Yeats colloca questo racconto nella sezione Sirene:
"La Sirena o, se si vuole usare il nome irlandese, la Moruadh o Murrúghach, da muir, mare, e oigh,
ragazza, non è infrequente, dicono, sulle coste più selvagge. Ai pescatori piace poco vederla, perché
vuol sempre dire burrasche imminenti. Le Sirene maschio (se si può usare questa espressione; io non ho
mai sentito il maschile di Sirena) hanno denti verdi, capelli verdi, occhi porcini e naso rosso; le loro
donne invece sono belle, pur con tutta la loro coda di pesce e le dita palmate come le zampe delle
anatre. A volte preferiscono i pescatori di bell'aspetto ai loro innamorati marini, e non si può biasimarle
troppo. Si dice che vicino a Bantry, il secolo scorso, vivesse una donna tutta coperta di squame come
un pesce, nata da un'unione di questo tipo. Alle volte escono dal mare e se ne vanno in giro per la
spiaggia sotto forma di piccole mucche senza corna. Nelle loro vere sembianze portano un cappello
rosso chiamato cohullen druith, in genere coperto di piume. Se questo viene loro rubato, non possono più
immergersi sott'acqua.
In ogni paese il rosso è il colore della magia, ed è sempre stato così, dai tempi più remoti. I cappelli
delle fate e dei maghi sono quasi sempre rossi."
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venerdì 31 marzo 2017
martedì 21 febbraio 2017
Bambolina, Luigi Capuana (Il Raccontafiabe)
'era una volta un pescatore che vivucchiava alla meglio col prodotto della sua pesca. Partiva in
barca la sera, stava a pescare tutta la nottata, e la mattina dopo all'alba era di ritorno.
Quando aveva fatto una buona retata, scorgendo da lontano la moglie che lo attendeva, ansiosa,
alla spiaggia, le faceva segno di rallegrarsi, agitando per aria il berretto.
Da parecchi mesi però il povero pescatore aveva una gran disdetta; pareva che quasi tutti i pesci
si fossero messi d'accordo per non farsi pescare da lui. I suoi compagni, invece, ne pigliavano tanti
e poi tanti, che spesso dovevano rigettarli in mare, perché il troppo peso non facesse affondare le
barche.
Disperato un giorno disse alla moglie:
"Vendiamo barca, reti e ogni cosa; almeno tireremo innanzi un buon paio di settimane con quel po' di danaro che ne caveremo. Se no, saremo ben presto morti di stento tu, io e Bambolina".
"Vendiamo barca, reti e ogni cosa; almeno tireremo innanzi un buon paio di settimane con quel po' di danaro che ne caveremo. Se no, saremo ben presto morti di stento tu, io e Bambolina".
Artuš Scheiner
mercoledì 14 settembre 2016
La Leggenda del Serpente Bianco, del Serpente Nero, del Giovane Xu Xian e del Monaco Fa Hai
Toshiyuki Enoki
Questa antichissima storia cinese, tramandata oralmente per secoli, divenne un racconto scritto nel settimo secolo, durante la dinastia Tang, e si inserisce nel filone, noto anche nel nostro patrimonio folcloristico, della "sposa soprannaturale". Ho già avuto occasione di sottolineare come il nostro tipo fiabesco, in genere riguardante la ragazza-serpe, sia totalmente rovesciato rispetto al mito e/o alle fiabe diffuse in Asia e in Africa.
In Asia e in Africa, la donna non è stregata, né soggiace a qualche incantesimo, ma è un serpente, che assume l'aspetto di una bellissima umana, si unisce ad un giovane mortale, e, in genere, gli dà anche un figlio. Quando il marito scopre la sua vera natura, il Serpente sparisce per sempre, ma non senza provvedere al figlioletto, che lascia allo sposo mortale. Melusina, la bellissima donna-drago, è la parente più stretta di questo genere di eroine. E la sua leggenda, come molte altre, era funzionale a creare un alone mitico intorno alle origini di una potente famiglia realmente esistita.
In Cina, la versione più pericolosa e popolare di questo mito ha per protagonista una Volpe, dèmone lussurioso e fatale o spettro inquieto e maligno che s'incarna in una donna bellissima e affascinante, spesso accompagnata da una "consorella" che si finge sua serva. Nei panni di una donzella in difficoltà, durante una tempesta di neve o di pioggia, attende le sue vittime nei pressi di una pagoda in rovina, di un ponte, dei resti di un'antica villa o di una tomba. "Salvata" e ospitata da qualche giovane e solitario mortale, riesce d ammaliarlo e a farsi sposare. In genere, la natura maligna della moglie viene scoperta da qualche saggio monaco buddista chiamato per curare la malattia del giovane, che sta deperendo rapidamente. Che sia anche un'allegoria, una spiegazione soprannaturale, o meglio, superstiziosa, della tisi, mi pare evidente.
(Vedi la Lamia e la Dame-sans-Merci di Keats).
Toshiyuki Enoki
l Serpente Bianco, Bai Suzhen, e il Serpente Nero, Xiao qing, vivevano da millenni sul monte Emei, montagna sacra per il Buddismo, il Taoismo e il Confucianesimo. Avevano studiato anche la magia, di cui erano diventati maestri. Un giorno, decisero che ne avevano abbastanza di una vita solitaria fra le nevi e i tramonti d'oro del monte Emei, e, curiosi di sperimentare la vita dei mortali, dopo aver assunto l'aspetto di due bellissime fanciulle umane, scesero al meraviglioso Lago dell'Ovest, che si diceva nato da una perla caduta dalla Via Lattea, nel distretto di Hangzhou. Mentre si trovavano sul ponte Duan Qiao, ammirando l'incantevole bellezza del lago, vennero sorprese da un improvviso e violento acquazzone. Un giovane e bellissimo uomo di nome Xu Xian, che lavorava presso una farmacia, accorse in loro aiuto offrendo la protezione del proprio ombrello.
venerdì 5 febbraio 2016
Il Latte Sacro di Koumongoe (Africa Sub-Equatoriale) Traduzione Mia
Lontano lontano, in un Paese molto caldo, un tempo vivevano un uomo e una donna che avevano due figli: un maschio di nome Koane e una femmina chiamata Thakane.
Dall'alba al tramonto, i genitori lavoravano sodo nei campi, riposando all'ombra di un albero quando il sole era alto nel cielo.
La bambina restava sola in casa poiché il fratello si alzava prima dell'alba, quando l'aria era fresca e sottile, e conduceva le greggi là dove l'erba era più tenera.
Un giorno, Koane si svegliò più tardi del solito. I genitori si erano già recati nei campi, e Thakane preparava il pane per la cena.
"Thakane! - gridò - ho sete! Prendimi da bere dall'albero Koumongoe, che ha il latte più buono del mondo!"
"Oh, Koane! - gridò di rimando la sorella - Lo sai che è proibito toccare quell'albero!"
"Sciocchezze! - rispose Koane - Ha tanto latte che non se ne accorgerà nemmeno. Se non me lo porterai, non condurrò le greggi al pascolo: resteranno tutto il giorno chiuse nella capanna e moriranno di fame."
E le voltò le spalle con rabbia, e andò a sedersi in un angolo.
Dopo un po', Thakane disse:
"Fa sempre più caldo, non dovresti condurre fuori le greggi?"
Ma Koane le rispose, imbronciato:
"Ti ho detto che non le condurrò al pascolo oggi. Se io dovrò fare a meno del latte, loro dovranno fare a meno dell'erba".
Thakane non sapeva cosa fare. Aveva paura di disobbedire ai genitori, che, con ogni probabilità, l'avrebbero picchiata. Tuttavia, non vi era dubbio che, se le bestie fossero rimaste chiuse nella capanna, avrebbero sofferto molto, e lei, forse, sarebbe stata picchiata ugualmente. Così, alla fine, prese un'ascia ed una piccola ciotola di terracotta e aprì un forellino nel fianco dell'albero da cui uscì latte a sufficienza per riempire la scodella.
"Ecco il latte che volevi", disse a Koane, che se ne stava tutto imbronciato nell'angolo.
"E questo cos'è? - brontolò - Non basta ad annegare una mosca. Va' e portamene tre volte tanto!"
Tremante di paura, Thakane tornò all'albero e gli inferse un colpo deciso con l'ascia. In un attimo, ne sgorgò tanto latte da riempire la capanna come un fiume in piena.
"Koane! Koane! - gridò Thanake - Vieni ad aiutarmi a tappare il taglio nell'albero o non resterà più latte per i nostri genitori!"
Ma gli sforzi di Koane non ebbero più successo di quelli di Thanake, e, ben presto, il latte straripò dalla capanna e dilagò giù per la collina, fino ai campi in cui lavoravano i genitori.
L'uomo vide l'onda bianca e capì cos'era successo.
"Moglie! Moglie! - disse a gran voce a sua moglie, che lavorava poco lontano - Vedi il Koumongoe precipitare giù per la collina? Questo è un tiro dei ragazzi, ne sono certo. Devo scoprire che hanno combinato". E l'uomo e la donna lasciarono cadere le zappe e corsero verso il Koumongoe. Inginocchiati sull'erba, unirono le mani a mo' di coppa, raccolsero un po' di latte e lo bevvero. E il Koumongoe si ritirò su per la collina e rientrò nella capanna.
"Thakane - dissero severamente i genitori, quando raggiunsero la capanna, ansimanti per la canicola - che fai? Perché il Koumongoe è sceso giù per la collina, fino ai campi, invece di restare nell'orto?"
"E' stata colpa di Koane - rispose la ragazza - Si è rifiutato di condurre le greggi al pascolo finché non avesse bevuto il latte di Koumongoe, così, non sapendo cos'altro fare, gliel'ho portato".
Il padre ascoltò le parole di Thakane, ma non le rispose. Invece, portò nella capanna due pelli di pecora, le macchiò di rosso e mandò a chiamare il fabbro perché forgiasse degli anelli di ferro. Quindi, il collo, le braccia e le gambe di Thakane vennero passati attraverso gli anelli di ferro, e le misero indosso le due pelli di pecora: una davanti e una dietro. Quando tutto fu pronto, il padre mandò a chiamare i servi e disse:
"Voglio sbarazzarmi di Thakane."
"Sbarazzarti della tua unica figlia? - risposero quelli, sorpresi - Ma perché?"
"Perché ha mangiato ciò che non avrebbe dovuto mangiare. Perché ha toccato l'albero sacro, che appartiene a sua madre e a me solamente".
E, voltate loro le spalle, ordinò a Thakane di seguirlo, e s'incamminarono giù per la via che conduceva alla dimora di un Orco.
Mentre passavano lungo i campi in cui maturava il mais, un coniglio spuntò improvvisamente ai loro piedi, si rizzò sulle zampe posteriori, e cantò:
"E' meglio che tu lo chieda a lei - rispose l'uomo - E' grande abbastanza per risponderti".
E, a sua volta, Thakane cantò:
Appena ebbe udito il suo canto, il coniglio gridò:
Ma il padre non prestò alcuna attenzione alle sue parole, e affrettò il passo, ammonendo la figlia di tenersi vicina a lui.
Cammina cammina, incontrarono un gruppo di quei grandi cervi chiamati elands, che, vedendo Thakane, si fermarono e cantarono:
Dall'alba al tramonto, i genitori lavoravano sodo nei campi, riposando all'ombra di un albero quando il sole era alto nel cielo.
La bambina restava sola in casa poiché il fratello si alzava prima dell'alba, quando l'aria era fresca e sottile, e conduceva le greggi là dove l'erba era più tenera.
Un giorno, Koane si svegliò più tardi del solito. I genitori si erano già recati nei campi, e Thakane preparava il pane per la cena.
"Thakane! - gridò - ho sete! Prendimi da bere dall'albero Koumongoe, che ha il latte più buono del mondo!"
"Oh, Koane! - gridò di rimando la sorella - Lo sai che è proibito toccare quell'albero!"
"Sciocchezze! - rispose Koane - Ha tanto latte che non se ne accorgerà nemmeno. Se non me lo porterai, non condurrò le greggi al pascolo: resteranno tutto il giorno chiuse nella capanna e moriranno di fame."
E le voltò le spalle con rabbia, e andò a sedersi in un angolo.
Dopo un po', Thakane disse:
"Fa sempre più caldo, non dovresti condurre fuori le greggi?"
Ma Koane le rispose, imbronciato:
"Ti ho detto che non le condurrò al pascolo oggi. Se io dovrò fare a meno del latte, loro dovranno fare a meno dell'erba".
Thakane non sapeva cosa fare. Aveva paura di disobbedire ai genitori, che, con ogni probabilità, l'avrebbero picchiata. Tuttavia, non vi era dubbio che, se le bestie fossero rimaste chiuse nella capanna, avrebbero sofferto molto, e lei, forse, sarebbe stata picchiata ugualmente. Così, alla fine, prese un'ascia ed una piccola ciotola di terracotta e aprì un forellino nel fianco dell'albero da cui uscì latte a sufficienza per riempire la scodella.
"Ecco il latte che volevi", disse a Koane, che se ne stava tutto imbronciato nell'angolo.
"E questo cos'è? - brontolò - Non basta ad annegare una mosca. Va' e portamene tre volte tanto!"
Tremante di paura, Thakane tornò all'albero e gli inferse un colpo deciso con l'ascia. In un attimo, ne sgorgò tanto latte da riempire la capanna come un fiume in piena.
"Koane! Koane! - gridò Thanake - Vieni ad aiutarmi a tappare il taglio nell'albero o non resterà più latte per i nostri genitori!"
Ma gli sforzi di Koane non ebbero più successo di quelli di Thanake, e, ben presto, il latte straripò dalla capanna e dilagò giù per la collina, fino ai campi in cui lavoravano i genitori.
L'uomo vide l'onda bianca e capì cos'era successo.
"Moglie! Moglie! - disse a gran voce a sua moglie, che lavorava poco lontano - Vedi il Koumongoe precipitare giù per la collina? Questo è un tiro dei ragazzi, ne sono certo. Devo scoprire che hanno combinato". E l'uomo e la donna lasciarono cadere le zappe e corsero verso il Koumongoe. Inginocchiati sull'erba, unirono le mani a mo' di coppa, raccolsero un po' di latte e lo bevvero. E il Koumongoe si ritirò su per la collina e rientrò nella capanna.
"Thakane - dissero severamente i genitori, quando raggiunsero la capanna, ansimanti per la canicola - che fai? Perché il Koumongoe è sceso giù per la collina, fino ai campi, invece di restare nell'orto?"
"E' stata colpa di Koane - rispose la ragazza - Si è rifiutato di condurre le greggi al pascolo finché non avesse bevuto il latte di Koumongoe, così, non sapendo cos'altro fare, gliel'ho portato".
Il padre ascoltò le parole di Thakane, ma non le rispose. Invece, portò nella capanna due pelli di pecora, le macchiò di rosso e mandò a chiamare il fabbro perché forgiasse degli anelli di ferro. Quindi, il collo, le braccia e le gambe di Thakane vennero passati attraverso gli anelli di ferro, e le misero indosso le due pelli di pecora: una davanti e una dietro. Quando tutto fu pronto, il padre mandò a chiamare i servi e disse:
"Voglio sbarazzarmi di Thakane."
"Sbarazzarti della tua unica figlia? - risposero quelli, sorpresi - Ma perché?"
"Perché ha mangiato ciò che non avrebbe dovuto mangiare. Perché ha toccato l'albero sacro, che appartiene a sua madre e a me solamente".
E, voltate loro le spalle, ordinò a Thakane di seguirlo, e s'incamminarono giù per la via che conduceva alla dimora di un Orco.
Mentre passavano lungo i campi in cui maturava il mais, un coniglio spuntò improvvisamente ai loro piedi, si rizzò sulle zampe posteriori, e cantò:
"Perché dai all'Orco
tua figlia, così buona, così bella?"
E, a sua volta, Thakane cantò:
"Ho dato Koumongoe a Koane, ho dato Koumongoe al custode delle greggi,
Perché, senza Koumongoe, sarebbero morte di inedia nella capanna;
Ecco perché ho dato a Koane il latte di mio padre!"
"Miserabile uomo! E' te che l'Orco dovrebbe divorare, non la tua bellissima figlia!".
Ford H.J.
Cammina cammina, incontrarono un gruppo di quei grandi cervi chiamati elands, che, vedendo Thakane, si fermarono e cantarono:
martedì 15 dicembre 2015
Le Madri de Aguas
La Iara appartiene, da una parte, alla folta schiera di spiriti, fantasmi, esseri delle foreste, incubi che forniscono inesauribile materiale per leggende locali, e, dall'altra, alle madri delle acque, le Madri de Aguas, che, dal Brasile a Cuba, condividono caratteristiche specifiche, ad esempio la musica, ovvero il canto, dolce e ipnotico e ossessionante, che attrae irrimediabilmente la vittima designata. A volte, basta ascoltarlo un'unica volta perché il destino del mortale sia segnato: più che la causa è una predizione di morte - vedi la Banshee.
Ma, più di frequente, è il desiderio insensato e incontrollabile che il canto suscita che spinge a cercarlo ancòra e ancòra.
Questo mito, si collega, con ogni evidenza, a malattie come la malaria e la consunzione. Le Madri de Aguas si rivelano spesso in acque stagnanti, in pozze profonde lungo i fiumi i cui insondabili fondali sono un intrico oscuro di alghe velenose e antichi relitti di vita.
Un nutrito blocco di leggende riguarda i bambini, e le madri umane vi ricorrono per spaventare i proprii figli e tenerli lontano dai pericoli mefitici di acque pesanti e traditrici. Le leggende locali narrano spesso di bambini che, sin dalla nascita, hanno l'ossessione per l'acqua immota degli stagni, e che, benchè tenuti lontano con ogni mezzo, tornano come sonnambuli da Esseri che solo loro vedono sotto la superficie delle acque, ipnotizzati da nenie che solo loro riescono ad udire.
E poi, speculare alle Madri che ossessionano i bambini, la schiera di Esseri come la Llorona (la piangente, la piagnona), una sorta di lamia, orbata dei proprii figli, che, uccide quelli altrui. Naturalmente, numerose sono anche le leggende riguardanti le giovani fanciulle, spesso tradite in/e dall'amore, che diventano fantasmi già in vita.
Infine, le tradizionali incantatrici di giovani uomini, mezze sirene, mezze ondine, mai benigne. A volte, mère carceriere, che, nella loro immortale innocenza, si ritrovano fra le braccia una "bambola" senza vita da rimpiazzare, più spesso infide seduttrici, che, dopo aver intrappolato con il proprio canto l'amante-vittima, ne provocano volontariamente la morte.
In questo caso, sono bellissime, hanno lunghi capelli verdi, una strana pelle dorata o ramata, occhi ipnotici. Naturalmente, come le Anguane, la loro natura non umana è tradita da trascurabili dettagli: in genere i piedi, a forma di zoccoli, oppure un buco nel collo o nella schiena.
Ma l'antica, unica divinità femminile a cui un tempo si offrivano sacrifici per la fecondità della terra, delle acque e del bestiame, spesso rivela in una bizzarra sintesi sia la natura di Dèa che quella dell'animale sacrificale, il vitello immacolato che veniva spinto nelle acque: la madre de aguas cubana è un enorme, centenario serpente cornuto capace di inghiottire in un sol boccone una vacca intera.
Mab's Copyright
Ma, più di frequente, è il desiderio insensato e incontrollabile che il canto suscita che spinge a cercarlo ancòra e ancòra.
Questo mito, si collega, con ogni evidenza, a malattie come la malaria e la consunzione. Le Madri de Aguas si rivelano spesso in acque stagnanti, in pozze profonde lungo i fiumi i cui insondabili fondali sono un intrico oscuro di alghe velenose e antichi relitti di vita.
Un nutrito blocco di leggende riguarda i bambini, e le madri umane vi ricorrono per spaventare i proprii figli e tenerli lontano dai pericoli mefitici di acque pesanti e traditrici. Le leggende locali narrano spesso di bambini che, sin dalla nascita, hanno l'ossessione per l'acqua immota degli stagni, e che, benchè tenuti lontano con ogni mezzo, tornano come sonnambuli da Esseri che solo loro vedono sotto la superficie delle acque, ipnotizzati da nenie che solo loro riescono ad udire.
E poi, speculare alle Madri che ossessionano i bambini, la schiera di Esseri come la Llorona (la piangente, la piagnona), una sorta di lamia, orbata dei proprii figli, che, uccide quelli altrui. Naturalmente, numerose sono anche le leggende riguardanti le giovani fanciulle, spesso tradite in/e dall'amore, che diventano fantasmi già in vita.
Infine, le tradizionali incantatrici di giovani uomini, mezze sirene, mezze ondine, mai benigne. A volte, mère carceriere, che, nella loro immortale innocenza, si ritrovano fra le braccia una "bambola" senza vita da rimpiazzare, più spesso infide seduttrici, che, dopo aver intrappolato con il proprio canto l'amante-vittima, ne provocano volontariamente la morte.
In questo caso, sono bellissime, hanno lunghi capelli verdi, una strana pelle dorata o ramata, occhi ipnotici. Naturalmente, come le Anguane, la loro natura non umana è tradita da trascurabili dettagli: in genere i piedi, a forma di zoccoli, oppure un buco nel collo o nella schiena.
Ma l'antica, unica divinità femminile a cui un tempo si offrivano sacrifici per la fecondità della terra, delle acque e del bestiame, spesso rivela in una bizzarra sintesi sia la natura di Dèa che quella dell'animale sacrificale, il vitello immacolato che veniva spinto nelle acque: la madre de aguas cubana è un enorme, centenario serpente cornuto capace di inghiottire in un sol boccone una vacca intera.
Mab's Copyright
lunedì 14 dicembre 2015
La Storia della Yara (Brasile), A.Lang - Traduzione Mia
l Sud, dove il sole risplende con tanto ardore che ogni essere inanimato e ogni essere vivente dorme tutto il giorno, e persino la grande foresta sembra assorta in un silente torpore, tranne la mattina presto o la sera tardi, dunque, in questo Paese, vivevano un giovane uomo e una fanciulla. La ragazza era nata in città e se n’era allontanata di rado, ma il giovane era originario di un altro Paese ed era venuto nella città sul grande fiume solo perché dove viveva non riusciva a trovare lavoro.
Qualche mese dopo il suo arrivo, quando le giornate rinfrescarono e la gente non dormiva per tutto il tempo, si tenne una grande scampagnata appena fuori città, e a questa festa accorsero a frotte anche da più di trenta miglia di distanza. Chi venne a piedi e chi a cavallo - alcuni arrivarono in splendide carrozze dorate - ma tutti indossavano magnifici abiti rossi e blu, e nei loro capelli erano intrecciate ghirlande di fiori.
Era la prima volta che il ragazzo partecipava ad una grande festa, e se ne stava in disparte, ammirando le danze armoniose e i piacevoli giochi eseguiti dagli altri giovani. E, mentre guardava, notò una ragazza biancovestita, con purpurei fiori di melograno tra i capelli, che gli parve la più bella di tutte.
Quando la festa terminò e il giovane se ne ritornò a casa, il suo comportamento era così insolito da attrarre l’attenzione dei suoi amici.
Il mattino seguente, al lavoro, il ragazzo continuava a vedere il volto della fanciulla mentre lanciava la palla alle sue compagne o intrecciava vaghe danze con gli altri giovani.
Quella notte, il sonno fuggì lontano da lui, e dopo essersi rigirato nel letto per ore, il ragazzo si alzò e andò a tuffarsi in un profondo stagno, poco lontano, nella foresta.
Questo stato di cose andò avanti per settimane, finché, finalmente, la fortuna gli sorrise.
Una sera, passando nei pressi della casa in cui abitava la fanciulla, la vide in piedi, spalle al muro, mentre cercava di respingere con il ventaglio gli assalti di un cane inselvatichito che tentava di azzannarla alla gola. Alonzo - questo era il nome del giovane - accorse e con un solo pugno abbatté il cane, che cadde morto sul selciato. Poi accompagnò la fanciulla terrorizzata e mezza svenuta nell’ampia e fresca veranda in cui sedevano i suoi genitori, e, da quel momento, fu un ospite gradito nella loro casa, e, ben presto, diventò il promesso sposo di Julia.
Ogni giorno, terminato il lavoro, andava a casa della fidanzata, una casa quasi sommersa da arbusti in fiore e rutilanti rampicanti, dove i colibrì sfrecciavano da un cespuglio all'altro, e pappagalli di tutti i colori, rossi e verdi e grigi, strillavano in coro. Lì incontrava l'amata che lo aspettava e trascorrevano insieme un’ora o due sotto le stelle - e le stelle erano così grandi e luminose che sembrava quasi di poterle toccare.
"Che cosa hai fatto ieri notte, dopo essere tornato a casa?", chiese improvvisamente, una sera, la fanciulla.
"Quello che faccio sempre - rispose lui - Faceva troppo caldo per dormire: era perfettamente inutile che mi coricassi; così sono andato nella foresta e ho fatto il bagno in uno dei profondi, scuri stagni nei pressi del fiume. Sono mesi che ci vado ormai, ma la scorsa notte è successa una cosa strana. Stavo per tuffarmi un'ultima volta, quando ho udito, proveniente ora da una parte ora da un'altra, un canto più soave di quello di qualsiasi usignolo, anche se non ho compreso neanche una parola. Sono uscito senza indugio dallo stagno, e, dopo essermi rivestito più in fretta che ho potuto, ho frugato in ogni cespuglio e ho cercato dietro ogni albero, pensando che, forse, il mio amico mi stava facendo uno scherzo, ma non c’era anima viva, e, ritornato a casa, ho scoperto che il mio amico dormiva profondamente".
Man mano che raccontava, Julia si faceva sempre più pallida, e tremava tutta come se avesse un gran freddo. Fin da quando era bambina, aveva sentito storie su terribili Esseri che vivevano nella foresta e si nascondevano sotto le rive del fiume, e che solo potentissimi incantesimi potevano tenere a bada.
La voce che aveva stregato Alonzo apparteneva, forse, a uno di loro? Magari - chi può dirlo? - poteva essere la voce di quell'Essere spaventoso, la Iara, che ghermiva giovani uomini alla vigilia delle nozze.
Per qualche istante, Julia fu sopraffatta dal tumulto dei suoi pensieri, poi disse:
"Alonzo, vuoi farmi una promessa?"
"Di che si tratta?"
"Ha a che fare con la nostra futura felicità"
"Ah, dunque è una cosa seria. Prometto. E adesso spiegami"
"Voglio che tu mi prometta di non bagnarti più in quello stagno", rispose lei, e la sua voce si abbassò tanto da ridursi ad un bisbiglio.
"Ma perché no, regina della mia anima? Non ci sono andato, forse, tutte le notti senza riceverne alcun danno, fiore del mio cuore?"
"Ma potrebbe succedere. Se non prometterai, impazzirò di paura. Prometti!"
"Ma perché? Sei talmente pallida! Perché sei così spaventata?"
"Non hai forse udito quel canto?", chiese lei, tutta tremante.
"Ebbene? Che male potrebbe mai farmi? Era il canto più soave che abbia ascoltato in vita mia!"
"Sì, e dopo il canto arriverà l'apparizione. E dopo... E dopo..."
"Non capisco. E dopo?"
"Dopo... la morte!"
Il giovane la fissò: che fosse davvero impazzita? Discorsi simili non erano proprio da lei. Prima che Alonzo riuscisse a schiarirsi le idee, la fanciulla parlò nuovamente:
"Questo è il motivo per cui ti imploro di non tornare laggiù, per nessuna ragione al mondo, non prima che saremo sposati"
"E che differenza potrà mai fare il nostro matrimonio?"
"Una volta sposato non correrai più alcun pericolo e potrai andare a fare il bagno nello stagno tutte le volte che vorrai".
"Ma perché sei così spaventata?"
"Perché la voce che hai udito - so che riderai, Alonzo, ma è l'assoluta verità - era la voce della Iara".
A quelle parole, Alonzo scoppiò a ridere, ma la sua risata era così stentorea e stridula che Julia si ritrasse da lui sudando freddo. Pareva proprio che il giovane non riuscisse a smettere di ridere, ma, più lui rideva, più la povera fanciulla impallidiva, sussurrando mentre l'osservava:
"O Cielo! Era lei! Era lei! Che farò adesso?"
Benché la voce di Julia fosse poco più di un bisbiglio, Alonzo udì le sue parole, e, pur non smettendo di ridere, scosse il capo in segno di diniego.
"Tu puoi anche non rendertene conto, ma è la verità. Nessuno ride così, a meno che non abbia incontrato la Iara". E Julia si lasciò cadere al suolo piangendo amaramente. A quella vista, Alonzo, ritornato improvvisamente serio, si inginocchiò accanto a lei e con sollecitudine l'aiutò a risollevarsi:
"Non piangere così, angelo mio - disse - Ti prometterò qualsiasi cosa tu voglia purché ti veda sorridere nuovamente".
Con grande sforzo, Julia trattenne il pianto e si rialzò dicendo:
"Il mio cuore è più leggero grazie alle tue parole. So che ti sforzerai di mantenere la promessa e cercherai di stare lontano dalla foresta, ma il potere della Iara è grande e il suono della sua voce riesce a far dimenticare qualsiasi altra cosa al mondo ad un uomo. Oh, io lo so bene. Più di una fidanzata è rimasta sola e con il cuore spezzato. Se mai tu dovessi tornare allo stagno dove hai udito per la prima volta la sua voce, promettimi - almeno - che porterai con te questa scatola".
Aprì una scatola bizzarramente intagliata, ne trasse una grande conchiglia multicolore e cantò una canzone al suo interno.
"Non appena si leverà la voce della Iara - gli disse - accosta la conchiglia all’orecchio e ascolta la mia canzone. Forse - non lo so per certo - ma, forse, potrei essere più forte io della Iara.”
Era notte inoltrata quando Alonzo tornò a casa. In lontananza, la luna scintillava sul fiume, che appariva fresco ed invitante, e sembrava che gli alberi della foresta allungassero i loro rami facendogli cenno di avvicinarsi. Ma il giovane volse con determinazione il viso nella direzione opposta e se ne tornò a casa.
La lotta era stata dura, ma Alonzo ebbe la sua ricompensa il giorno dopo grazie alla gioia e al sollievo con cui Julia lo salutò.
Le assicurò che, avendo vinto la tentazione una volta, non c'era più alcun pericolo, ma Julia, che conosceva bene la malìa del viso e della voce della Iara, non mancò di fargli ripetere la sua promessa.
Per tre notti Alonzo mantenne la parola, non perché credesse all'esistenza della Iara - pensava che le storie su di lei fossero solo sciocchezze - ma perché non avrebbe sopportato le lacrime con le quali sapeva che Julia lo avrebbe accolto se le avesse confessato di essere ritornato nella foresta. A dispetto di tutto, però, quel canto gli risuonava nelle orecchie, e si faceva ogni giorno più forte.
La quarta notte, l’attrazione della foresta divenne irresistibile tanto che né il pensiero di Julia né le promesse che le aveva fatto ebbero la forza di trattenerlo. Alle ventitré in punto si immerse nella fresca ombra degli alberi e s'inoltrò per il sentiero che conduceva al fiume. Tuttavia, per la prima volta, scoprì che gli ammonimenti di Julia - sebbene lì per lì ne avesse riso - gli erano rimasti impressi, tanto che scrutava fra i cespugli con un senso di timore che prima gli era del tutto sconosciuto.
Una volta raggiunto il fiume, si fermò e si guardò intorno per un attimo per essere ben certo che la strana sensazione di essere osservato fosse unicamente frutto della sua immaginazione. La luna splendeva luminosa su ogni albero e lui non vedeva altro che la propria ombra, e non udiva altro che lo sciabordio dei flutti. Si tolse gli abiti, ed era sul punto di tuffarsi, quando qualcosa - non sapeva dire cosa - all’improvviso, lo costrinse a guardarsi intorno.
In quel momento, i raggi della luna forarono una nube cadendo su una bellissima donna dai capelli d’oro che se ne stava mezza nascosta tra le felci. Con un balzo, Alonzo afferrò il mantello, e si slanciò su per il sentiero che aveva percorso, e, ad ogni passo, temeva di sentire una mano posarsi sulla sua spalla.
Soltanto quando si lasciò dietro gli ultimi alberi della foresta e si ritrovò in campo aperto, osò voltarsi a guardare e credette di vedere una bianca figura che continuava ad agitare le braccia avanti e indietro. Era troppo! Corse a perdifiato e non si fermò finché non fu sano e salvo nella propria camera.
Alle prime luci dell'alba, ritornò nella foresta per vedere se gli rusciva di trovare qualche traccia della Iara, ma, per quanto frugasse in ogni cespuglio e ispezionasse ogni albero, non scoprì nulla e l’unico suono che udiva era lo starnazzare dei pappagalli, così sgradevole che sarebbe bastato, da solo, a tener lontano chiunque.
'Devo essere impazzito - si disse - ed è stato solo un sogno'.
E andò in città, a lavorare. Ma o il lavoro era più faticoso del solito o lui doveva essere malato, perché non riusciva a concentrarsi, e chiunque lo incontrasse, vedendolo pallido e spaventato, finiva per chiedergli se gli fosse accaduto qualcosa di grave.
'Devo avere la febbre - si disse - si sa, è pericoloso fare un bagno freddo con questo gran caldo'.
Tuttavia, sapeva, mentre si ripeteva queste parole, che stava contando le ore che mancavano al calar della notte per poter tornare nella foresta. La sera, come sempre, si recò nella casa avviluppata dai rampicanti, ma avrebbe fatto meglio a starsene lontano perché il suo viso era così pallido e il suo comportamento così strano che la povera Julia si accorse che gli era accaduto qualcosa di terribile.
Alonzo si rifiutò di rispondere a qualsiasi domanda e tutto ciò che lei ottenne fu la promessa che avrebbe saputo ogni cosa il giorno seguente. Fingendo un violento mal di testa, si congedò prima del solito e si affrettò verso casa.
Prese una pistola, la caricò e se l’infilò nella cintura. Poi, poco prima di mezzanotte, uscì in punta di piedi, per non svegliare nessuno.
Si precipitò giù per la strada che conduceva alla foresta e non si fermò finché non ebbe raggiunto lo stagno presso il fiume. Impugnata la pistola, prese a guardarsi intorno. Ad ogni minimo rumore - la caduta di una foglia, la corsa di un animale tra i cespugli, il grido di un uccello notturno - sussultava e puntava la pistola in quella direzione. Ma, nonostante la luna risplendesse, non riuscì a scorgere nulla, e poco a poco, gli parve di scivolare in uno stato più simile al sogno che alla realtà, tanto che si appoggiò contro un albero. Non avrebbe saputo dire quanto fosse rimasto in quelle condizioni, ma si scosse di soprassalto sentendo pronunciare sommessamente il proprio nome.
”Chi è là?” gridò, balzando in piedi, ma gli rispose solo un’eco. Poi i suoi occhi furono sempre più attratti dall'acqua scura dello stagno lì accanto, e sembrava che non avrebbe mai potuto distoglierne lo sguardo. Guardava fisso nelle profondità dello stagno da qualche minuto, quando si accorse che, laggiù, un barbaglio di luce si faceva strada nell'oscurità, e diventava sempre più grande e brillante. Fu nuovamente colto da un senso di terrore e tentò inutilmente di staccare lo sguardo dallo stagno, ma qualcosa che era più forte di lui lo costringeva a fissare l'acqua. Infine, essa si spartì delicatamente e Alonzo vide fluttuare sulla superficie dello stagno la bellissima donna da cui era fuggito solo poche notti prima. Si voltò per scappare, ma i suoi piedi erano come inchiodati al suolo.
La donna gli sorrise e gli tese le braccia, ma quel gesto gli rammentò Julia, come l’aveva vista solo poche ore prima, i suoi ammonimenti e la sua paura per il grave pericolo in cui lui si trovava. La figura si faceva sempre più vicina; con un violento sforzo, Alonzo si scosse dal suo torpore e premette il grilletto. Il colpo provocò un'eco soffocata e si propagò per tutta la foresta, ma la figura continuava a sorridere e ad avanzare verso di lui. Alonzo sparò una seconda volta, e, per la seconda volta, il proiettile fischiò nell’aria, mentre la figura si faceva ancòra più vicina. Un attimo e sarebbe stata al suo fianco. Allora, afferrò la canna della pistola scarica con entrambe le mani e si tenne pronto ad usarla come fosse una mazza se la Iara si fosse avvicinata di più.
Ora sembrava che fosse il turno della Iara di avere paura, perché esitò un istante mentre lui si preparava a sferrare il colpo, la pistola sollevata sulla testa con entrambe le mani. Nella concitazione del momento, lui aveva dimenticato il fiume finché l’acqua gelida non gli sfiorò i piedi, e, allora, si arrestò d’istinto.
La Iara vide la sua esitazione, e, dondolandosi dolcemente, avanti e indietro, sulla superficie dello stagno, incominciò a cantare.
Il canto fluttuava tra gli alberi, ora lontano, ora vicino, nessuno avrebbe potuto dire da dove venisse, tutta l’aria ne sembrava ricolma. Alonzo sentì venire meno i sensi e la volontà. Le braccia gli ricaddero pesantemente lungo i fianchi, ma, ricadendo, urtarono la conchiglia che, come aveva promesso a Julia, aveva sempre portato nell’abito. La sua mente offuscata fu lucida abbastanza per ricordare le parole di Julia, e, con dita tremanti, quasi incapaci di muoversi e afferrare, la tirò fuori. E il canto divenne più dolce e più tenero di prima, ma Alonzo non lo ascoltò e chinò la testa sulla conchiglia: dalle sue profondità, emerse la voce di Julia che cantava per lui come aveva fatto quando gli aveva donato la conchiglia, e, sebbene sul principio le note risuonassero fievoli, esse divennero sempre più alte e sonore finché le nebbie che lo avvolgevano furono spazzate via. Allora, rialzò la testa, sentendo di aver attraversato strani luoghi nei quali non avrebbe vagato mai più, e si mantenne eretto e forte guardandosi intorno: non si vedeva altro che lo scintillio del fiume e le cupe ombre degli alberi; non si udiva altro che il ronzio degli insetti che sfrecciavano nella notte.
Da: "The Brown Fairy Book", di A. Lang
Traduzione: Mab's Copyright
Qualche mese dopo il suo arrivo, quando le giornate rinfrescarono e la gente non dormiva per tutto il tempo, si tenne una grande scampagnata appena fuori città, e a questa festa accorsero a frotte anche da più di trenta miglia di distanza. Chi venne a piedi e chi a cavallo - alcuni arrivarono in splendide carrozze dorate - ma tutti indossavano magnifici abiti rossi e blu, e nei loro capelli erano intrecciate ghirlande di fiori.
Era la prima volta che il ragazzo partecipava ad una grande festa, e se ne stava in disparte, ammirando le danze armoniose e i piacevoli giochi eseguiti dagli altri giovani. E, mentre guardava, notò una ragazza biancovestita, con purpurei fiori di melograno tra i capelli, che gli parve la più bella di tutte.
Stanislaus Soutten Longley
Quando la festa terminò e il giovane se ne ritornò a casa, il suo comportamento era così insolito da attrarre l’attenzione dei suoi amici.
Il mattino seguente, al lavoro, il ragazzo continuava a vedere il volto della fanciulla mentre lanciava la palla alle sue compagne o intrecciava vaghe danze con gli altri giovani.
Quella notte, il sonno fuggì lontano da lui, e dopo essersi rigirato nel letto per ore, il ragazzo si alzò e andò a tuffarsi in un profondo stagno, poco lontano, nella foresta.
Questo stato di cose andò avanti per settimane, finché, finalmente, la fortuna gli sorrise.
Una sera, passando nei pressi della casa in cui abitava la fanciulla, la vide in piedi, spalle al muro, mentre cercava di respingere con il ventaglio gli assalti di un cane inselvatichito che tentava di azzannarla alla gola. Alonzo - questo era il nome del giovane - accorse e con un solo pugno abbatté il cane, che cadde morto sul selciato. Poi accompagnò la fanciulla terrorizzata e mezza svenuta nell’ampia e fresca veranda in cui sedevano i suoi genitori, e, da quel momento, fu un ospite gradito nella loro casa, e, ben presto, diventò il promesso sposo di Julia.
Ogni giorno, terminato il lavoro, andava a casa della fidanzata, una casa quasi sommersa da arbusti in fiore e rutilanti rampicanti, dove i colibrì sfrecciavano da un cespuglio all'altro, e pappagalli di tutti i colori, rossi e verdi e grigi, strillavano in coro. Lì incontrava l'amata che lo aspettava e trascorrevano insieme un’ora o due sotto le stelle - e le stelle erano così grandi e luminose che sembrava quasi di poterle toccare.
"Che cosa hai fatto ieri notte, dopo essere tornato a casa?", chiese improvvisamente, una sera, la fanciulla.
"Quello che faccio sempre - rispose lui - Faceva troppo caldo per dormire: era perfettamente inutile che mi coricassi; così sono andato nella foresta e ho fatto il bagno in uno dei profondi, scuri stagni nei pressi del fiume. Sono mesi che ci vado ormai, ma la scorsa notte è successa una cosa strana. Stavo per tuffarmi un'ultima volta, quando ho udito, proveniente ora da una parte ora da un'altra, un canto più soave di quello di qualsiasi usignolo, anche se non ho compreso neanche una parola. Sono uscito senza indugio dallo stagno, e, dopo essermi rivestito più in fretta che ho potuto, ho frugato in ogni cespuglio e ho cercato dietro ogni albero, pensando che, forse, il mio amico mi stava facendo uno scherzo, ma non c’era anima viva, e, ritornato a casa, ho scoperto che il mio amico dormiva profondamente".
Man mano che raccontava, Julia si faceva sempre più pallida, e tremava tutta come se avesse un gran freddo. Fin da quando era bambina, aveva sentito storie su terribili Esseri che vivevano nella foresta e si nascondevano sotto le rive del fiume, e che solo potentissimi incantesimi potevano tenere a bada.
La voce che aveva stregato Alonzo apparteneva, forse, a uno di loro? Magari - chi può dirlo? - poteva essere la voce di quell'Essere spaventoso, la Iara, che ghermiva giovani uomini alla vigilia delle nozze.
Per qualche istante, Julia fu sopraffatta dal tumulto dei suoi pensieri, poi disse:
"Alonzo, vuoi farmi una promessa?"
"Di che si tratta?"
"Ha a che fare con la nostra futura felicità"
"Ah, dunque è una cosa seria. Prometto. E adesso spiegami"
"Voglio che tu mi prometta di non bagnarti più in quello stagno", rispose lei, e la sua voce si abbassò tanto da ridursi ad un bisbiglio.
"Ma perché no, regina della mia anima? Non ci sono andato, forse, tutte le notti senza riceverne alcun danno, fiore del mio cuore?"
"Ma potrebbe succedere. Se non prometterai, impazzirò di paura. Prometti!"
"Ma perché? Sei talmente pallida! Perché sei così spaventata?"
"Non hai forse udito quel canto?", chiese lei, tutta tremante.
"Ebbene? Che male potrebbe mai farmi? Era il canto più soave che abbia ascoltato in vita mia!"
"Sì, e dopo il canto arriverà l'apparizione. E dopo... E dopo..."
"Non capisco. E dopo?"
"Dopo... la morte!"
Il giovane la fissò: che fosse davvero impazzita? Discorsi simili non erano proprio da lei. Prima che Alonzo riuscisse a schiarirsi le idee, la fanciulla parlò nuovamente:
"Questo è il motivo per cui ti imploro di non tornare laggiù, per nessuna ragione al mondo, non prima che saremo sposati"
"E che differenza potrà mai fare il nostro matrimonio?"
"Una volta sposato non correrai più alcun pericolo e potrai andare a fare il bagno nello stagno tutte le volte che vorrai".
"Ma perché sei così spaventata?"
"Perché la voce che hai udito - so che riderai, Alonzo, ma è l'assoluta verità - era la voce della Iara".
A quelle parole, Alonzo scoppiò a ridere, ma la sua risata era così stentorea e stridula che Julia si ritrasse da lui sudando freddo. Pareva proprio che il giovane non riuscisse a smettere di ridere, ma, più lui rideva, più la povera fanciulla impallidiva, sussurrando mentre l'osservava:
"O Cielo! Era lei! Era lei! Che farò adesso?"
Benché la voce di Julia fosse poco più di un bisbiglio, Alonzo udì le sue parole, e, pur non smettendo di ridere, scosse il capo in segno di diniego.
"Tu puoi anche non rendertene conto, ma è la verità. Nessuno ride così, a meno che non abbia incontrato la Iara". E Julia si lasciò cadere al suolo piangendo amaramente. A quella vista, Alonzo, ritornato improvvisamente serio, si inginocchiò accanto a lei e con sollecitudine l'aiutò a risollevarsi:
"Non piangere così, angelo mio - disse - Ti prometterò qualsiasi cosa tu voglia purché ti veda sorridere nuovamente".
Con grande sforzo, Julia trattenne il pianto e si rialzò dicendo:
"Il mio cuore è più leggero grazie alle tue parole. So che ti sforzerai di mantenere la promessa e cercherai di stare lontano dalla foresta, ma il potere della Iara è grande e il suono della sua voce riesce a far dimenticare qualsiasi altra cosa al mondo ad un uomo. Oh, io lo so bene. Più di una fidanzata è rimasta sola e con il cuore spezzato. Se mai tu dovessi tornare allo stagno dove hai udito per la prima volta la sua voce, promettimi - almeno - che porterai con te questa scatola".
Aprì una scatola bizzarramente intagliata, ne trasse una grande conchiglia multicolore e cantò una canzone al suo interno.
"Non appena si leverà la voce della Iara - gli disse - accosta la conchiglia all’orecchio e ascolta la mia canzone. Forse - non lo so per certo - ma, forse, potrei essere più forte io della Iara.”
Era notte inoltrata quando Alonzo tornò a casa. In lontananza, la luna scintillava sul fiume, che appariva fresco ed invitante, e sembrava che gli alberi della foresta allungassero i loro rami facendogli cenno di avvicinarsi. Ma il giovane volse con determinazione il viso nella direzione opposta e se ne tornò a casa.
La lotta era stata dura, ma Alonzo ebbe la sua ricompensa il giorno dopo grazie alla gioia e al sollievo con cui Julia lo salutò.
Le assicurò che, avendo vinto la tentazione una volta, non c'era più alcun pericolo, ma Julia, che conosceva bene la malìa del viso e della voce della Iara, non mancò di fargli ripetere la sua promessa.
Per tre notti Alonzo mantenne la parola, non perché credesse all'esistenza della Iara - pensava che le storie su di lei fossero solo sciocchezze - ma perché non avrebbe sopportato le lacrime con le quali sapeva che Julia lo avrebbe accolto se le avesse confessato di essere ritornato nella foresta. A dispetto di tutto, però, quel canto gli risuonava nelle orecchie, e si faceva ogni giorno più forte.
La quarta notte, l’attrazione della foresta divenne irresistibile tanto che né il pensiero di Julia né le promesse che le aveva fatto ebbero la forza di trattenerlo. Alle ventitré in punto si immerse nella fresca ombra degli alberi e s'inoltrò per il sentiero che conduceva al fiume. Tuttavia, per la prima volta, scoprì che gli ammonimenti di Julia - sebbene lì per lì ne avesse riso - gli erano rimasti impressi, tanto che scrutava fra i cespugli con un senso di timore che prima gli era del tutto sconosciuto.
Una volta raggiunto il fiume, si fermò e si guardò intorno per un attimo per essere ben certo che la strana sensazione di essere osservato fosse unicamente frutto della sua immaginazione. La luna splendeva luminosa su ogni albero e lui non vedeva altro che la propria ombra, e non udiva altro che lo sciabordio dei flutti. Si tolse gli abiti, ed era sul punto di tuffarsi, quando qualcosa - non sapeva dire cosa - all’improvviso, lo costrinse a guardarsi intorno.
In quel momento, i raggi della luna forarono una nube cadendo su una bellissima donna dai capelli d’oro che se ne stava mezza nascosta tra le felci. Con un balzo, Alonzo afferrò il mantello, e si slanciò su per il sentiero che aveva percorso, e, ad ogni passo, temeva di sentire una mano posarsi sulla sua spalla.
Soltanto quando si lasciò dietro gli ultimi alberi della foresta e si ritrovò in campo aperto, osò voltarsi a guardare e credette di vedere una bianca figura che continuava ad agitare le braccia avanti e indietro. Era troppo! Corse a perdifiato e non si fermò finché non fu sano e salvo nella propria camera.
Alle prime luci dell'alba, ritornò nella foresta per vedere se gli rusciva di trovare qualche traccia della Iara, ma, per quanto frugasse in ogni cespuglio e ispezionasse ogni albero, non scoprì nulla e l’unico suono che udiva era lo starnazzare dei pappagalli, così sgradevole che sarebbe bastato, da solo, a tener lontano chiunque.
'Devo essere impazzito - si disse - ed è stato solo un sogno'.
E andò in città, a lavorare. Ma o il lavoro era più faticoso del solito o lui doveva essere malato, perché non riusciva a concentrarsi, e chiunque lo incontrasse, vedendolo pallido e spaventato, finiva per chiedergli se gli fosse accaduto qualcosa di grave.
'Devo avere la febbre - si disse - si sa, è pericoloso fare un bagno freddo con questo gran caldo'.
Tuttavia, sapeva, mentre si ripeteva queste parole, che stava contando le ore che mancavano al calar della notte per poter tornare nella foresta. La sera, come sempre, si recò nella casa avviluppata dai rampicanti, ma avrebbe fatto meglio a starsene lontano perché il suo viso era così pallido e il suo comportamento così strano che la povera Julia si accorse che gli era accaduto qualcosa di terribile.
Alonzo si rifiutò di rispondere a qualsiasi domanda e tutto ciò che lei ottenne fu la promessa che avrebbe saputo ogni cosa il giorno seguente. Fingendo un violento mal di testa, si congedò prima del solito e si affrettò verso casa.
Prese una pistola, la caricò e se l’infilò nella cintura. Poi, poco prima di mezzanotte, uscì in punta di piedi, per non svegliare nessuno.
Si precipitò giù per la strada che conduceva alla foresta e non si fermò finché non ebbe raggiunto lo stagno presso il fiume. Impugnata la pistola, prese a guardarsi intorno. Ad ogni minimo rumore - la caduta di una foglia, la corsa di un animale tra i cespugli, il grido di un uccello notturno - sussultava e puntava la pistola in quella direzione. Ma, nonostante la luna risplendesse, non riuscì a scorgere nulla, e poco a poco, gli parve di scivolare in uno stato più simile al sogno che alla realtà, tanto che si appoggiò contro un albero. Non avrebbe saputo dire quanto fosse rimasto in quelle condizioni, ma si scosse di soprassalto sentendo pronunciare sommessamente il proprio nome.
”Chi è là?” gridò, balzando in piedi, ma gli rispose solo un’eco. Poi i suoi occhi furono sempre più attratti dall'acqua scura dello stagno lì accanto, e sembrava che non avrebbe mai potuto distoglierne lo sguardo. Guardava fisso nelle profondità dello stagno da qualche minuto, quando si accorse che, laggiù, un barbaglio di luce si faceva strada nell'oscurità, e diventava sempre più grande e brillante. Fu nuovamente colto da un senso di terrore e tentò inutilmente di staccare lo sguardo dallo stagno, ma qualcosa che era più forte di lui lo costringeva a fissare l'acqua. Infine, essa si spartì delicatamente e Alonzo vide fluttuare sulla superficie dello stagno la bellissima donna da cui era fuggito solo poche notti prima. Si voltò per scappare, ma i suoi piedi erano come inchiodati al suolo.
La donna gli sorrise e gli tese le braccia, ma quel gesto gli rammentò Julia, come l’aveva vista solo poche ore prima, i suoi ammonimenti e la sua paura per il grave pericolo in cui lui si trovava. La figura si faceva sempre più vicina; con un violento sforzo, Alonzo si scosse dal suo torpore e premette il grilletto. Il colpo provocò un'eco soffocata e si propagò per tutta la foresta, ma la figura continuava a sorridere e ad avanzare verso di lui. Alonzo sparò una seconda volta, e, per la seconda volta, il proiettile fischiò nell’aria, mentre la figura si faceva ancòra più vicina. Un attimo e sarebbe stata al suo fianco. Allora, afferrò la canna della pistola scarica con entrambe le mani e si tenne pronto ad usarla come fosse una mazza se la Iara si fosse avvicinata di più.
Ora sembrava che fosse il turno della Iara di avere paura, perché esitò un istante mentre lui si preparava a sferrare il colpo, la pistola sollevata sulla testa con entrambe le mani. Nella concitazione del momento, lui aveva dimenticato il fiume finché l’acqua gelida non gli sfiorò i piedi, e, allora, si arrestò d’istinto.
La Iara vide la sua esitazione, e, dondolandosi dolcemente, avanti e indietro, sulla superficie dello stagno, incominciò a cantare.
Il canto fluttuava tra gli alberi, ora lontano, ora vicino, nessuno avrebbe potuto dire da dove venisse, tutta l’aria ne sembrava ricolma. Alonzo sentì venire meno i sensi e la volontà. Le braccia gli ricaddero pesantemente lungo i fianchi, ma, ricadendo, urtarono la conchiglia che, come aveva promesso a Julia, aveva sempre portato nell’abito. La sua mente offuscata fu lucida abbastanza per ricordare le parole di Julia, e, con dita tremanti, quasi incapaci di muoversi e afferrare, la tirò fuori. E il canto divenne più dolce e più tenero di prima, ma Alonzo non lo ascoltò e chinò la testa sulla conchiglia: dalle sue profondità, emerse la voce di Julia che cantava per lui come aveva fatto quando gli aveva donato la conchiglia, e, sebbene sul principio le note risuonassero fievoli, esse divennero sempre più alte e sonore finché le nebbie che lo avvolgevano furono spazzate via. Allora, rialzò la testa, sentendo di aver attraversato strani luoghi nei quali non avrebbe vagato mai più, e si mantenne eretto e forte guardandosi intorno: non si vedeva altro che lo scintillio del fiume e le cupe ombre degli alberi; non si udiva altro che il ronzio degli insetti che sfrecciavano nella notte.
Da: "The Brown Fairy Book", di A. Lang
Traduzione: Mab's Copyright
martedì 8 dicembre 2015
Le Tre Fanciulle (figlie) del fiume Reno in "Rheingold", o l'Oro del Reno illustrato da A. Rackham
Woglinde, Wellgunde e Flosshilde sono le Tre Fanciulle (figlie) del fiume Reno. Ignorano il Bene e il Male. Il che è il reale significato dell'Innocenza. Woglinde e Wellgunde sono le più spensierate e ignare. Giocano nei flutti del Fiume e raggiungono la scogliera che sorge al centro delle acque.
Flosshilde, la più "saggia", si unisce alle sorelle, ma solo per rammentare loro la necessità di custodire con cura il segreto del Fiume, garanzia della loro stessa esistenza.
Alberich, oscuro, irsuto e deforme Nibelungo, re dei Nani che abitano il Nibelheim, regno della nebbia, sale dalle viscere della terra, attratto dalle voci soavi e gioiose delle Fanciulle. Spia i loro giochi e si infiamma di desiderio.
Le insegue lanciando profferte, zoppicando e dimenandosi nel tentativo di scalare lo scoglio, cade in acqua e torna a dar loro la caccia.
Le Custodi iniziano un gioco di richiami e rifiuti, divertite dalla goffaggine del Nano e dal suo grottesco corteggiamento.
Woglinde e Wellgunde, con perfetta innocenza, rivelano la luminosa natura del tesoro del Reno. E' oro, e colui che forgerà un anello con quell'oro avrà il potere su tutte le ricchezze del mondo.
Flosshilde, che, come ho detto, è la più "assennata" (non a caso si è dimostrata la più sadica nell'infiammare e poi schernire il desiderio del Nano) rimprovera le sorelle per l'eccessiva loquacità, ma Woglinde non l'ascolta e svela ad Alberich anche l'ultimo e supremo segreto, il nucleo dell'opera. Perché l'Anello racchiuda il potere assoluto chi lo possiede deve rinunciare per sempre all'Amore. Le Fanciulle del Reno non si sono rese conto che la passione del Nano si è, intanto, trasformata in odio e avidità. Alberich ghermisce l’oro e, proclamando la sua repulsione per l'Amore, ritorna nelle viscere della terra, nel suo regno di nebbia. Le Ondine tentano invano di inseguirlo.
Dovranno attendere un bel po' (e tutte le tragedie conseguenti alle molteplici maledizioni a cui il Nano legherà l'Anello) prima che l'oro, sotto forma di anello, venga restituito alle acque del Reno.
Mab's Copyright
venerdì 13 novembre 2015
Il Nix, il Necken e il Fossegrimen
El Necken mer i flodens vågor quäder,
Och ingen Hafsfru bleker sina kläder
Pas böljans rygg i milda solars glans.
Stagnelius.
Il Neck non canta più sulle rive,
e la Sirena non sbianca i suoi panni di lino
sulle onde del mite raggio solare
Il Nix, citato ne "Il Monte degli Elfi", di Andersen, suona la sua cetra d'oro scortato dalle figlie del mare.
Innumerevoli i nomi con cui è conosciuto in Scandinavia e nella mitologia germanica e anglosassone. Innumerevoli le ipotesi legate alla sua origine e alla sua natura. Alcuni punti fermi, ovvero ricorrenti:
E' un mutaforma.
"Il Neck (in Danese Nökke) è lo spirito del fiume. Le idee che lo riguardano sono varie. Talvolta viene rappresentato come seduto nelle notti estive sulla superficie dell'acqua, come un grazioso bambinetto con capelli dorati inanellati ed un cappello rosso in testa; talvolta come sovrastante l'acqua sotto forma di un bel giovane uomo, ma con la parte inferiore del corpo come quella di un cavallo*; altre volte come un vecchio con una barba lunga, dalla quale egli strizza fuori l'acqua quando siede sulla scogliera. In quest'ultima forma, secondo le saghe islandesi, si è talvolta rivelato Odino."
*Si crede che il Neck appaia anche sotto forma di un cavallo completo e possa essere fatto lavorare all'aratro se si usa una particolare briglia.
Thomas Keightley
E' anche un mutasesso. Quando è affascinato da una pastorella, la incanta con la sua musica fatale prendendo il sembiante di un giovane e bellissimo uomo, nudo negli antichi racconti, elegantemente vestito da gentiluomo nelle leggende post-cristianizzazione. Quando attrae un giovane pastore, lo seduce in forma di una bellissima fanciulla dai lunghissimi capelli, la cui natura "altra" è tradita (vedi le anguane nostrane) dalle pupille verticali o dalle orecchie a fessura. O dalle vesti il cui orlo è perennemente bagnato.
Vive preferibilmente in corsi d'acqua dolce, spesso presso una cascata.
Può essere sia benevolo che malevolo.
"I contadini danesi del tempo di Wormius descrivevano il Nökke (Nikke) come un mostro con la testa umana che dimora sia nell'acqua dolce che in quella salata. Quando qualcuno annegava si diceva che Nökken tog ham bort (il Nökke lo aveva portato via) e quando un annegato veniva trovato con il naso rosso si diceva che il Nikke lo aveva succhiato - Nikken har suet ham.
La Danimarca è un paese senza corsi d'acqua particolarmente grandi, pertanto nelle Danske Folkesagn non incontriamo leggende sui Nökke e nelle ballate, come The Power of the Harp, quello che in Svezia viene ascritto al Neck in Danimarca viene imputato al Havmand o Tritone".
Thomas Keightley
Ma non mancano racconti sul Nix che lancia grida di avvertimento e di richiamo ai pescatori da un punto preciso sulle acque. Quasi sempre inascoltato, una disgrazia avverrà, in seguito in quel punto.
Ho già detto del suo inappuntabile comportamento, delicato corteggiamento compreso, quando s'innamora.
Tuttavia, i corrispettivi irlandesi, scozzesi ed inglesi, sotto forma di un cavallo bianco dalla criniera inzuppata, il Kelpie o l'Alastyn o l'Each Uisge - ad esempio - sono una vera e propria incarnazione demoniaca: attirano e trascinano in acqua gli umani e li divorano. Vedi "Il Pony Goblin".
E' un divino maestro di musica (lira e violino).
Usa la musica per attrarre, incantare e soggiogare, ma ne rivela il segreto a pochi fortunati (in cambio di un agnello nero).
"Nonostante egli sia così severo solo con coloro che lo meritano, tuttavia quando la gente del contado si trova sull'acqua usa certe precauzioni contro il suo potere. I metalli, in particolare l'acciaio, si crede che “leghino il Neck” (binda Necken); e quando vanno in mare aperto sono soliti mettere un coltello sul fondo della imbarcazione o piantare un chiodo in un giunco. In Sorveglia l'incantesimo che segue viene considerato efficace contro il Neck:
Nyk, nyk, naal i vatn!
Jomfru Maria kastet staal i vatn
Du sök, äk flyt!
Neck, Neck, chiodo in acqua!
La Vergine Maria getta acciaio nell‟acqua!
Tu affondi, io galleggio!"
Thomas Keightley
Da "Il Monte degli Elfi": [...] Ci siederemo nelle stanze di pietra dove ardono i ciocchi di legna, berremo l'idromele dai corni d'oro degli antichi re norvegesi - l'Ondina me ne ha regalato qualcuno! Mentre saremo là seduti, verrà a trovarci il Nix, che canterà per noi le canzoni delle pastorelle."
Il Fossegrimen.
"Lo Strömkarl, chiamato in Norvegia Grim o Fosse-Grim (Grim della Cascata) è un genio musicale simile al Neck e, come lui, quando viene propiziato adeguatamente comunica la sua arte. Il sacrificio consiste in un agnello nero che l'offerente deve presentare con la testa voltata da una parte ed il giovedì sera. Se l'allievo è povero non arriva oltre all'accordo degli strumenti; se è grasso lo Strömkarl afferra il seguace per la mano destra e lo fa oscillare avanti e indietro fin quando il sangue scorre dalle punte delle dita. L'aspirante è allora in grado di suonare in una maniera così prodigiosa che gli alberi danzano e le cascate si fermano alla sua musica*.
*Ha undici diversi ritmi, solo dieci dei quali possono essere ballati dalla gente; l'undicesimo appartiene allo spirito della notte, suo ospite. Se qualcuno lo suonasse i tavoli e le sedie, i contenitori e le coppe, i vecchi uomini e le vecchie donne, i ciechi e gli zoppi ed anche i bambini in culla comincerebbero a danzare.
Thomas Keightley
Mab's Copyright
Och ingen Hafsfru bleker sina kläder
Pas böljans rygg i milda solars glans.
Stagnelius.
Il Neck non canta più sulle rive,
e la Sirena non sbianca i suoi panni di lino
sulle onde del mite raggio solare
Il Nix, citato ne "Il Monte degli Elfi", di Andersen, suona la sua cetra d'oro scortato dalle figlie del mare.
Nils Blommer
Innumerevoli i nomi con cui è conosciuto in Scandinavia e nella mitologia germanica e anglosassone. Innumerevoli le ipotesi legate alla sua origine e alla sua natura. Alcuni punti fermi, ovvero ricorrenti:
E' un mutaforma.
"Il Neck (in Danese Nökke) è lo spirito del fiume. Le idee che lo riguardano sono varie. Talvolta viene rappresentato come seduto nelle notti estive sulla superficie dell'acqua, come un grazioso bambinetto con capelli dorati inanellati ed un cappello rosso in testa; talvolta come sovrastante l'acqua sotto forma di un bel giovane uomo, ma con la parte inferiore del corpo come quella di un cavallo*; altre volte come un vecchio con una barba lunga, dalla quale egli strizza fuori l'acqua quando siede sulla scogliera. In quest'ultima forma, secondo le saghe islandesi, si è talvolta rivelato Odino."
*Si crede che il Neck appaia anche sotto forma di un cavallo completo e possa essere fatto lavorare all'aratro se si usa una particolare briglia.
Thomas Keightley
E' anche un mutasesso. Quando è affascinato da una pastorella, la incanta con la sua musica fatale prendendo il sembiante di un giovane e bellissimo uomo, nudo negli antichi racconti, elegantemente vestito da gentiluomo nelle leggende post-cristianizzazione. Quando attrae un giovane pastore, lo seduce in forma di una bellissima fanciulla dai lunghissimi capelli, la cui natura "altra" è tradita (vedi le anguane nostrane) dalle pupille verticali o dalle orecchie a fessura. O dalle vesti il cui orlo è perennemente bagnato.
Vive preferibilmente in corsi d'acqua dolce, spesso presso una cascata.
Può essere sia benevolo che malevolo.
"I contadini danesi del tempo di Wormius descrivevano il Nökke (Nikke) come un mostro con la testa umana che dimora sia nell'acqua dolce che in quella salata. Quando qualcuno annegava si diceva che Nökken tog ham bort (il Nökke lo aveva portato via) e quando un annegato veniva trovato con il naso rosso si diceva che il Nikke lo aveva succhiato - Nikken har suet ham.
La Danimarca è un paese senza corsi d'acqua particolarmente grandi, pertanto nelle Danske Folkesagn non incontriamo leggende sui Nökke e nelle ballate, come The Power of the Harp, quello che in Svezia viene ascritto al Neck in Danimarca viene imputato al Havmand o Tritone".
Thomas Keightley
Ma non mancano racconti sul Nix che lancia grida di avvertimento e di richiamo ai pescatori da un punto preciso sulle acque. Quasi sempre inascoltato, una disgrazia avverrà, in seguito in quel punto.
Ho già detto del suo inappuntabile comportamento, delicato corteggiamento compreso, quando s'innamora.
Tuttavia, i corrispettivi irlandesi, scozzesi ed inglesi, sotto forma di un cavallo bianco dalla criniera inzuppata, il Kelpie o l'Alastyn o l'Each Uisge - ad esempio - sono una vera e propria incarnazione demoniaca: attirano e trascinano in acqua gli umani e li divorano. Vedi "Il Pony Goblin".
E' un divino maestro di musica (lira e violino).
Usa la musica per attrarre, incantare e soggiogare, ma ne rivela il segreto a pochi fortunati (in cambio di un agnello nero).
"Nonostante egli sia così severo solo con coloro che lo meritano, tuttavia quando la gente del contado si trova sull'acqua usa certe precauzioni contro il suo potere. I metalli, in particolare l'acciaio, si crede che “leghino il Neck” (binda Necken); e quando vanno in mare aperto sono soliti mettere un coltello sul fondo della imbarcazione o piantare un chiodo in un giunco. In Sorveglia l'incantesimo che segue viene considerato efficace contro il Neck:
Nyk, nyk, naal i vatn!
Jomfru Maria kastet staal i vatn
Du sök, äk flyt!
Neck, Neck, chiodo in acqua!
La Vergine Maria getta acciaio nell‟acqua!
Tu affondi, io galleggio!"
Thomas Keightley
Andvik J.
Da "Il Monte degli Elfi": [...] Ci siederemo nelle stanze di pietra dove ardono i ciocchi di legna, berremo l'idromele dai corni d'oro degli antichi re norvegesi - l'Ondina me ne ha regalato qualcuno! Mentre saremo là seduti, verrà a trovarci il Nix, che canterà per noi le canzoni delle pastorelle."
Il Fossegrimen.
"Lo Strömkarl, chiamato in Norvegia Grim o Fosse-Grim (Grim della Cascata) è un genio musicale simile al Neck e, come lui, quando viene propiziato adeguatamente comunica la sua arte. Il sacrificio consiste in un agnello nero che l'offerente deve presentare con la testa voltata da una parte ed il giovedì sera. Se l'allievo è povero non arriva oltre all'accordo degli strumenti; se è grasso lo Strömkarl afferra il seguace per la mano destra e lo fa oscillare avanti e indietro fin quando il sangue scorre dalle punte delle dita. L'aspirante è allora in grado di suonare in una maniera così prodigiosa che gli alberi danzano e le cascate si fermano alla sua musica*.
*Ha undici diversi ritmi, solo dieci dei quali possono essere ballati dalla gente; l'undicesimo appartiene allo spirito della notte, suo ospite. Se qualcuno lo suonasse i tavoli e le sedie, i contenitori e le coppe, i vecchi uomini e le vecchie donne, i ciechi e gli zoppi ed anche i bambini in culla comincerebbero a danzare.
Thomas Keightley
Mab's Copyright
giovedì 12 novembre 2015
La Nixie della Gora del Mulino, Grimm n.181, Traduzione Mia
'era una volta un mugnaio che viveva con sua moglie in una serena agiatezza.
Possedevano denaro e terreni in abbondanza, e la loro prosperità aumentava di anno in anno. Ma la cattiva sorte arriva come un ladro nella notte, e, così come di anno in anno le loro proprietà erano aumentate, di anno in anno presero ad assottigliarsi, tanto che, un brutto giorno, il mugnaio potè dirsi fortunato di aver conservato il vecchio mulino. L'uomo aveva il cuore stretto dall'angoscia, e quando, dopo una lunga giornata di duro lavoro, si coricava, non trovava requie, ma si girava e rigirava nel letto. Una mattina, si levò prima dell'alba e uscì all'aperto, pensando che l'aria fresca gli avrebbe reso più lieve il peso sul cuore. Camminava presso la gora del mulino e il primo raggio di sole forava l'oscurità, quando udì un rumore provenire dalle acque. Si voltò e vide una bellissima donna emergere lentamente dalla superficie dello stagno. I lunghi capelli, che tratteneva con le morbide mani dietro le spalle, le ricaddero ai lati del viso coprendo il suo corpo candido. Il mugnaio non tardò a riconoscere la Nixie del Mulino, e, pieno di terrore, non sapeva se fuggire o restare. Ma la Nixie gli si rivolse con voce dolcissima chiamandolo per nome, e gli chiese perché mai fosse così triste.
Sulle prime, il mugnaio rimase pietrificato, ma, ascoltando le sue parole gentili, prese coraggio e le raccontò quanto fosse stata bella ed agiata un tempo la sua vita, mentre adesso era diventato così povero che non sapeva più che fare.
"Staì tranquillo - disse la Nixie - io ti renderò più ricco e felice di quanto sia mai stato in vita tua, ma devi promettermi che mi darai ciò che è appena nato nella tua casa."
'Che può essere, se non un cucciolo o un gattino?', pensò il mugnaio, e le promise ciò che desiderava. La Nixie si immerse nuovamente nell'acqua profonda e l'uomo si precipitò a casa, consolato e pieno di speranze. Non aveva neanche raggiunto la porta che la servetta uscì fuori gridandogli di rallegrarsi perché sua moglie aveva appena dato alla luce un bel maschietto. Fu come se il mugnaio fosse stato colpito da un fulmine: di certo, l'astuta Nixie sapeva già tutto e lo aveva imbrogliato. Salì a testa bassa in camera da letto, si avvicinò al capezzale della moglie, e, quando lei gli domandò perché non gioisse per la nascita del loro bellissimo bambino, le raccontò ciò che gli era capitato e la promessa fatta alla Nixie. "Che m'importa di tutte le ricchezze del mondo se dovrò perdere mio figlio? E adesso che faccio?", soggiunse. Anche i conoscenti, venuti per congratularsi, non sapevano cosa dire. Intanto, la prosperità tornò in casa del mugnaio. Aveva successo in tutto ciò che intraprendeva: era come se casse e bauli si riempissero da soli, come se il denaro si moltiplicasse nottetempo nei forzieri. Non passò molto tempo che divenne ricco quanto non era mai stato in vita sua. Ma lui non riusciva a godersi le sue ricchezze, perché il pensiero del patto stipulato con la Nixie lo tormentava. Ogni volta che passava sulla gora del mulino temeva di vedere la Nixie emergere dalle acque per esigere che pagasse il suo debito, né permetteva al figlio di avvicinarsi allo stagno.
"Bada bene - gli ripeteva - se tu dovessi anche solo sfiorare l'acqua, una mano uscirà dallo stagno, ti afferrerà e ti trascinerà giù, sul fondo!".
Ma, dal momento che gli anni passavano e la Nixie non si faceva vedere, il mugnaio incominciò a rasserenarsi. Il bambino crebbe, diventò un giovanotto e andò come apprendista presso un cacciatore. Quando ebbe imparato tutto, ed era un valente cacciatore egli stesso, il signore del villaggio lo prese al suo servizio. Nel villaggio viveva una ragazza bella e sincera e i due giovani si piacquero. Quando il padrone ne ebbe notizia, donò loro una graziosa casetta e vennero celebrate le nozze: il cacciatore e la sua sposa vissero insieme, felici e sereni, e amandosi l'un l'altra con tutto il cuore.
Un giorno, il cacciatore era sulle tracce di un giovane cervo, e, quando l'animale uscì dalla foresta per fuggire in aperta campagna, lo inseguì, e, infine, lo uccise. Poi, lo sventrò e si avvicinò all'acqua per lavare le mani sporche di sangue, giacché non si era reso conto di essere arrivato alla gora del mulino. Il giovane aveva appena sfiorato l'acqua con le dita che la Nixie emerse, lo cinse sorridendo con le sue braccia bagnate e lo trascinò rapidamente sul fondo, mentre le acque si richiudevano su di loro. Al calar delle tenebre, la giovane sposa, non vedendo tornare il marito, si allarmò. Poiché lui le aveva ripetuto spesso che doveva stare sempre in guardia contro le insidie della Nixie e che era costretto a tenersi lontano dalla gora del mulino per non sfidare la sorte, già immaginava cosa gli fosse capitato. Si affrettò verso lo stagno, e, quando trovò sulla riva il carniere del marito, non ebbe più alcun dubbio. Lamentandosi con alte grida e torcendo le mani per l'angoscia, chiamò il marito per nome, inutilmente. Poi, si precipitò sulla riva opposta e invocò nuovamente il nome del suo sposo, si rivolse con parole dure alla Nixie, ma non ebbe risposta. Le acque rimasero immobili; solo la luna nascente ricambiò il suo sguardo. La povera donna non si mosse dalle rive dello stagno. Non faceva che andare avanti e indietro con passi rapidi, a volte in silenzio, a volte lanciando un grido di richiamo, a volte singhiozzando sommessamente. Infine, esausta, cadde in terra e si addormentò profondamente. E sognò. Stava scalando una montagna inerpicandosi fra imponenti massi: rovi e spine le ferivano i piedi, una pioggia crudele le sferzava il viso e il vento le scompigliava i capelli. Arrivata in cima, le si mostrò un paesaggio completamente differente: il cielo era blu, l'aria mite e il terreno declinava dolcemente verso un prato verde tempestato di fiori di ogni colore, dove sorgeva una graziosa casetta. La raggiunse, spinse la porta e vide una vecchia donna dai capelli bianchi che le fece un cenno di benvenuto, ma, in quel momento, spuntò il sole. Si svegliò e il sole era sorto, e la sposa decise di ripercorrere la strada del sogno. Con gran fatica, scalò la montagna: tutto era esattamente come nel sogno. La vecchia donna l'accolse cortesemente e le offrì una sedia.
"Una grande sventura deve averti colpito - disse - se hai cercato la mia solitaria capanna".
Piangendo, la sposa raccontò le sue disgrazie.
"Consolati. Io ti aiuterò. Ecco un pettine d'oro. Aspetta la luna piena, poi, va' alla gora del mulino, siedi sulla riva dello stagno e pettina i tuoi lunghi capelli neri con il pettine d'oro. Quindi, lascia il pettine sulla riva e aspetta."
Confortata, la giovane tornò a casa, ma l'attesa della notte di luna piena fu interminabile: sembrava non arrivasse mai! Finalmente, il disco splendente salì nel cielo notturno. La sposa corse al mulino, sedette sulla riva dello stagno e ravviò lentamente i suoi lunghi capelli neri con il pettine d'oro. Poi, lasciò il pettine d'oro vicino all'acqua.
Non passò molto tempo che un'onda increspò la superficie dello stagno, si sollevò, raggiunse la riva e portò il pettine via con sé.
Il pettine d'oro non doveva neanche aver toccato il fondo che l'acqua si aprì ed emerse la testa del giovane cacciatore. Non pronunciò una parola, ma guardò la moglie con desolata tristezza, ed ecco, un'altra onda si sollevò e ricoprì la sua testa.
Tutto era finito: la superficie dello stagno era quieta e immobile sotto la luna splendente. Affranta, la donna tornò a casa, ma, quella stessa notte, sognò nuovamente la casa della vecchia donna. Il giorno seguente, tornò a piangere la sua disgrazia nella casetta solitaria.
La vecchia donna le donò un flauto d'oro.
"Attendi la prossima luna piena - disse - poi recati alla gora del mulino, siedi sulla riva e suona una bella aria con questo flauto. Quando avrai finito, deponi il flauto sulla sabbia: aspetta e vedrai".
La giovane eseguì a puntino le sue istruzioni. Una volta finito di suonare, depose il flauto sulla riva. Subito, un'onda si gonfiò, raggiunse il flauto e si ritirò portandolo via con sé. Immediatamente, il cacciatore emerse dalle acque fino alla cintura. Pieno d'amore e di nostalgia, tese le braccia verso di lei, ma una seconda onda lo ricoprì trascinandolo sul fondo.
"Ahimè! - pianse la sposa infelice - A che mi giova rivederlo per perderlo di nuovo?"
Fu sopraffatta dalla disperazione, ma il sogno la ricondusse alla casa della vecchia donna. Ella la confortò e le donò un arcolaio d'oro.
"Non tutto è compiuto. Attendi la prossima luna piena, siedi sulla riva e riempi un rocchetto filando con questo arcolaio d'oro, poi, lascialo vicino all'acqua. Aspetta e vedrai".
La sposa attese la luna piena, corse alla gora del mulino, e sedette sulla riva filando senza sosta finché non ebbe più lino e la conocchia era piena. Quindi, lasciò l'arcolaio sulla riva e attese.
Aveva appena deposto l'arcolaio che un'onda, più gonfia delle precedenti, ribollì sulla superficie dello stagno, rotolò sulla riva e si ritirò portando via con sé l'arcolaio d'oro. Immediatamente, l'intera figura del cacciatore emerse dalle acque agitate. Egli balzò a riva, afferrò la mano della sposa e fuggì via con lei. Ma non avevano percorso che pochi passi che l'intero stagno si sollevò in una spaventosa ondata, e, con un rombo terrificante, tracimò, inseguendo i fuggitivi. Essi guardavano già la morte in faccia, quando la sposa implorò la vecchia donna di venire loro in aiuto, e, all'istante, la sposa si trasformò in un rospo e il cacciatore in una rana.
Così l'onda di piena li travolse e li sommerse, ma non poté ucciderli. Tuttavia, li separò con la sua furia. Quando le acque si calmarono, e i due raggiunsero il terreno asciutto, riassunsero immediatamente le antiche sembianze umane, ma si erano perduti e nessuno dei due sapeva dove fosse l'altro. Si ritrovarono tra estranei che neanche avevano sentito parlare del loro paese natio. Alte montagne e valli profonde li separavano. Per sopravvivere pascolavano le pecore, pieni di dolore e di nostalgia, attraversando campi e foreste, e così trascorsero lunghi anni. Quando la primavera tornò, entrambi condussero le greggi al pascolo, e Destino volle che si incontrassero. Non si riconobbero, ma si rallegrarono perché non erano più soli. Ogni giorno menavano le pecore allo stesso pascolo: parlavano poco ma si sentivano il cuore confortato.
Una sera - la luna splendeva alta nel cielo - il pastore trasse dalla tasca un flauto e suonò un'aria bella e triste. Quando depose il flauto, vide che la pastorella piangeva amaramente.
"Perché piangi?", le chiese.
"Ahimé! Così splendeva la luna l'ultima volta che suonai quest'aria, e le acque si aprirono e vidi il volto del mio amato!"
Lui la guardò e fu come se una benda gli cadesse dagli occhi e riconobbe la sua amata sposa.
Lei lo guardò e la luna gli illuminava il volto e riconobbe l'amato marito.
Caddero l'uno nelle braccia dell'altra ed è inutile raccontare quanto fossero felici.
Die Nixe im Teich, Grimm n. 181
Classificazione: AaTh 316
Traduzione: Mab's Copyright
Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"
Possedevano denaro e terreni in abbondanza, e la loro prosperità aumentava di anno in anno. Ma la cattiva sorte arriva come un ladro nella notte, e, così come di anno in anno le loro proprietà erano aumentate, di anno in anno presero ad assottigliarsi, tanto che, un brutto giorno, il mugnaio potè dirsi fortunato di aver conservato il vecchio mulino. L'uomo aveva il cuore stretto dall'angoscia, e quando, dopo una lunga giornata di duro lavoro, si coricava, non trovava requie, ma si girava e rigirava nel letto. Una mattina, si levò prima dell'alba e uscì all'aperto, pensando che l'aria fresca gli avrebbe reso più lieve il peso sul cuore. Camminava presso la gora del mulino e il primo raggio di sole forava l'oscurità, quando udì un rumore provenire dalle acque. Si voltò e vide una bellissima donna emergere lentamente dalla superficie dello stagno. I lunghi capelli, che tratteneva con le morbide mani dietro le spalle, le ricaddero ai lati del viso coprendo il suo corpo candido. Il mugnaio non tardò a riconoscere la Nixie del Mulino, e, pieno di terrore, non sapeva se fuggire o restare. Ma la Nixie gli si rivolse con voce dolcissima chiamandolo per nome, e gli chiese perché mai fosse così triste.
H.J. Ford
Sulle prime, il mugnaio rimase pietrificato, ma, ascoltando le sue parole gentili, prese coraggio e le raccontò quanto fosse stata bella ed agiata un tempo la sua vita, mentre adesso era diventato così povero che non sapeva più che fare.
"Staì tranquillo - disse la Nixie - io ti renderò più ricco e felice di quanto sia mai stato in vita tua, ma devi promettermi che mi darai ciò che è appena nato nella tua casa."
'Che può essere, se non un cucciolo o un gattino?', pensò il mugnaio, e le promise ciò che desiderava. La Nixie si immerse nuovamente nell'acqua profonda e l'uomo si precipitò a casa, consolato e pieno di speranze. Non aveva neanche raggiunto la porta che la servetta uscì fuori gridandogli di rallegrarsi perché sua moglie aveva appena dato alla luce un bel maschietto. Fu come se il mugnaio fosse stato colpito da un fulmine: di certo, l'astuta Nixie sapeva già tutto e lo aveva imbrogliato. Salì a testa bassa in camera da letto, si avvicinò al capezzale della moglie, e, quando lei gli domandò perché non gioisse per la nascita del loro bellissimo bambino, le raccontò ciò che gli era capitato e la promessa fatta alla Nixie. "Che m'importa di tutte le ricchezze del mondo se dovrò perdere mio figlio? E adesso che faccio?", soggiunse. Anche i conoscenti, venuti per congratularsi, non sapevano cosa dire. Intanto, la prosperità tornò in casa del mugnaio. Aveva successo in tutto ciò che intraprendeva: era come se casse e bauli si riempissero da soli, come se il denaro si moltiplicasse nottetempo nei forzieri. Non passò molto tempo che divenne ricco quanto non era mai stato in vita sua. Ma lui non riusciva a godersi le sue ricchezze, perché il pensiero del patto stipulato con la Nixie lo tormentava. Ogni volta che passava sulla gora del mulino temeva di vedere la Nixie emergere dalle acque per esigere che pagasse il suo debito, né permetteva al figlio di avvicinarsi allo stagno.
"Bada bene - gli ripeteva - se tu dovessi anche solo sfiorare l'acqua, una mano uscirà dallo stagno, ti afferrerà e ti trascinerà giù, sul fondo!".
Ma, dal momento che gli anni passavano e la Nixie non si faceva vedere, il mugnaio incominciò a rasserenarsi. Il bambino crebbe, diventò un giovanotto e andò come apprendista presso un cacciatore. Quando ebbe imparato tutto, ed era un valente cacciatore egli stesso, il signore del villaggio lo prese al suo servizio. Nel villaggio viveva una ragazza bella e sincera e i due giovani si piacquero. Quando il padrone ne ebbe notizia, donò loro una graziosa casetta e vennero celebrate le nozze: il cacciatore e la sua sposa vissero insieme, felici e sereni, e amandosi l'un l'altra con tutto il cuore.
Un giorno, il cacciatore era sulle tracce di un giovane cervo, e, quando l'animale uscì dalla foresta per fuggire in aperta campagna, lo inseguì, e, infine, lo uccise. Poi, lo sventrò e si avvicinò all'acqua per lavare le mani sporche di sangue, giacché non si era reso conto di essere arrivato alla gora del mulino. Il giovane aveva appena sfiorato l'acqua con le dita che la Nixie emerse, lo cinse sorridendo con le sue braccia bagnate e lo trascinò rapidamente sul fondo, mentre le acque si richiudevano su di loro. Al calar delle tenebre, la giovane sposa, non vedendo tornare il marito, si allarmò. Poiché lui le aveva ripetuto spesso che doveva stare sempre in guardia contro le insidie della Nixie e che era costretto a tenersi lontano dalla gora del mulino per non sfidare la sorte, già immaginava cosa gli fosse capitato. Si affrettò verso lo stagno, e, quando trovò sulla riva il carniere del marito, non ebbe più alcun dubbio. Lamentandosi con alte grida e torcendo le mani per l'angoscia, chiamò il marito per nome, inutilmente. Poi, si precipitò sulla riva opposta e invocò nuovamente il nome del suo sposo, si rivolse con parole dure alla Nixie, ma non ebbe risposta. Le acque rimasero immobili; solo la luna nascente ricambiò il suo sguardo. La povera donna non si mosse dalle rive dello stagno. Non faceva che andare avanti e indietro con passi rapidi, a volte in silenzio, a volte lanciando un grido di richiamo, a volte singhiozzando sommessamente. Infine, esausta, cadde in terra e si addormentò profondamente. E sognò. Stava scalando una montagna inerpicandosi fra imponenti massi: rovi e spine le ferivano i piedi, una pioggia crudele le sferzava il viso e il vento le scompigliava i capelli. Arrivata in cima, le si mostrò un paesaggio completamente differente: il cielo era blu, l'aria mite e il terreno declinava dolcemente verso un prato verde tempestato di fiori di ogni colore, dove sorgeva una graziosa casetta. La raggiunse, spinse la porta e vide una vecchia donna dai capelli bianchi che le fece un cenno di benvenuto, ma, in quel momento, spuntò il sole. Si svegliò e il sole era sorto, e la sposa decise di ripercorrere la strada del sogno. Con gran fatica, scalò la montagna: tutto era esattamente come nel sogno. La vecchia donna l'accolse cortesemente e le offrì una sedia.
"Una grande sventura deve averti colpito - disse - se hai cercato la mia solitaria capanna".
Piangendo, la sposa raccontò le sue disgrazie.
"Consolati. Io ti aiuterò. Ecco un pettine d'oro. Aspetta la luna piena, poi, va' alla gora del mulino, siedi sulla riva dello stagno e pettina i tuoi lunghi capelli neri con il pettine d'oro. Quindi, lascia il pettine sulla riva e aspetta."
Confortata, la giovane tornò a casa, ma l'attesa della notte di luna piena fu interminabile: sembrava non arrivasse mai! Finalmente, il disco splendente salì nel cielo notturno. La sposa corse al mulino, sedette sulla riva dello stagno e ravviò lentamente i suoi lunghi capelli neri con il pettine d'oro. Poi, lasciò il pettine d'oro vicino all'acqua.
Non passò molto tempo che un'onda increspò la superficie dello stagno, si sollevò, raggiunse la riva e portò il pettine via con sé.
Il pettine d'oro non doveva neanche aver toccato il fondo che l'acqua si aprì ed emerse la testa del giovane cacciatore. Non pronunciò una parola, ma guardò la moglie con desolata tristezza, ed ecco, un'altra onda si sollevò e ricoprì la sua testa.
Tutto era finito: la superficie dello stagno era quieta e immobile sotto la luna splendente. Affranta, la donna tornò a casa, ma, quella stessa notte, sognò nuovamente la casa della vecchia donna. Il giorno seguente, tornò a piangere la sua disgrazia nella casetta solitaria.
La vecchia donna le donò un flauto d'oro.
"Attendi la prossima luna piena - disse - poi recati alla gora del mulino, siedi sulla riva e suona una bella aria con questo flauto. Quando avrai finito, deponi il flauto sulla sabbia: aspetta e vedrai".
La giovane eseguì a puntino le sue istruzioni. Una volta finito di suonare, depose il flauto sulla riva. Subito, un'onda si gonfiò, raggiunse il flauto e si ritirò portandolo via con sé. Immediatamente, il cacciatore emerse dalle acque fino alla cintura. Pieno d'amore e di nostalgia, tese le braccia verso di lei, ma una seconda onda lo ricoprì trascinandolo sul fondo.
"Ahimè! - pianse la sposa infelice - A che mi giova rivederlo per perderlo di nuovo?"
Fu sopraffatta dalla disperazione, ma il sogno la ricondusse alla casa della vecchia donna. Ella la confortò e le donò un arcolaio d'oro.
"Non tutto è compiuto. Attendi la prossima luna piena, siedi sulla riva e riempi un rocchetto filando con questo arcolaio d'oro, poi, lascialo vicino all'acqua. Aspetta e vedrai".
La sposa attese la luna piena, corse alla gora del mulino, e sedette sulla riva filando senza sosta finché non ebbe più lino e la conocchia era piena. Quindi, lasciò l'arcolaio sulla riva e attese.
Benvenuti
Aveva appena deposto l'arcolaio che un'onda, più gonfia delle precedenti, ribollì sulla superficie dello stagno, rotolò sulla riva e si ritirò portando via con sé l'arcolaio d'oro. Immediatamente, l'intera figura del cacciatore emerse dalle acque agitate. Egli balzò a riva, afferrò la mano della sposa e fuggì via con lei. Ma non avevano percorso che pochi passi che l'intero stagno si sollevò in una spaventosa ondata, e, con un rombo terrificante, tracimò, inseguendo i fuggitivi. Essi guardavano già la morte in faccia, quando la sposa implorò la vecchia donna di venire loro in aiuto, e, all'istante, la sposa si trasformò in un rospo e il cacciatore in una rana.
Così l'onda di piena li travolse e li sommerse, ma non poté ucciderli. Tuttavia, li separò con la sua furia. Quando le acque si calmarono, e i due raggiunsero il terreno asciutto, riassunsero immediatamente le antiche sembianze umane, ma si erano perduti e nessuno dei due sapeva dove fosse l'altro. Si ritrovarono tra estranei che neanche avevano sentito parlare del loro paese natio. Alte montagne e valli profonde li separavano. Per sopravvivere pascolavano le pecore, pieni di dolore e di nostalgia, attraversando campi e foreste, e così trascorsero lunghi anni. Quando la primavera tornò, entrambi condussero le greggi al pascolo, e Destino volle che si incontrassero. Non si riconobbero, ma si rallegrarono perché non erano più soli. Ogni giorno menavano le pecore allo stesso pascolo: parlavano poco ma si sentivano il cuore confortato.
Una sera - la luna splendeva alta nel cielo - il pastore trasse dalla tasca un flauto e suonò un'aria bella e triste. Quando depose il flauto, vide che la pastorella piangeva amaramente.
"Perché piangi?", le chiese.
"Ahimé! Così splendeva la luna l'ultima volta che suonai quest'aria, e le acque si aprirono e vidi il volto del mio amato!"
Lui la guardò e fu come se una benda gli cadesse dagli occhi e riconobbe la sua amata sposa.
Lei lo guardò e la luna gli illuminava il volto e riconobbe l'amato marito.
Caddero l'uno nelle braccia dell'altra ed è inutile raccontare quanto fossero felici.
Die Nixe im Teich, Grimm n. 181
Classificazione: AaTh 316
Traduzione: Mab's Copyright
Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"
lunedì 28 settembre 2015
Il Korandon, il Leprecaun, e la Groac'h o la Melusina Diabolica
Addentrarsi nel mondo della classificazione dei folletti nordeuropei, in particolare, dei folletti partoriti dalla cultura celtica: irlandesi, scozzesi, bretoni,(La "Piccola Bretagna" nel nord della Francia) è un'impresa da superbi sconsiderati. Yeats, e Kennedy, e Joyce, e Crocker (ecc., ecc.) hanno umilmente virgolettato mille volte le proprie teorie in proposito, derivate dalle loro rilevazioni sul campo.
Così, grosso modo, potrei dire che il Korandon-Korrigan bretone dovrebbe essere parente stretto del Leprecaun irlandese (più che del domestico e, in fondo, benigno Brownie, come ho letto da qualche parte)
William Butler Yeats:
"Il nome Lepracaun - mi scrive Douglas Hyde - viene dall'irlandese leith brog, cioè Ciabattino-di-una-scarpa sola, perché di solito lo si vede lavorare a un'unica scarpa. In irlandese si dice Leith bhrogan o leith phrogan, che in certe parti viene pronunciato Luchryman, come riporta O'Kearney nel suo incomparabile libro Feis Tigh Chonain"
Lepracaun, Cluricaun e Far Darrig: si tratta di un solo spirito sotto sembianze e atteggiamenti differenti? Su questo sarà difficile trovare due scrittori irlandesi che concordino. Sono molte le cose in cui queste tre creature fatate, se tre sono, si assomigliano. Sono grinzose, vecchie e solitarie, diverse sotto ogni punto di vista dai socievoli spiriti delle prime sezioni. Vestono nel modo più dimesso e sono esseri più che mai sudici, trascurati, beffardi e ingannevoli. Sono i veri grandi burloni del buon popolo.
Il Lepracaun fa continuamente scarpe e ha accumulato grandi ricchezze. Molte pentole piene d'oro, seppellite tanti anni fa in tempo di guerra, ora appartengono solo a lui. All'inizio di questo secolo, secondo Crocker, nella sede di un giornale di Tipperary facevano vedere una piccola scarpa dimenticata lì da un Lepracaun. Il Cluricaun (Clobhair-Ceann in O'Kearney) si ubriaca nelle cantine dei signori. Secondo alcuni non è che un Lepracaun che fa baldoria. E' pressoché sconosciuto nel Connaught e nel Nord.
Il Far Darrig (fear dearg), che significa Uomo Rosso, perché porta un berretto e un gabbano rossi, pensa solo a combinare scherzi, in special modo macabri. Non fa nient'altro che questo.
Il Pooka sembra essenzialmente uno spirito animale. Alcuni fanno derivare il suo nome da poc, un caprone, e alcuni intellettuali lo considerano l'antenato del Puck di Shakespeare. Vive sulle montagne solitarie e tra le vecchie rovine, reso mostruoso da tanta solitudine, e appartiene alla stessa razza degli Incubi".
Scartati il cupo Pooka e altri folletti che appartengono più al mondo degli spiriti inquieti, ovviamente, rimane il Leprecaun in una delle sue innumerevoli denominazioni. Ma, a parte il legame con un favoloso tesoro, e quello con i sarti fatati - legami indiretti - il Korandon della leggenda bretone ha molto poco in comune con un Leprecaun, così come è generalmente rappresentato.
Se, invece, accettiamo l'apparentamento con il Korrigan, altro folletto bretone, o meglio, un altro nome con cui viene indicato lo stesso essere in Bretagna...
Il Korrigan è decisamente un nano, è collegato strettamente all'acqua, alla musica, è uno spirito animale, è sia benigno che maligno, come le Fate sono e devono essere. Quindi, tra Korrigan e Leprecaun, l'identificazione del Korandon della leggenda potrebbe fermarsi qui. Ma Korrigan, in Bretagna, è anche il nome attribuito ad entità femminili, Fate belle e minuscole che infestano sorgenti e pozzi, lunghi capelli neri o candidi, occhi rossi e luminosi nelle tenebre, Fate maligne, lussuriose, eterne tentatrici di uomini, meglio se preti cattolici.
E così, la Groac'h - antica divinità delle acque trasformata in dèmone lussurioso dal Cristianesimo vincente - mezza Ondina e mezza Sirena, che vive in un lago collegato al mare da una corrente magica, e trasforma i mille mariti-prigionieri in pesci (stagno) e finisce sigillata in un pozzo sino al Giorno del Giudizio, bellissima adescatrice di mortali tremebondi, sembra l'altra faccia del vecchio nano accovacciato nel grande nido, più che la moglie fedifraga.
Infine, ciò che possiamo affermare senza essere presuntuosi è che appartiene alla grande schiera delle Amanti Soprannaturali Maligne, il lato diabolico della Melusina fondatrice di nobili dinastie umane.
Ancòra Yeats:
"La Leanhaun Shee (Amante Fatata) brama l'amore dei mortali. Se loro glielo rifiutano, finisce per divenire loro schiava; se lo concedono, allora sono loro gli schiavi, e possono sottrarsi solo trovando un altro che prenda il loro posto. Questa creatura vive della loro vita, ed essi avvizziscono. La morte non basta per sfuggirle. È la musa gaelica, perché ispira coloro che perseguita. I poeti gaelici muoiono giovani, perché lei è inquieta e non sopporta che rimangano a lungo su questa terra - malefico spirito che non è altro!".
Sebastian Giacobino
Mab's Copyright
Tutte le immagini, tranne l'ultima, sono di J. B. Monge.
La Groac’h dell'Isola di Lok, E. Sauvestre (Bretagna) - Traduzione Mia
Koe L.
utti coloro che conoscono le terre della chiesa di Lanillis sanno che è una delle più belle parrocchie della diocesi di Léon. Oltre al foraggio e al grano, abbonda di frutteti che danno mele più dolci del miele di Sizun e susini i cui fiori si trasformano tutti in frutti. Per quanto riguarda le ragazze da marito, poi, sono tutte quante sagge e brave massaie - a sentire i loro genitori.
Negli antichi tempi, quando i miracoli erano comuni come lo sono oggi battesimi e funerali, vivevano a Lanillis un giovanotto di nome Houam Pogamm e una ragazza chiamata Bellah Postik.
Erano cugini, secondo le usanze del paese, e le loro madri, da quando erano piccolissimi, li avevano allevati nella stessa culla così come si usava con i bimbi destinati ad essere uniti in matrimonio, a Dio piacendo. E i bambini erano cresciuti amandosi con tutto il cuore. Ma i loro genitori morirono a poco distanza l'uno dall'altro, e i due orfanelli, che non avevano ricevuto alcuna eredità, furono costretti ad andare a servizio presso lo stesso padrone. Avrebbero potuto essere felici, ma mormoravano continuamente, come fa il mare.
"Se solo avessimo il denaro per comprare una muccherella ed un maialino da mettere all'ingrasso - diceva Houam - chiederei al padrone un pezzetto di terra in affitto, il curato ci sposerebbe e noi andremmo a vivere insieme".
"Sì - rispose Bellah, tirando un grosso sospiro - ma viviamo in tempi duri: le mucche e i maiali erano ancòra rincarati all'ultima fiera di Ploudalmézeau. Di sicuro, Dio non si occupa più di come vanno le cose del mondo".
"Allora ci toccherà aspettare un pezzo - rincarò Houam - Non sono certo io che finisco le bottiglie quando vado a bere all'osteria con gli amici!"
"Un bel pezzo! - disse la ragazza - Perché non sono riuscita a sentir cantare il cuculo".
E questi lamenti si ripetevano ogni giorno finché Houam si stancò, e, un bel mattino, raggiunse Bellah, che nettava il grano sull'aja, e le annunciò che intendeva partire in cerca di fortuna. La ragazza ne fu grandemente rattristata e cercò di dissuaderlo, ma Houam era un giovanotto risoluto e non volle ascoltarla.
"Gli uccelli volano e volano finché non trovano un campo di grano - disse - e le api volano e volano finché non trovano i fiori da cui ricavano il loro miele. Può un uomo essere da meno di bestie che volano? Anch'io voglio andare in cerca di ciò di cui ho bisogno: il denaro per comprare una muccherella e un maialino. Se mi amate, Bellah, non opponetevi a qualcosa che potrebbe affrettare le nostre nozze!"
La ragazza, benché avesse il cuore spezzato, capì che le toccava cedere.
"Se è così che deve essere, partite e che Dio vi guardi. Ma, prima, voglio condividere con voi l'eredità dei miei genitori".
E lo condusse al suo armadio, da cui trasse una campanella, un coltello ed un bastone.
"Queste tre reliquie - disse - non hanno mai lasciato la mia famiglia. Ecco la campanella di san Kolédok: se siamo in pericolo, il suo suono avverte i nostri amici. Questo è il coltello di san Coréntin: tutto ciò che tocca sfugge agli incantesimi degli stregoni e del Demonio. Infine, ecco il bastone di san Vouga: ci condurrà dovunque vogliamo andare. Vi do il coltello per difendervi dai malefici e la campanella per avvertirmi se foste in pericolo, e io mi terrò il bastone nel caso doveste avere bisogno di me".
Houam ringraziò la sua promessa sposa, pianse un po' con lei, come è giusto fare quando ci si separa, e s'incamminò alla volta delle montagne.
Ma, allora come oggi, in tutti i villaggi che attraversava, era inseguito dai mendicanti, i quali, poiché le sue brache erano ancòra tutte intere, lo prendevano per un signore.
'In fede mia - pensò - questo è un paese in cui vedo più probabilità di dispensare fortuna piuttosto che farne. Andiamo più lontano!'
E continuò il suo cammino, scendendo fino alla costa, e raggiunse la bella città di Port-Aven. Mentre era seduto davanti alla locanda, udì per caso le chiacchiere di due mulattieri che, caricando i loro muli, parlavano della Groac'h dell'Isola di Lok. Houam chiese chi fosse, e gli risposero che era il nome che la gente aveva dato ad una Fata che viveva nel lago sull'isola più grande dell'Arcipelago delle Glénans, e si diceva che possedesse più ricchezze lei di tutti i re del mondo messi insieme. In molti si erano avventurati sull'isola per impossessarsi dei suoi tesori, ma nessuno era tornato. Houam decise all'istante che sarebbe andato sull'isola per tentare l'impresa. I mulattieri tentarono in ogni modo di dissuaderlo e si appellarono anche ai paesani, dicendo che non era da buoni cristiani lasciare che un giovane andasse verso la sua rovina, e volevano trattenerlo con la forza. Houam ringraziò per l'interessamento e disse che c'era un modo per impedirgli di tentare quella pericolosa avventura: se tutti i presenti avessero fatto una colletta il cui ricavato fosse stato sufficiente per l'acquisto di una vaccherella e di un maialino, egli avrebbe desistito dal suo intento. Allora, tutti si allontanarono, borbottando che era un gran testardo e che non c'era modo di trattenerlo.
Houam, dunque, si recò sulla riva del mare, e un battelliere lo trasportò sull'isola di Lok. Houam trovò facilmente il lago, che era proprio nel bel mezzo dell'isola, circondato da distese di erbe acquatiche e fiori rosa. Mentre si aggirava sulla riva, scorse, all'ombra di un cespuglio di ginestre, una imbarcazione color del mare che galleggiava sulle acque immote. L'imbarcazione aveva la forma di un cigno addormentato, con il capo nascosto sotto un'ala.
Houam, che non aveva mai visto niente di simile, salì sul battello per osservarlo meglio. Ma, non appena vi ebbe messo piede, il cigno sembrò svegliarsi: alzò il capo dalle piume, allungò nell'acqua le larghe zampe e si allontanò velocemente dalla riva. Houam lanciò un grido di spaventò, ma il cigno si diresse ancòra più velocemente verso il centro del lago. Houam tentò di tuffarsi per ritornare a riva a nuoto: allora, il cigno immerse il becco e navigò sott'acqua, trascinando il ragazzo con sé. Houam che non poteva aprire la bocca senza ingoiare la mefitica acqua del lago, fu costretto a tacere, e, in breve, si ritrovò nella dimora della Groac'h: era un palazzo interamente rivestito di conchiglie. Una visione al di là di ogni immaginazione. Vi si accedeva tramite uno scalone di cristallo costruito in maniera tale che, quando si posava il piede su un gradino, questo cantava come un uccello della foresta. Tutt'intorno, immensi giardini dove crescevano foreste di piante marine e prati di alghe, tempestati di diamanti in luogo di fiori.
La Groac'h si trovava nella prima sala, distesa su di un letto d'oro. Indossava una veste di tulle color del mare, sottile e spumeggiante come un'onda. I suoi capelli neri, mescolati a coralli, le toccavano i calcagni, e il suo incarnato, bianco e rosato, risplendeva come l'interno di una conchiglia.
Houam si fermò, abbagliato da quella visione, ma la Groac'h si alzò e gli andò incontro sorridendo. Era così flessuosa e il suo passo era così lieve che si muoveva come un flutto marino.
"Siate il benvenuto - disse, invitandolo ad entrare - qui c'è sempre posto per gli stranieri e i bei ragazzi!"
Rassicurato, Houam entrò nel salone.
"Chi siete? Da dove venite e cosa cercate?", chiese la Groac'h.
"Mi chiamo Houam - rispose il ragazzo - vengo da Lanillis e cerco di che comprarmi una vaccherella ed un maialino".
"Ebbene, venite, Houam - replicò la Groac'h - e non preoccupatevi di nulla perché qui troverete tutto ciò che può darvi gioia".
Lo aveva introdotto in un'altra sala, interamente tappezzata di perle, e gli offrì otto differenti qualità di vino, riempiendo otto coppe d'argento lavorato.
Houam vuotò le prime otto coppe e ne provò tanto gusto che bevve altre otto coppe per ogni qualità di vino, e, ad ogni sorso, la Groac'h gli pareva più bella.
Ciò incoraggiò la Fata a dirgli di bere pure quanto voleva, ché non l'avrebbe mandata certo in rovina: il lago comunicava con il mare e una corrente magica vi trasportava tutti i tesori dei naufragi.
"Sulla mia salvezza - esclamò Houam, reso allegro dal vino - non mi stupisce più che la gente della costa parli male di voi. Le persone così ricche suscitano sempre invidia. Quanto a me, mi basterebbe la metà dei vostri tesori!".
"Potreste averla...", disse la Fata.
"E come?"
"Sono vedova di un korandon*, e, se sono di vostro gradimento, potreste avermi in moglie".
Houam non poteva credere alle sue orecchie: lui, sposare la Groac'h che gli pareva tanto bella e che possedeva un palazzo così ricco e otto qualità di vino che poteva bere a sazietà! In verità, aveva promesso di sposare Bellah, ma gli uomini dimenticano facilmente certe promesse: in questo, sono molto simili alle donne.
Così, rispose educatamente che lei non era certo fatta per ricevere un rifiuto e che sarebbe stato un onore e una gioia divenire suo marito.
Allora, la Groac'h gridò che avrebbe voluto preparare seduta stante il banchetto nuziale, e stilò una lista di piatti che Houam conosceva e anche di molte pietanze che non conosceva affatto. Poi, si avvicinò ad un vivaio in fondo al giardino e prese a chiamare:
"Ehi, tu, procuratore! Ehi, tu, mugnaio! Ehi, tu, sarto! Ehi, tu, cantore!"
E ad ogni grido, accorreva un pesce che la Groac'h prendeva con una retina di acciaio. Quando la rete fu colma, la Fata passò in una stanza accanto e mise tutti i pesci in una padella d'oro.
Ma a Houam sembrò di udire, nel crepitio della frittura, delle vocine che sussurravano.
"Chi è che sussurra nella padella, Groac'h?"
"E' il legno che crepita", rispose lei, attizzando il fuoco.
Ma un minuto dopo le vocine ricominciarono a mormorare.
"Chi è che sussurra, Groac'h?"
"E' il fritto che sfrigola", rispose lei facendo saltare i pesci nella padella.
Ma le vocine ripresero a farsi sentire, e, adesso, gridavano.
"Chi è che grida, Groac'h?"
"E' il grillo del focolare", rispose lei, e prese a cantare a gola spiegata, tanto che Houam non sentì più nulla. Ma ciò che era accaduto lo spinse a riflettere, e, con il timore, arrivarono i rimorsi.
'Gesummaria! - si disse - E' possibile che io abbia dimenticato così in fretta la mia Bellah per una Groac'h che sarà certamente figlia del Diavolo? Con questa donna non oserei neanche recitare le mie preghiere la sera, e filerei diritto all'Inferno come quei contadini che vendono con l'inganno bestie malate!'
Mentre andava riflettendo fra sé e sé, sopraggiunse la Fata, che gli servì la frittura, invitandolo a mangiare, mentre lei avrebbe scelto altre dodici qualità di vino.
Con un grosso sospiro, Houam si apprestò a mangiare, ma, non appena la lama del coltello che annullava gli incantesimi, toccò i pesci, essi si raddrizzarono nel piatto d'oro, e ripresero la loro forma umana, con gli abiti che indicavano i loro mestieri. C'erano un procuratore con grandi risvolti, un sarto con le calze viola, un mugnaio imbiancato di farina e un cantore in cotta, e tutti gridarono all'unisono, nuotando nel grasso della frittura:
"Houam! Salvaci, se vuoi salvare te stesso!"
"Madre di Dio! Chi sono questi omini che gridano nel burro fuso?", gridò, stupefatto, Houam.
"Siamo cristiani come te - risposero - e come te siamo venuti sull'isola in cerca di fortuna, e abbiamo accettato di sposare la Groac'h, e, il mattino dopo le nozze, ella ci ha fatto ciò che aveva già fatto ai nostri predecessori che sono nel vivaio!"
"Cosa? - gridò Houam - una donna così giovane è già vedova di una tale quantità di pesci?"
"E presto anche tu condividerai la nostra condizione, destinato ad essere fritto e mangiato dall'ultimo arrivato!"
Houam balzò in piedi e corse verso la porta, sentendosi già soffriggere nella padella d'oro, ma la Groac'h, che era appena entrata ed aveva udito ogni cosa, gli gettò addosso la sua rete d'acciaio trasformandolo in una ranocchietta, e andò a riporlo nel vivaio con gli altri suoi mariti.
Nello stesso istante, la campanella che Houam portava sempre al collo tintinnò, e Bellah la udì a Lanillis, mentre era intenta a scremare il latte: fu come una pugnalata al cuore! Gettò un grido e disse:
"Houam è in pericolo!" E, senza porre tempo in mezzo, senza consigliarsi con alcuno, corse ad indossare gli abiti della domenica, le scarpe e la sua piccola croce d'argento, e lasciò la fattoria appoggiandosi al bastone magico.
Giunta al crocevia, piantò in terra il suo bastone mormorando:
"Di san Vouga rammentati,
bastone di legno di melo!
Per mare e per terra
e su per l'aria conducimi,
Ovunque sia necessario andare!"
E il bastone si mutò all'istante in un cavallino strigliato, sellato, imbrigliato, con una coccarda su ciascun orecchio ed una piuma blu in fronte.
Bellah gli montò in groppa senza esitare e quello partì, prima al passo, poi al trotto, quindi al galoppo, e andava così veloce che i fossati, gli alberi, le case, i campanili passavano davanti agli occhi della ragazza come le pale di un mulino, ma Bellah non se ne lamentava affatto - poiché sapeva che ogni passo la avvicinava di più al suo caro Houam - anzi, lo incitava ripetendo:
"Il cavallo è più lento della rondine, la rondine è più lenta del vento, il vento è più lento del fulmine, ma tu, mio caro, se mi vuoi bene, devi essere più veloce di tutti loro poiché una parte del mio cuore soffre: la metà migliore del mio cuore è in grande pericolo!"
Il cavallino l'ascoltava e correva come una paglia trasportata dal vento e arrivò ad Arhez, ai piedi di un dirupo chiamato Il Salto del Cervo, e qui si arrestò perché mai cavallo o giumenta avevano scalato quella roccia. Bellah capì e riprese a spronarlo:
"Di san Vouga rammentati,
bastone di legno di melo!
Per mare e per terra
e su per l'aria conducimi,
Ovunque sia necessario andare!"
Aveva appena pronunciato queste parole che due ali spuntarono dai fianchi del cavallino, che, trasformatosi in un grande uccello, la portò in cima alla roccia. Sulla vetta, c'era un grande nido di argilla foderato di muschio essiccato in cui era accovacciato un piccolo korandon tutto nero e rugoso, che si mise a gridare nel vedere Bellah:
"Ecco la bella ragazza che viene a salvarmi!"
"A salvarti? - disse Bellah - Chi sei, dunque, mio piccolo uomo?"
"Sono Jeannik, il marito della Groac'h dell'isola di Lok"
"Ma che fai in questo nido?"
"Covo sei uova di pietra e non riavrò la mia libertà finché non si saranno schiuse"
Bellah non poté trattenersi e scoppiò a ridere:
"Povero pollastrello, e come potrei esserti d'aiuto io?"
"Liberando Houam che è in potere della Groac'h"
"Ah! - gridò l'orfanella - e cosa devo fare per riuscirci? Perché, se anche dovessi fare in ginocchio il giro dei quattro vescovadi, incomincerei subito!"
"Ebbene, prima di tutto, devi presentarti a lei fingendoti un ragazzo. Secondo: devi riuscire a sottrarle la rete d'acciaio che porta alla cintura e ad imprigionarvela".
"E dove posso trovare un vestito da uomo della mia taglia, caro korandon?"
"Stai per scoprirlo, ragazza mia". Così dicendo, il piccolo nano si strappò quattro dei suoi capelli rossi, li soffiò via borbottando qualcosa, e i quattro capelli si trasformarono in quattro sarti. Il primo recava con sé un grosso cavolo, il secondo un paio di forbici, il terzo un ago e il quarto un ferro da stiro. Si sedettero tutti e quattro in circolo nel nido, e, incrociate le gambe, si misero a confezionare l'abito da uomo per Bellah. Con la prima foglia del cavolo, uno cucì una bella giacca plissettata lungo le cuciture, il secondo preparò il gilé, ma dovettero mettersi in due per cucire le grandi brache svasate, secondo la moda tradizionale di Léon. Infine, dal cuore del cavolo ricavarono il cappello, e dal gambo le scarpe.
Quando Bellah si rivestì da capo a piedi, sembrava un bel giovanotto che indossava un elegante abito di velluto verde, foderato di raso bianco.
La ragazza ringraziò di cuore il korandon, che le diede qualche altro consiglio, e montò sul dorso del grande uccello che la condusse in un lampo sulle rive del lago dell'isola di Lok. Lì, Bellah gli ordinò di trasformarsi nuovamente in un bastone di legno di melo, poi salì nel battello a forma di cigno e approdò alla dimora della Groac'h. Vedendo arrivare il giovanotto vestito di velluto, la Fata si rallegrò assai.
"Per mio cugino Satana! - disse - sei il più bel ragazzo che sia mai venuto a trovarmi, e credo che ti amerò fino a tre volte tre giorni!"
Ed entrò presto in gran confidenza con il nuovo arrivato, chiamandolo "tesorino" e "cuoricino mio". Poi offrì qualche delicatezza a Bellah, che vide sul tavolo il coltellino di san Coréntin che aveva dato a Houam e lo prese, nel caso potesse esserle d'aiuto. Quindi, seguì la Groac'h in giardino.
La Fata le mostrò i prati tempestati di fiori di diamanti, le fontane d'acqua che profumava di lavanda, e, soprattutto, il vivaio popolato di pesci dai mille colori. E Bellah sembrò così incantata da questi ultimi, che sedette sull'orlo dello stagno per ammirarli meglio. La Fata approfittò del suo entusiasmo per domandarle se sarebbe stata felice di restare con lei per sempre. Bellah rispose che non chiedeva di meglio.
"Quindi, acconsenti a sposarmi seduta stante?"
"Sì - rispose Bellah - purché io possa pescare uno di quei bei pesci con la rete che portate alla cintura"
La Groac'h, che non sospettava l'inganno, pensò ad un capriccio da ragazzino, e le consegnò la rete, dicendo con un sorriso:
"Bel pescatore, vediamo cosa riesci a prendere"
"Prendo il Diavolo - gridò Bellah gettando la rete sulla testa della Groac'h - In nome del Salvatore degli uomini, strega maledetta, sii nell'aspetto come sei nel cuore!"
La Groac'h gettò un grido che si spense in un mormorio soffocato poiché la volontà di Bellah si era compiuta, e la bella Fata delle acque non era altro che un'orrenda e laida vecchia. Bellah chiuse in fretta la rete e corse a gettarla in un pozzo, e coprì il pozzo con una pietra con il sigillo della croce perché la strega non potesse sollevarla se non il Giorno del Giudizio, quando tutte le tombe si scoperchieranno.
Poi, tornò in gran fretta allo stagno, ma già i pesci ne erano usciti e le andavano incontro come una processione di monaci variopinti, gridando con le loro vocette rauche:
"Ecco il nostro signore e padrone, colui che ci ha liberato dalla rete d'acciaio e dalla padella d'oro!"
"E sarà anche colui che vi restituirà il vostro sembiante di cristiani", disse Bellah impugnando il coltellino di san Coréntin, ma, mentre era sul punto di toccare il primo pesce, le si avvicinò una ranocchietta verde, che portava al collo la campanella magica, e che si mise in ginocchio singhiozzando, con le zampette posate sul suo piccolo cuore.
"Sei tu? Sei tu, mio piccolo Houam, re della mia gioia e del mio cruccio?"
"Sono proprio io", rispose il ragazzo-ranocchietta.
Non appena Bellah l'ebbe toccato con il coltellino, Houam riprese le sue antiche sembianze, e i due ragazzi si abbracciarono, piangendo per le sofferenze passate e ridendo per la gioia presente. Poi, Bellah restituì a tutti i pesci il loro vero aspetto. E, infine, arrivò il Karandon del Salto del Cervo, in un cocchio volante trasportato da sei grandi mosconi nati dalle uova di pietra dischiuse.
"Eccomi qui, bella ragazza! - gridò - l'incantesimo che mi teneva prigioniero si è spezzato e vengo a ringraziarvi perché di una chioccia avete fatto un uomo!"
Poi, condusse i giovani dove la Groac'h custodiva i suoi tesori, e concesse loro di prendere tutto ciò che volevano dai grandi bauli colmi di pietre preziose. Entrambi se ne riempirono le tasche, le cinture, i cappelli, e persino le grandi brache, e, finalmente, Bellah ordinò al bastone di trasformarsi in un carro alato che potesse trasportare a Lanillis i due ragazzi e il loro carico. E lì, fatte le pubblicazioni, Houam sposò la sua Bellah, come aveva desiderato per tanto tempo, ma, invece di comprare una vaccherella e un maialino da ingrassare, acquistò tutte le terre della parrocchia, e coloro che avevano portato dall'isola di Lok ne divennero i fattori.
Traduzione: Mab's Copyright
"La Groac’h de l’Île du Lok", E. Sauvestre
Da: Contes et Légendes de Basse-Bretagne
*Korandon = il Korrigan
Le illustrazioni, tranne la prima, sono di Paulina Sieczkowska
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