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martedì 22 ottobre 2013

Le Beate Donnette

iù nello Staich ci sono alte rupi, con grandi caverne, dove anticamente vivevano le Beate Donnette. Queste erano persone piccole, astute e buone e avevano ricavato piccole camere nella caverna e la cucina per fare da mangiare. Di giorno non stavano mai in casa, ma giravano nei boschi o nelle valli per raccogliere radici, fiori e foglie per utilizzarle come intendevano loro. Per dono di Domine Dio, avevano la facoltà di parlare con le bestiole e con gli animali selvatici. Rare volte parlavano con la gente. Quando erano stanche o era tempo di tornare a casa, chi montava su un orso, chi a cavalcioni di una volpe, chi ancora su un capriolo, andavano a casa per cenare o per dormire. Tutte le mattine, al sorgere del sole, le Beate Donnette si facevano sulla porta e battendo una ciotola cantavano:

"Buone bestiole che siete per le valli 
 venite qui oggi dalla Beata Donnetta. 
Capriole che siete nei boschi 
 desidero vedervi e mungere un po'".

Le capriole accorrevano, si fermavano davanti alle caverne e le Beate Donnette le mungevano. Quando si recavano in paese per cercare qualcosa di cui avevano bisogno, vi andavano sempre di soppiatto, senza farsi vedere, ma ogni favore che veniva fatto loro era sempre ricompensato. Una volta, una Beata Donnetta bussò ad una casa per chiedere un po' di farina gialla: era una casa fuori dal paese e vi viveva una donna sola che si chiamava Marietta. Marietta le diede un bel cartoccio di farina e la Beata Donnetta, vedendo che aveva cuore, tolse dal suo corpetto una bella e bianca matassina di lana e la diede alla donna dicendo:

"La Beata Donnetta questa matassina regala, 
 poco essa è ma 
vasta e grande come il mondo 
 non stancatevi se sarà mai 
 dipanata, 
 voi avete da fare quanto vorrete".

Marietta, sentendo queste parole, si meravigliò perché non riusciva a capire come quella piccola matassina potesse essere grande e vasta quanto il mondo. Ritornò a guardare la Donnetta e capì: quella era la più grande cosa che poteva ricevere per il cartoccio di farina gialla che le aveva dato. Salutò la Donnetta dicendo: "Statemi bene e vi ringrazio". Lieta, la Donnetta se ne andò e non si fece più vedere...."
Quella sera, Marietta andò al "filò". Così si chiamava la veglia serale nelle campagne del Veneto.




"Nel cuore dell'inverno, la stalla diventa il centro della vita sociale e, spesso, familiare (i bambini desinavano e cenavano in stalla) perché le case erano fredde e umide come tane di serpenti." Le donne filavano, rammendavano, cucivano... gli uomini riparavano gli arnesi da lavoro... e intanto si chiacchierava, si raccontavano "fole"... insomma, si "faceva il filò"....Marietta raccontò la sua avventura e tutte le donne le si fecero accanto per non perdere una parola sul suo strano incontro.
"Quando la Beata Donnetta mi donò questa matassina pronunciò molte parole che io non ho compreso. Mi pare di ricordare solo che questa matassina è piccola e grande; l'importante è che non mi stanchi di dipanarla". Tutte le donne erano meravigliate ma credevano a Marietta perché la lana era bianca come un dente, soffice come una piuma; lana che non si era mai vista da quelle parti. Doveva essere lana di paesi lontani.
Solo una ragazza fece spallucce e disse che, forse, ci avrebbe ricavato un paio di scarpine per il suo bimbo piccolo. Marietta dipanò, dipanò tutta la sera e la matassina non finiva...
"Quando andò a dormire aveva riempito una gran cesta di gomitoli e tutti si stupivano della matassina della Beata Donnetta. Il giorno dopo dipanò ancora e, dipana dipana, ebbe lana per un intero paese. Le donne andavano a vedere la matassina e la lana dipanata; la matassina era sempre uguale, ma i gomitoli crescevano, crescevano...
"Cosa fate, Marietta, con tanta lana?" chiedevano le donne. 
"Ne darò anche alla povera gente ", rispondeva Marietta.
Un giorno, Marietta se ne stava nella stalla a mungere le vacche e ad un certo punto entrò in casa una donna per latte. Questa donna era sempre stata invidiosa di Marietta e, vedendosi sola, incominciò a dipanare svelta per finire la matassina prima che tornasse Marietta. Ma non riusciva a finirla e, incollerita, esclamò: "Maledetta matassa, ma quando finisci, tu?!"
A queste parole sparirono la matassina e tutta la lana dipanata. La cattiva donna si spaventò per ciò che era successo e di nascosto corse via senza farsi vedere, così quando Marietta tornò non trovo più la matassa e neanche i gomitoli. Marietta vi rimase male e pianse. Alzando gli occhi si vide davanti la Beata Donnetta che la guardava tristemente.

"In questo mondo c'è buona gente, 
 cattiva, brutta che male invidiano il bene 
 degli altri e di tutti 
 gli amici 
 i cattivi moriranno e i buoni 
vivranno.
Non avvilitevi cara buona donna 
 per oggi per domani danneggiata siete 
 chi vi ha danneggiato non 
 progredirà 
 In questo mondo sempre devono patire, 
 sacrificare molto devono 
 le persone, 
 in giro per i boschi e le verdi colline 
 Questa è la vita dei poveri 
 montanari 
 Per l'ultima volta vi saluto, o donna 
 non mi vedrete e non mi 
 sentirete più 
datevi cuore per questa vita 
 il miglior augurio che vi posso fare è: 
salute".

La Beata Donnetta così disse, lasciò per terra un sacco di gomitoli di lana e sparì come un'ombra."




Ma, a volte, era l'ingratitudine, non l'invidia, la causa della perdita del dono prezioso.Anzi, direi che è il "peccato"più ricorrente in questo genere di racconti.



na volta, tanti tanti anni fa, c'era una donna che era diventata troppo vecchia per guadagnarsi da vivere e così fu "costretta a farsi mendicante". Un giorno, divorata dalla fame, scese giù nella Dross, in Valdastico appoggiandosi ad un bastone e tirandosi dietro un sacco vuoto. E chiedeva farina qua e là. Sfinita, sedette a rifiatare, e sentì nell'aria un odore delizioso di pane appena sfornato... Improvvisamente le si presentò davanti una Donnetta Beata, le porse un pane fresco e le disse: 
"Prendi, maiale goloso, un pane lo do anche a te ..." e nello stesso momento sparì come un lampo. Rinfrancata, la vecchia scese giù nella Dross, ma incontrò solo gente dal cuore duro e dallo sguardo di pietra e quasi se ne morì per il freddo e gli stenti. Anzi, sarebbe sicuramente morta se non avesse avuto in corpo il pane della Donnetta. Allora tornò indietro, e, giunta al Lèrchovel, dove aveva sentito l'odore di pane, vide delle belle tele stese sui prati ad imbiancare. E pensò che se avesse avuto una soltanto di quelle pezze di tela, avrebbe cucito delle buone camicie che certo l'avrebbero protetta dal vento gelido più dei suoi stracci. Improvvisamente, ecco di nuovo la Donnetta Beata. Questa volta, con una matassina in mano."Prendi questa matassa, piccolo verme nudo, questa non finirà mai. Bada bene a non dire: Oh, se tu fossi almeno finita! " E immediatamente la Donnetta Beata sparì. La poveretta prese la matassa e tutta contenta fece ritorno al paese. Si mise a dipanare il filo tanto da farne parecchi gomitoli per una bella pezza di tela. Non sapeva tessere, ma pagò il tessitore con un bel pezzo di tela avanzata. Dapprima si cucì una gonna ed una giacchetta per sé Poi, incominciò a vendere la tela in giro e con tutto il denaro ricavato non le mancava nulla. La gente incominciò a chiacchierare sul suo improvviso benessere... E poi... dove la prendeva tutta quella tela? Per un po' la vecchia lasciò correre, ma, un giorno, una donna pettegola e cattiva le brontolò dietro: "Sta' un po'zitta tu... che lo sappiamo tutti dove prendi la tua tela:vecchia strega, è il diavolo che te la regala... e chissà che altro ancora!" La donna si lasciò trascinare in quel brutto litigio, poi, stanca, se ne tornò a casa e riprese a dipanare il filo. Ma la matassina si aggrovigliò e la vecchia, esasperata, esclamò: "Maledetta matassa, se fossi almeno finita presto!"
"... e in quel momento la matassa sparì e sparì tutta la tela che era stata fatta con quel filo, sparì tutto il denaro che aveva accumulato, sparì anche l'abito che indossava ed ella rimase su uno scanno e si trovò ancora più povera di prima".


Liberamente tratto da:"I racconti di Luserna (in Cimbro e Italiano) " a cura di A. Bellotto.

Mab's Copyright

martedì 24 settembre 2013

Le Donne Cornute, Yeats W.B. (Irlanda)

na ricca signora era ancora alzata a tarda notte per cardare e preparare la lana, mentre tutti i familiari e i servi dormivano. Improvvisamente ci fu un colpo alla porta e una voce disse: "Aprite! Aprite!".
"Chi è là", disse la padrona di casa.
"Sono la Strega da un Corno", fu la risposta. La signora, pensando che fosse un vicino venuto per chiedere aiuto, aprì la porta, ed entrò una donna con in mano un paio di pettini per cardare la lana e con un corno sulla fronte che pareva proprio nato là. Si sedette in silenzio vicino al fuoco e cominciò a cardare la lana con terribile fretta. Improvvisamente si interruppe e disse a gran voce:
"Dove sono le donne? Tardano troppo".
Allora si udì un colpo alla porta e una voce disse, come prima:
"Aprite! Aprite!".
La padrona di casa sentì che qualcosa la costringeva ad alzarsi e ad aprire, e immediatamente entrò una seconda strega, che aveva sulla fronte due corna e in mano un arcolaio per filare la lana.
"Fammi posto - disse - sono la Strega dalle due Corna", e cominciò a filare alla velocità di un fulmine.
I colpi alla porta si ripeterono, si udirono le stesse parole, le streghe entrarono, e alla fine dodici donne sedevano attorno al fuoco - la prima con un corno, mentre l'ultima ne aveva dodici.
E cardavano il filato, facevano girare i loro arcolai, avvolgevano le matasse e tessevano.
Cantavano tutte insieme antichi versi, ma non dissero una sola parola alla padrona di casa. Strane a udirsi e spaventose a vedersi erano queste dodici donne, con le loro corna e i loro arcolai; e la padrona si sentiva sul punto di morire, e si sforzò di alzarsi per andare a cercare aiuto, ma non poteva muoversi né pronunciare una parola o lanciare un grido, poiché era sotto l'effetto dell'incantesimo delle streghe.
Allora una di loro le si rivolse in Irlandese e disse:
"Alzati, donna, e preparaci un dolce".
La signora cercò quindi un recipiente con cui portare l'acqua dal pozzo per poter impastare la farina e preparare il dolce, ma non riuscì a trovarne neppure uno.
E le streghe le dissero: "Prendi un setaccio e usa quello per portare l'acqua".
La donna prese il setaccio e andò al pozzo; ma l'acqua ne usciva, e non riusciva a prenderne neanche un po' per il dolce, e allora sedette vicino al pozzo e pianse.
Le giunse allora una voce che diceva: "Prendi dell'argilla fresca e del muschio, impastali insieme, poi rivesti il setaccio in modo che tenga".
La donna fece così e il setaccio tenne l'acqua per il dolce; e la voce disse ancora:
"Ritorna fuori, e, quando arrivi sull'angolo nord della casa, grida forte per tre volte: La montagna delle donne Feniane e il cielo sopra di essa sono in fiamme".
Così fece.


Lempicka Tamara de’


Quando le streghe che erano all'interno udirono il grido, un urlo alto e terribile uscì dalle loro labbra, si precipitarono fuori tra grida e lamenti selvaggi, e fuggivano via verso Slievenamon [1], dove era la loro abituale dimora. Ma lo Spirito del Pozzo disse alla padrona di casa di entrare e prepararsi a difendere la casa dagli incantesimi delle streghe, nel caso fossero tornate.
In primo luogo, per spezzare i loro incantesimi, sparse fuori dalla porta, sulla soglia, l'acqua nella quale aveva lavato i piedi del suo bambino (l'acqua dei piedi); in secondo luogo prese il dolce che le streghe avevano fatto in sua assenza con farina mescolata al sangue tolto alla famiglia addormentata, la fece a pezzetti e ne mise un pezzetto in bocca a ciascuno dei dormienti, ed essi tornarono a star bene; poi prese la stoffa che aveva intessuto e la mise mezza dentro e mezza fuori di una cassapanca col lucchetto; infine chiuse la porta con una grossa trave fissata agli stipiti, in modo che non potessero entrare. Una volta fatte queste cose attese. Le streghe non tardarono molto a tornare; erano furibonde e invocavano vendetta.
"Apri, apri!- urlarono - apri, acqua dei piedi!"
"Non posso - disse l'acqua dei piedi - sono stata sparsa per terra e ora sto scorrendo verso il Lago."
"Aprite, aprite, legno e alberi e trave!", gridarono alla porta.
"Non posso - disse la porta - perché la trave è fissata agli stipiti e non posso muovermi."
"Apri, apri, dolce che abbiamo fatto e impastato col sangue!", gridarono ancora.
"Non posso - disse il dolce - perché sono stato rotto e fatto a pezzi e il mio sangue è nelle labbra dei bambini addormentati."
Allora le streghe svolazzarono per l'aria con grandi grida e tornarono in volo a Slievenamon, lanciando oscure maledizioni allo Spirito del Pozzo, che aveva voluto la loro rovina; ma la donna e la casa furono lasciate in pace e un mantello caduto a una delle streghe in volo fu conservato dalla padrona, appeso al muro, a ricordo dell'orribile lotta di quella notte; e quel mantello è rimasto in possesso della famiglia, di generazione in generazione, per altri cinquecento anni.

 [1] Sliàbh-na-mban - cioè montagne delle donne.

Dalla raccolta di fiabe e leggende popolari di William Butler Yeats:
"Fiabe Irlandesi".

mercoledì 19 giugno 2013

La Partenza della Fata del Colombéra


A Pérloz, ormai, la fata del Colombéra li aveva tutti ostili: sicché decise di abbandonare il rifugio del monte, per cercare un paese dove vivere in pace con il suo orchetto.
Addensò in cielo le nubi, e scatenò un temporale. Quando le acque del torrente di Réchanté furono gonfie, vi si sedette sopra con il figlio, lasciandosi trasportare dai flutti, giù giù fino al Lys, e poi verso la Dora. A Pont-Saint-Martin i contadini, assiepati sulle rive, attendevano , con il terrore negli occhi, l'onda devastatrice della piena. Bella ed altera, la fata del Colombéra li guardava, come dall'alto di un trono; guardava il ponte ormai prossimo, a valle.
 "Lo abbatterà, sarà la sua vendetta ", dicevano i paesani.
Ad un tratto una voce si levò dal fragore del torrente:
"Piega il capo, bellezza ! Lasciaci il nostro ponte". La fata sorrise alla lode. L'ira le cadde dal cuore: e concesse la grazia. Reclinò la testa, e passò sotto l'arcata, lasciando intatto il ponte. Giunta alla Dora, incominciò a cantare. Il canto si perse lontano, nel mormorio dei flutti che ormai scorrevano placidi nel piano.


Rossetti D.G.


di J.J. Christillin, "Légendes et récits recueillis sur les bords du Lys", Aoste.

La Fata del Colombéra e il Changeling in Italia

a Fata viveva sola con suo figlio, nella grotta sul Monte Colombéra. L'orchetto era gobbo e sbilenco, e il suo volto era pieno di rughe, come una mela vizza a primavera.
La madre, stanca di vederselo davanti così brutto, mise gli occhi su un bimbo del paese, biondo e grassoccio che era uno splendore... Lo rapì, per tenerlo con sé e abbandonò sotto un castagno, su un mucchio di foglie, il nanetto sgraziato.
Lo trovarono, di lì a qualche po', due ragazza che passavano nel bosco; videro che si reggeva a stento sulle gambe malferme e, prese da pietà, lo portarono a casa, gli diedero da mangiare e cercarono di sapere chi fosse.
Ma l'orchetto non rispondeva a nessuna domanda, non c'era verso di fargli aprir bocca.
" Parlerà, parlerà - disse l'anziana comare - Cercate in tutte le case quanti gusci d'uovo vi sia dato trovare; allineateli tutt'intorno alla pietra del focolare, e sedete il gobbetto su uno sgabello, davanti al camino acceso".
Fecero come la vecchia aveva detto. Ed ecco che l'orchetto, scuotendosi dal suo torpore, gridò nel dialetto di Perloz:

" Nella mia vita vidi i campi arati
tre volte già sostituire i pineti;
già tre volte rinacquero gli abeti
sopra le verdi distese dei prati:
ma non conosco questo strano gioco
di metter tanti gusci intorno a un fuoco".

L'intero paese assisteva alla scena, ed a quelle parole trasecolarono tutti.



Lynch P J


"Possibile che sia vecchio come dice? Che abbia visto davvero tante cose?", si domandavano l'un l'altro, sbalorditi.
"Le ha viste, le ha viste! - disse la vecchia comare - Non può essere che il figlio della Fata."
"Com'è che l'ha perso nel bosco?"
"Non l'ha perso, ora è chiaro come stanno le cose: l'ha lasciato di proposito, scambiandolo col bambino che ha rubato."
Quel bambino, i genitori l'avevano cercato a lungo, disperati, aiutati dalla gente del paese; ma non s'era trovata alcuna traccia e, per finire, s'era pensato fosse caduto in un burrone.
"Ma allora, se nostro figlio ora sta con la Fata, come potremo portarglielo via?" domandò la madre.
"Il modo c'è, ascoltatemi bene - decretò la comare - Prendete l'orchetto, e salite con lui alle grotte. Quando sarete arrivati vicino, bastonate il gobbetto di santa ragione, perchè strilli forte e lo senta la Fata. Uno di voi tenga d'occhio l'entrata delle caverne, per vedere da quale esce fuori, e, appena lei correrà a difendere il figlio, entri dentro a riprendersi il bambino."
"Ma uscirà?"
"Uscirà, uscirà - assicurò la vecchia - Ama suo figlio persino lo stregone."
Accadde proprio come aveva detto. Sotto i colpi, l'orchetto incominciò a piangere e a gridare, e la madre si precipitò in suo aiuto, non sapendo resistere al richiamo.
Così il bimbo rapito tornò a casa.

J.J. Christillin, "Légendes et récits recueillis sur les bords du Lys", Aoste, 1970

Vedi gli appunti e le note ne "La Distillazione dei Gusci d'Uovo", raccolta da Yeats.

venerdì 14 giugno 2013

Le "Signore" Spodestate

Vivane, Anguane, Salvane, le Beate Donnette, la Monachina dell'Acqua siciliana... ci avviciniamo. Eredi delle ninfe silvestri, eredi delle Ondine, a loro volta, antiche ancelle-figlie di divinità spodestate. Ultime testimonianze di “tempi più gloriosi”, prima della definitiva trasformazione in Fate. Le fate buone e le fate cattive. Non esistono nelle fiabe autentiche le Fate Buone. Questi esseri sospesi tra cielo, terra e le acque dei fiumi e dei laghi non rientrano in alcuna categoria morale umana. Seguono impulsi apparentemente incoerenti e capricciosi, incomprensibili passi di una incomprensibile natura. A volte, agiscono unicamente per il loro piacere. Fortunato il mortale che lo suscita. La Fata del Colombéra potrebbe essere il manifesto di questo snaturamento. Potrebbe essere la Dame sans Merci che incanta Zanut. O l'ondina che ruba il bel cacciatore alla giovane moglie. Capelli d'oro lunghissimi, ravviati con un pettine d'oro, come in un rito, sulle rive di un fiume, su di uno scoglio, sulla soglia di una grotta.Tessono su telai d'oro. L'oro, il simbolo del soprannaturale, dell'Altrove, della Morte come Regno lontano nel Rito di passaggio, “il Reame al di là del Mare”, “l'Ultimo dei Regni”, ecc. Unicorni, leoni, cinghiali, linci le scortano e abitano le loro dimore così come abitavano il Palazzo di Circe, figlia del Sole, o della ninfa Calipso... Le “Padrone degli Animali”, a volte streghe dagli occhi rossi nella izba che ruota sulle zampe di gallina, a volte incantatrici sensuali.


Collier J.

La Fata del Colombéra, distaccata, radiosa e aristocratica, assisa sull'onda di piena, con il suo piccolo Calibano, è ciò che resta di una divinità minore locale, un tempo invocata e temuta, blandita, adesso, con un complimento impulsivo e irriverente. E lei, con la stessa grazia remota e indifferente con cui avrebbe travolto un intero paese, china il capo e concede la sua benevolenza.
La regina Vittoria, dopo anni di volontaria segregazione, in seguito alla morte dell'amatissimo consorte, pressata dal Primo Ministro, si decise, rabbiosa e timorosa, ad affrontare la folla, i sudditi che pretendevano la sua attenzione. Ad un tratto, una voce maschile si levò su tutte “E' ancòra in gamba la vecchia ragazza!”, e lei immortalò quell'irriverente, affettuoso complimento e non si negò più al suo popolo.

 Mab's Copyright

Zanut e la Dama Senza Pietà, Friuli Venezia-Giulia

'era una volta un ragazzo sempre in cerca di avventure galanti. Si chiamava Zanut e viveva con la madre vedova in una bella casetta sulle colline. Un giorno, andando a caccia, vide una dama bellissima che si pettinava i capelli con un pettine d'oro, in riva ad un torrente. Bagnava il pettine nell'acqua e si lisciava i capelli che le arrivavano fino ai piedi. Cantava una canzone misteriosa:

"Godi l'amore, giovane 
Canta e balla in allegria 
Dopo l'avemaria 
Balleremo e canteremo noi" 

Zanut rimase affascinato. Non fece caso ai conigli selvatici che ballavano silenziosi in cerchio incontro alla "salvana".




Flint W.R.


Perché quello era un segno che la Dama era un essere magico, una fata, una "salvana" delle acque.
"Vieni! - disse la Dama al ragazzo con voce melodiosa - Vieni!"
Zanut seguì la Fata in un palazzo che sembrava d'aria, pieno di bestie strane, liocorni e lupi bianchi, cani neri e volpi argentate. Zanut si innamorò della Dama perdutamente. Ma quando andava al torrente per gli appuntamenti, la Dama chiedeva sempre regali, oppure diceva:
"Portami il piccolo angelo di pietra che sta sull'acquasantiera della chiesetta sul monte". Zanut obbediva.
La madre era molto preoccupata perché vedeva il figlio magro, agitato, stanco. Una volta zitta zitta lo seguì. E vide la Fata sul torrente, i conigli selvatici che danzavano, il pettine d'oro e capì che suo figlio era stregato, in balia delle forze del male. Ma che poteva fare? Piangendo, tornò a casa.
Zanut disse alla Dama: "Signora, ti voglio sposare". "Va bene - disse lei - ma devi portarmi il cuore di tua madre per i miei animali. Loro mangiano solo pietanze delicate."
Zanut rabbrividì e pianse. Non volle andare più al torrente. Ma dopo tre giorni, la notte, sentì la canzone della Dama che lo chiamava:

"Godi l'amore, giovane 
Canta e balla in allegria 
Dopo l'avemaria 
Balleremo e canteremo noi."

Il ragazzo non seppe resistere. Prese un coltello, andò dalla madre addormentata e le prese il cuore. Uscì di corsa nella notte verso il torrente. Correva, correva sui sassi e cadde per terra. Il cuore della madre sobbalzò e disse: "Figlio mio, ti sei fatto male?" Zanut capì qual era il vero bene e pianse.

Da: "Fiabe del Friuli Venezia-Giulia", di Cecilia Gatto Trocchi. (Fonte orale).

La Fata del Monte Colombéra

'era una volta a Réchanté una fata che viveva, con il suo orchetto gobbo, in una delle grotte del vallone.
La fata era splendente di bellezza, ed aveva i capelli d'oro fino.
Un contadino della vallata perdutamente se ne innamorò: non faceva che pensare a lei, e della moglie non gl'importava più.
La fata, lusingata, gl'insegnò il sentiero che portava al suo antro, e lì l'attendeva ogni sera, per trascorrere la notte con lui.
A lungo pianse la sposa abbandonata, nel grande letto vuoto; poi prese a vagare nel buio lungo il torrente di Réchanté, chiamando il marito infedele.
Il lamentoso grido giunse fino alla grotta, e la fata se ne infastidì. Sciolse il nastro d'oro con cui raccoglieva i capelli, e lo diede all'amante.
"Porta questa cintura in regalo a tua moglie, per consolarla d'averla lasciata: appena se la sarà legata alla vita, tutti i tristi pensieri svaniranno."
L'uomo, tornato a casa, diede alla sposa il nastro della fata. "Legalo alla vita", le raccomandò.
Ma lei, ben sapendo da chi lo aveva avuto, chiese consiglio a un'anziana comare.
"Prova prima a passarlo intorno a un tronco ", consigliò saggiamente la vecchia.
La donna legò il nastro d'oro intorno a un annoso castagno, e, sull'istante, l'albero si mise a tremar dalle radici, come scosso da un vento furioso; le foglie s'accartocciarono, staccandosi morte dai rami, ed ampie crepe nerastre spaccarono la scorza.
Soltanto allora il contadino capì quale fosse l'intento dell'amante.
"Buon Dio! - esclamò inorridito - Quella strega voleva farmi uccidere mia moglie!".
L'abbracciò forte, per farsi perdonare, e non l'abbandonò mai più.



Higham B.


di J.J. Christillin, "Légendes et récits recueillis sur les bords du Lys", Aoste, 1970


"La Fata del Monte Colombéra" è, in unico post, anche QUI , nella sezione Dietro Questa Porta del Forum.