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sabato 18 marzo 2017

The Pied Piper of Hamelin, Robert Browning - Illustrazioni di E. Le Cain

E. Le Cain



Hamelin town's in Brunswick,
By famous Hanover city;
The River Weser, deep and wide,
Washes its wall on the southern side;
A pleasanter spot you never spied;
But, when begins my ditty,
Almost five hundred years ago,
To see townsfolk suffer so
From vermin, was a pity.



E. Le Cain



Rats!
They fought the dogs, and killed the cats,
And bit the babies in the cradles,
And ate the cheeses out of the vats,
And licked the soup from the cook's own ladles,
Split open the kegs of salted sprats,
Made nests inside men's Sunday hats,
And even spoiled the women's chats,
By drowning their speaking
With shrieking and squeaking
In fifty different sharps and flats.



E. Le Cain


martedì 14 marzo 2017

Nel 1284, un Uomo Misterioso Comparve nella Città di Hamelin


Quella che ho postato è la scarna versione dei Grimm (1812) di una leggenda nera tedesca spesso spacciata per fiaba. E, secondo la cultura distorta che ha devastato il racconto sacro delle fiabe, per cui una fiaba deve avere una morale, una fiaba deve trasmettere un monito, una fiaba deve contenere simbologie che neanche l'inconscio più raffinato e contorto potrebbe partorire, anche la "fiaba" del Pifferaio ha ricevuto il carico di una morale edificante: i cittadini di Hamelin vennero puniti a causa della loro avidità, della loro ingratitudine e della promessa tradita, della parola data e non rispettata.


Eleanor Fortescue Brickdale



Così la figura ambigua - ammaliatore salvifico e fascinoso rapitore - del Pifferaio assurge allo status di implacabile giustiziere. Ma questa giustizia che sa di vendetta è mitigata da particolari rassicuranti che si sono via via incrostati sul racconto originale; ad esempio, i bambini scampati. Una consolazione ambigua poiché gli scampati erano afflitti da disabilità (uno era muto, l'altro, cieco) che ricordano più una selezione naturale che un passaporto per la salvezza.
Per non parlare dello "zoppetto" che arranca dietro la processione dei bambini e che assolve un'ulteriore funzione consolatrice: i bambini scomparsi non sono andati incontro ad un destino oscuro e terribile, ma sono stati condotti in un luogo meraviglioso quanto misterioso. Lo zoppetto, infatti, riesce a sbirciare nel varco apertosi nella parete della caverna sotto la montagna prima che si richiuda per sempre alle spalle dell'ultimo bambino e ha una rapida visione dello splendore di un luogo sconosciuto.

domenica 12 marzo 2017

I Bambini di Hamelin, (Il Pifferaio Magico), Grimm - Traduzione Mia


Tenggren G.



Nell'anno 1284, un uomo misterioso fece la sua comparsa nella cittadina di Hamelin. Indossava una palandrana multicolore ed una sciarpa sgargiante: ecco perché lo chiamarono The Pied Piper, il Variopinto Pifferaio. Sosteneva di essere un acchiappatopi, e promise che, in cambio di una certa somma di denaro, avrebbe liberato Hamelin da ogni sorta di topo o ratto. I cittadini strinsero  un accordo con il Pifferaio e pattuirono una ricompensa. Allora, l'Acchiappatopi trasse un piccolo flauto da una tasca e prese a suonare. Immediatamente, topi e ratti sgusciarono fuori dalle case di Hamelin e gli si affollarono intorno. Quando il Pifferaio ritenne di averli radunati tutti, si incamminò alla volta del fiume Weser: continuava a suonare e i topi lo seguivano. Giunto sulle rive del Weser, entrò in acqua, e i topi precipitarono nelle acque vorticose e annegarono tutti.

giovedì 21 aprile 2016

La Donna che Volle Farsi Papa - La Papessa Giovanna



Il succo della leggenda è questo: 
una giovane donna inglese, spinta da motivi di intelletto (l'amore per lo studio, precluso alle donne) e/o di "alcova", (ovvero, per seguire in piena libertà un suo amante), si finse un monaco, Johannes Anglicus, e compì i suoi studi a Magonza.
Giunta a Roma, si distinse per la brillantezza del suo ingegno, tanto che, in un'epoca in cui l'elezione dei papi era, spesso, estemporanea, alla morte di Leone IV, nell'anno 855, venne eletta papa ed assunse il nome di Giovanni VIII . Essendo sessualmente attiva, rimase incinta. Nell'anno 857, quindi, mentre partecipava alla solenne processione pasquale , dal Laterano a San Pietro, venne còlta dalle doglie, svelando drammaticamente la sua vera natura.

Il sèguito, o l'epilogo, è raccontato in svariati modi.

1) L'epilogo meno truculento (e assolutamente minoritario) appartiene alla versione "ufficiale" che riporto sotto, che la vede pentita e penitente, e addirittura madre di un vescovo.
2 ) Morì di parto.
3 ) Fu lapidata (o fatta a pezzi) dalla folla inferocita.
4) Fu legata alla coda di un cavallo e trascinata per le vie di Roma finché non morì sfracellata.

Nelle versioni che contemplano un epilogo fatale, che si tratti di morte naturale o meno, il neonato muore con lei.
Dalla leggenda (?) della papessa Giovanna ne deriva almeno un'altra.

sabato 31 ottobre 2015

La Leggenda di Bloody Mary


Mary Worth, o Mary Worthington o Hell Mary


Ormai si può definire una “leggenda metropolitana”, grazie anche ad un popolare e prolifico filone cinematografico americano di ambientazione giovanilista.
L'origine della leggenda è piuttosto nebulosa: da una parte, vanterebbe prestigiose ascendenze europee, dall'altra, è radicata nel profondo folklore rurale nordamericano, in particolar modo in quello della Pennsylvania. Bloody Mary, Mary Worth, Mary Worthington, e Hell Mary sono alcuni dei nomi con cui la protagonista di questa storia è stata identificata.
Si dice che, se si pronuncia il suo nome ad alta voce guardando in uno specchio, questa strana creatura, un po' spettro un po' strega, apparirà per predire il futuro a coloro che l'hanno evocata, soprattutto il futuro amoroso delle giovani ragazze (il che spiega il successo della location – tipo dei film americani, ovvero il college). Naturalmente, questo rito, incautamente riesumato, un po' per gioco e preferibilmente durante la notte di Halloween, si ritorce contro gli avventati evocatori che diventano vittime della furia vendicatrice di Bloody Mary. Ma quale terribile avvenimento nutre e scatena la sete di vendetta (e di sangue) di questa creatura?





Una versione della storia di Mary vede la presenza di un bambino. E questa circostanza è legata ad una leggendaria "parentela" regale senza alcun fondamento.
Bloody Mary, infatti, è spesso confusa con Maria I, detta, appunto, la Sanguinaria, sorellastra di Elizabeth I, che precedette sul trono d'Inghilterra. Affetta da un'intolleranza religiosa acuta, era una cattolica bigotta e superstiziosa, cresciuta dalla religiosissima madre, Caterina d'Aragona), scatenò le sue ossessioni contro l'onda montante del Protestantesimo. [E' a lei, ed alla sua fama di “stragista”, che dobbiamo...ehm... il famoso cocktail].
Feroce persecutrice, fu anche parecchio disgraziata: fonte di grande infelicità furono i numerosissimi aborti che ponevano bruscamente fine alle sue gravidanze. Morì senza eredi diretti, ed Elizabeth, l'odiata sorellastra protestante, salì sul trono d'Inghilterra. Dopo la sua morte, si sparse il dubbio che i suoi aborti fossero stati provocati proditoriamente. Il fantasma senza pace di Bloody Mary, in questo caso, tornerebbe a vendicarsi per la strage della sua figliolanza.



Linda Bergkvist



In Nord America, fra le tante, si narra anche questa storia:

Una quattordicenne morì per disgrazia e i suoi genitori la seppellirono in giardino. Sua madre, che sperava ch'ella fosse ancòra viva, si attaccò al braccio una cordicella collegata ad un campanello che aveva lasciato nella bara. Durante la notte, svegliò più volte il marito dicendo che sentiva il tintinnio del campanello, ma il marito pensò che fosse impazzita per il dolore e non le diede ascolto. La donna, però, era sicura di aver sentito qualcosa e spinse il marito a scoperchiare la bara e a riesumare il corpo della figlia. Quando i genitori videro tutti i segni della terribile lotta che la povera bambina aveva affrontato prima di morire nel tentativo disperato di uscir fuori dalla sua sepoltura, tanto da lasciare le unghie conficcate nel coperchio della bara, impazzirono per il dolore di essere stati causa della sua orribile morte. Ma lo spirito della bambina tornò. Mary è una piccola serial killer che aspetta la sua vendetta nel luogo dove lei stessa è stata assassinata, seppellita viva dai propri genitori.


Beatriz Martin Vidal


Sempre in Nord America, in Pennsylvania :

Una donna di nome Mary viveva in una capanna isolata nel cuore della foresta e si guadagnava il pane cercando e raccogliendo erbe medicinali che poi rivendeva. E così tirava avanti. Gli abitanti del paese vicino la temevano: erano convinti che fosse una strega ed usavano chiamarla "Bloody Mary". Temevano assai di indispettirla: certamente, i loro figli sarebbero caduti malati, il latte delle loro mucche si sarebbe seccato, le provviste per l'inverno sarebbero marcite, insomma, sarebbero stati colpiti da tutto il repertorio di terribili dispetti che le streghe infuriate usavano riservare ai propri vicini. Un certo terribile giorno, le ragazze del paese incominciarono a sparire, una dopo l'altra. Inutili le ricerche disperate dei genitori e di tutti gli abitanti del villaggio. Naturalmente, i sospetti si appuntarono su Mary, ma non esisteva alcuna prova. Un gruppetto di paesani particolarmente coraggiosi penetrò nel folto del bosco e si spinse fino alla capanna della vecchia per interrogarla. Mary rispose che non sapeva nulla delle giovinette scomparse. I suoi vicini, però, notarono qualcosa di strano: sembrava ringiovanita, anche più attraente! I loro sospetti aumentarono, ma se ne tornarono indietro sconsolati poiché non potevano provare in alcun modo che la "strega" avesse a che fare con la scomparsa delle loro figliuole.



J.Hush


Poi, una notte, la figlia del mugnaio lasciò il suo letto e seguì una musica incantata che riusciva a sentire soltanto lei. Sua madre era in piedi a causa di un terribile mal di denti e stava in cucina per prepararsi un decotto. La vide uscire di casa e lanciò un grido disperato che svegliò il mugnaio.Si precipitarono fuori e cercarono di trattenere la figlia, ma la ragazza, completamente presa dalla musica incantata, sfuggì dalle loro braccia e corse verso il bosco. Le grida disperate del mugnaio e di sua moglie svegliarono i vicini. Uno di loro, che aveva la vista lunga, notò una strana luce ai margini della foresta, e, seguito da qualche coraggioso, si spinse più avanti nei campi, finché, sull'orlo del bosco, accanto ad una grande quercia, videro Bloody Mary: puntava una verga in direzione della casa del mugnaio, e dalla verga scaturiva una luce che non era di questo mondo. I contadini corsero a casa e si armarono di forconi e fucili. Uno di loro, temendo che la strega potesse rapire sua figlia, aveva avuto l'intelligenza di armare il proprio fucile con proiettili d'argento. Intanto, Bloody Mary, accortasi dell'assalto, aveva bruscamente interrotto il suo incantesimo e si era data alla fuga . Ma uno dei famosi proiettili d'argento la colpì al fianco e l'abbattè a terra . In quattro e quattr'otto, i paesani le furono sopra, la legarono, accesero un gran fuoco e la bruciarono viva. Mentre soffriva la sua atroce agonia, Mary lanciò una tremenda maledizione sui suoi assassini: se qualcuno avesse pronunciato il suo nome ad alta voce davanti ad uno specchio, il suo spettro sarebbe tornato a prendersi la sua vendetta. Quando morì, i suoi giustizieri perquisirono la capanna della strega ed i terreni intorno. Trovarono le sepolture senza nome delle povere creature che Bloody Mary aveva rapito ed ucciso per ottenere l'eterna giovinezza dal loro sangue.
Si narra che, da allora, se qualcuno è così stupido o folle da evocarla ad alta voce davanti ad uno specchio oscurato, Bloody Mary ritorna, smembra i corpi delle sue vittime e condanna le loro anime alla sua stessa pena infernale, imprigionandole per sempre nello specchio.




Mab's Copyright  





La Leggenda di Jack O’Lantern (ma anche Hob O’Lantern, Fox Fire, Corpse Candle...)

La zucca intagliata (in origine, una grossa rapa) si rifa alla leggenda irlandese di Jack O' Lantern, prototipo del furbo contadino di tante storie popolari.
"... trae origine dalla leggenda di un Ne’er-do-well ( 'non ne combino una giusta') chiamato Stingy Jack, un fannullone e scommettitore dal brutto caratteraccio, assai dedito all’alcool. Una sera di Halloween, dopo l’ennesima sbronza, gli apparve il Demonio intenzionato ad impossessarsi della sua anima da peccatore. Jack chiese al Diavolo che gli venisse concesso di bere un ultimo bicchierino. Ottenuto il permesso, si lamentò del fatto che non aveva nemmeno un soldo per pagare la consumazione, così pregò il Demonio di trasformarsi in una moneta da 6 pence. Avvenuta la mutazione, Jack afferrò la moneta e la mise nel suo portafoglio, avente la caratteristica di una croce ricamata sopra. Imprigionato irrimediabilmente, per riottenere la libertà, il Diavolo accettò il patto proposto da Jack, che consisteva nel posticipare di un anno la sua morte.
La vigilia di Ognissanti seguente, il Diavolo si ripresentò per ottenere l’anima dell’uomo. Questa volta Jack gli propose una scommessa: non sarebbe più riuscito a scendere da un albero. Il Diavolo sorrise ed accettò, salendo su un albero lì vicino. Fu allora che Jack incise sulla corteccia una croce, che impediva al Diavolo di saltare giù.





Con la vittoria in pugno, Jack propose al Diavolo un patto: egli avrebbe cancellato la croce, se lui si fosse impegnato a non tentarlo più. Dopo circa un anno, Jack morì. Al suo bussare alle porte del Paradiso venne risposto che non sarebbe potuto entrare perché aveva condotto una vita dissoluta piena di peccati. Giunto all’Inferno, anche il Diavolo gli negò il permesso di entrare, perché ancora offeso per come era stato raggirato dall’uomo.
Tuttavia, il Diavolo donò a Jack un tizzone che gli illuminasse la strada nel limbo oscuro. Jack si ingegnò per far durare più a lungo quella luce e la ripose in una rapa svuotata, ricavandone così una lanterna. Da allora, nelle notti della vigilia di Ognissanti è possibile scorgere la fiammella di Jack, che vaga alla ricerca della sua strada. Da allora Jack fu soprannominato Jack O’Lantern (ma anche Hob O’Lantern, Fox Fire, Corpse Candle, Will O’ The Wisp).




Si sarà notato che nella leggenda si parla di una rapa e non di una zucca. La spiegazione a ciò sta nel fatto che gli Irlandesi sbarcati in America non ebbero più a disposizione il loro tubero e ricorsero, quindi, alle grosse zucche gialle, facilmente reperibili nella nuova terra e ben più grandi".

Questa la versione online della leggenda : http://www.irlandando.it

La leggenda narra, anche, che, la notte di Halloween, Jack cerca una casa da infestare; se, però, gli abitanti hanno preparato una zucca intagliata con un ghigno spaventoso e illuminata dall'interno, batte in ritirata.

Mab

martedì 16 settembre 2014

Un Giro Stregato (di CieloAmaranto), Trentino-Alto Adige


Igor Karash


Durante la mia vacanza in Trentino-Alto Adige, all’Alpe di Siusi, mi sono accorta di qualcosa che gli anni scorsi era passato toralmente inosservato (mea culpa): l' Hexen Skitour, il tour delle streghe.
Disseminati per le piste, sulla cima o sul fondo, ci sono delle colonnine di legno con in cima una strega e sui quattro lati una storia sulle streghe locali in quattro lingue. L’Italiano era sempre quella meno raggiungibile, ma mi sono infilata nella neve fresca pur di leggerle.
Ecco quelle che ho trovato più carine.

Si narra che le streghe volassero dal Sassopiatto allo Sciliar fino alla Val Gardena per fare le loro feste e tener sott’occhio il loro reame.
Infatti, per fare i loro sabba, soprattutto di giovedì, le streghe si ritrovavano sul Petz, che è il punto più alto dell’altopiano dello Sciliar. Ma per volare fin lì dovevano fare un unguento a base di rospo e cospargerne le loro scope mentre cantavano questa formula: "vola su e giù, senza cascar" (secondo me, tradotto male dal Tedesco, perché la versione inglese suona "fly up and down, never around", ovvero "vola su e giù, mai d’intorno", e si applica meglio alla fiaba). Dopodiché potevano andare a festeggiare con le loro compagne.


Rackham A.

Una volta - si narra - un contadino entrò in casa di una strega: ella cosparse la scopa con l’olio che stava bollendo nel calderone sul camino, e, pronunciata la solita formula, schizzò su per il camino e sparì alla sua vista.
Incuriosito, il contadino s’avvicinò al pentolone e vide che era avanzata un po’ della magica pozione. Così provò a cospargerne un bastone e a recitare la formula, ma. ahimé, l'aveva capita male! Invece di "Su e giù, mai d’intorno" cantò "Vola su e giù, e tutt’intorno", e, nell’infilarsi su per il camino, volando a zig zag, prese un sacco di botte in testa.
Ma, una volta nel cielo aperto, gli fu più facile girare fino a vedere dall’alto le streghe che ballavano e cantavano festeggiando sotto la luna. Riuscì dunque a scendere e ad unirsi alle loro danze, festeggiando con loro per tutta la notte.

Poco sopra dove stavo io, al Compatsch, c’è una pista di nome Bullaccia o Puflatsch. Da lì si gode un panorama spettacolare, è anche il posto dove va via per ultimo il sole. Lì c’è anche un albero contorto sempre pieno di corvi, che mi ha sempre impressionato con la sua aria fiabesco-decadente. E sulle panchine della Bullaccia la strega più anziana si sedeva spesso, per ammirare il panorama (se ci passate, fermatevi anche voi. Soprattutto verso il tramonto. Merita).
Sulle panchine, inoltre, le streghe preparano le tempeste più violente e più antiche. Sedute lì, facevano apparire nuvoloni neri carichi di tuoni e fulmini, e persino nubi gialle gravide di grandine, che dallo Sciliar, dal Corno del Renon e dalla Val Gardena si trascinano lente sopra Castelrotto, Siusi e Fiè.
Se non si riesce a far suonare in tempo le campane, un temporale infernale si scatena su tutta la zona, provocando enormi danni.

A Sartria, poi, c’erano le streghe del burro, due donne piuttosto inquietanti che vivevano chiedendo l’elemosina e terrorizzando i paesani. La strega Tschelmerin di Piè di Sotto, aveva una grande gobba sulla schiena ed era soprannominata "Jüggale", ed era zitella. La strega "Kneppin", invece, era sposata.
Curavano o facevano ammalare le mucche a loro piacimento, e potevano rovinare la panna del latte come preferivano. Potevano anche fare ammalare i bambini e maledirli per fargli rompere un piede, o guarirli a loro piacimento.
Alla contadina del maso Platider, che evidentemente non aveva pagato l’elemosina, rovinarono il burro con un sortilegio, facendole trovare un ratto orribile nel secchio del latte, per poi prenderla in giro con una canzoncina che fa pressappoco così: "Contadina del Platider, che vuole fare il burro, che il burro lei non farà, oplà! Solo crema impazzita farà, aha! E un topo nel secchio troverà!".


Igor Karash

Non mancavano anche le piccole note storiche, trovate vicino alla pista "Il Sole". Negli anni compresi tra il 1506 e il 1510, nel castello di Presule, sede del tribunale di Fié, si sono svolti nove processi, i più antichi condotti in tutto il Tirolo nei confronti delle streghe.
Dinanzi alla Corte, presieduta da Leonhard von Völs, accanito persecutore di streghe, furono portate nove donne, (i cui nomi sono lì elencati). Una era addirittura una perpetua. Furono giustiziate in modo orribile. E, al di là del "fiabesco", credo sia giusto ricordare donne che furono davvero perseguitate e uccise.

Scritto da CieloAmaranto - (Illustrazioni aggiunte da me)
Dal fu-Blog La Torre di Vetro

sabato 4 gennaio 2014

Il Ballo Angelico


Kinuko Y Craft


Questa illustrazione - per strane associazioni mentali - mi ricorda le leggende diffuse su tutto il territorio riguardanti le "Dame Bianche" che si aggirerebbero tra le rovine di antichi castelli e ville nobiliari, simili, nel comportamento, ad affascinanti e pericolose Lamie, o al cosiddetto "Ballo Angelico", una superstizione molto popolare tra gli abitanti delle campagne, in realtà, non dissimile dai racconti riguardanti viandanti o contadini curiosi quanto spericolati che s'imbattono o spiano volontariamente le danze del Popolo Fatato. In particolari giorni dell'anno, le finestre di antiche, isolate magioni in rovina si illuminavano e suoni di musiche e danze si spargevano per le campagne. Anime senza pace celebravano i loro festini. Non riunioni di streghe, quindi, ma spettri di Dannati. Si può senz'altro azzardare un parallelo con le Messe fantasma, celebrate. tra le rovine di antiche cappelle sconsacrate, da fantasmi di preti dannati per una congrega di anime dannate. Il termine "Angelico", ovviamente, non riflette la natura dei partecipanti al Ballo, ma, al contrario, ne spiegherebbe l'origine, molto reale e terrena. Tra la gente delle campagne, correva voce che in questa o quella villa o casino di caccia si svolgessero nottetempo sfrenati festini organizzati dai signori locali. Festini senza freni, i cui partecipanti danzavano "nudi come angeli". Naturalmente, per la morale del "popolino", essi erano già dannati da vivi per le abitudini libertine. E l'eco di quei festini "satanici", ampliato dallo stratifcarsi di altre leggende nere locali, sopravvive ai lontani sollazzi di qualche nobilotto di provincia.
Un esempio della straordinaria somiglianza tra i racconti riguardanti il "Ballo Angelico" e le leggende sulle rovine di castelli abitate dal Popolo fatato è "Jamie Freel e la Fanciulla Rapita".

Mab

lunedì 18 novembre 2013

Il Principe Dracula nel Leggendario Rumeno

La Giustizia di Dracula


l tempo di Vlad l'Impalatore, un mercante che viaggiava nelle nostre terre fece gridare ai banditori la notizia che aveva perduto un sacchetto con mille lei e che prometteva cento lei a chi lo avesse trovato e restituito. Non trascorse molto tempo che un cristiano, un uomo timorato di Dio come erano molti romeni al tempo dell'Impalatore, si presentò da lui e gli disse:" Signor mercante, mentre stavo camminando vicino all'angolo dell'incrocio dietro il mercato del pesce, ho trovato questo sacchetto. Credo che sia vostro, perché ho sentito gridare che avete perduto un sacchetto con del denaro".
"In effetti è mio, e ti ringrazio tanto per avermelo riportato."
Mentre contava il denaro, il mercante pensava come potesse trovare il modo per non dargli i cento lei che aveva promesso. Finito che ebbe di contare il denaro, lo ripose nel sacchetto e poi disse all'uomo che glielo aveva portato:
"Ho contato, mio caro, e ho visto che ti sei trattenuto il compenso. Anziché mille lei, ne ho trovati novecento. Hai fatto bene, perché era tuo diritto!"
"Signor mercante - rispose il cristiano - vi sbagliate se dite che dal sacchetto mancano cento lei. Io non l'ho nemmeno aperto per vedere quanti soldi ci sono dentro. Come l'ho trovato, così ve l'ho portato!"
" Ti ho detto - replicò il mercante tagliando corto - che ho perso il sacchetto con mille lei e che me lo hai portato con soli novecento. Così è!"

L'uomo non disse più nulla, ma si allontanò e andò dal Principe per dolersi dell'accaduto. "Altezza - disse - non mi ha dato i cento lei promessi; ma non è tanto per i cento lei che sono indispettito, quanto per il fatto che sospetta che io non sono stato onesto. Io sono stato corretto e non mi è neppure passato per la testa di toccare la roba di un altro."  Il principe comprese l'inganno del mercante e ordinò che lo portassero davanti a lui. Dopo aver ascoltato l'uno e l'altro e soppesate le loro parole sulla bilancia della giustizia, vide da che parte questa pendeva. Poi, guardando il mercante dritto negli occhi, disse:" Se tu, mercante, hai perduto un pacchetto con mille lei e quest'uomo ne ha trovato uno con novecento, allora è chiaro che questo sacchetto non è il tuo. Tu, cristiano, prendi il sacchetto che hai trovato e consegnalo a chi dimostrerà di aver perduto un sacchetto con novecento lei; tu, mercante, aspetta che venga ritrovato il sacchetto coi mille lei che dici di aver perduto!".
E così si fece, perché non c'era modo di fare altrimenti. Il principe Vlad l'Impalatore aveva dato il giudizio. Il mercante dovette fare buon viso a cattiva sorte e si dolse per tutta la vita dell'azione disonesta che aveva commesso.


Dracula e i Mendicanti


i tramanda che al tempo del principe Vlad l'Impalatore [Vlad Tepes] si erano straordinariamente moltiplicate le persone pigre. Per vivere dovevano mangiare, perché il ventre impietoso lo richiedeva. E per mangiare andavano a chiedere l'elemosina, Mendicavano e così vivevano senza lavorare. Se qualche insolente a cui piaceva immischiarsi nelle vicende altrui domandava a qualcuno di questi mendicanti perché non esercitasse anche lui un lavoro, gli veniva risposto:
"Come? Non mi do da fare tutta la giornata? E se non trovo da lavorare, che colpa ne ho io?" Altri cercavano il pelo nell'uovo: " Il farsettaio si arrabatta giorno e notte, ma non guadagna nulla; il sarto lavora tutta la vita e il suo gruzzolo è grande quanto l'ombra di un ago; il ciabattino quando è vecchio è diventato gobbo, e per fargli i funerali bisogna fare la colletta..." E così via, su ogni mestiere avevano da ridire.
Tutto ciò giunse agli orecchi del Principe e lui stesso vide coi propri occhi quella folla di accattoni, tutta gente in grado di lavorare. Restò pensieroso e disse fra sé e sé: ' Solo col sudore della sua fronte, dice la Scrittura, l'uomo si guadagnerà il pane. Costoro vivono del sudore altrui, quindi sono inutili all'umanità. Questa è una sorta di rapina. Il bandito di strada ti chiede la borsa o la vita. Se sei più svelto di mano e più coraggioso, ne scampi. Questi invece ti portano via i beni un po' alla volta e supplicando, ma te li portano via continuamente. Perciò sono peggio dei ladroni. Questa razza di individui deve essere estirpata dalla mia terra!'
Dopo aver così riflettuto, ordinò che venisse dato dappertutto questo avviso: tutti i mendicanti si dovevano radunare, in un certo giorno e in un certo luogo, perché il principe doveva distribuire tra loro dei vestiti e doveva invitarli a un banchetto straordinario. Nel giorno stabilito, Targoviste era piena zeppa di pitocchi.
I servi del principe distribuirono tra loro gli abiti, uno a ciascuno; poi li portarono in certe case grandi dove erano apparecchiate delle mense. I mendicanti si meravigliarono della generosità del principe e dicevano l'uno all'altro:
" Una vera benevolenza principesca!".
"Anche questa carità proviene dal sudore del popolo! Pensate che provenga dalle tasche del principe?"
"Il principe è cambiato; non è più come lo conoscevate voi!"
"Il lupo perde il pelo, ma non il vizio." Si sedettero a tavola. Che cosa c'era? Piatti da mensa principesca. Vini, di quelli che ti fanno girare la testa. I pidocchi fecero una baldoria indimenticabile. Mangiarono a quattro ganasce; bevvero fino ad ubriacarsi, tanto che molti andarono a finire sotto la tavola. Quando ormai farfugliavano e non riuscivano più a comprendersi tra loro, si ritrovarono circondati dal fuoco. Il Principe aveva ordinato ai suoi servi di appiccare fuoco alla casa. Si precipitarono tutti contro le porte, per uscire, ma le porte erano state sprangate. Il fuoco avanzava, le fiamme si levavano in alto come giganti infuocati. Grida, urla, lamenti uscivano dalla gola dei mendicanti rinchiusi là dentro. Ma la fiamma non poteva ascoltare i loro lamenti. Si gettavano gli uni sopra gli altri. Si abbracciavano. Chiedevano aiuto. Ma non c'era orecchio umano che li ascoltasse. Cominciarono a dimenarsi in mezzo alla fiamma che li bruciava. Il fumo ne soffocò alcuni, la brace ne incenerì altri, le fiamme li bruciarono tutti. Quando il fuoco si spense, non c'era più anima viva. Ma voi credete che sia stata estirpata la razza dei pitocchi? Macché! Non credete alle chiacchiere! Guardate intorno a voi! Oggi è come allora. I mendicanti spariranno quando sparirà il mondo.


Christensen J.


Da: "Storie e Leggende della Transilvania", di Claudio Mutti.

domenica 3 novembre 2013

La Vera Storia di Sweeney Todd

Dalla postfazione di Cristiano Armati al libro "Sweeney Todd- Il diabolico barbiere di Fleet Street"- ( Newton Compton editori)

Stando alle ricerche del giornalista inglese Peter Haining, autore del prezioso Sweeney Todd - The Real Story of the Demon Barber of Fleet Street (1993), il piccolo Sweeney vede la luce in un misero stabile di Brick Lane, a Londra, il 26 ottobre del 1756. Figlio di un tessitore di seta quasi sempre disoccupato ma perennemente ubriaco di gin e di una donna di fatica che ama alzare il gomito tanto quanto il marito, Sweeney Todd non è ancora adolescente ma già sembra saltato fuori da una pagina de "La Situazione della Classe Operaia in Inghilterra" di Friedrich Engels (1844); un saggio drammatico in cui l'amico di Karl Marx parla della condizione dei lavoratori britannici sottopagati e sottoccupati e, senza mezzi termini, afferma:"La razza umana che vive in questi cottages decadenti, dietro le finestre rappezzate con la carta oleata, dietro le porte sconnesse e gli infissi fradici, o addirittura nelle umide cantine, in mezzo a questa sporcizia senza fine e a questo puzzo, in questa atmosfera che pare volutamente chiusa, questa razza umana deve appartenere realmente al più basso gradino dell'umanità".
La sorte del giovane Sweeney si compie nel terribile inverno del 1768. Le cronache del tempo parlano di un Tamigi completamente ghiacciato, di prezzi del carbone assolutamente proibitivi e di orde di contadini spiantati piombati nella futura metropoli alla ricerca di uno straccio di lavoro ma costretti spesso a trasformarsi in cadaveri di uomini assiderati, spazzati via dalle strade come sporcizia. Tra di loro, molto probabilmente, anche i genitori di Sweeney Todd, scomparsi dalla vita del figlio proprio in quell'anno: vittime di un capitalismo appena nato ma già in grado di dispiegare tutto il suo enorme potere distruttivo . Disgraziato tra i disgraziati, Sweeney tira avanti rifugiandosi nella bottega di John Crook, un artigiano specializzato nella fabbricazionedi coltelli, rasoi e altri aggeggi meccanici più o meno complicati.
Il ruolo del ragazzo, almeno ufficialmente, è quello di garzone. Ma notando incidentalmente come proprio qui Sweeney Todd dovette apprendere quella familiarità con le lame che lo avrebbe reso celebre in futuro, è opportuno sottolineare come un simile ruolo, nella Londra della seconda metà del XVIII secolo, fosse più simile a quello di uno schiavo che a quello di un operaio. Dipendente dal suo datore di lavoro non solo per il cibo, il tetto o i vestiti, ma anche per l'esercizio dei diritti più elementari, Sweeney Todd, nel 1770, viene accusato di aver commesso un piccolo furto, ed essendo la sua parola l'unico mezzo di difesa contro gli strali del padrone, si ritrova a varcare i cancelli del carcere di Newgate ad appena quattordici anni, obbligato a scontare una condanna a cinque anni di reclusione. La durezza della sentenza, rapportata agli usi del momento, è meno aspra di quanto possa sembrare . Il carcere vittoriano, alla resa dei conti, viene concepito come uno strumento utile a togliere dalla strada la forza-lavoro in eccesso, non certo come un mezzo per restituire alla società civile individui pronti a rientrarvi al termine di un percorso rieducativo di qualche tipo. Come se non bastasse, grazie al cosiddetto Bloody Code, per essere condannati all'impiccagione è sufficiente rubare merce per un valore superiore ai venticinque scellini o essere sorpresi a contraffare del denaro. L'età, in questo caso, non viene certamente considerata un'attenuante, visto che anche bambini di appena dieci anni possono tranquillamente finire sulla forca. I 'colpevoli' che riescono a sfuggire al boia vengono decimate dalle malattie infettive che un luogo come Newgate dispensa ai suoi ospiti con estrema generosità. I reclusi, d'altronde, sono costretti ad accalcarsi come bestie in camerate anguste e freddissime e a nutrirsi di un rancio che solo con molta fantasia è possibile definire commestibile. Per tirare avanti, non c'è altra soluzione che precipitare in un vortice dove la corruzione dei secondini è la regola e dove la legge del più forte fa la differenza tra un altro giorno strappato alle sbarre dell'orrida prigione e la morte violenta. Precipitato in un simile inferno, Sweeney Todd può ringraziare la sua precedente esperienza di apprendista coltellinaio se a prenderlo sotto la sua ala protettrice è un uomo che nel carcere di Newgate riveste un ruolo importante e particolare. Il mentore di Sweeney, infatti, si arrangia offrendo ai detenuti e ai secondini le sue competenze da barbiere. Competenze che, dato il tempo e il luogo, comprendono anche la cavatura dei denti, la sistemazione delle ossa, la suppurazione delle ferite e, più in generale, qualsiasi altra abilità che oggi si attribuirebbe a un medico-chirurgo. Con un simile maestro, un certo signor Plummer, a Sweeney Todd non resta che guardare, imparare e, soprattutto, sopravvivere. Tutte cose che al ragazzo riescono benissimo considerando che, recuperata la libertà, Sweeney si ritrova a calcare le vie di Londra vivo e vegeto e, cosa importantissima ai fini della sua storia, non più semplice soap boy ma, addirittura, barbiere rifinito. Con una professione tra le mani, Sweeney Todd non deve far altro che mettere i suoi servizi a disposizione di tutti coloro che desiderano farsi la barba, i capelli o che, in alternativa, hanno bisogno di alleviare il proprio mal di denti. Privo del capitale necessario per avviare un negozio vero e proprio, l'ex galeotto sceglie di esercitare il suo mestiere direttamente sulla strada e di andare a ingrossare le fila dei numerosissimi flying barber pronti a usare forbici e rasoio a favore di clienti senza soldi in tasca. In questo periodo, chi ha voglia di farsi fare la barba sa che può trovare Sweeney Todd dalle parti di Hyde Park. Che il giovane barbiere non si limitasse semplicemente a intervenire sulla peluria dei clienti, invece, sarebbe stato scoperto soltanto diversi anni dopo, quando l'aggettivo 'diabolico' avrebbe finito con l'accompagnare la qualifica professionale di Sweeney al pari del suo nome e del suo cognome. Già nel 1774, infatti, la stampa londinese dà notizia di un gentiluomo trovato con la gola aperta da un orecchio all'altro proprio nella zona di Hyde Park: un barbaro omicidio dovuto non si sa bene se alla gelosia - la vittima avrebbe decantato l'ars amandi di una donna legata sentimentalmente a Sweeney Todd - oppure a una rapina. Quello che è certo è che Sweeney riesce a sfuggire a ogni imputazione e che, già nel 1785, smette di fare il 'barbiere volante' per aprire una bottega in piena regola al civico 186 di Fleet Street.
* * *
Ancora qualche decennio fa, Fleet Street era nota ai giornalisti di mezzo mondo con il nome di "Ink Street" visto che da quelle parti avevano eletto il proprio domicilio testate come il "Daily Telegraph", l'"Observer", il "Daily Mail", il "News of the World" e il "Sun". Nel 1785, però, la sua attrazione principale è rappresentata, oltre che dall'orologio della chiesa di St. Dunstan e da un certo numero di taverne malfamate, dall'arco di Temple Bar, sormontato da picche di ferro sulle quali, in un recente passato, avevano fatto bella mostra di sé le teste di alcuni nemici della patria condannati alla decapitazione. All'ombra di Temple Bar, Sweeney Todd erige la sua insegna: un bel cilindro rosso avvolto da una spirale bianca e una vetrina sormontata dalla classica scritta: "Easy shaving for a penny - As good as you will find any"; come dire: "Un penny per una rasatura veloce e a regola d'arte". In quegli anni, chi si fosse addentrato nella bottega di Sweeney Todd per approfittare dell'offerta del barbiere si sarebbe imbattuto in un antro piuttosto tetro in cui spiccava la boccia usata per custodire i denti marci cavati agli avventori, il camino su cui bolliva l'acqua destinata alla rasatura, la rastrelliera su cui pendevano i ferri del mestiere e, soprattutto, una massiccia sedia di legno, curiosamente disposta al centro della sala. Su questo marchingegno, Sweeney Todd doveva aver riversato tutta l'abilità accumulata negli anni spesi al servizio di John Crook. Un meccanismo segreto, infatti,consentiva al barbiere di inclinare violentemente la sedia che, girando su se stessa, precipitava le sue vittime contro il pavimento dello scantinato, causando ai malcapitati la rottura dell'osso del collo. Se qualcosa nell'esecuzione andava storto, sarebbe arrivato Sweeney Todd con il suo rasoio a sistemare la questione, a imporre il silenzio sulla lugubre realtà della sua bottega e a incassare il denaro, i vestiti e qualsiasi altro oggetto prezioso posseduto dai clienti al momento di entrare nel negozi. Probabilmente, il modus operandi del killer consisteva nell'attaccare bottone con i clienti, approfittando di quella parlantina confidenziale tipica dei barbieri. Facendo leva sulla vanità degli avventori, Sweeney, memore delle sue origini sottoproletarie, doveva essere particolarmente abile nell'intravedere dietro le persone i segni di un eventuale benessere e veloce nello stimare il valore degli oggetti posseduti da chi entrava nel suo negozio. Dopo un rapido inventario mentale, Sweeney decideva se accontentarsi del penny della rasatura o se prendersi la vita dell'ospite di turno; in questo caso, con una scusa qualsiasi, il barbiere non doveva far altro che voltarsi e azionare il fatale meccanismo collegato alla sedia. Difficile contare il numero esatto delle vittime di Sweeney Todd. Alcuni studiosi, basandosi sui differenti capi di abbigliamento rinvenuti nella casa dell'omicida, arrivano ad attribuire ben centosessanta morti alla furia omicida del barbiere: un numero che, senza ombra di dubbio, poneva all'assassino lo scomodo problema dell'occultamento di un ingente numero di corpi. Inizialmente, i cunicoli che dallo scantinato di Sweeney Todd si dipanavano sotto la superficie di tutto il quartiere, disperdendosi in un dedalo di anfratti sotterranei e percorsi segreti, potevano bastare a contenere i segni dell'abominio. I sotterranei della chiesa di St. Dunstan, in modo particolare, già utilizzati per dare degna sepoltura a personaggi di alto lignaggio, sembravano fatti apposta per nascondere in mezzo a scheletri di persone decedute per cause naturali i cadaveri degli uomini uccisi dal barbiere. Presto, però, persino i sotterranei della zona dovettero diventare troppo piccoli per Sweeney Todd, costringendo l'assassino a inventare un ruolo di assoluto primo piano per la signora Lovett, complice e molto probabilmente amante del diabolico barbiere di Fleet Street.



Non differentemente da quanto accadde a Sweeney Todd, le descrizioni della signora Margery (o secondo alcuni Sarah) Lovett parlano di lei o come di una donna vecchia e decrepita o, al contrario, come di una bella e spietata cacciatrice di uomini. Tutti sono concordi nel decantare il suo amore per il denaro e qualcuno si azzarda a ipotizzare una sua insana passione per gli uomini violenti e le pratiche sessuali basate su un precario equilibrio tra piacere e dolore. Certamente Margery Lovett era la giovanissima vedova di un fornaio, particolarmente abile nel dosare gli ingredienti base del prelibato piatto servito nel suo negozio di Bell Yard (una strada adiacente a Fleet Street): la meet pie, un pasticcio di carne avvolto in soffice pastafrolla per cui la signora Lovett era famosa in tutto il circondario. Sul come e sul perché Margery incontrò Sweeney non ci sono grandi certezze. Forse la fornaia riuscì a scoprire il sottopassaggio che fa Bell Yard portava direttamente al 186 di Fleet Street venendo cooptata, con le minacce o grazie al denaro, nelle attività del suo sinistro vicino di bottega. O magari il merito della scoperta fu dello stesso Sweeney Todd, che poi utilizzò le maniere forti o le armi della seduzione per convincere la signora a partecipare ai suoi omicidi. È possibile, inoltre, che il barbiere fosse diventato talmente ricco da acquistare i locali in cui Margery esercitava il suo mestiere ma ci sono pochi dubbi sul fatto che una meat pie sia il luogo migliore in cui far sparire, pezzo dopo pezzo, un corpo umano derubato da qualsiasi cosa capace di trasformarsi in moneta sonante! Raggiunto un accordo, la fornaia e il barbiere si divisero i compiti: al primo toccava smembrare le persone assassinate, alla seconda dosare sapientemente la carne grassa e quella magra per raggiungere quel delicato equilibrio che è alla base di una meat pie degna di questo nome...
Certi raccapriccianti resoconti di persone che, in situazioni estreme, sono state costrette a cibarsi di carne umana riferiscono di un sapore assolutamente disgustoso: un acre sentore dolciastro capace di indurre al vomito anche il più allucinato degli affamati. Alcune trasposizioni letterarie dedicate alla scoperta dei misfatti di Sweeney Todd si soffermano su clienti che, addentando un pasticcio di carne preparato dalla signora Lovett, si imbattono nella macabra scoperta di un anello o di un pezzo di cuoio capelluto... eppure non fu a causa di certi cattivi sapori se il barbiere di Fleet Street venne scoperto e il suo sodalizio con la fornaia di Bell Yard spezzato per sempre. Dove il palato degli uomini non riuscì a distinguere la carne dei loro simili, opportunamente speziata, da quella di manzo o di maiale, ci pensarono alcune circostanze storiche e un certo numero di indizi concomitanti a porre fine alla lucrosa carriera di Sweeney Todd. Vittima dopo vittima, infatti, le voci di persone viste entrare nella bottega del barbiere di Fleet Street e poi scomparse comonciarono a diffondersi per Londra. Visitato anonimamente da amici e parenti degli individui spariti dalla circolazione, Sweeney ebbe la debolezza di farsi scoprire ora con un paio di scarpe, ora con una camicia in tutto e per tutto simili a quelle indossate dai defunti. Le voci, insomma, si tramutarono in prove precise, pane per i denti dei Bow Street Runner, gli antenati della moderna polizia, un corpo semi-volontario fondato soltanto nel 1749 dal magistrato Thomas de Veil nel tentativo di porre un freno alla dilagante criminalità cittadina investigando almeno sui delitti più efferati. Fino a quel momento, il Regno Unito aveva rifiutato l'idea di un corpo di polizia considerando una simile eventualità come un intollerabile oltraggio alla libertà personale e, ancora sul finire del secolo, i Bow Street Runner potevano contare a malapena su otto commissariati, uno dei quali, situato in Craven Road, pronto a raccogliere le testimonianze sul terribile odore che aleggiava intorno alla chiesa di St Dunstan e sugli equivoci vestiti indossati da un fin troppo ricco barbiere di Fleet Street. Al magistrato Richard Blunt, a questo punto, non  restò altro da fare che mandare i suoi uomini - in borghese , visto che le uniformi non erano state ancora adottate - direttamente nella bottega di Sweeney Todd dove, con la scusa di una rasatura, si cominciarono a verificare le accuse mosse contro il barbiere e dove il rinvenimento di alcuni resti umani svelò il camminamento sotterraneo che collegava la bottega di Fleet Street al forno di Bell Yard. Sweeney Todd e la sua complice avevano le ore contate .




"Una notizia un po'originale non ha bisogno di alcun giornale, come una freccia dall'arco scocca vola veloce di bocca in bocca": che si tratti del provvedimento d'espulsione che colpì la Bocca di Rosa cantata da Fabrizio De Andrè o dell'arresto di Sweeney Todd e della sua complice, la sostanza non cambia. Quando, nell'ottobre del 1801, i due criminali finiscono in una cella di Newgate, una folla minacciosa segue la traduzione minacciando giustizia sommaria e devastazioni. Anche dietro le sbarre, il mistero che aleggia su tutta la vicenda continua a infittirsi. Dopo essere stata sottoposta a un estenuante interrogatorio, Margery Lovett crolla e rende una piena e dettagliata confessione aggravando in modo particolare la posizione di Sweeney Todd e augurandogli la più severa delle punizioni. La signora Lovett, da parte sua, non avrebbe mai subìto l'onta di ritrovarsi di fronte a un tribunale nella gabbia riservata agli imputati. Probabilmente - essendo entrata in carcere da donna ricca - riuscì a corrompere una guardia e a ottenere una fiala di qualche potente veleno, fatto sta che venne ritrovata morta di buon mattino, molto prima dell'inizio di un processo talmente atteso da essere salutato come il processo del secolo e da mettere in ombra persino quell'atmosfera di festa che in circostanze normali avrebbe caratterizzato l'imminente arrivo del Natale. A fronteggiare la giuria, Sweeney Todd si ritrovò solo. Tra le prove esaminate dai giurati, oltre a qualche osso umano in cui sarebbe stato possibile rinvenire alcune caratteristiche morfologiche di persone scomparse, anche la storia di un ricco mercante, sparito insieme a una preziosa collana di perle, regalo di nozze per una fidanzata che non sarebbe mai diventata sposa. Questo spunto, rielaborato, ritornerà nell'edizione del 1850 di Sweeney Todd, il Demoniaco Barbiere di Fleet Street da cui siamo partiti per ricostruire le vicende di questo assassino londinese*. Vicende che si chiudono con un'inevitabile condanna a morte, eseguita mediante impiccagione il 25 gennaio del 1802. Nessuna delle migliaia di persone assiepate nei cortili di Newgate alle otto del mattino di quel giorno, osservando la corda saponata serrarsi intorno al collo dell'assassino, poteva pensare che quella morte, reale, non era che l'inizio di un'altra vita, metaforica senz'altro ma, proprio per questo, particolarmente ricca di significati. La vera leggenda di Sweeney Todd, alla resa dei conti, comincia proprio in questo momento, con le notizie che, con la consueta prosa scarna ma avida di particolari lugubri, riempiono le pagine di una delle iniziative editoriali più popolari della storia dell'editoria britannica. Si tratta del famoso "The Newgate Calendar or Malefactor's Bloody Register", un foglio venduto a un penny - lo stesso prezzo di una rasatura da Sweeney Todd - che può essere considerato il padre di tutti i libri che arrivarono a fare della cronaca nera un vero e proprio genere letterario.

La Fortuna di Sweeney Todd: Fiction, Musical e Film 
dalla postfazione di C. Armati 

Secondo una celebre e anticonformista definizione di Mark Twain "un classico è un libro che tutti vogliono leggere ma che nessuno ha letto". Trasportando l'aforisma di Twain sul fronte dell'autorialità, però, si potrebbe dire che, a essere classico, è un libro che tanti avrebbero potuto scrivere ma che nessuno sa da chi sia stato scritto. Questa, almeno, è la frase che fotografa la sorte editoriale di Sweeney Todd (e non sembri sacrilego accostare il demoniaco barbiere di Fleet Street all'Omero dell' Iliade e dell' Odissea o persino alla Bibbia...). Nato per assecondare quello stesso tipo di lettori (fondamentalmente la working class inglese, soprattutto i suoi esponenti più giovani) che decretò il successo di pubblicazioni come il "The Newgate Calendar ", Sweeney Todd or The String of Pearls ha in effetti molti padri ma un solo padrino: l'intraprendente editore Edward Lloyd (1814 - 90). Figlio di un contadino rovinato dalla politica delle enclosures, Lloyd conosce un significativo riscatto economico a partire dalla gestione di un chiosco di giornali, il primo dei punti vendita da cui comincia a diffondere edizioni grossolanamente plagiate di best seller che, per i tipi della sua casa editrice, prendono titoli tipo Nickelas Nickleberry e Oliver Twiss. Al fianco delle opere contraffatte, Lloyd - specialmente dopo una nuova legge sul diritto d'autore varata nel 1842 - mette in commercio anche lavori originali, in genere sanguinose storie di pirati, scabrose avventure di vampiri o, ancora meglio, resoconti ultrarealistici con protagonisti fuorilegge in carne e ossa come Sweeney Todd. Sono i famosissimi Penny Dreadful, libretti dalla scarsa qualità cartotecnica e dall'irrisorio prezzo di copertina ma dai contenuti decisamente appassionanti e comunque in grado di allargare le dimensioni dell'impresa di Lloyd. Abbandonato il chiosco di giornali, l'intraprendente editore si trasferisce in grandi uffici dove cominciano a gravitare autori decisamente particolari: i membri di quella che, prendendo spunto dalla casa editrice, finì con l'essere ribattezzata la "Salisbury Square School of Fiction "- una piazza che, non a caso, si trova proprio dalle parti di Fleet Street. Tra i più autorevoli scrittori pubblicati da Lloyd, una menzione speciale va a Thomas Peckett Prest (1810-59), considerato un genio - addirittura l'erede di Edgar Allan Poe - da un ristretto numero di ammiratori e un pazzo alcolista da un probabilmente più grande numero di creditori che lo bracca senza tregua, costringendolo a continui e repentini cambi di residenza. Attratto dalle paghe esigue ma sicure elargite da Lloyd, Prest sfornò una quantità imprecisata di storie popolari, tra cui, secondo alcuni critici, anche quella che sarebbe andata a costituire il nucleo portante di The String of Pearls. Pubblicato a puntate sul "The People's Periodical and Family Library" nel corso del 1846, il nucleo originale del romanzo dedicato a Sweeney Todd comprendeva diciotto capitoli. L'enorme gradimento dei lettori, però, spinse Lloyd ad allargare enormemente le dimensioni della storia che, nel 1847, pubblicata con il titolo di The String of Pearls: a romance, arrivò a contare la bellezza di centosettanta capitoli. Tre anni dopo, grazie ad un lavoro di condensazione, il romanzo si ridusse agli attuali trentanove capitoli e il titolo cambiò ancora diventando, appunto, The String of Pearls or A Sailor's Gift. Un processo di stratificazione dietro al quale, oltre alla mano di Prest, gli studiosi più attenti hanno creduto di riconoscere anche la penna di James Malcom Rymer (1815-89), altro autore di punta della scuderia di Lloyd e, forse, persino tracce dell'opera di E.P. Hingston, uno scrittore dilettante che finanziava la sua residenza parigina spedendo storie all'editore di Salisbury Square. Stando così le cose, insomma, è giusto che questo classico della letteratura gotica resti anonimo finché eventuali nuove scoperte non sopraggiungano a metter ordine in questa caotica situazione. Risolto grazie alla dicitura "anonimo" il problema relativo all'autorialità di The String of Pearls, non resta che sottolineare come tutt'altro che anonimo sia stato l'impatto che il personaggio del barbiere assassino ha avuto nel presente e nel passato. Dalla carta stampata al teatro, in modo particolare, il passo di Sweeney Todd fu breve e mentre Lloyd si arricchiva con le avventure del serial killer , diventa difficile anche solo provare a contare le sale capaci di fare il tutto esaurito grazie al maniaco di Fleet Street. Due testi, in modo particolare, sono importanti ai fini della storia di Sweeney: quello adattato già nel 1847 da George Dibdin Pitt (1799-1855), forse con la collaborazione dello stesso Prest, e quello che, grazie alla musica e alle parole di Stephen Sondheim e Hugh Wheeler, si sarebbe aggiudicato ben due Grammy Awards e il titolo di Miglior Musical del 1979. Da questo allestimento, Tim Burton ha preso le canzoni che, nel suo film, sono cantate da Johnny Depp ma anche il concetto di uno Sweeney Todd deciso a uccidere per vendetta e non soltanto nel nome di un interesse personale. Si tratta di una trasformazione decisiva, soprattutto se si tiene conto della particolarità di Sweeney Todd all'interno della letteratura gotica che, con i suoi stilemi, offrì al barbiere di Fleet Street l'occasione di liberarsi dal suo corpo mortale e di trasformarsi in una leggenda. Non c'è dubbio, infatti, che gli scrittori del periodo vittoriano offrirono ai lettori un campionario di mostri tutt'ora insuperato. Dal Dracula di Stoker al Mr Hyde di Stevenson, passando per il Frankenstein di Mary Shelley, la particolarità di Sweeney Todd è che per la prima volta a indossare i panni del protagonista non c'è una creatura colpita da un'oscura maledizione, avvelenata da una micidiale pozione farmaceutica o creata nel laboratorio di uno psicotico ma, più semplicemente, un uomo che uccide per assaporare il gusto del sangue e godersi il privilegio del denaro. Più che quella inscenata da Tim Burton e Johnny Depp questa è, oltre che la vera leggenda, anche la vera vendetta del barbiere di Fleet Street: farsi metafora di un capitalismo che, dopo aver trasformato le persone in merce (o, come usano dire gli economisti, in "forza lavoro"), non ha più nessun'altra alternativa che divorare se stesso. Dalle risorse naturali ai patrimoni culturali, tutto può essere contabilizzato, prodotto in serie, commercializzato... e magari fatto a pezzi. Proprio come faceva Sweeney Todd quando smembrava con il rasoio i corpi delle vittime e li dava alla signora Lovett per preparare le sue succulente e insuperabili meat pies .

La Fortuna di Sweeney Todd: Fiction, Musical e Film


Dalla postfazione di C. Armati 

Secondo una celebre e anticonformista definizione di Mark Twain "un classico è un libro che tutti vogliono leggere ma che nessuno ha letto". Trasportando l'aforisma di Twain sul fronte dell'autorialità, però, si potrebbe dire che, a essere classico, è un libro che tanti avrebbero potuto scrivere ma che nessuno sa da chi sia stato scritto. Questa, almeno, è la frase che fotografa la sorte editoriale di Sweeney Todd (e non sembri sacrilego accostare il demoniaco barbiere di Fleet Street all'Omero dell' Iliade e dell' Odissea o persino alla Bibbia...). Nato per assecondare quello stesso tipo di lettori (fondamentalmente la working classinglese, soprattutto i suoi esponenti più giovani) che decretò il successo di pubblicazioni come il "The Newgate Calendar ", Sweeney Todd or The String of Pearls ha in effetti molti padri ma un solo padrino: l'intraprendente editore Edward Lloyd (1814 - 90). Figlio di un contadino rovinato dalla politica delleenclosures, Lloyd conosce un significativo riscatto economico a partire dalla gestione di un chiosco di giornali, il primo dei punti vendita da cui comincia a diffondere edizioni grossolanamente plagiate di best seller che, per i tipi della sua casa editrice, prendono titoli tipo Nickelas Nickleberry Oliver Twiss. Al fianco delle opere contraffatte, Lloyd - specialmente dopo una nuova legge sul diritto d'autore varata nel 1842 - mette in commercio anche lavori originali, in genere sanguinose storie di pirati, scabrose avventure di vampiri o, ancora meglio, resoconti ultrarealistici con protagonisti fuorilegge in carne e ossa come Sweeney Todd. Sono i famosissimi Penny Dreadful, libretti dalla scarsa qualità cartotecnica e dall'irrisorio prezzo di copertina ma dai contenuti decisamente appassionanti e comunque in grado di allargare le dimensioni dell'impresa di Lloyd. Abbandonato il chiosco di giornali, l'intraprendente editore si trasferisce in grandi uffici dove cominciano a gravitare autori decisamente particolari: i membri di quella che, prendendo spunto dalla casa editrice, finì con l'essere ribattezzata la "Salisbury Square School of Fiction "- una piazza che, non a caso, si trova proprio dalle parti di Fleet Street. Tra i più autorevoli scrittori pubblicati da Lloyd, una menzione speciale va a Thomas Peckett Prest (1810-59), considerato un genio - addirittura l'erede di Edgar Allan Poe - da un ristretto numero di ammiratori e un pazzo alcolista da un probabilmente più grande numero di creditori che lo bracca senza tregua, costringendolo a continui e repentini cambi di residenza. Attratto dalle paghe esigue ma sicure elargite da Lloyd, Prest sfornò una quantità imprecisata di storie popolari, tra cui, secondo alcuni critici, anche quella che sarebbe andata a costituire il nucleo portante diThe String of Pearls. Pubblicato a puntate sul "The People's Periodical and Family Library" nel corso del 1846, il nucleo originale del romanzo dedicato a Sweeney Todd comprendeva diciotto capitoli. L'enorme gradimento dei lettori, però, spinse Lloyd ad allargare enormemente le dimensioni della storia che, nel 1847, pubblicata con il titolo di The String of Pearls: a romance, arrivò a contare la bellezza di centosettanta capitoli. Tre anni dopo, grazie ad un lavoro di condensazione, il romanzo si ridusse agli attuali trentanove capitoli e il titolo cambiò ancora diventando, appunto, The String of Pearls or A Sailor's Gift. Un processo di stratificazione dietro al quale, oltre alla mano di Prest, gli studiosi più  attenti hanno creduto di riconoscere anche la penna di James Malcom Rymer (1815-89), altro autore di punta della scuderia di Lloyd e, forse, persino tracce dell'opera di E.P. Hingston, uno scrittore dilettante che finanziava la sua residenza parigina spedendo storie all'editore di Salisbury Square. Stando così le cose, insomma, è giusto che questo classico della letteratura gotica resti anonimo finché eventuali nuove scoperte non sopraggiungano a metter ordine in questa caotica situazione. Risolto grazie alla dicitura "anonimo" il problema relativo all'autorialità di The String of Pearls, non resta che sottolineare come tutt'altro che anonimo sia stato l'impatto che il personaggio del barbiere assassino ha avuto nel presente e nel passato. Dalla carta stampata al teatro, in modo particolare, il passo di Sweeney Todd fu breve e mentre Lloyd si arricchiva con le avventure del serial killer , diventa difficile anche solo provare a contare le sale capaci di fare il tutto esaurito grazie al maniaco di Fleet Street. Due testi, in modo particolare, sono importanti ai fini della storia di Sweeney: quello adattato già nel 1847 da George Dibdin Pitt (1799-1855), forse con la collaborazione dello stesso Prest, e quello che, grazie alla musica e alle parole di Stephen Sondheim e Hugh Wheeler, si sarebbe aggiudicato ben due Grammy Awards e il titolo di Miglior Musical del 1979. Da questo allestimento, Tim Burton ha preso le canzoni che, nel suo film, sono cantate da Johnny Depp ma anche il concetto di uno Sweeney Todd deciso a uccidere per vendetta e non soltanto nel nome di un interesse personale. Si tratta di una trasformazione decisiva, soprattutto se si tiene conto della particolarità di Sweeney Todd all'interno della letteratura gotica che, con i suoi stilemi, offrì al barbiere di Fleet Street l'occasione di liberarsi dal suo corpo mortale e di trasformarsi in una leggenda. Non c'è dubbio, infatti, che gli scrittori del periodo vittoriano offrirono ai lettori un campionario di mostri tutt'ora insuperato. Dal Dracula di Stoker al Mr Hyde di Stevenson, passando per il Frankenstein di Mary Shelley, la particolarità di Sweeney Todd è che per la prima volta a indossare i panni del protagonista non c'è una creatura colpita da un'oscura maledizione, avvelenata da una micidiale pozione farmaceutica o creata nel laboratorio di uno psicotico ma, più semplicemente, un uomo che uccide per assaporare il gusto del sangue e godersi il privilegio del denaro. Più che quella inscenata da Tim Burton e Johnny Depp questa è, oltre che la vera leggenda, anche la vera vendetta del barbiere di Fleet Street: farsi metafora di un capitalismo che, dopo aver trasformato le persone in merce (o, come usano dire gli economisti, in "forza lavoro"), non ha più nessun'altra alternativa che divorare se stesso. Dalle risorse naturali ai patrimoni culturali, tutto può essere contabilizzato, prodotto in serie, commercializzato... e magari fatto a pezzi. Proprio come faceva Sweeney Todd quando smembrava con il rasoio i corpi delle vittime e li dava alla signora Lovett per preparare le sue succulente e insuperabili meat pies .




Un film di Tim Burton. Con Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Alan Rickman, Timothy Spall, Sacha Baron Cohen.
Titolo originale, Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street. Musical,(2008)

Recensione di Roberta Ronconi, 'Liberazione', 22 febbraio 2008

"L'incipit dell'ultimo film di Tim Burton è un perfetto compendio dell'intero film-musical 'Sweeney Todd'. E subito il tocco del maestro del lato oscuro delle favole è deciso e netto come e più che nei favori precedenti. Tim Burton si impossessa di una leggenda anglosassone forse ispirata ad una lontanissima realtà che racconta di un barbiere che assassinò 160 clienti nella Londra del 18mo secolo. Nessuno oggi sa se quel barbiere sia mai esistito veramente. Certo è che la sua storia è sulle scene inglesi già da fine Ottocento, diventata poi musical nel 1979 per mano del compositore Stephen Sondheim e dello scrittore Hugh Wheleer. Sulla scena di Broadway, nei panni del barbiere e della sua amica pasticcera, Len Cariou e Angela Landsbury. Ma nelle mani di Burton, lo strano musical dalle tinte horror che aveva avvinto un costante pubblico di assetati di sangue si trasforma nella tragedia d'amore di un serial killer dall'anima sofferente. (...) Il sangue gronda come pianto dalle gole dei clienti, le lame vibrano come dita nelle mani del barbiere. Tim Burton non perde mai la concentrazione, il lato oscuro e violento della vita nel suo musical diventa frutto di una inconsolabile sofferenza. Nonostante la zeppola, Depp canta roco e digrignante con tutta la forza che ha. E ancora più sorprendente Helena Bonham Carter che di 'Mrs Lovett' fa un profilo ricchissimo di sfumature. I duetti cantati tra i due sono da storia del musical. Le scenografie sono di Dante Ferretti. Il risultato è sorprendente e, tra una gola tagliata e un'altra, persino ci si commuove."

sabato 15 giugno 2013

Erzsébet Bathory, la "Contessa Dracula" Ungherese - Seconda Parte

E' poco credibile che il marito-soldato, il marito perennemente impegnato a combattere i Turchi, non sapesse nulla circa le tendenze di Erzsébet.
Si racconta che il conte Ferencz Nadasdy, nei suoi anni giovanili, durante il suo soggiorno a Vienna da mediocre studente, si conquistò la fama di buon spadaccino e di violento: pare che appartenesse ad una congregazione studentesca segreta nota per i suoi eccessi. Si dice anche che uno dei suoi bucolici piaceri fosse quello di spalmare di miele ragazze nude e di esporle all'assalto di sciami di api  (piacere che, almeno in un'occasione, condivise anche con la giovane sposa); né si tratteneva dal malmenare i suoi servi fino alla tortura. Si ha traccia della complicità esistente fra i due coniugi: per punire la pigrizia di una serva, colpa vera o presunta, ordinarono che le venissero inserite fra le dita dei piedi striscioline di carta imbevute d'olio, pezzetti di carta a cui fu poi dato fuoco. Mi sembra altamente improbabile, quindi, che il Conte non avesse riconosciuto nella giovane moglie la sua stessa indole crudele e violenta, né che potesse ignorare ciò che accadeva nella sua tenuta.





A meno che non sia valida la mia ipotesi: gran parte della classe a cui la coppia apparteneva per nascita era dedita alle stesse crudeltà, nell'indifferenza dei propri pari e la rabbiosa rassegnazione delle vittime. Poi, la Contessa si perse in una personale, incontrollabile ossessione, che una coincidenza di eventi e di interessi economici e politici rese unica, pericolosa e, quindi,  perseguibile.

Figlia di due cugini di primo grado, nata in una famiglia incestuosa e afflitta da numerosi casi di epilessia e schizofrenia, sembra che, già da bambina, ella soffrisse di improvvise crisi nervose, accompagnate da violenti mal di testa, seguite da lunghi momenti di “assenza”, crisi che non cessarono mai (pare che soltanto le sue furie sanguinarie le placassero). A sintomi e tare reali, credibile preannuncio di una futura patologia (o perversione, a seconda di come si voglia o vollero leggerla), nel momento del Giudizio, si preferì calcare la mano sulle scandalose “trasgressioni morali” della giovane Contessa, come la sua abitudine di indossare spesso abiti maschili, o la segreta, illegittima gravidanza precoce. Né, all'epoca, potevano essere prese in considerazione come causa scatenante della follia in una bambina di singolare intelligenza e sensibilità le efferatezze a cui aveva assistito, destino che condivideva con la maggior parte delle sue pari. Ai tempi della sua infanzia, il Principe di Transilvania, suo cugino, ordinò che venissero tagliati naso ad orecchie ad una cinquantina di contadini accusati di aver capeggiato una rivolta, e la bambina fu testimone del supplizio. Uno zingaro, accusato di aver venduto la propria figlia ai Turchi, fu cucito vivo nel ventre squarciato di un cavallo, e Erzsébet vide anche questo.

Il marito lontano in guerra, padrona assoluta della propria e di molte altre vite, Erzsébet si concentrò ossessivamente sulla propria bellezza, sugli studi alchemici (probabilmente, anche con l'intento di preservarla dall'insidia del Tempo), e, si dice, sulla Magia Nera. Come ogni brava assassina seriale di nobile nascita, ebbe le sue anime ner: servi, complici, istigatori. Uno era un essere deforme, Ficzko. Un'altra era Dorotea Szentes, soprannominata “Dolore”, una donna che le viveva accanto da tempo, sospettata di essere stata la sua iniziatrice alla Magia Nera, e sadica almeno quanto lei.
Il crescendo di pratiche cruente, comunque, pur nella sua costante ferocia, fu graduale. I primi tempi - l'odiata suocera ancòra vivente - la giovane Contessa si limitò a creare un laboratorio alchemico personale, in cui passava lunghe ore occupandosi prevalentemente di erboristeria. Parrebbe evidente che già cercasse le pozioni miracolose capaci di preservare nel tempo la sua grande bellezza. Furono ritrovati - e, in seguito, consultati e tenuti in gran conto dagli studiosi ufficiali -  studi accurati, meticolose catalogazioni, osservazioni e sperimentazioni condotte con grande perizia e indiscutibile talento, sulle proprietà di ciascun vegetale.
Parallelamente, la cura ossessiva del proprio aspetto si estendeva a tutta la sua persona, dalla toilette quotidiana all'abbigliamento. All'inizio, la sua violenza si sfogò in feroci punizioni inflitte alle cameriere personali e alla servitù per ogni lieve negligenza. Oltre al sistematico impiego della fustigazione, ad esempio, marchiava una serva con il medesimo ferro bollente con cui non aveva stirato alla perfezione un abito, e, frequentemente, ordinava che l'una o l'altra venisse denudata ed esposta, oltre che al freddo di una neve perenne, al ludibrio della soldataglia che bivaccava nei suoi cortili, cerimonia che si trasformò in un ineludibile rito in tutte le sue future atrocità. La sua violenza sadica si manifestò sempre e soltanto nei confronti di altre donne, unendo alla devastazione fisica l'umiliazione e l'annichilimento.
Tutte le sue cameriere recavano sul viso o sul corpo i segni della sua collera. 
Una volta, ordinò che la bocca di una delle ragazze, rèa di essersi lasciata sfuggire un lamento durante una punizione, venisse cucita con il fil di ferro. Poi, le sue punizioni si trasformarono in lunghe torture nelle segrete della tenuta, torture, che, da un certo momento in avanti, si conclusero immancabilmente con la morte della vittima: ragazze uccise perché non parlassero, o perché straziate da rituali sadici (mutilazioni dei genitali) portati alle estreme conseguenze.

Per anni, la Contessa si era dedicata con slancio ad una vorticosa vita mondana; forse, i suoi trionfi in società, la morte dell'odiatissima, dispotica, ignorante suocera e la nascita di quattro figli, compreso l'agognato erede, dopo dieci anni di frustrante infecondità, avevano rallentato la sua corsa sfrenata verso l'omicidio seriale. Non fu una madre ostile o indifferente, anzi, pare amasse sinceramente tutti i suoi figli, dimostrandosi sempre attenta ed affettuosa. Anche se, stranamente, nella ricostruzione processuale, i suoi primi assassinii vengono fatti risalire proprio all'anno di nascita della sua primogenita (legittima).  
Intanto, mentre i suoi studi si spostavano sempre più dall'erboristeria all'alchimia e alla magia nera, la sua tenuta divenne gradualmente il regno di maghi, alchimisti, streghe, astrologi, fattucchiere. Una donna superiore in tutto alle sue contemporanee, affascinante, intelligente e colta si lasciava totalmente irretire da imbroglioni e saltimbanchi. 

Il punto di non ritorno venne sbrigativamente fatto coincidere con una leggenda domestica. Si racconta che, un giorno, percosse violentemente con una spazzola una sua cameriera, rèa di averle pettinato la splendida chioma con eccessiva forza: alcune gocce di sangue caddero dal viso della poveretta sul suo braccio. Ebbene, proprio in quel punto, nei giorni e nelle settimane seguenti, la Contessa notò, o se ne convinse, che la sua pelle era diventata straordinariamente fresca, bianca ed elastica. Le tornarono in mente antiche leggende sulle miracolose proprietà taumaturgiche del sangue di una vergine, e, ovviamente, si consultò con la sua corte di maghi e streghe che confermarono le vecchie superstizioni. Da quel momento, la sua furia omicida e il suo sadismo trovarono una valvola di sfogo, un apparente scopo superiore, ovvero, la ricerca dell'eterna giovinezza. E non ebbe più freni.

Nel 1601, intanto, suo marito si era ammalato gravemente, e, tre anni più tardi, morì, nominandola tutrice dell'unico figlio maschio: adesso, Erzsébet è l'unica signora e padrona di uno sterminato dominio e di enormi ricchezze (è la maggiore creditrice della Casa Reale, continuamente rinsanguata dal denaro dei Bathory). Secondo l'uso, ha conservato il proprio cognome, in quanto la sua famiglia è più antica e potente (e ricca) di quella del marito. E' già un'indisturbata assassina da anni. Soltanto il Tempo con le sue devastanti conseguenze, e il proprio smisurato delirio di onnipotenza sfuggono inesorabilmente al suo controllo.

(continua)

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venerdì 14 giugno 2013

Il "Pifferaio Magico" degli Spiriti Maligni, in Val d'Aosta

Il Dente del Gigante

( J.-S.Favre, “La légende de la Dente du Géant”)




anti tanti anni fa la valle d'Aosta era infestata da spiriti malvagi di ogni specie, che causavano continui disastri. Tendevano agguati ai viandanti, schiacciandoli sotto enormi massi che rotolavano lungo i fianchi dei monti, o toglievano loro la terra sotto i piedi, per farli precipitare in un burrone; stracolmavano laghi e torrenti, dando poi stura d'improvviso alle acque, che travolgevano messi rigogliose, mutando fertili terre in forre desolate, erano capaci persino di scalzare una becca, per seppellire sotto il suo crollo un paese. La gente viveva in continuo terrore, perché ogni giorno quelli esseri maligni inventavano qualcosa di nuovo, per dare sfogo al loro istinto perverso. Un giorno qualcuno portò la notizia che in un paese lontano viveva un mago sapiente capace di imporsi con le sue arti magiche alle forze del male. Andarono dunque a chiamarlo, perché liberasse la valla dagli spiriti che continuavano ad imperversare, senza che alcuno potesse ostacolarli in qualche modo. E tanto lo supplicarono che infine, impietosito, accondiscese a seguirli.
Quando fu a Pont-Saint-Martin, dove ha inizio la valle, il mago si fermò e, tratto fuori il suo libro di magia, vi lesse incomprensibili parole. Gli spiriti cattivi dei dintorni subito gli si fecero attorno, docili al suo comando, mentre dalla valle del Lys, attratti dall'irresistibile richiamo, i geni dei monti scendevano a frotte, uscendo come un nugolo di corvi da boschi e da radure, sbucando dagli anfratti rocciosi e abbandonando le gore tenebrose dei torrenti.
Il mago impose a tutti di seguirlo, e riprese il cammino, di tanto in tanto pronunciando le sue formule fatate.
Le potenze maligne sbucarono a caterve dalla valle di Champorcher e da quella di Ayas, e a Montjovet si unì alla schiera, con spaventoso clangore, l'orda malvagia che affluiva dalla vallata del Marmore.
Quando giunse ad Aosta, il mago attese che dalla Coumba Frèida scendesse la nuvola nera che vi si andava formando; poi riprese il cammino verso l'alta valle, tra il tumultuoso volo degli spiriti, che, man mano gonfiandosi, aveva finito con l'oscurare il cielo.
Ubbidendo al richiamo, i geni del male scesero da Cogne, Valsavarenche e Rhémes; lo stuolo della Valgrisenche si congiunse alla schiera, che s'ingrossò ancora a La Salle e La Thuile.
A Courmayeur, dopo aver chiamato i dispettosi folletti dell'Allèe Blanche e della val Ferret, il mago convogliò la turba tumultuante verso la gigantesca prigione che l'attendeva, nel deserto di ghiacci del Monte Bianco. Ad uno ad uno gli spiriti vi entrarono, piegandosi ad un'invincibile forza: e dietro l'ultimo si richiuse, per sempre, la porta di roccia.
Da allora, l'ardita torre del Dente del Gigante regge all'urto dei geni cattivi, che disperatamente, invano, tentano di uscire, spezzando l'incantesimo del mago.

Da "Le più belle fiabe popolari italiane”, a cura di Cecilia Gatto Trocchi, Newton Compton.




Il bello di essere ammaliati dalle tradizioni popolari, dal folklore, dalla mitologia, dalle leggende e dalle fiabe è il continuo fluire di collegamenti, più o meno misteriosi, influssi, impulsi, istinti, immagini, che se, da una parte, ti conducono un po' per conto loro, dall'altra, offrono uno stimolo incessante a tentar di dipanare relazioni sotterranee, insospettabili intrecci, fino a leggere con occhi diversi non solo la storia, suscettibile da sempre a pencolare pericolosamente tra mito e leggenda, ma addirittura la cronaca recente.


Mab



sabato 1 giugno 2013

Yuki Onna, la Signora delle Nevi Giapponese

Yuki On Na  è la Signora delle Nevi giapponese, la Regina della neve, lo Spirito dell'Inverno che con la fiaba di Andersen effettivamente ha qualche punto in comune. Talvolta essa appare con l'aspetto di donna mortale, si sposa e ha dei figli, a volte, invece, appare durante le bufere di neve o semplicemente sulle montagne innevate, attira gli uomini, li fa innamorare di sé e li fa morire congelati. [Aggiungo una curiosità: in D&D Oriental Adventures Yuki On Na è un non morto, un fantasma, oltre che la Signora delle Nevi... Probabilmente perché nell'iconografia giapponese i fantasmi sono spesso belle donne vestite di bianco e la cosa ci stava bene... ]
Ecco una leggenda che riguarda la Dama delle Nevi [...]




In un villaggio della provincia di Musashi vivevano due taglialegna: Mosaku e Minokichi. Mosaku era un vecchio e Minokichi, il suo apprendista, era un ragazzo di diciotto anni. Ogni giorno, i due si recavano in un bosco vicino al villaggio, e sulla strada si trovava un ampio fiume da oltrepassare, per cui erano costretti a farsi traghettare dall'altra parte. Qualche volta si era tentato di costruire un ponte dove si trovava il traghetto, ma ogni volta il ponte era stato portato via dalla corrente. Una notte Mosaku e Minokichi si erano attardati più del solito e stavano tornando a casa, quando furono sorpresi da una tempesta di neve. Raggiunsero il fiume, ma si accorsero che il traghettatore se n’era andato abbandonando la sua barca sulla riva opposta. Non potendo ovviamente attraversare il fiume a nuoto, i due si rifugiarono nella capanna del traghettatore. Nella capanna non c’era alcun posto per accendere un fuoco: era soltanto una baracca con una porta e nessuna finestra. Mosaku e Minokichi rinforzarono la porta e si coricarono, coprendosi alla meglio per non morire congelati. Dapprima non sentirono molto freddo, e pensarono che la tempesta sarebbe presto cessata. Mosaku si addormentò quasi subito, ma Minokichi restò sveglio a lungo, ascoltando il terribile vento e il rumore della neve contro la porta. Il vento prese ad alzarsi, e la capanna cominciò ad ondeggiare. L’aria si faceva di momento in momento più fredda. Ma alla fine, nonostante la paura, anche lui si addormentò. Fu risvegliato dalla neve che gli cadeva sul viso. La porta della capanna era stata forzata e, al chiarore prodotto dalla neve, vide una una donna tutta vestita di bianco all'interno della casupola. Stava china su Mosaku e alitava il suo fiato su di lui, e il suo fiato era come un luminoso fumo bianco. Quasi nello stesso istante, la donna si volse verso Minokichi e si chinò su di lui. Minokichi cercò di scappare ma era terrorizzato. La donna bianca si chinò sempre più giù verso di lui, finché il suo viso lo toccò. Allora egli vide che era molto bella e pensò che i suoi occhi lo spaventavano. Lei continuò a guardarlo senza però fare nulla, poi sorrise e sussurrò: “Volevo fare a te quello che ho fatto all’altro uomo, ma non posso fare a meno di provare compassione per te, perché sei tanto giovane... Sei un bel ragazzo, e non voglio farti del male. Ma se mai racconterai a qualcuno, sia pure alla tua stessa madre, quello che hai visto questa notte, io lo verrò a sapere, e allora ti ucciderò... Ricordati quel che ti dico!
Con queste parole, gli volse le spalle e oltrepassò la porta. Minokichi si accorse allora che era in grado di muoversi, saltò in piedi e guardò fuori. Ma la donna non si vedeva da nessuna parte, e la neve si introduceva con furia nella capanna. Minokichi chiuse la porta e la sprangò assicurando parecchi ciocchi di legno contro di essa. Si meravigliò che il vento avesse soffiato tanto da aprirla e pensò, senza tuttavia riuscire ad averne la certezza, che aveva soltanto sognato e che probabilmente aveva scambiato il barlume della neve sulla porta per una donna bianca. Chiamò Mosaku e si spaventò perché il vecchio non rispondeva: allungò la sua mano nell’oscurità, sfiorò il viso di Mosaku e si accorse che era fatto di ghiaccio! Mosaku era irrigidito e morto...Al cessare della tempesta, quando il traghettatore tornò alla sua capanna poco dopo il sorgere del sole, trovò Minokichi che giaceva privo di sensi accanto al corpo congelato di Mosaku. Minokichi fu subito soccorso e presto ritornò in sé, ma rimase malato a lungo per gli effetti del freddo di quella terribile notte. Aveva anche subìto un grande spavento per la morte del vecchio, ma non disse nulla della visione della donna in bianco. Non appena stette di nuovo bene, riprese la sua occupazione, recandosi ogni mattina da solo nel bosco e facendo ritorno al calar della sera con le sue fascine di legna che la madre lo aiutava a vendere.
Una sera, l’inverno dell’anno seguente, mentre si trovava sulla via di casa, oltrepassò una ragazza che stava facendo la sua stessa strada. Era una ragazza alta, snella e di bella presenza, che rispose al saluto di Minokichi con una voce piacevole a udirsi come il canto di un usignolo. Minokichi allora si mise a camminare accanto a lei e cominciò a parlare. La ragazza disse che si chiamava O-Yuki, che era da poco rimasta orfana di entrambi i genitori e che si stava recando a Yedo dove aveva alcuni parenti di umile condizione che avrebbero potuto aiutarla a trovare un lavoro come cameriera. Ben presto Minokichi restò affascinato da quella strana ragazza e, quanto più la guardava, tanto più gli appariva bella. Le chiese se era già fidanzata e lei gli rispose ridendo che era libera, domandandogli a sua volta se lui era sposato o promesso sposo. Lui le rispose che, pur avendo da mantenere soltanto una madre vedova, la questione di una “onorevole nuora” non era stata ancora presa in considerazione, dal momento che era troppo giovane... Dopo queste confidenze, camminarono per un bel po’ senza parlare, ma, come dice il proverbio, “Ki ga aréba, mé mo kuchi hodo ni mono wo iu”: “Quando c’è il desiderio, gli occhi sanno dire più della bocca”.
Quando raggiunsero il villaggio si piacevano già molto, e allora Minokichi chiese a O-Yuki di restare per un po’ a casa sua. Dopo qualche timida esitazione, lei accettò di andare a casa di Minokichi, dove la madre le diede il benvenuto e le preparò un pasto caldo. O-Yuki si comportò in modo così amabile che la madre di Minokichi provò subito simpatia per lei e la convinse a rimandare il suo viaggio a Yedo. La conclusione naturale della faccenda fu che Yuki non andò mai a Yedo e rimase in quella casa come “onorevole nuora”.
O-Yuki si dimostrò un’ottima nuora. Quando la madre di Minokichi, circa cinque anni dopo, morì, le sue ultime parole furono parole di affetto e di lode per la moglie di suo figlio. O-Yuki diede a Minokichi dieci figli, maschi e femmine, bellissimi e di carnagione molto chiara. La gente del posto trovava che O-Yuki era splendida e di natura differente dalla loro: la maggior parte delle contadine invecchiano presto, ma O-Yuki, anche dopo essere diventata madre di dieci figli, appariva giovane e fresca come il giorno in cui era arrivata per la prima volta al villaggio.
Una sera, dopo che i bambini si erano addormentati, O-Yuki era seduta al lume di una lanterna di carta, e Minokichi, osservandola, disse: “Vederti seduta lì, con la luce sul tuo viso, mi fa pensare a una strana cosa che mi capitò quando ero un ragazzo di diciotto anni. Vidi una persona bella e bianca come sei tu ora, anzi... era proprio uguale a te”.
O-Yuki, senza sollevare gli occhi dal suo lavoro, rispose: “Parlami di lei... Dov’è che la vedesti?
Allora Minokichi le narrò della terribile notte nella capanna del traghettatore e della Donna Bianca che si era chinata su di lui, sorridendo e sussurrando, e della morte silenziosa del vecchio Mosaku. E aggiunse: “Sia che stessi dormendo o che fossi sveglio, quella fu l’unica volta in cui vidi una creatura bella come te. Naturalmente non era un essere umano, ed ebbi paura di lei, molta paura, ma era così bianca che... Veramente, non ho mai avuto la certezza se quello che ho visto era un sogno... o la Signora della Neve”.
O-Yuki fece cadere la sua sedia e balzò in piedi, curvandosi verso il punto dove stava seduto Minokichi e gridandogli in faccia: “Quella ero io... io... io! Quella era Yuki! E ti dissi che ti avrei ucciso se avessi mai fatto una sola parola dell’accaduto!... Ma in nome di quei bambini che là stanno dormendo, non ti ucciderò in questo momento! D’ora in avanti dovrai avere tantissima cura di loro, perché se mai avranno motivo di lamentarsi di te, allora ti riserverò il trattamento che meriti!...
Dopo che ebbe urlato ciò, la sua voce divenne sottile, come il pianto del vento, quindi si dissolse in una brillante nebbia bianca che si sollevò verso le travi del tetto e spirò via tremolante attraverso il camino. Mosaku non la rivide mai più.

da "La Torre di Vetro".

Qui si conclude il post della Torre.
Ho aggiunto l'illustrazione di Yaroslav Gerzhedovich.

Yuki Onna, letteralmente "Donna della Neve", appartiene alla categoria (amplissima) degli Yokai, démoni, spettri, spiriti giapponesi (a questa categoria appartengono anche i Kappa)
La sua assegnazione al Regno degli Spettri è spiegata da leggende che raccontano come sia lo spirito di una fanciulla morta assiderata durante una tempesta di neve.
Tende veri e proprii tranelli ai viandanti, oppure seduce gli uomini fino alla morte, oppure succhia la linfa vitale alle sue vittime, oppure irrompe nei rifugi montani. Bellezza, sensualità demoniaca, "occhi selvaggi" che abbiamo visto anche nelle seduttrici soprannaturali italiane. Veste di bianco (con il nero, il colore della Morte), la sua carnagione è candida, i capelli lunghissimi e neri (ma in qualche rappresentazione sono bianchissimi), non ha piedi, essendo uno spirito, e così vengono spesso rappresentati gli spettri giapponesi.
Nessuno la incontrerà due volte nel corso della vita, a meno che Yuki Onna non si invaghisca di lui e si incarni come donna mortale, interpretando perfettamente il ruolo della Sposa Soprannaturale. E ne riparlerò.

Eccola, nella visione di Akira Kurosawa.