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martedì 26 gennaio 2016

Essie Tregowan, la Moll Flanders di Neil Gaiman

A domande molto simili (si) rispondeva il britannico Neil Gaiman. A modo suo. Reinventando la sua piccola Moll Flanders.


"L'Arrivo in America. 1721.

È importante capire, scrisse il signor Ibis nel suo diario rilegato in pelle, che la storia americana è un frutto della fantasia, ingenuo schizzo a carboncino fatto per i bambini, o per chi si annoia facilmente. Per la massima parte non verificata, né immaginata o pensata, bensì pura rappresentazione della cosa, non la cosa in sé. Una buona invenzione, continuò fermandosi soltanto per intingere la penna nel calamaio e raccogliere i pensieri, che l'America sia stata fondata dai pellegrini in cerca della libertà di fede venuti nelle Americhe per moltiplicarsi e diffondersi e occupare dello spazio vuoto.
In verità, le colonie americane erano la discarica della società, oltre che meta di fuga e di oblio. All'epoca in cui a Londra si veniva mandati al patibolo per aver rubato dodici penny, le Americhe divennero simbolo di clemenza, di una seconda possibilità. Ma le condizioni della deportazione erano talmente dure che qualcuno trovava più semplice fare un salto da quell'albero spoglio e sgambettare nel vuoto una volta per tutte. Deportazione, la chiamavano: per cinque, dieci anni, per tutta la vita. Questa era la condanna.
Venivi venduto a un comandante, e sulla sua nave, piena come una nave negriera, viaggiavi fino alle colonie o alle Indie Occidentali; una volta a terra ti vendeva come servo a contratto a chiunque volesse ripagarsi il costo della tua pellaccia in lavoro fino alla scadenza della pena che dovevi scontare. Ma perlomeno non restavi in una prigione inglese ad aspettare di essere impiccato (perché all'epoca le prigioni erano luoghi di transito in attesa di liberazione, deportazione, o impiccagione, non vi si scontava una condanna) ed eri libero di approfittare del nuovo mondo. Eri anche libero di corrompere un comandante e farti riportare in Inghilterra prima della scadenza del termine. Succedeva. E se le autorità ti beccavano in patria - se un vecchio nemico, o un vecchio amico con un conto in sospeso ti vedevano e facevano la spia - allora venivi impiccato sui due piedi.

Mi torna in mente, continuò Ibis dopo una breve pausa durante la quale riempì il calamaio con l'inchiostro scuro che teneva nella bottiglia dentro l'armadio e intinse la penna, la vita di Essie Tregowan, nata in un freddo villaggio in cima a una scogliera della Cornovaglia, nel Sudovest dell'Inghilterra, dove la sua famiglia viveva da tempo immemorabile. Suo padre era pescatore, e si diceva che fosse uno di quelli che provocavano i naufragi a scopo di saccheggio, quelli che quando la burrasca infuriava appendevano le lampade sulle rupi più alte per far schiantare le navi sugli scogli e depredarne le merci che trasportavano. La madre di Essie lavorava come cuoca nella casa del principale possidente della zona, e a dodici anni anche Essie cominciò a lavorare in cucina, come sguattera.



Hoecker P.


Era una cosetta piccola e magra, con grandi occhi scuri e capelli castani; non una gran lavoratrice, cercava sempre di scappare per andare ad ascoltare favole e racconti, se c'era in giro qualcuno a raccontarli: storie di pixy e spriggan, dei cani neri delle brughiere e delle sirene della Manica. E benché il signorotto ne ridesse, ogni sera i servi mettevano un piattino di porcellana con la panna, davanti alla porta della cucina, per i pixy.
Passarono gli anni, e Essie, da quella cosetta che era, diventò una ragazza con curve sinuose come le onde del verde mare, e gli occhi scuri che ridevano, e scuoteva i ricci castani. Gli occhi di Essie si illuminarono quando vide Bartholomew, il figlio diciottenne del signore, tornato da Rugby, e la notte andò al menhir al limitare del bosco e vi appoggiò un pezzo di pane che Bartholomew non aveva finito di mangiare, avvolto in una ciocca dei suoi riccioli. E l'indomani lui le si avvicinò e le parlò, guardandola con ammirazione, gli occhi di quel pericoloso celeste che ha il cielo quando sta per scoppiare un temporale, mentre lei gli puliva il camino in camera da letto.
Aveva gli occhi talmente pericolosi, disse Essie Tregowan.


Alfred Elmore


Di lì a poco Bartholomew partì per Oxford e quando lo stato di Essie divenne evidente fu licenziata. Però il bambino nacque morto e come favore alla madre di Essie, che era una cuoca eccellente, la moglie del signore riuscì a convincere il consorte a ridare alla giovane il suo vecchio posto di sguattera.

I "Folletti" Seguirono i Deportati, i Ladri, le Prostitute? E Loro, li Riconobbero?



Alan Lee


Già da ragazzina mi chiedevo come mai non esistessero fiabe nord-americane. Persino nei multicolori libri di Andrew Lang,  colpevole come i varii Calvino (senza condividerne l'eleganza) di pensare alle fiabe come ad un prodotto letterario "bambinilistico", e di agire (maleficamente) di conseguenza, ma coraggioso nel cercare e nel proporre fiabe provenienti dagli allora remoti angoli del mondo, partoriti da quelle antiche culture che i superbi Britannici facevano viaggiare in terza classe nel proprio Paese, persino tra quelle pagine, il Nord America è giustamente rappresentato solo dai racconti tramandati dai Nativi.
Sulle galere galleggianti che attraversarono l'oceano, i Folletti, gli Elfi, i Giganti... ricordi mistificati ma tenaci degli antichi Dèi nordici, salirono mai?
E se, per sbaglio o per l'ostinazione di una qualche vecchia mammana al servizio di esangui meretrici londinesi, un Pixie, o un Pooka (o un Elfo spogliato dall'aura regale della divinità da monaci grigi, ubriachi di malinconia e avvelenati di virtù) si confuse con l'ombra di un fagotto di stracci, cosa avvenne una volta raggiunta la Terra Promessa dei fantomatici "Pellegrini"?
I deportati incrostati di malattie e corrosi dalla rabbia ricordarono il suo nome? Riconobbero le sue tracce? Rammentavano ancòra i piccoli trucchi che lo avrebbero tenuto a rispettosa distanza? E avevano un fuoco per il racconto?
E la nuova antica Terra come poteva accoglierli?
Troppo affollate di divinità altrui quelle terre sconfinate? Si può anche strappare con la violenza la terra ad un altro popolo, ma come impossessarsi dei sogni multicolori degli Sciamani? Come distinguere il bisbiglio dei conciliaboli del Piccolo Popolo nel fruscio di quelle splendide foglie di oro e di porpora che, come una tovaglia d'altare, ornano le tombe delle ossa gigantesche di animali mitici in cui s'incarnarono gli Dèi di altri popoli?
I Giganti e i Troll - feroci quanto stupidi - avranno riattraversato l'Oceano a piedi, annientati dalla remota estraneità di Dèi piumati, e saranno tornati a farsi giocare e derubare dai loro cari, vecchi nemici, i settimi figli di un settimo figlio alti quanto una pigna?


Dragan Bibin


E gli Elfi e i Folletti, che non possono morire se non di morte violenta, l'avranno invocata, la Morte, in una terra in cui grossi uomini dagli occhi animaleschi, invece di cercare l'oro nelle pignatte custodite all'estremità dell'arcobaleno, tentavano di strapparlo all'acqua e alle rocce, insieme a tutto il resto, finendo, pazzi di fatica e di sospetto, per sorvegliarsi l'un l'altro, molto più preoccupati di ricevere una coltellata nella schiena dal compagno di follia che gli dorme accanto che di tendere l'orecchio al grido agghiacciante della Banshee?


Alan Lee


La Banshee.
Davvero potrò mai credere che quest'altra Dèa degradata a profetessa di morte, l'ombra della mostruosa Morrigan che si mostrò nelle sue sembianze di fanciulla per lavare inutilmente la tunica insanguinata di Cù Chulainn avviato all'ultimo scontro, avrebbe mai abbandonato i ruderi delle morte fortezze, le morte Case dei Guerrieri giganteschi degli Antichi Tempi, i fondatori di dinastie - anch'esse scomparse o comprate dai commercianti di birra e tè - i cui discendenti, per secoli, hanno avuto il terribile privilegio di condividere con Cù Culhainn l'annuncio della propria morte nel livido grido dell'aristocratica Lavandaia di sudarii?


"Morte di Cù Chulainn", Stephen Reid


Billy the Kid - se pure fosse riuscito a udirla - le avrebbe sparato scambiandola per un coyote.
E la Luna avrà mai riconosciuto una delle sue figlie nella puttana infetta seduta a spidocchiarsi accanto alla finestrella dell'alcova dal tetto di lamiera, torrida di afa e di troppi clienti? O si è rassegnata a lasciare la sua immagine - nel mondo dei mondi di cartapesta - sospesa come la faccia bianca e gonfia di un ubriaco sopra uno dei tanti motel di Norman Bates, e se ne è tornata tra le pietre millenarie dei Tumuli, in cerca di una fanciulla che - per l'odio di un'avara matrigna - può cucire solo alla sua luce? E sospirerà fiotti di nostalgia perché la sposa incauta del Serpente o dell'Orso da troppo tempo non leva le sue mani verso di lei per interrogarla sulla strada da prendere per raggiungere l'amante perduto. Sospirerà, ma il fiume ancòra tiepido del corpo della Dèa, per sempre sazio della carne e del sangue del Sacrificio divino è un bel posto per aspettare, e, nel frattempo, specchiarsi.

Mab's Copyright



Louis Rhead


lunedì 28 settembre 2015

Il Korandon, il Leprecaun, e la Groac'h o la Melusina Diabolica





Addentrarsi nel mondo della classificazione dei folletti nordeuropei, in particolare, dei folletti partoriti dalla cultura celtica: irlandesi, scozzesi, bretoni,(La "Piccola Bretagna" nel nord della Francia) è un'impresa da superbi sconsiderati. Yeats, e Kennedy, e Joyce, e Crocker (ecc., ecc.) hanno umilmente virgolettato mille volte le proprie teorie in proposito, derivate dalle loro rilevazioni sul campo.
Così, grosso modo, potrei dire che il Korandon-Korrigan bretone dovrebbe essere parente stretto del Leprecaun irlandese (più che del domestico e, in fondo, benigno Brownie, come ho letto da qualche parte)






William Butler Yeats:
"Il nome Lepracaun - mi scrive Douglas Hyde - viene dall'irlandese leith brog, cioè Ciabattino-di-una-scarpa sola, perché di solito lo si vede lavorare a un'unica scarpa. In irlandese si dice Leith bhrogan o leith phrogan, che in certe parti viene pronunciato Luchryman, come riporta O'Kearney nel suo incomparabile libro Feis Tigh Chonain"
Lepracaun, Cluricaun e Far Darrig: si tratta di un solo spirito sotto sembianze e atteggiamenti differenti? Su questo sarà difficile trovare due scrittori irlandesi che concordino. Sono molte le cose in cui queste tre creature fatate, se tre sono, si assomigliano. Sono grinzose, vecchie e solitarie, diverse sotto ogni punto di vista dai socievoli spiriti delle prime sezioni. Vestono nel modo più dimesso e sono esseri più che mai sudici, trascurati, beffardi e ingannevoli. Sono i veri grandi burloni del buon popolo.
Il Lepracaun fa continuamente scarpe e ha accumulato grandi ricchezze. Molte pentole piene d'oro, seppellite tanti anni fa in tempo di guerra, ora appartengono solo a lui. All'inizio di questo secolo, secondo Crocker, nella sede di un giornale di Tipperary facevano vedere una piccola scarpa dimenticata lì da un Lepracaun. Il Cluricaun (Clobhair-Ceann in O'Kearney) si ubriaca nelle cantine dei signori. Secondo alcuni non è che un Lepracaun che fa baldoria. E' pressoché sconosciuto nel Connaught e nel Nord.
Il Far Darrig (fear dearg), che significa Uomo Rosso, perché porta un berretto e un gabbano rossi, pensa solo a combinare scherzi, in special modo macabri. Non fa nient'altro che questo.
Il Pooka sembra essenzialmente uno spirito animale. Alcuni fanno derivare il suo nome da poc, un caprone, e alcuni intellettuali lo considerano l'antenato del Puck di Shakespeare. Vive sulle montagne solitarie e tra le vecchie rovine, reso mostruoso da tanta solitudine, e appartiene alla stessa razza degli Incubi".




Scartati il cupo Pooka e altri folletti che appartengono più al mondo degli spiriti inquieti, ovviamente, rimane il Leprecaun in una delle sue innumerevoli denominazioni. Ma, a parte il legame con un favoloso tesoro, e quello con i sarti fatati - legami indiretti - il Korandon della leggenda bretone ha molto poco in comune con un Leprecaun, così come è generalmente rappresentato.
Se, invece, accettiamo l'apparentamento con il Korrigan, altro folletto bretone, o meglio, un altro nome con cui viene indicato lo stesso essere in Bretagna...






Il Korrigan è decisamente un nano, è collegato strettamente all'acqua, alla musica, è uno spirito animale, è sia benigno che maligno, come le Fate sono e devono essere. Quindi, tra Korrigan e Leprecaun, l'identificazione del Korandon della leggenda potrebbe fermarsi qui. Ma Korrigan, in Bretagna, è anche il nome attribuito ad entità femminili, Fate belle e minuscole che infestano sorgenti e pozzi, lunghi capelli neri o candidi, occhi rossi e luminosi nelle tenebre, Fate maligne, lussuriose, eterne tentatrici di uomini, meglio se preti cattolici.






E così, la Groac'h - antica divinità delle acque trasformata in dèmone lussurioso dal Cristianesimo vincente - mezza Ondina e mezza Sirena, che vive in un lago collegato al mare da una corrente magica, e trasforma i mille mariti-prigionieri in pesci (stagno) e finisce sigillata in un pozzo sino al Giorno del Giudizio, bellissima adescatrice di mortali tremebondi, sembra l'altra faccia del vecchio nano accovacciato nel grande nido, più che la moglie fedifraga.
Infine, ciò che possiamo affermare senza essere presuntuosi è che appartiene alla grande schiera delle Amanti Soprannaturali Maligne, il lato diabolico della Melusina fondatrice di nobili dinastie umane.

Ancòra Yeats:

"La Leanhaun Shee (Amante Fatata) brama l'amore dei mortali. Se loro glielo rifiutano, finisce per divenire loro schiava; se lo concedono, allora sono loro gli schiavi, e possono sottrarsi solo trovando un altro che prenda il loro posto. Questa creatura vive della loro vita, ed essi avvizziscono. La morte non basta per sfuggirle. È la musa gaelica, perché ispira coloro che perseguita. I poeti gaelici muoiono giovani, perché lei è inquieta e non sopporta che rimangano a lungo su questa terra - malefico spirito che non è altro!".


Sebastian Giacobino

Mab's Copyright

Tutte le immagini, tranne l'ultima, sono di J. B. Monge.



lunedì 21 settembre 2015

Il Brownie del Lago, Francia, Traduzione Mia

anto, tanto tempo fa, viveva in Francia un uomo di nome Jalm Riou. Avreste potuto cercare per miglia e miglia all'intorno senza riuscire a trovare un uomo più felice e soddisfatto di lui! Possedeva una grande fattoria, denaro in quantità, e, soprattutto, era padre della più leggiadra ballerina ed elegante fanciulla del circondario: Barbaik. Quando, nei giorni di festa, la ragazza indossava la sua cuffia ricamata, e le cinque gonne, ognuna leggermente più corta dell'altra, e le scarpette con le fibbie d'argento, le altre donne scoppiavano d'invidia, ma a Barbaik poco importava che mormorassero alle sue spalle poiché sapeva che i suoi abiti erano i più belli e che aveva molti più corteggiatori di ogni altra ragazza.


Froud B.



Ora, tra i giovanotti che la volevano in moglie, ce n'era uno che le aveva donato interamente il suo cuore. Era il capoccia del padre, ma le sue maniere erano rozze, ed era talmente brutto che Barbaik non se ne curava affatto, e, quel che è peggio, spesso rideva di lui, come tutti gli altri. Naturalmente, Jegu - questo era il nome del capoccia - venne a saperlo e ne soffrì moltissimo, tuttavia, egli non cercò lavoro altrove e non lasciò la fattoria, come sarebbe stato giusto e saggio, poichè si sarebbe allontanato per sempre da Barbaik e non avrebbe potuto neanche vederla, e, allora, che senso avrebbe avuto continuare a vivere?
Una sera, tornando dai campi con i cavalli, si fermò presso un laghetto perché potessero dissetarsi. Con un braccio intorno alla criniera di uno dei cavalli e la mente a Barbaik, attendeva pazientemente che gli animali finissero di abbeverarsi, quano udì una voce provenire da un cespuglio lì vicino:
"Che hai, Jegu? Non disperarti così".
Il giovanotto trasalì per la sorpresa e si guardò intorno.
"Chi c'è?", chiese.
"Sono io, il Brownie del lago", rispose la voce.
"Ma dove sei?"
"Sono qui vicino: cerca nel canneto e vedrai una ranocchietta verde. Sono capace di assumere le sembianze che voglio - aggiunse fieramente - e, cosa ancòra più difficile, posso diventare invisibile, se mi va!"
"Allora mostrati a me con il sembiante proprio della tua gente", disse Jegu.
"Ma sicuro! Se vuoi così". E la ranocchia saltò sul dorso di uno dei cavalli e si trasformò in un piccolo gnomo vestito di verde.


Froud B.


La trasformazione spaventò Jegu, ma il Brownie lo esortò a non avere timore poiché non aveva intenzione di fargli alcun male. Anzi, sperava di potergli essere utile.
"Perché hai tutto questo interesse per me?", chiese il contadino, diffidente.
"In virtù di un favore che ho ricevuto da te l'inverno scorso, e che non ho mai dimenticato. Tu sai di certo che i Korigans che dimorano a White Corn hanno dichiarato guerra al mio popolo, in nome della loro amicizia per l'Uomo. Così fummo obbligati a trasferirci in terre lontane e a nasconderci assumendo l'aspetto ora di un animale ora di un altro. Da allora, un po' per abitudine, un po' per divertimento, abbiamo continuato a trasformarci, ed è stato in queste circostanze che ti ho incontrato".
"Come?" domandò Jegu, colmo di stupore.
"Ricordi quando, tre mesi fa, mentre zappavi in un campo lungo il fiume, trovasti un pettirosso intrappolato in una rete?"
"Oh, sì, lo ricordo bene: sciolsi la rete e lo lasciai andare"
"Beh, quel pettirosso ero io! Da allora, speravo di diventare tuo amico, e poiché so quanto desideri sposare Barbaik, ti proverò la mia sincerità aiutandoti ad ottenere ciò che vuoi".
"Oh, caro Brownie! Se ci riuscissi davvero, non ti rifiuterei nulla, tranne la mia anima!"
"Va', allora, e ti prometto che, entro pochi mesi, avrai la fattoria e Barbaik!"
"Ma come pensi di riuscirci?", chiese Jegu, pieno di meraviglia.
"Questo è affar mio. Magari, un giorno te lo dirò. Intanto, mangia e dormi e non ti curare di nient'altro".
Jegu gli assicurò che nulla gli sarebbe risultato più facile, quindi, togliendosi il berretto, lo ringraziò di tutto cuore e ricondusse i cavalli alla fattoria.
Il mattino seguente era una giornata di festa, e Barbaik si alzò prima del solito perché voleva sbrigare tutte le faccende in tempo per recarsi ad un ballo che si teneva ad una certa distanza dalla fattoria paterna. Per prima cosa, si recò alla stalla dove tenevano le mucche, poiché rientrava tra i suoi doveri tenerla pulita e pensare alla mungitura. Con grande sorpresa, scoprì che il pavimento era ricoperto da uno strato di paglia fresca, che le mangiatoie erano state riempite di fieno, che le mucche erano già state munte e i secchi erano disposti in una bella fila ordinata. "Sarà stato certamente Jegu, nella speranza che gli conceda un ballo", disse tra sé e sé, e, quando s'imbattè nel giovanotto, si fermò per ringraziarlo. Nella sua solita maniera brusca, Jegu le rispose che non sapeva di cosa stesse parlando, ma la sua risposta convinse ancor di più la ragazza che l'inatteso aiuto provenisse da lui.






La stessa cosa si ripetè ogni mattina, e mai la stalla era stata così luccicante e le mucche tanto grasse. Mattina e sera, Barbaik trovava le sue pentole di terraglia colme di latte e una libbra di burro montato di fresco e adornato di foglie. Nel giro di qualche settimana, si abituò a questo andazzo, tanto che si alzava solo per preparare la colazione. Ma, ben presto, fu sollevata anche da questa incombenza: un bel mattino si alzò e scoprì che la casa era stata spazzata da cima a fondo, che i mobili erano tirati a lucido, che il fuoco era già acceso e la colazione preparata: non le restava che suonare la grande campana per richiamare i contadini dai campi. Anche questa volta, Barbaik credette che fosse opera di Jegu, e non potè fare a meno di pensare che un marito del genere sarebbe stato perfetto per una ragazza che amava restare a letto fino a tardi e andare a divertirsi.
In effetti, Barbaik non doveva far altro che bisbigliare un desiderio perché lo vedesse immediatamente realizzato. Se il vento troppo freddo o il sole troppo caldo minacciavano il suo delicato incarnato, le bastava correre a sussurrare accanto alla fonte:"Quanto vorrei che le mie zàngole fossero piene e che la biancheria bagnata fosse stesa ad asciugare" perché non dovesse più preoccuparsi di nulla.
Se trovava che cuocere il pane di segale fosse troppo faticoso e che il forno ci mettesse troppo a scaldarsi al punto giusto, le bastava mormorare:"Vorrei trovare sei pagnotte nella madia", e, due ore dopo, le pagnotte erano là.
E, quando si stancò di recarsi ogni giorno al mercato, le bastò dire ad alta voce una sera:"Oh, quanto vorrei essere già tornata da Morlaix, con la mia pentola del latte vuota, e, al suo interno, il contenitore del burro vuoto, e una libbra di ciliegie nel vassoio di legno, e il denaro guadagnato nella tasca del mio grembiule!" Ed ecco, il mattino dopo, al suo risveglio, cosa trovò ai piedi del letto se non la pentola del latte vuota con il contenitore del burro al suo interno, e una libbra di ciliegie e sei monetine d'argento nuove di zecca nella tasca del suo grembiule? Naturalmente, Barbaik continuava a pensare che tutto il merito fosse di Jegu, e, ormai, non poteva neanche immaginare di riuscire a fare a meno del suo aiuto.
Quando le cose furono a questo punto, il Brownie esortò Jegu a chiedere la mano della ragazza, e, questa volta, Barbaik non girò i tacchi da villana, ma lo ascoltò pazientemente finché ebbe finito: ai suoi occhi, Jegu era sempre brutto e rozzo, ma pensava che sarebbe stato un marito molto utile, che le avrebbe consentito di dormire fino all'ora di pranzo, proprio come una giovane signora, e, quanto al resto della giornata... beh, anche se fosse stata lunga il doppio, avrebbe saputo bene come impiegare il tempo con tutte le cose che aveva in mente! Avrebbe indossato i bei vestiti che si ritrovava non appena ne esprimeva il desiderio e si sarebbe recata in visita dai vicini e tutte le donne sarebbero morte d'invidia, e si sarebbe levata la voglia di ballare. E Jegu sarebbe stato sempre là, a lavorare per lei, a badare a lei e a prendersi cura di lei. Così, da ragazza ben allevata, rispose che avrebbe fatto la volontà di suo padre, ben sapendo che il vecchio Riou ripeteva spesso che, dopo la sua morte, nessuno come Jegu sarebbe stato capace di mandare avanti la fattoria.
Le nozze furono celebrate il mese seguente, e, quasi subito, il vecchio Riou morì, così, all'improvviso. Adesso, la responsabilità della fattoria era interamente sulle spalle di Jegu, e il giovanotto si rese conto ben presto che le cose non erano così facili come prima. Ma, ancòra una volta, il Brownie prese in mano la situazione, ed il suo aiuto valeva quanto quello di dieci braccianti. Arava, seminava e mieteva, e, se il lavoro andava ultimato in gran fretta, chiamava qualcuno della sua gente, e, non appena la notte si schiariva con le prime luci dell'alba, diventava visibile una schiera di ometti affaccendata nei campi, armata di falci, zappe e forconi, ma, prima che arrivasse gente, la compagnia era bell'e sparita. Come ricompensa, il Brownie non chiedeva nulla più di una scodella di brodo.
Fin dal primo giorno di matrimonio, Barbaik aveva scoperto, con grande stupore e rabbia, che nessuno più sbrigava le faccende al posto suo, così come era successo per settimane e mesi. Rimproverò aspramente il marito per la sua infingardaggine, ma Jegu si limitò a fissarla con gli occhi sgranati poiché non aveva la più pallida idea di cosa parlasse. Il Brownie, che era lì vicino, scoppiò a ridere, confessò che quelle attenzioni erano farina del suo sacco, e che aveva fatto tutto per amore di Jegu, ma, adesso che aveva altro a cui pensare, era ora che Barbaik sbrigasse da sé le faccende e badasse da sola alla casa.
Barbaik era furiosa. Ogni mattina, quando doveva alzarsi prima dell'alba per mungere le mucche e andare al mercato, e, ogni sera, quando le toccava stare alzata fino a mezzanotte per montare il burro, il suo cuore straripava di rabbia contro il Brownie che l'aveva indotta ad illudersi di poter condurre una vita comoda e piacevole. Ma, quando lo sguardo le cadeva su Jegu e osservava il viso paonazzo, gli occhi strabici e la zazzera incolta, la rabbia raddoppiava.


Fred Calleri


"Se non fosse stato per te, miserabile nano - ripeteva a denti stretti - Se non fosse stato per te, non avrei mai sposato quell'uomo, e adesso andrei ancòra ai balli, e i giovanotti mi donerebbero nocciole e ciliegie e mi ripeterebbero che sono la più bella ragazza della parrocchia. Invece, adesso, non posso accettare doni se non da mio marito. Non posso ballare se non con mio marito. O tu, maledetto nano! Non ti perdonerò mai. Mai!".
Tuttavia, a dispetto delle sue cattive parole, nessuno come Barbaik sapeva ingoiare l'orgoglio se le conveniva, così, quando venne invitata alla festa per un matrimonio, supplicò il Brownie di procurarle un cavallo. Con sua grande gioia, il Brownie acconsentì e le indicò come arrivare alla dimora dei Folletti, ammonendola di chiedere con grande esattezza ciò che desiderava. Piena di eccitazione, Barbaik intraprese il suo viaggio e raggiunse in breve tempo la città dei Folletti: li trovò riuniti in consiglio in un'ampia, verde radura e disse loro:
"Ascoltate, amici miei. Sono venuta ad implorarvi di darmi un cavallo: nero, con gli occhi, il muso, le orecchie, sella e briglie". Aveva appena finito di parlare che le venne condotto il cavallo. Montò in sella e galoppò fino al villaggio dove si teneva la festa di nozze.
In un primo momento, Barbaik era così contenta di quella pausa dalle fatiche quotidiane che tanto odiava che non si accorse di nulla, ma, ben presto, si rese conto, sbigottita, che la gente del villaggio sghignazzava al suo passaggio, indicando il suo cavallo. Poi, afferrò ciò che un uomo disse ad un altro: "Guarda un po'... La moglie del fattore s'è venduta la coda del cavallo?". Si girò sulla sella e... sì, il cavallo non aveva la coda. Aveva dimenticato di chiederne una e quei nani maligni avevano eseguito i suoi ordini alla lettera! Tentò di spingere il cavallo al galoppo, ma l'animale non ne volle sapere, e Barbaik fu costretta a sfilare tra i paesani che la schernivano.
Solo al calar del sole potè tornare a casa, più furiosa che mai e ben determinata a prendersi la sua vendetta sul Brownie non appena ne avesse avuto l'occasione... il che accadde molto presto.





Giunse la primavera, proprio il periodo in cui i folletti tenevano le loro feste, e il Brownie chiese a Jegu il permesso di condurre con sé una compagnia di suoi simili per banchettare nel grande fienile e darsi alle danze. Naturalmente, Jegu fu felicissimo di poter fare qualcosa per il suo amico, e ordinò a Barbaik di apparecchiare nel fienile con la biancheria più fine, di preparare una gran quantità di pagnottelle e frittelle e di mettere da parte tutto il latte munto quella mattina. In realtà, ben sapendo quanto Barbaik detestasse gli gnomi, si sarebbe aspettato un rifiuto, ma la moglie non disse una parola e preparò il festino così come le era stato ordinato.
Bene, quando fu tutto pronto, il fienile si riempì di gnomi: indossavano giacchette verdi nuove nuove, erano felici e contenti ed accostarono allegramente le sedie alla tavola imbandita... ma, dopo un attimo, saltarono su strillando e fuggirono via lanciando alte grida poiché Barbaik aveva messo un tappeto di pezzetti di carbone rovente sotto i loro piedi e tutti avevano le loro piccole dita ustionate!
"Non ve ne scorderete tanto presto!", disse Barbaik sorridendo cupamente tra sé e sé, ma, dopo poco, i Brownies ritornarono recando grandi pentole colme d'acqua che rovesciarono sul fuoco, quindi, si presero per mano e danzarono in tondo, cantando:

"Maledetta traditrice, figlia di Riou,
Le nostre povere dita hai bruciato tu
In gran fretta abbandoniamo la tua corte,
Che si abbatta su voi tutti la malasorte!"

Quella notte stessa, i Brownies lasciarono quei luoghi per sempre. Jegu, senza il loro aiuto, cadde in miseria e morì di stenti. E Barbaik? Barbaik fu ben contenta di trovare un lavoro al mercato di Morlaix.


Lee&Froud

Traduzione: Mab's Copyright

Da: "The Lilac Fairy Book" di Andrew Lang
(Fonte: "Le Foyer Breton", di E. Sauvestre)