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martedì 17 dicembre 2013

Il Lupo Mannaro,fiaba di Luigi Capuana

'era una volta un Re e una Regina che non avevan figliuoli e pregavano i santi, giorno e notte, per ottenerne almeno uno. Intanto consultavano anche i dottori di Corte. Maestà, fate questo. - Maestà, fate quello. E pillole di qua, e beveroni di là; ma il sospirato figliuolo non arrivava a spuntare. Una bella giornata ch'era freddino, la Regina s'era messa davanti il palazzo reale per riscaldarsi al sole. Passa una vecchiarella: "Fate la carità! "
Quella per la noia di cavar le mani di tasca rispose: "Non ho nulla".
La vecchiarella andò via brontolando.
"Che cosa ha brontolato?", domandò la Regina.
"Maestà, ha detto che un giorno avrete bisogno di lei". La Regina le fece correre una persona dietro, per richiamarla; ma la vecchiarella aveva svoltato cantonata ed era sparita. Otto giorni dopo, si presentava un forestiero, chiedeva di parlare in segreto col Re: " Maestà, ho il rimedio per guarir la Regina. Ma prima facciamo i patti".
"Oh, bravo! Facciamo i patti."
"Se nascerà un maschio, lo terrete per voi".
"E se una femmina?"
"Se una femmina quando avrà compiti i sette anni, dovrete condurla in cima a quella montagna e abbandonarla lassù: non ne saprete più nuova"
"Consulterò la Regina"
"Vuol dire che non ne farete nulla".
Stretto fra l'uscio e il muro, il Re accettò. Il forestiero cavò di tasca una boccettina, che gli spariva fra le dita e disse: "Ecco il rimedio. Questa notte, appena la Regina sarà addormentata, Vostra Maestà glielo versi tutto intero in un orecchio. Basterà".
Infatti, dopo nove mesi, la Regina partorì e fece una bella bambina. A questa notizia il Re diede in uno scoppio di pianto: "Povera figliolina, che mala sorte! Che mala sorte!"

Gilbert A.Y.

La Regina lo seppe: "Maestà, perché avete pianto: Povera figliolina, che mala sorte?"
"Non ne fate caso".
La Reginotta cresceva più bella del sole: il Re e la Regina n'erano matti. Quando entrò nei sette anni, il povero padre non sapeva darsi pace, pensando che presto doveva condurla in cima a quella montagna, abbandonarla lassù e non averne più nuove! Ma il patto era questo: bisognava osservarlo. Il giorno che la Reginotta compì i sette anni, il Re disse alla Regina: "Vo in campagna colla bimba; torneremo verso sera".
Cammina, cammina, giunsero a piè della montagna e cominciarono a salire. La Reginotta non potea arrampicarsi, e il Re se la tolse in collo.
"Babbo, che andiamo a fare lassù? Torniamo indietro".
Il Re non rispondeva, e si bevea le lagrime che gli rigavano la faccia.
"Babbo, che andiamo a fare lassù? Torniamo indietro".
Il Re non rispondeva, e si bevea le lagrime che gli rigavano la faccia.
"Babbo, che siam venuti a fare quassù? Torniamo indietro".
"Siediti qui; aspetta un momento". E l'abbandonò alla sua sorte.
Vedendolo tornar solo, la Regina cominciò a urlare: "E la figliuola? E la figliuola?"
"Calò giù un'aquila, l'afferrò cogli artigli e la portò via".
"Ah, figliuola mia! Non è vero!"
"Le sbucò addosso un animale feroce e andò a divorarsela nel bosco".
"Ah, figliolina mia! Non è vero!"
"Faceva chiasso in riva al fiume e la corrente la travolse".
"Non è vero! Non è vero!"
Allora il Re le raccontò per filo e per segno ogni cosa. E la Regina partì, come una pazza, per ritrovar la figliuola. Salita in cima alla montagna, cercò, chiamò tre giorni e tre notti, ma non scoperse neppure un segnale; e tornò, desolata, al palazzo. Eran passati sette anni. Della bimba non s'era più saputo nuova. Un giorno la Regina si affaccia al terrazzino e vede giù nella via quella vecchiarella tanto ricercata: "Buona donna, buona donna, montate su."
"Maestà, oggi ho fretta; verrò domani". La Regina rimase male.
E il giorno dopo stette tutta la mattinata ad aspettarla al terrazzino.
Come la vide passare: "Buona donna, buona donna, montate su".
"Maestà, oggi ho fretta; verrò domani".
Il giorno dopo, la Regina, per far meglio, andò ad aspettarla innanzi il portone. "Maestà, oggi ho fretta; verrò domani". Ma la Regina la prese per una mano e non la lasciò andar via; e per le scale le domandò perdono di quella volta che non le aveva fatto l'elemosina. "Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar la mia figliuola!"
"Maestà, che ne so io? Sono una povera femminuccia".
"Buona donna, buona donna, fatemi ritrovar la mia figliuola!"
"Maestà, male nuove. La Reginotta è alle mani d'un Lupo Mannaro, quello stesso che diè il rimedio e fece il patto col Re. Fra un mese le domanderà: mi vuoi per marito? Se lei risponde di no, quello ne farà due bocconi. Bisogna avvertirla".
"E il Lupo Mannaro dov'abita?"
"Maestà, sotto terra. Si scende tre giorni e tre notti, senza mangiare, né bere, né riposare, e al terzo giorno s'arriva. Prendete un coltellino, un gomitolo di refe e un pugno di grano, e venite con me".
La Regina prese tutto quello che la vecchiarella avea ordinato, e partì insieme con lei. Giunsero ad una buca, che ci si passava appena. La vecchiarella attaccò un capo del refe a una piantina e disse:
"Chi semina raccolga, Chi ti attacca, quei ti sciolga". Ed entrarono.
Scendi, scendi, scendi, la Regina già si sentiva le ginocchia tutte rotte. "Vecchiarella, riposiamo un tantino!"
"Maestà, è impossibile".
Scendi, scendi, scendi, la Regina non si reggeva più dalla fame.
"Vecchiarella, prendiamo un boccone, mi sento svenire!"
"Maestà, non è possibile".
Scendi, scendi, scendi, la Regina affogava di sete.
"Vecchiarella, per carità, un gocciolo di acqua!"
"Maestà, non è possibile". E sbucarono in una pianura. Il gomitolo del refe terminò. La vecchiarella attaccò quell'altro capo ad una pianticina, e disse:
"Chi semina raccolga, Chi ti attacca, quei ti sciolga". Cominciarono ad inoltrarsi. Ad ogni passo la Regina dovea lasciar cadere in terra un chicco di grano e la vecchiarella diceva: "Grano, grano di Dio, Com'io ti semino, vo' mieterti io". Il grano nasceva e cresceva subito, colle spighe mature che penzolavano.
"Maestà, ora piantate in terra il coltellino e sputate tre volte; siamo arrivati".
La Regina piantò il coltellino e sputò tre volte; e la vecchiarella disse:
"Coltellino, coltellino di Dio, Com'io ti pianto, vo' strapparti io".
Lasciamo costoro e torniamo alla Reginotta. Vistasi sola sola in cima alla montagna, s'era messa a piangere e a strillare; poi, povera bimba, s'era addormentata. Si svegliò in un gran palazzo; ma per quelle stanze e quei stanzoni non vedeva anima viva. Gira, rigira, era già stanca. "Reginotta, sedete, sedete!" Le sedie parlavano. Si sedette, e dopo un pezzettino, cominciò a sentirsi appetito. Comparve una tavola apparecchiata, colle pietanze fumanti. "Reginotta, mangiate, mangiate!". La tavola parlava. Mangiò, bevve, e poco dopo le vennero le cascaggini. "Reginotta, dormite, dormite!". Il letto parlava. Era uno stupore. Così tutti i giorni. Non le mancava nulla, ma s'annoiava a star lì senza vedere un viso di cristiano. Spesso piangeva, pensando al babbo e alla mamma; ed una volta si mise a chiamarli ad alta voce, tra i singhiozzi:
"Babbo mio! Mamma mia! Con che cuore mi lasciate qui, mammina mia!"
Ma una vociona le gridò: "Sta' zitta! Sta' zitta!" Ranicchiossi in un canto, e non ebbe animo di più fiatare.
Passato un anno, un bel giorno si sentì domandare: "Vuoi vedermi?"
E non era quella vociona. Rispose: "Volentieri". Ed ecco gli usci si spalancano da loro stessi, e di fondo alla fila delle stanze viene avanti un cosino alto un cubito, vestito d'una stoffa a trama d'oro, con un berrettino rosso e una bella piuma più alta di lui.
"Buon giorno".
"Buon giorno. Oh, bimbo mio, come sei bello!" E lo prese in braccio e cominciò a baciarlo, a carezzarlo, a farlo saltare in aria come una bambola.
"Mi vuoi per marito? Mi vuoi?"
La Reginotta rideva: "Ti voglio, ti voglio". E un altro salto per aria, prendendolo fra le mani.
"Come ti chiami?"
"Gomitetto".
"Che fai qui?"
"Sono il padrone".
"Allora lasciami andare! Lasciami tornare a casa mia!"
"No, no! Dobbiamo sposarci".
"Per ora bada a crescere!"
Gomitetto se l'ebbe a male ed andò via. E per un anno non si fece vivo. La Reginotta s'annoiava a star lì senza vedere un viso cristiano. Ogni giorno chiamava: "Gomitetto! Gomitetto!"  Ma Gomitetto non rispondeva.
Un bel giorno le domandò di nuovo: "Vuoi vedermi?"
Volentieri. In un anno dovea esser cresciuto un pochino: ma gli usci si spalancarono, e le venne innanzi sempre lo stesso cosino alto un gomito, vestito di stoffa a trama d'oro, col berrettino rosso sormontato da quella bella piuma più alta di lui.
"Buon giorno".
"Buon giorno". La Reginotta, nel vederlo lo stesso, rimase sorpresa. Lo prese in collo e cominciò a baciarlo, a carezzarlo, a farlo saltare in aria come una bambola.
"Mi vuoi per marito? Mi vuoi?"
La Reginotta rideva: "Ti voglio! Ti voglio! Ma per ora bada a crescere". E qui un capitombolo per aria, prendendolo fra le mani. Gomitetto se l'ebbe a male e andò via. Ogni anno così; ed eran passati sette anni. Intanto la Reginotta s'era fatta una ragazza, che ci volevan quattro paia d'occhi per guardarla. Una notte non potendo prender sonno, pensava al babbo e alla mamma: - Chi sa se più si ricordano di me? Forse mi credono morta!" E piangeva sui guanciali; quand'ecco sente buttar dei sassolini all'imposta della finestra. Chi poteva essere, a quell'ora? Si fece coraggio, saltò giù dal letto, aperse adagino adagino l'impòsta, e domandò: "Chi siete? Che cosa volete?"
"Son io, figliuola mia; siam venute per te!" Dall'allegrezza stava per saltar dalla finestra.
"Ascolta, figliuola - disse la Regina sotto voce. - Quel Gomitetto è il Lupo Mannaro. Ti s'è mostrato a quel modo per non farti paura. Ma ora che sei grande, fra qualche giorno t'apparirà col suo vero aspetto. Figliuola mia, non atterrirti. E se ti domanda: Mi vuoi per marito? rispondi di sì; altrimenti sarai morta; ne farà due bocconi. La prossima notte a quest'ora ci rivedremo".
La mattina, la Reginotta udì la solita voce: "Vuoi vedermi?"
"Volentieri".

Bauer J.

Si spalancarono gli usci, ma, invece di Gomitetto, venne avanti il Lupo Mannaro alto, grosso, peloso, con certi occhiacci e certe zanne, che Dio ne scampi ogni creatura! La Reginotta si sentì mancare.
"Mi vuoi per marito? Ti feci fare apposta per me". Lei tremava come una foglia. "Mi vuoi per marito?"
Più la Reginotta sentiva quella vociaccia, e più tremava e si smarriva.
"Mi vuoi per marito?"
Voleva rispondergli: sì! Ma le scappò detto: "Oh, no! no!"
"Allora vien qui!"
E l'afferrò colle granfie per ingoiarsela.
"Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia!"
Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto, e poi rispose:
"Ti sia concesso! Sarai mangiata domani".
La notte, all'ora fissata, lei s'affacciò alla finestra:
"Ah, mammina mia! Mi scappò detto di no; sarò mangiata domani".
"Fatevi coraggio!", disse la vecchiarella. E picchiò forte al portone.
"Chi è? Chi cercate?" All'urlo del Lupo Mannaro tutto il palazzo tremava.
"Son coltellino, 
Son piantato nella terra dura,
Per difender la creatura".
Contro questa malìa, il Lupo Mannaro non poteva nulla. E la mattina, all'alba, venne fuori; e come vide il coltellino, si mordeva le mani:
"Se trovo chi l'ha piantato, ne faccio un boccone!"
Cercò, frugò attorno, ma non trovò nessuno. All'ultimo chiamò la Reginotta:
"Vien qua, strappami di terra questo coltellino: non ti mangerò più".
La Reginotta gli credette, e strappò il coltellino.
"Ed ora vien qui! E l'afferrò colle granfie per ingoiarsela".
"Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia". Il Lupo Mannaro stette un momentino incerto, e poi rispose:
"Ti sia concesso".
La notte, la Reginotta s'affacciò alla finestra: "Ah, mammina mia! Mi disse: strappa di terra questo coltellino, ed io glielo strappai. Domani sarò mangiata!"
"Fatevi coraggio!"

Bauer J.

E la vecchiarella picchiò forte al portone. "Chi è? Chi cercate?" All'urlo del Lupo Mannaro, tutto il palazzo tremava.
"Son frumentino, 
Son seminato nella terra scura, 
Per difender la creatura".
Contro questa malìa, il Lupo Mannaro non poteva nulla. E la mattina all'alba, venne fuori; e come vide il seminato colle spighe penzoloni, si mordeva le mani:
"Se trovo chi lo seminò, ne faccio un boccone".
Cercò, frugò intorno, ma non trovò nessuno. E la mattina dopo disse alla Reginotta: "Vieni qua: mietimi questo frumento; non ti mangerò più".
La Reginotta gli credette, e si mise all'opera. Per lei non c'era malìa, e in una giornata poté facilmente terminare di mieterlo.
"Ed ora vien qui!"
"Mangiami almeno domani! Te lo chieggo per grazia". Quegli stette un momentino incerto, e poi rispose: "Ti sia concesso, per l'ultima volta".
La notte, la Reginotta s'affacciò alla finestra: "Ah, mammina mia! Mi disse: mieti questo frumento ed io glielo mietei. Domani sarò mangiata".
"Fatevi coraggio!"
E la vecchiarella picchiò forte al portone."Chi è?", urlò il Lupo Mannaro.
"Son refe fino. 
Son attaccato alla pianta matura, 
Per difender la creatura".
Contro questa malìa, il Lupo Mannaro non poteva nulla. E la mattina all'alba venne fuori, e come vide il capo del refe legato alla pianticina, si mordeva le mani: "Vien qua; scioglimi questo refe dai due capi: non ti mangerò più".
La Reginotta era stata indettata dalla vecchiarella. Non doveva fermarsi un passo, né mangiare, né bere, ma aggomitolare, aggomitolare e andare avanti. Sciolse quel capo, e lei avanti, aggomitolando, il Lupo Mannaro dietro. "Ripòsati, ripòsati!"
"Quando sarò stanca, mi riposerò". Lei avanti aggomitolando, e il Lupo Mannaro dietro.
"Prendi un boccone, prendi un boccone!"
"Quando avrò fame mangerò". Lei avanti aggomitolando, e il Lupo Mannaro dietro.
"Bevi un gocciolino d'acqua, un gocciolino!"
"Quando avrò sete, berrò". Eran già arrivati alla buca d'uscita. Come il Lupo Mannaro s'accorse che l'altro capo del refe era attaccato alla pianticina di fuori, cominciò a mordersi rabbiosamente le mani. E vista la vecchiarella, diventò bianco come un panno lavato. "Ah! La nemica mia! Son morto! Son morto!"
La Regina e la Reginotta si voltarono e, invece della vecchiarella, videro una bellissima signora, che pareva la stella del mattino. Era la Regina delle Fate. Figuriamoci che allegrezza! La Regina delle Fate prendeva intanto dei sassi, e li metteva l'uno sull'altro davanti la buca.
"Sassi, sassi di Dio, 
Io vi muro e vo' smurarvi io!"
Murata la buca, la Regina delle Fate sparì. E quella brutta bestiaccia crepò di fame lì dentro. La Regina e la Reginotta tornarono sane e salve al palazzo; e un anno dopo la Reginotta sposò il Re di Portogallo.

Da:
Il Raccontafiabe


Senza-Orecchie, Fiaba di Luigi Capuana

'era una volta un Re che avea una bimba. La Regina era morta di parto, e il Re avea preso una balia che gli allattasse la piccina. Un giorno la balia scese, insieme colla bimba, nel giardino reale. La bimba avea tre anni, e si divertiva a fare chiasso sull'erba, all'ombra dei grandi alberi. Sull'ora di mezzogiorno la balia s'addormentava; ma quando si svegliò, non trovò più la Reginotta. Cerca, chiama per tutto il giardino; nulla! La bimba era scomparsa. Come presentarsi al Re, che andava matto per quella figliuola? La povera balia si picchiava il petto, si strappava i capelli: Dio! Dio! Sua Maestà l'avrebbe fatta impiccare! Agli urli della balia erano accorse le guardie. Fruga e rifruga, tutto fu inutile. Venne l'ora del pranzo. "E la Reginotta?", domandò il Re. I ministri si guardarono in faccia, più bianchi di un panno lavato. "La Reginotta dov'è?"
"Maestà, - disse un ministro - è accaduta una disgrazia!" Il Re pareva fuori di sé dal gran dolore. Fece subito un bando: Chi riporta la Reginotta, gli si concede qualunque grazia. Ma eran già passati sei mesi, e al palazzo reale non s'era visto nessuno. I banditori andavano di regno in regno: Sia cristiano, sia infedele, chi riporta la Reginotta, gli vien concessa qualunque grazia. Ma passò un anno, e al palazzo reale non si presentò nessuno. Il Re era inconsolabile: piangeva giorno e notte.

Stegg A.

Nel giardino reale c'era un pozzo. La Reginotta, mentre la balia dormiva, s'era accostata all'orlo e vi si era affacciata. Vedendo, laggiù, nello specchio dell'acqua, un'altra bimba sua pari, l'avea chiamata: - Ehi! Ehi! - , accennando colle manine. Allora era sorto dal fondo del pozzo un braccio lungo lungo, peloso peloso, che l'afferrò e la tirò giù. E così, da parecchi anni, lei viveva in fondo a quel pozzo, col Lupo Mannaro che l'aveva tirata giù. In fondo al pozzo c'era una grotta grande dieci volte più del palazzo reale. Stanze tutte oro e diamanti, una più bella e più ricca dell'altra. È vero che non ci penetrava mai sole, ma ci si vedeva lo stesso. La bimba veniva servita da quella Reginotta che era. Una cameriera per spogliarla, una per vestirla, una per lavarla, una per pettinarla, una per recarle la colazione, una per servirla a pranzo, una per metterla a letto. S'era già abituata e non ci viveva di cattivo umore. Il Lupo Mannaro russava tutto il santo giorno e la notte andava via. Siccome la bimba, quando lo vedeva, strillava dalla paura, si facea veder di rado: non volea spaventarla. Intanto la Reginotta s'era fatta una bella ragazza. Una sera, entrata in letto, non poteva dormire. Sentito che il Lupo Mannaro si preparava ad andar via, tese meglio l'orecchio. Il Lupo Mannaro con quella sua vociaccia ròca, urlava:"Chiamatemi il cuoco". Il cuoco venne. "Credo che siamo in punto, - gli disse - mi pare una quaglia" "Bisogna vedere", rispose il cuoco.
La Reginotta sentì che giravano adagino il pomo della serratura: Ahimè! Dunque si trattava di lei? Il Lupo Mannaro voleva mangiarsela. Le si accapponò la pelle, sfido io! Si fece piccina piccina, e finse di dormire. Il Lupo Mannaro s'accostava al letto, svoltava le coperte con cautela, e il cuoco cominciava a tastarla tutta, come gallina da tirargli il collo. "Ancora una settimana, - disse il cuoco - e sarà un boccone reale".
Come intese queste parole, la Reginotta si senti rinascere: Otto giorni! Oh, quella quaglia il Lupo Mannaro non l'avrebbe mangiata; no, no! Pensa e ripensa, le venne un'idea. La mattina, saltata giù dal letto, appostossi alla bocca della grotta, dentro il collo del pozzo, ed aspettò che venisse gente ad attinger acqua. La carrucola stride, la secchia fa un tonfo, ed ecco la Reginotta che s'afferra alla corda, puntando i piedini sull'orlo della secchia. La tiravano su lentamente; era un po' pesa. A un tratto la corda si rompe, e secchia e Reginotta, patatunfete, giù! Accorsero le cameriere e la ritirarono dall'acqua. "Ebbi un capogiro e cascai. Non ne fate motto, per carità; il Lupo Mannaro mi picchierebbe". E passò un giorno. Il secondo giorno, aspetta aspetta, la secchia non venne giù. Bisognava trovare un altro mezzo: ma non era come dirlo. Quale? La grotta non aveva che quell'unica uscita. E passò un altro giorno. La Reginotta non si perdette d'animo. Appena aggiornava, era al suo posto; ma la secchia non calava. E passarono altri due giorni.

Stegg A.

Una mattina, mentre lei piangeva dirottamente, guardando fisso nell'acqua vide lì un pesciolino rosso, che parea d'oro, colla coda bianca come l'argento, e con tre macchie nere sulla schiena. "Ah! Pesciolino, tu sei felice! Tu sei libero in mezzo all'acqua, ed io qui sola, senza parenti né amici!"
Il pesciolino montava a fior d'acqua, dimenando la coda, aprendo e chiudendo la bocca; pareva l'avesse sentita: "Ah! Pesciolino, tu sei felice! Tu sei libero in mezzo all'acqua, ed io qui sola, senza parenti né amici. Fra quattro giorni sarò mangiata!"
Il pesciolino rosso, dalla coda bianca e dalle tre macchie nere sulla schiena, s'era accostato alla sponda: "Se tu fossi di sangue reale e volessi sposarmi, saremmo liberi tutti e due. Per vincere il mio incanto non ci vuol altro".
"Son sangue reale, pesciolino d'oro, e son tua sposa fino da questo momento"
"Cavalcami sulla schiena e tienti forte".
La Reginotta si mise a cavalcioni del pesciolino e gli si afferrò alle branchie; e il pesciolino, nuota, nuota, la portò in fondo al pozzo. Di lì passava un fiume, sotto terra. Il pesciolino infilò diritto la corrente e la Reginotta gli si tenne sempre ben afferrata alle branchie. Ma ecco, in un punto, un pesce grossissimo, con tanto di bocca spalancata, che voleva ingoiarli: "Pagate il pedaggio, o di qui non si passa". La Reginotta si strappò un'orecchia e gliela buttò.
Nuota, nuota, ecco un altro pesce più grosso del primo, con tanto di bocca spalancata e una foresta di denti: "Pagate il pedaggio, o di qui non si passa". La Reginotta si strappava l'altra orecchia e gliela buttava.
Quando la corrente sboccò all'aria aperta, il pesciolino depose la Reginotta sulla sponda e diè un salto fuor dell'acqua. Era diventato un bel giovane, con tre piccoli nèi sulla faccia. Lei disse:
"Andiamo a presentarci al Re mio padre. Son tredici anni che non mi vede".
Al portone del palazzo reale non volevano lasciarla passare.
"Sono la Reginotta! Son la figliuola del Re!"
Non ci credeva nessuno, nemmeno il Re. Pure ordinò di fargliela venire dinanzi: Chi sa? Poteva anche darsi! Il Re la guardò da capo a piedi: gli pareva e non gli pareva. Lei gli raccontò la sua storia; ma non disse nulla delle orecchie, per vergogna. Infatti nascondeva il suo difetto, tenendo basse le trecce. Ma un ministro se n'accorse: "E le orecchie, figliuola mia? Dove le perdeste le orecchie?" Il Re, indignato, la condannava a rigovernare i piatti e le stoviglie della cucina reale.
Il principe Pesciolino (lo chiamarono subito così) fu dannato a spazzar le stalle: Imparassero in tal modo a farsi beffa del Re! Un giorno Sua Maestà volea mangiare del pesce. Ma in tutto il mercato c'era due pesci soltanto, e nessuno sapeva che razza di pesci si fossero, neppure i pesciaioli. Ed erano lì dal giorno avanti, e cominciavano a passare. Ma il Re volea del pesce ad ogni costo, e il cuoco li comprò: "Maestà, non c'è che questi; nessuno sa che pesci siano, neppure i pesciaioli. Trovansi in mercato da due giorni e cominciano a passare". "Sta bene, - disse il Re - portali in cucina".
In cucina il cuoco fa per sventrarli, e che gli trova nelle budella? Due orecchie di creatura umana, ancor stillanti sangue! Chiamarono subito Senza-orecchie, come le aven messo il nomignolo: "Senza-orecchie, Senza-orecchie, ecco roba per te!" La Reginotta accorse: eran davvero le sue orecchie. Tremante dalla contentezza se le adattò al capo e le si appiccicarono; il sangue avea servito da colla. Colle orecchie, il Re suo padre raffigurolla ad un tratto: "È lei! È la mia figliuola!"
E bandì feste reali per otto giorni. Poi, siccome era vecchio, volle lasciare il regno. E il re Pesciolino e la regina Senza-orecchie regnarono a lungo dopo di lui. 

Stretta la foglia, e larga la via, 
Dite la vostra, ché ho detto la mia.

Da:
C'era una Volta...Fiabe

venerdì 17 maggio 2013

Cappuccetto Rosso da "The Company of Wolves"- Angela Carter

[...] Dicono che il Demonio possa darti un unguento che ti trasforma in lupo appena te lo sfreghi addosso. E dicono che sia nato all'incontrario, che avesse un lupo per padre e che abbia il corpo di un uomo, ma zampe e genitali di lupo. E dicono che del lupo abbia il cuore.
Sette anni dura la vita naturale di un lupo mannaro, ma se ne bruci gli abiti di uomo, lo condanni ad essere lupo per sempre, perciò le vecchie qui da noi pensano che ci si possa proteggere lanciando addosso al lupo mannaro un cappello o un grembiule, come se bastassero gli abiti a farne un uomo. Ma è dagli occhi, da quegli occhi fosforescenti, che lo riconosci sotto ogni spoglia; gli occhi soltanto non subiscono alcuna metamorfosi.
Per diventare lupo, il licantropo si mette nudo. Se ti capita di vedere un uomo nudo in mezzo ai pini, devi correre come se avessi il Demonio alle calcagna.

È il solstizio d'inverno e il pettirosso, amico dell'uomo, si posa a cantare sul manico di una vanga da giardino. Non c'è momento peggiore dell'anno per i lupi, ma questa bambina testarda insiste a voler passare dal bosco. È certa che le bestie feroci non le faranno alcun male, anche se non è mancato chi la mettesse in guardia, convincendola a sistemare un coltellaccio nel cestino che la madre ha riempito di formaggi. C'è anche una bottiglia di liquore fatto in casa distillando bacche di pruno; qualche focaccia d'avena cotta sul fuoco del camino, e un paio di barattoli di confettura. La bambina vuole portare queste leccornie alla nonna costretta a letto e ormai tanto vecchia che il peso degli anni le soffoca la vita. La nonna abita a due ore di cammino nel bosco innevato; la bambina si avvolge in uno scialle pesante e se lo tira sul capo. Si infila gli zoccoli ed è pronta a partire; è la vigilia di Natale. La porta maligna del solstizio oscilla ancora sui cardini dell'anno, ma la piccola è stata troppo amata per conoscere la paura.
I bambini non restano a lungo bambini in questo paese selvaggio. Non hanno giochi per giocare e lavorano presto e tanto, e si fanno giudiziosi, ma questa piccola così bella, ultimogenita, frutto fuori stagione, non ha avuto che vizi dalla madre e dalla nonna. È stata proprio la nonna a farle a maglia lo scialle rosso che oggi spicca sul bianco della neve come un sinistro presagio di sangue. I suoi seni hanno appena incominciato a farsi turgidi; ha i capelli color del lino, tanto biondi da farle solo ombra sulla fronte chiara; le guance sono di un eloquente rosso scarlatto sul bianco della pelle, e da poco sono iniziate le sue perdite di sangue, quell'orologio femminile del corpo che, d'ora in poi, segnerà il tempo allo scadere di ogni mese.
La bambina vive e si muove sul pentagramma invisibile della sua verginità. È come un uovo intatto; come un vaso sigillato; ha dentro un luogo magico il cui accesso è vietato dalla presenza di una semplice membrana: è un sistema chiuso; non conosce ancora la paura. Ha il suo coltello e non teme mulla.
Se fosse a casa il padre potrebbe trattenerla, ma è via, nella foresta, e la madre non sa dire di no.
La foresta si richiuse su di lei come una bocca.
C'è sempre qualcosa da guardare in un bosco, persino nel cuore dell'inverno - le sagome gobbute degli uccelli, che hanno ceduto alla stagione del letargo, e si ammucchiano sui rami scricchiolanti senza nemmeno la forza per cantare; le trine dei licheni sui tronchi macchiati delle piante; le orme cuneiformi di conigli e cervi, quelle a spina di pesce degli uccelli; una lepre magra come un foglio di carta velina che attraversa il sentiero, là dove il sole pallido screzia di luce le foglie color ruggine di felci già appassite. Quando udì in lontananza l'urlo agghiacciante del lupo, la sua mano esperta andò al manico del coltello, ma del lupo non vide traccia alcuna, come pure di un uomo nudo, solo che poi sentì un clangore fra gli arbusti e sul sentiero, invece, d'uomo ne apparve uno, giovane e di bell'aspetto, con il cappellaccio da cacciatore e là giacca verde, carica di selvaggina. La bambina aveva portato la mano al coltello al primo fruscio dei rami, ma lui rise sfoderando una fila di bei denti bianchi e le rivolse un inchino a metà tra lo scherzoso e il lusinghiero; non aveva mai visto un uomo tanto bello, di certo non tra gli zotici del suo paese. Perciò insieme proseguirono nel pomeriggio che addensava la luce.
Di lì a poco ridevano e scherzavano come vecchi amici. Quando lui si offerse di portarle il cestino, la bambina glielo diede benché ci fosse dentro il coltello, perché il giovane la rassicurò dicendo che l'avrebbe protetta lui con il fucile. All'imbrunire, riprese a nevicare; lei sentì i primi fiocchi posarsi sulle ciglia ma ormai mancava mezzo miglio appena e ci sarebbe stato un fuoco ad aspettarla, una tazza di tè caldo e un'accoglienza senza dubbio entusiasta tanto per il cacciatore quanto per lei.





Questo giovane teneva in tasca un oggetto straordinario. Una bussola. La bambina guardò vagamente meravigliata il piccolo quadrante di vetro nella mano di lui, e osservò l'ago tremolante. Le assicurò che la bussola lo aveva guidato dentro il bosco durante la battuta di caccia, dal momento che l'ago gli diceva sempre con precisione assoluta dov'era il nord. Lei non gli credette: sapeva di non dover mai abbandonare il sentiero nella foresta, se non volevano smarrirsi all'istante. Lui rise di nuovo; lucidi fili di saliva gli brillavano sui denti. Disse che, se avesse lasciato il sentiero nel bosco che li circondava, poteva garantire di arrivare alla casa della nonna di un buon quarto d'ora prima di lei, seguendo il cammino indicato dalla bussola, mentre lei si affaticava sulla via più lunga e più tortuosa.
Non ci credo. E poi, non hai paura dei lupi?
Lui si limitò a battere sulla canna del fucile e a sorridere compiaciuto.
Vuoi scommettere? le chiese. Vuoi fare una gara? Che cosa mi dai se arrivo per primo a casa di tua nonna?
Tu che cosa vuoi? domandò lei maliziosa.
Un bacio.
Finisce sempre così il corteggiamento fra gente di campagna. Lei abbassò gli occhi e arrossì.
Il giovane tagliò per il bosco portando con sé il cestino, ma lei si scordò la paura delle bestie feroci, anche se ormai nasceva la luna: era decisa a prendere tempo per essere certa che il bel galantuomo vincesse la scommessa.
La casa della nonna si ergeva isolata appena fuori dal villaggio. La neve caduta da poco turbinava nell'orto e il giovane percorse con passo leggero il bianco sentiero che conduceva alla porta, come se non volesse bagnarsi i piedi; faceva ondeggiare il carico di selvaggina e il cestino della bambina, e canticchiava fra sé.
Ha sul mento una sottile striscia di sangue: un assaggio di quanto ha cacciato.
Battè piano alla porta con le nocche. Fragile e vecchia com'è, la nonna si è per lo più rassegnata alla fine ripetutamente annunciata dai dolori che le attraversano le ossa ed è quasi pronta a una resa totale. Un'ora fa è venuto un ragazzo dal paese ad accendere il camino per la notte e in cucina ora crepita un fuoco vivace. Le fa compagnia la sua Bibbia, perché la donna è molto devota. Siede sorretta da molti cuscini sul letto addossato al muro secondo l'usanza rurale, ed è avvolta nella trapunta a riquadri che si è cucita prima di prendere marito, ormai sono tanti anni fa non voler ricordare. Ai lati del camino siedono due spaniel di porcellana dal pelo a macchie rossastre e il naso nero. Sul pavimento di cotto c'è un bel tappeto fatto di stracci a colori vivaci. La pendola del nonno scandisce ticchettando lo scorrere inesorabile del tempo.
Teniamo i lupi lontano vivendo bene.
Lui raspò contro la porta con le nocche pelose.
Sono la tua nipotina, dice imitando la voce da soprano.
Solleva il chiavistello e vieni dentro, tesoro.
Li riconosci dagli occhi, occhi di un animale da preda, occhi notturni e devastanti, rossi come una ferita; gli puoi scagliare addosso la Bibbia e coprirli con il grembiule, nonnina, hai sempre pensato che fosse un sistema sicuro per liberarsi di queste bestiacce infernali...adesso puoi anche invocare Cristo e sua madre e tutti gli angeli del paradiso, che tanto non ti servirà a niente.

Il suo muso da fiera è affilato come un coltello; getta sul tavolo il carico di selvaggina già mordicchiata, insieme al cestino della tua cara bambina.
Oh, Dio mio, che le hai fatto?
Basta travestimenti, si sfila la giacca color verde bosco, il cappello con la piuma: i capelli incolti gli scendono sulla camicia bianca e lei vede agitarsi dentro le pulci. I rami crepitano nel fuoco crollando gli uni sugli altri, la notte e la foresta hanno invaso la cucina del buio impigliato nei suoi capelli.
Si sfila anche la camicia. Ha la pelle del colore e della consistenza di una pergamena. Una striscia di peli arruffati gli scende lungo la pancia; ha i capezzoli gonfi e maturi come frutti velenosi, ma è talmente magro che potresti contargli le costole, se solo te ne concedesse il tempo. Si toglie i calzoni e la donna ora vede come sono pelose le gambe di lui. E i suoi genitali, enormi. Ah, enormi.
L'ultima cosa che la vecchia vide in questo mondo fu un giovane nudo, dagli occhi di brace, avvicinarsi al suo letto.
Il lupo, l'incarnazione di ogni carnivoro.
Quando ebbe finito con lei, si leccò i baffi e si rivestì, in fretta finché non tornò ad essere esattamente lo stesso uomo che era entrato dalla porta. Bruciò i capelli non commestibili dentro il camino e avvolse le ossa in un tovagliolo che poi nascose sotto il letto dentro il baule di legno nel quale trovò un paio di lenzuola pulite. Le sostituì con cura a quelle macchiate e rivelatrici che ficcò dentro il cesto della biancheria sporca. Sprimacciò i cuscini e scosse la trapunta a riquadri; raccolse da terra la Bibbia, la chiuse e l'appoggiò sul tavolo. Era tutto come prima, solo che adesso la nonna non c'era più. La legna crepitava nel focolare, l'orologio ticchettava e il giovane sedette paziente accanto al letto, travestito con la cuffia da notte della nonnina. Toc-toc.
Chi è? fa lui con quella querula voce in falsetto.
Sono la tua nipotina.
E così la bambina entrò portando in casa un turbinio di neve che si trasformò in lacrime sulle piastrelle, forse era un po' dispiaciuta di vedere solo la vecchia nonna seduta vicino al fuoco. Poi lui però si liberò della coperta e volò alla porta, premendoci contro la schiena per impedirle di uscire.
La bambina si guardò intorno e vide che sulla guancia liscia del cuscino non c'era il minimo segno e che, per la prima volta, la Bibbia era chiusa sul tavolo. Il ticchettio dell'orologio risuonò come un colpo di frusta. Voleva prendere il coltello dal cestino ma non osava infilarci dentro la mano perché gli occhi di lui la fissavano - occhi enormi, che adesso parevano scintillare di una luce interiore, unica; occhi grandissimi, pieni di fuoco greco, di una fosforescenza diabolica.
Che occhi grandi hai.
Per vederti meglio.
Della nonna, nessuna traccia se si esclude una ciocca di capelli bianchi rimasta impigliata nella corteccia di un ciocco spento. Quando la vide, la piccola seppe di essere in pericolo di morte.
Dov'è la mia nonna?
Non c'è nessun altro qua dentro.
E un forte ululato si alzò tutto intorno, vicino, molto vicino, come se provenisse dall'orto dietro casa, l'ululato di una moltitudine di lupi; sapeva che i lupi peggiori sono pelosi anche dentro e tremò. A dispetto dello scialle rosso che andava stringendosi addosso come potesse proteggerla, benché fosse rosso come il sangue che stava per versare.
Qualcuno è venuto a cantarci i canti di Natale, chi è? chiese.
Sono le voci dei miei fratelli, tesoro; mi piace la compagnia dei lupi.
Guarda dalla finestra e li vedrai.
La neve copriva la grata, e dovette aprire per guardare in giardino. Era una notte bianca di luna e di neve; la tramontana soffiava intorno alle grigie bestie macilente accucciate tra le file dei cavoli, coi musi puntati alla luna e ululanti come se il cuore gli andasse in pezzi. Dieci, venti lupi - tanti che non riusciva a contare, in quel concerto di folle disperazione. Nei loro occhi si rifletteva il fuoco della cucina in lampi di cento candele.
Fa così freddo, poverini, disse: sfido io che si lamentano tanto.
Chiuse fuori dalla finestra il canto funebre dei lupi e si tolse lo scialle rosso, color dei papaveri, colore del sacrificio, colore del suo sangue mestruale e, poiché la paura non le veniva in aiuto, decise di non provarne più.
Che vuoi che faccia dello scialle?
Gettalo nel fuoco, cara. Non ne avrai più bisogno.
Ne fece un fagottino e lo lanciò tra le fiamme, che subito lo incenerirono. Poi si sfilò la camicia dalla testa; i piccoli seni rilucevano come se la neve avesse invaso la stanza.
Che devo fare della camicetta?
Getta nel fuoco anche quella, cucciolo mio.
La mussola sottile avvampò nel camino come un uccello incantato e poi fu il turno della sottana e delle calze di lana, delle scarpe; finì nel fuoco ogni cosa, una volta per tutte. Il bagliore della fiamma scintillava intorno alla pelle della bambina, il solo indumento intatto a rivestirle le carni. Così, piena di luce, nuda, si ravviò i capelli con le dita: parevano bianchi come la neve. Infine si diresse verso l'uomo dagli occhi rossi nella cui chioma incolta si agitavano le pulci; si tirò su in punta di piedi e gli sbottonò la camicia.




Che braccia grande hai.
Per abbracciarti meglio.
Ogni lupo sulla terra ora intonava il canto di nozze fuori dalla finestra, mentre lei disinvolta gli diede il bacio che gli doveva.
Che denti grandi hai.
Gli vide le fauci riempirsi di bava e udì il Liebestod della foresta invadere la stanza, ma la bambina saggia non battè ciglio, neanche quando il lupo le rispose: Per mangiarti meglio.
La bambina scoppiò a ridere; sapeva di non essere il bocconcino di nessuno. Gli rise in faccia, gli sfilò la camicia e la gettò nel fuoco, tra le ceneri dei suoi stessi vestiti. Le fiamme danzavano come anime morte nella notte di Santa Valpurga e le vecchie ossa sotto il letto presero ad agitarsi e a fare rumore, ma la bambina non ci badò.
Incarnazione del carnivoro, il lupo si sazia solo di sangue innocente.
Lei gli permetterà di appoggiare l'orrido capo sul suo grembo e gli pulirà il pelo dalle pulci ubbidendo al comando, come in un rito di nozze tra selvaggi.
La tormenta si placherà.
E si placò, la tormenta, lasciando le montagne sporche di neve, come se una massaia cieca vi avesse disteso sopra i lenzuoli, e i rami alti dei pini duri di calce bianca, scricchiolanti, carichi di neve.
Luce di neve e di luna, una confusione di impronte sul terreno.
E quiete, tantissima quiete.


È mezzanotte; l'orologio batte le ore. È Natale, il giorno dei lupi mannari; la porta del solstizio è spalancata; che ci sprofondino pure tutti quanti dentro. Guardate, come dorme tranquilla nel letto della nonna, tra le zampe amorevoli del suo lupo.

Tratto da "The Company of Wolves"
("The Bloody Chamber", Angela Carter)

I Cappuccetto Rosso di Angela Carter - La Nonna-Strega




È un paese del nord: freddo il clima, freddi anche i cuori.
Freddo, tormenta; bestie feroci nella foresta. La vita è grama. Le case sono di legno, buie e fumose all'interno. Ci potete trovare l'immagine rozza della Madonna dietro una candela sgocciolante, la zampa di porco appesa a stagionare, una ghirlanda di funghi essiccati. Un letto, un tavolo, uno sgabello. Sono vite difficili, misere, brevi.
Per questa gente che vive nei boschi del nord, il Diavolo è cosa reale, non meno di voi, o di me. Anzi di più; perché noi non ci hanno mai visti e nemmeno sanno che esistiamo, ma il Diavolo lo vedono spesso nei cimiteri, quelle inquietanti e sinistre città dei morti, dove ogni tomba è segnata dal ritratto naif del defunto e non c'è un fiore da metterci innanzi, perché lassù non crescono fiori, e così la gente fa piccole offerte votive, pagnottelle, a volte una focaccina dolce, che presto gli orsi pesanti di sonno vengono a rubare lasciando i margini della foresta. A mezzanotte, specialmente la notte di Santa Valpurga, il Diavolo invita le streghe ai suoi picnic fra le tombe; e allora dissotterrano cadaveri freschi e se li mangiano. Chiunque ve lo potrà confermare.
Collane di aglio sopra le porte tengono lontani i vampiri. Se un bambino dagli occhi azzurri nasce di piedi la notte di San Giovanni, si dice che diventerà un veggente. Se scoprono una strega - qualche vecchia che riesce a far maturare il formaggio quando i vicini non riescono, oppure il cui gatto nero -orrore!- le sta sempre appresso, allora spogliano la megera e vanno in cerca dei segni, quel terzo capezzolo al quale si attacca a succhiare il Demonio. Lo trovano sempre. E allora la uccidono lapidandola.
Inverno e freddo pungente.
Va' dalla nonna che è stata malata. Portale le focaccine d'avena che ho preparato per lei sulla pietra del camino, e la terrina di burro. La brava bambina fa come le dice la mamma - sono cinque miglia di faticoso cammino nella foresta; non abbandonare mai il sentiero, ci sono gli orsi, i cinghiali, i lupi affamati. Ecco, prendi il coltello da caccia del tuo papà: sai già come usarlo.
La bambina aveva una giubba di pelle di pecora per ripararsi dal freddo, conosceva la foresta troppo bene per averne paura, ma sapeva che doveva stare all'erta. Quando udì l'ululato agghiacciante del lupo, lasciò cadere i suoi doni, afferrò il coltello e si lanciò sulla bestia. Era enorme, con gli occhi rossi e le grigie fauci grondanti; solo la figlia di un montanaro poteva guardarla senza morire di terrore. La bestia tentò di azzannarla alla gola, come fanno i lupi, ma la bambina la accolse con un ampio colpo di lama e le mozzò la zampa destra anteriore.
La belva emise un lamento, quasi un singhiozzo, quando si rese conto di ciò che le era successo: i lupi non sono poi così coraggiosi come si pensa. Si allontanò tra gli alberi zoppicando come meglio poteva sulle tre zampe rimaste, lasciandosi indietro una traccia di sangue. La bambina pulì bene la lama del coltello sul grembiulino, ravvolse la zampa del lupo nel panno che la sua mamma aveva usato per le focaccine d'avena e proseguì verso la casa della nonna. Di lì a poco prese a nevicare talmente fitto da cancellare il sentiero e insieme a esso ogni impronta, pista o altro segno.
Trovò la nonna così malata che si era messa nel letto ed era sprofondata in un sonno inquieto, e gemeva e tremava e la nipotina capì che aveva la febbre. Le sentì la fronte con una mano: scottava. Scosse il panno dal cestino: voleva usarlo per preparare alla nonna una compressa gelata, e la zampa del lupo cadde a terra.
Ma non era più una zampa di lupo . Era una mano mozzata all'altezza del polso, una mano indurita dal lavoro e macchiata dagli anni. C'era una fede nuziale all'anulare e un porro sul dito indice. Da quest'ultimo riconobbe la mano della nonna.
Tirò indietro il lenzuolo e la donna si svegliò e subito prese a dimenarsi e a strillare come un'indemoniata. Ma la bambina era forte, e armata del coltello da caccia del padre, riuscì a tenere ferma la nonna quanto bastò per individuare la causa della febbre. Al posto della mano destra, restava un moncherino insanguinato e già marcescente.
La bambina si fece il segno della croce e gridò tanto forte che i vicini la udirono e si precipitarono a soccorrerla. Riconobbero immediatamente nel porro un capezzolo di strega; la vecchia, così come era, in camicia da notte, fu spinta fuori nella neve; a colpi di bastone condussero la sua carcassa cascante fino ai margini della foresta, e qui la presero a sassate fino a lasciarla a terra senza vita.
Dopo di allora, la piccola visse felice e contenta in casa della sua nonna.

Da Angela Carter, "The Bloody Chamber and Other Stories"

Il "Cappuccetto Rosso" è di Millais


lunedì 13 maggio 2013

Il Racconto del Lupo Mannaro - T. Landolfi

L’amico ed io non possiamo patire la luna: al suo lume escono i morti sfigurati dalle tombe, particolarmente donne avvolte in bianchi sudari, l’aria si colma d’ombre verdognole e talvolta s’affumica d’un giallo sinistro, tutto c’è da temere, ogni erbetta ogni fronda ogni animale, una notte di luna. E quel che è peggio, essa ci costringe a rotolarci mugolando e latrando nei posti umidi, nei braghi dietro ai pagliai; guai allora se un nostro simile ci si parasse davanti! Con cieca furia lo sbraneremmo, ammenoché egli non ci pungesse, più ratto di noi, con uno spillo. E, anche in questo caso, rimaniamo tutta la notte, e poi tutto il giorno, storditi e torpidi, come uscissimo da un incubo infamante. Insomma l’amico ed io non possiamo patire la luna. Ora avvenne che una notte di luna io sedessi in cucina, ch’è la stanza più riparata della casa, presso il focolare; porte e finestre avevo chiuso, battenti e sportelli, perché non penetrasse filo dei raggi che, fuori, empivano e facevano sospesa l’aria. E tuttavia sinistri movimenti si producevano entro di me, quando l’amico entrò all’improvviso recando in mano un grosso oggetto rotondo simile a una vescica di strutto, ma un po’ più brillante. Osservandola si vedeva che pulsava alquanto, come fanno certe lampade elettriche, e appariva percorsa da deboli correnti sottopelle, le quali suscitavano lievi riflessi madreperlacei simili a quelli di cui svariano le meduse.
"Che è questo?" gridai, attratto mio malgrado da alcunché di magnetico e, dirò, nel comportamento della vescica.
"Non vedi? Sono riuscito ad acchiapparla…" rispose l’amico guardandomi con un sorriso incerto.  "La luna!" esclamai allora. L’amico annuì tacendo. Lo schifo ci soverchiava: la luna fra l’altro sudava un liquido giallino che gocciava di tra le dita dell’amico. Questi però non si decideva a deporla.
"Oh, mettila in quell’angolo - urlai, - troveremo il modo di ammazzarla!".
"No, - disse l’amico con improvvisa risoluzione, e prese a parlare in gran fretta, - ascoltami, io so che, abbandonata a se stessa, questa cosa schifosa farà di tutto per tornarsene in mezzo al cielo (a tormento nostro e di tanti altri); essa non può fare a meno, è come i palloncini dei fanciulli. E non cercherà davvero le uscite più facili, no, su sempre dritta, ciecamente e stupidamente: essa, la maligna che ci governa, c’è una forza irresistibile che regge anche lei. Dunque hai capito la mia idea: lasciamola andare qui sotto la cappa, e, se non ci libereremo di lei, ci libereremo del suo funesto splendore, giacché la fuliggine la farà nera quanto uno spazzacamino. In qualunque altro modo è inutile, non riusciremo ad ammazzarla, sarebbe come voler schiacciare una lacrima d’argento vivo."
Così lasciammo andare la luna sotto la cappa; ed essa subito s’elevò colla rapidità d’un razzo e sparì nella gola del camino.
"Oh, - disse l’amico - che sollievo! Quanto faticavo a tenerla giù, così viscida e grassa com’è! E ora speriamo bene", e si guardava con disgusto le mani impiastricciate. Udimmo per un momento lassù un rovellio, dei flati sordi al pari di trulli, come quando si punge una vescica, persino dei sospiri: forse la luna, giunta alla strozzatura della gola, non poteva passare che a fatica, e ci sarebbe detto che sbuffasse. Forse comprimeva e sformava, per passare, il suo corpo molliccio; gocce di liquido sozzo cadevano friggendo nel fuoco, la cucina s’empiva di fumo, giacché la luna ostruiva il passaggio. Poi più nulla e la cappa prese a risucchiare il fumo. Ci precipitammo fuori. Un gelido vento spazzava il cielo terso, tute le stelle brillavano vivamente; e della luna non si scorgeva traccia. Evviva urràh, gridammo come invasati, è fatta! E ci abbracciavamo. Io poi fui preso da un dubbio: non poteva darsi che la luna fosse rimasta appiattata nella gola del mio camino? Ma l’amico mi rassicurò, non poteva essere, assolutamente no, e del resto m’accorsi che né lui né io avremmo avuto il coraggio d’andare a vedere; così ci abbandonammo, fuori, alla nostra gioia. Io, quando rimasi solo, bruciai sul fuoco, con grande circospezione, sostanze velenose, e quei suffumigi mi tranquillizzarono del tutto. Quella notte medesima, per gioia, andammo a rotolarci un po’ in un posto umido nel mio giardino, ma così, innocentemente e quasi per sfregio, non perché vi fossimo costretti. Per parecchi mesi la luna non ricomparve in cielo e noi eravamo liberi e leggeri. Liberi no, contenti e liberi dalle triste rabbie, ma non liberi. Giacché non è che non ci fosse nel cielo, lo sentivamo bene invece che c’era e ci guardava; solo era buia, nera, troppo fuligginosa per potersi vedere e poterci tormentare. Era come il sole nero e notturno che nei tempi antichi attraversava il cielo a ritroso, fra il tramonto e l’alba. Infatti, anche quella nostra misera gioia cessò presto; una notte la luna ricomparve. Era slabbrata e fumosa, cupa da non si dire, e si vedeva appena, forse solo l’amico ed io potevamo vederla, perché sapevamo che c’era; e ci guardava rabbuiata di lassù con aria di vendetta. Vedemmo allora quanto l’avesse danneggiata il suo passaggio forzato per la gola del camino; ma il vento degli spazi e la sua corsa stessa l’andavano gradatamente mondando della fuliggine, e il suo continuo volteggiare ne riplasmava il molle corpo. Per molto tempo apparve come quando esce da un eclisse, pure ogni giorno un po’ più chiara; finché ridivenne così, come ognuno può vederla, e noi abbiamo ripreso a rotolarci nei braghi. Ma non s’è vendicata, come sembrava volesse, in fondo è più buona di quanto non si crede, meno maligna più stupida, che so! Io per me propendo a credere che non ci abbia colpa in definitiva, che non sia colpa sua, che lei ci è obbligata tale e quale come noi, davvero propendo a crederlo. L’amico no, secondo lui non ci sono scuse che tengano. Ed ecco ad ogni modo perché io vi dico: contro la luna non c’è niente da fare.

Tommaso Landolfi

 Schloe C.