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mercoledì 1 aprile 2015

Zezolla, ovvero la Gatta Cenerentola, e le Altre...

Dal commento di Anna Buia a La Gatta Cenerentola di G.B. Basile. Poiché io per prima, spesso, mi infastidisco a scorrere una pagina in cerca di una nota, ho collocato i miei appunti, in corsivo, immediatamente sotto gli argomenti salienti.


Il ciclo di Cenerentola include tre tipi narrativi:
Nel primo tipo, Aa Th 510A, Cenerentola, particolarmente diffuso in Europa, compaiono il motivo della fanciulla maltrattata, della matrigna e/o delle sorellastre e quello della scarpetta perduta. [...]
Il padre è morto o è completamente passivo rispetto al rapporto tra le donne della sua casa.
Mi autocito, da un personalissimo racconto del primo capitolo de Il Castello Errante di Howl (libro di cui raccomando la lettura).
"E arriviamo ad un altro stereotipo fiabesco: la Matrigna. Anch'esso, in un primo tempo, viene argutamente "smontato" per poi essere riproposto con uno stile da "novella" ottocentesca. Il padre di Sophie, come molti papà fiabeschi, adempie con bovina mitezza al suo dovere drammaturgico: muore improvvisamente lasciando sull'orlo della rovina economica la vedova e le amatissime figlie, ma, prima del sacrificio supremo condiviso con una moltitudine di sbiadite figure paterne, ha coscienziosamente adempiuto al dovere primario: introdurre in famiglia la Matrigna. Rimasto precocemente vedovo con due figlie in tenerissima età, Sophie e Lettie, aveva sposato in seconde nozze "la commessa più giovane del loro negozio una biondina molto graziosa di nome Fanny. Ed è pur vero che Fanny aveva dato ben presto alla luce un'altra bimba, Martha..." Dopo averci ricordato che il peso fiabesco della primogenitura si era definitivamente aggravato per Sophie con la nascita della terzogenita, fatalmente predestinata ad un matrimonio regale, l'autrice sfata (vedremo presto se apparentemente o meno) lo stereotipo conseguente ad una simile dinamica domestica. Infatti, puntualizza che Sophie e Lettie non si trasformarono automaticamente in due sorellastre brutte e cattive, né, d'altra parte, Fanny si rivelò una Matrigna perfida, in adorazione della figlia "vera", anzi... "...tutte e tre le bimbe crescendo divennero molto carine (anche se Lettie era considerata da tutti la più bella) e venivano trattate da Fanny senza alcun favoritismo, con la stessa identica dolcezza." E così, sappiamo ciò che Sophie NON è: NON è la "predestinata", la figlia minore, NON è la più bella (segno della benevolenza degli Dèi e garanzia di un futuro radioso nell'immaginario fiabesco), NON è poverissima, e NON è bistrattata da una Matrigna perfida e crudele. Eppure, siamo pienamente in una situazione fiabesca".
La prima parte di questo tipo cenerentolesco può avere affinità con la Bella e la Bestia (la richiesta di un dono apparentemente modesto e banale, che, se ne La Bella e la Bestia scatena la "disgrazia" iniziale che avvia la trama, in Cenerentola si rivela il mezzo/aiutante magico).
A questo tipo appartiene La Gatta Cenerentola di G.B. Basile, la "madre" di tutte le Cenerentole occidentali, che posterò a breve.



Z. Basic


Il secondo tipo, diffuso in Europa, in Medio Oriente e in Asia, unisce motivi degli intrecci AaTh 510A e Aa Th 511 ("Occhietto, Duocchietti, Treocchietti").
La fiaba si apre con il motivo della fanciulla trascurata dalla matrigna, ma aiutata da una mucca o una capra; l'animale viene ucciso dalla matrigna, e dalle sue interiora cresce un albero meraviglioso con foglie d'argento e frutti d'oro, che solo l'eroina può cogliere. La seconda parte della fiaba coincide con quella di Cenerentola.
Nelle fiabe appartenenti a questo tipo la figura del padre è inesistente. L'animale magico, ucciso dalla Matrigna (e delle cui carni a Cenerentola è vietato cibarsi) svolge la funzione della Madre Morta del primo tipo. Lì, è dal ramo piantato sulla sua tomba che sorge l'albero meraviglioso con l'uccellino dispensatore di doni. Qui, l'albero magico che farà la fortuna di Cenerentola cresce in una notte dai resti seppelliti dell'animale.
A questo tipo appartiene "Picuredda" di G. Pitrè.


Ségur A.


Nel terzo tipo (Aa Th 510B L'Abito d'Oro, d'Argento e di Stelle o Pelle d'Asino), registrato soprattutto in Europa, manca il motivo della Matrigna; la fiaba si apre con la morte della madre dell'eroina e il desiderio del padre di sposare la figlia, che fugge sotto un qualche travestimento e trova un'umile occupazione alla corte di un re. Seguono l'episodio del ballo, l'incontro del principe ecc., fino alle nozze.
[...]
Mancano le sorelle o sorellastre invidiose (presenti anche ne La Bella e la Bestia, in cui, però, è d'obbligo il parallelo con le invidiose sorelle di Psiche).



Dudaite L.


La fiaba di Basile si apre con l'episodio della prima matrigna uccisa da Zezolla con il coperchio di un cassone per istigazione della Maestra che aspira a sposare il padre (nello stesso modo, nella novella 22 di Masuccio Salernitano, un marito si libera della moglie adultera). Il motivo del Matricidio non si è generalmente conservato nella tradizione di Cenerentola, ma è in diverse fiabe in cui l'antagonista à una Matrigna Malvagia [...] La maggior parte delle successive versioni di Cenerentola, a cominciare da quella famosissima di Perrault, introducono invece direttamente il tema della ragazza perseguitata dalla matrigna e/o dalle sorellastre; alla degradazione sociale si associa un abbrutimento che culmina nell'acquisizione del nomignolo di Cenerentola o simili.
Non è certamente l'unico caso (vedi Biancaneve) in cui i raccoglitori-redattori di fiabe popolari censurano la crudeltà materna introducendo il personaggio della Matrigna Malvagia. Matricidio o Matrignicidio a parte, nel bene e nel male, la Cenerentola di Basile, anche nelle varianti autenticamente popolari, non è affatto passiva, dolce, piangente e sottomessa: risponde rudemente alle provocazioni delle sorelle, lancia un'efficacissima maledizione al padre, trova in sé la magia senza ricorrere alla madre defunta, che sia umana o sotto forma di un animale, strapazza e si burla del Principe.



Melissa Forman



Gli Aiutanti Magici:

[...] Il padre che alla partenza chiede alle figlie che cosa desiderino in dono è in molte versioni della fiaba, ma non in Perrault. Zezolla chiede di essere raccomandata alle fate di Sardegna e riceve una pianta di datteri. Ashenputtel, nei Grimm, chiede al padre "il primo ramo che gli urterà il cappello sulla via del ritorno", le Cenerentole di Imbriani, Busk, Guarnerio un uccellino, in ogni caso, l'eroina esprime un desiderio apparentemente più modesto di quello delle sorellastre, proprio come nelle fiabe del tipo Aa Th 425C, La Bella e la Bestia.
La palma da dattero è un antico simbolo di fecondità e immortalità, associato a divinità femminili come Hathor e Iside prima che il cristianesimo ne facesse l'icona di Cristo; la pianta di nocciòlo è stata messa in relazione con la Luna e altre divinità femminili, poi, con le fate; la colomba è un'epifania della Grande Madre, collegata di volta in volta a Hathor, Isthar, Cibele, Afrodite, prima di diventare a sua volta simbolo cristiano dell'anima immortale.
Con Perrault e Madame d'Aulnoy fa la sua comparsa la figura della Fata Madrina [...]
Al di là dell'invenzione meramente artistica, è bene ricordare che, nella tradizione cattolica, la Madrina, in caso di morte della madre, è una sua vera e propria sostituta.


Welz Stein C

Nella fiaba di Basile, come peraltro nella maggior parte delle versioni popolari della fiaba, non compare l'episodio del ballo in cui Perrault colloca l'incontro tra l'eroina e il principe: Zezolla si imbatte un po' casualmente nel futuro sposo, per strada, durante una festa con processione. Molto spesso, nelle fiabe italiane, l'incontro avviene alla messa domenicale [...]
L'incontro con il Principe alla messa domenicale non è frequente solo nelle fiabe popolari italiane, ma anche in quelle russe e balcaniche, ad esempio. E non è un motivo presente solo nelle fiabe del tipo Cenerentola. Oltre l'ovvia considerazione che una messa è meno elitaria e "mondana" di un ballo regale, certamente le funzioni domenicali e/o le processioni costituivano un raro momento in cui uomini e donne, e uomini e donne appartenenti a "caste" molto distanti avevano occasione di incontrarsi.


Carl Frederick Bodri, Procession at the Cathedral of the Annunciation in Moscow


La Prova di Identità attraverso la scarpetta è il motivo che più identifica la fiaba di Cenerentola - ed è quello di maggior frequenza, anche se talvolta è sostituito da altri, come l'inseguimento di un filo o la ricerca della proprietaria di un anello... L'epoca e l'ambientazione della fiaba impongono una grande varietà di calzature, dall'altissima pianella di Zezolla allo zoccolo d'oro di Carter, Il Pesciolino d'Oro e lo Zoccolo d'Oro [...]
Il motivo della scarpetta perduta è, probabilmente, il più legato alle origini remote della fiaba. Vedi QUI. Ma le altre prove non fanno che dimostrare la natura "magica" di Cenerentola.



Hilary Knight



Resta difficile spiegare l'appellativo di "Gatta" che Basile ha attribuito alla sua Cenerentola. Lo Nigro, che assegna l'origine dell'intreccio all'area balcanica, ritiene che da lì venga anche la denominazione della protagonista, traducendo il nome greco della protagonista, Statopoùtta, come "gatta del focolare". De Simone ipotizza una tradizione perduta in cui l'eroina subiva una metamorfosi animale. E' comunque difficile per chi conosce la fiaba di Cagliuso e la sua gatta fatata, pensare che Basile apponendo a Cenerentola il nome di "Gatta" non abbia voluto intenzionalmente rinviare ai magici poteri di Zezolla, che le permetteranno di parlare con una colomba, di bloccare la nave del padre con la forza della sua maledizione e di convocare le Fate del Dàttero ogni volta che le serve.
Avrei iniziato con questo paragrafo. Mi domando perché, dopo aver associato la palma da dàttero, il nocciolo e la colomba ad antiche Dèe come Iside o Ishtar, "resti difficile" fare lo stesso con i felini o, addirittura, con la natura felina di Cenerentola. Per non parlare della Dèa Gatta per eccellenza, l'egizia Bastet, figlia di Ra e della sorella/alter ego, Sekhmet, feroce divinità della Guerra con la testa di leonessa.



Bastet



Sekhmet

sabato 13 settembre 2014

L'Orsa e "L'Orza"- Pelle d'Asino

Per caso, viaggiando attraverso "Comare Formica" e "Pelle di Vecchia", ovvero "Occhi-Marci", avevo ricordato Pelle d'Asino, proprio mentre l'orsa "veniva suicidata". Nel post precedente, operavo una netta distinzione tra le fiabe in cui la principessa si camuffa da animale, ricoprendosi di pelli o della pelle di uno specifico esemplare, e quelle in cui la principessa diventa, è un animale (o una vecchia), ma c'è, forse, differenza nella Storia dietro la fiaba?).
Dimenticando l'aristocratica versione di Perrault, andiamo alla Madre di tutte le Pelle d'Asino, ovvero il Cunto Sesto della Giornata Seconda del Pentamerone (Lu Cunto de li Cunti) di G.B. Basile: "L'Orza".
La principessa Preziosa riceve da una vecchia un pezzetto di legno: mettendolo in bocca, si trasformerà in un'orsa, una vera orsa, e potrà sfuggire al padre incestuoso rifugiandosi nel bosco, dove l'aspetta ciò che il Destino ha in serbo per lei.


Sanderson R.

Preziosa, sentuta sta resoluzione, se retiraie drinto la cammera soia e trivolanno sta mala sciorte non se lassaie zervola sana; e, stanno a fare sto nigro viseto, venne arrivanno na vecchia che la soleva servire d'argentata, la quale, trovannola chiù da chillo munno che da chisto e sentuto la causa de lo dolore suio, le disse:
" Stà de buon armo, figlia mia, non te disperare, ca a ogne male  'nc'è remmedio, fore ch'a la Morte. Ora siente: comme patreto stasera avenno dell'aseno vo' servire pe stallone e tu miettete sto spruoccolo 'n mocca, perché subeto deventarrai n'orza, e tu sfratta, ca isso, pe la paura, te lassarrà fuire e vattenne deritto a lo vosco, dove lo cielo t'ha sarvata la ventura toia. E quanno vuoi parere femmena, comme sì e sarrai sempre, e tu levate lo spruoccolo da vocca ca tornarrai alla forma de 'mprimma"


"Pelle di Vecchia" Non E' "Pelle d'Asino"

La fiaba del post precedente, "Occhi-Marci", raccolta da Gherardo Nerucci, è la fonte popolare della Calvino n.70, "Pelle di Vecchia". Nelle note, Calvino rimanda sia alla n.54, "Bene come il Sale", che alla n.103, "Maria di Legno" (Pelle d'Asino) della sua raccolta.
Cita anche "La Guardiana d'Oche alla Fonte" (Grimm n.179), ma la fiaba dei Grimm non ha nulla a che vedere con il tipo Pelle d'Asino. Effettivamente, Calvino la ricorda giusto per il camuffamento da vecchia. Sbagliando comunque.
E non si tratta di un dettaglio. Anche se la Guardiana e la principessa-Comare Formica sgusciano via dalla larva di vecchia come se fosse una veste, una corteccia, un bòzzolo, è molto chiaro nel racconto che esse siano state effettivamente vecchie e brutte, fino alla liberazione.


Cramer Rie


Nel momento in cui la fiaba del tipo Pelle d'Asino o Bene Come il Sale scivola verso la novella, la principessa in fuga o scacciata e/o maledetta che gira per il mondo da sola ha estremo bisogno di un camuffamento che la protegga dall'interesse degli uomini. In Occhi-Marci è detto esplicitamente.
Ma, non a caso, escludendo l'aristocratica fantasia dell'asino distributore d'oro di Perrault, la fanciulla in fuga sceglie le pelli di animali "impuri", ben al di là della tradizionale ripugnanza che alcuni di loro ispirano (es.:"Pel di Topo" di Afanas'ev).
Le fiabe arabe ne offrono esempi da manuale. E la principessa non fugge, ma viene scacciata  con orrore dal padre proprio perché contaminata da un mascheramento che la rende un'intoccabile.
La "pelle di vecchia" infrange un altro tabu: la Morte, il rispetto per i Defunti, la paura del contatto... e tutto viene esibito ed esorcizzato nella minuziosità con cui si dà conto di certi dettagli truculenti. Questo motivo è diffuso in Italia, ma non si lega in esclusiva al tipo Pelle d'Asino. Anzi, se proprio dovessi individuare un tipo fiabesco, indicherei quello che io chiamo la Principessa-Esorcista. E' la principessa de "Il Pappagallo" e de "Le Mie Tre Belle Corone", per intenderci, anche se, in questo caso, siamo in piena fiaba-novella. E, appena possibile, posterò un esempio che lega lo "scorticamento della vecchia defunta" a due altri tipi fiabeschi assolutamente insospettabili. Eppure, l'origine del motivo "Pelle di Vecchia" è certamente lì.
Nelle fiabe più antiche e più lontane dal tipo Pelle d'Asino (in cui si accenna o viene sottintesa l'eventualità che il padre incestuoso le dia la caccia ), o non viene fornita  alcuna spiegazione, o, più credibilmente, la "pelle di vecchia"  (ovvero, una reale trasformazione) è parte dell'incantesimo/maledizione.
La principessa non trascorre mai il periodo del suo camuffamento nella casa del futuro sposo, il fortunato Prince Charmant. E', spesso, la protagonista girovaga di una fiaba-matrioska, che contiene incontri inquietanti, o vive nascosta in un luogo completamente estraneo.
La principessa è sempre innocente. La pur bellissima Comare Formica non è una fiaba popolare, e l'invenzione di Luigi Capuana, l'esilio come espiazione per un carattere arrogante e superbo, non fa testo.
Anche lì, comunque troviamo una vera vecchia, la nonna regina-fata, che tanta parte ha nel determinare il suo destino.
In tutte queste fiabe, è presente l'alter ego realmente carico d'anni: una Nonna, una Madrina, una Balia. Niente a che vedere, comunque, con la misteriosa vecchia del bosco de "La Guardiana d'Oche alla Fonte", fiaba che è un gustoso manuale per tutte le possibili classificazioni di fiaba iniziatica. Lo sforzo di decifrazione è minimo. E' un peccato che Propp abbia concentrato la sua attenzione ed i suoi studi prevalentemente sulle fiabe cosiddette "maschili", e su un ristretto numero di tipi fiabeschi (e relative varianti) raccolti nella madre Russia.

Mab's Copyright

giovedì 11 settembre 2014

Occhi-Marci, G.Nerucci

A’ tempi antichi ci fu un Re che aveva tre figliole.
Un giorno le chiamò tutt’assieme e disse alla maggiore:
"Quanto mi vo’ tu bene?"
"Quant’al pane", quella gli arrispose.
"Allora i’ son contento", dice ’l padre.
Poi s’arrivolse alla mezzana:
"E te quanto mi vo’ tu bene?"
"Babbo mio, quant’al vino".
Fa il padre: "Anco di te i’ son contento, perché il vino mi garba e il paragone è giusto. E te, piccina, dimmelo anco te, quanto mi vo’ tu bene?"
Dice la piccina: "Quant’al sale".
"Oh! birbona - sbergola il Re - dunque, tu mi vo’ veder distrutto?"
E s’incattivì, ché alla figliola, per bone ragioni che lei gli portassi del su’ pensieri, nun ci fu verso di farlo persuaso e d’abbonirlo.
Dice lui: "Sì, tu mi vo’ distrutto, perché ’l sale si strugge anco da sé indove si mette. Dunque una figliolaccia come te con meco nun ci pole più stare. Va’ via di casa e ti maledico, e vai indove più ti garba. Ma fuggi via subbito dalla mi’ presenzia e ch’i’ nun ti rivegga più mai".


"Re Lear", Abbey E.A.


Quella poera ragazza, che gli aveva a mala pena quindici anni, fu ubbligata dalle cattive parole di su’ padre a nuscire dalla stanza, e con le lagrime agli occhi andiede a trovare la su’ balia e gli raccontò quel che gli era intravvienuto.
Dice:
"Oh! come farò io, me sciaurata, a girar sola per il mondo e maladetta da mi’ padre?"
La balia la racconsolò, e poi gli disse:
"Nun vi sgomentate. I’ vierrò con voi. Pigliate un sacchetto di monete d’oro e si partirà assieme per indove ci mena la fortuna".
Fecero dunque accosì le du’ donne, e quand’ebbano in mano il sacchetto con le munete e messo a ordine un fagottino di panni, la mattina fuggirno dal palazzo e s’avviorno fora di una porta. Loro camminorno per dimolti giorni; ma tutti i giovani che riscontravano devan dietro alla ragazza e nun la lassavano ben avere, perché la gli dasse retta: la balia era sgomenta, nun sapendo come salvargli l’onore, e sempre con la paura che gli portassen via la ragazza per forza.
Una sera però, arrivate a una città le du’ donne, s’imbatterno in un mortorio e gli dissano che era il funerale d’una vecchia morta a cento anni. Pensa subbito la balia: 'Se mi vendano la pelle di questa vecchia, no’ siemo salve'.
Vanno dunque nella chiesa, e doppo finite le funzioni la balia cerca del becchino e gli domanda, se lui vole vendere la pelle della vecchia. Il becchino in sulle prime gli arrispose di no; ma poi, siccome la balia gli profferse venti scudi, lui s’accordò, e con un coltello scorticata per bene tutta la vecchia, la su’ pelle la diede alla balia. La balia quand’ebbe avuto in mano la pelle della vecchia col viso, i capelli bianchi, le mane con l’ugne e tutto, la fece conciare e cucitala su del cambrì, mascherò con quella la ragazza, sicché la nun si ricognosceva più, e pareva propio la vecchia co’ su’ cento anni addosso e più i quindici della ragazza. Doppo si rimessane in cammino, e i giovanotti alla ragazza nun gli devan più noia; ma la gente correva a vedere quella vecchina che parlava tanto sverta e camminava lesta com’un frullino.
Un giorno le du’ donne arrivorno a una gran città e per istrada riscontrorno il figliolo del Re, che era un giovanotto piuttosto allegro, e andeva a spasso co’ su’ genitori. Quando lui vedde la ragazza travestita da vecchia gli parse di molto buffa, sicché fermò la balia e gli disse:
"Quella donna, quant’anni ha ella codesta vecchia? "
Arrisponde la balia: " Addimandategliene".
E lui: "Nonnina, oh! quant’anni avete voi?"
"I’ n’ho centoquindici".
Scrama il figliolo del Re: "Càspita! Nun mi burlate voi? E d’addove siete?"
E la vecchia: "Del mi’ paese".
"E i vostri genitori chi sono?"
"Guà! il mi’ babbo e la mi’ mamma".
"E ’l mestieri, che mestieri vo’ fate?"
"To’! i’ vo a spasso".
Il figliolo del Re in nel sentire tutte quelle matte risposte rideva a più nun posso; poi dice al Re e alla Regina:
"Vo’ m’avete a fare una grazia".
Dicon loro: "Chiedi pure".
"S’ha da pigliare questa vecchina allegra in nel palazzo e camparla insino a fin di vita".
Dissan loro: "Sì, come ti garba".
A farla corta, la vecchina la condussan nel palazzo reale, e gli assegnorno una stanza nel mezzanino, e il figliolo del Re andeva spesse volte ugni giorno a parlargli, perché ci si divertiva. La balia poi, quand’ebbe accomido al sicuro la su’ ragazza, se ne tornò diviata a casa sua.
La finta vecchia, dunque, la steva lì nel palazzo reale, che nun gli mancava nulla; e siccome pareva che ’gli avessi gli occhi cisposi, e’ gli messane il soprannome d’Occhi-Marci.
Un giorno la Regina gli disse: "Ma che propio vo’ nun sapete far nulla?" Arrisponde la vecchia: "Che vole! Quand’i’ avevo soltanto quindici anni i’ sapevo fare dimolte cose, e anco filavo bene e cucivo. Ma ora, con questi mi’ occhi i’ lavoro male, e le mane e le labbra nun mi servan più al filato".
Dice la Regina: "In ugni mo’, vi potete almanco provare a filarmi un po’ di lino, tanto per nun v’annoiare".
E la vecchia: "Guà! i’ farò l’ubbidienza".


Frederick G.

Gli fece dunque portare la Regina del lino scardassato, e la vecchia, quando tutti furno iti via, si serrò a chiave in cammera e, cavatosi d’addosso la finta buccia, filò tutto quel lino, che era proprio una maraviglia a vedersi. Il figliolo del Re, la Regina e tutta la Corte rimasano sbalorditi, che una vecchia grinzosa, mezzo cieca e con le mane tremolanti avessi possuto lavorare a quel modo. Doppo un po’ di tempo dice la Regina alla vecchia:
"Siccome vo’ lavorate tanto bene di filato, vo’ dovete provarvi a cucire una camicia al mi’ figliolo".
E la vecchia: "Com’i’ so e posso, veh!"
Gli portorno dunque della tela sopraffina; e la vecchia, serrata al solito la porta di cammera sua, tagliò e cucì la camicia tutta di trapunto, e nella pettorina ci ricamò delle rappe a fiori d’oro, ché di meglio era ’mpossibile trovare. Tutti, guà! ’gli è naturale, erano istupiditi e nun sapevano che si pensare di simile bravura. Ma il figliolo del Re poi nun era dimolto persuaso, che non ci fussi qualche malìa sotto, e però si mettiede ’n capo di scoprire ugni cosa; perché lui ragionava ’ntra di sé accosì: 'Questa vecchia la si serra in cammera a chiave, quando lei lavora e quando mangia, che nissuno la pole vedere allora. I’ vo’ sapere quel che lei ci fa lì sola'. Con questo pensieri il figliolo del Re, quando alla vecchia gli portorno da desinare, se n’andiede al buco della toppa, e vede che la vecchia si spogliava ignuda e poi si levava quella buccia finta, e che di sotto c’era una bellissima ragazza. Nun fece discorsi il figliolo del Re; con un calcio butta giù la porta, nentra in cammera e abbraccia la ragazza diviato, sicché lei tutta vergognosa scappò in un cantuccio a ricoprirsi con quel che potiede.
Dice il figliolo del Re: "Oh! chi siei? Perché tu stevi travestita a quel modo?" Arrispose con gli occhi bassi la ragazza e gli raccontò tutta la su’ storia, e come il babbo, che era pur lui un Re, l’aveva scacciata di casa e maladetta.
Il figliolo del Re, allegro a quelle novità, corse a chiamare i su’ genitori e gli disse: "Sapete, i’ ho trovo moglie. Una figliola d’un Re. Vienite a vederla". Vanno, e la ragazza s’era in quel mentre vestita per bene, che pareva un occhio di sole: e anco il Re e la Regina rimaseno a quella bellezza di quindici anni e al racconto che lei fece di quel che gli era successo. Insomma e’ s’accordorno che diventassi moglie del figliolo, e bandirno lo feste per lo sposalizio a tutti i regni vicini e lontani.
Il giorno del banchetto delle nozze ci viense pure il Re babbo della sposa; ma lui nun la ricognoscette. L’apparecchio era, che ognuno aveva a tavola pietanze da sé, e la sposa si mettiede a siedere tra su’ padre e ’l su’ sposo; ma a su’ padre gli fece servire tutto insenza sale, sicché lui nun mangiò propio nulla.
Quando fu finito il desinare, disse la sposa a su’ padre:
"E lei, che è vienuto di tanto lontano, com’è contento di queste feste? Perché lei nun ha mangiato nulla?"
Dice lui: "Che vole! Se ’gli è uso di questi paesi, istarò zitto; ma la robba insenza sale io nun la posso mangiare".
"Dunque lei al sale gli vole bene?", addimandò la sposa.
Dice lui: "Sicuro, ché insenza sale i’ nun so fare io".


 Bussière G.


"Oh! allora, signor padre - scramò la sposa - perché mi mandò via di casa, quand’i’ paragonai il bene ch’i’ gli volevo al bene ch’i’ voglio al sale?"
A queste parole ’mprovvise il padre s’accorgette che era la su’ figliola e disse forte: "T’ha’ ragione! I’ feci male dimolto, e ti chieggo perdono, e ti benedisco con tutto il core".
Accosì, fatte le paci e tornati tutti d’accordo, si feciano grandi allegrie, ché di simili nun se n’eran ma’ viste, e poi ognuno ritornò a casa sua lassando gli sposi a godersela libberamente.

(Raccontata dalla Luisa vedova Ginanni)

Novella n.13 da: "Sessanta Novelle Popolari Montalesi", di Gherardo Nerucci

lunedì 8 settembre 2014

Comare Formica - L. Capuana

'era una volta una povera donna che viveva del suo lavoro. Arrivata in un paese dove nessuno la conosceva, aveva preso in affitto una cameretta a pian terreno e lavorava, lavorava da mattina a sera, filando, tessendo, cucendo, secondo le richieste della gente. Di quel po' che guadagnava, un terzo lo spendeva per vivere, e il resto lo metteva da parte. Campava quasi con niente. Una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta di acqua era il suo desinare; e la cena nessuna differenza: una fetta di pane, un pezzetto di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta di acqua; null'altro.


Anker A.


Per ciò le vicine l'avevano soprannominata comare Formica. Nonostante la povertà e la fatica, comare Formica era sempre di buon umore.
" Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica?"
" Quando saranno parecchi, me ne farò una frittata".
" O che si mangiano i quattrini?"
" Allora... li metterò sotto la chioccia per farli covare".
" O che sono uova i quattrini?"
" Allora... li seminerò in un vaso e aspetterò che vengano su".
" O che sono fiori i quattrini?"
" Provate e vedrete! Intanto lasciatemi filare".
E filando cantava:
"Fuso mio, gira e trotta, 
La camicia della Reginotta; 
Fuso mio, trotta e gira, 
Le lenzuola della Regina; 
Gira e trotta, fuso mio, 
Corda ai piedi a chi dico io!"

Le vicine, sempre curiose, tornavano a domandarle:
" Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica?"
" Quando ne avrò parecchi li darò... a chi non li vuole".
" Come a chi non li vuole?"
" Allora... saranno di chi saprà pigliarseli".
" E se vengono i ladri?"
" Allora... dirò ai ladri: datemi i vostri e prendetevi i miei".
" Ma i ladri, se rubano, vuol dire che non ne hanno".
" Allora... Provate e vedrete. Intanto lasciatemi cucire".
E cucendo cantava:
"Gugliata, gugliatina, 
Camicie della Regina; 
Gugliatina, gugliata 
Lenzuola dell'amata; 
Gugliata lunga e corta 
Guanciali per la sposa"

 Le vicine, sempre più curiose, tornavano a domandarle:
" Che ve ne fate dei quattrini, comare Formica?"
" Quando ne avrò parecchi mi farò fabbricare un palazzo".
" Un palazzo per voi sola?"
" Allora... prenderò marito se posso trovarlo".
" Siete già quasi vecchina!"
" Allora .... Aspettate e vedrete. Intanto lasciatemi tessere".
E facendo andare e venire la spola tra l'ordito del telaio, comare Formica cantava:

"Vola, spolina mia, vola, spolina! 
Non ti arrestare mal, spolina cara; 
Trama di seta e argento la mattina, 
Trama di seta e d'oro verso sera. 
Vola, spolina mia... vola, spolina, 
Velo di sposa e veste di Regina". 

Lavorava da mattina a sera, filando, cucendo, tessendo secondo le richieste della gente, e la sua voce squillava per la via così limpida e dolce, che era una delizia stare ad ascoltarla. Le vicine però ridevano delle canzoni che accompagnavano il lavoro di comare Formica e le dicevano:
" Come mai, comare, quel filato così grosso per le camicie della Reginotta e per le lenzuola della Regina? Ahi ah!..."
" La canzone dice così; non l'ho inventata io".
" Come mai, comare, cotesta tela così rozza, velo di sposa e veste di Regina? Ahi Ah! ..."
" Come mai, comare, quei punti così lunghi, gugliata, gugliatina? Ah! Ah! ..."
" La canzone dice così: non l'ho inventata io... Ma ride meglio chi ride ultima, vicine mie. Ah! Ah! Ah! ..."
Le vicine si struggevano di sapere chi fosse costei: ma quando le domandavano:
" Di che paese siete?"- rispondeva: "Oh bella, del mio paese!"
" E dov'è questo paese?"
" Si va per monti, per valli e per piani, si passa fiumi, si passa il mare, e quando si arriva... quello è il paese".
Visto che non ne cavavano nessun costrutto, domandavano
" Come vi chiamate, comare?"
" Come volete chiamarmi. Tutti i nomi mi stanno bene, anche il nome di comare Formica".
" E non avete padre, madre, parenti?"
" Mio padre è Re, mia madre Regina, Ed io sono una povera vecchina!"
" Dunque siete Reginotta? Ah! Ah! Ah!...
" Ride meglio chi ride l'ultima, vicine mie!"
Le vicine, più curiose di prima, pensarono di metterla alla prova; e, canzonando, le dissero: " Comare Formica, quando metterete i vostri soldi sotto la chioccia, per piacere, metteteci anche questi: sono sette".
" Va bene; date qua".
E andavano spesso da lei per sapere se la chioccia covava.
" Cova, non dubitate; tra giorni verranno fuori".
Si attendevano una beffa dall'allegra vecchina; invece, al termine giusto della covata, eccoti tanti pulcini quanti erano i soldi ricevuti... Poteva essere uno scherzo anche questo; ma, dopo qualche settimana, quei pulcini avevano una cresta particolare, della forma e del colore di un soldino; cosa da sbalordire.
Sette galletti dei più grassi, che già cominciavano a far chicchirichi!
Una mattina però tutti a una volta, stirarono le ali, allungarono il collo,
chicchirichì! E caddero morti!
" Che disgrazia, comare! I nostri galletti sono morti! E i vostri?"
" È venuta la volpe e li ha mangiati!"
Le vicine volevano almeno riavere i sette soldi: e, rammentandosi che un giorno aveva detto: "Darò i miei quattrini a chi non li vuole", si presentarono a comare Formica: "Ah, comare! Voi volevate restituirci i sette soldi dei galletti: ma non li vogliamo!"
E aggravarono la voce su le ultime parole.
" Io? Nemmen per sogno. Non do quattrini a chi non li vuole"
" Eppure un giorno voi diceste..."
" Le parole le porta via il vento".
" Avete ragione, comare Formica!", dissero le vicine a denti stretti.
E una di esse pensò una gran birbonata. Aveva sentito dire da suo marito che la grotta in cima al monte serviva di ricovero a una banda di ladri.
" Ascolta, marito mio: potremmo arricchire senza fatica. Vai a trovare il capo dei ladri e digli: Vi insegno io un posto dove potreste fare molto bottino. Faremo a parti uguali. Volete? E indicherai la casa di comare Formica".
" Tu sei pazza, moglie mia!"
" E tu sei sciocco, marito mio!"
La cattiva donna tanto fece e tanto disse, che indusse il pover'uomo ad andare dal capo dei ladri.
" Va bene, ma se c'inganni, guai a te! Ti legheremo a quell'albero: quando saremo di ritorno con la preda, ti scioglieremo e avrai la tua parte. Ma chi c'indicherà il posto?"
" Ve lo indicherà mia moglie: si chiama Boccabella".
Giusto la notte dopo, i ladri dovevano fare un furto nel palazzo di un riccone là vicino; passando avrebbero visitato anche la casetta di comare Formica.
Verso mezzogiorno, la donna vide arrivare un omo vestito da contadino.
" Siete voi la Boccabella? Mi manda vostro marito".
La furba capi, lo fece entrare in casa, e gli diè tutte le indicazioni opportune.
" Se m'ingannate, guai a voi!"
Quella mattina comare Formica, avendo fatto il ranno al filato, parte ne stendeva sul tetto ad asciugare, parte sul davanzale della finestrella e su gli scalini della porta. Passata mezzanotte, ecco i ladri carichi di ogni ben di Dio, danari, argenterie, ori, gioielli, rubati nel palazzo del riccone. Chi dalla finestra, chi dal tetto, chi dalla porta fanno per entrare nella casa di comare Formica. E a un tratto sentono che qualcosa si avvolge attorno alle loro gambe e alle loro braccia, e glieli lega così stretti che una fune non avrebbe potuto far meglio. Più tentano e ritentano di distrigarsi e più il filato si attorce attorno ad essi, quasi fosse cosa viva. La Boccabella, che stava alle vedette, e pel buio non poteva capire perché i ladri stessero inerti, si era accostata zitta zitta.
" Ah infame! Ah traditori, tu e tuo marito!"
Si sentì la voce di comare Formica:
" Grazie, signori ladri! Non occorreva; vi siete disturbati a portarmi tante cose preziose. Grazie, signori ladri".
E, uscendo fuori, prendeva le bisacce ripiene che i ladri avevano deposte in un canto e le portava in casa; poi tornava fuori, frugava nelle loro tasche e ne cavava monete d'oro, pietre preziose, gioie, e li portava in casa, ripetendo:
" Grazie, signori ladri!"
I ladri non fiatavano, si lasciavano svaligiare, atterriti di quelle ritorte che li tenevano immobili, spaventati del peggio che poteva accadere. Già si vedevano in mano della giustizia.
" Avete visto, comare Boccabella? Da ora in poi potranno chiamarvi Boccamara". " Abbiate pietà di noi poveri ladri, comare Formica!"
Erano più morti che vivi. Già spuntava l'alba.
Comare Formica n'ebbe compassione.
" A patto che non facciate male al marito di costei! Il poveretto non ci ha colpa".
" Non gli faremo alcun male".
Sentendosi sciogliere braccia e gambe, i ladri si rizzarono, e via di corsa, senza voltarsi addietro: pareva che avessero le ali ai piedi. E alla Boccabella, dal gran dispiacere, rimaneva la bocca così amara, come se avesse masticato tòssico. D'accordo con le altre sei comari, ella tentò un'altra bricconata. Si presentò da quel riccone che era stato derubato:
" Volete trovare ogni cosa? Io so chi è stata la ladra; ma voglio una buona mancia".
" E una buona mancia avrete. Chi è stata la ladra?"
" Comare Formica".
" Quella povera donnicciola? Non è possibile".
" Mandate subito, i birri: troveranno ogni cosa".
Vanno i birri: cerca, fruga, rimesta, e non trovano niente.
" Se ve l'ha detto la Boccabella, vuol dire che gli oggetti rubati sono in casa sua". Vanno i birri, e senza bisogno di frugare, trovano le bisacce dei ladri riposte in un canto, e nella cassa e nelle cassette tanti altri oggetti di oro e di pietre preziose.
E la Boccabella presa ed ammanettata fu condotta in carcere: e la sua bocca diveniva ancora più amara, quasi avesse masticato tòssico.
Dopo di questo, comare Formica fu lasciata in pace. Le vicine, specie quelle dei galletti, avevano paura di lei. "Dev'essere una Strega!". Lei invece filava, cuciva, tesseva, cantando sempre allegramente:
"Fuso mio, gira · trova...", o pure: "Gugliata, gugliatina...", o pure: "Vola, spolina mia, vola, sposina!..", e la sua voce squillava per la via, così limpida e dolce, che era una delizia stare ad ascoltarla. Le altre vicine, che erano curiose, sì, ma non avevano preso parte alle birbonate contro di lei, le domandarono:
" E il palazzo, quando ve lo farete fabbricare, comare Formica?"
" Una di queste mattine, comari".
" E il marito, lo avete già trovato il marito?"
" Verrà una di queste mattine, comari.

Palazzo finito 
Attende il marito"

" Sempre allegra, comare Formica. Ah! Ah!..."
" Ride meglio chi ride l'ultima".
Ma quale non fu lo stupore di quelle buone comari, quando una mattina videro che la casetta di comare Formica era stata trasformata, durante la notte, in un meraviglioso palazzo assai più grande e più bello del palazzo reale! E comare Formica, con la rocca al fianco e il fuso in mano, filava davanti il grande portone quasi non fosse accaduto niente di nuovo.

"Fuso mio, gira e trotta"

" Chi vi ha fabbricato questo palazzone, comare Formica?"
" Venne il vento e portò i sassi".
" E poi?"
" Venne il vento e portò rena e calce".
" E poi?"
" Venne il vento e portò l'acqua".
" E poi?"
" Sassi, rena, calce ed acqua... e il palazzo si è rizzato".
" Sempre allegra, comare Formica!".
Il giorno dopo, comare Formica cuciva, seduta davanti al portone, quasi non fosse accaduto niente di nuovo.

"Gugliata, gugliatina..."

 " Siete così ricca, e vi affannate a cucire?"
" Chi non lavora non mangia".
" Lasciatelo dire a noi, comare Formica!"
" L'apparenza inganna, comari mie".
" E il marito?"
" È in viaggio; arriverà una di queste mattine".
" Come? Ce lo dite piangendo?"
" Solo il mestolo sa i guai della pentola!"
" Ah! povera comare Formica!"




Era stata sempre di buon umore, vivendo con un po' di pane, un po' di cacio o una cipolla per companatico, e una bella bevuta d'acqua, ed ora che aveva quel palazzone e attendeva il marito, ora piangeva? Era proprio vero che solo il mestolo sa i guai della pentola! Il giorno dopo, comare Formica, dentro il portone, tesseva, quasi non fosse accaduto niente di nuovo.

"Vola, spolina mia, 
vola, spolina..."

" Siete ricca e vi spezzate le braccia tessendo?"
" Questa è l'ultima tela, comari mie".
" Perché mai, comare Formica?"
" Perché viene il fuoco e mi brucia rócca, fuso e pennecchio".
" E poi?"
" Viene il fuoco e mi brucia lenzuola e guanciali da cucire".
" E poi?"
" Viene il fuoco e mi brucia velo di sposa e veste di Regina".
" Non piangete, comare Formica!"
" La mia mala sorte vuole così".
" Se avete bisogno di noi, comandateci, comare Formica! Povere siamo ma di buon cuore". Durante la nottata, le vicine sentirono soffi violenti e urli di vento attorno al palazzo di comare Formica. Ahuiii! Ahniii!, quasi il vento gli girasse da ogni lato e tentasse di buttarlo giù o di portarlo via. Non osavano di affacciarsi per vedere quel che succedeva. E se si fossero affacciate avrebbero visto il palazzo tutto illuminato, tutte le finestre spalancate e due ombre correre per le stanze, una inseguendo l'altra, come spinte da una furia di vento che urlava: Ahuiii! Ahuiii! Non era il vento, ma l'Orco che voleva afferrare comare Formica e non riusciva a raggiungerla. Intanto verso l'alba il rumore cessava. L'Orco scappava via - Ahuiii! Ahuiii! - per paura del sole, e il palazzo tornava allo scuro, con le con le finestre tutte chiuse.
" Avete sentito, comare Formica, che ventaccio stanotte?"
" Non ho sentito niente, comari mie".
" Come? Sembrava che volesse sradicare il vostro palazzo!"
" Non mi sono accorta di niente. Ho il sonno duro".
" Perché piangete, comare Formica?"
" La mia mala sorte vuole così".
" Non filate oggi, comare Formica?"
" Il fuoco mi ha bruciato rócca, fuso e pennecchio".
" Non cucite oggi, comare Formica?"
" Il fuoco mi ha bruciato lenzuola e guanciali da cucire".
" Non tessete oggi, comare Formica?"
" Il fuoco mi ha bruciato telaio, spola, ordito, velo di sposa e veste di Regina".
E, la notte dopo, l'Orco tornava precisamente a mezzanotte. Ahuiii! Ahuiii! Vuoi essere l'Orchessa, sì o no?"
" No! No! No!"
" Invece di pane, con cacio o cipolla per companatico, mangeresti carni tenere di bambini e di bambine; invece di acqua, berresti sangue fresco di giovani e di zittelle. Vuoi essere l'Orchessa, sì o no?"
" No! No! No!"
" Prendo te e ne fo un boccone!". E le vicine, se si fossero affacciate, avrebbero visto il palazzo tutto illuminato, tutte le finestre spalancate, e due ombre correre per le stanze una inseguendo l'altra, come spinte da furia di vento. Verso l'alba il rumore cessava.
" Avete sentito, comare Formica, che urli stanotte?"
" Non ho sentito niente; ho il sonno duro".
" Perché piangete, comare Formica?"
" La mia mala sorte vuole così!"
" Buon tempo e cattivo tempo non durano gran tempo".
" Forse dite bene, comari!"
" Parliamo di cose allegre: e il marito, comare Formica?"
" Prima devo ringiovanire"
" Sempre allegra, nonostante i guai!"
" Aspettate e vedrete".
Insomma, con quella comare Formica non ci si capiva nulla; metteva a covare i soldi e i pulcini nascevano; menava vita da poveretta e si faceva fabbricare un palazzo più grande e più bello di quello del Re; venivano i ladri per rubarle i quattrini messi da parte, e invece lei legava e spogliava i ladri; piangeva la sua mala sorte e subito dopo le scappava di bocca una facezia. Chi era? Perché aveva detto: Mio padre è Re, mia madre Regina, Ed io sono una povera vecchina ? 
Ed ora perché aveva detto: Prima devo ringiovanire ? Le volevano bene: era buona, non dava noia a nessuno, ma avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava. E la notte dopo, di nuovo, precisamente a mezzanotte - Ahuiii! Ahuiii! - l'Orco arrivava come un uragano.
" Vuoi esser l'Orchessa, sì o no?"
" No!... Sì!... No!..."
Dal terrore la poverina non sapeva quel che si dicesse.
" Sì o no?"
" Sì, sì! Ma devi darmi tempo un mese e un giorno".
" Un mese, un giorno e un'ora!"
" E devi promettermi che per tutto questo tempo non mangerai carni tenere di bambini e di bambine, né berrai sangue fresco di giovani e di zittelle; non mangerai carne di sorta alcuna".
" Te lo prometto".
" Porterai qui i bambini e le bambine, i giovani e le zittelle, e... e faremo un gran banchetto il di delle nozze".
" Ah! bella! Ah bella!". L'Orco, enorme, brutto, peloso, faceva così strani movimenti di tutto il corpo per significar tutta la sua gioia, che comare Formica non poté trattenersi dai ridere. Ma già si avvicinava l'alba, ed egli si affrettava ad andar via per paura, del sole… Ahuiii! Ahuüi!
" Avete sentito, Comare Formica, che urli questa notte?"
" Non ho sentito niente; ho il sonno duro".
" E il marito, comare Formica?"
" Prima devo ringiovanire".
" Sempre allegra, nonostante i guai!"
Insomma con quella comare Formica non ci si capiva nulla. Le volevano bene; era buona, non dava noia a nessuno: ma avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava. Invecchiava - il tempo passava anche per lei - e lei parlava di ringiovanire! E la notte dopo, Ahuiii! Ahuiii! - ecco l'Orco con tre bambini e tre bambine, un giovane e una zittella.
" Ingrassali bene con latte e riso; da qui a un mese saranno un boccone da Re".
" Mi son dimenticata il meglio: per regalo di nozze devi portarmi una conocchia di argento e un fuso di oro; più un agoraio di oro e un ago di argento; più un telaio di argento e una spola di oro".


Tenggren G.


" Vado e torno subito". E in men che non si dica - Ahuiii! Ahuüi! - le riportava i regali di nozze richiesti. Nella giornata le vicine si stupirono vedendo comare Formica che filava davanti al portone del palazzo, come una volta.
" Oh la bella rócca! Oh il bel fuso!"
" Cosine da niente, comari mie!"
Più tardi: " Oh il bell'agoraio! Oh la bella spola!"
" Cosine da niente, comari mie!"
" Ci avete gente in casa? Ridono, fanno il chiasso..."
" Chi vuole un bel bambino o una bella bambina, glieli regalo".
" Bocche che mangiano non ne prende nessuno. Sempre allegra, comare Formica!"
Come? regalava anche dei bambini? Ora se ne capiva meno di prima! Avrebbero pagato chi sa che cosa per penetrare il mistero che la circondava.
La mattina dopo, comare Formica filava davanti al portone e cantava:

"Fuso mio, gira e trotta..."

Molti ragazzi si erano radunati attorno a lei, con la bocca aperta di ammirazione per la bella rócca di argento e il bel fuso d'oro.
" Comare Formica, perché non ci raccontate una fiaba?"
" Se state cheti, ve la racconterò".
" Come l'olio, comare Formica".


Lady Laura Alma Tadema


" Dunque... C'era una volta una Reginotta, vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, cattiva che era la disperazione della nonna. Non voleva far niente. Non voglio sciuparmi le mani! - Se non ti emenderai verrà l'Orco e t'inghiottirà in un boccone - Ben venga l'Orco; quando sarò cresciuta me lo prenderò per marito! La nonna era una Maga, di quelle però che fanno opere buone; e per virtù di filtri e d'incanti la trasformò in maniera che l'Orco non potesse riconoscerla. L'Orco aveva appreso le parole di quella sventata, ed era contentissimo di sposare una bella Reginotta, e la cercava per mare e per terra".
" È finita?"
" Per oggi è finita".
La mattina dopo, comare Formica cuciva davanti al portone:

"Gugliata, gugliatina..."

e i ragazzi si erano di nuovo radunati attorno a lei, con la bocca aperta di ammirazione pel bel ditale d'oro e per il bell'ago di argento.
" E la fiaba lasciata in asso, comare Formica?"
" La riprenderò, se state cheti".
" Come l'olio, comare Formica".
" Dunque... Dove eravamo rimasti? Ah! Che l'Orco contentissimo di sposare una bella Reginotta, la cercava per mare e per terra e non riesciva a trovarla. La nonna voleva, sì, gastigare la cattiva nepotina e ridurla buona, e a questo fine ne aveva fatta una vecchina, l'aveva mandata in un paese lontano, dove nessuno la conosceva, lusingandosi che l'Orco non l'avrebbe trovata. E siccome pel termine del giusto castigo mancavano pochi mesi, così la nonna gli aveva preparato un magnifico regalo..."
" Quale regalo, comare Formica?"
" Ve lo dirò un'altra volta".
La mattina dopo, comare Formica era dentro il portone col bel telaio di argento e la bella spola d'oro e tesseva:

"Vola, spolina mia, vola, spolina!" 

e i ragazzi, figuriamoci se si erano di nuovo radunati attorno a lei con la bocca aperta di ammirazione pel bel telaio di argento e per la bella spola di oro.
" E la fine della fiaba, comare Formica? "
" La mia fiaba non ha fine. Dunque… Dove eravamo rimasti? Ah! Al magnifico regalo della nonna. Ma appunto fu quello che fece scoprire la Reginotta all'Orco... E dovrà forse sposarlo...."
" No! No! Non glielo fate sposare, comare Formica!"
" Le fiabe sono come sono, e non si possono mutare".
I bambini si misero a strillare, e piangendo: "No! no! Non glielo fate sposare, comare Formica!". I bambini strillavano e piangevano e le loro mamme ridevano. " Fàteli contenti, comare Formica!"
" Le fiabe sono come sono e non si possono mutare. Intanto, se mi volete bene, dovete ogni notte far guardia al mio palazzo... E quando sentirete avvicinare... il ventaccio - Ahuiii! Ahuiii! - prendetevi per le mani, da una cantonata all'altra senza lasciarvi un istante... E allora i bambini saranno contenti: non farò più sposare l'Orco con la Reginotta".
Comare Formica diventava più misteriosa di giorno in giorno; di giorno in giorno se ne capiva men di prima. Le vicine avrebbero pagato chi sa che cosa per sapere chi veramente fosse. Una, la più vecchia, disse: "Volete scommettere che la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente, gelosa, disperazione della nonna, era lei?"
"Ma che! Ma che! Una vecchina che per tanti anni ha lavorato da mattina a sera, ha mangiato pane e cacio o pane e cipolla, e ha bevuto soltanto acqua pura! Non può essere! Non può essere! Stiamo a vedere!"
E da parecchie notti, poverine, facevano la guardia al palazzo di comare Formica, prese per mano da mezzanotte all'alba. E ogni notte udivano da lontano il... ventaccio, come aveva detto comare Formica che soffiava: Ahniii! Ahuiii! - e non osava di avvicinarsi. Nessuno capiva quell' Ahuiii! Ahuiii!  Soltanto comare Formica, invece di quel grido, sentiva: "Rendimi almeno i bambini e le bambine! È un mese che non mangio carne cristiana, e non ne posso più! Rendimi almeno il giovane e la zittella, è un mese che non bevo sangue cristiano e non ne posso più. Ahuiii! Ahuiii!"
Erano passati un mese e un giorno: restava un'ora. E appunto prima che finisse quell'ora le vicine videro compirsi un portento. Mentre parlava con loro e rideva e le faceva ridere col buon umore di una volta, tutt'a un tratto, comare Formica cominciò a raccorciarsi, a raccorciarsi, a coprirsi di grinze, quasi la pelle dovesse staccarsi dal corpo, e uscirne fuori qualche altra persona. Le stavano attorno atterrite, senza aver animo di soccorrerla, incapaci di gridare, quando, ecco, le vesti e la pelle di comare Formica si squarciarono e ne usciva una bellissima giovanetta, bionda, con occhi celesti, sorridente, che sembrava essersi destata allora allora da. lunghissimo sonno. E aveva nell’aspetto e nei modi tanta dolcezza, tanta bontà, tanta modestia, da allontanare ogni sospetto che la Reginotta vanitosa, superbiosa, disubbidiente, cattiva, gelosa, disperazione della nonna, fosse stata proprio lei, come aveva detto quella vecchia, e che il gastigo l'avesse cambiata.


Léon-François Comerre

Era o non era dunque?
La fiaba non lo chiarisce e si arresta qui. Se poi volete saperne di più, mettetevi la via tra le gambe, andate nel paese dove comare Formica si fece fabbricare il bel palazzo di cui forse rimane qualche vestigio, se pure il vento, che allora apportò sassi, rena e calcina e acqua, non l'ha, dopo tanto tempo, spazzato via. Ma forse fareste inutilmente questo viaggio... E poi, bambini miei, non è bene essere eccessivamente curiosi.

Larga la via, stretta la foglia 
E siam rimasti tutti con la voglia.

venerdì 5 settembre 2014

La Guardiana d'Oche alla Fonte, Grimm n. 179

'era una volta una donnetta vecchia, vecchissima che viveva col suo branco di oche, in una radura fra i monti e là aveva una casetta. La radura era circondata da un gran bosco: ogni mattina la vecchia prendeva le stampelle e arrancava nel bosco. E la vecchia donna era molto occupata, molto di più di quanto competesse alla sua età: faceva erba per le sue oche, per sé coglieva frutta selvatica, quella che si trovava a portata di mano, e portava a casa tutto sulla schiena. Si poteva pensare che quel gran peso potesse schiacciarla al suolo, invece lo portava a casa senza gran fatica. Se incontrava qualcuno lo salutava con molta gentilezza:
"Buon giorno, compaesano, oggi il tempo è bello! Già, certo vi stupirete che mi tiri dietro quest'erba, ma ciascuno ha da prendersi il suo peso sulle spalle."
Ma la gente non la incontrava volentieri e preferiva allungar la strada, se un padre le passava accanto con il suo bambino, subito gli sussurrava:
"Guardati da quella vecchia, è furba come il diavolo, è una strega."


Kate Baylay



Una mattina veniva attraverso il bosco un bel giovane! Il sole splendeva alto, gli uccelli cantavano e fra gli alberi spirava una brezza fresca, ed egli era contento e felice. Non aveva ancora incontrato nessuno, quando d'un tratto scorse la vecchia strega inginocchiata che tagliava l'erba con la roncola. In un telo ne aveva già messo un bel po', e lì accanto c'erano due cesti pieni di pere e di mele selvatiche. "Ma nonnina - disse egli - come fai a portar via tutta questa roba?"
"Debbo portarla, caro signore - rispose lei - i figli dei ricchi non ne hanno bisogno. Ma presso i contadini si dice: Non ti guardare attorno rimani gobbo tutto il giorno."
"Volete aiutarmi?- disse quando egli le si fermò accanto -Voi avete la schiena bella dritta e le gambe giovani, per voi sarà facile. Poi la mia casa non è lontana: sta in una radura, là, dietro quel monte. In due salti ci siete."
Il giovane ebbe pietà della vecchia:
"Veramente mio padre non è contadino - rispose - E' un Conte e molto ricco, ma perché possiate vedere che non sono solo i contadini che sanno portar pesi, prenderò il vostro fastello."
"Se volete provare - disse la vecchia - mi farà di certo piacere! Certo c'è da camminare per un'ora, ma che vi importa! E dovete portarmi anche le mele e le pere."
Il giovane Conte si insospettì sentendo parlare di un'ora di cammino, ma la vecchia non lo lasciò più andare, gli cacciò il fieno sulla schiena e al braccio i due canestri.
"Vedete, sono leggeri come la piuma," disse.
"No, non sono per niente leggeri - rispose il Conte con una smorfia di dolore - il fascio d'erba pesa come se fosse di pietra, e le mele e le pere hanno un peso tale che paiono di piombo, quasi mi manca il fiato."
Aveva voglia di piantar lì tutto, ma la vecchia non gli dava pace.
"Guarda un po' - disse con voce beffarda - il giovanotto non vuole portare quello che una vecchia come me si è tirata dietro tante volte. A dir belle parole son pronti tutti, ma se si fa sul serio se la vogliono svignare."
"Cosa aspetta? - proseguì - Su, muovetevi. Quel fagotto non ve lo toglie più nessuno."
Fino a che il giovane camminava sul piano, poteva ancora resistere, ma quando giunsero al monte e dovettero salire, e i sassi rotolavano sotto i piedi come se fossero vivi, allora non ce la fece più. Gocce di sudore gli bagnavano la fronte e gli scivolavano giù per la schiena, ora gelide ora cocenti.
"Nonnina - disse - non ce la faccio più debbo riposarmi un po'!"
"Niente affatto - rispose la vecchia - quando saremo arrivati potrete riposarvi, ma ora si va avanti. Chissà che non vi faccia bene."
"Vecchia, sei veramente insolente!" disse il giovane, e voleva gettare a terra il fardello, ma era tutto inutile: gli stava attaccato alla schiena come se l'erba avesse messo radici! Si girò e si scosse qua e là ma non riusciva a liberarsi.
La vecchia rideva e saltava con la sua gruccia, tutta contenta.
"Non arrabbiatevi, caro signore, diventate rosso in faccia come un tacchino - disse - portate il fardello con pazienza e quando saremo a casa vi darò una buona mancia." E lui cosa poteva fare? Dovette rassegnarsi al suo destino e trascinarsi con pazienza dietro alla vecchia. Questa pareva farsi sempre più contenta e giuliva e il carico sempre più pesante. D'un tratto, ella fece un balzo, saltò sul fardello, vi ci si accomodò bene e, secca e magra com'era, pesava più d'una bella contadinotta. Al giovane tremavano le ginocchia, ma se non proseguiva, la vecchia lo picchiava sulle gambe con una verga o con delle ortiche. Sempre lamentandosi, egli salì il monte e, alla fine, giunse alla casa della vecchia, proprio quando stava per stramazzare al suolo.


Accornero V.



Quando le oche videro la vecchia, alzarono le ali. allungarono il collo e le corsero incontro schiamazzando qua qua. Dietro al branco, con una verga in mano, veniva una vecchia donna, grande e grossa e brutta come la notte.
"Signora madre - disse questa alla vecchia - vi è capitato qualche cosa, siete stata via tanto!"
"Tranquillizzati, figlia mia - rispose quella - non mi è capitato niente di male, al contrario, questo buon signore ha portato il mio carico e, pensa, quando ero stanca, ha caricato anche me sulla sua schiena. La strada non ci è parsa affatto lunga, siamo stati in buona allegria e abbiamo scherzato assieme."
Alla fine, la vecchia scivolò giù fino per terra, gli tolse il fardello dalla schiena e i cesti dal braccio, lo guardò benevolmente e gli disse:
"Adesso mettetevi sulla panca davanti all'uscio e riposate. Vi siete guadagnato il vostro compenso e lo avrete."
Poi disse alla guardiana delle oche:
"Tu va' in casa, figlia mia, non va bene che rimani sola con un giovanotto, non si deve versar olio sul fuoco, potrebbe innamorarsi di te."
Il Conte non sapeva se piangere o ridere: 'un tesoruccio come questo, anche se avesse trent'anni di meno, non toccherebbe certo il mio cuore.'
Intanto la vecchia accarezzava e coccolava le sue oche come fossero bambini, poi entrò in casa con la figlia. Il giovane si sdraiò sulla panca sotto un melo selvatico. L'aria era dolce e tiepida, tutt'attorno si stendeva un bel prato verde. pieno di primule, timo selvatico e mille altri fiori, là in mezzo mormorava un ruscello limpido e sopra splendeva il sole, le tre oche bianche passeggiavano su e giù e si bagnavano nell'acqua.
"E proprio bello qui - disse il giovane - ma sono talmente stanco che non riesco a tener gli occhi aperti, dormirò per un po'. Basta che un colpo di vento non mi porti via le gambe, perché me le sento molli come la ricotta."
Dormiva da poco quando venne la vecchia e lo svegliò scrollandolo.
"Alzati - disse - non puoi restare qui. Ti ho tormentato. è vero, ma non ci hai poi rimesso la pelle. Ora avrai la tua ricompensa. Denaro e beni non te ne servono, eccoti qualcosa d'altro."
E gli mise in mano una scatoletta, ricavata da un unico smeraldo.
"Conservala con cura - disse - ti porterà fortuna."
Il Conte balzò in piedi e, sentendosi fresco e rinvigorito, ringraziò la vecchia del suo dono e si incamminò senza nemmeno voltarsi a rimirare la bella figlia.
Aveva già fatto un bel pezzo di strada che ancora udiva l'allegro schiamazzare delle oche. In quella selvaggia radura il Conte dovette vagare per tre giorni, prima di trovare la strada per uscire. Arrivò poi in una grande città e, siccome nessuno lo conosceva, lo condussero al castello reale, dove il Re e la Regina sedevano sul trono. Il Conte fece un inchino, trasse lo smeraldo di tasca e lo porse alla Regina. Ma, appena la Regina l'aprì e vi guardò dentro, cadde a terra come morta. Il Conte fu arrestato dai servitori del Re e stavano proprio per portarlo in prigione, quando la Regina riaprì gli occhi e gridò di lasciarlo libero e che tutti uscissero dalla sala perché voleva parlare da sola con lui.
Quando furono soli, la Regina scoppiò in lacrime e disse:
"A cosa mi servono il lusso e gli onori che mi circondano se ogni mattina mi sveglio nell'ansia e nel dolore? Io ho avuto tre figlie, e la minore era talmente bella, che tutti ne rimanevano incantati! Era bianca come la neve, rosea come i fiori di melo e i suoi capelli brillavano come raggi di sole. Se piangeva, dai suoi occhi non cadevano lacrime, ma perle e pietre preziose! Quando ebbe quindici anni, il Re fece comparire le figlie davanti a lui! Avreste dovuto vedere che occhi fece la gente quanto entrò la più piccola, pareva che sorgesse il sole.



Kinuko Y Craft



Il Re disse: Figlie mie, non so quando verrà il mio ultimo giorno e fino da ora voglio stabilire quello che ognuna di voi avrà dopo la mia morte! So che mi amate tutte e tre, ma quella che mi ama di più avrà la parte migliore. Ognuna disse che lo amava più delle altre. Non sapete dirmi come mi amate?- rispose il Re - così capirò il vostro pensiero. La maggiore disse: Amo mio padre come il più dolce degli zuccheri. La seconda disse: Amo mio padre come il vestito più bello. Ma la più piccola taceva. Allora il padre le chiese: E tu mia carissima piccina, come mi ami? - Non so, non so paragonare a nulla il mio amore, disse la più piccola. Ma il padre insisteva che nominasse qualche cosa. Alla fine ella disse: Il miglior cibo non mi piace senza sale, così amo mio padre come il sale. All'udirla,  il Re si indignò e disse: Se mi ami come il sale, il tuo amore sarà ricompensato con il sale. Divise il regno fra le due prime figlie e alla più piccola fece legare un sacco di sale sulla schiena e due servi dovettero condurla nel bosco selvaggio. Tutti abbiamo pregato ed implorato per lei - disse la Regina - ma la collera del Re fu implacabile! Come piangeva la povera piccola quando dovette lasciarci. Tutta la strada fu cosparsa dalle perle che sgorgavano dai suoi occhi. Ben presto il Re si pentì della sua crudeltà e mandò a cercare la fanciulla per tutto il bosco, ma nessuno riuscì a trovarla. Quando penso che le bestie feroci l'avranno divorata sono fuori di me dal dolore. Talvolta mi consolo e penso che sia ancora viva e che si sia nascosta in una grotta, o abbia trovato rifugio presso qualche anima buona. Ma pensate, quando ho aperto la vostra scatolina di smeraldo, dentro c'era una perla, proprio uguale a quelle che scorrevano dagli occhi di mia figlia. Potete immaginare come il mio cuore si sia commosso a quella vista. Ditemi ora: da dove viene questa perla?"
Il Conte raccontò che gliela aveva data la vecchia del bosco, e che gli era risultata strana, che probabilmente era una strega, ma la figlia della Regina non l'aveva vista e non ne aveva sentito parlare. Il Re e la Regina vollero cercare la vecchia, pensavano che dove c'era la perla lì doveva esserci anche la loro figliola. Fuori nella radura selvaggia sedeva la vecchia e filava. Era già buio e qualche pezzo di legna che ancora ardeva nel camino mandava una luce fioca. Fuori, d'un tratto ci fu un gran baccano. le oche tornavano dalla pastura e facevano delle grida roche. Poco dopo entrò anche la figlia. La vecchia rispose appena al suo saluto e crollò un poco la testa. La figlia sedette accanto a lei; prese l'arcolaio e si mise a filare, veloce come una fanciullina. Così continuarono per due ore senza scambiarsi parola. Alla fine si udì un fruscio alla finestra e guardarono dentro due grandi occhi di fuoco: era un vecchio gufo che per tre volte gridò: Uhu.
La vecchia alzò appena gli occhi, poi disse:
"Ora è tempo, figliola, che tu esca a fare il tuo lavoro."
La figlia si alzò ed uscì. Ma dove andò? Attraverso i prati, giù giù, fino alla valle, fino a che giunse ad una fonte dove c'erano tre vecchie querce. La luna era grande e tonda sopra la montagna ed era tanto chiaro che si sarebbe potuto trovare uno spillo. Ella si tolse una pelle che aveva sul viso, poi si chinò sulla fonte e cominciò a lavarsi. Quando ebbe finito, immerse anche la pelle nell'acqua e la mise sul prato perché si imbiancasse e si asciugasse alla luce di quella luna. Ma come si era trasformata la ragazza! Una cosa del genere di certo non l'avete mai vista. Appena la treccia grigia cadde, ecco sgorgare i capelli d'oro come raggi di sole, e come un manto le ricoprirono tutta la persona. Non si vedevano che gli occhi, scintillanti come le stelle del cielo, e le guance ardevano di un tenue rosa, come fiori di melo. Ma la bella fanciulla era triste, sedette e pianse amaramente: una dopo l'altra le lacrime le scorrevano dagli occhi e rotolavano fra i lunghi capelli. Così stava e sarebbe rimasta a lungo, se non avesse udito uno scricchiolio e un fruscio fra i rami dell'albero vicino. Balzò in piedi come un capriolo che sente lo sparo del cacciatore. Proprio in quel momento, la luna fu coperta da una nuvola scura; in un attimo la fanciulla indossò la vecchia pelle e scomparve come una lampada spenta dal vento. Tremando come una foglia, tornò a casa di corsa.
La vecchia era sulla soglia e la fanciulla voleva narrarle quello che le era accaduto, ma la vecchia rise con benevolenza e disse: "So già tutto."
La condusse nella stanza e buttò un altro legno sul fuoco. Ma non tornò a sedersi all'arcolaio, prese una scopa e si mise a spazzare e a strofinare.
"Deve essere tutto lindo e pulito!" disse alla fanciulla.
"Ma madre, perché vi mettere al lavoro così tardi? Cosa volete fare?"
"Sai che ore sono?" domandò la vecchia.
"Non ancora mezzanotte - rispose la fanciulla - ma le undici sono sicuramente passate"
"Non ricordi? - proseguì la vecchia - oggi sono tre anni che sei venuta da me. Il tuo tempo è trascorso, non possiamo più rimanere assieme."
La fanciulla si spaventò e disse: "Cara mamma, volete scacciarmi? Dove andrò mai? Non ho casa né amici a cui rivolgermi. Ho fatto tutto quello che mi avete ordinato, di me siete sempre stata contenta, non scacciatemi."


Katerina K.Shtanko



La vecchia non voleva dirle quello che l'aspettava.
"Io non posso più stare qui -  le disse - ma prima che me ne vada tutto deve essere pulito, perciò non trattenermi nel mio lavoro. Quanto a te, non preoccuparti, avrai un tetto sotto cui abitare e poi sarai contenta del compenso che ti darò."
"Ma ditemi almeno cosa mi accadrà", disse ancora la fanciulla.
"Ti ripeto, non disturbarmi nel lavoro. Non parlare più e vattene nella tua stanza, togliti la pelle dal viso e mettiti l'abito di seta che portavi quando sei venuta da me e poi aspetta fino a che ti chiamerò."
Ma torniamo al Re e alla Regina, che erano partiti con il giovane Conte e volevano ritrovare la vecchia della radura selvaggia. Di notte, il Conte li aveva preceduti nel bosco e poi perduti, così dovette proseguire da solo. Il giorno dopo gli era parso d'essere sulla strada giusta. Continuò a camminare finché si fece buio, e allora salì su di un albero per passarvi la notte perché temeva di smarrirsi di nuovo. Quando la luna illuminò il bosco, scorse una figura che scendeva dal monte. Non aveva in mano la verga, ma egli la riconobbe come la guardiana delle oche, che aveva visto presso la casa della vecchia. 'Eccola - pensò - se c'è una delle streghe non mi sfuggirà nemmeno l'altra."
Ma rimase di sasso, quando ella si accostò alla fonte, si tolse la pelle, si lavò e le si sciolsero i capelli d'oro. Era così bella come mai ne aveva vista alcuna al mondo. Egli osava appena respirare, ma allungò il collo fra le foglie più che gli era possibile, senza togliere gli occhi di  dosso. O che si fosse sporto troppo, o per qualche altro motivo, d'un tratto il ramo scricchiolò, e subito la fanciulla si infilò la pelle e corse via come un capriolo. In quell'istante si coprì la luna ed egli non la vide più. Appena fu sparita, il Conte scese dall'albero e l'inseguì di corsa.


Kinuko Y Craft


Non aveva fatto molta strada, quando nella fioca luce scorse due figure che vagavano per il prato. Erano il Re e la Regina, che da lontano avevano scorto la luce nella casetta della vecchia, e là dirigevano i loro passi! Il Conte narrò loro di quale meraviglia era stato spettatore alla fonte ed essi non dubitarono che quella fosse proprio la loro figliola perduta. Arrivarono pieni di gioia alla casetta, le oche stavano attorno alla casa con la testolina sotto l'ala e dormivano, e nessuna di loro si mosse. Essi guardarono dalla finestra. La vecchia sedeva in silenzio e filava. faceva solo un cenno di assenso con la testa, ma non si guardava mai attorno. Tutto nella stanza ora era pulitissimo, come se ci abitassero gli omini della nebbia, che mai hanno i piedi impolverati. Ma non videro la loro figliola. Per un po' stettero a guardare ben bene, poi si fecero coraggio e bussarono piano piano alla finestra. Parve che la vecchia li aspettasse, si alzò e gridò allegramente:
"Entrate pure, vi conosco già."
Quando furono dentro. ella disse:
"Avreste potuto risparmiarvi questo lungo cammino, se tre anni fa non aveste scacciato ingiustamente vostra figlia, che è tanto buona ed affettuosa. A lei non ho fatto alcun male. Per tre anni, ha dovuto custodir le oche, così non ha imparato nulla di male e ha mantenuto puro il suo cuore. Ma voi siete stati puniti abbastanza dall'angoscia nella quale siete vissuti."
Poi si avvicinò alla stanza e chiamò: "Esci, piccina mia!"
La porta si aprì e la Principessa comparve nella sua veste di seta, coi suoi capelli d'oro e gli occhi come stelle, e parve che un angelo fosse sceso dal cielo. Si accostò ai genitori, li abbracciò e baciò e tutti piansero di gioia. Il giovane Conte era accanto a loro, e quando ella lo vide si fece rossa in viso come una rosa muschiata, e lei stessa non sapeva il perché. Il Re disse:
"Il mio regno lo ho donato, cara bambina, cosa devo darti?."
"Non ha bisogno di nulla - disse la vecchia - io le dono le lacrime che ha pianto per voi, sono perle, più belle di quelle che si trovano nel mare, e valgono più di tutto il vostro regno! E in compenso dei suoi servigi le lascio la mia casetta." Detto ciò la vecchia sparì.
Si udì un lieve scricchiolio nelle pareti e, come si guardarono attorno, videro che la casetta si era trasformata in un meraviglioso palazzo, una tavola regale era già apparecchiata e i servitori correvano qua e là. La storia continua, ma mia nonna che me la ha raccontata, aveva ormai poca memoria, e il resto se l'era dimenticato.


Kinuko Y Craft




Comunque immagino che la bella Principessa abbia sposato il Conte e che siano rimasti assieme al castello e che là abbiano vissuto, fino a che Dio lo ha permesso, in tutta felicità. Se poi le candide oche custodite vicino al castello fossero tutte fanciulle - nessuna se ne abbia a male - che la vecchia aveva tenuto con sé e che poi abbiano ripreso figura umana, e siano divenute ancelle della giovane Regina, su ciò non so niente di preciso, ma credo proprio di sì.
Certo, quella vecchia non era una strega, come la gente pensava, ma una vecchia saggia che faceva del bene. Probabilmente, alla nascita della Principessa, era stato proprio suo il dono di pianger perle invece che lacrime. Oggi non succede più, altrimenti i poveri diverrebbero presto ricchi.

Grimm n. 179, "Die Gänsehirtin am Brunnen".
Classificazione: AaTh 923 [Bene Come il Sale].
Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"