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lunedì 15 luglio 2013

Il Soldato e la Candela Magica, l'Aladino dei Paesi Baschi

'erano una volta tre soldati. Erano morti di fame; uno dei tre andò in un podere e tornò mangiando patate crude. I compagni gli dissero: "Dacci delle patate, anche noi abbiamo fame".
"Andate dove le ho trovate io - rispose lui - Ve ne sono in abbondanza". Mentre gli altri si recavano in quel podere, egli corse via. Arrivò di notte in una locanda e chiese ospitalità: ma la padrona, pensando che non avesse un soldo, gliela rifiutò.
"Mi basta un angolino qualsiasi" supplicò lui. Allora la padrona, mossa a pietà, lo fece rimanere.
Il giorno dopo, ella gli chiese se in cambio dell'ospitalità gli avrebbe fatto un favore. Alla risposta affermativa di lui, gli disse:
"Vedi quel palazzo lì di fronte? Nessuno può entrarvi. Vi sono tre cani terribili sui tre pianerottoli della scala. Ci andrai?".
"Dammi tre pani per quei cani e ci andrò!"
Dandogli i pani, la padrona aggiunse:"Arrivando al terzo pianerottolo, vedrai una porta: la aprirai e vi troverai una candela nera: è questa che mi devi portare".
Il soldato entrò nel palazzo, sistemò i cani con i tre pani ed entrò attraverso la porta in una stanza dove, sopra un mucchio di denaro, era collocata una candela nera.
Per prima cosa afferrò la candela, poi si riempì di denaro dalla testa ai piedi e se ne tornò alla locanda.
La padrona gli chiese subito la candela, ma il soldato pagò il conto e si tenne la candela.
Il soldato si allontanò andandosene verso la città.
Sulla strada s'imbattè in un'altra locanda e chiese ospitalità. Dal momento che aveva l'aria di un poveraccio, i padroni non volevano dargli ospitalità. Ma lui insistette che gli bastava un buchino per dormire. Allora il padrone lo condusse in una stanza della cantina per la notte.
Lì dentro il soldato cominciò a contare il denaro.
Quando i locandieri sentirono il tintinnio dei soldi, gli dissero:
"Amico, abbiamo un'altra camera migliore per te: vieni!"
Ma lui rifiutò, dicendo che quella che aveva gli andava bene.
La mattina seguente il padrone della locanda avvertì il re che aveva come ospite un soldato con molto denaro.
Il re gli rispose che lo invitasse a pranzo al suo palazzo.
Il soldato si recò al palazzo del re e mangiò con lui.
Dopo il pranzo il re lo invitò a giocare.
Il soldato allora si mise in un angolo in disparte e accese la candela. Subito comparve un gigante che gli chiese:
"Che vuoi? Sono disposto ad esaudire i tuoi desideri!"
"Voglio vincere tutte le partite che giocherò con il re e i suoi dignitari."
"E sia!"
Il soldato infatti vinse il re a tutte le partite, e, tornato alla locanda, continuò a giocare e a vincere tutti i suoi avversari.
Allora il re se lo portò a palazzo. Ma il soldato di notte s'introdusse nella camera della figlia del re. Questa, sentendo dei rumori, avvertì il padre, che, per scoprire chi fosse il ladro, lasciò nella stanza un orologio d'oro. Il giorno dopo l'orologio fu scoperto nella camera del soldato e questi venne imprigionato e condannato a morte.
Il soldato allora accese di nuovo la candela nera.
Ricomparve il genio che gli chiese:
"Che vuoi? Sono pronto a esaudire tutti i tuoi desideri!"
"Uccidi tutti gli uomini che il re invierà per uccidermi!"
"Moriranno!"
Il re inviò dei soldati per uccidere il prigioniero, ma tutti morirono e lui si salvò. Intimorito, il re accolse di nuovo il soldato in casa sua e gli diede sua figlia.
La figlia del re chiedeva insistentemente a suo marito perché portasse sempre con sé quella candela nera e il soldato un giorno le raccontò tutto.
Accadde che un giorno la dimenticasse nel suo appartamento. La figlia del re, a conoscenza del segreto, l'accese e quando comparve il gigante gli disse:
"Porta via mio marito, in un luogo così remoto che io non debba mai più rivederlo!"
Così fu fatto e il soldato si ritrovò in un deserto remoto dove poteva mangiare solo erba. Nel frattempo la figlia del re si sposò con un altro.
Un'aquila andò dal soldato e gli disse:
"Tu che sei stato un uomo così fanfarone, eccoti qui umiliato!"
"E' vero", disse di rimando lui.
"Io ti devo comunque ringraziare. Ho mangiato tutte le carni putride degli uomini e degli animali che hai fatto ammazzare. Che vuoi adesso?"
"Che mi riporti al palazzo reale."
L'aquila lo afferrò e lo portò via. Ma durante il viaggio ebbe sete e, lasciato il soldato sopra un picco, andò a cercare acqua.
Il soldato fu preso dalla disperazione quando vide che l'aquila non tornava. Ma alla fine essa giunse e lo portò al palazzo del re. Lì il soldato incontrò la serva della figlia del re e ne divenne amico.
Un giorno le chiese:" Il padrone e sua moglie stanno bene?"
"Sì, molto bene", rispose la donna.
"Sai - aggiunse lui - dove si trova una certa candela nera?"
"Sopra il caminetto", rispose lei.
"Desidererei che me la portassi."
E la serva glielo consegnò.
Il soldato l'accese, pronunciando le parole di sempre.
Quando apparve il gigante, gli disse:"Porta la figlia del re nel luogo dove sorge il sole e il marito là dove esso tramonta".
"Sarà fatto", rispose il genio.
E la figlia del re e il suo secondo marito furono trasportati da parti opposte.




Da:
"Misteri e Magie dei Paesi Baschi", Arcana editrice

lunedì 8 luglio 2013

L'Acciarino e altre Illustrazioni, Heinrich Strub











 


Illustrazioni da "A Journey Round my Skull", presente nel blogroll.

L'Acciarino Magico... a Teatro


Ho trovato, un po' per caso, questo teatrino di carta* - da ritagliare -  che trovo davvero delizioso, Qui.
Il Blog "A Journey Round my Skull" è ospitato nel mio blogroll. Sempre da questo Blog ho preso altre illustrazioni ispirate da "L'Acciarino", come quelle di Heinrich Strub, nel post a seguire.
*(Ho qualcosa del genere, in carta e ossa, tra cui una vecchia edizione di Cenerentola).























L'Acciarino Magico, l'Anello Magico e i Desiderii

La fiaba dei Grimm e quella di Andersen, la "luce azzurra" e l'"acciarino" portano dritto dritto ad Aladino e alla sua lampada.
In generale, la fiaba di Aladino e tutte le sue varianti rientrano nel Tipo:
L'Anello Magico (v. Calvino n.42, fiaba bergamasca  "con inizio alla Aladino". Nella nota, Calvino segnala, tra l'altro, che il motivo della lampada di Aladino si ritrova, più o meno sviluppato, in Toscana, Nerucci 38 e Sicilia, Pitrè 81).

E' un Tipo legato ad un Oggetto fatato che esaudisce i Desideri del suo possessore e a un Donatore più o meno volontario, che si dirama in più filoni:
a) Il principale, come sempre, deriva direttamente dal Pentamerone di G.B.Basile (IV, I "La Pietra del Gallo")
b ) Un secondo, che potrebbe essere esemplificato da "Il Pesciolino d'Oro" di Afanas'ev, ovvero la fiaba sull'Avidità Punita.
c) E, quindi, il tipo Aladino.

L'inclusione di "Aladino" nel corpus originario de “Le Mille e una Notte” è stata fortemente messa in dubbio in tutte le edizioni successive a quella del Galland, tanto da essere pubblicata in un'Appendice in quelle più recenti. E' considerata una fiaba spuria, una creazione dei compilatori, basata, però, su di una leggenda popolare. Quindi, non è, comunque, di matrice europea.
La scelta di ricordare qui e adesso le fiabe legate ad Aladino deriva dal motivo delle fughe notturne delle Principesse Danzanti, o della Principessa “posseduta” de “Il Compagno di Viaggio”, che posterò in seguito.
Ovviamente, in questo caso, non si possono definire “fughe”, ma, piuttosto, sparizioni notturne, se non un vero e proprio rapimento. Ma sappiamo che, nelle fiabe, niente è ciò che sembra.
La furia censoria dei Grimm trasforma il rapimento erotico nell'incredibile idea del soldato di fare della bella Principessa, figlia del Re ingrato, la propria serva, una sorta di regale colf notturna.
Ma gli amati dettagli tradiscono le versioni più antiche e libere. Per inchiodare il soldato, la Principessa è spinta a nascondere una delle sue scarpe proprio nel letto di Colui... Come mai? - diranno i miei piccoli lettori...
Del resto il motivo del rapimento erotico, in senso lato, ricorre ne "Le Mille e una Notte", (come in altri racconti del Medio Oriente).
In una bella fiaba de "Le Mille e una Notte", per l'appunto, due piccoli Djinn annoiati e vagabondi si sfidano, ognuno convinto di aver scoperto il perfetto esemplare di bellezza umana. Si tratta di un Principe e di una Principessa che vivono in Regni lontanissimi tra loro. Parte la sfida. I due Djinn si separano e rapiscono i giovani addormentati. Li sdraiano delicatamente l'uno accanto all'altra, e, dopo un'attenta valutazione, convengono lealmente che le loro straordinarie bellezze si equivalgono. Quindi, trasformatosi immediatamente da litiganti in complici – un po' mezzani – svegliano prima l'uno, poi l'altra, osservandoli senza esser visti.. Naturalmente, il Principe si innamora follemente della bella addormentata, e la Principessa s'invaghisce del bello addormentato.

Il Motivo del Predestinato (lo stregone-astrologo maghrebino de "Le Mille e una Notte"  ha studiato, scovato, aspettato con pazienza Quell'anno, Quel giorno, Quell'ora, ma, soprattutto, Quel ragazzo per impossessarsi del potentissimo talismano) è sostituito dal quello del soldato logorato dalla guerra e dalla fame che si mette al servizio di un Essere oscuro.
Il Donatore, il Mago, diventa una vecchia strega, e, poiché il motivo del Predestinato è assente, è lecito porsi l'ovvia domanda:" Perché non può la strega impossessarsi personalmente dell'oggetto magico?"
Perché le fiabe, tutte le fiabe, sono segnate da una mappa segreta, dai confini indecifrabili.
Nelle Fiabe e nelle Leggende Popolari, gli Esseri soprannaturali hanno spesso bisogno degli uomini per accedere a certi luoghi che, per convenzione, possiamo definire magici, così come hanno bisogno di loro per partorire (la Levatrice delle Fate) - e, quindi, per nascere - e, in modo meno dichiarato, per morire.
E il pensiero va, inevitabilmente, al fiume che blocca l'inseguimento infernale ( della strega, o  della Mammadraga, oppure del Dèmone giapponese, o del Troll scandinavo, ecc.), come un confine invalicabile, e che, soprattutto nelle fiabe meridionali, è sempre e solo il Giordano.

La fiaba dei Grimm conserva il motivo dell'inganno e del tentativo di seppellimento, e dell'altrettanto casuale scoperta delle magiche virtù evocatrici della "luce azzurra".
Il Mago di Aladino, la strega di Andersen e dei Grimm svolgono la funzione di quello che V. Propp chiama il Donatore Involontario o Ostile, laddove " la strega coniuga le funzioni del Cattivo e del Donatore".
"... Ci troviamo perciò a dover nuovamente constatare che la volontà dei personaggi, le loro intenzioni, non possono essere considerate motivo essenziale ai fini della loro individuazione. E' importante non ciò che i personaggi vogliono, i sentimenti che li animano, ma le loro azioni in quanto tali, valutate ed individuate dal punto di vista del significato che quese azioni hanno per l'eroe e per lo svolgersi della fiaba".
("Morfologia della Fiaba", V.Propp)
Sia il Mago che la Strega, cercano, infatti, di ingannare e, nel caso de "La Luce Azzurra" ma non di Andersen, di uccidere l'eroe che hanno tentato di usare per impossessarsi dell'Oggetto. Non sono antenati totemici, né Esseri soprannaturali riconoscenti. Non solo in assenza, ma contro la loro volontà, mettono in condizione l'eroe di entrare in possesso della lampada, dell'anello, dell'acciarino, degli stivali delle sette leghe....

Tramite il Donatore si entra in possesso dell'Oggetto Magico, "... oggetti che fanno comparire mezzi magici (l'acciarino col cavallo, l'anello con i giovani)..."
In questo Tipo fiabesco, l'oggetto magico è, molto spesso, un anello. Un anello che, sfregato, evoca uno spirito che esaudisce i desiderii del suo padrone.
Dodici giovani nelle fiabe russe, il Djinn dall'aspetto terrificante in Aladino, l'omino nero della fiaba tedesca, più inquietante del mostruoso Djinn, la cui natura, almeno, è conosciuta. E il fatto che il suo potere si dissolva al canto del gallo non aiuta. E i tre cani infernali di Andersen i cui occhi giganteschi ricordano la "cecità relativa" della Baba Jaga.
Sull'acciarino come oggetto magico, ecco V.Propp, ne "Radici Storiche dei Racconti di Fate":

"Tra gli oggetti capaci di evocare l'aiutante occupa un posto particolare l'acciarino, che evoca principalmente il cavallo. Nella fiaba troviamo di solito la selce e la pietra focaia associata ai capelli. Per evocare il cavallo bisogna bruciare i capelli con l'acciarino. Il fatto che l'acciarino sia stabilmente (ma non esclusivamente) collegato con il cavallo trova spiegazione nella natura ignea di questo animale. 
Nell'acciarino le forze magiche che appartengono agli oggetti si manifestano in maniera particolarmente evidente. La selce e la pietra focaia evidentemente sono subentrati a forme più antiche di acciarino utilizzate quando il fuoco veniva ottenuto mediante sfregamento. Abbiamo già visto che Agni viene evocato mediante lo sfregamento di due bastoncini. E' per questo motivo che l'acciarino è l'oggetto che evoca gli spiriti in generale e non soltanto il cavallo. In una fiaba bielorussa l'eroe trova nella capanna della foresta una borsa nella quale non c'è tabacco ma un acciarino “una selce e una pietra focaia”.
'Proverò a sfregarli. E' un oggetto che può far comodo a un viandante' Sfregò la selce contro la pietra focaia e comparvero dodici giovani. 'Che cosa ti serve?'
In una fiaba tedesca [”La Luce Azzurra”] è necessario accendere una pipa per evocare lo spirito. Tutto questo ci spiega la lampada di Aladino e, forse, la necessità di sfregare l'anello perché compaia lo spirito-aiutante.
(Capitolo V, “I Doni Magici”, paragrafo 19)

Pescando (disciplinatamente) nei miei libri, queste sono alcune fiabe che rimandano a questa e/o, più in generale, alla fiaba dell'Anello Magico. Ho escluso, per ora, le fiabe del tipo "Il Pesciolino d'Oro".

Italia
"Aladino a Roma" (Lazio)
"La Fava Fatata" (Comparetti, Piemonte)
"Il Ciabattino che Comprò il Sonno" (Abruzzo)

Armenia
"Come il Giovane Calvo Conquistò la Figlia del Re"

Scozia
"La Storia del Figlio del Cavaliere Verde"

Zingari di Grecia
"La Cintura Magica"

Bretagna
"Bihanic e il Cannibale"

Paesi Baschi
"Il Soldato e la Candela Magica"

Malesia
"L'Anello Magico"

Norvegia
"Il Ragazzo Senza Paga"

Nepal
"L'Anello Magico"

Siria
"La Fionda"
"L'Anello Fatato"

Egitto
"L'Anello del Re dei Djinn"

Russia (Afanas'ev)
"La Scatola Magica"
"La Camicia Fatata"
"L'Anello Magico"
"Il Cavallo Magico"

Mab's Copyright

"Aladin ou la Lampe merveilleuse"(film del 1906)

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/a/a0/Aladin_ou_la_lampe_merveilleuse%281906%29.ogv


L'Acciarino Magico. di H.C.Andersen, Traduzione Mia

aino in spalla e sciabola al fianco, un soldato marciava a passo sostenuto giù per la strada maestra: un-due, un-due... Era stato in guerra e, ora, se ne tornava a casa. Ed ecco, s'imbatté in una strega, vecchia ed orribile: il labbro inferiore le pendeva fino al petto!
“Buonasera, soldato! - gli disse - Che bella sciabola hai! E com'è grande il tuo zaino! Sei proprio un vero soldato, e io ti darò tutto il denaro che vuoi!”
“Grazie, vecchia!”, rispose il soldato.
“Vedi quel grosso albero? - e gli indicò un grande albero là vicino – E' completamente cavo. Arrampicati fino in cima e poi lasciati scivolare al suo interno, giù, giù... Io ti legherò una grossa corda intorno alla vita, così, non appena mi darai una voce, ti tirerò su!”
“Ma che devo fare là dentro?”, chiese il soldato.




Tenggren G.




“Prendere il denaro! - rispose la strega – Devi sapere che, una volta che i tuoi piedi avranno toccato il fondo, ti ritroverai in una grande stanza illuminata da centinaia di lampade. Davanti a te, vedrai tre porte: potrai aprirle con facilità perché le chiavi sono nelle serrature. Se aprirai la prima porta, ti ritroverai in una stanza; nel bel mezzo della stanza c'è un grande baule, e, sopra il baule, un grosso cane con  occhi grandi come piattini di un servizio da tè. Ma tu non badarci. Ti darò il mio grembiule a quadretti azzurri: tu afferra senza paura il cane e mettilo sul mio grembiule steso sul pavimento, poi, apri il baule e prendi pure tutte le monete che vuoi. Ma saranno solo monetine di rame... Se le vuoi d'argento, dovrai entrare nella seconda stanza. Lì troverai un cane con occhi grandi come macine da mulino, ma tu non badarci! Afferralo e mettilo sul mio grembiule steso sul pavimento. Potrai prendere tranquillamente tutto il denaro che vuoi! Ma se desideri belle monete d'oro, dovrai entrare nella terza stanza; lì troverai un cane davvero spaventoso a vedersi. I suoi occhi sono grandi come la Torre Rotonda di Copenaghen! Quello sì che è un cane, fidati! Ma non devi temere nulla: afferralo e mettilo sul mio grembiule steso sul pavimento: non ti farà alcun male e tu potrai prendere tutte le monete d'oro che sarai in grado di trasportare!”
"Beh, mi sembra proprio un buon affare! Ma tu che vuoi in cambio, vecchia strega? Perché anche tu vorrai qualcosa!”
“Io non voglio neanche una monetina. Soltanto, prometti di portarmi un vecchio acciarino che mia nonna dimenticò l'ultima volta che è stata laggiù.”
“Va bene, te lo prometto. Adesso, passami la corda intorno alla vita.”
“Eccola, ed ecco qui il mio grembiule a quadretti azzurri”.
Appena la corda fu ben tesa, il soldato si arrampicò sull'albero, poi si lasciò calare nel tronco cavo, giù giù, finché non toccò terra; e si ritrovò - come aveva detto la vecchia strega - in una grande stanza, in cui ardevano centinaia di lampade. Aprì la prima porta e – mio Dio!- ecco il grosso cane che lo fissava minacciosamente con gli occhi grandi come piattini di un servizio da tè!
“Sei proprio un bel tipo!”, disse il soldato. Lo afferrò, lo depose sul grembiule della strega, e, sollevato il coperchio del baule, prese a riempirsi le tasche di monete di rame. Poi, richiuse la cassa, ricollocò il cane sul coperchio ed entrò nella seconda stanza. Mamma mia! Eccolo il grosso cane con gli occhi grandi come macine da mulino!
“Non guardarmi cosi ché potrebbe farti male!”, gli disse. Poi, lo afferrò, lo depose sul grembiule steso sul pavimento, e... quante belle monete d'argento! Si affrettò a svuotarsi le tasche dalle monete di rame e a riempirle con le monete d'argento. E ne riempì anche lo zaino. Quindi, entrò nella terza ed ultima stanza. Che spettacolo orrendo! C'era davvero il cane con gli occhi grandi come la Torre Rotonda di Copenaghen, e quegli occhi li girava nel cranio come ruote.


Mathiesen A.

“Buonasera!” , disse il soldato, portandosi la mano al berretto in un saluto militare. Non aveva mai visto un cane di proporzioni e aspetto così ragguardevoli, ma, presto, si riprese, smise di osservarlo, lo depose sul grembiule steso sul pavimento e aprì il baule... Dio mio, quanto oro! Ci si poteva comprare l'intera Copenaghen, e tutti i porcellini di zucchero e tutti i soldatini di piombo e tutti i cavallucci a dondolo del mondo intero! Che gran tesoro! Si affrettò a gettar via l'argento e a prendere le monete d'oro: se ne riempì le tasche, e lo zaino, e il berretto, e perfino gli stivali, tanto che poteva a stento camminare. Adesso sì che era ricco! Chiuse il baule, ricollocò il cane al suo posto e gridò nel tronco cavo:
”Tirami su, vecchia strega!”
“Ce l'hai l'acciarino?”, chiese lei.
“E' vero! Me n'ero completamente dimenticato!”, e corse a prenderlo.
Allora, la strega lo tirò su, e il soldato si ritrovò sulla strada maestra, con tasche, zaino, berretto e perfino gli stivali ricolmi d'oro.
“Che te ne farai dell'acciarino?”, chiese.
“Non sono fatti tuoi! Tu hai avuto l'oro, dammi il mio acciarino!”
“Bada! Dimmi subito che vuoi farci, altrimenti estraggo la mia sciabola e ti stacco la testa!”
“No!” gridò la vecchia.
Allora lui, senza esitare, le tagliò la testa, e la vecchia cadde lunga distesa lì, sulla strada. Poi, il soldato riversò tutto l'oro nel grembiule, lo annodò, se lo gettò sulle spalle come una bisaccia, e si avviò di buon passo verso la città più vicina.
La città era grande e bella. Il soldato scese nell'albergo più lussuoso, scelse gli appartamenti più eleganti, e, per cena, ordinò tutti i suoi piatti preferiti, perché, adesso, era molto molto ricco!
Il servo che tirò a lucido i suoi stivali pensò, tra sé e sé, che erano davvero vecchi e malandati per un gentiluomo di così larghe sostanze. Ma, il giorno dopo, il soldato acquistò abiti e stivali adatti al suo nuovo stato, tanto che, in tutto e per tutto, sembrava un gentiluomo elegante e molto distinto.
Ricevette i notabili, che gli raccontarono le meraviglie della città e gli parlarono del Re e dell'affascinante Principessa sua figlia.
“Dove posso incontrarla?”, chiese il soldato.
“Nessuno può avvicinarla! Vive in un castello di rame circondato da alte muraglie e torri, e il Re solamente può andare a trovarla: una profezia dice che è destinata a sposare un semplice soldato, e certo il Re non potrebbe mai tollerare un simile matrimonio!”
'Quanto mi piacerebbe vederla!”, pensò il soldato, ma non ci fu verso di riuscirci.
Intanto, se la spassava. Andava a teatro, passeggiava in carrozza nei Giardini del Re, e distribuiva generosamente una gran quantità di denaro ai poveri, il che era proprio un bel gesto da parte sua. Il fatto è che non aveva dimenticato quanto fosse duro non avere un soldo. Adesso che era ricco ed elegantemente vestito, aveva tanti amici, che, con sua profonda soddisfazione, lo proclamavano un arguto e raffinato gentiluomo. Ma il denaro non era inesauribile: spendeva con larghezza e non aveva entrate di alcun genere; ben presto, si ritrovò solo con un paio di monete in tasca. Fu costretto ad abbandonare l'elegante appartamento in albergo e a trasferirsi in una misera mansardina, dove si lucidava da sé gli stivali, e li rattoppava con un grosso ago. Nessuno dei vecchi amici andava mai a trovarlo perché c'erano davvero troppi scalini da salire!
Una sera molto buia, poiché non aveva neanche una monetina per comprare una candela, si ricordò di un vecchio mòccolo attaccato a quell'acciarino che la vecchia strega gli aveva fatto portar su dall'albero cavo. Così, ritrovato l'acciarino, aveva appena fatto sprizzare qualche scintilla sfregando la pietra focaia, che la porta si spalancò ed entrò il grosso cane con gli occhi come piattini da tè che aveva incontrato nella stanza sotterranea.
“Che ordina il padrone?”, chiese.
“Toh, guarda! Ma che gran cosa questo acciarino che mi dà tutto ciò che desidero!” e ordinò al cane di portargli un po' di denaro. Il cane scomparve e ritornò in un batter d'occhio con una grossa borsa piena di monete di rame in bocca.
Così il soldato comprese appieno il valore dell'acciarino e come funzionava. Se lo batteva una volta, compariva il cane che custodiva le monete di rame, se lo batteva due volte, ecco il cane del baule colmo d'argento, e, se lo sfregava tre volte, era la volta del cane guardiano dell'oro. Il soldato, con le tasche nuovamente ben fornite, riprese possesso delle più belle stanze dell'albergo, comprò splendidi abiti... e i suoi vecchi amici lo riconobbero immediatamente, dimostrandogli la stessa devozione di prima.
Un giorno, disse tra sé e sé:
”E' proprio un peccato che nessuno possa vedere la Principessa: dicono che sia una gran bellezza! Ma a che le serve se deve vivere rinchiusa in quel castello di rame cinto da torri? Davvero, non c'è modo che io la veda? Dov'è il mio acciarino?”
Lo battè una volta e comparve il cane con gli occhi grandi come piattini.
“So che siamo nel cuore della notte, ma ho il desiderio irresistibile di vedere la Principessa, anche per un solo istante!”
In un batter d'occhio, il cane andò e tornò con la Principessa addormentata sul suo dorso: era così graziosa che chiunque avrebbe riconosciuto in lei una vera Principessa. Il giovanotto non riuscì a trattenersi e la baciò: dopotutto, era pur sempre un soldato! Dopo poco, il cane riportò indietro la fanciulla, ma, l'indomani mattina, prendendo il tè con il Re e la Regina, la Principessa raccontò lo stranissimo sogno che aveva fatto durante la notte, parlò di un cane e di un soldato, di come il cane l'avesse trasportata sul suo dorso e  di come il soldato l'avesse baciata.




Ségur A.


“Ah, ma bene! “, esclamò la Regina.
Quella notte, una delle vecchie dame di Corte ricevette l'incarico di vegliare accanto al letto della Principessa, per scoprire se si trattasse solo di un sogno.
Intanto, il soldato si struggeva dal desiderio di rivedere l'affascinante Principessa. Così, il cane tornò a rapirla e corse verso casa, veloce come il vento. Ma la vecchia Dama aveva infilato i suoi grandi stivali e gli tenne dietro. E scoprì che il cane, con la Principessa addormentata sul dorso, entrava in una grande casa. “Ah, ecco dove va!”, disse, e, con un pezzetto di gesso, tracciò una croce sul portone e se ne tornò indietro. Più tardi, riportando la Principessa, il cane si accorse della croce e ne disegnò una uguale su tutte le porte della città cosicché la vecchia Dama non potesse ritrovare la casa.
Il giorno dopo, di buon mattino, il Re, la Regina, la vecchia Dama e i Dignitari si recarono a vedere dove aveva trascorso la notte la Principessa.
“Ecco, è là!”, gridò il Re, non appena scorse una porta contrassegnata da una croce.
“Ma no, caro marito, è qui”, ribatté la Regina  dopo aver visto una seconda porta segnata dalla croce di gesso.
“Qui ce n'è una! Eccone un'altra!“, gridavano tutti, perché non vi era porta che non fosse stata contrassegnata da una croce. Così, capirono che era inutile insistere a cercare.
Ma la Regina era una donna molto furba: non si intendeva solo di passeggiate in carrozza! Prese le sue grandi forbici d'oro e tagliò degli scampoli quadrati ricavandoli da una pezza di seta, poi, confezionò un grazioso sacchetto, lo riempì fino all'orlo di farina finissima e lo cucì sulla schiena della Principessa. Quindi, praticò un minuscolo forellino sul fondo del sacchetto cosicché la farina si spandesse lungo tutta la strada che la Principessa avrebbe percorso.
Quella notte, il cane ritornò e si caricò sul dorso la Principessa addormentata per portarla da colui che tanto l'amava e che avrebbe voluto essere un principe per poterla ottenere in sposa.
Ma il cane non si accorse della farina che si era sparsa per tutto il cammino, dal castello fino all'abitazione del soldato, addirittura vicino alla finestra attraverso cui era passato con il suo prezioso fardello.
Così, l'indomani, il Re e la Regina non ebbero alcuna difficoltà a scoprire dove aveva trascorso la notte la loro figliuola: il soldato fu arrestato e gettato in carcere.
Com'era buio e desolato! Il soldato era proprio infelice; e lo fu ancor di più quando gli annunciarono che l'indomani sarebbe stato impiccato: non è il genere di notizia che ti tira su di morale! Oltretutto, aveva dimenticato l'acciarino in albergo.
Il mattino dopo, attraverso le sbarre della finestrella della sua cella, vide una folla di gente che si affrettava ad uscir fuori dalle porte della città per assistere alla sua impiccagione. I tamburi rullavano e i soldati sfilavano a passo di marcia. Un piccolo apprendista calzolaio, in grembiule di cuoio e ciabatte, era talmente trafelato che una delle ciabatte gli sfuggì dal piede e, dopo un bel volo, andò a sbattere proprio contro il muro dov'era la piccola finestra della cella in cui era rinchiuso il soldato.
"Ehi! Non ti scalmanare così, tanto non possono incominciare senza di me! Piuttosto, perché non corri al mio albergo a prendere il mio vecchio acciarino? Se lo farai, ti darò quattro monete. Ma devi sbrigarti!”
Al garzone non pareva vero di guadagnare quattro monete: gambe in spalla, si precipitò a prendere l'acciarino e a portarlo al soldato... E vediamo un po' cosa accadde dopo!
Fuori città, avevano eretto una grande forca. Era circondata da soldati schierati e da centinaia di migliaia di curiosi. Il Re e la Regina sedevano su magnifici troni, proprio di fronte ai giudici e all'intero Consiglio.
Il soldato aveva salito la scala, e già gli passavano la corda intorno al collo, quando gridò che era buona usanza concedere ad un condannato a morte un ultimo desiderio, e che il suo era davvero poca cosa: voleva fumare la sua vecchia pipa, perché sarebbe stata proprio l'ultima volta che avrebbe potuto farlo in questo mondo.
Il Re non poté rifiutare, e il soldato prese l'acciarino e lo sfregò una, due, tre volte, ed ecco il cane con gli occhi grandi come piattini da tè, e il cane con gli occhi grandi come macine da mulino, e quello con gli occhi grandi come la Torre Rotonda di Copenaghen!
“Aiutatemi! Salvatemi dalla forca!”, gridò il soldato, e i cani si lanciarono sui giudici e sui membri del Consiglio, e li afferrarono, chi per una gamba, chi per il naso, e li lanciarono in aria, ma così in alto che, quando ricaddero, si sfracellarono in mille pezzi.
“Non io!”, urlò il Re, ma il cane più grosso afferrò sia lui che la Regina e li lanciò dietro agli altri malcapitati. Allora i soldati e tutti i cittadini si spaventarono moltissimo e gridarono:
”Buon soldato, sii il nostro Re e sposa la bella Principessa!”






Lo caricarono sulla carrozza reale, e tutti e tre i cani correvano davanti alla carrozza gridando “Viva il Re!”, e, al loro passaggio, i ragazzini fischiavano infilandosi due dita in bocca e i soldati presentavano le armi. La Principessa uscì dal castello di rame e divenne Regina, la qual cosa le riuscì assai gradita.
I festeggiamenti nuziali durarono una settimana, e i cani sedettero a tavola spalancando tanto d'occhi.


Traduzione: Mab's Copyright

martedì 25 giugno 2013

La Luce Azzurra dei Grimm, Ovvero, Aladino in Europa Traduzione Mia

'era una volta un soldato che per molti anni aveva combattuto al servizio del Re, ma, quando la guerra terminò, fu congedato senza ricevere un soldo. Il soldato sapeva fare solo la guerra e non aveva idea di come avrebbe potuto guadagnarsi da vivere. Tutto assorto in questi tristi pensieri, camminò senza meta fino a sera, quando giunse in un bosco. Vi entrò e, al calar delle tenebre, scorse una lucina. S'incamminò in direzione della luce e giunse ad una casetta dove viveva una vecchia strega.



Olga Kondarova


Il soldato la pregò di dargli un giaciglio per la notte e un tozzo di pane per levargli la fame, e la vecchia gli disse:
"Chi darebbe mai qualcosa ad un vagabondo? Ma io ho un cuore compassionevole e ti ospiterò, a patto che domani tu vanghi il mio giardino".
Il soldato promise. Il giorno dopo, vangò di buona lena il giardino della strega fino a sera. E la strega gli disse:
"Se domani spaccherai la mia provvista di legna per l'inverno in tanti piccoli ciocchi, ti ospiterò e ti darò di che sfamarti anche questa notte".
Così, il giorno dopo, il soldato spaccò la legna fino a sera.
"Hai lavorato sodo - disse la vecchia - e ti ospiterò anche stanotte, a patto che domani tu mi renda un ultimo servigio, una faccenda che ti costerà ben poca fatica: dietro la casa, c'è un pozzo secco. Tempo fa, vi ho lasciato cadere la mia candela. Fa una luce di un bell'azzurro e non si consuma mai, e tu dovrai riprenderla per me".
L'indomani, la strega lo condusse al pozzo, e lo calò in una cesta. Una volta sul fondo, il soldato trovò la luce azzurra e tirò la corda perché la vecchia lo tirasse su. La strega lo tirò su, ma quando egli fu così vicino all'orlo che poteva quasi toccarlo, gli gridò: "Svelto, passami la mia luce azzurra!", ma il soldato, diffidente, ribattè: "Non prima d'aver rimesso tutti e due i piedi in terra!".
"Dammela!", gridò nuovamente la strega, incollerita. E, di nuovo, lui si rifiutò.
Allora, la strega montò su tutte le furie, lasciò cadere la corda e se ne andò, e il soldato ripiombò in fondo al pozzo.



Olga Kondarova


Cadde nel fango, senza ferirsi. La luce azzurra continuava a splendere, ma lui era molto infelice poiché sapeva che lo aspettava una morte certa. Si ricordò che, in tasca, serbava la sua pipa, che era ancòra piena, e pensò: 'Sarà il tuo ultimo piacere!'
La tirò fuori, l'accese alla luce azzurra e si mise a fumare. Quando il fumo si sparse nel pozzo, gli comparve d'un tratto davanti un piccolo gnomo nero, che, dopo essersi inchinato rispettosamente, gli chiese:
"Padrone, cosa comandi?".
Il soldato rispose:
"Cosa? Quali comandi?".
Lo gnomo disse:
"Devo eseguire ogni tuo ordine".
"Bene, allora, per incominciare, aiutami a uscire da questo pozzo!"
L'omino nero lo prese per mano e lo condusse per un passaggio segreto fino ad una caverna dove la vecchia strega aveva nascosto i suoi tesori. Il soldato si riempì le tasche d'oro e di diamanti, e, infine, riemerse alla luce del giorno, ma non dimenticò di portare con sé la luce azzurra.
Quindi, il soldato ordinò allo gnomo di portare la strega davanti ad un giudice perché venisse giustiziata, ed ecco la vecchia trascinata via che sbuffava e soffiava come un gatto idrofobo.
Poi l'omino gli disse:
"Se avrai bisogno dei miei servigi, non dovrai far altro che accendere la pipa alla luce azzurra". E sparì.
Il soldato si recò in città, prese alloggio nella migliore locanda, si fece confezionare magnifici abiti, e arredò sfarzosamente la sua camera. Quando tutto fu pronto, il soldato evocò l'omino nero e disse:
"Ho servito fedelmente il Re per anni, e lui mi ha cacciato lasciandomi morire di fame. Adesso, voglio la mia vendetta. Questa notte, quando la sua unica figlia sarà profondamente addormentata, rapiscila e portala qui da me: mi farà da serva".
Lo gnomo rispose:
"E' un incarico facile per me, ma che creerebbe gravi problemi a te se venissi scoperto".
Tuttavia, quando suonò la mezzanotte, andò a rapire la Principessa addormentata dal suo letto, e la portò nella camera del soldato, e la fanciulla dovette obbedire ai suoi ordini e sbrigare le faccende di una serva: "Spazza e lava la stanza da cima a fondo!", le gridò il soldato. E la Principessa obbedì, ma aveva gli occhi socchiusi, come se dormisse. "Lustra i miei stivali!", urlò il soldato, gettandoli a terra, e la Principessa li raccolse e li lucidò finché brillarono.


Olga Kondarova


Al primo canto del gallo, l'omino nero la riportò a Palazzo e la coricò nel suo letto. Quando la Principessa si alzò, disse al padre:
"Questa notte ho fatto uno strano sogno: mi è parso di essere sollevata e portata via alla velocità del vento. Mi ritrovai nella camera di un soldato che mi ha costretto a sbrigare ogni sorta di faccende come fossi stata la sua serva. So che è solo un sogno, ma sono stanca morta e ho tutte le ossa rotte".
Ma il Re disse:
"Ascoltami: fa' un forellino nella tasca e riempila di piselli: chissà, il sogno potrebbe anche essere vero, e, in questo caso, i piselli, cadendo lungo la strada, ci indicheranno la via".
La fanciulla seguì il consiglio paterno, ma l'omino nero aveva udito, non visto, le parole del Re e, quando si fece sera e il soldato gli ordinò di andare a prendere di nuovo la Principessa, egli disseminò di piselli tutte le strade della città, così lo stratagemma ideato dal Re non sortì alcun effetto e la Principessa dovette lavorare come una serva fino al canto del gallo.
L'indomani, quando le guardie percorsero le strade in cerca della scia di piselli, scoprirono che tutta la città ne era piena, e che la gente gridava:"Stanotte, son piovuti piselli!"
Allora, il Re si convinse che quello della Principessa non era affatto un sogno, e, furioso ed umiliato, le disse:
"Stanotte, coricati con le pantofole ai piedi, e, se dovesse tornare il tuo rapitore, nascondi una pantofolina nella stanza in cui è solito portarti".
Per la terza volta, il soldato ordinò allo gnomo di portargli la Principessa.
L'omino nero disse: "Obbedisco, ma ti consiglio di fuggire da qui non appena l'avrò riportata a Palazzo, domattina!"
Ma il soldato non se ne dette per inteso.
La Principessa nascose una delle sue pantofoline sotto il letto, e, la mattina seguente, quando fu sana e salva a Palazzo, il Re ordinò che venisse frugata ogni casa, stanza e locanda della città, e le guardie trovarono la pantofola sotto il letto del soldato, che fu catturato e gettato in prigione. Così, coperto di catene, guardava fuori dalla finestrella della sua cella, rammaricandosi d'aver dimenticato la luce azzurra nella sua stanza. Ad un tratto, vide passare uno dei suoi antichi camerati, lo chiamò e in cambio di un ducato - tutto ciò che aveva in tasca - quello si recò nella sua stanza e gli portò la luce azzurra. Il soldato accese la sua pipa alla luce azzurra e subito comparve il piccolo gnomo nero.
"Non aver paura! - gli disse - Va' tranquillamente dovunque ti condurranno, ma tieni sempre con te la luce azzurra".
Il giorno dopo, il soldato fu processato e condannato a morte. Quando lo condussero sulla strada per la forca, implorò un'ultima grazia dal Re.
"Quale?" domandò il Re.
"Un ultimo tiro dalla mia pipa."
"Anche tre, se ti va - rispose il Re - ma non sperare che ti risparmi la vita!".
Allora, il soldato tirò fuori la sua pipa e l'accese alla luce azzurra, ed ecco comparire l'omino nero, con un randello in mano.
"Padrone, cosa comandi?"
"Uccidi il giudice che mi ha condannato e il Re che mi ha trattato così crudelmente e tutta la Corte, ma risparmia la Principessa perché è innocente dei torti di suo padre, e l'ho già fatta soffrire abbastanza", disse il soldato.
E lo gnomo cominciò a menar colpi a destra e a manca e la gente cadeva come birilli, tanto che il Re si gettò ai piedi del soldato implorando che gli risparmiasse la vita, e gli consegnò il Regno e sua figlia in sposa.



Olga Kondarova


Grimm n.116, "Das blaue Licht"
Classificazione: AaTh 562 [The Spirit in the Blue Light]
Traduzione: Mab's Copyright.
Il testo in lingua originale è nella pagina Brüder Grimm.