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domenica 11 giugno 2017

Thomas the Rhymer e la Regina delle Fate, (Scozia)




rcildourne è un paese che giace all'ombra della montagna di Eildon.
Nei tempi antichi viveva in questo luogo un uomo di nome Thomas Learmont, che si distingueva dai suoi vicini per il fatto di suonare il liuto, come fanno gli artisti ambulanti.
In un giorno estivo, Thomas uscì dalla sua capanna con il liuto sotto il braccio per recarsi da un piccolo contadino, che viveva sul pendio della montagna.
Il luogo non era molto lontano ed egli cominciò a camminare con passo spedito attraversando la landa. Il cielo era senza una nuvola, di un bel blu terso, quando raggiunse la località di Huntlie Bank, ai piedi della montagna. Stanco e spossato per il caldo decise di riposarsi un po' all'ombra di un grosso albero. Davanti a lui si estendeva un piccolo bosco dal quale si snodavano verdi sentieri; Thomas guardò gli alberi del bosco e suonò un paio di accordi nel suo liuto. Udì allora in lontananza un rumore, come il gorgoglio di un ruscello, e all'improvviso vide avvicinarsi a cavallo la più bella donna del mondo, vestita di seta verde, con un mantello di velluto del colore dell'erba e i biondi capelli sciolti sulle spalle. Il suo cavallo, bianco come il latte, si muoveva leggiadro tra gli alberi e Thomas vide che a ogni pelo della criniera era legata una campanellina d'argento.
Il giovane si levò il cappello e cadde in ginocchio davanti alla bella cavallerizza, che fermò la sua cavalla e gli ordinò di rialzarsi.
"Sono la Regina del Regno delle Fate e vengo a trovarti, Thomas di Ercildourne", disse sorridendo e gli porse la mano, affinché lui l'aiutasse a smontare da cavallo.
Costui lasciò cadere le briglie in un cespuglio e la condusse, incantato dalla sua bellezza eterea, sotto l'ombra di un grosso albero.
"Suona il tuo liuto Thomas - disse la Regina - bella musica e verde ombra sono due cose che si accompagnano bene".
Thomas suonò e gli parve di non aver mai prodotto con il suo liuto melodie così dolci.



Kinuko Y Craft


martedì 9 maggio 2017

La Troll nel Bosco, Scandinavia

n giorno un boscaiolo stava abbattendo alberi con due suoi compagni a Hurdal. Avevano appena rovesciato un tronco pesante quando all'improvviso dei gomitoli rotolarono ai loro piedi. Meravigliati, gli uomini si chiesero che cosa mai significasse. Quando il primo di loro sollevò lo sguardo per vedere da dove erano caduti, vide in cima all'altura una giovane donna, la cui bellezza era così accecante che il boscaiolo dovette chiudere gli occhi.
"Non mi vuoi riportare uno dei gomitoli?", gli chiese la donna.
Il boscaiolo le si avvicinò e si accorse che era ancora più bella di quel che sembrava. Se non avesse dovuto terminare il lavoro sarebbe certamente rimasto a contemplarla. Tornò invece ad abbattere tronchi, e quando, qualche istante dopo, volse nuovamente lo sguardo alla montagna, la donna era sparita. Il boscaiolo aveva sentito parlare spesso di Huldren e Troll e sapeva bene cosa succedeva a coloro che davano troppa confidenza a questi esseri. Durante la notte si coricò perciò in mezzo ai suoi due compagni per sentirsi al sicuro, e decise di non pensare più alla troll.
Ma tutto ciò non servì a nulla, perché la donna lo rapì e lo trasportò in volo all'interno di una montagna, in un posto lussuoso e confortevole.
Per tre giorni e tre notti il boscaiolo rimase prigioniero nella montagna.
Il mattino del quarto giorno si risvegliò, tutto turbato, nel suo solito giaciglio del bosco.
"Che tu sia tornato è una bella cosa - gli dissero i suoi compagni - ma ci hai portato sufficienti provvigioni da casa?"
"Certo - rispose il boscaiolo - vi ho portato dei buonissimi tritelli".
Alcuni giorni dopo, mentre stava inserendo un cuneo in un tronco per poterlo fendere in lunghezza, una affascinante donna gli portò un piatto di tritelli, che avevano un aspetto molto invitante e fumavano belli caldi.
"Mangia", gli disse la donna, sedendosi sul tronco.
Proprio allora il boscaiolo si accorse della lunga coda che le penzolava nella fenditura del tronco.





Senza neppure toccare il piatto, estrasse il cuneo dalla fenditura, così che questa si richiuse imprigionando la coda della donna.
L'uomo cominciò poi a pregare ad alta voce, e la troll, urlando e bestemmiando, Iniziò a tirare la sua coda, e infine la strappò e volò via.
Da quel giorno il nostro boscaiolo divenne alquanto strano e cominciò a trascurare il lavoro; non aveva il coraggio di recarsi nel bosco, rischiando di incontrare la troll.
Dopo quattro anni, tuttavia, spinto dalla necessita di lavorare, tornò nel bosco. Mentre si dirigeva nel luogo stabilito, si trovò all'improvviso, senza sapere come, davanti a una casa in cui abitava una vecchia così brutta che al nostro boscaiolo vennero i brividi. Tra i ceppi d'albero giocava un bambino di quattro anni, arruffato e squamoso. La vecchia prese dalla casa un boccale d'acqua e lo porse al bimbo con queste parole:
"Su monello, vai da tuo padre e portagliene un sorso".
Il boscaiolo, a quelle parole, cominciò a tremare e fuggì terrorizzato verso il paese.
Da quel giorno, nonostante le insistenze dei compagni, non volle mai più mettere piede nel bosco.


J. Bauer



"La Troll nel Bosco" (Scandinavia), da: "Norske Huldreeventyr og Folkesagn", di P. C. Asbjørnsen.

Da notare la scena dell'agnizione finale, comune a "La Fanciulla Senza Mani", sia la variante più antica che quella con santificazione, ma anche alle fiabe-novelle del tipo "La Moglie/Sorella Calunniata". Sembrerebbe la risposta grottesca a quel finale, in realtà, è l'esatto contrario.


sabato 22 aprile 2017

La Vila, Fiaba Slava, Traduzione Mia

n una calda giornata d'estate, un giovane uomo di Veprin, alto e bello, camminava su per il colle Uczka quando vide, sdraiata sull'erba, una fanciulla bellissima, biancovestita, con il capo protetto da un fazzoletto, e rimase assorto nella contemplazione rapita del suo viso stupendo. Usando ogni cautela per non svegliarla, strappò un ramo frondoso e lo infilò delicatamente nel terreno così da creare un'ombra che la riparasse dai raggi del sole. Ben presto, la fanciulla si svegliò, vide il ramo piantato nel terreno, e si accorse dell'ombra creata per proteggerla. E vide il giovane in piedi accanto a lei.
E gli domandò:
"Sei stato tu, giovane uomo, a creare quest'ombra per me?"
E il giovane rispose:
"Sì. Ero rapito dalla tua bellezza e temevo che il sole ti bruciasse".
E la fanciulla:
"E cosa desideri in cambio della tua gentilezza?"
"Permettimi di contemplare il tuo volto meraviglioso, e sii mia moglie!"
"Va bene! - rispose lei - Sarò felice di prenderti per marito, ma devi sapere che io sono una Vila, e che tu non dovrai mai pronunciare questo nome, poiché se, un giorno, dovessi dire: Vila, io sarei costretta ad abbandonarti all'istante".


Remnev A.


venerdì 31 marzo 2017

Il Funerale di Flory Cantillon, Thomas Crofton Croker

Yeats colloca questo racconto nella sezione Sirene:

"La Sirena o, se si vuole usare il nome irlandese, la Moruadh o Murrúghach, da muir, mare, e oigh, ragazza, non è infrequente, dicono, sulle coste più selvagge. Ai pescatori piace poco vederla, perché vuol sempre dire burrasche imminenti. Le Sirene maschio (se si può usare questa espressione; io non ho mai sentito il maschile di Sirena) hanno denti verdi, capelli verdi, occhi porcini e naso rosso; le loro donne invece sono belle, pur con tutta la loro coda di pesce e le dita palmate come le zampe delle anatre. A volte preferiscono i pescatori di bell'aspetto ai loro innamorati marini, e non si può biasimarle troppo. Si dice che vicino a Bantry, il secolo scorso, vivesse una donna tutta coperta di squame come un pesce, nata da un'unione di questo tipo. Alle volte escono dal mare e se ne vanno in giro per la spiaggia sotto forma di piccole mucche senza corna. Nelle loro vere sembianze portano un cappello rosso chiamato cohullen druith, in genere coperto di piume. Se questo viene loro rubato, non possono più immergersi sott'acqua. In ogni paese il rosso è il colore della magia, ed è sempre stato così, dai tempi più remoti. I cappelli delle fate e dei maghi sono quasi sempre rossi."

mercoledì 25 gennaio 2017

L'Isola della Felicità, D. Comparetti

"Dammi lu Velu" e Liombruno e il paese dove non si more mai con finale felice. Non la superba regalità di Niamh che avamza sulle onde cavalcando il suo destriero soprannaturale e porta via con sé Oisin, il guerriero-poeta delle Fianna, non il pescatore Urashima e il suo viaggio meraviglioso fino al regno sottomarino del Drago, ma il ragazzotto figlio della vedova in cerca di fortuna. E la Fortuna è una donna in carne ed ossa, che, come le fanciulle-cigno, perde la sua forza e i suoi poteri con il furto delle vesti, ma segue il marito rapitore nel fatale viaggio di  ritorno proteggendolo dalle insidie che distruggeranno Oisin e Urashima.



ice che c'era una volta una povera vedova e un suo ragazzo che stavano in una casipola fuori di mano ed erano quasi alla limosina. Questo ragazzo quando fu ai diciotto o vent'anni disse a sua madre:
"Mamma, io voglio andar via a cercar fortuna, e starò fuori fin che l'abbia trovata, e se la trovo, farò star bene anche voi."
Questo giovanotto se ne va dunque a girare il mondo.

sabato 9 aprile 2016

La Moglie Morta - Nativi Americani (A. Lang)






C'era una volta un uomo che viveva con sua moglie nel cuore della foresta, molto lontano dalla loro tribù. Trascorrevano quasi l'intera giornata andando a caccia insieme, finché la donna non fu costretta a restare in casa poiché c'erano tante cose da fare. Così l'uomo andò a caccia da solo, ma scoprì che, da quando la moglie non lo accompagnava più, anche la fortuna lo aveva abbandonato. Una volta, mentre l'uomo era fuori a caccia, la moglie si ammalò, e, dopo qualche giorno, morì.
Il marito, profondamente addolorato, la seppellì nella casa dove aveva trascorso l'intera esistenza. Ma si sentiva così solo che fabbricò una bambola di legno, in tutto simile alla moglie morta, e la vestì con i suoi abiti. Sedette davanti al fuoco e cercò di fingere che sua moglie fosse tornata. Il giorno dopo, andò a caccia, ma, al suo ritorno, per prima cosa, corse dalla bambola e le pulì il viso dalla cenere del focolare che vi si era depositata. Ma, adesso, aveva tanto da fare, doveva cucinare e rammendare, e badare al fuoco, e non aveva nessuno che lo aiutasse. Trascorse così un intero anno.
Una sera, tornando a casa, vide un po' di legna ammonticchiata accanto all'uscio ed un bella fiamma vivace nel focolare. La sera seguente, non trovò solo la legna tagliata e il fuoco acceso, ma anche un bel pezzo di carne nella pentola, quasi pronto per essere mangiato. Si guardò intorno per scoprire chi avesse fatto tutto ciò per lui, ma non vide nessuno. La mattina seguente, andò a caccia, ma nelle vicinanze, e rincasò molto più presto del solito. Era ancòra piuttosto distante quando vide una donna entrare in casa con una fascina sulle spalle. Così, si affrettò verso casa e aprì di colpo la porta: davanti al focolare non sedeva la bambola, ma sua moglie morta.





"Il Grande Spirito si è impietosito per il tuo dolore, così mi ha permesso di tornare da te, ma bada: se tu allungherai la tua mano per toccarmi prima che abbiamo rivisto il nostro popolo, io morirò".
L'uomo ascoltò le sue parole, e, da allora, la donna rimase con lui: raccoglieva la legna e curava il fuoco, finché un giorno, il marito le disse: "Sono passati due anni dalla tua morte. Torniamo dalla nostra tribù. Là starai bene e io potrò toccarti".
E preparò le provviste per il viaggio: una striscia di carne di cervo secca che avrebbe portato lui, e una per lei. La tribù era accampata a sei giorni di cammino, e, quando ne restava solo uno, incominciò a nevicare, ed erano esausti e decisero di fare una sosta. Accesero il fuoco, cucinarono un po' di carne e srotolarono le pelli per coricarsi. Ma il cuore dell'uomo era in tumulto e tese le braccia verso la moglie. Lei agitò le mani e disse:"No, non abbiamo ancòra incontrato nessuno, è troppo presto!"
Ma l'uomo non volle ascoltarla e l'attirò a sé e l'abbracciò... Ed ecco, stava abbracciando la bambola di legno! Nella sua disperazione, l'uomo la lanciò lontano da sé e corse all'accampamento, dove raccontò tutta la storia. Ma c'era chi non gli credeva. Andarono nel punto in cui si erano fermati a riposare e là, giaceva la bambola. Inoltre, sulla neve c'erano le orme di due individui, e due di quelle impronte erano le impronte del piede di una bambola. E l'uomo trascorse nel più amaro rimpianto il resto della sua vita.

Nativi Americani, The Dead Wife,  da "The Yellow Fairy Book", A. Lang
Traduzione: Mab's Copyright


martedì 13 gennaio 2015

La Fanciulla della Green Forest, (Scozia)

iù di un palazzo giace sotto le onde che bagnano la terra dei Cimbri (Scozzesi) poiché il mare ha inghiottito villaggi e persino intere città.
Quando una Fata di Scozia cede ad un amante mortale e acconsente a divenire sua sposa, è sempre a patto che egli accetti qualche condizione o si impegni solennemente a mantenere una promessa.
A volte, prima di diventare le loro mogli, le Fate esigono dai proprii amanti mortali il solenne impegno di rispettare ben più di una condizione.
In effetti, le Fate scozzesi sono tra le più esigenti che sia dato sapere; un Principe di nome Benlli, della regione del Powys, lo scoprì con suo grande rammarico, poiché egli aveva sempre pensato che per ottenere una donna in moglie bastasse semplicemente chiedere. Tutto ciò che un uomo aveva bisogno di dire alla ragazza di cui si fosse invaghito era: "Vieni via con me e sii la mia sposa", e lei avrebbe risposto: "Sì, grazie. Accetto", e i due sarebbero andati via insieme. Questa era la conoscenza che il Principe aveva dell'argomento. Ora, Benlli era un cattivo soggetto: aveva già una moglie, ma fitte rughe avevano segnato il viso della sua donna, che si era fatto pallido e slavato, e i suoi bei capelli si stavano diradando. Non sarebbe tornata giovane mai più, e Benlli era stanco di lei, e voleva una compagna dalle guance rosee e fresche e dalla chioma lussureggiante. Era pronto ad innamorarsi di una siffatta giovane dovunque gli fosse capitato d'incontrarla.
Un giorno, si recò a caccia nella Green Forest. Mentre era in attesa di stanare un cinghiale, gli passò davanti una fanciulla a cavallo: era di una sfolgorante bellezza e Benlli si innamorò all'istante di lei.
Il giorno successivo, sempre a cavallo e nella stessa radura, la fanciulla riapparve, ma solo per un istante, e svanì.
Il terzo giorno, il Principe cavalcò fino al solito posto, ed ecco, la divina creatura era là. Benlli le si avvicinò e la supplicò di andare a vivere con lui nel suo Palazzo.
"Verrò con te e diventerò la tua legittima sposa a tre condizioni: devi cacciar via la tua attuale moglie, devi accettare ch'io mi allontani una notte ogni sette notti senza cercare di seguirmi o di spiarmi, e non devi mai chiedere dove vado o che faccio. Se non infrangerai queste tre promesse, la mia bellezza resterà inalterata, almeno finché corte canne non fluttueranno nella tua sala dei banchetti e non vi cresceranno lunghi verdi giunchi". Il Principe era prontissimo a prestare solenne giuramento, e s'impegnò ad osservare per sempre le tre condizioni. Così la Fanciulla della Green Forest andò a vivere con lui.



Wilfred Gabriel de Glehn


"Che ne è stato della vecchia moglie?", chiese qualcuno.
Ah, Benlli non aveva avuto alcun problema da quel lato! Infatti, quando era rientrato al Castello con la nuova sposa, sua moglie era già sparita.
Lieti, invero, erano i lunghi smaglianti giorni che il Principe e la sua nuova sposa trascorrevano insieme, nel Castello o fuori, passeggiando a cavallo oppure andando a caccia di cervi, e, ogni giorno, la giovane sembrava più bella e affascinante.
Lui la ricopriva di magnifici regali: una volta, le donò una collana di zaffiri e smeraldi, un'altra, un anello con un diamante che valeva il riscatto d'un Re. Nel Medio Evo, per comprare la libertà dei Sovrani così come dei Nobili catturati in battaglia, era necessario pagare cospicue somme di denaro: quindi proprio il riscatto di un Re valeva il grosso diamante che Benlli infilò al dito della sua sposa. E lui amava così appassionatamente la giovane moglie che mai avrebbe pensato di poter avere alcun problema a mantenere le tre promesse. Ma la mancanza di varietà toglie vivacità alla vita e la monotonia annichilisce lo spirito. Nove anni erano trascorsi, e, ogni venerdi notte, ella si allontanava dal Castello, e Benlli prese a chiedersi perché. E la curiosità di conoscere il motivo delle sue assenze si accrebbe a tal punto da logorarlo, e lo rese infelice nel suo intimo e irascibile verso gli altri.
Nel Castello, non sfuggì a nessuno il gran cambiamento del Signore e tutti ne erano profondamente turbati.
Una sera, egli invitò a cena un monaco sapiente, che viveva in un convento non lontano. Nella grande sala dei banchetti risplendente di luci, la tavola era riccamente imbandita e la musica era gaia. Ma Wyland il monaco, che conosceva la magia e i cui occhi vedevano oltre l'apparenza, si accorse che un cruccio segreto opprimeva il Principe, e che, in mezzo a tutta quella magnificenza, Benlli, il Signore del Castello, era in realtà l'essere più infelice che abitasse entro le sue mura. Così Wyland tornò al convento deciso a scoprire quale fosse il suo segreto, e, qualche giorno dopo, incontrando il Principe, lo salutò dicendo:"Dio ti salvi, Benlli! Quale pena segreta rannuvola la tua fronte? Perché sei così incupito?", e, immediatamente, il Principe proruppe nel racconto dell'incontro con la fanciulla nella Green Forest e di come ella fosse diventata sua moglie a patto ch'egli rispettasse tre condizioni. E, tra alti lamenti, aggiunse:
"Non appena si levano il grido della civetta e il canto dei grilli, mia moglie lascia il mio letto, e, finché non spunta la stella del mattino, giaccio solo, torturato dalla brama di sapere dove sia e cosa stia facendo. Poi, cado in un sonno profondo da cui non mi risveglio prima che il sole sia alto nel cielo, quando la ritrovo di nuovo al mio fianco. E' un tale mistero che questo segreto opprime la mia anima, e, a dispetto di tutte le mie ricchezze e del mio possente Castello, delle sere allietate da musiche e banchetti e delle giornate trascorse a cacciare, sono l'uomo più miserevole della terra dei Cimbri. Nessun mendicante è più disgraziato di me!"




 
John Everett Millais



Wyland il monaco lo ascoltò e i suoi occhi brillarono poiché gli era balenata l'idea che avrebbe potuto arricchire il convento, e decise di afferrare l'occasione al volo: avrebbe ricavato molto denaro risolvendo il mistero di quell'anima tormentata.
"Principe Benlli, se elargirai ai monaci di White Minster un decimo di tutte le greggi che pascolano nei tuoi possedimenti, e un decimo delle ricchezze che affluiscono nei forzieri del tuo Castello, e se mi consegnerai la Fanciulla della Green Forest, ti garantisco che ritroverai la pace e che le tue disgrazie avranno fine." A tutto ciò il principe Benlli acconsentì, impegnandosi con solenne promessa. Allora, Wyland il monaco prese il suo libro rilegato in pelle e chiuso da fermagli di metallo e si nascose nella fenditura di una roccia presso la caverna del Gigante, da cui si accedeva alla Terra delle Fate.
Non dovette attendere a lungo poiché, ben presto, ecco apparire nella luce argentea della luna una dama a cavallo, regalmente abbigliata e con una corona a cingerle la fronte: altri non era che la Fanciulla della Green Forest.
Egli s'avvicinò all'imboccatura della grotta, e, evocati gli spiriti dell'aria e della caverna, li informò che Benlli aveva fatto voto solenne di arricchire il monastero e di consegnargli la Fanciulla della Green Forest, e, quindi, con voce stentorea, esclamò:"Lasciate ch'ella rimanga per sempre al mio fianco con l'aspetto che ha adesso! Portàtela all'incrocio presso la cittadella di White Minster e giuro che la sposerò e la farò mia!". Quindi, con le sue arti magiche, egli rese impossibile per qualsivoglia essere o potere sciogliere o ostacolare l'effetto delle sue parole.



Konstantin Kalinovich


Lasciata l'imboccatura della grotta, si affrettò a raggiungere l'incrocio nei pressi di White Minster prima che spuntasse l'alba, ma s'imbattè in un'orrenda orchessa che sogghignava e roteava verso di lui gli occhi rossi e cisposi: sulla sua testa sembrava spuntasse muschio più che una capigliatura. Ella stese verso il monaco un lungo dito ossuto su cui brillava lo splendido diamante che il principe Benlli aveva donato alla sua sposa, la Fanciulla della Green Forest.
"Stringimi al tuo petto, monaco Wyland - gridò ridendo sgangheratamente e mettendo in mostra quelli che sembravano ceppi verdastri - poiché io sono colei che hai giurato di sposare. Trent'anni fa ero la fiorente sposa del principe Benlli, poi, la mia bellezza svanì, e, con essa, il suo amore. Adesso, sono una disgustosa orchessa, ma, una notte ogni sette notti, la magia mi restituisce la mia giovinezza. Gli promisi che la mia bellezza sarebbe rimasta inalterata finché corte canne non avessero fluttuato nella sala dei banchetti e non vi fossero cresciuti lunghi verdi giunchi."
Sconvolto dalle sue parole, Wyland trattenne il fiato.
"E quella promessa io l'ho mantenuta. Essa è già adempiuta. Il tuo incantesimo ed il mio si sono avverati. Il tuo gli ha dato la pace della morte. Il mio ha fatto esondare il fiume. Adesso, le sue acque sciabordano tra i giunchi e i canneti che crescono nella sala dei banchetti, completamente sommersa. Nessun incantesimo potrà mai annullare gli effetti dei nostri sortilegi uniti. E ora vieni e fa' di me la tua sposa poiché un sacrilego giuramento ed una formula magica mi hanno designato come tua ricompensa. E anche le promesse di Benlli sono adempiute giacché le acque affluiscono nei forzieri del Palazzo e vi pascolano i pesci".
Così, intrappolato nella propria oscura trama, il monaco fattosi stregone divenne la vittima del suo stesso inganno.
Si dice che i pescatori, nelle notti di bonaccia, riescano a scorgere attraverso l'acqua torri e camini, giù giù, in fondo, seppelliti negli abissi.



Gilbert A.Y.


William Elliot Griffis

Traduzione: Mab's Copyright

venerdì 8 novembre 2013

Henno e la Fata del Bosco - Le Spose Soprannaturali

Questa è la storia, o la leggenda, di un amore fra un Essere soprannaturale e un Mortale messa per iscritto in epoca medievale da Walter Map, arcidiacono di Oxford nel XII secolo e cronista scrupoloso delle antiche storie in cui credeva fermamente. Originario del Galles, riporta con particolare interesse le "cronache"della Terra natale, che per lui non sono leggende, o men che meno fiabe, ma, appunto, antiche storie tradizionali. Come dimostrerò, questa moglie-Fata in versione sinistra è ben presente nel Tempo e nelle tradizioni popolari di tutto il mondo.

Baddeley J.



iamo sulle coste della Normandia. Un cavaliere appartenente ad una nobile casata, Henno dai Grandi Denti, attraversando un'antica foresta non lontana dalle rive del mare, si imbattè in una giovane donna di grande bellezza che, tutta sola nel folto del bosco, piangeva sconsolatamente. Come si è detto, era bellissima, vestiva come una regina ed era in preda al più grande sconforto. Henno non poteva restare indifferente davanti ad una simile visione: dapprima sospettò un agguato, poi, tutto preso dalle grazie dell'infelice sconosciuta, ritenne ch'ella fosse una qualche creatura celeste, fatta "della materia di cui sono fatti i sogni", che piangeva di nostalgia per il suo paradiso perduto . Quindi, si inginocchiò ai suoi piedi e le rivolse queste parole: "O ornamento, il più dolce e luminoso del mondo, sia che lo splendore del vostro viso sia di una creatura mortale, sia che voi siate una divinità scesa sulla Terra a mostrarsi benignamente ai suoi adoratori, mi rallegro dal profondo del cuore di essere colui che la Fortuna ha messo al vostro servizio. Chiedete e sarò il vostro schiavo e protettore!" La giovane sembrò rasserenarsi a queste parole e gli rispose con una voce la cui dolcezza nulla aveva di umano: "O nobile cavaliere, non fu per mia scelta che mi ritrovai spersa in questa grande foresta. Una orribile tempesta mi allontanò dalla nave che mi conduceva sposa al re di Francia. I marinai tentarono disperatamente di governare il vascello e dirigerlo verso di me, ma tutto fu inutile. Io e la mia compagna fummo salve, ma sole e sperdute ..."
E quando pronunciò la parola "compagna", un'altra fanciulla si materializzò al suo fianco...
"Per timore delle fiere o di uomini malvagi che potrebbero assalirci, accetteremo volentieri la protezione che ci offrite, in attesa del ritorno della nave. "
Felicissimo, Henno scortò le due giovani fino al suo castello, dedicando loro ogni premura per tutto il tragitto. Condotta la sconosciuta nella sua Casa, non passò molto tempo e si unì in matrimonio a quel "seducente flagello", e da loro nacquero splendidi figli. La giovane castellana seguiva in tutto l'esempio della pia madre di Henno, alla quale era stata affidata quando era arrivata sola e disperata. E, poiché l'anziana Signora era molto devota anch'ella frequentava assiduamente la chiesa, soccorreva le vedove, gli orfani e gli ammalati ed era lodata e rispettata quanto la suocera. Ma la madre di Henno dubitava della nuora. Aveva notato, a dispetto della sua condotta apparentemente irreprensibile, alcune inquietanti stranezze: la giovane donna, pur recandosi spessissimo in chiesa, entrava sempre dopo l'aspersione e prima della Consacrazione dell'Ostia. Così la Signora incominciò a spiarla. Praticò un foro nella parete della camera della nuora e la teneva d'occhio. Una domenica mattina - Henno si era recato in chiesa - la vide entrare in una vasca per prendere un bagno: toccata l'acqua, si trasformò in un drago. Dopo un po' il drago balzò fuori dall'acqua e la fedele compagna l'avvolse in un nuovo mantello. Il drago lo fece a pezzi con i denti e ridiventò una splendida donna. La madre di Henno raccontò tutto al figlio, e, insieme, colsero di sorpresa le due donne aspergendole di acqua benedetta. Lanciando altissime urla, esse, con un balzo prodigioso, fuggirono attraverso il tetto e lasciarono per sempre il possente castello che era stato a lungo il loro rifugio fra i mortali. I discendenti di quella unione soprannaturale - assicura il cronista - vivevano ancora al tempo in cui egli trasformò in parole la storia della loro Casata.

Liberamente tratto da :
Walter Map, "De Nugis Curialium", IV, 9, Oxford, Clarendon Press

Baddeley J.

Il cronista del XII secolo anticipa la vicenda e la figura ben più famosa di Melusina, la "sposa soprannaturale "per eccellenza ma più benigna di questo dèmone femminile (?). Non è raro, anzi, è molto frequente, soprattutto nel nord dell'Europa, e, segnatamente nel mondo celtico, che simili unioni vengano indicate all'origine di famose Casate. In parte, perché oscure leggende da sempre accompagnano antiche famiglie, ma anche per sottolinearne poteri nascosti, capacità sovrumane derivanti da un'antenata soprannaturale.
Più modestamente, nelle storie popolari raccontate da donnine timorate di Dio, in un'epoca molto più vicina alla nostra (vedi la lombarda "La Moglie Strega"), l'ambientazione si fa rurale, la vicina spia la strana moglie del vicino o la "vecchia di casa"che convive con gli sposi nota certe stranezze della nuora o, ancòra, è lo stesso marito che sospetta di aver sposato una strega devota al Nemico.

Questa è la fine delle antiche Dèe che si univano ai mortali per donare loro prosperità e una nobile discendenza. Una traccia rimane ancora nel Drago, animale ibrido e divino e persino nelle perfide ondine dei Grimm, o nelle nostre vivene e anguane...

Mab

sabato 1 giugno 2013

Yuki Onna, la Signora delle Nevi Giapponese

Yuki On Na  è la Signora delle Nevi giapponese, la Regina della neve, lo Spirito dell'Inverno che con la fiaba di Andersen effettivamente ha qualche punto in comune. Talvolta essa appare con l'aspetto di donna mortale, si sposa e ha dei figli, a volte, invece, appare durante le bufere di neve o semplicemente sulle montagne innevate, attira gli uomini, li fa innamorare di sé e li fa morire congelati. [Aggiungo una curiosità: in D&D Oriental Adventures Yuki On Na è un non morto, un fantasma, oltre che la Signora delle Nevi... Probabilmente perché nell'iconografia giapponese i fantasmi sono spesso belle donne vestite di bianco e la cosa ci stava bene... ]
Ecco una leggenda che riguarda la Dama delle Nevi [...]




In un villaggio della provincia di Musashi vivevano due taglialegna: Mosaku e Minokichi. Mosaku era un vecchio e Minokichi, il suo apprendista, era un ragazzo di diciotto anni. Ogni giorno, i due si recavano in un bosco vicino al villaggio, e sulla strada si trovava un ampio fiume da oltrepassare, per cui erano costretti a farsi traghettare dall'altra parte. Qualche volta si era tentato di costruire un ponte dove si trovava il traghetto, ma ogni volta il ponte era stato portato via dalla corrente. Una notte Mosaku e Minokichi si erano attardati più del solito e stavano tornando a casa, quando furono sorpresi da una tempesta di neve. Raggiunsero il fiume, ma si accorsero che il traghettatore se n’era andato abbandonando la sua barca sulla riva opposta. Non potendo ovviamente attraversare il fiume a nuoto, i due si rifugiarono nella capanna del traghettatore. Nella capanna non c’era alcun posto per accendere un fuoco: era soltanto una baracca con una porta e nessuna finestra. Mosaku e Minokichi rinforzarono la porta e si coricarono, coprendosi alla meglio per non morire congelati. Dapprima non sentirono molto freddo, e pensarono che la tempesta sarebbe presto cessata. Mosaku si addormentò quasi subito, ma Minokichi restò sveglio a lungo, ascoltando il terribile vento e il rumore della neve contro la porta. Il vento prese ad alzarsi, e la capanna cominciò ad ondeggiare. L’aria si faceva di momento in momento più fredda. Ma alla fine, nonostante la paura, anche lui si addormentò. Fu risvegliato dalla neve che gli cadeva sul viso. La porta della capanna era stata forzata e, al chiarore prodotto dalla neve, vide una una donna tutta vestita di bianco all'interno della casupola. Stava china su Mosaku e alitava il suo fiato su di lui, e il suo fiato era come un luminoso fumo bianco. Quasi nello stesso istante, la donna si volse verso Minokichi e si chinò su di lui. Minokichi cercò di scappare ma era terrorizzato. La donna bianca si chinò sempre più giù verso di lui, finché il suo viso lo toccò. Allora egli vide che era molto bella e pensò che i suoi occhi lo spaventavano. Lei continuò a guardarlo senza però fare nulla, poi sorrise e sussurrò: “Volevo fare a te quello che ho fatto all’altro uomo, ma non posso fare a meno di provare compassione per te, perché sei tanto giovane... Sei un bel ragazzo, e non voglio farti del male. Ma se mai racconterai a qualcuno, sia pure alla tua stessa madre, quello che hai visto questa notte, io lo verrò a sapere, e allora ti ucciderò... Ricordati quel che ti dico!
Con queste parole, gli volse le spalle e oltrepassò la porta. Minokichi si accorse allora che era in grado di muoversi, saltò in piedi e guardò fuori. Ma la donna non si vedeva da nessuna parte, e la neve si introduceva con furia nella capanna. Minokichi chiuse la porta e la sprangò assicurando parecchi ciocchi di legno contro di essa. Si meravigliò che il vento avesse soffiato tanto da aprirla e pensò, senza tuttavia riuscire ad averne la certezza, che aveva soltanto sognato e che probabilmente aveva scambiato il barlume della neve sulla porta per una donna bianca. Chiamò Mosaku e si spaventò perché il vecchio non rispondeva: allungò la sua mano nell’oscurità, sfiorò il viso di Mosaku e si accorse che era fatto di ghiaccio! Mosaku era irrigidito e morto...Al cessare della tempesta, quando il traghettatore tornò alla sua capanna poco dopo il sorgere del sole, trovò Minokichi che giaceva privo di sensi accanto al corpo congelato di Mosaku. Minokichi fu subito soccorso e presto ritornò in sé, ma rimase malato a lungo per gli effetti del freddo di quella terribile notte. Aveva anche subìto un grande spavento per la morte del vecchio, ma non disse nulla della visione della donna in bianco. Non appena stette di nuovo bene, riprese la sua occupazione, recandosi ogni mattina da solo nel bosco e facendo ritorno al calar della sera con le sue fascine di legna che la madre lo aiutava a vendere.
Una sera, l’inverno dell’anno seguente, mentre si trovava sulla via di casa, oltrepassò una ragazza che stava facendo la sua stessa strada. Era una ragazza alta, snella e di bella presenza, che rispose al saluto di Minokichi con una voce piacevole a udirsi come il canto di un usignolo. Minokichi allora si mise a camminare accanto a lei e cominciò a parlare. La ragazza disse che si chiamava O-Yuki, che era da poco rimasta orfana di entrambi i genitori e che si stava recando a Yedo dove aveva alcuni parenti di umile condizione che avrebbero potuto aiutarla a trovare un lavoro come cameriera. Ben presto Minokichi restò affascinato da quella strana ragazza e, quanto più la guardava, tanto più gli appariva bella. Le chiese se era già fidanzata e lei gli rispose ridendo che era libera, domandandogli a sua volta se lui era sposato o promesso sposo. Lui le rispose che, pur avendo da mantenere soltanto una madre vedova, la questione di una “onorevole nuora” non era stata ancora presa in considerazione, dal momento che era troppo giovane... Dopo queste confidenze, camminarono per un bel po’ senza parlare, ma, come dice il proverbio, “Ki ga aréba, mé mo kuchi hodo ni mono wo iu”: “Quando c’è il desiderio, gli occhi sanno dire più della bocca”.
Quando raggiunsero il villaggio si piacevano già molto, e allora Minokichi chiese a O-Yuki di restare per un po’ a casa sua. Dopo qualche timida esitazione, lei accettò di andare a casa di Minokichi, dove la madre le diede il benvenuto e le preparò un pasto caldo. O-Yuki si comportò in modo così amabile che la madre di Minokichi provò subito simpatia per lei e la convinse a rimandare il suo viaggio a Yedo. La conclusione naturale della faccenda fu che Yuki non andò mai a Yedo e rimase in quella casa come “onorevole nuora”.
O-Yuki si dimostrò un’ottima nuora. Quando la madre di Minokichi, circa cinque anni dopo, morì, le sue ultime parole furono parole di affetto e di lode per la moglie di suo figlio. O-Yuki diede a Minokichi dieci figli, maschi e femmine, bellissimi e di carnagione molto chiara. La gente del posto trovava che O-Yuki era splendida e di natura differente dalla loro: la maggior parte delle contadine invecchiano presto, ma O-Yuki, anche dopo essere diventata madre di dieci figli, appariva giovane e fresca come il giorno in cui era arrivata per la prima volta al villaggio.
Una sera, dopo che i bambini si erano addormentati, O-Yuki era seduta al lume di una lanterna di carta, e Minokichi, osservandola, disse: “Vederti seduta lì, con la luce sul tuo viso, mi fa pensare a una strana cosa che mi capitò quando ero un ragazzo di diciotto anni. Vidi una persona bella e bianca come sei tu ora, anzi... era proprio uguale a te”.
O-Yuki, senza sollevare gli occhi dal suo lavoro, rispose: “Parlami di lei... Dov’è che la vedesti?
Allora Minokichi le narrò della terribile notte nella capanna del traghettatore e della Donna Bianca che si era chinata su di lui, sorridendo e sussurrando, e della morte silenziosa del vecchio Mosaku. E aggiunse: “Sia che stessi dormendo o che fossi sveglio, quella fu l’unica volta in cui vidi una creatura bella come te. Naturalmente non era un essere umano, ed ebbi paura di lei, molta paura, ma era così bianca che... Veramente, non ho mai avuto la certezza se quello che ho visto era un sogno... o la Signora della Neve”.
O-Yuki fece cadere la sua sedia e balzò in piedi, curvandosi verso il punto dove stava seduto Minokichi e gridandogli in faccia: “Quella ero io... io... io! Quella era Yuki! E ti dissi che ti avrei ucciso se avessi mai fatto una sola parola dell’accaduto!... Ma in nome di quei bambini che là stanno dormendo, non ti ucciderò in questo momento! D’ora in avanti dovrai avere tantissima cura di loro, perché se mai avranno motivo di lamentarsi di te, allora ti riserverò il trattamento che meriti!...
Dopo che ebbe urlato ciò, la sua voce divenne sottile, come il pianto del vento, quindi si dissolse in una brillante nebbia bianca che si sollevò verso le travi del tetto e spirò via tremolante attraverso il camino. Mosaku non la rivide mai più.

da "La Torre di Vetro".

Qui si conclude il post della Torre.
Ho aggiunto l'illustrazione di Yaroslav Gerzhedovich.

Yuki Onna, letteralmente "Donna della Neve", appartiene alla categoria (amplissima) degli Yokai, démoni, spettri, spiriti giapponesi (a questa categoria appartengono anche i Kappa)
La sua assegnazione al Regno degli Spettri è spiegata da leggende che raccontano come sia lo spirito di una fanciulla morta assiderata durante una tempesta di neve.
Tende veri e proprii tranelli ai viandanti, oppure seduce gli uomini fino alla morte, oppure succhia la linfa vitale alle sue vittime, oppure irrompe nei rifugi montani. Bellezza, sensualità demoniaca, "occhi selvaggi" che abbiamo visto anche nelle seduttrici soprannaturali italiane. Veste di bianco (con il nero, il colore della Morte), la sua carnagione è candida, i capelli lunghissimi e neri (ma in qualche rappresentazione sono bianchissimi), non ha piedi, essendo uno spirito, e così vengono spesso rappresentati gli spettri giapponesi.
Nessuno la incontrerà due volte nel corso della vita, a meno che Yuki Onna non si invaghisca di lui e si incarni come donna mortale, interpretando perfettamente il ruolo della Sposa Soprannaturale. E ne riparlerò.

Eccola, nella visione di Akira Kurosawa.


Il Bosco nelle Leggende Rumene

I motivi leggendari rumeni non mancano di particolari curiosi.
In una storia, dall'antefatto comune a tante altre, come quella di Hansel e Gretel, un fratello e una sorella vengono più volte abbandonati nel bosco da una matrigna e nonostante lo stratagemma della cenere lungo il percorso, rimangono nel bosco per tre giorni e tre notti.
A un certo punto i due incontrano un drago che si allea o si sposa con la sorella del ragazzo; in seguito a questa curiosa unione il drago e la ragazza trovano che il fratello di lei è di troppo e decidono di sopprimerlo.
Il ragazzo, salvatosi grazie all'aiuto di una volpe, di un lupo e di un orso, uccide il drago e punisce la sorella.[1]

La storia di Bussuioc e Siminoc è invece una specie di versione del principe e il povero (un servo).
I due entrano nel bosco per gioco e ne rimangono affascinati: Quando videro la bellezza dei boschi rimasero a bocca aperta.
Non avevano visto simili meraviglie da quando erano al mondo.
Quando il vento soffiava e le foglie frusciavano sembrava di sentire il vestito di seta di una principessa sfiorare l'erba del prato....
I ragazzi si sdraiano sotto un albero a contemplare quell'atmosfera di sogno.
Ma il ritorno alla realtà è molto duro.
Bussuioc scompare durante una battuta di caccia. Siminoc, geloso perché pensa che sia fuggito con la fanciulla del bosco, va a cercarlo e quando trova l'amico morto in fondo a un pozzo, muore di crepacuore. Alla fine i ragazzi si trasformano in due stelle.

Tugulea è un povero ragazzo disgraziato senza gambe che un giorno chiede ai fratelli di portarlo a caccia nel bosco con loro e si dimostra sorprendentemente abile nel colpire le prede.
I ragazzi continuano a cacciare nella boscaglia per tre giorni e l'ultima notte Tugulea fa un sogno in cui supplica una fata di farlo guarire.
All'insaputa dei fratelli egli acquisisce dei poteri magici e parte alla ricerca delle sue vene rubategli da un drago.
Dopo una serie di vicissitudini Tugulea uccide il drago, guarisce e sposa una principessa.[2]

Vi è poi il motivo ricorrente del padre che vuole che i figli veglino la sua tomba dopo la sua morte.
I primi due riescono a scacciare lo spirito della notte, il terzo invece lotta contro di lui tutta la notte e al mattino, quando il gallo canta, si ritrova in un bosco e si smarrisce.
Dopo varie peripezie egli riesce a sconfiggere sette draghi e a liberare la solita principessa. [3]

Nelle leggende rumene compaiono spesso le tre vecchie divinità del destino, simili alle Moire greche; queste vecchie appaiono quando nasce un figlio da un'anziana coppia e gli predicono avversità e fortuna.
Il ragazzo, grazie all'aiuto di un libro magico, riesce a superare varie disavventure e a ritrovare la via dopo essersi smarrito in un bosco.[4]

In un'altra leggenda ricorre il motivo della freccia del destino.
I figli di un re tirano dall'alto di una torre una freccia; nel punto in cui cadrà si compirà la sorte di ognuno di loro.
Il terzogenito colpisce un albero in un bosco lontano; dopo una lunga ricerca lo trova grazie all'aiuto della regina delle Fate, che egli poi sposerà.[5]

Ancora il destino è protagonista nella leggenda della giovane figlia di un re alla quale viene predetto che sposerà un principe tramutato in porco.
Dopo il matrimonio però il principe porco scompare.La ragazza lo cerca disperatamente, e chiede aiuto alla madre del vento la quale le dice che il marito si trova in un bosco grande e fitto dove l'ascia non è ancora arrivata, e che si è costruito una specie di capanna fatta di arbusti e rami intrecciati.
La fanciulla entra allora nel bosco e cammina fra gli arbusti fitti fitti per tre giorni e tre notti, senza riuscire a trovare l'amato.
Per un giorno e una notte rimane sdraiata sul terreno erboso a riposare, senza mangiare e bere nulla.
Finalmente quando gli tornano le forze, riprende a camminare, e scorge una specie di capanna, uguale a quella che le aveva descritto la madre del vento.[6]

Tracce indicative del vampiro rumeno si trovano in alcune storie che parlano dello "strigoi", un fantomatico personaggio che si dice compaia spesso avvolto da una specie di nebbia, punteggiata di luci.
D'altra parte il famoso Dracula di Bram Stoker presenta diverse analogie con questa figura leggendaria, e la scelta della Transilvania come sfondo ambientale non è casuale: nella regione di Bistrita viveva infatti una antica famiglia chiamata Szeckler ma soprannominata "Ordog", equivalente ungherese della parola "Dracul", che in rumeno significa "diavolo". [7]
Gli abitanti di questa regione, nel famoso romanzo, pronunciano infatti la parola "ordog", quando il protagonista Jonathan Harker viaggia in carrozza verso il Borgo Pass.
Queste ipotesi trovano una conferma nell'opera "Il ramo d'oro", in cui lo studioso James Frazer fa notare che fra le popolazioni rumene della Transilvania esisteva una vasta documentazione sui vampiri, e osserva tra l'altro che l'aglio, il noto antidoto, era un rimedio naturale tipico di queste zone, e che il modo stesso di uccidere il vampiro (mediante decapitazione, o trafiggendogli il cuore con un cuneo) descritto nel romanzo di Stoker, trova puntuale riscontro nelle varie credenze del folclore rumeno e dell'Est europeo.
Anche la metamorfosi in pipistrello (oltre che in lupo) può essere collegata al vampirismo di un certo folclore transilvano.

Sui vampiri letterari è inutile dilungarsi: da Emily Gerard, a Charles Nodier, a Polidori, alla celebre Carmilla di Le Fanu fino ad altri autori famosi come lo stesso Maupassant.
Letteratura e cinema hanno sfruttato a fondo questo filone, ma il materiale documentario è spesso irreperibile e di difficile consultazione. D'altra parte la stessa collocazione del vampiro tra le creature caratteristiche del bosco risulta dubbia: spesso egli è infatti il signore di un castello situato in cima a una montagna. Il bosco comunque è quasi sempre presente, almeno come sfondo alla vicenda.
Le leggende più antiche sono ricche di esempi di vampirismo: in Mesopotamia e in Egitto erano i morti, che succhiando il sangue potevano tornare in vita; in Perú gli adoratori del demonio succhiavano il sangue ai bambini addormentati; un vampiro indiano, Baital, venne trovato appeso a un albero come un pipistrello; le stesse Cicladi, le famose isole greche, abbondavano di vampiri.
La Transilvania in ogni caso, non smentisce la sua fama di terra di vampiri: all'inizio del secolo scorso i casi segnalati furono numerosi specialmente nel nord, nella zona del famoso romanzo di Stoker.
Una supposizione attendibile è che i mongoli del Tibet, che credevano nel dio pipistrello e nei vampiri, siano emigrati anche in Transilvania.
Tali credenze sono particolarmente vive fra gli Székely della Transilvania che si proclamano discendenti degli unni; secondo la leggenda lo stesso Attila morì in seguito al morso di un pipistrello. Lo "strigoi" femmina pare che sia più terribile del maschio: è uno spirito che può apparire anche con sembianze di lupo, corvo o altro animale; dorme durante il giorno e di notte si incontra con altri spiriti maligni o creature del male.
Le "strigoiche" succhiano il sangue dei bambini, rovinano i matrimoni, danneggiano i raccolti e sono portatrici di disgrazie.
Per completare questa breve esposizione occorre almeno accennare ad altre creature fantastiche come lo "sburator", un bell'uomo che entra nella case attraverso le finestre, come Dracula, per baciare le donne che il giorno dopo si sentono inquiete e turbate.
Lo "zmeu" rapisce invece i figli dei potenti, ha una specie di coda pelosa e come lo "sburator" vola di notte; il "vircolac" è associabile al lupo mannaro: gli si attribuiscono anche poteri di controllo sulle fasi lunari.
La figura del "pricolici", infine, è più vicina a quella del vampiro tradizionale: si tratta di un morto vivente che esce di notte dalla tomba sotto forma di uomo, di lupo o di cane; questo spiegherebbe anche il raggelante ululare dei lupi come segnale della presenza dei vampiri.

Da: "Il Bosco - Miti, Leggende e Fiabe", A.Mari e Ulrike Kindl.



Zhong Biao


[1] E' il motivo "Latte di Fiera", (di cui abbiamo un esempio anche nella raccolta di Calvino), diffuso in tutto il mondo, ma  proveniente dal Medio Oriente. Esistono diverse varianti siriane, palestinesi, ecc.

[2] Sia il motivo dell'Eroe senza gambe che "il furto delle vene" sono molto diffusi nelle fiabe russe (v. la raccolta di Afanas'ev).

[3] Anche la veglia richiesta dal padre sulla propria tomba è diffuso (in Europa). Propp ne parla diffusamente, partendo dalle fiabe russe. E' il prologo di fiabe del tipo "Il Cavallino Gobbo".

[4] E' il motivo de "Il Predestinato".

[5] "La Fata Paribanu", dalle Mille e una Notte.

[6] "Il Re Porco" italiano. Motivo de "Lo Sposo Animale" che discende direttamente da Amore e Psiche.

[7] Credo che il termine abbia a che fare con  "drago" più che con "diavolo". Del resto, se la credenza nel vampirismo era diffusa in Romania, non era legata alla figura di Dracula, "Il Figlio del Drago" o "Il Drago", dal soprannome paterno. Dracula, a lungo prigioniero, da ragazzo, dei Turchi, li combatté strenuamente e crudelmente, ed è popolarmente vissuto come estremo baluardo del nazionalismo rumeno e della libertà europea. E' un po' la sorte ambivalente toccata al "feroce Saladino". Posto due leggende romene a sfondo storico, La Giustizia di Dracula e Dracula e i Mendicanti, che illustrano questa visione del personaggio.

Mab