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lunedì 8 maggio 2017
domenica 19 maggio 2013
Le Streghe Gatto - Paesi Baschi
I gatti, come sempre, nel bene e nel male, accompagnano le "storie di streghe". A volte sono "succubi", a volte, le streghe ne assumono l'aspetto (o è il contrario ?)... Il fatto strano è che, in giro per il mondo, le storie si assomiglino tanto.
Naturalmente, il discorso è molto più ampio. Le leggende sui gatti sono solo
un esempio.
el villaggio di Otaza viveva una coppia con un figlio. Questi si svegliava tutte le mattine con la faccia contusa. I genitori si erano accorti che ogni giorno all'alba la porta di casa era socchiusa e decisero un giorno di chiarire il mistero restando alzati tutta la notte. Improvvisamente, mentre vegliavano,
sentirono i pianti del bambino. Entrati nella stanza, si presentò loro questa scena: un gatto, sul letto, stava colpendo con la coda la faccia del bambino. Lo afferrarono immediatamente e questi riprese allora le sembianze di una persona conosciuta, una vicina di casa, i cui capelli intrecciati e trasformati in coda di gatto avevano costituito quella temibile sferza. La donna si gettò a terra, chiese perdono per i suoi malefici e non tornò più a molestarli.
Un classico: l'insospettabile vicina.
Identico motivo del primo "Cappuccetto Rosso" di Angela Carter, dove il lupo mannaro è addirittura la nonna.
Altro classico: lo "smascheramento", ma, in questo caso, la strega viene perdonata, il che non accade spesso nei racconti di streghe prese in trappola... Spesso, la strega è punita mentre è ancòra sotto forma animale. Il castigo è anche la sua denuncia: perde una zampa, e ciò la tradisce poiché, tornata donna, è monca e terribilmente sofferente.
Altra costante: la vittima è un bambino. Qui non è chiara la natura del maleficio, né il vantaggio che ne ricava la strega. Sembra puro sadismo.
Le superstizioni più frequenti hanno un senso: di solito, le streghe-gatte "rubano" il respiro del bambino, cioè il suo spirito. Se ne nutrono. E' curioso come, con il "progresso"della civiltà contadina, tale superstizione sia riuscita a sopravvivere, assumendo altre forme, altri pretesti... Le bisnonne, più che le mamme, scacciavano il gatto "di casa" dai lettini dei nipoti tenacemente convinte che il fiato dell'animale fosse "velenoso" ed in grado di trasmettere la tubercolosi al bambino... Questo ai tempi in cui la tubercolosi era un male mortale ed innominabile come il cancro ai giorni nostri.
In questa piccola storia non manca neanche il dettaglio dei capelli. Storicamente, i capelli hanno sempre avuto un grandissimo potere magico attivo/passivo. Questo particolare è comunque interessante perché qui si accompagna ad un altro motivo di grande "potere": i nodi, gli intrecci...
n giorno che, come al solito, una donna stava filando nella sua cucina, improvvisamente vide un gatto calarsi per la cappa del camino. Raccontò l'accaduto al marito che escogitò questo stratagemma: si travestì da donna mettendosi sulla testa lo scialle bianco, simbolo delle donne sposate, e altri capi femminili. Poi si mise a filare. Quando il gatto arrivò ed ebbe visto la barba dell'uomo, capì subito che non si trattava della signora dei giorni precedenti e lo apostrofò:"Come mai, tu che sei un uomo, tessi?" E l'uomo al gatto:"Come mai, tu che sei un gatto, parli?" Poi, afferrato l'attizzatoio, uccise il gatto e lo scaraventò dalla finestra della cucina che dava sull'orto. Il giorno dopo, una donna del vicinato venne trovata morta nell'orto con la gonna strappata.
....Eppure, questa storia ricorda infinite storie irlandesi, in cui non si parla di streghe, ma di Elfi, la parodia delle antiche divinità...
Mab's Copyright
De Morgan E.
Metamorfosi delle Streghe
el villaggio di Otaza viveva una coppia con un figlio. Questi si svegliava tutte le mattine con la faccia contusa. I genitori si erano accorti che ogni giorno all'alba la porta di casa era socchiusa e decisero un giorno di chiarire il mistero restando alzati tutta la notte. Improvvisamente, mentre vegliavano,
sentirono i pianti del bambino. Entrati nella stanza, si presentò loro questa scena: un gatto, sul letto, stava colpendo con la coda la faccia del bambino. Lo afferrarono immediatamente e questi riprese allora le sembianze di una persona conosciuta, una vicina di casa, i cui capelli intrecciati e trasformati in coda di gatto avevano costituito quella temibile sferza. La donna si gettò a terra, chiese perdono per i suoi malefici e non tornò più a molestarli.
Un classico: l'insospettabile vicina.
Identico motivo del primo "Cappuccetto Rosso" di Angela Carter, dove il lupo mannaro è addirittura la nonna.
Altro classico: lo "smascheramento", ma, in questo caso, la strega viene perdonata, il che non accade spesso nei racconti di streghe prese in trappola... Spesso, la strega è punita mentre è ancòra sotto forma animale. Il castigo è anche la sua denuncia: perde una zampa, e ciò la tradisce poiché, tornata donna, è monca e terribilmente sofferente.
Altra costante: la vittima è un bambino. Qui non è chiara la natura del maleficio, né il vantaggio che ne ricava la strega. Sembra puro sadismo.
Le superstizioni più frequenti hanno un senso: di solito, le streghe-gatte "rubano" il respiro del bambino, cioè il suo spirito. Se ne nutrono. E' curioso come, con il "progresso"della civiltà contadina, tale superstizione sia riuscita a sopravvivere, assumendo altre forme, altri pretesti... Le bisnonne, più che le mamme, scacciavano il gatto "di casa" dai lettini dei nipoti tenacemente convinte che il fiato dell'animale fosse "velenoso" ed in grado di trasmettere la tubercolosi al bambino... Questo ai tempi in cui la tubercolosi era un male mortale ed innominabile come il cancro ai giorni nostri.
In questa piccola storia non manca neanche il dettaglio dei capelli. Storicamente, i capelli hanno sempre avuto un grandissimo potere magico attivo/passivo. Questo particolare è comunque interessante perché qui si accompagna ad un altro motivo di grande "potere": i nodi, gli intrecci...
La Strega di Escoriaza
n giorno che, come al solito, una donna stava filando nella sua cucina, improvvisamente vide un gatto calarsi per la cappa del camino. Raccontò l'accaduto al marito che escogitò questo stratagemma: si travestì da donna mettendosi sulla testa lo scialle bianco, simbolo delle donne sposate, e altri capi femminili. Poi si mise a filare. Quando il gatto arrivò ed ebbe visto la barba dell'uomo, capì subito che non si trattava della signora dei giorni precedenti e lo apostrofò:"Come mai, tu che sei un uomo, tessi?" E l'uomo al gatto:"Come mai, tu che sei un gatto, parli?" Poi, afferrato l'attizzatoio, uccise il gatto e lo scaraventò dalla finestra della cucina che dava sull'orto. Il giorno dopo, una donna del vicinato venne trovata morta nell'orto con la gonna strappata.
....Eppure, questa storia ricorda infinite storie irlandesi, in cui non si parla di streghe, ma di Elfi, la parodia delle antiche divinità...
Mab's Copyright
sabato 18 maggio 2013
Mastro Francesco Mangia-e-Siedi (Calvino e Pitrè)
Cappuccetto Rosso in Italia: una Fiaba Tanto Più "Soft"?
Dalle note di Calvino alla fiaba n.26 della sua raccolta, "Il Lupo e le Tre Ragazze", Verona.
"Cappuccetto Rosso è una fiaba che non si può dire popolare in Italia, dev'essere giunta sul Garda dalla Germania (nel finale è simile alla versione dei Grimm anziché a quella di Perrault) ma con la variante d'una Cappuccetto moltiplicata per tre. Le rime a filastrocca nel dialogo con il lupo sono un arbitrio mio, per seguire l'avvio d'una battuta dell'originale: Vago a Bagoforte a catar me mama che sta mal da morte. Quelle che ho chiamato torte sono nell'originale spongàde, una specie di panettoncini. Ho omesso poi una progressione troppo truculenta per questo tenue contesto: il lupo uccide la madre e dei nervi fa la corda del saliscendi, della carne una focaccia, del sangue, vino. La bambina tirando il saliscendi dice: Che corda molegata che te gh'è, mama, e così continua, mangiando la focaccia e bevendo il vino..."
Dopo aver straziato, edulcorandola, la fiaba popolare veneta, Calvino ha inserito nella sua raccolta un'altra fiaba (168) che richiama da vicino "Cappuccetto Rosso", "Mastro Francesco Mangia e siedi", (come il solito) liberamente tratta da Pitrè n.127, "Mastru Franciscu Mancia-e-sedi", Borgetto (Palermo)
"...essa vale soprattutto come una commedia di costume che pare nata dall'esperienza delle ragazze mandate a servizio nelle case signorili, con quel ribrezzo per la vecchia signora malata, per le sue smancerie; e con quel personaggio di sfaticato di paese, così ben descritto ("e doppu si mittía cu 'na coscia ccà e 'na coscia ddà, stannu sfacinnatu e cuntenti")".
Fortunatamente, posso riportare l'originale, tradotta dal Siciliano da Cecilia Codignola per la Savelli.
Mastru Franciscu Mancia-e-Sedi
na volta si conta e si racconta che c'era un calzolaio che si chiamava Mastro Francesco, e siccome era così pigro che non so dir quanto, la gente lo chiamava Mastro Francesco Mangia e siedi. Questo Mastro Francesco aveva cinque figlie femmine una più bella dell'altra e instancabili come il sole, che le faccende le facevano a piene mani. Ma che dovevano fare, poverette, se il padre non guadagnava nulla, non voleva lavorare, e dovevano mantenerlo le figlie! Si alzava, si vestiva, se ne andava in osteria e si beveva tutto il guadagno delle figlie.
Infine, una volta le figlie lo costrinsero a mettersi a lavorare. Prese la sporta, la forma, se le gettò al collo e andò per le strade gridando:
"Ripariamo scarpe!"
Ma chi lo chiamava, che tutti sapevano che era il più grande pigro e il peggior ubriacone del paese! Quello, Mastro Francesco, quando vide che in paese non acchiappava una mosca se ne andò in un altro paese, mettiamo tre miglia lontano:
"Ripariamo scarpe! Ripariamo scarpe! Ripariamo scarpe!"
Poverino, stava già perdendo la voce e nessuno lo chiamava, e intanto lo stomaco gli dava delle fitte come Dio comanda:
"Oh! Sortaccia cornuta! - disse Mastro Francesco - mi vuoi proprio morto? E che, dalla fame mi devo mangiare la mia stessa carne?... Santo...! Non ne posso più!... Ripariamo scarpe!"
In quel momento, che già stava oscurandosi, lo chiamò una signora da un bel palazzo e gli disse:
"Riparatemi questa ciabatta che l'ho sfondata".
Dopo che Mastro Francesco l'ebbe riparata quella, la signora gli diede un soldo e poi gli disse:
"So che avete cinque belle figlie nubili: io sono malata e ho bisogno di essere ben curata da una ragazza operosa; mi volete dare per serva una delle vostre figlie?"
Mastro Francesco rispose:
"Sissignora, ve la mando, vossia; domani l'avrete qui".
Allora partì e se ne tornò a casa. A casa raccontò tutto quanto alle figlie, e poi alla figlia maggiore disse:
"Domani, figlia mia, ci vai tu".
Lasciamo lui e prendiamo la figlia che la mattina dopo se ne andò dalla signora:
"Ah, sei venuta, figlia mia! Siedi qui, dammi un bacio. Ora tu con me camperai felice, con tutti i divertimenti e gli sprechi che vuoi. Lo vedi, io non mi posso muovere dal letto. Perciò sei padrona di ogni cosa. Vai, figlia mia, scopa e rassetta la casa, poi ti lavi e ti vesti ben pulita: così almeno, alla venuta di mio marito, ti trova con ogni cosa in ordine".
La ragazza si mise a scopare e spinse la pedana per scopare pure sotto il letto. Lì cosa vide! Una coda così che usciva da sotto la signora: "Signore aiutatemi! È mamma-drago, non signora: salvatemi voi!"
E si ritirò adagio adagio all'indietro. "A te dico, devi scopare dappertutto ma non sotto al letto, che non voglio".
La ragazza finse di andare in un'altra camera e quatta quatta se la svignò verso casa sua.
Prendiamo allora Mastro Francesco, quando la vide tornare:
"Perché sei venuta?"
"Padre, è mamma-drago, non signora: io ho paura; ché sotto il letto ho visto una coda nera e pelosa e non ci voglio tornare più"
"E che è? - rispose Mastro Francesco - Tu stattene a casa che ci mandiamo la seconda".
E così fece. Mandò la seconda figlia dalla signora e la signora le fece le stesse carezze e le disse le stesse cose.
Ma quella ragazza, che stava in guardia per quello che le aveva detto la sorella, si accorse della coda, che a prima vista non sembrava, e fuggì come il rimbalzo di una palla, verso casa sua, e alla sorella e al padre racconta tutto, pane al pane e vino al vino.
Mastro Francesco, che non si dava pace di aver perso il buon salario della signora, che era tanto da poter mangiare e vestirsi come ricchi senza far niente, che fece? Gli mandò la terza figlia e poi l'altra e infine la più piccola, e tutte tornarono a casa spaventate dalla coda nera e pelosa di mamma-draga.
"Meglio qua - dicevano - meglio casa nostra e lavorare notte e giorno a sudare di sangue, con questa robetta pulita e nostra, con tutto che è vecchierella, che stare dalla draga, mangiare e vestir bene con poca fatica, e poi essere mangiate dal drago. Padre, se avete questa intenzione andateci voi dalla draga".
Neanche dopo tutto questo Mastro Francesco si poteva rassegnare, era capace di sbattere la testa contro i muri:
"Possibile - diceva - che 'ste figlie non vogliano guadagnare loro e neppure vogliano far guadagnare me? Ma non c'è niente da fare, loro sono tante e giovani e non le posso costringere; la cosa migliore è che ci vada io dalla signora, e le faccia io da servo: il servizio è leggero, la signora mi vuol bene e io sto lì, mangio e vesto come un principe".
Così fece e se ne andò dalla mamma-drago e le raccontò tutto.
La mamma-drago si mise a trattarlo come un principe. A lui bei vestiti, buon cibo, anelli d'oro in quantità, e poi divertimenti e sciali quanti voleva. Aveva solo da fare la spesa per padre-drago e pulire la camera e le cose di mamma-drago, e poi si metteva una gamba qua e l'altra là e se ne stava senza far nulla, ben contento. Ma dopo un po' di giorni, mamma-drago l'afferrò per un braccio, lo strinse così forte che non poteva scappare e gli disse:
"Mangia e siedi, da che parte vuoi essere mangiato, dalla testa oppur dai piedi?".
Lui vedendosi a mal partito si fece piccolo piccolo e tremando come una foglia rispose:
"Perché non ho dato retta alle mie figlie e a mia moglie? Per i piedi".
Allora mamma-draga con una gran sorsata se lo ingoiò tutto intero senza lasciarne neanche l'ossa.
Le figlie restarono tranquille e contente, e Mastro Francesco morì come un fetente.
E chi l'ha detta e per chi l'ha fatta dire
venerdì 17 maggio 2013
Cappuccetto Rosso da "The Company of Wolves"- Angela Carter
[...] Dicono che il Demonio possa darti un unguento che ti trasforma in lupo appena te lo sfreghi addosso. E dicono che sia nato all'incontrario, che avesse un lupo per padre e che abbia il corpo di un uomo, ma zampe e genitali di lupo. E dicono che del lupo abbia il cuore.
Sette anni dura la vita naturale di un lupo mannaro, ma se ne bruci gli abiti di uomo, lo condanni ad essere lupo per sempre, perciò le vecchie qui da noi pensano che ci si possa proteggere lanciando addosso al lupo mannaro un cappello o un grembiule, come se bastassero gli abiti a farne un uomo. Ma è dagli occhi, da quegli occhi fosforescenti, che lo riconosci sotto ogni spoglia; gli occhi soltanto non subiscono alcuna metamorfosi.
Per diventare lupo, il licantropo si mette nudo. Se ti capita di vedere un uomo nudo in mezzo ai pini, devi correre come se avessi il Demonio alle calcagna.
È il solstizio d'inverno e il pettirosso, amico dell'uomo, si posa a cantare sul manico di una vanga da giardino. Non c'è momento peggiore dell'anno per i lupi, ma questa bambina testarda insiste a voler passare dal bosco. È certa che le bestie feroci non le faranno alcun male, anche se non è mancato chi la mettesse in guardia, convincendola a sistemare un coltellaccio nel cestino che la madre ha riempito di formaggi. C'è anche una bottiglia di liquore fatto in casa distillando bacche di pruno; qualche focaccia d'avena cotta sul fuoco del camino, e un paio di barattoli di confettura. La bambina vuole portare queste leccornie alla nonna costretta a letto e ormai tanto vecchia che il peso degli anni le soffoca la vita. La nonna abita a due ore di cammino nel bosco innevato; la bambina si avvolge in uno scialle pesante e se lo tira sul capo. Si infila gli zoccoli ed è pronta a partire; è la vigilia di Natale. La porta maligna del solstizio oscilla ancora sui cardini dell'anno, ma la piccola è stata troppo amata per conoscere la paura.
I bambini non restano a lungo bambini in questo paese selvaggio. Non hanno giochi per giocare e lavorano presto e tanto, e si fanno giudiziosi, ma questa piccola così bella, ultimogenita, frutto fuori stagione, non ha avuto che vizi dalla madre e dalla nonna. È stata proprio la nonna a farle a maglia lo scialle rosso che oggi spicca sul bianco della neve come un sinistro presagio di sangue. I suoi seni hanno appena incominciato a farsi turgidi; ha i capelli color del lino, tanto biondi da farle solo ombra sulla fronte chiara; le guance sono di un eloquente rosso scarlatto sul bianco della pelle, e da poco sono iniziate le sue perdite di sangue, quell'orologio femminile del corpo che, d'ora in poi, segnerà il tempo allo scadere di ogni mese.
La bambina vive e si muove sul pentagramma invisibile della sua verginità. È come un uovo intatto; come un vaso sigillato; ha dentro un luogo magico il cui accesso è vietato dalla presenza di una semplice membrana: è un sistema chiuso; non conosce ancora la paura. Ha il suo coltello e non teme mulla.
Se fosse a casa il padre potrebbe trattenerla, ma è via, nella foresta, e la madre non sa dire di no.
La foresta si richiuse su di lei come una bocca.
C'è sempre qualcosa da guardare in un bosco, persino nel cuore dell'inverno - le sagome gobbute degli uccelli, che hanno ceduto alla stagione del letargo, e si ammucchiano sui rami scricchiolanti senza nemmeno la forza per cantare; le trine dei licheni sui tronchi macchiati delle piante; le orme cuneiformi di conigli e cervi, quelle a spina di pesce degli uccelli; una lepre magra come un foglio di carta velina che attraversa il sentiero, là dove il sole pallido screzia di luce le foglie color ruggine di felci già appassite. Quando udì in lontananza l'urlo agghiacciante del lupo, la sua mano esperta andò al manico del coltello, ma del lupo non vide traccia alcuna, come pure di un uomo nudo, solo che poi sentì un clangore fra gli arbusti e sul sentiero, invece, d'uomo ne apparve uno, giovane e di bell'aspetto, con il cappellaccio da cacciatore e là giacca verde, carica di selvaggina. La bambina aveva portato la mano al coltello al primo fruscio dei rami, ma lui rise sfoderando una fila di bei denti bianchi e le rivolse un inchino a metà tra lo scherzoso e il lusinghiero; non aveva mai visto un uomo tanto bello, di certo non tra gli zotici del suo paese. Perciò insieme proseguirono nel pomeriggio che addensava la luce.
Di lì a poco ridevano e scherzavano come vecchi amici. Quando lui si offerse di portarle il cestino, la bambina glielo diede benché ci fosse dentro il coltello, perché il giovane la rassicurò dicendo che l'avrebbe protetta lui con il fucile. All'imbrunire, riprese a nevicare; lei sentì i primi fiocchi posarsi sulle ciglia ma ormai mancava mezzo miglio appena e ci sarebbe stato un fuoco ad aspettarla, una tazza di tè caldo e un'accoglienza senza dubbio entusiasta tanto per il cacciatore quanto per lei.
Questo giovane teneva in tasca un oggetto straordinario. Una bussola. La bambina guardò vagamente meravigliata il piccolo quadrante di vetro nella mano di lui, e osservò l'ago tremolante. Le assicurò che la bussola lo aveva guidato dentro il bosco durante la battuta di caccia, dal momento che l'ago gli diceva sempre con precisione assoluta dov'era il nord. Lei non gli credette: sapeva di non dover mai abbandonare il sentiero nella foresta, se non volevano smarrirsi all'istante. Lui rise di nuovo; lucidi fili di saliva gli brillavano sui denti. Disse che, se avesse lasciato il sentiero nel bosco che li circondava, poteva garantire di arrivare alla casa della nonna di un buon quarto d'ora prima di lei, seguendo il cammino indicato dalla bussola, mentre lei si affaticava sulla via più lunga e più tortuosa.
Non ci credo. E poi, non hai paura dei lupi?
Lui si limitò a battere sulla canna del fucile e a sorridere compiaciuto.
Vuoi scommettere? le chiese. Vuoi fare una gara? Che cosa mi dai se arrivo per primo a casa di tua nonna?
Tu che cosa vuoi? domandò lei maliziosa.
Un bacio.
Finisce sempre così il corteggiamento fra gente di campagna. Lei abbassò gli occhi e arrossì.
Il giovane tagliò per il bosco portando con sé il cestino, ma lei si scordò la paura delle bestie feroci, anche se ormai nasceva la luna: era decisa a prendere tempo per essere certa che il bel galantuomo vincesse la scommessa.
La casa della nonna si ergeva isolata appena fuori dal villaggio. La neve caduta da poco turbinava nell'orto e il giovane percorse con passo leggero il bianco sentiero che conduceva alla porta, come se non volesse bagnarsi i piedi; faceva ondeggiare il carico di selvaggina e il cestino della bambina, e canticchiava fra sé.
Ha sul mento una sottile striscia di sangue: un assaggio di quanto ha cacciato.
Battè piano alla porta con le nocche. Fragile e vecchia com'è, la nonna si è per lo più rassegnata alla fine ripetutamente annunciata dai dolori che le attraversano le ossa ed è quasi pronta a una resa totale. Un'ora fa è venuto un ragazzo dal paese ad accendere il camino per la notte e in cucina ora crepita un fuoco vivace. Le fa compagnia la sua Bibbia, perché la donna è molto devota. Siede sorretta da molti cuscini sul letto addossato al muro secondo l'usanza rurale, ed è avvolta nella trapunta a riquadri che si è cucita prima di prendere marito, ormai sono tanti anni fa non voler ricordare. Ai lati del camino siedono due spaniel di porcellana dal pelo a macchie rossastre e il naso nero. Sul pavimento di cotto c'è un bel tappeto fatto di stracci a colori vivaci. La pendola del nonno scandisce ticchettando lo scorrere inesorabile del tempo.
Teniamo i lupi lontano vivendo bene.
Lui raspò contro la porta con le nocche pelose.
Sono la tua nipotina, dice imitando la voce da soprano.
Solleva il chiavistello e vieni dentro, tesoro.
Li riconosci dagli occhi, occhi di un animale da preda, occhi notturni e devastanti, rossi come una ferita; gli puoi scagliare addosso la Bibbia e coprirli con il grembiule, nonnina, hai sempre pensato che fosse un sistema sicuro per liberarsi di queste bestiacce infernali...adesso puoi anche invocare Cristo e sua madre e tutti gli angeli del paradiso, che tanto non ti servirà a niente.
Il suo muso da fiera è affilato come un coltello; getta sul tavolo il carico di selvaggina già mordicchiata, insieme al cestino della tua cara bambina.
Oh, Dio mio, che le hai fatto?
Basta travestimenti, si sfila la giacca color verde bosco, il cappello con la piuma: i capelli incolti gli scendono sulla camicia bianca e lei vede agitarsi dentro le pulci. I rami crepitano nel fuoco crollando gli uni sugli altri, la notte e la foresta hanno invaso la cucina del buio impigliato nei suoi capelli.
Si sfila anche la camicia. Ha la pelle del colore e della consistenza di una pergamena. Una striscia di peli arruffati gli scende lungo la pancia; ha i capezzoli gonfi e maturi come frutti velenosi, ma è talmente magro che potresti contargli le costole, se solo te ne concedesse il tempo. Si toglie i calzoni e la donna ora vede come sono pelose le gambe di lui. E i suoi genitali, enormi. Ah, enormi.
L'ultima cosa che la vecchia vide in questo mondo fu un giovane nudo, dagli occhi di brace, avvicinarsi al suo letto.
Il lupo, l'incarnazione di ogni carnivoro.
Quando ebbe finito con lei, si leccò i baffi e si rivestì, in fretta finché non tornò ad essere esattamente lo stesso uomo che era entrato dalla porta. Bruciò i capelli non commestibili dentro il camino e avvolse le ossa in un tovagliolo che poi nascose sotto il letto dentro il baule di legno nel quale trovò un paio di lenzuola pulite. Le sostituì con cura a quelle macchiate e rivelatrici che ficcò dentro il cesto della biancheria sporca. Sprimacciò i cuscini e scosse la trapunta a riquadri; raccolse da terra la Bibbia, la chiuse e l'appoggiò sul tavolo. Era tutto come prima, solo che adesso la nonna non c'era più. La legna crepitava nel focolare, l'orologio ticchettava e il giovane sedette paziente accanto al letto, travestito con la cuffia da notte della nonnina. Toc-toc.
Chi è? fa lui con quella querula voce in falsetto.
Sono la tua nipotina.
E così la bambina entrò portando in casa un turbinio di neve che si trasformò in lacrime sulle piastrelle, forse era un po' dispiaciuta di vedere solo la vecchia nonna seduta vicino al fuoco. Poi lui però si liberò della coperta e volò alla porta, premendoci contro la schiena per impedirle di uscire.
La bambina si guardò intorno e vide che sulla guancia liscia del cuscino non c'era il minimo segno e che, per la prima volta, la Bibbia era chiusa sul tavolo. Il ticchettio dell'orologio risuonò come un colpo di frusta. Voleva prendere il coltello dal cestino ma non osava infilarci dentro la mano perché gli occhi di lui la fissavano - occhi enormi, che adesso parevano scintillare di una luce interiore, unica; occhi grandissimi, pieni di fuoco greco, di una fosforescenza diabolica.
Che occhi grandi hai.
Per vederti meglio.
Della nonna, nessuna traccia se si esclude una ciocca di capelli bianchi rimasta impigliata nella corteccia di un ciocco spento. Quando la vide, la piccola seppe di essere in pericolo di morte.
Dov'è la mia nonna?
Non c'è nessun altro qua dentro.
E un forte ululato si alzò tutto intorno, vicino, molto vicino, come se provenisse dall'orto dietro casa, l'ululato di una moltitudine di lupi; sapeva che i lupi peggiori sono pelosi anche dentro e tremò. A dispetto dello scialle rosso che andava stringendosi addosso come potesse proteggerla, benché fosse rosso come il sangue che stava per versare.
Qualcuno è venuto a cantarci i canti di Natale, chi è? chiese.
Sono le voci dei miei fratelli, tesoro; mi piace la compagnia dei lupi.
Guarda dalla finestra e li vedrai.
La neve copriva la grata, e dovette aprire per guardare in giardino. Era una notte bianca di luna e di neve; la tramontana soffiava intorno alle grigie bestie macilente accucciate tra le file dei cavoli, coi musi puntati alla luna e ululanti come se il cuore gli andasse in pezzi. Dieci, venti lupi - tanti che non riusciva a contare, in quel concerto di folle disperazione. Nei loro occhi si rifletteva il fuoco della cucina in lampi di cento candele.
Fa così freddo, poverini, disse: sfido io che si lamentano tanto.
Chiuse fuori dalla finestra il canto funebre dei lupi e si tolse lo scialle rosso, color dei papaveri, colore del sacrificio, colore del suo sangue mestruale e, poiché la paura non le veniva in aiuto, decise di non provarne più.
Che vuoi che faccia dello scialle?
Gettalo nel fuoco, cara. Non ne avrai più bisogno.
Ne fece un fagottino e lo lanciò tra le fiamme, che subito lo incenerirono. Poi si sfilò la camicia dalla testa; i piccoli seni rilucevano come se la neve avesse invaso la stanza.
Che devo fare della camicetta?
Getta nel fuoco anche quella, cucciolo mio.
La mussola sottile avvampò nel camino come un uccello incantato e poi fu il turno della sottana e delle calze di lana, delle scarpe; finì nel fuoco ogni cosa, una volta per tutte. Il bagliore della fiamma scintillava intorno alla pelle della bambina, il solo indumento intatto a rivestirle le carni. Così, piena di luce, nuda, si ravviò i capelli con le dita: parevano bianchi come la neve. Infine si diresse verso l'uomo dagli occhi rossi nella cui chioma incolta si agitavano le pulci; si tirò su in punta di piedi e gli sbottonò la camicia.
Che braccia grande hai.
Per abbracciarti meglio.
Ogni lupo sulla terra ora intonava il canto di nozze fuori dalla finestra, mentre lei disinvolta gli diede il bacio che gli doveva.
Che denti grandi hai.
Gli vide le fauci riempirsi di bava e udì il Liebestod della foresta invadere la stanza, ma la bambina saggia non battè ciglio, neanche quando il lupo le rispose: Per mangiarti meglio.
La bambina scoppiò a ridere; sapeva di non essere il bocconcino di nessuno. Gli rise in faccia, gli sfilò la camicia e la gettò nel fuoco, tra le ceneri dei suoi stessi vestiti. Le fiamme danzavano come anime morte nella notte di Santa Valpurga e le vecchie ossa sotto il letto presero ad agitarsi e a fare rumore, ma la bambina non ci badò.
Incarnazione del carnivoro, il lupo si sazia solo di sangue innocente.
Lei gli permetterà di appoggiare l'orrido capo sul suo grembo e gli pulirà il pelo dalle pulci ubbidendo al comando, come in un rito di nozze tra selvaggi.
La tormenta si placherà.
E si placò, la tormenta, lasciando le montagne sporche di neve, come se una massaia cieca vi avesse disteso sopra i lenzuoli, e i rami alti dei pini duri di calce bianca, scricchiolanti, carichi di neve.
Luce di neve e di luna, una confusione di impronte sul terreno.
E quiete, tantissima quiete.
È mezzanotte; l'orologio batte le ore. È Natale, il giorno dei lupi mannari; la porta del solstizio è spalancata; che ci sprofondino pure tutti quanti dentro. Guardate, come dorme tranquilla nel letto della nonna, tra le zampe amorevoli del suo lupo.
Tratto da "The Company of Wolves"
("The Bloody Chamber", Angela Carter)
Sette anni dura la vita naturale di un lupo mannaro, ma se ne bruci gli abiti di uomo, lo condanni ad essere lupo per sempre, perciò le vecchie qui da noi pensano che ci si possa proteggere lanciando addosso al lupo mannaro un cappello o un grembiule, come se bastassero gli abiti a farne un uomo. Ma è dagli occhi, da quegli occhi fosforescenti, che lo riconosci sotto ogni spoglia; gli occhi soltanto non subiscono alcuna metamorfosi.
Per diventare lupo, il licantropo si mette nudo. Se ti capita di vedere un uomo nudo in mezzo ai pini, devi correre come se avessi il Demonio alle calcagna.
È il solstizio d'inverno e il pettirosso, amico dell'uomo, si posa a cantare sul manico di una vanga da giardino. Non c'è momento peggiore dell'anno per i lupi, ma questa bambina testarda insiste a voler passare dal bosco. È certa che le bestie feroci non le faranno alcun male, anche se non è mancato chi la mettesse in guardia, convincendola a sistemare un coltellaccio nel cestino che la madre ha riempito di formaggi. C'è anche una bottiglia di liquore fatto in casa distillando bacche di pruno; qualche focaccia d'avena cotta sul fuoco del camino, e un paio di barattoli di confettura. La bambina vuole portare queste leccornie alla nonna costretta a letto e ormai tanto vecchia che il peso degli anni le soffoca la vita. La nonna abita a due ore di cammino nel bosco innevato; la bambina si avvolge in uno scialle pesante e se lo tira sul capo. Si infila gli zoccoli ed è pronta a partire; è la vigilia di Natale. La porta maligna del solstizio oscilla ancora sui cardini dell'anno, ma la piccola è stata troppo amata per conoscere la paura.
La bambina vive e si muove sul pentagramma invisibile della sua verginità. È come un uovo intatto; come un vaso sigillato; ha dentro un luogo magico il cui accesso è vietato dalla presenza di una semplice membrana: è un sistema chiuso; non conosce ancora la paura. Ha il suo coltello e non teme mulla.
Se fosse a casa il padre potrebbe trattenerla, ma è via, nella foresta, e la madre non sa dire di no.
La foresta si richiuse su di lei come una bocca.
C'è sempre qualcosa da guardare in un bosco, persino nel cuore dell'inverno - le sagome gobbute degli uccelli, che hanno ceduto alla stagione del letargo, e si ammucchiano sui rami scricchiolanti senza nemmeno la forza per cantare; le trine dei licheni sui tronchi macchiati delle piante; le orme cuneiformi di conigli e cervi, quelle a spina di pesce degli uccelli; una lepre magra come un foglio di carta velina che attraversa il sentiero, là dove il sole pallido screzia di luce le foglie color ruggine di felci già appassite. Quando udì in lontananza l'urlo agghiacciante del lupo, la sua mano esperta andò al manico del coltello, ma del lupo non vide traccia alcuna, come pure di un uomo nudo, solo che poi sentì un clangore fra gli arbusti e sul sentiero, invece, d'uomo ne apparve uno, giovane e di bell'aspetto, con il cappellaccio da cacciatore e là giacca verde, carica di selvaggina. La bambina aveva portato la mano al coltello al primo fruscio dei rami, ma lui rise sfoderando una fila di bei denti bianchi e le rivolse un inchino a metà tra lo scherzoso e il lusinghiero; non aveva mai visto un uomo tanto bello, di certo non tra gli zotici del suo paese. Perciò insieme proseguirono nel pomeriggio che addensava la luce.
Di lì a poco ridevano e scherzavano come vecchi amici. Quando lui si offerse di portarle il cestino, la bambina glielo diede benché ci fosse dentro il coltello, perché il giovane la rassicurò dicendo che l'avrebbe protetta lui con il fucile. All'imbrunire, riprese a nevicare; lei sentì i primi fiocchi posarsi sulle ciglia ma ormai mancava mezzo miglio appena e ci sarebbe stato un fuoco ad aspettarla, una tazza di tè caldo e un'accoglienza senza dubbio entusiasta tanto per il cacciatore quanto per lei.
Questo giovane teneva in tasca un oggetto straordinario. Una bussola. La bambina guardò vagamente meravigliata il piccolo quadrante di vetro nella mano di lui, e osservò l'ago tremolante. Le assicurò che la bussola lo aveva guidato dentro il bosco durante la battuta di caccia, dal momento che l'ago gli diceva sempre con precisione assoluta dov'era il nord. Lei non gli credette: sapeva di non dover mai abbandonare il sentiero nella foresta, se non volevano smarrirsi all'istante. Lui rise di nuovo; lucidi fili di saliva gli brillavano sui denti. Disse che, se avesse lasciato il sentiero nel bosco che li circondava, poteva garantire di arrivare alla casa della nonna di un buon quarto d'ora prima di lei, seguendo il cammino indicato dalla bussola, mentre lei si affaticava sulla via più lunga e più tortuosa.
Non ci credo. E poi, non hai paura dei lupi?
Lui si limitò a battere sulla canna del fucile e a sorridere compiaciuto.
Vuoi scommettere? le chiese. Vuoi fare una gara? Che cosa mi dai se arrivo per primo a casa di tua nonna?
Tu che cosa vuoi? domandò lei maliziosa.
Un bacio.
Finisce sempre così il corteggiamento fra gente di campagna. Lei abbassò gli occhi e arrossì.
Il giovane tagliò per il bosco portando con sé il cestino, ma lei si scordò la paura delle bestie feroci, anche se ormai nasceva la luna: era decisa a prendere tempo per essere certa che il bel galantuomo vincesse la scommessa.
La casa della nonna si ergeva isolata appena fuori dal villaggio. La neve caduta da poco turbinava nell'orto e il giovane percorse con passo leggero il bianco sentiero che conduceva alla porta, come se non volesse bagnarsi i piedi; faceva ondeggiare il carico di selvaggina e il cestino della bambina, e canticchiava fra sé.
Ha sul mento una sottile striscia di sangue: un assaggio di quanto ha cacciato.
Battè piano alla porta con le nocche. Fragile e vecchia com'è, la nonna si è per lo più rassegnata alla fine ripetutamente annunciata dai dolori che le attraversano le ossa ed è quasi pronta a una resa totale. Un'ora fa è venuto un ragazzo dal paese ad accendere il camino per la notte e in cucina ora crepita un fuoco vivace. Le fa compagnia la sua Bibbia, perché la donna è molto devota. Siede sorretta da molti cuscini sul letto addossato al muro secondo l'usanza rurale, ed è avvolta nella trapunta a riquadri che si è cucita prima di prendere marito, ormai sono tanti anni fa non voler ricordare. Ai lati del camino siedono due spaniel di porcellana dal pelo a macchie rossastre e il naso nero. Sul pavimento di cotto c'è un bel tappeto fatto di stracci a colori vivaci. La pendola del nonno scandisce ticchettando lo scorrere inesorabile del tempo.
Teniamo i lupi lontano vivendo bene.
Lui raspò contro la porta con le nocche pelose.
Sono la tua nipotina, dice imitando la voce da soprano.
Solleva il chiavistello e vieni dentro, tesoro.
Li riconosci dagli occhi, occhi di un animale da preda, occhi notturni e devastanti, rossi come una ferita; gli puoi scagliare addosso la Bibbia e coprirli con il grembiule, nonnina, hai sempre pensato che fosse un sistema sicuro per liberarsi di queste bestiacce infernali...adesso puoi anche invocare Cristo e sua madre e tutti gli angeli del paradiso, che tanto non ti servirà a niente.
Il suo muso da fiera è affilato come un coltello; getta sul tavolo il carico di selvaggina già mordicchiata, insieme al cestino della tua cara bambina.
Oh, Dio mio, che le hai fatto?
Basta travestimenti, si sfila la giacca color verde bosco, il cappello con la piuma: i capelli incolti gli scendono sulla camicia bianca e lei vede agitarsi dentro le pulci. I rami crepitano nel fuoco crollando gli uni sugli altri, la notte e la foresta hanno invaso la cucina del buio impigliato nei suoi capelli.
Si sfila anche la camicia. Ha la pelle del colore e della consistenza di una pergamena. Una striscia di peli arruffati gli scende lungo la pancia; ha i capezzoli gonfi e maturi come frutti velenosi, ma è talmente magro che potresti contargli le costole, se solo te ne concedesse il tempo. Si toglie i calzoni e la donna ora vede come sono pelose le gambe di lui. E i suoi genitali, enormi. Ah, enormi.
L'ultima cosa che la vecchia vide in questo mondo fu un giovane nudo, dagli occhi di brace, avvicinarsi al suo letto.
Il lupo, l'incarnazione di ogni carnivoro.
Quando ebbe finito con lei, si leccò i baffi e si rivestì, in fretta finché non tornò ad essere esattamente lo stesso uomo che era entrato dalla porta. Bruciò i capelli non commestibili dentro il camino e avvolse le ossa in un tovagliolo che poi nascose sotto il letto dentro il baule di legno nel quale trovò un paio di lenzuola pulite. Le sostituì con cura a quelle macchiate e rivelatrici che ficcò dentro il cesto della biancheria sporca. Sprimacciò i cuscini e scosse la trapunta a riquadri; raccolse da terra la Bibbia, la chiuse e l'appoggiò sul tavolo. Era tutto come prima, solo che adesso la nonna non c'era più. La legna crepitava nel focolare, l'orologio ticchettava e il giovane sedette paziente accanto al letto, travestito con la cuffia da notte della nonnina. Toc-toc.
Chi è? fa lui con quella querula voce in falsetto.
Sono la tua nipotina.
E così la bambina entrò portando in casa un turbinio di neve che si trasformò in lacrime sulle piastrelle, forse era un po' dispiaciuta di vedere solo la vecchia nonna seduta vicino al fuoco. Poi lui però si liberò della coperta e volò alla porta, premendoci contro la schiena per impedirle di uscire.
La bambina si guardò intorno e vide che sulla guancia liscia del cuscino non c'era il minimo segno e che, per la prima volta, la Bibbia era chiusa sul tavolo. Il ticchettio dell'orologio risuonò come un colpo di frusta. Voleva prendere il coltello dal cestino ma non osava infilarci dentro la mano perché gli occhi di lui la fissavano - occhi enormi, che adesso parevano scintillare di una luce interiore, unica; occhi grandissimi, pieni di fuoco greco, di una fosforescenza diabolica.
Che occhi grandi hai.
Per vederti meglio.
Della nonna, nessuna traccia se si esclude una ciocca di capelli bianchi rimasta impigliata nella corteccia di un ciocco spento. Quando la vide, la piccola seppe di essere in pericolo di morte.
Dov'è la mia nonna?
Non c'è nessun altro qua dentro.
E un forte ululato si alzò tutto intorno, vicino, molto vicino, come se provenisse dall'orto dietro casa, l'ululato di una moltitudine di lupi; sapeva che i lupi peggiori sono pelosi anche dentro e tremò. A dispetto dello scialle rosso che andava stringendosi addosso come potesse proteggerla, benché fosse rosso come il sangue che stava per versare.
Qualcuno è venuto a cantarci i canti di Natale, chi è? chiese.
Sono le voci dei miei fratelli, tesoro; mi piace la compagnia dei lupi.
Guarda dalla finestra e li vedrai.
La neve copriva la grata, e dovette aprire per guardare in giardino. Era una notte bianca di luna e di neve; la tramontana soffiava intorno alle grigie bestie macilente accucciate tra le file dei cavoli, coi musi puntati alla luna e ululanti come se il cuore gli andasse in pezzi. Dieci, venti lupi - tanti che non riusciva a contare, in quel concerto di folle disperazione. Nei loro occhi si rifletteva il fuoco della cucina in lampi di cento candele.
Fa così freddo, poverini, disse: sfido io che si lamentano tanto.
Chiuse fuori dalla finestra il canto funebre dei lupi e si tolse lo scialle rosso, color dei papaveri, colore del sacrificio, colore del suo sangue mestruale e, poiché la paura non le veniva in aiuto, decise di non provarne più.
Che vuoi che faccia dello scialle?
Gettalo nel fuoco, cara. Non ne avrai più bisogno.
Ne fece un fagottino e lo lanciò tra le fiamme, che subito lo incenerirono. Poi si sfilò la camicia dalla testa; i piccoli seni rilucevano come se la neve avesse invaso la stanza.
Che devo fare della camicetta?
Getta nel fuoco anche quella, cucciolo mio.
La mussola sottile avvampò nel camino come un uccello incantato e poi fu il turno della sottana e delle calze di lana, delle scarpe; finì nel fuoco ogni cosa, una volta per tutte. Il bagliore della fiamma scintillava intorno alla pelle della bambina, il solo indumento intatto a rivestirle le carni. Così, piena di luce, nuda, si ravviò i capelli con le dita: parevano bianchi come la neve. Infine si diresse verso l'uomo dagli occhi rossi nella cui chioma incolta si agitavano le pulci; si tirò su in punta di piedi e gli sbottonò la camicia.
Che braccia grande hai.
Per abbracciarti meglio.
Ogni lupo sulla terra ora intonava il canto di nozze fuori dalla finestra, mentre lei disinvolta gli diede il bacio che gli doveva.
Che denti grandi hai.
Gli vide le fauci riempirsi di bava e udì il Liebestod della foresta invadere la stanza, ma la bambina saggia non battè ciglio, neanche quando il lupo le rispose: Per mangiarti meglio.
La bambina scoppiò a ridere; sapeva di non essere il bocconcino di nessuno. Gli rise in faccia, gli sfilò la camicia e la gettò nel fuoco, tra le ceneri dei suoi stessi vestiti. Le fiamme danzavano come anime morte nella notte di Santa Valpurga e le vecchie ossa sotto il letto presero ad agitarsi e a fare rumore, ma la bambina non ci badò.
Incarnazione del carnivoro, il lupo si sazia solo di sangue innocente.
Lei gli permetterà di appoggiare l'orrido capo sul suo grembo e gli pulirà il pelo dalle pulci ubbidendo al comando, come in un rito di nozze tra selvaggi.
La tormenta si placherà.
E si placò, la tormenta, lasciando le montagne sporche di neve, come se una massaia cieca vi avesse disteso sopra i lenzuoli, e i rami alti dei pini duri di calce bianca, scricchiolanti, carichi di neve.
Luce di neve e di luna, una confusione di impronte sul terreno.
E quiete, tantissima quiete.
Tratto da "The Company of Wolves"
("The Bloody Chamber", Angela Carter)
In Compagnia dei Lupi, (A. Carter - N.Jordan)
Rosaleen è consolata dalla nonna (Angela Lansbury) davanti al cadavere di Alice, uccisa dai lupi. Il padre (David Warner) spiega a Rosaleen che la mamma (Tusse Silberg) non sta bene, perciò lei starà con la nonna: questa la porta a casa con sé attraverso il bosco, spiegandole come comportarsi per non finire nei pericoli come la sua povera sorellina (“Non deviare mai dal sentiero, non mangiare mai una mela caduta e non fidarti mai di un uomo con le sopracciglia che si congiungono”). A casa, la nonna comincia a raccontarle fiabe perché capisca la vita e di chi si può fidare. Turbamenti adolescenziali rivisti in chiave horror fiabesca sono già stati alla base di due ottimi film ( "Fantasie di una tredicenne" e "Lemora la metamorfosi di Satana"). Questo è più casto e calligrafico, forse più omologato e meno trasgressivo, pur rimanendo un lavoro estremamente interessante e in grado, proprio perché più attento alla mitologia fiabesca, di trovare una via originale. Alla base c’è l’opera della scrittrice Angela Carter e il racconto è argutamente strutturato in modo complesso e articolato, con le storie raccontate dalla nonna a riprendere miti e favole famose (Cappuccetto rosso compreso), enfatizzando il ruolo del lupo, rivisito in chiave adulta come elemento liberatore della sessualità. Neil Jordan avviluppa la storia in una cornice sontuosa e figurativamente molto ricca, immersa in un’atmosfera magica e minacciosa con grande varietà di toni, da quelli oscuri della foresta alla luminosità della festa di nozze barocca che culmina in una travolgente serie di trasformazioni licantropesche. Ottimo il cast nel quale spiccano la soave Sarah Patterson e uno stuolo di notevoli attori in ruoli di supporto: David Warner, vigoroso nel ruolo del padre; Graham Crowden, grande attore teatrale e di cinema (indimenticabile in Britannia Hospital); Stephen Rea, attore feticcio di Neil Jordan (e protagonista de La moglie del soldato); e l’ottima Angela Lansbury, perfetta come nonna e famosa Signora in giallo televisiva. Molto buoni e innovativi gli effetti speciali .
"The Company of Wolves", Regia Neil Jordan,(GB,1984)
Dizionario dei film horror
di Salvagnini Rud
Il film è rigoroso e suggestivo nell'interpretare il pensiero di Angela Carter, che non si limitò ad ispirarlo con i suoi racconti, ma collaborò anche alla sceneggiatura. Uno dei pochi casi, in cui una trasposizione cinematografica mi attrae più della scrittura originale. Questo perché, da Proppiana convinta,non riesco ad abbracciare la totalizzante teoria erotico-freudiana-femminista. La Fiaba è anche questo. Come altre scuole di pensiero, valutarla esclusivamente in base ad un'unica suggestione, ad un unico criterio di giudizio, è riduttivo ed inutile. Ma val la pena leggere le opere di Angela Carter perché, in un panorama di desolanti, improvvisati folkloristi, si basava su una cultura solida ed una conoscenza appassionata della materia. E, ai suoi tempi (fine anni '70), fu audace ed innovatrice. Enucleo dal suo libro più popolare, "La Camera del Sangue", i racconti che riguardano "Cappuccetto Rosso" e fanno da fiaba-cornice nel film.
Mab
Cappuccetto Rosso - (Collodi Traduce Perrault)
Quella buona donna di sua madre le aveva fatto fare un cappuccetto rosso, il quale le tornava così bene a viso, che la chiamavano dappertutto Cappuccetto Rosso.
Un giorno sua madre, avendo cavate di forno alcune stiacciate, le disse:
"Va' un po' a vedere come sta la tua nonna, perché mi hanno detto che era un po' incomodata: e intanto portale questa stiacciata e questo vasetto di burro".
Cappuccetto Rosso, senza farselo dire due volte, partì per andare dalla sua nonna, la quale stava in un altro villaggio. E passando per un bosco s'imbatté in quella buona lana del Lupo, il quale avrebbe avuto una gran voglia di mangiarsela; ma poi non ebbe il coraggio di farlo, a motivo di certi taglialegna che erano lì nella foresta.
Egli le domandò dove andava.
La povera bambina, che non sapeva quanto sia pericoloso fermarsi per dar retta al Lupo, gli disse:
"Vo a vedere la mia nonna e a portarle una stiacciata, con questo vasetto di burro, che le manda la mamma mia".
"Sta molto lontana di qui?", disse il Lupo.
"Oh, altro!- disse Cappuccetto Rosso - La sta laggiù, passato quel mulino, che si vede di qui, nella prima casa, al principio del villaggio."
"Benissimo - disse il Lupo - voglio venire a vederla anch'io. Io piglierò da questa parte, e tu da quell'altra, e faremo a chi arriva più presto."
Il Lupo si messe a correre per la sua strada, che era una scorciatoia, con quanta forza avea nelle gambe: e la bambina se ne andò per la sua strada, che era la più lunga, baloccandosi a cogliere le nocciuole, a dar dietro alle farfalle, e a fare dei mazzetti con tutti i fiorellini, che incontrava lungo la via.
Il Lupo in due salti arrivò a casa della nonna e bussò.
"Toc, toc."
"Chi è?"
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso - disse il Lupo, contraffacendone la voce - e vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia."
La buona nonna, che era a letto perché non si sentiva troppo bene, gli gridò:
"Tira la stanghetta, e la porta si aprirà".
Il Lupo tirò la stanghetta, e la porta si aprì. Appena dentro, si gettò sulla buona donna e la divorò in men che non si dice, perché erano tre giorni che non s'era sdigiunato. Quindi rinchiuse la porta e andò a mettersi nel letto della nonna, aspettando che arrivasse Cappuccetto Rosso, che, di lì a poco, venne a picchiare alla porta.
"Toc, toc."
"Chi è?"
Cappuccetto Rosso, che sentì il vocione grosso del Lupo, ebbe dapprincipio un po' di paura; ma credendo che la sua nonna fosse infreddata rispose:
"Sono la vostra bambina, son Cappuccetto Rosso, che vengo a portarvi una stiacciata e un vasetto di burro, che vi manda la mamma mia".
Il Lupo gridò di dentro, assottigliando un po' la voce:
"Tira la stanghetta e la porta si aprirà."
Cappuccetto Rosso tirò la stanghetta e la porta si aprì.
Il Lupo, vistala entrare, le disse, nascondendosi sotto le coperte:
"Posa la stiacciata e il vasetto di burro sulla madia e vieni a letto con me".
Cappuccetto Rosso si spogliò ed entrò nel letto, dove ebbe una gran sorpresa nel vedere com'era fatta la sua nonna, quando era tutta spogliata. E cominciò a dire:
"O nonna mia, che braccia grandi che avete!".
"Gli è per abbracciarti meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che gambe grandi che avete!"
"Gli è per correr meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che orecchie grandi che avete!"
"Gli è per sentirci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che occhioni grandi che avete!"
"Gli è per vederci meglio, bambina mia."
"O nonna mia, che denti grandi che avete!"
"Gli è per mangiarti meglio."
E nel dir così, quel malanno di Lupo si gettò sul povero Cappuccetto Rosso, e ne fece un boccone.
"Racconti delle Fate", Carlo Collodi, da:
Histoires ou Contes du temps passé (1697), Charles Perrault.
Illustrazioni di G. Dorè
Postato nel Forum
La Fiaba originale è postata nella pagina "Testi in Lingua Originale".
giovedì 16 maggio 2013
Cappuccetto Rosso - Grimm n.26
Larsson C.
“Sì, farò tutto per bene”, promise Cappuccetto Rosso alla mamma, e le diede la mano. Ma la nonna abitava fuori, nel bosco, a una mezz’ora dal villaggio. Quando Cappuccetto Rosso giunse nel bosco, incontrò il lupo, ma non sapeva che fosse una bestia tanto cattiva e non ebbe paura. “Buon giorno, Cappuccetto Rosso,” disse questo.
“Grazie, lupo.”
“Dove vai così presto, Cappuccetto Rosso?”
“Dalla nonna.”
“Che cos’hai sotto il grembiule?”
“Vino e focaccia per la nonna debole e vecchia; ieri abbiamo cotto il pane, così la rinforzerà!”
“Dove abita la tua nonna, Cappuccetto Rosso?”
“A un buon quarto d’ora da qui, nel bosco, sotto le tre grosse querce; là c’è la sua casa, è sotto la macchia di noccioli, lo saprai già”, disse Cappuccetto Rosso. Il lupo pensò fra sé: 'Questa bimba tenerella è un buon boccone prelibato per te, devi far in modo di acchiapparla'. Fece un pezzetto di strada con Cappuccetto Rosso, poi disse: “Guarda un po’ quanti bei fiori ci sono nel bosco, Cappuccetto Rosso; perché non ti guardi attorno? Credo che tu non senta neppure come cantano dolcemente gli uccellini! Te ne stai tutta seria come se andassi a scuola, ed è così allegro nel bosco!”
Cappuccetto Rosso alzò gli occhi e quando vide i raggi del sole filtrare attraverso gli alberi, e tutto intorno pieno di bei fiori, pensò: 'Se porto alla nonna un mazzo di fiori, le farà piacere; è così presto che arrivo ancora in tempo'. E corse nel bosco in cerca di fiori. E quando ne aveva colto uno, credeva che più in là ce ne fosse uno ancora più bello, correva lì e così si addentrava sempre più nel bosco. Il lupo invece andò dritto alla casa della nonna e bussò alla porta.
“Chi è?”
“Cappuccetto Rosso, ti porto vino e focaccia; aprimi.”
“Non hai che da alzare il saliscendi - gridò la nonna - io sono troppo debole e non posso alzarmi.” Il lupo alzò il saliscendi, entrò, e senza dir motto andò dritto al letto della nonna e la inghiottì. Poi indossò i suoi vestiti e la cuffia, si coricò nel letto, e tirò le cortine.
Ma Cappuccetto Rosso aveva girato in cerca di fiori, e quando ne ebbe raccolti tanti che più non ne poteva portare, si ricordò della nonna e si mise in cammino per andare da lei.
Cole H.
Quando giunse si meravigliò che la porta fosse spalancata, ed entrando nella stanza ebbe un’impressione così strana che pensò: 'Oh, Dio mio, che paura oggi! e dire che di solito sto così volentieri con la nonna!' Allora si avvicinò al letto e scostò le cortine: la nonna era coricata con la cuffia abbassata sulla faccia, e aveva un aspetto strano.
“Oh, nonna, che orecchie grandi!”
“Per sentirti meglio.”
“Oh, nonna, che occhi grandi!”
“Per vederti meglio.”
“Oh, nonna, che mani grandi!”
“Per afferrarti meglio.”
“Ma, nonna, che bocca spaventosa!”
“Per divorarti meglio!” E come ebbe detto queste parole, il lupo balzò dal letto e ingoiò la povera Cappuccetto Rosso.
Folkard C.
Poi, con la pancia bella piena, si rimise a letto, s’addormentò e incominciò a russare sonoramente. Proprio allora passò lì davanti il cacciatore e pensò fra sé: 'Come russa la vecchia! devi darle un’occhiata se ha bisogno di qualcosa'. Entrò nella stanza e avvicinandosi al letto vide il lupo che egli cercava da tempo. Stava per puntare lo schioppo quando gli venne in mente che forse il lupo aveva ingoiato la nonna e che poteva ancora salvarla. Così non sparò, ma prese un paio di forbici e aprì la pancia del lupo addormentato. Dopo due tagli vide brillare il cappuccetto rosso, e dopo altri due la bambina saltò fuori gridando: “Che paura ho avuto! Era così buio nella pancia del lupo!” Poi venne fuori anche la nonna ancora viva. E Cappuccetto Rosso andò prendere dei gran pietroni con cui riempirono il ventre del lupo; quando egli si svegliò fece per correr via, ma le pietre erano così pesanti che subito cadde a terra e morì.
Erano contenti tutti e tre: il cacciatore prese la pelle del lupo, la nonna mangiò la focaccia e bevve il vino che le aveva portato Cappuccetto Rosso; e Cappuccetto Rosso pensava fra sé: 'Mai più correrai sola nel bosco, lontano dal sentiero, quando la mamma te lo ha proibito'.
II
Raccontano pure che una volta Cappuccetto Rosso portava di nuovo una focaccia alla vecchia nonna, e un altro lupo le aveva rivolto la parola, cercando di convincerla a deviare dal sentiero, ma Cappuccetto Rosso se ne guardò bene, andò dritta per la sua strada e disse alla nonna di aver visto il lupo che l’aveva salutata, guardandola però con occhi feroci: “Se non fossimo stati sulla pubblica via, mi avrebbe mangiata!”
“Vieni - disse la nonna - chiudiamo la porta perché non entri.”
Poco dopo il lupo bussò e disse: “Apri, nonna, sono Cappuccetto Rosso, ti porto la focaccia.”
Ma quelle, zitte, non aprirono; allora il malvagio gironzolò un po’ intorno alla casa e alla fine saltò sul tetto per aspettare che Cappuccetto Rosso, a sera, prendesse la via del ritorno: voleva seguirla di soppiatto per mangiarsela al buio. Ma la nonna capì le sue intenzioni. Davanti alla casa c’era un grosso trogolo di pietra, ed ella disse alla bambina: “Prendi il secchio, Cappuccetto Rosso; ieri ho cotto le salsicce, porta nel trogolo l’acqua dove han bollito.” Cappuccetto Rosso portò tanta acqua, finché‚ il grosso trogolo fu ben pieno. Allora il profumo delle salsicce salì alle nari del lupo; egli si mise a fiutare e a sbirciare giù, e alla fine allungò tanto il collo che non potè più trattenersi e incominciò a scivolare: scivolò dal tetto proprio nel grosso trogolo e affogò. Invece Cappuccetto Rosso tornò a casa tutta allegra e nessuno le fece del male.
Grimm n.26, "Rotkäppchen"
Classificazione: AaTh 0333 [Red Riding Hood]
Il testo in lingua originale è nella pagina Brüder Grimm.
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