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lunedì 29 maggio 2017

La Mammadraga, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)

'era una volta una bambina, figlia d'un calzolaio. La madre, cullandola, le cantava sempre: "Dormi, figlia Regina! Dormi, il Reuccio arriva!"
Il marito, battendo le suole le faceva il verso, per ridere: Dormi, il Reuccio arriva! Dormi, figlia Regina!
La madre, dopo pochi mesi, morì e il calzolaio riprese subito moglie. Da prima, parve che la matrigna volesse bene alla figliastra. Spesso, accarezzandola, le diceva: "Ora ti faccio un fratellino."
"Fratellini non ne voglio."
"Perché?"
"Perché... "
Passò un anno. Vedendo che non c'era nessuna speranza di avere un figliuolo, la matrigna, indispettita, cominciò a prendersela con la bambina. La maltrattava senza ragione, la picchiava, le faceva patire la fame.
Il suo babbo le voleva bene, ma si lasciava menare pel naso da quella donna. "Babbo, vostra moglie m'ha picchiato!"
"Perché non la chiami mamma? Chiamala mamma."
"La mia mamma non è più qui."
"Allora, fa bene a picchiarti, figlia Regina!"
Soleva dirle così.
Una volta la poverina era stata lasciata languire di fame un'intera giornata, e la matrigna voleva che le stesse davanti, a guardarla, mentre mangiava a due palmenti.
"Ogni boccone, uno stranguglione!", borbottò la bambina.
"Figlia di tua madre, via di qua! Non ti voglio più tra' piedi. Via di qua!"
E, a pugni e a pedate, la cacciò fuori di casa. Il marito era andato a consegnare un paio di stivali a un avventore. Tornato in bottega, domandò:
"Dov'è la bambina?"
"A fare il chiasso, la fannullona!"
Viene la notte, e la bambina non si vede.
"Oh Dio! Le sarà accaduto un malanno! Vado a cercarla."
"A quest'ora? Lasciamo socchiuso l'uscio di casa."
Quando torna, se ne va a letto. II calzolaio, che faceva sempre la volontà della moglie, non insistette. La mattina però, levatosi per tempo, il suo primo pensiero fu per la bambina. Il letto era ancora intatto, e l'uscio socchiuso.
"Ah, figliolina mia! Dove sarà mai? Vado a cercarla."
"Vuoi perdere la giornata? - disse quella donnaccia - Tu resta a lavorare; vado io. Vedi com'è cattiva! Se la trovo, la picchio di santa ragione."
E uscì fuori.
"Vicine, avete visto quella bambina?"
"Ieri andava di corsa laggiù laggiù. Domandatene più in là."
"Comari, avete visto ieri una bambina che correva?"
"Andava di corsa laggiù laggiù. Domandatene più in là."
"Buona nonna, ieri avete visto passare una bambina? "
"Che bambina o bambino? Non ho visto anima viva!"
"Perché rispondete con quella vociaccia e quel visaccio, brutta strega? Vi ho detto forse qualcosa di male?"
"Il male non l'hai detto, ma l'hai fatto. Tieni!"
E le buttò addosso un catino d'acqua. Di donna che era, la matrigna diventò lupa; ma lei non se n'accorgeva. Credeva di parlare e abbaiava. La gente fuggiva al solo vederla comparire. Torna a casa e infila l'uscio. Il marito spaventato, comincia a tirarle addosso forme, gambali, tutto quel che gli capita sotto mano; poi, afferra un bastone, e giù colpi da orbo.

giovedì 16 marzo 2017

La Figlia dell'Orco, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)

'era una volta un Re che aveva due figli, uno buono e l'altro cattivo. Quello buono era il Reuccio, e alla morte del padre doveva essere Re. La cosa non garbava al cattivo, e pensò di disfarsi del fratello per diventare Re lui.
Un giorno gli disse: "Andiamo a caccia?"
E andarono.
Giunti in mezzo a un bosco, lontani dalle persone del séguito, cava fuori la spada e dà addosso al fratello, che non si aspettava quel tradimento. Credette di averlo ucciso. Coprì con erbacce e rami di albero il corpo insanguinato, e tornò addietro.
A palazzo, il Re domandò:
"E tuo fratello?"
"Maestà, che disgrazia! Fu sbranato dalle fiere!"
Il povero padre ne fece un gran pianto. Dal dolore si ammalò, e dopo pochi giorni morì.
Il Reuccio, sotto le erbe e i rami, rinvenne; e cominciò a lamentarsi, a chiamare soccorso: "Aiuto, buoni cristiani, aiuto!"
Era già buio. Udendo rumore lì accosto, il poverino gridò più forte che poté: "Aiuto, buoni cristiani, aiuto!"
Sentì frugare tra l'erbe e i rami; poi, due manacce con tanto di ugne lo ghermiscono, lo levano di peso quasi fosse un fuscellino, e una lingua ruvida come una raspa gli lecca il sangue addosso:
"Oh che buon sapore! Oh che buon sapore!"
Il Reuccio, a quel vocione cupo cupo, rabbrividì:
"Povero a me! Son capitato alle mani dell'Orco!"

sabato 25 febbraio 2017

Mastro Acconcia-e-guasta, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)

'era una volta un vecchio falegname, che aveva una botteguccia e pochi arnesi del suo mestiere: una sega, un succhiello, una pialla, uno scalpello, un martello, una tanaglia, il pancone e nient'altro. Lavorava di grosso, e ordinariamente gli davano ad acconciare cose vecchie; per questo gli avevano appiccicato il nomignolo di Mastro Acconcia-e-guasta. Guastava un uscio e rimediava una cassa, un tavolino, due sportelli, secondo la richiesta. La colla e i chiodi dovevano comprarli gli avventori.
"Perché, mastro Acconcia-e-guasta?"
"Perché sì."
I chiodi che avanzavano li rendeva, la colla no; la metteva da parte.
"Perché, mastro Acconcia-e-guasta?"
"Perché sì."
Era la sua risposta; e tirava su una presa di tabacco. Guadagnava pochino: intanto se la scialava meglio di un principe. Di dove li cavava tanti quattrini? La mattina andava al mercato per far la spesa:
"Macellaio, quel filetto di bue quanto costa?"
"Non è per la vostra bocca, mastro Acconcia-e-guasta; è per la tavola del Re."
"Ho la bocca come lui!"
Glielo dicevano a posta ogni volta per fargli rispondere così. E tutti ridevano:
"Bravo, mastro Acconcia-e-guasta!"
"Pesciaiolo, quello storione quanto costa?"
"Non è per la vostra bocca, mastro Acconcia-e-guasta; è per la tavola del Re."
"Ho la bocca come lui!"
E tutti ridevano:
"Bravo mastro Acconcia-e-guasta!"

martedì 21 febbraio 2017

Bambolina, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)

'era una volta un pescatore che vivucchiava alla meglio col prodotto della sua pesca. Partiva in barca la sera, stava a pescare tutta la nottata, e la mattina dopo all'alba era di ritorno. Quando aveva fatto una buona retata, scorgendo da lontano la moglie che lo attendeva, ansiosa, alla spiaggia, le faceva segno di rallegrarsi, agitando per aria il berretto. Da parecchi mesi però il povero pescatore aveva una gran disdetta; pareva che quasi tutti i pesci si fossero messi d'accordo per non farsi pescare da lui. I suoi compagni, invece, ne pigliavano tanti e poi tanti, che spesso dovevano rigettarli in mare, perché il troppo peso non facesse affondare le barche. Disperato un giorno disse alla moglie:
"Vendiamo barca, reti e ogni cosa; almeno tireremo innanzi un buon paio di settimane con quel po' di danaro che ne caveremo. Se no, saremo ben presto morti di stento tu, io e Bambolina".


Artuš Scheiner



giovedì 9 giugno 2016

Lo Zoccoletto, ovvero, il Cenerentolo al Contrario di Luigi Capuana

’era una volta un vecchio zoccolaio che andava attorno per città, paesetti e villaggi cacciandosi davanti un asino più vecchio di lui, pelle e ossa, spelacchiato, con due ceste appese al basto piene di zoccoli di ogni grandezza. Alle svolte, l’asino si fermava e il suo padrone si metteva a gridare: "Passa lo zoccolaioooo! Donne, lo zoccolaioooo!" Donde lo cavava quel vocione che intronava la gente? E, quasi non bastasse, sùbito dopo, l’asino si metteva a ragliare: "Ah! Ah! Ah!"
E, quasi padrone ed asino non bastassero, i ragazzi facevano il verso a tutti e due: " ...Colaioooo!... Ah! Ah!... Colaioooo! Ah! Ah!"



Flora Saracino


La gente, parte rideva, parte si arrabbiava. Potevano impedire che il povero vecchio si guadagnasse da vivere?
"Per farli star zitti, lui e l’asino, - disse uno - compriamogli tutti gli zoccoli e mandiamoli via."
"E che ne faremo degli zoccoli?"
"Li rivenderemo per conto nostro".
Misero insieme tanto per uno e proposero allo zoccolaio:
"Sentite, compare. Facciamo uno stralcio?"
Gli zoccoli si vendono a paio.
"Quante paia saranno?"
"Non si arriva a contarle."
"Come? Due ceste di zoccoli non si arriva a contarli?"
"Provate. Ogni cento paia, tre fiammanti teste d’oro del Re".
Intendeva dire tre monete d’oro di quei tempi, mettiamo di venti lire ognuna. "Vada per tre fiammanti teste d’oro del Re".
E cominciarono a contare: un paio, due paia, dieci paia, fino a cento.
"Ecco tre fiammanti teste d’oro del Re!"
Il vecchio zoccolaio se le mise in tasca, e ricominciò a contare: un paio, due paia, dieci paia, cento paia!
"Ecco tre fiammanti teste d’oro del Re!"
Più ne contavano ammucchiandoli in mezzo alla via, e più le ceste rigurgitavano, sempre piene fino all’orlo di zoccoli di ogni grandezza. Quei tre si guardavano negli occhi, allibiti.
"Ancora?", domandò lo zoccolaio.
"Ancora!", risposero tutti e tre, rabbiosamente.
E il vecchio ricominciò a contare: un paio, due paia, dieci paia, cento paia! Dunque era vero? Non si arrivava a contarle!
'Questa è opera di stregoneria!', pensavano quei tre che non avevano più danari in tasca per pagare l’ultimo centinaio, e vedevano, strabiliati, quel gran mucchio di zoccoli per terra e le ceste sempre ricolme fino agli orli, quasi non ne fosse stato tolto nemmeno uno zoccolo.
In quel momento passava la carrozza del Re. Dovette fermarsi per l’ingombro. Vedendo radunata tanta gente attorno al mucchio degli zoccoli, il Re domandò:
"Che cosa è stato?"
Quei tre si buttarono in ginocchio ai lati della carrozza.
"Giustizia, Maestà! Questo Stregone ci ha frodati!"
E raccontarono quel che era avvenuto. Nella carrozza del Re c’era anche il Reuccio, bambino di sei anni, che alla vista degli zoccoli si mise a strillare.



Angel De Cáceres García

giovedì 14 maggio 2015

I Tre Anelli, L. Capuana

'era una volta un sarto, che aveva tre figliuole, una più bella dell'altra. Sua moglie era morta da un pezzo, e lui si stillava il cervello per riuscire a maritarle. Le ragazze non avevano dote, e senza dote un marito è un po' difficile a trovarsi.
Un giorno questo povero padre pensò d'andarsene in una pianura e chiamare la Sorte:
"Sorte, o Sorte!"
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
"Perché mi hai tu chiamata?"
"Ti ho chiamata per le mie figliuole".
"Menale qui ad una ad una; si sceglieranno la sorte colle loro mani".


A. Agache


Il buon uomo, tornato a casa tutto contento, disse alle figliuole:
"La vostra fortuna è trovata!"
E raccontò ogni cosa. Allora la maggiore si fece avanti, ringalluzzita:
"La prima scelta tocca a me. Sceglierò il meglio!"
Il giorno dopo, padre e figliuola si avviarono per quella pianura:
"Sorte, o Sorte!"
Gli apparve una vecchia, colla conocchia e col fuso:
"Perché m'hai tu chiamata?"
"Ecco la mia figliuola maggiore".
La vecchia cavò di tasca tre anelli, uno d'oro, uno d'argento, uno di ferro e li mise sulla palma della mano:
"Scegli, e Dio t'aiuti!"
"Questo qui".
Naturalmente prese l'anello d'oro.
"Maestà, vi saluto!"
La vecchia le fece un inchino e sparì.
Tornati a casa, la sorella maggiore, pavoneggiandosi, disse alle altre due: "Diventerò Regina! E voi reggerete lo strascico del manto reale!"
Il giorno dopo andò col padre l'altra figlia. Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso, e cavò di tasca due anelli, uno d'argento ed uno di ferro:
"Scegli, e Dio t'aiuti!"
"Questo qui".
E, s'intende, prese quello d'argento.
"Principessa vi saluto!"


P.Thumann



La vecchia le fece un inchino e sparì. Tornata a casa, quella disse alla maggiore: "Se tu sarai Regina, io sarò Principessa!"
E tutt'e due si diedero a canzonare la sorella minore:
"Che volete? Chi tardi arriva male alloggia". Dovea venire al mondo prima.
Lei zitta. Il giorno dopo andò col padre la figliuola minore. Comparve la vecchia colla conocchia e col fuso e cavò di tasca, come la prima volta, tre anelli, uno d'oro, uno d'argento e uno di ferro:
"Scegli, e Dio t'aiuti!"
"Questo qui".
Con gran rabbia di suo padre, avea preso quello di ferro.
La vecchia non le disse nulla, e sparì. Per la strada il sarto continuò a brontolare: "Perché non quello d'oro?"
"Il Signore m'ispirò così".
Le due sorelle, curiose, vennero ad incontrarla per le scale.
"Facci vedere! Facci vedere!"
Come videro l'anello di ferro, si contorcevano dalle risa e la canzonavano. Saputo poi che lo avea scelto fra uno d'oro e uno d'argento, per grulla la presero e per grulla la lasciarono. E lei, zitta. Intanto si sparse la voce che le tre belle figliuole del sarto avevano gli anelli della buona sorte. Il Re del Portogallo dovea prender moglie e venne a vederle.
Rimase ammaliato dalla maggiore:
"Siate Regina del Portogallo!"
La sposò con grandi feste e la menò via.
Poco dopo venne un Principe. Rimase ammaliato dalla seconda.
"Siate Principessa!"
La sposò con grandi feste e la menò via.
Restava l'ultima. Non la chiedeva nessuno. Un giorno, finalmente, si presentò un pecoraio:
"Volete darmi questa figliuola?"
Il sarto, che ne aveva una Regina ed una Principessa, era montato in superbia e rispose:
"Il pecoraio, scusate, noi per ora ce l'abbiamo".
Stava per passare un altr'anno. La minore restava sempre in casa, e il padre non faceva altro che brontolare giorno e notte: Le stava bene, stupidona! Sarebbe rimasta in un canto, con quel suo anello di ferro.
E all'anno appunto, tornò a presentarsi il pecoraio:
"Volete darmi quella figliuola?"
"Prendila - rispose il sarto - Non si merita altro!"
Si sposarono, senza feste e senza nulla, e la menò via. Allora il sarto disse:
"Voglio andar a visitare la mia figliuola Regina".
La trovò che piangeva.
"Che cos'hai, figliuola mia?"
"Sono disgraziata! Il Re vorrebbe un figliuolo, ed io non posso farne. I figliuoli li dà Dio".
"Ma l'anello della buona fortuna non giova a nulla?"
"Non giova a nulla. Il Re mi ha detto: Se fra un anno non avrò un figliuolo, guai a te!- Son certa, babbo mio, che mi farà tagliar la testa".
Quel povero padre, come potea rimediare? E partì per far visita alla figliuola Principessa. La trovò che piangeva.
"Che cos'hai, figliuola mia?"
"Sono disgraziata! Tutti i figliuoli che faccio mi muoiono dopo due giorni"
"E l'anello della buona fortuna non giova a nulla?"
"Non giova a nulla. Il Principe mi ha detto: Se questo che hai nel seno morrà anche lui, guai a te! - Son certa, babbo mio, che mi farà scacciar di casa!"
Quel povero padre che potea farci? E partì. Per via gli nacque il pensiero d'andar a vedere l'altra figliuola, quella del pecoraio. Ma aveva vergogna di presentarsi. Si travestì da mercante, prese con sé quattro ninnoli da vendere e, cammina, cammina, arrivò finalmente in quelle contrade lontane. Vide un magnifico palazzo stralucente, e domandò a chi appartenesse. - È il palazzo del re Sole. Mentre stava lì a guardare, stupito, sentì chiamarsi da una finestra:
"Mercante, se portate bella roba, montate su. La Regina vuol comprare".
Montò su, e chi era mai la Regina? La sua figliuola minore, la moglie del pecoraio. Quello rimase di sasso; non potea neppure aprir le cassette degli oggetti da vendere.
"Vi sentite male, poverino?", gli disse la Regina.
"Figliuola mia, sono tuo padre! E ti chiedo perdono!"
Lei, che l'aveva riconosciuto, non permise che le si gettasse ai piedi, e lo ricevé tra le braccia:
"Siate il ben venuto! Ho dimenticato ogni cosa. Mangiate e bevete, ma prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito".
Dopo che quello ebbe mangiato e bevuto, la figliuola gli disse:
"Questi doni son per voi. Questa nocciuola è per la sorella maggiore: questa boccettina di acqua per l'altra. La nocciuola, dee inghiottirsela col guscio; l'acqua, dee berne una stilla al giorno, non più. E che badino, babbo!"
Quando le due sorelle intesero la bella fortuna toccata alla minore e videro quella sorta di regali che loro inviava, arsero d'invidia e di dispetto - Si beffava di loro con quella nocciuola e con quell'acqua! La maggiore buttò la nocciuola in terra, e la pestò col calcagno. La nocciuola schizzò sangue. C'era dentro un bambino piccino piccino: lei gli aveva schiacciata la testa! Il Re, visto quell'atto di superbia e il bambino schiacciato:
"Olà! - gridò - levatemela d'innanzi; mozzatele il capo!"
E, senza pietà né misericordia, la fece mettere a morte.


"Margherita al Sabba", Dagnan-Bouveret


L'altra, nello stesso tempo, avea cavato il turacciolo alla boccetta e, affacciatasi a una finestra, n'avea versata tutta l'acqua. Sotto la finestra passavano dei ragazzi che trascinavano un gatto morto. L'acqua cadde su questo, e il gatto risuscitò.
"Ah, scellerata! - urlò il Principe. - Hai tolto la sorte ai nostri figliuoli!"
E in quel momento di furore, la strangolò colle sue mani.
Il babbo tornò dalla figliuola minore, e raccontò, piangendo, quelle disgrazie. "Babbo mio, mangiate e bevete, e prima di sera andate via. Se re Sole vi trovasse, rimarreste incenerito. Appena avrò buone notizie, vi manderò a chiamare".
La sera tornò re Sole, e lei gli domandò:
"Maestà, che cosa avete visto nel vostro viaggio?"
"Ho visto tagliar la testa a una Regina e strangolare una Principessa. Se lo meritavano".
"Ah, Maestà, eran le mie sorelle! Ma voi potete risuscitarle; non mi negate questa grazia!"
"Vedremo!", rispose re Sole.
Il giorno dopo, appena fu giunto nel luogo dov'era seppellita la Regina, picchiò sulla fossa e disse:

"Tu che stai sotto terra, 
Mi manda la tua sorella; 
Se dal buio volessi uscire, 
Del mal fatto ti déi pentire".

"Rispondo a mia sorella:

Sto bene sotto terra. 
Dio gli dia male e malanno! 
Vo' la nuova avanti l'anno!" 

"Resta lì, donnaccia infame!"

E il re Sole continuò il suo viaggio.
Arrivato dov'era stata sepolta la Principessa, picchiò sulla fossa e disse:

"Tu che stai sotto terra,
Mi manda la tua sorella;
Se vuoi tornare da morte a vita, 
Del mal fatto sii pentita!"

"Rispondo a mia sorella:

Sto bene sotto terra. 
Male occulto o mal palese, 
Vo' la nuova avanti un mese!" 

"Resta lì, donnaccia infame!"

 Re Sole continuò il suo viaggio, e quelle due sorelle se le mangiarono i vermi.

Stretta è la foglia, larga è la via. 
Dite la vostra, ché ho detto la mia.


Da: "C'era Una Volta... Fiabe", Luigi Capuana.



La Dèa Norrena Frigg


Una bellissima fiaba autenticamente popolare, (è presente anche nella ponderosa raccolta di De Simone) che Capuana, con il suo solito genio. la sua grazia e la innegabile capacità di "tradurre senza tradire", fa sua, pur restituendola intatta.
Seguendo i miei (oscuri) percorsi, trovo un cupo parallelo nelle leggende svedesi legate al tema de "La Donna Che Non Voleva Figli", laddove, quest'ultime, assai più recenti, trattano della lotta fra un intollerante, gelido Cristianesimo e pratiche superstiziose che esso avversa, pur essendone all'origine, mentre la fiaba, apparentemente cruda e spietata, si lega a miti eziologici, forse sul mistero della nascita, con una naturalezza disarmante. Come nei miti celtici, il futuro bambino è una larva, un insetto, un seme, un frutto... può essere inghiottito ed attecchire, o - in questo caso per la superba stupidità delle destinatarie del dono - venire schiacciato come un moscerino, per l'appunto. Tutto si lega al Destino, alle Sorti, motivo ossessionante delle fiabe più antiche, e, ovviamente, di quelle meridionali. Il Sole, il "pastore delle nuvole", è il Re che si camuffa da povero di tante fiabe, è lo Sposo divino che rende Dèa la prescelta, che può creare, o seminare, la vita, e richiamare alla vita i morti. Ma, prima, pesa le loro anime.
Poi, arrivò il Cristianesimo e - fra le tante cose che pensò bene di non distruggere, ma preferì "rapinare" e rimodellare - s'impossessò del fuso e della conocchia, del Sole (che girava intorno alla Terra), della Luna (che era malefica e pericolosa perché viveva di notte), della Vita (e ricordati , donna, che alle puerpere che leggono libri va via il latte!) e della Morte (che legarono al terrore dell'Inferno, per cui, anche la vita più schifosa e miserabile e insopportabile diventava una passeggiata di salute) ...


"Santa Elisabetta d'Ungheria", Marianne Stokes


lunedì 8 settembre 2014

Comare Formica - L. Capuana

'era una volta una povera donna che viveva del suo lavoro. Arrivata in un paese dove nessuno la conosceva, aveva preso in affitto una cameretta a pian terreno e lavorava, lavorava da mattina a sera, filando, tessendo, cucendo, secondo le richieste della gente. Di quel po' che guadagnava, un terzo lo spendeva per vivere, e il resto lo metteva da parte. Campava quasi con niente. Una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta di acqua era il suo desinare; e la cena nessuna differenza: una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta di acqua; null'altro.


Anker A.


Per ciò le vicine l'avevano soprannominata comare Formica. Nonostante la povertà e la fatica, comare Formica era sempre di buon umore.
" Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica?"
" Quando saranno parecchi, me ne farò una frittata".
" O che si mangiano i quattrini?"
" Allora... li metterò sotto la chioccia per farli covare".
" O che sono uova i quattrini?"
" Allora... li seminerò in un vaso e aspetterò che vengano su".
" O che sono fiori i quattrini?"
" Provate e vedrete! Intanto lasciatemi filare".
E filando cantava:
"Fuso mio, gira e trotta, 
La camicia della Reginotta; 
Fuso mio, trotta e gira, 
Le lenzuola della Regina; 
Gira e trotta, fuso mio, 
Corda ai piedi a chi dico io!"

Le vicine, sempre curiose, tornavano a domandarle:
" Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica?"
" Quando ne avrò parecchi li darò... a chi non li vuole".
" Come a chi non li vuole?"
" Allora... saranno di chi saprà pigliarseli".
" E se vengono i ladri?"
" Allora... dirò ai ladri: datemi i vostri e prendetevi i miei".
" Ma i ladri, se rubano, vuol dire che non ne hanno".
" Allora... Provate e vedrete. Intanto lasciatemi cucire".
E cucendo cantava:
"Gugliata, gugliatina, 
Camicie della Regina; 
Gugliatina, gugliata 
Lenzuola dell'amata; 
Gugliata lunga e corta 
Guanciali per la sposa"

 Le vicine, sempre più curiose, tornavano a domandarle:
" Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica?"
" Quando ne avrò parecchi mi farò fabbricare un palazzo".
" Un palazzo per voi sola?"
" Allora... prenderò marito se posso trovarlo".
" Siete già quasi vecchina!"
" Allora .... Aspettate e vedrete. Intanto lasciatemi tessere".
E facendo andare e venire la spola tra l'ordito del telaio, comare Formica cantava:

"Vola, spolina mia, vola, spolina! 
Non ti arrestare mal, spolina cara; 
Trama di seta e argento la mattina, 
Trama di seta e d'oro verso sera. 
Vola, spolina mia... vola, spolina, 
Velo di sposa e veste di Regina". 

Lavorava da mattina a sera, filando, cucendo, tessendo secondo le richieste della gente, e la sua voce squillava per la via così limpida e dolce, che era una delizia stare ad ascoltarla. Le vicine però ridevano delle canzoni che accompagnavano il lavoro di comare Formica e le dicevano:
" Come mai, comare, quel filato così grosso per le camicie della Reginotta e per le lenzuola della Regina? Ahi ah!..."
" La canzone dice così; non l'ho inventata io".
" Come mai, comare, cotesta tela così rozza, velo di sposa e veste di Regina? Ahi Ah! ..."
" Come mai, comare, quei punti così lunghi, gugliata, gugliatina? Ah! Ah! ..."
" La canzone dice così: non l'ho inventata io... Ma ride meglio chi ride ultima, vicine mie. Ah! Ah! Ah! ..."
Le vicine si struggevano di sapere chi fosse costei: ma quando le domandavano:
" Di che paese siete?"- rispondeva: "Oh bella, del mio paese!"
" E dov'è questo paese?"
" Si va per monti, per valli e per piani, si passa fiumi, si passa il mare, e quando si arriva... quello è il paese".
Visto che non ne cavavano nessun costrutto, domandavano
" Come vi chiamate, comare?"
" Come volete chiamarmi. Tutti i nomi mi stanno bene, anche il nome di comare Formica".
" E non avete padre, madre, parenti?"
" Mio padre è Re, mia madre Regina, Ed io sono una povera vecchina!"
" Dunque siete Reginotta? Ah! Ah! Ah!...
" Ride meglio chi ride l'ultima, vicine mie!"
Le vicine, più curiose di prima, pensarono di metterla alla prova; e, canzonando, le dissero: " Comare Formica, quando metterete i vostri soldi sotto la chioccia, per piacere, metteteci anche questi: sono sette".
" Va bene; date qua".
E andavano spesso da lei per sapere se la chioccia covava.
" Cova, non dubitate; tra giorni verranno fuori".
Si attendevano una beffa dall'allegra vecchina; invece, al termine giusto della covata, eccoti tanti pulcini quanti erano i soldi ricevuti... Poteva essere uno scherzo anche questo; ma, dopo qualche settimana, quei pulcini avevano una cresta particolare, della forma e del colore di un soldino; cosa da sbalordire.
Sette galletti dei più grassi, che già cominciavano a far chicchirichi!
Una mattina però tutti a una volta, stirarono le ali, allungarono il collo,
chicchirichì! E caddero morti!
" Che disgrazia, comare! I nostri galletti sono morti! E i vostri?"
" È venuta la volpe e li ha mangiati!"
Le vicine volevano almeno riavere i sette soldi: e, rammentandosi che un giorno aveva detto: "Darò i miei quattrini a chi non li vuole", si presentarono a comare Formica: "Ah, comare! Voi volevate restituirci i sette soldi dei galletti: ma non li vogliamo!"
E aggravarono la voce su le ultime parole.
" Io? Nemmen per sogno. Non do quattrini a chi non li vuole"
" Eppure un giorno voi diceste..."
" Le parole le porta via il vento".
" Avete ragione, comare Formica!", dissero le vicine a denti stretti.
E una di esse pensò una gran birbonata. Aveva sentito dire da suo marito che la grotta in cima al monte serviva di ricovero a una banda di ladri.
" Ascolta, marito mio: potremmo arricchire senza fatica. Vai a trovare il capo dei ladri e digli: Vi insegno io un posto dove potreste fare molto bottino. Faremo a parti uguali. Volete? E indicherai la casa di comare Formica".
" Tu sei pazza, moglie mia!"
" E tu sei sciocco, marito mio!"
La cattiva donna tanto fece e tanto disse, che indusse il pover'uomo ad andare dal capo dei ladri.
" Va bene, ma se c'inganni, guai a te! Ti legheremo a quell'albero: quando saremo di ritorno con la preda, ti scioglieremo e avrai la tua parte. Ma chi c'indicherà il posto?"
" Ve lo indicherà mia moglie: si chiama Boccabella".
Giusto la notte dopo, i ladri dovevano fare un furto nel palazzo di un riccone là vicino; passando avrebbero visitato anche la casetta di comare Formica.
Verso mezzogiorno, la donna vide arrivare un omo vestito da contadino.
" Siete voi la Boccabella? Mi manda vostro marito".
La furba capi, lo fece entrare in casa, e gli diè tutte le indicazioni opportune.
" Se m'ingannate, guai a voi!"
Quella mattina comare Formica, avendo fatto il ranno al filato, parte ne stendeva sul tetto ad asciugare, parte sul davanzale della finestrella e su gli scalini della porta. Passata mezzanotte, ecco i ladri carichi di ogni ben di Dio, danari, argenterie, ori, gioielli, rubati nel palazzo del riccone. Chi dalla finestra, chi dal tetto, chi dalla porta fanno per entrare nella casa di comare Formica. E a un tratto sentono che qualcosa si avvolge attorno alle loro gambe e alle loro braccia, e glieli lega così stretti che una fune non avrebbe potuto far meglio. Più tentano e ritentano di distrigarsi e più il filato si attorce attorno ad essi, quasi fosse cosa viva. La Boccabella, che stava alle vedette, e pel buio non poteva capire perché i ladri stessero inerti, si era accostata zitta zitta.
" Ah infame! Ah traditori, tu e tuo marito!"
Si sentì la voce di comare Formica:
" Grazie, signori ladri! Non occorreva; vi siete disturbati a portarmi tante cose preziose. Grazie, signori ladri".
E, uscendo fuori, prendeva le bisacce ripiene che i ladri avevano deposte in un canto e le portava in casa; poi tornava fuori, frugava nelle loro tasche e ne cavava monete d'oro, pietre preziose, gioie, e li portava in casa, ripetendo:
" Grazie, signori ladri!"
I ladri non fiatavano, si lasciavano svaligiare, atterriti di quelle ritorte che li tenevano immobili, spaventati del peggio che poteva accadere. Già si vedevano in mano della giustizia.
" Avete visto, comare Boccabella? Da ora in poi potranno chiamarvi Boccamara". " Abbiate pietà di noi poveri ladri, comare Formica!"
Erano più morti che vivi. Già spuntava l'alba.
Comare Formica n'ebbe compassione.
" A patto che non facciate male al marito di costei! Il poveretto non ci ha colpa".
" Non gli faremo alcun male".
Sentendosi sciogliere braccia e gambe, i ladri si rizzarono, e via di corsa, senza voltarsi addietro: pareva che avessero le ali ai piedi. E alla Boccabella, dal gran dispiacere, rimaneva la bocca così amara, come se avesse masticato tòssico. D'accordo con le altre sei comari, ella tentò un'altra bricconata. Si presentò da quel riccone che era stato derubato:
" Volete trovare ogni cosa? Io so chi è stata la ladra; ma voglio una buona mancia".
" E una buona mancia avrete. Chi è stata la ladra?"
" Comare Formica".
" Quella povera donnicciola? Non è possibile".
" Mandate subito, i birri: troveranno ogni cosa".
Vanno i birri: cerca, fruga, rimesta, e non trovano niente.
" Se ve l'ha detto la Boccabella, vuol dire che gli oggetti rubati sono in casa sua". Vanno i birri, e senza bisogno di frugare, trovano le bisacce dei ladri riposte in un canto, e nella cassa e nelle cassette tanti altri oggetti di oro e di pietre preziose.
E la Boccabella presa ed ammanettata fu condotta in carcere: e la sua bocca diveniva ancora più amara, quasi avesse masticato tòssico.
Dopo di questo, comare Formica fu lasciata in pace. Le vicine, specie quelle dei galletti, avevano paura di lei. "Dev'essere una Strega!". Lei invece filava, cuciva, tesseva, cantando sempre allegramente:
"Fuso mio, gira · trova...", o pure: "Gugliata, gugliatina...", o pure: "Vola, spolina mia, vola, sposina!..", e la sua voce squillava per la via, così limpida e dolce, che era una delizia stare ad ascoltarla. Le altre vicine, che erano curiose, sì, ma non avevano preso parte alle birbonate contro di lei, le domandarono:
" E il palazzo, quando ve lo farete fabbricare, comare Formica?"
" Una di queste mattine, comari".
" E il marito, lo avete già trovato il marito?"
" Verrà una di queste mattine, comari.

Palazzo finito 
Attende il marito"

" Sempre allegra, comare Formica. Ah! Ah!..."
" Ride meglio chi ride l'ultima".
Ma quale non fu lo stupore di quelle buone comari, quando una mattina videro che la casetta di comare Formica era stata trasformata, durante la notte, in un meraviglioso palazzo assai più grande e più bello del palazzo reale! E comare Formica, con la rocca al fianco e il fuso in mano, filava davanti il grande portone quasi non fosse accaduto niente di nuovo.

"Fuso mio, gira e trotta"

" Chi vi ha fabbricato questo palazzone, comare Formica?"
" Venne il vento e portò i sassi".
" E poi?"
" Venne il vento e portò rena e calce".
" E poi?"
" Venne il vento e portò l'acqua".
" E poi?"
" Sassi, rena, calce ed acqua... e il palazzo si è rizzato".
" Sempre allegra, comare Formica!".
Il giorno dopo, comare Formica cuciva, seduta davanti al portone, quasi non fosse accaduto niente di nuovo.

"Gugliata, gugliatina..."

 " Siete così ricca, e vi affannate a cucire?"
" Chi non lavora non mangia".
" Lasciatelo dire a noi, comare Formica!"
" L'apparenza inganna, comari mie".
" E il marito?"
" È in viaggio; arriverà una di queste mattine".
" Come? Ce lo dite piangendo?"
" Solo il mestolo sa i guai della pentola!"
" Ah! povera comare Formica!"




Era stata sempre di buon umore, vivendo con un po' di pane, un po' di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta d'acqua, ed ora che aveva quel palazzone e attendeva il marito, ora piangeva? Era proprio vero che solo il mestolo sa i guai della pentola! Il giorno dopo, comare Formica, dentro il portone, tesseva, quasi non fosse accaduto niente di nuovo.

"Vola, spolina mia, 
vola, spolina..."

" Siete ricca e vi spezzate le braccia tessendo?"
" Questa è l'ultima tela, comari mie".
" Perché mai, comare Formica?"
" Perché viene il fuoco e mi brucia rócca, fuso e pennecchio".
" E poi?"
" Viene il fuoco e mi brucia lenzuola e guanciali da cucire".
" E poi?"
" Viene il fuoco e mi brucia velo di sposa e veste di Regina".
" Non piangete, comare Formica!"
" La mia mala sorte vuole così".
" Se avete bisogno di noi, comandateci, comare Formica! Povere siamo ma di buon cuore". Durante la nottata, le vicine sentirono soffi violenti e urli di vento attorno al palazzo di comare Formica. Ahuiii! Ahniii!, quasi il vento gli girasse da ogni lato e tentasse di buttarlo giù o di portarlo via. Non osavano di affacciarsi per vedere quel che succedeva. E se si fossero affacciate avrebbero visto il palazzo tutto illuminato, tutte le finestre spalancate e due ombre correre per le stanze, una inseguendo l'altra, come spinte da una furia di vento che urlava: Ahuiii! Ahuiii! Non era il vento, ma l'Orco che voleva afferrare comare Formica e non riusciva a raggiungerla. Intanto verso l'alba il rumore cessava. L'Orco scappava via - Ahuiii! Ahuiii! - per paura del sole, e il palazzo tornava allo scuro, con le con le finestre tutte chiuse.
" Avete sentito, comare Formica, che ventaccio stanotte?"
" Non ho sentito niente, comari mie".
" Come? Sembrava che volesse sradicare il vostro palazzo!"
" Non mi sono accorta di niente. Ho il sonno duro".
" Perché piangete, comare Formica?"
" La mia mala sorte vuole così".
" Non filate oggi, comare Formica?"
" Il fuoco mi ha bruciato rócca, fuso e pennecchio".
" Non cucite oggi, comare Formica?"
" Il fuoco mi ha bruciato lenzuola e guanciali da cucire".
" Non tessete oggi, comare Formica?"
" Il fuoco mi ha bruciato telaio, spola, ordito, velo di sposa e veste di Regina".
E, la notte dopo, l'Orco tornava precisamente a mezzanotte. Ahuiii! Ahuiii! Vuoi essere l'Orchessa, sì o no?"
" No! No! No!"
" Invece di pane, con cacio o cipolla per companatico, mangeresti carni tenere di bambini e di bambine; invece di acqua, berresti sangue fresco di giovani e di zittelle. Vuoi essere l'Orchessa, sì o no?"
" No! No! No!"
" Prendo te e ne fo un boccone!". E le vicine, se si fossero affacciate, avrebbero visto il palazzo tutto illuminato, tutte le finestre spalancate, e due ombre correre per le stanze una inseguendo l'altra, come spinte da furia di vento. Verso l'alba il rumore cessava.
" Avete sentito, comare Formica, che urli stanotte?"
" Non ho sentito niente; ho il sonno duro".
" Perché piangete, comare Formica?"
" La mia mala sorte vuole così!"
" Buon tempo e cattivo tempo non durano gran tempo".
" Forse dite bene, comari!"
" Parliamo di cose allegre: e il marito, comare Formica?"
" Prima devo ringiovanire"
" Sempre allegra, nonostante i guai!"
" Aspettate e vedrete".
Insomma, con quella comare Formica non ci si capiva nulla; metteva a covare i soldi e i pulcini nascevano; menava vita da poveretta e si faceva fabbricare un palazzo più grande e più bello di quello del Re; venivano i ladri per rubarle i quattrini messi da parte, e invece lei legava e spogliava i ladri; piangeva la sua mala sorte e subito dopo le scappava di bocca una facezia. Chi era? Perché aveva detto: Mio padre è Re, mia madre Regina, Ed io sono una povera vecchina ? 
Ed ora perché aveva detto: Prima devo ringiovanire ? Le volevano bene: era buona, non dava noia a nessuno, ma avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava. E la notte dopo, di nuovo, precisamente a mezzanotte - Ahuiii! Ahuiii! - l'Orco arrivava come un uragano.
" Vuoi esser l'Orchessa, sì o no?"
" No!... Sì!... No!..."
Dal terrore la poverina non sapeva quel che si dicesse.
" Sì o no?"
" Sì, sì! Ma devi darmi tempo un mese e un giorno".
" Un mese, un giorno e un'ora!"
" E devi promettermi che per tutto questo tempo non mangerai carni tenere di bambini e di bambine, né berrai sangue fresco di giovani e di zittelle; non mangerai carne di sorta alcuna".
" Te lo prometto".
" Porterai qui i bambini e le bambine, i giovani e le zittelle, e... e faremo un gran banchetto il di delle nozze".
" Ah! bella! Ah bella!". L'Orco, enorme, brutto, peloso, faceva così strani movimenti di tutto il corpo per significar tutta la sua gioia, che comare Formica non poté trattenersi dai ridere. Ma già si avvicinava l'alba, ed egli si affrettava ad andar via per paura, del sole… Ahuiii! Ahuüi!
" Avete sentito, Comare Formica, che urli questa notte?"
" Non ho sentito niente; ho il sonno duro".
" E il marito, comare Formica?"
" Prima devo ringiovanire".
" Sempre allegra, nonostante i guai!"
Insomma con quella comare Formica non ci si capiva nulla. Le volevano bene; era buona, non dava noia a nessuno: ma avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava. Invecchiava - il tempo passava anche per lei - e lei parlava di ringiovanire! E la notte dopo, Ahuiii! Ahuiii! - ecco l'Orco con tre bambini e tre bambine, un giovane e una zittella.
" Ingrassali bene con latte e riso; da qui a un mese saranno un boccone da Re".
" Mi son dimenticata il meglio: per regalo di nozze devi portarmi una conocchia di argento e un fuso di oro; più un agoraio di oro e un ago di argento; più un telaio di argento e una spola di oro".


Tenggren G.


" Vado e torno subito". E in men che non si dica - Ahuiii! Ahuüi! - le riportava i regali di nozze richiesti. Nella giornata le vicine si stupirono vedendo comare Formica che filava davanti al portone del palazzo, come una volta.
" Oh la bella rócca! Oh il bel fuso!"
" Cosine da niente, comari mie!"
Più tardi: " Oh il bell'agoraio! Oh la bella spola!"
" Cosine da niente, comari mie!"
" Ci avete gente in casa? Ridono, fanno il chiasso..."
" Chi vuole un bel bambino o una bella bambina, glieli regalo".
" Bocche che mangiano non ne prende nessuno. Sempre allegra, comare Formica!"
Come? regalava anche dei bambini? Ora se ne capiva meno di prima! Avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava.
La mattina dopo, comare Formica filava davanti al portone e cantava:

"Fuso mio, gira e trotta..."

Molti ragazzi si erano radunati attorno a lei, con la bocca aperta di ammirazione per la bella rócca di argento e il bel fuso d'oro.
" Comare Formica, perché non ci raccontate una fiaba?"
" Se state cheti, ve la racconterò".
" Come l'olio, comare Formica".


Lady Laura Alma Tadema


" Dunque... C'era una volta una Reginotta, vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, cattiva che era la disperazione della nonna. Non voleva far niente. Non voglio sciuparmi le mani! - Se non ti emenderai verrà l'Orco e t'inghiottirà in un boccone - Ben venga l'Orco; quando sarò cresciuta me lo prenderò per marito! La nonna era una Maga, di quelle però che fanno opere buone; e per virtù di filtri e d'incanti la trasformò in maniera che l'Orco non potesse riconoscerla. L'Orco aveva appreso le parole di quella sventata, ed era contentissimo di sposare una bella Reginotta, e la cercava per mare e per terra".
" È finita?"
" Per oggi è finita".
La mattina dopo, comare Formica cuciva davanti al portone:

"Gugliata, gugliatina..."

e i ragazzi si erano di nuovo radunati attorno a lei, con la bocca aperta di ammirazione pel bel ditale d'oro e per il bell'ago di argento.
" E la fiaba lasciata in asso, comare Formica?"
" La riprenderò, se state cheti".
" Come l'olio, comare Formica".
" Dunque... Dove eravamo rimasti? Ah! Che l'Orco contentissimo di sposare una bella Reginotta, la cercava per mare e per terra e non riesciva a trovarla. La nonna voleva, sì, gastigare la cattiva nepotina e ridurla buona, e a questo fine ne aveva fatta una vecchina, l'aveva mandata in un paese lontano, dove nessuno la conosceva, lusingandosi che l'Orco non l'avrebbe trovata. E siccome pel termine del giusto castigo mancavano pochi mesi, così la nonna gli aveva preparato un magnifico regalo..."
" Quale regalo, comare Formica?"
" Ve lo dirò un'altra volta".
La mattina dopo, comare Formica era dentro il portone col bel telaio di argento e la bella spola d'oro e tesseva:

"Vola, spolina mia, vola, spolina!" 

e i ragazzi, figuriamoci se si erano di nuovo radunati attorno a lei con la bocca aperta di ammirazione pel bel telaio di argento e per la bella spola di oro.
" E la fine della fiaba, comare Formica? "
" La mia fiaba non ha fine. Dunque… Dove eravamo rimasti? Ah! Al magnifico regalo della nonna. Ma appunto fu quello che fece scoprire la Reginotta all'Orco... E dovrà forse sposarlo...."
" No! No! Non glielo fate sposare, comare Formica!"
" Le fiabe sono come sono, e non si possono mutare".
I bambini si misero a strillare, e piangendo: "No! no! Non glielo fate sposare, comare Formica!". I bambini strillavano e piangevano e le loro mamme ridevano. " Fàteli contenti, comare Formica!"
" Le fiabe sono come sono e non si possono mutare. Intanto, se mi volete bene, dovete ogni notte far guardia al mio palazzo... E quando sentirete avvicinare... il ventaccio - Ahuiii! Ahuiii! - prendetevi per le mani, da una cantonata all'altra senza lasciarvi un istante... E allora i bambini saranno contenti: non farò più sposare l'Orco con la Reginotta".
Comare Formica diventava più misteriosa di giorno in giorno; di giorno in giorno se ne capiva men di prima. Le vicine avrebbero pagato chi sa che cosa per sapere chi veramente fosse. Una, la più vecchia, disse: "Volete scommettere che la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, disperazione della nonna, era lei?"
"Ma che! Ma che! Una vecchina che per tanti anni ha lavorato da mattina a sera, ha mangiato pane e cacio o pane e cipolla, e ha bevuto soltanto acqua pura! Non può essere! Non può essere! Stiamo a vedere!"
E da parecchie notti, poverine, facevano la guardia al palazzo di comare Formica, prese per mano da mezzanotte all'alba. E ogni notte udivano da lontano il... ventaccio, come aveva detto comare Formica che soffiava: Ahniii! Ahuiii! - e non osava di avvicinarsi. Nessuno capiva quell' Ahuiii! Ahuiii!  Soltanto comare Formica, invece di quel grido, sentiva: "Rendimi almeno i bambini e le bambine! È un mese che non mangio carne cristiana, e non ne posso più! Rendimi almeno il giovane e la zittella, è un mese che non bevo sangue cristiano e non ne posso più. Ahuiii! Ahuiii!"
Erano passati un mese e un giorno: restava un'ora. E appunto prima che finisse quell'ora le vicine videro compirsi un portento. Mentre parlava con loro e rideva e le faceva ridere col buon umore di una volta, tutt'a un tratto, comare Formica cominciò a raccorciarsi, a raccorciarsi, a coprirsi di grinze, quasi la pelle dovesse staccarsi dal corpo, e uscirne fuori qualche altra persona. Le stavano attorno atterrite, senza aver animo di soccorrerla, incapaci di gridare, quando, ecco, le vesti e la pelle di comare Formica si squarciarono e ne usciva una bellissima giovanetta, bionda, con occhi celesti, sorridente, che sembrava essersi destata allora allora da. lunghissimo sonno. E aveva nell’aspetto e nei modi tanta dolcezza, tanta bontà, tanta modestia, da allontanare ogni sospetto che la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente, cattiva, gelosa, disperazione della nonna, fosse stata proprio lei, come aveva detto quella vecchia, e che il gastigo l'avesse cambiata.


Léon-François Comerre

Era o non era dunque?
La fiaba non lo chiarisce e si arresta qui. Se poi volete saperne di più, mettetevi la via tra le gambe, andate nel paese dove comare Formica si fece fabbricare il bel palazzo di cui forse rimane qualche vestigio, se pure il vento, che allora apportò sassi, rena e calcina e acqua, non l'ha, dopo tanto tempo, spazzato via. Ma forse fareste inutilmente questo viaggio... E poi, bambini miei, non è bene essere eccessivamente curiosi.

Larga la via, stretta la foglia 
E siam rimasti tutti con la voglia.

martedì 11 marzo 2014

Il Principe Pettirosso, Luigi Capuana

Credo sia l'unico caso di prequel fiabesco che abbia mai letto. E ricordo che, pur chiamandolo "antefatto", mi piacque molto anche da bambina. Quindi, dopo aver postato "Cingallegra", è inevitabile la rilettura de "Il Principe Pettirosso".

'era una volta... Sì, sì, non ho dimenticato la promessa; parola di Raccontafiabe è parola di Re; ed ecco la storia del principe Pettirosso. Dunque c'era una volta un Principe e una Principessa giovani e sposati da qualche anno; lui, buono, gentile, caritatevole; lei, bella, ma piena di capricci e talvolta superbiosa e crudele. Comandava, e voleva essere subito obbedita; esprimeva un desiderio e pretendeva che fosse immediatamente soddisfatto. Se qualcuno dei servitori, dei dipendenti, non intendeva bene i suoi ordini, o li eseguiva male, diventava una furia. Invano il marito tentava di rabbonirla:
"Principessa!... Principessa!... "

Sonrel E.


Si rivoltava contro di lui, gli rispondeva con parolacce che non stavano punto bene in bocca di una dama sua pari. Una volta si era incapriccita di una pianta del giardino che circondava il castello dove essi abitavano. L'annaffiava lei, la ripuliva lei; guai se il giardiniere si permetteva di levar via una foglia avvizzita e cascata per terra! Una pianta comune, ma la Principessa si era messa in testa che dovesse far fiori e frutti rari. Una sera, scende in giardino e scorge tra i rami fili di paglia, con alcune piumine e il groviglio di un po' di refe. Le parve un delitto.
"Giardiniere, che significa questo?"
"Qualche coppia di uccellini si prepara il nido, Principessa".
"Buttate via ogni cosa; non voglio nidi su la mia pianta".
E il giardiniere, presi quei fili di, paglia, quelle piumine, quel po' di refe, ne fece un batuffolo e lo buttò via. Fra i rami di un'alta pianta vicina due uccellini svolazzavano e strillavano, quasi piangessero di veder dispersi quei primi materiali del loro nido.
"Poverini!", esclamò sotto voce il giardiniere.
E, il giorno dopo, vedendoli andare e venire affannosamente, portando coi becchi fili di paglia, piume, foglie secche, grovigli di refe, biòccoli di lana e cose simili, per ricostruire con ostinatezza il nido nel posto già scelto, il giardiniere li compiangeva:
"Verrà la Principessa e vi disfarà ogni cosa! Mancano piante e rami, poverini!" Ma gli uccelletti non intendevano le parole del giardiniere, e andavano e venivano affannosamente: verso sera, il loro nido era già bell'e finito. Appena la Principessa lo scòrse tra i rami, se la prese col giardiniere.
"Che colpa ne ho io? Poverini, hanno fretta di depositarvi le ova".
"Ah sì? Domani ne farò una frittatina pel gattino".
Attese che la femmina avesse terminato di deporre le ova, e ordinò al giardiniere: "Portatemele in cucina, e disfate quel nido!"
Il giardiniere obbedì a malincuore: aveva le lacrime agli occhi sentendo gli strilli degli uccellini che parevano un pianto. La crudele Principessa ruppe di sua mano gli ovicini in un tegamino, vi aggiunse cacio e pane grattato, e ne fece, come aveva detto, una frittatina pel gattino che le stava tanto a cuore. Il gattino esitava a mangiarla, miagolava, si ritirava indietro. Ma quando la Principessa si era ficcata in testa una cosa, non c'era verso di farla desistere.
"Il gattino non ha fame", gli disse il Principe.
"Fame o non fame, deve mangiare questa frittata, l'ho fatta apposta per lui"
Il gattino, preso pel collo, col muso nel tegamino, dovette mangiare per forza. Ma aveva appena ingoiato l'ultimo boccone, che Meo! Meo! Meo! stirava le gambe e moriva, quasi avesse preso un veleno. La Principessa rimase scossa da quella disgrazia: il gattino era la sua bestiolina prediletta. E la notte dopo fece un brutto sogno. Si destò atterrita:
"Ah, Principe, se sapeste che cosa ho sognato!"
"Che cosa, Principessa?"
"Tante piume, tante piume fioccavano giù dal cielo come falde di neve, ed io mi trovavo appesa al collo una padellina di rame. Le piume mi toglievano il respiro: la padellina pesava, pesava... È un triste presagio, certamente".
"Si sognano tante sciocchezze, Principessa!"
"No, Principe! Bisogna consultare coloro che spiegano i sogni".
"Li consulteremo,.. Intanto non vi affliggete per così poco!"
Furono chiamati parecchi sapienti. Stettero a sentire, seri, con le sopracciglia corrugate, sfogliarono a lungo i libroni che avevano portati con loro. Chi diceva una cosa, chi un'altra, e ognuno affermava che la sua spiegazione era la vera. "Mettetevi d'accordo, signori miei!"
Il Principe non poteva persuadersi che quelle piume fioccanti dal cielo e quella padellina di rame appesa al collo di sua moglie significassero tante opposte cose.
"Mettetevi d'accordo, cari miei!"
"Invece di mettersi d'accordo, quei sapienti finivano col darsi vicendevolmente dell'asino, e con lo scaraventarsi addosso i loro grossi volumi. La Principessa non si dava pace.
"Bisogna consultare un gran Mago! La cosa è troppo intrigata, se nessuno di questi sapienti è riuscito a spiegarla".
"Si sognano tante sciocchezze, Principessa!"
"No, Principe! Questa volta ho un grande sgomento nel cuore".
"Consulteremo il mago Barba-d'oro. Lo manderò a chiamare al castello".
E spedì persona fidata con ricchissimi doni. Il mago Barba-d'oro accettò i doni, ma quando sentì di che cosa si trattava, rispose sdegnato:
"Non sono il servitore di nessuno.

Sia signore, sia vassallo, 
Né in carrozza, né a cavallo 
Chi non viene coi suoi piedi, 
Barba-d'oro non riceve"

Il messaggero tornò con questa risposta. Per arrivare alla abitazione del Mago bisognava camminare tre giorni e tre notti attraverso luoghi incolti, infestati da bestie feroci, forteti, boscaglie, orridi sentieri. Il messaggero aveva temuto di non tornare vivo al castello.
"Mi sembra un bel modo di dirci: Non venite; è proprio inutile".
"No, Principe, a qualunque costo!"
Se la Principessa era testarda per cosine da nulla, figuriamoci ora che viveva sotto lo strano terrore del suo sogno! Invano il Principe si sforzava di convincerla che i sogni non hanno né capo né coda. Le voleva bene, e vedendola ostinata a intraprendere il pericoloso viaggio, cominciò a sentirsi penetrare nell'animo lo stesso sgomento di sua moglie. Quel sogno doveva essere un cattivo presagio! E decisero d'andare a piedi dal mago Barba-d'oro. Si misero in viaggio all'alba e camminarono tutta la giornata. La Principessa era così impaziente di avere la spiegazione del suo sogno, che non si curava della fatica e dei disagi del cammino.
"Riposiamoci un po', Principessa!"
"Più in là, Principe, più in là".
Forteti, boscaglie, orridi sentieri; e la notte, sotto il cielo stellato senza luna, urli di bestie feroci, vicini, lontani, che li atterrivano e non permettevano ch'essi chiudessero un occhio. Un giorno e una notte; e poi daccapo, un altro giorno e un'altra notte. Per quegli orridi sentieri non s'incontrava anima viva. Il povero Principe non ne poteva più.
"Riposiamoci un po', Principessa!"
"Più in là, Principe, più in là!"
Finalmente, il terzo giorno, verso sera, ecco tra gli alberi la casa del Mago. Con la facciata annerita dal tempo, tutta coperta di macchie di umido e di muffa verdastra, coi vetri delle finestre appannati dalla, polvere e dai ragnateli, quella casa ispirava ribrezzo. La Principessa, col fiato al denti, con le gambe che le si piegavan sotto, fece uno sforzo, giunse davanti alla porta e picchiò. Comparve il mago Barba-d'oro.

Stegg A.

"Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
Il Principe e la Principessa allibirono.
"Entrate, ristoratevi, e andate a letto. Domani, con comodo, riparleremo del sogno".
Il Principe e la Principessa allibirono. Quel Mago sapeva tutto! Il giorno dopo il sole era già alto ed essi dormivano ancora. Se non la svegliava il Principe, la Principessa avrebbe dormito fino a tarda sera. Il Mago li attendeva nel suo laboratorio.
"Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
"Perché, mago Barba-d'oro?"
"Non lo sapete che i nidi sono cosa sacra? Distruggere un nido è come appiccare il foco a una casa. Voi avete impedito di nascere a sei creature di Dio e per malvagità, non per altro. Ne sarete gastigata. In che modo io non so dirvelo. Ve lo dirà la fata Cicogna".
"E dove si trova la fata Cicogna?"
"Guardate da questa finestra: laggiù, laggiù, su quel tetto. Badate però di non chiamarla fata Cicogna, ma fata Splendore. Le piume e la padellina di rame del sogno significano il vostro gastigo. Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
"Grazie, mago Barba-d'oro!"
E all'alba del giorno dopo partirono. Cammina, cammina, cammina, e al tetto della fata Cicogna, che dalla finestra era parso così vicino, non si arrivava mai. La Principessa non osava di rifiatare, pensando che tutti quei disagi il Principe li soffriva per colpa di lei. Ma forse essi erano niente, in confronto dei guai che li attendevano. Il mago Barba-d'oro aveva ripetuto più volte:
"Ah, Principessa, Principessa, quanto vi costa una frittatina!"
Giunsero alfine, stanchi morti. La fata Cicogna stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala: dormiva. Attesero che si svegliasse. Abbassò l'altro piede, distese il collo, sbatté le ali e mandò fuori un rauco grido, che parve sbadiglio.
"Fata Cicogna, fata Cicogna, ci manda il mago Barba-d'oro".

Stegg A.

Nello sbalordimento, la Principessa aveva dimenticato di chiamarla fata Splendore.

"Ha fatto mala bisogna 
Chi cerca fata Cicogna: 
Fra le piume nasce un giglio, 
È figlio e non è figlio. 
Padella preparata 
Frittata e non frittata"

Aperse le ali, tese i piedi e la fata Cicogna volò via.
"E ora come faremo? Bisognava dire fata Splendore!"
"Torniamo dal Mago; ci consiglierà".
E rifecero la strada.
"Ah, mago Barba-d'oro! Mi scappò detto fata Cicogna!"
"Non vi perdete d'animo. Fate fare un gran nido d'oro e portateglielo; non c'è altro rimedio, Principessa".
"Faremo fare un gran nido d’oro - disse il Principe. - Ma che cosa significano le parole: È figlio e non è figlio? Frittata e non frittata?"
"Ve lo deve dire soltanto fata Cicogna".
Tornarono al castello, che erano quasi irriconoscibili, ed ordinarono subito un gran nido di cicogna tutto d'oro. Quando fu pronto, dopo un mese, Principe e Principessa si rimisero in cammino, ma questa volta a cavallo, e andarono direttamente da fata Cicogna. Stava sul tetto, ritta sopra un piede, col collo nascosto sotto un'ala: dormiva. Attesero che si svegliasse.
"Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barba-d'oro".
"lo mi chiamo Cicogna e non Splendore!"
Principe e Principessa si guardarono in viso, contristati.
"Accettate, vi preghiamo, questo povero nido".
Fata Cicogna stese il collo, afferrò col becco il nido d'oro e lo ripose sul tetto.

"Ha fatto mala bisogna 
Chi non cerca fata Cicogna. 
Tra piume nasce un giglio, 
È figlio e non è figlio. 
Padella preparata, 
Frittata e non frittata". 

Aperse le ali, tese ì piedi e fata Cicogna volò via.
Principe e Principessa non se l'aspettavano. La Principessa non aveva sbagliato. "Ho detto: fata Splendore, è vero?"
"Sì, fata Splendore".
"O dunque?"
"Torniamo dal Mago, ci consiglierà".
"Non vi perdete d'animo - disse il Mago - Fate fare due ova d'argento grosse quanto le ova di cicogna e portategliele".
"Ma come bisogna dire: fata Cicogna o fata Splendore?"
"Sempre fata Splendore ".
E un mese dopo furono di ritorno con le due ova d'argento.
"Fata Splendore, fata Splendore, ci manda il mago Barba-d'oro. Accettate queste due ova".
Fata Cicogna stese il collo, afferrò col becco prima uno poi l'altro ovo e li collocò nel nido d'oro e vi si accoccolò come per covarli.

"Ha fatto buona bisogna 
Chi ha cercato fata Cicogna. 
Tra piume nasce un giglio, 
È figlio e non è figlio. 
Padella preparata, 
Frittata e non frittata.

Quando avrò covato quest'ova, tornate e saprete".
"Quanto ci vorrà?"
"Il sole ora spunta da quel monte, dovrà spuntare da quella collina".
Il Principe calcolò che ci volevano tre mesi. E, passati i tre mesi, rifecero il cammino. Trovarono la fata Cicogna accoccolata nel nido d'oro, quasi per covare le ova d'argento.
"Fata Splendore, fata Splendore, spiegatemi il sogno, se vi piace".
"Avrete presto un figlio, e sarà uomo e sarà uccello..."
"Che disgrazia, fata Splendore!"
" ... fino ai vent'anni, Principessa. Poi diventerà un bel giovane, ma dopo aver trovato la sposa".
"E la padellina che cosa significa?"
"Significa la sposa… Non dovete saper altro".
"Ma che uccello sarà nostro figlio?", domandò il Principe.
"Quel che la Principessa vorrà; passerotto o pettirosso".
"Pettirosso, fata Splendore".
"E pettirosso sia, Principessa. Principe Pettirosso è un bellissimo nome".
"Che disgrazia, fata Splendore!"
"Avrebbe potuto accadervi di peggio: i nidi sono cosa sacra".

Erko V.


La Principessa era in grande angoscia, pensando che suo figlio fino ai vent'anni sarebbe stato un pettirosso. E quando partorì e fece un bel bambino non credeva ai suoi occhi.
"Fata Cicogna...!
"No, fata Splendore", la corresse il Principe.
"Fata Splendore ha voluto metterci paura. Tanto meglio che sia finita così"
"Però..."
"Però?"
"Non son, però, rassicurato del tutto".
"Non siate il corvo del malaugurio pel bambino".
"Stiamo a vedere".
"Stiamo a vedere".
Una mattina la Principessa, mutando i pannolini al bambino, diè un grido di orrore. Tutto il corpicino della sua creatura era coperto di una peluria gialliccia come quella dei pulcini appena nati. E il corpicino pareva già un po' dimagrito, quasi rattrappito.
"Figliolino, figliolino mio!"
La Principessa aveva fin ribrezzo di toccarlo. Di giorno in giorno la trasformazione diveniva più evidente. I braccini prendevano la forma di ali e si coprivano di piume, le gambine si assottigliavano e le dita dei piedi si allungavano in zampine con ugne aguzze. E di mano in mano che le piume invadevano tutto il corpicino che si rattrappiva, si rattrappiva, nasino e labbra si foggiavano in becco. In meno di due mesi, il bambino era diventato il più bel pettirosso che si potesse vedere. Principe e Principessa avevano vergogna di far sapere che il loro figliolino era diventato un pettirosso. Dissero che lo avevano mandato a balia, lontano. Ma questa finzione non valse. Quando il bambino avrebbe dovuto poter dire:
"Babbo! Mamma!", lo disse il pettirosso, che la Principessa teneva posato su un dito, e n'ebbe paura e gioia quasi nello stesso momento. Non lo potevano più tenere in gabbia: voleva volare qua e là, fare il chiasso con gli altri uccellini su pei rami degli alberi del giardino.
"Non aver paura, mamma! Non aver paura, babbo!"
E volava via, e li chiamava dalla cima di un albero, dalla grondaia di un tetto:
"Mamma! Babbo!"
E spesso portava con sé uno stormo di altri uccellini, passerotti, capinere, cardellini, raperini, pettirossi come lui. Entravano con un gran frullio d'ali, s'inseguivano di stanza in stanza, si posavano sulle cornici dei quadri e degli specchi, sui tavolini, sui letti, indisturbati, perché il Principe e la Principessa avevano paura d'incappare in qualche guaio peggiore di quello sofferto e per cui soffrivano ancora. Anzi la Principessa, visto che quell'invasione ormai accadeva ogni giorno, buttava qua e là miglio, midolle, bricioli, canapuccia, scagliòla, insalatina tritata, e teneva preparati beverini con acqua, ciotoline per potervisi bagnare. Si sarebbe divertita anzi, vedendosi trattata con tanta familiarità da tutti quegli uccellini che, prima, al suo apparire in una stanza, scappavano, se essi, in compenso, avessero badato un poco alla pulizia. Invece, sporcavano da per tutto, cantando, trillando, pigolando, quasi fossero in piena campagna.
"Ah, figliolo, figliolo! Dovresti farglielo capire".
"Compatiscili, mamma, non sanno di far male".
E in aprile e maggio, il castello era pieno di nidi. Non c'era stanza dove i passerotti, i cardellini, le capinere, i pettirossi non ne avessero collocati due, tre, come se il castello fosse stato casa loro. La Principessa ne trovava su le mensole, su i tavolini, negli angoli per terra, su i cassettoni, su gli armadi, su i canapè, su le poltrone, appesi alle branche delle lùmiere, dei saloni, e dei salotti, fin sul cielo del cortinaggio di camera. Ed era un andare, un venire, un pigolare di uccellini appena scovati e affamati con le testine in aria e i beccucci spalancati.
"Ah, figliuolo, figliuolo!"
"Quando sarò cresciuto, non avverrà più, mammina!..."
E quantunque fossero già trascorsi dodici anni, e il Principino parlasse spesso con lei, la povera Principessa non sapeva ancora difendersi da un'impressione di paura. Erano passati dodici lunghi anni, che al Principe e alla Principessa erano parsi dodici secoli! Ora il principino Pettirosso scappava via due volte al giorno e non si sapeva dove andasse. Andava certamente lontano, perché non si udiva più nei dintorni il gorgheggio del suo canto.


Stegg A.

"Principino, dove andate?"
"Vado in cerca della sposa".
"Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualità".
"E più buona che bella. Principessa o no, non importa".
"Sì, mamma! Sì babbo!".
E scappava via, e quando tardava a ritornare, Principe e Principessa passavano ore di angoscia mortale.
"Che gli sia capitata qualche disgrazia?"
"Non gli facciamo il cattivo augurio ...."
Appena,arrivava:
"Dove siete stato, Principino?"
"Avete trovato, Principino?"
"Sono stato in cento posti, ma non ho ancora trovato nulla".
"Come? Non ci sono più Principesse a questo mondo?"
"Ce ne sono, mamma, anche troppe, ma non fanno per me".
"E le altre donne?"
"Babbo, le buone non sono belle, e le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercherò, ho ancora tempo un anno".
"Principessa come voi, non dimenticate la vostra qualità".
"E più buona che bella. Principessa o no, non importa".
"Sì, mamma! Si, babbo!"
E scappava via. La Principessa non poteva sopportare che il Principe dicesse al figlio: "Principessa o no, non importa".
"Come, non importa? Deve dunque abbassarsi fino al fango della terra?"
"Chi ha mai detto questo? Più buona che bella non significa fango, mi pare". "Vedrete che il Principino commetterà qualche sciocchezza".
"Ne commettiamo tutti"
"Ah! Mi rinfacciate ancora?! .... "
E continuavano a bisticciarsi, fino al ritorno del principino Pettirosso.
"Avete trovato?"
"Non ho trovato!"
"Mancano Principesse?"
"Manca quella che vorrei io".
"E le altre donne?"
"Le buone non sono belle, le belle non sono buone, quelle che ho viste, intendo dire. Cercherò ancora, babbo!"
"Principessa, come voi!"
"E più buona che bella. Principessa o no, non importa".
"Sì, mamma! Sì, babbo!"
E scappava via. Un giorno, finalmente, lo videro tornare con volo così impetuoso che lo credettero inseguito da qualche uccello di rapina. Volava per la stanza, facendo giri, intrecci: sembrava ammattito. Ci volle un pezzetto prima che si calmasse.
"Che cosa accade, Principino?"
"Ho trovato, mamma! Ho trovato!"
"Una Principessa?"
"Una più buona che bella?"
"Principessa, e più buona che bella! Sposerò Cingallegra".
"Ah, figlio, figlio mio!"
La Principessa dètte in un pianto che mai. Chi era Cingallegra? Egli dunque s'immaginava di dover restare pettirosso per tutta la vita! Ci mancava quest' altra disgrazia!
"Chi è Cingallegra?", gli domandò il Principe, angustiato anche lui.
"Colei che canta nell'orto del ramaio".
"È dunque una giovane?"
"Più buona che bella, come tu la volevi".
"Ed è figlia di un ramaio?"
"È più Principessa di me che ora sono pettirosso", rispose ridendo.
"Ah figlio! Figlio mio!"
E la Principessa, sentendogli dire queste cose, dava in un pianto più dirotto. Ora il principino Pettirosso andava via avanti l'alba e tornava col sole non ancora alto.
"Donde venite, Principino?"
"Da Cingallegra, mamma cara".
"Se mi volete bene, lasciatela andare. Cingallegra non fa per voi".
"Se la sentiste cantare, non direste così".
Ripartiva col sole vicino al tramonto e tornava prima che fosse sera inoltrata.
"Donde venite, Principino? "
"Da Cingallegra, babbo caro".
"E come canta Cingallegra?"
"Canta così".
Ma non gli riusciva di cantare con voce umana; gorgheggiava, gorgheggiava, e, dopo un pezzetto, si interrompeva:
"No, non è proprio così!"
E in camera, o su un ramo d'albero del giardino, gorgheggiava, gorgheggiava, provando, riprovando, interrompendosi all'ultimo:
"No, non è proprio così!"
La Principessa era inconsolabile. Pensava: 'Se non avessi distrutto il nido e rotto quegli ovicini, tutto questo non sarebbe accaduto! Ah, figlio mio, figlio mio!'
Né lei, né il Principe, intanto, si ricordavano che il principino Pettirosso era già sul punto di compire i vent'anni. Una mattina, che lo credevano volato via avanti l'alba, non vedendolo ritornare all'ora solita, Principe e Principessa stavano in gran pensiero.
"Che gli sia accaduto, qualche disgrazia?"
"Non gli facciamo il cattivo augurio! "
E si misero alla finestra, guardando verso il punto d'onde pel solito lo vedevano spuntare. Sentirono rumor di passi alle spalle... Principe e Principessa credettero impazzire dalla gioia.
"Sono io, mamma! Sono io, babbo!"
Il Principino aveva cessato di essere pettirosso, ed era un bel giovane, biondo come la madre, alto e ben fatto come il padre. I baci e gli abbracci non finivano più. La Principessa si immaginava che ora il Principino non avrebbe più parlato di Cingallegra. Invece ne riparlò subito. La madre ne fu desolata. II padre, più condiscendente, diceva:
"Poiché è più buona che bella!"
"La figliola di un ramaio! Non acconsento! Non acconsento!"
Il Principe, per calmarla, le disse:
 "Andiamo a prender consiglio dal mago Barba-d'oro".
"Andiamo a prender consiglio dalla fata Cicogna, che ne sa più di lui!"
Si decisero per la fata Cicogna. Ma la mattina che stavano per partire, alzano gli occhi e che cosa veggono? La fata Cicogna su una torretta del castello: il nido d'oro luccicava al sole sotto di essa, e tra l'intreccio delle barrette che figuravano da sterpi, si scorgeva il bianco degli ovi d'argento.
"Oh, fata Cicogna, noi venivamo da voi!..."

"Ha fatto mala bisogna
Chi ha detto fata Cicogna". 

"Fata Splendore! Fata Splendore! - gridò allora la Principessa.

"Tra le piume è nato un giglio, 
Non era figlio ed ora è figlio. 
Padella preparata, 
Frittata e non frittata!"

Aperse le ali, tese piedi, e la fata Cicogna volò via.
"Volete una risposta più chiara?", disse il Principe.
La Principessa chinò il capo, abbattuta.
"Padella preparata, è evidente, significa la figlia del ramaio".
"E frittata e non frittata che vorrà significare?"
"Significa, credo, che tutto andrà pel suo meglio. Ci ha lasciato il nido d'oro e le uova d'argento: è il buon augurio agli sposi".
Come il principe Pettirosso sposasse Cingallegra voi lo sapete da un pezzo e sapete anche che il ramaio e Reginotta furono accolti nel castello e beneficati da loro. Apprenderete oggi il resto, e le due fiabe saranno compiute.
Quando il principe Pettirosso rispondeva, ridendo, al padre:
"È più Principessa di me, che ora sono pettirosso", sapeva bene quel che diceva. In uno di quei giorni che volava attorno da mattina a sera in cerca di una sposa, Principessa come voleva sua madre, o più buona che bella come gli suggeriva suo padre, il Principino aveva incontrata la fata Cicogna.
"Dove vai, piccolo pettirosso?"
"Cerco la mia fortuna, una moglie".
"Vieni con me, te la trovo io".
"Principessa?"
"Principessa".
"Più buona che bella?"
"Più buona che bella! Eccola là". E gli mostrò Cingallegra che cantava, sciorinando i panni nell'orto.
"Più buona che bella può darsi, ma Principessa..."
"Principessa quanto te e più di te".
"Come mai?"
"L'hanno scambiata a balia, e i parenti non se ne sono accorti. La figlia del ramaio aveva una voglia di fragola sotto l'ascella, e Cingallegra non l'ha. Cingallegra è figlia di Principi. Ti basti di saper questo".
Infatti un giorno, a tavola, il principe Pettirosso disse al ramaio:
"Vostra figlia dovrebbe avere una voglia di fragola sotto l'ascella".
"Certamente; sembrava una fragoletta davvero".
"Ma Cingallegra non l'ha".
"Non l'ha?"
E così fu confermato quel che aveva detto fata Cicogna. Ma ora alla Principessa non importava più che Cingallegra fosse o non fosse figliola di ramaio. Non vedeva lume che per gli occhi di lei. Accade spesso così.

Frittata e non frittata, 
La fiaba è terminata.

Da:
"Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?", di Luigi Capuana

giovedì 6 marzo 2014

Cingallegra, Luigi Capuana

'era una volta un ramaio vedovo, che aveva due figliole: una, la maggiore, bella, bionda, alta e snella, con aria così superba, da sembrare che volesse tener discoste le persone; l'altra, bruttina ma piacente, e così modesta così buona, che bastava vederla e sentirla parlare per volerle subito bene.
Il padre era orgoglioso della figliola maggiore, e non nascondeva la sua predilezione. Stava tutta la giornata su l'uscio della bottega, battendo col martello caldaie, pentole, paioli, padelle sopra la incudinetta a palo fissata nel suolo; e continuando a lavorare, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, e li faceva ridere con le sue barzellette. Qualcuno, curioso, gli domandava:
"Ramaio, quando mariterete le figliole?"
"Presto. La maggiore la darò a un Reuccio; l'altra a chi vuol pigliarsela".
E quella, approfittando della debolezza paterna, se la passava senza far niente per non sciuparsi le mani, ben pettinata, bene agghindata, affacciata alla finestra quasi stesse davvero in attesa del Reuccio, mentre la sorella doveva affaticarsi a tener pulite le stanzette del mezzanino, a preparare il desinare e la cena, a fare il bucato nell'orticello a pianterreno, a sciorinarvi i panni lavati, con l'unico svago di coltivare, nelle ore libere, una aiuola di fiori in un cantuccio.
E spazzando, spolverando, accendendo il fuoco nei fornelli, risciacquando il bucato e innaffiando i fiori, cantava, cantava, cantava. Aveva una vocina sottile, intonata, che faceva fermar la gente ad ascoltarla dalla via con grande rabbia della sorella maggiore. Le vicine per ciò l'avevano soprannominata la Cingallegra del ramaio.
Alla superbiosa che se ne stava tutto il santo giorno alla finestra, ben pettinata, bene agghindata, con le mani in mano per non sciuparsele, nessuno badava; gli operai, perché sapevano che non si sarebbe mai degnata di sposare uno di loro; i signori perché non volevano abbassarsi a prendere per moglie la figlia d'un ramaio, e neppure farla insuperbire di più, mostrando di ammirarne la bellezza.


Von Blaas E.


Gli anni passavano, e inutilmente il ramaio ripeteva:
"La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela".
Qualcuno, per ripicco, gli rispondeva:
"Ho paura, ramaio, che vi spighiscano in casa".
E lui, picchiando più forte sull'oggetto che aveva per le mani, pentola, paiolo, padella o caldaia, rispondeva:
"La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela".
'La vanità gli ha fatto andar il cervello a spasso', pensava la gente.
Nell'orticello a pianterreno c'era un albero di pesco. Da qualche tempo in qua, appena Cingallegra - anche il padre e la sorella la chiamavano così, ma con tono di sprezzo - appena Cingallegra si metteva a cantare, ecco un frullìo di ali che le faceva alzare gli occhi. Un pettirosso le volava sulla testa, quasi a portata di mano; si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco, riprendeva a volare cinguettando, trillando. Pareva volesse imitare il canto della figlia del ramaio, e che si stizzisse di non riuscirvi. E siccome essa, distratta dall'arrivo dell'uccellino, cessava di cantare, questi, dondolandosi su una rama, se ne stava zitto aspettando.
"Vuoi sentirmi cantare, bell'uccellino?"
Il pettirosso con un trillo faceva intendere: si! si!
E Cingallegra cantava. L'uccellino ascoltava, continuando a dondolarsi allegramente; e, appena essa taceva, riprendeva a provarsi di modulare il canto, tentando di imitarla, ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Ora che Cingallegra aveva questo svago, a ogni momento di libertà, scendeva sùbito nell'orticello e si metteva a cantare. Il pettirosso però veniva a ore fisse, due volte al giorno, la mattina prima della levata del sole, la sera verso il tramonto. Quando egli non era là, Cingallegra si sentiva sola più dell'ordinario, e faceva di malavoglia le faccende di casa.
La sorella, che se ne stava a grogiolarsi nel letto, non poteva soffrire il canto mattiniero di Cingallegra.
"La vuoi smettere di cantare all'alba? Mi impedisci di dormire".
"La vuoi smettere di dormire fino a tardi? Mi impedisci di cantare".
Ah! Diventava impertinente? E la maggiore se ne lagnò col padre.
"Ed anche si burla di me chiamandomi Reginotta!"

Von Blaas E.


Il padre, che non ci vedeva dagli occhi per lei, rimproverò Cingallegra.
"Le faccio la serva: non basta? Io spazzare, io spolverare, io fare il bucato, io sciorinare i panni, io preparare da mangiare!... E non è vero che voi dite: La maggiore la darò al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela? Dunque Reginotta le sta bene. Lasciatemi un po' sfogare col canto!"
E la mattina, prima del levare del sole, scendeva nell'orticello, si sedeva sotto il pesco e cominciava a cantare. Da li a poco, ecco un frullio d'ali: era il pettirosso che arrivava cinguettando, trillando, gorgheggiando. Si allontanava, ritornava, si posava in cima al pesco dondolandosi su una rama, e pareva che stesse ad ascoltare. E Cingallegra cantava, cantava cantava, piano, quasi volesse fargli la lezione e dargli agio di apprenderla bene. E appena ella taceva, il pettirosso riprendeva a provarsi di imitarla; ma finiva sempre con un trillo di stizza, e volava via.
Intanto, di giorno in giorno, scendeva a dondolarsi su una rama più bassa. Le volte, però, che Cingallegra si rizzava in piedi e alzava un braccio per afferrarlo, scappava, senza mostrarsi molto spaurito, e tornava subito allo stesso posto.
"Pettirosso, perché non ti lasci prendere?"
E il pettirosso rispondeva con un rapido trillo, quasi dicesse:"Questo no!" "Pettirosso, mi vuoi bene?"
E il pettirosso rispondeva con un lieve gorgheggio, quasi volesse dire: "Tanto! Tanto!"
"Pettirosso, dovresti venire a posarti su questo dito; ti darei un po' di zucchero".
E glielo mostrava. Il pettirosso faceva le viste di accorrere, aliava attorno alla mano con l'indice teso, e via su la rama a dondolarsi e a trillare.
"Pettirosso, sei cattivo. Non canterò più".
Il ramaio, dalla bottega, le dava la voce:
"Cingallegra, con chi parli?"
"Parlo da me! vi dispiace?"
Ah! Diventava impertinente! Indispettito della risposta, il ramaio la minacciò:
"Per le matte c'è il bastone".
E salito su, disse alla figlia maggiore:
"Quando Cingallegra è nell'orto, affacciati alla finestra di cucina senza farti scorgere da lei. Guarda che cosa fa e con chi parla".
Il giorno dopo egli fu stupito di sentire che Cingallegra parlava con un pettirosso. "Cingallegra ha trovato marito!", la schernì a cena la sorella.
"Meglio di Reginotta, che non trova un cane che la voglia".
Il ramaio le allungò un ceffone: "Non si risponde così alla sorella maggiore!" L'indomani, il sole era alto, e Cingallegra non si era levata dal letto.
"Cingallegra, c'è da. fare il bucato".
"Reginotta ha le mani come me".
"Cingallegra, e il desinare?"
"Reginotta ha le mani come me".
Ma che cosa era accaduto da farla diventare tutt'a un tratto così impertinente? - "Cingallegra, c'è tuo marito nell'orto. Ah ah!"
Il pettirosso trillava forte e gorgheggiava: pareva che chiamasse e si spazientisse di attendere. Alla intonazione di scherno e alla risata della sorella, Cingallegra balzò giù dal letto, dicendo:
"Il Reuccio non è mai venuto a cantare per te!"


Von Blaas E.


E, appena vestitasi, corse ad affacciarsi alla finestra, che dava nell'orticello.
Il pettirosso si sgolava; volava attorno, saltellava da un ramo all'altro, e Cingallegra godeva di vederlo stizzito a quel modo.
Gli aveva detto:
"Pettirosso, sei cattivo! Non canterò più."
E voleva mantenere la parola. Ma ecco che l'uccellino va a posarsi sul davanzale e si lascia prendere e accarezzare, e risponde alle carezze con delicati colpettini di becco sulle dita.
"Ti sei finalmente deciso? Ora ti metto in una gabbia e starai sempre con me". Così erano due che cantavano da mattina a sera, con gran fastidio di Reginotta. Cingallegra, intanto che spazzava, o spolverava, o faceva bollire il bucato, o sciorinava i panni, o preparava il desinare e la cena, e il pettirosso che dalla sua bella gabbia l'accompagnava con tali acuti trilli e gorgheggi da sembrare che facessero a gara a chi cantasse più forte. La gente si fermava ad ascoltarli dalla via. "Brava, la Cingallegra del ramaio! Brava! Brava!"
Reginotta masticava bile; e se qualcuno tornava a domandare, scherzando:
"Ramaio, quando mariterete le figliole?", ella rispondeva, prima di suo padre:
"Badate ai fatti vostri, e non vi curate di quelli degli altri!"
Il ramaio però, cocciuto, soggiungeva subito:
"Presto. La maggiore la darò a un Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela".
"Me la piglio io!"
Il ramaio si voltava di qua, e di là, per scoprire se qualcuno nascosto in fondo alla bottega avesse risposto in quel modo.
"Chi sei tu, che vuoi pigliartela?"
"Io! Io! Io! Io! Io! Io!"
Era il pettirosso che sembrava rispondesse così, con uno dei suoi più squillanti trilli. Possibile?
"Hai inteso?", disse il ramaio alla figlia maggiore che, non contenta di starsene ben pettinata, ben agghindata, alla finestra, scendeva, da un pezzo, a sedersi davanti all'uscio della bottega, per mettersi più in mostra.
"Hai inteso? Ti par naturale che un pettirosso risponda cosi?"
E ripeté:
"Chi sei, che vuoi pigliartela?"
"Io! Io! Io! Io! Io! Io!"
A quel trillo squillante del pettirosso, Reginotta si rizzò a sedere inviperita, e corse su per afferrarlo e torcergli il collo. Ma appena toccò la gabbia per aprire la porticina: Ahi! Ahi! Ahi! - le dita delle mani le si contorsero orribilmente; più non parevano di creatura umana, ma di qualche bestia mostruosa, con le ugne aguzze, e tutte coperte di scaglie. Sentendo strillare e piangere la sua prediletta, il ramaio accorse, furibondo, ma, alla vista di quelle mani miseramente deformate, rimase di sasso.
Accorse anche Cingallegra che non sapeva niente di quel che era accaduto.
"Scellerata! Scellerata! Guarda che cosa ha fatto il tuo pettirosso!"
"La colpa non è mia, babbo!"
"Voleva ammazzarmi!"
Anche Cingallegra fu spaventata sentendo parlare il pettirosso. Era dunque un uccellino fatato? Cingallegra ne aveva avuto qualche sospetto; ora però non ne poteva dubitar più. E non osava accostarsi alla gabbia, né rivolgere la parola al pettirosso. Le mani contorte e scagliose di Reginotta le fecero gran pietà. Era stata punita giustamente del tentativo feroce, ma Cingallegra pensava che sua sorella aveva l'animo irritato dal non vedersi richiesta da nessuno, e che per ciò era degna di compatimento e di perdono, se non aveva saputo frenarsi. Si fece animo, si chinò sulla gabbia dove il pettirosso saltava da uno stecco all'altro, e mormorò teneramente:
"Te ne prego, pettirosso mio!" E intendeva dire: "Restituiscile le mani bianche e belle come prima".
La porticina della gabbia si aperse da sé, e il pettirosso venne fuori, volò sulle mani di Reginotta, e cominciò a beccargliele delicatamente. In meno che si dice, erano diventate belle bianche come prima. La superbiosa non ringraziò neppure con un cenno del capo; voltò le spalle e andò ad affacciarsi alla finestra, come se niente fosse stato. E il mezzanino e l'orticello tornarono a risonare dei canti di Cingallegra e del pettirosso, e la bottega del ramaio dei colpi di martello con cui egli batteva, su l'incudinetta a paio, caldaie, pentole, paioli, padelle. Sempre di buon umore, dava la voce ai passanti di sua conoscenza, ma se qualcuno gli domandava: "Ramaio, quando mariterete le vostre figliole?", invece di rispondere al solito, picchiava rabbiosamente col martello su l'oggetto che aveva per le mani: pentola, padella, paiolo o caldaia, e brontolava le parole così sottovoce, da non far intendere quel che diceva. Diceva: "Pur troppo ho paura che mi spighiscano in casa!"

Von Blaas E.


E intendeva particolarmente la maggiore.
Il pettirosso di Cingallegra, dopo quel che aveva visto e udito, lo faceva fantasticare. Chi era quell'uccellino fatato? Forse il Reuccio destinato alla figliola maggiore. Vedendo nell'orticello soltanto Cingallegra, l'aveva sbagliata, e forse anche si era lasciato lusingare dalla voce di lei.
"Perché non canti tu pure? Chi sa non venga un pettirosso fatato anche per te". Reginotta alzò sdegnosamente le spalle e non rispose.
"Ne ho pensato un'altra. Comprerò una gabbia e un pettirosso identici a quelli di Cingallegra, li scambieremo, e..."
Reginotta, senza neppure lasciarlo finire di parlare, alzò sdegnosamente le spalle e non rispose. Il padre, che le voleva troppo bene, si angustiava di vederla continuamente triste a quel modo; e malediva il momento in cui gli era venuto in testa di dire alla gente: "La maggiore la darò al Reuccio, l'altra a chi vuol pigliarsela!"
Una mattina entrò nella bottega un giovane, di aspetto rozzo, vestito da contadino, con scarpe grosse e cappellone di paglia.
"Compare, che cosa cercate?"
"Una pentola e una moglie".
"La pentola eccola qui. La moglie... Sentite? Ho una figlia che canta meglio d'una cingallegra; se la volete pigliatevela".
"Non compro gatta in sacco".
"Ve la faccio vedere. Ohe, Cingallegra!"
Invece di Cingallegra, si presentò Reginotta.
"Questa non è per voi".
"Allora... tornerò domani".
"E la pentola?"
"Pentola e moglie tutto a una volta".
E appena colui era andato via, accorse Cingallegra.
"Dov'eri? Che cosa facevi?"
"Governavo il pettirosso".
"Hai perduto la fortuna: un marito".
"Il marito che mi vuole sarà qui fra otto giorni".
Il ramaio e la Reginotta si guardarono stupiti. E questa fece subito:
"Dovrà sposare prima di me?"
Era diventata verde dalla bile. Otto giorni dopo, il contadino tornava.
"Compare, che cosa cercate?"
"Una pentola e una moglie".
"La pentola eccola qui. La moglie... Oh! Cingallegra! Se la volete pigliatevela". Invece di Cingallegra si presentava Reginotta.
"Questa non fa per me. Tornerò domani".
"Aspettate: ecco l'altra mia figliola".
Il contadino quasi cantilenando disse:

"Manine che per gli altri vi sciupate, 
D'oro e brillanti coperte sarete.
Piedini che per casa troppo andate, 
Su bei cuscini vi riposerete; 
Vocina che nell'orto ora cantate, 
Gioia di casa mia diventerete.
Cingallegra, mi volete?"

"Vi voglio se vuole mio padre".
"Ne riparleremo, compare, quando avrò maritata la maggiore".
Reginotta aveva dato al padre un'occhiataccia, per questo il ramaio rispondeva così.
"Allora... tornerò tra un mese".
"E la pentola?"
"Pentola e moglie tutto a una volta".
Reginotta, dalla bile, era diventata ancora più verde. Quel zoticone, aveva osato dire: "Questa non fa per me!"
Cingallegra intanto era tornata su, e cantava, cantava, sventolando il fuoco sotto i fornelli. Il pettirosso che già aveva imparato bene, cantava insieme con lei, e si facevano udire per tutta la via. E la gente: "Brava Cingallegra e il suo pettirosso!"

Stegg A.


Un mese dopo, riéccoti il giovane contadino.
"Compare, che cosa cercate?"
"Una pentola e una moglie".
"La pentola eccola qui... La moglie..."
"Eccola qua! Mi volete, Cingallegra?"
"Vi voglio, se vuole mio padre".
"E pigliatevela e portatela via! Ma senza dote né niente!", rispose il ramaio che non ne poteva più.
"La sola gabbia del pettirosso!"
"E una pentola, Cingallegra!"
"Niente, neppure una padellina!", disse il ramaio.
"Tenetevi pentole, paioli, padelline, caldaie, sono tutti bucati e non servono!..."
Il ramaio non aveva badato a queste parole. Ma non appena Cingallegra e il suo sposo erano andati via portando con sé soltanto la gabbia vuota, perché il pettirosso una mattina era scomparso, il ramaio cominciò a disperarsi.
Quando era sul punto di dar l'ultimo colpo a una pentola, a un paiolo, a una padellina, a una caldaia, gli accadeva di picchiare così forte col martello, da farvi un buchino. E più egli tentava di rimediare quel guasto, e più il buchino si allargava. Gli avventori venivano, guardavano bene, e accorgendosene non compravano; e così la bottega si screditava. Di Cingallegra e di suo marito non si sapeva nessuna notizia. Ora il ramaio rimpiangeva quella figliola da lui maltrattata per dar ragione alla sorella maggiore; la casa era divenuta un sudiciume, non ostante che egli avesse dovuto prendere una donna per i servigi. Si desinava male, si cenava peggio: e per giunta gli affari andavano a rotta di collo con quelle caldaie, pentole, padelle, e quei paioli tutti bucati che nessuno voleva comprare.
Intanto, Reginotta continuava a menare la stessa vita di prima: si levava da letto tardi, e poi pettinata, bene agghindata, se ne stava alla finestra o giù in bottega per mettersi in mostra, e non si accorgeva che gli anni passavano e che lei, dalla bile, imbruttiva. Ma un giorno ci mancò poco che non le cogliesse un accidente. Era venuto un giovane signore a comprare molti oggetti di rame. Sceglieva questo e quello, senza osservarli bene e faceva mettere da parte gli oggetti di suo gradimento: un gran cumulo.
Il ramaio si sentiva tremare il cuore pensando:
'E se si accorge dei buchini?'
Quel signore continuava a scegliere senza osservare bene gli oggetti; sembrava che volesse proprio portar via tutta la bottega.
"E questa quando la mariteremo? L'altra è stata fortunata, sposando un cugino del Re!"
"Un contadino, volete dire!"
"Un cugino del Re, ragazza mia. Come? non lo sapete?"
"E dove si trovano?", domandò il ramaio.
"Come? Non lo sapete? Si cammina un giorno e una notte e si arriva a piè di una montagna coperta di boschi. In alto, a mezza costa, c'è il gran castello del cugino del Re. Per ora si trovano colà... Facciamo il conto, ramaio".
Il ramaio volle mostrarsi onesto, e gli disse:
"Prima di pagare, signore, riguardate bene gli oggetti".
Guarda, volta, rivolta, con stupore del ramaio, non c'era in nessuno di essi il minimo buchino.
"Mettete ogni cosa da parte; manderò un servitore domani".
Pagò e andò via.
"Perché piangi, figliola?"
"Perché sono disgraziata!"
"Non disperare. Com'è venuta la fortuna per tua sorella, verrà un giorno o l'altro anche per te".
Una mattina il ramaio vide fermarsi davanti alla bottega un ragazzaccio col vestito a sbrendoli e i piedi scalzi; sembrava mezzo scemo.
"Che cosa vuoi? Come ti chiami?"
"Mi chiamo Reuccio".
Il ramaio trasalì. E senza chieder altro, lo invitò a entrare, a sedersi e corse su dalla figliola.
"È arrivato il Reuccio! Travestito, per non farsi riconoscere; i grandi sogliono fare così".
Reginotta, fuor di sé dalla gioia e dalla vanità, si alzò, si agghindò, e scesa giù, si fece avanti con un grand'inchino:
"Ben venuto, Reuccio!"
"Questa è mia figlia, Reuccio!"
Un grand'inchino anche lui, e soggiunse:
"Comandate, ordinate, fate come se foste in casa vostra".
"Datemi una bella fetta di pane. Non mangio da ieri".
"Altro che pane, Reuccio!"
E mandò la donna a far spesa larga. A Reginotta quegli sbrendoli parevano una ricchezza. Pensava che il Reuccio, travestendosi a quel modo, le dava una gran prova di affezione. E vedendolo divorare come un lupo, a tavola, pensava che doveva costargli molto il fingere di essere affamato. Più Reuccio mostrava in viso il gran stupore di vedersi trattato così, e più il ramaio e la figlia si confermavano che fosse venuto in incognito per conoscerla meglio.
"Ti ha detto niente?", domandava il padre.
"Niente. E a te? Aspettiamo!"
"Aspettiamo!"
Reuccio mangiava, beveva, dormiva, ingrassava a vista d'occhio, ma di chiedere la mano della figlia del ramaio non se ne ragionava. Il ramaio tentava di portare il discorso intorno alle nozze, ma Reuccio non capiva o fingeva di non capire. La figlia fu meno paziente del padre, e una mattina disse a Reuccio:
"Se siete venuto per sposarmi, sposiamoci subito".
"Ah! Ah! Ah!", Reuccio si contorceva dalle risa.
"Perché ridete, Reuccio?"
"Ahi Ah! Ah!.. Sposiamoci pure!"
"Così, con codesti cenci?"
"Fatemi voi un bel vestito. Ah! Ah! Ah!", Reuccio rideva come un matto. Reginotta era dispiacente di dover sposarsi senza carrozze, senza festa, come una popolana qualunque; ma, pur di diventare Reginotta davvero, si rassegnava.
La festa e il resto verrebbero poi; e allora toccava alla Cingallegra di crepare di invidia e di rabbia. Sposarono alla chetichella. Ma trascorsi parecchi giorni, e vedendo che le cose andavano come prima, cioè che colui mangiava, beveva, dormiva, ingrassava, e non accennava a condurla al palazzo reale del suo regno, Reginotta non si ritenne più:
"Insomma, Reuccio, quando andiamo al palazzo reale?"
"Quando voi volete, moglie mia".
La prese sotto il braccio e la condusse davanti al palazzo reale.
"Non entriamo?"
"Non s'entra, ci sono le guardie".
"E voi non siete il Reuccio? Non comandate ad esse?"
"Mi chiamo Reuccio ma non sono Reuccio".
"Non siete Reuccio? Ah furfante!"
E gli si gettò addosso, per accopparlo. Ma Reuccio le assestò certi pugni sul viso da illividirle le guance. Accorse gente, e li divisero. Tutti domandavano: "Che cosa è stato? Niente. La figlia del ramaio che letica col marito!"
Tornò a casa sola, mezza pazza dal gran disinganno.
"Questa è una infamità di mia sorella Cingallegra!"
"Non era il Reuccio?"
"No babbo: si chiamava Reuccio! Che vergogna! Che vergogna! Bisogna andar via da questo paese, o m'impicco a una trave!"
Il padre che ora, vedendola così disgraziata, le voleva più bene, fece caricare tutta la roba su due carri. Partirono di nottetempo. Dopo un giorno e una notte, arrivarono a piè di una montagna coperta di boschi. A un punto della strada, incontrarono un cacciatore.
"Non proseguite, buona gente. È straripato il fiume e ha inondato la campagna".
"Grazie, cacciatore. E dove potremo ricoverarci?"
"Venite con me. Starete bene".
Potevano mai immaginarsi di capitare nel castello dov'era sposa felice Cingallegra, e che quel cacciatore fosse il principe Pettirosso? Ma Cingallegra li accolse con tanta cordialità che la superbiosa Reginotta sentì spezzarsi il cuore e pianse dolcissime lacrime di ravvedimento. Il ramaio poi non stava nei panni dalla contentezza di aver ritrovato sua figlia Principessa come si ostinava a chiamarla, non ostante che lei e il Principe gli ripetessero:
"Siamo sempre Cingallegra e Pettirosso".
Quel che avvenne dopo, e perché il Principe si chiamasse Pettirosso, ve lo racconterò un'altra volta, se vi piacerà di saperlo. Per oggi, al solito:

Larga la foglia, stretta la via
Dite la vostra che ho detto la mia.

Da:
"Chi Vuol Fiabe, Chi Vuole?", Luigi Capuana.