Marziella, essendosi mostrata cortese con una vecchia, riceve la fatagione;
ma la zia, che invidia la sua buona fortuna, la getta a mare,
dove una sirena la tiene per gran tempo incatenata: la libera poi il
fratello, diventa regina e la zia paga la pena del suo delitto.
'erano una volta due sorelle carnali, Lucida e Troccola,
che avevano ciascuna una figlia femmina, Marziella e Puccia.
Marziella era cosi bella di faccia come di cuore; e, per contrario,
il cuore e la faccia di Puccia formavano con unica regola
faccia di canchero e cuore di pestilenza, e in ciò somigliava
ai parenti, perché Troccola era un'arpìa di dentro e
di fuori.
Accadde un giorno che, dovendo Lucida lessare quattro
pastinache per friggerle con la salsa verde, disse alla figlia: "Marziella mia, bene mio, va' alla fontana e prendimi un'anfora
d'acqua".
"Di buona voglia, mamma mia - rispose
la figlia - ma, se mi vuoi bene, dammi una pizzella, che
me la voglio mangiare con quell'acqua fresca".
"Volentieri",
disse la madre; e da un paniere che pendeva a un uncino
prese una bella pizzella (che il giorno prima aveva fatto
forno di pane) e la dette a Marziella. E questa, messasi l'anfora
sul capo sopra un cercine, se ne andò alla fontana,
la quale, simile a un ciarlatano, sopra un banco di marmi,
alla musica di un'acqua cadente, vendeva segreti per scacciare
la sete.
Mentre riempiva l'anfora, giunse una vecchia, che, sul
palco di una grossa gobba, rappresentava la tragedia del
Tempo; e quella, vedendo la bella pizza che Marziella teneva
in mano e che proprio allora stava per addentare, le disse:
"Bella giovane mia, se il Cielo ti mandi buona ventura,
dammi un po' di codesta pizza". E Marziella, che odorava di
regina, le rispose subito:
"Eccotela tutta, magna femmina
mia, e mi dispiace che non sia di mandorle e zucchero, che
anche te la darei con tutto il cuore".
La vecchia, sperimentata l'amorevolezza di Marziella, le
disse:
"Va', che il Cielo ti possa sempre prosperare per questo
buon amore che mi hai mostrato; e prego tutte le stelle
che tu possa esser sempre felice e contenta; che, quando respiri,
ti escano rose e gelsomini dalla bocca; quando ti pettini,
caschino sempre perle e granatini dal tuo capo; e, quando
metti il piede sulla terra, ne spuntino gigli e viole ".
Gordeev Denis
La giovane la ringraziò e tornò a casa, dove, poiché la
madre ebbe cucinato, soddisfecero al debito naturale che si ha
verso il corpo. La mattina dopo, quando nel mercato dei
campi celesti il Sole mise in mostra le mercanzie di luce portate
dall'oriente, Marziella, nel ravviarsi i capelli, si vide cadere
in grembo una pioggia di perle e granatini. Con grande
giubilo chiamò la madre e li raccolsero in un canestro; e Lucida
si recò poi da un orefice amico suo per ismaltirne una
buona parte.
Gordeev Denis
Capitò intanto Troccola a far visita alla sorella, e, trovata
Marziella tutta affaccendata per quelle perle, domandò come,
quando e dove le avesse avute. Ma la giovane, che non sapeva
intorbidar l'acqua e forse non aveva appreso quel proverbio:
Non fare quanto puoi, non mangiare quanto vuoi,
non spendere quanto hai, né dire quanto sai, spiattellò tutto
il negozio alla zia.
Non aveva finito di dire, che la zia, senza più aspettare la
sorella, parendole mille anni, corse a casa sua, consegnò una
pizzella alla figlia e la spedi alla fontana. Puccia vi ritrovò
la stessa vecchia; ma, quando essa le domandò un po' di
pizza, rispose: "Non pensavo ad altro che a dar la pizza a
te! Mi hai forse impregnato l'asina per chiedermi le cose
mie? Va', che i denti sono più vicini dei parenti".
Cosi dicendo,
trangugiò la pizza in quattro bocconi, facendo gola alla vecchia, la quale, quando vide sparire l'ultimo e seppellita
con essa la sua speranza, tutta rabbiosa disse:
"Va', che,
quando respiri possa cacciar schiuma come mula di medico;
quando ti pettini, possano cadérti dalla testa a mucchi i pidocchi;
e, dovunque metti il piede, possano nascere felci e
titimali".
La madre, quando la vide tornare con l'acqua, non mise
indugio a pettinarla, e, messosi un bello asciugatoio steso sul
grembo, vi piegò la testa della figlia; e, cominciando a scorrerla
col pettine, ecco cascarne un torrente di animaletti alchimisti,
di quelli che fermano l'argento vivo. Non è a dire
come restasse la madre, che alla neve dell'invidia aggiunse
il fuoco dello sdegno, e gettò fiamme e fumo dal naso e
dalla bocca.
Passato qualche tempo, ritrovandosi Ciommo, fratello di
Marziella, alla corte del re di Chiunzo, e discorrendosi della
bellezza di varie donne, esso, senza esser chiamato, s'intromise
dicendo: che tutte quelle belle sarebbero potute andare
a gittare le ossa al ponte, se fosse colà comparsa sua sorella,
la quale, oltre alla bellezza delle membra che facevano
contrappunto sul canto fermo di una bella anima, aveva nei capelli, nella bocca e nei piedi le virtù che le aveva date la
fata. Il re, uditi questi vanti, comandò a Ciommo che la facesse
venire, perché, se l'avesse trovata quale egli la esaltava,
se la sarebbe presa per moglie.
Non parve questa, a Ciommo, occasione da perdere, e
inviò un apposito corriere alla madre, informandola del fatto
e pregandola di venir subito con la figlia per non lasciarle
fuggire questa fortuna. Lucida, che stava male in salute,
senza saper di raccomandare la pecora al lupo, pregò la sorella
di accompagnare Marziella fino alla corte di Chiunzo
per la tale e tale faccenda. E Troccola, che vide che la cosa
andava a seconda del suo desiderio, promise di condurla sana
e salva presso il fratello.
Salì, dunque, su una nave, avendo con sé Marziella e
Puccia, ma, quando fu giunta in mezzo al mare, cogliendo
il momento che i marinai dormivano, spinse Marziella nell'acqua.
E già la misera stava per affogare, quando una bellissima
sirena la raccolse tra le braccia e se la portò via.
Giunta Troccola a Chiunzo, e ricevuta Puccia da Ciommo
come se fosse stata Marziella, giacché per la lunga separazione
non ne ricordava le sembianze, la condusse subito innanzi
al re; il quale, facendole ravviare i capelli, ne vide
piovere quegli animali cosi mortali nemici della verità che
sempre offendono i testimoni, e, consideratala in volto, osservò
che, anelando forte per la fatica del cammino, aveva
fatto una saponata alla bocca, che pareva una gualchiera di
panni; e, abbassando gli occhi a terra, scorse un prato d'erbe fetide, che gli misero stomaco a mirarle. Sdegnato, scacciò
senz'altro Puccia con la madre, e castigò Ciommo, mandandolo
a guardare le oche della corte.
Disperato Ciommo per questo affare, e non sapendo darsene
ragione, conduceva le oche pei campi, e lasciandole errare
a lor voglia lungo la marina, si ritirava in un pagliaio,
dove, fino a sera, quando era tempo di stendersi a dormire,
piangeva la sorte sua.
Goble W.
Ma alle oche che scorrevano pel lido
si affacciava Marziella dalle acque, e le cibava di pasta reale
e le abbeverava di acqua rosa, tanto che esse erano diventate
ognuna quanto un castrato, cosi grasse che quasi non
potevano aprire gli occhi. E la sera si spingevano fin sotto
un orticello, che rispondeva sotto una finestra del re, e cominciavano
a cantare:
Pire, pire, pire!
Il sole è bello ed è bella la luna;
assai più bella chi governa noi.
Il re, sentendo ogni sera questa musica ochesca, mandò
per Ciommo, e volle sapere dove e come e di che pascesse
le sue oche; e Ciommo rispose: "Non do loro altro a mangiare
che l'erba fresca dei campi".
George Cruikshank
Ma il re, che non rimase
persuaso della risposta, gli mandò dietro segretamente un
servo fidato perché osservasse dove esso menava le oche. Il
servo, seguendo le sue orme, lo vide entrare nel pagliaio e lasciare
le oche sole; le quali, volgendosi verso la marina, giunsero
al lido, dove usci dal mare Marziella, che non credo
cosi bella sorgesse dalle onde la madre di quel cieco, che,
come disse il poeta, altra limosina non chiede che di pianto. Il servitore del re, tutto meravigliato e incantato, corse
dal padrone, raccontandogli il bello spettacolo a cui aveva
assistito sulla scena della marina, E la curiosità del re, eccitata,
lo mosse a recarsi di persona a contemplarlo; e la
mattina, quando il gallo, capopopolo degli uccelli li solleva
tutti ad armare i viventi contro la Notte, essendo andato
Ciommo con le oche al luogo solito, il re, non perdendolo
mai di vista, gli tenne dietro.
Ciommo rimase nel pagliaio e
le oche si avviarono alla marina; e il re vide venir fuori
Marziella, che, data a mangiare una pastetta di paste dolci
e da bere una caldaietta di acqua rosa alle oche, si assise
sopra una pietra a pettinarsi i capelli, dai quali cadevano a
manate le perle e i granatini, e intanto dalla bocca le usciva un
nugolo di fiori e sotto i piedi si mirava un tappeto soriano
di gigli e viole.
Il re chiamò Ciommo e gli domandò se conosceva quella
bella giovane; e Ciommo la riconobbe e corse ad abbracciarla,
e in presenza del re udi tutto il tradimento fattole da Troccola,
e come l'invidia di quella brutta peste aveva ridotto
questo bel fuoco d'amore ad abitare nell'acqua del mare.
Non si può dire il piacere che prese il re per l'acquisto
di cosi bella gioia; e, voltosi al fratello di lei, gli disse che
aveva gran ragione di lodarla tanto, e che trovava due terzi
e più di quello che aveva descritto, e perciò la stimava più
che degna di essergli moglie, quando si contentasse di accettare
lo scettro del regno suo.
"Oh lo volesse il Sole leone - rispose Marzìella - e potessi
venire a servirti come schiava della tua corona! Ma non
vedi tu questa catena d'oro, che mi lega il piede e con la
quale la maga mi tiene prigione, e, quando prendo troppa
aria e troppo mi trattengo alla marina, mi tira dentro alla
ricca servitù, incatenata d'oro?"
"Quale rimedio ci sarebbe - disse il re - a levarti dalle
branche di cotesta sirena?" "Il rimedio sarebbe - rispose Marziella - di segare con
una lima sorda questa catena, e svignarmela."
"Aspettami domattina - replicò il re - che lo me ne
verrò con l'ordigno pronto e mi ti porterò a casa, dove sarai
il mio occhio diritto, la pupilla del mio cuore e le viscere di
quest'anima."
E, datasi una caparra dell'amor loro col toccarsi le mani,
essa se ne andò in mezzo all'acqua ed egli in mezzo al fuoco,
e a un fuoco tale che non gli die un momento di riposo
tutto il giorno. E, quando quella nera schiava della Notte usci a fare tubba-catubba con le stelle, non chiuse occhio
e andò ruminando con le mascelle della memoria le bellezze
di Marziella, discorrendo col pensiero intorno alle meraviglie
dei capelli, ai miracoli della bocca e agli stupori del piede;
e, toccando l'oro delle grazie sue alla pietra del paragone
del giudizio, le trovava di ventiquattro carati. E malediceva
la Notte che tanto tardasse a riposarsi dei ricami che va
facendo di stelle, e bestemmiava il Sole che non arrivasse
presto col carico della luce ad arricchire la casa sua del
bene tanto desiderato, affin di portare alla camera sua una miniera d'oro che gettava perle, una conchiglia di perle che
gettava fiori.
Ma, intanto che egli se n'andava per mare pensando a
colei che stava nel mare, ecco i guastatori del Sole spianare
il cammino pel quale doveva esso passare con l'esercito
dei raggi; e il re si vesti, e, in compagnia di Ciommo, si
avviò alla marina. E qui, uscita Marziella dalle onde, egli
con la lima che aveva portata, segò di mano propria la catena
dal piede della persona amata, sebbene in quell'atto stesso
ne fabbricasse un'altra più forte al proprio cuore. E si tolse
in groppa al cavallo colei che gli cavalcava il cuore, e trottò
alla volta del palazzo reale, dove Marziella trovò, per ordine
del re, tutte le belle donne del paese, che la ricevettero e l'onorarono
come padrona loro.
Quando il re la sposò, nella gran festa che segui, tra le
tante botti che si accesero per luminaria, fu inclusa come botticella
anche la persona di Troccola, affinché scontasse l'inganno
che aveva fatto a Marziella. Lucida fu mandata a chiamare
e visse, insieme con Ciommo, da signora; ma Puccia,
scacciata da quel regno, andò sempre pezzendo, e, per non
aver voluto seminare un pochetto di pizza, ebbe sempre carestia
di pane, perché:
chi non sente pietà, pietà non trova.
"
Le Doje Pizzelle", G.B. Basile, Pentamerone, Giornata IV, Cunto 7
Traduzione di Benedetto Croce.
Il testo originale è nella Pagina: "G.B. Basile".
Vedi "
Le Tre Fate", sempre di Basile,
Qui.