, dunque, che mi vediate afflitta, Ellen."  
"Non vi si può rimproverare, signora Sullivan - disse Ellen Leah - ma siete sicura che sia un folletto?"  
"Sicura! - fece eco la signora Sullivan - Ne sono ben sicura, per mia disgrazia; posso forse dubitare dei miei stessi occhi? Ogni cuore di madre deve certo commiserarmi! "
"Volete seguire il consiglio di una vecchia?- chiese Ellen Leah fissando il suo sguardo inquietante e misterioso sulla infelice madre; e, dopo una pausa, aggiunse - Ma poi non direte che è un consiglio sciocco? "
"Potete farmi riavere il mio bambino, il mio caro bambino, Ellen?" disse la signora Sullivan tutta infervorata. 
"Se farete come vi ordino, - rispose Ellen Leah - lo saprete". 
La signora Sullivan rimase in attesa, in silenzio, ed Ellen continuò:
" Mettete sul fuoco il pentolone grosso, pieno d'acqua, e fatela bollire a più non posso; poi prendete una dozzina di uova appena deposte, rompetele e tenete i gusci, ma gettate via il resto; fatto questo, mettete i gusci nella pentola d'acqua bollente e saprete presto se quello è il vostro bambino o un folletto. Se scoprite che quello nella culla è un folletto, prendete l'attizzatoio incandescente e ficcateglielo giù per la sua orribile gola, e, fatto questo, non avrete più fastidi, ve lo assicuro."
La signora Sullivan se ne andò a casa e fece come Ellen Leah le aveva comandato. Mise la pentola sul fuoco e sotto una gran quantità di torba e fece bollire l'acqua a un ritmo tale che se mai ci fu un'acqua incandescente quella sicuramente lo era. Il bambino giaceva, strano a dirsi, tutto calmo e tranquillo nella culla, lanciando ogni tanto un'occhiata, che brillava pungente come una stella in una notte gelida, verso il gran fuoco e il pentolone che vi stava sopra; e seguiva con estrema attenzione la signora Sullivan che rompeva le uova e metteva a bollire i gusci. Alla fine chiese, con la voce di un uomo molto vecchio:
"Cosa stai facendo, mammina?"  
Quando la signora Sullivan sentì il bambino parlare, il cuore - come lei stessa riferì - le balzò in gola al punto di soffocarla. Ma riuscì a mettere l'attizzatoio nel fuoco e a rispondere a quelle parole senza mostrare alcuna sorpresa: 
" Sto distillando, figlio mio."  
" E cosa distilli, mammina?" disse il diavoletto, la cui soprannaturale capacità di parola provava senza alcun dubbio che era un sostituto fatato. 
'Ah, se l'attizzatoio fosse già rosso ' pensava la signora Sullivan; ma era grosso e impiegava molto tempo a scaldarsi, perciò decise di distrarre il bambino con le chiacchiere finchè non fosse arrivato al punto giusto per ficcarglielo in gola e così ripetè la domanda: 
"Vuoi sapere cosa sto distillando, figlio mio?" disse. 
"Sì, mammina, cosa distilli?" rispose il folletto. 
"Gusci d'uovo, figlio mio" disse la signora Sullivan. 
"Oh! - strillò il diavoletto saltando su nella culla e battendo le mani, - sono al mondo da millecinquecento anni e non ho mai visto una distillazione di gusci d'uova prima d'ora!"  
A questo punto l'attizzatoio era rovente e la signora Sullivan, afferrandolo, corse con furia verso la culla; ma in qualche modo le scivolò un piede, cadde distesa sul pavimento e l'attizzatoio le volò via di mano fino all'altro lato della stanza. Si alzò tuttavia senza perdere troppo tempo e andò alla culla, con l'intenzione di ficcare la creatura maligna che vi giaceva nella pentola d'acqua bollente, quando vide il suo vero bambino immerso in un dolce sonno: uno dei morbidi e rotondi braccini era appoggiato sul cuscino, i suoi lineamenti erano sereni come se la loro quiete non fosse mai stata disturbata e solo la rosea boccuccia si muoveva con un respiro lieve e regolare. 



 Goble W.

 
Mab