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lunedì 29 settembre 2014

La Guardiana d'Oche, Grimm n.89, Traduzione Mia

'era una volta una vecchia Regina, vedova da molti anni, che aveva una bella figlia, promessa ad un Principe che abitava in terre lontane. Approssimandosi la data stabilita per le nozze, la Principessa si apprestò a partire per il Regno straniero, e la vecchia madre preparò per lei preziosi arredi e gioielli, coppe e ornamenti, sia d'oro che d'argento: ogni cosa era degna di una dote regale poiché la Regina amava teneramente sua figlia. Le diede inoltre un'ancella perché si prendesse cura di lei durante il viaggio, e la consegnasse nelle mani dello sposo. Entrambe ebbero un cavallo: quello della Principessa si chiamava Falada e sapeva parlare.
Arrivato il momento del commiato, la vecchia madre condusse la Principessa nella propria camera, prese un coltellino e si ferì un dito lasciando cadere tre gocce del suo sangue su di un candido fazzoletto che porse alla figlia, raccomandandole di serbarlo con cura e di non separarsene mai, perché le sarebbe stato utile durante il viaggio. Poi si salutarono con grande dolore; la Principessa ripose il fazzoletto nel corsetto, salì a cavallo e partì per raggiungere il suo promesso.
Cavalcavano da un'ora, quando alla Principessa venne una gran sete e disse alla sua ancella:
"Scendi, e riempi la coppa che hai portato per me con l'acqua dal ruscello: sono assetata."
"Se avete sete - rispose l'ancella - scendete voi stessa da cavallo, inginocchiatevi sulla riva e bevete: non ho intenzione di farvi da serva!"
La Principessa aveva tanta sete che smontò da cavallo, si inginocchiò sulla sponda del ruscello e bevve senza poter usare la sua coppa d'oro.
Allora disse: "Ah, Dio mio!"
E le tre gocce di sangue udirono e risposero:
"Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!"
Ma la Principessa non disse nulla e risalì a cavallo.


Vogel H.


Proseguirono per alcune miglia. La giornata era calda, il sole scottava, e, ben presto, la Principessa ebbe nuovamente una gran sete. Giunte nei pressi di un altro corso d'acqua, ella disse all'ancella:
"Scendi, e dammi da bere nella mia coppa d'oro", poiché aveva dimenticato l'accaduto.
Ma l'ancella le rispose ancòra più sgarbatamente:
"Avete tanta sete? Scendete e bevete, non ho più voglia di farvi da serva!"
La Principessa aveva tanta sete che smontò da cavallo, si chinò sull'acqua e disse piangendo: "Ah, mio Dio!"
E le gocce di sangue udirono e risposero:
"Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!"
E, mentre era curva sull'acqua, intenta a dissetarsi, il fazzoletto con le tre gocce di sangue le cadde dal corsetto e sparì nella corrente, ma la Principessa, oppressa dalla pena, non se ne accorse neanche.
L'ancella, però, aveva visto tutto e, in cuor suo, se ne rallegrò perché adesso la sposa era in suo potere: aveva perduto le tre gocce del sangue materno ed era debole e senza alcuna difesa. E, quando la Principessa si apprestò a risalire sul suo cavallo - Falada - l'ancella disse:
"Falada spetta a me, tu prendi il mio ronzino!"
La Principessa fu costretta a ubbidirle. Poi, l'ancella le ordinò, con parole ancòra più dure e crudeli, di spogliarsi delle vesti regali per indossare il suo abito disadorno, e, infine, la costrinse a giurare che, una volta giunte a destinazione, non avrebbe detto una parola dell'accaduto, e minacciò di ucciderla se si fosse rifiutata. Intanto, Falada aveva osservato e ascoltato ogni cosa.
L'ancella montò in sella a Falada, mentre la vera sposa saliva sul ronzino, e proseguirono il viaggio finché giunsero alla reggia del promesso sposo.
Il loro arrivo fu salutato con grande gioia, e il Principe corse loro incontro e aiutò l'ancella a smontare da cavallo, pensando che si trattasse della sua sposa. Così, mentre quella veniva scortata su per lo scalone, la vera Principessa dovette restare in cortile. Ma alla finestra c'era il vecchio Re, che notò, laggiù, quella fanciulla immobile, così fine, delicata e bella. Andò, allora, nella sala del trono e domandò alla promessa sposa chi fosse la sua accompagnatrice.
"L'ho presa con me durante il viaggio per avere un po' di compagnia, ma datele qualcosa da fare, ché non resti con le mani in mano."
Il vecchio Re non sapeva proprio che lavoro assegnarle. Infine, le disse:
"C'è un ragazzino che custodisce le oche: potrebbe aiutarlo."
Il ragazzo si chiamava Konrädchen e la vera sposa dovette aiutarlo a governare le oche. Non passò molto tempo che la falsa sposa disse al Principe:
"Caro sposo, vi prego di farmi un piacere!"
"Con tutto il cuore!", rispose lui.
"Fate chiamare il macellatore perché tagli la testa del mio cavallo: durante il viaggio mi ha fatto tribolare."
In realtà, temeva che il cavallo rivelasse cosa aveva fatto alla Principessa.
E, quando si sparse la voce che Falada doveva morire, anche la vera Principessa venne a saperlo. Si recò in gran segreto dal macellatore e gli promise una moneta d'oro se le avesse reso un servizio. Nelle mura della città c'era un grande, buio passaggio che lei doveva attraversare di buon mattino e la sera con le sue oche:
lo pregò di inchiodare sopra il passaggio la testa di Falada, perché potesse vederlo ancòra, ogni tanto. Il macellatore promise. Tagliò la testa del cavallo e la inchiodò sopra il buio passaggio.
La mattina, di buon'ora, quando la Principessa attraversò il passaggio con Konrädchen, disse:
"O Falada, appeso lassù!"
E la testa rispose:
"O disgraziata Principessa che passi laggiù! Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!"
Ella uscì dalla città, conducendo le oche al pascolo. E, giunta in mezzo al prato, si mise a sedere e si sciolse i capelli, che erano d'oro fino; e, quando Konrädchen vide come risplendevano, avrebbe voluto strappargliene qualcuno per sé.
Allora, la Principessa disse:

"O vento, forte devi soffiare,
il suo cappello lontano fai volare,
e che a lungo lo debba cercare
ché i miei capelli io possa pettinare,
e in decorosa foggia intrecciare."

E si levò una folata di vento così forte che strappò via il cappello a Konrädchen, e il ragazzo fu costretto a rincorrerlo. Quando ritornò, la Principessa aveva già intrecciato i suoi bei capelli, e Konrädchen non poté averne neanche uno. Allora, si imbronciò e non le rivolse più una parola; così, governarono le oche fino a sera, e, poi, se ne tornarono a casa.



Anderson Anne


Il mattino dopo, nell'attraversare il buio passaggio, la fanciulla disse:
"O Falada, appeso lassù!"
E Falada rispose:
"O disgraziata Principessa che passi laggiù! Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!"
E, una volta in mezzo ai prati, si mise a sedere sull'erba e incominciò a pettinarsi i capelli.  Konrädchen corse per rubargliene qualcuno, ma la Principessa, presto presto, disse:

"O vento, forte devi soffiare,
il suo cappello lontano fai volare,
e che a lungo lo debba cercare
ché i miei capelli io possa pettinare,
e in decorosa foggia intrecciare."



Nielsen K.


E il vento soffiò forte e portò lontano il cappello del ragazzo, e lui dovette rincorrerlo. Quando ritornò, la fanciulla si era acconciata i capelli da un bel pezzo e Konrädchen non poté rubargliene neanche uno; così governarono le oche fino a sera. Ma, una volta tornati a casa,  Konrädchen andò davanti al vecchio Re e disse:
"Non voglio più custodire le oche con quella!"
"Perché mai?" domandò il vecchio Re.
"Mi dà il tormento tutto il giorno!"
Allora il vecchio Re gli ordinò di raccontare ogni cosa.
E Konrädchen disse:
"Al mattino, quando attraversiamo con le oche il passaggio nelle mura, sul muro è appesa una testa di cavallo, e lei gli parla: 'O Falada, appeso lassù!' E la testa risponde: 'O disgraziata Principessa che passi laggiù! Se lo sapesse tua madre, le si spezzerebbe il cuore!'"
E Konrädchen continuò a raccontare come, una volta in mezzo al prato, egli dovesse rincorrere tutto il giorno il suo cappello portato dal vento.



Cramer R.


Ma il vecchio Re gli ordinò di condurre le oche al pascolo anche il giorno seguente, e, di buon'ora, si nascose all'ingresso del passaggio buio, e ascoltò il dialogo della fanciulla e di Falada. Poi la seguì fino al prato, e si nascose dietro un cespuglio.
E vide con i propri occhi la fanciulla sedersi sull'erba, e la osservò mentre scioglieva e pettinava i capelli d'oro lucente. Subito, ella disse:

"O vento, forte devi soffiare,
il suo cappello lontano fai volare,
e che a lungo lo debba cercare
ché i miei capelli io possa pettinare,
e in decorosa foggia intrecciare."

Ed ecco, si levò una folata di vento e si portò via il cappello di Konrädchen, che dovette corrergli dietro. La fanciulla pettinò  e intrecciò i suoi bei capelli, e il vecchio Re osservava ogni suo gesto. Poi, non visto, si avviò alla Reggia, e, a sera, quando la guardiana d'oche rincasò, la mandò a chiamare e le chiese una spiegazione.
"Non posso confidarmi né con Voi né con altri giacché, minacciata di morte, ho fatto un solenne giuramento".
Ma il Re non si arrese e continuò a tormentarla, senza ottenere, però, alcuna risposta.
"Se non puoi parlare con me - disse, infine - confidati con il forno."
"Sì, lo farò", rispose la fanciulla. Così, si rannicchiò nel forno di ferro e aprì il suo cuore, raccontando per filo e per segno il misfatto della crudele ancella.
Ma il forno aveva un'apertura in alto e il vecchio Re si mise in ascolto e udì ogni parola. Immediatamente, ordinò che la rivestissero con abiti regali, e la Principessa pareva un miracolo, tanto era bella.
Il vecchio Re chiamò il Principe e gli rivelò che al suo fianco c'era la falsa sposa - una semplice ancella -  e che la vera sposa era lì, davanti a lui, ed era la guardiana d'oche. Il Principe fu felicissimo, colpito dalla sua grande bellezza.
Venne allestito un gran banchetto e furono invitati tutti i Nobili di Corte e gli amici.
A tavola, lo sposo sedeva tra la Principessa  e l'ancella, che, abbagliata dalla magnificenza delle vesti e degli ornamenti, non riconobbe la vera sposa. Quando i convitati ebbero mangiato e bevuto, ed erano tutti allegri, il vecchio Re si rivolse all'ancella chiedendole cos'avrebbe meritato qualcuno che avesse ingannato i suoi Signori nel peggiore dei modi. E raccontò tutta la storia per filo e per segno, concludendo:
"Quale condanna meriterebbe?"
Allora, la falsa sposa rispose:
"Non meno severa che l'essere spogliata e rinchiusa in una botte foderata di chiodi acuminati. E che la botte sia legata a due cavalli bianchi che la trascinino su e giù per le strade fino alla sua morte."
"Hai pronunciato tu stessa la tua condanna - esclamò il vecchio Re - e sarà fatto ciò che hai detto."
Eseguita la condanna, il Principe si unì in matrimonio alla vera sposa, e regnarono da allora e per sempre felici e contenti.



Rackham A.


Grimm n.89, "Die Gänsemagd".
Classificazione: AaTh 533 [The Speaking Horsehead]
                          AaTh 403  [La Sposa Bianca e la Sposa Nera]

Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"

lunedì 11 novembre 2013

La Vecchia nel Bosco, Grimm n.123

'era una volta una povera servetta che attraversava un gran bosco con i suoi padroni; e quando vi si trovarono in mezzo, dal fitto della boscaglia sbucarono dei briganti e uccisero tutti quelli che trovarono. Così perirono tutti quanti, meno la fanciulla, che era saltata fuori dalla carrozza e si era nascosta dietro un albero. Quando i briganti se ne furono andati con il bottino, ella si avvicinò e vide quella grande sventura. Allora si mise a piangere amaramente e disse:
"Misera me, che farò mai? Non so come fare a uscire dal bosco, qui non ci sono case, e io morirò certo di fame!".
Andò qua e là cercando una via, ma non riuscì a trovarla. Quando fu sera, si sedette sotto un albero, si raccomandò a Dio e pensò di rimanere là e di non muoversi più, qualunque cosa accadesse. Dopo un po', venne in volo un piccolo colombo tutto bianco che portava nel becco una piccola chiave d'oro. Gliela mise in mano e disse:
"Vedi laggiù quel grande albero? Ha una piccola serratura; aprila con la chiavetta: troverai cibo a sufficienza e non patirai più la fame."
Ella si avvicinò all'albero, lo aprì e trovò una scodellina di latte e pane bianco da inzuppare; così poté mangiare a sazietà. Quando si fu sfamata, disse:
"Questa è l'ora in cui i polli, a casa, vanno a dormire. Io sono così stanca! Potessi coricarmi anch'io nel mio letto!".
Allora ritornò il colombo, portando nel becco un'altra chiavetta d'oro e disse: "Apri quell'albero laggiù, e troverai un letto."
Ella lo aprì e trovò un bel lettino bianco; pregò il buon Dio di proteggerla durante la notte, si coricò e si addormentò.


Anderson A.

Al mattino tornò il colombo per la terza volta, portò un'altra chiavetta e disse:
"Apri quell'albero laggiù: troverai dei vestiti." Quando ella aprì, trovò dei vestiti ornati di oro e pietre preziose, così belli che neanche la figlia del re li aveva. Così visse per qualche tempo, e tutti i giorni veniva il colombo e le procurava tutto il necessario; ed era una vita tranquilla e felice.
Un giorno però il colombo venne e disse:
"Vorresti farmi un piacere?."
"Con tutto il cuore" rispose la fanciulla.
Allora il colombo disse: "Ti condurrò a una casetta; entrerai e in mezzo, accanto al focolare, ci sarà una vecchia seduta che ti dirà: 'Buon giorno'. Ma tu guardati bene dal darle risposta, qualunque cosa faccia, e prosegui alla sua destra: c'è una porta, aprila e ti troverai in una stanza dove sul tavolo ci saranno ammucchiati anelli d'ogni tipo; ve ne saranno di splendidi con gemme scintillanti, ma tu lasciali stare, cercane uno liscio che dev'essere là in mezzo e portamelo più in fretta che puoi." La fanciulla andò così alla casetta ed entrò; là c'era una vecchia che fece tanto d'occhi al vederla e disse: "Buon giorno, bimba mia." Ma ella non le diede risposta e andò verso la porta. "Ehi, dove vai?- gridò quella e l'afferrò per la sottana, cercando di trattenerla - Questa è casa mia, e nessuno può entrarci se io non voglio!" Ma la fanciulla continuava a tacere, si liberò e andò difilato nella stanza. Là, sul tavolo, c'era una grande quantità di anelli che splendevano e luccicavano sotto i suoi occhi; ella li sparpagliò cercando quello liscio, ma non riusciva a trovarlo. Mentre cercava vide la vecchia che tentava di andarsene di soppiatto, con una gabbietta in mano. Allora la fanciulla le si avvicinò, le prese di mano la gabbia, e come la sollevò e vi guardò dentro, vide un uccello che aveva l'anello liscio nel becco. Lo prese e, tutta felice, corse via pensando che il colombo sarebbe venuto a prenderselo; e invece non veniva mai. La fanciulla si appoggiò a un albero per aspettarlo; ed ecco le parve che l'albero diventasse morbido e flessuoso, e chinasse i suoi rami. E, d'un tratto, i rami la strinsero, ed erano due braccia; e quando ella si guardò attorno, l'albero era un bell'uomo, che l'abbracciava e la baciava teneramente e diceva:
"Tu mi hai liberato dall'incantesimo: la vecchia è una strega che mi aveva trasformato in un albero, e tutti i giorni ero per qualche ora un colombo bianco; e finché‚ ella possedeva l'anello, non potevo riacquistare il mio aspetto umano." Anche i suoi servi e i suoi cavalli furono liberati dall'incantesimo, non erano più degli alberi e gli stavano accanto. Poi se ne andarono tutti insieme nel suo regno, poiché‚ egli era il figlio di un re; si sposarono e vissero felici.


Rackham A.



Grimm n.123, "Die Alte im Wald"
Classificazione: Aa Th 442 [The Old Woman in the Woods]

La risposta "maschile" a Jorinde e Joringel, senza il suo fascino da fiaba iniziatica. Più fiabesca: il Principe Charmant stregato dalla Vecchia, la doppia trasformazione, la funzione di Aiutante...
Una costante: la Vecchia, rabbiosa e prigioniera del suo stesso incantesimo, può solo schiumare di rabbia e tentare la solita fuga con la gabbietta, ma non ha, evidentemente, alcun Potere sulla ragazza, in osservanza di quei misteriosi codici che sono il cuore delle fiabe non letterarie. Una delle poche fiabe (che ho letto), in cui il Principe è trasformato in albero.

Il testo in lingua originale è nella pagina Brüder Grimm..

domenica 10 novembre 2013

Jorinde e Joringel, Grimm n.69

'era una volta un vecchio castello nel cuore di una foresta grande e fitta; là abitava, tutta sola, una vecchia strega molto potente. Di giorno si trasformava in gatto o in civetta, mentre la sera riprendeva l’aspetto umano. Sapeva come attirare la selvaggina e gli uccelli, poi li macellava e li cucinava lessi o arrosto. Se qualcuno arrivava a cento passi dal castello, era costretto a fermarsi e non poteva più muoversi finché lei non lo liberava. Ma se una vergine entrava in quel cerchio, la vecchia la trasformava in uccello e la rinchiudeva in una gabbia che metteva in una delle stanze del castello. Di quelle gabbie ne aveva ben settemila, con dentro uccelli molto rari. C’era una fanciulla che si chiamava Jorinde, più bella di ogni altra. Era promessa sposa a un giovane leggiadro di nome Joringel. Il giorno delle nozze si avvicinava, ed essi erano felici in compagnia l’uno dell’altra. Per poter parlare e confidarsi, se ne andarono nel bosco a passeggiare.
“ Fai attenzione - disse il giovane - a non avvicinarti troppo al castello”.
Era una bella serata, il sole brillava fra i tronchi degli alberi, chiaro nel verde cupo della foresta, e la tortora gemeva sulle vecchie betulle. Ogni tanto Jorinde piangeva, si sedeva al sole lamentandosi, così pure faceva Joringel. Erano sgomenti come se dovessero morire. Si guardarono intorno: si erano persi e non sapevano come ritrovare la via di casa. Il sole era già tramontato per metà dietro al monte. Il giovane guardò tra i cespugli e vide in prossimità le vecchie mura del castello; a quella vista si spaventò a morte. Jorinde cantava:

Uccellino dall’anello rosso 
Che canta la sua pena 
Alla colomba dice che ha la morte addosso 
E piange il suo chiù chiù a gran lena.

Joringel la guardò: Jorinde si era mutata in un usignolo che cantava: 
" Chiù, chiù ". 
Una civetta dagli occhi infuocati le volò attorno tre volte, e per tre volte
gridò:  "Sciù, uh, uh, uh ". 
Joringel non poteva muoversi: era rigido come una pietra e non poteva piangere, né parlare, né muovere la mano o il piede. Ora il sole era tramontato: la civetta volò in un cespuglio, e, subito dopo, ne venne fuori una vecchia tutta curva, gialla e rinsecchita con degli occhiacci rossi e il naso tanto adunco che le toccava il mento con la punta; borbottò qualcosa, poi afferrò l’usignolo e lo portò via. Joringel non poteva dir nulla né muoversi; l’usignolo era scomparso.

Anderson A.

Finalmente la vecchia ritornò e disse, con voce roca: 
" Salute, Zachiele, quando la luna splende nel cerfoglio, sciogli, Zachiele, alla buon’ora". E Joringel fu libero. 
Si gettò ai piedi della vecchia pregandola di ridargli la sua Jorinde, ma lei rispose che non l’avrebbe riavuta mai più e se ne andò. Lui gridò, pianse, si lamentò, ma invano. " Oh, che sarà di me?". 
Joringel se ne andò e giunse infine in un villaggio sconosciuto, dove per lungo tempo fece il guardiano di pecore. Spesso si aggirava intorno al castello, senza tuttavia avvicinarsi troppo. Infine una notte sognò di trovare un fiore rosso sangue con in mezzo una perla bella grossa. Egli colse il fiore e andò al castello, e tutto ciò che toccava con il fiore si liberava dall’incantesimo. Sognò inoltre che in quel modo era riuscito a riavere la sua Jorinde. La mattina, quando si svegliò, incominciò a cercare quel fiore per monti e valli. Cercò fino al nono giorno, e, al mattino presto trovò il fiore rosso sangue. In mezzo c’era una goccia di rugiada, grossa come la più bella perla. Portò con sé il fiore giorno e notte, finché giunse al castello. Là, non fu più immobilizzato dall’incantesimo, ma proseguì fino al portone. Joringel lo toccò con il fiore, e il portone si spalancò. Egli entrò, attraversò il cortile e tese l’orecchio per capire di dove venisse il canto degli uccelli. Infine lo capì, andò, e trovò la sala dove si trovava la strega che stava dando da mangiare agli uccelli nelle settemila gabbie. Quando lei vide Joringel, andò su tutte le furie, lo maledì, gli sputò addosso fiele e veleno, ma dovette fermarsi a due passi da lui. Lui non si curò di lei e andò a vedere le gabbie con gli uccelli. Ma c’erano molte centinaia di usignoli e, fra tanti, come poteva ritrovare la sua Jorinde? Mentre guardava, si accorse che la vecchia prendeva di nascosto una gabbia con un uccello e si dirigeva alla porta.


Segur A.

D’un balzo la raggiunse e, con il fiore, toccò la gabbietta e anche la vecchia, che non poté più fare incantesimi. Jorinde era là, gli aveva gettato le braccia al collo, ed era bella come un tempo. Egli restituì l’aspetto umano anche agli altri uccelli, poi se ne tornò a casa con la sua Jorinde e vissero a lungo insieme felici e contenti. 

Grimm n.69
Classificazione: Aa Th 405
Il testo originale è nella Pagina "Brüder Grimm"

Fiabe Perfette  non vuol dire "preferite". Vuol dire che il racconto sotterraneo emerge felicemente.

sabato 3 agosto 2013

La Betulla, (Variante Russa de Il Pescatore e Sua Moglie)

'era una volta un vecchio e una vecchia che vivevano in grande povertà. Un giorno il vecchio si procurò della farina e la portò alla moglie, che cominciò a preparare una schiacciata. Purtroppo però era finita la legna.
"Vecchio, va' nel bosco che non c'è legna e bisogna accendere la
stufa". Il vecchio si preparò e andò nel bosco. Scelse una robusta betulla, sollevò la scure e fece per vibrare il colpo. Ma ecco che la betulla si mise a piangere e a supplicarlo:
"Non abbattermi -  diceva - abbi pietà dei miei figli! Guarda quanti ne ho, devo crescerli. Quando sarò morta, che ne sarà di loro?".
Il vecchio, a queste parole, ebbe pietà della betulla e andò oltre. Arrivò a un pioppo e fece per colpirlo. Ma ecco che anche il pioppo prese a supplicarlo allo stesso modo. Il vecchio s'impietosì. Giunse a un ginepro ma anche questo si mise a piangere e a implorarlo! Il vecchio risparmiò anche il ginepro. Arrivò a un abete, e anche l'abete scoppiò a piangere: "Guarda - diceva - quanti figli piccoli ho, e tu vuoi uccidermi. Chi li crescerà?". Il vecchio non se la sentì di abbatterlo. Giunse a una quercia e anch'essa cominciò a implorarlo.Toltosi il berretto il vecchio si grattò la nuca, indeciso sul da farsi. 'Come potrò tornare senza legna? - si chiedeva - La vecchia mi mangia vivo e mi scaccia di casa. Cosa posso fare?'
In quel momento comparve un vecchio canuto che gli si avvicinò e gli chiese:
"Vecchio, come mai sei così pensieroso?".
"Come potrei non esserlo? Mia moglie mi ha mandato nel bosco a far legna, ma tutti gli alberi a cui mi avvicino mi supplicano di non abbatterli, cosa devo dunque fare? Penso a come tornare a casa senza far infuriare mia moglie..."
Il vecchio allora disse:
"Va bene nonno; tu hai avuto compassione dei miei figli. Eccoti una verga d'oro. Se tua moglie inveisce, tu dillo alla verga. E se hai bisogno di qualche cosa, recati al formicaio, fai tre giri intorno, agita questa verga d'oro e chiedi ciò che ti serve: verrai accontentato. Bada però di non chiedere qualcosa di impossibile perché la verga non potrà esaudirlo".
Così il vecchio se ne tornò a casa. La moglie gli si scagliò contro, ma lui, senza pensarci due volte, sussurrò alcune parole alla verga. Ed ecco balzar fuori bastoni da ogni parte che cominciarono a colpire la vecchia, fino a che il marito non disse: Fermati, verga! (il vecchino gli aveva insegnato anche a fermarla). Poi andò al formicaio, girò tre volte intorno, agitò la verga e ordinò di preparare la legna. Tornato a casa, ne trovò già lì una carrata pronta. La moglie, tutta contenta preparò la schiacciata. Avevano un ripostiglio cadente e anche l'izba era malmessa. Allora il vecchio pensò: 'Voglio proprio vedere se la verga sistemerà questo faccenda'.
Uscì, fece per tre volte il giro del formicaio, agitò la verga e chiese che il ripostiglio venisse risistemato. Tornato a casa, trovò il ripostiglio rimesso a nuovo. 'Vuol dire che il vecchino non mi ha ingannato, ha detto la verità', pensò, e, tornato al formicaio, chiese lo stesso anche per l'izba.
Al ritorno la trovò perfettamente in ordine. E così vissero il vecchio e la moglie con i loro figli. Lui non raccontò mai nulla a nessuno e fece sempre tutto in segreto. Quando fu lì lì per morire, lasciò ai figli la verga, spiegò loro come servirsene e li ammonì a non esprimere desideri irrealizzabili perché non sarebbero stati esauditi. Anche i figli del vecchio trascorsero bene la loro vita e quando morirono lasciarono ai loro figli la verga d'oro, e anche essi se ne servirono.
Quando pero la verga passò all'ultimo nipote, questi si rivelò avido. Anche se la verga esaudiva ogni suo desiderio, lui non era mai soddisfatto. Volle diventare boiaro e la verga lo accontentò. Passò qualche tempo e anche questo non gli bastava più. 'Chiederò di diventare Dio' si disse; fece per tre volte il giro del formicaio, agitò la verga e chiese di diventare Dio. Ma la verga di colpo prese fuoco e gli cadde addosso, bruciandolo. Al villaggio si accorsero della sua assenza: dove si era cacciato? Seguendo le orme nel bosco arrivarono fino al formicaio, e lo trovarono incenerito: qui cessavano le tracce. I nipoti più vecchi, comprendendo ciò che era accaduto, dissero: "Ecco fino a che punto era grande l'avidità di quell'uomo: fino al punto di chiedere l'irrealizzabile".



Anderson A.

Da: A.V.Vorobjev (a cura di), "Skazki, pensni, castuski, prislovja, Leningradskoj oblasti", raccolta da V.Bachtin