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giovedì 11 maggio 2017

L'Albero Sacro (Austria)

ell'albero sacro, che una volta si trovava in un prato a sud del paese di Nauders, oggi rimane solo il ceppo. Il prato si trova su un declivio, a fianco del quale si estende il bosco, e il lato meridionale si chiude con una collinetta sulla quale un tempo sorgeva un castello. Ancora oggi si possono vedere alcuni resti di mura, che secondo la leggenda appartenevano al castello dell'albero sacro.
Questo albero era un grosso larice, dalla bella corona rotonda; si racconta che rapisse i bimbi appena nati, e preferibilmente i maschietti. Non si poteva raccogliere legna da ardere o tronchi nelle vicinanze del larice; far rumore o gridare lì vicino era considerato un comportamento imprudente e se si pronunciavano bestemmie o si litigava si commetteva un grave sacrilegio che sarebbe stato ben presto punito.
L'ammonimento: Non farlo, qui vicino c'è l'albero sacro! era molto frequente.

Una volta un servo volle provare ad abbatterlo, per prendersi gioco delle credenze del popolo. Dopo il primo colpo, il tronco cominciò a sanguinare, e alcune gocce caddero anche dai rami del larice. Il servo terrorizzato lasciò cadere la scure e se la svignò a gambe levate. I compaesani lo trovarono lungo la strada svenuto e lo portarono a casa, dove si riprese solo il giorno seguente. Le tracce del sangue rimasero visibili sul tronco per molto tempo e la ferita provocata dal colpo d'ascia rimase aperta finché l'albero fu in vita.



Victoria Francés



Si narra inoltre che il castello vicino all'albero sacro fosse stato colpito da una maledizione e per questo fosse sprofondato nel suolo assieme a tutti i suoi tesori. Nel luogo dove sorgeva un tempo il castello si dice che siano ancora racchiuse nel sottosuolo enormi ricchezze e che, se ci si aggira da quelle parti a tarda ora, si può udire il tintinnio delle monete d'oro e d'argento.
Si è tentato spesso di scavare sulla collinetta per cercare i tesori nascosti ma pare che vi siano a guardia tre giovani donne colpite da una maledizione, che solo il ritrovamento del tesoro potrà liberare. Esse compaiono ai viandanti a tarda notte facendo loro dei segnali o cercando un modo per farli avvicinare. Un pastore che a sera inoltrata cercava le sue mucche, imboccò un bel sentiero largo, che conduceva nelle vicinanze del castello. Quando però si trovò davanti alle rovine ebbe paura e cercò di fuggire, ma si accorse all'improvviso che il sentiero era sparito e dovette faticosamente guadagnarsi la via tra la sterpaglia.

Un contadino invece, che rincasava col suo carico di fieno, vide sul sentiero vicino al castello una vasca piena di denti bianchi. Senza badarci la spinse da parte. Sua moglie però, che camminava dietro il carro, prese tre denti e se li infilò in una tasca dove teneva anche un rosario. Giunta a casa trovò al posto dei denti tre splendenti pezzi d'oro.

Nonostante le varie apparizioni delle tre fanciulle maledette, e i loro tentativi di condurre molti viandanti sul luogo del tesoro, nessuno è finora riuscito a trovarlo.
Di una delle tre donne si racconta che è mezza bianca e mezza nera. Si dice che costei si sia avvicinata un giorno a un ragazzo, che era giunto insieme ad altri per accendere i fuochi di san Giovanni nei pressi del castello.
Costei gridò:
"Johannes (così si chiamava il giovanotto) seguimi, e quando saremo nel luogo giusto spogliati. Io mi trasformerò in serpente e mi attorciglierò intorno a te per tre volte. Non devi avere paura, perché solo in questo modo potrai sciogliere la maledizione che mi colpisce e impossessarti del tesoro".
Johannes ubbidì: si spogliò e si lasciò avvolgere dal serpente per due volte ma alla terza ebbe una gran paura e d'improvviso il serpente scomparve.

Da "Sagen aus Osterreich", a cura di Hans Darnstadt

mercoledì 14 settembre 2016

La Leggenda del Serpente Bianco, del Serpente Nero, del Giovane Xu Xian e del Monaco Fa Hai

Toshiyuki Enoki


Questa antichissima storia cinese, tramandata oralmente per secoli, divenne un racconto scritto nel settimo secolo, durante la dinastia Tang, e si inserisce nel filone, noto anche nel nostro patrimonio folcloristico, della "sposa soprannaturale". Ho già avuto occasione di sottolineare come il nostro tipo fiabesco, in genere riguardante la ragazza-serpe, sia totalmente rovesciato rispetto al mito e/o alle fiabe diffuse in Asia e in Africa.
In Asia e in Africa, la donna non è stregata, né soggiace a qualche incantesimo, ma è un serpente, che assume l'aspetto di una bellissima umana, si unisce ad un giovane mortale, e, in genere, gli dà anche un figlio. Quando il marito scopre la sua vera natura, il Serpente sparisce per sempre, ma non senza provvedere al figlioletto, che lascia allo sposo mortale. Melusina, la bellissima donna-drago, è la parente più stretta di questo genere di eroine. E la sua leggenda, come molte altre, era funzionale a creare un alone mitico intorno alle origini di una potente famiglia realmente esistita.
In Cina, la versione più pericolosa e popolare di questo mito ha per protagonista una Volpe, dèmone lussurioso e fatale o spettro inquieto e maligno che s'incarna in una donna bellissima e affascinante, spesso accompagnata da una "consorella" che si finge sua serva. Nei panni di una donzella in difficoltà, durante una tempesta di neve o di pioggia, attende le sue vittime nei pressi di una pagoda in rovina, di un ponte, dei resti di un'antica villa o di una tomba. "Salvata" e ospitata da qualche giovane e solitario mortale, riesce d ammaliarlo e a farsi sposare. In genere, la natura maligna della moglie viene scoperta da qualche saggio monaco buddista chiamato per curare la malattia del giovane, che sta deperendo rapidamente. Che sia anche un'allegoria, una spiegazione soprannaturale, o meglio, superstiziosa, della tisi, mi pare evidente.
(Vedi la Lamia e la Dame-sans-Merci di Keats).



Toshiyuki Enoki



l Serpente Bianco, Bai Suzhen, e il Serpente Nero, Xiao qing, vivevano da millenni sul monte Emei, montagna sacra per il Buddismo, il Taoismo e il Confucianesimo. Avevano studiato anche la magia, di cui erano diventati maestri. Un giorno, decisero che ne avevano abbastanza di una vita solitaria fra le nevi e i tramonti d'oro del monte Emei, e, curiosi di sperimentare la vita dei mortali, dopo aver assunto l'aspetto di due bellissime fanciulle umane, scesero al meraviglioso Lago dell'Ovest, che si diceva nato da una perla caduta dalla Via Lattea, nel distretto di Hangzhou. Mentre si trovavano sul ponte Duan Qiao, ammirando l'incantevole bellezza del lago, vennero sorprese da un improvviso e violento acquazzone. Un giovane e bellissimo uomo di nome Xu Xian, che lavorava presso una farmacia, accorse in loro aiuto offrendo la protezione del proprio ombrello.

venerdì 18 marzo 2016

Il Soldatino, (Francia) A.Lang - Traduzione Mia


'era una volta un soldatino che era appena tornato dalla guerra: si era comportato da valoroso in battaglia, e, tuttavia, non aveva perso né una gamba né un braccio.
Ma la guerra era finita, l'esercito era allo sbando, e il soldatino dovette prendere la via per il suo villaggio natìo. Ora, il nome del ragazzo era John, ma, per una ragione o per un'altra, gli amici lo chiamavano "Reuccio": il perché nessuno lo sapeva, ma tant'è...
Poiché non aveva né padre né madre ad attenderlo, non aveva fretta, e se la prendeva comoda, zaino in spalla e spada al fianco. Una sera, all'improvviso, fu preso dal desiderio di fumare la pipa: cercò i fiammiferi, ma, con suo grande disappunto, si accorse di averli smarriti. Ad un tiro di pietra dal punto in cui aveva cercato inutilmente i fiammiferi, scorse una luce brillare tra gli alberi. Quando la raggiunse, si ritrovò davanti ad un vecchio castello le cui porte erano spalancate.
Il soldatino entrò nella corte del castello, e, sbirciando attraverso una finestra, scorse un gran fuoco che divampava in fondo ad una sala. Mise la pipa in tasca e bussò con discrezione, chiedendo educatamente:
"Potreste darmi un po' di fuoco?", ma non ottenne risposta. Dopo aver atteso per qualche istante, bussò di nuovo - più energicamente questa volta - ma l'esito fu il medesimo.
Alzò il chiavistello ed entrò: la sala era vuota. Si diresse immediatamente verso il caminetto, e, quando, afferrate le molle, si chinò per cercare un pezzetto di brace per la sua pipa... Clic! Qualcosa scattò proprio in mezzo alle fiamme, e comparve un enorme serpente, che si rizzò fino ad arrivare all'altezza del suo viso.


H.J. Ford


Ad una tale vista molti uomini sarebbero scappati via a gambe levate temendo per la propria vita, ma John, benché fosse un piccoletto, aveva il cuore di un autentico soldato. Si limitò ad indietreggiare e ad afferrare l'elsa della sua spada.
"Non sguainarla - disse il serpente - poiché tu sarai il mio liberatore"
"Chi sei?"
"Mi chiamo Ludovina e sono la figlia del Re dei Paesi Bassi. Liberami e io ti sposerò e ti renderò felice per tutta la vita!"
Beh, parecchi uomini non avrebbero gradito la prospettiva di essere resi felici da un enorme serpente con la testa di donna, ma Reuccio non si lasciava confondere da simili paure. Inoltre, subiva il fascino degli occhi di Ludovina, che lo guardava come un serpente guarda un uccellino. Erano meravigliosi occhi verdi, non rotondi come quelli di un gatto, ma allungati, a forma di mandorla, e brillavano di una strana luce, e i fluttuanti capelli d'oro che li incorniciavano risplendevano ancor di più. Il volto aveva la bellezza di un angelo anche se il corpo era quello di un serpente.
"Che cosa devo fare?", chiese Reuccio.
"Apri quella porta. Ti ritroverai in una galleria che termina in una sala simile a questa. Attraversala. Vedrai un armadio in cui c'è una tunica. Portamela".
Il soldatino si accinse impavidamente ad eseguire la missione che gli era stata affidata. Attraversò senza problemi la galleria, ma, una volta entrato nella sala, vide, alla luce delle stelle, otto mani che fluttuavano all'altezza del suo viso, minacciando di picchiarlo, però, per quanto scrutasse in giro, non riuscì a scorgere i corpi a cui appartenevano.
Il soldatino si slanciò in avanti a testa bassa in mezzo ad una vera tempesta di colpi a cui rispose a suon di pugni. Raggiunto l'armadio, lo aprì, prese la tunica e la portò nella prima sala.
"Eccola", ansimò, quasi senza fiato.
Clic! Ancòra una volta, le fiamme si divisero ed apparve Ludovina: adesso, era donna fino alla vita. Prese la tunica e la indossò. Era una splendida tunica di velluto arancione tempestata di perle, eppure le perle non erano candide come il suo collo.
"Non è finita qui - disse - Ritorna nella galleria, sali su per lo scalone a sinistra, e, nella seconda sala del primo piano, troverai un altro armadio: dentro c'è la mia gonna. Portamela".
Reuccio seguì le istruzioni, ma, entrando nella stanza, invece di otto mani, scorse otto braccia, e ogni braccio reggeva un enorme bastone. Immediatamente, sguainò la spada, e si fece largo con un vigore tale che se la cavò solo con qualche graffio. Prese la gonna, che era di seta, blu come i cieli di Spagna.
"Eccola", disse John quando il serpente fece la sua comparsa: adesso era donna fino alle ginocchia.
"Non voglio altro che le scarpe e le calze - disse - va' e prendile dall'armadio del secondo piano".
Il soldatino si avviò, ma s'imbatté in otto goblins armati di bastoni e con gli occhi che saettavano fiamme. Questa volta, si bloccò sulla soglia.
"La spada non mi servirà a nulla - si disse - Questi miserabili la infrangerebbero come se fosse di vetro. Se non mi faccio venire un'idea, sono un uomo morto."



Lucia Campinoti


Lo sguardo gli cadde sulla porta, che era di robusta e massiccia quercia: la divelse dai cardini, la sollevò sul capo e si slanciò contro i goblins schiacciandoli sotto di essa. Quindi, prese le scarpe e le calze dall'armadio e le portò a Ludovina, che, non appena le ebbe indossate, divenne donna dalla testa ai piedi.
Quando fu completamente vestita, con le calze di seta bianca e gli scarpini blu tempestati di carbonchi ai piedi, ella disse al suo liberatore:

giovedì 10 marzo 2016

Biancabella e la Biscia, Straparola, Le Piacevoli Notti

Biancabella, figliuola di Lamberico marchese di Monferrato, viene mandata dalla matrigna di Ferrandino, re di Napoli, ad uccidere. Ma gli servi le troncano le mani e le cavano gli occhi; e per una biscia viene reintegrata, e a Ferrandino lieta ritorna.

egnava, giá gran tempo fa, in Monferrato un marchese potente di stato e di ricchezze, ma de figliuoli privo: e Lamberico per nome si chiamava. Essendo egli desideroso molto di avergliene, la grazia da Iddio gli era denegata. Avvenne un giorno che, essendo la marchesana in uno suo giardino per diporto, vinta dal sonno, a’ piedi d’uno albero s’addormentò; e cosí soavemente dormendo, venne una biscia piccioletta, ed accostatasi a lei, ed andatasene sotto i panni suoi, senza che ella sentisse cosa alcuna, nella natura entrò, e sottilissimamente ascendendo, nel ventre della donna si puose, ivi chetamente dimorando. Non stette molto tempo che la marchesana, con non picciolo piacere ed allegrezza di tutta la cittá, s’ingravidò: e giunta al termine del parto, parturí una fanciulla con una biscia che tre volte l’avinchiava il collo. Il che vedendo, le comari che l’allevavano si paventarono molto. Ma la biscia, senza offesa alcuna dal collo della bambina disnodandosi, e andossene alla balia, la qual ritrovò ch’ancora riposava; e destatala, con esso lei senza dir cosa alcuna se n’andò in casa.
Venuto il giorno seguente, ed essendo Biancabella con la madre in camera sola, assai nella vista sua malanconosa le parve. Laonde la madre le disse:
"Che hai tu, Biancabella, che star sí di mala voglia ti veggio? Tu eri allegra e festevole, ed ora tutta mesta e dolorosa mi pari."
A cui la figliuola rispose:
"Altro non ho io, se non che io vorrei duo vasi, i quali fussero nel giardino portati: uno de’ quai fusse di latte e l’altro di acqua rosata pieno."
"E per sí picciola cosa tu ti ramarichi, figliuola mia? - disse la madre - Non sai tu che ogni cosa è tua? "
E fattisi portar duo bellissimi vasi grandi, uno di latte e l’altro d’acqua rosata, nel giardino li mandò. Biancabella, venuta l’ora, secondo l’ordine con la biscia dato, senza essere d’alcuna damigella accompagnata, se n’andò al giardino; ed aperto l’uscio, sola dentro si chiuse, e dove erano gli vasi, a sedere si puose.


 Abbey E.A


domenica 28 febbraio 2016

La Principessa-Serpente, A.N. Afanas'ev


n Cosacco andava per la sua strada, ed entrò in un fitto bosco; in una radura del bosco stava un mucchio di fieno. Il Cosacco si fermò un poco a riposarsi, si stese vicino al pagliaio a fumare la pipa; fuma fuma, e non vede che una scintilla è caduta sul fieno. Dopo aver riposato, salì a cavallo e si mise in cammino; non fece dieci passi che guizzò una fiamma e tutto il bosco s'illuminò. Il Cosacco si guarda intorno e vede che il fieno arde, e in mezzo al fuoco c'è una bella fanciulla che dice a voce alta:
"Cosacco, buon uomo! Salvami dalla morte"
"Come salvarti? Sei contornata di fiamme, non saprei come avvicinarmi."
"Spingi la tua picca nel fuoco, e io mi tirerò fuori".
Il Cosacco ficcò la picca nel fuoco e lui si tirò indietro, dal gran calore.
Subito la bella ragazza si tramutò in un serpente, s'arrampicò sulla picca, scivolò sul collo del cosacco, gli si avvolse attorno tre volte, e si prese la coda fra i denti.
Il Cosacco si spaventò, non sapeva cosa fare, come comportarsi.
Disse il serpente con voce umana:
"Non temere, bravo giovane! Portami al collo sette anni e cerca il reame di stagno, e quando sarai arrivato in quel reame restaci, vivi lì ancora sette anni senza uscirne mai. Se mi fai questo servigio sarai felice!"
Il Cosacco partì alla ricerca del reame di stagno; ne passò di tempo, ne corse di acqua sotto i ponti! Alla fine del settimo anno arrivò a un ripido monte. Su quel monte sta un castello di stagno, intorno al castello c'è un muro di bianche pietre. Galoppò su per il monte, davanti a lui la muraglia si apre ed egli entra nell'ampio cortile. Nello stesso istante il serpente si staccò dal suo collo, si gettò contro l'umida terra, si tramutò in una splendida fanciulla e scomparve alla vista, come non esistesse.



C.Schloe

giovedì 25 febbraio 2016

Le Tre Foglie della Serpe, Grimm n16, Traduzione Mia




Denis Forkas



'era una volta un pover'uomo che non poteva più mantenere il suo unico figlio. Il figlio, allora, gli disse:
"Caro padre, viviamo in una miseria tale che io sono diventato solo un peso per voi; me ne vado per il mondo e cercherò di guadagnarmi il pane."
Così il padre gli diede la sua benedizione e si accomiatò da lui con grande dolore. A quel tempo, c'era il Re di un immenso impero, e questo Re era in guerra. Il giovane si arruolò nel suo esercito e andò a combattere per lui.
Quando fronteggiò il nemico, si ritrovò al culmine della battaglia e in estremo pericolo: piovevano proiettili e i suoi camerati cadevano da ogni parte, e, quando anche il comandante cadde, i superstiti volevano fuggire, ma il giovane si fece avanti e li apostrofò gridando:
"Non lasciamo che la Patria vada in rovina!".
Allora gli altri lo seguirono, ed egli li condusse all'assalto del nemico e lo sconfisse. Quando al Re giunse notizia che a lui solo doveva la vittoria, lo innalzò sopra tutti, gli donò grandi ricchezze e ne fece il primo uomo del Regno.
Il Re aveva una figlia, che era molto bella ma piuttosto eccentrica. Ella, infatti, aveva giurato che chi volesse diventare suo signore e sposo avrebbe dovuto promettere di lasciarsi seppellire vivo con lei, nel caso le fosse sopravvissuto.
"Se mi amerà davvero con tutto il cuore, che senso avrebbe per lui la vita dopo la mia morte?"
Da parte sua, se il suo sposo fosse morto per primo, ella sarebbe scesa nella tomba con lui.
Questo giuramento aveva scoraggiato tutti i pretendenti, ma il giovane fu così affascinato dalla bellezza della Principessa che la chiese in sposa al Re suo padre.
Allora, il Re disse:
"Ma tu conosci il suo giuramento?"
"Sarò seppellito vivo con lei se dovessi sopravviverle - rispose il giovane - Il mio amore è così grande che affronterò il rischio".
Allora il Re diede il suo consenso e le nozze furono celebrate con grande solennità.
Per un po', i due sposi vissero felici e contenti, amandosi teneramente, ma avvenne che la giovane Regina fosse aggredita da una perniciosa malattia e che nessun medico riuscisse a guarirla, cosicché ella, in breve tempo, morì.
E, guardando la sua sposa giacere morta, il giovane rammentò il suo giuramento e inorridì al pensiero d'essre calato vivo e seppellito nella tomba della moglie, ma non aveva scampo: il Re aveva ordinato che ogni via d'uscita fosse sorvegliata da sentinelle armate perché non fuggisse, e, non c'era modo di sottrarsi al suo destino. Quando il cadavere fu inumato nella cripta regale, anche il giovane sposo fu calato giù, e le porte furono chiuse e sigillate.
Accanto alla bara, c'era un tavolo, e sul tavolo c'erano quattro candele, quattro pani e quattro bottiglie di vino. Una volta consumate queste provviste, egli sarebbe morto di fame. E lui se ne stava seduto là, vicino alla bara, oppresso dal dolore, e ogni giorno mangiava soltanto un morso di pane e beveva soltanto un sorso di vino, eppure vedeva la morte avvicinarsi sempre di più.
Un giorno, egli scorse una serpe strisciare fuori da un angolo della cripta e avvicinarsi al cadavere. Pensando che volesse morderlo, sguainò la spada e disse:
"Finché sarò vivo, non la toccherai", e tagliò la serpe in tre pezzi.



Jeremy Hush

sabato 16 gennaio 2016

Burdilluni, Pitrè n. 61 (Ovvero "La Serpe Pippina" di Calvino) - Traduzione Mia


'era una volta un mercante che aveva quattro figlie femmine e un maschio. Il più grande era il maschio, un bel ragazzo, e si chiamava Burdilluni [1].
Dunque, questa famiglia, da ricca ricca che era, si ridusse alla miseria più nera tanto che, dopo un po', il mercante andò in giro a chiedere l'elemosina. Stavano a questo punto, quando la moglie uscì gravida. Burdilluni, davanti a tanta miseria, baciò le mani a padre e madre e s'imbarcò per la Francia. Era un ragazzo istruito, e, come arrivò in Francia, si piazzò a Palazzo Reale [2] e fece la strada sua, tanto che diventò Capitano Generale. A raccontare si fa presto... La moglie del mercante, sempre più in miseria, un giorno, disse al marito:
"Lo sai che ti dico? Vendiamoci il tavolo da pranzo (che era l'unica cosa rimasta) e cerchiamo di pensare a ciò che servirà alla creatura [3]".
Passano i robivecchi, li chiamano su, gli vendono il tavolo. Il mercante comprò tutto il necessario e avanzò due monete per la mammana [4].Vennero i dolori, la moglie partorisce e fa una bellissima figlia femmina, una bellezza senza pari, come non s'era mai vista. Vedendo quant'era bella 'sta picciridda, padre e madre cominciarono a piangere, e dicevano:
"Figlia! In che miseria nascesti!".


Mascia Kurbatova


La picciridda cresce cresce, e, arrivata - diciamo - a sedici mesi, incominciò a camminare da sola, e, gira gira, finiva nella paglia che faceva da giaciglio ai genitori. Un giorno, giocando in mezzo alla paglia, afferra un pugno di monete d'oro.
"Mamma, mamma! - dice - Belli, belli! [5]"
La madre non credeva agli occhi suoi: glieli prese di mano, li nascose in seno, si fece prestare uno scialle e corse alla Vucciria [6]. E compra questo e compra quello, non risparmiò sulla spesa, e, a mezzogiorno, fecero un banchetto e mangiarono a bocca piena. Il padre chiese alla picciridda:
"E dove li pigliasti i lustri [7]?"
"Qua, papà", gli dice la picciridda, e lo porta ad un pertugio sotto la paglia dove c'era una giara piena di monete. Infilano le mani e pigliano tanti denari da non potersi dire.
Fu così che la loro sorte cambiò e ricominciarono ad andare a testa alta [8]. Quando la picciridda arrivò ai quattr'anni, il mercante disse alla moglie:
"Moglie mia, mi pare che è ora di fare infatare [9] Peppina - così l'avevano chiamata - Bella è bella, soldi ne ha: chi può dirci di no?".
E la condussero in carrozza a Mezzo Morreale [10], dove c'erano quattro sorelle.
Là, tirò la corda per avvertire il cocchiere, che si fermò. Scesero ed entrarono in casa delle quattro sorelle, le quali elencarono tutte le cose che andavano preparate e che dovevano esser pronte per la domenica successiva, quando sarebbero andate a visitarli, e, allora, avrebbero fatto tutto come si deve.
E dunque, la domenica seguente, le quattro sorelle scendono a Palermo, trovano ogni cosa, si lavano le mani, impastano un po' di farina di Majorca, preparano quattro pasticci e li mandano a infornare.


Heather Taylor


Dopo un po', la moglie del fornaio comincia a sentire un profumo che era una delizia. E che fa? Prende uno dei quattro pasticci, se lo mangia tutto, poi ne fa un altro - come viene viene - con farina ordinaria, acqua sporca della scopettatura del forno, lo alliscia e lo confonde fra gli altri tre. Quando i pasticci furono portati al palazzo del mercante, la prima Fata taglia una fetta e dice:
"Io infato te, figlia bella, che, ogni volta che ti spazzoli i capelli, ne cadano perle e pietre preziose! "
"E io - dice la seconda - infato te, che tu possa diventare ancòra più bella di quanto già non sia!"
Si alza la terza:
"E io infato te, che, ogni volta che ti venga voglia di frutta fuori stagione, tu possa averla all'istante!"



Remnev A.



Si alza la quarta e dice:
"Io infato te...", ma, come infila il coltello nel pasticcio della fornaia, dicendo Io infato te, schizza fuori la cenere bollente della scopettatura del forno, le va in un occhio e l'acceca.
"Ah, che dolore! Per questo male che m'hai fatto, ti lancio la mala fatagione: che, non appena vedrai il Sole, tu possa diventare una serpe nera!"
E le Fate sparirono. Gravati da 'sto fato disgraziato, padre e madre scoppiano  in un gran pianto, pensando che la figlia non avrebbe mai più visto il Sole.
Ma lasciamo loro e torniamo a Burdilluni, che, in Francia, pur sapendo che in famiglia non c'era un soldo bucato, contava e ricontava mari e monti delle ricchezze di casa sua, e per questo era rispettato da tutti, secondo il detto: Chi esce fuori dal suo paese si finge Conte, Duca e Marchese.
Un bel giorno, il Re volle scoprire se fossero vere le ricchezze di Burdilluni: chiama un Cavaliere e gli comanda di andare a Palermo, e gli insegna per filo e per segno ciò che deve fare.


Tatiana Doronina


Il Cavaliere se ne viene a Palermo, chiede del padre di Burdilluni e trova un bel palazzo con tanto di guardaportone, camere ornate d'oro zecchino e schiere di cameriere e servi. Il padre di Burdilluni lo accoglie con grandi cerimonie, lo invita alla sua tavola, e, al calar del Sole, manda a chiamare la figlia Peppina, e il Cavaliere resta incantato da quella bellezza di cui non aveva mai visto l'eguale. Torna dal Re e gli racconta ogni cosa.
Il Re manda a chiamare Burdilluni e gli ordina:
"Burdilluni, va' a Palermo, prendi tua sorella Peppina e portamela qua, con la testa rotta o con la testa sana! [12]"
Burdilluni non ci capiva niente perché niente sapeva della sorella. Comunque, partì. Ma che testa che ho... Bisogna sapere che, da un po' di tempo, Burdilluni aveva un'amica. E questa ragazza pretese di andare con lui, e, una volta giunta a Palermo e vista Peppina, fu presa da una grande invidia e decise che le avrebbe rubato il suo destino, e che il Re di Francia lo avrebbe sposato lei e lei sarebbe diventata Regina. Torniamo a Burdilluni. Arrivato a Palermo, s'informa delle cose della sua famiglia, si fa riconoscere ed è tutto contento. Poi, prende congedo:
"Bacio le mani, Papà"
"Addio, figlio mio"
"Addio, Peppina"
"Addio, mamma". E partirono.



Dodd T.



Per andare a Parigi di Francia [13] si deve viaggiare prima via mare, poi, via terra. Burdilluni la rinserrò ben bene Peppina e mai le fece vedere un raggio di Sole. Toccata terra, la mise in una lettiga chiusa, insieme con l'amica sua. E questa si rodeva, pensando che, ormai, si avvicinavano a Palazzo e che, ben presto, Peppina sarebbe diventata Regina mentre lei sarebbe rimasta moglie di Generale. E attacca a dire:
"Peppina, apriamo che soffoco!"
"No, sorella mia, che mi rovini"
"Peppina, io soffoco"
"Ma come può essere!..."
E ancòra:
"Peppina, io muoio!"
"Pure se muori, io non posso aprire!"
"Ah! Così è?", grida l'amica di Burdilluni. Prende un temperino e squarcia il cuoio della lettiga: non appena apre lo squarcio, entra un raggio di Sole e Peppina diventa serpe nera, scivola già dalla lettiga, si getta nel giadino del Re, che era lì vicino, e sparisce. Burdilluni si sentì morire e diceva:
"E come faccio con il Re che vuole mia sorella? Ah! che brutta sorte!"
"E che paura hai? - gli dice l'amica - digli che tua sorella sono io, e basta".
Burdilluni si persuase e fece così.
Ma il Re, come vide la falsa Peppina, disse:
"E questa sarebbe la bellezza senza pari? Ma basta: parola di Re è parola di Re, e me la devo sposare".
Dunque, se la sposa e vive con lei.


Wilkins S.



Ma Burdilluni non si dava pace: quella donna gli aveva fatto perdere la sorella, quella stessa donna lo aveva abbandonato... Covava una rabbia da non credere. La malandrina se ne accorse e decise di levare di mezzo pure lui, così, un bel giorno, dice al Re:
"Maestà, sono malata e voglio dei fichi fioroni!"
Non era stagione, e il Re dice:
"E come faccio a trovarteli?"
"Facile! - dice lei - ditelo a Burdilluni, e Burdilluni li trova".
"Burdilluni!"
"Maestà!"
"Vai a cogliere quattro fichi fioroni per la Regina"
"E dove li prendo in questa stagione?"
"Non ne voglio sapere niente: o i fichi fioroni o ne va della tua testa".
Burdilluni, afflitto e sconsolato, se ne scende in giardino e attacca a piangere. Dopo un po', gli compare davanti la sorella e gli dice:
"Che hai?"
"E che devo avere? Il Re... e così e così."
"Va bene - gli risponde lei - io ebbi la fatagione e ti posso dare frutti fuori stagione: eccoli qua."
Tutto contento, Burdilluni sale su, va dal Re e glieli consegna. Il Re li dà alla Regina, che, essendo gravida, se li mangia tutti, che la possano attossicare!
Passa qualche giorno  e tiene voglia di albicocche, e Peppina le fece avere le albicocche; poi, di ciliegie, e Peppina le mandò le ciliegie. Quand'era incinta di sette mesi, le venne la voglia di pere, ma Peppina pere non gliele poteva dare perché - questo me l'ero scordato!- la fatagione valeva solo per tre tipi di frutti, fichi, albicocche e ciliegie. Burdilluni fu condannato a morte e chiese la grazia di essere seppellito nel giardino del Re.
"Che ti sia concesso!", disse il Re.
Burdilluni fu giustiziato sulla forca e seppellito. E la Regina fu soddisfatta.
Una notte, la moglie del giardiniere sentì queste parole:
"Ah, fratello mio, Burdilluni! Tu sei seppellito nella guazza e la tua amica con il Re si sollazza!"
Sveglia il marito:
"Sentisti, marito mio?"
E videro un'ombra nera. Il mattino dopo, il giardiniere va a cogliere i fiori per il Re, e trova le perle e le pietre preziose cadute dai capelli di Peppina, che si era pettinata in giardino. Confeziona un gran mazzo di fiori e li porta al Re, il quale, si accorge della novità e dice:
"E queste gioie da dove vengono?"
"Maestà, le abbiamo trovate in giardino".
Quella sera, l'uomo si appostò in giardino, armato di schioppo. E tutto avvenne come la notte precedente. A mezzanotte, comparve l'ombra nera e si udirono queste parole:
"Ah, fratello mio, Burdilluni! Tu sei seppellito nella guazza e la tua amica con il Re si sollazza!"


Dodd T.


Terrorizzato, il giardiniere prende la mira con lo schioppo, ma l'ombra dice:
"Non mi sparare ché sono carne battezzata e cresimata come te! Avvicinati e vedi chi sono".
Il giardiniere le andò vicino e lei sollevò il velo che le copriva la testa e il volto, lasciando che la guardasse, e l'uomo vide una donna di una bellezza senza pari. E lei gli raccontò ogni cosa e lo pregò di dire al Re che l'aspettasse in giardino, la sera dopo. L'indomani, come sempre, il giardiniere prepara il mazzo di fiori freschi per il Re e trova le perle e le pietre preziose di Peppina, e non vede l'ora di salire dal Re per raccontargli tutto. Il Re era sbalordito, ma, quella sera, scese in giardino e aspettò. Alla solita ora, ecco l'ombra nera, e dice, tutta afflitta e sconsolata:
"Ah, fratello, fratello mio, Burdilluni!"
Il Re si avvicina e lei gli racconta ogni cosa, poi, solleva il velo. Il Re è fuori di sé dalla meraviglia, e, in ultimo, le chiede cosa ci vuole per liberarla.


Delon M.


"Bisogna che tu parta a cavallo e corra come il vento fino al fiume Giordano. Là, scendi giù e troverai quattro Fate che si bagnano: una avrà la treccia legata con un nastro verde; la seconda, con un nastro rosso; la terza, con un nastro celeste, e l'ultima, con un nastro bianco. Ruba il fagotto delle loro vesti. Ti grideranno di restituirglielo: tu non farlo, sai! Quando ti getteranno i nastri, e l'ultima si taglierà la treccia e te la getterà, solo allora ridagli la loro roba ché la mala fatagione sarà tolta!"


Zorikto Dorzhiev


Il Re non ebbe bisogno di sentire altro: l'indomani mattina all'alba, partì e lasciò il Regno. Cammina cammina... Dopo trenta giorni e trenta notti, giunse al fiume Giordano, trovò le Fate - come gli aveva detto la vera sorella di Burdilluni - e fa tutto ciò che lei gli ha insegnato. Appena ebbe in mano i tre nastri e la treccia:
"Ora vi lascio - dice - e me ne vado, ma non dubitate che mi saprò disobbligare".
E tornò nel suo Regno. Corre subito in giardino, chiama la serpe nera, la tocca con la treccia, e quella si trasforma all'istante in una bella ragazza, che così bella non s'era vista mai. Si attacca la treccia in testa e non teme più nulla.
Il Re chiama il giardiniere e gli dice:
"Adesso, senti che devi fare: ti prendi un gran bastimento, ci imbarchi la sorella di Burdilluni e parti nottetempo. Passato qualche giorno, ritorna nel porto issando una bandiera forestiera, e lascia fare a me".
E il giardiniere così fece. Partì quella stessa notte. Dopo tre giorni, torna indietro e issa una bandiera - diciamo - inglese.
Il Re s'affaccia con la Regina ad una finestra del Palazzo.
"E che sarà quel bastimento? Ah, ora mi ricordo! E' uno dei miei parenti. Scendiamo!"
La Regina, che voleva sempre essere la prima a mettere il becco in tutto, si vestì in un batter d'occhio e salì con il Re a bordo del bastimento.
Come vide la sorella di Burdilluni, disse tra sé e sé:
'Se non sapessi che la sorella di Burdilluni è una serpe nera, direi che è proprio lei!'
Si abbracciarono, si baciarono e scesero a terra. Giunti a Palazzo, tutt'e due, il Re e la Regina, si misero ad ammirare quella bellezza rara della sorella di Burdilluni. Dice il Re alla Regina:
"E adesso, dimmi: chi facesse del male a questa donna che castigo meriterebbe?"
"Ah - disse la Regina - e chi sarebbe così scellerato da far male a questa donna?"
"Ma se ci fosse, che meriterebbe?"
"Meriterebbe d'essere gettato da questo balcone e bruciato!"
"E così sarà! - rispose subito il Re - Questa donna è la sorella di Burdilluni: io avrei dovuto pigliarla in moglie, ma tu, marcia d'invidia, la facesti diventare serpe nera per essere Regina! Per l'inganno che facesti a me e per le pene che hai fatto patire a questa poveretta pagherai all'istante: tu stessa hai pronunciato la sentenza. Olà, olà, servitori e soldati del Palazzo, prendete questa scellerata, gettatela dal balcone, e poi bruciatela". Detto, fatto. Quella malvagia donna fu sdirupata dal balcone e bruciata sotto al Palazzo. Poi, il Re domandò perdono a Peppina per aver mandato sulla forca il fratello innocente. Ma lei disse:
"Basta: scendiamo in giardino e vediamo che si può fare".


Linda Bergkvist


Scendono in giardino, sollevano la lastra sotto la quale c'era la sepoltura, e lo trovano quasi intatto. Lei gli spennella un unguento sul collo, e Burdilluni comincia a muoversi, sospira, poi si strofina gli occhi come se si risvegliasse, e, infine, si alza. Che ve lo dico a fare? Si abbracciano stretti, si baciano. Il Re ordina grandi festeggiamenti e sposa con cerimonia solenne la sorella di Burdilluni, e mandò a chiamare suocero e suocera. E tutti vissero felici e contenti.
... E noi qua, senza niente!



Victor Nizovtsev



La prima novella raccontata da Agatuzza Messia, Palermo.

Traduzione e Note (comprese alcune del Pitrè): Mab's Copyright.
Il testo in lingua originale è nella Pagina: Fiabe Popolari-Italia.



Note:


E' alla base de "La Serpe Pippina", la fiaba n.150 della raccolta di Calvino. Questa volta non commento. Avrei voluto lasciare una coloritura ancòra più siciliana, o, almeno, genericamente meridionale, ma mi sono limitata a rispettare alcune costruzioni sintattiche, ad italianizzare qualche parola, e a "confondermi" con l'efficacia narrativa della "confusione" di tempi e modi verbali.

[1] Ho deciso di conservare "Burdilluni". Trapuntone mi suona grottesco, ma è questione di gusti.
[2] "... si 'mpalazzau 'nta lu palazzu di lu Re" è stupendo, ma non sono abbastanza brava per renderlo in Italiano.
[3] Pitrè: Il corredo pel bambino da nascere.
[4] Pitrè: Due piastre le conservò per pagar la levatrice.
Ho conservato "mammana" proprio per togliere a questo termine l'unico, sinistro significato che ha assunto con il tempo: la mammana non si  occupava solo del parto, ma dava consigli nel corso della gravidanza, sbrigava i rituali dopo la nascita, curava i mali del neonato, le eventuali difficoltà dell'allattamento, ecc. Naturalmente, secondo le proprie conoscenze, tramandate da generazioni di parenti "mammane", e secondo la cultura largamente condivisa dalla comunità. Le mammane si occupavano anche degli aborti perché troppo bene conoscevano le condizioni miserrime delle altre donne. All'epoca, inoltre, si moriva più di parto che di aborto. Ovviamente, quando il Sud si affacciò alle conoscenze mediche del ventesimo secolo, le "mammane", con le loro pratiche ancestrali, scontarono le colpe di altri, di chi, non solo negava la libera scelta delle donne (e un'adeguata assistenza medica), ma, così facendo, le riconsegnava al Medio Evo e ad una possibile, probabile orrenda morte.
[5] PitrèBelli! Belli! voce propria dei bambini che non sanno esprimer la meraviglia per qualche cosa che dia loro negli occhi.
[6] PitrèVucciría, mercato pubblico di Palermo.
[7] Pitrè: Dove prendesti (dimanda il padre alla bambina) le (cose) lucenti? Lustri, voce bambinesca per significare monete d'argento o d'oro ec.
[8] Pitrè: Alzare il capo, venir su in prosperità, e quindi acquistar quella fidanza di sè stesso, che nasce dall'avere.
[9] Ho conservato "infatare" perché, in questo contesto, una traduzione italiana darebbe adito a dubbi. Sarebbe: far fare la (in)fatagione (già il fa-fa-fa è orribile). E' l'origine dei famosi doni delle Fate ne "La Bella Addormentata", laddove il concetto di dono e quello di profezia si mescolano e si confondono tanto da culminare nella maledizione finale.
[10] Pitrè: A Mezzo Morreale, fuori Porta Nuova in Palermo, a metà della via che conduce a Monreale.
[11] Pitrè: Tira il laccio al cocchiere (gli fa segno che si fermi).
[12] o havi la testa sana o havi la testa ruttaPitrè: Rumpirisi la testa, metaf., perder la verginità. Il re, preso delle bellezze di Peppina, la voleva comunque ella fosse, vergine o no.
[13] Pitrè: Cara questa osservazione geografica della novellatrice! Parigi è quasi sempre detta dal popolo Parigi di Francia.
[14] PitrèEsseri pizza-avanti-furnu, essere sempre il primo a muoversi, e farsi innanzi, a parlare, a sentenziare, (come la focaccia (pizza) che si mette sempre la prima, alla bocca del forno).

Wessel F.