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giovedì 11 maggio 2017

L'Albero Sacro (Austria)

ell'albero sacro, che una volta si trovava in un prato a sud del paese di Nauders, oggi rimane solo il ceppo. Il prato si trova su un declivio, a fianco del quale si estende il bosco, e il lato meridionale si chiude con una collinetta sulla quale un tempo sorgeva un castello. Ancora oggi si possono vedere alcuni resti di mura, che secondo la leggenda appartenevano al castello dell'albero sacro.
Questo albero era un grosso larice, dalla bella corona rotonda; si racconta che rapisse i bimbi appena nati, e preferibilmente i maschietti. Non si poteva raccogliere legna da ardere o tronchi nelle vicinanze del larice; far rumore o gridare lì vicino era considerato un comportamento imprudente e se si pronunciavano bestemmie o si litigava si commetteva un grave sacrilegio che sarebbe stato ben presto punito.
L'ammonimento: Non farlo, qui vicino c'è l'albero sacro! era molto frequente.

Una volta un servo volle provare ad abbatterlo, per prendersi gioco delle credenze del popolo. Dopo il primo colpo, il tronco cominciò a sanguinare, e alcune gocce caddero anche dai rami del larice. Il servo terrorizzato lasciò cadere la scure e se la svignò a gambe levate. I compaesani lo trovarono lungo la strada svenuto e lo portarono a casa, dove si riprese solo il giorno seguente. Le tracce del sangue rimasero visibili sul tronco per molto tempo e la ferita provocata dal colpo d'ascia rimase aperta finché l'albero fu in vita.



Victoria Francés



Si narra inoltre che il castello vicino all'albero sacro fosse stato colpito da una maledizione e per questo fosse sprofondato nel suolo assieme a tutti i suoi tesori. Nel luogo dove sorgeva un tempo il castello si dice che siano ancora racchiuse nel sottosuolo enormi ricchezze e che, se ci si aggira da quelle parti a tarda ora, si può udire il tintinnio delle monete d'oro e d'argento.
Si è tentato spesso di scavare sulla collinetta per cercare i tesori nascosti ma pare che vi siano a guardia tre giovani donne colpite da una maledizione, che solo il ritrovamento del tesoro potrà liberare. Esse compaiono ai viandanti a tarda notte facendo loro dei segnali o cercando un modo per farli avvicinare. Un pastore che a sera inoltrata cercava le sue mucche, imboccò un bel sentiero largo, che conduceva nelle vicinanze del castello. Quando però si trovò davanti alle rovine ebbe paura e cercò di fuggire, ma si accorse all'improvviso che il sentiero era sparito e dovette faticosamente guadagnarsi la via tra la sterpaglia.

Un contadino invece, che rincasava col suo carico di fieno, vide sul sentiero vicino al castello una vasca piena di denti bianchi. Senza badarci la spinse da parte. Sua moglie però, che camminava dietro il carro, prese tre denti e se li infilò in una tasca dove teneva anche un rosario. Giunta a casa trovò al posto dei denti tre splendenti pezzi d'oro.

Nonostante le varie apparizioni delle tre fanciulle maledette, e i loro tentativi di condurre molti viandanti sul luogo del tesoro, nessuno è finora riuscito a trovarlo.
Di una delle tre donne si racconta che è mezza bianca e mezza nera. Si dice che costei si sia avvicinata un giorno a un ragazzo, che era giunto insieme ad altri per accendere i fuochi di san Giovanni nei pressi del castello.
Costei gridò:
"Johannes (così si chiamava il giovanotto) seguimi, e quando saremo nel luogo giusto spogliati. Io mi trasformerò in serpente e mi attorciglierò intorno a te per tre volte. Non devi avere paura, perché solo in questo modo potrai sciogliere la maledizione che mi colpisce e impossessarti del tesoro".
Johannes ubbidì: si spogliò e si lasciò avvolgere dal serpente per due volte ma alla terza ebbe una gran paura e d'improvviso il serpente scomparve.

Da "Sagen aus Osterreich", a cura di Hans Darnstadt

martedì 9 maggio 2017

La Troll nel Bosco, Scandinavia

n giorno un boscaiolo stava abbattendo alberi con due suoi compagni a Hurdal. Avevano appena rovesciato un tronco pesante quando all'improvviso dei gomitoli rotolarono ai loro piedi. Meravigliati, gli uomini si chiesero che cosa mai significasse. Quando il primo di loro sollevò lo sguardo per vedere da dove erano caduti, vide in cima all'altura una giovane donna, la cui bellezza era così accecante che il boscaiolo dovette chiudere gli occhi.
"Non mi vuoi riportare uno dei gomitoli?", gli chiese la donna.
Il boscaiolo le si avvicinò e si accorse che era ancora più bella di quel che sembrava. Se non avesse dovuto terminare il lavoro sarebbe certamente rimasto a contemplarla. Tornò invece ad abbattere tronchi, e quando, qualche istante dopo, volse nuovamente lo sguardo alla montagna, la donna era sparita. Il boscaiolo aveva sentito parlare spesso di Huldren e Troll e sapeva bene cosa succedeva a coloro che davano troppa confidenza a questi esseri. Durante la notte si coricò perciò in mezzo ai suoi due compagni per sentirsi al sicuro, e decise di non pensare più alla troll.
Ma tutto ciò non servì a nulla, perché la donna lo rapì e lo trasportò in volo all'interno di una montagna, in un posto lussuoso e confortevole.
Per tre giorni e tre notti il boscaiolo rimase prigioniero nella montagna.
Il mattino del quarto giorno si risvegliò, tutto turbato, nel suo solito giaciglio del bosco.
"Che tu sia tornato è una bella cosa - gli dissero i suoi compagni - ma ci hai portato sufficienti provvigioni da casa?"
"Certo - rispose il boscaiolo - vi ho portato dei buonissimi tritelli".
Alcuni giorni dopo, mentre stava inserendo un cuneo in un tronco per poterlo fendere in lunghezza, una affascinante donna gli portò un piatto di tritelli, che avevano un aspetto molto invitante e fumavano belli caldi.
"Mangia", gli disse la donna, sedendosi sul tronco.
Proprio allora il boscaiolo si accorse della lunga coda che le penzolava nella fenditura del tronco.





Senza neppure toccare il piatto, estrasse il cuneo dalla fenditura, così che questa si richiuse imprigionando la coda della donna.
L'uomo cominciò poi a pregare ad alta voce, e la troll, urlando e bestemmiando, Iniziò a tirare la sua coda, e infine la strappò e volò via.
Da quel giorno il nostro boscaiolo divenne alquanto strano e cominciò a trascurare il lavoro; non aveva il coraggio di recarsi nel bosco, rischiando di incontrare la troll.
Dopo quattro anni, tuttavia, spinto dalla necessita di lavorare, tornò nel bosco. Mentre si dirigeva nel luogo stabilito, si trovò all'improvviso, senza sapere come, davanti a una casa in cui abitava una vecchia così brutta che al nostro boscaiolo vennero i brividi. Tra i ceppi d'albero giocava un bambino di quattro anni, arruffato e squamoso. La vecchia prese dalla casa un boccale d'acqua e lo porse al bimbo con queste parole:
"Su monello, vai da tuo padre e portagliene un sorso".
Il boscaiolo, a quelle parole, cominciò a tremare e fuggì terrorizzato verso il paese.
Da quel giorno, nonostante le insistenze dei compagni, non volle mai più mettere piede nel bosco.


J. Bauer



"La Troll nel Bosco" (Scandinavia), da: "Norske Huldreeventyr og Folkesagn", di P. C. Asbjørnsen.

Da notare la scena dell'agnizione finale, comune a "La Fanciulla Senza Mani", sia la variante più antica che quella con santificazione, ma anche alle fiabe-novelle del tipo "La Moglie/Sorella Calunniata". Sembrerebbe la risposta grottesca a quel finale, in realtà, è l'esatto contrario.


sabato 15 aprile 2017

I Dodici Fratelli, Grimm n.9, Traduzione Mia

'era una volta un Re e una Regina che vivevano insieme in grande armonia. Avevano dodici figli maschi. E il Re disse alla moglie: 
"Se il tredicesimo figlio che partorirai sarà una bambina, i dodici maschi dovranno morire perché ella non debba spartire con loro né le sue ricchezze né il governo del Reame." 
E ordinò dodici bare riempite di trucioli, e in ogni bara c'era un piccolo cuscino funebre; e comandò che le trasportassero in una sala chiusa a chiave, e diede la chiave alla Regina, ordinandole di non farne parola con nessuno. 
Ma la Regina era oppressa da una gran pena, e il più giovane dei suoi figli, che era il suo prediletto e che aveva chiamato con il nome biblico di Beniamino [1], le disse: 
"Cara madre, perché siete così triste?"
"Amato figlio, non posso dirtelo", rispose la Regina. 
Ma egli non le diede requie finché la madre non aprì la sala segreta e non gli mostrò le dodici bare riempite di trucioli. 
Poi disse:
"Mio amatissimo Beniamino, queste bare le ha fatte preparare tuo padre per te e per i tuoi undici fratelli: se partorirò una bambina voi dovrete essere uccisi e seppelliti qui." 
E singhiozzava da spezzare il cuore.
Allora, il figlio rispose: 
"Non piangete più, cara madre! Vedrete, riusciremo a sfuggire a questo triste destino." 
E la Regina disse: 
"Va' nel fitto del bosco con i tuoi fratelli, e che uno di voi stia sempre di guardia sull'albero più alto, senza staccare lo sguardo dalla torre del castello. Se nascerà un maschietto, farò issare un drappo bianco e potrete ritornare. Ma, se nascerà una femmina, farò issare un drappo rosso come il sangue, e allora fuggite il più lontano possibile, e che il buon Dio vegli su di voi. Ogni notte pregherò perché in inverno abbiate un fuoco a cui scaldarvi, e perché, in estate, la calura non vi sfinisca." 
Dopo avere ricevuto la benedizione materna, i figli fuggirono nel bosco.
Montavano di guardia uno dopo l'altro sulla quercia più alta, e non distoglievano mai lo sguardo dalla torre.
Passarono undici giorni e il turno di guardia toccò a Beniamino. Egli vide che veniva issato un drappo, ma non era bianco, bensì rosso come il sangue ed era l'annuncio di morte per lui e per i suoi fratelli.
Quando corse ad avvertire i fratelli, essi montarono su tutte le furie e dissero:
"Dobbiamo dunque morire a causa di una femmina? Giuriamo che, ovunque ci capitasse di incontrare una fanciulla, faremo scorrere il suo sangue purpureo."
Poi, si addentrarono ancor di più nel bosco, là dove si addensavano le tenebre, e trovarono una capanna povera e deserta.
Allora dissero:
"Questa sarà la nostra dimora: noi andremo a caccia e tu, Beniamino, che sei il più giovane e fragile, cucinerai e terrai in ordine la casa."
E, ogni giorno, andavano a caccia e uccidevano lepri, caprioli, uccelli e piccioni, e portavano la selvaggina a Beniamino, che doveva cucinare per tutti loro. E vissero insieme per dieci anni, e tennero fede al loro giuramento, e uccidevano tutte le fanciulle che incontrarono [2], e il tempo trascorso non parve loro così lungo.
Intanto, la bambina che la Regina aveva partorito cresceva: era molto bella e aveva una stella d'oro in fronte.
Una volta - era giorno di bucaro - vide, tra i panni stesi sul prato a sbiancare, dodici camicie da uomo e chiese a sua madre:
"Di chi sono queste dodici camicie? Sono troppo piccole per appartenere a mio padre."
Allora, la Regina, con un sospiro accorato, le disse:
"Mia cara bambina, quelle camicie appartengono ai tuoi dodici fratelli."
Disse la fanciulla:
"Dove sono i miei dodici fratelli? E perché non ne ho mai sentito parlare?"
E la madre:
"Dove sono? Lo sa solo Iddio: vagano per il vasto mondo."
Condusse, allora, la figlia alla stanza segreta, la aprì, e le mostrò le dodici bare con i trucioli e i piccoli cuscini funebri.
"Queste bare - disse - erano destinate a loro, ma sono fuggiti prima che tu nascessi", e le raccontò tutto.
Allora, la fanciulla disse:
"Cara madre, non piangete  più: andrò a cercare i miei fratelli."
Prese le dodici camicie, e si allontanò alla volta della foresta.
Camminò tutto il giorno, e, a sera, giunse alla capanna nel bosco.
Entrò, e le venne incontro un giovinetto, che le chiese:
"Da dove vieni e dove vai?", e grandemente si stupiva che fosse così bella, con i suoi ricchi abiti regali e una stella in fronte.
Ed ella rispose:
"Sono figlia di Re e vado in cerca dei miei dodici fratelli, e non mi fermerò, e camminerò fin dove il cielo è azzurro pur di trovarli."
E gli mostrò le dodici camicie [3].
Allora Beniamino capì che qiella fanciulla era sua sorella e disse:
"Io sono Beniamino, il tuo fratello più giovane!"
La Principessa scoppiò a piangere per la gioia e così Beniamino, e caddero l'uno nelle braccia dell'altra, e si baciarono teneramente.
Poi egli disse:
"Cara sorella, devo avvertirti: noi fratelli giurammo che avremmo ucciso qualsiasi ragazza avessimo incontrato sul nostro cammino."
Allora, ella esclamò:
"Morirò volentieri se ciò servisse a liberare i miei cari fratelli."
"No, no - gridò Beniamino - tu non dovrai morire! Nasconditi dietro quel tino, e aspetta finché non avrò parlato con i nostri fratelli."
La fanciulla obbedì, e, quando scese la notte, gli undici Principi tornarono dalla caccia, e Beniamino servì loro la cena. Sedettero a tavola, e, mentre si accingevano a cenare, domandarono:
"Che c'è di nuovo?"
Beniamino disse:
"Come? Non sapete nulla?"
"No"
E Beniamino:
"Voi girate per la foresta, io rimango in casa, eppure ne so più di voi!" "Racconta!"
Egli rispose:
"Se mi promettete che la prossima fanciulla che incontreremo non sarà uccisa" "Sì, sì - esclamarono i fratelli - la risparmieremo; ma racconta!"
Allora, Beniamino annunciò:
"Nostra sorella è qui."
E andò a prendere dietro il tino la bella fanciulla in abiti regali e con la stella d'oro in fronte. Ed era così affascinante, delicata e radiosa che i fratelli si rallegrarono, la abbracciarono e la baciarono e sentirono di amarla con tutto il cuore.
Da quella notte, la Principessa rimase con loro. Aiutava Beniamino con le faccende di casa, mentre gli undici fratelli erano a caccia, e cucinava per cena le lepri, i caprioli, gli uccelli e i piccioni che le portavano. Si procurava la legna per la stufa e le erbette per il contorno, e, quando gli undici fratelli rientravano, trovavano sempre la cena in tavola e i lettini immacolati e in ordine, cosicché erano tutti felici e contenti e vivevano in grande armonia.
Ma la capanna aveva un piccolo giardino, nel quale c'erano dodici gigli.
Una sera, ella volle usare una gentilezza ai suoi fratelli e colse i dodici fiori, pensando di ornare i loro coperti a cena. Ma, non appena ebbe colto i fiori, i dodici fratelli si trasformarono in dodici corvi e volarono via, e anche la capanna e il giardino sparirono.
La povera fanciulla si ritrovò sola nella foresta cupa e tenebrosa, ma le comparve accanto una vecchia che le disse:
"Ahimé, bambina, che hai fatto? Perché hai toccato i dodici fiori bianchi? Erano i tuoi fratelli, e ora sono tramutati in corvi per sempre."
La ragazza disse piangendo:
"Non vi è modo di liberarli?"  
"Esiste un solo modo - disse la vecchia - ma è così difficile che non ce la farai: dovrai essere muta per sette anni, non potrai parlare né ridere e anche se ti sfuggisse una parola soltanto, e anche se dovesse mancare soltanto un'ora allo scadere dei sette anni, tutto sarebbe vano, e i tuoi fratelli sarebbero uccisi da quell'unica parola.[4]" 
Ma la fanciulla disse tra sé e sé: "Libererò i miei fratelli ad ogni costo!" 
Andò in cerca di un alto albero, vi si arrampicò, e prese a filare, senza parlare né ridere.





Avvenne che un Re andasse a caccia nella foresta. Questo Re possedeva un grosso levriero, che corse sotto l'albero sul quale aveva trovato rifugio la fanciulla, e prese ad abbaiare e a latrare, lanciandosi in grandi balzi verso la cima.
Il Re si avvicinò e scorse la bellissima Principessa con la stella d'oro sulla fronte, e fu così ammaliato dalla sua avvenenza che le chiese se voleva diventare sua sposa. La fanciulla non rispose, ma accennò lievemente con il capo in segno di assenso.
Allora, il Re salì sull'albero, portò giù la bella fanciulla e la mise sul suo cavallo.
Le nozze furono celebrate con grande pompa e nel tripudio generale, anche se la sposa non parlava né rideva.
Trascorsero felici un paio di anni, quando la madre del Re, che era una donna malvagia, prese a calunniare la giovane Regina e ripeteva al figlio:
"Ti sei messo in casa una mendicante straniera, chissà quali empietà compie in segreto! È muta e non può parlare, ma potrebbe almeno ridere! Chi non ride nasconde una cattiva coscienza."
Sulle prime, il Re non voleva prestarle orecchio, ma la madre non gli dava pace, e continuava ad insinuare calunnie terribili sulle nefandezze della sposa, tanto che egli, infine, si lasciò convincere, e la condannò a morte.
Nel cortile fu acceso un gran fuoco, il rogo sul quale ella doveva essere bruciata, e il Re, dalla sua finestra, guardava nella corte con gli occhi colmi di lacrime, poiché l'amava ancòra.
E, quando la giovane Regina era già legata al palo, e già lingue di fuoco lambivano le sue vesti, ecco, trascorse l'ultimo istante dei sette anni.
Nell'aria si udì un frullare d'ali, e arrivarono dodici corvi, e si posarono a terra, e, non appena toccavano il suolo, riprendevano le sembianze dei suoi fratelli, liberati dal suo sacrificio.
Essi spensero le fiamme, dispersero le fascine del rogo, slegarono la sorella, e la baciarono e l'abbracciarono.
Ora ella era libera di parlare, e raccontò al Re perché prima non poteva pronunciare parola né ridere.
Il Re si rallegrò della sua innocenza, e vissero tutti insieme felici e in armonia fino alla morte.
La malvagia madre fu chiusa in una botte piena di olio bollente e di serpenti velenosi e morì di una mala morte.






"I Dodici Fratelli", Die zwölf Brüder
Grimm n.9
Classificazione; Aa Th 451 [The Brothers Who Were Turned into Birds]
Traduzione. Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm"


[1] Nella prima versione (1812), non è citato il nome del figlio più giovane.

[2] La sottolineatura che i fratelli mantennero il giuramento e che, per dieci anni, si dedicarono all'assassinio di "fanciulle innocenti" è presente solo nella prima versione.

[3] Nella prima versione, il fratello più giovane si accinge ad ucciderla, ma si intenerisce a causa delle sue suppliche. Così accadrà anche con gli altri fratelli. Una volta graziata la nuova arrivata, scopriranno le dodici camicie, la riconosceranno come loro sorella e si rallegreranno per averla risparmiata.

[4] Non ci sono le camicine da cucire. Rimangono i divieti canonici: non parlare e non ridere. Nella prima versione, il numero degli anni corrisponde al numero dei fratelli.

domenica 18 dicembre 2016

Un'Altra Storia su Contarape

on un vecchio pastore, un uomo molto schietto, Contarape aveva quasi stretto amicizia, tanto che gli permetteva di recarsi al pascolo col gregge fino alle siepi del suo giardino, cosa che nessun altro avrebbe mai potuto fare.
Un giorno però il vecchio non prestò sufficiente attenzione e alcune pecore sconfinarono nel giardino dello gnomo.
Contarape si adirò a tal punto che spaventò il gregge e lo fece precipitare giù per la montagna.
La maggior parte delle pecore si infortunò, e il pastore si trovò in gravissime difficoltà.
Un medico di Schmiedberg, che era solito raccogliere erbe sui Monti dei Giganti, aveva avuto anche lui l'onore, pur senza saperlo, di intrattenere con la sua loquacità da spaccone lo gnomo, che gli compariva davanti di volta in volta nelle vesti di taglialegna, o in quelle di viaggiatore, lasciandosi spiegare da questo Esculapio tutte le sue cure.
Talvolta era anche tanto cortese da portargli per un buon pezzo il pesante fascio di erbe e da informarlo su alcune proprietà balsamiche ancora sconosciute.
Il medico, che si riteneva più esperto di un banale taglialegna, si infastidì di questo insegnamento e gli disse risentito:
"Il calzolaio deve fare il suo mestiere e il boscaiolo non deve avere la pretesa di insegnare al medico. Ma visto che tu te ne intendi così bene, allora dimmi sapientone: che cosa vi fu per prima, la ghianda o la quercia?"
Lo Spirito rispose: "Senza dubbio fu l'albero a venire per primo perché il frutto proviene dall'albero".
"Stolto!- soggiunse il medico - e da dove provenne il primo albero se non poté nascere dal seme, racchiuso nel frutto?"
Il boscaiolo rispose: "E' davvero una bella domanda, ma è troppo elevata per me.
Anch'io però voglio farvi una domanda: a chi appartiene la terra sotto ai nostri piedi, al re di Boemia o al signore della montagna?"


Rübezahl (Il Contarape in Slesia)


Così infatti si faceva chiamare lo Spirito, perché il nome di Contarape non gli era gradito e provocava una scarica di legnate e di lividi.
"Ritengo che questo terreno appartenga al mio signore, il re di Boemia, perché Contarape è solo un fantasma, uno spauracchio per i bambini".
Non appena ebbe pronunciato queste parole, il taglialegna si trasformò in un terribile gigante, con occhi di fuoco e gesti minacciosi, che, inveendo terribilmente contro il medico, disse con voce roca:
"Eccolo qui Contarape che ti farà vedere come non esiste spezzandoti le costole!".
Lo prese quindi per il collo e lo sbatté contro alberi e pareti rocciose, poi gli cavò un occhio e lo abbandonò in quel luogo più morto che vivo, tanto che in seguito il medico non volle più andare su quelle montagne a raccogliere erbe.

"Leggende di Contarape" (Boemia), J. K. A. Musaus.
Da : Il Bosco. Miti, leggende e fiabe, A. Mari - Ulrike Kindl

sabato 10 dicembre 2016

San Nicola e il Krampus

E' il 10 dicembre. San Nicola ed il suo tenebroso compagno-servo, il Krampus, hanno già concelebrato (5-6 dicembre) il loro rito, legato al solstizio invernale: il Bene e il Male (asservito, ma sempre pericoloso), uno dei Santi più celebri e amati e l'ombra grottesca di un diavolo. Inutile precisare che la cerimonia, così come viene rappresentata, è frutto della "rivisitazione" cristiana. Non se ne conoscono le origini con precisione. Confrontare per capire, e, Proppianamente, guardare alla funzione e non al personaggio. L'ossessione dell'asservimento dell'Uomo Selvaggio è presente anche nelle fiabe, dove, più onestamente, la strana Creatura, la divinità agreste, si dimostra riconoscente, se liberata, e una figura paterna se salva ed accoglie. (Vedi "L'Uomo Selvaggio", Grimm n.136, Traduzione mia)


Sfilata dei Krampus a Dobbiaco

San Nicola e la Sua Scorta Diabolica, i Krampus (Rieditato)




"Un interessantissimo caso di sopravvivenza di culti e rituali precristiani connessi al periodo invernale, nonché di contaminazione suggestiva tra culture diverse (germanica, latina, slava e anche cristiana) è quello dei Krampus, una tradizione che è tutt’oggi mantenuta in vita in molte zone dell’arco alpino italiano ed europeo (dalla Germania, all’Italia, all’Austria fino ad arrivare in Croazia) e che richiama moltissimi curiosi. Niente da dire, oltre che affondare le proprie radici in un passato che ormai nessuno conosce più (e anche a livello di studio antropologico, è difficile risalire alla sua cellula madre), la festa è un’occasione di rara suggestione e fascinazione proprio per tutti, dai bambini agli adolescenti agli adulti. Che si creda o meno, che si sia scettici o meno, difficile non farsi aggrovigliare le viscere al rumore dei campanacci che si avvicinano...

giovedì 21 luglio 2016

Il Sambuco, la Driade, e la Madre o Nonnina-Sambuco





La Hyldemoer di H. C. Andersen, spesso sbrigativamente tradotta in Italiano: la Nonnina del Sambuco, è dichiaratamente (nelle versioni integrali) una Driade, una ninfa o divinità minore degli alberi. La novella - perché tale è, non una fiaba - gronda degli usuali buoni sentimenti andersiani. Cupezza, delitto e castigo, mortificazione dei proprii desiderii, sofferenze come espiazione e strada per la Salvezza, fidanzati sfortunati (ma saranno felici in un mondo "migliore"), madri orbate dei bambini innocenti (ma è la volontà di Dio, magari le moriva sulla forca) pur respingendomi alla velocità della luce, si riscattano con rari spunti ironici, dialoghi surreali, e una sorta di malcelata soddisfazione con cui affonda nel ridicolo i "vincenti" tradizionali. Nessuna nemesi sociale, per carità, una sua debolezza. Tornando alla sua Hyldemoer, non si nega e non ci nega quegli assaggi, scorci, brandelli di cultura popolare che fanno irresistibilmente parte del suo immaginario. Naturalmente: maneggiare con cura. Ovvero, è tutto da decifrare e da depurare. In fondo, (per Andersen) trattasi di un mondo pagano e pericoloso, ma troppo radicato per essere rinnegato sbrigativamente.

martedì 8 settembre 2015

Il Bosco Magico. K. Briggs (Inghilterra)

Rackham A.



olto tempo fa, viveva in Inghilterra un Re crudele che amava rincorrere a cavallo le giovani fanciulle che capitavano nella campagna intorno al suo castello e, dopo averle catturate (e malvagiamente approfittato di loro), le trafiggeva con la sua spada affilata. I genitori delle giovani della zona fecero allora in modo di mandare le loro figlie lontano, in luoghi più sicuri.
C'era però una piccola, giovane fanciulla, in una casa solitaria, che non aveva potuto andarsene. Sua nonna era troppo povera per pagarle il viaggio e così la teneva nascosta, e tutte e due si guadagnavano la vita filando.
La loro casa era vicina a un bosco incantato dove nessuno osava entrare, neppure il malvagio Re, per timore della grande quercia magica che cresceva nel centro del bosco. Un giorno che la nonna era malata, la fanciulla fu costretta a uscire per andare al mercato a vendere la lana, perché non avevano più niente da mangiare. Prima che la nipote se ne andasse, la nonna la baciò raccomandandole di essere molto cauta e di stare lontana dal bosco magico, benché la strada più breve per raggiungere il mercato passasse proprio di lì. La fanciulla si mise in cammino con la matassa di lana da vendere. Non aveva fatto ancora molta strada quando vide comparire in lontananza la figura del crudele Re a cavallo.
La fanciulla non fuggì ma silenziosamente entrò nel bosco magico.

Nel bosco della quercia ella entrò
e davanti a essa s'inchinò
così la quercia la portò in città
e così giunse in città attraverso il bosco.
Il bosco magico.

Sembrava tutto risolto. ma il Re, che l'aveva vista entrare nel bosco, aveva spronato il cavallo e si era lanciato all'inseguimento.

Nel fitto della boscaglia cavalcò
e verso la grande quercia se ne andò,
lì giunto estrasse la spada affilata per colpire
ma un grosso ramo gli cadde sul collo facendolo morire.
Nel bosco, nel bosco magico.

Gli uomini del Re andarono a cercare il loro Signore, e, quando lo trovarono morto, si lanciarono al galoppo nel bosco, verso la grande quercia magica.
Cavalcarono nel bosco verso la magica quercia per tagliare la pianta, la grande quercia.

La quercia scricchiolò
e il suo richiamo risuonò
e tutti gli alberi del bosco radunò.
Essi si chiusero attorno agli incauti guerrieri
e il bosco si strinse in tutti i suoi sentieri.
Più nessuno ritornò dal bosco
dal grande bosco magico.


Welz Stein C.


Da K. Briggs: "Dictionary of British folk tales".



lunedì 24 agosto 2015

Contarape Paladino di una Casalinga Disperata (Boemia)

Lo Gnomo indignato abbandonò dunque il mondo, con la ferma decisione di non ritornarvi mai più.
Col tempo però la sua ira si placò, anche se la sua vecchia ferita impiegò ben novecentonovanta anni a rimarginarsi.
Infine, oppresso dalla noia, accettò la proposta del suo buffone di Corte di fare una gita di piacere sui Monti dei Giganti.
Il lungo viaggio fu compiuto in men che non si dica.
In un baleno egli si ritrovò sul prato dove un tempo c'era stato il suo giardino e gli ridiede l'antico aspetto. Gli uomini però non potevano scorgere nulla: i viandanti che attraversavano le montagne non vedevano null'altro che una zona paurosamente selvaggia.
La visione del giardino gli ravvivò in cuore l'antica passione, ma il ricordo della fanciulla amata e dell'umiliazione subita riaccese anche la sua rabbia contro tutta la razza umana.
"Razza di vermi!- gridò il Nano guardando giù nella valle i campanili delle chiese, i monasteri delle città e i borghi - Siete ancora qui nella valle dunque.
Ora mi ripagherete per i raggiri e le perfidie, vi perseguiterò e vi farò vedere io di che cosa è capace lo Spirito della montagna!"
Non sempre Contarape risarciva con una azione generosa i poveretti che colpiva con i suoi scherzi.
Anzi, a volte, perseguitava gli uomini solo per il gusto di provocare danni, senza preoccuparsi minimamente di sapere se la persona da lui presa di mira fosse un lazzarone o un uomo onesto.
Spesso, senza che neanche se ne rendessero conto, si univa ai viandanti solitari e, facendo loro perdere la strada, li abbandonava vicino a un burrone o in una palude e se ne andava ridendo fragorosamente.
Spesso azzoppava il cavallo di qualche viaggiatore, o spezzava una ruota o un asse del carro, oppure faceva cadere davanti agli occhi dei carrettieri un grosso masso, e loro dovevano spostarlo sul ciglio con enorme fatica per poter proseguire.
Se una carrozza non riusciva a muoversi, trattenuta da un potere misterioso, e nemmeno la forza di sei cavalli era sufficiente per spostarla, il carrettiere non sbagliava certo, pensandosi vittima di uno scherzo di Contarape.
Se però, invece di subire pazientemente, cominciava a inveire contro lo Spirito, ecco che allora un esercito di calabroni innervosiva i cavalli, una mano invisibile lanciava una pioggia di pietre o dispensava una sonora bastonata.
[...] Se era facile giocarsi l'amicizia di Contarape, altrettanto semplice era conquistarsela.


The Motherland, Bouguereau W.A.


n giorno, il nostro Spirito stava prendendo il sole vicino alla siepe del suo giardino, quando vide avvicinarsi con gran spigliatezza una donnetta, che attirò la sua attenzione per lo strano corteo che si portava dietro.
Aveva un bimbo al seno, uno lo portava sulla schiena, un terzo lo teneva per mano, mentre un ragazzino un po' più grandicello la seguiva con un cesto vuoto e un rastrello, per raccogliere erba per il bestiame.
'Una madre - pensò Contarape - è davvero una creatura speciale, si porta in giro quattro bimbi e nonostante ciò svolge il suo lavoro senza lamentarsi e poi si porta anche il peso della cesta: certo che le paga proprio care le gioie dell'amore!' Facendo queste considerazioni, si sentì pieno di benevolenza e disposto a scambiare quattro parole con la donna.
Costei mise a sedere i suoi bambini sul prato e cominciò a rastrellare un po' di fronde.
I bimbi però, che si annoiavano, cominciarono a piangere, così la madre fu costretta ad abbandonare la sua occupazione per giocare e trastullare i figli. Li prese in braccio saltellando con loro qua e là, poi, cantando e scherzando, li fece addormentare e se ne tornò al lavoro.
Un attimo dopo le zanzare punsero i bimbi addormentati che subito ricominciarono la loro sinfonia: la madre non si spazientì, andò nel bosco, raccolse fragole e lamponi, e attaccò il figlio più piccolo al seno.
Questo trattamento materno piacque moltissimo allo Gnomo.
Solo il bimbo che poc'anzi era sulla schiena della mamma non si lasciava consolare: era un bimbo cocciuto e ostinato, gettava via i lamponi che la madre premurosa gli porgeva e strillava come un matto.


Hicks G.E.


Infine la donna perse la pazienza ed esclamò: "Contarape, vieni e mangiati questo bimbo capriccioso!".
In un attimo lo Spirito comparve sotto le spoglie di un carbonaro, si avvicinò alla donna dicendo: "Eccomi qui, cosa vuoi?".
La donna si spaventò molto dell'efficacia delle sue parole, ma si riprese subito, si fece coraggio e disse: "Ti ho chiamato solo per far tacere i miei bambini, ora che sono tranquilli non ho più bisogno di te. Ti ringrazio comunque molto per il tuo aiuto".
"Lo sai - replicò lo Spirito - che nessuno mi può chiamare senza venire castigato? Ti prenderò sulla parola: dammi tuo figlio che me lo mangio, è tanto che non mi capita un bocconcino così prelibato".
Così dicendo, allungò verso il bambino la sua mano fuligginosa.
Come la chioccia quando il nibbio vola alto nel cielo o il volpino va a caccia in cortile, con un chiocciare impaurito, richiama i suoi pulcini al nido, gonfiando le penne e allargando le ali, pronta a cominciare un'impari battaglia anche contro il più forte dei nemici, allo stesso modo la donna si avventò contro la barba del carbonaro e chiudendo stretti i pugni gridò: "Mostro! Dovrai strapparmi questo mio cuore di madre dal petto, prima di riuscire a portarmi via il figlio!".
Contarape non si sarebbe mai immaginato un attacco così coraggioso, e indietreggiò, non sapendo bene come reagire, perché non aveva mai fatto una tale esperienza.
Sorrise quindi amichevolmente alla donna: "Non indignarti in questo modo! Non sono un mangiatore di uomini come tu credi e non voglio fare alcun male né a te né ai tuoi bambini: lasciami invece il bimbo che piangeva: mi piace, lo tratterò come uno "junker", lo vestirò di velluto e seta e ne farò un prode giovanotto, che sarà poi in grado di provvedere al padre e ai fratelli. In cambio chiedimi tutto il denaro che vuoi".
La madre rispose lesta: "Ah sì, ti piace mio figlio? Bene, e io non lo vendo per tutto l'oro del mondo, anche se è un diavoletto".
"Stolta! - replicò lo Spirito - Non hai già il fardello di altri tre figli, che devi faticosamente nutrire e che ti tormentano giorno e notte?"
"E' vero, ma, visto che sono la loro madre, devo assolvere il mio compito. I bambini danno molto da fare, ma sono anche una gioia".
"Bella gioia portarseli in giro tutto il giorno, curarli, pulirli, sopportare le loro cattive maniere e le loro grida!"
"Perfettamente vero, signore! Pero non conoscete le gioie materne: tutto il lavoro e la fatica sono ripagate da un unico dolce sguardo, dal tenero riso e dal balbettio delle innocenti creature. Guardate come si aggrappa a me il piccolo adulatore! Ora è come se non fosse stato lui a piangere e strillare... Avessi cento mani che vi potessero sollevare e trasportare e lavorare per voi, figli miei!"
"E tuo marito non ne ha di mani per lavorare?"
"Oh certo! A volte le agita pure e mi capita di sentirle".
Lo Spirito sbottò: "Come? Tuo marito ha il coraggio di levare le mani contro di te? Contro una donna come te? Voglio rompergli l'osso del collo!".
La donna rispose ridendo: "Allora avreste molti colli da rompere, se doveste punire tutti gli uomini che mettono le mani su una donna! Gli uomini sono una brutta razza, per questo da noi si dice che il matrimonio è un cattivo affare: mi chiedo proprio per quale ragione mi sia sposata".
"Se sapevi che gli uomini erano una brutta razza, allora è stato proprio sciocco da parte tua sposarti".
"Può darsi! Ma Steffen era un tipo sveglio, che guadagnava bene, e io una povera fanciulla senza dote. Venne a chiedermi in sposa, mi diede un tallero e l'affare fu concluso. In seguito rivolle indietro il tallero, mentre a me rimase un marito rude".
Lo Spirito sorrise e disse: "Forse l'hai reso rude con la tua caparbietà".
"Quella poi me l'ha già fatta passare da un pezzo! Steffen è piuttosto avaro, se gli chiedo una monetina strepita adirato per casa come voi fate sulle montagne, rimproverandomi la mia povertà, e su questo punto io non posso che tacere.
Se gli avessi portato una dote, allora gli farei vedere io".
"Qual è la professione di tuo marito?"
"E' un venditore di vetrerie, che guadagna faticosamente i suoi soldi, portandosi in giro per tutta la Boemia i suoi pesanti fardelli. Se qualcosa si rompe siamo naturalmente io e i bambini a farne le spese, ma le botte d'amore non fanno male".
"E tu puoi ancora amare un uomo che ti tratta così male?"
"Perché no? Non è forse il padre dei miei figli? Loro sistemeranno tutto, e ci compenseranno quando saranno grandi".
Dopo il lungo colloquio, lo Spirito rinnovò la sua proposta di comprare il bimbo, ma la donna non lo degnò di risposta, raccolse il fogliame mettendolo nel cesto e vi legò sopra anche il piccolo che aveva pianto e strillato tanto, mentre Contarape fece per andarsene.
Visto che il peso era però troppo e non riusciva a sollevarlo, la donna lo richiamò dicendogli: "Visto che vi ho chiamato, fatemi allora il piacere di aiutarmi a sollevare il cesto, e se volete fare qualcosa per noi, allora regalate al bimbo che vi è piaciuto tanto una moneta per comprare un paio di panini, domani poi torna a casa il padre che ci porterà pane bianco di Boemia".
Lo Spirito rispose: "Ti aiuto volentieri a sollevare il tuo carico, ma se tu non mi dai il bimbo, io non gli regalo proprio nessuna monetina".
"Bene", replicò la donna, e se ne andò per la sua strada.
Più andava avanti e più il cesto diventava pesante tanto che non ce la faceva a reggerlo e ogni dieci passi doveva fermarsi a prendere fiato.
La cosa non le sembrò possibile e pensò che Contarape le avesse giocato un brutto tiro e avesse messo dei sassi sotto il fogliame: si fermò, quindi e, appoggiato il cesto, lo ribaltò per controllarne il contenuto.
Ne uscirono solo fronde e fogliame, niente sassi. Lo riempì quindi a metà e raccolse ancora tutto il fogliame che ci stava nel grembiule.
Ma il cesto le sembrò di nuovo troppo pesante e con suo grande stupore dovette togliere ancora qualcosa. Aveva spesso portato a casa dei grossi carichi di erba, ma non aveva mai provato una tale stanchezza.
Ciò nonostante, giunta a casa, si occupò anche delle faccende domestiche, diede il fogliame alla capra e al giovane capretto, preparò la cena per i figli, li fece addormentare, disse le sue preghiere e poi cadde contenta in un sonno profondo.
La luce rossastra del mattino e il pianto del neonato che reclamava a gran voce la sua colazione chiamarono la donna alle sue faccende giornaliere, togliendola al sonno ristoratore.



The End of a Happy Day, Thomas Faed


Per prima cosa si recò, come sua abitudine, nella stalla col secchio della mungitura.
Ma quale terribile visione si presentò ai suoi occhi! La vecchia capra giaceva morta stecchita, il capretto invece faceva roteare gli occhi in modo orribile, allungava la lingua, era in preda a violente convulsioni, e la morte non avrebbe tardato a coglierlo.
Una tale disgrazia non era mai capitata alla buona donna.
Terribilmente spaventata, si lasciò cadere su un mucchio di paglia e, tenendo il grembiule davanti agli occhi per non vedere il dolore del capretto morente, sospirò profondamente: 'Oh povera me! E adesso che cosa faccio? E che reazioni avrà mio marito tornando a casa? Ah, tutto è perduto a questo mondo!'.
Ma subito dopo si rimproverò per questo pensiero.
'Se le due bestie son tutto quel che hai al mondo - pensò - che cos'è allora Steffen e che cosa sono i tuoi figli?" Si vergognò della sua precipitazione.
'Lascia perdere le ricchezze, hai ancora tuo marito e i tuoi quattro figli. Di latte per il piccolo neonato ne hai ancora e per gli altri tre bambini c'è acqua in abbondanza nella fontana. Se anche litigo con Steffen e lui mi picchia in malo modo, non è altro che un triste momento della vita matrimoniale. Non ho perso comunque nulla. La raccolta ha ancora da venire e posso andare a mietere, durante l'inverno poi voglio filare fino a notte fonda, così riusciremo a comprarci un'altra capra, e, una volta che abbiamo la capra, non mancheranno nemmeno i capretti."
Così meditando tra sé e sé, divenne nuovamente di buon umore, si asciugò le lacrime e si accorse che ai suoi piedi giaceva una foglia, che brillava chiara come se fosse stata d'oro puro.
La sollevò e si accorse che era anche pesante.
Subito si alzò e corse dalla sua vicina ebrea mostrandole ciò che aveva trovato: costei confermò che era oro e glielo comprò per due talleri in contanti.
Tutto il suo dolore era ora dimenticato: finora la povera donna non aveva mai visto tanti soldi in una volta.
Andò dal panettiere e comprò panini e ciambelle al burro, comprò anche un cosciotto di montone per Steffen, quando fosse giunto a casa stanco e affamato, dopo il viaggio.
Come corsero incontro i bimbi sgambettanti alla mamma felice, che portava loro una colazione tanto insolita! Ella si abbandonò completamente alla gioia materna di sfamare i suoi bimbi, e ora la sua più viva preoccupazione era quella di far sparire le bestie, che pensava fossero morte per le arti magiche di una donna malvagia, e di nascondere la disgrazia al marito il più a lungo possibile.
Il suo stupore superò ogni misura quando, guardando nella mangiatoia, si accorse che di fogliame d'oro ve n'era un mucchio intero.
Se avesse conosciuto la favola popolare greca, avrebbe subito capito che il suo bestiame era morto per l'indigestione di re Mida.
Ella immaginò comunque che fosse accaduto qualcosa del genere, per questo affilò il coltello da cucina, aprì il ventre della capra e vi trovò dentro un bel grumo d'oro, grosso come una mela. Trovò la stessa cosa anche nel ventre del capretto dove il metallo era un po' meno, perché l'animale aveva inghiottito meno foglie.
La sua ricchezza era ora illimitata, ma cominciò ad avere anche pressanti preoccupazioni: divenne irrequieta, paurosa, le venne il batticuore, non sapeva se doveva chiudere il tesoro nel cassettone o se doveva seppellirlo in cantina, temeva i ladri e non voleva nemmeno mettere subito al corrente di tutto quell'avaro di Steffen, perché aveva paura che, da strozzino qual era, si sarebbe preso tutti i soldi lasciando al verde lei e i figli.
Pensò a lungo a quale fosse il comportamento migliore, senza però riuscire a trovare una soluzione.
Il parroco del paese era il protettore di tutte le donne oppresse e non permetteva che i loro villani consorti le maltrattassero, imponendo delle pesanti penitenze ai mariti violenti, e prendendo sempre le difese delle donne.
Costei si recò quindi dal curato e gli raccontò tutta l'avventura con Contarape, come le avesse procurato una grossa ricchezza e quali fossero ora i suoi problemi.
Dimostrò anche la veridicità del suo racconto, mostrando il tesoro che aveva portato con sé.
Il parroco si fece più volte il segno della croce udendo questa vicenda prodigiosa, ma, nel contempo, si rallegrò per la fortuna capitata alla povera donna e, girandosi fra le mani il cappello, cercò un buon consiglio perché lei potesse tranquillamente godere del suo tesoro senza che il tenace Steffen se ne impossessasse.
Dopo aver pensato a lungo disse: "Ascolta me figliola, che ho sempre un buon consiglio per tutti. Dammi in custodia l'oro e io me ne prenderò cura, poi scriverò una lettera in italiano, dove si dice che tuo fratello, che molti anni fa se ne andò in cerca di fortuna, salpato per le Indie al servizio di Venezia, è morto in quel lontano paese, lasciandoti in eredita tutti i suoi beni alla condizione che tu sia tutelata dal parroco del tuo paese, contro le cattive intenzioni di terzi. Non voglio per me né ricompensa, né ringraziamenti: pensa solo che devi un ringraziamento alla santa chiesa, per la benedizione che ti è stata concessa dal cielo e promettimi solo una ricca pianeta".
Questo consiglio soddisfece pienamente la donna, che senza indugio promise al parroco la pianeta. Costui pesò quindi scrupolosamente l'oro e lo mise nella cassaforte della chiesa, mentre la donna prese commiato con cuore contento e leggero.


Bauer J.


Anche Contarape era patrono delle donne come il buon parroco di Kirchsdorf, ma con una differenza. Quest'ultimo onorava tutte le donne perché, come diceva, anche la Santa Vergine era una di loro, ma non prediligeva nessuna in particolare - cosa che avrebbe potuto rovinare la sua buona fama.
L'altro, al contrario, odiava tutte le donne per colpa di quella che lo aveva raggirato, anche se a volte si trovava in una disposizione d'animo più mite, che lo portava a prenderne una sotto tutela e a essere gentile con lei.
Mentre il comportamento della coraggiosa madre aveva conquistato la sua benevolenza, il rude Steffen aveva suscitato la sua ira.
Gli venne quindi una gran voglia di vendicare la brava donna giocando al marito un brutto tiro, che lo spaventasse a tal punto da farlo diventare mansueto e completamente sottomesso alla moglie.
A questo scopo si mise in sella del vento del mattino, galoppò sopra montagne e valli, spiò come un gendarme tutte le strade e gli incroci di Boemia, e dove scorgeva un viandante che portava un fardello gli era subito alle costole, per controllare il suo carico.
Per fortuna, nessuno dei viandanti incontrati trasportava vetrerie, altrimenti, anche senza essere il marito della donna protetta, sarebbe stato sicuramente vittima della burla di Contarape, e i danni subiti non gli sarebbero stati risarciti.
Steffen, carico come un mulo, non poté comunque sfuggire alle sue ricerche.
Verso l'ora del vespro, lo Gnomo vide avvicinarsi un bell'uomo con un grosso fardello sulla schiena, sotto i cui passi decisi risuonava il tintinnante carico che portava in spalla.
Lo Gnomo in agguato si rallegrò molto non appena lo scorse in lontananza, e lo riconobbe.
Ora era sicuro della sua preda e si accinse a giocargli un brutto tiro.
Steffen ansimando era quasi giunto in cima alla montagna, gli mancava solo l'ultima salita che conduceva alla vetta e lesto si dirigeva verso casa, accingendosi a quest'ultima fatica, ma la salita era assai ripida e il suo fardello molto pesante. Dovette riposarsi più di una volta, mise quindi il bastone nodoso sotto il cesto, cercando così di alleggerirne il peso, e si asciugò il sudore che gli bagnava la fronte. Con le ultime forze riuscì finalmente a raggiungere la cima della montagna, dove un bel sentiero portava sul crinale.
In mezzo alla strada c'era un abete appena segato e vicino si trovava il suo ceppo, dritto e ben levigato come il piano di un tavolo, tutt'intorno cresceva una bella erbetta.
La vista di questo luogo fu tanto allettante per l'uomo stanco sotto il peso della sua mercanzia, che subito appoggiò il pesante cesto sul ceppo e vi si sdraiò di fronte all'ombra, disteso sulla tenera erbetta.
Qui si mise a contare il guadagno netto che aveva accumulato questa volta e poté stabilire che, se non avesse dissipato nulla in casa, dove al cibo e ai vestiti provvedeva la sua laboriosa moglie, avrebbe avuto abbastanza denaro per comprarsi un asino al mercato di Schmiedenberg.
Il pensiero di poter caricare un asino e poi camminargli comodamente a fianco era così consolante in quel momento in cui le spalle gli dolevano per il peso portato, che come succede, cominciò a fantasticare sul futuro.
'Se riesco a procurarmi un asino - pensò - troverò presto il modo di sostituirlo con un cavallo, poi riuscirò a prendermi un campicello. Da un campo se ne cavano facilmente due, e col passare degli anni si arriva a possedere un intero maso, allora anche Ilse potrà avere una gonna nuova'.
Stava fantasticando in questo modo, quando Contarape fece sollevare un forte vento proprio intorno al ceppo, che rovesciò in un batter d'occhio il cesto di vetrerie, facendo andare tutto in mille pezzi.
Che colpo fu per Steffen! Contemporaneamente gli sembrò di udire in lontananza una gran risata, ma pensò che fosse stata solo un'illusione o l'eco delle vetrerie andate in frantumi.
Siccome però il vento sollevatosi poc'anzi non gli sembrava naturale, e quando si guardò intorno il ceppo e l'albero erano scomparsi, indovinò facilmente a chi si doveva attribuire la sua disgrazia e cominciò a lamentarsi:
"Dispettoso di un Contarape, che cosa ti ho fatto perché tu mi derubi del mio pezzo di pane, che mi sono guadagnato sputando sangue? Ah povero me!".
Poi fu preso da un attacco d'ira e cominciò a insultare terribilmente lo Spirito della montagna, per farlo arrabbiare.
"Maledetto!- gridò - Vieni a strangolarmi, adesso che mi hai tolto tutto quello che ho al mondo!". In effetti, in quel momento le sue vetrerie rotte gli sembravano più importanti della sua stessa vita; Contarape però non si fece né sentire, né vedere.
Steffen dovette decidersi a raccogliere per lo meno i pezzi, nella speranza di poterne scambiare qualcuno con vetrerie nuove, per cominciare a rifarsi il campionario.
Sprofondato nei suoi pensieri come un armatore al quale l'oceano ha inghiottito l'intera barca, cominciò a scendere dalla montagna con aria triste e abbattuta, ma cominciò anche ad almanaccare su come avrebbe potuto trovare un risarcimento per il danno subito e riavviare il suo commercio.
Allora gli vennero in mente le capre, custodite dalla moglie in stalla. Sapeva però che la donna le amava quasi come i suoi figli e con le buone non sarebbe mai riuscito a strappargliele.
Decise allora di non dire nulla della sua perdita alla moglie e non solo: invece di far ritorno a casa durante il giorno, pensò di arrivarvi di notte, di prendere di nascosto le capre da portare al mercato di Schmiedenberg, e con i soldi ricavati dalla vendita comprare poi la merce nuova.
Tornando poi a casa avrebbe litigato con la moglie e l'avrebbe rimproverata per essersi lasciata rubare le capre durante la sua assenza.
Con questa intenzione ben premeditata, l'infelice si nascose in un cespuglio nei pressi del paese, e aspettò con impazienza la mezzanotte per poi derubare se stesso.
Al battere della mezzanotte, si mosse, scavalcò la bassa porta del cortile, la aprì dall'interno e con il batticuore si diresse verso la stalla delle capre: aveva paura di venir scoperto dalla moglie.
Al contrario del solito la stalla era aperta.
La cosa lo stupì molto ma nel contempo lo rallegrò, perché quella dimenticanza avrebbe dato fondamento alla sua accusa.
Nella stalla però trovò tutto deserto e silenzioso: nessun essere vivente, nessuna traccia né della capra, né del capretto.
Spaventato, pensò che un ladro più esperto lo avesse preceduto, perché una sventura viene difficilmente da sola.
Sgomento, si accasciò sul fieno e sprofondò nella più cupa tristezza, visto che anche l'ultimo tentativo per riavviare il suo commercio era miseramente fallito. Intanto la laboriosa Ilse, dopo aver lasciato il parroco, era tornata a casa e contenta aveva preparato una bella cenetta per il marito, invitando anche il curato che avrebbe portato una buona bottiglia di vino, e nel corso della cena, quando Steffen si fosse un po' vivacizzato, lo avrebbe messo al corrente dell'eredità toccata alla moglie e delle condizioni alle quali poteva venirne in possesso.
Quando fu ora di cena, la donna cominciò a sbirciare fuori della finestra per vedere se il marito arrivava. Impaziente si recò anche alle porte del paese per cercare di scorgerlo in lontananza e, non vedendolo arrivare, cominciò a preoccuparsi.
Al calare della notte, le preoccupazioni la seguirono nel suo letto.
Il risultato fu che non riuscì a chiudere occhio cadendo in un sonno agitato solo verso il mattino.
Il povero Steffen era intanto nella stalla non meno oppresso e disperato. Era in uno stato così pietoso che non aveva quasi il coraggio di bussare alla porta.
Infine si fece coraggio, bussò molto avvilito e chiamò:
"Moglie mia svegliati e apri a tuo marito!".
Non appena Ilse sentì la sua voce, saltò giù veloce dal letto, come una lesta capriola, aprì la porta e lo abbracciò contenta. Costui però reagì molto freddamente alle sue carezze e si gettò di cattivo umore sulla panca.
La donna fu toccata dal dolore del marito e gli chiese sgomenta:
"Che cosa ti tormenta, mio caro? Che cos'hai?".
Egli rispose solo con sospiri e lamenti, ma lei insistette e il marito, che aveva bisogno di sfogarsi, non riuscì a nasconderle a lungo l'accaduto.
Sentito che era stato Contarape a giocargli il brutto tiro, la donna capì subito che l'intenzione dello Spirito era buona e non poté fare a meno di ridere, cosa che Steffen, se non fosse stato così abbattuto, le avrebbe fatto certamente pagare.
Il marito, che della faccenda non aveva capito nulla, chiese poi impaurito alla moglie che fine avessero fatto le capre.
Questa domanda indusse Ilse a nuovo riso, perché in essa vi era la prova che Steffen aveva già spiato dappertutto.
"Che t'importa delle mie bestie? - gli chiese - Non hai ancora chiesto dei bambini! Le capre sono fuori al pascolo. Non lasciarti abbattere così dal tiro di Contarape: chissà che lui o qualcun altro non ci dia un qualche risarcimento per ciò che abbiamo perso".
"Allora sì che puoi aspettare!"
"Non farla così tragica - replicò la donna - Spesso capitano cose insperate.
Su, fatti coraggio Steffen! Non hai più le tue vetrerie e io non ho più le mie capre: abbiamo però quattro figli sani e quattro braccia forti per nutrirli, la nostra ricchezza è tutta qui".
"Oh, che Dio abbia pietà di noi - sospirò il marito sconsolato - se anche le capre non ci sono più allora i nostri quattro figli li puoi subito annegare, perché io non sono assolutamente più in grado di nutrirli".
"Ma lo posso fare io", replicò Ilse.
A queste parole fece il suo ingresso in casa il parroco, che aveva origliato dietro alla porta tutta la conversazione.
Prese dunque la parola tenendo una predica a Steffen e spiegandogli che l'avarizia è la radice di tutti i mali. Dopo averglielo fatto ben capire, gli raccontò anche della ricca eredità della moglie, tirò fuori la lettera e tradusse al marito che il parroco di Kirchsdorf aveva avuto l'incarico di esecutore testamentario e aveva già ricevuto in custodia il lascito.
Steffen se ne stava lì interdetto e non faceva altro che inchinarsi di tanto in tanto, quando menzionando la Serenissima Repubblica di Venezia il parroco sollevava in suo onore il cappello.
Dopo essersi ravveduto, il marito cadde nelle braccia della moglie, facendole una seconda dichiarazione d'amore, appassionata come la prima, che Ilse accettò di buon grado, nonostante sapesse che era mossa da motivi d'altra natura.
Da quel momento, Steffen divenne il più duttile e il più servizievole dei mariti, un padre amorevole per i suoi bambini e anche un oste laborioso e ordinato, che odiava l'ozio.
Il retto parroco cambiò via via l'oro in sonanti monete, comprò un maso dove Ilse e Steffen vissero e lavorarono per tutta la loro vita.
L'eccedenza la diede a prestito dietro interesse e amministrò il capitale della sua protetta così scrupolosamente come amministrava i beni della chiesa, non pretendendo altra ricompensa se non una pianeta.
Ilse gliene fece fare una così sfarzosa che era degna di un arcivescovo. Dal tempo in cui la buona madre Ilse ottenne un regalo tanto prezioso dallo Gnomo, di lui non si seppe più nulla.
Il popolo però mantenne vivo il suo ricordo con mille leggende meravigliose, che la fantasia delle donne, riunite nelle sere invernali, filava ampie e ricche: erano però tutte invenzioni, raccontate soltanto per passare il tempo e divertirsi.


Frank Holl


"Leggende di Contarape" (Boemia), J. K. A. Musaus.
Da : Il Bosco. Miti, leggende e fiabe, A. Mari - Ulrike Kindl


venerdì 21 agosto 2015

Leggende di Contarape (Boemia)

ui parnasici Sudeti della Slesia abita l'autorevole spirito della montagna, Contarape, che ha reso queste alte montagne più note di quanto non abbiano fatto i poeti slesiani. Questo principe degli Gnomi sulla superficie terrestre controlla solo un piccolo territorio, ampio poche miglia e circondato da una catena di montagne.


Simanchuk Andrew


Altri due potenti sovrani, che condividono con lui questo regno, non vogliono però riconoscere i suoi diritti.
Poco sotto la crosta terrestre comincia invece il territorio su cui regna incontrastato, e il suo dominio si spinge per ben sessantotto miglia nella profondità della terra, fino a raggiungerne il centro.
Talvolta, egli, sottraendosi alle preoccupazioni del suo regno sotterraneo, viene a distrarsi sulle montagne, dove si prende gioco degli uomini con gran baldanza. Perché, amici, dovete sapere che Contarape è uno spirito potente, lunatico, turbolento, strano: a volte villano, rude, presuntuoso; altre, orgoglioso, vanitoso, volubile; oggi è un amico affettuoso, domani è freddo e distante; a volte, sa essere bonario, nobile e sensibile, ma decisamente pieno di contraddizioni: stupido e saggio, tenero e duro, ingenuo e disincantato, cocciuto e malleabile, a seconda del momento e dell'umore.
Nella notte dei tempi, Contarape infuriava già sulle montagne selvagge, incitava orsi e buoi a combattere gli uni contro gli altri, oppure spaventava la selvaggina e la faceva precipitare dagli erti picchi nella valle profonda. Stanco di questa caccia, ritornava poi al suo regno sotterraneo, dove rimaneva chiuso per centinaia di anni, fino a che gli tornava la voglia di uscire alla luce del sole, per godersela sulla terra.
Come si meravigliò una volta al suo ritorno, quando, guardando giù dalle vette dei Monti dei Giganti, trovò la regione completamente trasformata! I boschi oscuri e impenetrabili erano stati abbattuti e trasformati in campi coltivati. Tra le distese di alberi da frutto spiccavano i tetti di paglia di alcuni paeselli e dai loro camini usciva un pennacchio di fumo; qua e là, sul crinale della montagna, si poteva scorgere qualche isolata torre di guardia a protezione della regione; nei prati pieni di fiori pascolavano pecore e bestiame e dai boschetti provenivano le dolci melodie dei pifferi.
La novità e la piacevolezza di quella visione ritemprarono lo spirito del meravigliato sovrano, tanto che non si adirò neppure con questi coltivatori indipendenti, che senza chiedergli il permesso avevano fatto tutti quei cambiamenti e vivevano tranquillamente.
Decise perciò di non disturbarli, di non contestare loro nulla e di lasciarli vivere come un benevolo padrone di casa ospita sotto il suo tetto una rondine o un passero.
Pensò addirittura di far conoscenza con gli uomini, questa strana specie a metà tra gli spiriti e gli animali, di scoprire la loro natura e di stringere rapporti con loro.
Assunse quindi le sembianze di un uomo ed entrò in servizio presso il primo agricoltore.
Tutto quello che faceva gli riusciva molto bene e ben presto il lavorante Rips era conosciuto in tutto il paese come il migliore.
Il suo padrone però, crapulone e gaudente com'era, scialacquava quello che il fedele servo gli faceva guadagnare e non gli era affatto grato per il gran da fare che si dava.
Abbandonò quindi il primo padrone per entrare a servizio dal vicino, che gli affidò il suo gregge. Il servo lo custodiva con solerzia, lo portava al pascolo in luoghi solitari e sulle montagne, dove cresceva l'erba migliore.
Sotto la sua tutela anche il gregge crebbe e si moltiplicò, nessuna pecora precipitò più dalle rocce, nessuna venne assalita dall'avvoltoio né sbranata dal lupo.
Ma il padrone era uno spilorcio, che non solo non lodava il fedele servitore come avrebbe dovuto, ma che arrivò persino a rubare il più bel montone dal gregge, per poi, con la scusa della perdita, diminuire il salario del suo pastore.
Rips abbandonò quindi anche il secondo padrone per entrare a servizio presso il giudice, divenendo il flagello dei ladri e servendo con zelo la giustizia. Il giudice era però un uomo empio, che usava la legge a suo piacimento e se ne prendeva gioco.
Poiché Rips non voleva diventare uno strumento di ingiustizia, si licenziò e fu gettato in carcere, da dove però, come sempre fanno gli spiriti, riuscì a evadere facilmente passando per il buco della serratura.
Questo primo tentativo di conoscere gli uomini non lo indusse certo ad amarli. Tornò scontento sulle vette, da dove poteva padroneggiare con lo sguardo i ridenti campi, resi ancor più belli dal lavoro umano e si meravigliò che madre natura potesse elargire i suoi doni a degli esseri simili.
Ciò nonostante decise di fare un'altra puntatina tra gli uomini.



Bauer J.


Questa volta si trovò davanti una affascinante fanciulla nuda, bella come una Venere medicea, che si accingeva a fare il bagno.
Le sue compagne di giochi si erano distese sull'erba nei pressi di una cascata, scherzavano e scambiavano affettuose effusioni con la loro sovrana, in un'atmosfera di spensierata felicità.
Questa visione ebbe un tale effetto sullo spirito della montagna, che dimenticò la sua diversa natura e le sue peculiarità, desiderando anche per sé il destino dei mortali e guardando con brama la bella fanciulla della stirpe degli uomini. Gli organi degli spiriti sono però così delicati che non riescono a percepire una forte impressione per lungo tempo. Lo gnomo pensò allora di aver bisogno di un corpo, per poter veder con gli occhi quella bella ragazza e fissarla nella sua immaginazione.
Assunse quindi le sembianze di un corvo e volò su un frassino, che sovrastava il bacino formato dalla cascata, per godersi la graziosa scena.
Non fu però una buona idea perché si ritrovò a veder tutto con gli occhi di un corvo e ad avere la sensibilità di un corvo: un nido di topi di bosco lo attraeva ora più della bella al bagno.
Non appena si rese conto di questo inconveniente, corse ai ripari: il corvo volò in un cespuglio e si tramutò in un fiorente giovinetto.
Sperimentò così delle sensazioni mai provate in tutto il corso della sua lunga esistenza: si sentì irrequieto, provava un nuovo slancio e un potente desiderio verso qualcosa di indefinibile, a cui non sapeva dare un nome.
Un impulso irresistibile lo spingeva verso la cascata, ma nel contempo provava una forte resistenza, una vaga paura ad avvicinarsi, nelle sue spoglie umane, alla bella Venere che stava facendo il bagno. Preferì allora rimanere nel cespuglio, da dove poteva comodamente spiarla.
La bella ninfa era la figlia del faraone slesiano, che regnava allora in quella regione. Costei era solita passeggiare con le ragazze della sua corte per i boschi montani, raccogliendo fiori ed erbe odorose o ciliegie e fragole per la tavola paterna.
Quando faceva caldo, era solita poi rinfrescarsi alla sorgente nei pressi della cascata.


Stegg A.


La visione della bella fanciulla al bagno accese l'amore dello gnomo che non abbandonò più il luogo, aspettando ogni giorno con impazienza il ritorno della affascinante ragazza.
Verso mezzogiorno di una calda giornata, la principessa tornò alla cascata. Fu molto stupita di trovare il luogo completamente trasformato: la volgare roccia era coperta di marmo e alabastro, la cascata non precipitava con forza irruente dalla ripida parete rocciosa ma, interrotta da molti scalini, scendeva dolcemente con un tranquillo sciacquio al candido bacino di marmo, in mezzo al quale zampillava un allegro getto d'acqua, che ruotando spruzzava ora un lato, ora l'altro.
Margheritine, colchici e il romantico nontiscordardime crescevano ai margini del bacino, cespugli di rosa si mescolavano al gelsomino selvatico formando un angolino delizioso.
Lateralmente alla cascata si trovava la duplice entrata a una grotta, le cui pareti e volte erano coperte di mosaici, rilucenti di una luce quasi accecante. In diverse nicchie erano stati preparati vari rinfreschi, dall'aspetto straordinariamente invitante.
La principessa, meravigliata, non credeva ai suoi occhi, e non sapeva se entrare in questo luogo incantato o fuggire.
Era però figlia di Eva, incapace di resistere al desiderio di vedere tutte quelle piacevolezze e di assaggiare i deliziosi frutti, che sembravano lì proprio per lei.
Dopo aver mangiato a sazietà e osservato tutto con somma attenzione, le venne voglia di fare il bagno nella vasca.
Ordinò alle ragazze del suo seguito di fare la guardia e stare all'erta, affinché nessun occhio indiscreto potesse spiarla e dissacrare la sua virginale pudicizia.
Ma appena la bella ninfa si calò nella vasca la corrente la inghiottì e, prima ancora che le giovani del suo seguito facessero in tempo ad afferrarle i biondi capelli, scomparve.
Le fanciulle spaventate si misero a piangere e lamentarsi, si torsero le mani, pregarono invano le Naiadi, continuando a camminare intorno alla vasca, mentre lo zampillo d'acqua le bagnava a intervalli regolari.
Ma nessuna di loro ebbe il coraggio di tuffarsi, salvo Brihild, che si buttò in acqua pronta a condividere il destino della sua più cara amica.
Galleggiò però sull'acqua come un leggero pezzo di sughero e nonostante tutti i suoi sforzi non riuscì a immergersi.
Non c'era null'altro da fare che informare il re del triste incidente. Le ragazze piangenti lo incontrarono sulla via del ritorno, mentre egli si recava nel bosco con i suoi cacciatori.
Il re si strappò le vesti dal dolore, si tolse la corona dal capo, nascose il volto nel suo purpureo mantello, pianse e si lamentò ad alta voce della perdita della bella Emma.
Dopo che il suo dolore ebbe trovato un po' di sfogo nelle lacrime, si fece coraggio e si recò alla cascata per vedere di persona il luogo dell'incidente. L'incantesimo era sparito, il luogo era tornato selvaggio, non c'era più né grotta, né vasca di marmo, né rose, né gelsomini.
Il buon re non pensò affatto a un rapimento di sua figlia per mano di qualche cavaliere errante, poiché cose di questo tipo non si usavano allora nel paese, e non cercò nemmeno di estorcere alle compagne una confessione che fosse più credibile della verità.
Credette senza problemi al racconto che gli era stato fatto, pensando che Thor o Wodan, o qualche altro dio fosse implicato nella vicenda, quindi proseguì la sua battuta di caccia, consolandosi velocemente della perdita della figlia.
I re terreni infatti non si preoccupano d'altro che della perdita della loro corona.
L'affascinante Emma intanto non si trovava affatto male nelle mani dello spirito innamorato.
L'annegamento era stato solo una messa in scena per sottrarre la ragazza al suo seguito e condurla attraverso una via sotterranea in uno stupendo palazzo, col quale la residenza paterna non reggeva il confronto.
Quando la principessa tornò in sé si trovò su un comodo divano di raso rosa con un disegno in seta blu. Un giovane dal bell'aspetto giaceva ai suoi piedi e le faceva un'ardente dichiarazione d'amore, che lei ascoltava arrossendo.



Bauer J.


Lo gnomo le spiegò la sua vera identità e le sue condizioni, le raccontò degli stati sotterranei che dominava, la condusse attraverso le sale e le stanze del castello mostrandole tutto lo sfarzo e la ricchezza della sua dimora.
Il palazzo era circondato su tre lati da uno stupendo giardino, che, con i suoi fiori e i prati ombreggiati, piacque molto alla ragazza.
Gli alberi da frutto erano carichi di mele purpuree e dorate, i cespugli erano pieni di uccellini che facevano risuonare le loro diverse melodie.
La tenera coppia passeggiava per i vialetti guardando la luna, e lo gnomo si preoccupava che il fiore sul petto della sua amata fosse sempre fresco.
Pendeva dalle labbra della fanciulla, ogni sua parola era come nettare: in una vita lunga come quella di Enone lo spirito non aveva mai goduto ore così intense, come ora gli venivano concesse dal suo primo amore.
L'affascinante Emma però non era altrettanto felice, una certa malinconia e un dolce languore le conferivano sì un fascino particolare, ma lasciavano anche intravedere che i desideri nascosti nel suo cuore non erano completamente in sintonia con quelli dell'innamorato.
Contarape scoprì ben presto che nonostante tutti i tentativi di conquistarsi il cuore di Emma con mille favori, l'impresa era rimasta senza esito.
Tuttavia, con la sua ostinata pazienza, non si stancò di persistere, esaudendo tutti i suoi desideri e tentando di vincere la sua ritrosia.
La sua totale inesperienza in campo amoroso lo portava a pensare che le difficoltà che si contrapponevano alla realizzazione del suo desiderio, facessero parte del gioco d'amore, poiché - come poteva constatare - questa resistenza aveva certo un suo fascino e tendeva ad aumentare ulteriormente lo sperato trionfo finale.
Eppure, nuovo nello studio degli esseri umani, non aveva la minima idea di quale fosse la causa reale della ritrosia della sua amata; egli supponeva che il cuore di lei fosse libero come il suo, e che quindi potesse appartenergli di diritto, come un possedimento ancora intoccato appartiene al primo proprietario.
Ma il piccolo gnomo si sbagliava di grosso! Un giovane essere umano, il principe Ratibor, aveva già conquistato il cuore della dolce fanciulla.
La felice coppia guardava già al giorno in cui la loro unione si sarebbe realizzata, quando d'un tratto la sposa sparì.
Questo terribile evento tramutò l'innamorato Ratibor in una specie di Orlando Furioso: abbandonò il suo palazzo e si ritirò schivo in solitari boschi, a lamentarsi con le rocce della sua disgrazia.
La fedele Emma, nascosta tra le mura del suo grazioso carcere, sospirava per la pena ma celò i suoi sentimenti nel profondo del cuore, in modo da non lasciar trapelare niente allo gnomo, sempre all'erta.
Da tempo andava arrovellandosi pensando a un sotterfugio per raggirarlo e fuggire dalla sua prigione.
Dopo alcune notti insonni le venne in mente un piano che poteva essere degno di un tentativo.
La smise di tormentare il paziente gnomo con la sua freddezza mortale, i suoi sguardi cominciarono a lasciare qualche speranza, e diventò più malleabile. Queste propizie disposizioni d'animo vengono normalmente sfruttate subito dal sospirante innamorato.
Il nostro spirito si accorse immediatamente, grazie alla sua raffinata sensibilità, del mutamento avvenuto nella graziosa fanciulla.
Un incantevole sguardo, un'espressione amichevole, un significativo sorriso infiammavano il suo essere estremamente eccitabile, come il fuoco infiamma l'alcool.
Si rianimò e rinnovò la sua dichiarazione d'amore, che per un po' aveva taciuto, pregò che gli venisse prestato ascolto e non fu respinto.
Le sue richieste furono ora accolte, tanto che la fanciulla chiese solo un giorno per pensarci, e lo gnomo felice come una pasqua fu pronto a concederlo. Il mattino seguente, allo spuntar del sole, la bella Emma apparve al suo cospetto ornata da sposa, indossando tutti i suoi monili.
I suoi biondi capelli raccolti erano cinti da una corona di mirto, la guarnizione del vestito risplendeva di pietre preziose.
Accortasi che lo gnomo le veniva incontro in giardino si coprì castamente il viso con un lembo del velo.
"Divina fanciulla - cominciò a balbettare il nano - lasciami bere dai tuoi occhi la beatitudine dell'amore e non negarmi ancora a lungo quello sguardo d'assenso, che mi può far diventare l'essere più felice del mondo!"
Detto ciò cercò di scoprirle il volto per leggerle in viso la gioia, poiché non aveva il coraggio di estorcerle una confessione.
La ragazza però si avvolse ancora più stretta nel suo velo e rispose con modestia: "Può forse una mortale resistere al tuo amore? La tua insistenza ha vinto, te lo confesso, ma accontentati delle mie parole e lascia che il rossore del mio viso e le mie lacrime possano rimanere nascosti".
"Perché lacrime mia cara? - le chiese lo spirito inquieto - Ognuna delle tue lacrime è una goccia che brucia il mio cuore, voglio essere corrisposto con amore, non voglio alcun sacrificio".
"Perché interpreti male le mie lacrime? - rispose Emma - Il mio cuore apprezza la tua tenerezza, ma paurosi presentimenti lacerano la mia anima. Una donna non ha sempre il fascino di una giovane amante: tu non invecchi mai, ma la bellezza terrena è un fiore che appassisce in fretta. Chi mi assicura che tu continuerai a essere il più tenero, il più caro, il più servizievole e il più paziente dei mariti, come lo fosti quando chiedevi la mia mano?"
Lo spirito rispose:
"Pretendi pure una prova della mia fedeltà o della mia ubbidienza, oppure metti alla prova la mia pazienza per poter giudicare la forza del mio amore
irremovibile".
"Sia dunque così! - decise l'esile Emma - Voglio solo che tu mi dimostri di essere servizievole. Vai a contare tutte le rape che ci sono nel campo, ma non cercare di ingannarmi e non sbagliarti nel contare nemmeno di una unità, perché proprio questa è la prova che mi dimostrerà la tua fedeltà".
Staccandosi a malincuore dalla sua affascinante amata, lo gnomo ubbidì e cominciò a contare saltellando tra le rape come un medico di un lazzaretto francese tra i malati.
Quando ebbe terminato, per maggiore sicurezza, ripeté il conteggio, e con gran rabbia scoprì che i conti non tornavano, quindi si accinse a ricominciare. Anche questa volta però i conti risultarono sballati: non c'è da meravigliarsi perché un grande amore può far andare in confusione anche il miglior cervello matematico! La scaltra Emma aveva tenuto d'occhio il suo paladino mentre si preparava alla fuga.
Tenne pronta una bella rapa succosa, che in un attimo tramutò in un cavallo munito di sella e briglie, sul quale fuggì attraverso brughiere e steppe al di là delle montagne.
Il Pegaso fuggitivo, senza mai inciampare, la cullò sulla sua comoda schiena fino alla valle di Maien, dove si gettò nelle braccia di Ratibor che le corse incontro trepidante.


Millais J.


Nel frattempo, lo gnomo affaccendato era così assorto nei suoi conteggi, che non si era accorto di nulla.
Con gran fatica gli era infine riuscito di contar tutte le rape, comprese le più piccole, e corse dalla sua amata per darle la risposta.
Era infatti sicuro di averle dimostrato, con la sua ubbidienza, di essere il marito più servizievole e sottomesso che mai figlia di Adamo avesse dominato con le sue fantasie e i suoi capricci.
Compiaciuto per questo egli tornò al prato, ma non trovò Emma; corse allora tra gli alberi e i sentieri del giardino ma dell'amata non vi era traccia; si precipitò allora al palazzo dove setacciò ogni angolo, chiamandola ad alta voce ma il suo nome riecheggiava nelle stanze vuote, senza risposta.
Allora sospettò di essere stato preso in giro.
Velocemente si liberò delle sue sembianze umane, si alzò in volo e scorse in lontananza la sua amata in fuga, proprio nel momento in cui il cavallo stava varcando il confine.
Lo spirito adirato afferrò alcune nuvole, le unì e, con un tuono roboante, scagliò un fulmine contro la quercia millenaria che segnava il confine proprio alle spalle della fuggitiva.
Più di questo però lo gnomo non poteva fare, e la nuvola si tramutò in una innocua nebbia.
Dopo aver attraversato disperato le regioni superiori lamentandosi coi quattro venti del suo amore sfortunato e dando libero sfogo alla sua passione tempestosa, fece tristemente ritorno al suo palazzo e vagò di stanza in stanza riempiendole di sospiri e gemiti.
Si recò poi nel giardino, che aveva ormai perso per lui ogni fascino: lo interessava solo l'orma del piede della sua infedele amata impressa nella sabbia per lui più attraente delle mele d'oro sugli alberi o di qualsiasi altra meraviglia.
Una sensazione di delizioso piacere si risvegliava in lui in ogni luogo in cui lei era passata o si era soffermata, dove aveva colto fiori, dove lui l'aveva spiata senza essere visto e dove, sotto spoglie umane, si era intrattenuto a parlare confidenzialmente con lei. Poi, dopo aver sepolto per sempre il suo primo amore, sfogò con una serie di terribili maledizioni tutta la rabbia che aveva in corpo, e non volle più saperne della razza umana.
Prendendo questa decisione batté per tre volte il piede a terra e il palazzo con tutte le sue meraviglie si polverizzò.
Lo gnomo si ritirò quindi nel suo regno sotterraneo, che inghiottì la sua rabbia.
Se ne tornò al centro della terra, portando con sé le sue fissazioni e il suo odio.
Nel frattempo il principe Ratibor era occupato a mettere in salvo la bella Emma, e a condurla in gran pompa alla corte del padre, dove ebbe luogo il matrimonio e dove divise con lei il trono, costruendo la città di Ratisbona, che ancora oggi porta il suo nome.
La strana avventura della principessa, la sua fuga coraggiosa con il suo lieto fine, divenne la favola della regione e fu tramandata di generazione in generazione per moltissimo tempo.
E le signore slesiane trassero insegnamento dallo stratagemma della scaltra Emma, mandando l'incomodo marito a contare rape, quando convocavano Pamante. Poiché gli abitanti di quella regione non conoscevano il vero nome dello spirito gli affibbiarono il nomignolo di Contarape.
Da sempre gli amanti infelici trovano rifugio nella madre terra.
Ma mentre gli uomini vi giungono per una strada senza ritorno, gli spiriti hanno il vantaggio di poter riemergere in superficie quando ne abbiano voglia, dopo aver trovato consolazione o dato libero sfogo alla loro passione.
Per gli uomini invece la via del ritorno è chiusa per sempre.


"Leggende di Contarape" (Boemia), J. K. A. Musaus.
Da : Il Bosco. Miti, leggende e fiabe, A. Mari - Ulrike Kindl.

mercoledì 10 dicembre 2014

L'Uomo Selvaggio, Grimm n.136, Traduzione Mia

'era una volta un uomo: era simile a una bestia, poiché lo avevano affatturato, e imperversava nei campi e negli orti dei contadini, sciupando i raccolti e arrecando grande danno. I villani, allora, si recarono dal loro Feudatario, lamentarono le scorribande dell'Uomo Selvaggio e conclusero che, a causa di ciò, non avrebbero potuto pagare il loro tributo. Il Feudatario chiamò la sua banda di cacciatori e annunciò che quello tra loro che fosse riuscito a catturare l'Uomo Selvaggio avrebbe ottenuto una grossa ricompensa. Un vecchio cacciatore si fece largo tra i compagni e disse che avrebbe catturato l'Uomo Selvaggio. Chiese una fiasca di acquavite, una di vino e una di birra, e le depose sulle rive di uno stagno dove l'Uomo Selvaggio si recava tutti i giorni; poi, si nascose dietro un albero e aspettò. L'Uomo Selvaggio arrivò, vide le fiasche, bevve il loro contenuto, gli piacque, e tracannò tutto, tanto da ubriacarsi e cadere in terra, profondamente addormentato. Il vecchio cacciatore, allora, balzò fuori dal suo nascondiglio, gli si avvicinò e gli legò mani e piedi; quindi, lo svegliò, lo costrinse ad alzarsi e gli disse:
"Uomo Selvaggio, se mi seguirai senza fare storie, avrai da bere tutti i giorni".
E lo spinse fino al castello del suo Signore, e lo chiuse in una gabbia.
Il Feudatario invitò nobili e cortigiani a vedere la strana bestia catturata dal suo cacciatore.
Uno dei figli del Signore del castello, intanto, giocava con una palla, la palla gli sfuggì e rotolò sino alla gabbia del prigioniero, infilandosi tra le sbarre. Il bambino disse:"Uomo selvaggio, ridammi la mia palla".
Ma l'Uomo Selvaggio rispose:
"Devi venire a prenderla, se la vuoi."
"Ma non ho la chiave!", disse il bambino.
"Rubala dalla borsa di tua madre".
Il bambino rubò la chiave ed aprì la cella, ma l'Uomo Selvaggio fuggì via.
E il bambino gridò:
"Uomo Selvaggio, rimani, non fuggire: mi castigheranno!"
Allora, l'Uomo Selvaggio tornò sui suoi passi, si mise il bambino sulle spalle e fuggì nel fitto del bosco con lui. E così il Selvaggio era fuggito dalla sua prigione e il bambino era perduto. Dopo averlo vestito con una vecchia casacca, l'Uomo Selvaggio mandò il ragazzo alla Corte dell'Imperatore, a proporsi come apprendista dal capo giardiniere.
Il capo giardiniere disse che il ragazzo era tanto sporco che gli altri apprendisti non avrebbero voluto dormire con lui, e il ragazzo, senza fiatare, si adattò a dormire sulla paglia, e, ogni mattina, all'alba, andava a lavorare di buona lena.
Un giorno, venne a trovarlo l'Uomo Selvaggio, e gli disse di lavarsi e pettinarsi, poi, rese il giardino del Re così lussureggiante come nessun giardiniere era mai stato capace di fare.


Poynter E.


La Principessa notò quel bel ragazzo, e andava a guardarlo nei giardini finché‚ un bel giorno, chiese al capo giardiniere che l'apprendista le portasse un mazzo di fiori. Ella chiese al ragazzo da quanto tempo fosse lì, ma egli rispose che non lo sapeva. Allora, la Principessa gli regalò un pane cavo pieno di ducati, ma il ragazzo diede il denaro al suo padrone dicendo:
 "Che me ne faccio? Prendetelo voi".
La volta successiva, la Principessa gli diede un'anitra piena di ducati, e, anche questa volta, egli consegnò il denaro al suo padrone.
La terza volta, la Principessa gli regalò un'oca piena di ducati, e il ragazzo la diede al suo padrone. Così, mentre la Principessa credeva che egli serbasse il denaro, il ragazzo, invece, non teneva nulla per sé. La Principessa sposò in segreto il giovane apprendista, ma i suoi genitori s'infuriarono e le fecero fare la serva e la mandarono a vivere in cantina, a guadagnarsi il pane filando.
Il ragazzo andò in cucina ad aiutare il cuoco, e, ogni tanto, rubava un pezzetto di carne e lo portava a sua moglie.


Eleanor Fortescue-Brickdale


In quel tempo, scoppiò una grande guerra in Inghilterra, e anche l'Imperatore dovette andarci con tutti i suoi Nobili. Il ragazzo disse che voleva andarci anche lui, se era rimasto un cavallo nella stalla. Gli fu detto che ce n'era uno che aveva solo tre zampe, ma che per lui andava benone. Egli montò a cavallo e caracollò via.
Ed ecco, gli viene incontro l'Uomo Selvaggio, e lo conduce sotto una grande montagna, e là era schierato un reggimento di mille soldati, e l'uomo Selvaggio gli regalò una magnifica divisa e  uno splendido cavallo. Quando il ragazzo raggiunse l'Imperatore, questi lo trovo così simpatico che gli chiese se voleva essere suo aiutante di campo. E il ragazzo ingaggiò battaglia e sconfisse tutti.
L'Imperatore, nel ringraziarlo, volle sapere di quali terre fosse il Signore, e il ragazzo rispose:"Non chiedetemelo perché non lo so", e se ne tornò dal'Inghilterra con i suoi uomini. Ed ecco, gli viene incontro l'Uomo Selvaggio che richiude tutti i soldati nella grande montagna, e il ragazzo se ne tornò a casa sul cavallo con tre zampe. E la gente lo derideva:
"Da dove spunta questo pezzente sul cavallo con tre zampe?", e gli chiedeva:"Ti sei nascosto a dormire in qualche cantuccio?".
"Se non ci fossi andato io in Inghilterra - ribatteva lui - non ci sarebbe andata così bene!"
E la gente lo ammoniva: "Zitto, ragazzo, che te le suonano!"
Quando scoppiò un'altra guerra, egli, di nuovo, sconfisse il nemico. Ma, questa volta, rimase ferito ad un braccio; l'Imperatore prese la sua sciarpa e gli fasciò la ferita con le sue mani, e voleva che rimanesse con lui.
"Con voi non posso restare - rispose il ragazzo - e non dovete chiedere chi io sia".


Eleanor Fortescue-Brickdale


Ed ecco, gli viene incontro l'Uomo Selvaggio, che nascose il suo esercito dentro la grande montagna, e il ragazzo se ne tornò a casa sul cavallo con tre zampe.
E la gente lo derideva:"Da dove se ne viene il pezzente? Dove ti sei nascosto a dormire?" E il ragazzo rispondeva:"Non ho dormito, e l'Inghilterra è tutta conquistata, e adesso avremo una vera pace".
Un giorno, l'Imperatore raccontava le gesta dei valenti cavalieri che avevano combattuto al suo fianco. Allora, il ragazzo disse all'Imperatore:
"Se io non fossi stato con voi, non sarebbe andata così bene".
L'Imperatore s'infuriò e voleva punirlo, ma il ragazzo disse:
 "Se non volete credere alle mie parole, guardate il mio braccio".
E, quando l'Imperatore vide la ferita, gridò: "Forse tu sei Dio stesso, o un angelo inviatomi da Dio!" E lo pregò di perdonarlo per essere stato così superbo e gli sottomise la sua persona e tutti i suoi beni. Allora, si sciolse l'incantesimo che imprigionava l'Uomo Selvaggio, che si rivelò essere un gran Re. Egli raccontò la sua storia, e la grande montagna tornò ad essere un castello, e il ragazzo ne prese possesso con la Principessa sua sposa e vissero felici contenti per il resto della loro vita.

Grimm n.136, "Der Eisenhans".
Classificazione: AaTh 502 [The Wild Man as a Helper]
Traduzione: Mab's Copyright

Il testo in lingua originale è nella Pagina: "Brüder Grimm".