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venerdì 28 marzo 2014

Petrosinella di G.B. Basile, Cunto Primo, Giornata Seconda

'era una volta una donna incinta chiamata Pascadozia che, affacciata ad una finestra che dava sul giardino di un'orca, vide una bella aiuola di prezzemolo, di cui le venne una tale voglia che si sentiva svenire: tanto che, non riuscendo a resistere, facendo attenzione a quando l'orca usciva, se ne colse una manciata. Ma, rincasata l'orca e volendo fare la salsa, si accorse che c'era stata la menata della falce e disse:
"Mi si possa svitare l'osso del collo se non acciuffo questo manico d'uncino e non lo faccio pentire, così che impari a mangiare nel proprio tagliere e a non succhiare nelle pentole altrui".
Ma la povera donna continuava a scendere nell'orto e una mattina fu sorpresa dall'orca che, tutta arrabbiata e invelenita, le disse:
"Ti ho acchiappata, ladra mariuola! forse paghi l'affitto di quest'orto e vieni con così poca discrezione a rubare le mie erbe? parola mia che non ti manderò a Roma a fare penitenza!"
La povera Pascadozia cominciò a scusarsi dicendo che non per gola o per ingordigia corporale il diavolo l'aveva accecata per commettere quest'errore, ma perché era incinta e temeva che la faccia del bambino venisse seminata di prezzemolo; anzi avrebbe dovuto esserle grata perché non le aveva mandato neanche un orzaiuolo.
"Altro che parole vuole la sposa! - replicò l'orca - non mi prendi all'amo con queste chiacchiere! tu hai finito il cottimo della vita se non prometti di darmi la creatura che farai, maschio o femmina che sia."
La povera Pascadozia, per scampare al pericolo incombente, giurò con una mano sull'altra, così l'orca la lasciò libera. Ma, al momento del parto, fece una bambina così bella che era un gioiello, che fu chiamata Petrosinella perché aveva sul petto un bel ciuffo di prezzemolo e che, crescendo di un palmo al  giorno, quando ebbe sette anni, cominciò ad andare dalla maestra.
E ogni volta che per strada incontrava l'orca, questa le diceva:
"Di' a tua madre di ricordarsi della promessa!"
E tante volte ripeté questa lamentela che la povera madre alla fine, non riuscendo più a sopportare quella musica, le disse una volta:
"Se incontri la solita vecchia e se ti chiede di quella maledetta promessa, tu rispondile: Prenditela!"
Petrosinella, che non sapeva di che cosa si trattasse, incontrò l'orca e, appena questa le disse la solita frase, le rispose innocentemente come aveva detto la mamma e l'orca, afferratela per i capelli, se la portò in un bosco dove non entravano mai i cavalli del Sole, per non pagare l'affitto per quei pascoli delle ombre - chiudendola in una torre che fece sorgere per incantesimo, senza porta, senza scale, solo con una finestrella, dalla quale, lungo i capelli di Petrosinella che erano lunghissimi, saliva e scandeva come suole fare il mozzo nella nave sulle sartie dell'albero.

A. Berenzy

Allora capitò che, mentre l'orca era lontana dalla torre, Petrosinella aveva messo la testa fuori da quel buco e aveva sparso le trecce al sole e passò il figlio di un principe che, vedendo due bandiere d'oro che chiamavano le anime ad arruolarsi nell'esercito di Amore e scorgendo in mezzo a quelle onde preziose una faccia da Sirena, si incapricciò oltre misura di tante bellezze; e, dopo averle inviato un memoriale di sospiri, fu decretato che la piazza si arrendesse alla sua grazia.
E la trattativa riuscì in tal maniera che il principe ebbe cenni del capo in cambio di baci sulle mani, strizzatine d'occhi in cambio di riverenze, ringraziamenti in cambio di offerte, speranze in cambio di promesse, buone parole in cambio di salamelecchi. La qual cosa, continuata per più giorni, familiarizzarono tanto che decisero di incontrarsi; il che doveva avvenire di notte - quando la Luna gioca a passera muta con le Stelle - lei avrebbe dato un sonnifero all'orca e l'avrebbe fatto salire con i capelli.

A. Berenzy

E rimasti così d'accordo, giunse l'ora stabilita e il principe arrivò alla torre, dove, fatte calare con un fischio le trecce di Petrosinella, e afferratosi a due mani, disse:"Alza!"; e tirato sopra, gettatosi attraverso la finestrella nella camera, si fece un pranzetto di quel prezzemolo della salsa d'Amore e - prima che il Sole insegnasse ai suoi cavalli a saltare nel cerchio dello Zodiaco - se ne scese per la stessa scala d'oro per fare i fatti suoi.

A. Berenzy

E continuando a fare così per molte volte, una comare dell'orca se ne accorse, e, prendendosi il fastidio del Russo, volle ficcare il muso nella merda e disse all'orca di stare attenta perché Petrosinella faceva l'amore con un certo giovane e sospettava che le cose fossero andate molto avanti perché vedeva il ronzio e il traffico che c'era e sospettava che, se fosse fatta una retata, sarebbero state sfrattate da quella casa prima di maggio*.
L'orca ringraziò la comare del buon consiglio e disse che sarebbe stato pensiero suo chiudere la strada a Petrosinella; a parte il fatto che non avrebbe potuto fuggire perché le aveva fatto un incantesimo: se non avesse avuto in mano tre ghiande nascoste in una trave della cucina era lavoro sprecato quello di tentare di scappare.
Ma, mentre facevano questi ragionamenti, Petrosinella, che stava con le orecchie tese e temeva un poco la comare, sentì tutto; e - appena la Notte stese i vestiti neri per preservarli dalle tarme - venuto come al solito il principe, lo fece salire sulle travi e, trovate le ghiande, che sapeva come adoperare perché era stata fatata dall'orca, fatta una scala di spago, se ne scesero tutti e due e cominciarono a correre in direzione della città.
Ma, visti dalla comare mentre uscivano, questa cominciò a strillare chiamando l'orca e tanto clamoroso fu il gridare che quella si svegliò e, sentendo che Petrosinella se n'era fuggita, se ne scese per la stessa scala che era legata alla finestrella e cominciò a correre dietro agli innamorati
Questi, quando la videro arrivare verso di loro più veloce di un cavallo imbizzarrito, pensarono di essere perduti; ma ricordandosi Petrosinella delle tre ghiande, ne gettò subito una a terra ed ecco spuntare un cane corso così terribile, che, mamma mia! con tanto di bocca aperta abbaiando corse incontro all'orca per farne un sol boccone. Ma quella, che era più maliziosa del diavolaccio, messa una mano in tasca tirò fuori una pagnotta e, dandola al cane, gli fece calare la coda e calmare la furia.
E ricominciò a correre dietro a quelli che scappavano. Petrosinella, visto che si avvicinava, gettò la seconda ghianda ed ecco uscire un feroce leone che, sbattendo la coda a terra e scuotendo la criniera, con due palmi di golaccia spalancata si era preparato a metterci dentro l'orca. E l'orca, tornando indietro, scorticò un asino che pascolava in mezzo a un prato e, indossata la sua pelle, corse di nuovo incontro a quel leone che, credendo che fosse un asino, ebbe tanta paura che scappa ancora.
Per questo, saltato questo secondo fosso, l'orca tornò ad inseguire quei poveri ragazzi che, sentendo lo scalpiccio e vedendo la nuvola di polvere che s'alzava fino al cielo, ne dedussero che l'orca arrivava di nuovo.
La quale, sospettando che il leone la inseguisse ancora, non si era tolta la pelle d'asino, e quando Petrosinella gettò la terza ghianda, ne uscì un lupo, che senza dar tempo all'orca di cercare un'altra soluzione, la inghiottì come un asino.
E gli innamorati, uscendo dai guai, se ne andarono pian piano nel regno del principe, dove, con buona licenza del padre, la prese per moglie e provarono dopo tante tempeste di difficoltà che

Un'ora di buon porto
Fa scordare cent'anni di tempesta

Traduzione di Angela Matassa

*A maggio, secondo una tradizione risalente al '600, e precisamente il 4 maggio,  si decideva il cambiamento di casa e si effettuavano i traslochi.

Testo Originale nella pagina: G.B. Basile.

sabato 15 febbraio 2014

Biancoviso, G.B. Basile, Pentamerone, Cunto Terzo della Terza Giornata

Renza, chiusa dal padre in una torre, per esserle stato predetto dagli astrologi che sarebbe morta a causa di un osso maestro, s'innamora di un principe, e con un osso, portatole da un cane, fora il muro e fugge. Ma, vedendo l'amante suo ammogliato baciare la sposa, muore di crepacuore, e il principe, per l'angoscia, si ammazza.



'era una volta un re di Fossostretto. che aveva una bella figlia, e, desiderando conoscere la sorte scritta per lei nel libro delle stelle, chiamò tutti i necromanti, astrologi e zingari di quel paese. Venuti costoro alla corte reale, chi scrutò le linee della mano, chi i segni della faccia, chi i nei sulla persona di Renza (che cosi si chiamava la figlia del re), e ognuno disse il suo parere. La maggioranza dei convenuti, per altro, concluse che essa correva pericolo, per un osso maestro [1], di sturare la chiavica maestra della vita.
Avuto quest'oroscopo, il re volle gittarsi innanzi per non cadere, e fece fabbricare una bella torre, dove rinchiuse la figliuola con dodici damigelle e una donna di governo, che la servissero: ordinando, pena la vita, di porgerle sempre, per evitare l'avverso pianeta, carne senz'osso.


Strudwick J.M.


Ora, essendo Renza cresciuta come la Luna, un giorno che guardava dalla finestra della torre, attraverso un cancello di ferro, passò Cecio, figlio della regina di Vignalarga, il quale, a vedere una cosa cosi bella, subito si senti tutto rimescolare. E, poiché quella gli rese il saluto e accennò un bocchino a riso, prese animo e, fattosi più sotto la finestra, le disse:"Addio, protocollo di tutti i privilegi della natura; addio, archivio di tutte le concessioni del Cielo; addio, tavola universale di tutti i titoli della bellezza!".
Renza, all'udirsi dare queste lodi, per la vergogna si fece più bella, e, buttando nuove legna sul fuoco di Cecio, gli versò, come disse quello, sulle scottature acqua bollente. E, non volendo essere vinta di cortesia da Cecio, rispose:"Sii il benvenuto, o dispensa del companatico delle Grazie, o magazzino delle mercanzie della Virtù, o dogana dei traffici di Amore!"
Cecio replicò:"Come mai sta in una torre rinchiuso il castello delle forze di Cupido? Come sta cosi carcerata colei, che è la prigione delle anime? Come sta dietro un cancello di ferro un pomo di oro?".
Renza gli raccontò allora come la cosa andava; e Cecio le disse com'egli fosse figlio di regina, ma vassallo della bellezza sua, e che, se si fosse contentata di svignarsela al regno suo, le avrebbe posto sul capo la corona. E quella, che, sentendo di aver preso odor di chiuso tra quelle quattro mura, non vedeva l'ora di sciorinarsi all'aria aperta, accettò il partito; e gli die appuntamento per la mattina, quando l'Alba chiama gli uccelli a testimoni della macriata [2] che le ha fatto l'Aurora, per scappar via insieme. Cosi, gettatogli un bacio dall'alto della finestra, rientrò, e il principe si ritrasse al suo alloggiamento.
Renza stava pensando al modo di scapolarsela e gabbare le damigelle, quando un certo cane corso, che il re teneva per guardia della torre, entrò in camera sua con un grande osso maestro in bocca, e, mentre se lo rosicchiava sotto il Ietto, Renza, chinandosi, vide l'osso. Subito pensò che fosse strumento che la Fortuna le mandava ai casi suoi; e, scacciando il cane dalla camera, glielo strappò. Die poi a intendere alle damigelle che le doleva il capo, e che perciò la lasciassero riposare senza disturbarla; e puntellò la porta. Cosi sola, si mise con l'osso a lavorare come un muratore di mestiere; e, scantonando una pietra dal muro, tanto fece che la distaccò e sfabbricò in modo che si poteva senza fatica passare per l'apertura. Stracciò poi un paio di lenzuola e le attorcigliò come una corda; e, quando fu rimossa la tela delle ombre dalla scena del Cielo perché l'Aurora usciva a fare il prologo della Tragedia della Notte, avendo udito il fischio di Cecio, attaccò il capo delle lenzuola a uno stipite, e si lasciò scivolare giù nella via. Cecio l'abbracciò teneramente e, postala sopra un asino sul cui dosso aveva gittato un tappeto, s'avviarono alla volta di Vignalarga. A sera, giunsero in un luogo chiamato Viso e alloggiarono in un bellissimo palazzo, dove Cecio appose i termini al bel podere che aveva acquistato, come segnali della possessione amorosa. Ma la Fortuna ha il vizio di arruffar la matassa, di guastare il giuoco e di dar di naso in tutti i buoni disegni degli innamorati; e questa volta, nel meglio dei loro diletti, fece arrivare un corriere con una lettera della madre di Cecio, la quale gli diceva di partire sull'istante per rivederla, altrimenti non l'avrebbe ritrovata viva; giacché essa tirava quanto più poteva, ma si trovava già sul punto di arrivare al rum e bus dell'alfabeto della vita.
A questa cattiva notizia, Cecio disse a Renza:"Cuor mio, il negozio è d'importanza, e bisogna che io corra per le poste per giungere in tempo. Tu trattieniti cinque o sei giorni in questo palazzo, che io torno subito o mando gente a prenderti".
Scoppiò in pianto Renza, al triste annunzio, e rispose:"Oh sciagurata la mia sorte, come presto è calata alla feccia la botte dei miei piaceri ! Come è scesa al fondigliolo la pignatta dei miei spassi! Com'è ridotta al rimasuglio la cesta delle mie contentezze! Me misera, che se ne scorrono con l'acqua le mie speranze; mi vanno in crusca i disegni, e si risolve in fumo ogni mia soddisfazione! Appena ho cominciato a gustare questa salsa reale, che il boccone mi si è fermato in gola; appena ho appressato le labbra a questa fontana di dolcezza, che mi si è intorbidato il diletto; appena ho visto spuntare il sole, che posso dire: Buonanotte, zio pagliericcio!".
Queste e altrettali parole uscivano dagli archi turcheschi di quelle labbra a trafìggere l'anima di Cecio, quando questi le disse:"Sta' zitta, o bel palo della mia vita, o chiara lanterna di questi occhi, o giacinto confortativo [3] di questo cuore,che presto sarò di ritorno. Le miglia di lontananza non potranno fare ch'io mi scosti un palmo da questa bella persona; non potrà la forza del tempo sbalzar via l'immagine tua da questa testa. Calmati, riposa il cervello, asciuga gli occhi, e serbami nel cuore".
Con queste parole, montò a cavallo e prese a galoppare verso il suo regno.
Renza, che si vide piantata come un cetriuolo, s'avviò appresso a lui, dietro le orme di lui; e, spastoiato un cavallo che trovò a pascere in un prato, si mise a correre sulla via che egli aveva percorsa.

                                                                  Strudwick J.M.


Nel cammino, si scontrò col garzone di un romito; e subito scese da cavallo e fece cambio delle sue vesti, che erano tutte guarnite d'oro, col sacco e con la corda che quegli portava. Si gettò addosso il sacco, si cinse la corda, essa che cingeva le anime col laccio d'amore, e tornò a cavalcare, spronando con le calcagna il cavallo, tanto che in poco tempo raggiunse Cecio, e gli disse:"Ben trovato, gentiluomo mio!".
"Ben venuto, padricello mio, - rispose l'altro - donde si viene e dove siete avviato?".
E Renza:
"Vengo da parte dove sempre in pianto 
si sta una donna, e dice: Oh bianco viso! 
Deh, come ti perdei, che m'eri accanto!".

Cecio, che non la riconosceva e credeva che fosse un ragazzo, esclamò: "O bel giovane mio, quanto mi è cara la tua compagnia! Perciò fammi un piacere, e prenditi le mie pupille: non ti partire mai dal mio fianco e, di volta in volta, ripetimi questi versi, che, proprio, mi solletichi il cuore!".
Cosi, col ventaglio delle chiacchiere sventolandosi pel caldo della via, giunsero insieme a Vignalarga. Colà trovarono che la regina aveva dato moglie a Cecio, e per questo lo aveva mandato a chiamare con un'astuzia; e la moglie già stava in ordine e l'aspettava. Cecio pregò la madre di tenere in casa e trattare come suo fratello il giovane che l'aveva accompagnato; e, poiché la madre acconsenti, lo fece stare sempre accanto a sé e mangiare a una stessa tavola con la sposa. Considerate che cuore faceva la sventurata Renza e se inghiottiva noce vomica! Con tutto ciò, essa di volta in volta ripeteva i versi che tanto piacevano a Cecio. Ma, quando si fu levata la mensa e la sposa si ritirò in una cameretta per parlare da sola a solo con Cecio, Renza, per aver campo di sfogare la passione del cuore, entrò in un orto che era in piano colla casa, e, postasi sotto un gelso, cosi prese a lamentarsi: "Oimè, Cecio crudele, questo è il 'mille grazie' dell'amore che ti porto? Questa è la 'gran mercé' del bene che ti voglio? Questo è il beveraggio dell'affezione che ti mostro? Ecco che ho piantato mio padre, abbandonato la mia casa, calpestato il mio onore, e mi son data in potere di un cane feroce per vedermi tagliato il passo, serrata la porta in faccia e levato il ponte, quando credevo di prender dominio di cotesta bella fortezza; per vedermi scritta alla gabella dell'ingratitudine tua, mentre mi pensavo di stare alla Duchesca [4] della grazia tua; per vedermi fatto il giuoco di fanciullo: 'Bando e comandamento da parte di mastro Chiomento ', mentre immaginavo di giocare con te ad ' Anca Nicola ' !, Ne ho seminate, di speranze; e ora raccolgo caciocavalli; ne ho gittati di razzi del desiderio, e ora tiro dalla pesca arena d'ingratitudine; ne ho fatti di castelli in aria, e, pùnfete, ho battuto col corpo in terra! Ecco il ricambio che ricevo; ecco la pariglia che m'è data; ecco il pagamento che ottengo! Ho calato la secchia nel pozzo delle voglie amorose e m'è rimasto il manico in mano; ho steso il bucato dei disegni miei e mi vi è piovuto sopra a cielo aperto; ho messo a cucinare la pentola dei pensieri al fuoco del desiderio, e c'è cascata dentro la fuliggine delle disgrazie. Ma chi credeva, o voltabandiera, che la fede tua dovesse scoprirsi rame? che la botte delle promesse scendesse alla feccia? che il pane della bontà prendesse muffa? Bel tratto d'uomo da bene! Belle prove di persona onorata! Bei termini da figlio di re: burlarmi, impastocchiarmi, imbrogliarmi, farmi larga la cappa per darmi corto il giubbone, promettermi mari e monti per gettarmi dentro un fosso, lavarmi la faccia, perché mi trovassi il cuore nero! O promesse di vento, o parole di crusca, o giuramento di milza soffritta! Ecco che tu hai detto quattro prima che fosse nel sacco; ecco che sei cento miglia discosto, quando credevi di essere arrivata a una casa di barone: ben si prova che parole di sera il vento le mena! Oimè, quando pensavo di essere carne ed unghia con questo crudele, sarò con lui come cane e gatto; dove m'immaginavo di essere scodella e cucchiaio con questo cane rabbioso, sarò con lui come biscia e rospo; perché non potrò sopportare che un altro, con un cinquantacinque di buona fortuna, mi tolga di mano la primiera passante delle speranze mie; non potrò sopportare che mi sia dato scacco matto. O Renza male avviata, va' e ti fida, va' e ti gonfia di parole d'uomini! uomini senza legge e senza fede, povera chi vi si mescola, trista chi vi si attacca, sventurata chi si corica al largo letto, che essi ti sogliono fare! Ma non ti curare: tu sai che chi gabba fanciulli, fa la morte dei grilli; sai che alla banca del Cielo non ci sono scrivani marranchini, che imbroglino le carte; e, quando meno te l'aspetti, verrà la giornata tua, tu che hai fatto questo giuoco di mano a chi ti ha dato se stessa in credenza per ricevere una mala azione in contanti. Ma io non m'avvedo che dico le mie ragioni al vento e sospiro al vuoto; sospiro in perdita, e mi lamento, ma sola. Esso stasera salda i conti con la sposa e rompe la taglia; e io faccio i conti con la Morte e pago il debito alla natura. Esso starà in un letto bianco e odoroso di bucato; io dentro un'oscura bara, che puzza d'ammazzato. Esso giocherà a 'scarica - la - botte' con quella fortunata, ed io farò: 'Compagno mio, ferito sono', vibrandomi uno stecco appuntito alle costole per dare fondo alla vita".
Dopo queste e altre parole di dolore e di rabbia, Renza, venuta l'ora di lavorare coi denti, fu chiamata a tavola, dove gl' ingratinati e gli spezzati le erano arsenico e titimalo avendo altro pel capo che il pensiero di mangiare, altro andandole per lo stomaco che l'appetito di riempirlo. Tanto che Cecio, a vederla cosi pensosa e avvilita, le disse: "Che cos'è che non fai onore a queste vivande? Che hai? che pensi? che senti? ".
"Non mi sento niente bene - rispose Renza - né so se è indigestione o vertigine". "Fai bene a lasciare il pranzo - replicò l'altro, - perché la dieta è il miglior tabacco [5] d'ogni male; ma, se ti bisogna il medico, manderemo a chiamare un tal dottore di urina [6] che, alla sola faccia, senza toccare il polso, conosce le malattie della gente".
"Non è male da ricette - disse Renza - e nessuno sa i guai della pignatta fuori del mestolo!".
"Esci un po' a prender aria", aggiunse Cecio.
E Renza: "Quanto più muovo in giro gli occhi, più mi si rompe il cuore".
Cosi parlando, terminò il pranzo e venne l'ora di dormire; e Cecio, per udire sempre quella canzone, volle che il compagno si ponesse in un lettuccio nella camera stessa in cui egli si doveva coricare con la sposa. E ad ora ad ora lo chiamava a ripetere quei versi, che erano pugnalate al cuore di Renza e intronamenti alia testa della sposa. La quale stette e stette, e alla fine, scoppiando, disse: "Mi avete rotto tutto il di dietro con cotesto ' bianco viso ' ! Che trista musica è questa? Oramai è una vera dissenteria, che non finisce più! Basta, poffar il mondo! E che cosa è? un dirizzone di testa, che replicate sempre la stessa cosa? Io credevo, coricandomi con te, di sentire musica di strumenti e non repetii di voce. E vedi come l'hai presa meticolosa a toccare sempre lo stesso tasto! Di grazia, non più, marito mio; e tu, caglia, che senti d'aglio, e lasciaci in pace un po'".
"Sta' zitta, moglie mia! - rispose Cecio -  che ora spezziamo il filo del parlare".
E, nel dir questo, le dette un bacio cosi forte che se ne senti un miglio lontano lo schiocco. Quel rumore di labbra fu tuono al petto di Renza, la quale ne provò tanto dolore che, essendo corsi tutti gli spiriti a dar soccorso al cuore, accadde, come dice il proverbio, che il soperchio rompe il coperchio, perché tale e tanto fu il concorso del sangue che, soffocatala, le fece stendere i piedi.
Cecio, somministrati che ebbe quattro vezzi alla sposa, chiamò sottovoce Renza, perché gli ripetesse quelle parole che gli piacevano tanto; e, non sentendosi rispondere come aspettava, tornò a pregarla, che gli desse quel po' di gusto; e, vedendo che rimaneva in silenzio, levandosi pian piano, la tirò per un braccio; e, poiché nemmeno rispondeva, le mise la mano al volto; e, a toccare il naso freddo freddo, s'accorse che era spento il fuoco del calore naturale di quel corpo. Sbigottito, atterrito, chiamò subito le candele, e, scoprendo quel corpo, riconobbe Renza a un bel neo che aveva in mezzo al petto. E allora alzò le strida: « Che cosa vedi, o sciagurato Cecio? Che t'è accaduto, sventurato? Quale spettacolo ti sta dinanzi agli occhi? Quale rovina ti cade sulle giunture? O fiore mio, chi ti ha còlto? O lucerna mia, chi ti ha spenta? O pignatta dei gusti d'amore, come ti sei rovesciata fuori? Chi ti ha abbattuta, o bella casa delle mie contentezze? Chi ti ha stracciata, o carta franca dei miei piaceri? Chi ti ha mandata a picco, o bella nave degli spassi di questo cuore? O bene mio, che, al chiudere dei tuoi begli occhi, è fallita la bottega della bellezza, sono state interrotte le faccende delle Grazie, e Amore è andato a buttare le ossa al ponte! [7]. Al partire di questa bell'anima si è persa la semenza delle belle, si è guastata la stampa delle vezzose, e non si trova più la bussola pel mare delle bellezze amorose. Oh danno senza riparo, oh strazio senza comparazione, oh rovina senza misura! Va' e vantati, madre mia, che hai fatto una bella prova a maritarmi a forza, perch'io perdessi questo bel tesoro! Che farò, disgraziato, scempio d'ogni piacere, netto di consolazione, nudo di spasso, squattrinato di contentezza! Non credere, vita mia, ch'io voglia senza di te restarmene in questo mondo, perché ti voglio perseguitare e assediare dovunque vai, e, a dispetto del dispetto della morte, ci congiungeremo insieme; e, se ti aveva presa a compagna di uffizio al mio letto, ti sarò caratarlo alla tomba, e un solo epitaffio narrerà l'infortunio di entrambi noi!".
Disse e die di mano a un chiodo e si fece una cura sconfortativa sotto la mammella mancina, per la quale lasciò scorrere col sangue la vita sua.
La sposa restò atterrita e gelata; e, quando le fu possibile sciogliere la lingua e mandar fuori la voce, chiamò la regina, che accorse al rumore con tutta la corte. Al vedere morti il figlio suo e Renza, e all'apprendere la causa della sciagura, essa si strappò i capelli, e, dibattendosi come un pesce fuor dell'acqua, gridò crudeli le stelle che avevano piovuto alla casa sua tante disgrazie e maledisse la trista vecchiezza, che l'aveva serbata a tanta rovina. Fatto cosi un grande strillatorio, battitorio, strappatorio e schiamazzatorio, fece collocare i due insieme in una stessa fossa e scrivervi sopra la storia delle loro fortune.
In quel tempo stesso arrivò il re, padre di Renza, il quale, andando pel mondo in cerca della figlia fuggita, s'era incontrato col ragazzo del romito, che offriva in vendita le vesti di quella e che lo informò del caso; e cosi, perseguitando il principe ereditario di Vignalarga, giunse proprio nel punto che, mietute le spighe degli anni suoi, si stava per calarle nella fossa. E, vedendo e conoscendo Renza sua, e piangendola e sospirandola, bestemmiò l'osso maestro, che aveva dato il grasso alla minestra delle sue rovine. Quell'osso egli aveva ritrovato a terra nella stanza della figliuola, e lo riconosceva ora strumento dei crudele caso, avverandosi a questo modo, in genere e in ispecie, il triste augurio di quei saltimbanchi, che avevano predetto che Renza sarebbe morta per un osso maestro, e dimostrandosi chiaramente che
quando un malanno c'è segnato in sorte, 
entra per le fessure delle porte.

[1] Il femore degli animali.
[2] Imbrattamento di rosso alla parte esterna delle case, che era atto di grave offesa che s'intendeva arrecare a colui che vi abitava, e perciò causa di fatti di sangue, e severamente represso dalle leggi...
[3] Forse non è qui il fior di giacinto, ma la gemma giacinto, la quale, portandosi addosso in anello, tra le altre virtù, faceva "l'uomo allegro, conservando il cuore in vigore", e conciliava il sonno; come si legge nel Donzelli, Teatro farmaceutico [4] Si chiama cosi un luogo di Napoli (prossimo alla stazione centrale della ferrovia), dove, circa il 1487, il duca di Calabria, Alfonso d'Aragona, aveva costruito un palazzo e un giardino (...). Per dono di Carlo V passò poi al viceré Toledo e agli eredi di costui, i quali abbatterono palazzo e giardini e censirono il luogo per case, e in quei vicoli "della Duchesca" si raccolsero prostitute e gente di mala vita. A ciò alludono le parole di Renza, che vogliono dire: una donna credeva di star libera a godere alla Duchesca, e fu iscritta alla gabella delle meretrici e assoggettata alla polizia e al fisco.
[5] Il tabacco, che allora proprio entrava nel costume generale, si adoprava o si stimava rimedio a molte e diverse infermità...
[6] Com'è noto, allora si distinguevano i "medici di urina", che erano propriamente i medici, e i "medici di piaga", che erano i chirurgi.
[7] Testo: "ed è iuto a votare (= voltare) ossa a lo ponte Ammore". Mi par da correggere nel modo in cui ho tradotto; e vorrebbe dire che Amore butta le ossa al ponte Ricciardo o ponte della Maddalena, a Napoli, sul Sebeto (per antonomasia il ponte): luogo in cui si gettavano le ossa dei giustiziati e suicidi, e le carcasse dei cavalli e di altri animali.

Traduzione e note al testo di Benedetto Croce.
Il testo originale è nella pagina: G.B. Basile.

lunedì 9 dicembre 2013

La Prezzemolina,Vittorio Imbriani (La Novellaja Fiorentina)

Naturalmente, per rispetto, non ho tradotto il Toscano... Che possa rifulgere in tutto il suo splendore! Ho riordinato e organizzato la sola punteggiatura, tanto per renderlo decifrabile.
La "Prezzemolina" è legata a "Raperonzolo", la "Maiden in the Tower", ma non presenta la prigionia. Piuttosto, fedele, in questo, ad "Amore e Psiche", propone le prove impossibili cui è sottoposta la protagonista.
La Dèa Venere si rimpicciolisce e si moltiplica nelle "fate", altrimenti dette "mamme", (in reltà, streghe cannibali, ma è usanza diffusa quella di chiamarle con nomi più innocui). Amore è Memè,il "cugino delle fate", ovvero un Essere originariamente diabolico. La povera Psiche perde completamente la sua sensualità e risponde con una lagna ciellina ad ogni offerta di Memè (un bacio in cambio dell'aiuto salva-vita): "Piuttosto dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata."...che riecheggia sinistramente il Non lo Fo per Piacer Mio ma per Dare Figli a Dio ricamato sulla camicia da notte delle bisavole.


'era una volta marito e moglie. E la sua finestra, di questo marito e moglie, rimaneva sull'orto delle fate. Questa donna era incinta. Un bel giorno s'affaccia alla finestra, e vede un prato di prezzemolo, il più bello! Lei sta attenta che le fate le vadan via, prende la scala di seta e si cala e si mette a mangiare il prezzemolo a tutto spiano. Mangia, mangia, poi la risale la scala, serra la sua finestra e via! Ogni giorno faceva questa storia. Un giorno le fate passeggiavano in giardino:
"E dimmi - dice la più bella - non ti pare che manchi del prezzemolo?"
Dicono le altre: "E forse poco ne manca! Sai quel che si farà? Si figurerà di andare fòri tutte; e una si rimarrà niscosta; perchè qui c'è qualcheduno che viene a mangiare."
Le fate le figurano di andar via tutte e la donna si cala a mangiare. Quando l'è per ritornare in su, la fata gli sorte di dietro: "Oh briccona - dice - ora ti ho scoperta, eh?"
"Abbiate pazienza - dice questa donna - io sono gravida; avevo questa voglia..."
"Ebbene - dice la fata - Ti sia perdonato. Senti, se tu fai un bambino, tu gli hai a mettere nome Prezzemolino; se tu hai una bambina, Prezzemolina; e, come è grande, la si vol noi: è per noi, via, non è più tua."
Figuratevi questa donna! un dirotto pianto, dicendo: "Malandrina la mia gola, la mi è costata assai!"
Dal marito era sempre rimproverata: "Golaccia! l'hai visto?"
La partorisce la bambina e gli mette nome Prezzemolina; e quando l'è grandettina, la la manda a scuola. Le fate, tutti i giorni che la passava, gli dicevano: "Bambina, dì alla mamma, che la si ricordi di quella roba."
"Mamma - dice la Prezzemolina - hanno detto le fate che vo' vi ricordiate di quella cosa."
Un giorno la donna era sopraffatta; torna la bambina e gli dice: "Vi dicono le fate che vi ricordiate quella cosa."
Risponde: "Sì, dì che se la piglino."
La bambina la va a scola. Dicono le fate: "Cosa ti disse la mamma ieri sera?"
"Mi disse che la possin prendere, che la prendino quella roba."
"Oh vieni, sei te quella roba che si deve prendere." Urli senza fine, questa bambina: lo credo io! Lasciamo questa bambina e torniamo alla madre, che passan ore e non la vede tornare. La si ricorda d'aver detto che la prendino quella roba: 'Oh, mi son tradita! Ora addietro non si torna.'
Dunque queste fate le dicono alla bambina: "Sai, Prezzemolina, la vedi questa stanza nera nera?" - le ci tenevano il carbone, la brace. - Come si torna, la deve essere tutta bianca come il latte e dipinta con tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti noi ti si mangia".

Kaine C.

Come volete che la facesse questa bambina? Le vanno via e la bambina si mette a piangere, piangi ch'io piango, singhiozzando; non si poteva chetare. Dunque l'è picchiato: lei va a vedere e crede che le sian le fate; apre e vede Memè, che gli era un cugino delle fate.[3]
"Che hai tu, Prezzemolina, che tu piangi?"
"Vo' piangereste anche voi - dice - Vedete questa stanza? Quando le torna, le torna le mamme, di nera così dev'esser bianca e dipinta di tutti gli uccelli dell'aria, altrimenti le mi mangiano"
"Se tu mi dài un bacio - dice Memè, - te la fo nel momento questa stanza."
Lei dice: "Piuttosto dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata."
Dice Memè: "Tu hai detto tanto benino! ti voglio far la grazia."
Batte la bacchettina e divien la stanza tutta bianca, tutta uccelli, come avevan detto le mamme. Dunque Memè va via e torna le fate. Dice: "L'hai fatto, Prezzemolina?"
"Sissignora, vengano a vedere."
Le si guardano in viso: "Eh, Prezzemolina, c'è stato Memè!"
"Non conosco Memè, nè la mia bella mamma che mi fè."
Dunque la mattina: "Come si fa? - dicono - non ci riesce di mangiarla." "Prezzemolina!"
"Cosa comandano?"
E allora gli dicono: "Domani mattina devi andare dalla fata Morgana e devi dire la ti dia la scatola del Bel-Giullare."
"Sissignore", la dice. Eccoti la mattina la si mette in viaggio, la ragazza. E viaggia. Cammina, cammina, la trova una donna. "E dove vai - la dice - bella bambina?"
"Vado dalla fata Morgana a prendere la scatola del Bel-Giullare."
"La ti mangerà, sai, poerina?"
"Meglio per me - dice - così la sarà finita."
"Tieni - dice la donna - queste due pentole di lardo. Tu troverai due porte che si battono insieme. Ungile tutte, e tu vedrai che ti lascian passare."
Eccoti la bambina la giunge a queste porte e le unge tutte da capo a piede e loro la lascian passare, gua'. Dopo che l'ha camminato un pezzo, la trova un'altra donnina. E la gli dice lo stesso: "Dove tu vai, bambina?"
Dice: "Vado dalla fata Morgana per la scatola del Bel-Giullare."
"Poerina, la ti mangerà, sai?"
"Meglio per me, così la sarà finita."
"Tieni questi due pani, tu troverai due cani che si mordono l'un con l'altro. Buttagnene uno per uno: così tu passi", dice. Eccoti la Prezzemolina la trova questi due cani; la gnene butta uno per uno, e loro la lascian passare. Quando l'ha fatto un altro pezzo di strada, la trova un'altra donnina. Gli dice: "Dove vai?" "Dalla fata Morgana per la scatola del Bel-Giullare."
"Poerina, la ti mangerà, sai?"
"Meglio per me, così la sarà finita."
"Tu troverai un ciabattino che si strappa la barba per cucire e i capelli. Tieni, questo è spago per cucire, questa è lesina: tutto il necessario. Dagnene e lui ti lascerà passare."
Eccoti la bambina la trovava questo ciabattino. Quando la gli dà tutta questa roba, lui la ringrazia e la lascia passare. Fatto un altro pezzo di strada, la trova l'istessa donnina e gli dice l'istesso: "Bada, la ti mangerà sai?"
"Meglio per me, così la sarà finita."
"Troverai una fornaja che spazza il forno con le mani: la si brucia tutta. Tieni: questi son cenci, queste sono spazzole; tutto il necessario. Tu vedrai, la ti lascia passare. Dopo poco tu troverai una piazza: quel bel palazzo che c'è, gli è codesto la fata Morgana. Tu picchi, e la scatola del Bel-Giullare, gli è dopo che tu hai salito due scale. Lei, quando tu picchi, la ti dirà: Aspetta bambina; aspetta un poco. Te, tu sali, prendi la scatola e vien via."
Eccoti la bambina la trova questa fornaja. Quando la gli dà tutta questa roba, lei la ringrazia e la lascia passare. La picchia, la sale, la prende la scatola e la scappa via. La fata che sente serrar l'uscio, la s'affaccia alla finestra e vede la bambina che scappa via. "O fornaja, che spazzate il forno con le mani, tenetemela, tenetemela."
"Se fossi minchiona! Dopo tanti anni, che fatico, la mi ha dato i cenci e la spazzola! Passa, poerina, vai, vai!"
"O ciabattino, che cucite con la barba e vi strappate i capelli, tenetemela, tenetemela!"
"O io sì, che sarò un minchione! Dopo tant'anni, ch'io fatico, la mi ha portato tutto il necessario. Vai, vai, poerina."
"O cani che vi mordete tanto, tenetemela, tenetemela!"
"O noi sì, che saremo minchioni! La ci ha dato un pane per uno! Vai, vai, poerina!"
"O porte, che vi battete tanto, tenetemela, tenetemela!"
"Oh noi sì, che saremo minchione! La ci ha unte da capo a piedi! Vai, vai poerina."E la fanno passare.
Quando l'è libera, la dice: 'Che ci sarà egli in questa scatola?'
La trova una piazza, la si mette a sedere e apre la scatola. Esce fori persone, persone, persone, persone: gli escono da questa scatola; che cantavano, che sonavano, tutte. Figuratevi la disperazione di questa bambina. Lei le voleva rimettere in questa scatola: ne prendeva una e ne scappava dieci. La si mette a piangere, potete credere! Eccoti Memè.
"Briccona, l'hai visto quel che t'hai fatto?"
"Oh! voleva vedere..."
"Eh - dice Memè, - ora non c'è rimedio. Se tu mi dài un bacio, io ti rimedio." "Meglio dalle fate esser mangiata, che da un omo esser baciata."
"Sai? tu l'hai detto tanto benino, che ti vo' far la grazia." Batte la bacchettina e ritorna tutta la scatola come prima: serrata come l'era. La Prezzemolina va là a casa e picchia. "Oh dio! - dice - È la Prezzemolina. Come mai non l'ha mangiata, la fata Morgana?"
Dice: "Felice giorno - la dice la bambina - Ecco la scatola."
Dicono le mamme: "Che t'ha ella detto la fata Morgana?"
"La me l'ha data e m'ha detto: Fagli tanti saluti."
"Eh - dicono le fate - abbiamo bell'e inteso! bisognerà mangiarla noi. Stasera, come viene Memè, gli si dice che la si deve mangiare."
Eccoti la sera vien Memè: "Sai? - gli dicono - la non l'ha mangiata, la Prezzemolina; la s'ha da mangiar noi."
"Oh bene! - dice lui - oh bene!"
"Domani, quando l'ha fatte le sue faccende, gli si fa mettere al foco le caldaje, quelle grandi che si fa il bucato. E quando le bollan bene, in tutte e quattro la si butta dentro a cocere."
Lui dice: "Bene, bene, sì, sì; riman fissato così."
Eccoti la mattina le vanno via loro e non dicon nulla; le vanno via come eran solite. Quando le sono ite, ite via, eccoti Memè dalla Prezzemolina:
"Sai - dice - oggi, a un'ora, le ti ordineranno di mettere al foco le caldaje, quelle grandi del bucato. E, quando le bollan bene, le ti diranno, chiamaci; le ti dicono: diccelo. E le ti buttan te a cocere dentro. E invece noi s'ha a guardare se ci si butta loro."
Eccoti Memè va via e dopo poco tornan le fate: "Sai - dice - Prezzemolina, quando s'è pranzato oggi, che t'hai fatte tutte le faccende, metti le caldaje, quelle del bucato, che si fa il bucato; e quando le bollan bene, chiamaci."
Quando l'ha finite tutte le sue faccende, la mette tutte queste caldaje. Le dicono: "Fa gran foco."
La fa foco, figuratevi, anche di più di quel che gli avevan detto. Picchia Memè: "Oh! - dice - ora ora la s'ha a mangiare!", e si fregava le mani.
"Oh - dicono - altro!"
Eccoti l'acqua quando la bolle, Prezzemolina la dice: "Mamme, le venghino a vedere; l'acqua la bolle." Le fate le vanno a vedere lì alla caldaja se la bolle. Dice: "Coraggio!", alla Prezzemolina - gli dice Memè. Lui ne acchiappa due e le mette dentro; lei prende quell'altre e le butta; e bolli, bolli, bolli, finchè non fu staccato il collo non le levorno: sempre a bollire!
"Ora poi siamo padroni di tutto, la me' bambina. Vieni con me." La conduce giù in cantina, dove c'era una infinità di lumi e c'era quello della fata Morgana, grosso, grande; quello gli era il più grosso di tutti. La maggiore delle fate! La sua anima, gli era un lume. Spenti che gli erano, le eran morte tutte, ecco! "Spengi di costì e io spengo di questa parte". Così li spensero tutti e rimasero padroni di ogni cosa. Andiedero lassù nel posto della fata Morgana. Il ciabattino ne fecero un signore; la fornaja parimente; i cani li portarono nel suo palazzo; e le porte le lasciarono stare e le facevano ungere. "Te - dice Memè - sarai la mia sposa; questo è giusto." E si vissero e si godettero e in pace sempre stettero e a me nulla mi dettero.

Nota dell'Imbriani sulla supposta identità di Memè-
[3] Forse il Demogorgone del quale il Berni, Orlando Innamorato, XLII, 29-30: 

Sopra le fate è quel Demogorgone
(Non so se mai l'udiste nominare)
E giudica fra loro, e tien ragione,
E ciò che piace a lui può d'esse fare.
La notte scura cavalca un montone:
Travalca le montagne e passa 'l mare:
Con un flagel di serpi fatto, batte
Le fate e streghe che diventan gatte.

Se la mattina le trova pel mondo
(Perchè il giorno non posson comparire),
Le batte con un certo cotal tondo,
Che le vorrebbon volentier morire.
Or nel mar le incatena, e ben nel fondo;
Or sopra 'l vento scalze le fa ire;
Ed or pel foco dietro a sè le mena:
A chi dà questa, a chi quell'altra pena.

V. Imbriani, La Novellaja Fiorentina, n.16.

domenica 29 settembre 2013

Raperonzolo, La Fanciulla nella Torre, Grimm n.12

'era una volta un uomo e una donna che da molto tempo desideravano invano un bimbo. Finalmente la donna scoprì di essere in attesa. Sul retro della loro casa c'era una finestrella dalla quale si poteva vedere nel giardino di una maga, pieno di fiori ed erbaggi di ogni specie. Nessuno, tuttavia, osava entrarvi. Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino vide dei meravigliosi raperonzoli in un'aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse e, spaventato, gliene domandò la ragione.
"Ah! Morirò se non riesco a mangiare un po' di quei raperonzoli che crescono nel giardino dietro casa nostra." L'uomo, che amava la propria moglie, pensò fra sè: 'Costi quel che costi, devi riuscire a portargliene qualcuno.' Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie La donna si preparò subito un'insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L'uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino. Ma grande fu il suo spavento quando si vide davanti la maga che incominciò a rimproverarlo aspramente per aver osato entrare nel giardino a rubarne i frutti. Egli si scusò come potè‚ raccontando delle voglie di sua moglie e di come fosse pericoloso negarle qualcosa in quel periodo. Infine la maga disse:
"Mi contento di quel che dici e ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo."
Impaurito, l'uomo accettò ogni cosa e quando sua moglie partorì, subito comparve la maga, diede il nome di Raperonzolo alla bimba e se la portò via.
Raperonzolo divenne la più bella bambina del mondo, ma non appena compì dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre alta alta che non aveva scala né porta, ma solo una minuscola finestrella in alto. Quando la maga voleva salirvi, da sotto chiamava:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli 
che per salir mi servirò di quelli." 

Raperonzolo aveva infatti capelli lunghi e bellissimi, sottili come oro filato. Quando la maga chiamava, ella scioglieva le sue trecce, annodava i capelli in alto, al contrafforte della finestra, in modo che essi ricadessero per una lunghezza di venti braccia, e la maga ci si arrampicava.



Un giorno un giovane principe venne a trovarsi nel bosco ove era la torre, vide la bella Raperonzolo alla finestra e la udì cantare con voce così dolce che tosto se ne innamorò. Egli si disperava poiché‚ la torre non aveva porta e nessuna scala era alta a sufficienza. Tuttavia ogni giorno si recava nel bosco, finché‚ vide giungere la maga che così parlò:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli 
che per salir mi servirò di quelli!"

Così egli capì grazie a quale scala si poteva penetrare nella torre. Si era bene impresso nella mente le parole che occorreva pronunciare, e il giorno seguente, all'imbrunire, andò alla torre e gridò:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli 
che per salir mi servirò di quelli!" 

Ed ecco, ella sciolse i capelli e non appena questi toccarono terra egli vi si aggrappò saldamente e fu sollevato in alto.
Raperonzolo da principio si spaventò, ma ben presto il giovane principe le piacque e insieme decisero che egli sarebbe venuto tutti i giorni a trovarla. Così vissero felici e contenti a lungo, volendosi bene come marito e moglie. La maga non si accorse di nulla fino a quando, un giorno, Raperonzolo prese a dirle:
"Ditemi, signora Gothel, come mai siete tanto più pesante da sollevare del giovane principe?"
"Ah, bimba sciagurata!- replicò la maga - cosa mi tocca sentire!"
Ella comprese di essere stata ingannata e andò su tutte le furie. Afferrò allora le belle trecce di Raperonzolo, le avvolse due o tre volte intorno alla mano sinistra, prese le forbici con la destra e zic zac, le tagliò. Indi portò Raperonzolo in un deserto ove ella fu costretta a vivere miseramente e, dopo un certo periodo di tempo, diede alla luce due gemelli, un maschio e una femmina.




La stessa sera del giorno in cui aveva scacciato Raperonzolo, la maga legò le trecce recise al contrafforte della finestra e quando il principe giunse e disse:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli
che per salir mi servirò di quelli!" 

ella lasciò cadere a terra i capelli. Come fu sorpreso il principe quando trovò la maga al posto dell'amata Raperonzolo!
"Sai una cosa?- disse la maga furibonda - per te, ribaldo, Raperonzolo è perduta per sempre!"
Il principe, disperato, si gettò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma perse la vista da entrambi gli occhi. Triste errò per i boschi nutrendosi solo di erbe e radici e non facendo altro che piangere.




Alcuni anni più tardi, capitò nello stesso deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti con i suoi bambini. La sua voce gli parve nota, e nello stesso istante anch'ella lo riconobbe e gli saltò al collo. Due lacrime di lei gli inumidirono gli occhi; essi si illuminarono nuovamente, ed egli potè vederci come prima.








Illustrazioni di P. Zelinsky


Grimm n.12, "Rapunzel"
Classificazione:  AaTh 310 [The Maiden in the Tower]

Il testo in lingua originale è nella pagina Brüder Grimm.