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venerdì 21 luglio 2017

Il Serpente, G. Pitrè (Sicilia) Traduzione Mia

'erano una volta un marito e una moglie che avevano tre figli. Tutt'e tre femmine: una di sei, una di quattro, e una di due anni. Queste bambine andavano da una maestra, e la maestra era zitella. Le piccole crescevano, ma la madre cadde malata di una malattia mortale: il Signore la stava chiamando a sé. Poco prima di morire, si voltò al marito e gli disse: "Io muoio. Voi vi riammoglierete. Ecco qua c'è un paio di scarpe: vi risposerete solo quando queste scarpe cadranno a pezzi".
Morì, lasciando soli, marito e figlie.


Gysis Nikolaos



La maestra, vedendo che a queste bambine era morta la madre, cominciò a far loro mille carezze. Dopo un po', disse alla più grandicella:
"Rusidda, tu mi vuoi bene? Se mi vuoi bene, diglielo a tuo padre che mi prenda per moglie e io diventerò tua madre".
Le rispose la picciridda:
"Io vi voglio bene, ma mia madre ha lasciato detto che mio padre potrà riammogliarsi solo quando un certo paio di scarpe cadrà a pezzi!"
"Stupida! - le disse la maestra - tu piglia le scarpe, bagnale e poi appendile. Le scarpe marciranno in fretta e io diventerò tua madre".
La bambina ci credette  e lo raccontò alle sorelline. Si arrampicarono su per una scala. Presero le scarpe, le inzupparono per bene e le appesero. In un amen, le scarpe marcirono e caddero a pezzi. Allora, la maggiore disse all'uomo:
"Padre, ora che le scarpe sono cadute, perché non vi prendete per moglie la maestra, che stravede per noialtre?"
Il padre fece finta di non sentire, ma, dopo poco, si risposò con la maestra.

mercoledì 5 luglio 2017

Il Principe Scursuni (Sicilia)


'erano una volta un re e una regina che avevano quanto si può desiderare, da mangiare e da bere, bei vestiti e carrozze e feste quante ne volevano, solo una cosa mancava loro: non avevano figli.
La regina diceva sempre tra sé e sé: "Oh, Dio, tutti gli animali hanno i loro piccoli, persino i ragni, le lucertole e gli scarafaggi, solo a me non avete concesso un figlio".
Un giorno andò a passeggiare in giardino e vide strisciare uno scorsone con i suoi piccoli e disse: "Oh, Dio, quanti piccoli avete concesso a questo animale velenoso e a me nemmeno un  figlio. Ah, come vorrei un figlio, anche se fosse uno scursuni!"
Poco dopo la regina rimase incinta. Ci fu grande gioia al castello e in tutto il paese. Trascorsi i nove mesi, venne il momento di partorire e il re mandò a chiamare subito la levatrice. Non appena questa entrò nella stanza dove era coricata la regina, cadde a terra morta.
"Cosa succede? - gridò il re - Presto, chiamate un'altra levatrice".
Ne fecero venire un'altra, ma non le andò meglio che alla prima, e, per quante ne chiamassero, tutte morivano non appena mettevano piede nella stanza della regina.
Vicino al castello abitava un povero calzolaio che aveva un'unica figlia che era bellissima. Lei però aveva una matrigna che non la poteva soffrire e pensava sempre a come danneggiarla. Quando la matrigna malvagia sentì le grandi difficoltà che c'erano al castello, disse alla ragazza:
"Vestiti e va' al castello: devi assistere la regina in questo momento difficile", pensando che anche la ragazza sarebbe morta come le altre donne.
"Ah, - disse la ragazza - come potrò assistere la regina? Nessuno può avvicinarsi a lei senza morire".
"Non mi interessa" disse la matrigna malvagia e scacciò la ragazza con male parole.
La povera ragazza entrò nella chiesa vicina, dov'era seppellita la sua vera madre e si lamentò:
"Ah, anima di mia madre! Ah, cara mammina! Vedi come vengo maltrattata! Ah, aiutami!"
"Non piangere! - rispose una voce che era l'anima della madre - Va' invece coraggiosa al castello, perché se fai quel che ti dico non ti succederà niente. Fatti preparare dal fabbro un paio di guanti di ferro e mettiteli. Poi prepara un grande mastello di latte e, quando la regina partorirà, prendi il bambino con i guanti di ferro e gettalo nel latte".
Così la ragazza uscì consolata dalla chiesa e si fece preparare dal fabbro un paio di guanti di ferro; li infilò e andò al castello per assistere la regina. Prima di entrare nella stanza, si fece dare un grande mastello di latte, lo prese e lo mise vicino al letto. La regina era in grandi angustie, ma la figlia del calzolaio la prese tra le sue braccia e l'aiutò a partorire un maschio che sembrava un grande scursuni.
La ragazza lo prese con i guanti di ferro e lo gettò nel latte. Lo scursuni bevve il latte e si fece il bagno.
Il figlio della regina diventava ogni giorno più grande e forte, ma era e rimase uno scursuni, perché sua madre aveva commesso un peccato nel desiderare di avere un figlio anche se fosse stato uno scursuni.
Così trascorsero alcuni anni. Un giorno lui disse a sua madre:
"Madre, datemi una moglie, voglio sposarmi".
"Ah, adesso l'animale si vuole sposare, -  lamentò la regina - chi vuoi che ti prenda, orribile Scursuni!".
"Madre! non m'importa, voglio una moglie".
Allora la regina andò dal re e disse:
"Figurati, nostro figlio si vuole sposare. Vicino a noi abita un povero tessitore, che ha una figlia graziosa; facciamola venire, senza dirle che deve sposare nostro figlio".
Il re fu contento e la regina fece chiamare il tessitore e gli disse:
"Mastro, voi avete una bella figlia; mandatecela come serva per nostro figlio, ché la pagheremo lautamente".
Il padre acconsentì e mandò sua figlia al castello, dove venne rinchiusa nella stanza del Principe Scursuni. La sera si mise a letto, e a mezzanotte  Scursuni  si sfilò improvvisamente la sua pelle di serpente e si trasformò in un uomo bello, benfatto.
"Di chi sei figlia tu?" chiese alla ragazza.
Lei rispose:
"Sono la figlia di un tessitore".
"Cosa! Io sono figlio di un re e mi portano in moglie la figlia di un tessitore?"
Con queste parole si infilò di nuovo la pelle del serpente e la uccise con un morso.



Ségur A.


lunedì 10 aprile 2017

I Dodici Buoi, D. Comparetti

ice che c'era una volta un padre che aveva dodici figliuoli già grandi che non stavano più a casa, ma lavoravano e avevano casa da sé.
Accadde che il padre ebbe ancora una bambina, e loro n'ebbero tanto dispetto che non vollero più tornare dal padre e si misero in un bosco a fare i falegnami. Quella ragazza aveva già quattordici o quindici anni e i fratelli li conosceva, ma con loro non era andata mai.
Una volta andò a lavarsi in una fonte e prima si levò i coralli dal collo perché non gli cadessero nell'acqua. Ora, un corvo che passava di là li pigliò e li portò via, e lei dàlli dietro, arrivò in quel bosco dove stavano i suoi fratelli.
Il corvo andò a nascondersi in una capanna dove loro abitavano e lei c'entrò dentro, ché non c'era nessuno, e per paura che poi la maltrattassero si mise sotto al letto. I suoi fratelli, venuti a casa, fecero colazione e se ne tornarono fuori senza vederla. Alla sera lei preparò i taglierini e si nascose di nuovo. Loro mangiarono, ma gli venne il sospetto che fosse qualche strega che avesse fatto questo gioco. E uno di loro, all'indomani, restò a casa e vide uscire di sotto al letto la sorella. La riconobbe e le perdonò di essersi nascosta in quella maniera, e le disse che lui mandava a dire alla madre che lei stava coi fratelli.
Poi l'avvertì di non andar a pigliar del fuoco a una casa vicina perché ci stavano le streghe.
Lei stette una quindicina di giorni senz'andarci. Ma una volta lasciò venir sera e non aveva preparato la cena. Per far presto andò per fuoco in casa delle streghe e trovò una vecchia che gliene diede. Ma quella vecchia le disse che anche lei le domandava un piacere, che all'indomani si lasciasse succhiare un poco da lei il dito mignolo. E per mostrarle come doveva fare, chiuse l'uscio, le fece mettere il dito nel buco e succhiò tanto sangue che quella povera ragazza cascava quasi in svenimento. E la strega le disse che all'indomani voleva fare lo stesso.
I fratelli della ragazza cenarono la sera come al solito, ma poi guardando la sorella si accorsero che doveva aver qualche cosa, e a forza di domande, si fecero raccontare tutto. E lei disse dunque che all'indomani doveva venire la strega a succhiarle il dito.
Il suo primo fratello aspettò la mattina, e quando venne la strega, la sorella non aprì, e quando quella mise la testa dentro per un finestrino, il fratello con una sega gliela tagliò; poi aprì l'uscio e gettò la testa e il corpo della strega giù in un burrone.
Accade che una volta quella ragazza va per acqua a una fonte e trova una vecchia che le voleva vendere delle scodelle bianche; e lei non ne voleva sapere, perché non aveva quattrini. Ma la vecchia tanto fece che lei ne accettò una in regalo e la portò a casa. Arrivano i fratelli che tornavano stanchi dal lavoro e avevano sete. E appena bevono in quella scodella diventano tutti buoi, salvo uno che diventò un agnello perché aveva bevuto poco. Figuratevi il dispiacere della sorella e la paura anche di trovarsi sola affatto in quel deserto e con quelle dodici bestie da mantenere!
Un figliuolo del principe, per fortuna, andando a caccia si smarrì in quella boscaglia e passando vicino alla capanna domandò alloggio. La giovane non voleva riceverlo, ma lui la pregò tanto che finalmente acconsentì.





giovedì 2 febbraio 2017

Il Figliuolo del Re, Stregato, D. Comparetti n.8

na volta c'era un giovinotto e tre sorelle che erano le più belle del paese.
Il giovane faceva all'amore con una di loro e tutti gli dicevano:
“Voi fate all'amore con quelle ragazze; non sapete che sono streghe?”
Glielo dissero tanto che una volta volle fare la prova. Accadde dunque che lui va in casa di queste ragazze verso sera, e arrivandoci disse:
“Abbiate pazienza se sono arrivato tardi, perché oggi ho avuto tanto da fare! E ho un sonno che non posso più star in piedi.”
E discorre un poco e poi roh, roh, incomincia a russare che pareva un somaro.
Le tre sorelle per un po' stettero zitte, ma poi erano lì per sonar le undici, e loro dovevano andare sotto il noce a ballare. Mettono dunque de' zolfanelli acesi sotto il naso di quest'uomo e lui faceva le viste di non sentire, come se dormisse d'un sonno più duro. Allora gliene fecero di tutti i colori, ma il giovanotto tenne fermo. Loro pigliarono un vasetto d'unguento e ungendosi dicevano:
"Unguento unguento, fammi andare più del vento!"
E si unsero, e sedendosi sopra una seggiola gli uscì dalla bocca un pipistrello, e restarono lì come morte.
Il giovanotto quando vide che non si muovevano più, si levò e guardò se erano proprio morte. E non sapeva neanche lui cosa fare. Aspettare gli rincresceva; andare faceva vedere che l'aveva scoperte. Volle stare ancora un po' a vedere. Ecco che alle tre dopo mezzanotte si sente venire a casa le tre streghe in forma di tre pipistrelli; tornano dentro al loro corpo, e si mettono a cenare. Guardarono se potevano destare il giovanotto; ma che? l'era tempo perso. Loro dunque si misero a mangiare, e una strega più vecchia disse:
"Facciamo un po' una stiacciatina del sangue del figliuolo del re, e mangiamola se no potrebbe essere che qualcuno ce lo pigliasse. Se quel povero ragazzo ne potesse mangiare lui, guarirebbe, ma non può e non passa una giornata che lui se ne starà lungo e disteso, freddo come una pietra".


 B.M. Vidal



Intanto che lei diceva queste parole, il giovanotto si destò e loro dissero:
"Giacchè siete un dormiglione, mangiate un po' tanto quanto avete dormito".
Ma lui non mangiò di quella stiacciata fatta del sangue del figliuolo del re: fece vista di mangiarla e se la mise in seno. Poi, venendo il giorno, tornò al paese. E appena arrivato sentì la nuova che il figliuolo del re stava per morire. Andò sotto la finestra del re e cominciò a gridare:
"Chi vuol guarire d'ogni male? Io ci ho il rimedio".
La serva disse alla regina:
"O Madama, c'è uno sotto la finestra che fa guarire tutti i mali; chiamiamolo un poco, che lui farà guarire il principe".
E così fecero e il figliuolo del re mangiando di quella stiacciatina fatta con il suo sangue, si fece già più bello e più forte di prima. Poi andarono a pigliare quelle tre streghe, ne fecero una fiammata e le bruciarono. E bruciandole sentivano un puzzo di morto così forte che pareva di stare in un cimitero perché quelle streghe mangiavano il sangue della gente del paese.

(Monferrato)

n.8 da "Novelline Popolari Italiane", D. Comparetti

mercoledì 25 gennaio 2017

L'Isola della Felicità, D. Comparetti

"Dammi lu Velu" e Liombruno e il paese dove non si more mai con finale felice. Non la superba regalità di Niamh che avamza sulle onde cavalcando il suo destriero soprannaturale e porta via con sé Oisin, il guerriero-poeta delle Fianna, non il pescatore Urashima e il suo viaggio meraviglioso fino al regno sottomarino del Drago, ma il ragazzotto figlio della vedova in cerca di fortuna. E la Fortuna è una donna in carne ed ossa, che, come le fanciulle-cigno, perde la sua forza e i suoi poteri con il furto delle vesti, ma segue il marito rapitore nel fatale viaggio di  ritorno proteggendolo dalle insidie che distruggeranno Oisin e Urashima.



ice che c'era una volta una povera vedova e un suo ragazzo che stavano in una casipola fuori di mano ed erano quasi alla limosina. Questo ragazzo quando fu ai diciotto o vent'anni disse a sua madre:
"Mamma, io voglio andar via a cercar fortuna, e starò fuori fin che l'abbia trovata, e se la trovo, farò star bene anche voi."
Questo giovanotto se ne va dunque a girare il mondo.

domenica 15 gennaio 2017

L'Impietrito, da La Novellaja Fiorentina di V. Imbriani

'era una volta un gran ricchissimo mercante, che aveva tre bastimenti: uno d'oro, uno d'argento e uno di pietre preziose e diamanti. Aveva tre figlie questo mercante. Di queste tre figlie, che lui aveva, ne aveva due che erano perfide e scellerate; e una era bona, che non sortiva mai del suo quartiere e non confavolava mai con le sorelle. Questo mercante va da quella bona delle figlie e dice:
"Sai, figlia mia, domani andrò a mercanteggiare con il primo bastimento. Posso esser sicuro, che le mie figlie, che non mi sciuperanno niente del palazzo?"
"Eh, signor padre, vada, vada, vada; faccia Lei il suo interesse".


Gordeev

venerdì 30 dicembre 2016

La Cintura Magica, (Fiaba Gypsy, Grecia)

'era una volta un cacciatore che ogni giorno andava a caccia nella foresta.
Un giorno, però, non riuscì a cacciare niente e sua moglie si chiedeva che cosa mai gli avrebbe preparato da mangiare. Alla fine si tagliò un seno e glielo cucinò. Appena il marito tornò a casa, lei gli disse di andare a sedersi per mangiare. Quando ebbe finito, il cacciatore disse:
"Davvero ottimo. Dove l'hai preso? Dovresti comprarne ogni giorno!"
Allora la donna gli rispose:
"Non l'ho comprata questa carne: è uno dei miei seni!"
"Ah! È davvero così saporita la carne umana?"
"Davvero".
Allora il cacciatore disse:
"Donna, se la carne umana è così gustosa, uccidiamo i nostri figli e
mangiamoceli".
Ma appena sentite queste parole, la donna svenne. Quando riprese i sensi il marito le disse:
"Non preoccuparti, ti abituerai all'idea".

venerdì 25 novembre 2016

L'Innamorato di una Statua, Domenico Comparetti n. 24


Principesse Luise e Friederike di Prussia, Johann Gottfried Schadow


C'era una volta un re che aveva due figliuoli, e il maggiore non voleva pigliare moglie, e il più giovane, benché andasse in giro dappertutto, non trovava una donna che gli piacesse. Ora accadde che una volta andò in una città, vide una statua e se ne innamorò. La comperò, la fece portare in camera sua, e tutti i giorni si metteva ad abbracciare e baciare la statua. Un giorno suo padre se ne accorse e gli disse:
"Ma cosa fai? Se vuoi una donna, pigliala in carne e ossa e non di marmo".

lunedì 22 agosto 2016

L’Uccello di Fuoco e la Principessa Vassilissa, Afanas'ev, Russia

Con tutto il mio inalterabile amore per il patrimonio culturale, la letteratura e le fiabe, e gli artisti classici russi, sovietici e moderni.





n un certo reame, ai confini della terra, nell’ultimo degli stati, viveva una volta uno zar forte e potente. Questo zar aveva un giovane arciere, e il giovane arciere aveva un valente cavallo.
Una volta l’arciere se ne andò a caccia nel bosco col suo cavallo; va lungo la strada, la larga strada, ed ecco trovò una piuma d’oro dell’uccello di fuoco; come fiamma splendeva quella piuma!
Gli dice il valente cavallo: "Non prendere la penna d’oro; se la prendi, un guaio attendi!" E medita il prode giovane: raccoglierla o non raccoglierla? Se la raccoglie e la porta allo zar, certo egli lo ricompenserà generosamente; e a chi non è caro il favore d’un re?
L’arciere non diede ascolto al suo cavallo, raccolse la piuma dell’uccello di fuoco, la portò e la presentò in dono allo zar.







venerdì 19 agosto 2016

Le Dodici Oche Selvatiche, Irlanda





'erano una volta un Re e una Regina che vivevano insieme felici e contenti e avevano dodici figli maschi e nemmeno una figlia. Desideriamo sempre ciò che non abbiamo e non apprezziamo abbastanza quello che già possediamo; la regina non era in questo diversa da noi.
Un giorno d'inverno, quando il cortile del castello era coperto di neve, la regina guardando dalla finestra del salone vide là fuori un vitello appena ucciso dal macellaio e un corvo posato lì accanto.
"Oh, - disse, - se soltanto avessi una figlia con la pelle bianca come quella neve, le guance rosse come quel sangue, e i capelli neri come quel corvo! Per lei darei tutti i miei dodici figli".



Burkert Nancy Elkolm


Nel momento stesso in cui pronunciò quelle parole provò un grande spavento e un brivido la scosse, e un attimo dopo una vecchia dall'aspetto severo stava davanti a lei.
"Ben malvagio è stato il tuo desiderio, - disse, - e per punirti verrà esaudito. Avrai una figlia proprio come la desideri, ma il giorno stesso della sua nascita perderai gli altri tuoi figlioli"

martedì 21 giugno 2016

Fanta-Ghirò, Persona Bella, (V. Imbriani)

A' tempi antichi vivette un Re, che de' figlioli maschi non n'aveva, ma soltanto tre belle fanciulle, e si chiamavano così: la prima Carolina, la mezzana Assuntina e l'ultima Fanta-Ghirò, persona bella, perchè gli era la più bella di tutte.
Questo Re pativa d'un certo male, che nessuno l'aveva saputo guarire, sicchè passava le su' giornate nella cambera. E nella cambera, ci teneva tre siede, una celeste, una nera e una rossa. E le su' figliole, quando andevan da lui la mattina, guardavan sempre su che sedia s'era messo il padre; se su quella celeste, voleva dire allegria; su quella nera, morte; su quella rossa, guerra.
Un giorno, entrano in cambera e il Re siedeva sulla sedia rossa.
Dice la maggiore: "Signor padre, oh! che gli è intravvenuto?"
"Ho ricevuto una lettera dal Re a confino, e lui mi dichiara la guerra. Ma io, a questo modo ammalato, non so dove sbacchiare il capo, perchè da me non posso andare al comando dell'assercito. Bisognerà, che trovi un bon generale."
Dice la maggiore: "Se lei me lo permette, il generale sarò io. Vedrà, che son capace a comandare a' soldati."
"Chê! non son affari da donne", gli arrispose il Re.
"Oh! la mi provi."
"Sì, farò a tu' modo,- disse il Re - Ma con questo, che, se per istrada tu rammenti cose da donne, subbito 'ndietro e a casa."


Rosalind and Celia, "As You Like It"


lunedì 18 aprile 2016

Cataenin e il Fegatello - Liguria

unque, una volta, c'era una donna di nome Cataenin e suo marito faceva il beccamorto. Che volete, la passione di quest'uomo era il fegatello, e, di riffa o di raffa, non passava giorno che non volesse che la moglie gliene cuocesse un po'. Ma, un giorno, combinazione, dopo aver girato tutte le botteghe, torna a casa disperata, senza il fegatello, e dice: "Povera me, come farò stasera quando tornerà mio marito che non ho preparato il fegato!" Pensa e ripensa, alla fine le viene in mente che il giorno prima suo marito aveva sotterrato un morto, e dice:
"Mah! Andrò a dissotterrarlo, gli leverò il fegato e cucinerò quello!"
E così, infatti, va di nascosto nel camposanto, dissotterra il morto, lo apre, gli leva il fegato, se lo porta in cucina, e, quando il marito torna a casa, trova bell 'e pronto il fegatello come tutti gli altri giorni.
"Com'è buono oggi questo fegato, Cataenin! Com'è che tu non ne mangi?"
"Stasera non ho fame, mangialo tu."
E, mentre il beccamorto mangiava tutto il suo fegatello, a ogni boccone Cataenin si sentiva un colpo al cuore perché cominciava a venirle paura per quello che aveva fatto. Venne la notte e vanno a letto; ma, tant'è, Cataenin non poteva né dormire né calmarsi. Si rigirava di qua e di là per il letto, stringeva gli occhi per non vedere niente, ma le sembrava di vedere sempre il morto lì davanti con le budella fuori. Ed ecco che a mezzanotte... patatun! sente un gran fracasso giù in fondo alle scale. Cataenin ha un soprassalto, s'alza a metà e spalanca gli occhi e orecchie. E sente dal fondo delle scale una voce come un lamento che dice:
"Cataenin, sono sugli scalini, ridammi il mio fegato!"
E Cataenin comincia a tremare come una foglia.
Il lamento continua:" Cataenin, ne monto uno; dammi il mio fegato!"
E poi: "Cataenin, ne monto due; dammi il mio fegato!"
E poi ancora: "Cataenin, ne monto tre; dammi il mio fegato!"
Cataenin comincia a ballare nel letto come una matta.
Ma la voce si avvicina sempre e dice: "Cataenin, ne monto quattro; dammi il mio fegato!"
"Cataenin, sono alla porta; dammi il mio fegato!"
E Cataenin si copre tutta di sudore e batte i denti come la morte. La voce si fa sempre più forte e dice: "Cataenin, sono dentro la stanza! Dammi il mio fegato! Cataenin, sono dentro il letto! Dammi il mio fegato!"
E Cataenin cacciò un urlo e cascò lì riversa morta stecchita.


Jeremy Hush


Da "Leggende e Racconti Popolari della Liguria", a cura di Guido Ferraro.

lunedì 22 febbraio 2016

Oraggio e Bianchinetta, V.Imbriani

'era una volta una signora, che aveva due figli: il maschio si chiamava Oraggio, la femmina Bianchinetta. Da ricchissimi, che erano, per alcune disgrazie divennero poveri. Fu deciso che Oraggio sarebbe andato a servire; come infatti s'impiegò in casa di un Principe come cameriere. Dopo diverso tempo, contento il Principe del suo servigio, lo cambiò e lo mise a pulire i quadri della sua quadreria. Fra le varie pitture un ritratto di donna bellissimo formava continuamente l'ammirazione di Oraggio. Spesse volte il Principe lo sorprese ammirando il ritratto. Un giorno gli domandò per qual ragione passava tanto tempo innanzi a quella pittura. Oraggio rispose che quel ritratto era la vera immagine di sua sorella. Essendone lontano da diverso tempo, sentiva il bisogno di rivederla. Il Principe rispose che non credeva che quella pittura somigliasse alla sua sorella, giacchè aveva fatto cercare e non era stato possibile trovare nessuna donna, che a quella somigliasse. Inoltre soggiunse: "Falla venire qua; e, se è bella come dici, la farò mia sposa."
Subito scrisse Oraggio a Bianchinetta; ed essa immantinenti partì. Oraggio andò a attenderla al porto; e, quando cominciò da lontano a scorger la nave, ad intervalli gridava: "Marinari dall'alta marina, guardate la mia Bianchina, che il sol non la tinga.





Nella nave, dove si trovava Bianchinetta, eravi pure un'altra giovane con la madre, bruttissime ambedue. Giunte vicine al porto, la figlia dette un colpo alla Bianchinetta e la gettò nel mare. Giunte, Oraggio non sapeva riconoscere la sua sorella; e quella brutta ragazza si presentò dicendo che il sole l'aveva così tinta, che non si riconosceva più. Il Principe rimase sorpreso a vedere quella donna così brutta, rimproverò Oraggio e lo cambiò di ufficio; lo mise a guardare le oche. Tutti i giorni conduceva al mare le oche. E tutte le volte che le portava al mare, Bianchinetta usciva e le ornava di fiocchettini di diversi colori. Ed esse tornando a casa dicevano:

Crò! crò! 
Dal mar venghiamo, 
D'oro e perle ci cibiamo. 
La sorella d'Oraggio è bella, 
È bella come il sole: 
Sarebbe bene al nostro padrone. 

Domandò il Principe ad Oraggio, come mai le oche dicevano tutt'i giorni quelle parole. Ed esso raccontò che la sua sorella, gettata in mare, era stata presa da un pesce marino e l'aveva condotta in un bellissimo palazzo sott'acqua, ove la teneva incatenata. Però, con una lunga catena, che gli permetteva di venire fino alla sponda, allorquando lui portava fuori le oche.





sabato 16 gennaio 2016

Burdilluni, Pitrè n. 61 (Ovvero "La Serpe Pippina" di Calvino) - Traduzione Mia


'era una volta un mercante che aveva quattro figlie femmine e un maschio. Il più grande era il maschio, un bel ragazzo, e si chiamava Burdilluni [1].
Dunque, questa famiglia, da ricca ricca che era, si ridusse alla miseria più nera tanto che, dopo un po', il mercante andò in giro a chiedere l'elemosina. Stavano a questo punto, quando la moglie uscì gravida. Burdilluni, davanti a tanta miseria, baciò le mani a padre e madre e s'imbarcò per la Francia. Era un ragazzo istruito, e, come arrivò in Francia, si piazzò a Palazzo Reale [2] e fece la strada sua, tanto che diventò Capitano Generale. A raccontare si fa presto... La moglie del mercante, sempre più in miseria, un giorno, disse al marito:
"Lo sai che ti dico? Vendiamoci il tavolo da pranzo (che era l'unica cosa rimasta) e cerchiamo di pensare a ciò che servirà alla creatura [3]".
Passano i robivecchi, li chiamano su, gli vendono il tavolo. Il mercante comprò tutto il necessario e avanzò due monete per la mammana [4].Vennero i dolori, la moglie partorisce e fa una bellissima figlia femmina, una bellezza senza pari, come non s'era mai vista. Vedendo quant'era bella 'sta picciridda, padre e madre cominciarono a piangere, e dicevano:
"Figlia! In che miseria nascesti!".


Mascia Kurbatova


La picciridda cresce cresce, e, arrivata - diciamo - a sedici mesi, incominciò a camminare da sola, e, gira gira, finiva nella paglia che faceva da giaciglio ai genitori. Un giorno, giocando in mezzo alla paglia, afferra un pugno di monete d'oro.
"Mamma, mamma! - dice - Belli, belli! [5]"
La madre non credeva agli occhi suoi: glieli prese di mano, li nascose in seno, si fece prestare uno scialle e corse alla Vucciria [6]. E compra questo e compra quello, non risparmiò sulla spesa, e, a mezzogiorno, fecero un banchetto e mangiarono a bocca piena. Il padre chiese alla picciridda:
"E dove li pigliasti i lustri [7]?"
"Qua, papà", gli dice la picciridda, e lo porta ad un pertugio sotto la paglia dove c'era una giara piena di monete. Infilano le mani e pigliano tanti denari da non potersi dire.
Fu così che la loro sorte cambiò e ricominciarono ad andare a testa alta [8]. Quando la picciridda arrivò ai quattr'anni, il mercante disse alla moglie:
"Moglie mia, mi pare che è ora di fare infatare [9] Peppina - così l'avevano chiamata - Bella è bella, soldi ne ha: chi può dirci di no?".
E la condussero in carrozza a Mezzo Morreale [10], dove c'erano quattro sorelle.
Là, tirò la corda per avvertire il cocchiere, che si fermò. Scesero ed entrarono in casa delle quattro sorelle, le quali elencarono tutte le cose che andavano preparate e che dovevano esser pronte per la domenica successiva, quando sarebbero andate a visitarli, e, allora, avrebbero fatto tutto come si deve.
E dunque, la domenica seguente, le quattro sorelle scendono a Palermo, trovano ogni cosa, si lavano le mani, impastano un po' di farina di Majorca, preparano quattro pasticci e li mandano a infornare.


Heather Taylor


Dopo un po', la moglie del fornaio comincia a sentire un profumo che era una delizia. E che fa? Prende uno dei quattro pasticci, se lo mangia tutto, poi ne fa un altro - come viene viene - con farina ordinaria, acqua sporca della scopettatura del forno, lo alliscia e lo confonde fra gli altri tre. Quando i pasticci furono portati al palazzo del mercante, la prima Fata taglia una fetta e dice:
"Io infato te, figlia bella, che, ogni volta che ti spazzoli i capelli, ne cadano perle e pietre preziose! "
"E io - dice la seconda - infato te, che tu possa diventare ancòra più bella di quanto già non sia!"
Si alza la terza:
"E io infato te, che, ogni volta che ti venga voglia di frutta fuori stagione, tu possa averla all'istante!"



Remnev A.



Si alza la quarta e dice:
"Io infato te...", ma, come infila il coltello nel pasticcio della fornaia, dicendo Io infato te, schizza fuori la cenere bollente della scopettatura del forno, le va in un occhio e l'acceca.
"Ah, che dolore! Per questo male che m'hai fatto, ti lancio la mala fatagione: che, non appena vedrai il Sole, tu possa diventare una serpe nera!"
E le Fate sparirono. Gravati da 'sto fato disgraziato, padre e madre scoppiano  in un gran pianto, pensando che la figlia non avrebbe mai più visto il Sole.
Ma lasciamo loro e torniamo a Burdilluni, che, in Francia, pur sapendo che in famiglia non c'era un soldo bucato, contava e ricontava mari e monti delle ricchezze di casa sua, e per questo era rispettato da tutti, secondo il detto: Chi esce fuori dal suo paese si finge Conte, Duca e Marchese.
Un bel giorno, il Re volle scoprire se fossero vere le ricchezze di Burdilluni: chiama un Cavaliere e gli comanda di andare a Palermo, e gli insegna per filo e per segno ciò che deve fare.


Tatiana Doronina


Il Cavaliere se ne viene a Palermo, chiede del padre di Burdilluni e trova un bel palazzo con tanto di guardaportone, camere ornate d'oro zecchino e schiere di cameriere e servi. Il padre di Burdilluni lo accoglie con grandi cerimonie, lo invita alla sua tavola, e, al calar del Sole, manda a chiamare la figlia Peppina, e il Cavaliere resta incantato da quella bellezza di cui non aveva mai visto l'eguale. Torna dal Re e gli racconta ogni cosa.
Il Re manda a chiamare Burdilluni e gli ordina:
"Burdilluni, va' a Palermo, prendi tua sorella Peppina e portamela qua, con la testa rotta o con la testa sana! [12]"
Burdilluni non ci capiva niente perché niente sapeva della sorella. Comunque, partì. Ma che testa che ho... Bisogna sapere che, da un po' di tempo, Burdilluni aveva un'amica. E questa ragazza pretese di andare con lui, e, una volta giunta a Palermo e vista Peppina, fu presa da una grande invidia e decise che le avrebbe rubato il suo destino, e che il Re di Francia lo avrebbe sposato lei e lei sarebbe diventata Regina. Torniamo a Burdilluni. Arrivato a Palermo, s'informa delle cose della sua famiglia, si fa riconoscere ed è tutto contento. Poi, prende congedo:
"Bacio le mani, Papà"
"Addio, figlio mio"
"Addio, Peppina"
"Addio, mamma". E partirono.



Dodd T.



Per andare a Parigi di Francia [13] si deve viaggiare prima via mare, poi, via terra. Burdilluni la rinserrò ben bene Peppina e mai le fece vedere un raggio di Sole. Toccata terra, la mise in una lettiga chiusa, insieme con l'amica sua. E questa si rodeva, pensando che, ormai, si avvicinavano a Palazzo e che, ben presto, Peppina sarebbe diventata Regina mentre lei sarebbe rimasta moglie di Generale. E attacca a dire:
"Peppina, apriamo che soffoco!"
"No, sorella mia, che mi rovini"
"Peppina, io soffoco"
"Ma come può essere!..."
E ancòra:
"Peppina, io muoio!"
"Pure se muori, io non posso aprire!"
"Ah! Così è?", grida l'amica di Burdilluni. Prende un temperino e squarcia il cuoio della lettiga: non appena apre lo squarcio, entra un raggio di Sole e Peppina diventa serpe nera, scivola già dalla lettiga, si getta nel giadino del Re, che era lì vicino, e sparisce. Burdilluni si sentì morire e diceva:
"E come faccio con il Re che vuole mia sorella? Ah! che brutta sorte!"
"E che paura hai? - gli dice l'amica - digli che tua sorella sono io, e basta".
Burdilluni si persuase e fece così.
Ma il Re, come vide la falsa Peppina, disse:
"E questa sarebbe la bellezza senza pari? Ma basta: parola di Re è parola di Re, e me la devo sposare".
Dunque, se la sposa e vive con lei.


Wilkins S.



Ma Burdilluni non si dava pace: quella donna gli aveva fatto perdere la sorella, quella stessa donna lo aveva abbandonato... Covava una rabbia da non credere. La malandrina se ne accorse e decise di levare di mezzo pure lui, così, un bel giorno, dice al Re:
"Maestà, sono malata e voglio dei fichi fioroni!"
Non era stagione, e il Re dice:
"E come faccio a trovarteli?"
"Facile! - dice lei - ditelo a Burdilluni, e Burdilluni li trova".
"Burdilluni!"
"Maestà!"
"Vai a cogliere quattro fichi fioroni per la Regina"
"E dove li prendo in questa stagione?"
"Non ne voglio sapere niente: o i fichi fioroni o ne va della tua testa".
Burdilluni, afflitto e sconsolato, se ne scende in giardino e attacca a piangere. Dopo un po', gli compare davanti la sorella e gli dice:
"Che hai?"
"E che devo avere? Il Re... e così e così."
"Va bene - gli risponde lei - io ebbi la fatagione e ti posso dare frutti fuori stagione: eccoli qua."
Tutto contento, Burdilluni sale su, va dal Re e glieli consegna. Il Re li dà alla Regina, che, essendo gravida, se li mangia tutti, che la possano attossicare!
Passa qualche giorno  e tiene voglia di albicocche, e Peppina le fece avere le albicocche; poi, di ciliegie, e Peppina le mandò le ciliegie. Quand'era incinta di sette mesi, le venne la voglia di pere, ma Peppina pere non gliele poteva dare perché - questo me l'ero scordato!- la fatagione valeva solo per tre tipi di frutti, fichi, albicocche e ciliegie. Burdilluni fu condannato a morte e chiese la grazia di essere seppellito nel giardino del Re.
"Che ti sia concesso!", disse il Re.
Burdilluni fu giustiziato sulla forca e seppellito. E la Regina fu soddisfatta.
Una notte, la moglie del giardiniere sentì queste parole:
"Ah, fratello mio, Burdilluni! Tu sei seppellito nella guazza e la tua amica con il Re si sollazza!"
Sveglia il marito:
"Sentisti, marito mio?"
E videro un'ombra nera. Il mattino dopo, il giardiniere va a cogliere i fiori per il Re, e trova le perle e le pietre preziose cadute dai capelli di Peppina, che si era pettinata in giardino. Confeziona un gran mazzo di fiori e li porta al Re, il quale, si accorge della novità e dice:
"E queste gioie da dove vengono?"
"Maestà, le abbiamo trovate in giardino".
Quella sera, l'uomo si appostò in giardino, armato di schioppo. E tutto avvenne come la notte precedente. A mezzanotte, comparve l'ombra nera e si udirono queste parole:
"Ah, fratello mio, Burdilluni! Tu sei seppellito nella guazza e la tua amica con il Re si sollazza!"


Dodd T.


Terrorizzato, il giardiniere prende la mira con lo schioppo, ma l'ombra dice:
"Non mi sparare ché sono carne battezzata e cresimata come te! Avvicinati e vedi chi sono".
Il giardiniere le andò vicino e lei sollevò il velo che le copriva la testa e il volto, lasciando che la guardasse, e l'uomo vide una donna di una bellezza senza pari. E lei gli raccontò ogni cosa e lo pregò di dire al Re che l'aspettasse in giardino, la sera dopo. L'indomani, come sempre, il giardiniere prepara il mazzo di fiori freschi per il Re e trova le perle e le pietre preziose di Peppina, e non vede l'ora di salire dal Re per raccontargli tutto. Il Re era sbalordito, ma, quella sera, scese in giardino e aspettò. Alla solita ora, ecco l'ombra nera, e dice, tutta afflitta e sconsolata:
"Ah, fratello, fratello mio, Burdilluni!"
Il Re si avvicina e lei gli racconta ogni cosa, poi, solleva il velo. Il Re è fuori di sé dalla meraviglia, e, in ultimo, le chiede cosa ci vuole per liberarla.


Delon M.


"Bisogna che tu parta a cavallo e corra come il vento fino al fiume Giordano. Là, scendi giù e troverai quattro Fate che si bagnano: una avrà la treccia legata con un nastro verde; la seconda, con un nastro rosso; la terza, con un nastro celeste, e l'ultima, con un nastro bianco. Ruba il fagotto delle loro vesti. Ti grideranno di restituirglielo: tu non farlo, sai! Quando ti getteranno i nastri, e l'ultima si taglierà la treccia e te la getterà, solo allora ridagli la loro roba ché la mala fatagione sarà tolta!"


Zorikto Dorzhiev


Il Re non ebbe bisogno di sentire altro: l'indomani mattina all'alba, partì e lasciò il Regno. Cammina cammina... Dopo trenta giorni e trenta notti, giunse al fiume Giordano, trovò le Fate - come gli aveva detto la vera sorella di Burdilluni - e fa tutto ciò che lei gli ha insegnato. Appena ebbe in mano i tre nastri e la treccia:
"Ora vi lascio - dice - e me ne vado, ma non dubitate che mi saprò disobbligare".
E tornò nel suo Regno. Corre subito in giardino, chiama la serpe nera, la tocca con la treccia, e quella si trasforma all'istante in una bella ragazza, che così bella non s'era vista mai. Si attacca la treccia in testa e non teme più nulla.
Il Re chiama il giardiniere e gli dice:
"Adesso, senti che devi fare: ti prendi un gran bastimento, ci imbarchi la sorella di Burdilluni e parti nottetempo. Passato qualche giorno, ritorna nel porto issando una bandiera forestiera, e lascia fare a me".
E il giardiniere così fece. Partì quella stessa notte. Dopo tre giorni, torna indietro e issa una bandiera - diciamo - inglese.
Il Re s'affaccia con la Regina ad una finestra del Palazzo.
"E che sarà quel bastimento? Ah, ora mi ricordo! E' uno dei miei parenti. Scendiamo!"
La Regina, che voleva sempre essere la prima a mettere il becco in tutto, si vestì in un batter d'occhio e salì con il Re a bordo del bastimento.
Come vide la sorella di Burdilluni, disse tra sé e sé:
'Se non sapessi che la sorella di Burdilluni è una serpe nera, direi che è proprio lei!'
Si abbracciarono, si baciarono e scesero a terra. Giunti a Palazzo, tutt'e due, il Re e la Regina, si misero ad ammirare quella bellezza rara della sorella di Burdilluni. Dice il Re alla Regina:
"E adesso, dimmi: chi facesse del male a questa donna che castigo meriterebbe?"
"Ah - disse la Regina - e chi sarebbe così scellerato da far male a questa donna?"
"Ma se ci fosse, che meriterebbe?"
"Meriterebbe d'essere gettato da questo balcone e bruciato!"
"E così sarà! - rispose subito il Re - Questa donna è la sorella di Burdilluni: io avrei dovuto pigliarla in moglie, ma tu, marcia d'invidia, la facesti diventare serpe nera per essere Regina! Per l'inganno che facesti a me e per le pene che hai fatto patire a questa poveretta pagherai all'istante: tu stessa hai pronunciato la sentenza. Olà, olà, servitori e soldati del Palazzo, prendete questa scellerata, gettatela dal balcone, e poi bruciatela". Detto, fatto. Quella malvagia donna fu sdirupata dal balcone e bruciata sotto al Palazzo. Poi, il Re domandò perdono a Peppina per aver mandato sulla forca il fratello innocente. Ma lei disse:
"Basta: scendiamo in giardino e vediamo che si può fare".


Linda Bergkvist


Scendono in giardino, sollevano la lastra sotto la quale c'era la sepoltura, e lo trovano quasi intatto. Lei gli spennella un unguento sul collo, e Burdilluni comincia a muoversi, sospira, poi si strofina gli occhi come se si risvegliasse, e, infine, si alza. Che ve lo dico a fare? Si abbracciano stretti, si baciano. Il Re ordina grandi festeggiamenti e sposa con cerimonia solenne la sorella di Burdilluni, e mandò a chiamare suocero e suocera. E tutti vissero felici e contenti.
... E noi qua, senza niente!



Victor Nizovtsev



La prima novella raccontata da Agatuzza Messia, Palermo.

Traduzione e Note (comprese alcune del Pitrè): Mab's Copyright.
Il testo in lingua originale è nella Pagina: Fiabe Popolari-Italia.



Note:


E' alla base de "La Serpe Pippina", la fiaba n.150 della raccolta di Calvino. Questa volta non commento. Avrei voluto lasciare una coloritura ancòra più siciliana, o, almeno, genericamente meridionale, ma mi sono limitata a rispettare alcune costruzioni sintattiche, ad italianizzare qualche parola, e a "confondermi" con l'efficacia narrativa della "confusione" di tempi e modi verbali.

[1] Ho deciso di conservare "Burdilluni". Trapuntone mi suona grottesco, ma è questione di gusti.
[2] "... si 'mpalazzau 'nta lu palazzu di lu Re" è stupendo, ma non sono abbastanza brava per renderlo in Italiano.
[3] Pitrè: Il corredo pel bambino da nascere.
[4] Pitrè: Due piastre le conservò per pagar la levatrice.
Ho conservato "mammana" proprio per togliere a questo termine l'unico, sinistro significato che ha assunto con il tempo: la mammana non si  occupava solo del parto, ma dava consigli nel corso della gravidanza, sbrigava i rituali dopo la nascita, curava i mali del neonato, le eventuali difficoltà dell'allattamento, ecc. Naturalmente, secondo le proprie conoscenze, tramandate da generazioni di parenti "mammane", e secondo la cultura largamente condivisa dalla comunità. Le mammane si occupavano anche degli aborti perché troppo bene conoscevano le condizioni miserrime delle altre donne. All'epoca, inoltre, si moriva più di parto che di aborto. Ovviamente, quando il Sud si affacciò alle conoscenze mediche del ventesimo secolo, le "mammane", con le loro pratiche ancestrali, scontarono le colpe di altri, di chi, non solo negava la libera scelta delle donne (e un'adeguata assistenza medica), ma, così facendo, le riconsegnava al Medio Evo e ad una possibile, probabile orrenda morte.
[5] PitrèBelli! Belli! voce propria dei bambini che non sanno esprimer la meraviglia per qualche cosa che dia loro negli occhi.
[6] PitrèVucciría, mercato pubblico di Palermo.
[7] Pitrè: Dove prendesti (dimanda il padre alla bambina) le (cose) lucenti? Lustri, voce bambinesca per significare monete d'argento o d'oro ec.
[8] Pitrè: Alzare il capo, venir su in prosperità, e quindi acquistar quella fidanza di sè stesso, che nasce dall'avere.
[9] Ho conservato "infatare" perché, in questo contesto, una traduzione italiana darebbe adito a dubbi. Sarebbe: far fare la (in)fatagione (già il fa-fa-fa è orribile). E' l'origine dei famosi doni delle Fate ne "La Bella Addormentata", laddove il concetto di dono e quello di profezia si mescolano e si confondono tanto da culminare nella maledizione finale.
[10] Pitrè: A Mezzo Morreale, fuori Porta Nuova in Palermo, a metà della via che conduce a Monreale.
[11] Pitrè: Tira il laccio al cocchiere (gli fa segno che si fermi).
[12] o havi la testa sana o havi la testa ruttaPitrè: Rumpirisi la testa, metaf., perder la verginità. Il re, preso delle bellezze di Peppina, la voleva comunque ella fosse, vergine o no.
[13] Pitrè: Cara questa osservazione geografica della novellatrice! Parigi è quasi sempre detta dal popolo Parigi di Francia.
[14] PitrèEsseri pizza-avanti-furnu, essere sempre il primo a muoversi, e farsi innanzi, a parlare, a sentenziare, (come la focaccia (pizza) che si mette sempre la prima, alla bocca del forno).

Wessel F.




mercoledì 2 settembre 2015

Il Re Porco, Novellaja Fiorentina - n. 12, V. Imbriani

'era una volta una Regina che era gravida e stava lì al terrazzino a prendere il fresco. Passa una poera donna e gli chiede la limosina. Dice:
"Andate via, vecchia porca!"
Ma che son maniere quelle? Risponde la poera vecchia:
"Lei, la facesse un porco!".
Giusto era gravida. La partorisce e fa un porco! Figuratevi che bisbiglìo nel palazzo che ci fu: non si poteva spiegare. La Regina non faceva che piangere ricordandosi della parola detta:
"Eh! - diceva - Iddio mi ha castigata!".
Il porco cresce e lo mettono nel giardino. Che volete farne nella casa? Ma sotto questo pelo di porco era un giovinotto, un omo, aveva sentimenti come noi. Lì vicino c'era marito e moglie che avevan tre ragazze. Il porco vede queste belle ragazze e se ne innamora: pur che ne abbia una! E non dava pace di sè; urla; mugolìo; non voleva mangiare; si spiegava che accennava in là; s'avvidero che voleva una di quelle ragazze. Andiedero a dire ai suoi genitori che una delle figliole bisognava che la prendesse questo porco, che li facevan ricchi.
La minore dice: "Io non lo voglio." - La seconda l'istesso.
La maggiore dice: "Lo prenderò io per far felici il babbo e la mamma; io non guardo, io mi accordo."
Che volete? lì non si fa sposalizio; altro che la sera andava a letto con questo porco senza andare a fare le cerimonie: se era una bestia! Quando gli è in camera, il porco serra e gli viene un bellissimo giovinotto. Lei urla che la voleva il porco, non voleva quello: "Ah no! no! io ho sposato il porco; voi non vi conosco."
"Ah - gli dice - abbi da sapere, sono io il porco, che per la superbia di mia madre mi trovo in questo stato. Promettimi di non dir niente alla signora madre, altrimenti ti costa caro!".


Puttapipat Niroot



Lei gli promette; ma dopo otto o dieci giorni chiede di parlare alla Regina. Dice: "Ho una cosa da confidarvi, ma in secreto: mi raccomando che nessuno ci senta!" "Venite pure - dice la Regina - nelle mie stanze."
La ordina alla servitù che nessuno entri.
"Venga chissisia, la Regina non c'è." - E dice alla nora:
"Dite pure, dite." Serra tutti gli scuri per paura che nessun la sentisse.
"Abbia da sapere, la sera il suo figlio, vedesse il bel giovinotto che egli è!"
"Ah!", la fa la madre.
"Ma per amore di dio la prego a non palesarlo. Altrimenti, mi ha detto che la pagherò."
"Ah! - dice la madre - La mia superbia è stata! e questo è il mio castigo."
E vanno ognuna nel suo quartiere ed è finita: perchè lui, essendo fatato, sentì tutto. La sera va nella camera per andare dalla sposa e gli dice:
"Briccona, son queste le promesse?"
"Ah! ma io....", dice.
"Chètati, insolente!"
Prende un ago calamitato [3] e l'ammazza. La more che non si distingue che è stata uccisa. Venghiamo alla mattina. La Regina non c'è, non s'alza, non chiama. I servitori giran la gruccia, vanno là e la vedon morta.
Urli per il palazzo: "Si vede che il porco l'ha soffocata!"
Credono che l'ha soffocata: una bestia, che volete! Più che mai la Regina madre gli rimane il rammarico, dicendo: "Io sono stata causa di questo gran male, perchè se io non diceva quella parola, non aveva un figlio porco e non seguiva questo!"
Il porco comincia a mugliare, a raspare il muro, peggio di prima; a fare cenni che voleva un'altra di quelle: s'intendeva bene. La seconda: "Va - dice - lo prenderò io!" Che volete? facevano uno sborso di quattrini ai genitori!
"Almeno starete bene voi."
E così la sera il porco, quando entra in camera, viene un bellissimo giovinotto, come per quell'altra. E dice, assolutamente impone silenzio che la non dica nulla alla signora madre. Se quell'altra la stiede dieci giorni, la sarà stata anche venti, questa, zitta. Ma poi un bel giorno la chiede un abboccamento alla Regina, come quell'altra; e quando l'è nella stanza, tutta serrata, la gli palesa che suo figlio diviene un bel giovane, come quell'altra donna.
"Pur troppo lo so, per mia disgrazia, che lui viene un bel giovane!"
"Ma la prego a non dir niente."
"Eh state pure contenta che io non parlo."
Vanno ognuna nel suo quartiere. Quando è la sera, il porco entra in camera e fa l'istesso.
"Ah briccona! - dice. - Son queste le promesse, eh?"
Prende l'istess'ago, cos'era? e l'ammazza. La mattina, la servitù, eran l'undici, mezzogiorno: "Ma che fa la Regina?"
Apron la camera e la trovan morta ancor lei. Vanno dalla Regina madre e dicono: "Venga a vedere, Maestà, anche questa l'è morta!"
E il rimorso! potete credere! Il porco riprincipia a mugliare al muro per aver quell'altra, la terza sorella. Ma i suoi non gnene volevan dare, lo credo! Ma poi s'ebbe da accordare e viene sposa del porco; e portano anche i genitori nel palazzo, in disparte. La sera il Re diviene un bel giovinotto come nell'altre sere: "Abbi da sapere che io sono un omo, vedi; ma per castigo della signora madre, il giorno sono un porco. Ho da ringraziarne la superbia della signora madre. Ti prego di non dir nulla alla signora madre."
"E io ti prometto di non dir nulla."
La sarà stata anche un mese senza dir nulla, ma poi la chiede di parlare alla Regina e gli racconta che il suo figlio diviene un bel giovine; come le altre, tal quale: "Ma io la prego di non parlarne neppure all'aria."
"Eh state pure contenta, io non lo dico."
Eccoti la sera il porco entra in camera e viene un bellissimo giovane:
"Briccona, son queste le promesse, eh? Te, non ti ammazzo. Ma, prima di ritrovarmi, tu devi consumare sette mazze di ferro, sette vestiti di ferro, sette paja di scarpe di ferro ed empire sette fiaschettini di lacrime."
E va via, sparisce: non c'è più porco, non c'è più nulla. La mattina, appena giorno, la sposa s'alza e va dalla Regina Madre, e gli racconta il caso. Potete credere il rimorso di questa donna! "Guardate di che sono stata causa!"
Ordina tutta questa roba la Regina madre, e quando l'è fatta, la sposa la si veste di questa roba e si mette in viaggio; dice addio alla socera, la bacia: "Addio! Addio!", e si mette in viaggio.


Chris Beatrice


Cammina, cammina, con il baroccio, perchè l'altra roba l'aveva sovra il baroccio, sennò come si fa portarla! La trova una vecchina.
"Dove vai, poerina?"
"Oh! - dice; la gli fa tutto il racconto.
!Tu non sai ch'egli è stato sposo il tuo sposo? Il tuo sposo gli ha preso moglie, lassù dove è andato. Tieni questa nocciòla. Quando sarai sulla piazza del Re, quando avrai ben camminato, non so in che posto, molto lontano, schiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle. La Regina - dice - se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire: Una notte a dormire col suo sposo".
Gli dà la nocciòla e va via, sparisce questa vecchia.
"Grazie! addio, addio!"
Cammina, cammina, cammina e la trova l'istessa vecchina, l'istessa [5] proprio:
"Poerina, dove vai?"
Gli fa tutto il racconto e questa vecchina gli dice:
"Sai! Tieni questa mandorla, fai lo stesso, stiacciala. Verranno di gran galanterie, ma tanto belle! La Regina se ne invaghirà; e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu non chieder quattrini: chiedi una notte a dormire con lo sposo".
Quando l'è quasi per essere alla piazza gli si presenta un vecchino e gli dice l'istesso:
"Tieni - dice - questa noce. Vedi, tu ci hai pochino, vedi: l'è lì la piazza. Stiacciala questa noce e tu vedrai le galanterie che gli esce fori. La Regina se ne invaghirà e ti domanderà quanto ne vuoi di queste belle cose. Tu devi dire: Una notte a dormire col suo sposo".
L'aveva consumato le sette paja di scarpe dì ferro, l'aveva consumato le sette mazze di ferro, l'aveva consumato i sette vestiti di ferro e l'aveva riempite tutte le fiaschettine di lagrime. Entra nella piazza e vede un palazzo: si mette a sedere in mezzo alla piazza e schiaccia la nocciòla. E viene le più belle galanterie, ma una cosa da non poter spiegare, ecco.
"Maestà - dicono i servitori alla Regina - Maestà, s'affacci; venga a vedere le gran galanterie che ci sono sulla piazza".
"Dimandate quel che ne vole, che io le voglio comprare".
Queste galanterie erano molte cose preziose, tutte pietre preziose; ci si accecava a guardarle. Gli domandano quanto ne vole:
"Una notte a dormire col suo sposo!"
I servitori si mettono a ridere:
"Una donna strana, vuol dormire con lo sposo della Regina!"
La Regina:
"Bene! gli sia accordato! Prendete queste belle cose e stasera dite che alle dodici venga qua".
La ordina al bottigliere che alloppî tutto tutto il vino; le bottiglie, tutto, sia alloppiato per il Re. Il Re, che non sapeva nulla, beve, un poco anche più del solito. Quando gli è un'ora, cade addormentato, lo portano a letto e dorme come un masso. Ecco la donna alle dodici entra nel palazzo e la portano in camera. Entra nel letto, e dice:
"Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumate sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro, e ho riempito sette fiaschetti di lacrime".
Quello dormiva, lo stesso che dire a questo tavolino. Si fece giorno, la donna fu mandata via e fu finito. La mattina schiaccia la mandorla. Figuratevi: tutte figurine che si movevano e saltavano, di pietre preziose.
"Maestà, c'è l'istessa donnina d'ieri: ma se la vedesse! che belle galanterie: assai più belle sono!"
La Regina dice:
"Domandatele icchè ne vole".
Gli domandano quel che la vole.
"La notte a dormire col suo sposo".
Dice la Regina:
"Sì, sì, sì. Prendete e pure; e stasera fatela venire alla solit'ora".
Eccoti, dà ordine al cantiniere, che faccia l'istesso del giorno avanti, che alloppî tutto il vino: bottiglie, tutto. Il Re va al pranzo e beve più di quell'altro giorno, ma come! Quando gli è la sera, ecco la donna, gua', entra nel letto e principia a dire:
"Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lagrime".
Ma qui, dichiamo, questa fosse la camera; e qui, dichiamo, ci fosse le guardie. Sentono un mugolìo, stanno attenti; ed imparano tutto il lamento come l'avemmaria. E la mattina, appena giorno, i servitori la mandorono via questa donna. E queste guardie, quando s'è levato il Re, gli raccontano tutto:
"La notte ci viene una donna da Lei e Le dice: Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e ho riempiti sette fiaschettini di lacrime." - Ah, il Re si ricorda della sposa; chè aveva dimenticata ogni cosa. Andato via da il palazzo della madre, si scordò di tutto.
"Non sa? Le dànno il vino alloppiato - dice questa guardia. - Bisogna che Lei non lo beva. Ci starò attento io. [7]"
La mattina, stiaccia la noce quella poera donna. Figuratevi! che galanterie! più belle dell'altro giorno. La noce gli era più grossa della nocciola e della mandorla e ne sortì più robba. La Regina dice:
"Domandatele icchè ne vole".
Gli domandano quel che la vole e lei dice:
"Una notte a dormì' con lo sposo".
"Prendete le ricchezze - dice la Regina - e ditegli che stasera venga all'istess'ora" Questa guardia che aveva fatto la spia al Re, dice al cantiniere:
"Pena la morte, se tu metti l'oppio nel vino del Re. Figura di metterlo, ma non lo mettere. Poi, sarai ricompensato. Invece mettilo a quello della Regina, l'oppio".
Il giorno a pranzo, com'era solito, il Re beve, mangia. La Regina con quell'oppio s'addormenta; la mettono a letto; è finita. Eccoti Maestà che va alla camera, si spoglia e va a letto. Quando sono le dodici [8], eccoti la donnina. Lui figura di dormire; e lei principia a dire:
"Son Ginevra bella, che per ritrovarti ho consumato sette mazze di ferro, sette paja di scarpe di ferro, sette vestiti di ferro e riempiuti sette fiaschettini di lacrime".
Lui per tre o quattro volte glielo lascia dire; allora figura di svegliarsi e l'abbraccia così, poerina! e la riconosce per isposa, e dice:
"Bisogna partì' subito! subito! far fagotto e via".
Prendon tutte quelle belle robe che l'aveva schiacciate dalla nocciola, dalla mandorla e dalla noce, tutte quelle ricchezze, fanno fagotto, spogliano il palazzo, ecco! Prende la guardia che gli aveva fatta la spia con seco, prende il cantiniere e tutti via; e vanno a il palazzo della madre. Cheh! era quasi sempre a letto piangendo di dolore per questo figlio, gua'! Urli, strepiti di contentezza: Oh viva! viva! - Tutta la servitù, dicendo: Ecco la nostra sposa! ecco il nostro padrone! - perchè raccontano. La Regina che sente questi urli, va di là e vede la nora.
Dice:
"Questo è il suo figlio, che io sposai che era un porco e adesso è un bel giovane".
Va nelle braccia la madre del figlio, chiedendogli perdono di quel ch'ella era stata causa ch'egli aveva patito. Lui gli perdona e così se ne vivono in santa pace. Venghiamo alla Regina, quell'altra moglie, che si desta. Chiama, chiama, nessun risponde, non c'è nessuno. La va per le stanze: tutte vote; tutto portato via; ogni cosa, tutto sparito. La va allo scrigno a vedere in dove l'aveva messe tutte quelle belle cose, tutte quelle gioje: la non trova più nulla. Caccia un grand'urlo e dal dolore cade e more. E così è finita.

Stretta la foglia e larga la via, 
Dite la vostra che ho detto la mia.



J.Brett



Dalle Note di V. Imbriani

Il Liebrecht annota: - Grimm 108, Hans mein Igel.[...]
È lo stesso argomento della Favola I, Notte II dello Straparola: Galeotto, Re d'Anglia, ha un figliuolo nato porco, il quale tre volte si marita; e posta giù la pelle porcina de divenuto un bellissimo giovane, fu chiamato Re Porco.
Pitré (Op. cit.) Lu Sirpenti e varianti ivi abbreviate.[...]
De Gubernatis. Novelline di Santo Stefano di Calcinaja: XIV. Sor Fiorante mago, ed anche in parte: XIII. La Cieca (da paragonarsi con la III favola della III notte dello Straparola).[...]
Vedi pure nel Malmantile Racquistato, Cantare IV, dalla stanza XXXII in poi. Tutte queste versioni hanno attinenza con l'antica fola di Psiche.

[3] Calamitato poi perchè? Che sì che sì che la novellaja derivava la parola da calamità, quasi equivalesse a calamitoso, anzichè da calamita, ripetendo inconsciamente il bisticcio che fa il cav. Marino (Adone, IV. 282): D'ogni calamità sia calamita. Bisticcio di cui lo Stigliani pretendeva alla paternità...

[5] Anche qui l'istessa sta per una somigliantissima, una tal' e quale. Non era la vecchia medesima, no, ma la simillima della prima vecchina.

[7] Questo particolare delle tre nottate vendute a carissimo prezzo e frodate con l'alloppiamento, si ritrova con qualche diversità nella Novella I della Giornata IV del Pecorone...

[8] Le dodici, cioè mezzanotte. E qui la Novellaja, che pur dianzi avea contate le ore alla italiana, le conta alla francese. Perchè già i due modi di contare sono in uso, e quando si adopera l'uno e quando l'altro. E mi pare di avere osservato, come per quel bisogno naturale che ha l'uomo di distinguere, per quello istinto che lo spinge a ricercar la chiarezza, acciò possa capirsi quando si parla all'italiana e quando alla francese, sia prevalso l'uso di aggiungere al numero la parola ore, quando si conta all'italiana; e di adoperare il numero assolutamente, quando si conta alla francese. Un'ora, due ore, tre ore, dodici ore, s'intende un'ora dopo le ventiquattro, due, tre, dodici ore dopo le ventiquattro, all'italiana. L'una, o il tocco, le due, le tre (antimeridiane o pomeridiane) significa una, due, tre ore, dopo mezzogiorno o mezzanotte, alla francese; le dodici, mezzogiorno o mezzanotte. - Voglio anche notar qui che il toscano divide l'ora in quarti e metà; ma non dice mai un terzo d'ora per venti minuti; com'è bell'uso meridionale.]

lunedì 25 maggio 2015

La Sposa del Lupo Grigio, (Contes Populaires de Basse Bretagne, François-Marie Luzel) Traduzione Mia



Kement-ma holl oa d’ann amzer 
Ma staote war ho c’hlud ar ier. 

Tout ceci se passait du temps 
Où, sur leur perchoir, pissaient les poules.


Alexandra Nedzvetckaya




'era una volta un Re che aveva tre figlie.
Egli prediligeva le due maggiori: le ricopriva di ogni sorta di belle vesti e di raffinati gioielli, e non rifiutava loro mai nulla. Per le figlie preferite quelli erano i giorni delle feste, dei balli e delle gite di piacere. Al contrario, in quegli stessi giorni, la più giovane restava rinchiusa in casa, e non aveva indosso altri abiti che quelli smessi dalle sorelle. Trascorreva la giornata in cucina, con i servi, e, la sera, sedeva su uno sgabello accanto al focolare per ascoltare fiabe e antiche ballate. Le sorelle la soprannominarono Luduennic, ossia Cenerentola, e non si curavano affatto di lei.
Il vecchio Re amava la caccia. Un giorno, mentre si aggirava per una grande foresta, si imbatté in un antico castello che non aveva mai veduto prima, e bussò al portone. Il portone si spalancò e si trovò davanti un enorme lupo grigio. Terrorizzato, il Re indietreggiò e fece per fuggire, ma il Lupo disse:
"Non abbiate paura, Sire. Entrate pure nel mio castello per trascorrervi la notte. Domani vi sarà indicata la strada per tornare a casa sano e salvo, poiché nulla di male vi accadrà qui".
Rassicurato, il Re accettò l'invito.
Nel Castello non mancava nulla. Il Re cenò in compagnia di due grandi lupi che sedettero a tavola come se fossero uomini, e che, più tardi, lo accompagnarono in una bella camera dov'era un magnifico letto di piume. La mattina dopo, quando il Re lasciò la sua camera, trovò ad attenderlo i lupi, accanto ad una tavola magnificamente apparecchiata. Dopo che ebbe mangiato e bevuto, uno dei due lupi - che erano fratelli - gli disse:
"Orsù, Re di Francia, è giunta l'ora di parlare d'affari. So che avete tre figliuole: bisogna che una di loro accetti di sposarmi, altrimenti per Voi non ci sarà che la morte. E io, mio fratello e la nostra gente metteremo il vostro Regno a ferro e fuoco. Chiedete alla vostra figlia maggiore se acconsente a prendermi per marito, e tornate domani con la sua risposta".
Il Re fu assalito dall'imbarazzo e dall'inquietudine. Tuttavia, promise:
"Parlerò con la maggiore delle mie figlie", e i due lupi gli indicarono la via per raggiungere casa sano e salvo, poi si accomiatarono, raccomandandogli di ritornare l'indomani.


I. MacArthur


"Ahimé - diceva tra sé e sé il Re lungo il cammino - mai la maggiore delle mie figliuole accetterà di prendere un lupo per marito!"
Sulla soglia di casa, incontrò per prima Cenerentola, il viso sofferente, e gli occhi rossi e gonfi per il gran piangere che aveva fatto nel timore che una qualche disgrazia fosse capitata al padre. Non appena lo vide, corse ad abbracciarlo, ma il Re non le badò affatto e si affrettò nelle stanze delle figlie maggiori, che, come il solito, erano tutte intente ad abbigliarsi e a rimirarsi.
"Dove avete trascorso la notte, padre? Vi abbiamo atteso con ansia!"
"Ahimé, mie povere figlie, sapeste cosa mi è capitato!"
"Allora? Dunque, raccontateci!"
"Mentre ero a caccia, mi sono perduto in una grande foresta, e ho trascorso la notte in un antico castello, dove due lupi mi hanno concesso la loro ospitalità."
"Due lupi, padre? Senza alcun dubbio, state scherzando o avete sognato! E che vi hanno detto questi lupi?"
"Che cosa mi hanno detto?... Ahimé, nulla di buono, mie povere figlie"
"Ancòra? Dite, presto!"
"Uno dei due, mie povere figlie, mi ha detto che una di voi dovrà prenderlo per marito, altrimenti io sarò ucciso, e l'intero Regno sarà messo a ferro e fuoco. Figlia maggiore, accettate di sposarlo?".
"Dovete essere pazzo, padre mio, per farmi una richiesta simile! Prendere un lupo per marito! Io! Con tanti bei principi che mi corteggiano!"
"Ma, figlia mia, e se dovesse uccidermi e mettere a ferro e fuoco il Regno, come ha minacciato?"
"E a me che importa, in fin dei conti? Per quel che mi riguarda, non sarò mai la moglie di un lupo, potete credermi".
E il vecchio Re si allontanò, triste ed angosciato.
Il giorno dopo, si recò al Castello nella foresta, così come gli era stato imposto.
"Ebbene - disse il Lupo grigio - cosa ha risposto la vostra figlia maggiore?"
"Ahimé! Mi ha detto che dovevo esser pazzo per farle una proposta simile"
"Ah! Vi ha risposto così? Ebbene, tornate a casa, e fate la stessa proposta alla vostra secondogenita".
E il Re ripercorse il cammino verso casa, il cuore colmo di dolore e di mestizia, e fece la stessa richiesta alla sua secondogenita.
"Vecchio idiota! - rispose quella - Come potete farmi una simile proposta? Non sono certo fatta per essere la sposa di un lupo"
E gli voltò le spalle, e andò a rimirarsi.
Il giorno dopo, il Re ritornò al Castello nella foresta, con la morte nel cuore.



Daniela Ovtcharov



"Qual è la risposta della vostra secondogenita?", chiese il Lupo grigio.
"La stessa della maggiore", disse l'infelice padre.
"Ebbene, chiedete subito alla vostra ultimogenita se accetta di prendermi per marito".
Il Re se ne tornò a casa sopraffatto dal dolore poiché si credeva ormai perduto.
Mandò a chiamare Cenerentola, che se ne stava in cucina con i servi come sempre, perché lo raggiungesse nelle sue stanze.
"Ho deciso di maritarvi, figliola"
"Sono ai vostri ordini, padre mio", rispose, stupita, la fanciulla.
"Sposerai un lupo"
"Un lupo, padre mio!", gridò lei, terrorizzata.
"Sì, bambina cara. Ecco ciò che mi è capitato quando mi sono perduto nella foresta: mi sono imbattuto in un antico castello i cui unici padroni erano due enormi lupi. Uno dei due, un lupo grigio, mi ha detto che avrei dovuto dargli una delle mie figlie in moglie, altrimenti avrebbe ucciso me e messo a ferro e fuoco il Regno. Ho già parlato con le vostre sorelle e mi hanno risposto che non avrebbero mai acconsentito a prendersi un lupo per marito. Quindi, cara figlia, la mia ultima speranza siete voi".
"Ebbene, padre mio - rispose Cenerentola senza esitare - dite al lupo che acconsento a sposarlo".
Il giorno dopo, il Re ritornò al Castello nella foresta per la terza volta, ma non era così triste come le volte precedenti.
"Ebbene, cosa ha risposto la vostra figlia minore?", gli chiese il Lupo grigio.
"Mi ha risposto che acconsente a sposarvi"
"Molto bene! Ma è necessario che le nozze siano celebrate al più presto".
Il matrimonio fu celebrato otto giorni dopo, tra balli fastosi, lauti banchetti e grandi festeggiamenti. Il novello sposo e suo fratello sedevano a tavola nelle loro sembianze di lupi, e le sorelle di Cenerentola ridevano e la schernivano per quelle strane nozze. Terminati i festeggiamenti, il Lupo e suo fratello salutarono la compagnia e se ne tornarono al Castello nella foresta, conducendo con loro Cenerentola.


Daniela Ovtcharov


Cenerentola era felice con suo marito, ed otteneva da lui tutto ciò che desiderava.
In capo a due o tre mesi, il Lupo grigio (perché era sempre un lupo), un bel giorno, le disse:
"Domani avranno luogo le nozze della vostra sorella maggiore. Voi ci andrete, mentre mio fratello ed io resteremo qui. Ecco un anello d'oro che infilerete al dito: non ne vedrete uno simile alla festa. Quando sentirete che vi pungerà un po', dovrete tornare immediatamente a casa, qualunque ora sia e qualunque sforzo facciano per trattenervi".
Il giorno dopo, Cenerentola, magnificamente abbigliata, si recò alle nozze della sorella in una bella carrozza d'oro. Tutti furono abbagliati dalla sua bellezza e dallo splendore delle sue vesti e dei gioielli che l'adornavano.
"Ecco la moglie del lupo!", ripetevano dispettosamente le sorelle, punte dall'invidia poiché non potevano rivaleggiare con la sua bellezza ed eleganza.
Cenerentola fu tempestata di domande: Il marito si comportava bene? Perché non era venuto alle nozze? Si coricava con lei nel suo sembiante di lupo? Era felice con lui? - e così via.


Daniela Ovtcharov



Dopo il ricevimento di nozze, si svolsero balli e giochi di società, e Cenerentola vi prese parte, divertendosi moltissimo. Intorno a mezzanotte, ella sentì l'anello pungerle leggermente l'anulare, e disse:
"Devo tornare subito a casa. Mio marito mi aspetta."
"Di già? Restate ancòra - dissero le sorelle e tutti gli invitati che la circondavano tempestandola di domande - Divertitevi, finché ne avete l'occasione!".
Cenerentola si trattenne ancòra per un po', ma l'anello le punse più forte il dito. Allora si alzò, abbandonò precipitosamente il salone da ballo, montò in carrozza e tornò a casa.



Jenellen T.


Quando raggiunse il Castello, trovò il marito sdraiato sul dorso nel bel mezzo della corte, e prossimo a morire.
"O mio amatissimo marito, che vi è accaduto?", gridò Cenerentola.
"Ahimé! Non siete tornata non appena avete sentito l'anello pungervi il dito: ecco da dove proviene il mio male".
Ella si gettò sul marito, e lo abbracciò bagnandolo con le sue lacrime, e il Lupo si riebbe ed entrò con lei nel Castello.
Due o tre mesi più tardi, il Lupo grigio disse nuovamente a sua moglie:
"La vostra seconda sorella si sposa domani. Andrete alle sue nozze, ma state ben attenta a non trattenervi dopo che avrete avvertito l'anello pungervi il dito, altrimenti non mi rivedrete mai più".
"Oh! - disse Cenerentola - Questa volta, tornerò a casa alla prima puntura dell'anello, siatene certo!"
E, abbigliata in modo ancòr più sfarzoso della prima volta, montò sulla carrozza d'oro e partì. Alla Corte paterna non si parlò che di lei. Era incinta. Le sorelle e tutte coloro che la invidiavano, dicevano:
"Mio Dio! Non avete paura di dare alla luce un lupo?"
"Sarà ciò che Dio vorrà", rispondeva lei.
E, di nuovo, si tennero banchetti, balli, e giochi di ogni sorta, e Cenerentola si divertì moltissimo. Intorno a mezzanotte, sentì l'anello pungerla leggermente.
"E' giunto il tempo che io vada - pensò - poiché, questa volta, non voglio tardare".
Ma era talmente pressata e circondata dagli invitati che la tempestavano di domande su suo marito, e decantavano la sua bellezza e la magnificenza dei suoi diamanti e dei suoi ornamenti che se ne scordò, e si trattene addirittura più a lungo dell'altra volta.
Quando ritornò al Castello, trovò il suo lupo sdraiato sul dorso in mezzo alla corte. Aveva gli occhi chiusi e la bocca aperta e non dava alcun segno di vita. Si gettò su di lui, lo strinse a sé, e lo bagnò di lacrime, gridando:
"O mio povero marito! Ho indugiato ancòra e me ne pento con tutto il cuore!"
E pianse a calde lacrime, serrandolo contro il proprio petto, ma il Lupo non apriva gli occhi e non si muoveva. Era freddo e rigido come un cadavere.


Julie Faulques


Allora, lo sollevò tra le braccia, lo portò nel Castello, lo distese sulle pietre del focolare ed accese un bel fuoco nel camino. Quindi, lo frizionò a lungo, finché lui si mosse un po', dischiuse le palpebre e la guardò teneramente. E disse queste parole:
"Ahimé! Ancòra una volta non avete obbedito all'avvertimento dell'anello, e siete ritornata troppo tardi. Adesso, devo lasciarvi e non mi rivedrete più. Non mi restava molto tempo da trascorrere sotto forma di lupo: una volta nato mio figlio*, avrei riacquistato la mia primitiva forma, quella di un bel principe - ciò che ero una volta. Andrò sul Monte di Cristallo, al di là del Mare Rosso e del Mare Blu, e voi non mi ritroverete se non avrete consumato un paio di scarpe di ferro e un paio di scarpe d'acciaio per raggiungermi".
E, gettata a terra la pelle di lupo, se ne andò, nelle sue antiche sembianze di bel principe, in compagnia del fratello.
Cenerentola era disperata, e, piangendo, esclamò.
"Oh, rimanete! Rimanete con me o portatemi con voi!"
Ma, vedendo che il marito non l'ascoltava affatto, Cenerentola gli corse dietro, gridando:
"Dovunque andrete io vi seguirò... foss'anche sino alla fine del mondo!"
"Non mi seguite!", le gridò lui.
Ma Cenerentola non lo ascoltò e continuò a corrergli dietro. Allora il marito le lanciò una palla d'oro perché lei si fermasse a raccoglierla, rallentando così la sua corsa. Cenerentola raccolse la palla, la ripose in tasca e continuò il suo inseguimento. E il principe lasciò cadere una seconda palla d'oro, e poi una terza, e Cenerentola le raccolse, ma senza interrompere la propria corsa. Era più veloce di lui, e, quando il principe si sentì raggiunto, si volse e le sferrò un gran pugno in pieno viso. Il sangue sgorgò abbondante, e tre gocce macchiarono la candida camicia del principe, che riprese a correre, con maggior lèna di prima. Ahimé! La povera Cenerentola non era più in grado di raggiungerlo, e, quando se ne rese conto, gli gridò:
"Che nessuno possa lavare le tre gocce del mio sangue dalla vostra camicia finché non sia in grado di farlo io stessa con le mie mani!"
Il principe aveva continuato la sua corsa, e Cenerentola, seduta sul ciglio della strada, quando il naso cessò di sanguinarle, si disse:
"Non smetterò di camminare, né di giorno né di notte, finché non l'avrò trovato, dovessi arrivare sino alla fine del mondo!"
Così, si fece fabbricare un paio di scarpe di ferro e un paio di scarpe di acciaio, si travestì da semplice contadina, prese un bastone a cui appoggiarsi, e s'incamminò.
Cammina cammina... lontano, sempre più lontano, e più lontano ancòra. Chiedeva a tutti notizie del Monte di Cristallo, al di là del Mare Rosso e del Mare Blu, ma nessuno ne aveva mai sentito parlare.
Ed ecco, aveva consumato il paio di scarpe di ferro. Allora, calzò le scarpe di acciaio e continuò il suo cammino. In breve, ella camminò tanto a lungo e senza fermarsi mai che, quando raggiunse le rive del mare, anche le scarpe di acciaio erano quasi logorate. Laggiù, tra due rocce, vide una capanna, la più miserevole che esistesse al mondo. Si avvicinò, bussò, entrò, e scorse una piccola donna, vecchia come la Terra e con denti lunghi ed affilati come quelli di un rastrello di ferro.
"Buongiorno, nonna!"
"Buongiorno, bimba mia: che cercate qui?"
"Ahimé, nonna, cerco mio marito, che mi ha abbandonato e si è ritirato sul Monte di Cristallo, al di là del Mare Rosso e del Mare Blu!"
"E avete camminato a lungo e sofferto tanto per arrivare fin qui, bimba mia?"
"Oh, mio Dio, sì! Lungo il cammino, amara la sofferenza... e sarà, forse, tutto inutile? Ho già consumato un paio di scarpe di ferro, e le scarpe di acciaio che ho ai piedi sono quasi completamente logorate... Potete dirmi, nonna, se sono ancòra lontana dal Monte di Cristallo?"
"Siete sulla buona strada, bimba mia, ma molto dovrete ancòra camminare e soffrire prima di giungere a destinazione."
"In nome di Dio, aiutatemi, nonna!"
"Mi piacete, bambina, e voglio fare qualcosa per voi. Chiamerò mio figlio, che vi trasporterà al di là del Mare Rosso e del Mare Blu, e, in poco tempo, vi deporrà ai piedi del Monte di Cristallo".
Dalla soglia della capanna, emise un grido possente, e, in un attimo, Cenerentola vide venire a lei, sbattendo le ali, un grande uccello che faceva: Oak, Oak! Era un'Aquila. Si posò ai piedi della vecchia e disse:
"Perché mi avete chiamato, madre?"
"Per trasportare al di là del Mare Rosso e del Mare Blu questa fanciulla, e per deporla alle pendici del Monte di Cristallo"
"Va bene - disse l'Aquila - il tempo ch'ella monti sul mio dorso e partiremo".
Cenerentola sedette sul dorso dell'Aquila, e quella spiccò il volo e salì in alto nel cielo, e attraversò il Mare Rosso e il Mare Blu, e depose il suo fardello alle pendici del monte di Cristallo. Poi, se ne andò. Ma la montagna era alta, la parete ripida e scivolosa, e Cenerentola proprio non sapeva come ingegnarsi per raggiungerne la vetta. Scorse una volpe che giocava con delle palle d'oro in tutto simili a quelle che le aveva gettato suo marito nel corso della sua fuga precipitosa, e che lei conservava ancòra in tasca. La volpe faceva rotolare le palle d'oro per il pendio, poi correva giù a riprenderle. Scorse Cenerentola e le chiese cosa ci facesse là. Cenerentola le raccontò la sua storia.
"Ah, sì! - le rispose la volpe - Senza dubbio, voi siete Cenerentola, la figlia più giovane del Re di Francia! Domani, vostro marito sposerà la figlia del padrone del bel castello che si trova in cima alla montagna di cristallo".
"Mio Dio, che dite? - gridò la povera ragazza - voglio assolutamente parlargli, ma come potrò scalare la montagna?"
"Prendete la mia coda, afferratevi ben stretta con tutt'e due le mani, e io vi porterò in vetta".
Cenerentola afferrò con tutt'e due le mani la coda della volpe e riuscì a scalare la montagna, giungendo in vetta. La volpe le indicò il castello dove si trovava il marito, e se ne tornò a giocare con le palle d'oro.
Mentre Cenerentola s'incamminava alla volta del castello, s'imbatté in un gruppo di lavandaie che lavavano la biancheria in riva ad uno stagno, e si fermò un momento ad osservarle. Una delle donne teneva fra le mani una camicia con tre macchie di sangue che cercava, invano, di pulire. Vedendo che ogni suo sforzo era inutile, la lavandaia disse alla sua vicina:
"Ecco qua una camicia finissima con tre macchie di sangue che non mi riesce di levare, e, tuttavia, il signore vuole assolutamente indossarla domani per andare a sposarsi in chiesa, poiché è la più bella che ha!"
Udite queste parole, Cenerentola si avvicinò alla lavandaia e riconobbe la camicia del marito.
"Se mi passate un attimo la camicia - disse - credo che riuscirò a levar via quelle macchie". La lavandaia le diede la camicia. Cenerentola sputò sulle tre macchie, poi immerse la camicia nello stagno, la strofinò e le macchie di sangue scomparvero. Grata per la cortesia ricevuta, la lavandaia invitò Cenerentola ad accompagnarla al castello, dove avrebbe certamente trovato lavoro, almeno per tutto il tempo dei festeggiamenti per le nozze imminenti.
L'indomani, Cenerentola si fece trovare sul ciglio della strada percorsa dal corteo nuziale; accanto a lei, su di un panno bianco, c'era una delle tre palle d'oro.
La bella promessa sposa, passandole davanti, vide la palla d'oro, l'ammirò ed espresse il desiderio di entrarne in possesso. Così, inviò la sua cameriera personale da Cenerentola per comprare la palla d'oro.


Remnev A.


"Quanto volete per la vostra palla d'oro?", chiese quella.
"Dite alla vostra padrona che non cedo la mia palla d'oro né per denaro sonante né per oro."
"Tuttavia, la mia padrona ha un gran desiderio di entrarne in possesso"
"Bene, ditele che potrà averla, ma per nient'altro al mondo che una notte con il suo promesso".
"Non accetterà mai una proposta del genere!"
"E allora rimarrà senza la palla d'oro, ma andate a riferirle la mia risposta".
La cameriera tornò dalla sua padrona e le disse:
"Se sapeste, mia Signora, cosa pretende quella ragazza in cambio della sua palla d'oro..."
"E dunque? Quanto vuole?"
"Quanto? Oh, no, non vuole né denaro sonante né oro."
"Cosa, allora?"
"Vuole trascorrere la notte con il vostro promesso, o non avrete mai la palla d'oro."
"Vuol dormire con mio marito la prima notte di nozze? Che sfrontata!"
"E' determinata a non cedere la sua palla d'oro per meno"
"Devo averla, costi quel che costi. Farò in modo che mio marito beva un sonnifero prima di coricarsi, così cadrà in un sonno profondo e non succederà nulla di male. Andate a dire alla ragazza che accetto e portatemi la palla d'oro".
La cameriera tornò da Cenerentola e disse:
"Datemi la palla d'oro e seguitemi al castello: la mia padrona acconsente".
Ed ecco la principessa felice: ha la sua palla d'oro. Quella sera, a cena, ella versò il sonnifero nel bicchiere del principe, senza che egli se ne accorgesse, e, subito, fu colto da una tale sonnolenza che dovettero accompagnarlo in camera da letto, dove si addormentò profondamente prima ancòra che si aprissero le danze.
Poco dopo, anche Cenerentola fu condotta nella sua camera. Ella si gettò su di lui, abbracciandolo e versando lacrime di gioia.
"Vi ho dunque ritrovato, mio amatissimo sposo! - disse - Ah, se sapeste a prezzo di quali sofferenze!", e se lo stringeva al cuore e gli bagnava il volto con le sue lacrime, ma il principe dormiva profondamente e nulla avrebbe potuto svegliarlo. La poveretta trascorse tutta la notte piangendo e disperandosi, ma non riuscì a strappare al marito né una parola né uno sguardo. All'alba, la cameriera della principessa andò a prenderla e fece in modo che uscisse senza esser vista.
Quello stesso giorno, dopo pranzo, la Corte uscì e si sparpagliò nei boschi per una passeggiata pomeridiana. Cenerentola distese sull'erba un panno candido, vi mise sopra un'altra palla d'oro, e attese in piedi, lì accanto.
Anche questa volta, la principessa notò la palla d'oro, e, anche questa volta, inviò la cameriera a domandare a Cenerentola a che prezzo avrebbe accettato di vendergliela.
"Allo stesso prezzo di ieri", rispose Cenerentola, e la cameriera riferì le sue parole alla principessa.
"Bene - disse lei - dille pure che accetto e fatti dare la palla d'oro".
Durante la cena, il principe, al quale avevano nuovamente versato un sonnifero nel bicchiere, si addormentò a tavola e si dovette trasportarlo in camera, mentre tutti danzavano e si divertivano, e, come la prima volta, Cenerentola trascorse tutta la notte al suo capezzale, piangendo e lamentandosi, ma senza riuscire a svegliarlo. Ma il fratello del novello sposo dormiva nella camera accanto, e udì i lamenti della povera donna e parole che lo sbalordirono:
"Ah, se sapessi le sofferenze che ho sopportato per arrivare fin qui!... Ti sposai quand'eri ancòra un lupo e nessuna delle mie sorelle ti aveva voluto... e adesso mi ripaghi così! Me infelice!... Tornerò una notte ancòra, e sarà l'ultima, e se ti troverò di nuovo addormentato e non riuscirò a strapparti al sonno, non ci rivedremo mai più!"
E piangeva e s'angosciava da spezzare il cuore.
Ascoltando le sue parole, il fratello del novello sposo comprese ciò che stava accadendo, e, il mattino dopo, disse al principe:
"Cenerentola è qui. Son due notti che piange e si dispera accanto al tuo letto, ma tu dormi come un masso perché la tua sposa ti versa del sonnifero nel bicchiere. ma io ho udito ogni cosa: le sue lacrime ed il suo dolore mi hanno profondamente commosso. Stanotte tornerà nella tua camera, ma sarà l'ultima volta. Dunque, stasera, guardati bene dal bere il vino che ti offrirà la tua sposa, perché se dormirai, non la rivedrai mai più!"
Quello stesso giorno, dopo pranzo, la Corte tornò a passeggiare  nel bosco, e Cenerentola era là, con l'ultima palla d'oro sul panno bianco... e, per farla breve, accettò di cederla alla principessa alla medesima condizione delle due volte precedenti.
Ma, durante la cena, il principe non bevve il sonnifero perché riuscì a vuotare il bicchiere sotto la tavola senza che la principessa se ne accorgesse. Tuttavia, finse di crollare in preda ad una irresistibile sonnolenza, tanto che lo trasportarono in camera e lo coricarono nel suo letto. E non dormiva quando Cenerentola fu accompagnata nella sua stanza per la terza volta: si abbracciarono con trasporto, piangendo di gioia.


P.J. Lynch


Poi, Cenerentola raccontò al marito tutte le peripezie del suo lungo viaggio e la gran pena e le sofferenze che aveva affrontato. Il principe capì ch'ella lo amava più di ogni altra cosa al mondo e le giurò che sarebbe tornato con lei nel suo Paese, abbandonando senza alcun rimpianto la sposa che non lo amava affatto.
L'indomani mattina, Cenerentola fu rivestita con ricchi abiti da principessa, ciò che effettivamente era. A cena, il principe la fece sedere accanto a sé e la presentò ai commensali come una delle sue parenti più strette. Nessuno la conosceva e tutti gli sguardi erano puntati su di lei, soprattutto quelli della principessa, che si sentiva sempre più inquieta poiché non presagiva nulla di buono dalla presenza di quell'estranea. Verso la fine del pasto, i convitati cantarono vecchie e nuove canzoni, raccontarono nobili imprese e aneddoti salaci: ciascuno faceva del suo meglio per divertire e intrattenere la compagnia.
"E voi, genero, ci canterete qualcosa? O, forse, preferite raccontare una bella storia?", disse il Signore del castello.
"Non ho granché da raccontare, suocero. Tuttavia c'è qualcosa che mi rende perplesso e gradirei ricevere il vostro consiglio e quello degli uomini saggi e di esperienza seduti qui. Un tempo avevo un delizioso cofanetto, chiuso da una piccola chiave d'oro. L'ho perduto e ne ordinai uno nuovo, ma, non appena entrai in possesso del cofanetto nuovo, ritrovai il primo, così, adesso ho due cofanetti, quando me ne servirebbe uno soltanto. Quale dei due dovrei tenere, suocero, il vecchio o il nuovo?"
"Sempre onore e rispetto per ciò che è più vecchio - disse il vegliardo - serbate il vecchio cofanetto, genero".
"Ed è proprio la mia opinione riguardo vostra figlia! Quanto a me, intendo tornare al Paese** della mia prima moglie - eccola! - che mi ama più dell'altra".
E il principe si alzò da tavola, e, nel silenzio e nello stupore generali, prese per mano Cenerentola e se ne andò con lei.
I due lupi del vecchio castello erano principi di sangue, figli di un potente re, costretti ad assumere sembianze di lupo come punizione per non so quale colpa.
Poco dopo il loro ritorno, il  padre morì, e il marito di Cenerentola fu incoronato re al suo posto. Così Cenerentola divenne regina.
Le sue sorelle erano mal maritate, e, poiché ella era rimasta d'animo gentile, dimenticò le loro mancanze nei suoi confronti, le invitò presso di lei, a Corte, e fece in modo che contraessero matrimoni onorevoli e convenienti.



Long L.


*
Nella casa paterna, tutti si erano accorti che Cenerentola era incinta. Il principe-lupo dice addirittura che, senza la disobbedienza di Cenerentola, la sua maledizione sarebbe cessata una volta nato il loro bambino, ma di questo bambino non si parlerà mai più.
Nella maggior parte delle fiabe imparentate con questa, laddove sia presente il motivo della prossima maternità, l'Eroina compie il suo viaggio incinta e, spesso, partorisce sul finale, in condizioni di estremo disagio.

**
Altra contraddizione: per l'intera fiaba, l'unico Regno di cui si parla è quello del padre di Cenerentola, ovvero la stessa Francia, ma, nelle ultime righe, con un'improvvisa fretta, si liquidano con poche, vaghe parole, la maledizione che ha colpito i fratelli e la "colpa" che l'ha provocata, e spunta il "potente re", loro padre, che muore al momento opportuno. D'altra parte, non si hanno più notizie del padre di Cenerentola, né si comprende come mai le sorelle abbiano contratto matrimoni disdicevoli (si intenda: non all'altezza del loro rango).
Temo che non conoscerò mai il vero finale di questa fiaba.


Traduzione: Mab's Copyright