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domenica 20 agosto 2017

La Voce della Morte (Romania), Traduzione Mia

Tanto tanto tempo fa, accadde qualcosa.
Se non fosse mai accaduto, non sarebbe mai stato raccontato.
C'era una volta un uomo che pregava Dio ogni santo giorno perché gli concedesse la ricchezza.
Un giorno, le sue innumerevoli e pressanti preghiere trovarono Nostro Signore dell'umore giusto perché gli prestasse ascolto ed esaudisse il suo desiderio. Quando l'uomo divenne molto ricco, non accettò più di morire. Così, decise di mettersi in viaggio e di stabilirsi laddove fosse risaputo che la gente vivesse per sempre. Si preparò per il viaggio, raccontò alla moglie i suoi progetti e partì.
In ogni paese che raggiungeva chiedeva se là gli uomini morivano, e ripartiva immediatamente non appena riceveva una risposta affermativa. Infine, giunse in una terra i cui abitanti gli risposero che non sapevano cosa significasse la parola "morire". Al colmo della gioia, il viaggiatore chiese:
"Ma come mai non vedo un'immensa moltitudine di gente, dal momento che nessuno muore?"
"Vedi, il paese non è sovraffollato - fu la risposta - perché, di tanto in tanto, arriva qualcuno che chiama gli abitanti uno per uno, e chiunque decida di seguirlo non ritorna mai più"
"E gli abitanti possono vedere la persona che li chiama?"
"Perché non dovrebbero?" fu la risposta.
L'uomo non finiva di meravigliarsi della stupidità di coloro che seguivano la persona che li chiamava, benché sapessero che sarebbero stati obbligati a restare là dove li avrebbe condotti.
Ritornò a casa, radunò i suoi beni, e, con la moglie e i figli, andò a stabilirsi nel paese in cui la gente non moriva mai, ma, che, se seguiva il richiamo di un essere misterioso, non tornava più.
Aveva preso l'incrollabile decisione che né lui né la sua famiglia avrebbero mai seguito alcun richiamo, da chiunque provenisse.
Così, dopo che si fu ben sistemato ed ebbe avviato i suoi affari, avvertì moglie e figli che, se non volevano morire, avrebbero dovuto guardarsi dal seguire qualsiasi richiamo. E trascorsero diversi anni in pace, godendosi la vita.
Un giorno, mentre erano tutti riuniti nella loro bella casa, sua moglie, improvvisamente, prese a gridare:
"Arrivo, arrivo..."
E, intanto, si guardava intorno, cercando la sua giacca di pelliccia. Immediatamente, il marito balzò in piedi, le afferrò la mano e la rimproverò:
"Non tieni in alcun conto il mio avvertimento, quindi? Rimani qui se non vuoi morire!"
"Ma non senti che mi chiama? Andrò solo a vedere cosa vuole da me e tornerò subito indietro"
E lottava per liberarsi dalla stretta del marito. L'uomo, però, la teneva con mano ferma e ordinò che venissero sprangate tutte le porte della stanza. Allora, la moglie si calmò e disse:
"Lasciami sola, marito, non m'importa più di uscire".
L'uomo pensò che fosse rinsavita e avesse rinunciato al suo folle impulso, ma, pochi istanti più tardi, la moglie si precipitò verso la porta più vicina, la spalancò precipitosamente e corse fuori. Il marito la seguì, la trattenne per la pelliccia, supplicandola di non andare poiché non sarebbe mai più tornata. Lei abbandonò le braccia lungo il corpo, si piegò leggermente indietro, poi, al'improvviso, si slanciò in avanti, scivolando fuori dalla pelliccia che abbandonò nelle mani del marito, il quale rimase là, impietrito, mentre la donna correva via gridando:
"Arrivo! Arrivo!"


H.J. Ford


Quando la moglie sparì alla sua vista, l'uomo rientrò in sé, tornò a casa e disse:
"Se sei pazza e vuoi morire, allora va', in nome di Dio, non posso farci nulla. Infinite volte ho detto di non seguire alcun richiamo, da chiunque provenga!".
E passarono i giorni, e poi le settimane, i mesi e gli anni, e la pace della casa non fu più turbata.
Un giorno, mentre era, come tutte le mattine, nella bottega del barbiere per farsi radere e aveva già il mento insaponato, e il negozio era pieno di gente, l'uomo incominciò a urlare:
"Non vengo - mi senti? - Non vengo!"
Il barbiere e gli avventori erano sbalorditi. L'uomo, guardando verso la porta, riprese a gridare:
"Una volta per tutte: non ho alcuna intenzione di seguirti! Quindi, vattene!"
E dopo un po':
"Vattene - mi ascolti? - se vuoi salvare la pelle, perché ti ho ripetuto mille volte che non voglio venire!"
Poi, come se sull'uscio ci fosse qualcuno che continuava incessantemente a chiamarlo, l'uomo montò su tutte le furie e gli rivolse frasi deliranti perché non si decideva a lasciarlo in pace. Infine, balzò in piedi, e strappò il rasoio dalle mani del barbiere gridando:
"Dammi qua, ché gli mostri cosa succede a chi infastidisce la gente!"
E si precipitò all'inseguimento di colui che - diceva - continuava a chiamarlo, ma che nessun altro vedeva. Il povero barbiere, che non voleva perdere il suo rasoio, gli andò dietro. L'uomo correva, il barbiere correva finché uscirono dalle porte della città, e, appena fuori dalle mura, l'uomo precipitò in una voragine da cui non riemerse più. Così anche lui, nonostante la sua resistenza, aveva condiviso il destino di chi rispondeva al richiamo della Voce.
Il barbiere ritornò nella sua bottega senza fiato per la gran corsa, e raccontò a tutti ciò che era accaduto. In breve, per il paese si diffuse il convincimento che precipitare nella voragine fosse la sorte toccata a tutti quelli che avevano seguito il richiamo della Voce.
Quando una folla di cittadini si recò sul luogo della disgrazia, per vedere la voragine che aveva ingoiato tutta quella gente, e, tuttavia, non ne aveva mai abbastanza, non trovò nulla: pareva come se dall'inizio dei tempi, al posto del precipizio, si estendesse un'ampia pianura. E, da quel giorno, gli abitanti del paese incominciarono a morire proprio come tutti gli altri esseri umani  di questo mondo.


"Romanian Fairy Tales", Mite Kremnitz.
Traduzione: Mab's Copyright.
Andrew Lang ha incluso questa storia ne "The Red Fairy Book".


giovedì 29 giugno 2017

La Fanciulla con Una Mano Sola, (Africa), A. Lang. Seconda e Ultima parte, Traduzione Mia

a ragazza non riusciva a credere alla propria buona sorte, e, grata per la grande gentilezza con cui era stata accolta, si dimostrò così premurosa e gentile con i genitori del marito che essi, ben presto, l'amarono.
Qualche tempo dopo, la giovane diede alla luce un bambino, ma il Principe fu costretto a lasciarla poiché il Re suo padre lo inviò ad occuparsi di affari di Stato in remote regioni del Regno.
Non era trascorso molto tempo dalla partenza del Principe che il fratello della ragazza decise di recarsi nella capitale. Aveva dilapidato le ricchezze della moglie ed era più povero di prima. Mentre camminava tra la folla, udì un uomo dire:
"Sapete che il figlio del Re ha sposato una donna senza una mano?"
 A queste parole, si fermò e chiese:
"E dove ha incontrato quella donna?"
"Nella foresta", rispose l’uomo, e il crudele fratello intuì che doveva trattarsi di sua sorella.
Il pensiero che la ragazza che aveva tentato di condurre alla rovina si fosse innalzata ad un tale rango accese in lui una rabbia feroce, e giurò che ne avrebbe provocato la caduta. Quello stesso pomeriggio, si recò a Palazzo e chiese udienza al Re.



Leo e Diane Dillon


sabato 24 giugno 2017

La Fanciulla con Una Mano Sola, (Africa), A. Lang. Prima Parte - Traduzione Mia

anto tempo fa, un’anziana coppia viveva in una capanna all'ombra di un boschetto di palme: avevano un unico figlio e un'unica figlia.
Vissero felici insieme per molti anni, ma il padre cadde gravemente malato e sentì di essere in punto di morte. Chiamò i suoi figlioli nell'angolo in cui dormiva sul pavimento - poiché nessuno in quel paese possedeva un letto - e disse al figlio:
"Non ho del bestiame da lasciarti in eredità, ma solo le poche cose che si trovano in casa poiché sono un uomo povero, lo sai bene. Comunque, scegli: vuoi la mia benedizione o i miei beni?"
"I tuoi beni, senz'altro", rispose il figlio e il padre annuì.
"E tu?" domandò il vecchio alla figlia, che stava accanto al fratello.
"Io voglio la tua benedizione", rispose la ragazza, e il padre le diede la sua benedizione di tutto cuore.
Il vecchio morì quella stessa notte, e sua moglie, il figlio e la figlia lo piansero per sette giorni, poi lo seppellirono secondo le usanze del suo popolo.
Era appena finito il periodo di lutto che la madre cadde gravemente malata.
"Sto per lasciarvi - disse ai figli con voce morente - Figlio mio, scegli: vuoi la mia benedizione o i beni?"
"I beni, senz'altro", rispose il figlio.
"E tu, figlia mia?"
"Io voglio la tua benedizione", rispose la ragazza.
La madre le diede la sua benedizione con tutto il cuore e morì quella stessa notte. Finito il periodo del lutto, il fratello ordinò alla sorella di mettere fuori dalla capanna tutti i beni dei loro genitori. La ragazza obbedì e lui portò via ogni cosa, tranne una piccola pentola e un mortaio nel quale la sorella avrebbe potuto macinare il grano... se solo avesse avuto grano da macinare.
La ragazza sedeva triste e affamata, quando una vicina bussò alla sua porta.
"La mia pentola si è incrinata sul fuoco - disse - Prestami la tua perché io possa cucinare la cena e in cambio ti darò un pugno di grano."
La ragazza fu ben felice di accettare, e, quella sera, anche lei ebbe la sua cena.
Il giorno seguente, un’altra donna prese in prestito la sua pentola, e poi un’altra, e un’altra ancòra, poiché nel villaggio non si era mai riscontrato un così alto numero di pentole incrinate. In breve tempo, la ragazza si rinvigorì, e si fece bella florida con tutto il grano che ricavava grazie alla pentola.
Una sera, raccolse un seme di zucca trovato in un angolo, lo piantò vicino al pozzo, e il semino attecchì, germogliò e le diede molte zucche.
Accadde che un giovane del villaggio passasse nei paraggi della località in cui viveva il fratello della ragazza, lo incontrò e scambiarono due chiacchiere.
"Hai notizie di mia sorella?" chiese il giovane, a cui le cose andavano male.
"Si è fatta bella prosperosa - rispose l’altro giovane - Le donne del villaggio prendono in prestito il suo mortaio per macinare il grano e la sua pentola per cucinarlo, e, in cambio, le danno molto più cibo di quanto possa mangiarne."
E se ne andò per la sua strada.
Ma le sue parole avevano aceso una grande invidia nell'animo del fratello.
Senza perder tempo, si mise in viaggio, e, prima di sera, giunse alla capanna della sorella: la pentola e il mortaio erano là fuori. Se li caricò in spalla e ripartì, tutto soddisfatto della propria astuzia. Quando la sorella si svegliò, cercò la pentola per cucinare il grano per la colazione, ma non riuscì a trovarla. Alla fine, si disse:
'Un ladro deve averla rubata mentre dormivo. Andrò a vedere se qualcuna delle mie zucche è matura.'
E, per l'appunto, scoprì che le zucche erano belle mature, ed erano tante e così grosse che la pianta si piegava fin quasi a spezzarsi sotto il loro peso. Così, le mangiò, e, quando fu sazia, portò le zucche restanti al villaggio, dove le cedette in cambio di grano, e le altre donne dichiararono che non avevano mai assaggiato zucche più dolci, e che avrebbe dovuto portare loro ogni giorno tutte quelle che aveva. Dopo qualche tempo, aveva accumulato molto più grano di quanto le servisse per il suo sostentamento, e, in cambio del grano, fu in grado di prendere un altro mortaio e un’altra pentola. E pensò di essere diventata ricca.


Leo e Diane Dillon


martedì 27 dicembre 2016

Urashima Tarō, e la Tir-na-n-Og Giapponese

La leggenda giapponese di Urashima Tarō è probabilmente la più conosciuta in Occidente, forse perché il tema principale, il viaggio in una terra soprannaturale dove il trascorrere del Tempo è pericolosamente diverso, è diffusissimo anche nelle nostre storie. Vengono in mente Oisin e Niam e Tir-na-n-Og, Thomas the Rhymer, e persino le contaminazioni cristiane del tema, con le estasi mistiche che annullano e moltiplicano il passare del Tempo.
Della leggenda di Urashima Tarō esistono numerose varianti. Ne ho ricostruita una, basandomi su quella più diffusa e attendibile.
La variante che si stacca marcatamente da quella che considero l'originale, (o, chissà, forse è, invece, l'ultima traccia dell'antico nucleo), narra di un giovane e ardito pescatore che, in una notte di luna piena, si sporge pericolosamente dalla barca, i lunghi e bellissimi capelli inzuppati di raggi lunari e acqua marina, e cade negli abissi, "reso pazzo dalla Luna", attratto dagli incantamenti della figlia del Dio degli Abissi del Mare, che lo imprigiona nella sua "fredda grotta", disteso su di un letto di sabbia.


Ford H.J.


Nessuna traccia, quindi, del Palazzo del Re Drago e della sua elegante Corte.
E inizia un dialogo in versi, una sorta di nenia, tra la Creatura che chiede l'amore del giovane pescatore poiché i suoi lunghi capelli  "si sono attorcigliati intorno al suo cuore",  e Urashima Tarō, qui sorprendentemente padre di famiglia, che si ostina a rifiutarla invocando la tenerezza verso i proprii bambini e la sua preoccupazione per il loro destino. Infine, la Figlia del Dio del Mare acconsente a lasciarlo libero, in cambio di un'unica notte. Il pescatore acconsente. Liberato con il cofanetto da-non-aprire-mai, ritorna nel suo villaggio. Il finale della storia non muta, se non per una disperata ricerca fra le lapidi del cimitero, alla ricerca di una conferma di cui è, in cuor suo, già consapevole. E, infatti, trova i nomi di tutti i suoi figli, morti vecchissimi, e dei figli dei suoi figli.  E il dono di addio, qui, potrebbe avere in senso, il senso di una fredda vendetta, basato sulla consapevolezza delle debolezze umane.


Yamamoto Hōsui



anto tanto tempo fa, sulle coste del Giappone, nella provincia di Tago, in un modesto villaggio di pescatori,viveva un giovane di nome Urashima Tarō (浦島太郎). Suo padre era stato un abile pescatore, e aveva trasmesso la sua abilità al figlio, che era certamente il pescatore più audace del villaggio e non temeva di spingersi in mare aperto. Tuttavia, più che per il suo ardimento nell'affrontare le onde con qualsiasi tempo, era rinomato per la gentilezza e la grande generosità del suo animo.

mercoledì 7 settembre 2016

Dorani, Fiaba del Punjab (India), Raccolta da A. Lang - Traduzione Mia

Kate Baylay



anto, tanto tempo fa, viveva in una città dell'Hindustan un commerciante di profumi e di essenze che aveva una bellissima figlia di nome Dorani.
La fanciulla era amica di una Fata: entrambe godevano del favore di Indra*, il Signore del Paese delle Fate, poiché il loro canto era di una tale dolcezza e la loro abilità di danzatrici era così raffinata che in tutto il Regno non v'era alcuno che potesse rivaleggiare con loro quanto a grazia e bellezza.
Dorani aveva una lussureggiante, lunghissima chioma di incomparabile magnificenza che pareva oro filato e che profumava di rose appena sbocciate, ma il cui peso le pareva spesso insopportabile; così, un giorno, si tagliò una grossa treccia lucente, l'avvolse in una larga foglia e la gettò nel fiume che scorreva sotto le sue finestre. Ora, avvenne che il figlio di un Re impegnato in una battuta di caccia sostasse sulla riva del fiume per dissetarsi, e, proprio in quel momento, una larga foglia arrotolata che emanava un intenso profumo di rose galleggiò verso di lui. Spinto dalla curiosità, il Principe entrò in acqua e raccolse la foglia; la srotolò, e, al suo interno, scoprì una meravigliosa treccia lucente che pareva oro filato e che emanava un inebriante, delizioso profumo.
Quel giorno, quando tornò a casa, era così triste e silenzioso che suo padre si domandò se si fosse ammalato, e gli chiese cosa avesse. Allora, il giovane trasse dal petto la treccia che aveva trovato nel fiume, la sollevò verso la luce e disse:
"Guarda, padre mio, e dimmi se hai mai visto capelli simili a questi! Se non riuscirò a conquistare e a sposare la fanciulla a cui questa treccia appartiene, ne morirò!"

giovedì 2 giugno 2016

La Figlia del Sole, Grecia (A. Lang-Traduzione Mia)


'era una volta una donna che non riusciva ad avere figliuoli ed era molto infelice. Così, un giorno, si rivolse al Sole dicendo: "Sfera di sole, sfera di sole, mandami una bambina, e, quando avrà dodici anni, potrai riprendertela!"
Subito dopo l'accorato appello della donna, il Sole le inviò una bambina che lei chiamò Letiko e se ne prese gran cura finché la piccola non compì dodici anni.


Stokes M.


Di lì a poco, mentre Letiko era intenta a raccogliere delle erbette aromatiche, il Sole venne a lei e disse: "Letiko, quando torni a casa, di' a tua madre di rammentare la sua promessa".

giovedì 19 maggio 2016

Il Principe che Volle Andare in Cerca dell'Immortalità - Ungheria (A. Lang)


’era una volta, proprio nel bel mezzo di un vasto Regno, una città, e, in quella città c'era un palazzo, e in quel palazzo c'era un Re. Il Re aveva un unico figlio, ed era fermamente convinto che non fosse mai esistito un figlio più assennato e intelligente, e, in verità, il padre non si era risparmiato perché lo diventasse.
Quando il Principe era un bambino, aveva scelto con ogni cura i suoi maestri e precettori, e, quando era diventato un giovanotto, aveva voluto che girasse il mondo in lungo e in largo perché potesse conoscere i costumi degli altri popoli e scoprire che, spesso, valevano almeno quanto i proprii.
Era trascorso un anno da quando il Principe era tornato, e suo padre sentì che era giunto il momento che il figlio imparasse a governare il Regno che un giorno sarebbe stato suo. Però pareva che, nel corso della sua lunga assenza, il carattere del Principe avesse subito una radicale trasformazione. Da ragazzo allegro e cuor contento, era diventato un uomo cupo e pensieroso. Il Re non si raccapezzava sul perché di un simile cambiamento. Si lambiccò il cervello giorno e notte finché non gli parve di aver trovato la spiegazione: il giovane era innamorato!
Ora, il Principe non aveva mai parlato dei suoi sentimenti, anche perché parlava a malapena di qualsiasi argomento; e il padre sapeva che, se davvero voleva andare in fondo alla questione, doveva darsi da fare subito.
Così, un giorno, dopo cena, prese il figlio sottobraccio e lo condusse in un'altra stanza, completamente tappezzata di quadri che ritraevano bellissime fanciulle, una più attraente dell’altra.
"Mio caro ragazzo - gli disse - sei molto triste: forse, dopo aver viaggiato per il mondo, ti annoi a star solo qui con me. Quindi, penso che sarebbe un gran bene se ti sposassi, e ho raccolto in questa stanza i ritratti delle donne più belle del mondo, e di rango non inferiore al tuo. Scegli tra di loro quella che vorresti prendere in moglie e io manderò un ambasciatore a suo padre per chiedere la sua mano."
"Ahimè, vostra Maestà - rispose il Principe - non è l’amore o il matrimonio a rendermi così triste, ma il pensiero, che non mi dà tregua né giorno né notte, che tutti gli uomini, persino i re, devono morire. Mai tornerò ad essere felice finché non avrò trovato un regno in cui la Morte sia sconosciuta. Ho deciso di non concedermi requie e riposo finché non avrò scoperto la Terra dell’Immortalità."
Il vecchio Re ascoltò le sue parole con grande costernazione: la situazione era più grave di quanto pensasse. Tentò di far ragionare il figlio, e gli disse che per tutti quegli anni aveva atteso con impazienza il suo ritorno per affidargli il Trono e le sue incombenze, che gli risultavano ormai assai gravose. Ma fu tutto inutile: il Principe non volle sentir ragioni, e, il mattino dopo, cinta la spada, partì.
Aveva lasciato alle sue spalle il Regno paterno e viaggiava ormai da molti giorni, quando, sul bordo della strada, scorse un albero imponente. Sul ramo più alto era appollaiata un'aquila che scuoteva i rami con tutte le sue forze. Era un comportamento talmente strano ed inusuale per un'aquila che il Principe si fermò a guardare, sorpreso, e l’uccello lo vide e planò verso di lui.
Nel momento in cui le sue zampe toccarono terra, si trasformò in un re.
"Perché mi guardi così sorpreso?", chiese.
"Mi chiedevo perché scrollassi i rami con tanto accanimento", rispose il Principe.
"Sono condannato a farlo perché né io né alcuno della mia famiglia morirà finché mi impegnerò a sradicare questo grosso albero - rispose il Re delle aquile - Ma ormai è sera e non devo più lavorare per oggi. Vieni a casa mia e sii mio ospite per la notte."
Il Principe accettò con gratitudine l'invito dell'Aquila perché era stanco e affamato. A Palazzo, furono accolti dalla bellissima figlia del Re, che ordinò che fosse subito servita la cena. Durante il pasto, l'Aquila domandò al suo ospite se stesse viaggiando per svago o con uno scopo ben preciso. Allora, il Principe gli narrò ogni cosa e affermò che non sarebbe mai tornato a casa finché non avesse scoperto la Terra dell’Immortalità.
L'Aquila disse:
"Caro fratello, tu l’hai già scoperta e mi rallegra il cuore pensare che resterai con noi. Non mi hai appena udito dire che la Morte non avrà potere alcuno su di me né sulla mia famiglia finché non avrò finito di sradicare il grande albero? Ebbene, mi ci vorranno seicento anni di duro lavoro per riuscirci. Sposa mia figlia e viviamo felici tutti insieme. Dopotutto, seicento anni sono un'eternità!"
"Ah, mio caro Sovrano - rispose il giovane - la vostra offerta è molto allettante, pur tuttavia, al termine dei seicento anni, noi dovremo morire, dunque è un vantaggio relativo. No, devo continuare ad andare finché non troverò il Paese in cui la Morte non esiste affatto."
Allora, toccò alla Principessa tentare di convincere l'ospite, ma egli, pur addolorato, scosse la testa. Infine, vedendolo irremovibile, la Principessa trasse da uno stipo una scatoletta contenente il proprio ritratto e gliela porse, dicendo:
"Poiché non vuoi restare, Principe, accetta questa scatolina che, di tanto in tanto, ti rammenterà di noi. Se ti stancherai di viaggiare prima che tu abbia scoperto la Terra dell'Immortalità, apri questa scatola e guarda il mio ritratto: verrai trasportato sia per terra che per mare, rapido come il pensiero o come un turbine di vento."
Il Principe ringraziò la Principessa per il dono, che ripose nella tunica, poi, con suo grande dolore, disse addio all'Aquila e a sua figlia. Mai nessun regalo al mondo si rivelò utile come quella piccola scatola, e molte volte egli si ritrovò a benedire la Principessa per il suo gentile pensiero.
Una sera, grazie alla scatoletta, aveva raggiunto la cima di un'alta montagna, e là vide un uomo calvo, tutto indaffarato a scavare palate di terra e a gettarle in un cesto.


H.J. Ford

sabato 9 aprile 2016

La Moglie Morta - Nativi Americani (A. Lang)






C'era una volta un uomo che viveva con sua moglie nel cuore della foresta, molto lontano dalla loro tribù. Trascorrevano quasi l'intera giornata andando a caccia insieme, finché la donna non fu costretta a restare in casa poiché c'erano tante cose da fare. Così l'uomo andò a caccia da solo, ma scoprì che, da quando la moglie non lo accompagnava più, anche la fortuna lo aveva abbandonato. Una volta, mentre l'uomo era fuori a caccia, la moglie si ammalò, e, dopo qualche giorno, morì.
Il marito, profondamente addolorato, la seppellì nella casa dove aveva trascorso l'intera esistenza. Ma si sentiva così solo che fabbricò una bambola di legno, in tutto simile alla moglie morta, e la vestì con i suoi abiti. Sedette davanti al fuoco e cercò di fingere che sua moglie fosse tornata. Il giorno dopo, andò a caccia, ma, al suo ritorno, per prima cosa, corse dalla bambola e le pulì il viso dalla cenere del focolare che vi si era depositata. Ma, adesso, aveva tanto da fare, doveva cucinare e rammendare, e badare al fuoco, e non aveva nessuno che lo aiutasse. Trascorse così un intero anno.
Una sera, tornando a casa, vide un po' di legna ammonticchiata accanto all'uscio ed un bella fiamma vivace nel focolare. La sera seguente, non trovò solo la legna tagliata e il fuoco acceso, ma anche un bel pezzo di carne nella pentola, quasi pronto per essere mangiato. Si guardò intorno per scoprire chi avesse fatto tutto ciò per lui, ma non vide nessuno. La mattina seguente, andò a caccia, ma nelle vicinanze, e rincasò molto più presto del solito. Era ancòra piuttosto distante quando vide una donna entrare in casa con una fascina sulle spalle. Così, si affrettò verso casa e aprì di colpo la porta: davanti al focolare non sedeva la bambola, ma sua moglie morta.





"Il Grande Spirito si è impietosito per il tuo dolore, così mi ha permesso di tornare da te, ma bada: se tu allungherai la tua mano per toccarmi prima che abbiamo rivisto il nostro popolo, io morirò".
L'uomo ascoltò le sue parole, e, da allora, la donna rimase con lui: raccoglieva la legna e curava il fuoco, finché un giorno, il marito le disse: "Sono passati due anni dalla tua morte. Torniamo dalla nostra tribù. Là starai bene e io potrò toccarti".
E preparò le provviste per il viaggio: una striscia di carne di cervo secca che avrebbe portato lui, e una per lei. La tribù era accampata a sei giorni di cammino, e, quando ne restava solo uno, incominciò a nevicare, ed erano esausti e decisero di fare una sosta. Accesero il fuoco, cucinarono un po' di carne e srotolarono le pelli per coricarsi. Ma il cuore dell'uomo era in tumulto e tese le braccia verso la moglie. Lei agitò le mani e disse:"No, non abbiamo ancòra incontrato nessuno, è troppo presto!"
Ma l'uomo non volle ascoltarla e l'attirò a sé e l'abbracciò... Ed ecco, stava abbracciando la bambola di legno! Nella sua disperazione, l'uomo la lanciò lontano da sé e corse all'accampamento, dove raccontò tutta la storia. Ma c'era chi non gli credeva. Andarono nel punto in cui si erano fermati a riposare e là, giaceva la bambola. Inoltre, sulla neve c'erano le orme di due individui, e due di quelle impronte erano le impronte del piede di una bambola. E l'uomo trascorse nel più amaro rimpianto il resto della sua vita.

Nativi Americani, The Dead Wife,  da "The Yellow Fairy Book", A. Lang
Traduzione: Mab's Copyright


venerdì 18 marzo 2016

Il Soldatino, (Francia) A.Lang - Traduzione Mia


'era una volta un soldatino che era appena tornato dalla guerra: si era comportato da valoroso in battaglia, e, tuttavia, non aveva perso né una gamba né un braccio.
Ma la guerra era finita, l'esercito era allo sbando, e il soldatino dovette prendere la via per il suo villaggio natìo. Ora, il nome del ragazzo era John, ma, per una ragione o per un'altra, gli amici lo chiamavano "Reuccio": il perché nessuno lo sapeva, ma tant'è...
Poiché non aveva né padre né madre ad attenderlo, non aveva fretta, e se la prendeva comoda, zaino in spalla e spada al fianco. Una sera, all'improvviso, fu preso dal desiderio di fumare la pipa: cercò i fiammiferi, ma, con suo grande disappunto, si accorse di averli smarriti. Ad un tiro di pietra dal punto in cui aveva cercato inutilmente i fiammiferi, scorse una luce brillare tra gli alberi. Quando la raggiunse, si ritrovò davanti ad un vecchio castello le cui porte erano spalancate.
Il soldatino entrò nella corte del castello, e, sbirciando attraverso una finestra, scorse un gran fuoco che divampava in fondo ad una sala. Mise la pipa in tasca e bussò con discrezione, chiedendo educatamente:
"Potreste darmi un po' di fuoco?", ma non ottenne risposta. Dopo aver atteso per qualche istante, bussò di nuovo - più energicamente questa volta - ma l'esito fu il medesimo.
Alzò il chiavistello ed entrò: la sala era vuota. Si diresse immediatamente verso il caminetto, e, quando, afferrate le molle, si chinò per cercare un pezzetto di brace per la sua pipa... Clic! Qualcosa scattò proprio in mezzo alle fiamme, e comparve un enorme serpente, che si rizzò fino ad arrivare all'altezza del suo viso.


H.J. Ford


Ad una tale vista molti uomini sarebbero scappati via a gambe levate temendo per la propria vita, ma John, benché fosse un piccoletto, aveva il cuore di un autentico soldato. Si limitò ad indietreggiare e ad afferrare l'elsa della sua spada.
"Non sguainarla - disse il serpente - poiché tu sarai il mio liberatore"
"Chi sei?"
"Mi chiamo Ludovina e sono la figlia del Re dei Paesi Bassi. Liberami e io ti sposerò e ti renderò felice per tutta la vita!"
Beh, parecchi uomini non avrebbero gradito la prospettiva di essere resi felici da un enorme serpente con la testa di donna, ma Reuccio non si lasciava confondere da simili paure. Inoltre, subiva il fascino degli occhi di Ludovina, che lo guardava come un serpente guarda un uccellino. Erano meravigliosi occhi verdi, non rotondi come quelli di un gatto, ma allungati, a forma di mandorla, e brillavano di una strana luce, e i fluttuanti capelli d'oro che li incorniciavano risplendevano ancor di più. Il volto aveva la bellezza di un angelo anche se il corpo era quello di un serpente.
"Che cosa devo fare?", chiese Reuccio.
"Apri quella porta. Ti ritroverai in una galleria che termina in una sala simile a questa. Attraversala. Vedrai un armadio in cui c'è una tunica. Portamela".
Il soldatino si accinse impavidamente ad eseguire la missione che gli era stata affidata. Attraversò senza problemi la galleria, ma, una volta entrato nella sala, vide, alla luce delle stelle, otto mani che fluttuavano all'altezza del suo viso, minacciando di picchiarlo, però, per quanto scrutasse in giro, non riuscì a scorgere i corpi a cui appartenevano.
Il soldatino si slanciò in avanti a testa bassa in mezzo ad una vera tempesta di colpi a cui rispose a suon di pugni. Raggiunto l'armadio, lo aprì, prese la tunica e la portò nella prima sala.
"Eccola", ansimò, quasi senza fiato.
Clic! Ancòra una volta, le fiamme si divisero ed apparve Ludovina: adesso, era donna fino alla vita. Prese la tunica e la indossò. Era una splendida tunica di velluto arancione tempestata di perle, eppure le perle non erano candide come il suo collo.
"Non è finita qui - disse - Ritorna nella galleria, sali su per lo scalone a sinistra, e, nella seconda sala del primo piano, troverai un altro armadio: dentro c'è la mia gonna. Portamela".
Reuccio seguì le istruzioni, ma, entrando nella stanza, invece di otto mani, scorse otto braccia, e ogni braccio reggeva un enorme bastone. Immediatamente, sguainò la spada, e si fece largo con un vigore tale che se la cavò solo con qualche graffio. Prese la gonna, che era di seta, blu come i cieli di Spagna.
"Eccola", disse John quando il serpente fece la sua comparsa: adesso era donna fino alle ginocchia.
"Non voglio altro che le scarpe e le calze - disse - va' e prendile dall'armadio del secondo piano".
Il soldatino si avviò, ma s'imbatté in otto goblins armati di bastoni e con gli occhi che saettavano fiamme. Questa volta, si bloccò sulla soglia.
"La spada non mi servirà a nulla - si disse - Questi miserabili la infrangerebbero come se fosse di vetro. Se non mi faccio venire un'idea, sono un uomo morto."



Lucia Campinoti


Lo sguardo gli cadde sulla porta, che era di robusta e massiccia quercia: la divelse dai cardini, la sollevò sul capo e si slanciò contro i goblins schiacciandoli sotto di essa. Quindi, prese le scarpe e le calze dall'armadio e le portò a Ludovina, che, non appena le ebbe indossate, divenne donna dalla testa ai piedi.
Quando fu completamente vestita, con le calze di seta bianca e gli scarpini blu tempestati di carbonchi ai piedi, ella disse al suo liberatore:

venerdì 5 febbraio 2016

Il Latte Sacro di Koumongoe (Africa Sub-Equatoriale) Traduzione Mia

Lontano lontano, in un Paese molto caldo, un tempo vivevano un uomo e una donna che avevano due figli: un maschio di nome Koane e una femmina chiamata Thakane.
Dall'alba al tramonto, i genitori lavoravano sodo nei campi, riposando all'ombra di un albero quando il sole era alto nel cielo.
La bambina restava sola in casa poiché il fratello si alzava prima dell'alba, quando l'aria era fresca e sottile, e conduceva le greggi là dove l'erba era più tenera.
Un giorno, Koane si svegliò più tardi del solito. I genitori si erano già recati nei campi, e Thakane preparava il pane per la cena.
"Thakane! - gridò - ho sete! Prendimi da bere dall'albero Koumongoe, che ha il latte più buono del mondo!"
"Oh, Koane! - gridò di rimando la sorella - Lo sai che è proibito toccare quell'albero!"
"Sciocchezze! - rispose Koane - Ha tanto latte che non se ne accorgerà nemmeno. Se non me lo porterai, non condurrò le greggi al pascolo: resteranno tutto il giorno chiuse nella capanna e moriranno di fame."
E le voltò le spalle con rabbia, e andò a sedersi in un angolo.
Dopo un po', Thakane disse:
"Fa sempre più caldo, non dovresti condurre fuori le greggi?"
Ma Koane le rispose, imbronciato:
"Ti ho detto che non le condurrò al pascolo oggi. Se io dovrò fare a meno del latte, loro dovranno fare a meno dell'erba".
Thakane non sapeva cosa fare. Aveva paura di disobbedire ai genitori, che, con ogni probabilità, l'avrebbero picchiata. Tuttavia, non vi era dubbio che, se le bestie fossero rimaste chiuse nella capanna, avrebbero sofferto molto, e lei, forse, sarebbe stata picchiata ugualmente. Così, alla fine, prese un'ascia ed una piccola ciotola di terracotta e aprì un forellino nel fianco dell'albero da cui uscì latte a sufficienza per riempire la scodella.
"Ecco il latte che volevi", disse a Koane, che se ne stava tutto imbronciato nell'angolo.
"E questo cos'è? - brontolò - Non basta ad annegare una mosca. Va' e portamene tre volte tanto!"
Tremante di paura, Thakane tornò all'albero e gli inferse un colpo deciso con l'ascia. In un attimo, ne sgorgò tanto latte da riempire la capanna come un fiume in piena.
"Koane! Koane! - gridò Thanake - Vieni ad aiutarmi a tappare il taglio nell'albero o non resterà più latte per i nostri genitori!"
Ma gli sforzi di Koane non ebbero più successo di quelli di Thanake, e, ben presto, il latte straripò dalla capanna e dilagò giù per la collina, fino ai campi in cui lavoravano i genitori.
L'uomo vide l'onda bianca e capì cos'era successo.
"Moglie! Moglie! - disse a gran voce a sua moglie, che lavorava poco lontano - Vedi il Koumongoe precipitare giù per la collina? Questo è un tiro dei ragazzi, ne sono certo. Devo scoprire che hanno combinato". E l'uomo e la donna lasciarono cadere le zappe e corsero verso il Koumongoe. Inginocchiati sull'erba, unirono le mani a mo' di coppa, raccolsero un po' di latte e lo bevvero. E il Koumongoe si ritirò su per la collina e rientrò nella capanna.
"Thakane - dissero severamente i genitori, quando raggiunsero la capanna, ansimanti per la canicola - che fai? Perché il Koumongoe è sceso giù per la collina, fino ai campi, invece di restare nell'orto?"
"E' stata colpa di Koane - rispose la ragazza - Si è rifiutato di condurre le greggi al pascolo finché non avesse bevuto il latte di Koumongoe, così, non sapendo cos'altro fare, gliel'ho portato".
Il padre ascoltò le parole di Thakane, ma non le rispose. Invece, portò nella capanna due pelli di pecora, le macchiò di rosso e mandò a chiamare il fabbro perché forgiasse degli anelli di ferro. Quindi, il collo, le braccia e le gambe di Thakane vennero passati attraverso gli anelli di ferro, e le misero indosso le due pelli di pecora: una davanti e una dietro. Quando tutto fu pronto, il padre mandò a chiamare i servi e disse:
"Voglio sbarazzarmi di Thakane."
"Sbarazzarti della tua unica figlia? - risposero quelli, sorpresi - Ma perché?"
"Perché ha mangiato ciò che non avrebbe dovuto mangiare. Perché ha toccato l'albero sacro, che appartiene a sua madre e a me solamente".
E, voltate loro le spalle, ordinò a Thakane di seguirlo, e s'incamminarono giù per la via che conduceva alla dimora di un Orco.
Mentre passavano lungo i campi in cui maturava il mais, un coniglio spuntò improvvisamente ai loro piedi, si rizzò sulle zampe posteriori, e cantò:

"Perché dai all'Orco
tua figlia, così buona, così bella?"

"E' meglio che tu lo chieda a lei - rispose l'uomo - E' grande abbastanza per risponderti".
E, a sua volta, Thakane cantò:

"Ho dato Koumongoe a Koane, ho dato Koumongoe al custode delle greggi,
Perché, senza Koumongoe, sarebbero morte di inedia nella capanna;
Ecco perché ho dato a Koane il latte di mio padre!"

Appena ebbe udito il suo canto, il coniglio gridò:

"Miserabile uomo! E' te che l'Orco dovrebbe divorare, non la tua bellissima figlia!".

Ma il padre non prestò alcuna attenzione alle sue parole, e affrettò il passo, ammonendo la figlia di tenersi vicina a lui.



Ford H.J.


Cammina cammina, incontrarono un gruppo di quei grandi cervi chiamati elands, che, vedendo Thakane, si fermarono e cantarono:

lunedì 14 dicembre 2015

La Storia della Yara (Brasile), A.Lang - Traduzione Mia

l Sud, dove il sole risplende con tanto ardore che ogni essere inanimato e ogni essere vivente dorme tutto il giorno, e persino la grande foresta sembra assorta in un silente torpore, tranne la mattina presto o la sera tardi, dunque, in questo Paese, vivevano un giovane uomo e una fanciulla. La ragazza era nata in città e se n’era allontanata di rado, ma il giovane era originario di un altro Paese ed era venuto nella città sul grande fiume solo perché dove viveva non riusciva a trovare lavoro.
Qualche mese dopo il suo arrivo, quando le giornate rinfrescarono e la gente non dormiva per tutto il tempo, si tenne una grande scampagnata appena fuori città, e a questa festa accorsero a frotte anche da più di trenta miglia di distanza. Chi venne a piedi e chi a cavallo - alcuni arrivarono in splendide carrozze dorate - ma tutti indossavano magnifici abiti rossi e blu, e nei loro capelli erano intrecciate ghirlande di fiori.
Era la prima volta che il ragazzo partecipava ad una grande festa, e se ne stava in disparte, ammirando le danze armoniose e i piacevoli giochi eseguiti dagli altri giovani. E, mentre guardava, notò una ragazza biancovestita, con purpurei fiori di melograno tra i capelli, che gli parve la più bella di tutte.



Stanislaus Soutten Longley


Quando la festa terminò e il giovane se ne ritornò a casa, il suo comportamento era così insolito da attrarre l’attenzione dei suoi amici.
Il mattino seguente, al lavoro, il ragazzo continuava a vedere il volto della fanciulla mentre lanciava la palla alle sue compagne o intrecciava vaghe danze con gli altri giovani.
Quella notte, il sonno fuggì lontano da lui, e dopo essersi rigirato nel letto per ore, il ragazzo si alzò e andò a tuffarsi in un profondo stagno, poco lontano, nella foresta.
Questo stato di cose andò avanti per settimane, finché, finalmente, la fortuna gli sorrise.
Una sera, passando nei pressi della casa in cui abitava la fanciulla, la vide in piedi, spalle al muro, mentre cercava di respingere con il ventaglio gli assalti di un cane inselvatichito che tentava di azzannarla alla gola. Alonzo - questo era il nome del giovane - accorse e con un solo pugno abbatté il cane, che cadde morto sul selciato. Poi accompagnò la fanciulla terrorizzata e mezza svenuta nell’ampia e fresca veranda in cui sedevano i suoi genitori, e, da quel momento, fu un ospite gradito nella loro casa, e, ben presto, diventò il promesso sposo di Julia.
Ogni giorno, terminato il lavoro, andava a casa della fidanzata, una casa quasi sommersa da arbusti in fiore e rutilanti rampicanti, dove i colibrì sfrecciavano da un cespuglio all'altro, e pappagalli di tutti i colori, rossi e verdi e grigi, strillavano in coro. Lì incontrava l'amata che lo aspettava e trascorrevano insieme un’ora o due sotto le stelle - e le stelle erano così grandi e luminose che sembrava quasi di poterle toccare.
"Che cosa hai fatto ieri notte, dopo essere tornato a casa?", chiese improvvisamente, una sera, la fanciulla.
"Quello che faccio sempre - rispose lui - Faceva troppo caldo per dormire: era perfettamente inutile che mi coricassi; così sono andato nella foresta e ho fatto il bagno in uno dei profondi, scuri stagni nei pressi del fiume. Sono mesi che ci vado ormai, ma la scorsa notte è successa una cosa strana. Stavo per tuffarmi un'ultima volta, quando ho udito, proveniente ora da una parte ora da un'altra, un canto più soave di quello di qualsiasi usignolo, anche se non ho compreso neanche una parola. Sono uscito senza indugio dallo stagno, e, dopo essermi rivestito più in fretta che ho potuto, ho frugato in ogni cespuglio e ho cercato dietro ogni albero, pensando che, forse, il mio amico mi stava facendo uno scherzo, ma non c’era anima viva, e, ritornato a casa, ho scoperto che il mio amico dormiva profondamente".
Man mano che raccontava, Julia si faceva sempre più pallida, e tremava tutta come se avesse un gran freddo. Fin da quando era bambina, aveva sentito storie su terribili Esseri che vivevano nella foresta e si nascondevano sotto le rive del fiume, e che solo potentissimi incantesimi potevano tenere a bada.
La voce che aveva stregato Alonzo apparteneva, forse, a uno di loro? Magari - chi può dirlo? - poteva essere la voce di quell'Essere spaventoso, la Iara, che ghermiva giovani uomini alla vigilia delle nozze.
Per qualche istante, Julia fu sopraffatta dal tumulto dei suoi pensieri, poi disse:
"Alonzo, vuoi farmi una promessa?"
"Di che si tratta?"
"Ha a che fare con la nostra futura felicità"
"Ah, dunque è una cosa seria. Prometto. E adesso spiegami"
"Voglio che tu mi prometta di non bagnarti più in quello stagno", rispose lei, e la sua voce si abbassò tanto da ridursi ad un bisbiglio.
"Ma perché no, regina della mia anima? Non ci sono andato, forse, tutte le notti senza riceverne alcun danno, fiore del mio cuore?"
"Ma potrebbe succedere. Se non prometterai, impazzirò di paura. Prometti!"
"Ma perché? Sei talmente pallida! Perché sei così spaventata?"
"Non hai forse udito quel canto?", chiese lei, tutta tremante.
"Ebbene? Che male potrebbe mai farmi? Era il canto più soave che abbia ascoltato in vita mia!"
"Sì, e dopo il canto arriverà l'apparizione. E dopo... E dopo..."
"Non capisco. E dopo?"
"Dopo... la morte!"
Il giovane la fissò: che fosse davvero impazzita? Discorsi simili non erano proprio da lei. Prima che Alonzo riuscisse a schiarirsi le idee, la fanciulla parlò nuovamente:
"Questo è il motivo per cui ti imploro di non tornare laggiù, per nessuna ragione al mondo, non prima che saremo sposati"
"E che differenza potrà mai fare il nostro matrimonio?"
"Una volta sposato non correrai più alcun pericolo e potrai andare a fare il bagno nello stagno tutte le volte che vorrai".
"Ma perché sei così spaventata?"
"Perché la voce che hai udito - so che riderai, Alonzo, ma è l'assoluta verità - era la voce della Iara".
A quelle parole, Alonzo scoppiò a ridere, ma la sua risata era così stentorea e stridula che Julia si ritrasse da lui sudando freddo. Pareva proprio che il giovane non riuscisse a smettere di ridere, ma, più lui rideva, più la povera fanciulla impallidiva, sussurrando mentre l'osservava:
"O Cielo! Era lei! Era lei! Che farò adesso?"
Benché la voce di Julia fosse poco più di un bisbiglio, Alonzo udì le sue parole, e, pur non smettendo di ridere, scosse il capo in segno di diniego.
"Tu puoi anche non rendertene conto, ma è la verità. Nessuno ride così, a meno che non abbia incontrato la Iara". E Julia si lasciò cadere al suolo piangendo amaramente. A quella vista, Alonzo, ritornato improvvisamente serio, si inginocchiò accanto a lei e con sollecitudine l'aiutò a risollevarsi:
"Non piangere così, angelo mio - disse - Ti prometterò qualsiasi cosa tu voglia purché ti veda sorridere nuovamente".
Con grande sforzo, Julia trattenne il pianto e si rialzò dicendo:
"Il mio cuore è più leggero grazie alle tue parole. So che ti sforzerai di mantenere la promessa e cercherai di stare lontano dalla foresta, ma il potere della Iara è grande e il suono della sua voce riesce a far dimenticare qualsiasi altra cosa al mondo ad un uomo. Oh, io lo so bene. Più di una fidanzata è rimasta sola e con il cuore spezzato. Se mai tu dovessi tornare allo stagno dove hai udito per la prima volta la sua voce, promettimi - almeno - che porterai con te questa scatola".
Aprì una scatola bizzarramente intagliata, ne trasse una grande conchiglia multicolore e cantò una canzone al suo interno.
"Non appena si leverà la voce della Iara - gli disse - accosta la conchiglia all’orecchio e ascolta la mia canzone. Forse - non lo so per certo - ma, forse, potrei essere più forte io della Iara.”





Era notte inoltrata quando Alonzo tornò a casa. In lontananza, la luna scintillava sul fiume, che appariva fresco ed invitante, e sembrava che gli alberi della foresta allungassero i loro rami facendogli cenno di avvicinarsi. Ma il giovane volse con determinazione il viso nella direzione opposta e se ne tornò a casa.
La lotta era stata dura, ma Alonzo ebbe la sua ricompensa il giorno dopo grazie alla gioia e al sollievo con cui Julia lo salutò.
Le assicurò che, avendo vinto la tentazione una volta, non c'era più alcun pericolo, ma Julia, che conosceva bene la malìa del viso e della voce della Iara, non mancò di fargli ripetere la sua promessa.
Per tre notti Alonzo mantenne la parola, non perché credesse all'esistenza della Iara - pensava che le storie su di lei fossero solo sciocchezze - ma perché non avrebbe sopportato le lacrime con le quali sapeva che Julia lo avrebbe accolto se le avesse confessato di essere ritornato nella foresta. A dispetto di tutto, però, quel canto gli risuonava nelle orecchie, e si faceva ogni giorno più forte.
La quarta notte, l’attrazione della foresta divenne irresistibile tanto che né il pensiero di Julia né le promesse che le aveva fatto ebbero la forza di trattenerlo. Alle ventitré in punto si immerse nella fresca ombra degli alberi e s'inoltrò per il sentiero che conduceva al fiume. Tuttavia, per la prima volta, scoprì che gli ammonimenti di Julia - sebbene lì per lì ne avesse riso - gli erano rimasti impressi, tanto che scrutava fra i cespugli con un senso di timore che prima gli era del tutto sconosciuto.
Una volta raggiunto il fiume, si fermò e si guardò intorno per un attimo per essere ben certo che la strana sensazione di essere osservato fosse unicamente frutto della sua immaginazione. La luna splendeva luminosa su ogni albero e lui non vedeva altro che la propria ombra, e non udiva altro che lo sciabordio dei flutti. Si tolse gli abiti, ed era sul punto di tuffarsi, quando qualcosa - non sapeva dire cosa - all’improvviso, lo costrinse a guardarsi intorno.
In quel momento, i raggi della luna forarono una nube cadendo su una bellissima donna dai capelli d’oro che se ne stava mezza nascosta tra le felci. Con un balzo, Alonzo afferrò il mantello, e si slanciò su per il sentiero che aveva percorso, e, ad ogni passo, temeva di sentire una mano posarsi sulla sua spalla.
Soltanto quando si lasciò dietro gli ultimi alberi della foresta e si ritrovò in campo aperto, osò voltarsi a guardare e credette di vedere una bianca figura che continuava ad agitare le braccia avanti e indietro. Era troppo! Corse a perdifiato e non si fermò finché non fu sano e salvo nella propria camera.
Alle prime luci dell'alba, ritornò nella foresta per vedere se gli rusciva di trovare qualche traccia della Iara, ma, per quanto frugasse in ogni cespuglio e ispezionasse ogni albero, non scoprì nulla e l’unico suono che udiva era lo starnazzare dei pappagalli, così sgradevole che sarebbe bastato, da solo, a tener lontano chiunque.
'Devo essere impazzito - si disse - ed è stato solo un sogno'.
E andò in città, a lavorare. Ma o il lavoro era più faticoso del solito o lui doveva essere malato, perché non riusciva a concentrarsi, e chiunque lo incontrasse, vedendolo pallido e spaventato, finiva per chiedergli se gli fosse accaduto qualcosa di grave.
'Devo avere la febbre - si disse - si sa, è pericoloso fare un bagno freddo con questo gran caldo'.
Tuttavia, sapeva, mentre si ripeteva queste parole, che stava contando le ore che mancavano al calar della notte per poter tornare nella foresta. La sera, come sempre, si recò nella casa avviluppata dai rampicanti, ma avrebbe fatto meglio a starsene lontano perché il suo viso era così pallido e il suo comportamento così strano che la povera Julia si accorse che gli era accaduto qualcosa di terribile.
Alonzo si rifiutò di rispondere a qualsiasi domanda e tutto ciò che lei ottenne fu la promessa che avrebbe saputo ogni cosa il giorno seguente. Fingendo un violento mal di testa, si congedò prima del solito e si affrettò verso casa.
Prese una pistola, la caricò e se l’infilò nella cintura. Poi, poco prima di mezzanotte, uscì in punta di piedi, per non svegliare nessuno.
Si precipitò giù per la strada che conduceva alla foresta e non si fermò finché non ebbe raggiunto lo stagno presso il fiume. Impugnata la pistola, prese a guardarsi intorno. Ad ogni minimo rumore - la caduta di una foglia, la corsa di un animale tra i cespugli, il grido di un uccello notturno - sussultava e puntava la pistola in quella direzione. Ma, nonostante la luna risplendesse, non riuscì a scorgere nulla, e poco a poco, gli parve di scivolare in uno stato più simile al sogno che alla realtà, tanto che si appoggiò contro un albero. Non avrebbe saputo dire quanto fosse rimasto in quelle condizioni, ma si scosse di soprassalto sentendo pronunciare sommessamente il proprio nome.
”Chi è là?” gridò, balzando in piedi, ma gli rispose solo un’eco. Poi i suoi occhi furono sempre più attratti dall'acqua scura dello stagno lì accanto, e sembrava che non avrebbe mai potuto distoglierne lo sguardo. Guardava fisso nelle profondità dello stagno da qualche minuto, quando si accorse che, laggiù, un barbaglio di luce si faceva strada nell'oscurità, e diventava sempre più grande e brillante. Fu nuovamente colto da un senso di terrore e tentò inutilmente di staccare lo sguardo dallo stagno, ma qualcosa che era più forte di lui lo costringeva a fissare l'acqua. Infine, essa si spartì delicatamente e Alonzo vide fluttuare sulla superficie dello stagno la bellissima donna da cui era fuggito solo poche notti prima. Si voltò per scappare, ma i suoi piedi erano come inchiodati al suolo.
La donna gli sorrise e  gli tese le braccia, ma quel gesto gli rammentò Julia, come l’aveva vista solo poche ore prima, i suoi ammonimenti e la sua paura per il grave pericolo in cui lui si trovava. La figura si faceva sempre più vicina; con un violento sforzo, Alonzo si scosse dal suo torpore e premette il grilletto. Il colpo provocò un'eco soffocata e si propagò per tutta la foresta, ma la figura continuava a sorridere e ad avanzare verso di lui. Alonzo sparò una seconda volta, e, per la seconda volta, il proiettile fischiò nell’aria, mentre la figura si faceva ancòra più vicina. Un attimo e sarebbe stata al suo fianco. Allora, afferrò la canna della pistola scarica con entrambe le mani e si tenne pronto ad usarla come fosse una mazza se la Iara si fosse avvicinata di più.
Ora sembrava che fosse il turno della Iara di avere paura, perché esitò un istante mentre lui si preparava a sferrare il colpo, la pistola sollevata sulla testa con entrambe le mani. Nella concitazione del momento, lui aveva dimenticato il fiume finché l’acqua gelida non gli sfiorò i piedi, e, allora, si arrestò d’istinto.
La Iara vide la sua esitazione, e, dondolandosi dolcemente, avanti e indietro, sulla superficie dello stagno, incominciò a cantare.
Il canto fluttuava tra gli alberi, ora lontano, ora vicino, nessuno avrebbe potuto dire da dove venisse, tutta l’aria ne sembrava ricolma. Alonzo sentì venire meno i sensi e la volontà. Le braccia gli ricaddero pesantemente lungo i fianchi, ma, ricadendo, urtarono la conchiglia che, come aveva promesso a Julia, aveva sempre portato nell’abito. La sua mente offuscata fu lucida abbastanza per ricordare le parole di Julia, e, con dita tremanti, quasi incapaci di muoversi e afferrare, la tirò fuori. E il canto divenne più dolce e più tenero di prima, ma Alonzo non lo ascoltò e chinò la testa sulla conchiglia: dalle sue profondità, emerse la voce di Julia che cantava per lui come aveva fatto quando gli aveva donato la conchiglia, e, sebbene sul principio le note risuonassero fievoli, esse divennero sempre più alte e sonore finché le nebbie che lo avvolgevano furono spazzate via. Allora, rialzò la testa, sentendo di aver attraversato strani luoghi nei quali non avrebbe vagato mai più, e si mantenne eretto e forte guardandosi intorno: non si vedeva altro che lo scintillio del fiume e le cupe ombre degli alberi; non si udiva altro che il ronzio degli insetti che sfrecciavano nella notte.







Da: "The Brown Fairy Book", di A. Lang
Traduzione: Mab's Copyright

mercoledì 7 ottobre 2015

La Ninfea o Le Fanciulle che Filavano Oro (Estonia) A.Lang - Traduzione Mia

Welz-Stein C.


'era una volta una grande, fitta foresta, e, nella foresta, vivevano una vecchia donna [1] e tre fanciulle. Le fanciulle erano meravigliosamente belle, ma la piccola era la più bella. La loro capanna era ben nascosta dagli alberi, e nessuno aveva mai conosciuto la loro bellezza, se non il Sole di giorno, e la Luna e gli occhi delle Stelle di notte. La vecchia teneva sempre le fanciulle impegnate: da mane a sera, filavano oro purissimo, e, quando una conocchia era ultimata, ecco che ce n'era un'altra da riempire, così non conoscevano riposo. Il filato doveva essere sottile e regolare, e la vecchia lo serbava in una camera chiusa a chiave. In estate, si assentava due o tre volte. Prima di partire, assegnava alle ragazze la quantità di lavoro da portare a termine ogni giorno. Ritornava sempre nel cuore della notte, e le fanciulle non avevano idea di cosa avesse portato con sé, né della destinazione del filato d'oro, né a cosa servisse. Una volta, quando si avvicinava il tempo di uno dei suoi viaggi, la vecchia assegnò ad ogni ragazza la quantità di lino che avrebbe dovuto filare nei sei giorni a venire, e rivolse loro la solita raccomandazione:"Figliuole, non lasciate che il vostro sguardo vaghi qua e là, e, per nessun motivo, rivolgete la parola ad un uomo: se lo faceste, il filato perderebbe il suo splendore e ne conseguirebbero innumerevoli disgrazie" [2].
Il terzo giorno dopo la partenza della vecchia, un giovane Principe [3] che cacciava nella grande foresta si separò dai suoi compagni e si smarrì. Stanco di cercare la strada, si sdraiò sotto un albero, lasciò il suo cavallo libero di vagare dove voleva e cadde addormentato. Al suo risveglio, il sole era ormai tramontato. Il Principe riprese a cercare una via d'uscita dalla foresta, e, infine, con grande gioia, si ritrovò a percorrere uno stretto viottolo, e scoprì che portava ad una capannuccia.
Le fanciulle, che sedevano presso una finestrella a prendere il fresco, lo videro avvicinarsi. Le due maggiori si spaventarono, ricordando le parole della vecchia, ma la più giovane disse:"Non ho mai visto nessuno come lui, lasciate che gli dia un'occhiata!". Le ragazze più grandi le ingiunsero di rientrare, ma, vedendo la sua ostinazione, la lasciarono sola [4]. Intanto, era sopraggiunto il Principe, che, dopo aver cortesemente salutato la fanciulla, le raccontò che si era smarrito e che era stanco ed affamato.
Lei gli offrì del cibo, e, incantata dalla sua conversazione, dimenticò il monito della vecchia e si intrattenne a lungo con lui.
Nel frattempo, i compagni di caccia del Principe, dopo averlo cercato inutilmente battendo in lungo e in largo la foresta, inviarono dei messaggeri a riferire al Re che il figlio s'era smarrito, e il Re ordinò che un reggimento di cavalleria ed uno di fanteria si mettessero immediatamente sulle sue tracce.


Scheppach Ines


Dopo averlo cercato per tre giorni, lo trovarono, infine, seduto davanti alla capanna con la fanciulla: aveva trovato talmente affascinante la sua compagnia che gli pareva che fosse trascorsa soltanto un'ora. Nel congedarsi, le promise che sarebbe tornato per condurla con sé a Corte. La fanciulla si affrettò a sedere all'arcolaio per recuperare il tempo perduto, ma, con suo grande sgomento, scoprì che il filato aveva perduto tutto il suo prezioso splendore [5]. Il cuore le batteva a precipizio nel petto, e pianse amaramente ricordando il monito della vecchia e non sapendo quale terribile disgrazia stesse per abbattersi su di lei. Durante la notte, tornò la vecchia, e, vedendo il filato opaco, capì cos'era accaduto in sua assenza. Andò su tutte le furie e gridò alla fanciulla che non aveva idea di quale sventura avesse attirato su di sé e sul Principe [6].
Questo pensiero non lasciava requie alla ragazza, che, infine, decise di andare in cerca del Principe per chiedere il suo aiuto.
Quand'era bambina aveva imparato il linguaggio degli uccelli, e, adesso, questa conoscenza le tornò utile [7]. Vide un corvo che si ravviava le penne su di un ramo, e, piangendo sommessamente, gli disse:
"Caro Corvo, il più intelligente e veloce fra gli uccelli, vuoi aiutarmi?"
"Come posso aiutarti?", chiese il corvo.
"Vola lontano, fino alla grande città dove sorge il Palazzo del Re, cerca suo figlio e raccontagli la grande disgrazia in cui mi trovo". E raccontò al corvo come il filato avesse perduto il suo splendore, quanto si fosse infuriata la vecchia e che una qualche terribile sventura stava per colpirla. Il corvo promise di riferire fedelmente le sue parole, spiegò le ali e prese il volo. La fanciulla tornò a casa e si mise a lavorate sodo, avvolgendo il filato delle altre fanciulle, poiché la vecchia non voleva che toccasse l'arcolaio. Verso sera, sentì il richiamo del corvo, e si affrettò a raggiungere l'albero dove lo aveva visto la prima volta, per ascoltare la risposta del Principe.
La buona sorte aveva fatto sì che, nei giardini del Palazzo, il corvo si imbattesse nel figlio di un Mago del Vento che conosceva il linguaggio degli uccelli, e a lui aveva affidato il messaggio per il Principe. Questi si addolorò moltissimo per la fanciulla e si consigliò con i suoi amici su come liberarla.
Poi, disse al figlio del Mago del Vento:"Prega il corvo di affrettarsi a tornare dalla fanciulla per avvertirla di tenersi pronta la nona notte, poiché la porterò via con me".


Welz-Stein C.


Il figlio del Mago del Vento eseguì i suoi ordini e riferì il messaggio, e il corvo volo così rapidamente che raggiunse la capanna quella sera stessa. La fanciulla ringraziò il corvo di tutto cuore e rientrò in casa, senza dire ad alcuno una parola su ciò che le era stato riferito. Man mano che la nona notte si avvicinava, ella si incupiva sempre più, temendo che la terribile disgrazia profetizzata rovinasse tutto. La nona notte, la fanciulla scivolò silenziosamente fuori, e attese ad una certa distanza dalla capanna, tremando tutta. E, in effetti, udì il suono ovattato degli zoccoli dei cavalli, ed ecco apparire una compagnia di uomini in armi guidata dal Principe in persona, che, la volta precedente, aveva segnato gli alberi per essere sicuro di ritrovare la strada per la capanna. Non appena scorse la fanciulla, saltò giù da cavallo, sollevò la ragazza fra le braccia, la sistemò sulla sella, salì dietro di lei e galoppò verso casa. La luce della luna era così intensa e brillante che scoprirono con facilità gli alberi segnati. Pian piano, l'aurora sciolse le lingue degli uccelli, e, se solo il Principe avesse conosciuto il loro linguaggio o la fanciulla si fosse messa in ascolto, si sarebbero risparmiati tante sofferenze, ma non avevano occhi e pensieri che l'uno per l'altra, e, quando uscirono dalla foresta, il sole era alto nel cielo [8].
Quella mattina, quando la più giovane delle ragazze non si presentò al lavoro comune, la vecchia chiese dove fosse. Le sorelle finsero di non saperne nulla, ma la vecchia indovinò facilmente ciò che era accaduto, e, poiché era in realtà una malefica strega, decise di punire i fuggitivi. Quindi, raccolse nove differenti qualità di piante dalle proprietà magiche, vi aggiunse del sale, dopo averlo incantesimato, e chiuse il tutto in un panno che serrò in forma di una soffice palla. Poi, affidò la palla stregata alle ali del vento, dicendo:

"O Turbine - Madre del Vento!
Concedimi il tuo aiuto contro colei che ha peccato.
Porta con  te questa palla incantata,
Strappa per sempre la fuggitiva dalle braccia del suo amato,
E seppelliscila nel fiume vorticoso!"

A mezzogiorno, il Principe e i suoi cavalieri raggiunsero un fiume impetuoso, attraversato da un ponte così stretto che solo un uomo a cavallo per volta poteva percorrerlo. Il cavallo montato dal Principe e dalla fanciulla era giunto appena a metà del ponte che arrivò in volo la palla stregata, portata dal vento.
Terrorizzato, il cavallo si imbizzarrì [9], e, prima che chiunque potesse far qualcosa, lasciò cadere la fanciulla nei gorghi del fiume sottostante.


Scheppach Ines


Il Principe tentò di tuffarsi per raggiungerla, ma i suoi uomini lo trattennero, e, nonostante i suoi sforzi per liberarsi, lo ricondussero a casa, dove, per sei settimane, egli si rinchiuse in una camera appartata, rifiutando di bere e di mangiare, tanto straziante era il suo dolore. In breve, si ammalò così gravemente che ormai gli restava ben poco da vivere, e il Re, angosciato, ordinò che fossero mandati a chiamare tutti i Maghi del Regno. Ma nessuno riuscì a guarirlo. Allora, il figlio del Mago del Vento disse al Re:
"Mandate a chiamare il Mago della Finlandia: ne sa più lui di tutti i vostri Maghi messi insieme!"
Il Re inviò immediatamente un messaggero in Finlandia, e, una settimana più tardi, il vecchio Mago in persona arrivò a Palazzo sulle ali del vento.
"Vostra Maestà - disse - il vento ha soffiato la malattia su vostro figlio e gli ha strappato la sua amata dalle braccia causandogli questa sofferenza senza requie. Lasciate che sia il vento a portare via il suo male".
Allora, il Re ordinò che il figlio venisse esposto al vento, e il Principe, lentamente, guarì, e gli raccontò ogni cosa.
"Dimentica quella fanciulla! - disse il Re - E prenditi una nuova sposa", ma il Principe rispose che non avrebbe mai potuto amare un'altra donna.
Un anno dopo, il Principe decise improvvisamente di ritornare sul ponte dove la sua amata aveva incontrato la morte. Ricordando quella terribile sventura, pianse amaramente: avrebbe dato tutto ciò che possedeva per riaverla viva. All'apice del suo sfogo, gli parve di udire cantare una voce di donna. Si guardò intorno, ma non vide nessuno. E la voce riprese a cantare:

"Ahimè! Stregata e dimenticata,
Qui dovrò giacere per sempre,
Il mio amato mai si curò di liberarmi,
lui che giurava di amarmi!" [10]

Sbalordito, il Principe balzò giù dal cavallo, e scrutò ovunque, nel caso qualcuno si fosse nascosto sotto il ponte, ma non vide nessuno. Poi, notò una ninfea gialla che galleggiava sull'acqua, seminascosta dalle sue larghe foglie. Ma i fiori non cantano, e, stupefatto, il Principe attese, sperando che la voce cantasse ancòra. E la voce riprese:

"Ahimè! Stregata e dimenticata,
Qui dovrò giacere per sempre,
Il mio amato mai si curò di liberarmi,
lui che giurava di amarmi!"

E, all'improvviso, al Principe vennero in mente le altre due fanciulle che filavano oro nella capanna della foresta, e si disse:
'E se andassi fin laggiù? Chissà che non possano spiegarmi ciò che accade'.
Senza porre tempo in mezzo, galoppò fino nel folto della foresta e trovò le due fanciulle accanto alla fonte. Raccontò loro la mortale disgrazia che si era abbattuta sulla sorella l'anno prima, e riferì di aver udito per ben due volte una strana canzone, ma di non essere riuscito a scorgere chi la intonasse. Le fanciulle dissero che la ninfea gialla non poteva essere altri che la sorella più giovane, la quale non era morta, ma era stata trasformata dal maleficio della palla stregata.


Spalenka Greg


Prima che il Principe andasse a riposarsi, la maggiore preparò un dolce di erbe magiche e glielo offrì, e, quella notte, egli sognò che comprendeva tutto ciò che gli uccelli della foresta si dicevano l'un l'altro. La mattina dopo, raccontò il sogno alle fanciulle, che gli rivelarono le virtù magiche del dolce, e gli raccomandarono di ascoltare e di prestare grande attenzione a ciò che gli uccelli avevano da raccontare. Poi, lo implorarono affinché, una volta salvata la sorella, tornasse a liberarle da quella prigione stregata. Dopo aver promesso solennemente che sarebbe tornato, il Principe si avviò, pieno di speranza, sulla strada verso casa, e, mentre cavalcava attraverso la foresta, riusciva a comprendere tutto ciò che gli uccelli si dicevano l'un l'altro. Udì un tordo esclamare, rivolgendosi ad una gazza:
"Ma quanto sono stupidi gli uomini! Non riescono a comprendere le cose più semplici. E' passato un anno da quando la fanciulla venne trasformata in una ninfea, e, benché ella canti così tristemente che chiunque passi su quel ponte non possa fare a meno di sentire, pure, nessuno è andato in suo soccorso. Qualche giorno fa, anche il suo antico innamorato è passato su quel ponte e l'ha udita cantare, ma non si è certo dimostrato più sveglio degli altri!"
"Ed è lui da biasimare per tutte le disgrazie della poverina - disse la gazza - poiché, se continuerà a prestare attenzione solo alle parole degli uomini, la fanciulla resterà fiore per sempre. Ma il mistero della sua liberazione solo il Mago della Finlandia lo conosce!"
Udite queste parole, il Principe prese a domandarsi come avrebbe potuto far arrivare il più velocemente possibile un messaggio al Mago della Finlandia, quando sentì una rondine dire ad un'altra:"Voliamo in Finlandia! Là potremo fabbricare nidi migliori!"
"Fermatevi, gentili amici! - gridò il Principe - Volete fare qualcosa per me?"
Le rondini accettarono, e il Principe disse:
"Porgete i miei ossequii al Mago della Finlandia e chiedetegli come posso restituire le sue vere sembianze ad una fanciulla trasformata in un fiore".
Le rondini volarono via, e il Principe si diresse al ponte, e, lì, attese invano che la voce cantasse di nuovo, ma non udì altro che il lamento del vento e il rombo dell'acqua, e, deluso, se ne tornò a Palazzo.
Poco dopo, si trovava nei giardini del Castello e pensava che le rondini avessero dimenticato il suo messaggio, quando vide un'aquila roteare in alto, sul suo capo. L'aquila planò lentamente finché si posò su di un albero accanto al Principe e disse:
"Il Mago di Finlandia ti invia i suoi saluti e mi incarica di dirti che puoi liberare la fanciulla nel seguente modo: Va' al fiume, ricopriti da capo a piedi di fango e di': 'Da uomo in granchio!', e ti trasformerai in un granchio. Tuffati in acqua senza esitare e avvicinati il più possibili alle radici della ninfea per liberarle dal fango e dalle canne. Ciò fatto, afferra con le tue chele le radici e portale in superficie; quindi lascia che l'acqua trascini la ninfea finché non arriverete ad un sorbo rosso, sulla riva sinistra del fiume. Lì vicino c'è una grande pietra. Fermati e di': 'Da granchio in uomo, da ninfea in fanciulla', ed entrambi riavrete fattezze umane".
Il Principe era dibattuto fra dubbi e timori e lasciò passare un po' di tempo nell'attesa di trovare l'audacia per tentare di liberare l'amata finché un corvo gli disse:
"Perché esiti? Il vecchio Mago non si sbaglia e gli uccelli non ti hanno ingannato, quindi, va', affrettati ad asciugare le lacrime della fanciulla".
'Il peggio che mi possa capitare - pensò il Principe - è di trovare la morte nell'impresa, e la morte è preferibile a un dolore senza fine!'
Ancòra una volta si recò al ponte, e, ancòra una volta, udì il lamento della fanciulla. Allora, senza più esitare, si ricoprì di fango, disse:"Da uomo in granchio", si trasformò in granchio e si tuffò nel fiume.
Per un attimo, sentì il ronzio dell'acqua, poi, tutto fu silenzio. Si avvicinò alla ninfea e si diede da fare per liberare le radici dal fango e dalle canne, ma esse erano così strettamente avviluppate che gli ci volle molto tempo. Infine, riuscì a portarle in superficie e lasciò che la ninfea venisse trasportata dalla corrente finché non scorse il sorbo rosso, e, lì accanto, la grande pietra. Allora si fermò e disse:"Da granchio in uomo e da ninfea in fanciulla", e riacquistò le sue vere sembianze e accanto a lui c'era la fanciulla: era dieci volte più bella di prima e indossava una veste giallo pallido scintillante di gioielli. [11]
Ella lo ringraziò per averla liberata dal potere della strega crudele e acconsentì volentieri a sposarlo. Ma, una volta risaliti sul ponte, non ci fu verso di ritrovare il cavallo: infatti, il Principe era convinto di aver trascorso solo poche ore sotto forma di granchio, ma, in realtà, erano passati più di dieci giorni. Mentre si chiedevano come fare a raggiungere il Palazzo, ecco arrivare lungo la riva un magnifico cocchio tirato da sei cavalli splendidamente bardati [12]. Vi salirono e raggiunsero la reggia; il Re e la Regina erano chiusi in cappella a piangere il figlio che credevano morto. Fu quindi con grande gioia e stupore che videro entrare il Principe, che recava per mano una bellissima fanciulla. Il matrimonio fu celebrato seduta stante, e per sei settimane, si tennero in tutto il Regno. banchetti, balli e festeggiamenti.
Qualche tempo dopo, mentre il Principe e la sua sposa sedevano nei giardini, giunse un corvo e disse:
"Che ingrate creature! Avete dimenticato le due povere fanciulle che vi hanno aiutato nel momento dell'angoscia più grande? Devono filare lino in oro per sempre? E non abbiate alcuna pietà per la vecchia strega. Le tre fanciulle sono tre Principesse che ella rapì quando erano bambine: che il veleno sia il suo castigo!"
Il Principe si vergognò di non aver mantenuto la parola data. Immediatamente, corse alla capanna nella foresta. Per fortuna, la vecchia non c'era. Le fanciulle avevano visto in sogno ch'egli sarebbe arrivato e si fecero trovare pronte. Prima di fuggire, lasciarono sul tavolo un dolce che avevano riempito di veleno, sapendo che avrebbe attratto l'attenzione della strega. E, infatti, cosi fu. La vecchia vide il dolce e lo trovò molto invitante: lo mangiò e morì all'istante, uccisa dal veleno. Nella camera segreta scoprirono cinquanta carri di filato d'oro, e altrettanti erano stati sotterrati. La capanna venne rasa al suolo e il Principe, la sua sposa e le due fanciulle vissero felici per sempre. [13]



Sauvant H.


Traduzione: Mab's Copyright
"The Water Lily. The Gold Spinners", da "The Blue Fairy Book", Andrew Lang.


Note (mie)
Nell'omonimo racconto di Friedrich Reinhold Kreutzwald, redattore del poema epico èstone Kalevipoeg, al quale questa fiaba è strettamente legata:

[1] La vecchia, definita letteralmente "zoppa vecchia donna", è indicata come la madre delle tre filatrici.

[2] L'ammonizione è: Non spezzate il filo.

[3] Il Principe è "della stirpe di Kalev", mitico eroe nazionale èstone.

[4] Tutt'e tre le filatrici si intrattengono con il Principe, poi, le maggiori, vinte dal sonno, si ritirano, mentre la più giovane rimane a conversare con lui, e l'incontro romantico si prolunga per tre giorni.

[5] Congedatasi dal Principe, la fanciulla scopre che il filo si è spezzato, e - di conseguenza - ha perduto il suo splendore.

[6] Al suo ritorno, la vecchia, avendo intuito la presenza di un uomo, impreca orribilmente e giura che, se dovesse tornare, gli spezzerebbe il collo e getterebbe le sue carni alle bestie feroci.

[7] La fanciulla ha appreso dalla madre il linguaggio degli uccelli.

[8] Il biasimo del mancato ascolto ricade solo sulla fanciulla, come è ovvio, dal momento che lei soltanto può comprenderne il linguaggio.

[9] La palla stregata attacca il cavallo come un tafano.

[10] La fanciulla dice che la sua sepoltura sono le acque di Ahti - Dèa delle acque èstone.

[11] Poiché il Principe si è liberato dei vestiti per ricoprirsi completamente di fango, e la fanciulla è un'ex ninfea, entrambi sono: Nudi come Dio li aveva fatti. Lei si nasconde dietro il sorbo e lui corre sul ponte, ma non ritrova né il cavallo, né i proprii abiti.

[12 ] A bordo del cocchio ci sono un valletto ed una cameriera personale che rivestono il Principe e la fanciulla con magnifici abiti nuziali. Ed è già abbigliati da sposi che fanno il loro ingresso nella cappella, dove il Re e la Regina, vestiti a lutto, piangono il figlio creduto morto.

[13] Finale: gli sposi lasciano passare l'autunno seguente e l'inverno finché una gazza giunge a rimproverare la loro ingratitudine nei confronti delle filatrici rimaste nel bosco. La sposa sogna che la vecchia è partita per uno dei suoi soliti viaggi, così il Principe può liberare le sue sorelle senza eccessivi rischi. Una volta liberate le filatrici ed uccisa la strega, un fedelissimo del Principe ispeziona la capanna e trova i cinquanta carichi di gomitoli d'oro. Ma - si specifica - la vecchia doveva averne seppellite altrettanti che, per quanto si scavasse, non furono mai ritrovati. Inoltre, i soldati, con l'aiuto di un uccello parlante, catturano un gatto demoniaco, che, morta la vecchia, ha riacquistato la parola, ma non il sembiante umano. Grazie a lui, è reso noto l'antefatto della storia: il "gatto" era ciambellano presso un grande Re, mentre la strega era la cameriera personale della Regina. Decisero di rapire le Principessine, con una gran quantità di vasellame d'oro che la strega mutò in filato. Per timore di un suo ripensamento, la vecchia trasformò il ciambellano in gatto. Adesso il "gatto" implora pietà, ma l'uccello ne decreta la stessa fine della strega e viene gettato nel fuoco.

Poiché si specifica che "per avidità" decidono di rapire le Principesse, sono certa che, magari in qualche antica ballata, le bambine avevano dalla nascita il dono di filare oro.

Mab

lunedì 21 settembre 2015

Il Brownie del Lago, Francia, Traduzione Mia

anto, tanto tempo fa, viveva in Francia un uomo di nome Jalm Riou. Avreste potuto cercare per miglia e miglia all'intorno senza riuscire a trovare un uomo più felice e soddisfatto di lui! Possedeva una grande fattoria, denaro in quantità, e, soprattutto, era padre della più leggiadra ballerina ed elegante fanciulla del circondario: Barbaik. Quando, nei giorni di festa, la ragazza indossava la sua cuffia ricamata, e le cinque gonne, ognuna leggermente più corta dell'altra, e le scarpette con le fibbie d'argento, le altre donne scoppiavano d'invidia, ma a Barbaik poco importava che mormorassero alle sue spalle poiché sapeva che i suoi abiti erano i più belli e che aveva molti più corteggiatori di ogni altra ragazza.


Froud B.



Ora, tra i giovanotti che la volevano in moglie, ce n'era uno che le aveva donato interamente il suo cuore. Era il capoccia del padre, ma le sue maniere erano rozze, ed era talmente brutto che Barbaik non se ne curava affatto, e, quel che è peggio, spesso rideva di lui, come tutti gli altri. Naturalmente, Jegu - questo era il nome del capoccia - venne a saperlo e ne soffrì moltissimo, tuttavia, egli non cercò lavoro altrove e non lasciò la fattoria, come sarebbe stato giusto e saggio, poichè si sarebbe allontanato per sempre da Barbaik e non avrebbe potuto neanche vederla, e, allora, che senso avrebbe avuto continuare a vivere?
Una sera, tornando dai campi con i cavalli, si fermò presso un laghetto perché potessero dissetarsi. Con un braccio intorno alla criniera di uno dei cavalli e la mente a Barbaik, attendeva pazientemente che gli animali finissero di abbeverarsi, quano udì una voce provenire da un cespuglio lì vicino:
"Che hai, Jegu? Non disperarti così".
Il giovanotto trasalì per la sorpresa e si guardò intorno.
"Chi c'è?", chiese.
"Sono io, il Brownie del lago", rispose la voce.
"Ma dove sei?"
"Sono qui vicino: cerca nel canneto e vedrai una ranocchietta verde. Sono capace di assumere le sembianze che voglio - aggiunse fieramente - e, cosa ancòra più difficile, posso diventare invisibile, se mi va!"
"Allora mostrati a me con il sembiante proprio della tua gente", disse Jegu.
"Ma sicuro! Se vuoi così". E la ranocchia saltò sul dorso di uno dei cavalli e si trasformò in un piccolo gnomo vestito di verde.


Froud B.


La trasformazione spaventò Jegu, ma il Brownie lo esortò a non avere timore poiché non aveva intenzione di fargli alcun male. Anzi, sperava di potergli essere utile.
"Perché hai tutto questo interesse per me?", chiese il contadino, diffidente.
"In virtù di un favore che ho ricevuto da te l'inverno scorso, e che non ho mai dimenticato. Tu sai di certo che i Korigans che dimorano a White Corn hanno dichiarato guerra al mio popolo, in nome della loro amicizia per l'Uomo. Così fummo obbligati a trasferirci in terre lontane e a nasconderci assumendo l'aspetto ora di un animale ora di un altro. Da allora, un po' per abitudine, un po' per divertimento, abbiamo continuato a trasformarci, ed è stato in queste circostanze che ti ho incontrato".
"Come?" domandò Jegu, colmo di stupore.
"Ricordi quando, tre mesi fa, mentre zappavi in un campo lungo il fiume, trovasti un pettirosso intrappolato in una rete?"
"Oh, sì, lo ricordo bene: sciolsi la rete e lo lasciai andare"
"Beh, quel pettirosso ero io! Da allora, speravo di diventare tuo amico, e poiché so quanto desideri sposare Barbaik, ti proverò la mia sincerità aiutandoti ad ottenere ciò che vuoi".
"Oh, caro Brownie! Se ci riuscissi davvero, non ti rifiuterei nulla, tranne la mia anima!"
"Va', allora, e ti prometto che, entro pochi mesi, avrai la fattoria e Barbaik!"
"Ma come pensi di riuscirci?", chiese Jegu, pieno di meraviglia.
"Questo è affar mio. Magari, un giorno te lo dirò. Intanto, mangia e dormi e non ti curare di nient'altro".
Jegu gli assicurò che nulla gli sarebbe risultato più facile, quindi, togliendosi il berretto, lo ringraziò di tutto cuore e ricondusse i cavalli alla fattoria.
Il mattino seguente era una giornata di festa, e Barbaik si alzò prima del solito perché voleva sbrigare tutte le faccende in tempo per recarsi ad un ballo che si teneva ad una certa distanza dalla fattoria paterna. Per prima cosa, si recò alla stalla dove tenevano le mucche, poiché rientrava tra i suoi doveri tenerla pulita e pensare alla mungitura. Con grande sorpresa, scoprì che il pavimento era ricoperto da uno strato di paglia fresca, che le mangiatoie erano state riempite di fieno, che le mucche erano già state munte e i secchi erano disposti in una bella fila ordinata. "Sarà stato certamente Jegu, nella speranza che gli conceda un ballo", disse tra sé e sé, e, quando s'imbattè nel giovanotto, si fermò per ringraziarlo. Nella sua solita maniera brusca, Jegu le rispose che non sapeva di cosa stesse parlando, ma la sua risposta convinse ancor di più la ragazza che l'inatteso aiuto provenisse da lui.






La stessa cosa si ripetè ogni mattina, e mai la stalla era stata così luccicante e le mucche tanto grasse. Mattina e sera, Barbaik trovava le sue pentole di terraglia colme di latte e una libbra di burro montato di fresco e adornato di foglie. Nel giro di qualche settimana, si abituò a questo andazzo, tanto che si alzava solo per preparare la colazione. Ma, ben presto, fu sollevata anche da questa incombenza: un bel mattino si alzò e scoprì che la casa era stata spazzata da cima a fondo, che i mobili erano tirati a lucido, che il fuoco era già acceso e la colazione preparata: non le restava che suonare la grande campana per richiamare i contadini dai campi. Anche questa volta, Barbaik credette che fosse opera di Jegu, e non potè fare a meno di pensare che un marito del genere sarebbe stato perfetto per una ragazza che amava restare a letto fino a tardi e andare a divertirsi.
In effetti, Barbaik non doveva far altro che bisbigliare un desiderio perché lo vedesse immediatamente realizzato. Se il vento troppo freddo o il sole troppo caldo minacciavano il suo delicato incarnato, le bastava correre a sussurrare accanto alla fonte:"Quanto vorrei che le mie zàngole fossero piene e che la biancheria bagnata fosse stesa ad asciugare" perché non dovesse più preoccuparsi di nulla.
Se trovava che cuocere il pane di segale fosse troppo faticoso e che il forno ci mettesse troppo a scaldarsi al punto giusto, le bastava mormorare:"Vorrei trovare sei pagnotte nella madia", e, due ore dopo, le pagnotte erano là.
E, quando si stancò di recarsi ogni giorno al mercato, le bastò dire ad alta voce una sera:"Oh, quanto vorrei essere già tornata da Morlaix, con la mia pentola del latte vuota, e, al suo interno, il contenitore del burro vuoto, e una libbra di ciliegie nel vassoio di legno, e il denaro guadagnato nella tasca del mio grembiule!" Ed ecco, il mattino dopo, al suo risveglio, cosa trovò ai piedi del letto se non la pentola del latte vuota con il contenitore del burro al suo interno, e una libbra di ciliegie e sei monetine d'argento nuove di zecca nella tasca del suo grembiule? Naturalmente, Barbaik continuava a pensare che tutto il merito fosse di Jegu, e, ormai, non poteva neanche immaginare di riuscire a fare a meno del suo aiuto.
Quando le cose furono a questo punto, il Brownie esortò Jegu a chiedere la mano della ragazza, e, questa volta, Barbaik non girò i tacchi da villana, ma lo ascoltò pazientemente finché ebbe finito: ai suoi occhi, Jegu era sempre brutto e rozzo, ma pensava che sarebbe stato un marito molto utile, che le avrebbe consentito di dormire fino all'ora di pranzo, proprio come una giovane signora, e, quanto al resto della giornata... beh, anche se fosse stata lunga il doppio, avrebbe saputo bene come impiegare il tempo con tutte le cose che aveva in mente! Avrebbe indossato i bei vestiti che si ritrovava non appena ne esprimeva il desiderio e si sarebbe recata in visita dai vicini e tutte le donne sarebbero morte d'invidia, e si sarebbe levata la voglia di ballare. E Jegu sarebbe stato sempre là, a lavorare per lei, a badare a lei e a prendersi cura di lei. Così, da ragazza ben allevata, rispose che avrebbe fatto la volontà di suo padre, ben sapendo che il vecchio Riou ripeteva spesso che, dopo la sua morte, nessuno come Jegu sarebbe stato capace di mandare avanti la fattoria.
Le nozze furono celebrate il mese seguente, e, quasi subito, il vecchio Riou morì, così, all'improvviso. Adesso, la responsabilità della fattoria era interamente sulle spalle di Jegu, e il giovanotto si rese conto ben presto che le cose non erano così facili come prima. Ma, ancòra una volta, il Brownie prese in mano la situazione, ed il suo aiuto valeva quanto quello di dieci braccianti. Arava, seminava e mieteva, e, se il lavoro andava ultimato in gran fretta, chiamava qualcuno della sua gente, e, non appena la notte si schiariva con le prime luci dell'alba, diventava visibile una schiera di ometti affaccendata nei campi, armata di falci, zappe e forconi, ma, prima che arrivasse gente, la compagnia era bell'e sparita. Come ricompensa, il Brownie non chiedeva nulla più di una scodella di brodo.
Fin dal primo giorno di matrimonio, Barbaik aveva scoperto, con grande stupore e rabbia, che nessuno più sbrigava le faccende al posto suo, così come era successo per settimane e mesi. Rimproverò aspramente il marito per la sua infingardaggine, ma Jegu si limitò a fissarla con gli occhi sgranati poiché non aveva la più pallida idea di cosa parlasse. Il Brownie, che era lì vicino, scoppiò a ridere, confessò che quelle attenzioni erano farina del suo sacco, e che aveva fatto tutto per amore di Jegu, ma, adesso che aveva altro a cui pensare, era ora che Barbaik sbrigasse da sé le faccende e badasse da sola alla casa.
Barbaik era furiosa. Ogni mattina, quando doveva alzarsi prima dell'alba per mungere le mucche e andare al mercato, e, ogni sera, quando le toccava stare alzata fino a mezzanotte per montare il burro, il suo cuore straripava di rabbia contro il Brownie che l'aveva indotta ad illudersi di poter condurre una vita comoda e piacevole. Ma, quando lo sguardo le cadeva su Jegu e osservava il viso paonazzo, gli occhi strabici e la zazzera incolta, la rabbia raddoppiava.


Fred Calleri


"Se non fosse stato per te, miserabile nano - ripeteva a denti stretti - Se non fosse stato per te, non avrei mai sposato quell'uomo, e adesso andrei ancòra ai balli, e i giovanotti mi donerebbero nocciole e ciliegie e mi ripeterebbero che sono la più bella ragazza della parrocchia. Invece, adesso, non posso accettare doni se non da mio marito. Non posso ballare se non con mio marito. O tu, maledetto nano! Non ti perdonerò mai. Mai!".
Tuttavia, a dispetto delle sue cattive parole, nessuno come Barbaik sapeva ingoiare l'orgoglio se le conveniva, così, quando venne invitata alla festa per un matrimonio, supplicò il Brownie di procurarle un cavallo. Con sua grande gioia, il Brownie acconsentì e le indicò come arrivare alla dimora dei Folletti, ammonendola di chiedere con grande esattezza ciò che desiderava. Piena di eccitazione, Barbaik intraprese il suo viaggio e raggiunse in breve tempo la città dei Folletti: li trovò riuniti in consiglio in un'ampia, verde radura e disse loro:
"Ascoltate, amici miei. Sono venuta ad implorarvi di darmi un cavallo: nero, con gli occhi, il muso, le orecchie, sella e briglie". Aveva appena finito di parlare che le venne condotto il cavallo. Montò in sella e galoppò fino al villaggio dove si teneva la festa di nozze.
In un primo momento, Barbaik era così contenta di quella pausa dalle fatiche quotidiane che tanto odiava che non si accorse di nulla, ma, ben presto, si rese conto, sbigottita, che la gente del villaggio sghignazzava al suo passaggio, indicando il suo cavallo. Poi, afferrò ciò che un uomo disse ad un altro: "Guarda un po'... La moglie del fattore s'è venduta la coda del cavallo?". Si girò sulla sella e... sì, il cavallo non aveva la coda. Aveva dimenticato di chiederne una e quei nani maligni avevano eseguito i suoi ordini alla lettera! Tentò di spingere il cavallo al galoppo, ma l'animale non ne volle sapere, e Barbaik fu costretta a sfilare tra i paesani che la schernivano.
Solo al calar del sole potè tornare a casa, più furiosa che mai e ben determinata a prendersi la sua vendetta sul Brownie non appena ne avesse avuto l'occasione... il che accadde molto presto.





Giunse la primavera, proprio il periodo in cui i folletti tenevano le loro feste, e il Brownie chiese a Jegu il permesso di condurre con sé una compagnia di suoi simili per banchettare nel grande fienile e darsi alle danze. Naturalmente, Jegu fu felicissimo di poter fare qualcosa per il suo amico, e ordinò a Barbaik di apparecchiare nel fienile con la biancheria più fine, di preparare una gran quantità di pagnottelle e frittelle e di mettere da parte tutto il latte munto quella mattina. In realtà, ben sapendo quanto Barbaik detestasse gli gnomi, si sarebbe aspettato un rifiuto, ma la moglie non disse una parola e preparò il festino così come le era stato ordinato.
Bene, quando fu tutto pronto, il fienile si riempì di gnomi: indossavano giacchette verdi nuove nuove, erano felici e contenti ed accostarono allegramente le sedie alla tavola imbandita... ma, dopo un attimo, saltarono su strillando e fuggirono via lanciando alte grida poiché Barbaik aveva messo un tappeto di pezzetti di carbone rovente sotto i loro piedi e tutti avevano le loro piccole dita ustionate!
"Non ve ne scorderete tanto presto!", disse Barbaik sorridendo cupamente tra sé e sé, ma, dopo poco, i Brownies ritornarono recando grandi pentole colme d'acqua che rovesciarono sul fuoco, quindi, si presero per mano e danzarono in tondo, cantando:

"Maledetta traditrice, figlia di Riou,
Le nostre povere dita hai bruciato tu
In gran fretta abbandoniamo la tua corte,
Che si abbatta su voi tutti la malasorte!"

Quella notte stessa, i Brownies lasciarono quei luoghi per sempre. Jegu, senza il loro aiuto, cadde in miseria e morì di stenti. E Barbaik? Barbaik fu ben contenta di trovare un lavoro al mercato di Morlaix.


Lee&Froud

Traduzione: Mab's Copyright

Da: "The Lilac Fairy Book" di Andrew Lang
(Fonte: "Le Foyer Breton", di E. Sauvestre)