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mercoledì 5 agosto 2015

Il Castello di Galtelli (Sardegna), Leggenda Raccontata da Grazia Deledda

na notte dello scorso dicembre restai più di due ore ascoltando attentamente una donna di Orosei che mi narrava le leggende del castello di Galtellì.
Il suo accento era così sincero e la sua convinzione così radicata che spesso io la fissavo con un indefinibile sussulto, chiedendomi se, per caso, queste bizzarre storie a base di soprannaturale, che corrono pei casolari del popolo, non hanno un fondamento, e qualcosa di vero.
Il castello di Galtellì - la Civitas Galtellina, altre volte così fiorente e popolata, ora decaduta in miserabile villaggio - è interamente distrutto; restano solo i ruderi neri e desolati, dominanti il triste villaggio, muti e severi nel paesaggio misterioso.





La leggenda circonda quelle meste rovine con un cerchio magico di credenze strane, fra cui la principale è che l'ultimo Barone, ovvero lo spirito suo, vegli giorno e notte sugli avanzi del castello, in guardia dei suoi tesori nascosti.
Di giorno è invisibile, ma nella notte, sia calma o procellosa, chi si azzarda a visitare le rovine vede il Barone passeggiare lentamente, intorno intorno, vagando per i roveti e i massi, o lungo le nere muraglie, ricordando i giorni fastosi della sua esistenza. È giovine ancora, tristissimo in viso, vestito alla medioevale, con la spada al fianco e il collo circondato dal vaporoso collare di lattughe trapuntate. Qual fato lo ha condannato a vagare così, sempre, per secoli e secoli, sulle rovine del suo superbo maniero, ritrovo un giorno di letizia e di splendida potenza? Non si sa; forse è una scomunica del papa, forse una maledizione particolare. Oltre a lui si crede che altri spiriti, ancora in forma umana, esistenti nel castello, vaghino in sotterranee stanze, ma che non escano mai.
È la famiglia dell'ultimo Barone: la moglie, la figlia, il genero ed un nipotino, nato, quest'ultimo, nel modo strano che racconterò poi.
Come in Castel Doria si dice che anche qui ci sia un condotto sotterraneo, però questo conduce assai lontano, sino ai castelli del sud dell'isola, sino a Cagliari anzi, attraversando grandi catene di montagne, fiumi e pianure!...
Lo spirito del Barone è mite e generoso. Non ha mai fatto del male a nessuno, anzi ha spesso beneficato dei poveri viventi.
Una volta un misero contadino del villaggio, mentre ritornava dalla campagna con un fascio di legna sulle spalle, sopravvenutagli la sera in cammino, si fermò un momento ai piedi del castello rovinato.
La notte era freddissima, ma la luna splendeva vivamente, e il contadino poté distinguere un signore che passeggiava sulle alture vicine. Curioso e coraggioso il contadino salì un poco più su e guardò questo bizzarro signore che si permetteva di passeggiare tranquillamente in tal luogo e così tanto freddo.


Francés V.


Il signore allora si accorse di lui e si fermò. Era biondo e soave di volto, con due grandi occhi vitrei ed appannati, immersi nel dolore di una eterna tristezza.
"Chi sei?", chiese dolcemente al viandante.
Sentita la risposta, guardò fissamente il fascio della legna che il contadino aveva deposto nel sentiero, e disse:
"Mia figlia e mia moglie hanno tanto freddo, tanto! Vuoi tu darmi la tua legna?..".
"E perché no?", esclamò l'altro conquiso dalle belle maniere del misterioso signore. E trasportò il fascio sulle rovine, e non volle accettare la piccola ricompensa che il signore voleva dargli. Ma poco tempo dopo tutti nel villaggio videro una cosa sorprendente. Il povero contadino acquistava terreni, case, pascoli e spendeva come un riccone. In breve egli diventò il più benestante del paese, e per liberarsi dalla fama di ladro o che, dovette rivelare la verità.
Dopo la prima notte egli era ritornato molte volte al castello e aveva provveduto di legna, per tutto l'inverno, gli abitanti invisibili e spirituali di quelle rovine. In cambio il Barone gli aveva donato molte e molte borse piene d'oro!...
La leggenda poi, o la tradizione, che pare recentissima, del nipotino del Barone è questa. Una notte una donna del villaggio sentì picchiare alla sua porta, e apertala vide un cavaliere magnificamente vestito, che le disse:
"Presto, venite con me. Si ha bisogno di voi!".
Essa, che era poverissima e che trovava pochissime occasioni di tentare la fortuna, non si fece pregare. Vestì la sua tunica e seguì il cavaliere, che camminava rapidamente, senza fare il minimo rumore, davanti a lei. Attraversarono il villaggio e uscirono in campagna. La donna, inquieta, chiese: "Ma per dove mi conduce, monsignore?".
"Venite e non temete di nulla!", rispose lui. La sua voce era così gentile e soave che la donna si rassicurò e continuò a seguirlo in silenzio. Il cavaliere la condusse alle rovine del castello e pigliandola per mano l'introdusse nelle sale sotterranee di cui essa aveva tante volte sentito parlare.
Queste sale erano uno splendore di lusso e di magnificenza. Coperte di arazzi e di cortinaggi di broccato, ammobigliate come deve essere ammobigliato il Paradiso, venivano illuminate da grandi candelabri d'oro e di perle preziose. In una di esse v'era un letto ricchissimo, e su stava coricata una giovine dama pallidissima e bella, in preda a crudeli sofferenze. Un'altra dama, più vecchia, bella e soave anch'essa, l'assisteva, e un giovine cavaliere andava disperatamente da un capo all'altro della sala.


Gilbert A.Y.


Più tardi, la donna presentava, affondato fra nastri e trine, un bellissimo pargoletto, dicendo alla dama attempata:
"Ecco un grazioso dono, monsignora!...". Ma la dama, baciato il bambino, sorrise tristemente e rispose: "Ma non è del tuo mondo, buona donna!...".
Finito tutto, il cavaliere vecchio riprese per mano la donna, la condusse fuori e l'accompagnò fino a casa sua. Rimasta sola essa si meravigliò del come non era stata ricompensata da quella strana gente, ma l'indomani mattina, aprendo la porta, trovò sul limitare una gran borsa piena di monete d'oro.
"Per ciò - conchiuse la donna che mi schizzò le leggende del castello di Galtellì - per ciò ora i discendenti di quella donna sono fra i più ricchi del paese!".

Grazia Deledda, "Leggende Sarde".

(Vedi post precedente per notizie storiche sul Castello di Galtelli.)


Gilbert A.Y.


E' la consorella della "Levatrice delle Fate/Elfi" , inglese, scozzese, irlandese, protagonista di innumerevoli racconti, tutti piuttosto ripetitivi, devo aggiungere. Lo schema è sempre lo stesso. Una donna - a volte la levatrice di un villaggio, a volte una semplice madre di famiglia - viene rapita o gentilmente invitata in uno dei tumuli delle Fate. Là, una partoriente elfica aspetta il suo aiuto. E, come si desume facilmente, l'aiuto consiste nella presenza della donna, perché le "Fate" celtiche hanno bisogno della presenza di un essere umano per nascere e per morire. Poi, la donna viene liberata e ricompensata con monete d'oro, che, spesso, una volta tornata a casa, si riveleranno foglie secche. Una complicazione della trama prevede che, del tutto involontariamente, la levatrice, durante il suo soggiorno nel mondo altro, venga in contatto con una qualche sostanza e si tocchi sbadatamente un occhio. Tempo dopo, visitando la fiera di un paese vicino, la levatrice incontra il signore elfico e lo saluta rispettosamente, ma lui le chiede meravigliato:"Riesci a vedermi?", e, alla sua risposta affermativa, insiste:"Con quale occhio?". La donna glielo dice e l'Elfo glielo acceca.
In questa leggenda sarda i Morti sono ciò che sono: morti. Cade il pudore delle parole. 
A seguire una piccola storia nordica, per non riproporre l'ennesima variante irlandese.

Mab

martedì 7 aprile 2015

La Cenerentola, V. Imnbriani (La Novellaja Fiorentina n. 11)

Come avviene in molte versioni popolari italiane, in questa novella di Imbriani, la "magia" non si limita a mutare le vesti e quindi lo status di Cenerentola, ma il suo stesso aspetto fisico: da brutta, addirittura ripugnante che era, la fa bellissima, il che rende più logico che le sorelle (qui, il padre e le sorelle come ne La Bella e la Bestia, non la matrigna e le sorellastre) non la riconoscano. E nessuno la esclude, nessuno la perseguita, anzi, le sorelle la spingono a andare con loro, ma Cenerentola rifiuta con la solita rudezza di queste fiabe.E il primo pensiero, quando la bellissima signora sconosciuta fa loro un regalo (con una certa condiscendenza) è per la Cenerentola cocciuta e infelice che non condivide la loro fortuna. E il padre - meschino - non la nasconde ai servitori del Re per cattiveria, ma per vergogna, perché: "Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure. Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo nemmen figliola per vergogna." E non manca il tocco stile "The Ring": l'uccellino Verdeliò l'ha fatta ancor più bella che in precedenza e l'ha dotata delle vesti dell'ultima sera, così belle da accecare, "e l'aveva per dippiù tutte catene d'oro, ma grosse! messe così". Laddove, l'eleganza da "gran signora" è misurabile con il numero, il peso e la grossezza dei giri di collane d'oro di cui è adornata, ma il padre fraintende: "La sentono? - dice il padre - la sentono? La si strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che sarà quella!"
In queste fiabe il mistero non è tanto nell'uccellino Verdeliò che sostituisce madre morta, alberi meravigliosi nati da una tomba, ecc., e non accetta di sparire quando il  destino è compiuto (Dice l'uccellino: "Portami via, sai? mettimi in seno, via, sai?"
Si mette l'uccellino in seno e principia a scender le scale.), ma nella persistenza del motivo della strana ostinazione di Cenerentola di volersi recare alle feste da ballo in incognito.


Olga Popugaeva & Dmitry Nepomnyastchy


'era una volta un omo che aveva tre figliole. Dunque gli ebbe ordinazione di andare fori via per lavoro. E gli dice: "Giacchè io sono in viaggio, che volete voi quando io torno?"
Una, la gli ordina un bel vestito: l'altra, un bel cappello e un bello scialle.
Dice alla minore: "O te, Cenerentola, o che tu vuoi?" - La chiamavano Cenerentola, perchè la stava sempre nel cammino.
"Vo' m'avete a comperare un uccellin Verdeliò."
"La sciocca! Non si sa che gli abbia a fare dell'uccellino! Invece di ordinarsi un bel vestito, un bello scialle, si piglia l'uccello chi sa per farne che!"
"Chetatevi! - dice - Io son contenta così".
Eccoti il padre va via. Quando torna, a quella porta il vestito; a quella lo scialle, il cappello; e alla Cenerentola l'uccellino.
Eccoti, siccome gli era uno che lavorava a corte, dunque il Re gli dice a quest'omo:
"Io dò tre feste di ballo, tre festini; se tu vuoi condurre anche le tue figliole, conducile; tanto quel poco le si spasseranno".
"Come Lei comanda - dice - "Grazie!" - e accetta.
Torna a casa:
"Sapete, ragazze? Questo e questo; Sua Maestà vole che si vada alla festa da ballo, così e così."
"Vedi tu, Cenerentola, se ti avevi ordinato un bel vestito? Stasera s'ha a fare di andare alla festa di ballo."
Dice: "Non me ne importa nulla! Andate pure, io non ci vengo"
Eccoti la sera, quando gli è l'ora, si preparano tutte per bene, tutte pettinate, dicendo alla Cenerentola: "Vien via, ti si accomoderà anche te."
"Eh, io non voglio venire, andate voi, io non voglio venire."
"Ma - dice suo padre - andiamo, andiamo! Vestitevi e venite via: lasciatela stare."
Quando le sono andate via, la va dall'uccellino:
"Oh Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so' [2]".
La vien tutta vestita di verdemare e tutta brillanti che a guardarla si accecava. Prepara due sacchette di quattrini l'uccellino; gli dice: "Porta questi due sacchetti; e entra in carrozza e va via."
Va alla festa e l'Uccellin Verdeliò lo lascia a casa. Entra nella festa. Appena i signori veggono questa bella signora (la faceva accecare da tutte le parti), il Re, figuratevi, principia a ballare con lei tutta la sera. Eccoti dopo che lei gli ha ballato tutta la sera, si ferma Sua Maestà; e lei si mette accanto alle sorelle. Mentre che lei gli è accanto alle sorelle, caccia fori un fazzoletto e gli casca un braccialetto.
"Oh Signora, - dice la maggiore - Le è cascato questa roba".
"Prendetelo per voi", dice.
"Oh se ci fossi la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei?".


E. Le Cain


Il Re aveva dato ordine, che quando andava via questa signora, stessero attenti dove stava di casa. Quando s'è trattenuta un poco, vien via dalla festa. I servitori figuratevi se erano attenti! Lei entra in carrozza e via. Lei si avvide d'essere perseguitata, la prende i quattrini e la comincia a buttarli via, fori della finestra della carrozza. I servitori ingordi, vi lascio dire, vedendo tutte quelle monete, non pensorno più a lei, si fermarono a raccattare i quattrini [3]. Lei la va al palazzo e sale su: "Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'".
La vien così brutta, orrenda tutta, tutta cenere, bisognava vedere in che modo! Eccoti le sorelle che tornano: "Ce-ne-reen-to-laa!"
"Oh lasciatela stare! - dice suo padre - la dormirà ora; lasciatela stare!"
Dunque le vanno su e gli fanno vedere questo gran bel braccialetto:
"Vedi, scimunita? Lo potevi aver te."
"Non me ne importa nulla a me."
Eccoti che vanno a cena. Il padre dice: "Andiamo, andiamo a cena, a mangiare, scioccherelle."
Venghiamo a il Re che stava ad aspettare i servitori. I servitori non avevano il coraggio di presentarsi a Sua Maestà, stavano lontani. Li chiama:
"O come è andata?"
Si buttano a' piedi: "Così e così!... Ci ha buttati tanti quattrini!..."
"Vili! che non siete altro - dice - Avevi paura di non essere ricompensati?", dice. "Ahn? bene! - dice - domani sera, pena la morte se voi non istate attenti." Venghiamo la sera dopo, c'è la solita festa. Dicono le sorelle:
"Stasera verrai, eh, Cenerentola?"
"Oh! - dice - non mi seccate! Io non ci voglio venire".
E suo padre le grida: "Oh, quanto siete seccanti! Lasciatela stare!"
Eccoti le si mettono ad abbigliarsi, figuratevi, più meglio dell'altra sera; e vanno via.
"Addio, sai, Cenerentola!"
Eccoti la Cenerentola, quando le sono andate via, la va dall'uccellino:
"Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'."
La vien tutta vestita di verdemare; ricamate tutte le qualità di pesci del mare e poi brillanti mescolati che non si pol credere, ecco. L'uccellino gli dice: "Prendi due sacchetti di rena. E quando - dice - sarai perseguitata, buttala fora. - dice - Così, rimarranno ciechi."
Così la fa: la va via, si mette in carrozza e la va alla festa. Eccoti Sua Maestà che la vede, mah! subito si mette a ballare con lei e balla quanto può ballare, ecco! Dopo che l'ha ballato quanto poteva (lei non si straccava, ma lui si straccava!) la si mette accanto alle sorelle; tira fori il fazzoletto e gli cade fori un vezzo, ma un vezzo tutto di carbonelle, bello! Dice la seconda sorella:
"Signora, Le è caduta questa roba"
Dice: "Prendetelo per voi."
"Se c'era la Cenerentola, chi sa che non fossi toccato a lei! Eh ma domani sera la s'ha a far venire!"
Eccoti dopo un poco, lei la va via dalla festa. I servitori (figuratevi: pena la morte!) tutti attenti, eh! dietro! La principia a buttar tutta questa rena e rimangon ciechi. Eh, l'arena negli occhi, lascio dire! La va a casa, la smonta e va su. "Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'."
La viene così brutta, uno spavento, ecco! Veniamo alle sorelle che tornano:
"Ce-ne-reen-to-laa! - le principian di giù. - Se tu sapessi, che la ci ha dato quella signora!"
"'Un me ne importa nulla!"
"Ma domani sera tu ci hai a venire!"
"Sì, sì! vo' l'areste aère!"
Suo padre dice: "Andiamo a cena, e lasciatela stare: impertinenti proprio che voi siete! Venite a cena". Vanno a cena.
Venghiamo a Maestà che sta aspettando i servitori perchè gli dicano dove sta di casa. Invece gnene riportan tutti ciechi, perchè s'ebbero a fare accompagnare, gua'!
"Briccona! - dice - Questa signora o l'è qualche fata o dove avere qualche fata che la protegge."
Eccoti il giorno dopo le sorelle: "Cenerentola, t'ha' a venire stasera! Senti: l'è l'ultima sera, t'hai a venire."
Suo padre: "Oh lasciatela stare! siete sempre a tormentarla!"
Allora le vengon via e si mettono a prepararsi per la festa. Quando le son bell'e preparate, le vanno via con suo padre, le vanno alla festa. Quando le sono ite via, la Cenerentola va dall'uccellino:
"Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'."
La viene tutta colore del cielo, proprio dell'aria del cielo; tutte le comete; le stelle, la luna nel vestito, e il sole in mezzo alla fronte. Entra nella festa: chi la poteva guardare! solamente pel sole, gua', bassavan gli occhi, accecavan tutti [4].
Eccoti Maestà si mette a ballare, ma non poteva guardarla, perchè l'accecava: ballava, ma guardare non poteva. Di già aveva dato ordine Maestà ai servitori che stessero attenti, pena la morte: non andassero a piedi, montassero a cavallo quella sera. Eccoti, quando ella ha ballato anche più delle altre sere, la si mette accanto a suo padre codesta sera; tira fori il suo fazzoletto e gli cade una tabacchiera d'oro piena di zecchini d'oro.
"Signora, Le è caduta questa tabacchiera."
"Prendetela per voi!"
Figuratevi quest'omo, l'apre e la vede tutta piena di zecchini: che contentezza!





Quando la s'è trattenuta, la va via come l'altra sera e la va verso la casa. I servitori via a cavallo, lesti; stavano discosti dalla carrozza, ma col cavallo si pena poco. Ella s'avvede di non aver preparato nulla da gittare; non aveva nulla stasera: "Oh! - dice - come ho a fare?"
Ma non poteva buttar nulla, perchè non aveva nulla. Lesta la smonta e gli cade una pianella nel far presto. I servitori la raccattano; prendono il numero dell'uscio; e vengon via. Venghiamo alla Cenerentola che va su:
"Uccellin Verdeliò, fammi più brutta ch'io non so'!"
Non gli risponde l'uccello. Quando la gnene ha detto tre o quattro volte, gli risponde:
"Briccona! bisognerebbe che non ti facessi divenire più brutta, ma....", e la fa divenire brutta e poi gli dice: "Ora e che vuoi fa'? Tu sei scoperta."
La si mette a piangere, piangeva proprio. Venghiamo alle sorelle che tornano: "Ce-ne-reen-to-laa!"
Eh figuratevi questa sera, non gli risponde, cheh!
"Guarda che bella tabacchiera! Se te fossi venuta, la potevi aver te."
"Non me ne importa nulla! Escite di costì!"
"Andiamo, andiamo; venite a cena", dice suo padre. Vanno a cena ed è finito. Venghiamo ai servitori che tornano con la pianella e il numero dell'uscio.
"Che dimani - dice Maestà - appena fatto giorno voi andiate a questa casa; prendetemi la carrozza e portatemi questa signora nel palazzo".
I servitori prendon la pianella: quella che gli stava, era lei; e vanno via. E picchiano. Si affaccia suo padre:
"Oh dio! è la carrozza di Sua Maestà! cosa ci sarà?"
Tiran la corda e van su i servitori. Vanno su.
"Cosa mi comandano?", gli dice il padre, gua', a questi servitori.
"Quante figlie avete voi?"
Dice: "Due."
"Bene, fatecele vedere".
Ecco il padre le fa venire di qua.
"Mettetevi a sedere", dicono a una di quelle. Gli provano la pianella, cheh! la ci entrava dieci volte. Quest'altra si mette a sedere: gli era piccola.
"Ma ditemi, galantomo, non avete altre figlie voi? Badate a dire la verità, veh! Perchè Maestà lo vole: pena la morte!"
"Signori, ce n'è un'altra, ma non lo dico neppure. Gli è tutta nella cenere, nel carbone, se vedeste! Io non la chiamo nemmen figliola per vergogna."
"Nojaltri non siamo venuti nè per bellezza, nè per abbigliatura: si vol vedere la ragazza!"
Eccoti, le sorelle chiamano: "Ce-ne-reen-to-laa!", ma urla, urla! Ma lei non rispondeva. Dopo un pezzo: "Che v'è egli?", la risponde.
"Bisogna che tu venga giù! c'è de' signori che ti vogliono vedere."
"Io non vo' venire, io."
"Ma bisogna che tu venga, ti pare?", dice.
"Sì, ditegli che or'ora vengo."
La và dall'uccellino: "Ah Uccellin Verdeliò, fammi più bella ch'io non so'".
La vien vestita come l'ultima sera, col sole, con la luna e con le stelle, e l'aveva per dippiù tutte catene d'oro, ma grosse! messe così.
Dice l'uccellino: "Portami via, sai? mettimi in seno, via, sai?"
Si mette l'uccellino in seno e principia a scender le scale.
"La sentono? - dice il padre - la sentono? La si strascica la catena del cammino. Si figurino che orrenda cosa che sarà quella!"
Eccoti quelli, quando è l'ultimo scalo, la veggono apparire.
"Ah!", riconoscono la signora dell'altra sera.
Il padre, le sorelle, figuratevi che affanno che fu quello! La fanno mettere a sedere, la gli provano la pianella, eh! l'era sua, la gli stava! La fanno montare in carrozza e la portano a Sua Maestà. E riconosce la signora di queste sere. E figuratevi, innamorato com'egli era, gli dice:
"Assolutamente, voi siete la mia sposa".
Lei acconsente, gua', lo credo! Manda a chiamare il padre, le sorelle e le fa venire tutte nel palazzo. Concludono le nozze. Figuratevi, che feste belle, che cosa che fece a questo sposalizio! I servitori li fa de' maggiori del palazzo, quelli che avevano scoperto dove la stava, in ricompensa. Se ne vissero e se ne godettero e a me nulla mi dettero.


Gilbert A.Y.


Dalle Note:

Cf. con la fiaba XVI: La Maestra
È lo stesso argomento del trattenimento VI, giorn. I del Pentamerone ["La Gatta Cenerentola"]: - Zezolla, 'mmezzata da la Majestra ad accidere la Matreja; e credenno, co' farele avere lo patre pe' mmarito, d'essere tenuta cara; è posta a la cucina. Ma ppe' bertute de le fate, dapò varie fortune, sse guadagna 'no Re pe 'mmarito.

Prima che il libretto e la musica di due Italiani, ringiovanissero la fiaba della Cenerentola e fin dall'anno M.DCC.LIX, fu recitata a Parigi una Cendrillon, parole dell'Anseaume, musica del La Ruette, che non incontrò gran fatto.
Gli aneddotisti dànno per certo, che alcuni anni prima, il basso Thevenard, passando innanzi ad una calzoleria, stupisse della piccolezza elegante d'una pantoffola da ricucirsi; e che s'informasse dello indirizzo della padrona di quella calzatura; e volesse conoscerla; e se ne innamorasse perdutamente; e la chiedesse in matrimonio lì per lì, su due piedi; e non fosse in seguito nè più scontento, nè più infelice di tanti e tanti che hanno arrischiato il duro passo solo dopo mature considerazioni, ponderatamente. Anche il poeta tedesco Di Platen-Hallermünde, sepolto a Siracusa, ha trattato drammaticamente questo tema vaghissimo.

[2] Presso il Basile, invece dell'uccello, abbiamo una palma, ed il carme è questo:

Dattolo mmio 'nnaurato!
Co' la zappetella d'oro t'haggio zappato;
Co' lo secchietiello d'oro t'haggio adacquato;
Co' la tovaglia de seta t'haggio asciuttato:
Spoglia a te e vieste a mme 

[3] Polieno, Stratagemmi, lib. III. - Poscia che Demetrio prese la città di Atene, Lacare vestitosi con certa veste da servo e da villano ed inchiostratasi la faccia, portando un cesto coperto di sterco, segretamente uscì dalla città per una postierla; e montato a cavallo, tenendo dei darici d'oro in mano, se ne fuggì. I cavalieri tarantini però, tennergli dietro a speron battuto senza punto arrestare il corso. In allora egli incominciò a spargere i darici d'oro per la via; i quali veggendo, i tarantini smontavano da cavallo e raccoglievano. Fatto questo più volte, egli tagliò loro il seguitarlo; e perciò Lacare cavalcando se ne venne in Beozia. - Nè molto dissimile è l'altro stratagemma che nel libro IV Polieno narra di Mitridate. Cf. con la favola d'Ippomene ed Atalanta. (V. Guicciardini, Detti e fatti, il racconto intitolato: - Quanto possa l'ajutorio divino nelle cose umane et per contra quanto nuoca la divina indegnatione. - Vedi anche nel XXI dell'Orlando Innamorato del Berni, la storia della figliuola del Re Monodante).


lunedì 9 giugno 2014

Biancaneve dei Grimm, Sesta Parte, Morte e Resurrezione


Iban Barrenetxea


Quando i nani udirono l'accaduto, le dissero: 
"La vecchia merciaia altri non era che la scellerata Regina; sta' in guardia e non lasciar entrare nessuno, se non ci siamo anche noi."
Ma la cattiva Regina, appena arrivata a casa, andò davanti allo specchio e chiese:

"Dal muro, specchietto, favella:
 nel regno chi è la più bella?"


Come al solito, lo specchio rispose:

"Regina, qui la più bella sei tu; 
ma al di là di monti e piani, 
presso i sette nani, 
Biancaneve lo è molto di più."


A queste parole, il sangue le affluì tutto al cuore dallo spavento, perché vide che Biancaneve era tornata in vita. 'Ma adesso - pensò - troverò qualcosa che sarà la tua rovina', e, siccome s'intendeva di stregoneria, preparò un pettine avvelenato. Poi si travestì e prese l'aspetto di un'altra vecchia. Passò i sette monti fino alla casa dei sette nani, bussò alla porta e gridò: "Roba bella! Roba bella!"
Biancaneve guardò fuori e disse:
"Andate pure, non posso lasciar entrare nessuno."
"Ma guardare ti sarà permesso", disse la vecchia; tirò fuori il pettine avvelenato e lo sollevò. Alla bimba piacque tanto che si lasciò sedurre e apri la porta.
Conclusa la compera, la vecchia disse: "Adesso voglio pettinarti perbene".


Sulamith Wulfing


La povera Biancaneve, di nulla sospettando, lasciò fare, ma, non appena quella le mise il pettine nei capelli, il veleno agì e la fanciulla cadde priva di sensi.



Barrett A.


"Portento di bellezza! - disse la cattiva matrigna - è finita per te!" e se ne andò.
Ma per fortuna era quasi sera e i sette nani stavano per tornare. Quando videro Biancaneve giacer come morta, sospettarono subito della matrigna, cercarono e trovarono il pettine avvelenato; appena l'ebbero tolto, Biancaneve tornò in sé e narrò quel che era accaduto. Di nuovo l'ammonirono che stesse in guardia e non aprisse la porta a nessuno.
A casa, la Regina si mise allo specchio e disse:

"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"


Come al solito, lo specchio rispose:

"Regina, la più bella qui sei tu; 
ma al di là di monti e piani, 
presso i sette nani, 
Biancaneve lo è molto di più."

A tali parole, ella rabbrividì e tremò di collera.
"Biancaneve morirà! - gridò - dovesse costarmi la vita".


Barrett A.


Andò in una stanza segreta, dove non entrava nessuno e preparò una mela velenosissima. Di fuori era bella, bianca e rossa, che invogliava solo a vederla, ma chi ne mangiava un pezzetto, doveva morire.



Lacombe B.

Quando la mela fu pronta, ella si tinse il viso e si travestì da contadina, e cosi passò i sette monti fino alla casa dei sette nani.



Gustafson S.


Bussò, Biancaneve si affacciò alla finestra e disse:
"Non posso lasciar entrare nessuno, i sette nani me l'hanno proibito."
"Non importa - rispose la contadina - le mie mele le vendo lo stesso. Prendi, voglio regalartene una."
"No - rispose Biancaneve - non posso accettare nulla."


Santore C.


"Hai paura del veleno? - disse la vecchia - Guarda, la divido per metà: tu mangerai quella rossa, io quella bianca".
Ma la mela era fatta con tanta arte che soltanto la metà rossa era avvelenata. Biancaneve mangiava con gli occhi la bella mela, e quando vide la contadina morderci dentro, non poté più resistere, stese la mano e prese la metà avvelenata.




Gilbert A.Y.

Ma al primo boccone cadde a terra morta. La Regina l'osservò ferocemente e scoppiò a ridere, dicendo:
"Bianca come la neve, rossa come il sangue, nera come l'ebano! Stavolta i nani non ti sveglieranno più ".



Graban Q.

A casa, domandò allo specchio:

"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"


E finalmente lo specchio rispose:

"Nel regno, Maestà, tu sei quella."

Allora il suo cuore invidioso ebbe pace, se ci può esser pace per un cuore invidioso.
I nani, tornando a casa, trovarono Biancaneve che giaceva a terra, e non usciva respiro dalle sue labbra ed era morta. La sollevarono, cercarono se mai ci fosse qualcosa di velenoso, le slacciarono le vesti, le pettinarono i capelli, la lavarono con acqua e vino, ma inutilmente: la cara bambina era morta e non si ridestò.


Lacombe B.


La misero su un cataletto, la circondarono tutti e sette e la piansero, la piansero per tre giorni. Poi volevano sotterrarla; ma in viso, con le sue belle guance rosse, ella era ancor fresca, come se fosse viva.
Dissero: "Non possiamo seppellirla dentro la nera terra", e fecero fare una bara di cristallo, perché la si potesse vedere da ogni lato, ve la deposero e vi misero sopra il suo nome, a lettere d'oro, e scrissero che era figlia di re. Poi esposero la bara sul monte, e uno di loro vi restò sempre a guardia. E anche gli animali vennero a pianger Biancaneve: prima una civetta, poi un corvo e infine una colombella.
Biancaneve rimase molto, molto tempo nella bara, ma non imputridì: sembrava che dormisse, perché era bianca come la neve, rossa come il sangue e nera come l'ebano. Ma un bel giorno capitò nel bosco un Principe e andò a pernottare nella casa dei nani.





Iban Barrenetxea


Vide la bara sul monte e la bella Biancaneve e lesse quel che era scritto a lettere d'oro. Allora disse ai nani:
"Lasciatemi la bara; in compenso vi darò quel che volete".
Ma i nani risposero: "Non la cediamo per tutto l'oro del mondo."
"Regalatemela, allora," egli disse, "non posso vivere senza veder Biancaneve: voglio onorarla ed esaltarla come la cosa che mi è più cara al mondo".
A sentirlo, i buoni nani s'impietosirono e gli donarono la bara. Il Principe ordinò ai suoi servi di portarla sulle spalle.




Ora avvenne che essi inciamparono in uno sterpo e, per la scossa, quel pezzo di mela avvelenata che Biancaneve aveva trangugiato le usci dalla gola. E poco dopo ella apri gli occhi, sollevò il coperchio e si rizzò nella bara: era tornata in vita.
"Ah Dio, dove sono?" gridò.
Il Principe disse, pieno di gioia:
"Sei con me," e le raccontò quel che era avvenuto, aggiungendo: "Ti amo sopra ogni cosa al mondo; vieni con me nel castello di mio padre, sarai la mia sposa".


Santore C.


Biancaneve acconsentì e andò con lui, e furono ordinate le nozze con gran pompa e splendore. Ma alla festa invitarono anche la perfida matrigna di Biancaneve. Indossate le sue belle vesti, ella andò allo specchio e disse:

"Dal muro, specchietto, favella:
nel regno chi è la più bella?"


Lo specchio rispose:

"Regina, la più bella qui sei tu; 
ma la sposa lo è molto di più."

La cattiva donna imprecò e il suo affanno era così grande che non poteva più dominarsi. Dapprima non voleva assistere alle nozze, ma non trovò pace e dovette andare a veder la giovane Regina. Entrando, vide che non si trattava d'altri che di Biancaneve e impietrì dall'orrore. Ma sulla brace erano già pronte due pantofole di ferro: quando furono incandescenti, gliele portarono, ed ella fu costretta a calzare le scarpe roventi e ballarvi finché le si bruciarono miseramente i piedi e cadde a terra, morta.


Iban Barrenetxea


Grimm n.53, "Sneewittchen".
Classificazione: AaTh 709 [Little Snow-White]


P.J. Lynch

giovedì 29 maggio 2014

Biancaneve dei Grimm, Terza Parte, il Cacciatore, Sola nella Foresta

 Iban Barrenetxea


Da quel giorno, non tollerava neanche la vista di Biancaneve, tanto la odiava. E invidia e orgoglio crebbero come l'erba cattiva siché ella non ebbe più pace né di giorno né di notte. Allora, chiamò un cacciatore e gli disse:
"Porta la bambina nel profondo del bosco, non voglio più vederla. Uccidila, e portami i polmoni e il fegato come prova della sua morte".


Gilbert A.Y.


Il Cacciatore obbedì e condusse la bambina lontano, nel fitto del bosco, ma, quando brandì il coltello per trafiggere quel cuore innocente, ella pianse e disse:



Santore C.


Lisa Falzon



Sumberac M.

"Ah, caro cacciatore, lasciami vivere! Correrò nel fitto del bosco e non tornerò mai più".
Ed era tanto bella mentre lo supplicava che il Cacciatore, impietosito, disse:
"Va', fuggi pure, povera bambina",
'Le bestie feroci non tarderanno a divorarti!', pensò, ma si sentiva sollevato perché non l'aveva uccisa con le sue mani. Proprio in quel momento, arrivò di corsa un cinghialetto da latte: lo sgozzò, gli tolse i polmoni e il fegato e li portò alla Regina come prova dell'uccisione di Biancaneve. Il cuoco di Corte dovette salarli e cucinarli, e la malvagia donna li divorò, credendo di mangiare i polmoni e il fegato di Biancaneve.


Gilbert A.Y.

Intanto, la povera bambina era sola soletta nel fitto del bosco, e aveva tanta paura che tremava ad ogni stormir di fronda, e non sapeva che fare. Si mise a correre, e corse, corse sulle pietre aguzze e tra i rovi, e si imbattè nelle bestie feroci, ma esse non le fecero alcun male.


Burkert Nancy Elkom


Santore C.


Lacombe B.

Corse finché le ressero le gambe: era ormai sera quando scorse una casina, e vi entrò per riposarsi.

martedì 27 maggio 2014

Biancaneve, Grimm n. 53, Prima Parte

'era una volta - si era nel cuore dell'inverno e i fiocchi di neve cadevano dal cielo come piume - una Regina che cuciva accanto a una finestra dalla cornice di ebano. Cuciva e, ogni poco, alzava gli occhi per guardare la neve, così si punse un dito con l'ago, e sulla neve candida caddero tre rosse gocce di sangue. La Regina pensò: 'Ah, se avessi una bambina bianca come la neve, rossa come il sangue e con i capelli neri come l'ebano!'.


Santore C.


Lacombe B., (Blanche-Neige)


Barrett A.



Iban Barrenetxea


Burkert Nancy Elkom


Trascorse un po' di tempo, partorì una bambina, ed era proprio bianca come la neve, rossa come il sangue e con i capelli neri come l'ebano: la chiamarono Biancaneve. E, subito dopo la sua nascita, la Regina morì.


Sumbarac M.


Gilbert A.Y.



Grimm n.53, "Sneewittchen". 
Classificazione: AaTh 709 [Little Snow-White]
(Continua!)

lunedì 5 maggio 2014

Rosmarina e Petrosinella, Fanciulle-Pianta 1

Petrosinella (Prezzemolina), Rosmarina... Niente in comune con le caramellose e puffesche "fatine dei fiori", naturalmente, ma neanche con la tarda invenzione fiabesca di Pollicina, per la quale  il seme regalato alla madre sterile dalla solita vecchietta sa tanto di donatore eterologo, e la corolla del fiore di un utero surrogato.


"Fatina dei Fiori" (Burp!) Gilbert A.Y.

Sono più vicine alle Fate de I"Tre Cedri" che compaiono (bellissime e adulte) quando il principe taglia il frutto e muoiono inesorabilmente perché l'evocatore non è abbastanza sollecito ad alleviare la loro terribile sete.
Curiosamente, le piante di cui le eroine portano il nome avrebbero - tradizionalmente - in comune benefici poteri curativi in caso sia di amenorrea che di dismenorrea, anzi, il decotto di Prezzemolo, la "minestra" - come veniva chiamato da antiche mamme e mammane - era emorragico e quindi con effetti abortivi. Strano che ne fosse così golosa una donna gravida, tanto da rubare nell'orto di una vecchia strega pur di soddisfare le sue voglie, o no? Ancòra più strano che l'effetto sia il medesimo: perde la figlia che sta aspettando, poiché deve prometterla alla strega per salvarsi la vita.

Dodd Thomas

Il Rosmarino, pianta considerata magica dall'Irlanda alle nostre estreme coste meridionali (dove è realmente di casa), non solo si appropria spesso e volentieri delle aristocratiche origini dell'incenso (di cui era il parente povero), ma, di conseguenza, intreccia la propria storia a quella del Girasole.
In breve:
Apollo si innamora perdutamente (leggi= solito istinto di spulzellamento compulsivo) di Leucotoe, figlia del re di Persia. Ella appartiene al club delle fanciulle segregate, probabilmente in seguito ad oscure profezie.
Il Dio, dopo aver assunto le sembianze della augusta genitrice di colei, piomba nella stanza dove Leucotoe è intenta a filare con le sue ancelle, allontana le altre donne e si manifesta alla regale vittima in tutto il suo splendore. Segue il suddetto spulzellamento. Clizia, ninfa patologicamente innamorata di Apollo e da lui disprezzata, si precipita dal Re Padre e gli riferisce l'accaduto. Il Re, sordo ad ogni supplica, lava il proprio onore uccidendo Leucotoe, che viene seppellita in una profonda fossa. Apollo, dopo aver invano tentato di resuscitarla con il potere ed il calore della sua luce, fa germogliare il profumato incenso dalle sue carni morte.
Clizia, intanto, muore d'amore e di inedia, riversa sulla nuda terra e con lo sguardo fisso sul disco del Sole, e si trasforma in Girasole.

Dodd Thomas

domenica 4 maggio 2014

Rosmarina, ovvero, la Fanciulla-Pianta, Giuseppe Pitrè

na volta c'era un Re e una Regina che non avevano figli. La Regina un giorno scese in giardino e vide una pianta di rosmarino che aveva tanti bei germogli e disse: "Guarda! Lei che è rosmarina ha tanti figliolini e io che sono regina non ne ho nessuno". Dopo un po' di giorni se ne uscì gravida. A raccontarlo si fa presto! A nove mesi partorisce e fa una pianta di rosmarino; le dava del latte e la teneva sempre in un vaso sopra la tavola. Successe che venne da lei un suo nipote, figlio del Re di Spagna; vide il vaso con la pianta di rosmarino:
"Maestà - disse - che è questo rosmarino?"
La zia gli raccontò quello che era successo:
"Ho partorito; ho fatto questa pianta di rosmarino e l'annaffio con il latte quattro volte al giorno".

Gilbert A.Y.

Il ragazzo disse tra sé: 'Me lo voglio prendere io questo rosmarino...'
Preparò un grande vaso nel suo bastimento, si prese una capra per il latte, prese il rosmarino e sparì. Quattro volte al giorno innaffiava il rosmarino. Arrivato nella sua città si fece piantare il rosmarino nel giardino. Questo Re di Spagna aveva tre sorelle; e lui si divertiva suonando il piffero.
Un giorno, mentre suonava, si vide comparire davanti una ragazza, le disse:
"Da dove venite?"
"Vivo dentro la pianta di rosmarino."
Avreste dovuto vederlo il Re! Non usciva più: finiva gli affari del regno, scendeva in giardino, suonava il piffero, lei usciva e si divertiva a chiacchierare con lei.


Gilbert A.Y.

Al Re, nel bel mezzo, venne intimata una guerra e disse alla ragazza:
"Senti, Rosmarina mia, quando torno dalla guerra suono tre volte il piffero e solo allora tu uscirai."
Chiamò il giardiniere e gli disse che voleva che la pianta di rosmarino fosse innaffiata quattro volte al giorno con il latte; che se l'avesse trovata avvizzita gli avrebbe fatto tagliare la testa. Lasciò lo zufolo nella sua camera, domandò licenza alle sue sorelle e partì.
Le sorelle curiose dicevano: "Ma nostro fratello che fa con questo piffero?"
La grande lo prese, suonò una nota; lo prese la seconda ne suonò un'altra; venne la piccola e ne suonò una pure lei. Alla terza comparve la ragazza. Le sorelle: "Ah! Per questo non gli importava più nulla di uscire a nostro fratello e se ne stava rinchiuso in giardino!"
La presero e gliene diedero tante che la fecero restare lì più molla che dura. Quella, poverina, si alzò, se ne tornò nel rosmarino e sparì. Venne il giardiniere e trovò la pianta avvizzita: "Ah! Povero me! E se viene il Re che ne fa di me..."
Domandò licenza alla moglie:
"Io me ne vado, innaffia tu il rosmarino, ogni momento." E se ne scappò.
Si mise a camminare per la campagna; venne notte, la sera in un bosco: vide un albero, ci salì sopra per non farsi mangiare da qualche animale feroce; a mezzanotte venne mammadrago e mammodrago e si gettarono sotto l'albero, e lì che ansimavano da fare paura:
"Che c'è di nuovo?" Chiese mammadrago a mammodrago.
"E che ci deve essere? Che vuoi sapere?"
"Niente da raccontarmi?"
"Sì, ho una cosa da raccontarti: c'è il povero giardiniere del Re che è in pericolo di vita"
"E perché?"
"Non sai che il Re è andato a prendere il rosmarino da sua zia e nella rosmarina c'era incantata una ragazza? Il Re l'ha piantato nel suo giardino e l'annaffiava quattro volte al giorno con il latte e quando fischiava il piffero la ragazza usciva dal rosmarino, tutto questo lo sai. Ora, il Re dovette andare in guerra, consegnò al giardiniere la pianta di rosmarino e partì lasciando lo zufolo nella sua camera. Sono venute le sorelle; hanno suonato e la ragazza è uscita dal rosmarino e quelle l'hanno lasciata più morta che viva a furia di bastonate. Il rosmarino si è avvizzito e il giardiniere del Re per la paura è scappato."
"Ma non c'è nessun rimedio per questa cosa?"
"Un rimedio ci sarebbe ma non te lo voglio dire perché gli alberi hanno occhi e i muri orecchi."
"Ma dai! Chi ti sente qua!"
"Ascolta allora: il sangue delle mie vene e il grasso della tua cotica si bolla in una pignatta; dopo bollito si unga tutta la pianta di rosmarino, la ragazza esca dal rosmarino e vada a casa del giardiniere ..."
"Ah! - disse allora il giardiniere - sorte mia, aiutami!"
Quando mammadrago e mammodrago si addormentarono lui scese dall'albero, prese un bastone, glielo scaricò addosso e li ammazzò; pigliò il sangue di lui e il grasso di lei, corse a casa, li bollì e poi si mise a ungere tutta la pianta di rosmarino. Quando fu unta, la ragazza uscì e la pianta seccò. Lui, pronto, la prese in braccio e se la portò a casa. La mise a letto e con il brodo e i medicamenti la curò. Quando era un tantino migliorata, tornò il Re dalla guerra. Il Re venne e andò in giardino e suonò il piffero. Hai voglia a fischiare! Si accostò al rosmarino e lo trovò secco. Povero giardiniere non aveva il coraggio di dire nulla al Re perché Rosmarina era ancora malatina. Il Re tuonava:
"O mi dici che ne è di Rosmarina o ti faccio tagliare la testa!"
"Maestà! - disse il giardiniere - venite a casa mia, vi faccio vedere una bella cosa?"
"Ma che ci vengo a fare a casa tua, gran birbante? Io voglio Rosmarina!"
"Vostra Maestà, venite, poi di me farete ciò che vorrete."
Il Re, sentendo così, scese. Come entrò in casa del giardiniere e la vide coricata, con le lacrime agli occhi le diceva: "Che cosa è successo?"
"Le tue sorelle - rispose la ragazza - mi hanno ferita; il povero giardiniere, vedendo che stavo morendo, mi ha unto con un certo unguento e sono rinvenuta."
Pensate al Re che odio gli prese per le sorelle! Pensate invece quale amore per il giardiniere! Lui che aveva salvato la vita a Rosmarina! Quando lei si ristabilì, il Re disse che la voleva in moglie. Scrisse a sua zia, al Re e disse loro che la pianta di rosmarino era diventata una ragazza, bella da vedere e bella da guardare; se volevano venire al matrimonio che già avevano fissato il giorno. Partì l'ambasciatore. Come il Re ebbe l'ambasciata, figuratevi la contentezza pensando che avevano recuperato una figlia. 
Si misero in viaggio il Re e la Regina, arrivarono al paese: bbuhm! bbuhm!
"Chi arriva?"
"I Regnanti."
Come il Re e la Regina videro la figlia si abbracciarono e si baciarono. La figlia conobbe il padre e la madre; si fece il matrimonio e ci fu gran festa per tutta la Spagna.

"Loro restarono felici e contenti, 
Noialtri qua che ci puliamo i denti "


Raccontata da una donna a casa del professor Carmelo Pardi, Palermo
Raccolta da Giuseppe Pitrè, n. 37.
Tradotta dalla lingua siciliana da Cecilia Codignola.
Il testo originale è nella Pagina: "Fiabe Popolari - Italia"




Gilbert A.Y.



Anche questa fiaba, ritoccata (sic!), è stata inclusa nella raccolta di Calvino - è la n.161. E, anche in questo caso, se non avessi avuto a disposizione l'originale, tradotto dal Siciliano, non l'avrei postata. Perché, come non mi stancherò mai di ripetere, Calvino pizzica un po' di qua, un po' di là, unisce "il meglio"- secondo lui - di una versione veneta, di una laziale ecc., condisce il tutto con personalissime invenzioni e confeziona una fiaba "italiana". Ora, se avete voglia di leggere una bella raccolta di 200 fiabe, vi consiglio vivamente la sua, ma risulta indigesto accettare che, anche a livello di saggistica, e di saggistica internazionale, la suddetta raccolta venga spacciata per l'unica vera raccolta antologica di fiabe italiane!
Non c'è alcuna correttezza scientifica nel metodo di Calvino. Ha solo pescato dal patrimonio popolare italiano "cucinando" delle fiabe-Frankenstein che ha di volta in volta, arbitrariamente, etichettato come friulane, venete, pugliesi, ecc... E ha operato una censura indecente. Di cui si vanta.
E la censura viene applicata persino alle note, la parte più interessante, più "scientifica" della raccolta.
Posso fare un esempio di censura proprio a proposito di "Rosmarina". Coscienziosamente, dà conto delle varianti in giro per l'Italia (poche) - le ho tutte e posterò le più interessanti - ricorda giustamente che discendono tutte da un'unica fiaba-madre, "La Mortella". Sottolinea le differenze: l'innaffiatura con il latte, il reuzzo che suona lo zufolo ("lu friscalettu...") .
Peccato ne tralasci una di un certo rilievo. Nel Cunto del Basile, lo scempio sulla ragazza-pianta è compiuto non dalle sorelle del Re, ma da sette prostitute, ex-favorite, gelose della nuova passione del loro augusto cliente! Non mi pare una differenza da poco. Anche perché la violenza da parte delle presunte sorelle risulta inspiegabile!
Ripeto: Basta saperlo.