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martedì 30 giugno 2015

La Bella e la Bestia, Madame de Villeneuve (da Andrew Lang), Traduzione Mia. Terza e Ultima Parte.


I giorni passavano veloci, tra svaghi sempre nuovi, e, dopo un po', Bella scoprì un'altra eccentricità di quel posto che la distraeva quando soffriva particolarmente per la noia o per la solitudine.
C'era una stanza a cui, all'inizio, non aveva prestato grande attenzione: era completamente vuota, ma, davanti ad ogni finestra, era collocata una comoda poltrona. La prima volta che era entrata nella stanza, e aveva lanciato un'occhiata fuori, attraverso una delle finestre, ne aveva ricavato l'impressione che una tenda nera le coprisse la visuale. Ma, in una seconda visita, sentendosi piuttosto stanca, si accomodò in una delle poltrone, e, subito, la tenda si aprì come una cortina lasciandola assistere ad una deliziosa pantomima: danze, luci colorate, musica, e bei costumi, e tutto era così allegro e divertente che Bella ne fu estasiata. Una dopo l'altra, aprì le altre sette finestre, e ogni finestra le offrì un nuovo e suggestivo spettacolo, cosicché Bella non soffrì più di solitudine.
Ogni sera, dopo cena, la Bestia veniva a trovarla, e, ogni volta, prima di congedarsi, le chiedeva con la sua terribile voce:
"Bella, vuoi sposarmi?"
E, adesso che lo conosceva un poco, a Bella pareva che, quando lei rispondeva: "No, Bestia", se ne andasse molto rattristato.
Ma i suoi sogni felici con il giovane Principe le facevano dimenticare in fretta la povera Bestia, e l'unica cosa che la irritava erano i suoi continui avvertimenti di non fidarsi delle apparenze, di lasciarsi guidare dal suo cuore e non dai suoi occhi, e altri discorsi egualmente enigmatici che proprio non riusciva a capire.
Le cose andarono avanti così per molto tempo finché Bella, sebbene fosse felice, cominciò ad avvertire più acutamente la mancanza di suo padre, dei suoi fratelli e delle sue sorelle, tanto che una sera, vedendola particolarmente malinconica, la Bestia le chiese cosa avesse.





Bella, ormai, non aveva più paura di lui: sapeva bene che, a dispetto del suo aspetto feroce e della sua terribile voce, aveva un animo gentile. Quindi, rispose che moriva dal desiderio di rivedere la sua famiglia ancòra una volta.
A queste parole, la Bestia sembrò travolta da una grande tristezza, e scoppiò in un pianto desolato:
"Ah, Bella, davvero avresti il cuore di abbandonare una Bestia infelice quale io sono? Che altro vuoi per essere felice? È il tuo odio per me che ti spinge a fuggire?"
"No, cara Bestia - rispose Bella soavemente - io non ti odio, e soffrirei molto se non potessi rivederti, ma ho tanta nostalgia di mio padre e vorrei riabbracciarlo. Lasciami andare per due mesi, e ti prometto che ritornerò, e resterò qui con te per il resto della mia vita".
La Bestia, che aveva continuato a singhiozzare dolorosamente mentre Bella parlava, le rispose:
"Non posso rifiutarti nulla, anche se dovesse costarmi la vita. Prendi i quattro cofanetti che troverai nella stanza accanto alla tua e riempili con tutto ciò che desideri portare con te. Ma ricorda la tua promessa e ritorna da me allo scadere dei due mesi o potresti pentirtene amaramente, poiché, se non ritornerai per la data fissata, troverai la tua fedele Bestia senza vita. Non avrai bisogno di alcuna carrozza per il viaggio di ritorno: ti basterà dire addio alla tua famiglia la notte prima della tua partenza, e poi, quando sarai a letto, non dovrai far altro che girare questo anello intorno al dito, pronunciando con voce sicura queste parole: Voglio tornare al mio palazzo per rivedere la mia Bestia. Buonanotte, Bella. Non aver paura, dormi serenamente, e, in men che non si dica, rivedrai tuo padre".
Non appena fu sola, Bella si affrettò a riversare gran quantità degli oggetti preziosi che la circondavano nei cofanetti, e, solo quando fu stanca di riempirli, essi sembrarono colmi. Allora, si coricò, ma non riusciva ad addormentarsi per la gioia. Quando, finalmente, fu vinta dal sonno, sognò il suo amato Principe: con suo grande dolore, lo vide disteso su di una sponda erbosa, triste e indebolito al punto da essere quasi irriconoscibile.
"Che vi succede?", gridò.
Il Principe la guardò con aria di rimprovero, e disse:
"Come puoi chiedermi una cosa del genere, o donna crudele? Non stai forse per abbandonarmi alla morte?"
"Ah, non siate così triste - esclamò Bella - Vado solo a rassicurare mio padre che sono sana e salva, e felice. Ho dato alla Bestia la mia parola d'onore che sarei ritornata: morirebbe di dolore se non mantenessi la mia promessa!"
"E a te che importa? - disse il Principe - Non te ne cureresti affatto, non è così?" "Parola mia, sarei davvero un'ingrata se non mi curassi di una Bestia così gentile - disse Bella con indignazione - Morirei per evitargli un dolore. Credetemi, non è colpa sua se è così brutto!"






Proprio in quel momento, uno strano suono la destò: qualcuno stava parlando non molto lontano da lei. Aprì gli occhi e si rese conto di trovarsi in una stanza che non aveva mai visto prima, e che, di certo, non era neppure lontanamente paragonabile ai fasti del palazzo della Bestia. Si alzò e si vestì in gran fretta, e si accorse che i cofanetti che aveva riempito la sera prima erano anch'essi nella stanza. Mentre si domandava per mezzo di quale magia la Bestia fosse riuscita a trasportare lei e i suoi cofanetti in quel posto sconosciuto, riconobbe la voce di suo padre, e, allora, si precipitò fuori, al colmo della gioia, per riabbracciarlo.
I suoi fratelli e le sue sorelle non riuscivano a capacitarsi ch'ella fosse lì con loro, dal momento che non avevano più alcuna speranza di rivederla, e la tempestarono di domande. Anche Bella aveva molto su cui chiedere: tutto ciò che era accaduto loro da quando se n'era andata, a cominciare dal viaggio di ritorno di suo padre. Ma, quando i fratelli appresero che si sarebbe trattenuta con loro solo per poco tempo, e che sarebbe ritornata per sempre dalla Bestia, presero a lamentarsi a gran voce.
Più tardi, Bella chiese a suo padre cosa ne pensasse dei suoi strani sogni e perché il Principe non facesse che supplicarla di non fidarsi delle apparenze. Dopo una lunga riflessione, il padre disse:
"Tu stessa mi hai detto che la Bestia, per quanto spaventoso possa essere il suo aspetto, ti ama teneramente e merita il tuo amore e la tua gratitudine per la gentilezza e la generosità che ti dimostra. Io penso che il Principe intenda che tu capisca che devi ripagarlo assecondando i suoi desideri, nonostante la sua grande bruttezza".
Ma Bella non riusciva a credere che ciò fosse possibile. Inoltre, quando pensava al suo caro Principe ed alla sua bellezza, non si sentiva affatto incline a sposare la Bestia. Ad ogni modo, aveva davanti a sé due mesi in cui non doveva prendere alcuna decisione, ma poteva divertirsi con le sue sorelle. Tuttavia, sebbene adesso fossero ricchi e risiedessero nuovamente in città, dove conducevano vita di società, Bella si rese conto che niente più la rendeva veramente felice, e che le capitava spesso di ripensare al palazzo della Bestia, dove, invece, lo era stata tanto. E, soprattutto, da quando era a casa, non aveva più sognato il suo caro Principe, e questo distacco la rattristava moltissimo.
Inoltre, le sorelle sembravano essersi assuefatte tanto bene alla sua assenza che, a volte, Bella aveva quasi la sensazione di essere di troppo, così non si sarebbe sentita troppo triste quando il termine dei due mesi stava per scadere, se non fosse stato per suo padre e per i suoi fratelli che la supplicavano in continuazione affinché restasse più a lungo, ed erano talmente addolorati al pensiero della sua prossima partenza che Bella non riusciva a trovare il coraggio per dire loro addio.









Ogni mattina, si alzava risoluta ad accomiatarsi da loro la sera stessa, ma, ogni sera, rimandava gli addii al giorno seguente, finché le capitò di fare un sogno angoscioso che l'aiutò a decidersi, senza ulteriori rinvii. In sogno, vagava per un sentiero solitario nei giardini del palazzo, quando udì dei lamenti che sembrava provenissero da alcuni cespugli che celavano l'ingresso di una caverna. Corse da quella parte, e trovò la Bestia, riversa su di un fianco, in punto di morte.
La Bestia la rimproverò debolmente di essere la causa del suo stato, e, in quel momento, apparve una maestosa Dama, che le disse in tono grave:
"Ah, Bella, sei tornata appena in tempo per salvargli la vita. Vedi cosa succede quando non si  mantiene la parola data! Se avessi tardato un solo giorno ancòra, lo avresti trovato morto".






Quel sogno terrorizzò Bella, tanto che, il mattino seguente, annunciò a tutti la sua irrevocabile decisione di partire quella sera stessa, disse addio al padre, ai fratelli e alle sorelle, e, non appena si fu coricata, girò l'anello intorno al dito, e disse, senza esitazione alcuna:
"Voglio tornare al mio palazzo e rivedere la mia Bestia", così come le era stato detto di fare. Cadde subito in un sonno profondo per risvegliarsi al suono dell'orologio che ripeteva "Bella, Bella" dodici volte con voce musicale, e capì, senza ombra di dubbio, che si trovava di nuovo nel palazzo.
Tutto era rimasto immutato, e come furono felici i suoi uccelli di rivederla! Ma a Bella parve che quello fosse il giorno più lungo della sua vita poiché era ansiosa di rivedere la Bestia, e le sembrava che l'ora di cena non arrivasse mai. E, quando, a cena, la Bestia non si fece vedere, si allarmò davvero!






Dopo esser rimasta per un po' in attesa, tendendo inutilmente l'orecchio per udire il suono dei suoi passi, corse in giardino per cercarlo. Cercò e cercò per i viali e per i viottoli, invocando il suo nome, ma fu tutto inutile: nessuno le rispose e non trovò traccia della Bestia. Infine, esausta, si fermò un istante per riprender fiato, e si accorse che si trovava proprio davanti al sentiero ombroso che aveva visto in sogno. Lo percorse correndo finché - com'era prevedibile - ecco la caverna, e, al suo interno, c'era la Bestia addormentata, o così parve a Bella. Felice di aver ritrovato la sua Bestia, Bella corse al suo fianco e gli toccò la testa, ma, con suo grande sgomento,  la Bestia non si mosse né aprì gli occhi.
"Oh, è morto! Ed è solo colpa mia!", disse Bella, piangendo amaramente.






Ma, guardandolo con più attenzione, pensò di cogliere un respiro, allora, corse alla fonte più vicina, raccolse un po' d'acqua fra le mani, e gliene spruzzò un poco sulla faccia. E, finalmente, con immensa gioia di Bella, la Bestia incominciò a riaversi.
"Oh Bestia, che spavento ho avuto! - esclamò - Non sapevo quanto ti amassi fino a quando non ho temuto di essere arrivata troppo tardi per salvarti la vita".
"Ma tu puoi davvero amare una creatura così orribile quale io sono?", chiese debolmente la Bestia - Ah, Bella, sei giunta appena in tempo: stavo morendo perché pensavo che tu avessi scordato la tua promessa. Ma ora ritorna a palazzo e riposa, ci rivedremo presto".






Bella, che temeva fortemente la sua ira, e se l'aspettava, si sentì rassicurata dal suo tono gentile e tornò a palazzo, dove l'attendeva la sua cena.
Dopo cena, arrivò la Bestia, come il solito, e conversarono sui mesi che Bella aveva trascorso con suo padre: le chiese se si fosse divertita e quanto la sua famiglia fosse stata contenta di rivederla. Bella rispose cortesemente, e si divertì a raccontare tutto ciò che le era capitato mentre si trovava in famiglia.
Quando giunse il momento di congedarsi, la Bestia le chiese, come aveva fatto tutte le altre sere:
"Bella, vuoi sposarmi?"
Lei rispose dolcemente:
"Sì, cara Bestia".
Aveva appena pronunciato la sua risposta che un lampo di luce sfolgorò attraverso le finestre del palazzo: crepitavano fuochi d'artificio e rimbombavano colpi di cannone, e, su per il viale di aranci, apparve, formata da sciami di lucciole, la scritta, "Lunga Vita al Principe e alla sua Sposa".
Quando si voltò per chiedere alla Bestia il significato di tutto ciò, Bella si accorse che la Bestia non c'era più, e, al suo posto, vide il suo caro e amato Principe!






In quel mentre, udì il rotolìo delle ruote di una carrozza sul lastricato della terrazza, e due Dame entrarono nella sala. In una di loro, Bella riconobbe la maestosa Dama che aveva visto in sogno. L'altra non era da meno quanto a bellezza e maestà, tanto che Bella non sapeva a quale delle due dovesse rivolgere per prima il suo saluto. La Signora che già conosceva disse alla sua compagna:
"Ebbene, Regina, ecco Bella, colei che ha avuto il coraggio di salvare vostro figlio da quel terribile maleficio. Si amano e non aspettano altro che il vostro consenso al loro matrimonio per poter essere pienamente felici".
"E io acconsento  con tutto il cuore!- esclamò la Regina - Non potrò mai ringraziarti abbastanza, deliziosa creatura, per aver restituito al mio caro figlio le sue vere sembianze".
E abbracciò teneramente Bella e il Principe, che, nel frattempo, aveva salutato la Fata, e aveva ricevuto le sue congratulazioni.
"E ora - disse la Fata a Bella - immagino che vorrai che io inviti i tuoi fratelli e le tue sorelle ai festeggiamenti per il vostro matrimonio!"
Così accadde, in effetti, e le nozze vennero celebrate il giorno seguente con grande sfarzo, e Bella e il Principe vissero per sempre felici e contenti.

Madame de Villeneuve - Da "The Blue Fairy Book" di Andrew Lang.
Traduzione Mia.
Ho aggiunto alcune illustrazioni di Gabriel Pacheco.




sabato 27 giugno 2015

La Bella e la Bestia, Madame de Villeneuve (da Andrew Lang), Traduzione Mia. Seconda Parte.







Sembrava che il cavallo volasse piuttosto che galoppare, ma con tanta grazia che Bella non ne era affatto spaventata, anzi, si sarebbe goduta il viaggio se non avesse avuto il cuore stretto dal timore per quello che l'attendeva a destinazione.
Suo padre tentò ancòra di persuaderla a ritornare indietro, ma fu tutto inutile. Mentre parlavano, scese la notte, e, con loro grande stupore, meravigliose luci colorate presero a brillare in tutte le direzioni, e splendidi fuochi d'artificio fiammeggiarono davanti ai loro occhi: tutta la foresta ne fu illuminata, e sembrava che persino l'aria, gelida fino a qualche istante prima, ne fosse piacevolmente intiepidita.
E fu così fino al viale degli aranci, lungo il quale c'erano molte statue che reggevano torce fiammeggianti, e, non appena si avvicinarono al Castello, videro che era illuminato dal pianterreno al tetto, e le note lontane di una musica soave giungevano dalla corte interna.
"La Bestia dev'essere davvero affamata - commentò Bella, sforzandosi di ridere - se accoglie con tanto tripudio l'arrivo della sua preda".
Eppure, a dispetto della sua ansia, non poté evitare di ammirare tutte le cose meravigliose su cui posava lo sguardo.
Il cavallo si fermò ai piedi dell'imponente scalinata che conduceva alla terrazza: il mercante condusse la figlia nella saletta che ben conosceva, dove trovarono ad accoglierli un magnifico fuoco che ardeva nel caminetto, e una tavola imbandita con una cena squisita. Il mercante sapeva che la cena era stata apparecchiata per loro, e Bella, che si sentiva un po' meno spaventata dopo aver attraversato tante belle sale senza aver visto alcuna traccia della Bestia, ed era piuttosto affamata per la vertiginosa galoppata, cenò di buon animo.
Avevano appena deposto le posate che udirono il rimbombo dei passi della Bestia che si avvicinava. Terrorizzata, Bella si aggrappò al padre, e il suo terrore aumentò quando si accorse quanto fosse atterrito egli stesso. Tuttavia, quando la Bestia apparve in carne ed ossa, pur tremando a quella vista orribile, Bella compì un indicibile sforzo per nascondere il proprio sgomento, e la salutò rispettosamente.
E di ciò, palesemente, la Bestia si compiacque.
La Bestia, dopo averla guardata, disse, con una voce che avrebbe colmato di terrore il cuore più coraggioso, benché non sembrasse affatto in collera:
"Buonasera, vecchio. Buonasera, Bella".
Il mercante era troppo spaventato per rispondere, ma Bella disse dolcemente: "Buonasera, Bestia".
"Sei venuta di tua spontanea volontà? - chiese la Bestia - Sarai contenta di restare qui quando tuo padre se ne sarà andato?"
Bella rispose coraggiosamente che era pronta a restare.
"Me ne compiaccio - disse la Bestia - E, dal momento che sei venuta di tua spontanea volontà, puoi restare. Quanto a te, vecchio -  aggiunse, rivolgendosi al mercante - ripartirai domani, al levar del sole. Quando sentirai il suono del campanello, alzati senza indugio e fa' colazione. Troverai ad aspettarti il cavallo che ti riporterà a casa, ma ricorda: non rivedrai mai più il mio palazzo".
Quindi, rivolgendosi a Bella, disse:
"Conduci tuo padre nella sala accanto e aiutalo a scegliere tutto ciò che credi possa risultare gradito ai tuoi fratelli e alle tue sorelle. Troverai due bauli da viaggio: riempili a tuo piacimento. È giusto che tu mandi loro qualcosa di prezioso in tuo ricordo".
E se ne andò, dopo aver detto: "Buonasera, Bella. Addio, vecchio", e, benché Bella stesse iniziando a disperarsi per l'imminente partenza del padre, era anche spaventata all'idea di disubbidire agli ordini della Bestia, quindi, entrarono nella sala accanto, che aveva le pareti completamente ricoperte da mensole e scaffali.
Rimasero attoniti davanti alle inestimabili ricchezze ivi custodite: c'erano magnifici abiti degni di una regina, corredati di tutti gli ornamenti, e, quando Bella aprì gli armadi, fu abbacinata dai gioielli di cui ogni mensola traboccava.
Dopo averne scelto una gran quantità, che divise tra le sorelle, poiché aveva già preparato una pila di magnifici abiti per ciascuna di loro, aprì l'ultima cassa, scoprendo che era ricolma d'oro.
"Padre - disse - penso che l'oro vi sarà più utile, e credo che dovremmo svuotare i bauli di tutte quelle belle cose, e riempirli d'oro".
Così fecero, ma, più riempivano d'oro i bauli, più spazio sembrava esserci, finché decisero di aggiungerci anche i gioielli e i vestiti che avevano appena tolto, e Bella vi riversò anche tutti i gioielli che riuscì a portare in una volta sola, eppure ancòra i bauli non erano pieni, ma erano ormai così pesanti che neanche un elefante avrebbe potuto reggerne il peso!
"La Bestia si è beffata di noi! - esclamò il mercante - Ha finto di volerci regalare tutte queste cose, ben sapendo che non sarei mai stato in grado di trasportarle".
 "Aspettiamo e vedremo -  disse Bella - Non riesco a credere che intendesse ingannarci. Non possiamo far altro che chiudere i bauli e farli trovare pronti".
Così fecero, poi ritornarono nella saletta dove, con loro grande sorpresa, trovarono già la colazione imbandita. Il mercante mangiò di buon appetito, come se la generosità della Bestia lo avesse indotto a credere che avrebbe potuto arrischiarsi a ritornare presto per rivedere Bella. Ma lei era sicura che suo padre se ne sarebbe andato per sempre, e perciò divenne ancòra più triste quando udì il secondo, più imperioso, squillo del campanello, che li ammoniva che era giunto il momento di separarsi.
Scesero nella corte interna, dove due cavalli li stavano aspettando: uno, carico dei due bauli, e l'altro per il mercante. Scalpitavano, impazienti di andare, e il mercante fu costretto ad un frettoloso saluto, e, non appena montò in sella, i cavalli partirono ad una tale velocità che, in un istante, Bella non riuscì più a vederlo.
Infine, Bella si abbandonò al pianto, e vagò tristemente fino alla saletta. Ben presto, scoprì di essere molto assonnata, e, dal momento che non aveva niente di meglio da fare, si sdraiò, e cadde addormentata all'istante.
E sognò che stava camminando fra gli alberi e lungo un corso d'acqua, lamentando il suo triste destino, quando un giovane Principe, più bello di qualsiasi uomo avesse mai visto, le venne vicino, e, con una voce che le andò dritta al cuore, disse:
"Ah, Bella! Non sei così sfortunata come credi. Qui sarai ripagata per tutte le sofferenze che hai patito altrove. Ogni tuo desiderio verrà soddisfatto. Ti chiedo soltanto di trovarmi, non importa sotto quale forma io sia, poiché ti amo teneramente, e, nel rendere felice me, troverai la tua felicità. Che la tua lealtà sia pari alla tua bellezza e non ci resterà nient'altro da desiderare".
"Cosa posso fare, Principe, per rendervi felice?"
"Sii grata - rispose il Principe - e non fidarti troppo dei tuoi occhi. Ma, soprattutto, non abbandonarmi finché non mi avrai liberato dalla mia crudele sventura".
Dopo, le parve di trovarsi in una stanza con una bella e maestosa dama, che le disse:
"Cara Bella, cerca di non rimpiangere troppo ciò che hai lasciato, perché sei destinata ad una sorte migliore. Ma non lasciarti ingannare dalle apparenze".
Bella trovava quei sogni talmente interessanti che non avvertiva alcuna fretta di risvegliarsi, ma, infine, l'orologio la destò chiamando dolcemente il suo nome dodici volte. Si alzò e scoprì che la toilette era ben fornita di ogni cosa che avrebbe potuto desiderare, e, una volta che ebbe terminato di acconciarsi, trovò una cena imbandita nella stanza accanto.
Un pasto consumato da soli non dura mai molto a lungo, e, presto, si accomodò in un angolo del divano, e ripensò all'affascinante Principe che aveva incontrato nel suo sogno.
'Ha detto che potrei renderlo felice - ripeté, tra sé e sé, Bella - Dev'essere questa orribile Bestia a tenerlo prigioniero. Come posso liberarlo? Mi chiedo perché sia il Principe che la Dama mi abbiano esortato a non fidarmi delle apparenze. Non capisco. Ma, dopotutto, è stato solo un sogno: perché angosciarmi così? Sarà meglio che vada a cercare qualcosa che mi aiuti a passare il tempo'.
Allora, si alzò e iniziò ad esplorare alcune delle innumerevoli sale del palazzo.
La prima in cui entrò aveva le pareti ricoperte di specchi, e Bella si vide riflessa da ogni lato, e pensò che non aveva mai visto una stanza così originale.
Poi, un braccialetto appeso ad un candeliere attirò la sua attenzione: lo prese e si accorse che recava la miniatura del suo sconosciuto ammiratore, esattamente come lo aveva visto nel suo sogno. Felice, si infilò il braccialetto, e attraversò una galleria di ritratti, dove trovò anche quello, a grandezza naturale, dello stesso affascinante Principe, eseguito con tale maestria che, mentre lo osservava, pareva che egli le stesse sorridendo con gentilezza.
Si allontanò a fatica da quel ritratto per entrare in una sala dov'erano raccolti tutti gli strumenti musicali esistenti al mondo, e si divertì per molto tempo a provare a suonarli, uno dopo l'altro, e cantò finché si sentì stanca.
La sala successiva era una biblioteca che conteneva tutti i libri che aveva letto e tutti i libri che aveva sempre desiderato leggere, e tanti altri ancòra, cosicché pensò che una vita intera non le sarebbe bastata anche solo per leggere i titoli.
Scese il crepuscolo, e candele di cera infilate in candelabri di diamanti e rubini si accendevano in ogni sala. Bella osservò che la cena le fu servita proprio nel momento i cui ne avvertì il desiderio, ma non vide alcuno né udì alcun suono, e benché suo padre l'avesse avvertita che avrebbe consumato i suoi pasti da sola, incominciò ad annoiarsi. Ed ecco, udì sopraggiungere la Bestia, e si chiese tutta tremante se, stavolta, avesse intenzione di divorarla.






Tuttavia, poiché la Bestia non sembrava così feroce e si limitò a borbottare: "Buonasera, Bella", lei rispose allegramente, riuscendo a nascondere il suo terrore. Poi, la Bestia le chiese se si fosse svagata, e Bella gli descrisse le belle sale che aveva visitato.
Quindi, la Bestia le chiese se pensava di poter essere felice nel suo palazzo, e Bella rispose che tutto era così meraviglioso che solo una persona davvero incontentabile avrebbe potuto non esserlo. Dopo un'ora di conversazione, Bella incominciava a pensare che, in fin dei conti, la Bestia non era così terribile come le era parso in un primo momento. Prima di accomiatarsi, la Bestia disse con la sua voce cavernosa:
"Mi ami, Bella? Vuoi sposarmi?"
"Oh, cosa dovrei rispondere?", esclamò Bella, spaventata al pensiero di far infuriare la Bestia con un rifiuto.
"Di' solo 'sì' o 'no', senza timore", replicò lui.
"Oh no, Bestia!", disse in fretta Bella.
"Allora, dal momento che non mi vuoi, buona notte, Bella".
Ella rispose "Buonanotte, Bestia", molto sollevata di scoprire che il suo rifiuto non aveva fatto infuriare la Bestia.






Rimasta sola, Bella si coricò e si addormentò subito, sognando il Principe sconosciuto. Diceva:
"Oh, Bella, perché sei così scostante con me? Temo di essere condannato all'infelicità per molto tempo ancòra!"
Poi, i sogni si susseguirono ai sogni, ma l'affascinante Principe era sempre con lei. Il mattino dopo, il primo pensiero di Bella fu di andare a rimirare il ritratto nella galleria per accertarsi che assomigliasse davvero al Principe del suo sogno, ed era così.
Era una splendida giornata di sole, e Bella decise di trascorrerla in giardino, dove le fontane zampillavano e mormoravano. Fu assai sorpresa nel constatare che quei luoghi non le senbravano affatto estranei: ben presto, scoprì il torrente cinto da piante di mirto dove aveva incontrato il Principe del sogno la prima volta. Ciò la convinse che, in effetti, il Principe dovesse essere prigioniero della Bestia.






Quando si sentì stanca, tornò a palazzo, e scoprì una nuova sala piena di materiali per ogni sorta di lavoro: nastri per farne fiocchi e sete colorate per farne fiori. E poi c'era una voliera che ospitava una gran varietà di uccelli rari, talmente docili che, non appena Bella entrò, le volarono incontro per salutarla, e le si posarono sulle spalle e sulla testa.
"Belle creature - disse - come mi piacerebbe che la vostra gabbia fosse vicina alla mia camera, così da poter ascoltare il vostro canto!"
Nell'esprimere questo desiderio, aprì la porta, e, con grande sorpresa, scoprì che dava proprio nella sua camera, benché fosse convinta di trovarsi in tutt'altra parte del palazzo.
In una stanza più lontana c'erano altri uccelli, pappagalli e cocorite, che sapevano parlare, e salutarono Bella chiamandola per nome: li trovò talmente divertenti che ne prese un paio e se li portò in camera, dove chiacchierarono con lei durante la cena.
Dopo cena, la Bestia tornò a farle visita, e le ripetè la domanda della sera precedente, per poi congedarsi bofonchiando il solito "Buona notte, Bella", e, subito dopo, Bella andò a letto per sognare il suo Principe misterioso.




(Fine Seconda Parte)

Illustrazioni di Gabriel Pacheco.

giovedì 25 giugno 2015

La Bella e la Bestia, Madame de Villeneuve (da Andrew Lang), Traduzione Mia. Prima Parte.

La Belle et la Bête.
La prima versione letteraria di questa fiaba precede di una quindicina d'anni la versione più famosa di Mme de Beaumont ed è quella di Mme de Villeneuve, edita nel 1740. In realtà, era un vero e proprio romanzo breve (o un racconto lungo) destinato decisamente ad un pubblico adulto, poiché non insisteva su una sorta di moralismo didattico, ma, piuttosto, sull'ipocrisia della società del suo tempo. Molto più prolisso e ricco di intrighi ed intrecci, di cupezze e stregonerie, della versione Beaumont, passa il filtro di un nuovo moralismo censorio, quello di Andrew Lang, che lo include nel suo "The Blue Fairy Book".






C'era una volta, in un Paese lontano lontano, un mercante che aveva avuto una così gran fortuna in tutti i negozi che aveva intrapreso da accumulare ingenti ricchezze. Tuttavia, poiché era padre di sei figli e sei figlie, scoprì che il denaro non era mai troppo per soddisfare ogni loro capriccio, il che accadeva puntualmente.
Un brutto giorno, una disgrazia tanto rovinosa quanto inaspettata si abbattè sul mercante e sulla sua famiglia: la loro casa prese fuoco e arse fino alle fondamenta, con la raffinata mobilia, i libri, i quadri, gli ori e l'argenteria; in breve, con tutte le ricchezze in essa contenute. E, tuttavia, non era che l'inizio delle loro sventure.




Il padre, che, fino a quel momento, aveva visto prosperare ogni attività intrapresa, improvvisamente, perse, una dopo l'altra, le navi che trasportavano le sue mercanzie, o perché assalite dai pirati, o a causa di un naufragio o di un incendio scoppiato a bordo. Infine, venne a sapere che i suoi dipendenti in Paesi lontani, che avevano sempre goduto della sua incondizionata fiducia, lo avevano ingannato e derubato; così, in breve tempo, da una principesca agiatezza, sprofondò nella miseria più nera.
Tutto ciò che gli era rimasto era una casetta in un luogo sperduto, lontano almeno un centinaio di leghe dalla città in cui aveva sempre vissuto, e dove si vide costretto a ritirarsi con i suoi figli, disperati all'idea di esser ridotti a condurre un tenore di vita tanto differente da quello a cui erano avvezzi.
In effetti, le figlie, in un primo tempo, avevano confidato che i loro amici, tanto numerosi quand'erano ricche, avrebbero insistito affinché accettassero la loro ospitalità, adesso che non possedevano più una casa. Purtroppo, scoprirono presto di essere state dimenticate, e che, anzi, gli antichi amici imputavano l'attuale infelice condizione della famiglia alle loro passate stravaganze, e, certamente, non mostravano la minima intenzione di offrire loro alcun aiuto.
Così, non rimase altro da fare che seguire il padre e stabilirsi nella casetta, che sorgeva nel folto di un'oscura foresta e sembrava il luogo più desolato mai esistito sulla faccia della terra. E, poiché erano troppo poveri per permettersi servitori, le figlie erano costrette a sbrigare i lavori più umili e pesanti, proprio come delle vere contadine, mentre i figli dovevano coltivare i campi per mettere il pane in tavola. Poveramente vestite, e conducendo una vita modestissima, le ragazze non facevano che rimpiangere il lusso e i divertimenti della vita passata: solo la più giovane si sforzava di essere coraggiosa e allegra.






Anche lei, come tutti gli altri, aveva sofferto per il rovescio di fortuna che aveva colpito il padre, ma aveva recuperato in fretta la sua innata gaiezza, e aveva dedicato le sue energie al tentativo di migliorare le cose: cercava di svagare il padre e i fratelli e di persuadere le sorelle perché si unissero a lei quando danzava o cantava. Ma le sorelle non ci pensavano neanche, e, poiché non la vedevano rattristata quanto loro, finirono con il concludere che quella vita miserabile, con tutta evidenza, le si adattava perfettamente. In realtà, la figlia più giovane era molto più bella ed intelligente delle maggiori: era talmente incantevole che tutti usavano chiamarla Bella.
Un paio d'anni più tardi, quando si stavano lentamente adattando alla nuova condizione, capitò qualcosa che venne a turbare la loro tranquillità: al mercante giunse la buona nuova che una delle sue navi, che credeva perduta, aveva, invece, gettato l'àncora, sana e salva, con il suo ricco carico. I suoi figli pensarono che la misera vita che conducevano era giunta al termine e volevano trasferirsi immediatamente in città, ma il padre, che era più prudente, li pregò di aspettare per un poco ancòra, e, benché fosse tempo di raccolto e la sua assenza si sarebbe fatta sentire, decise di recarsi di persona ad effettuare le dovute indagini.
Solo la figlia più giovane nutriva qualche dubbio sull'eventualità che presto sarebbero diventati ricchi come un tempo, o, almeno, ricchi a sufficienza da vivere tra gli agi in città, dove avrebbero anche ritrovato i divertimenti e le allegre compagnie di una volta. Intanto, le figlie e i figli incaricarono il padre dell'acquisto di una tale quantità di vesti eleganti e di gioielli che, se avesse soddisfatto le loro richieste, avrebbe speso una vera fortuna. Bella, invece, prevedendo che sarebbe stato tutto inutile, non chiese nulla.
Suo padre notò il silenzio della figlia prediletta e disse:
"E cosa vuoi che porti per te, Bella?"
"L'unica cosa che desidero è vedervi tornare a casa sano e salvo", rispose lei.
La sua risposta ottenne come risultato di far montare su tutte le furie le sorelle, convinte che le stesse biasimando per l'esosità delle loro richieste..
Il padre, invece, ne fu compiaciuto, ma, ritenendo che a qualsiasi ragazza della sua età avrebbe fatto piacere ricevere un regalino, insistè perché scegliesse qualcosa.
"Ebbene, caro padre - disse Bella - poiché insistete, vi chiedo di portarmi una rosa: non ne ho vista alcuna da quando siamo venuti a stare qui, e io le amo tanto!".
Il mercante si mise in viaggio e raggiunse la città il più presto possibile, ma solo per scoprire che i suoi antichi soci, credendolo morto, si erano spartiti le mercanzie a bordo della nave. Così, dopo sei mesi di  tribolazioni e di spese, si ritrovò povero come quando era partito, con appena il denaro necessario per il viaggio di ritorno. Oltretutto, fu costretto a partire con un tempaccio da lupi, e, ormai a poche leghe da casa, era stremato per il gelo e la fatica. Sebbene sapesse che avrebbe impiegato diverse ore per attraversare la foresta, era così ansioso di giungere a destinazione che decise di proseguire.
Calò la notte, e la neve alta e i morsi spietati del gelo impedirono al suo cavallo di andare oltre: non una casa in vista, l'unico rifugio possibile era il tronco cavo di un grande albero, dove, tutto rannicchiato, trascorse l'intera notte, la più lunga della sua vita - o così gli parve. Malgrado l'indicibile stanchezza, l'ululato dei lupi lo tenne sveglio, né la sua situazione migliorò con lo spuntar del giorno perché la neve era caduta fitta fitta e aveva ricoperto e nascosto tutti i sentieri e lui non sapeva da che parte rifarsi. Con estenuante lentezza, si aprì una sorta di passaggio nella coltre di neve: all'inizio, il procedere fu molto faticoso, scivolò e cadde più volte, poi, il cammino sembrò farsi più agevole finché si ritrovò in un grande viale alberato, in fondo al quale sorgeva un maestoso castello.
Al mercante sembrò molto strano che proprio quel viale fosse stato risparmiato dalla bufera di neve: infatti, i magnifici alberi che lo fiancheggiavano erano tutti aranci rigogliosi di fiori e carichi di frutti. Entrato nel cortile interno del castello, vide davanti a sé una scalinata di agata, salita la quale, passò attraverso una teoria di belle sale squisitamente arredate. Il piacevole tepore degli ambienti lo rinfrancò e si accorse di avere una gran fame: tuttavia, sembrava che, in quel vasto e splendido palazzo, non ci fosse alcuno a cui chiedere del cibo.
Ovunque regnava un silenzio profondo, così, stanco di vagare attraverso sale e gallerie deserte, si fermò in una camera meno vasta delle altre: nel caminetto scoppiettava un bel fuoco vivace, e, lì accanto, era stato collocato un divano... Pensando che fosse stato preparato per un ospite atteso, si sedette e aspettò il suo arrivo, ma, ben presto, cadde in un dolcissimo sonno.
Diverse ore dopo, la fame lo ridestò: era ancòra solo, ma un tavolino imbandito con una squisita cena era stato allestito accanto al divano, e, poiché non toccava cibo da ventiquattr'ore, non perse altro tempo e placò la fame, con la speranza che presto avrebbe avuto modo di ringraziare il suo premuroso ospite, chiunque egli fosse. Ma non comparve anima viva, anche dopo un'altra lunga dormita che lo ristorò completamente, ed un nuovo pasto - dolci e frutta - preparato per lui sul tavolino accanto al divano.
Poiché era un uomo di natura timorosa, quel lungo silenzio prese ad incutergli terrore, così decise di esplorare ancòra le vaste sale, ma fu tutto inutile: non s'imbatté neanche in un domestico. In quel grande palazzo non c'era alcun segno di vita!
Per distrarsi, finse che tutti quei tesori che aveva sotto gli occhi fossero suoi, e prese a fantasticare su come li avrebbe divisi tra i suoi figli. Quindi, scese in giardino: sebbene in ogni altro luogo imperversasse il gelo invernale, là, il sole risplendeva, gli uccelli cantavano, i fiori sbocciavano, e l'aria era dolce.
Estasiato dalle meraviglie che aveva visto e udito, il mercante si disse:
'Tutto questo dev'essere  destinato a me: vado subito a prendere i miei figli perché condividano con me queste delizie'.
Benché, al suo arrivo, fosse stremato e intirizzito, aveva ricoverato il suo cavallo nella stalla e si era premurato che avesse di che sfamarsi. Pensò di sellarlo per il viaggio di ritorno, e così imboccò il sentiero che portava alle stalle.
Ai lati, il sentiero era bordato da rigogliose siepi di rose, e il mercante si rese conto che mai aveva visto fiori più belli e profumati. Le rose gli ricordarono la promessa fatta a Bella: si fermò, e ne aveva appena colta una per sua figlia che fu stordito da un terribile fragore alle sue spalle.
Si voltò e vide una spaventosa Bestia, che sembrava furiosa, e che disse con voce terribile:
"Chi ti ha detto che avevi il permesso di cogliere le mie rose? Non è bastato che ti abbia concesso di ripararti nel mio palazzo e che mi sia dimostrato un ospite generoso? È questa la tua gratitudine? Rubare i miei fiori? Ma la tua insolenza non resterà impunita!"
Il mercante, terrorizzato dalla violenza di quelle parole, lasciò cadere la rosa fatale, e, si gettò in ginocchio, gridando:
"Perdono, nobile Signore! Sono sinceramente grato per la vostra ospitalità, talmente munifica che mai avrei potuto immaginare di arrecarvi offesa prendendo una cosa di così lieve importanza come una rosa".
Ma l'ira della Bestia non fu placata dalle sue parole.
"Sei bravo a tirar fuori scuse e belle frasi - gridò - ma ciò non ti salverà dalla morte che meriti".
'Ahimé! - pensò il mercante - se solo mia figlia sapesse in quale tremendo pericolo mi ha messo la sua rosa!'.
E, in preda alla disperazione, cominciò a raccontare alla Bestia le sue disgrazie e il motivo del suo viaggio, senza dimenticare di menzionare la richiesta di Bella.
"Il riscatto di un re non sarebbe bastato per le richieste delle mie figlie maggiori - disse - ma ho pensato che, almeno, avrei potuto portare a Bella la sua rosa. Vi supplico di perdonarmi, perché vedete bene che non avevo intenzioni malvagie".
La Bestia riflettè un momento, quindi, disse, con un tono meno violento:
"Ti perdonerò, ma ad una condizione: che tu mi dia una delle tue figlie".
"Ah!- gridò il mercante - se io fossi così crudele da comprare la mia vita al prezzo di quella di una delle mie figlie, che scusa potrei escogitare per condurla qui?"
"Non ci sarà alcuna necessità di inventare scuse - rispose la Bestia - Se verrà, dovrà farlo di sua spontanea volontà. Non l'avrò in nessun altro modo. Scopri tu stesso se tra loro ce n'è una abbastanza coraggiosa e che ti ami tanto da venire qui per salvarti la vita. Mi sembri un onest'uomo, quindi, mi fiderò e ti lascerò tornare a casa. Ti do un mese per scoprire se una delle tue figlie sarà disposta a venire qui con te per restare, permettendoti di andartene libero. Se nessuna di loro vorrà farlo, dovrai ritornare da solo, dopo aver detto loro addio per sempre, poiché, in quel caso, tu apparterrai a me. E non credere di poterti nascondere. Se mancherai alla tua parola, ti scoverò e verrò a prenderti!", soggiunse la Bestia minacciosamente.
Il mercante accettò la proposta, anche se non credeva affatto che una delle sue figlie si sarebbe lasciata convincere a seguirlo al castello. Promise solennemente di ritornare alla scadenza stabilita, e, ansioso di rifuggire la presenza della Bestia, chiese il permesso di partire immediatamente, ma la Bestia invece rispose che non sarebbe partito prima del giorno seguente:
"Domani, troverai un cavallo pronto per te. Ora va' a mangiare la tua cena, e attendi i miei ordini".
Più morto che vivo, il povero mercante ritornò nella sua camera, dove una cena squisita era stata apparecchiata sul tavolino, davanti alla gaia fiamma del caminetto. Era troppo terrorizzato per mangiare, tuttavia, piluccò qualcosa dalle varie portate, per tema che la Bestia s'infuriasse per la sua disobbedienza. Quando ebbe finito, udì un gran frastuono nella stanza accanto che gli annunciava l'imminente arrivo della Bestia, e, dal momento che nulla poteva per evitare quell'incontro, non gli restava altro da fare che sforzarsi di sembrare meno atterrito possibile.






Così, quando la Bestia apparve e gli chiese ruvidamente se avesse trovato la cena di suo gradimento, rispose umilmente di sì, mostrando gratitudine per la cortesia del suo ospite. La Bestia lo ammonì di rispettare il loro accordo e di informare in tutta onestà sua figlia su cosa l'aspettava. Poi, soggiunse:
"Domattina, non alzarti prima del levar del sole, e finché non sentirai il suono di un campanello d'oro. Allora, troverai apparecchiata qui la tua colazione, e, giù nella corte, il cavallo sellato per te. E sarà quello stesso cavallo che ti riporterà qui tra un mese con tua figlia. Addio. Porta una rosa a Bella, e rammenta la tua promessa!"
Il mercante si sentì immensamente sollevato quando la Bestia se ne andò, e, benché non riuscisse a chiudere occhio per l'angoscia, giacque nel letto fino al levar del sole. Dopo una colazione consumata in fretta e furia, andò a cogliere una rosa per Bella, montò a cavallo e partì. In un istante, il castello già non si scorgeva più, e la corsa sfrenata del cavallo si arrestò solo davanti alla porta della sua umile casa, mentre il mercante era sempre immerso nei suoi tetri pensieri.
I suoi figli, che erano stati in gran pena per la sua prolungata assenza, gli si precipitarono incontro, ansiosi di conoscere l'esito del suo viaggio, anche se non dubitavano che fosse positivo, a giudicare dallo splendido cavallo che montava e dal ricco mantello in cui era avvolto.
In un primo momento, nascose loro la verità, limitandosi a dire tristemente a Bella, nel porgerle la rosa:
"Ecco ciò che mi hai chiesto: se solo tu sapessi quanto mi è costata!".
Con queste parole, però, non fece che eccitare la curiosità dei suoi figliuoli, al punto che, senza indugiare oltre, narrò loro tutto ciò che gli era capitato, dall'inizio alla fine. Quando si tacque, erano tutti disperati.
Le figlie si lamentarono a gran voce per le loro speranze deluse, e i figli dichiararono che il padre non sarebbe mai ritornato in quel terribile castello, e presero a far piani per uccidere la Bestia se fosse venuta a prenderselo.
Il mercante rammentò loro che aveva dato la sua parola.
Allora, le sorelle maggiori se la presero con Bella, dichiarando che era tutta colpa sua, e che, se avesse chiesto qualcosa di sensato, tutto ciò non sarebbe mai accaduto, e si lamentarono amaramente perché avrebbero dovuto pagare tutti le conseguenze delle sue stravaganze.






Oppressa dall'angoscia, la povera Bella, disse:
"È vero, sono stata io a provocare la nostra disgrazia, ma vi prego di credere che ne sono la causa innocente: chi mai avrebbe potuto immaginare che chiedere una rosa nel cuore dell'estate avrebbe portato a tanta sventura? Ma, dal momento che io sola sono la causa di tutto, io sola ne pagherò le conseguenze. Seguirò nostro padre al castello perché possa mantenere la sua promessa".
Sulle prime, nessuno voleva sentir parlare di questa soluzione, e sia il padre che i fratelli, che l'amavano teneramente, affermarono che nulla li avrebbe persuasi a lasciarla andare, ma Bella si mostrò irremovibile.
Poiché il tempo scorreva veloce, Bella divise i suoi pochi averi tra le sorelle, e disse addio a tutto quanto amava, e, quando il giorno fatale arrivò, si sforzò in ogni modo di dar coraggio al padre mentre montavano entrambi sul cavallo che lo aveva riportato a casa.

(Fine Prima Parte)

Le illustrazioni sono di Gabriel Pacheco.