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domenica 1 novembre 2015

Spettri Irlandesi, da W.B. Yeats



Eugène Grasset 


Gli spettri o, come sono chiamati in irlandese, i Thevshi o Task (taidhbhse, tais), vivono in una condizione intermedia tra questa e l'altra vita. Sono trattenuti in questo stato da qualche desiderio o passione, o da qualche dovere non compiuto, o ancora da animosità contro i vivi. "Ti perseguiterò" è una minaccia comune; si sentono anche dire frasi del tipo: "Lei lo perseguiterà, se ha un briciolo di vera passione". [1] Se una persona è molto addolorata per la morte di un amico, un vicino dirà: "Calmati ora, gli stai impedendo di riposare in pace" [2]; nelle isole occidentali invece, secondo la signora Wilde, [3] vi diranno: "State svegliando il cane che è all'erta per divorare le anime dei morti".
Si crede che coloro che muoiono all'improvviso diventino più frequentemente degli altri dei fantasmi persecutori. Questi si aggirano spostando mobili e cercando di attirare in tutti i modi l'attenzione. Quando l'anima ha lasciato il corpo, viene portata via, a volte, dai folletti [4]. Conosco la storia di un contadino che un giorno vide, seduti in una fortezza fatata, tutti coloro che per anni erano morti nel suo villaggio. Tali anime sono considerate perdute. Se un'anima sfugge ai folletti può essere catturata dagli spiriti del male. Le anime deboli dei bambini sono in particolare pericolo. Quando muore un bambino molto piccolo i contadini dell'ovest spruzzano la soglia con il sangue di una gallina, in modo che gli spiriti vengano attratti fuori dal sangue. Un fantasma è costretto a obbedire agli ordini dei vivi. "Il garzone di stalla, là dalla signora G. - disse un vecchio contadino - incontrò il padrone, morto da due giorni, che andava in giro per il cortile, e gli propose di andare con lui al faro e di infestare quello; ed è ancora lì in mezzo al mare, signore. La signora G. si arrabbiò moltissimo per questo e licenziò il ragazzo". Un faro desolato, povero diavolo d'un fantasma! La signora Wilde pensa che vengano castigati così soltanto gli spiriti troppo cattivi per il paradiso e troppo buoni per l'inferno. Sono obbligati ad obbedire a qualcuno a cui abbiano fatto torto.
Le anime dei morti prendono a volte la forma di animali. A Sligo c'è un giardino in cui il giardiniere vide un vecchio proprietario nelle sembianze di un coniglio. A volte prendono la forma di insetti, specialmente farfalle [5]. Se ne vedete una svolazzare vicino a un cadavere, quella è l'anima, ed è segno che essa è andata nel mondo della felicità eterna. L'autore di Parochial Survey of Ireland, 1814, sentì una donna dire a un bambino che stava inseguendo una farfalla: "Come fai a sapere che non è l'anima di tuo nonno?". Alla vigilia di Ognissanti i morti se ne vanno in giro e danzano con le creature fatate. Qui, come in Scozia, si crede comunemente alle apparizioni. Se vedete il sosia, o l'apparizione di un amico al mattino, niente di male può venirne; ma se lo vedete alla sera, sta per morire [6].

W. B. Yeats

Note mie:

[1] La diffusa, e spesso sottesa, teoria che il protagonista di un grande amore, o di una bruciante passione, vinca anche la Morte, condannando se stesso e l'oggetto del suo folle innamoramento ad una sorta di possessione delirante è stato sfruttato senza vergogna dalla letteratura romantica (e/o sentimental-gotica).
Personalmente, trovo che la disperata invocazione di Heathcliff alla sua Cathy - proprio in quel contesto di rinfacci crudeli e richiami disperati, senza requie sino alla fine, ne sia il più emozionante esempio.
"... I stood still, and was witness, involuntarily, to a piece of superstition on the part of my landlord which belied, oddly, his apparent sense. He got on to the bed, and wrenched open the lattice, bursting, as he pulled at it, into an uncontrollable passion of tears. ‘Come in! come in!- he sobbed - Cathy, do come. Oh, do - once more! Oh! my heart’s darling! hear me this time, Catherine, at last!’ (Wuthering Heights, di Emily Bronte)

"... mi soffermai nel labirinto dei corridoi, e, senza volerlo, fui testimone di uno sfogo superstizioso del mio padrone di casa che bizzarramente contrastava con il suo apparente cinismo. Montò sul letto e, spalancati i pesanti scuri, scoppiò in un irrefrenabile pianto: 'Entra, entra!- singhiozzò - Cathy, vieni... Torna da me! Oh! amore mio, dammi ascolto per questa volta, Cathy, vieni, infine!" (Cime Tempestose).


Angel Dominguez


[2] Stessa filosofia della fiaba - di origine orientale - della madre inconsolabile che impedisce il riposo del bambino perduto con il suo ininterrotto pianto, riportata anche dai Grimm, "La Camicina da Morto", KHM 109.

[3] Lady Wilde, madre di Oscar Wilde

[4] Il Cristianesimo, travolgendo e stravolgendo l'antica cultura, ha portato una confusione irrimediabile. Nel pur lodevole tentativo di preservare saghe e miti precedenti, i monaci traduttori e amanuensi irlandesi hanno spogliato di qualsiasi accenno di divinità i protagonisti del Passato. Li hanno dapprima mescolati e poi volutamente e definitivamente confusi con il Piccolo Popolo che abitava nei Tumuli sotto le colline. E, perché anche la magia sa di "soprannaturale", ne hanno fatto degli abili illusionisti capaci di ingannare i sensi delle proprie vittime. Li hanno imparentati con il Diavolo e ne hanno ipotizzato la condizioni di angeli caduti. Oppure di anime indegne di qualsiasi dimora ultraterrena. O di un antico popolo di non battezzati perché antecedente al Cristianesimo. Oppure, oppure, oppure... Mi sembra cosa buona e giusta che gli spettri inquieti rendano loro visita.


Araya Samuel


[5] In realtà, usanza funebre vuole e pretende che la "veglia" serva a tenere lontano gli spiriti maligni dell'aria che potrebbero introdursi nel corpo del defunto, che per tre giorni è una sorta di sliding door, in quanto anche la sua stessa anima potrebbe "fuggire", e poi rientrare, sotto forma di insetto (mosca). Per questo tutti gli orifizi vengono sigillati.


Yusuke Katekari


[6] Se si incontra il proprio sosia va aggredito fino ad indurlo alla fuga, altrimenti vi sostituirà.

Mab's Copyright


domenica 13 settembre 2015

John Reardon e le Sorelle Fantasma, Jeremiah Curtin, Irlanda

"...Nelle storie di Fate che ho raccolto e nelle conversazioni con gli uomini che me le hanno raccontate, trovo vi sia una importante libertà di interscambio tra il mondo visibile ed il mondo invisibile, tra quelle che chiamiamo la morte e la vita – una certa intima comunione tra ciò che è stato e ciò che è. Eccetto nel caso delle persone anziane, difficilmente si può dire che vi sia una cosa come la morte, nella filosofia Celtica sulle Fate. I bambini e le persone giovani vengono rapiti; al loro posto vengono messi altri corpi, apparentemente deceduti o morenti. Le persone rapite vengono portate in dimore fatate; se mangiano, sono perdute a questa vita; se se ne astengono, hanno 7 anni di tempo in cui è possibile per loro il ritorno...", Jeremiah Curtin, da "Fate, Folletti e Spiriti Inquieti".


König B.



n tempo vi era un allevatore vedovo, Tom Reardon, che viveva vicino a Castlemain. Aveva un unico figlio, un bel giovane forte che era quasi un uomo, il cui nome era John. Questo allevatore si sposò una seconda volta e la matrigna odiò il ragazzo e non gli diede tregua né riposo. Cercava sempre di rivoltare la mente del padre contro il figlio, fino al punto in cui l'allevatore decise di mandare il figlio in un luogo in cui vi era un fantasma che uccideva chiunque trovasse.
Un giorno, il padre mandò il figlio alla forgia con alcune catene che facevano parte di un aratro, a cui il giorno seguente avrebbe attaccato due cavalli.
Il ragazzo portò le catene alla forgia: era quasi sera, quando ve lo mandò, e la forgia era a quattro miglia di distanza.
Il fabbro aveva molto lavoro e non riuscì a riparare le catene fino a mezzanotte. Egli aveva due figli e loro non volevano che John andasse via, ma lui disse che doveva andare perché aveva promesso di tornare a casa ed il padre lo avrebbe ucciso se fosse rimasto fuori. Si piazzarono davanti alla porta, davanti a lui, ma lui se ne andò ugualmente.
Quando fu a due miglia dalla forgia, davanti a lui comparve un fantasma, una donna: ella lo attaccò e lottarono per due ore, quando lui riuscì a circondarla con le catene. Lei non potè più fare nulla, a quel punto, perché tutto ciò che appartiene ad un aratro è benedetto. Egli strinse le catene e trascinò il fantasma con lui fino a casa. Giuntivi, le disse di andare nella stanza da letto e dare al padre ed alla matrigna una buona lezione, senza pietà.
Il fantasma li picchiò fino a quando il padre urlò, implorando pietà, e disse che, se fosse vissuto fino al mattino, avrebbe lasciato il luogo e che era stata la moglie a volere che John venisse mandato a farsi ammazzare. John mise del cibo sul tavolo e disse al fantasma di mangiare, ma ella rifiutò e disse che avrebbe dovuto riportarla dove l'aveva trovata. John volle farlo e andò con lei. Ella gli disse di andare in quel luogo la notte seguente, che vi sarebbe stata una delle sue sorelle, molto più determinata e forte di lei. John le disse che loro due insieme avrebbero potuto attaccarlo ed ucciderlo. Ella disse che non lo avrebbero fatto, che voleva il suo aiuto contro le sorelle e che non si sarebbe pentito di averla aiutata. Lui le disse che sarebbe andato e, quando se ne andò, lei le disse di non dimenticare le catene dell'aratro.
La mattina seguente, il padre stava per lasciare la casa ma la moglie lo convinse a restare. “Quel fantasma non tornerà mai più”, disse.
John andò la notte seguente nel luogo designato ed il fantasma lo stava aspettando nel posto dove avevano lottato. Camminarono assieme per una strada diversa per due miglia e si fermarono. Stavano chiacchierando un po' quando arrivò la sorella ed attaccò John Reardon. Lottarono per due ore ed ella stava per sopraffare il ragazzo quando la prima sorella la circondò con le catene. Egli la condusse a casa con le catene e la prima sorella li seguì da presso. Quando John arrivò alla casa, aprì la porta e, quando il padre vide i due fantasmi, disse che, se fosse sopravvissuto fino al mattino, avrebbe lasciato tutto al figlio, la fattoria e la casa.
Il figlio disse al secondo fantasma di andare a dare una bella lezione alla matrigna, “Dalle qualche buona battuta” disse.
Il secondo fantasma lasciò a malapena in vita la matrigna. John portò del cibo in tavola ma esse non ne presero nemmeno un boccone e la seconda sorella disse che lui avrebbe dovuto riportarla nello stesso luogo in cui si erano incontrati prima, egli disse che lo avrebbe fatto. Ella gli disse che lui era l'uomo più coraggioso che le fosse mai capitato davanti e che non lo avrebbe mai più minacciato e gli disse di ritornare la notte seguente. Lui disse che non lo avrebbe fatto, perché loro due avrebbero potuto attaccarlo e sopraffarlo. Esse promisero che non lo avrebbero attaccato, ma aiutato ad avere la meglio sulla più giovane e forte delle sorelle. Gli dissero anche che avrebbe dovuto portare le catene dell'aratro, perché senza di esse non avrebbero potuto fare nulla.
Egli si dichiarò d'accordo ad andare se gli avessero dato la loro parola che non gli avrebbero fatto del male. Esse diedero la loro parola e promisero di aiutarlo più che potevano.
Il giorno seguente, quando il padre si stava apprestando a lasciare il luogo, la moglie non glielo permise. “Rimani dove sei - disse - non ci faranno più nulla.”
John andò la terza notte e, quando arrivò, le due sorelle comparvero davanti a lui e camminarono tutti insieme per quattro miglia, quindi gli dissero di fermarsi sull'erba verde da un lato e di non rimanere sulla strada.
Dopo poco che aspettavano, giunse la terza sorella, emettendo luci rosse dalla bocca. Andò da John e con il primo colpo che gli diede lo costrinse in ginocchio. Con l'aiuto delle due sorelle, lui si alzò e lottarono per tre ore: la sorella più giovane stava avendo la meglio sul ragazzo quando le altre due le gettarono intorno le catene. Il ragazzo la portò a casa con sé e quando la matrigna vide arrivare le tre sorelle, lei ed il padre di John furono terrificati e morirono entrambi di paura.
John mise sulla tavola del cibo e disse alle sorelle di andare a mangiare, ma esse rifiutarono e la più giovane gli disse che avrebbe dovuto riportarla nel luogo dove avevano lottato. Tutti e quattro andarono in quel luogo e, alla partenza, esse promisero di non fargli mai del male e di fare in modo che né lui né i suoi figli dopo di lui, se mai ne avesse avuti, avessero mai bisogno di lavorare. La sorella più anziana gli disse di tornare la notte seguente e di portare con sé una vanga: ella gli avrebbe raccontato la sua storia dal principio alla fine.



König B.




Egli andò e lei gli fece questo racconto: molto tempo prima, suo padre era uno degli uomini più ricchi d'Irlanda, sua madre morì quando le tre sorelle erano molto giovani, e dieci o dodici anni dopo, anche il padre morì lasciando la cura di tutte le ricchezze ed i tesori nel castello a lei, dicendole di dividerle in tre parti uguali e di darne una parte ad ognuna delle sorelle. Ma lei era innamorata di un giovane che suo padre non conosceva ed una notte, quando le due sorelle dormivano, pensò che se le avesse uccise l'intera fortuna sarebbe andata a lei ed a suo marito. Prese dunque un coltello e tagliò le loro gole e quando le ebbe uccise se ne pentì e si suicidò. La loro punizione fu che nessuna delle tre avrebbe avuto riposo o pace fino a che un uomo senza paura non fosse arrivato a vincerle e John era il primo che ci fosse riuscito.
Ella lo portò quindi al castello di suo padre: ne rimanevano solo le rovine, era senza tetto ed aveva solo alcuni muri, e gli mostrò dove fossero tutte le ricchezze ed i tesori. John, per accertarsene, prese le sua vanga e vangò, vangò con tutte le sue forze e, poco prima dell'alba, arrivò al tesoro. In quel momento, le tre sorelle lo benedirono, si mutarono in tre colombe e volarono via.
Egli divenne abbastanza ricco per sé e per sette generazioni dopo di lui.


V. Francés


domenica 2 novembre 2014

Il Fantasma di Sneem, Jeremiah Curtin (Irlanda)

ualche tempo dopo che Pat Doyle era stato ucciso dal fantasma, mio marito, Martin Doyle, era al lavoro su una dimora ad una certa distanza da Sneem, ed una sera il gentiluomo che aveva dato quel lavoro a Martin gli disse di andare quella notte a Sneem per una commissione.
"Bene, - disse lui - è troppo tardi, e la strada è molto solitaria. Non c'è nessuno tranne me ad occuparsi di mia madre e se mi dovesse accadere qualcosa lei rimarrebbe senza sostegno. Andrò durante il giorno."
"No,- disse il gentiluomo - io voglio inviare una lettera e deve essere recapitata stanotte stessa."
"Non intendo rischiare, non andrò", disse Martin.
Martin aveva un cugino, James, che aveva udito la conversazione e, alzandosi in piedi, disse: "Andrò io. Non temo alcun fantasma o spirito ed ho passato molte notti per strada."
Il gentiluomo lo ringraziò e disse: "Eccoti una spada, se ne avrai bisogno."
Diede quindi a James la lettera e le istruzioni per recapitarla. James partì e prese ogni scorciatoia e sentiero laterale; quando credette di essere a metà strada da Sneem, un fantasma gli apparve sulla strada e cominciò ad andargli contro. Ogni volta che si avvicinava, James cercava di colpirlo con la spada d'acciaio, perché vi è grande virtù nell'acciaio, e particolarmente in quello fabbricato da un fabbro irlandese. Il fantasma lo prendeva di mira ed egli lo respinse con la spada fino a quando giunsero ad un incrocio vicino a Sneem. Là, il fantasma scomparve e James corse a tutta velocità in città. Qui scoprì che il gentiluomo che doveva ricevere la lettera si era trasferito in un luogo distante sei miglia, vicino al ponte di Blackwater, a metà strada tra Sneem e Kenmare. Quel luogo mantiene a tutt'oggi una gran brutta fama, ed i vecchi dichiarano che non passa notte senza che vi siano spiriti e gente senza testa intorno al ponte di Blackwater.
James conosceva il posto, ma voleva consegnare la lettera ad ogni costo. Quando giunse al ponte e stava per attraversarlo, un fantasma lo attaccò.
Questo fantasma aveva un aspetto maligno ed era più forte del precedente. Corse due volte verso James, che lo colpì con la spada. Vide allora un grosso uomo senza testa che correva lungo la strada dall‟altra parte del ponte e su per la scogliera, nonostante non vi fossero vie, là.
Il fantasma smise di attaccarlo e corse dietro all‟uomo senza testa. James attraversò il ponte e camminò un poco, quindi incontrò uno straniero; i due si salutarono a vicenda e l'uomo chiese a James dove vivesse, ed egli rispose: "Vengo da Drumfada".
"Sapete che ore sono?", chiese James.
"No, - rispose l‟uomo - ma quando sono passato vicino a quella casa laggiù i galli stavano cominciando a cantare. Avete visto nulla?"
"Certo!", disse James e gli raccontò di come il fantasma lo aveva attaccato e quindi era corso via dietro all'uomo senza testa.
"Oh,- disse lo straniero - quel corpo senza testa va sempre in giro intorno al ponte, di notte; centinaia di persone l'hanno visto. Corre su per la scogliera e scompare al canto del gallo ed il fantasma che vi ha attaccato lo segue quando il gallo canta."
Lo straniero proseguì e James recapitò la lettera. L'uomo che la ricevette lo ringraziò molto e lo pagò bene. James tornò a casa sano e salvo ma disse:
"Sarei morto se non fosse stato per l'acciaio."


V.M. Maksimov


"Potreste raccontarmi una storia vera di Fate?", chiesi alla vecchia donna. "Potrei, - disse lei - ma oggi vi racconterò solo ciò che ho visto una notte oltre Cahirciveen. Una volta, trascorsi la notte in una casa vicino a Waterville, a circa sei miglia da Derrynane. La padrona di casa era a letto con il suo figlioletto piccolo. Il marito udì il pianto di un bambino provenire dall'esterno, sotto la finestra e corse al letto chiedendo:
"Mary, hai il bambino con te?"
"Certamente, John."
"Bene, ho udito un bambino che piangeva sotto la finestra. Andrò a vedere di chi è."
"Nel nome di Dio,- urlò la moglie - fermati, resta qui! Prendi l'acqua santa e spruzzala sopra il bambino, sopra di me e di te!"
Egli lo fece e poi ne spruzzò un poco in cucina. Allora udì i pianto allontanarsi sempre più fino a sembrare lontano mezzo miglio: era molto addolorato e triste. Se fosse uscito dalla porta, il padrone di casa avrebbe ricevuto un colpo di Fata e la madre sarebbe stata portata al Forte [All'interno di uno dei "tumuli delle Fate"] come balia."

Questo fu tutto ciò che la donna raccontò. Promise di tornare il giorno seguente, ma non l'ho mai più rivista. Alcune sere dopo, il cieco mi informò che era malata ed era in ospedale. La sua malattia era stata causata, come disse lei, dal fatto di avermi raccontato quelle storie durante il giorno. Molti anziani raccontano storie solo di sera: non è buono, non è fortunato farlo durante il giorno.

martedì 5 agosto 2014

La Vigilia di San Martino, Jeremiah Curtin

Inveragh, non molto lontano dalla città di Cahirciveen, viveva un allevatore di nome James Shea con la moglie e tre figli, due maschi ed una femmina. Era un uomo pacifico, onesto e molto caritatevole verso i poveri, ma sua moglie aveva un cuore di pietra e non dava mai nemmeno un sorso di latte ad un bisognoso.
Il figlio più giovane era in tutti i sensi cattivo come lei, era d'accordo con tutto ciò che la madre faceva, ed era sempre dalla sua parte.
Questo avvenne prima che strade ed automobili arrivassero sulle montagne del Kerry. A quei tempi, l'unico modo di viaggiare, se uno non voleva camminare, era cavalcare e l'unico modo di trasportare qualcosa al mercato era in ceste a dorso di cavallo. Accadde che James Shea stesse andando, all'inizio di novembre, a Cork con due barilotti di burro e ciò che lo angustiava maggiormente era il timore di non essere a casa per la notte di San Martino e onorare il santo: perché egli non aveva mai lasciato trascorrere quella notte senza versare del sangue in onore del santo. Per assicurarsene, chiamò il figlio maggiore e disse:
"Se non sarò a casa la notte di San Martino, uccidi la grossa pecora che corre con le mucche."
Shea andò a Cork con il burro ma non riuscì a tornare a casa in tempo.
La vigilia di San Martino, il figlio maggiore vide che il padre non rientrava e portò a casa la pecora. "Cosa stai facendo con quella pecora, sciocco?" chiese la madre. "Sto per ucciderla. Non hai udito mio padre dirmi che non vi è mai stata una notte di San Martino senza che egli versasse del sangue? Vuoi che la casa cada in disgrazia?"
A sentire questo, la madre si prese gioco del figlio e disse:
"Porta fuori quella pecora ed io ti darò qualcos'altro da uccidere."
Così il ragazzo portò fuori la pecora, pensando che la madre avrebbe ucciso un'oca. Sedette ed attese che la madre gli desse ciò che doveva uccidere. Dopo poco lei entrò, portando un grosso gattone che avevano in quella casa da nove o dieci anni. "Ecco, - disse lei - puoi uccidere questo animale e versare il suo sangue. Lo cucineremo per quando tuo padre tornerà a casa."
Il ragazzo andò in collera e disse alla madre:
"Di certo ora la casa sarà per sempre in disgrazia - disse - e non sarà facile per te soddisfare mio padre quando arriverà."
Non uccise il gatto, potete starne certi, e né lui né sua sorella mangiarono un boccone della cena e piansero e si crucciarono per tutta la sera la loro disgrazia. Quella stessa notte, la casa prese fuoco e bruciò completamente, e non ne rimase nulla all‟infuori delle quattro mura. La madre ed il figlio minore perirono tra le fiamme, il figlio maggiore e sua sorella scamparono per miracolo. Andarono in casa di un vicino fino al ritorno del padre, la sera seguente. Quando trovò la casa distrutta e la moglie ed il figlio più giovane morti, si lamentò e pianse. Ma, quando l'altro figlio gli raccontò quello che aveva fatto la madre la vigilia di San Martino, egli gridò:
"Ah, è stata la collera di Dio che si è abbattuta sulla mia casa; se mi fossi fermato a casa fino alla notte di San Martino, ora sarebbero tutti sani e salvi qui con me." La mattina seguente, James Shea andò dal prete e gli chiese se sarebbe stato buono per lui o positivo ricostruire la casa.
"In realtà, - disse il prete - non c'è nulla di male nel mettere un tetto sui muri e restaurarli, se farete celebrare una messa nella casa prima di andarci a vivere. Se lo farete, tutto andrà bene."
(Shea chiese al prete perché la gente si opponeva alla ricostruzione o al restauro di una casa bruciata, specialmente se vi era bruciato qualcuno dentro.)





Bene, James Shea mise un tetto sulla casa, la restaurò e vi fece celebrare all'interno una messa. Quella sera, Shea era seduto a cenare quando vide sua moglie entrare dalla porta ed andare verso di lui. Egli pensò che non fosse affatto morta. "Ah, Mary, -disse - non è così brutto come mi avevano detto. Certo, pensavo tu fossi morta. Oh, allora bentornata a casa; siediti, la cena è pronta." Ella non rispose una parola ma lo guardò dritto in viso e camminò fino alla stanza dall'altra parte della casa. Egli si alzò, pensando che la donna si sentisse male, e la seguì per aiutarla, chiudendo la porta della stanza dopo esservi entrato.




Non vedendolo tornare per parecchio tempo, il figlio pensò di andare a chiedere al padre perché non stava mangiando la cena. Quando entrò nella stanza, non vide segno di sua madre, non vide nulla tranne due gambe dal ginocchio in giù.
Gridò allora per chiamare la sorella, che giunse prontamente. "Oh, Dio misericordioso!" urlò la sorella.
"Sono le gambe di mio padre! - si lamentò il fratello - E, Mary, non riconosci le calze che hai fatto tu a maglia ed io non riconosco molto bene le scarpe?” Chiamarono allora i vicini e, con terrore di tutti, anch'essi non videro altro di James Shea che le due gambe e i piedi. Quella notte vi fu una veglia sui resti ed il giorno seguente seppellirono le due gambe. Alcuni consigliarono ai due ragazzi di non dormire mai più in quella casa, dissero loro che l'anima della madre era perduta, che era per quello che era venuta a mangiare il padre e che avrebbe mangiato anche loro. Così i due cominciarono a girare il mondo, senza curarsi molto di dove stessero andando pur di fuggire dalla madre.
La prima notte si fermarono alla casa di un allevatore non lontano da Killarney. Dopo cena, venne loro preparato un letto vicino al fuoco, nell'angolo, e giacquero là. Verso metà della notte, si udì fuori un grande rumore e la donna della casa chiamò suo figlio ed i servi perché si alzassero e andassero alla stalla delle mucche a vedere il perché esse cercassero di uccidersi a vicenda.




Si alzò per primo il figlio; quando, con due servi, uscì, vide il fantasma di una donna in catene. Ella si avvicinò loro ed in breve li uccise. Non vedendo tornare i ragazzi, l'allevatore e sua moglie si alzarono, spruzzarono dell‟acqua santa intorno alla casa, benedissero se stessi ed uscirono; e là videro il fantasma avvolto da fiamme blu e circondata da catene. In una stia per polli esterna vi era un gallo di marzo (un gallo nato in marzo da un gallo ed una gallina nati in marzo). Egli volò fuori dal suo posatoio e cantò dodici volte. In quel momento, il fantasma sparì. Ora i vicini si erano alzati e si sparse la notizia che i tre ragazzi erano stati uccisi.
Il fratello e la sorella non dissero una parola a nessuno ma, alzatisi presto, partirono per il loro viaggio, pregando per avere la protezione di Dio dovunque andassero. Non si fermarono mai né si riposarono fino a quando giunsero a Rathmore, vicino a Cork, e, andando in una fattoria, il ragazzo chiese alloggio nel nome di Dio.
"Vi darò alloggio nel nome di Dio" disse la moglie del fattore. Portò quindi dell'acqua calda perché i due ragazzi si lavassero mani e piedi, poiché erano sporchi ed esausti. Dopo cena, venne approntato per loro un letto e, circa alla stessa ora della notte precedente vi fu un grande rumore fuori.
"Alzati ed esci - disse la moglie del fattore - alcune delle mucche devono essersi slegate."
"Non andrò fuori a quest'ora della notte, se si sono slegate - disse l‟uomo - Resterò dove sono, anche se si ammazzano l'un l'altra, perché non è sicuro uscire prima del canto del gallo; dopo che avrà cantato, uscirò."
"Questo è vero per te - disse la moglie del fattore - e, parola mia, prima di venire a letto ho dimenticato di spruzzare dell‟acqua benedetta nella stanza e di benedire me stessa."
Così, prendendo la bottiglia che era appesa vicino al letto, ella spruzzò l'acqua intorno alla stanza e verso l'entrata e si fece il segno della croce. L'uomo non uscì fino al canto del gallo. Il fratello e la sorella partirono presto e viaggiarono per tutto il giorno. Quando giunse la sera, incontrarono un uomo di bell'aspetto che era fermo davanti a loro nella strada.
"Sembrate essere stranieri - disse - dove state andando?"
"Siamo stranieri - disse il ragazzo - e non sappiamo dove andare."
"Non avete bisogno di andare oltre. Vi conosco bene, la vostra casa è ad Iveragh. Io sono San Martino, inviato dal Signore a proteggere te e tua sorella. Tu stavi per versare il sangue di una pecora in mio onore, ma tua madre e tuo fratello si sono presi gioco di te e tua madre non ti ha permesso di fare ciò che tuo padre ti aveva detto. Vedi cos'è accaduto loro: essi sono perduti per sempre, entrambi. Vostro padre è salvo in paradiso, perché era un buon uomo. Vostra madre sarà presto qui e la concerò in modo tale che non vi darà mai più fastidio."
Prendendo una verga dal davanti del suo abito e intingendola in una fiala di acqua santa, tracciò un cerchio intorno al fratello ed alla sorella. In breve essi udirono arrivare la loro madre e la videro carica di catene il cui sferragliare era terribile, e da lei si alzavano delle fiamme. Ella giunse nel luogo dove stavano i ragazzi e disse: "Cattiva sorte ad entrambi voi, perché siete la causa della mia sofferenza." "Dio lo ha vietato - disse San Martino - Non sono loro la causa, ma tu stessa, perché sei sempre stata cattiva. Non mi hai voluto onorare ed ora devi soffrire per questo." Egli trasse fuori un libro e cominciò a leggere e, dopo che ebbe letto per alcuni minuti, le disse di andarsene e di non farsi mai più vedere in Irlanda fino al giorno del Giudizio. Ella si alzò nell'aria avvolta nelle fiamme e con tale rumore che avreste pensato che tutti i tuoni del cielo stessero rombando e tutte le case e i muri del Regno stessero crollando a terra. Il fratello e la sorella caddero in ginocchio e ringraziarono San Martino. Egli li benedisse e disse loro di alzarsi e, prendendo una tovaglietta dal davanti del suo abito, disse al fratello:
"Prendete con voi questo panno e tenetelo segreto. Non fate sapere a nessuno che lo avete. Se tu o tua sorella avrete bisogno, andate nella vostra stanza, chiudete la porta e sprangatela. Poi tirate fuori il panno e vi arriveranno cibarie e bevande in abbondanza. Tenete il panno sempre con voi, appartiene ad entrambi. Ora andate a casa e vivete in quella casa che ha costruito vostro padre e fatevi venire il prete a celebrare una messa di lunedì e vivete la vita che vostro padre ha vissuto prima di voi."
I due andarono a casa e vissero entrambi una buona vita. Si sposarono e, quando uno o l'altro di loro aveva bisogno del panno, vi faceva ricorso, e i loro nipoti vivono tuttora ad Iveragh. E questa è la verità, ogni parola, ed ho udito spesso la mia povera nonna raccontare questa storia, che Iddio Onnipotente faccia riposare la sua anima, e lei non diceva mai bugie. Conosceva James Shea e sua moglie molto bene.

(Raccontata da John Sheehy)

"Fate, Folletti e Spiriti Inquieti", Jeremiah Curtin

Ho preso in prestito le illustrazioni di  Santiago Caruso per Lovecraft.